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	<title>Nazione Indiana &#187; giallo</title>
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		<title>Di chi è la colpa?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg" alt="" title="processi" width="406" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40350" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.<br />
Magari fosse così semplice!<br />
<span id="more-40348"></span><br />
Un amico scrittore ed ex poliziotto, Maurizio Matrone, mi raccontò che indagando su un furto in un appartamento gli era stato chiesto dal proprietario se avesse portato il <em>luminol </em>(“ma chi l’ha mai visto il <em>luminol</em>” mi ha confessato), e non c’era volta che qualcuno non gli spiegasse dove e come prendere le impronte, al punto che qualche zelante vittima aveva già imbustato i reperti, numerandoli. Troppa tv. Non siamo più solo una nazione di commissari tecnici, siamo una nazione di tecnici della scientifica.</p>
<p>Di chi è la colpa?  È  colpa dell’attenzione morbosa che i quotidiani nazionali porgono alla cronaca nera (che ruba molte più pagine rispetto a quelle dedicate nei quotidiani europei), vera arma di distrazione di massa. È colpa di quei criminologi che hanno reso <em>glamour</em>, televisivo, un lavoro che deve essere fatto in silenzio, consci della fragilità degli indizi. Ed è sicuramente colpa di molti miei colleghi che si sono lasciati irretire dalla puerile onnipotenza di chi crede che saper scrivere gialli significa <em>di conseguenza </em>sapere come risolvere i casi reali. </p>
<p>È colpa di un protagonismo smodato, di un desiderio di visibilità assoluta, immorale, di un presenzialismo obbligatorio, di un dover dire la propria, ad ogni costo, a prescindere da tutto. È l’esasperazione del senso comune contro il buon senso, che invece chiede di lasciar lavorare gli unici deputati a farlo. Abbiamo <em>finzionalizzato </em>la morte, l’abbiamo resa una chiacchiera da bar. Tutti giudici <em>in pectore</em>, emettiamo sentenze, comminiamo pene, con non curanza, fra una tartina e un aperitivo, neppure fossimo in un consesso di docenti di diritto penale.</p>
<p>Non ho mai voluto sottostare al gioco manicheo dei colpevolisti contro gli innocentisti. L’intera nazione è bloccata su questa modalità duale e perversa: Inter <em>vs</em> Milan, destra <em>vs</em> sinistra, Nord <em>vs</em> Sud, guelfi <em>vs</em> ghibellini, convinti che la mente umana, per dirla con Tremonti, sia semplice. E invece non lo è. È complessa, molteplice, irriducibile. Ho sempre rifiutato di scrivere “da giallista” la mia opinione. Credo esista una responsabilità dell’autore di fronte a tragedie che colpiscono persone reali alla ricerca una possibile verità. Ma esiste anche una responsabilità dello spettatore, dell’utente televisivo, del lettore della carta stampata, è ora di dirlo.</p>
<p>Lo so, sembro un patetico moralista, ma se spettacolarizzare i processi è una follia, seguirli come fossero un <em>reality show</em>, pronti a “nominare” il colpevole, è ancora più abietto. Eppure lo sappiamo: la verità processuale e la verità reale non collimano, mai. Il processo è il luogo dove si cerca di raggiungere solo la verità processuale, fatta di indizi, prove, riscontri. Al punto che un giudice, anche se in cuor suo ha l’opinione che l’imputato sia in effetti colpevole, deve sottostare alla verità del processo, e liberarlo. Questa è la spietatezza dell’assoggettarsi ad un sistema di leggi certe, ma è anche la barriera contro il linciaggio, contro la barbarie. Lo so, è poco televisivo. Nei gialli, sempre così consolatori, alla fine, il colpevole lo identifichi, la giustizia trionfa, il bene vince. Ma nei fatti non è mai così semplice. La realtà è molto più noir dei gialli che scriviamo e che leggiamo. Nella realtà i colpevoli siamo noi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L'Unità, <em>ieri</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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		<title>Giallo di China</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Oct 2009 06:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong><a href="http://www.china-files.com/home.php">Simone Pieranni e Lavinia Benedetti</a></strong></p>
<p>[<em>direttamente dalla Cina i due autori ci propongono un testo sulla storia e le classificazioni di genere nella letteratura cinese e un'intervista a Qiu Xiaolong, forse il più famoso scrittore di gialli cinesi contemporaneo, e noi volentieri pubblichiamo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/10/giallo-di-china/">Giallo di China</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/qiu_xiaolong2.jpg" alt="qiu_xiaolong2" title="qiu_xiaolong2" width="454" height="233" class="alignnone size-full wp-image-23560" /></p>
<p>di <strong><a href="http://www.china-files.com/home.php">Simone Pieranni e Lavinia Benedetti</a></strong></p>
<p>[<em>direttamente dalla Cina i due autori ci propongono un testo sulla storia e le classificazioni di genere nella letteratura cinese e un'intervista a Qiu Xiaolong, forse il più famoso scrittore di gialli cinesi contemporaneo, e noi volentieri pubblichiamo.</em> G.B.]</p>
<p><strong>Definizioni</strong><br />
Dopo il compasso, la polvere da sparo, perfino gli ombrelli, la millenaria cultura cinese non poteva che sostenere di avere anche inventato un genere letterario, ovvero il giallo. Fin da tempi antichissimi il popolo cinese ha mostrato un fervido interesse per vicende a carattere legale-poliziesco. Già sotto il governo dei Qin, dinastia che unificò per prima il territorio cinese nel 221 a.C., compaiono i primi scritti che descrivono procedure legali; si tratta però ancora solo di elementi isolati, scarne descrizioni di carattere più che altro compilativo, forse a sostegno della politica legista perpetuata dai regnanti di questa dinastia. Le prime vere raccolte compaiono in epoche successive e diventeranno fonte inesauribile per novelle vere e proprie raccontate dai cantastorie di epoca Song (960-1279). <span id="more-23559"></span><br />
Oggi, sul motore di ricerca Baidu, il più usato dai cinesi di tutte l’età della neo sessantenne Repubblica Popolare si legge: “Il romanzo poliziesco più antico al mondo è il Bao gong’an, novelle di casi criminali raccolte in epoca Ming.” Conforme al crescente messaggio di incitamento nazionalista a sostegno della politica del partito, questa affermazione non ci stupisce. Bisogna però precisare cosa si intenda in cinese per romanzo poliziesco, poiché la mente cinese, così come la lingua, è sempre stata di natura pratica e schematica, non permettendo fraintendimenti di alcun genere.<br />
Il genere definito come “poliziesco”, in cinese “侦探小说” (zhentan xiao shuo), significa letteralmente “romanzo investigativo”. In teoria, quindi, tutte quelle trame che prevedono un certo tipo di investigazione, dovrebbero essere racchiuse in questa categoria. Ma la parola zhentan, se intesa come nome anziché come aggettivo, significa anche “investigatore”. È per questo che la categoria zhentan xiaoshuo racchiude esclusivamente quei romanzi che vedono come protagonista un detective, privato o pubblico che sia.<br />
Con il termine 推理小说 (tuili xiaoshuo), dove tuili significa “dedurre” si intendono invece quei romanzi dove il protagonista o chicchessia fa un’opera di deduzione. Ragionevolmente questo genere dovrebbe prevedere almeno un processo logico, dove da effetto se ne deduce una causa. I tuili xiaoshuo includerebbero, quindi, non solo i romanzi di Sir Arthur Conan Doyle o Agatha Christie, ma anche tesi accademiche, libri teorici.<br />
Abbiamo poi il termine 悬疑小说, letteralmente “romanzi di suspence”, che così intesi potrebbero definire anche il ben noto capolavoro classico cinese, Sogno della camera rossa. Chi sarà la sposa del contesissimo Jia Baoyu? A questa rosa di termini si aggiungono anche quelli tradotti dalle lingue straniere come 黑色小说 (heise xiaoshuo), “noir”, 间谍小说 (jiandie xiaoshuo), “spy story”, 犯罪小说 (fanzui xiaoshuo), “crime story” o addirittura冷硬派小说 (lengying pai xiaoshuo), letteralmente “romanzi Hard-boiled”.<br />
A onor del vero, anche se i cinesi non si possono propriamente definire gli scopritori del poliziesco, sono comunque i primi a mostrare interesse per questo genere di letteratura. Essendo di natura curiosa, la popolazione cinese si riversava già quasi mille anni fa nelle aule di tribunale per assistere alle sentenze giudiziarie. Ciò ha permesso la nascita di un genere letterario, novelle e poi romanzi, che descrivevano vicende giuridiche. Queste anche se povere di suspence, di deduzioni, di spie e di super-detective alla 007, abbondavano di criminali e magistrati che si annoverano di diritto il titolo di primi investigatori al mondo.</p>
