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	<title>Nazione Indiana &#187; gianni biondillo</title>
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		<title>Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 17:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Khaled Khalifa</strong></p>
<p>[<em>Pubblico questo disperato appello che ci giunge dalla Siria, di Khaled Khalifa. La lettera, datata lunedì 6, è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo, cinese, norvegese e albanese. Viene tradotta per la prima volta in italiano grazie all'alacre impegno e passione di Barbara Teresi, che qui ringrazio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/">Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/khaled-khalifa.jpg" alt="" title="khaled-khalifa" width="202" height="267" class="alignleft size-full wp-image-41639" /> di <strong>Khaled Khalifa</strong></p>
<p>[<em>Pubblico questo disperato appello che ci giunge dalla Siria, di Khaled Khalifa. La lettera, datata lunedì 6, è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo, cinese, norvegese e albanese. Viene tradotta per la prima volta in italiano grazie all'alacre impegno e passione di Barbara Teresi, che qui ringrazio.</em> G.B.]</p>
<p>Amici, scrittori e giornalisti di ogni parte del mondo, e specialmente voi che vi trovate in Cina e in Russia, vorrei mettervi al corrente del fatto che il mio popolo si trova a fronteggiare un genocidio.<br />
Da una settimana a questa parte le forze del regime siriano hanno intensificato i loro attacchi alle città insorte, e in particolare Homs, Zabadani, Rastan, la provincia di Damasco, Madaya, Wadi Barada, Figeh, Idlib e i paesini del Monte Zawiya. Durante questa settimana, e fino ad ora, mentre vi scrivo queste righe, sono caduti più di mille martiri, tra cui molti bambini, e centinaia di case sono crollate addosso ai loro abitanti.<br />
La cecità di cui soffre il resto del mondo ha incoraggiato il regime a cercare di far piazza pulita della rivoluzione pacifica in Siria con una brutalità senza eguali. L’appoggio di Russia, Cina e Iran, e il silenzio del resto del mondo nei confronti dei crimini perpetrati alla luce del sole, hanno consentito al regime di decimare il mio popolo durante gli ultimi undici mesi, ma in quest’ultima settimana, dal 2 febbraio a oggi, i segni della carneficina si sono fatti più evidenti.<br />
Quella delle centinaia di migliaia di siriani scesi per le strade delle loro città e dei loro paesi la notte del massacro di Khalidiyya, tra venerdì e sabato scorsi, con le mani alzate in preghiera, in lacrime, è una scena che spezza il cuore e richiama l’attenzione del mondo sulla tragedia umanitaria siriana. È altresì un’esternazione chiara, senza veli, del nostro sentirci orfani, abbandonati dal mondo, mentre i politici si limitano a vane parole e sanzioni economiche che non fermano gli assassini né trattengono i carri armati imbrattati di sangue.<br />
Il mio popolo, che ha affrontato la morte a torso nudo, armato di soli canti, in questo preciso momento si trova a fronteggiare una campagna di genocidio: le nostre città ribelli sono soggette a uno stato d’assedio senza precedenti nella storia delle rivoluzioni, un assedio che impedisce al personale medico di prestare soccorso ai feriti, mentre gli ospedali da campo vengono bombardati a sangue freddo e distrutti. Non è consentito l’ingresso alle organizzazioni umanitarie, le comunicazioni telefoniche sono interrotte, cibo e medicine sono bloccati, al punto che il contrabbando di una sacca di sangue o una compressa di paracetamolo nelle zone sotto assedio è considerato un reato punibile con la detenzione nelle carceri per prigionieri politici, teatri di torture i cui dettagli, se mai un giorno doveste venirne a conoscenza, vi impressionerebbero.<br />
Nel corso della sua storia moderna, il mondo non ha mai visto un coraggio e un valore come quelli mostrati dai rivoluzionari siriani nelle nostre città e nei nostri paesi. Così come non ha mai assistito prima d’ora a una connivenza e un silenzio simili, che ormai possono essere considerati alla stregua di complicità nello sterminio della mia gente.<br />
Il mio popolo è un popolo di pace, di caffè e musica che mi auguro un giorno possiate gustare anche voi, e di rose di cui spero possiate sentire il profumo, affinché sappiate che il cuore del mondo è oggi vittima di un genocidio e che il modo intero è complice nello spargimento del nostro sangue.<br />
Non riesco a spiegare nulla di più in questi momenti cruciali, ma spero di avervi esortati a mostrare la vostra solidarietà al mio popolo con i mezzi che riterrete più opportuni. So che la scrittura è impotente e nuda di fronte al frastuono dei cannoni, dei carri armati e dei missili russi che bombardano città e civili inermi, ma non mi va che anche il vostro silenzio sia complice dello sterminio del mio popolo.  </p>
<p><strong>Khaled Khalifa</strong> <em>è nato ad Aleppo nel 1964. È romanziere, poeta e sceneggiatore per la TV e il cinema. Nel 2008 il suo romanzo </em>Elogio dell’odio<em>, in Italia edito da Bompiani, è entrato a far parte della rosa dei finalisti dell’International Prize for Arabic Fiction, il più importante riconoscimento letterario nel mondo arabo. Il romanzo, censurato in patria, è stato tradotto in molte lingue.</em> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/">Lettera aperta agli scrittori di tutto il mondo</a></p>
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		<title>Costruire il bello</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 09:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Pasolini e Ninetto sono a fianco della macchina da presa che inquadra la città di Orte. Il poeta spiega che ha una forma perfetta, ma se si allarga l’obiettivo, e s’include nella visione le case moderne, che sorgono lì accanto, ci si accorge che “la massa architettonica è deturpata, rovinata”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/08/costruire-il-bello/">Costruire il bello</a></p>
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<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Pasolini e Ninetto sono a fianco della macchina da presa che inquadra la città di Orte. Il poeta spiega che ha una forma perfetta, ma se si allarga l’obiettivo, e s’include nella visione le case moderne, che sorgono lì accanto, ci si accorge che “la massa architettonica è deturpata, rovinata”. È il 1974 e il regista sta girando un documentario televisivo sulla forma della città, e si pone in modo diretto il problema della bellezza. È una visione che lo strazia, e di cui ha dato conto in alcuni degli articoli sul “Corriere”.<br />
Sono trascorsi quasi quarant’anni e il problema della bellezza esplode di nuovo, e in modo radicale, davanti ai nostri occhi. Un tempo era ritenuto un argomento di “destra”, come se l’estetica non potesse coniugarsi con l’etica; oggi gli italiani interrogati dal Censis, dentro questa crisi economica, scoprono che le loro città sono brutte, o rischiano di imbruttirsi ulteriormente, e capiscono in modo lampante che costruire un edificio bello non costa di più che costruirne uno brutto. Una città brutta fa vivere male, pensare male e anche sognare male. Pasolini aveva ragione: stiamo dilapidando la nostra ricchezza che consiste nella bellezza, nel vivere in città che possiedono il <em>genius loci</em>. E non è solo questione di architetture del passato. A Parigi, decenni fa, il Beaubourg, architettura high-tech, progettata da Piano e Rogers, ha creato uno spazio urbano vivibile e caratteristico, e persino bello. L’architettura non ha solo un valore estetico, ma, come spiega l’inchiesta del Censis, può avere anche un valore economico. Possono i sindaci delle grandi città italiane, come quelle di provincia, e i loro assessori all’urbanistica, pensare alla bellezza oltre che alle carte bollate e alla burocrazia?<br />
Faccio un caso recentissimo ed esemplare. A Milano, proprio di fronte al Cimitero Monumentale, uno dei punti simbolici della città, ricco di sculture funebri, e con il celebre Famedio dei cittadini illustri, un infausto piano urbanistico, confezionato dalla giunta Moratti e proseguito e perfezionato dalla giunta Pisapia, prevede la costruzione di un albergo di nove piani dentro l’area di rispetto, un edificio in stile postmodernista in ritardo di vent’anni. Lì accanto un vecchio palazzo dell’Enel degli anni Trenta dovrà essere demolito per far posto a un ecomostro di nove piani in un quartiere di case che al massimo ne hanno quattro. Parte di questi edifici è di edilizia convenzionata, ovvero per le classi meno abbienti. Un’iniziativa opportuna, dare una casa a prezzi calmierati, ma per farlo si costruisce un bruttissimo palazzo fuori scala a venti minuti a piedi dal Duomo.<br />
In un libro provocatorio ed efficace, <em>Maledetti architetti</em>, Tom Wolfe racconta la storia delle case popolari di Pruitt-Igoe a Saint Louis, progettate e costruite nel 1965 dallo sfortunato architetto Minoru Yamasaki, quello del World Trade Center di NY. Meno di vent’anni dopo in un’affollata assemblea plenaria gli inquilini suggerirono di abbatterle. Era la prima volta in cinquant’anni che si chiedeva un parere a chi abitava gli edifici operai. La vox populi intonò in coro: “Blow it…up! Blow it… up!”, Buttatelo giù! Nel 1972 i tre caseggiati centrali vennero demoliti con la dinamite. Erano un esempio di perfetta architettura modernista. Possibile che non si possano costruire case belle? Abbiamo in Italia più architetti che in tutti gli altri paesi d’Europa. Non è forse venuto il momento che si faccia una riflessione pubblica per questo? La bellezza non è né di destra né di sinistra. Dostoevskij pensava che potesse salvare il mondo. Possono il sindaco di Milano e il suo assessore all’urbanistica riflettere su questo senza ricorrere alla lingua dei regolamenti e dei piani edilizi? E con loro tutti i primi cittadini dell’ex-Bel Paese?</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>La Stampa,<em> ieri</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/08/costruire-il-bello/">Costruire il bello</a></p>
<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Area ex Enel, Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:24:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><strong>INVITO PER CONFERENZA STAMPA<br />
Area ex Enel, Milano</strong></p>
<p>Dopo il dibattito aperto sui giornali nazionali e cittadini, e nel web, circa la costruzione di un edificio di 9 piani destinato ad albergo, un nuovo insediamento abitativo di 9 piani, e il museo dell’ADI, con gli interventi di Belpoliti, Biondillo, Biraghi, Molinari e Marone, e con le risposte, fra le altre, del Sindaco Pisapia e dell’Assessore all’Urbanistica di Milano, Lucia De Cesaris, viene presentato l’appello firmato da 100 intellettuali, artisti, scrittori, architetti, imprenditori, ecc.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/area-ex-enel-milano/">Area ex Enel, Milano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>INVITO PER CONFERENZA STAMPA<br />
Area ex Enel, Milano</strong></p>
<p>Dopo il dibattito aperto sui giornali nazionali e cittadini, e nel web, circa la costruzione di un edificio di 9 piani destinato ad albergo, un nuovo insediamento abitativo di 9 piani, e il museo dell’ADI, con gli interventi di Belpoliti, Biondillo, Biraghi, Molinari e Marone, e con le risposte, fra le altre, del Sindaco Pisapia e dell’Assessore all’Urbanistica di Milano, Lucia De Cesaris, viene presentato l’appello firmato da 100 intellettuali, artisti, scrittori, architetti, imprenditori, ecc. milanesi, e non solo, diretto al Sindaco per rivedere il progetto di intervento edilizio nell’area prospiciente il Cimitero Monumentale, e nelle vie Bramante e Procaccini. </p>
<p>L’appello è firmato da persone come <strong>Gherardo Colombo, Luigi Brioschi, Marco Travaglio, Salvatore Settis, Mario Botta, Joseph Grima, Gabriele Basilico</strong> e molti altri. </p>
<p>Oltre all’appello verrà anche presentato un documento che riassume le questioni procedurali, e di sostanza, che sono implicate da questo intervento urbanistico e che hanno ispirato un ricorso al Tar da parte degli abitanti della zona.</p>
<p>Cosa ci guadagna e cosa ci perde la cittadinanza da questo intervento?<br />
Perché è stato fatta una variante al PGT per dar corso con urgenza a questo intervento? Si tratta di un piano urbanistico d’interesse generale per la città o piuttosto di un’impresa immobiliare privata? Perché costruire dentro la zona di rispetto del Cimitero Monumentale, in uno dei luoghi rilevanti della città? Nelle procedure avviate dagli uffici comunali ci sono contraddizioni ed errori? </p>
<p>Nella volontà di sollecitare un ripensamento sul progetto dell’area ex Enel, il gruppo dei promotori dell’iniziativa invitano stampa, radio, televisioni, siti web, a partecipare alla conferenza stampa, un momento per allargare l’informazione sull’intera questione e per offrire un’occasione di discussione e di democrazia partecipata all’intera città.</p>
<p><em>Marco Biraghi, Marco Belpoliti, Gianni Biondillo, Luca Molinari, Roberto Marone, Alberto Saibene</em>   </p>
<p>(altre informazioni sulla questione reperibili in: http://areaxenel.com)</p>
<p><strong>Martedì 7 febbraio alle ore 11.00<br />
c/o Careof-DOCVA,<br />
Fabbrica del Vapore,<br />
via Procaccini n. 4 20154 Milano</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/area-ex-enel-milano/">Area ex Enel, Milano</a></p>
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		<title>Le notti sembravano di luna</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:30:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/le-notti-sembravano-di-luna.jpg" alt="" title="le-notti-sembravano-di-luna" width="210" height="318" class="alignnone size-full wp-image-41439" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra. Di tutti i sogni di bambina possibili il suo è quello meno femminile, in un paese che sta scoprendo l’emancipazione portata dall’industria ma che è ancora, culturalmente, contadino nel profondo: Caterina vuole correre in bicicletta, fare agonismo, vuole conoscere e affiancare i campioni del Giro d’Italia.</p>
<p>Leggiamo di continuo storie così. E di continuo ci affascinano, perché ogni volta sono identiche e differenti. Perché ogni volta ci viene riproposta la condizione umana, che è sempre identica e differente. Ogni volta ripercorriamo le stesse ansie e le riscopriamo di nuovo. C’è una età, quella dove il mondo fantastico dell’infanzia e quello inquieto dell’adolescenza si incontrano. Una terra di mezzo, dove cambia la voce, il corpo, la mente. Dove l’universo mitico e liquido della fanciullezza si raggruma, si solidifica in una identità più certa, marcata, dove si segna il carattere delle persone. Che diventano individui. Solidi e al contempo univoci, perciò malinconici. </p>
<p>Laura Bosio ci racconta tutto ciò. Ci racconta le piccole fabbriche di un nord ovest operoso, le moderne case di periferia, templi della nuova ricchezza, gli orti, il lungofiume, la cittadina ostile come un castello medievale, abitata da adulti irrisolti e da ragazzini che scoprono i primi, titubanti, turbamenti erotici. Tutto questo ce lo racconta visto dal sellino della bicicletta di Caterina. Non in velocità, ma con leggerezza, con equilibrio. La scrittura è limpida, anche se screziata da interferenze raffinate (chi dialoga con chi? Chi narra, per davvero, questo romanzo?) e l’affetto che l’autrice ha profuso tratteggiando i suoi personaggi è palpabile. Regalandoci, infatti, profili umani, sconfitti e fragili – come il padre di Caterina &#8211; difficili da dimenticare.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 47 del 22 novembre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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		<title>L&#8217;albatros</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 09:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Venerdì pomeriggio osservavo dagli spalti della piscina comunale mia figlia nuotare, avanti e indietro, vasche su vasche, dorso, libero, delfino. Pensavo, sorridendo, che se si fosse trovata naufraga al largo, a riva ci sarebbe arrivata salva. Non sapevo ancora nulla della Concordia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/lalbatros/">L&#8217;albatros</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/nave-costa-concordia.jpg" alt="" title="nave-costa-concordia" width="240" height="214" class="alignleft size-full wp-image-41379" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Venerdì pomeriggio osservavo dagli spalti della piscina comunale mia figlia nuotare, avanti e indietro, vasche su vasche, dorso, libero, delfino. Pensavo, sorridendo, che se si fosse trovata naufraga al largo, a riva ci sarebbe arrivata salva. Non sapevo ancora nulla della Concordia. Vedere alla sera in televisione la nave spiaggiata, come un cetaceo che aveva perso la sua rotta naturale, lì, a poco più di cento metri dalla costa, mi aveva fatto vergognare del mio pensiero così futile, per quanto innocente.<br />
Sono un architetto di formazione. Leggevo da ragazzo le pagine di Le Corbusier che esaltava la vita nei piroscafi, città galleggianti, logiche, macchine da abitare, dove la vita associativa, la comunità, trovava la sua libertà nella convivenza. Un mito macchinistico che nascondeva il risvolto della medaglia: la potenza della modernità, il suo sguardo verso il futuro, assomigliava troppo alle ali dell’albatros della poesia di Baudeleaire: al largo, in volo, tutto pare poesia. Ma è partire, è attraccare, è lì l’impedimento, la gravità del corpo, la difficoltà dell’esistenza.<br />
Prima ancora di Le Corbusier è un altro il mito che ci portiamo dentro, che ha segnato il nostro immaginario collettivo: “Sembrava di essere sul Titanic” ha detto una sopravissuta. Esattamente cento anni fa, prima delle certezze positiviste del razionalismo francese. E cento anni dopo ancora dobbiamo fare i conti con questa dolorosa allegoria.  C’è qualcosa di illogico, di innaturale, nella enorme dimensione della Concordia a pochi metri dagli scogli. Sembra quasi un modellino abbandonato, un giocattolo smarrito. La conta delle vittime e dei dispersi, ancora in divenire, ci riporta alla realtà delle cose.<br />
“Quando abbiamo fatto le simulazioni di evacuazione della scuola” mi ha detto mia figlia, di fronte alle immagini della tragedia del Giglio, “il vigile ci ha spiegato che più dell’incendio, può fare il panico.” Le indagini della magistratura ci racconteranno come sono andate davvero le cose. Ma a sentire i superstiti sembra evidente una inadeguatezza, da parte del personale di bordo, a gestire l’emergenza. A gestire il panico. Inadeguatezza dovuta a mille ragioni, ma sembra soprattutto causata da una impreparazione di base: marinai che neppure parlavano l’italiano, incapaci di assistere i passeggeri, cavi che si spezzavano, giubbotti salvagente insufficienti. Tanto non affonda. (Penso a tutte le volte che ho snobbato il personale di volo mentre mi spiegava come comportarmi in caso di emergenza: tanto non cade). La fiducia che riponiamo nella tecnologia, di questi pachidermi dei quali nulla sappiamo &#8211; come volino nel cielo, come attraversino i mari &#8211; è al limite dell’incoscienza.<br />
Colpisce, fra le tante, l’immagine di un capitano che abbandona la nave prima che tutti vengano messi in salvo. Non poteva accadere, non doveva. Ci sono regole che non possono essere infrante, doveri che non possono essere elusi. Ne va della nostra civile convivenza. Non basta aver simulato in qualche corso d’aggiornamento una emergenza, bisogna dimostrarsi degni del ruolo. Non sopporto l’idea che questa tragedia si dimostri la facile metafora di una società, quella italiana, capace di creare una meraviglia cantieristica come la Concordia ma che allo stesso tempo permetta poi venga governata da addetti manchevoli, inadeguati. So di storie di eroismo, su quella nave, e di egoismi spiccioli. Per ora contiamo le vittime, ma non dimentichiamo troppo in fretta questa lezione.<br />
“In caso di incendio” ha proseguito mia figlia “il vigile mi ha assegnato il compito di capo fila. Porterò io l’intera classe nel punto di raccolta.” So che farai bene il tuo compito. Ho fiducia nelle nuove generazioni. Mi fido di te, capitano. Oh, mio capitano. </p>
<p>[<em>pubblicato ieri su </em>L'Unità]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/lalbatros/">L&#8217;albatros</a></p>
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		<title>Seminatori d&#8217;odio</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 07:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>[<em>Questa invettiva è uscita su </em>Saturno, il 6 gennaio 2012. <em>Dato che parla di un tema che ha a che fare con la responsabilità del lettore, la rigiro qui su NI nella speranza che se ne possa parlare senza vomitare dappertutto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/seminatori-dodio/">Seminatori d&#8217;odio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41286" title="Esorcista_vomito" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Esorcista_vomito.jpg" alt="" width="250" height="250" /><br />
di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>[<em>Questa invettiva è uscita su </em>Saturno, il 6 gennaio 2012. <em>Dato che parla di un tema che ha a che fare con la responsabilità del lettore, la rigiro qui su NI nella speranza che se ne possa parlare senza vomitare dappertutto. Ovvio che, essendo un pezzo di un ospite non avrò problema alcuno a bannare, cancellare, bloccare, ogni tipo di inutile insulto o commento personalistico. - Di seguito al pezzo di Bertante, una chiosa, uscita oggi sull'Unità, di Marco Rovelli.</em> G.B.]</p>
