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	<title>Nazione Indiana &#187; Giampaolo Simi</title>
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		<title>Shock the Monkey</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 00:36:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giampaolo Simi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>&#160;</p>
<p><strong>Welcome to the jungle</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Va bene, hai comprato una licenza. Paghi una concessione. Sono soldi, lo sappiamo. Ma c&#8217;è chi esce dall&#8217;università dopo anni di studio, chi investe in corsi professionali più o meno abilitanti, in lunghi tirocinii, in master costosi o in stage di lavoro non retribuito, chi è obbligato a spendere per aggiornarsi e reinventarsi per stare sul mercato, o semplicemente chi scommette sulla voglia di fare meglio il proprio lavoro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/shock-the-monkey/">Shock the Monkey</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41466" title="jlkong2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/jlkong2.jpg" alt="" width="199" height="203" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Welcome to the jungle</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Va bene, hai comprato una licenza. Paghi una concessione. Sono soldi, lo sappiamo. Ma c&#8217;è chi esce dall&#8217;università dopo anni di studio, chi investe in corsi professionali più o meno abilitanti, in lunghi tirocinii, in master costosi o in stage di lavoro non retribuito, chi è obbligato a spendere per aggiornarsi e reinventarsi per stare sul mercato, o semplicemente chi scommette sulla voglia di fare meglio il proprio lavoro. E in mezzo a tutti questi, mi riferisco a persone che si ritrovano oggi a svolgere un mestiere prettamente intellettuale o inerente alla produzioni di beni e servizi culturali. Dai precari della scuola ai ricercatori dell&#8217;università, dai musicisti agli sceneggiatori, dai giornalisti e fotoreporter freelance agli organizzatori di eventi culturali, dai restauratori ai librai, dai traduttori alle mille professioni dello spettacolo (<em>l&#8217;indotto</em>, potremmo chiamarlo).<br />
Tutte queste persone non hanno investito soldi solo perché non c&#8217;è un pezzo di carta timbrato che lo quantifichi nero su bianco? Non mi pare. Qualcuno ha difeso le attività commerciali delle piccole librerie indipendenti dalla concorrenza delle grandi catene? Non mi ricordo. Avete, per dire, visto scrittori sfilare con i megafoni per chiedere che lo Stato finanziasse le traduzioni all&#8217;estero di autori italiani invece di pagare le multe  per le quote latte degli allevatori padani furbetti? Neanche.<br />
Del resto, queste categorie professionali iper-atipiche non sono cresciute con la pretesa del lavoro assicurato, hanno sempre sgobbato in regime di naturale concorrenza, abituandosi ben presto a una estrema flessibilità.<br />
Troppo variegati, incapaci a fare lobby, scarsamente coesi e non sindacalizzati, questi lavoratori sembravano l&#8217;icona perfetta degli imprenditori di se stessi dell&#8217;utopia liberal-individualista, e invece in Italia sono stati i primi a essere colpiti dai governi di centro-destra.<br />
Negli ultimi quindici anni i settori dove lavorano queste persone sono stati infatti sottoposti a un bombardamento costante, iniziato ben prima della crisi economica, in quanto progetto sistematico di de-intellettualizzazione del Paese. Un&#8217;offensiva brutale condotta sul fronte economico, con i tagli delle risorse all&#8217;istruzione e alla cultura, e su quello socio-antropologico, con la svalutazione forzosa del concetto stesso di intellettuale a piagnone residuale o a ornamento parlante del potere.<br />
Cosa potevano fare, del resto, questi lavoratori? Occupare teatri, scrivere corsivi, suonare per strada, lanciare chilometriche raccolte di firme su internet, ammonire su come sarà triste e deprimente vivere in un Italia senza più teatri, musei e biblioteche (e senza neppure banda larga e wi-fi libero, fra l&#8217;altro).<br />
Un violinista o uno scrittore non avevano e non hanno il potere di lasciarvi con il serbatoio a secco, di non farvi arrivare il pane o di abbassare la saracinesca mentre il mal di denti vi tormenta. Non hanno neanche mai minacciato il presidente del Consiglio con frasi del tipo “ci ascolti o sarà l&#8217;inferno”. Meno che mai hanno organizzato blocchi stradali, intimidazioni e violenze di stampo mafioso.<br />
Di converso, nessun ministro si azzarda a definire un farmacista o un tassista “parassita” o rappresentante di un&#8217;“Italia leggermente schifosa”, come il non rimpianto Brunetta ebbe a sentenziare sul mondo del cinema italiano non più tardi di due anni fa.</p>