<p><strong>La saggezza e la censura</strong><br />
«Ci sono cose che un uomo farà e cose che un uomo non farà». La frase di Confucio, utilizzata nel suo ultimo romanzo, descrive più di una caratteristica di Qiu Xiaolong, uno dei pochi giallisti cinesi che scrive in inglese, è pubblicato anche in Cina e vive negli Usa. «Una giusta distanza &#8211; ha detto tempo fa &#8211; come fossi dentro e fuori allo stesso tempo. Un poeta della dinastia Tang diceva che non puoi vedere il vero volto della montagna Lu, perché tu sei nella montagna».<br />
Nato a Shanghai nel 1953, Qiu ha studiato a Pechino e negli Stati Uniti. Durante le proteste di Tian&#8217;anmen nel 1989 si trovava negli Usa. Come volontario aiutò gli studenti cinesi cucinando e vendendo involtini primavera fuori dall&#8217;università. Il governo lo scoprì, la polizia andò a casa della sua famiglia e la minacciò. «Quando sentii una radio cinese fare il mio nome come fiancheggiatore degli studenti rimasi sconvolto e non tornai in Cina fino al 1995». Tornato a Shanghai ha trovato un paese diverso e ha deciso di raccontarlo: in inglese e attraverso dei gialli ambientati tra passato non troppo remoto e presente sfavillante cinese. Qiu Xiaolong vive a St Louis, la città di T.S. Eliot, la sua grande passione. Perché come il protagonista dei suoi romanzi anche Qiu Xiaolong è traduttore. Oltre al poeta di St. Louis ha tradotto anche Montale, che a sua volta tradusse Eliot in italiano, in cinese.<br />
La Cina raccontata da Qiu Xiaolong che leggiamo in Occidente è diversa da quella che leggono i suoi lettori cinesi: per pubblicare in madrepatria ha accettato, anche per non mettere a repentaglio il suo editore, cambiamenti piuttosto profondi nei suoi libri. E il suo ultimo romanzo, Ratti Rossi, edito da Marsilio, è tutto incentrato sul tema della corruzione.<br />
Nei suoi gialli il protagonista è l&#8217;ispettore Chen: un poeta piazzato dal Partito a fare lo sbirro. Chen ha la passione per la buona cucina del Montalbano di Camilleri, la flemma del Duca Lamberti di Scerbanenco e il romanticismo poetico di nessun altro. Una sorta di Prufrock moderno, tra volontà di cambiare dall&#8217;interno il sistema, recuperare ed esplorare il passato e la domanda di Eliot sempre con sé: «posso osare?». Qiu Xiaolong racconta la Cina, tra materialismo capitalista e perdita del passato, distici di epoca Tang e massime di Confucio, per esplorare e capire la Cina moderna, anche quella olimpica.</p>
<p><strong>La Cina corre verso il futuro. Nei tuoi libri e nelle tue interviste hai detto che non c&#8217;è l&#8217;attenzione al passato. Cosa pensi della recente pubblicazione su un magazine cinese di una foto di feriti di Tian&#8217;anmen che, secondo la rivista, sono state pubblicate per sbaglio? Più in generale si dice che i giovani non sappiano cosa successe nel 1989.</strong><br />
Ho letto di questo incidente. Non mi sorprende che molti dei giovani cinesi, i nati negli anni 80, non sappiano nulla di quanto è accaduto nel 1989. La ragione è molto semplice: il Governo non ha mai parlato di quei fatti, li ha cancellati. Così come la rivoluzione culturale. D&#8217;altro canto la società materialistica che sta affermandosi in Cina non ha tempo di guardarsi indietro: deve guardare avanti per fare sempre più soldi. Semplicemente alla censura del Governo c&#8217;è una mancanza di interesse per quei fatti. Fare soldi è la priorità. E&#8217; un&#8217;illusione pensare che prima o poi si possano affrontare davvero questi due buchi neri nella storia cinese.</p>
<p><strong>Molti scrittori cinesi però indagano proprio quel periodo storico.</strong><br />
Si ma l&#8217;argomento in Cina è fuori discussione. Ne parlano in pochi, anche perché i media, che dovrebbero portare alla luce questo genere di cose, sono controllati, completamente. Se ne parli, nessuno riporta le tue parole. Anche alcuni miei amici a volte mi chiedono spiegazioni su quei fatti perché un&#8217;informazione vera non c&#8217;è.</p>
<p><strong>Nel tuo ultimo libro parli di corruzione. Pensi che questo fenomeno sia una novità o sia invece insito nel sistema sociale e politico cinese da molto tempo?</strong><br />
E&#8217; molto complicato. Nei miei libri parlo di cose realmente successe. A Shanghai quando arrestarono i boss del partito per corruzione chiamai l&#8217;editore e gli dissi che finalmente potevano pubblicare il libro in cinese. La risposta mi sorprese: nessuno si può permettere di dire che qualcuno è corrotto. Solo il partito può farlo. I miei libri sono stati pubblicati in cinese con cambiamenti rilevanti. Shanghai è diventata la Città di H. e tutti i riferimenti a luoghi ed eventi sono stati cambiati. Oppure il romanzo dal titolo Quando il rosso è il nero con chiari riferimenti politici ai due colori, in Cina è stato tradotto come Elegia per una casa Shikumen. In Cina un sistema legale non c&#8217;è mai stato, siamo sempre stati dipendenti dall&#8217;attesa di una persona onesta capace di risolvere tutti i problemi e annientare la corruzione. Il sistema non può garantire questo, perché è immerso nelle logiche di potere.</p>
<p><strong>Qualcuno come l&#8217;ispettore Chen, anche se hai dichiarato che non ti è particolarmente simpatico, sarebbe utile nella Cina moderna?</strong><br />
L&#8217;ispettore Chen non so se potrebbe essere utile oggi. Ho alcuni amici a cui piace. Sono cinesi: non sono poliziotti, ma hanno la stessa storia. Loro sono persone che hanno deciso di rimanere nel sistema e combattere dall&#8217;interno, accettando però di starci. Compromessi. Non sono felici, ma hanno scelto di provarci. Loro vogliono cambiare questo paese. Chen è come loro. Non lo definirei un eroe, piuttosto è un anti eroe. Accetta compromessi, nella speranza di poter cambiare qualcosa. Quando mi sono posto la domanda se restare o no in Cina una volta che sono tornato, mi sono risposto negativamente: ho pensato che sarebbero stati troppi i limiti per uno scrittore. E ho deciso di restare negli Stati Uniti, anche se non ho problemi quando torno in Cina.</p>
<p><strong>Cosa consiglieresti ad un occidentale in Cina, per capire al meglio la vostra cultura?</strong><br />
A parte leggere i miei libri, suggerire una cosa sola è impossibile. Direi però di non preoccuparsi delle differenze, di non essere timorosi. Direi di buttarsi, informarsi, guardare anche la televisione e soprattutto parlare con i cinesi, senza avere timore di incomprensioni. I giovani non ricordano il passato, ma sembrano avere voglia di condividere con gli occidentali le proprie speranze e le proprie esperienze. Non conoscono la propria storia, ma parlano inglese, navigano sul web, leggono e soprattutto conoscono molto bene la cultura e la mentalità occidentale. Quest&#8217;ultima caratteristica è un&#8217;ottima cosa. Consiglierei di non avere paura della Cina.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/10/giallo-di-china/">Giallo di China</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Non è un giallo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/non-e-un-giallo/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 07:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/garlasco_mappa.gif"></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>mi è stata chiesta, questa estate, una opinione sul delitto di Garlasco, quasi io fossi una "persona informata dei fatti". Questa è stata la mia risposta.</em> G.B.]</p>
<p>Non è un giallo. Finiamola di usare le parole a sproposito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/non-e-un-giallo/">Non è un giallo</a></p>
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<p>[<em>mi è stata chiesta, questa estate, una opinione sul delitto di Garlasco, quasi io fossi una "persona informata dei fatti". Questa è stata la mia risposta.</em> G.B.]</p>
<p>Non è un giallo. Finiamola di usare le parole a sproposito. Vorrei più deontologia dai media che si nascondono dietro l&#8217;esile paravento del diritto di cronaca. Non è un giallo, non è intrattenimento, non è una cosa divertente, piena di colpi di scena, dove poi arriva l&#8217;eroe che risolve il caso e poi tutti “vissero felici e contenti”. Non è fiction, non è letteratura. Non è una puntata di CSI o della sua emulazione fallita, i RIS.<br />
<span id="more-8006"></span><br />
