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	<title>Nazione Indiana &#187; Giorgio Bocca</title>
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		<title>La casa giusta e le lotte partigiane</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 08:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/StenPM-B.jpg"></a></p>
<p><strong>Una casa per Paralup</strong><br />
di<br />
<strong>Carlo Grande</strong></p>
<p>Esistono luoghi che sembrano insignificanti, lontani da tutto, dimenticati, ma che possono dire ancora molto dal punto di vista esistenziale e “politico”, nel senso più alto del termine. Paralup è uno di questi: la mitica borgata alpina del Cuneese, tra Valle Stura e Valle Grana, dove il 20 settembre 1943 salirono i primi partigiani del Piemonte e probabilmente d’Italia, le sedici baite dove si rifugiò la dozzina d’uomini guidata da Duccio Galimberti e Dante Livio Bianco (Nuto Revelli raggiungerà la banda pochi mesi più tardi), rinasce grazie alla Fondazione Nuto Revelli, all’abnegazione del figlio Marco e della moglie Antonella Tarpino, all’impegno di tanti, architetti, storici, maestranze, studiosi e amici come Andrea Cavallero, Daniele Regis, Livio Quaranta, Valeria Cottino, Dario Castellino e Giovanni Barberis.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/la-cosa-giusta/">La casa giusta e le lotte partigiane</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/StenPM-B.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/StenPM-B-263x300.jpg" alt="StenPM-B" title="StenPM-B" width="263" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-22003" /></a></p>
<p><strong>Una casa per Paralup</strong><br />
di<br />
<strong>Carlo Grande</strong></p>
<p>Esistono luoghi che sembrano insignificanti, lontani da tutto, dimenticati, ma che possono dire ancora molto dal punto di vista esistenziale e “politico”, nel senso più alto del termine. Paralup è uno di questi: la mitica borgata alpina del Cuneese, tra Valle Stura e Valle Grana, dove il 20 settembre 1943 salirono i primi partigiani del Piemonte e probabilmente d’Italia, le sedici baite dove si rifugiò la dozzina d’uomini guidata da Duccio Galimberti e Dante Livio Bianco (Nuto Revelli raggiungerà la banda pochi mesi più tardi), rinasce grazie alla Fondazione Nuto Revelli, all’abnegazione del figlio Marco e della moglie Antonella Tarpino, all’impegno di tanti, architetti, storici, maestranze, studiosi e amici come Andrea Cavallero, Daniele Regis, Livio Quaranta, Valeria Cottino, Dario Castellino e Giovanni Barberis.<br />
Sabato a Rittana, a pochi minuti di marcia dal luogo-simbolo dove salì il gruppo di Italia Libera che avrebbe dato origine alla banda di Giustizia e Libertà, si terrà un convegno-laboratorio: la data non è casuale, il 12 settembre 1943 – poco prima della strage di Boves – Duccio Galimberti e i suoi uomini salirono a Madonna del Colletto, dall’altra parte della vallata, ribellandosi ai nazifascisti. Videro che la posizione era indifendibile e si spostarono a Paralup.<br />
<span id="more-22002"></span></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/TUHJ3Uq3AwM&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/TUHJ3Uq3AwM&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Le povere e bellissime baite, raccolte su una splendida balconata naturale che spazia sulla pianura cuneese (luogo ideale per chi vive alla macchia, da cui vedere e non essere visti), rappresenta ancora un formidabile catalizzatore di energie: già acquistate per due terzi dalla Fondazione Nuto Revelli, sono da mesi in ristrutturazione. La borgata non diventerà un ingessato museo all’aria aperta o un parco a tema, ma un simbolo della memoria e un modello di civiltà alpina, aperto in ogni stagione a giovani, turisti, studiosi e associazioni. Avrà reception, sala multimediale, possibilità di soggiorno (adeguatamente “spartano”) collegamenti internet.<br />
Ci si dovrà arrivare a piedi (le auto resteranno in un piccolo spiazzo qualche centinaio di metri a valle), le abitazioni saranno a bassissimo impatto ecologico. L’ex accampamento militare – armeria, mensa, cucina, dormitorio, posto di guardia – prima di essere rifugio per cento e oltre partigiani (Paralup fu punto di arruolamento dei quadri delle formazioni GL di tutto il Cuneese) accolse per secoli duecento montanari. Il borgo, ormai quasi diroccato, e i suoi pascoli intorno, i faggi, i frassini, le pietre e il forno, parlano non solo dei venti mesi di vita partigiana ma anche di secoli di vita grama; il progetto Paralup è dunque una forma di riscatto anche per la civiltà contadina dei “Vinti”: parecchie interviste di Nuto Revelli vennero effettuate in quest’area.<br />