<p><em>Welcome to the jungle </em><br />
<em>We take it day by day </em><br />
<em>If you want it you&#8217;re gonna bleed </em><br />
<em>But it&#8217;s the price you pay</em><br />
(Guns &#8216;n Roses)</p>
<p>D&#8217;ora in poi sarà dura per tutti come è stata per noi in questi quindici anni. Non ne sono affatto felice, sia chiaro. E se devo entrare, un po&#8217; alla grezza, nel merito della questione, secondo me l&#8217;ondata di liberalizzazioni non servirà a una beneamata mazza. La libera concorrenza non si impone per decreto in due settimane, è un dato culturale che tanti italiani (il tassista come il top manager, l&#8217;allevatore come il farmacista) non possiedono, presupporrebbe un cambio di mentalità che abbiamo rifiutato trent&#8217;anni fa, quando i soldi giravano e nessuno avrebbe rischiato di finire in miseria da un giorno all&#8217;altro.<br />
I tanti lavoratori precari e flessibili della cultura sono stati le cavie, i primi della lista perché al tempo stesso i più fastidiosi e i meno pericolosi. E i meno necessari, perché “con la cultura non si mangia” delirava pochi mesi fa un altro non più ministro. Ma il giorno in cui anche un tassista potrà fallire come un qualsiasi altro imprenditore, la colpa potrà anche essere stata del libero mercato selvaggio, certo. Ma quel giorno anche il tassista finalmente si accorgerà che, nei nostri centri storici sempre più spopolati e spettrali, non c&#8217;è più un concerto, una mostra o un teatro a cui portare qualcuno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/shock-the-monkey/">Shock the Monkey</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Giù la mascherina: nuovo al cinema italiano</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 05:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa voglio di più” di Silvio Soldini]]></category>
		<category><![CDATA[Giampaolo Simi]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra vita di Daniele Luchetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/maschera.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Per anni abbiamo visto in molti film italiani grandi appartamenti borghesi, graziose mansarde con affaccio mozzafiato, loft ristrutturati e impreziositi dal design con studiata nonchalance. In quegli interni si è consumato un lungo divorzio, per altro del tutto consensuale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/08/giu-la-mascherina-nuovo-al-cinema-italiano/">Giù la mascherina: nuovo al cinema italiano</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/maschera.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/maschera-300x225.jpg" alt="" title="maschera" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-35550" /></a><br />
di<br />
<strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Per anni abbiamo visto in molti film italiani grandi appartamenti borghesi, graziose mansarde con affaccio mozzafiato, loft ristrutturati e impreziositi dal design con studiata nonchalance. In quegli interni si è consumato un lungo divorzio, per altro del tutto consensuale. Si è trattato del divorzio fra il tanto invocato <em>Paese reale</em> e coloro che si prendevano la responsabilità – o si sentivano capaci – di raccontarlo o, per meglio dire, di provare a interpretarlo. Fra una parte dell&#8217;élite culturale e la working class, per tagliarla un po&#8217; alla grezza. Con il ceto medio preso in mezzo e diviso, come spesso succede ai figli nelle separazioni. I professori di liceo e gli impiegati da una parte, i metronotte e i piastrellisti dall&#8217;altra, nonostante un medesimo status di lavoratore dipendente e magari stipendi con il medesimo potere d&#8217;acquisto in caduta libera.<br />
Un divorzio consumatosi parallelamente in altre forme artistiche, come la narrativa. Ma in quel caso risultava più naturale, meno vistoso e preoccupante, perché investiva un ambiente (almeno in Italia) storicamente più ristretto ed estraneo all&#8217;intrattenimento di massa.<br />
C&#8217;è voluto del tempo perché un film italiano non indipendente indugiasse significativamente su un angolo cottura da magazzino della convenienza. O su una modesta scarpiera che ingombra un angusto disimpegno. È successo a distanza ravvicinata con “Cosa voglio di più” di Silvio Soldini e con <a href="http://www.youtube.com/watch?v=MH8XDkxHQK8">“La nostra vita” di Daniele Luchetti.</a><br />
<span id="more-35549"></span><br />
<object width="640" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/3TZcjG_HSPw&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/3TZcjG_HSPw&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="640" height="385"></embed></object></p>