Non siamo in un racconto di Camilleri, Montalbano può restare a casa sua. Non serva a niente chiedere l&#8217;opinione di Faletti o di Lucarelli: non sanno nulla. Sono scrittori, governano i loro incubi, le loro ossessioni, le inventano, le sviluppano, gli danno una logica, una trama. Ma non sono poliziotti, non lo fanno di mestiere, probabilmente non hanno mai visto un morto ammazzato in vita loro. È ora di finirla di infierire con speciali pomeridiani, con interventi di zelanti psicologi o sociologi del caso. Non sanno niente della verità, nulla di più di quello che i giornali, ossessivi e morbosi, continuano a raccontare, perché hanno bisogno dell&#8217;ennesimo caso estivo insoluto. Quasi che i morti ammazzati nel resto dell&#8217;anno non facciano audience, perché c&#8217;è la politica di mezzo, c&#8217;è miss Italia, la finanziaria, il calendario delle veline, San Remo, il campionato di calcio, le elezioni amministrative e chissà quale altro “evento televisivo”. </p>
<p>Faccio un appello accorato, ad alta voce, disperato, quasi: basta! Finitela di dire che è un giallo. Cogne, Novi Ligure, Perugia, Garlasco, non sono gialli. E se lo fossero sarebbero davvero pessimi gialli, con trame così banali così noiose, così poco spettacolari, tenute in vita da un giornalismo malato, alla ricerca degli istinti basilari – il sangue, il sesso -, sarebbero gialli così stupidi che nessun editore serio li pubblicherebbe davvero. Mi rendo conto che ai media nazionali manca il morto dell&#8217;estate, che gli serve tirare fuori dal cassetto quello dello scorso anno, per accontentare la bavosa abitudine populista alla diceria, al bisbiglio, alla forca, mi rendo conto che persino i conduttori televisivi non possono riciclare <em>ab aeterno</em> i plastici delle ville alpestri dove si sono svolti efferati delitti, ma che la finiscano di atteggiarsi ad accigliati moralizzatori della patria. Lo dicano che tutto questo è intimamente immorale, che lo fanno per alzare lo <em>share</em>, lo dicano. E la smettano di usare a ogni pie&#8217; sospinto quella parola – giallo &#8211;  in modo quasi lussurioso.</p>
<p>Non è un giallo. Non depotenziamo la realtà e non banalizziamo la letteratura. Qui ci sono veri morti ammazzati, poliziotti veri che indagano, famiglie vere che soffrono, che piangono i loro morti, e che patiscono insieme ai loro cari accusati di delitti orribili. È per questo che neppure li nomino, è per questo che, qualunque sia la mia opinione, anche se avessi certezze granitiche su ognuno dei casi sopracitati, non la dico e non la dirò mai, per quanto venga continuamente interrogato dai suddetti giornalisti, convinti che uno scrittore di gialli passi la giornata a rimestare nel torbido del quotidiano. Non è così. Per il pudore che provo nei confronti del dolore altrui, quando chiudo il computer, quando smetto di scrivere di assassini o di investigatori, prendo per mano le mie bambine, le porto a mangiare un gelato, a fare una passeggiata in un parco o in un museo. Cerco di trasmettere loro l&#8217;amore per la vita, non l&#8217;ossessione morbosa per il sangue. Oppure insegno loro, quasi fosse una preghiera laica, il silenzioso rispetto che occorre di fronte all&#8217;assurdità di queste morti. Fin troppo spiegabili, forse. Ma non da me, non da noi. Ci sono i magistrati per questo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Grazia <em>n.33 del 18-08.2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/non-e-un-giallo/">Non è un giallo</a></p>
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		<title>Il giallo ha cambiato Garlasco</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Stereotipi che resistono nel tempo. Saldano l’evento al luogo dove esso è avvenuto e quel luogo si imprime nella memoria collettiva richiamando in simbiosi l’evento. Lo smemorato di Collegno, la saponificatrice di Correggio, il boia di Albenga, la banda della Magliana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/04/il-giallo-ha-cambiato-garlasco/">Il giallo ha cambiato Garlasco</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Stereotipi che resistono nel tempo. Saldano l’evento al luogo dove esso è avvenuto e quel luogo si imprime nella memoria collettiva richiamando in simbiosi l’evento. Lo smemorato di Collegno, la saponificatrice di Correggio, il boia di Albenga, la banda della Magliana. E nel tempo a noi più vicino il mostro di Firenze, i “fidanzatini” di Novi Ligure, il delitto di Cogne, il giallo di Garlasco.<br />
Garlasco è una cittadina della Lomellina, in provincia di Pavia, a pochi chilometri dal confine col Piemonte e non lontana da Milano. Una cittadina del profondo nord, composta da villette perlopiù unifamiliari. Un posto tranquillo, non particolarmente caratterizzato, un posto umido d’inverno e ancor più nelle altre stagioni. Zanzare killer, d’estate, salgono come esercito dalle risaie; il riso, qui, si coltiva da sempre. Garlasco si trova nell’epicentro della coltivazione, come il Vercellese e il Novarese, zone umide e languide, spesse di nebbia d’inverno e di un sole coperto d’estate. Il luogo è provinciale e sonnolento: le giornate si tagliano uno dietro l’altra come le fette di pane bianco della prima colazione. Civiltà contadina; ma i valori tradizionali si sono persi ormai tra i tavolini dei bar popolati, come in altri mille posti, da vecchi superstiti, che biascicano la parlata del luogo, come fosse un milanese più grasso, più unto.<span id="more-6759"></span><br />
E ‘ trascorso  un anno dal delitto che ha fatto “scoprire” Garlasco. Un anno di indagini sula morte di Chiara Poggi, la ragazza buona e irreprensibile. Il volto del fidanzato coetaneo, che sfila diritto davanti a sé sulle auto della polizia, verso interrogatori continui, pressanti, mai risolutivi. Nessuna certezza fino a ora, dunque, ma grandi sospetti. E veleni, in dosi massicce. Un anno. Forse un’eternità, per questo paese abituato al silenzio del resto del mondo, come se esso si fosse nascosto da sempre tra le risaie e le coltivazioni e le industrie, agli assalti dei grandi eventi. E anche ora, forse, non c’è grande evento, non c’è pietra miliare, accadimento da iscrivere nei libri della storia. Ma solo fatto di cronaca nera comodo da mostrare, sfizioso per l’opinione pubblica impicciona, prezioso per la curiosità dei mass media.<br />
Ma il paese come è cambiato? E anche prima del delitto, come era veramente Garlasco? Era la &#8220;Las Vegas della Lomellina&#8221;. Perché a Garlasco, come in molti piccoli centri della enorme provincia del nord,  si pensa molto e da sempre all’apparenza. Di Las Vegas il paese adesso ha ormai tutto: il divertimentificio e un delitto in perfetto stile CSI.<br />
Garlasco – confida una collega che ci è nata e vissuta fino a qualche anno fa –  è un paese di abitanti (10.000) ma non di anime, un paese senza cuore, come per molta provincia del nord, come se la vera storia fosse ormai svanita, perduta anche al ricordo. Una volta, nemmeno tantissimi anni fa, c’erano come punti fermi l’osteria dell’Avanti! e la cooperativa Stella Rossa, due cinema, la corsa dei ciclisti in primavera e la parata dei bersaglieri a giugno, la Fgci e l’oratorio. Le storie di corna e di vendette familiari sussurrate negli anni ’70 erano all’ordine del giorno, ma il livello, storia dopo storia, anno dopo anno, si è pian piano spostato: prima il prete che si mormorava avesse avuto una figlia  da una fervente cattolica,  poi quell’altro un po’ troppo amico dei ragazzini (e trasferito altrove). Quella che non è mai cambiata è probabilmente la voglia di protagonismo delle persone, che si è soltanto declinata in forme differenti. In mezzo,  però, sussiste l’incapacità  di sganciarsi dagli stereotipi sociali e comunicativi di sempre. Negli ’80 c’era chi – uomini &#8211; cedeva senza problemi alle voglie di chi gli potesse garantire un passaggio a Canale Cinque, salvo poi sposarsi con una signorina bene e cornificarla poco dopo con una sua dipendente. E poi quei ragazzi che si facevano di eroina, procurandosi i soldi con il piccolo spaccio e i furti (fu una strage per il paese, ne morirono parecchi). Uno scenario desolante simile a quello di tanti paesi della provincia di tutta Italia, e il tipo di droga che cambia, l’eroina che viene dismessa in favore della socializzante cocaina.<br />