“È come un cerchio che si chiude – dice Marco Revelli appoggiandosi alla porta di una baita &#8211; tanti alpini di Russia venivano di qui, da borghi come questi, ormai dissanguati dalla fame, dalla guerra e dall’industrializzazione. Paralup, a un quarto d’ora dalla strada nazionale per la Francia e il colle della Maddalena, è un’ipotesi di esistenza diversa, di una di montagna che non sia luna park per cittadini, come diceva mio padre, di piccola rinascita per la gente di Rittana, tanto per cominciare. Qui si sale e si varca una soglia, che non è teorica, non è utopia”.<br />
Qui molti giovani seppero dire di no, qui la madre del sindaco di Rittana, Adriano Perona, portò in salvo a Cuneo Duccio Galimberti, nascosto su un carretto, ferito in uno dei primissimi scontri con i fascisti, rischiando la vita. “Rivedo Livio, seduto accanto a Duccio, col suo bel viso greco, con quei suoi occhi intelligenti e vivacissimi”, scrive Giovanni Monaco. “Conversai a lungo con Livio – scriverà Nuto Revelli – Mi parlò di Piero Gobetti, di Carlo Rosselli. E scoprii un mondo”. E’ commovente rivedere le vecchie foto esposte in piazza Galimberti a Cuneo. Scatti sfocati di gente che “seppe benissimo cosa fare”, per dirla alla De Gregori. O che, per usare le parole di Beppe Fenoglio: “…amò tutto quello, notte e vento, buio e ghiaccio, e la lontananza e la meschinità della destinazione, perché tutti erano i vitali e solenni attributi della libertà”.<br />
Paralup, filmata da Olmi in “Nascita di una formazione partigiana” e da Teo De Luigi in “Duccio Galimberti”, parla di coerenza, di grande e quotidiano combattimento, di fame, freddo, fatica, ideali. Nuto Revelli, nell’introduzione a Il mondo dei vinti descrisse le sue case “più povere delle isbe della Russia”, con “quattro muri a secco, la porta così bassa che ti obbligava all´inchino, una crosta di ghiaccio per tetto… l´ambiente dal quale avevano strappato i miei alpini di Russia”. Paralup oggi è una Pompei prima della cenere, è una boccata d’ossigeno, un antidoto, un posto in controtendenza. Il “genius loci” sprigiona energia, averla fatta rivivere è un mezzo miracolo, come la planata del falco che salendo con Marco Revelli ha quasi colpito  il parabrezza dell’auto, l’ha quasi accarezzata.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
GIORGIO BOCCA<br />
Nel libro “Le mie montagne”, Giorgio Bocca dedica molti ricordi ai giorni di Paralup, dove giunse tra i primi: “Dante Livio Bianco arrivò da Madonna del Colletto, noi dai Damiani, una borgata vicina, con Detto Dalmastro. Ricordo bene la sera in cui salii, c’erano Livio e Nuto, avevano preparato una bella torta, che gradii moltissimo. Al momento di scendere iniziò una grande nevicata… Tornai giù sciando, su una neve farinosa, bellissima. Una volta la notte non ci faceva paura. Durante la guerra ci proteggeva”.<br />
E’ mai tornato lassù?<br />
“Sì, l’anno scorso, sono stato anche in Valle Varaita, al passo di Sampeyre, sono sceso a Elva, che è un luogo meraviglioso. Mi ha sorpreso come la memoria falsifichi le distanze: ricordavo la Valle Maira come una valle larghissima, invece è molto stretta. Ho ricordato e rivisto il punto dell’imboscata ai tedeschi, all’uscita del vallone. Nella mia memoria uno spazio enorme ci separava da loro, in realtà c’erano solo 50 metri. Mi emoziona anche ricordare la Valle Varaita: al Colle dell’Agnello salii per raccogliere il primo gruppo di americani sbarcati nella Francia del Sud per far saltare i treni. Arrivarono da Guillestre, venni avvisato per radio. Sono salito al colle e ho visto sbucare dalla nebbia venti persone con la divisa americana. Li abbiamo ospitati a Sampeyre, da bravi sabotatori volevano far saltare tutti i ponti della valle, gli abbiamo detto <guardate che servono anche a noi>”.<br />
Nel capitolo “Quelli di Livio”, lei ricorda anche ambizioni e rivalità.<br />