<p> È ugualmente significativo che entrambi i film insistano sulle possibili varianti dell&#8217;universo-casa, dai box doccia da montare ai cataloghi di mobilia economica on line, dai litorali incancreniti di cemento alle palazzine in cui il ceto medio è stato scaraventato, ben al di là delle vecchie periferie.<br />
Non era più tollerabile che film di grande visibilità, con attori e registi importanti, rimanessero rintanati in un paesaggio culturale e materiale medio-alto. Nel momento in cui lo fanno, si coglie distintamente quanto il divorziodi cui sopra sia stato tutt&#8217;altro che una sfuriata finita male, un&#8217;incomprensione degenerata. È volato di tutto, dalle sedie al servito buono, altro che. E i cocci si vedono ancora.</p>
<p>Di fronte a questo genere di storie, inutile non tirare in ballo Ken Loach. Ma non è esterofilia. Loach è un catalogo vivente dei pregi e dei rischi, della potenza e dei limiti di questo tipo di storie e del cinema che le vuole raccontare.<br />
Nei suoi film migliori, Loach indovina quella delicatissima alchimia di compartecipazione e distacco che gli permette di “starci dentro” con la pancia e di non sentenziare con la testa, di rivendicare la sua visuale panoramica di intellettuale, ma senza boria. Un approccio che somiglia molto a uno stato di grazia.<br />
Questo stato di grazia, ne “La nostra vita” e in “Cosa voglio di più” non c&#8217;è. E forse non ci può essere. Almeno non ancora. Potremmo dire che il film di Soldini pecca per difetto, sposando una sobrietà che alla fine comprime troppo il nostro sguardo sul dolore finale dei due amanti protagonisti. Rischia così di subordinare al reddito non solo la possibilità di vivere una passione, ma anche quella di permettersi la sofferenza, di ambire alla grandezza della, seppur intima, tragedia.<br />
Quello di Luchetti pecca in eccesso, rendendo invece plateale il dolore del muratore Claudietto per la morte della moglie. Con il rischio di far scivolare un evento scatenante dal territorio dei “motivi” a quello delle “giustificazioni” per il modo spregiudicato in cui il protagonista proverà a reagire e a farsi largo nel lavoro. </p>
<p>Questo meccanismo di compensazione mi sembra rivelare qualcosa che si avvicina al nocciolo del problema. Per coglierlo, dobbiamo essere onesti. La working class italiana di oggi a noi intellettuali, non ci piace. Non può piacerci. Si indebita per il superfluo ed evade le tasse per campare la famiglia, erige compulsivamente verandine, passa le domeniche nei centri commerciali a sognare Rimini. E poi, da quando l&#8217;hanno convinta che non esistono più né la destra né la sinistra, vota sempre più a destra. Prima la snobbavamo, ora la detestiamo. Ne siamo, sia chiaro, ampiamente ricambiati. Ma non è sopportabile raccontare la storia di uno che si detesta. E allora bisogna bilanciare questa avversione aggiungendo elementi narrativi che ci rendano umana una creatura altrimenti aliena: Claudietto il muratore è uno sciagurato fondamentalista dell&#8217;ideologia del fare senza pensare, sì, ma gli è morta la moglie e ha tre figli da mantenere.<br />
Ecco, questo errore nel miglior Ken Loach non c&#8217;è. Con rigore talvolta didascalico, Loach racconta come gli ingranaggi socio-politico-economici comprimono, schiacciano gli esseri umani, fino a spremere dal personaggio ribellione, dolore, riscatto, disperazione. Questo perché Loach non detesta i propri protagonisti e non ha bisogno di giustificarli, ricompensarli o renderseli artificiosamente vicini. Non sente verso di loro alcun senso di colpa per averli trascurati, e quindi non sente di dover far loro sconti. Tantomeno ha l&#8217;atteggiamento paternalistico dell&#8217;intellettuale italiano sulle classi meno istruite così efficacemente stigmatizzato da Gramsci in Manzoni.</p>
<p>Nell&#8217;Italia di oggi, poi, tutto è ancora più complicato: uno come Claudietto non legge i libri che scriviamo e se ne vanta pure, rifugge orgogliosamente il teatro, affolla il cinema ormai solo per il 3D e si veste come il vincitore dell&#8217;ultimo reality. In sintesi, vive in un altro Paese e parla un&#8217;altra lingua. Potremmo scrivere libri e film di denuncia intransigenti e feroci su questi italiani, ma in Italia, oggi, i diretti interessati potrebbero stentare ad accorgersene.<br />
Ovvio quindi che la dimensione personale, la storia di relazioni e di sentimenti sia giustamente scelta, da Luchetti come da Soldini, per tentare di ritrovare un terreno di racconto condivisibile, per tornare a parlarsi dopo tanto tempo, per ricostruire un ponte sopra questa frattura profonda.<br />