<p>Sono cinquanta, si conoscono tra loro e si odiano. Imperversano a tutte le ore e sembra non abbiano altre cose da fare che scrivere commenti, anche fino a tarda notte. Si ricordano di tutto, di ogni puntata precedente, e non perdonano. Insultano, minacciano, s’azzannano e soprattutto sono convinti che dietro ogni scelta editoriale ci sia il fiato nero di una consorteria di potenti a loro ostile. Perché sono vittime. Sono i commentatori dei blog letterari e prima o poi se pubblichi un testo qualsiasi di narrativa, saggistica o poesia, devi averci a che fare.</p>
<p>Fino a qualche anno fa sarebbero stati naturalmente confinati a rimuginare nelle loro anguste camerette ma adesso grazie alla caotica sarabanda del web 2.0 – nato con la speranza d’allargare ogni possibilità e diventato asfittico come uno sgabuzzino per le scope – sono liberi di spargere veleno senza pagare mai dazio. Da quasi un decennio questi cinquanta valorosi impediscono che nasca un serio dibattito letterario in rete, inquinando il lavoro di molte persone oneste e preparate (e penso a Nazione Indiana, <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>, <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse</a>, <a href="http://www.sulromanzo.it/">Sul Romanzo</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.satisfiction.me/">Satisfiction</a>, <a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/">Scrittori precari</a>) che stanno faticosamente cercando di creare nuovi luoghi di autorevolezza critica.</p>
<p>In nome di una bizzarra interpretazione del concetto di libertà d’espressione, i cinquanta valorosi si distinguono per l’astio e per la spontanea tendenza alla bassa insinuazione, sempre riferita a questioni private dell’autore preso di mira. Difficile che parlino del contenuto, spesso lo ignorano apertamente, rivendicando questa loro scelta in modo sdegnoso. Ma ciò nonostante s’esprimono con una violenza verbale sconcertante. I più cattivi e i più laidi sono anonimi, ovvero si nascondono sotto diverse e mutevoli identità, con le quali partecipano contemporaneamente al tafferuglio. Perché la rete è l’unico luogo del vivere civile dove l’insulto anonimo sia considerato sintomo – sgradevole ma certo dinamico – di democrazia e non un’infamia come da qualsiasi altra parte.</p>
<p>Per loro non esiste più nessun valore letterario condiviso ma solo mafie e raccomandazioni, favori e reciproci servilismi. Non esiste un canone estetico ma tutto è confuso in un calderone di provocazioni, ripicche e frustrazioni mai risolte. Si commuovono solo di fronte alla piattezza dell’orizzontalità, quella desolante mediocrità che ha concesso anche a loro di avere una voce. Ma sullo sfondo è facile riconoscere il ben noto linguaggio qualunquistico dell’Italia gretta e provinciale, quella deriva etica e civile che ci contraddistingue da anni e che è diventata oramai impossibile da sopportare.</p>
<p>***</p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>La scorsa settimana Alessandro Bertante ha pubblicato un articolo sul Saturno, l&#8217;inserto culturale del Fatto quotidiano, intitolato “Seminatori d&#8217;odio”, dedicato a quella cinquantina di troll – disturbatori della comunicazione in rete – che “si distinguono per l’astio e per la spontanea tendenza alla bassa insinuazione, sempre riferita a questioni private dell’autore preso di mira. Difficile che parlino del contenuto, spesso lo ignorano apertamente, rivendicando questa loro scelta in modo sdegnoso”. La cosa tocca anche il sottoscritto, attivo in rete da molti anni ormai, e dal 2006 nella redazione di Nazione Indiana. Il problema è doversi confrontare da pari a pari con persone che hanno deciso – dall&#8217;alto del loro nickname, della loro identità mascherata – che al tuo ragionamento non contrapporranno un altro ragionamento, ma solo attacchi, entrate a gamba tesa, insinuazioni, insulti. Rivendicando pure sfacciatamente il diritto a farlo. Come, per fare un esempio, quella volta in cui ho pubblicato un articolo del mio quasi omonimo Marco Revelli. Al primo commento uno dei più aggressivi commentatori interviene in tono irridente e liquidatorio, senza contrapporre uno straccio di ragionamento. Più avanti, però, fa marcia indietro: “Non mi ero accorto che l’articolo era dell’esimio Accademico Marco Revelli. L’avevo banalmente confuso con Marco Rovelli. Con l’Accademico Revelli non mi va di polemizzare in modo becero”. Rovelli, invece, che di solito si sporca le mani in rete, dove il rapporto non può che essere da pari a pari, lo si può tranquillamente prendere a pesci in faccia. Quando poi li banni, ovvero gli impedisci di partecipare ulteriormente alla discussione, questi ti danno pure del fascista. E non c&#8217;è davvero atteggiamento più fascista di questo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/seminatori-dodio/">Seminatori d&#8217;odio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Chiediamo coraggio</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 07:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>Luisa Bocchietto, presidente ADI, il 4 gennaio ha replicato al <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">mio appello</a> sul Corriere - Milano, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/05/Adi_mostri_che_sono_altrove_co_7_120105010.shtml">qui</a>. Il giorno appresso è giunta la lettera di Pisapia, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/06/Per_Enel_del_Consiglio_dei_co_7_120106002.shtml">qui</a>. Il 7 gennaio l'arch. Perotta ventila di querelarmi e ci dà degli invidiosi, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/07/Enel_progetto_che_riqualifica_area_co_7_120107019.shtml">qui</a>.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/09/chiediamo-coraggio/">Chiediamo coraggio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Luisa Bocchietto, presidente ADI, il 4 gennaio ha replicato al <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">mio appello</a> sul Corriere - Milano, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/05/Adi_mostri_che_sono_altrove_co_7_120105010.shtml">qui</a>. Il giorno appresso è giunta la lettera di Pisapia, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/06/Per_Enel_del_Consiglio_dei_co_7_120106002.shtml">qui</a>. Il 7 gennaio l'arch. Perotta ventila di querelarmi e ci dà degli invidiosi, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/gennaio/07/Enel_progetto_che_riqualifica_area_co_7_120107019.shtml">qui</a>. Ieri abbiamo rilanciato con questo pezzo che pubblico qui di seguito.</em>]</p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong>, <strong>Gianni Biondillo</strong>, <strong>Marco Biraghi</strong>, <strong>Roberto Marone</strong>, <strong>Luca Molinari</strong></p>
<p>Gentile Sindaco Pisapia, deduciamo dalla sua risposta che lei ha compreso benissimo quanto quella dei firmatari di questo appello non sia una azione “contro” questa giunta. Vuole essere, semmai, un contributo attivo per alzare la qualità e l&#8217;ambizione del dibattito. <span id="more-41261"></span>Dal successore di Letizia Moratti ci aspettiamo una idea più dinamica di democrazia partecipativa, non vogliamo un sindaco amministratore di condominio o un autocrate che decide tutto in consiglio. Non siamo interessati a risposte burocraticamente ineccepibili. L’abbiamo votata per cambiar pagina, signor sindaco.<br />
Noi in questa giunta vediamo l&#8217;opportunità che Milano possa diventare un laboratorio innovativo, progressivo e inedito in cui combinare sostenibilità finanziaria, trasparenza, consapevolezza delle scelte, equità sociale e qualità diffusa dei manufatti e dei luoghi che abiteremo. Le scelte fatte a Milano nei prossimi anni possono influenzare decisamente dibattito e le scelte nazionali ed è per questo che il caso ex Enel è simbolico e importante, perché deve diventare uno spartiacque, una linea di trincea per la difesa della qualità sempre e a ogni costo delle nostre città. Non si può scambiare la mancata qualità edilizia e architettonica con due vuoti urbani denominati eufemisticamente “piazze”, di cui una, col parcheggio sottostante, affacciata su una arteria di grande traffico&#8230; La città chiede qualcosa di meglio. Vogliamo ricordare gli esempi deleteri di via Cesariano o Piazza Gramsci? Vogliamo ripetere gli stessi errori?<br />
Non basta parlare di case a reddito agevolato, bisogna cominciare a chiedere che questi nuovi interventi dimostrino una qualità diffusa e non che siano la triste replica delle peggiori periferie italiane. Perché oggi la battaglia per la bellezza dei luoghi è strategica, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista etico, cioè politico. È una battaglia di progresso e futuro, che salvaguarda da una parte la memoria vera, attiva e non malinconica dei luoghi, e dall&#8217;altra chiede progetti innovativi, diversi, che facciano scuola, ambiziosi nel loro desiderio diffuso di qualità sociale e ambientale. La bellezza non ha costi aggiuntivi, solo una forma di attenzione e consapevolezza nuova che noi chiediamo alla politica proprio per indicare la rottura chiara rispetto a quanto fatto prima.<br />
All’architetto Perotta nulla possiamo dire. Registriamo, nella sua replica, che l’esercizio di critica non è contemplato nella sua idea di libertà d’opinione. Che poi reputi la nostra l’azione di un gruppo di invidiosi sta a dimostrare la fragilità delle sue giustificazioni, gonfie di cifre e numeri, specchietti per le allodole che deviano il discorso dalla qualità alla quantità.<br />
Chiediamo, signor sindaco, che questo dibattito non si trasformi in uno sterile sventolio di carte bollate. Le chiediamo, conoscendola sensibile, che la discussione diventi davvero pubblica &#8211; così come su internet è già, lo dimostrano le numerose adesioni alla pagina facebook – chiediamo che se ne possa parlare, invitando storici, urbanisti, cittadini, in un luogo deputato, ad esempio la Triennale. Chiediamo coraggio.</p>
<p><em>Altri link utili</em>:<br />
<a href="http://areaxenel.com/">AreaXenel</a>, Un sito documentato.<br />
<a href="http://www.ilpost.it/lucamolinari/2012/01/05/una-polemica-necessaria/">Luca Molinari</a> fa il punto.<br />
<a href="http://doppiozero.com/materiali/fuori-busta/il-brutto-dell%E2%80%99architettura">Marco Biraghi</a> sulla bellezza delle opere di Perotta.<br />
Adesioni all&#8217;appello su <a href="http://www.facebook.com/pages/Area-X-Enel/153745504730503">Facebook</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/09/chiediamo-coraggio/">Chiediamo coraggio</a></p>
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		<title>Rompere la cornice</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/rompere-la-cornice/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 17:20:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Leggo i giornali tutte le mattine, mentre faccio colazione, al bar di Gianni. Che è cinese e chissà qual è il suo vero nome, ma tutti lo chiamano così, quando al bancone gli ordinano un caffè. Elena invece è il nome della proprietaria del ristorante cinese sotto casa mia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/rompere-la-cornice/">Rompere la cornice</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/0LXDMJHN-180x140.jpg" alt="" title="Duplice omicidio padre e figlia cinesi foto proto" width="180" height="140" class="alignleft size-full wp-image-41254" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Leggo i giornali tutte le mattine, mentre faccio colazione, al bar di Gianni. Che è cinese e chissà qual è il suo vero nome, ma tutti lo chiamano così, quando al bancone gli ordinano un caffè. Elena invece è il nome della proprietaria del ristorante cinese sotto casa mia. Poi ci sono Lia, Marco, e tutti gli altri cinesi che ho conosciuto nel quartiere multietnico dove vivo, pieno di Ahmed, Carlos, Arben, Yuri. I cinesi sono gli unici che prendono in prestito i nomi del paese che li ospitano. L’ho notato anche a Berlino o New York. Quando sento dire che sono una comunità chiusa, impenetrabile, trovo che questa sia l’ennesima scusa per giustificare i nostri mai sopiti sospetti. <span id="more-41253"></span><br />
È leggendo i quotidiani da Gianni che ho saputo della tragedia di Tor Pignattara. Leggevo e guardavo lui, indaffarato alla macchina dei caffè, e la sua giovane moglie che serviva ai tavoli. Potevano essere loro, ho pensato: Il barista che ogni mattina mi disegna un cuore sulla schiuma del cappuccino e la moglie che mi porge le brioche appena sfornate. Non so come si facevano chiamare a Roma le vittime della tragedia. So che la foto apparsa sul web della loro bambina, con quella espressione dolce e buffa, mi ha straziato. “Se i rapinatori fossero stati due cinesi, se avessero ucciso una famiglia di lavoratori italiani, cosa sarebbe accaduto nelle strade di Roma?” Questa è stata l’altra cosa che ho pensato. Ho poi immaginato scenari di violenza, pogrom, intolleranza. E mi sono vergognato. Non dei miei connazionali. Mi sono vergognato di me stesso. Di come vent’anni di politica urlata, di istanze securitarie sventolate ad ogni elezione amministrativa, di fuochi di fanatismo razzista fomentati per il proprio personale tornaconto carrieristico abbiano creato una cornice culturale così forte, così radicata, così opprimente, che ha pervaso il nostro modo di pensare e, conseguentemente, di agire.<br />
Usciamo da questa cornice perversa, che etnicizza tutto, che ci fa credere, semplificando in modo gretto e disonesto, che tutti i mali vengano dal cambiamento epocale che ha investito la nostra società.  Noi non sappiamo nulla. Non sappiamo ancora se, così come sembra dalle prime indagini, gli assassini siano italiani o meno. Ma perché, allora, doverci fare attenzione? Le vittime sono vittime, gli assassini assassini, a prescindere dai loro rispettivi passaporti. Molti commentatori in questi giorni hanno detto che Roma sembra ormai quella degli anni ’70, quella della banda della Magliana, quando, cioè, di stranieri non ce n’era neppure l’ombra.<br />
Alemanno, ai tempi del delitto Reggiani, ha fatto la sua fortuna politica proclamando ai quattro venti l’inefficacia della “buonista” giunta Veltroni. Lui, l’uomo forte, che avrebbe saputo come mettere a posto la Capitale. Le bugia hanno le gambe corte, lo sappiamo. I delitti a Roma non sono diminuiti e ora il Sindaco, lo stesso che accusava di inefficienza il suo predecessore, si dimostra altrettanto inefficiente e scarica il barile delle responsabilità a qualcun altro, più in alto, più in là.<br />
Rompiamo questa cornice che ammalia e ammala il nostro modo di vedere la realtà. Da quel poco che ho compreso leggendo i giornali non penso che ci sia necessariamente, nella tragedia di Tor Pignattara, una aggravante razzista. Non è detto che chi ha premuto il grilletto abbia pensato che un cinese morto valesse meno di un italiano morto. Credo invece che chi ha sparato sia convinto della sua impunità. Che sia cioè il frutto di una criminalità che si sente sempre più libera di agire senza limiti. Che siano balordi italiani o stranieri non fa differenza per me. Sono criminali senza scrupoli e devono essere arrestati. “Mica siamo animali” ha detto un negoziante romano che conosceva le vittime. Noi, lavoratori, persone. Non romani, italiani, cinesi. Noi, tutti noi, non siamo animali. A Tor Pignattara lo sanno. Gli abitanti del quartiere, le persone, i cittadini, lo sanno. La politica del petto in fuori, dei proclami televisivi smetta di urlare e dia le risposte che un quartiere popolare, in lacrime per la morte di un barista di 31 anni e di una bambina bellissima e innocente, merita per davvero.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L'Unità, <em>oggi</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/rompere-la-cornice/">Rompere la cornice</a></p>
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		<title>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 07:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,<br />
Le città cambiano. Mutano, si trasformano, sostituiscono parti obsolete, scrivono sul proprio corpo i segni delle epoche, incidono sulla pelle, sul tessuto urbano, i grafemi, le locuzioni, i concetti complessi della contemporaneità, i segni, i sogni di un’epoca, che diventa storia, memoria, monito. Se così non fosse ci voteremmo alla decadenza, alla morte per inanità. Le città vivono nel loro continuo mutare e nella capacità di assorbire il passato, rivitalizzandolo. Così, nella dialettica fra Storia e Contemporaneità, si definisce l’identità di un luogo e il suo destino.<br />
Quindi, signor Sindaco, non sono mai stato e non sarò mai, un propugnatore della museificazione delle città. Il “nuovo” &#8211; antica tradizione della nostra città &#8211; mi affascina ed entusiasma. Dunque questa mia lettera sconsolata, scritta di getto nel cuore della notte, come se fosse una angosciosa impellenza alla quale non posso sottrarmi, non è la lettera di un passatista nostalgico.<br />
Sento l’esigenza di parlarne a qualcuno. A lei, Signor Sindaco.<span id="more-41226"></span><br />
Esattamente di fronte ad uno dei nostri monumenti più insigni, il Cimitero Monumentale, presente in molte guide straniere come sito irrinunciabile per ogni visita alla nostra città, ai margini di uno dei quartieri dove il palinsesto urbano ha lasciato più e più segni negli ultimi due secoli, un quartiere di una complessità e qualità innegabili, un progetto di riedificazione dell’area, dopo un lungo iter burocratico iniziato sotto l’amministrazione che l’ha preceduto, in questi giorni ha avuto da parte di questa giunta comunale, &#8211; quella che io ho votato e per la quale mi sono speso durante le elezioni dello scorso anno &#8211; il placet alla sua realizzazione. L’ho scoperto ieri, per caso, leggendo <a href="http://areaxenel.com">l’appello accorato</a> di un gruppo di residenti della zona.<br />
Quel progetto è semplicemente scandaloso.<br />
Il lotto attualmente occupato dall’edificio storico dell’Enel, che ha una qualità e una evidenza storico-architettonica lampante, verrà raso al suolo per essere sostituito da un volume edilizio che ne rioccupa lo stesso sedime, ma che, con la sua esasperante e sorda volumetria, parodizza la memoria storica, annichilendola. Quello che deprime di questo progetto è la totale mancanza di coraggio. Non è semplicemente un brutto edificio, è la sublimazione della mediocrità. L’esaltazione della rendita fondiaria fatta mattoni, intonaci, balconi, serramenti. Tutta una edilizia che ha impestato in questi ultimi decenni dapprima la profonda provincia, la Brianza velenosa, la Pastrufazio gaddiana, e che poi è tracimata con tutta la sua volgarità, fatta di particolari costruttivi obsoleti e soluzioni insediative deliranti, dapprima nelle nostre periferie (a confronto inizio ad avere nostalgia per l’architettura sociale tanto vituperata degli anni ’60) e infine, piano piano, fino nel cuore storico della città.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41227" title="appartamenti" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/appartamenti.jpg" alt="" width="640" height="434" /></p>
<p>Avere a disposizione un volume sul fronte urbano come quello occupato ora dallo storico edificio dell’Enel e non concepirlo come l’occasione per una progettazione ardita, che sappia conservare il patrimonio della memoria e al contempo riconvertirlo alle esigenze della modernità è la dimostrazione di una totale mancanza di coraggio da parte dei proprietari dell’area. Ma molto peggio è aver accettato supini, da parte della amministrazione comunale, tale operazione, per poter, probabilmente, battere cassa.<br />
Signor Sindaco, lo sappiamo da soli, le casse del Comune sono vuote. Per come la vedo decidere di aumentare il costo del biglietto dei mezzi pubblici è fare politica. È una decisione dolorosa, che coinvolge tutti, ma che ha delle ripercussioni minime e che &#8211; laddove si risolva diversamente &#8211; può essere capovolta. Qualunque sia la giunta che la succederà ha, dalla sua, la reversibilità della opzione in campo. Invece lasciar intaccare in modo così radicale il centro abitato, lasciare che il mercato autoreferenziale ponga le mani sul tessuto urbano con ludibrio, violentando la città a questo modo, non è politica, è connivenza. Ciò che si sta perpetrando ai danni del nostro territorio è irreversibile, prendiamone atto. Appena verrà innalzata la staccionata del cantiere la ferità non sarà più rimarginabile.<br />
Io, non da suo elettore ma da cittadino, non voglio, non posso essere connivente di questo scempio.<br />
Esattamente affianco a tale operazione fondiaria accade ancora di peggio. Demolito il recinto murario e tutti i corpi di fabbrica compresi che definiscono il lotto fra via Niccolini e via Bramante, il piano immobiliare prevede l’edificazione di un albergo di nove piani fuori terra, arretrato rispetto il fronte stradale, lasciando una zona di rispetto (la giusta distanza di legge nei confronti del Cimitero, suppongo) che dovrebbe essere trasformata in una piazza.<br />
Ebbene: non ci vuole un urbanista raffinato, né uno storico delle città, per capire che questo segno nel tessuto è di una violenza senza pari. I due elementi, l’albergo e la piazza, sono &#8211; dai rendering che ho avuto modo di consultare &#8211; di una piattezza creativa senza pari. Se proprio devo incidere il corpo urbano che almeno il risarcimento sia proficuo! Vedere innalzarsi di fronte al Cimitero Monumentale un volume che ha la stessa grazia di un oscuro ministero della Corea del Nord, la stessa polverosa prevedibilità, la stessa noiosa monumentalità d’accatto è disarmante. Neppure in una esercitazione del primo anno alla facoltà di architettura del nostro Politecnico si potrebbe presentare un progetto di tale fattura, senza rischiare lo sbeffeggio.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41228" title="albergo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/albergo.png" alt="" width="640" height="433" /></p>