I cinema, la cooperativa rossa e la Fgci sono spariti da molti anni, sostituiti da un numero impressionante di supermercati, affiancati da alcuni esercizi commerciali che solo un bambino innocente non saprebbe riconoscere come “lavanderie”. E’ rimasto sempre lì, invece, il bar dove gli uomini non solo giocano a carte ma, se gli va storta, perdono tutto quello che hanno, facili prede di giocatori professionisti; e dovrebbe essere ancora aperto in fondo al paese il locale “equivoco” come lo chiamava la madre della collega, in realtà un vero e proprio casino. Insomma un bel posticino, fotocopia in scala ridotta del nostro Paese. In un anno non è cambiato quasi nulla, se non forse soltanto nell’ansia di apparire, nel senso che certa gente può dirsi contenta se il paese è finalmente sotto i riflettori di tutt’Italia.“Passare dalla strada transennata davanti alla villetta dei Poggi mette ancora i brividi. E’ l’impatto crudele con la notorietà di un posto acquistata si può dire con la forza, col delitto, col male. E  questo male improvviso e duraturo, a questo groviglio di sangue dal quale non si riesce a trovare né il punto d’arrivo né di partenza ha creato nella popolazione una piccola psicosi criminale. Per esempio, mesi fa è morto improvvisamente il figlio del famoso pizzaiolo campione d’Europa. Vista la morte improvvisa è girata subito la voce che il ragazzo fosse stato pestato a sangue, anzi a morte. E invece è morto d’infarto. Faceva uso di droga, di infarto ne aveva subito già uno, è morto così, da solo.<br />
La collega mi saluta, riprende il lavoro. Si allontana con calma, nel caldo di Milano, la città che l’ha accolta e dalla quale, mi ha detto poco prima di finire l’intervista, non si separerebbe per nulla al mondo.”Più che altro perché  il male è parcellizzato, e nessuno ti riconosce per strada”. Fa male, la provincia.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna. Immagine: Gene Davis &#8211; Two yellows, 1959.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/04/il-giallo-ha-cambiato-garlasco/">Il giallo ha cambiato Garlasco</a></p>
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		<title>Gentilissimo Paolo Di Stefano</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 06:00:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><br />
[<em>Paolo Di Stefano sul Corriere, il 24 giugno, ha scritto <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2008/giugno/24/Autori_vicini_grandi_gia_dimenticati_co_9_080624117.shtml">alcune cose</a> che non condivido. Gli ho risposto di getto dalle pagine dell'<a href="http://www.unita.it/">Unità</a>.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gent.mo Paolo Di Stefano,<br />
se lo faccia dire fuori dai denti: che palle!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/gentilissimo-paolo-di-stefano/">Gentilissimo Paolo Di Stefano</a></p>
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[<em>Paolo Di Stefano sul Corriere, il 24 giugno, ha scritto <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2008/giugno/24/Autori_vicini_grandi_gia_dimenticati_co_9_080624117.shtml">alcune cose</a> che non condivido. Gli ho risposto di getto dalle pagine dell'<a href="http://www.unita.it/">Unità</a>.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gent.mo Paolo Di Stefano,<br />
se lo faccia dire fuori dai denti: che palle! Mi sono sempre chiesto se sia una condizione anagrafica o di rendita di posizione quella che porta alla tentazione del pulpito. In fondo conosco scrittori della mia età che studiano per diventare i nuovi tromboni delle patrie lettere quindi non mi stupisco più di nulla, ma vedere che anche lei ci sia cascato in pieno mi deprime assai. Nella sua rubrica sul <em>Corriere della Sera</em> dal titolo “autori vicini, grandi e già dimenticati”, il 24 giugno scorso, ha saputo inanellare una tale serie di luoghi comuni letterari che mi ha davvero impressionato, facendomi venir voglia di scrivere di getto queste righe “risentite”. <span id="more-6334"></span><br />
Il primo dei luoghi comuni è quello della tanto vituperata categoria dei “giovani scrittori”, che qualcuno mi deve spiegare qual è, dove si trova, in quale ufficio anagrafe, e, soprattutto, da chi è composta. Ragionare per generazioni è così inconsistente che non meriterebbe neppure un appunto. Per farle un esempio: è da anni che mi ritrovo iscritto nell&#8217;elenco e non so più come uscirne. Ho 42 anni, una moglie, due figlie, e pure qualche capello bianco, che mi coccolo come in quella bellissima poesia di Wole Soyinka: quand&#8217;è che riuscirò ad essere considerato uno scrittore e basta? Quando, per dirla con Arbasino, si passa dalla fase “giovane promessa” a quella di “solito stronzo”?<br />
Bene, dato che io mi considero davvero l&#8217;ultimo degli stronzi le voglio dire che rigetto in pieno l&#8217;immagine che dà dei “giovani scrittori”, dimentichi del patrimonio culturale del passato, remoto o prossimo che sia.<br />
Parlo di me non certo per l&#8217;alta opinione che ripongo nelle mie cose. Le assicuro che non scrivo per essere ricordato nelle antologie future, come molti miei colleghi fanno, anzi ho la certezza che sopravviverò alla mia opera: i miei libri verranno dimenticati presto, gusterò la vecchiaia nell&#8217;assoluto anonimato. Resta però il fatto che fra le poche miserande cose che ho pubblicato in volume ci sono saggi su Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Elio Vittorini. Che colleghi a me cari, come Girolamo De Michele, hanno scritto pagine accorate su Rigoni Stern, che i Wu Ming lavorano da anni sul tema della lingua in Beppe Fenoglio, che Raul Montanari ha scritto uno dei più bei ricordi della figura umana e artistica di Pontiggia, che Marino Magliani chiosa da anni, paziente, l&#8217;intera opera di Francesco Biamonti, che Sergio Garufi conosce a memoria intere pagine di Giorgio Manganelli, che su <em>Nazione Indiana</em> (lo conosce? Ci viene a trovare in rete?), grazie a Francesco Forlani, abbiamo pubblicato inediti per la prima volta tradotti in italiano di Saul Bellow o di Céline, che Andrea Inglese ha scritto saggi densissimi su Volponi, che continuiamo a pubblicare e scrivere su Adriano Spatola o Amelia Rosselli, che proprio l&#8217;altro giorno un nostro lettore commentava nel blog, affranto, la notizia della scomparsa di Fabrizia Ramondino, stimolandoci a parlarne più diffusamente. E questi sono solo una spicciolata di esempi dei moltissimi che potrei ancora farle.<br />
E poi questa storia dell&#8217;egemonia dei gialli, ma insomma, basta davvero! “Parli per interesse personale”, potrebbe dirmi. Al di là del fatto che della decina di volumi da me pubblicati solo tre appartengono alla categoria suddetta &#8211; ma l&#8217;abitudine a incasellare l&#8217;opera di chi scrive è così connaturata in certi giornalisti che non potrò certo io estirparla &#8211; io mica mi tiro indietro: mi trovo in ottima compagnia fra i “giallisti”, quanto meno fra loro manca quella sete dell&#8217;altrui sangue che continuo a percepire fra gli “scrittori laureati”. Ma l&#8217;egemonia, dai, per piacere! Vada a vedersi le cinquine di tutti i premi prestigiosi o meno del territorio nazionale (lei li conosce bene, dato che li frequenta): non c&#8217;è un giallista  neppure a piangere in cinese. “Guardare le classifiche per credere”, lei dice. Bene, guardiamole. Ho sottomano la classifica della scorsa settimana: dei primi dieci della narrativa italiana solo due (Faletti e Camilleri) rientrano nel genere. Al primo posto Saviano, al secondo Giordano. Ma di che stiamo parlando, insomma? Vogliamo dimenticare che i casi editoriali degli ultimi anni, da Piperno giù giù fino a Giordano, tutto sono tranne che gialli? Che la tiratura media di un giallo italiano (smettiamola di baloccarci con i vari Faletti o Carofiglio) è di circa 800 copie (spessisimo invendute)?  Oppure ci siamo dimenticati che gli italiani hanno da sempre letto i cosiddetti gialli (spesso scritti da autori italiani sotto pseudonimo), con la sola differenza che al posto di comprarli in edicola ora lo fanno in libreria? E cioè che grazie anche al vituperato genere, un po&#8217; di italiani sono entrati per la prima volta in una libreria?<br />
E infine, quel guardare con disprezzo i “giovani scrittori” (ho i brividi ogni volta che lo scrivo) che “fanno il tifo” a loro stessi: ma mi scusi, dove sarebbe la novità? Che forse dagli Scapigliati fino ai Cannibali (roba del secolo scorso, le rammento), non è sempre stato così? È vero che le pagine culturali dei quotidiani più in auge sono spesso o lenzuolate di cose accadute fra il 1943 e il 1950 oppure articoli che trattano la letteratura contemporanea come fosse una guerra di posizione &#8211; con gossip della peggior specie, inventando fazioni inesistenti l&#8217;uno contro l&#8217;altro armate, e lei forse leggendoli davvero ci ha creduto &#8211; ma dove sta scritto che questi autori millantano di aver inventato l&#8217;epica italiana? Chi di loro l&#8217;ha detto? Condivisibili o meno, ha letto con attenzione le parole di Wu Ming 1? Oppure le sono arrivate di straforo, un po&#8217; ammaccate? Si aggiorni, Di Stefano, provi a leggerli questi scrittori. Non parlo di me, insisto. Io sono l&#8217;ultima ruota del carro. E guardi, per non turbarla troppo, non le consiglio alcun giallista (anche se ce n&#8217;è di bravissimi). Legga però, oltre a quelli succitati, Helena Janeczek, legga Alberto Garlini, Giacomo Sartori, ammiri la compostezza di quelli ancora più giovani, come Luca Ricci, Andrea Bajani o Marco Missiroli, si inoltri nella poesia contemporanea di Biagio Cepollaro, Francesca Matteoni o Andrea Raos. Mai come in questi anni la letteratura italiana è viva e variegata.<br />