Due storie così vanno verso la giusta direzione, regalano boccate d&#8217;ossigeno di realismo necessario, bucano finalmente la bolla asfittica di ambienti autoreferenziali, ma ancora non traggono tutte le conseguenze dalle proprie premesse. Salvano i protagonisti ben prima di aver fatto loro sperimentare l&#8217;inferno. Provano a disegnarli tridimensionalmente, ma ancora sottolineano un disappunto estetico per impiegatucce e manovali, per le tute di acetato e i locali latino-americani con le palme finte e i drink allungati.</p>
<p>Rivelano insomma quanto quel divorzio sia stato devastante, ancorché consensuale. Ci sbattono in faccia (in questo senso impietosamente) quanto disagio ci provochi l&#8217;Italia in cui ci si vanta di essere ignoranti e ci si vergogna di non essere ricchi. È proprio nei loro difetti questi due film hanno il grande merito di suscitare domande non più eludibili: come si racconta l&#8217;Italia che non vuole essere raccontata, ma solo guardata? Che senso può avere una prospettiva vagamente neorealista, nell&#8217;epoca in cui la tv si è autocostituita reality? Dove ritroviamo quella serenità impietosa che uno come Loach ha saputo centrare nei suoi momenti migliori? E quando saremo capaci di dannare i nostri personaggi senza condannarli, di salvarli senza assolverli?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/08/giu-la-mascherina-nuovo-al-cinema-italiano/">Giù la mascherina: nuovo al cinema italiano</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>pop polar #1 &#8211; Giampaolo Simi</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 05:48:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Spinoza-encule-Hegel-copy.jpg"></a></p>
<p>di<br />
<strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Mai stato uno di quelli che muove le dita nelle scarpe quando gli danno del noirista o del giallista. Non l&#8217;ho fatto quando pareva di ammettere uno stato di minorità culturale, né quando poi faceva figo dirlo, non lo faccio ora che viene avvertito di nuovo come riduttivo (questa volta non dai critici, nel frattempo estintisi, ma dagli scrittori stessi).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/27/pop-polar-1-giampaolo-simi/">pop polar #1 &#8211; Giampaolo Simi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Spinoza-encule-Hegel-copy.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Spinoza-encule-Hegel-copy.jpg" alt="Spinoza encule Hegel copy" title="Spinoza encule Hegel copy" width="262" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-25469" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Mai stato uno di quelli che muove le dita nelle scarpe quando gli danno del noirista o del giallista. Non l&#8217;ho fatto quando pareva di ammettere uno stato di minorità culturale, né quando poi faceva figo dirlo, non lo faccio ora che viene avvertito di nuovo come riduttivo (questa volta non dai critici, nel frattempo estintisi, ma dagli scrittori stessi).<br />
Ho anche partecipato a delle tavole rotonde sulla differenza fra il noir e il giallo che non sono terminate in suicidi collettivi per torpore comatoso.<br />
Piuttosto, mi opprime l&#8217;idea di essere sempre in un dopo. È troppo tempo che stiamo tutti in un dopo qualcosa, come se non riuscissimo a pensare di essere prima di qualcosa e a guardare avanti.<br />
Se parliamo di <a href="http://satisfiction.menstyle.it/136/satisfiction-128-il-post-noir">post-noir</a> saremmo inoltre di fronte al post di qualcosa che a malapena c&#8217;è stato. Nessuno dichiara mai di credere alle etichette, forse per timore di somigliare a un farmacista pignolo. Io comunque credo alle parole, specie quando sono parole vive. E noir è una parola che avendo vissuto per più della metà del Novecento, ha conosciuto una certa stratificazione di significati. Ma mi sento di dire che quanto si è visto nel panorama italiano degli ultimi dieci anni, con questa parola, anche nel suo significato più estensivo, ha poco a che vedere.<br />
<span id="more-25468"></span><br />
Nel noir si è sicuramente svolto l&#8217;immenso lavoro di Luigi Bernardi, di noir più propriamente detto si può parlare per Carlotto, per il primo Ferrandino, per alcune opere di Lucarelli e De Cataldo, per i recenti esordi di Petrella, per poi ritrovarlo come timbrica o sfumatura, e quindi diluito in percentuali variabili, in altri autori. Ma l’approccio più radicale, quello di raccontare la storia di un patto con il diavolo, senza sapere neppure se il diavolo esiste, si è fatto con il tempo e con l’accrescersi della produzione sostanzialmente minoritario. Se proprio dobbiamo inaugurare una nuova stagione post-qualcosa, direi che dovrebbe essere il post-giallo, o il post-neo-giallo, dato che il giallo, termine autoctono molto vago ma di cui esorterei a non avere vergogna, ha continuato a tenere il centro della scena nelle sue varie sfumature, da Camilleri a Carofiglio, dalla prof della Oggero al Soneri di Varesi.<br />