<p>Più ancora del parcheggio di 240 posti, sotto la piazza, con un illogico ingresso dall’imbuto di via Fioravanti, più che le evidenti ragioni di interesse privato che neppure voglio discutere (c’è davvero bisogno di un altro albergo in una zona già abbondantemente servita?), ciò che davvero lascia attoniti, è la totale mancanza di visione progettuale. Ciò che disarma, per capirci, è la mediocrità fatta sistema. La mediocrità del progetto e la mediocrità di un’impresa edilizia e finanziaria (neppure so chi sia, neppure conosco gli addentellati politici che la sorreggono) che ancora oggi, all’alba del 2012, agisce sul territorio con una totale incapacità di lungimiranza: possibile che non c’era modo di affidare un segno di tali dimensioni nelle mani di un progettista con uno spessore intellettuale e progettuale più solido? Possibile non comprendere che sulla qualità dell’edificato si gioca anche la fortuna economica e finanziaria di una operazione di queste dimensioni?<br />
Ma su tutto: cosa ci guadagna la città?<br />
Volete farmi credere, signor Sindaco, signori della giunta comunale, che quello spiazzo insulso, deprimente, quel vuoto che non riuscirà mai a diventare piazza vivibile, luogo condiviso dalla cittadinanza, sia un risarcimento degno per noi cittadini? Gia mi figuro lo spaccio di sostanze stupefacenti in quel nulla urbano, già mi vedo le lastre della pavimentazione divelte, le panchine scardinate, gli alberi scorticati. Quella che vedo sulla carta, signor Sindaco, non sarà mai una piazza, ma solo un luogo di desolazione, di abbrutimento. Ne vale la pena?<br />
Certo, potrebbe dirmi, non c’è solo questo. C’è il recupero dei capannoni di via Bramante che verranno trasformate nella sede espositiva dell’ADI. Ma mi chiedo: può una carezza risarcire uno stupro?<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-41229" title="perrotta 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-1.png" alt="" width="300" height="270" /> Il progettista di tutto ciò ha un nome e un cognome, non nascondiamoci dietro il non detto, non ho interesse ad essere bene educato: Giancarlo Perotta. La sua biografia parla per lui. Non voglio neppure entrare nelle vicende giudiziarie che l’hanno coinvolto negli anni di Tangentopoli, non faccio gossip. Mi voglio soffermare sulla sua carriera di professionista. Perotta è l’autore della peggiore architettura milanese degli ultimi 30 anni. I due grattacieli di fronte alla stazione Garibaldi, per dire, erano concettualmente già vecchi mentre venivano edificati negli anni rampanti della Milano da bere. Talmente inadeguati che non hanno retto il volgere di neppure due decenni, subendo, in questi ultimi anni, un (fortunatamente) inevitabile restyling radicale. E, a cascata: la Stazione Bovisa, l’Ospedale San Paolo, la villa urbana in via Legnone, il complesso residenziale in via Sesia, etc. etc… una pletora infinita di segni raffazzonati, una male orecchiata idea di tipologia, di modernità, di progettazione urbana, una concezione stereometrica dell’edificato ai limiti dell’autistico. Un’idea di architettura che è una continua emulazione fallita di modelli incompresi e irraggiungibili. “Trash” per definizione filosofica. Perotta è il campione indiscusso della mediocrità progettuale meneghina. È questa la cosa che lascia senza fiato: Milano, che si picca di essere una metropoli internazionale, dove vivono e operano più architetti che a Parigi, che ha indicato la rotta all’intera Nazione, nello scorso secolo, grazie all’opera di progettisti di levatura internazionale, oggi accetta supina che la sua identità, che il suo volto, che la sua forma, sia definita da imprenditori fondiari pavidi e progettisti mediocri. Più che di una metropoli, sembriamo abitanti di una soffocante e retriva provincia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-41230" title="perrotta 3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/perrotta-3.jpg" alt="" width="640" height="480" /></p>
<p>Sia ben chiaro, signor Sindaco, ho la fortuna di poter scrivere queste cose scevro da dietrologie insulse. Non sono un abitante del quartiere, non sono un indignato nimby, non ho mire economiche su quell’area, non ho la più lontana possibilità che io possa intervenire come progettista. Scrivo queste righe notturne, ora, non da architetto, né da intellettuale o scrittore. Le scrivo da cittadino.<br />
Abbiamo chiesto durante le elezioni amministrative, a gran voce, un segno concreto di discontinuità dal passato. Se lei ora è il nostro sindaco lo è perché abbiamo creduto fosse capace di interpretare questa idea profondamente etica di comunità.<br />
La logica degli oneri di urbanizzazione a scomputo che ha retto il mercato immobiliare di questi ultimi decenni, è stata una iattura per l’intera Nazione. È ora di cambiare filosofia, di cambiare politica. Anzi, di fare politica per davvero. Mettere l’interesse pubblico di fronte a quello privato, innanzitutto. Stimolare le iniziative di riordino fondiario senza subirle passivamente, prevedere, anche su aree private, l’obbligo di un concorso ad inviti per lotti di tali dimensioni, rendere partecipi gli abitanti della zona.<br />
Io scrivo libri, signor Sindaco. Anche se fossi il peggior narratore d’Italia, e anche se trovassi un grande editore che non ostante ciò, per pura inerzia, continuasse imperterrito a pubblicarmi, i miei concittadini avrebbero in ogni caso la libertà di non leggermi. Ma noi tutti, l’intera comunità meneghina, non ha alcuna voce in capitolo se qualcuno deturpa la forma della città dove si è deciso di vivere, lavorare, sognare.<br />
Fare politica urbana significa ragionare a lunga gittata, essere consapevoli di ciò che si eredita e di ciò che si vuole lasciare in eredità. Vogliamo farci ricordare dai nostri figli come i costruttori di questa città senza nerbo, signor Sindaco?<br />
Lo chiedo a lei e non solo.<br />
Lo chiedo al mio assessore alla cultura, sempre così esuberante in questi pochi mesi di giunta: non reputa, architetto Boeri, che questa sia una battaglia da combattere per davvero nel nome della cultura cittadina, piuttosto che perdersi nel decidere dove esporre il Quarto Stato?<br />
Lo chiedo ai docenti del Politecnico: è questa l’idea di architettura che vogliamo insegnare ai nostri studenti? Non dovreste, a questo punto, annullare i vostri corsi, dichiarare il default cognitivo?<br />
Lo chiedo ai designer, ai creativi, ai soci dell’ADI: nel nome di una nuova sede espositiva siete pronti ad accettare un tale scempio urbano? Cosa farete quando andrete a godere dei vostri autoreferenziali oggetti da museo? Chiuderete gli occhi, colpevoli, quando passerete in quel vuoto urbano che fronteggia l’albergo?<br />
Lo chiedo alle imprese che vogliono costruire nel nostro territorio: non avete ancora capito che è solo con la qualità progettuale che diverrete davvero competitivi? Siete consapevoli che le logiche che hanno retto le vostre fortune sono ormai alle spalle? Che siete destinati a soccombere se non renderete etico il vostro agire?<br />
Lo chiedo al FAI, a Italia Nostra, alle associazioni locali, alla cittadinanza. Pasolini si domandava: non sarebbe davvero rivoluzionario un popolo che si ribella nel nome della bellezza?<br />
Lo chiedo alla politica, tutta, di destra e di sinistra: cosa muove, per davvero, le vostre scelte? Siete consapevoli del bene e del male che avete fatto e continuate a fare al corpo sfinito di una metropoli che da troppo tempo sogna di rialzarsi ma che subisce di continuo la zavorra del vostro scarso coraggio?<br />
Cui prodest?</p>
<p>Edit: Questa è l&#8217;area interessata dall&#8217;intervento, tra le vie procaccini, Niccolini e Bramante a Milano:<br />
<iframe width="425" height="350" frameborder="0" scrolling="no" marginheight="0" marginwidth="0" src="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14&amp;output=embed"></iframe><br /><small><a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+niccolini+39+milano&amp;aq=&amp;sll=45.483661,9.176926&amp;sspn=0.002102,0.005284&amp;vpsrc=0&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Giovanni+Battista+Niccolini,+39,+20154+Milano,+Lombardia&amp;ll=45.482692,9.177051&amp;spn=0.00835,0.021136&amp;t=h&amp;z=14" style="color:#0000FF;text-align:left">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
<p>[<em>questo appello è pubblicato anche su</em> <a href="http://doppiozero.com/materiali/fuori-busta/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia">Doppiozero</a> <em>nella versione dimezzata che è apparsa sulle pagine milanesi del </em>Corriere della sera <em>il 3 gennaio</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/05/gentilissimo-sindaco-giuliano-pisapia/">Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia</a></p>
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		<title>Speriamo bene</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/speriamo-bene/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/speriamo-bene/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 23:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Pensando al 2012 italiano m&#8217;è tornata in mente questa bella vignetta del buon vecchio Paz.<br />
Che dire ancora? Teniamo duro.</em> G.B.</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/speriamo-bene/">Speriamo bene</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/PAZ.jpg" alt="" title="PAZ" width="662" height="432" class="alignnone size-full wp-image-41168" /></p>
<p><em>Pensando al 2012 italiano m&#8217;è tornata in mente questa bella vignetta del buon vecchio Paz.<br />
Che dire ancora? Teniamo duro.</em> G.B.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/01/speriamo-bene/">Speriamo bene</a></p>
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		<title>Soffiando via le nuvole</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 08:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Kelman.jpg" alt="" title="Kelman" width="500" height="230" class="alignnone size-full wp-image-41089" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana. Arrivato con la sorella e la madre, in una periferia urbana difficile, con il padre ancora in Africa, così lontano che al telefono sembra parli da un sottomarino.<br />
<span id="more-41088"></span><br />
Osservare il mondo e scoprirlo magico, come solo lo sguardo stranito dei bambini sa essere. Avere come amico un piccione, dialogare con lui. Aver i primi turbamenti preadolescenziali, i primi amori, essere troppo piccolo e già troppo grande. Vivere pure la morte di un compagno di classe, morte violenta e futile, come l’opportunità di una indagine fra amici, per scoprire il colpevole, proprio come in tv. Questo è <em>Soffiando via le nuvole</em> di Stephen Kelman.</p>
<p>La sfida, cioè, di uno scrittore adulto che al suo primo romanzo decide di immergersi nei pensieri e nelle parole di un bambino. Cercando di farci vedere con i suoi occhi, di pensare come lui. (Piccola nota di merito alla traduzione che ha dovuto ricreare la gergalità infantile dallo slang inglese).</p>
<p>Raccontarci una realtà problematica evitando i sociologismi. Kelman ce la fa. Vero è che forse la lunghezza del libro è eccessiva rispetto la semplicità della storia, cadendo ogni tanto nella ridondanza, ma è anche vero che ci si affeziona subito alla simpatia del protagonista, Harrison, capace di correre come il vento, di annotare ogni modo di dire – nuovo per lui e altrettanto per noi –, di osservare tutto famelico, appassionato di vita. </p>
<p><em>Soffiando via le nuvole</em> è all’apparenza un libro trasversale, facile, che può essere letto a tutte le età. Sembra a sfogliarlo un libro per adolescenti, in realtà è un romanzo, non ostante il tono festoso e magico della scrittura, profondamente malinconico che inchioda l’infanzia di Harri in un eterno presente, rendendolo incapace di spiegare le ali, come i suoi amici piccioni, verso il futuro.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n. 43, del 25 ottobre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
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		<title>Vu&#8217; cumprà</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 14:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi da strapazzo a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/vu-cumpra/">Vu&#8217; cumprà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg" alt="" title="vu+cumpra" width="200" height="202" class="alignleft size-full wp-image-41024" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi da strapazzo a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso. Altri si dissoceranno dalle sue frequentazioni neonaziste: non basta essere simpatizzanti di Casa Pound per trasformarsi in un delirante giustiziere della notte. Giustificazioni d’accatto, buone per tutte le stagioni.<br />
La televisione nazionale, che ha colonizzato il nostro immaginario di questi ultimi decenni, richiede spiegazioni semplici, facili da applicare nel mondo reale. Tipo quelle dei bravi cittadini torinesi che hanno trovato ovvio organizzare un pogrom in un campo rom alla notizia (falsa) di uno stupro ai danni di una minorenne. Le nostre donne le difendiamo noi. “Nostre”, come se ci appartenessero. Che poi lo stupro fosse una menzogna della ragazzina per difendersi da due genitori oppressivi cambia poco. Non era vero, è stato detto, ma non ne possiamo più dei nomadi. Curioso sillogismo. Cioè: non è che siamo razzisti, è loro che sono zingari! In pratica: non siamo interessati alla responsabilità personale, sono cose da democrazia matura. A noi interessa avere un capro espiatorio, là quando occorre. <span id="more-41023"></span><br />
Io, insomma, di Gianluca Casseri non so nulla. E nulla sanno neppure i fascisti della rete che già lo esaltano ad eroe nazionale. Prevedo un’impennata delle vendite delle 357 magnum, il revolver che ha stroncato la vita dei due ambulanti senegalesi.<br />
Della tragedia di Firenze sono le parole usate per raccontarla che mi interessano. Le parole, in fondo, sono il mio mestiere. Le notizie lette sul web in tempo reale, parlavano di un “folle” che aveva sparato e ucciso due “vu’ cumprà”. “Folle”&#8230; C’è molto poco di folle nel selezionare chi uccidere e chi no. Basta un semplice manuale di criminologia forense per saperlo: lo squilibrato spara a casaccio, nella folla, indistintamente. Qui Casseri ha scelto su base etnica le sue vittime. Sapeva esattamente cosa voleva dire al mondo.<br />
E poi “vu&#8217; cumprà”, così, come si diceva, con quel malcelato razzismo, oltre vent’anni fa quando arrivarono i primi immigrati dall’Africa. Quasi non fossero passati questi anni, quasi fossimo ancora una “innocente” nazione di emigranti che andava trasformandosi in una di (colpevoli) immigrati. Scrivere di un folle che uccide due vu cumprà è già, intimamente, un modo di giustificarlo. Cosa avrebbero scritto i solerti giornalisti patri se un senegalese avesse sparato a due fiorentini? E quale fiaccolata capitanata dal solito politico indignato si sarebbe organizzata per dichiarare la propria insofferenza di fronte a questi stranieri che vengono qui ci rubano il lavoro, sporcano le nostre città e &#8211; certo non siamo razzisti, ma, si sa &#8211; stuprano le “nostre” donne?<br />
Nominare le cose significa dare loro un senso. Quando diciamo, ad esempio, che l’Italia <em>sta cambiando</em> &#8211; quasi che questo mutamento possa ancora trovare un’inversione di rotta &#8211; ci raccontiamo la più patetica delle bugie. Perché non vogliamo ammettere che l’Italia <em>è già cambiata</em>! Da una generazione ormai. Il paesaggio antropologico è radicalmente mutato, ne prendano atto i fascistelli in pectore che propugnano la difesa di una razza inesistente. Ma soprattutto ne prenda atto la più retriva delle politiche che abbiamo avuto, miope e securitaria, che al posto di gestire il cambiamento ha fomentato col suo linguaggio da bar l’incertezza e la paura. Questo è ciò che ora raccogliamo, dopo aver seminato vento per un quarto di secolo. Tempesta.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> l'Unità<em>, oggi</em>]</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Baci Scagliati Altrove</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 13:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg"></a>di <strong><a href="http://www.danielamatronola.it/">DaniMat</a></strong><br />
<em>Sandro Veronesi</em>, <strong>Baci Scagliati Altrove</strong>, pagine 184, Fandango.</p>
<p>&#8220;All&#8217;età di undici anni, Mete barattò un pallone di cuoio regolamentare, nuovo di zecca e completo di ago, con la carabina Flobert di un compagno di scuola&#8221;– questo inizio, folgorante, apre il racconto <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, settimo dei 14 messi insieme nella raccolta<em> Baci Scagliati Altrove</em> appena edita da Fandango.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/10/baci-scagliati-altrove/">Baci Scagliati Altrove</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg" alt="" title="Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300" width="204" height="300" class="alignleft size-full wp-image-41000" /></a>di <strong><a href="http://www.danielamatronola.it/">DaniMat</a></strong><br />
<em>Sandro Veronesi</em>, <strong>Baci Scagliati Altrove</strong>, pagine 184, Fandango.</p>
<p>&#8220;All&#8217;età di undici anni, Mete barattò un pallone di cuoio regolamentare, nuovo di zecca e completo di ago, con la carabina Flobert di un compagno di scuola&#8221;– questo inizio, folgorante, apre il racconto <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, settimo dei 14 messi insieme nella raccolta<em> Baci Scagliati Altrove</em> appena edita da Fandango. Un inizio folgorante che ho riconosciuto subito: apriva <em>La tartaruga</em>, racconto selezionato tra i molti di autori vari che composero nel 1990 il primo numero, dedicato al tema <em>La Paura</em>, della rivista <em>Panta</em>, ideata e fondata, con Elisabetta Sgarbi, da Pier Vittorio Tondelli che la diresse per i primi quattro numeri prima di morire di AIDS. Un racconto che ha conservato la sua semplice potenza e ora in quel titolo, allo stesso tempo simbolico e ossimorico, trova la sigla ideale, centrata, buona a fare il paio immediato con quell&#8217;incipit che, contro ogni previsione, ci introduce subito a una stranezza: un ragazzino, geloso possessore di un vero pallone di cuoio, rinuncia ad esso in un attimo, risucchiato nella promessa di eccezionale, inappellabile ferocia agitata da un fucile.<br />
Proprio questo è <em>il punto. Anzi, due</em>. <span id="more-40999"></span><br />
Questo racconto in particolare ci trascina in una escalation di furore che, come altrove nel libro, ma qui un bel po&#8217; di più, ci fa affacciare sul baratro del rovesciamento di fronte, tenendoci desti e vigili sempre con un brivido che sta lì a segnalarci paura, senso del pericolo, inerme inadeguatezza di chi è solo come chiunque di noi a fronteggiare caso e destino. Che dire del resto del pauroso buco nero da cui &#8216;il ventre della macchina&#8217; del racconto omonimo (titolo ricalcato sulla raccolta di saggi, <em>Nel ventre della balena</em>  di George Orwell, caro al ‘nostro’) occhieggia fin dentro l&#8217;abitacolo di un&#8217;automobile a quel che percepiamo spartana, disadorna? Non si tratta solo di un pozzo senza fondo, reso orrendo dal buio misterioso con cui e&#8217; identificato e dalla sua incontenibile vastità, ma in sovrappiù di un agente di orrore imprevedibile che riesce a invadere il ristretto abitacolo, come un diavolo in agguato che riesce a venire fin dentro la vita intima di chi abita quella macchina. E fa il paio con la scarpa di donna che dall&#8217;esterno ammara al centro del soggiorno, da fuori fin dentro casa, e rovescia, riaprendolo al secolo, il ménage monastico, tutto casa figli scuola e lavoro, condotto per anni dal protagonista.<br />
Ora, poiché non contano solo i termini costitutivi di un sistema ma soprattutto in che modo e secondo quali dinamiche essi si rapportano l&#8217;un l&#8217;altro, ciò che conta qui non e&#8217; solo il risultato (l&#8217;agente esterno che si presenta a dire che fuori c&#8217;è il mondo con le sue ingerenze potenziali e le sue temibili minacce, come in certe pièces di Harold Pinter per esempio, cioè come nel Teatro dell’Assurdo, della Crudeltà, della Rabbia e della Violenza): conta ancor più il percorso a ritroso che si attiva e sussiste a partire dall&#8217;irruzione di quello stesso agente, e ci fa inquadrare piuttosto, e meglio, chi ne e&#8217; snidato, ce lo fa mettere bene a fuoco, ce lo svela limpidamente proprio mentre quello lavora a mimetizzarsi.<br />
Decisamente illuminante a tal riguardo un passaggio di <em>Profezia</em>, piccolo miracolo di volteggio sul trapezio con tripli salti mortali e piroette aeree carpiate senza rete sotto: &#8220;&#8230; poiché so chi sei e conosco le tue opere, dico che ti riconoscerai nel goffo sforzo di esser sincero mentre stai mentendo&#8221;, utile a confermare l&#8217;inclinazione irresistibile dell&#8217;Autore a contraddire immediatamente un&#8217;affermazione nell&#8217;atto stesso di produrla, come dire che l&#8217;ambiguità e&#8217; congenita e ineludibile, e anche a ricordarci che la letteratura è una questione di salti mortali, come argomenta una raccolta di saggi di Raffaele La Capria.<br />