“Sì, mi aveva impressionato… anche nella guerra partigiana, dove si rischiava la vita per un ideale, le lotte di potere rimanevano fortissime. Livio aveva nei miei confronti non dico un’antipatia, ma una certa avversione politica: quando fui nominato per comandare le bande nelle Langhe scrisse un rapporto a Torino nel quale si rammaricava”.<br />
Differenza di classe?<br />
“Mah, loro erano un’èlite, lui e Agosti e gli altri erano professori universitari, avvocati di fama, noi ragazzini. Livio Bianco chiamava noi partigiani semplici <gli ometti>. Duccio era ambizioso ma senza invidia, sfogava le ambizioni nell’azione, nella fatica. Era figlio di un ministro, Livio di un sarto emigrato a Nizza che aveva fatto un po’ di soldi, era tornato a Valdieri e aveva fatto studiare i figli. Ora ne sorrido, di queste cose”.<br />
E Nuto Revelli?<br />
“Nuto lo ricordo in modo fraterno, era una persona molto umana. C’era amicizia vera tra noi. Eravamo vissuti insieme, da giovani”.</p>
<p>pubblicato sulla <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=248">Stampa</a> del 12 settembre</gli></guardate></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/la-cosa-giusta/">La casa giusta e le lotte partigiane</a></p>
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		<title>Bocca di rosa</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2006 08:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>L&#8217;ex partigiano e l&#8217;invenzione dei carabinieri trucidati</strong></p>
<p></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><em>Il cinico non è adatto a questo mestiere</em>, recita il titolo di un bel libro – intervista di Ryszard Kapuscinski con Maria Nadotti. E il mestiere del titolo è ovviamente il giornalismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/01/18/bocca-di-rosa/">Bocca di rosa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;ex partigiano e l&#8217;invenzione dei carabinieri trucidati</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/bocca.jpg" width="149" height="159" alt="" title="" /></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><em>Il cinico non è adatto a questo mestiere</em>, recita il titolo di un bel libro – intervista di Ryszard Kapuscinski con Maria Nadotti. E il mestiere del titolo è ovviamente il giornalismo. Leggendo l’ultimo libro di Giorgio Bocca su Napoli, <em>Napoli siamo noi </em>(pagg. 134, 14 euro, Feltrinelli) si è spinti a integrare il titolo di Kapuscinski con una chiosa non del tutto superflua: Il cinico (e il distratto) non sono adatti a questo mestiere.<br />
Era da tempo che in un così smilzo volumetto (talmente smilzo che l’editore s’è visto costretto a rimpolparlo con <strong>decine e decine di pagine bianche</strong>: su 134 fogli, quelli effettivamente stampati sono poco meno di 108) non si riscontrava una così imbarazzante serie di errori, incongruenze, refusi, inesattezze. <span id="more-1644"></span></p>
<p>Qui di seguito se ne prova a dare un’idea. Con un’avvertenza di non esaustività del rapporto: la pioggia era così fitta che qualche goccia può essere scivolata via, non vista. E la si affida agli occhi attenti dei lettori. </p>
<p>Pag. 5 : “Lungo la tangenziale avvengono anche molti scippi classici; due in motoretta raggiungono la donna con la borsetta a tracolla e gliela tirano via con una frustata”. È un’immagine potente, rabbiosa. Peccato solo che lungo la tangenziale di Napoli, come lungo le tangenziali del resto d’Italia, la circolazione ai pedoni e alle motorette sia vietata dal codice della strada, e che lo scippo descritto sia perciò impossibile.<br />
Pag. 27: “Bassolino, che è di Avellino (…)” <strong>Antonio Bassolino</strong> è originario di Afragola.<br />
Pag. 31 (e per tutto il libro) : “Rosa Russo Jervolino è di madre altoatesina (…)” Sarebbe bastato una rapida verifica sul sito ufficiale del Comune di Napoli per scoprire che il cognome del sindaco si scrive Iervolino, con la i.<br />
Pag. 32: “La famiglia di Annalisa Durante, la ragazza trucidata per uno sguardo (…)”. Uno sguardo? Qui Bocca evidentemente si confonde con altri tristi casi di cronaca nera napoletana. <strong>Annalisa Durante </strong>è stata uccisa da un gruppo di fuoco della camorra a Forcella, vittima innocente di uno scontro tra clan che si contendevano il controllo del territorio.<br />