Tutto il resto, se lo faccia dire con le parole del Califfo, “tutto il resto è noia”.</p>
<p>Suo devoto lettore,<br />
Gianni Biondillo</p>
<p>[<em>pubblicato su L'Unità il 4 luglio 2008</em>]</p>
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		<title>Remo Bassini, narratore dai tempi della fabbrica</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 06:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p><strong>Franz Krauspenhaar </strong>intervista <strong>Remo Bassini</strong></p>
<p>Remo Bassini non è solo uno scrittore di valore, è anche un prodigio e una macchina &#8211; umanissima &#8211; da scrittura: è direttore de <em>La Sesia</em>, storico bisettimanale di Vercelli e provincia, collabora con <em>Il Corriere Nazionale</em>, commenta sul suo seguitissimo blog e ne <em>La poesia e lo spirito</em>,- l&#8217;ormai leggendario blog letterario multiautore fondato da Don Fabrizio Centofanti &#8211; scrive romanzi di buon successo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/remo-bassini-narratore-dai-tempi-della-fabbrica/">Remo Bassini, narratore dai tempi della fabbrica</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ana1.jpg" title="ana1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ana1.jpg" alt="ana1.jpg" /></a> </strong></p>
<p><strong>Franz Krauspenhaar </strong>intervista <strong>Remo Bassini</strong></p>
<p>Remo Bassini non è solo uno scrittore di valore, è anche un prodigio e una macchina &#8211; umanissima &#8211; da scrittura: è direttore de <em>La Sesia</em>, storico bisettimanale di Vercelli e provincia, collabora con <em>Il Corriere Nazionale</em>, commenta sul suo seguitissimo blog e ne <em>La poesia e lo spirito</em>,- l&#8217;ormai leggendario blog letterario multiautore fondato da Don Fabrizio Centofanti &#8211; scrive romanzi di buon successo.<span id="more-5181"></span> Per il suo ultimo libro, quarto di una fortunata serie, ha scelto un titolo d&#8217;inquietudine un pò anni 70, <em>La donna che parlava con i morti</em>(Newton Compton, pp.240, euro 9,90)-, quasi fosse un seguito de <em>Il segno del comando</em>. Editore robusto e ancora in ascesa e attivo su tutti i fronti (Newton Compton), confezione hardcover per un romanzo giallo di tinte (come da copertina) ma dai sapori popolari e al contempo raffinati. La storia inquietante di una donna e della provincia italiana profonda nella quale vive, una serie di personaggi difficilmente dimenticabili. E soprattutto la scrittura felice di Remo Bassini: a volte vorticosa, sempre funzionale e fatta spesso di pennellate veloci, precise, multistrato. Godibile ma anche capace di strapparti un replay, per ricatturare &#8211; felicemente- un momento, una sfumatura particolarmente interessante.</p>
<p><strong>Quando è nata dentro di lei la presa di coscienza di essere un narratore di talento?</strong></p>
<p>Mi sono interrogato spesso sul talento. Dante ne aveva e anche Simenon. Ma prendiamo Primo Levi, <em>Se questo è un uomo </em>Un grande libro, di un talento che, penso, nacque grazie – o a causa – della prigionia in un campo di sterminio. Dove la vita e la morte e la natura umana vengono viste e vissute con occhi diversi. Ecco, io credo d&#8217;aver vissuto dei mie piccoli campi di sterminio. E penso che un giorno imprecisato sono riuscito a raccontarli. Il mio talento, se talento è, nasce dalla mie tempeste. Come <em>La donna che parlava con i morti</em>: ci sono alcune sofferenze, ri-elaborate. Con questo non ho nessuna pretesa di oggettivare. Non dico che il talento nasce solo dalla sofferenza o dalla sensibilità. Dico che non nasce con noi;può arrivare, come può non arrivare, in un momento imprecisato della nostra vita.</p>
<p><strong>Si ritiene uno scrittore di genere o crede di usare il genere come passpartout?</strong></p>
<p>Quando si parla di generi letterari me ne sto in disparte, ascolto. A definire il genere ci pensa la percezione del lettore. Editori, critici e salotti letterari per me perdono solo tempo: ci sono i buoni libri e i libri del cavolo. E soprattutto ci sono libri onesti e libri disonesti. Il libro onesto costa fatica, approfondimenti. Faccio un esempio, con la premessa che un giallo può essere un libro valido quanto uno di denuncia sociale (Izzo era bravissimo a fondere i due aspetti). Un giallo disonesto, per esempio, parla di ispezioni, mandati di cattura senza prima capire come funzionano per davvero questi meccanismi. Ecco, scrivere un giallo senza aver parlato con un maresciallo dei carabinieri o anche solo senza aver letto articoli di cronaca nera vuol dire prendere in giro il lettore. Perché ci si basa sul già letto in altri libri o, peggio, su quel che si vede nelle fiction tv. Una volta chiesero a Pascoli un giudizio su D&#8217;Annunzio. Fu un giudizio positivo. Ma non del tutto: perché D&#8217;Annunzio, osservava Pascoli, in una sua poesia autunnale ci aveva messo un uccello che in autunno non c&#8217;è, perché migra. Insomma, una poesia del cavolo. Disonesta.</p>
<p><strong>In che modo il mestiere di giornalista entra nella sua attività di scrittore e viceversa?</strong></p>
<p>Ho iniziato a scrivere che avevo vent&#8217;anni e lavoravo in fabbrica (ho ancora nel cassetto un romanzo incompiuto ambientato in quel periodo della mia vita). Sono stato operaio, sindacalista, disoccupato, studente di lettere di giorno e portiere di notte in un albergo. Poi è arrivato il giornalismo, e quel poi è importante: non mi sento nel modo più assoluto un giornalista che si concede alla narrativa, piuttosto un narratore di storie da prima, dagli anni della fabbrica.<br />
Il giornalismo è servito a completare la mia scrittura, a dare valore e importanza alla precisione e al dettaglio, alla logica. Un bravo giornalista non farebbe errori di calcolo che invece si leggono in alcuni libri. Mi spiego: se io oggi ho 40 anni, tra 5 anni ne avrò 45, giusto? Ecco, alcuni &#8220;artisti&#8221; riescono a scrivere 47 o 52, mica si abbassano l&#8217;età, loro. Per fortuna che è arrivata la lezione di Tondelli, o anche di Izzo. Scrivere in modo credibile.<br />
La scrittura giornalistica e narrativa prendono percorsi diversi: la tecnica del fare cronaca può essere insegnata a tutti, come anche quella del raccontare una storia. Ma trasmettere emozioni, no.</p>
<p><strong>A quali autori del passato e del presente è più affezionato?</strong></p>
<p>Dopo Salgari, dico Vasco Pratolini e Giuseppe Berto, che hanno lasciato in me un segno, specie con <em>Il quartiere </em>e <em>Il male oscuro</em>. Poi, gli scrittori dei miei diciott&#8217;anni: Erich Maria Remarque e John Steinbeck. Tra gli italiani mi sono affezionato a Beppe Fenoglio, per aver raccontato la Resistenza senza retoriche, e al giallista Renato Olivieri. Senza dimenticare Pontiggia, da leggere e rileggere. Tra gli stranieri cito Boell, Chandler, Montalban (con particolare predilezione per <em>L&#8217;uomo della mia vita</em>). Tra gli scrittori viventi dico Saramago e Mankell. E don Luisito Bianchi, che urla sussurrando.</p>
<p><strong>Ha un libro del cuore che ogni tanto rilegge, anche solo per poche righe, come una sorta di messale letterario?</strong></p>
<p>Ho libri di riferimento, certo. Ma quando mi sento vuoto come una campana &#8211; e succede spesso &#8211; in genere prendo un giornale e mi rintano in un bar di periferia, e ascolto. Faccio lo stesso anche in treno. Cerco di leggere la vita, di ripassarla, di capirci qualcosa. Per scrivere occorre andare in profondità e i libri aiutano, ma è dalla lettura della vita che bisogna partire.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221; di Liberazione &#8211; 13.01.2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/remo-bassini-narratore-dai-tempi-della-fabbrica/">Remo Bassini, narratore dai tempi della fabbrica</a></p>