Venendo al secondo punto, nonostante tutti questi racconti in forma sparsa siano già stati pubblicati nel corso degli ultimi vent&#8217;anni (su <em>Linea D&#8217;Ombra</em>, su <em>Nuovi Argomenti</em>, nei librini estivi del <em>Corriere</em>, o nell’<em>Antologia dei Nuovi Narratori Italiani</em> – un Oscar Mondadori del 1993), rileggerli non solo non suscita (come personalmente ho temuto) la noia del già letto e noto, ma permette di rinvenire in questa prosa, ricca di figure proprie della letteratura fino alla elementare allitterazione, un metodo, un dispositivo rivelatorio, una progressione narratologica pulita e efficace, e questi racconti è come se risultassero nuovi di nuovo. La lingua va dritta a bersaglio, e&#8217; strepitosamente centrata, e, benché piena, pure risulta asciutta: emerge una pulizia del segno: ciò che la scrittura ordisce, per locali molecole e per tensione cucinata, poteva essere &#8216;arrangiato&#8217; solo con quella specifica precisione e compattezza, e del resto l’Autore trova entrambe in modo indubbiamente naturale, senza sforzo.<br />
Come fosse, narrare e orchestrare il racconto, l’unica forma per l’Autore di conoscenza del mondo; un modo di collocare gli elementi costitutivi del mondo in uno spaziotempo ordinato, cauto e rigoroso, secondo nessi contemporaneamente utili pratici e logici, umani non in senso caritatevole o peloso, ma sensato, tagliando via tutto ciò che non serve, tutto ciò che è deviazione o perdita di tempo. In questa scrittura c’è un ordine che serve a svelare meglio le mostruose contraddizioni del destino, le irruzioni risibili del caso, i rovesci di fortuna in agguato appena sotto la superficie dorata delle apparenze: nulla naturalmente è mai come sembra, come nel caso di Giacomo Costantini, amico forzato, modello imposto la cui verità è oscena e violenta.<br />
L’assurdo latente, lezione beckettiana appresa dal ‘nostro’ col cuore, è la perla da andare a cercare in questi racconti – i baci sono scagliati altrove perché c’è sempre un deragliamento, un’impennata, uno ‘spingere il momento alla sua crisi’, c’è sempre l’intuizione di uno scorrimento piano, a volte rovinosamente turbolento, di faglie in genere tangenti appunto ma pronte allo scontro, e tutto questo trascorre indisturbato fin quando non è colto da una percezione più sensibile orientata a intercettarlo.<br />
L’eXtra di questo libro è <em>LOVE</em> (Cap. 15 → 1990) tratto da <em>The Broom of the System</em> di David Foster Wallace, di recente debitamente adottato dal ‘nostro’ come fratello letterario.<br />
L’agente esterno e regista dell’episodio è il sagace Monroe Fieldbinder – un cognome (l’ottimo traduttore Sergio Claudio Perroni avrebbe potuto segnalarlo con una notarella rendendo omaggio a DFW, notoriamente maniaco delle note) piuttosto indicativo: vuol dire, elaborando un po’ ma è questa l’eco che emana, <em>circoscrittore del campo, marcatore del territorio</em>. Non vi dico perché è bene conoscere questo dettaglio per non togliervi il gusto del racconto: di certo il buon Monroe è tutto meno che il moralizzatore per cui si presenta, cosicché anche qui per l’appunto nulla è ciò che sembra, e l’orrore latente che scorre sotto la superficie senza esplodere fuori sta lì a occhieggiare in attesa del pertugio buono per dare l’assalto.<br />
Per la cronaca, <em>La Scopa del Sistema</em> fu uno dei primissimi libri editi da Fandango Libri (1999) nella collana Mine Vaganti ideata e diretta proprio da Sandro Veronesi: romanzo mirabolante pubblicato in America nel 1987, quando DFW aveva 24 anni, che si svolge perlopiù, con proditorio avantismo futurista, nel 1990, anno di pubblicazione del racconto da cui siamo partiti, <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, cuore che batte implacabile al centro esatto di questa raccolta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/10/baci-scagliati-altrove/">Baci Scagliati Altrove</a></p>
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		<title>i-Cinema</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 07:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/ciak.jpg"></a> [<em><a href="http://www.calendariodelpopolo.it/SitoIntero.htm">Il Calendario del Popolo</a> è un mensile culturale che nasce a Roma il 27 marzo 1945, un mese prima dalla completa liberazione dell’Italia dal nazifascismo.<br />
La rivista è pubblicata ininterrottamente dal 1945 ad oggi e si occupa, di numero in numero, di temi monografici differenti.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/03/i-cinema/">i-Cinema</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/ciak.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/ciak.jpg" alt="" title="ciak" width="226" height="232" class="alignleft size-full wp-image-40917" /></a> [<em><a href="http://www.calendariodelpopolo.it/SitoIntero.htm">Il Calendario del Popolo</a> è un mensile culturale che nasce a Roma il 27 marzo 1945, un mese prima dalla completa liberazione dell’Italia dal nazifascismo.<br />
La rivista è pubblicata ininterrottamente dal 1945 ad oggi e si occupa, di numero in numero, di temi monografici differenti. Quello in uscita in questi giorni è intitolato “Intervista al cinema”. Gli amici della <a href="http://www.sandrotetieditore.it/">Sandro Teti Editore</a> ci regalano un articolo in anteprima, fra i tanti che potrete trovare sulla rivista.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Sergio Bellucci </strong> </p>
<p>L’avvento del cinema rivoluzionò la possibilità di raccontare il mondo. Molto più di altre invenzioni, segnò l’ingresso nel “secolo breve”, prima della radio e della TV. Per la prima volta, infatti, una tecnologia integrava modalità espressive che, fino ad allora, erano rimaste separate e fortemente specialistiche. All’autore cinematografico era consegnata la possibilità di “ricostruire” una sintesi narrativa che coinvolgeva due dei sensi principali, l’udito e la vista, e tutti i linguaggi sviluppati intorno a essi. Era una rivoluzione. Immagini in movimento e testo, prima, suoni, parole e colore, poi, accelerarono sia la possibilità espressiva per l’autore, sia la conoscenza del mondo per chi fruiva di quel racconto. Le possibilità di raccontare esplosero in fiume di proposte, soggettività, emozioni. <span id="more-40916"></span><br />
La potenza della tecnica cinematografica e la codifica di uno specifico linguaggio, contribuirono fortemente alla costruzione, nel Novecento, di un mondo nel quale la produzione cinematografica svolse un ruolo centrale sia sotto il profilo culturale, sia sotto il profilo politico e sociale. Ma nulla più del cinema era predisposto all’ondata rivoluzionaria prodotta dall’incessante trasformazione delle tecnologie digitali. Il cinema ha sempre lavorato su sé stesso per modificare la propria tecnologia e, quindi, il suo linguaggio e la sua fruizione. A differenza della TV, che ha vissuto lunghi tratti di tecnologia costante, il cinema è sempre stato come alla ricerca del suo stesso superamento, della rottura degli stessi confini che la tecnologia del momento metteva a disposizione dell’autore. La sperimentazione, quindi, è un suo codice interno e spesso è proprio nella “settima arte” che vengono sperimentate forme che anticipano novità, come sta accedendo intorno al passaggio al 3D. Dagli 8 mm e poi al 16 mm, si arrivò presto al più importante formato, quello dei 35 mm, con le versioni di Vistavision, Panavision o Cinemascope, ma anche le sperimentazioni del 70 mm o del Cinerama; le innovazioni dei formati dei supporti (e quindi di quelli della visione, a essi strettamente correlati) si sono susseguiti alle innovazioni che venivano “create” sul set, ove le stesse macchine da presa erano portate al loro limite alla ricerca di nuove possibilità espressive e di linguaggio, e negli effetti speciali per ricreare ciò che non era possibile che accadesse realmente. Ma cosa cambia per il cinema con l’arrivo delle tecniche digitali? Proviamo a fare il punto di un processo che sembra non avere pause, anche se qualche linea di tendenza sembra man mano consolidarsi.<br />
Il problema del linguaggio:<br />
La modifica del linguaggio cinematografico corre di pari passo con le innovazioni tecnologiche che sono progressivamente rese disponibili. La capacità espressiva “tradizionale” è stata fortemente integrata dalle potenzialità delle tecnologie digitali sia sotto il profilo dei supporti produttivi, sia sotto quello delle immagini integrabili o degli scenari costruibili. Completamente stravolto il settore degli effetti speciali, via via integrato dalle grafiche 3D, la stessa “capture motion” ha reso possibile un livello di integrazione tra reale e virtuale che esplode le potenzialità espressive e mette in condizione il regista di “costruirsi” letteralmente il mondo e l’ambientazione nel quale far vivere il proprio racconto. Nelle grandissime produzioni come Titanic o Avatar, che consentono o di riprodurre la realtà come prima era impossibile, nel caso del primo, o addirittura costruirsi interi ecosistemi planetari nei quali ambientare storie, come in quello del secondo, le potenzialità tecnologiche mirano direttamente al raggiungimento di spettacolarità ineguagliate. Ma le potenzialità del digitale arrivano ad allargare le capacità produttive, affidandole a versioni “low cost” di ripresa e di montaggio offerte nelle tecnologie di largo consumo come gli smartphone o tablet. Queste “produzioni di massa” stanno ibridando il formalismo del linguaggio cinematografico attraverso una sperimentazione di massa delle potenzialità insite nelle tecnologie a disposizione, che offrono visione sia alla spontaneità delle riprese “amatoriali”, sia alla ricerca più avanzata degli autori più esperti o sperimentali. In questo quadro, possiamo far riferimento a “Machinima”, il cinema di Second Life. In questo particolare ambiente totalmente virtuale, la sperimentazione fatta nella produzione di film, definiti in 4D, ha consentito un importante salto qualitativo nella sperimentazione, sia di linguaggi, sia di forme produttive e, ovviamente, quelle di consumo. Tale forma espressiva, infatti, non ha sperimentato una progettazione spaziale della scena come è impossibile con le normali forme di espressione cinematografiche, anche quelle a 3 dimensioni, ma ha provato a modificare la sua costruzione attraverso la disponibilità di oggetti e ambientazioni fruibili in maniera immersiva. Inoltre, gli oggetti e le scene sono a disposizione su cataloghi e, quindi, a bassissimo costo. La possibilità di generare scene e personaggi risulta totalmente in mano all’autore, che può scegliere in totale libertà. Questa tipologia di film, inoltre, consente, in alcune sperimentazioni, visioni da punti di vista differenziati che affidano allo spettatore la scelta. Il grande obiettivo dell’avanguardia del Gruppo ’63, quello dell’opera aperta, sembra concretizzarsi sotto i nostri occhi soprattutto se pensiamo alla possibile integrazione di tali forme con quelle sperimentate sia per la produzione collettiva delle sceneggiature sia nel lavoro specifico della produzione condivisa. Forme già concretamente sperimentate in esperienze come quelle dell’i-Cinema, una installazione a 360° sviluppata in Australia in cui il pubblico è chiamato a interagire con la storia proiettata e un software basato sull’Intelligenza Artificiale reagisce modificando la storia in proiezione, o quella dell’italiana Cineama ove la collaborazione si spinge dal processo di scrittura e selezione del contenuto fino ad arrivare alla ricerca dei fondi per la produzione del film stesso. Per questo progetto, proprio per le caratteristiche “open” della filiera produttiva, la scelta della tutela del diritto d’autore e del copyright è ricaduta proprio in quei Creative Commons che, prodotti dagli autori di nuova generazione della rete, provano a trovare sintesi tra uso aperto e libero e il giusto riconoscimento dell’utilizzo commerciale di una idea.<br />
La produzione cinematografica, quindi, sta subendo una rivoluzione profonda. Il passaggio dalla pellicola al digitale sta producendo fenomeni di abbassamento dei costi di produzione e post produzione, di alta flessibilità, di allargamento della base produttiva, di un abbassamento della soglia di ingresso, di modifica del linguaggio, di forme nuove di distribuzione nelle sale. Il superamento della pellicola sta ridescrivendo, in larga misura, l’approccio con la scelta di produrre o meno una sceneggiatura. Dopo il terremoto, in Giappone, è partito un progetto per la produzione di un documentario crossmediale (come ormai sono molte delle opere cinematografiche) che poggia sulla produzione comunitaria di riflessioni, immagini, foto, video, eccetera… Dalla sala allo schermo del PC o al tablet, oggi è tutto un gioco di sponde e di rimandi perenni. Non esiste film che non abbia una sua specifica forma di comunicazione o di interazione sul web o un gioco connesso che sappia rilanciare la fruizione nella sala o nel salotto di casa. Alta definizione e schermi panoramici spingono a un consumo casalingo che, sempre più spesso, non sostituisce quello in sala ma si moltiplica nelle seconde e terze visioni. La possibilità di vedere film sul proprio PC, pur ponendo questioni inedite sul diritto d’autore, ha esploso il consumo di film ormai impossibili da vedere nelle sale. L’integrazione prossima tra schermo TV e Web, allargherà ancora di più le potenzialità di fruizione casalinga e, quasi sicuramente, i film si trasformeranno in “App” da scaricare.<br />
Questo moltiplicarsi della possibilità di produrre opere cinematografiche impone all’intero settore un problema di ridefinizione della intera filiera produttiva e, credo, anche delle leggi a supporto della produzione nazionale. Fino a ora, invece, i governi degli ultimi dieci anni sembrano evitare di avanzare una proposta di ridefinizione delle regole e delle forme di intervento nello scenario in enorme trasformazione. Mentre la lentezza della riforma delle regole sembra ignorare l’accelerazione che l’innovazione tecnologica produce, le potenzialità di queste novità conquistano i nativi digitali che si impossessano della “camera da presa” e sperimentano in maniera performativa la realtà del mezzo cinematografico.<br />
Nuovo realismo e nuova virtualità. Le tecniche digitali consentono o di raccontare la vita in diretta o la costruzione completa di una realtà altra, completamente virtuale. Tra questi due estremi c’è l’ampia gamma di possibilità che spetta all’autore di scegliere per sé e per lo spettatore. Mai come in questi anni, infatti, abbiamo potuto osservare la realtà così esplosa. Da un lato il cinema documentario e i reportage hanno potuto utilizzare le potenzialità di ripresa messe a disposizione dall’innovazione tecnologica. Dall’altro, ogni ipotetico scenario o ambientazione che potesse essere pensata dall’autore è stato possibile realizzare attraverso le nuove apparecchiature digitali. Ogni ibridazione tra questi due estremi è sotto la lente della ricerca di nuove forme di espressione e di linguaggio. L’intero alfabeto e la stessa grammatica cinematografica ne è ri-descritta e rimodulata.<br />
Anche la sala potrebbe essere investita da una nuova forma di rinascita. La distribuzione digitale, oggi, consente di avere sale che assumono la flessibilità di un palinsesto televisivo. I costi di affitto del contenuto, la possibilità di variare enormemente il catalogo, la possibilità di costruire micro-sale specializzate, o di costruire retrospettive difficilmente realizzabili con il vecchio supporto in pellicola offrono la possibilità di rompere il gigantismo monopolista che ha fortemente condizionato il settore della distribuzione e produrre una moltiplicazione delle possibilità e del pluralismo delle voci.<br />
Nuove tecnologie produttive e nuovi linguaggi, nuovi prodotti e nuovi supporti distributivi, nuove forme di mercato, tutto sembra essere ridescritto dall’arrivo delle tecnologie digitali. Il cinema, troppo spesso dato per morto, metterà le radici in questo nuovo ambiente e continuerà a far sognare, indignare o sorridere ancora molte generazioni.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/03/i-cinema/">i-Cinema</a></p>
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		<title>Il fondo del bicchiere</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 05:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg"></a> di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Quella notte tornammo a casa dal Cowboy Landscape di Voghera con almeno sei o sette litri di birra in due – e questo significa che almeno tre quarti di quei litri riempivano la mia, di pancia. Laurina è quella della coppia che ci dà un occhio a queste cose, ci sta attenta, e difatti la sua pancia è piatta come la tavola da stiro che sempre più saltuariamente usa per le mie camicie e i pantaloni mollando a me il malloppo (“Toh, adesso ho dell’altro”).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/27/il-fondo-del-bicchiere/">Il fondo del bicchiere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg" alt="" title="boccale" width="162" height="208" class="alignleft size-full wp-image-40836" /></a> di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Quella notte tornammo a casa dal Cowboy Landscape di Voghera con almeno sei o sette litri di birra in due – e questo significa che almeno tre quarti di quei litri riempivano la mia, di pancia. Laurina è quella della coppia che ci dà un occhio a queste cose, ci sta attenta, e difatti la sua pancia è piatta come la tavola da stiro che sempre più saltuariamente usa per le mie camicie e i pantaloni mollando a me il malloppo (“Toh, adesso ho dell’altro”). Tuttavia anche lei negli ultimi periodi – col divaricarsi dello spread, e col cambio di governo, e quei listini che si vedono alla televisione un giorno sì e l’altro anche due volte sì, che ti rimbecilliscono col loro saliscendi masturbatorio, alle nove del mattino segnando meno, poi riprendendosi, poi arrivando al pomeriggio a un’impennata e l’Italia sembra forte, pensi ai marmi delle statue, ai mattoni delle chiese, alle pietre che pavimentano le strade, e tutto sembra duro, forte, inaffondabile, fino a quando si arriva alla chiusura e tutto quanto si smorza e si attenua, “brusca virata”, la solita grigia esistenza –<span id="more-40835"></span> sì, anche Laurina ultimamente ha bisogno di qualche camelia sinensis in più per trovare sonno e mi dice che presto se va avanti così avrà bisogno di qualcosa di anche più forte di quello, e quando usciamo al venerdì e al sabato sera ordina sempre più spesso birre, spritz, bevande alcoliche, anche se come ho detto ci dà ancora un occhio, non vuole diventare la nave che sto diventando io più o meno all’altezza della cintola dei pantaloni, ci sta attenta.<br />
Però è innegabile che quella sera (28 novembre 2011) entrambi tornammo a casa da Voghera molto più che alticci. La serata era sui cinque o sei gradi sopra lo zero. Fredda. Senza stelle. Macchiata di nebbia biancastra e giallastra qua e là. Ma non delle peggiori. Non era ventosa. Nonostante la nebbia non percepivamo troppo umidità. Naturale che a guidare furono i nostri amici dato che saremo anche col batticuore per lo spread e la situazione finanziaria (Laurina aveva sentito in tivù Enrico Letta affermare che il mutuo delle case sarebbe diventato quattro volte tanto dopo le manovre del nuovo governo – democraticamente non eletto, come mi divertivo a ironizzare  almeno all’inizio della vicenda, perché adesso c’è solo alcol e pancia gonfia e sempre meno pensieri e sempre più testa vuota), ma ancora non siamo così fatti da guidare in stato di ubriachezza. No. Non ancora.<br />
Danny e la Sabrina avevano guidato senza problemi anche perché si sentivano in colpa per averci portato al Cowboy Landscape, una specie di saloon all’americana con cowboys e cowgirls di Castellazzo Bormida, Pozzolo Formigaro,  Fresonara e Polverola. Si balla musica country e blue grass. C’è una struttura per fare rodei e qualche stalla con cavalli dal muso triste, e dall’aspetto piuttosto malnutrito, balle di fieno nei campi e una volta ogni tanto vengono organizzate corse coi cani. Non che sia un locale malvagio. E’ persin bello, com’è agghindato e tutto. Sembra proprio di essere nel West. Però non è esattamente il nostro genere. Metterci gli stivaletti. Calcarci in testa un cappello da cowboy. Laurina e io ci sentiamo ridicoli dopo mezz’ora. Anche quando andiamo da MacDonald’s o Burger King circondati da plastica  e metallo ci succede e credo che in una decina d’anni da quando ci conosciamo non saremo mai andati a un Bowling assieme. Tra l’altro il Canadian Burger che ha ordinato Laurina le è rimasto sullo stomaco, e ha cominciato a lamentarsi.<br />
La cosa fondamentale da tenere a mente nella nostra storia è in ogni caso che siamo ubriachi, ma anche che non siamo stupidi. Per dire, non abbastanza stupidi da guidare in stato d’ubriachezza e dunque (dato che l’una cosa contiene probabilmente l’altra) abbastanza intelligenti da accorgerci all’istante che la porta del nostro appartamento è aperta e che sia io che Laurina eravamo sicuri d’averla chiusa. Dunque che cosa ci faceva aperta?<br />
“Oddio, non dirmi  che ci sono i ladri!” mi dice Laurina.<br />
Io dondolo stile  cretidiota sentendomi un acquario pieno di birra. Anzi devo persino stringere le chiappe perché ho paura che qualche pesce rosso mi possa scendere dal buco del sedere. “Be’, mi pare l’avessimo chiusa”<br />
“E ti pare sì, perché l’ho chiusa…”<br />
Io spingo l’uscio e la porta si spalanca.<br />
Un buio denso, impressionante sta lì davanti a noi.<br />
“Aspetta aspetta aspetta!”<br />
“Che c’è?”<br />
“Ma non l’hai visto il furgone parcheggiato qui fuori davanti al palazzo?”<br />
Abitiamo in zona Oasi in un complesso residenziale con palazzi di una decina di piani. E’ stato un affare, abbiamo acquistato l’appartamento novantamila euro, e sono cento metri quadrati di casa. Con i nostri stipendi d’impiegati, ce lo possiamo permettere. Il nostro appartamento è situato al quinto piano Scala B.<br />
“No, non ci ho fatto caso…”<br />