Pag. 38: “L’intera famiglia Fabbricini in guerra (…)”. Anche qui una leggerezza ortografica. Il clan si chiama Fabbrocino.<br />
Pag. 42: “I Mazzarella di Sarno”. Sarno? Il clan Mazzarella è di san Giovanni a Teduccio.<br />
Pag. 46: “Quattro carabinieri del nucleo che non portano la divisa vengono scambiati per scissionisti e trucidati”. Qui, al di là della incerta sintassi e della traballante concordanza, <strong>Bocca sfiora il surreale</strong>. Quattro carabinieri morti, anzi, no, di più, addirittura <em>trucidati</em>? Dove? Come? Quando? Possibile che di un così grave fatto di sangue non ce ne ricordiamo? Siamo così anestetizzati alla violenza che abbiamo rimosso dalla memoria, come un file superfluo, il tributo di sangue pagato da 4 giovani carabinieri, massacrati solo per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato? No,  <strong>niente di tutto questo</strong>.  La realtà, i fatti, sono per fortuna, almeno questa volta, meno gravi. Il riferimento è allo scorso ottobre, quando – di ritorno a casa dopo una serata in pizzeria – quattro marescialli dell’Arma, in borghese, vennero scambiati per scissionisti, affiancati da una vedetta della camorra e colpiti con una mitraglietta. Per fortuna se la cavarono con poco, ferite superficiali medicate al pronto soccorso per tre di loro (uno degli agenti rimase illeso) e tanta paura Pochi giorni dopo lo specchiettista a guardia della strada, forse spinto dallo stesso clan messo sotto pressione dai carabinieri, si costituì in caserma e ammise l’errore. Insomma: una brutta storia finita tutto sommato bene. Non per Giorgio Bocca. Per lui a Napoli si muore anche quando si resta vivi.<br />
Pag. 52: “Il cardinale di Napoli Giordano (…) è nato il 26 ottobre 1930”. Errore: <strong>Michele Giordano </strong>è nato il 26 settembre 1930 (anche qui, un rapido giro in Rete non avrebbe fatto male).<br />
Pag. 81: “Scampia, il quartiere alto di Napoli (…)”. A Napoli il “quartiere alto” è il Vomero, altro che Scampia.<br />
Pag. 92: “A Napoli lo psichiatra Ceravolo ha inventato una maglietta con su stampata una finta cintura di sicurezza e assicura di averne vendute molte”. Vecchia e stracotta bufala mediatica, che evidentemente solo questo maestro del giornalismo ancora non conosce. In realtà lo psichiatra <strong>Ciaravolo</strong>, qualche anno fa, non fece altro che inventarsi una finta notizia (secondo cui, appunto, a Napoli vanno via come il pane t-shirt con una cintura di sicurezza stampata sopra) dandola in pasto ai media, e dimostrando così come il sistema dell’informazione spesso si beva tutto o quasi, con superficialità e approssimazione. Sarà contento Ciaravolo di avere avuto una così autorevole conferma alle sue teorie.<br />
Pag. 98: “Ma la Jervolino, che non nasconde neppure la sua voce roca (…)” Roca? Roca è la voce di Paolo Conte, di Sandro Ciotti, di Ferruccio Amendola. Roca è una voce cupa, sommessa, bassa. Quella del sindaco sarà al massimo stridula, o alta.<br />
Pag. 99: “De Felice ha anche il fisico da Rambo”. <strong>Antonio De Felice</strong> è lo zelante ispettore della polizia municipale che si occupa di auto clonate. Ma il soprannome, nella migliore tradizione dei contronomi, è evidentemente ironico (a chi abbia visto almeno una volta De Felice, e non pare il caso di Bocca). De Felice è basso e magro, ha la faccia secca e lunga e la testa liscia alla sommità, coi capelli bianchi e lunghi solo ai lati. Tutto meno che un fisico da Rambo insomma.<br />
Pag. 123: “L’amministrazione comunale di Tufini (…)”. Tufini ovviamente sta per Tufino.</p>
<p>La ricognizione si conclude qui, con una ennesima citazione dal libro. Ma questa volta è, temiamo, una citazione pienamente condivisibile, e uno straordinario, e involontario, autocommento al volume: “Siamo tornati a discutere come all’inizio del Novecento le teorie antropologiche sulla criminalità, se essa sia nativa o razzista, per cui agli occhi di un leghista, ma anche di benpensanti, un napoletano, un calabrese, un siciliano, sarebbero più vicini alle scimmie che agli uomini”.</p>
<p><em>(pubblicato, col titolo Tutti gli errori del libro di Bocca, sul Corriere del Mezzogiorno)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/01/18/bocca-di-rosa/">Bocca di rosa</a></p>
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