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	<title>Nazione Indiana &#187; giornalismo e verità</title>
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		<title>Al Qaeda è solo uno spauracchio di Bush?</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jan 2005 21:35:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Robert Scheer</strong></p>
<p></p>
<p><strong>Sabato 19 febbraio al Teatro i di Milano </strong>(in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong>, invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta. Pubblico qui di seguito un articolo di <strong>Robert Scheer </strong>, giornalista d’inchiesta del <strong>Los Angeles Times</strong>, uscito il 13 Gennaio 2005 su ZNet.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/30/al-qaeda-e-solo-uno-spauracchio-di-bush/">Al Qaeda è solo uno spauracchio di Bush?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Robert Scheer</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornavercopia.jpg" border="0" alt="giornavercopia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p><strong>Sabato 19 febbraio al Teatro i di Milano </strong>(in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong>, invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta. Pubblico qui di seguito un articolo di <strong>Robert Scheer </strong>, giornalista d’inchiesta del <strong>Los Angeles Times</strong>, uscito il 13 Gennaio 2005 su ZNet. A.S.<br />
<span id="more-898"></span><br />
E&#8217; immaginabile che Al Qaeda, così come definita dal Presidente Bush al centro di una vasta e ben organizzata cospirazione terroristica internazionale, non esista?</p>
<p>Anche solo porre la questione, in tutto l&#8217;isterismo illuminato ufficiale, è considerata un&#8217;eresia, specialmente nel contesto della supina accettazione, da parte dell&#8217;informazione USA, delle affermazioni dell&#8217;amministrazione sulla sicurezza nazionale. Eppure un brillante film della BBC, prodotto da uno dei principali documentaristi britannici, in maniera sistematica contesta questo e molti altri articoli di fede nella cosiddetta guerra al terrore.</p>
<p>&#8220;Il Potere degli Incubi: La crescita della Politica della Paura&#8221; (&#8220;The Power of Nightmares: The Rise of the Politics of Fear&#8221;), un film storico di tre ore di Adam Curtis, recentemente mandato in onda dalla BBC, sostiene coerentemente che molto di quello che ci è stato detto sulla minaccia del terrorismo internazionale &#8220;è una fantasia che è stata esagerata e distorta dai politici. E&#8217; un oscuro inganno che si è propagato per mezzo dei governi di tutto il mondo, i servizi di sicurezza e l&#8217;informazione internazionale, senza che nessuno lo contestasse.&#8221;<br />
Roba forte, non c&#8217;è che dire. Ma consideriamo solo alcune delle tante domande che il programma pone strada facendo:</p>
<p>•	se Osama bin Laden è effettivamente a capo di una vasta organizzazione terroristica con agenti addestrati in più di 40 paesi, come dichiara Bush, allora perché, nonostante la tortura dei prigionieri, questa amministrazione non è riuscita a produrre prove concrete di ciò?</p>
<p>•	come può essere che in Gran Bretagna, dall&#8217;11 settembre, 664 persone sono state detenute perché accusate di terrorismo, ma solo 17 sono stati dichiarate colpevoli, la maggior parte delle quali senza legami con gruppi islamici, e nessuna che sia stato provato fosse membro di Al Qaeda?</p>
<p>•	come mai abbiamo sentito discorsi così spaventosi sulle &#8220;bombe sporche&#8221;, quando gli esperti dicdi ono che sarebbe il panico, più che la radioattività, ad uccidere la gente?</p>
<p>•	perché il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha dichiarato a &#8220;Meet the Press&#8221; (Incontro con la Stampa) nel 2001 che Al Qaeda controllava imponenti complessi sotterranei di alta tecnologia in Afganistan, se poi le forze militari britanniche e statunitensi non hanno trovato cose simili?</p>
<p>Naturalmente, il documentario non dubita del fatto che un accanito, ben introdotto e ricco uomo saudita chiamato Osama bin Laden abbia contribuito a finanziare gruppi di fanatici islamici di varia affinità che hanno ingaggiato la battaglia terroristica, compresi gli attacchi dell&#8217;11 settembre. E non contesta neanche la nozione che una terrificante versione dell&#8217;Islam fondamentalista ha portato a raccapriccianti quantità di violenza in tutto il mondo. Ma il film, più sobrio e più profondamente provocatorio di &#8220;Farenheit 9/11&#8243; di Michael Moore, contesta direttamente l&#8217;opinione convenzionalmente accettata esponendo la potente tesi che l&#8217;amministrazione Bush, guidata da una ben organizzata cricca di machiavellici neoconservatori, abbia colto al volo la falsa immagine di una minaccia terroristica internazionale unificata per sostituire il defunto impero sovietico allo scopo di lanciare un ordine del giorno politico.</p>