“Be’, io l’ho visto e…”<br />
Laurina e io sentimmo un fischio sul pavimento e poi uno schianto. Proprio come qualcuno che muovendosi nell’oscurità sta facendo strisciare il nostro mobile in sala e il mobile cade.<br />
“Non dirmi che sta succedendo anche a noi…”<br />
“Che.. co…”<br />
“Una rapina, creti. I ladri! E’ un mese che svaligiano, qui a Tortona.”<br />
Laurina ha ragione. Ora ricordo anch’io. Ho letto tutto quanto su Panorama di Tortona. Negli ultimi due mesi ci sono stati qualcosa come quindici appartamenti svaligiati. Un paio anche a un isolato da Zona Oasi. Nelle vicinanze. Poi a San Bernardino. Poi in Zona Paghisano. Dal cimitero.<br />
“Che… ca… eff… ass…”<br />
E prima che potessimo fare dietro-front e filarcela da dove eravamo venuti ossia ritornare nell’ascensore e schiacciare il tasto T, sentiamo una voce nell’oscurità.<br />
“State un po’ fermi, veh, che sennò vi sparo.”<br />
“Chi… che… ca…” dico io.<br />
Una luce si accende. Un uomo all’interno.<br />
Una calzamaglia. Un passamontagna.<br />
Una pistola in mano.<br />
“Merda…” sibilo io.<br />
“Fermi lì! Anzi, entrate un po’, veh, entrate e non fate furbate!”<br />
Laurina e io entriamo.<br />
Sbuca subito fuori qualcun altro e incredibilmente questo qualcun altro non indossa passamontagna.<br />
“Ma sei scemo?! Giri per la casa a faccia scoperta?” fa l’altro.<br />
Laurina e io non possiamo crederci.<br />
Conosciamo quell’uomo.<br />
E’ l’impiegato giù in centro città allo sportello della nostra banca del vino e del formaggio, come ormai la chiamo io dopo che da banca con le palle si è trasformata dall’oggi al domani in una banchina col tutù rosa che fa piroette in punta di piedi e soprattutto salti mortali – e quelli li fa fare anche a noialtri clienti.<br />
“Frangini!” gridiamo Laurina e io.<br />
“Oh cazzo, no! Che fig…”.<br />
L’impiegato Frangini diventa rosso.<br />
Fa per coprirsi la faccia.<br />
Io lo riconosco subito, e bene, perché vado spesso in banca, specialmente negli ultimi periodi di crisi. Ci siamo fatti un bel po’ di chiacchierate Frangini e io, con lui sempre a rassicurarmi, a raccontarmi un mucchio di frottole.<br />
“Oh no…” dice ancora.<br />
“S’è ca fuma? S’è ca fuma ades?” dice l’altro.<br />
“Sparal! Sparal tuti e du! Se ca ta vo fa?” dice Frangini in dialetto.<br />
“Ma sei scemo? Ci danno l’ergastolo! La sedia elettrica!”<br />
“Sparal a t’ho dit!”<br />
“Ta tel fat un’atra vota! Ta vé in gir senza maschera! Non è la prima volta! E’ la seconda! La seconda, zio cane! Non ti ricordi cosa è successo a quell’altro da cui ti sei fatto vedere? Non te lo ricordi?”<br />
“Sparal!<br />
“Ta ghe propri ‘na testa quadra…” fa l’altro.<br />
“Frangini, non spari. Non diremo niente a nessuno!” dice Laurina.<br />
“Frangini, ma che succede? Perché lo fa?”<br />
Frangini ci guarda. Ha i capelli color della stoppia, ma nella mia allucinazione alcolica mi sembra un piatto di spaghetti al burro. La pelle abbronzata. Non è un brutto uomo. Sicuramente migliore di me, con i miei cinque o sei litri di birra nella pancia. “E’ la banca che ci ha detto di rapinarvi” dice.<br />
“Che cosa?!”<br />
“Eh, storia lunga. Lasciamo stare”<br />
“La banca? Ma cosa s’inventa, cosa?”<br />
“Ma se va dig paregia va dig paregia! Sono le banche! Perché fussa par mi mica lo farei! Sono le banche, è tutto un complotto. Ci costringono a svaligiare i clienti. Poi vendiamo tutto quello che possiamo vendere e col ricavato apriamo conti correnti fittizi e facciamo operazioni di borsa. Abbiamo una trentina di clienti virtuali noi alla Credito&#038;Credito&#038;MaiDebito. C’è il nome, il conto corrente, c’è il certificato di nascita, la residenza… Ma è tutto un giro enorme, una truffa troppo lunga da raccontare, che coinvolge mazzi di persone, un letamaio.”<br />
“Ma ne racconti un’altra, ne racconti! Si aspetta che le crediamo?”<br />
“In effetti, mi m’in sbat ar bal! Credeteci o no, io non avrei bisogno di svaligiare un bel nessuno col furgone della ditta Restauro Mobili.”<br />
Certo, l’avevo vista posteggiata sul ciglio della strada da basso. Restauro Mobili Ferlinghetti. Un furgone blu con le scritte gialle sui portelloni. Un Ducati orrendo. Quei mascalzoni lo usavano per non essere scoperti mentre portavano via il mobilio…<br />
“Roba da matti.”<br />
“Dai, andiamo!”<br />
“Sparal! Sparal!”<br />
“Ma no, dai. Anche se sanno chi se ne importa? – dice l’altro da dietro il passamontagna nero, con due buchi raccapriccianti per occhi – Non appena parlano li fanno fuori.”<br />
Frangini guarda il suo compare.<br />
Poi guarda noi.<br />
“Questo è vero. Sì, questo è verissimo. Altrimenti mica lo farei.”<br />
“Cosa vuoi dire, Frangini?”<br />
“Semplice, cosa voglio dire. Noi siamo copertissimi, Se succede qualcosa, se parlate, se dite che sono stato qui, che siamo stati qui, siete morti. Provate a chiamare i carabinieri, provate a farlo. Vedete cosa succede. Eh eh, mica tanto da scherzare. Il giro è grosso, ve lo ripeto. Molto grosso. Se salta fuori che un impiegato di banca ha fatto una cosa simile, qualcuno potrebbe insospettirsi. E siete fritti. Fossi in  voi non andrei a raccontare in giro questa storia a nessuno. Nemmeno per scherzo! Nemmeno facendo finta che sia finta… Perché l’è propri vera, l’è.”<br />
“Non ci posso credere – dico io – Non ci posso credere! Cioè adesso sono le banche che fanno le rapine a mano armata…”<br />
“Questi sono i tempi. Dunque, acqua in bocca. Non una parola. Altrimenti…” e Frangetti fa un rumore con la bocca e si passa orizzontalmente il pollice sulla gola.<br />
Poi mollano lì il nostro mobile e se ne vanno. Li sentiamo entrare nell’ascensore. Sentiamo l’ascensore scendere cigolando e sferragliando come al solito. Poi le porte aprirsi e chiudersi. Quelle dell’ascensore. Il portone del palazzo. Possiamo sentire tutto. Come se avessimo, Laurina e io, un superudito che ci è spuntato per l’occasione. E’ la strizza ad averci alzato le capacità sensoriali.<br />
Cinque minuti in tutto.<br />
Un’allucinazione.<br />
La prima cosa che mi viene da dire quando siamo soli è: “Vado a vedere se ci hanno lasciato il computer e internet e cerco di fare il primo biglietto per il posto più lontano da qui. I soldi in banca li abbiamo ancora, dopotutto, no? Quelli, quei bastardi, non hanno potuto toccarli.”<br />
Laurina scoppia in lacrime, segue una discussione. Laurina mi dice che è da pazzi credere a quello che ci hanno raccontato. Lacrime blu le rigano il visino. E’alta un metro e cinquantasette. Ha gli occhi piccolini. I capelli tutti sistemati all’indietro, le scoprono una fronte bianchissima, liscia. La bocca carnosa è tutta piegata all’ingiù, sembra che stia masticando le parole che pronuncia. Le dico che non lo hanno fatto adesso, ma lo faranno più tardi. Ci ammazzeranno. Questo è sicuro.<br />
“E’ la birra. E’ colpa di tutta quella birra! Stiamo sragionando!” frigna lei.<br />
“Li abbiamo visti. Li abbiamo visti in faccia, Laurina. Non possiamo stare un minuto di più.”<br />
Nel frattempo, senza nemmeno troppo voglia di farlo, controlliamo la casa. Hanno portato via tutti i vestiti. Spariti i soprammobili. Il tavolo della cucina. Tre o quattro mobiletti. Tutto stoccato nel furgone, sempre che non ne usino anche altri. Il nostro appartamento è quasi vuoto, come se non avessimo pagato conti da un pezzo, come se ci avessero fatto un pignoramento. Un danno di quindicimila, ventimila euro, probabilmente.<br />
Laurina e io alla fine troviamo un accordo.<br />
Il computer è ancora a suo posto. Io mi ci siedo e…<br />
E ce la filiamo.<br />
E’ così che ci siamo trasferiti qui a Puerto Rico. Dall’oggi al domani. Abbiamo fatto le valigie con quei quattro stracci rimasti, preso i nostri passaporti (li abbiamo fatti per il viaggio di nozze; siamo andati a Bali e in Marocco), siamo partiti e ora siamo qui. A Puerto Rico. Restando sempre zitti. Tanto chi ci crederebbe? Probabilmente ci prenderebbero soltanto per due suonati che una sera che hanno alzato troppo il gomito hanno avuto una specie di allucinazione dovuta allo shock di non essersi trovati quasi più nulla in casa. Sì. E’ così che andrebbero le cose. Ci rinchiuderebbero in qualche ospedale psichiatrico in quattro e quattr’otto e poi ci farebbero sparire per sempre. A causa del complotto. Il maledetto complotto che ci ha raccontato Frangini. Invece staremo qui fino a quando la polizia non scoprirà che non abbiamo il visto e fintanto che i soldi non mancheranno. Dopo non lo so.<br />
Brutta situazione, vero?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/27/il-fondo-del-bicchiere/">Il fondo del bicchiere</a></p>
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		<title>Non chiamateli ragazzi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png" alt="" title="folla in piazza" width="298" height="222" class="alignleft size-full wp-image-40843" /></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali. Il nostro sogno è un paese in cui ci siano sicurezza e libertà e il loro sogno è una nazione governata dalle forze dell’ordine. Il nostro sogno è la dignità umana, il loro i tribunali militari che processano i civili. Il nostro sogno è un paese governato da persone corrette e preparate, il loro è un paese governato da generali. Il nostro sogno è nato negli anni ’70, ’80 e ’90. Il loro è nato negli anni ’30. Il nostro sogno diventerà realtà, il loro finirà nella pattumiera della Storia”. <span id="more-40839"></span><br />
Farida, classe 1992, è poco più di una bambina. Il 21 novembre, mentre in piazza Tahrir è in atto una carneficina, posta questo messaggio su Facebook. Scrive dalla piazza, dove si trova con tutta la sua famiglia, e in quelle poche righe riesce a condensare lo spirito e gli ideali dei “ragazzi di Tahrir” impegnati a scrivere una nuova pagina in quella che è la Storia della loro rivoluzione. E centra perfettamente il punto, Farida, raccontando quanto siano irrimediabilmente lontani e contrapposti gli alfabeti in cui si esprimono le due parti in gioco: il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) da una parte, le giovani generazioni con il loro sogno democratico dall’altra, in quella che sembra essere una battaglia decisiva, una resa dei conti finale tra lo SCAF, che in teoria starebbe guidando il paese in questa fase di transizione, dopo le dimissioni di Hosni Mubarak, e i “rivoluzionari” (thuwwàr, così si definiscono i giovani di piazza Tahrir), che non ci stanno a farsi strappare di mano la loro rivoluzione da quell’esercito che in questi mesi ha mostrato il suo vero volto, chiarendo di non avere alcuna intenzione di lasciare il potere, procrastinandone sempre più la transizione a un governo civile e mostrando più volte il pugno di ferro contro gli oppositori.<br />
Quella contro cui si battono oggi i rivoluzionari di Tahrir è la controrivoluzione con la quale il regime tenta di mantenersi in piedi, gattopardescamente, e di superare indenne o quasi il ciclone delle richieste di cambiamento in senso democratico che all’inizio di quest’anno si è abbattuto sul governo trentennale di Mubarak. A capo del consiglio militare, infatti, c&#8217;è il generale Tantawi, già ministro della difesa sotto il regime Mubarak. Da tempo, fin da subito dopo le dimissioni di Mubarak, i rivoluzionari di Tahrir ne chiedono le dimissioni. Per tutta risposta nei mesi scorsi lo SCAF non ha esitato ad abusare del proprio potere e a mostrare il pugno di ferro, rendendosi responsabile di vere e proprie carneficine (come quella del 9 ottobre a Maspero) e di migliaia di arresti di civili processati da tribunali militari. Proprio contro quest’ultima pratica si sono concentrati nei mesi scorsi gli sforzi degli attivisti che non accettano i processi militari a civili. Ha suscitato molto scalpore in particolare l&#8217;arresto, che risale a più di venti giorni fa, del blogger e noto attivista Alaa Abdel Fattah, simbolo e anima della rivoluzione di gennaio, che si è rifiutato di essere processato militarmente e per questa ragione si trova tuttora in cella. Arrestando lui il Consiglio delle Forze Armate ha voluto probabilmente lanciare un monito ai &#8220;ragazzi di Tahrir&#8221;.<br />
Così venerdì scorso la piazza si è di nuovo riempita, per chiedere le dimissioni di Tantawi, ma non solo. Le richieste della piazza sono precise, lucide, coerenti e per nulla ingenue o naif come si potrebbe pensare. Si chiede il passaggio immediato dei poteri dalla giunta militare a un esecutivo civile che guidi il paese fino alle elezioni presidenziali; di abolire i processi marziali ai civili; di far processare da corti civili i responsabili delle violenze degli ultimi giorni e dei mesi scorsi; di abbandonare i privilegi che fanno dell’esercito egiziano una casta potentissima non solo politicamente, ma anche economicamente (l’esercito controlla settori chiave dell’economia egiziana, tra cui quello del petrolio). Quest’ultimo punto è il nodo centrale che ha scatenato questa nuova protesta, dopo la presentazione di una bozza di emendamenti costituzionali che mirano a rinsaldare il potere dell’esercito, negando ogni possibilità di controllo sia sul bilancio che sull’operato delle forze armate.<br />
A chi parla di una seconda rivoluzione egiziana, i ragazzi di Tahrir rispondono che no, non si tratta di una seconda rivoluzione, stanno solo portando a compimento la prima. I messaggi su Twitter si rincorrono mentre piazza Tahrir e le vie circostanti si presentano come un teatro di guerra. Ma è, ancora una volta e ancor più della volta scorsa, una guerra ad armi impari, in cui ragazzi disarmati, o al massimo armati di pietre, affrontano gli uomini delle forze dell’ordine decisi a reprimere con ferocia, nel sangue, le proteste di quei giovani. Ma la piazza non ha più paura, e la violenza inaudita delle forze dell’ordine non è sufficiente a convincere i manifestanti ad abbandonare Tahrir. Sanno di rischiare la vita, ma restano lì. Mentre di minuto in minuto giungono notizie drammatiche riguardo al numero di morti e feriti, i ragazzi a Tahrir si annotano sul braccio, a penna, il numero di telefono di famigliari o amici per poter essere identificati in caso di morte. Una ragazza scrive su Twitter “Abbiamo tutto da perdere e tutto da vincere”, parole che mi fanno ripensare al testo di una bellissima canzone di De Gregori, <em>La Storia siamo noi</em>. Quei ragazzi sanno che la posta in gioco è molto alta, che si tratta di difendere la rivoluzione di gennaio, di fare in modo che tutto quel che è stato fatto finora non sia stato fatto invano. Non vogliono sentir parlare di compromessi con il regime militare e sono disposti a pagare in prima persona, anche con la propria vita, per veder realizzato il loro sogno di democrazia, di libertà e giustizia sociale.<br />
Piazza Tahrir è di nuovo quella sorta di città nella città che era stata durante i 18 giorni a cavallo tra gennaio e febbraio scorsi. Ci sono diversi ospedali da campo e la virtuosissima macchina della solidarietà si è rimessa in moto. C’è gente che va in piazza solo per offrire il proprio aiuto, ci sono medici e infermieri, un servizio di ambulanza vero e proprio e uno improvvisato per trasportare i feriti in motorino al più vicino punto di assistenza, si organizzano collette per comprare medicine e generi di prima necessità, si dona il sangue per le trasfusioni. Si cerca anche di scherzare, per quanto possibile in una situazione così drammatica. Qualcuno scrive su Twitter che l’Egitto è l’unico paese in cui i giovani non temono la morte, ma hanno paura di dire ai loro genitori che stanno andando a Tahrir.<br />
Ancora una volta, in piazza ci sono tutti, ragazzi e ragazze, cristiani, musulmani, comunisti, anarchici, liberali, islamisti, famiglie intere, anziani, bambini. E nel frattempo la rivolta infiamma anche molte altre città egiziane. Mentre scrivo, il generale Tantawi fa il suo discorso alla nazione. Spiega che l’esercito sta solo proteggendo il popolo egiziano e guidando la transizione democratica, non ha alcuna intenzione di governare il paese e le elezioni presidenziali verranno anticipate a Giugno 2012. Chi ha seguito da vicino i fatti di febbraio, ha la netta impressione del déjà vu: il discorso retorico e ipocrita di un carnefice che ha tante morti sulla coscienza e non si assume alcuna responsabilità per il sangue versato da tanti giovani innocenti. Un discorso cui, ancora una volta, la piazza risponde con un perentorio “Irhal!”, vattene.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png" alt="" title="harara" width="550" height="305" class="alignnone size-full wp-image-40841" /></a><br />
Ed è che indietro non si torna. A chi in occidente si chiedeva, all’indomani dalla caduta di Mubarak, se quella rivoluzione sarebbe veramente servita a cambiare le cose, chi conosce da vicino l’Egitto e i protagonisti di questa battaglia ha sempre risposto che sì, il cambiamento c’è stato eccome, a prescindere poi dal se e dal quando se ne vedranno i frutti. Una democrazia non si costruisce dall’oggi al domani. Il cammino sarà inevitabilmente lungo e impervio, ma un cambiamento c’è stato, ed è sostanziale, ed è sotto gli occhi di tutti: la gente non ha più paura di reclamare i propri diritti ad alta voce, di combattere e perfino di morire per poter vivere un giorno in un paese migliore. Quelli che si trovano in piazza adesso sono gli stessi ragazzi che hanno dato il via alla rivoluzione di gennaio. Non si sono mai fermati, hanno continuato per tutti questi mesi a portare avanti le loro battaglie, non hanno mai mollato quella piazza e dimostrano di non essere disposti ad abbassare la guardia, ad accontentarsi di soluzioni di compromesso. Dimostrano di essere pronti a rioccupare piazza Tahrir ogni volta che sarà necessario. È questa la rivoluzione, questo il vero cambiamento. In un paese che da mezzo secolo vive sotto regimi militari e subisce a testa bassa ingiustizie e vessazioni di ogni tipo, la generazione dei ventenni di oggi insegna ai propri genitori e al paese intero a non aver più paura, ad alzare la testa, a reclamare dignità umana e giustizia sociale. E dà al mondo intero che sta a guardare un’inedita, tanto semplice quanto efficace, lezione di democrazia. Il simbolo della battaglia di questi giorni è Ahmed Harara, un giovanissimo dentista, la cui storia ha commosso il paese e in questi giorni sta facendo il giro del web: negli scontri del 28 gennaio Ahmed aveva perso un occhio e sabato scorso ha perso anche l’altro, ma lungi dal lasciarsi scoraggiare, ha dichiarato: “Meglio vivere cieco nella dignità, che vedere e vivere umiliato”.<br />
Più di trenta i morti, martiri della libertà. Circa duemila i feriti. Indietro non si torna, ovunque porti questo secondo capitolo della rivoluzione.<br />
Di certo non mancano determinazione e coraggio, ai rivoluzionari di Tahrir.<br />
E per piacere, non chiamateli ragazzi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/non-chiamateli-ragazzi/">Non chiamateli ragazzi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Fare lobby</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 08:00:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg"></a><em>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus</em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/">Fare lobby</a></p>
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<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno. Si riconoscono subito: tranne Sartori, votato anche da altri, i restanti autori campeggiano solitari col loro, in fondo, magro bottino di sei voti.<br />
Questi scrittori li conosco tutti, personalmente. Sono amici miei. Alcuni carissimi amici. Due di questi sono redattori di Nazione Indiana. Ci sono tutti i presupposti dietrologici per parlare di inciucio, mafietta, camarilla, etc. etc.<br />
Ci sto pensando da alcuni giorni.<br />
Sorvolo su De Michele (lo voto perché voglio tenermi buono il gruppo di Carmilla?), o sull’accoppiata Mozzi-Binaghi (sono nel profondo un ateo devoto?) e cerco di entrare nel cuore del discorso.<br />
Il romanzo di Giacomo, per dire, so per certo che non è stato apprezzato da uno degli organizzatori del premio (non stiamo qui ora a fare gossip, è il ragionamento che mi interessa), lo ha trovato, anzi, “orribile”. Io mi fido abbastanza della sua capacità critica. Ma resta il fatto che io Sartori l’ho votato. Perché era amico mio? Perché è un redattore di Nazione Indiana? <span id="more-40736"></span><br />
Potrei rispondere molto semplicemente: perché m’è piaciuto, e morta lì (ed infatti è esattamente così, m’è piaciuto: l’ho trovato grottesco, allucinato, un’immagine perfetta di un “tipo” d’italianità, tutta chiacchiere e distintivo, che è congenito nel nostro popolo).<br />
E Raos? Nella vulgata un romanziere (come me) legge al massimo un libro di poesie l’anno, quello che gli regala l’amico poeta, come può mettersi a votare in quella categoria? Con quale competenza?<br />
Fermo restando che anche se fosse, che se anche avessi letto un solo libro di poesie non capisco perché non dovrei segnalarlo (e, viceversa, se un poeta avesse letto anche un solo romanzo all’anno che gli è piaciuto, per quale ragione non dovrebbe rendercelo noto?), potrei comunque star lì a fare ragioneria. Se leggo un libro di poesia l’anno com’è che ogni due mesi ne voto uno differente?<br />
Be’, certo &#8211; è la possibile risposta &#8211; voti i poeti di Nazione Indiana. La ragioneria dimostrerebbe il contrario; ho sul comodino Milo De Angelis, ho votato nei mesi appresso Galimberti, Pusterla, Franzin, etc. poeti che non so neppure che faccia abbiano, tanto per dire.<br />
È che a me il volumetto di Raos è piaciuto davvero, al punto che gli ho “rubato” una poesia e l’ho criptocitata (tutta intera! Potrebbe denunciarmi per plagio!) nel mio romanzo.<br />
Così come ho votato Inglese. O Buffoni. E Janeczeck, Matteoni, Rovelli, etc.<br />