Personalmente non fremo di piacere nel crocifiggere il giallo accusandolo di essere consolatorio e rassicurante. Direi che tende a raggiungere delle certezze, quando non oggettive, almeno interiori. Non lo dipingo nemmeno come un mastino più o meno furbo o dell&#8217;ordine costituito. Ironia della sorte, uno degli scrittori che più sembrava intercettare certi pruriti spicci della maggioranza silenziosa degli anni &#8217;60, cioè Giorgio Scerbanenco, è ancora oggi esempio di una prospettiva rude e sporca raramente eguagliata da fior di anticonformisti.</p>
<p>Direi poi che il nostro giallo tende a ricostituire, se non un ordine, almeno un equilibrio. Io non giudico certezze ed equilibrio dei disvalori. Anzi. Come tutte le cose preziose sono rarissimi, è questo il problema.<br />
Da lettore giudico di volta in volta la qualità, la ricchezza, la plausibilità, di questi punti di arrivo. Se una storia mi conduce a un&#8217;armonia finale profondamente diversa, sorprendente e più autentica di quella da cui è partita, credo sia una buona storia, non necessariamente consolante e conformista. Ecco perché, quando Serino su Satisfiction affermò che i noiristi italiani erano tutti dei &#8220;lecca-lecca sociali&#8221;, mi parve che l&#8217;affermazione fosse costruttiva come certi, ben noti, bombardamenti chirurgici.</p>
<p>Ora sembrerà che salti di palo in frasca.<br />
Giorni fa ho ascoltato Paolo Virzì dire che la commedia all&#8217;italiana è tramontata perché il suo cinismo corrodeva la patina ipocrita dei buoni sentimenti e del pietismo cattolico. E magari anche di certe virtù repubblicane sbandierate solo a parole. Oggi, in pieno basso impero, siamo così spudoratamente cinici che quel tipo di storie non smaschererebbero più niente.<br />
Torno al palo: forse il noir italiano ha ceduto porzioni di territorio a forme di indagine più tradizionali e rassicuranti anche perché si trova in un Paese sprofondato in una drammatica crisi di legalità e in un disorientamento etico tutt&#8217;altro che negato o nascosto. Senza più patine da corrodere o finzioni da smascherare. Un Paese dove l&#8217;agire illegale o para-criminale è difeso e rivendicato a suon di “non mi farò intimidire”. Dove l&#8217;assassino più improvvisato non crolla mai, elude il senso di colpa come il più scafato dei tagliagole. Oppure, se confessa, poi chiede candidamente: &#8220;ora posso ritornare a casa?&#8221;.<br />
Penso che molti lettori esprimano quindi un bisogno, assai sbrigativo, di certezze, di punti di riferimento. Condivisibile? Salutare? Io non credo, ma questo è un altro problema.<br />
Il punto che mi interessa ora è che il noir, se vogliamo isolare almeno uno dei suoi elementi costitutivi basilari, non è nato per dare certezze. Ad esempio, adotta fin dagli albori una soggettività rigorosa, rivoluzionaria, che si rivela fonte di dubbi (e di ricerche) continui. Cosa so davvero? Cosa credo di sapere? E quindi cos&#8217;è la realtà che percepisco? Basta pensare a Woolrich e al cinema che ha ispirato.<br />
Da rivoluzionarie, quelle domande sembrano oggi diventate insostenibili. Perché se nel secolo scorso erano domande che tentavano di illuminare il buio, oggi sono interrogativi che scivolano su un rutilante, incessante overload di dati contraddittori, in gran parte né veri né falsi, ma piuttosto simili al cibo spazzatura, che non è né velenoso né disgustoso: contiene semplicemente calorie vuote che simulano il nutrimento tramite la sensazione di sazietà.</p>
<p>Proprio questa radice fortemente soggettiva che il cinema noir condivide, all&#8217;inizio della sua storia, con il romanzo hard-boiled, può a mio parere condurci lontano. Può regalarci un racconto onesto e impietoso della crisi che stiamo vivendo, dato che emerse, guardacaso, proprio nel 1929, in un periodo di crisi profonda oggi spesso richiamato come termine di paragone. Può restituire al romanzo (senza etichette) una delle sue vocazioni più importanti: la tridimensionalità del personaggio.<br />
Può anche liberarci da certe ipertrofie della trama, da tentazioni di grandi affreschi non così inediti né convincenti. E infine dal concepire una storia solo come una catena di montaggio di colpi di scena, in cui i personaggi paiono risorse umane da dislocare strategicamente e da sfoltire sbrigativamente alla bisogna, prima di chiudere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/27/pop-polar-1-giampaolo-simi/">pop polar #1 &#8211; Giampaolo Simi</a></p>
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