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		<title>Il mio Faletti</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2007 06:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/sughi-racconto-nero-4.bmp" title="sughi-racconto-nero-4.bmp"></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>Faletti</strong>, il noir italiano. <strong>Faletti</strong> all’Isola d’Elba mangia una trota spedita in busta refrigerata chiusa dal Lago Maggiore. <strong>Faletti</strong> si masturba pensando ad Antonio D’Orrico. <strong>Faletti</strong> che fischietta <em>Minchia signor tenente </em>mentre si fa la doccia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/30/il-mio-faletti/">Il mio Faletti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/sughi-racconto-nero-4.bmp" title="sughi-racconto-nero-4.bmp"><img width="631" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/sughi-racconto-nero-4.bmp" alt="sughi-racconto-nero-4.bmp" height="535" style="width: 280px; height: 227px" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>Faletti</strong>, il noir italiano. <strong>Faletti</strong> all’Isola d’Elba mangia una trota spedita in busta refrigerata chiusa dal Lago Maggiore. <strong>Faletti</strong> si masturba pensando ad Antonio D’Orrico. <strong>Faletti</strong> che fischietta <em>Minchia signor tenente </em>mentre si fa la doccia. <strong>Faletti</strong> a Montecarlo, venti anni fa, incubando <em>Io uccido</em>, mangiando crostacei, Crystal Rosé in ghiaccio, la <em>moule</em> n.1 sul piatto, la <em>moule</em> n.2 in camera da letto, mitile noto, ginecologicamente prossimo all’apertura.<span id="more-5072"></span> <strong>Faletti</strong> che ha le stesse iniziali del Grande Fratello. <strong>Faletti</strong> paroliere per Branduardi al posto della moglie di Branduardi. <strong>Faletti</strong> a <em>Drive In</em>, nei miserandi anni 80, che legge thriller aeroportuali in sala trucco. <strong>Faletti </strong>che è simpatico a mia madre, la stessa mia madre che mi dice perché non vendi anche tu 1 milione di copie? Siete con lo stesso editore! Non do spiegazioni, esco per mangiare un kebab rinunciando agli involtini preparati dalla genitrice con molta cura. <strong>Faletti</strong> che pensa all’invidia degli scrittori con una punta d’invidia per quei pochi che non lo invidiano. <strong>Faletti</strong> che si puo’ prendere anche in tram, come il digestivo Antonetto di <em>Carosello</em>. <strong>Faletti</strong> il fatturato speciale. <strong>Faletti</strong> che cammina in Piazza Bande Nere, a Milano, in un mattino d’inverno del 1992, io che lo vedo. E mi sembra a prima vista un uomo colpito da una tristezza insanabile. Ma grazie a Dio esiste la Provvidenza. <strong>Faletti</strong> dagli occhi furbi e velatamente tristi. <strong>Faletti</strong> al <em>Noir in Festival </em>di Courmayeur che se ne frega di tutto, che vuole solo trovare una fonduta come si deve. <strong>Faletti </strong>che sta quasi morendo il giorno della presentazione di <em>Io uccido</em>. <strong>Faletti</strong> che legge Camus e si commuove. <strong>Faletti </strong>che, pur essendo di Asti, al miglior spumante italiano preferisce lo champagne. <strong>Faletti</strong> che parla di spigole con un vigile, all’Elba, davanti a delle <em>crudité</em>. <strong>Faletti</strong> il giorno della sua Prima Comunione. <strong>Faletti</strong> la notte della sua prima scopata. <strong>Faletti</strong> provinato da Canale 5. <strong>Faletti</strong> seduto sul water, che pensa alla “merda d’artista” di Piero Manzoni. <strong>Faletti</strong> e l’amore. <strong>Faletti </strong>e il tempo che passa. <strong>Faletti</strong> e il suo commmercialista. <strong>Faletti</strong> che, non riuscendo a dormire, tenta di calcolare a mente quanto riesce a ricavare ogni volta che pigia un tasto del suo computer. <strong>Faletti</strong> e l’immortalità dell’anima. <strong>Faletti </strong>e il manifesto del partito comunista. <strong>Faletti</strong> e il <em>Billet Doux della Smeraldina.</em> <strong>Faletti</strong> e il mondo remoto e<em> remote control</em> di Susie Wong. <strong>Faletti</strong> a Boissano, nel savonese, accasciato sopra un piatto di lasagne al pesto, desiderando trofie con Funari e i politici. <strong>Faletti</strong> immenso e crudele, ritornante ricco e spietato. <strong>Faletti </strong>sempiterno, sempreverde, colore semprevivo Philips. <strong>Faletti</strong> che s&#8217;incendia i polsi pensando avidamente all&#8217;igiene del mondo. <strong>Faletti</strong> una lacrima sul viso, ho capito tante cose, dopo tanti tanti mesi. <strong>Faletti</strong>  non c&#8217;è più niente da fare. <strong>Faletti</strong> che per un attimo di follia crede di assomigliare a Martin Bormann il giorno della disfatta del Reich. <strong>Faletti</strong> e <em>Die deutsche Sozialdemokratie und der nationale Staat</em>, di Martin Heidegger. <strong>Faletti</strong> e il cappone refrigerante. <strong>Faletti</strong> e Dona Flor, per tacere dei suoi due mariti. <strong>Faletti</strong> e il Norvasc 10 mg amlodipina. <strong>Faletti</strong> e le ragioni imprescindibili del cuore spiegate con tanta pazienza e tanto amore da Maria Venturi. <strong>Faletti</strong> e il karma dei Krisma. <strong>Faletti</strong> e il Mondo Cane 2,4,9, 27,7. <strong>Faletti</strong> e <em>Mi voleva Strehler</em>. <strong>Faletti</strong> e Lara Cardella Wanted. <strong>Faletti</strong> e Monsieur Jean du Chas. <strong>Faletti </strong>e il grido di battaglia delle Brigate Rossonere. <strong>Faletti</strong> e le casalinghe autoscattiste bionde. <strong>Faletti</strong> e la Giuseppe Genna Ultrapsychic Masterpieces Inc. <strong>Faletti</strong> e Frida <em>t&#8217;aggio voluto bene</em>. <strong>Faletti</strong> sempre più in alto Grappa Bocchino Sigillo Nero. <strong>Faletti</strong> e la critica letteraria più avvertita tramite telefonata anonima. <strong>Faletti</strong> a cena all&#8217;Isla Bonita con Aldo Nove, Aldo Giovanni e Giacomo, il pittore Faccincani. <strong>Faletti </strong><em>masturbatio serotina semper sana e piscinina</em>. <strong>Faletti</strong> incrudelito dall&#8217;invidia di 5678 scrittori di noir da 89 copie a libro procapite. <strong>Faletti</strong> e il cinema mondiale da Bollywood alla Sachertorte. <strong>Faletti</strong> e la Quinzaine, Lars von Trier ubriaco di Genever e Muccino uomo invisibile. <strong>Faletti</strong> e il Nuovo Cinema Paradiso Maurizia Miracolo Italiano. <strong>Faletti</strong> beve al bar Quadronno un Fernet e per immediata associazione d&#8217;idee pensa a Maigret e al suo &#8220;formidabile&#8221;, regia di Sandro Bolchi. <strong>Faletti</strong> e Memo Remigi a Milano, a Milano. <strong>Faletti </strong>com&#8217;è strano vivere alla grande, eh già. <strong>Faletti</strong> ascolta in cuffia i Bluevertigo e sente arrivare da un certo numero di dischi un leggero ma persistente conato di vomito. <strong>Faletti</strong> che frammischia fischi con <em>fiaschi de vin dal can de Trieste</em>. <strong>Faletti</strong> e la Santa Inquisizione. <strong>Faletti</strong> da bambino, che mette i primi calzoni lunghi e pensa di essere diventato grande.</p>
<p><em>(Ispirato da <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=beckett+liliane+giraudon&amp;searchsubmit=Find">Il mio Beckett</a>, di Liliane Giraudon, tradotto da Andrea Raos. Immagine: Alberto Sughi &#8211; Racconto nero n.4)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/30/il-mio-faletti/">Il mio Faletti</a></p>
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		<title>Intervista a Giancarlo De Cataldo</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2007 10:18:56 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>allego qui la versione estesa di un'intervista fatta a Giancarlo De Cataldo per <strong>GQ</strong>. Quella pubblicata nel numero di agosto, per capirci, è lunga circa la metà</em>]</p>
<p>Vivo un mio personale conflitto d&#8217;interessi. M&#8217;è stato chiesto di intervistare un amico, Giancarlo De Cataldo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/03/intervista-a-giancarlo-de-cataldo/">Intervista a Giancarlo De Cataldo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/cataldo1.jpg" alt="cataldo1.jpg" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>allego qui la versione estesa di un'intervista fatta a Giancarlo De Cataldo per <strong>GQ</strong>. Quella pubblicata nel numero di agosto, per capirci, è lunga circa la metà</em>]</p>
<p>Vivo un mio personale conflitto d&#8217;interessi. M&#8217;è stato chiesto di intervistare un amico, Giancarlo De Cataldo. Potrebbe diventare abbastanza rischiosa la deriva indulgente, la sviolinata in tempo reale, il, per dirla alla maniera di Quentin Tarantino, “farsi i pompini a vicenda”. Ma sono abbastanza certo di non cadere in tale tentazione. Ho dalla mia la fortuna di averlo conosciuto, e rispettato, prima come scrittore e poi, solo poi, come persona. <span id="more-4344"></span><br />
Quindi, seduti al tavolo di una trattoria romana, mi armo di registratore digitale e gli pongo la mia raffica di domande, cercando di evitare di macchiare d&#8217;olio le bozze del suo nuovo romanzo, <em>Nelle mani giuste</em>, che ho avuto il piacere di leggere in anteprima, ma che ormai, per voi che leggete, è già in tutte le librerie e veleggia nelle alte quote delle classifiche di vendita.<br />