Faccio lobby?<br />
Potrei insistere con le giustificazioni. Io Sartori, per dire, lo scoprii e lessi in tempi non sospetti, lo recensii quando ancora neppure mi immaginavo che sarebbe diventato un redattore di Nazione Indiana …<br />
[Inciso: non so se ve ne siete mai accorti ma su Nazione Indiana è vietato, vietatissimo, che un redattore parli di un altro redattore, che si pubblichino recensioni dei nostri libri, etc. Su Nazione Indiana ho parlato di Vasta o Garufi solo quando erano ormai usciti dalla redazione…]<br />
Detto ciò: fino a che punto, mi chiedo, devo autocensurare le mie opinioni sui libri che leggo e che mi piacciono? M’è capitato più di una volta di rifiutare di scrivere addirittura su libri del mio stesso editore per evitare possibili sospetti di inciuci o chissà cos’altro. Ma, a dir la verità, non ce la faccio più.<br />
Se scorro l’elenco dei lettori del premio Dedalus mi accorgo che inevitabilmente con buona parte di loro ho avuto od ho un rapporto, una conoscenza, uno scambio epistolare, etc. insomma “li conosco”. E li leggo, ovviamente. Così come, ovviamente, non leggo mica tutto quello che viene pubblicato in Italia, sarebbe un incubo. Quali sono perciò i libri che decido di votare?<br />
Quelli che leggo, chiaramente, quelli che mi piacciono &#8211; spesso, spessissimo di autori dei quali non so nulla (i libri che preferisco, perché sono davvero novità per me) &#8211; quelli che mi vien voglia di rendere noto ad altri. (per dire: ci sono state occasioni dove non ho votato. Dove, o perché leggevo libri “fuori dal regolamento” – autori stranieri o pubblicati fuori tempo massimo – o perché gli italiani letti – magari anche amici o conoscenti – non m’erano piaciuti).<br />
Basta?<br />
No. Non basta.<br />
Perché mettiamola come vogliamo, alla fine si legge anche per vicinanza. Perché è più probabile che io apra un libro di Chiara Valerio che di un perfetto sconosciuto. Non è giusto, ma è umano. Anche per questo, come dissi mesi fa, spesso a guardare le classifiche del Dedalus sento una certa “aria di famiglia”. Credo che sia inevitabile. E non è solo una bassa questione di “voto di scambio”: tu voti il mio libro, io voto il tuo. Nessuno me l’ha mai chiesto, non l’ho mai chiesto a nessuno. Vero, potrei fare come fa Flavio (Santi). Autoescludermi dalla votazione. Ma, mi chiedo, se lo facessero tutti i giurati non solo escluderemmo centinaia di libri dove la probabilità (non la certezza, ovvio) che siano “validi” e perciò votabili è alta, ma diventerebbe un incubo, ogni volta, leggere, scorrere l’elenco, depennare chi sì e chi no. (tenuto conto che si fa aggratis, per amor di patria).<br />
“Aria di famiglia” dicevo. La stessa classifica, se fatta con 150 giurati differenti, sarebbe ben diversa. E avrebbe una sua, particolare, “aria di famiglia”. Qui, in questa, la probabilità di vedere Alan D. Altieri &#8211;  autore che vende meno di Tabucchi, Parrella o Covacich &#8211; ai vertici è assolutamente pari allo zero assoluto (anche se &#8211; per me &#8211; lo meriterebbe molto di più di tanti altri) “di là”, nell’altra ipotetica classifica, la possibilità di leggere il nome di Frasca sarebbe deflagrante, rivoluzionario.<br />
Il Dedalus, così come ogni esperienza di questo tipo, si basa sulla credibilità dei suoi votanti e sul presupposto di onestà, di mancanza di doppi fini.<br />
Io, sia ben chiaro, ho apprezzato fin da subito questa idea. Mi sembrava un buon modo per sentire il polso &#8211; la temperatura &#8211; dei miei “vicini d’interessi”, dei miei colleghi. E un buon modo per dare visibilità a testi che non trovano spazio, dare suggerimenti (anche per questo ho sempre evitato di frammentare il mio voto).<br />
Anche di libri, quando è capitato, scritti da amici. E da redattori di Nazione Indiana.<br />
Faccio, inconsapevolmente, lobby?<br />
Forse dovremmo intenderci sul termine.<br />
Dato che la cosa non si fa nel segreto di alcuna stanza, con patti di sangue o cose così, e dato che queste classifiche non spostano migliaia di copie ma probabilmente neppure qualche decina, non credo di essermi affiliato ad alcuna loggia massonica. Però sarei disonesto se non ammettessi che nel mio piccolo io “faccio lobby”. Gruppo di pressione.<br />
Faccio parte di una realtà, Nazione Indiana, che da anni &#8211; nella sua ingovernabile anarchia (dovreste leggere la nostra mailing-list interna per capirlo), nella sua molteplicità di sguardi (s’è litigato e anche duramente fra di noi) – cerca di proporre un modo “nostro” di intendere il campo della cultura qui in Italia. E negli anni, a partire dai testi, dai post, dai libri, dagli articoli prodotti, s’è creata una sensibilità &#8211; per quanto nebulosa &#8211; comune (alcuni redattori sono cari amici, altri non li ho mai visti neppure in faccia, per me esistono solo nei testi che producono). Un rispetto reciproco, una reciproca attenzione.<br />
È inevitabile. Succede qui su Nazione Indiana, succede ovunque, in qualunque gruppo, blog, rivista. Per il rispetto reciproco che s’è sviluppato attraversando temi e battaglie, non per scambi di favori che non sono mai avvenuti (anche perché, molto grevemente, non c’è alcun potere da esercitare da nessuna parte).<br />
Il difetto, se lo vogliamo trovare a tutti i costi, che sta nel manico del Dedalus è che chi vota non ha letto tutti i libri. Ma sarebbe semplicemente impossibile. Allora che fare? Preselezionarne una decina e darli da leggere? E chi li preselezione? Con quale diritto, con quale pre-giudizio? Non sarebbe ancora più passibile di critiche? Con che diritto escludere gli altri libri?<br />
Io, come redattore di Nazione Indiana, parlo per me sia ben inteso, credo che sì, ho sempre votato libri che mi piacevano, che volevo suggerire, che volevo far conoscere, ma mi rendo conto che, piaccia o meno, mi ritrovo spesso nei libri di altri redattori di Nazione Indiana. Mi ci riconosco. Non suggerirli per questo ulteriore scrupolo lo trovo incomprensibile. Dire che votandolo non stia facendo lobby, sarebbe però ipocrita. Io, per quel centocinquantesimo che pesa il mio voto, io, votandolo, faccio lobby.<br />
Così come tutti gli altri gruppi di pressione facilmente identificabili nell’elenco dei votanti (e in quello ipotetico di un altro eventuale gruppo, etc.).<br />
Quello che conta, in fondo, è scoprire testi suggeriti da altri dei quali magari neppure ne conoscevo l’esistenza. Libri nei quali altri “gruppi di pressione” che l’hanno votato si riconoscono.<br />
Qui la cosa si fa semplice: o mi fido di questi libri, perché mi fido dell’onestà degli sconosciuti che l’hanno segnalato, o immagino mafie e dietrologie rassicuranti per evitare di prendermi la briga di leggerli.<br />
Essere però oggetto di sospetti, di calunnie, di maldicenze, inizia a stufarmi. Sono stato un lettore del Dedalus senza retro pensieri. L’ho fatto con piacere senza cercare un mio ritorno di alcuna natura (e poi, siamo seri, ma quale ritorno? L’eventuale primo posto nel Dedalus potrà pur far piacere, ma vendere come Volo, per uno che ha da pagare le bollette di casa, ne fa molto di più). Dopo tutti questi anni però mi sono scocciato di dover giustificare l’ingiustificabile. Siamo gherigli innicchiati nel guscio di noci convinti d’essere padroni del mondo. Ridimensioniamoci, per piacere. Sgonfiamo i toni polemici. Un manipolo di libri che dovrebbe fare massa critica, “di qualità”, riesce invece a creare solo fronde interne e inimicizie. A questo punto la domanda, la più semplice ed auto evidente, è: ma chi me lo fa fare?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/">Fare lobby</a></p>
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		<title>Classifiche pordenonelegge-Dedalus ottobre 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 07:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Narrativa</strong></p>
<p>1) Gabriele Frasca, Dai cancelli d’acciaio, Sossella, p. 42<br />
2) Paolo Sortino, Elisabeth, Einaudi, p. 41<br />
3) Paolo Di Paolo, Dove eravate tutti, Feltrinelli, p. 24<br />
4) Antonio Tabucchi, Racconti con figure, Sellerio, p. 21<br />
5) Mauro Covacich, A nome tuo, Einaudi, p.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">Classifiche pordenonelegge-Dedalus ottobre 2011</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Narrativa</strong></p>
<p>1) Gabriele Frasca, Dai cancelli d’acciaio, Sossella, p. 42<br />
2) Paolo Sortino, Elisabeth, Einaudi, p. 41<br />
3) Paolo Di Paolo, Dove eravate tutti, Feltrinelli, p. 24<br />
4) Antonio Tabucchi, Racconti con figure, Sellerio, p. 21<br />
5) Mauro Covacich, A nome tuo, Einaudi, p. 20<br />
6) Sergio Garufi, Il nome giusto, Ponte alle Grazie, p. 15<br />
7) Andrea Tarabbia, Il demone a Beslan, Mondadori, p. 14<br />
8) Valeria Parrella, Lettera di dimissioni, Einaudi, p. 13<br />
8) Giacomo Sartori, Cielo nero, Gaffi, p. 13<br />
10) Emanuele Tonon, La luce prima, Isbn, p. 12 <span id="more-40656"></span><br />
11) Vincenzo Latronico, La cospirazione delle colombe, Bompiani, p. 11<br />
11) Sergio Nelli, Orbita clandestina, Einaudi, p. 11<br />
13) Alessio Torino, Tetano, minimum fax, p. 10<br />
14) Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi, Feltrinelli, p. 9<br />
15) Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, E/O, p. 8<br />
16) Francesco Botti, Di corsa, di nascosto, Guanda, p. 6<br />
16) Roberto Barbolini, Ricette di famiglia, Garzanti, p. 6<br />
16) Mario Desiati, Ternitti, Mondadori, p. 6<br />
16) Antonio Franchini, Memorie di un venditore di libri, Marsilio, p. 6<br />
16) Simone Ghelli, L’ora migliore e altri racconti, Il Foglio, p. 6<br />
16) Pierre Lepori, Sessualità, Casagrande, p. 6<br />
16) Marco Mancassola, Noi non saremo confusi per sempre, Einaudi, p. 6<br />
16) Marina Mander, La prima vera bugia, et. al., p. 6<br />
16) Federica Manzon, Di fama e di sventura, Mondadori, p. 6<br />
16) aa. vv., Meridione d’inchiostro. Racconti inediti di scrittori del Sud, Stilo, p. 6<br />
16) Giorgio Mascitelli, Catastrofi d’assestamento, Zona, p. 6<br />
27) Maurizio Cometto, Cambio di stagione, Il Foglio, p. 4<br />
27) Leonardo Marini, Il crocifisso, Galaad, p. 4<br />
27) Matteo Nucci, Il toro non sbaglio mai, Ponte alle Grazie, p. 4<br />
27) Laura Pugno, Antartide, minimum fax, p. 4<br />
27) Raffaele Simone, Le passioni dell’anima, Garzanti, p. 4<br />
32) Ferdinando Acitelli, Sulla strada del padre, Cavallo di Ferro, p. 3<br />
32) Sussana Bissoli, Le parole che cambiano tutto, Terre di mezzo, p. 3<br />
32) Gabriele Dadati, Piccolo testamento, Laurana, p. 3<br />
32) Luigi Grazioli, Tempesta, Effigie, p. 3<br />
32) Paolo Lagazzi, Nessuna telefonata sfugge al cielo. Piccole storie notturne, Aragno, p. 3<br />
32) Teo Lorini, Amori al singolare, Effigie, p. 3<br />
38) Adrian Bravi, Il riporto, Nottetempo, p. 2<br />
38) Guido Ceronetti, In un amore felice, Adelphi, p. 2<br />
38) Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna, Sellerio, p. 2<br />
38) Stefano Moretti, Scappare fortissimo, Einaudi, p. 2<br />
38) Ivan Scarcelli, Piccolo guasto alla centrale del tempo, Stilo, p. 2<br />
43) Pietro Viola, Alice senza niente, Terre di mezzo, p. 1<br />
43) Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani, p. 1</p>
<p><strong>Poesia</strong></p>
<p>1) Eugenio De Signoribus, Trinità dell&#8217;esodo, Garzanti, p. 43<br />
2) Laura Pugno, La mente paesaggio, Perrone, p. 26<br />
3) Anna Maria Carpi, L&#8217;asso nella neve, Transeuropa, p. 24<br />
4) Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio, Transeuropa, p. 20<br />
5) Carlo Carabba, Canti dell&#8217;abbandono, Mondadori, p. 19<br />
6) Azzurra D’Agostino, D’aria sottile, Transeuropa, p. 18<br />
7) Alessandro Broggi, Coffee-table book, Transeuropa, p. 17<br />
8) La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio, a cura di Giancarlo Alfano, Perrone, p. 16<br />
9) Gabriel Del Sarto, Sul vuoto, Transeuropa, p. 11<br />
10) Patrizia Cavalli, La patria, Nottetempo, p. 10<br />
10) Paolo Ruffilli, Affari di cuore, Einaudi, p. 10<br />
12) Florinda Fusco, Thérèse, Polimata, p. 9<br />
13) Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi, Sossella, p. 8<br />
13) Alessandro De Francesco, Ridefinizione, La camera verde, p. 8<br />
13) Alessandro Raveggi, La trasfigurazione degli animali in bestie, Transeuropa, p. 8<br />
13) Filippo Strumia, Pozzanghere, Einaudi, p. 8<br />
17) Roberto Roversi, Trenta miserie d’Italia, Sigismundus, p. 7<br />
18) Fabio Franzin, Coe mani monche, Le Voci della Luna, p. 6<br />
18) Elio Pecora, Nel tempo della madre, La Vita Felice, p. 6<br />
18) Andrea Raos, I cani dello Chott El-Jerid, Arcipelago, p. 6<br />
18) Rina Santoro, L’anno 01. A Carlo Giuliani, L’Autre Incertain, p. 6<br />
18) Paolo Lanaro, Poesie della scala C, L’Obliquo, p. 6<br />
18) Antonella Bukovaz, al Limite, Le Lettere, p. 6<br />
24) Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Mondadori, p. 5<br />
24) Salvatore Ritrovato, Cono d’ombra, Transeuropa, p. 5<br />
26) Marco Bini, Conoscenza del vento, Ladolfi, p. 4<br />
26) Arnold de Vos, L’obliquo, Samuele, p. 4<br />
26) Claudio Pagelli, Papez, L’Arcolaio, p. 4<br />
26) Ida Travi, Ta. Poesie dello spiraglio e della neve, Moretti &#038; Vitali, p. 4<br />
26) Anna Cascella, Tutte le poesie, Gaffi, p. 4<br />
26) Stefano Lorefice, Frontenotte, Transeuropa, p. 4<br />
32) Nadia Agustoni, Il peso di pianura, Lietocolle, p. 3<br />
32) Alessandra Cava, rsvp, Polimata, p. 3<br />
32) Jacopo Galimberti, Senso comune, Le Voci della Luna, p. 3<br />
32) Andrea Ponso, I ferri del mestiere, Mondadori, p. 3<br />
32) Antonio Trucillo, La nuvèla, Marietti 1820, p. 3<br />
37) Dome Bulfaro, Milano ictus, Mille Gru, p. 2<br />
37) Gianni Clerici, Il suono del colore, Fandango, p. 2<br />
37) Alberto Crovetto, Imposizioni. Poesie 2007-10, Il canneto, p. 2</p>
<p><strong>Saggi</strong></p>
<p>1) Daniele Giglioli, Senza trauma, Quodlibet, p. 32<br />
2) Mario Lavagetto, Quel Marcel! Frammenti della biografia di Proust, Einaudi, p. 29<br />
3) Arturo Mazzarella, Politiche dell&#8217;irrealtà, Bollati Boringhieri, p. 28<br />
4) Carla Benedetti, Disumane lettere, Laterza, p. 24<br />
5) Massimo Raffaeli, Band à part, Gaffi, p. 23<br />
5) Domenico Scarpa, Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini, : duepunti, p. 23<br />
7) Alfonso Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo, Marsilio, p. 14<br />
8) Enrico Testa, Una costanza sfigurata. Lo statuto del soggetto nella poesia di Sanguineti, Interlinea, p. 12<br />
9) Franco Cassano, L’umiltà del male, Laterza, p. 10<br />
10) Giorgio Agamben, Altissima povertà, Neri Pozza, p. 9<br />
10) Goffredo Fofi, Zone grigie, Donzelli, p. 9<br />
10) Alfonso Berardinelli, Che intellettuale sei?, Nottetempo, p. 9<br />
10) Francesca Serra, Le brave ragazze non leggono romanzi, Bollati Boringhieri, p. 9<br />
14) Antonio Castronuovo, Alfabeto Camus, NE/Stampa Alternativa, p. 8<br />
14) Alberto Mario Banti, Sublime madre nostra, Laterza, p. 8<br />
16) Pietro Bevilacqua, Il grande saccheggio, Laterza, p. 6<br />
16) Alessandro Carrera, La voce di Bob Dylan, Feltrinelli, p. 6<br />
16) Vittorio Coletti, Romanzo mondo, il Mulino, p. 6<br />
16) Girolamo Di Michele, Filosofia. Corso di sopravvivenza, Ponte alle Grazie, p. 6<br />
16) Paolo Flores d’Arcais, Gesù. L’invenzione del dio cristiano, Add, p. 6<br />
16) Adriano Labbucci, Camminare, una rivoluzione, Donzelli, p. 6<br />
16) Atlante della letteratura italiana vol. 2, a cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, Einaudi, p. 6<br />
16) Gianfranco Marrone, Addio alla natura, Einaudi, p. 6<br />
16) Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, p. 6<br />
16) Stefania Ricciardi, Gli artifici della non-fiction, Transeuropa, p. 6<br />
16) Silvia Tatti, Il risorgimento dei letterati, Storia e Letteratura, p. 6<br />
16) Sandro Volpe-Alberto Voltolini, Mai ali che volano alto, : duepunti, p. 6<br />
16) Luigi Zoja, Paranoia, Bollati Boringhieri, p. 6<br />
29) Giorgio Fontana, La velocità del buio, Zona, p. 5<br />
29) Sergio Luzzatto, Il crocifisso di Stato, Einaudi, p. 5<br />
31) Augusto Illuminati, Tumulti, DeriveApprodi, p. 4<br />
31) Leone Piccioni, Memoriette, Pananti, p. 4<br />
31) Alessandro Portelli, America profonda, Donzelli, p. 4<br />
31) Ermanno Rea, La fabbrica dell’obbedienza, Feltrinelli, p. 4<br />
35) Sergio Bologna-Dario Banfi, Vita da freelance, Feltrinelli, p. 3<br />
35) Remo Ceserani, L’occhio della Medusa, Bollati Boringhieri, p. 3<br />
35) Emanuele Coccia, La vita sensibile, il Mulino, p. 3<br />
35) Massimo Donà, Abitare la soglia. Cinema e filosofia, Mimesis, p. 3<br />
35) Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi, p. 3<br />
35) Nicola Gardini, Per una biblioteca indispensabile, Einaudi, p. 3<br />
35) Andrea Gibellini, L’elastico emotivo, Incontri, p. 3<br />
35) Roberto Gigliucci, Croce e il barocco, Lithos, p. 3<br />
35) Gilberto Lonardi, Winston Churchill e il bulldog, Marsilio, p. 3<br />
35) Adele Riccotti, Maria Zambrano, Mobydick, p. 3<br />
45) Carla Arduini, Teatro sinistro. Storia del Grand Guignol in Italia, Bulzoni, p. 2<br />
45) Pippo Ciorra, Senza architettura, Laterza, p. 2<br />
45) Marco De Marinis, Il teatro dell’altro, La casa Usher, p. 2<br />
45) Sergio Fabbrini, Addomesticare il Principe, Marsilio, p. 2<br />
45) Raccontare dopo Gomorra, a cura di Paolo Giovannetti, Unicopli, p. 2<br />
50) Giovanni Giovannetti, Sprofondo Nord, Effigie, p. 1<br />
50) Luigi Matt, La narrativa del Novecento, il Mulino, p. 1<br />
50) Marco Pivato, Il miracolo scippato, Donzelli, p. 1<br />
50) Federica Sgaggio, Il paese dei buoni e dei cattivi, minimum fax, p. 1</p>
<p><strong>Altre Scritture</strong></p>
<p>1) Tommaso Pincio, Hotel a zero stelle, Laterza, p. 51<br />
2) Gianni Celati, Conversazioni del vento volatore, Quodlibet, p. 46<br />
3) Fabio Geda, La bellezza nonostante, Transeuropa, p. 18<br />
3) Andrea Inglese, Quando Kubrick inventò la fantascienza, La camera verde, p. 18<br />
5) Paolo Di Stefano, La catastròfa, Sellerio, p. 17<br />
6) Mariangela Gualtieri, Caino, Einaudi, p. 16<br />
7) Maria Grazia Calandrone, L&#8217;infinito mélo, Sossella, p. 12<br />
8) Alberto Arbasino, America amore, Adelphi, p. 11<br />
9) Francesco Cataluccio, Chernobyl, Sellerio, p. 9<br />
10) Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici, Guanda, p. 8<br />
10) Giulio Marzaioli, Voci di seconda fase, Arcipelago, p. 8<br />
12) Andrea D’Ambrosio-Franco Arminio, Di mestiere faccio il paesologo, DeriveApprodi, p. 6<br />
12) Magda Ceccarelli De Grada, Giornale del tempo di guerra, il Mulino, p. 6<br />
12) Giovanni Maccari, Gli occhiali sul naso, Sellerio, p. 6<br />
12) Giulio Mozzi-Valter Binaghi, 10 buoni motivi per essere cattolici, Laurana, p. 6<br />
12) Giorgio Orelli, I giorni della vita, Casa Croci, p. 6<br />
12) Rosella Postorino, Il mare in salita, Laterza, p. 6<br />
12) Sergio Rizzo-Gian Antonio Stella, Licenziare i padreterni, Rizzoli, p. 6<br />
19) Roberto Ferrucci, Sentimenti sovversivi, Isbn, p. 5<br />
20) Isabella Adinolfi, Etty Hillesum, Il Melangolo, p. 4<br />
20) Franco Arminio, Oratorio bizantino, Ediesse, p. 4<br />
20) Davide Grittani, C’era un Paese che invidiavano tutti, Transeuropa, p. 4<br />
20) Maria Luisa Spaziani, Montale e la Volpe, Mondadori, p. 4<br />
20) Claudio Giunta, Come diventare Michelangelo, Donzelli, p. 4<br />
25) Luciana Castellina, La scoperta del mondo, Nottetempo, p. 3<br />
25) Liviano D’Arcangelo, Le ceneri di Mike, Fandango, p. 3<br />
25) Il libretto rosso di Pertini, a cura di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, Castelvecchi, p. 3<br />
25) Franco La Torre, Grazie a Dio è venerdì, Iacobelli, p. 3<br />
25) Vittorio Orsenigo, Tanti viaggi, Archinto, p. 3<br />
25) Carlo Saletti-Frediano Sessi, Visitare Auschwitz, Marsilio, p. 3<br />
25) Tiziano Scarpa, L’ultima casa, Transeuropa, p. 3<br />
25) Flavio Soriga, Nuraghe Beach, Laterza, p. 3<br />
25) Vitaliano Trevisan, Una notte in Tunisia, Einaudi, p. 3<br />
25) Tiziano Colombi, Santi padroni padani, Effigie, p. 3<br />
25) Matteo Melchiorre, La banda della superstrada Fenadora-Anzù, Laterza, p. 3<br />
25) Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi, p. 3<br />
37) Costantino D’Orazio, 99 luoghi segreti, Palombi, p. 2<br />
37) Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori, p. 2<br />
39) Silvia Bortoli, Come sono finita dove sono finita, Cicero, p. 1</p>
<p>In questo turno di votazioni, il primo dopo la pausa estiva, è stato possibile votare per tutti i libri usciti nel 2011. Come da regolamento, sono esclusi dalla votazione i libri di Alberto Casadei, <em>Le sostanze</em>, Edizioni Atelier; Massimo Gezzi, <em>In altre forme</em>, Transeuropa; Gian Mario Villalta, <em>Vanità della mente</em>, Mondadori, per la sezione Poesia; di G. Alfano-A. Cortellessa-D. Dalmas-M. Di Gesù-S. Jossa-D. Scarpa, <em>Dove siamo?</em>, :duepunti edizioni; Alberto Casadei, <em>Poetiche della creatività</em>, Bruno Mondadori, per i Saggi. Flavio Santi ha escluso dalla votazione i suoi libri <em>Aspetta primavera, Lucky</em>, Socrates Edizioni, e <em>Il Tai e l&#8217;arte di girovagare in motocicletta. Friuli on the road</em>, Laterza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">Classifiche pordenonelegge-Dedalus ottobre 2011</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Supereroi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 07:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Jarno Saarinen]]></category>
		<category><![CDATA[Motociclismo]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Pasolini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/jarno-saarinen-a-renzo-pasolini-cla.jpg"></a><br />
di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p><strong>I.</strong><br />
Il giorno che Renzo Pasolini e Jarno Saarinen persero la vita in un incidente motociclistico a Monza, era in programma una partita non memorabile del Cosenza allo Stadio San Vito. Serie C, Girone C. Solito andirivieni tra serie minori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/supereroi/">Supereroi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/jarno-saarinen-a-renzo-pasolini-cla.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/jarno-saarinen-a-renzo-pasolini-cla.jpg" alt="" title="jarno-saarinen-a-renzo-pasolini-cla" width="391" height="223" class="alignnone size-full wp-image-40651" /></a><br />
di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p><strong>I.</strong><br />
Il giorno che Renzo Pasolini e Jarno Saarinen persero la vita in un incidente motociclistico a Monza, era in programma una partita non memorabile del Cosenza allo Stadio San Vito. Serie C, Girone C. Solito andirivieni tra serie minori. Alla radio, prima di sapere il risultato dei Lupi rossoblù del Cosenza, bisognava aspettare che terminassero servizi, interviste e classifiche di tutto il resto. Solo alla fine scoprivi cos’era successo in qualche remoto campo della Sicilia o della Campania. Faceva già un caldo inumano, quel 20 maggio del 1973. Il primo caldo di quella stagione di estati arroventate, lunghe come ere.<br />
Ma non sarà per questo se quel giorno non lo scorderò più.<br />
<span id="more-40650"></span><br />
<em>Il prequel del calcetto su asfalto</em>.<br />
Dunque siamo nel 1973. Le partite, di domenica (mattina) io le giocavo, mica le guardavo. Era un sistema di gioco antesignano del futuro calcetto. Noi lo chiamavamo semplicemente <em>pallone</em>. Si era in dieci-dodici in tutto. Quando si era dispari, per comporre due compagini equilibrate vigeva il perfetto Manuale Cencelli, nel frattempo applicato assai felicemente in altri campi. La mia squadra si chiamava <em>Boca Juniors</em>, perché quella nostalgia di Sudamerica ti si attacca addosso appena hai un pallone tra i piedi. Non puoi farci niente. Giocavamo dentro i cortili e sui marciapiedi, eravamo animali da cemento, nelle nostre città di provincia uscite dal <em>boom </em>e piombate nell’<em>austerity</em>. Ometti da asfalto, come Jon Voight, che qualche anno prima aveva interpretato il memorabile film <em>Un uomo da marciapiedi</em>. Lo immaginavo come un eroe solo, triste e abbandonato nelle enormi strade di metropoli americane in cui tutti erano infelici e smarriti.<br />
Il campetto in cui più sovente si giocava la domenica mattina, di suo non era neanche un campetto. Delimitato da un lato dalla scuola elementare, aveva reso necessaria la regola numero uno: <em>divieto di battimuro</em>. Se la palla urtava all’edificio della scuola, era fallo laterale. I confini dell’area di rigore erano elastici e assai incerti: pertanto, frequente motivo di contesa era il cosiddetto <em>frichìcchio</em>, ossia l’intervento di mano del portiere fuori dalla propria (presunta) area. Nemmeno la porta era delimitata in modo certo, né in altezza né in larghezza, la traversa era una sbarra soltanto immaginata. I calci d’angolo non si battevano, ma si accantonavano, si rateizzavano, in base alla regola <em>tre corner un rigore</em>.<br />
Era stata una domenica mattina come tante altre, di un tempo compatto e senza incrinature.</p>
<p><strong>II.</strong><br />
La Tribuna B dello Stadio San Vito era sovraeccitata e accaldata, il 20 maggio del 1973. In quel pomeriggio ch’era un cerchio di fuoco, cominciò a scivolare untuosa come un contagio la notizia di un gravissimo incidente al Gran Premio delle Nazioni di Monza. Non ero appassionato di motociclismo, ma quel giorno lì si capì che era accaduto qualcosa che non si sarebbe dimenticato facilmente. Si percepì immediatamente un impatto col destino.<br />
Era un giorno ormai così remoto nel passato che, per farvi un’idea, nel Palazzo della Moneda a Santiago del Cile, a capo del governo, c’era Salvador Allende. E, per restare in Italia, l’Italicus era solo un treno, e Ustica ancora un’isola. Non c’era stato ancora l’omicidio di Pasolini – Pier Paolo. Già, avevamo ancora due Pasolini, e di lì a poco non ne avremmo avuto più neanche uno.<br />
L’altro Pasolini era Renzo, detto Paso. </p>
<p><em>Paso e Jarno nella giostra di fuoco</em>.<br />
Motociclista romagnolo funambolico, talento e simpatia, pure lui portava occhiali con la montatura scura che non passavano inosservati. Paso era la faccia opposta di Ago. Renzo Pasolini e Giacomo Agostini. Uno creatività sul filo del rasoio, l’altro regolarità a prova di rischio. Diciamo che Ago era <em>mainstream</em>, Paso più <em>alternative</em>, anche se allora non si diceva così.<br />
Jarno Saarinen era un finlandese coi baffi, biondi. Astro in grande ascesa. Era ingegnere, al seguito aveva sempre una bellissima moglie, bionda come lui. Saarinen aveva vinto tutte e tre le gare precedenti della 250, quell’anno. Al Gran Premio delle Nazioni di Monza partiva per fare il poker. Sembrava la sua grande stagione. Erano due campioni, Jarno e Paso. Non sapevano che da quel giorno in poi i loro nomi si sarebbero avvinghiati – <em>Pasolini e Saarinen</em> – e avrebbero viaggiato per sempre insieme. Da quel giorno in cui nacque la locuzione <em>tragedia di Monza</em>. Erano le 15.17 quando a mille chilometri da dov’ero io, in una domenica placida e sudaticcia della mia infanzia, si scatenava una giostra infernale di fuoco e motori. Come poi si appurerà, prima della tragica gara delle 250 s’era disputata quella delle 350. L’aveva vinta Agostini (il rivale di Paso). Verso la fine della gara, la Benelli di Walter Villa comincia a perdere olio. Renzo Pasolini, che gareggia anche nella 350, si è appena ritirato per un grippaggio. Schiumando di rabbia, si apparta per prepararsi alla competizione seguente. Non saprà mai, se non quando sarà troppo tardi, che l’olio perso dalla moto di Villa ha trasformato il celebre <em>finto curvone</em> di Monza, incubo dei piloti, in una specie di vasca cosparsa di bagnoschiuma. Lo sanno invece quelli che hanno corso la 350 completando la gara e che si apprestano alla corsa successiva, ma anche quelli, come Jarno Saarinen, che si preparano semplicemente per la 250. L’unico tra tutti i piloti a essere ignaro della situazione è proprio Renzo, perché si è ritirato a tre giri dalla fine, quando l’olio fatale non aveva ancora cominciato a sgocciolare. Non poteva dirtelo qualcuno, Paso? In molti cercheranno di indurre l’organizzazione a porre rimedio, ma senza risultato. Si corre.<br />
Da quando parte la gara, è questione di secondi. Renzo è un morto che cammina, anzi, un morto che corre, in sella alla sua Aermacchi HD. Già al primo giro, affrontando il curvone a 250 chilometri all’ora, Pasolini si vede la ruota davanti slittare via su quella sorprendente pozza d’olio. Non sapremo mai cos’ha pensato. Che tradimento avrà ricostruito in pochi secondi. O forse i piloti lo sanno, che la loro partita con la vita si gioca su un bordo sottile. E quando arriva il momento lo capiscono, e dicono: “ecco, è arrivato”, come un appuntamento a lungo temuto ma previsto, e non fanno polemica. Forse, col suo senso dell’umorismo, Pasolini avrà avuto il tempo di formulare una battuta, mentre la moto gli scivolava via, e insieme a essa la vita. L’Aermacchi diventa una belva impazzita, va fuori pista e si infrange contro una barriera di balle di paglia poste davanti al guard rail. La paglia prende fuoco, Pasolini è uno straccio o forse un missile, ma non è più Paso. Morirà di lì a poco. La sua moto, rimbalzata sul guard rail, s’impenna da sola come un cavallo rimasto senza cowboy e torna indietro. Vola verso la pista. È questo il ricordo più inverosimile che nei servizi della sera prese posto per sempre nella mia coscienza. <em>La moto che vola</em>. Renzo, inconsapevole del rischio che correva, è andato a morire. La sua Aermacchi volante colpisce in piena faccia, come un gigantesco proiettile, Jarno Saarinen, che sta sopraggiungendo nel curvone. Il finlandese, che è in piedi sulla moto perché ha intravisto qualcosa che non va, viene scalzato dalla Yamaha. Anche lui piomba nell’aria, che poi lo ributta sull’asfalto. È il suo ultimo volo. Verrà schiacciato e straziato, quasi certamente ancora vivo, dagli altri corridori, alcuni dei quali suoi intimi amici, che gli passano sopra. Nel curvone è un rogo di fiamme e fumo, moto sventrate, feriti e morte, caschi spaccati. L’asfalto bollente è come una prateria dopo una mattanza. Un’apocalisse di motori, carburanti e corpi. Tutti i piloti arrivano al curvone e cadono, inghiottiti da quella congerie di fuoco, pezzi meccanici e uomini.<br />
Poi è silenzio. Renzo e Jarno non ci sono più. Vite brevi di piloti, come un soffio che va via, mentre ancora sei lì con le labbra che pensi di soffiare. Fino a un attimo prima correvano sulle loro moto, erano calore e potenza. Adesso sono carne senza la vita dentro. Non vedranno l’estate che comincia, non vedranno altre estati. Sono morti sulle loro moto per una striscia d’olio. Tutta questa dinamica, giunta in modo concitato e oltremodo approssimativo al San Vito, prima che cominciasse l’inutile partita del Cosenza, sarà chiarita soltanto dopo il ritorno a casa, la sera. Alfredo Pigna alla Domenica Sportiva pose una pietra tombale sugli eventi.</p>
<p><strong>III.</strong><br />
Come spesso accade a tutti quelli che muoiono quando tu sei ancora piccolo, ancor più se la loro morte è circondata da un’aura fosca tragica e grandiosa, Pasolini e Saarinen diventarono da subito per me una coppia di angeli premurosi, costipati per l’eternità nelle loro corazze, un poco intristiti e ingrigiti dalla polvere, ma rassegnati al proprio ruolo. A una morte per loro prematura, che per me era una sorta di copione in un romanzo di formazione. </p>
<p><em>Supereroi</em>.<br />
Non poteva esserci invece rassegnazione per un amico – o forse solo conoscente – di mio padre, il cui figlio ventenne, in quella stessa estate del 1973, volò come Saarinen dieci metri in aria dopo uno schianto con la sua moto, e precipitò sul cofano di una macchina come da un palazzo, cencio senza vita. Mi pareva di sentire nella testa quello stridio sinistro, il tentativo vano dell’ultima frenata, lo spaventoso schianto di quel corpo di ragazzo sulle lamiere. Vedevo suo padre e mio padre che parlavano accorati, io tenuto a distanza di sicurezza per essere tutelato da discorsi troppo gravi. L’amico, con gli occhiali scuri a nascondere occhi prosciugati, racconta la dinamica fatale e apre il consueto rosario dei rimpianti. Bastava un metro prima, la mamma non voleva, poteva passare un minuto dopo, gli ho comprato la morte. Il suo volto è pieno di rughe, quello di un uomo divenuto vecchio in un giorno, che attende la fine. Condannato alla vita, mentre suo figlio non c’è più.<br />
E vedo mio padre ancora giovane – lui solitamente spavaldo e rubizzo –, che invece ora è pallido e silenzioso, con lo sguardo immoto e smarrito, che mi prende per un braccio e in silenzio mi trascina a casa, come per portarmi – e portarsi – in salvo, lontano, a un’impossibile distanza di sicurezza, e mi stringe più forte del solito. La sua stretta, che già normalmente non è tenera, è come una morsa. Di sollievo e di terrore. Ha spiato sul ciglio del baratro. Io penso a quel povero giovane che si apprestava a un’estate di vento sulla sua moto, e penso al curvone di Monza, immagino lui e rivedo Jarno e Renzo angeli nell’inferno di fuoco.<br />
Una nuova meravigliosa estate silvana mi attendeva. Un’estate di pigne e castagni, felci e farfalle, capanni costruiti sugli alberi. Un’estate di pallone e corse, sudore e biciclette, cadute, ginocchia sbucciate. Jarno Saarinen e Renzo Pasolini li avrei inseriti nelle mie telecronache immaginarie. Li avrei sistemati – insieme al giovane che non avevo mai conosciuto, un po’ più defilato – come martiri e eroi di un pantheon infantile e sportivo. Quasi non avessero mai vissuto una vita vera. Quasi che il loro scopo sulla terra fosse stato quello di diventare, un giorno, un capitolo della mia fantasmagoria. Quasi non fossero mai stati uomini in carne e ossa, ma supereroi.</p>
<p>                                                              <em>a Marco Simoncelli</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/supereroi/">Supereroi</a></p>
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		<title>Diversamente epici</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 07:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/diciotto.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Filippo La Porta</strong></p>
<p>Ricordo spesso l’ironica frase di Orwell durante la guerra, a proposito del fascino di certi simboli e di certe parole d’ordine del fascismo: provate a far giocare i vostri bambini non  più con i soldatini ma con i pacifisti di stagno… beh, certo non si divertirebbero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/04/diversamente-epici/">Diversamente epici</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/diciotto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/diciotto.jpg" alt="" title="diciotto" width="432" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40597" /></a></p>
<p>di <strong>Filippo La Porta</strong></p>
<p>Ricordo spesso l’ironica frase di Orwell durante la guerra, a proposito del fascino di certi simboli e di certe parole d’ordine del fascismo: provate a far giocare i vostri bambini non  più con i soldatini ma con i pacifisti di stagno… beh, certo non si divertirebbero. Potrebbe essere un buon punto di partenza per una riflessione, a distanza, sui fatti (e sulle immagini) del 15 ottobre. Mi sembra di poter dire che la battaglia vera è proprio sull’immaginario, o soprattutto sull’immaginario. In che senso? <span id="more-40596"></span><br />
 Proviamo a partire dalla famigerata immagine del furgone dei carabinieri, “conquistato” dai manifestanti, che si incendiava nella notte romana, e dalla sua “tremenda bellezza”, come una volta si sarebbe detto (citando Rilke). Una visione corrusca e  minacciosa, una  cosa a metà tra i <em>Guerrieri della notte</em>, grandiosa epopea metropolitana (rilettura degli <em>Argonauti</em>), e l’avvincente  gioco alla  guerra dei <em>Ragazzi della via Paal </em>(un gioco che, in verità, eccita sempre tantissimo i maschietti, e forse non solo i maschietti visto che a partecipare agli scontri c’erano anche molte donne). Non  coltivo alcun estetismo della violenza, e anzi sono convinto che  una lotta condotta con mezzi violenti “inquina” qualsiasi cosa si intenda dopo costruire (non solo il fine non giustifica i mezzi ma in un certo senso esistono solo i mezzi: sono questi a “educarci” qui ed ora). Sono ben consapevole che quelle fiamme gettano sull’intero corteo una  pericolosa (e fuorviante) luce guerresca, un alone vagamente insurrezionale, del tutto irreale e anacronistico. Condivido inoltre la lettura di chi vede nella violenza una pericolosa “droga”, che esalta e illude chi non ha più futuro. Ma cosa ci dice  anzitutto quella scena?<br />
Anzitutto rispetto alla guerriglia e agli episodi di violenza del 15 ottobre occorrerebbe comunque evitare prediche, tipo: “Ragazzi, la prossima volta dovete munirvi di servizio d’ordine”, come se poi questo fosse la soluzione, e anzi sapendo che i servizi d’ordine degli anni ’70 furono quasi l’anticamera del terrorismo (e comunque quella “specializzazione”dava allo scontro fisico un peso sproporzionato). O anche, con tono compunto e “responsabile”: “Voglio piattaforme e contenuti più chiari, mi raccomando”, come se il movimento dovesse presentarsi alle elezioni, etc..  E soprattutto: evitare di metterla sul piano riflessività contro emotività, altrimenti la partita è persa dall’inizio. Nel ’77, lo ricordo, quelli riflessivi e inclini alle prediche, benché interni al Movimento, furono spazzati via. Lo scontro fisico rappresentava una comunicazione assai più immediata, persuasiva di ogni  pensoso dibattito. Uno con la spranga (o con la molotov) in mano rappresentava comunque qualcosa di più “reale”.  Il che era ingannevole ma fatale. Credo che per  un ventenne, e ancor più per un quindicenne, quella immagine del furgone possa essere ambiguamente  esaltante, possa dare una ebbrezza (tutta illusoria) di vittoria, oltre ad avere un valore simbolico di parziale  ma dovuto risarcimento delle scuole  Diaz, delle caserme Bolzaneto, dei Giuliani e dei Cucchi, etc. Hai voglia a dire &#8211; anche giustamente &#8211; che fa il gioco del nemico, che ti si ritorce contro, che ti aliena le simpatie del ceto riflessivo (tendenzialmente non ostile) e dell’opinione pubblica.<br />
Dunque: partiamo da lì. Siamo in grado di contrapporre non tanto una “politica” diversa, ma  in primo luogo un <strong>immaginario diverso</strong>, voglio dire egualmente forte, suggestivo, potente (tutto ciò  potrebbe essere letto come un cedimento alla  presente società-spettacolo, ma da sempre la politica si nutre, legittimamente, di emotività e immaginario: Kennedy dovette “spettacolarizzare” la cosa più noiosa del mondo, la democrazia, e infatti  si inventò la Nuova Frontiera). Forme di lotta più  immaginative e imprevedibili, tecniche di guerriglia non violente, provocazioni creative e sperimentali, etc. Che so, anche giocando un po’ su certe accuse, aprire il prossimo corteo con 50  pecore (e ovviamente un pastore rumeno o albanese in testa), organizzare blitz ovunque, in bar e luoghi pubblici,  diffondendo false notizie e, come faceva il “Male”, stampando false prime pagine di quotidiani (tipo l’Italia uscita dall’euro, con tutte le conseguenze), o sdraiarsi a oltranza paralizzando la città, come facevano Bertrand Russell e Aldo Capitini negli anni ’50, all’epoca molto più estremisti di qualsiasi militante comunista. Insomma: un riformismo  non-violento che esibisca per intero  la sua  anima radicale.<br />
Ecco, anche riallacciandomi al commento di Orwell, dobbiamo riuscire a immaginare un pacifismo “epico”, fatto di  eroici pacifisti di stagno,  che sostituisca al furgone incendiato qualcosa di sorprendente, di  vitale, di poetico, di  altrettanto eclatante…</p>
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		<title>Il nome giusto</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 06:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg" alt="" title="il nome giusto" width="173" height="252" class="alignnone size-full wp-image-40436" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte. Sergio Garufi sembra appartenere a questa categoria. La mediazione artistica, la citazione dotta, l’ammicco letterario, il rimando implicito, non devono però sembrare uno scudo per difendersi dalla vita; non sono una corazza che esclude il principio di realtà, semmai appaiono come una seconda pelle perfettamente aderente all’autore che amplifica la percezione emotiva del mondo.<br />
<span id="more-40435"></span><br />
<em>Il nome giusto</em> si apre, in effetti, col più irrealistico (e citatissimo) incipit immaginabile: un uomo, appena investito da una macchina, si rende conto di essere morto e allo stesso tempo di poter vedere il mondo da questa posizione di privilegiata condanna. Alla ricerca di un modo per poter essere dimenticato da chi lo ha amato in vita, per poter cioè finalmente abbandonare questa meta-realtà e disperdersi nel nulla, il protagonista, grazie all’ausilio, di capito in capitolo, di alcuni suoi libri svenduti ad un libraio, ripercorrerà la sua stessa esistenza: gli amori perduti, l’infanzia, i drammi familiari, il lavoro. </p>
<p>Garufi per sua fortuna è un autore esordiente ma non un “giovane autore”. Scrive con estremo equilibrio un libro che non è precisamente un romanzo (di “sformazione” borghese), ma una sorta di <em>patchwork </em>– simile a quelli venduti dal protagonista antiquario – composto da materiali nobili (<em>mémoire</em>, dissertazioni, divagazioni, aforismi) assemblati in apparenza senza alcun ordine narrativo, se non quello del gusto personale. Ma strada facendo ci si accorge di avere fra le mani di volta in volta non scampoli ma tessere di un mosaico che incastrandosi raccontano la resistibile discesa nell’anonimato di un uomo senza qualità, ossessionato dai suoi oscuri e irrisolti drammi familiari. La vita, insomma, l’autobiografia <em>tel quel</em>, si fa prepotente e crudele, fino a vincere sulla letteratura stessa.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 32 del 9 agosto 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Andrea Zanzotto 1921-2011</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/andrea-zanzotto-1921-2011/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 10:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg"></a></p>
<p><strong>Andrea Zanzotto</strong><br />
(Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011)<br />
<br />
<strong>Esistere psichicamente </strong></p>
<p>Da questa artificiosa terra-carne<br />
esili acuminati sensi<br />
e sussulti e silenzi,<br />
da questa bava di vicende<br />
- soli che urtarono fili di ciglia<br />
ariste appena sfrangiate pei colli &#8211;<br />
da questo lungo attimo<br />
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,<br />
da tutto questo che non fu<br />
primavera non luglio non autunno<br />
ma solo egro spiraglio<br />
ma solo psiche,<br />
da tutto questo che non è nulla<br />
ed è tutto ciò ch&#8217;io sono:<br />
tale la verità geme a se stessa,<br />
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/andrea-zanzotto-1921-2011/">Andrea Zanzotto 1921-2011</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg" alt="" title="zanzotto" width="400" height="306" class="alignnone size-full wp-image-40388" /></a></p>
<p><strong>Andrea Zanzotto</strong><br />
(Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011)<br />