Partiamo con un gioco, gli dico, ti faccio un elenco di nomi, dimmi cos&#8217;hanno in comune Imre Kertesz, Carlo Emilio Gadda, Walter Benjamin, Jorge Luis Borges, Fernando Pessoa, Friedrich Dürrenmatt&#8230; “È facile” mi risponde d&#8217;acchito, “il mistero, la narrazione criminale! Sono tutti scrittori che hanno scritto o volevano scrivere un giallo.” Ti senti in buona compagnia? Ride. Quello che cerco di dire è che l&#8217;annosa questione della scrittura di genere catalogata come paraletteratura è smentita dal fior fiore della letteratura contemporanea, in fondo. Alza le spalle. “È solo una cosa italiana, non farci caso. Se vai negli Stati Uniti nei circuiti <em>Barnes &amp; Noble</em>, la diversificazione non è fra il <em>genere </em>e il <em>mainstream</em>, ma fra il “popolare” e il “colto”: tutto ciò che è circuito universitario, Granta, riviste di scrittura creativa, Ellroy, Le Carré, è colto. Per popolare si intende: l&#8217;ultimo discorso del predicatore evangelista, la biografia della starlette, Paulo Coelho.” Ok, allora come lo vogliamo definire <em>Nelle Mani Giuste</em>? “Noi che abbiamo amato il noir siamo oggi coltivatori di scritture di confine. <em>Nelle mani giuste</em> è forse molto più un romanzo storico, è più vicino a Balzac, a Dickens, che un <em>noir</em>. Il romanzo storico, se deve trattare con il male, deve essere mimetico del male. Noi che siamo arrivati a praticare queste scritture di confine tardi abbiamo la fortuna di poterci muovere a cavallo fra il popolare e il colto e questa è una grande risorsa.”<br />
È un&#8217;ossessione tutta italiana questo dover distinguere ciò che è colto da ciò che è popolare, gli dico. “È vero. Ma le cose stanno cambiando. Quando il Giulio II commissionava ad un grande artista la Cappella Sistina, o il Priore della Pieve commissionava all&#8217;ultimo artista di bottega la madonnina da dipingere per i suoi duecento paesani, ciò che li accomunava era il concetto di “commissione”, cioè che si produceva un&#8217;opera, convenzionalmente definita d&#8217;arte, destinata alla fruizione collettiva. Ecco, io questo della fruizione collettiva me lo pongo come problema in pieno. È il rapporto col lettore da parte dello scrittore.”<br />
Rapporto diretto col pubblico che scavalca tutti i passaggi di mediazione che hanno creato, spesso, caste di potere, aggiungo. “Sì! Lo diceva Gramsci nei <em>quaderni</em>: la tradizione letteraria italiana, che è di una piccola borghesia letterata catturata sui banchi del liceo, avrà sempre la tendenza a sottovalutare il fattore mercato, o la fortuna dello scrittore, ma se vuoi ricostruire il costume e il gusto dell&#8217;italiano di un determinato periodo devi tener conto di quello che leggeva, se fosse negli anni Trenta devi tener conto più di Guido da Verona che di Bontempelli o Alvaro. Mentre non sbaglieresti a fare riferimento a Moravia. Non è un problema di farsi leggere dalle masse, perché il rispetto per il lettore non significa disprezzo per la scrittura. Ma è anche vero che la scrittura si può esaurire nella figura dello scrittore sciamano, dell&#8217;autore che lancia le sue profezie dall&#8217;alto del colle. Detto ciò, che tu la voglia mettere sul piano del gusto, o del successo o della fortuna, una differenza di qualità fra le scritture esiste e noi dovremmo forse avere l&#8217;onestà di dire che nel noir italiano si è insinuata una “maniera”. Un conto è raccontare una città catturandole l&#8217;anima, un conto è fare la gretta topografia&#8230; che mi si racconta che c&#8217;è una piazza, che confluiscono 4 vie, che al numero civico 20 di questa via ci abita il tale&#8230; insomma: ma chi se ne frega! Oppure: perché io devo essere informato costantemente di tutte le marche di whisky preferite dal commissario tizio, o tutti i tipi musica che ascolta, i suoi gusti&#8230; se i suoi gusti servono a connotare il personaggio, il suo universo visuale, musicale, simbolico di riferimento, e lo usa come cifra stilistica, va bene, altrimenti a che pro sapere che è stata usata una <em>luger parabellum</em> 7.75, con pallottole 9 x 21 mm?”<br />
Quindi il più grande nemico della scrittura di genere è lo scrittore di genere. “Esatto”.<br />
Sentii dire una volta da Piperno che la letteratura italiana era di bassa qualità perché siamo un paese senza storia, non come Israele che ha una letteratura alta perché piena di accadimenti storici. Io non capivo: in Italia non capita nulla? Da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, dall&#8217;Italicus alla strage di Bologna, giù giù fino ai giorni nostri è successo di tutto, gli ho detto, c&#8217;è un sacco di roba da raccontare, e c&#8217;è qualcuno che lo sta facendo davvero, sei tu che non leggi quei libri! E qui entra prepotente, a gamba tesa direi, <em>Romanzo Criminale</em>.<br />
“Pensa” mi dice, “ a ciò che gli americani sono riusciti a costruire attorno a Cuba e il Vietnam, in fondo due eventi che dovrebbero essere già ampiamente metabolizzati dalla loro storia: una autentica mitologia. Ellroy, Delillo, Oliver Stone&#8230; Il Watergate, che è uno scandaletto, paragonato a quello che vediamo e leggiamo sui giornali italiani ogni giorno, è diventato l&#8217;emblema della corruzione che si insinuava nella corretta e pulita società puritana, e così via.<br />
Il mettersi a lavorare attorno alla Storia e renderla metafora non è diverso da quello che a partire da Walter Scott ha fatto tutta la grande letteratura dell&#8217;800 e il grande cinema italiano fino al <em>Casanova </em>di Fellini. Intorno a questo rapporto con la realtà io mi sono posto la sfida di scrivere un romanzo che riprendesse gli stilemi del noir e i modi del romanzo di formazione ottocentesco. Politica, sentimento, eroi calati nella storia loro malgrado, e rendere il senso di mutazione della Storia attraverso il mutamento dei destini individuali.”<br />
Stiamo parlando di mitopoietica, insomma. Ma senza accademismi. Anche perché ormai siamo al caffé, e tutti e due ci accendiamo chi una sigaretta (io) chi un sigaro (lui, che in effetti ha il fisico del ruolo). Mi racconta una barzelletta in tarantino stretto. È di tale volgarità che rasenta il poetico. Parliamo della sua città, fatta di menti accuminate che spesso la fuggono. Perché? “Io credo che tutti noi meridionali diamo le prove migliori in trasferta” mi dice. “Il terrone gioca sempre il segno due sulla schedina. Forse per una capacità mimetica, una adattabilità, l&#8217;orgoglio di fare bella figura, non so.” Come Cosimo Argentina, nella Brianza Profonda, o Girolamo De Michele, a Ferrara? “Cosimo è una persona appartata, uno che fa il suo lavoro in silenzio, una brava persona. Girolamo mi piace come scrive, è un militante attivo. Io ho rispetto per le controculture, per le opinioni eccentriche, per il dissenso. Non mi sentirò mai fino in fondo nella &#8216;ndrangheta letteraria.”<br />
Gli riferisco una mia teoria: c&#8217;è un dovere della letteratura, quello di fare memoria collettiva, di ricostruire la Storia, quella che non viene raccontata. All&#8217;improvviso, come se ci fosse stata una telefonata collettiva, il territorio nazionale è stato coperto da scrittori che spesso neppure si conoscevano che si sono messi a raccontarlo. “È vero. Anche perché si è coperto un territorio abbandonato dalla cronaca, tranne qualche bell&#8217;esempio di giornalismo d&#8217;inchiesta, Giovanni Bianconi, Giovanni Maria Bellu, oppure le cose che fa Lucarelli in tv. Ma la letteratura italiana non è che non le ha mai fatte, da “i vecchi e i giovani” di Pirandello all&#8217;ultimo Calvino. Poi con la morte di Pasolini diventiamo intimisti, ma i primi romanzi di Macchiavelli su Bologna, sono del 77-78, il nostro difetto è stato di considerarla letteratura di genere, ma, come dire, un po&#8217; come gli amanuensi che salvavano i manoscritti dell&#8217;antichità, la letteratura di genere ha salvato la memoria storica in Italia.”<br />
Eppure non sono d&#8217;accordissimo con Carlotto quando dice che solo il noir, oggi, fa giornalismo d&#8217;inchiesta. Vedi il caso clamoroso di <em>Gomorra</em>. Saviano, col materiale del giornalismo d&#8217;inchiesta, costruisce un oggetto narrativo che è anche un grande romanzo. “Sono d&#8217;accordo con te, io sono un savianiano, ululo di gioia quando vedo i vecchi letterati insorgere contro Saviano. Che si facessero da parte, cazzo!”<br />
E vogliamo rimarcare il diritto di un libro anche di intrattenere, di divertire? Perché dover pensare che solo i libri noiosi debbano essere intelligenti? “Io sono favorevole non solo al meticciato dei generi, ma anche alla contemporanea presenza sul bancone di una varietà di opzioni, cose diverse, che è il libero mercato, e non etichette diverse dello stesso prodotto, che è il pensiero unico. Amo molto i racconti impalpabili, o quelli divertenti, lo humor, il cazzeggio. L&#8217;Italia è un paese con un fortissimo senso del ridicolo, abbiamo questa macchietta geniale dell&#8217;onorevole Trombetta, che la dice lunga sul politico tronfio! Hai presente?” Certo! Per me il mondo si divide in chi ride alle battute di Totò e chi non ride. Io rido.<br />
<em>Romanzo Criminale</em> ti pesa? “Enormemente! Pesa l&#8217;eredità, la paura del nuovo giudizio, il confronto, pesa la condizione d&#8217;obbligo di dover fare qualcosa dopo.” Io fossi stato in te, gli dico, mi davo alla biologia marina! <em>Romanzo Criminale</em> è un libro scritto in stato di grazia, arrivato esattamente quando doveva arrivare, quando mi ricapita una cosa così? Sono un vigliacco? “Il problema me lo sono posto, ma poi c&#8217;è sempre il gusto della conferma, un po&#8217; come l&#8217;atleta che ha vinto l&#8217;olimpiade e va a gareggiare all&#8217;olimpiade successiva, anche se nel frattempo sono arrivati nuovi atleti, più giovani e sono cambiati i metodi di allenamento. Pesa tantissimo, sì. La composizione della struttura di un romanzo, è per me gravosa, più dello stesso lavoro di scrittura, ci ho mezzo 5 anni per fare uscire un nuovo libro.” <em>Nelle mani giuste</em>, anche se virtualmente si può chiamarlo un sequel, è un romanzo molto differente da <em>Romanzo Criminale</em>. La scrittura è profondamente cambiata; <em>Romanzo Criminale</em> è epico, quest&#8217;ultimo è più psicologico. Fermo restando che letta la prima pagina si è catapultato vivido nella mente tutto il mondo del romanzo precedente, si nota subito come i personaggi siano cambiati, modificati. E sono cambiati gli scenari, si esce da Roma, ci sono nuovi protagonisti, prende spazio l&#8217;alta borghesia collusa col potere,che parla una lingua differente dagli sbandati sottoproletari del libro precedente. “<em>Romanzo Criminale</em> è la storia di un progetto e di un sogno, <em>Nelle mani giuste</em> è la storia di una crisi di un progetto, qui agiscono i padroni, l&#8217;unico personaggio che può riallacciarsi a <em>Romanzo Criminale</em> è Pino Marino, al quale do una nota di speranza.” La lingua di questo romanzo cambia. Ogni storia, in fondo, chiede una lingua. “Pensa: <em>America Tabloid </em>e <em>Libra </em>sono la stessa storia, solo che è raccontata o da eroi schizzati, impasticcati, assassini, o da un poveraccio come Oswald. È come cambiare l&#8217;obbiettivo alla cinepresa, cambia la resa estetica.” I personaggi di <em>Nelle mani giuste</em> sono più antipatici, meno coinvolgenti, uno preferisce cadere nel baratro con i personaggi di <em>Romanzo Criminale</em>, piuttosto che sopravvivere e identificarsi con questa gentaglia che amministra il potere. “<em>Nelle mani giuste</em> è un romanzo cupo, dominato da un forte senso di perdita, continuo, ineluttabile, una sorta di entropia italiana in cui l&#8217;unica carica positiva è affidato alle donne.” In effetti ci sono molti personaggi femminili in questo romanzo, che hanno ruoli importanti. “È che ho alzato le mani, a 50 anni. Ormai mi auguro che le donne prendano il nostro posto e lo facciano nel modo giusto. Le donne si denudano l&#8217;anima, parlano, si dicono tutti, noi presi da ansia di prestazione non siamo mai stati capaci di coltivare questa qualità. Non è una ruffianata, è una speranza: se le donne dell&#8217;islam si ribellano, in mondo cambia!”<br />
Nel tuo romanzo tutto accade nell&#8217;arco di un solo anno, il 1993, che diventa una sorta di snodo della storia contemporanea nazionale: la strategia criminale delle bombe mafiose, Tangentopoli, il terrore dei comunisti al potere, le trame per costituire un nuovo ordine, far cambiare tutto perché, gattopardescamente, nulla cambi. “C&#8217;è un filo comune nella storia italiana. Qualcuno dice che il nostro DNA è di destra, non so se sia così. Io credo che ogni volta vince chi riesce ad interpretare meglio il carattere degli italiani. Da questo punto di vista Berlusconi è perfetto.” Come fai dire a un tuo personaggio: &#8216;è così italiano&#8217;. “La mia tesi è che lui non abbia nessuna responsabilità in questa stagione delle stragi, ne sono profondamente convinto. Uno così non aveva bisogno di ricorrere a questi mezzi illeciti per acquisire un potere che gli deriva dall&#8217;essere in assoluta sintonia coll&#8217;anima profonda dell&#8217;Italia, così come la Lega lo è con un certo carattere dell&#8217;Italia degli Onesti Padri di Famiglia del nord est. Le anomalie nazionali siamo noi: certi giudici rompicoglioni, i pochi politici onesti tenaci e progettuali, certi amministratori, alcune donne, pochi scrittori, che cerchiamo di batterci per leggere il reale in modo più complesso. Il copione tipo, in Italia è sempre lo stesso: c&#8217;è un delitto e si cerca subito il colpevole nell&#8217;extracomunitario. Dopo di che si scopre che, 9 volte su 10, è maturato nella buona e sana famiglia italiana. La reazione generale non è di riflettere sulla miseria della famiglia, ma covare risentimento verso quelli che ti hanno tolto l&#8217;illusione. Come è facile pensare che il male venga da fuori&#8230;”<br />
Non ami le comodità, in effetti. Come ti dicevo <em>Nelle mani giuste</em> è un libro coraggioso soprattutto perché non hai ceduto alla tentazione di rifare <em>Romanzo Criminale</em>. “Non mi sarebbe riuscito. Dentro ogni scrittore c&#8217;è il demone di cambiare, tranne nel piacere della serie, anche se poi anche i personaggi seriali mutano. Io ho 10 anni in più da quando ho iniziato a scrivere <em>Romanzo Criminale</em>, ho una calma interiore, una maggiore disillusione.”<br />
In questo nuovo romanzo tutta l&#8217;Italia sembra che viva di dossieraggi selvaggi, non è, come dire, roba da romanzieri? “Dal &#8217;27 Mussolini incominciò la pratica del dossieraggio ad ampia scala, tramite l&#8217;OVRA. Nel corso degli anni si sono gonfiati, passati di mano, e costituiscono una scia di continuità del potere, contiguo a quello ufficiale ma parallelo. A metà dei &#8217;90 si avviò una riflessione sul doppio stato, Tranfaglia, e sul potere di condizionamento dei poteri occulti nei confronti della democrazia italiana, la storia sporca, insomma. Sembra una maledizione dalla quale non si riesce a liberarci. Pensa: 14 casi accertati di deviazione fra Piazza Fontana e l&#8217;Italicus, casi in cui non c&#8217;era una responsabilità diretta degli apparati, ma responsabilità di inquinamento. Tutto questo aveva un senso grandioso e tragico sotto il fascismo, uno contingente all&#8217;inizio della guerra fredda, ne aveva uno drammatico nel periodo della lotta al comunismo, ma ora è diventata solo una guerra per bande, è aziende che spiano altre aziende, questo senso di entropia che affligge i personaggi di Nelle mani giuste è la deriva di una nazione sotto il segno della mediocrità.” Siamo un paese mediocre? “Sì. Siamo un paese che scivola ineluttabile verso la mediocrità.”<br />
Dunque quello che non può fare il giornalista che non ha in mano questi <em>dossier</em>, lo può fare il romanziere? Può raccontare la storia che non si può raccontare? “Ci sono molti giornalisti coraggiosi che fanno giornalismo investigativo, il romanzo è un&#8217;altra cosa, resta comunque un&#8217;opera di fantasia, un&#8217;opera in cui gli snodi storici cedono alla metafora. Io la storia la manipolo anche se non la tradiscono.” È una storia più vera del vero, uno legge il tuo libro e dice: non può che essere così! “Se un ragazzo che non ha mai sentito parlare di quegli anni, legge il libro e ci riflette sopra, è una coscienza conquistata alla causa, e sottratta agli oppiacei. E non è poco, coi tempi che corrono.”<br />
Sono alla seconda sigaretta, sta finendo anche l&#8217;intervista. Mi chiedono sempre, gli dico, come faccia un architetto a scrivere, e io rispondo: De Cataldo fa il magistrato, Piazzese il biochimico&#8230; “Jannacci il medico, e così via&#8230; io sono molto laico sull&#8217;argomento: ci sono scrittori che non hanno fatto altro che scrivere nella vita e mi va benissimo, ma a me è andata diversamente. Comunque negli anni questa domanda me la fanno sempre meno spesso.” Ma la mia domanda è un&#8217;altra: ci riesci ancora a fare il magistrato? “Per il momento sì, ma l&#8217;attività di scrittura sta diventando sempre più assorbente, a volte sono cullato dalla tentazione di mollare, ma so che mi mancherebbe. E non mollo.”</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/03/intervista-a-giancarlo-de-cataldo/">Intervista a Giancarlo De Cataldo</a></p>
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