<span id="more-40387"></span><br />
<strong>Esistere psichicamente </strong></p>
<p>Da questa artificiosa terra-carne<br />
esili acuminati sensi<br />
e sussulti e silenzi,<br />
da questa bava di vicende<br />
- soli che urtarono fili di ciglia<br />
ariste appena sfrangiate pei colli &#8211;<br />
da questo lungo attimo<br />
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,<br />
da tutto questo che non fu<br />
primavera non luglio non autunno<br />
ma solo egro spiraglio<br />
ma solo psiche,<br />
da tutto questo che non è nulla<br />
ed è tutto ciò ch&#8217;io sono:<br />
tale la verità geme a se stessa,<br />
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.<br />
Chiarore acido che tessi<br />
i bruciori d&#8217;inferno<br />
degli atomi e il conato<br />
torbido d&#8217;alghe e vermi,<br />
chiarore-uovo<br />
che nel morente muco fai parole<br />
e amori. </p>
<p>[da <em>Vocativo</em>, 1957]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/andrea-zanzotto-1921-2011/">Andrea Zanzotto 1921-2011</a></p>
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		<title>Di chi è la colpa?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[C.S.I.]]></category>
		<category><![CDATA[fiction]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg" alt="" title="processi" width="406" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40350" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.<br />
Magari fosse così semplice!<br />
<span id="more-40348"></span><br />
Un amico scrittore ed ex poliziotto, Maurizio Matrone, mi raccontò che indagando su un furto in un appartamento gli era stato chiesto dal proprietario se avesse portato il <em>luminol </em>(“ma chi l’ha mai visto il <em>luminol</em>” mi ha confessato), e non c’era volta che qualcuno non gli spiegasse dove e come prendere le impronte, al punto che qualche zelante vittima aveva già imbustato i reperti, numerandoli. Troppa tv. Non siamo più solo una nazione di commissari tecnici, siamo una nazione di tecnici della scientifica.</p>
<p>Di chi è la colpa?  È  colpa dell’attenzione morbosa che i quotidiani nazionali porgono alla cronaca nera (che ruba molte più pagine rispetto a quelle dedicate nei quotidiani europei), vera arma di distrazione di massa. È colpa di quei criminologi che hanno reso <em>glamour</em>, televisivo, un lavoro che deve essere fatto in silenzio, consci della fragilità degli indizi. Ed è sicuramente colpa di molti miei colleghi che si sono lasciati irretire dalla puerile onnipotenza di chi crede che saper scrivere gialli significa <em>di conseguenza </em>sapere come risolvere i casi reali. </p>
<p>È colpa di un protagonismo smodato, di un desiderio di visibilità assoluta, immorale, di un presenzialismo obbligatorio, di un dover dire la propria, ad ogni costo, a prescindere da tutto. È l’esasperazione del senso comune contro il buon senso, che invece chiede di lasciar lavorare gli unici deputati a farlo. Abbiamo <em>finzionalizzato </em>la morte, l’abbiamo resa una chiacchiera da bar. Tutti giudici <em>in pectore</em>, emettiamo sentenze, comminiamo pene, con non curanza, fra una tartina e un aperitivo, neppure fossimo in un consesso di docenti di diritto penale.</p>
<p>Non ho mai voluto sottostare al gioco manicheo dei colpevolisti contro gli innocentisti. L’intera nazione è bloccata su questa modalità duale e perversa: Inter <em>vs</em> Milan, destra <em>vs</em> sinistra, Nord <em>vs</em> Sud, guelfi <em>vs</em> ghibellini, convinti che la mente umana, per dirla con Tremonti, sia semplice. E invece non lo è. È complessa, molteplice, irriducibile. Ho sempre rifiutato di scrivere “da giallista” la mia opinione. Credo esista una responsabilità dell’autore di fronte a tragedie che colpiscono persone reali alla ricerca una possibile verità. Ma esiste anche una responsabilità dello spettatore, dell’utente televisivo, del lettore della carta stampata, è ora di dirlo.</p>
<p>Lo so, sembro un patetico moralista, ma se spettacolarizzare i processi è una follia, seguirli come fossero un <em>reality show</em>, pronti a “nominare” il colpevole, è ancora più abietto. Eppure lo sappiamo: la verità processuale e la verità reale non collimano, mai. Il processo è il luogo dove si cerca di raggiungere solo la verità processuale, fatta di indizi, prove, riscontri. Al punto che un giudice, anche se in cuor suo ha l’opinione che l’imputato sia in effetti colpevole, deve sottostare alla verità del processo, e liberarlo. Questa è la spietatezza dell’assoggettarsi ad un sistema di leggi certe, ma è anche la barriera contro il linciaggio, contro la barbarie. Lo so, è poco televisivo. Nei gialli, sempre così consolatori, alla fine, il colpevole lo identifichi, la giustizia trionfa, il bene vince. Ma nei fatti non è mai così semplice. La realtà è molto più noir dei gialli che scriviamo e che leggiamo. Nella realtà i colpevoli siamo noi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L'Unità, <em>ieri</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La città degli impala</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/la-citta-degli-impala/</link>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 06:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-6.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Fotografie di</em> <a href="http://www.maxfranceschini.it/">Max Franceschini</a></p>
<p>Sembra un destino, questo mio arrivare ogni volta di notte, in Africa. Intuisco il Lago Vittoria dal punteggiare delle rare luci notturne, poi finalmente sbarco. Aeroporto di Entebbe, antica capitale ugandese, dove tutt’ora risiede il presidente della repubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/la-citta-degli-impala/">La città degli impala</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-6.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-6.jpg" alt="" title="kampala-6" width="495" height="330" class="alignnone size-full wp-image-40287" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Fotografie di</em> <a href="http://www.maxfranceschini.it/">Max Franceschini</a></p>
<p>Sembra un destino, questo mio arrivare ogni volta di notte, in Africa. Intuisco il Lago Vittoria dal punteggiare delle rare luci notturne, poi finalmente sbarco. Aeroporto di Entebbe, antica capitale ugandese, dove tutt’ora risiede il presidente della repubblica. Cambio i miei euro in scellini e mi si riempie il portafogli di pacchi di cartamoneta consunta, indice di una inflazione galoppante, a due cifre. Dappertutto, nella sala d’accoglienza dell’aeroporto, campeggia una pubblicità governativa che chiede agli ugandesi, per lo sviluppo della nazione, di pagare le tasse. Tutti. Trovo la cosa sinistramente familiare. <span id="more-40286"></span><br />
L’autista che ci porta verso Kampala guida al contrario. Anche il voltante è dalla parte sbagliata. Basta questo, in fondo, per raccontarci di un secolo di protettorato inglese e di una influenza culturale del Regno Unito mai sopita. Arriviamo nella capitale in poco più di mezz’ora, la città è desertica. Solo le luci di alcune banche disegnano lo sfondo. Tutto pare in pace. La mattina appresso, come è ovvio, tutto verrà smentito.<br />
Perché sono qui? Per colpa di un amico. Gianluca Migliavacca, guida e coordinatore milanese di <a href="http://www.trekkingitalia.it">Trekkingitalia</a>, che da anni sperimenta nuovi modi di intendere l’escursionismo, la scoperta, il turismo sostenibile. Assieme a <a href="http://www.fondazioni4africa.org">Fondazioni4Africa</a> ha sviluppato un progetto di intercultura che vuole coinvolgere un paese uscito da pochi anni da una guerra intestina, l’Uganda. Da qui, dalla capitale, partiremo alla volta di Gulu, la seconda città della nazione, nel nord del paese, dove la guerra ha macinato maggiore distruzione. Conosceremo le ONG italiane che operano sul territorio e incontreremo gli abitanti dei villaggi, che raggiungeremo a piedi. Mangeremo con loro, dormiremo nelle loro capanne.<br />
Per ora, in ogni modo, il programma prevede un trek urbano. Attraverseremo Kampala a piedi, quasi fosse una sorta di addestramento a ben più impegnativi percorsi. D’altronde sembra, ora che è mattina e la città s’è svegliata, che non ci siano alternative. Il traffico di Kampala lascia senza fiato. Il fiume di lamiere sembra invadere tutto, immobile e caotico. Gli unici che riescono a farsi spazio, spesso con manovre davvero azzardare, sono i <em>boda-boda</em>. Potremmo tradurlo con <em>mototaxi</em>: ragazzi muniti di motociclette cinesi che agli angoli delle strade aspettano, due caschi in mano, che il cliente frettoloso si accomodi sul sedile posteriore. Ammetto che la tentazione è forte, ma noi oggi si fa tutto a piedi, come da programma.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-33.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-33.jpg" alt="" title="kampala-33" width="396" height="595" class="alignnone size-full wp-image-40288" /></a><br />
Si parte dal Museo Nazionale, che ha tutta la desolazione di certi musei del sud Italia, incapaci di valorizzare il proprio patrimonio. Solo le capanne delle varie etnie del paese, ricostruite all’esterno del museo, riescono ad affascinarmi. Poi riprendiamo il cammino, attraversiamo una grossa arteria viaria e ci inoltriamo verso la Makerere University, la più antica e prestigiosa dell’est Africa. Ha tutto l’aspetto di un campus extraurbano, tipico della tradizione anglosassone, anche se ormai la città l’ha raggiunta e inglobata. La sede della Makerere University, non ostante una manutenzione pessima, ha una sua dignitosa monumentalità, ma è una specie di murales naif ad attirare la mia attenzione. Si vede un uomo che cerca di far entrare in macchina una ragazza. “Have self worth” dice la scritta. E poi prosegue: “Care about tomorrow.” Ci pensa Lilian, che in questa università s’è laureata, a spiegarci l’arcano. “Rappresenta un <em>Sugar daddy</em>.” In buona sostanza sono uomini in là negli anni che irretiscono le giovani studentesse promettendo loro soldi e carriera in cambio di “attenzioni”. Cose che in Italia, ovviamente, non accadrebbero mai.<br />
Lasciamo il campus e ci dirigiamo verso il centro, per quanto questa affermazione lascia il tempo che trova. Kampala &#8211; <em>La collina degli impala</em>, tradotto dal luganda, la lingua della etnia più numerosa in questa regione – non ha quel disegno urbano definito tipico delle città di fondazione italiane o francesi. Si adagia su un sistema di colline (sette, come prevede il mito) e segue l’orografia adattandosi ad essa, senza forzarla. La città è un susseguirsi di vialoni asfaltati, cantieri, banche, nuovissimi grattacieli che campeggiano al colmo di alcune colline e baraccopoli tortuose, strade in terra battuta, fogne a cielo aperto. Il censimento, vecchio di un decennio, parla di un milione e mezzo di abitanti. Ma non ci crede nessuno, saranno almeno il doppio. Se inoltre consideriamo che sul lago Vittoria esiste la massima concentrazione di popolazione rurale africana ci vuole poco a capire che Kampala sta studiando per diventare una immensa metropoli senza forma. Luigi Snozzi, l’architetto ticinese a cui è stato dato l’incarico del piano urbanistico me lo conferma: “stiamo cercando di delimitare la città, con una enorme circonvallazione che decongestioni il traffico urbano e che serva un sistema di città satellite a coronamento.”<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-23.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-23.jpg" alt="" title="kampala-23" width="495" height="330" class="alignnone size-full wp-image-40289" /></a><br />
A camminarci, in questa città, mi pare una pia illusione. Girare per Namirembe road o Luwum street, l’area commerciale di Kampala, è un’esperienza di prossemica estrema. Lo spazio pubblico, lo spazio sociale si comprimono nello spazio personale, intimo. In pratica c’è tanta di quella gente – che vende, compra, scambia, passa, discute, scarica, bighellona – che pare di stare in un gigantesco vagone metropolitano nelle ore di punta, oltrepassare la strada pare addirittura impossibile. Persone, animali e merci, dappertutto. Merci cinesi, come è ovvio. La Cina ormai s’è comprato l’intero continente. Ma anche merci indiane. Data l’influenza coloniale inglese, da sempre in Uganda ha prosperato una numerosa comunità indiana che fu cacciata ai tempi della dittatura di Amin Dada e che col governo di Museveni ha trovato di nuovo rifugio. “I cinesi comprano materie prime e ci vendono prodotti finiti” mi dice Mark, “gli indiani investono”. Il mercato di Kampala, così, mi appare come il territorio dove si stanno facendo le prove generali della prossima guerra commerciale delle due potenze economiche emergenti.<br />
La prossimità rende osservatori di minuzie. La pletora di acconciature femminili sembra infinita, le tipologie inesauribili. Non solo capelli stirati, di foggia “occidentale”, ma anche code, tortiglioni, treccine. Spesso colorate di viola o striate di rosso. “Sono quasi tutte <em>extensions</em>” mi fa notare Dario, che lavora in Zambia da un po’ di anni. Capelli artificiali, estensioni sintetiche, che le donne ugandesi, e africane in genere, sfoggiano con naturalezza, vezzose. Ogni tre, quattro mesi si sottopongono ad una nuova seduta dal parrucchiere che può durare anche un intero pomeriggio. Il primo simbolo di emancipazione economica è proprio l’acconciatura; solo le donne più povere, o quelle che ho incontrato nei villaggi dell’acholiland, non le portano, lasciando la capigliatura corta (o acconciata con pettinature tradizionali).<br />
Giriamo attorno ad una collina residenziale piena di verde, dove troneggiano lo Sheraton ad altri alberghi di lusso, superiamo uno spaventoso vuoto urbano trasformato in una bolgia di automobili parcheggiate, taxi e minibus e ci inoltriamo per Jinja road. Una donna vestita di seta bianca arringa al traffico, bibbia alla mano. Il governo ugandese si fregia di aver abbattuto considerevolmente la percentuale di cittadini che hanno contratto l’HIV dal 30 % degli anni ’90 al 4,1% attuale, grazie ad una politica dell’astinenza e della monogamia fin troppo manichea, ma Padre Tarciso Pazzaglia, incontrato nella sua missione di Kitgum, mi dice di non far troppo caso alle statistiche. Si possono piegare all’occorrenza, in funzione dell’utilità politica. I malati di AIDS sono ancora molti, insomma, troppi. Di certo la nuova campagna omofoba &#8211; portata avanti da predicatori protestanti legati a gruppi fondamentalisti nordamericani con la complicità del governo ugandese &#8211; che vuole rendere l’omosessualità reato con condanne che vanno dall’ergastolo alla pena capitale,  sta facendo ricadere un paese appena uscito da una guerra interna in un nuovo baratro. A pagarne le spese sono già molti attivisti gay ugandesi. Fra questi David Kato Kisule, ucciso lo scorso anno nei pressi della sua abitazione.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-29.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-29.jpg" alt="" title="kampala-29" width="495" height="330" class="alignnone size-full wp-image-40290" /></a><br />
Sento uno spostamento d’aria, alzo gli occhi: sulla mia testa volteggia un marabù. Sono ovunque a Kampala. Uccelli enormi, alti fino ad un metro e mezzo, con una apertura alare spaventosa. Cicogne voraci e sgraziate, preistoriche, che saltabeccano di frasca in frasca, neppure fossero graziosi passerotti. Ogni volta che si appoggiano alla chioma di un albero, la fronda si piega sotto il peso dell’animale, sembra cedere. Kampala è un po’ come quei rami cedevoli che devono sopportare un carico di vite spropositato. Bisogna essere elastici per riuscirci, e i marabù stessi, consapevoli del danno, sanno comunque quando posarsi, e dove.<br />
Siamo ormai nel quartiere di rappresentanza istituzionale. Vediamo sfilare una dietro l’altra ambasciate, il Parlamento in marmo bianco, il Teatro Nazionale, sedi di nuove banche e cantieri di grattacieli multifunzionali. Tutto attorno baracche e mercatini improvvisati. La meta del trek è Garden City, il nuovo centro commerciale frequentato dalla borghesia kampalese. Qui non c’è ressa, ci si muove agevolmente fra i soliti ristoranti fusion, i centri di telefonia mobile o i negozi d’abbigliamento (“Luigi”, si chiama uno di questi, come se bastasse un nome italiano a rendere elegante la merce). Alcuni bambini arabi hanno sul volto i colori della bandiera dei ribelli libici. Meglio non dirlo al presidente Museveni, “caro amico” di Gheddafi. Un fuoristrada giapponese antistante al Casino Simba ha sulla ruota di scorta una scritta: “Jesus, I trust in you.” Un Gesù efebico mi benedice. Domani partiamo per Il nord.</p>
<p>[<em>Pubblicato in versione più breve su</em> L'Unità<em>, il 1 ottobre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/la-citta-degli-impala/">La città degli impala</a></p>
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		<title>Il Cristo zen</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 06:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png"></a> [<em>E' nata una nuova avventura editoriale: <a href="http://www.indianaeditore.com/">Indiana editore</a>. Sia ben chiaro, con Nazione Indiana non c'entra nulla, ma trovo sincronico che - oltre alla parola "Indiana" - ci sia, nelle prime pubblicazioni previste, proprio un libro di Raul Montanari, "ex-indiano".</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/30/il-cristo-zen/">Il Cristo zen</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png" alt="" title="cristozen" width="148" height="210" class="alignleft size-full wp-image-40228" /></a> [<em>E' nata una nuova avventura editoriale: <a href="http://www.indianaeditore.com/">Indiana editore</a>. Sia ben chiaro, con Nazione Indiana non c'entra nulla, ma trovo sincronico che - oltre alla parola "Indiana" - ci sia, nelle prime pubblicazioni previste, proprio un libro di Raul Montanari, "ex-indiano". Visitate il sito della casa editrice e scopritene la filosofia e gli intenti. Io, nel frattempo, vi pubblico l'introduzione di Raul al suo libro, che uscirà il 12 ottobre.</em> G.B.]<br />
.</p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><em>Quali sono le diversità fra Buddhismo e Cristianesimo?<br />
Se si pensa che ci siano diversità, ci sono. Se si pensa che non ci siano, non ce ne sono.</em><br />
TAÏSEN DESHIMARU, La tazza e il bastone, storie zen.</p>
<p>Come tutti, ho incontrato prestissimo la parola di Dio, la Scrittura. Molto prima di incontrare non solo le scritture (quelle dei grandi poeti e romanzieri che mi hanno subito affascinato) ma molte cose della vita – accadimenti, misteri, emozioni – di cui la Scrittura mi parlava. <span id="more-40227"></span><br />
Col tempo, come molti, ho cominciato a occuparmi d’altro. La mia vita è diventata un lentissimo zoom, che lasciava sfumare ai lati le cose grandi e concentrava sempre più il suo focus sulle minuzie, sui dettagli che riempiono il quotidiano, qualunque sia la nostra strada o il nostro mestiere. Nei primi racconti che scrivevo trovavano ancora spazio brividi metafisici, ambizioni alla Totalità che spesso rimanevano tali per scarsa robustezza della mia voce di narratore. Quindi, man mano, ho cominciato a operare su progetti più vasti, i romanzi.<br />
Allora mi è successa una cosa strana. Mi sono accorto che più nelle cose che scrivevo mi addentravo nei particolari, nelle sfumature dei rapporti umani, nella descrizione di comportamenti estremi, di paure, desideri e tensioni che potevano sfociare perfino in atti criminali, più sentivo il bisogno che le letture, che accompagnavano questi mesi di lavoro dedicati alle vicende che narravo, tornassero ad avere il sapore rigenerante dell’assoluto.<br />
Così ho ripreso in mano la Bibbia. Ho colmato i varchi lasciati negli anni in cui avevo sì la fede, poi perduta, ma non avevo ancora la conoscenza del mondo e dei libri che mi poteva far capire e amare davvero il Libro per eccellenza. E, contemporaneamente, ho cercato anche altrove. E mi sono imbattuto nel Buddhismo zen.<br />
Ho avuto subito una sensazione di familiarità.<br />
Certe intuizioni dei maestri zen e dello stesso Buddha, le frasi secche, lapidarie, il senso della natura, l’anticonformismo, la libertà di pensiero e la forza delle soluzioni espressive, li ritrovavo anche nelle parole e nei comportamenti di Gesù. A volte immaginavo il Nazareno sullo sfondo dello Yang-tze o del monte Fuji. Oppure vedevo Hui-k’o, l’allievo perfetto, seduto fra i dodici apostoli ai piedi del maestro. O mi figuravo il grande Bodhidharma fra i sacerdoti del tempio di Gerusalemme, unico fra tutti a non stupirsi di quel ragazzino che conosceva la Legge quanto e più di tutti loro, e sulla Legge aveva idee nuove, sostenute da una forza misteriosa. Siddhartha parlava a Benares, nel parco delle Gazzelle, ai suoi primi cinque discepoli, e il Cristo passava poco lontano e si fermava ad ascoltare, con un’espressione di enigmatica comprensione sul volto; poi riprendeva il suo cammino.<br />
Nei libri che scrivevo di giorno, i miei personaggi correvano incontro al loro destino spesso buio; nelle ore notturne, una luce usciva dalle pagine schiuse. Dalle parole, dalla Parola.<br />
Per questo, vent’anni fa, ho immaginato per la prima volta di scrivere questo libro, dove confrontare e, dove fosse lecito, confondere volutamente gli insegnamenti che mi sembravano scaturire da una stessa Verità. Così primitiva, così potente, fatta di fiducia incrollabile, di abbandono consapevole al flusso degli eventi, di disciplina inflessibile prima verso se stessi che verso gli altri, di disprezzo per ogni vuoto, ridicolo, grottesco eppure onnipresente culto dell’esteriorità.<br />
Ma prima di mescolare bisognerà distinguere. E raccontare.</p>
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