<p>Il terrorismo è una seria minaccia, ma appare essere un fenomeno molto più frammentato e complesso di quello suggerito dall&#8217;immagine mediatica di un&#8217;Al Qaeda-piovra con Bin Laden alla sua testa.</p>
<p>Anche se il documentario della BBC riconosce che la minaccia del terrorismo è reale e crescente, non condivide l&#8217;idea che la minaccia sia centralizzata:<br />
Nel mondo ci sono individui e gruppi pericolosi e fanatici, che sono stati ispirati da idee estremistiche islamiche, e che useranno le tecniche del terrorismo di massa &#8211; gli attacchi all&#8217;America e a Madrid rendono questo sempre più chiaro. Ma la visione da incubo di un&#8217;organizzazione segreta di eccezionale potenza, pronta a colpire la nostra società, è ingannevole. Dovunque si cerchi quest&#8217;organizzazione Al Qaeda, dalle montagne dell&#8217;Afganistan alle &#8220;cellule dormienti&#8221; in America, gli Inglesi e gli Americani stanno inseguendo un nemico fantasma.</p>
<p>Il fatto è che, nonostante gli sforzi di diverse commissioni governative e di un vasto esercito di investigatori, non abbiamo ancora una descrizione credibile di una &#8220;guerra al terrore&#8221; che ci sta combattendo nell&#8217;ombra.</p>
<p>Si consideri, per esempio, che né la commissione sull&#8217;11 settembre, né nessuna corte di giustizia è riuscita ad avere prove dirette dai principali terroristi detenuti negli Stati Uniti dopo l&#8217;11 settembre. Tutto quello che sappiamo deriva da ognuna delle due parti che hanno molto interesse ad esagerare la minaccia rappresentata da Al Qaeda: gli stessi terroristi, e gli organismi militari e di intelligence che hanno interesse a mantenere l&#8217;apparenza di un pericoloso e opprimente nemico.</p>
<p>Un tale stato di ignoranza nazionale sulla guerra infinita è, come chiarisce &#8220;The Power of Nightmares&#8221;, semplicemente inaccettabile in una democrazia compiuta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/30/al-qaeda-e-solo-uno-spauracchio-di-bush/">Al Qaeda è solo uno spauracchio di Bush?</a></p>
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		<title>Il giovane collega</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2005 19:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jacopo guerriero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Maria Bellu</strong></p>
<p></p>
<p><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more">qui</a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
In vista dell&#8217;appuntamento, pubblichiamo questo intervento di <strong>Giovanni Maria Bellu</strong>, inviato de &#8216;La Repubblica&#8217;,  in uscita su &#8220;Problemi dell&#8217;informazione&#8221;, trimestrale edito da <strong>Il Mulino</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/28/il-giovane-collega/">Il giovane collega</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Maria Bellu</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornaver copia.jpg" border="0" alt="giornaver copia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
In vista dell&#8217;appuntamento, pubblichiamo questo intervento di <strong>Giovanni Maria Bellu</strong>, inviato de &#8216;La Repubblica&#8217;,  in uscita su &#8220;Problemi dell&#8217;informazione&#8221;, trimestrale edito da <strong>Il Mulino</strong>. Ringraziamo l&#8217;autore per l&#8217;anticipazione.<br />
<span id="more-894"></span><br />
Di solito ha tra i venticinque e i trent’anni. Se ha avuto fortuna lavora come praticante nella redazione d’un giornale, spesso d’un giornale on-line, o nell’ufficio stampa di qualche ente pubblico.<br />
Lo riconosci subito per una certa inquietudine che lo pervade. E’ il giovane giornalista di buone letture, di buoni studi, di buoni principi: al contrario del suo direttore, del suo caporedattore, e di buona parte dei direttori e dei redattori capo che incontrerà nella carriera, pensa che il suo mestiere possa migliorare il mondo<br />
Non è rimasto sorpreso nell’apprendere che secondo un grandissimo giornalista, <strong>Ryszard Kapuscinski</strong>, “il cinico non è adatto a questo mestiere”. Lui l’ha sempre dato per scontato: ancora si commuove davanti a quei disperati che di tanto in tanto entrano in redazione con un fascicoletto di lettere scritte a tutte le autorità – l’ultima di solito al capo dello Stato, al papa nei casi più gravi – per denunciare qualche vessazione subita. I colleghi lo sanno e li indirizzano tutti a lui.<br />
Se nella tua vita professionale hai fatto qualcosa di buono o anche se, semplicemente,  lavori in uno dei cosiddetti “grandi giornali”, il giovane collega, immancabilmente, a un certo punto assume un’aria grave. Ti lancia uno sguardo complice e ti chiede di svelargli un mistero: “Perché in Italia sono così rari i casi di giornalismo investigativo?”.<br />
Anche se non hai la sensibilità di Kapuscinski, basta solo un minimo di coscienza e di umanità, resti colpito dalla domanda. Ma ancora più dalla monotonia della risposta che ricevi se, per capire meglio o semplicemente per prendere tempo, chiedi al giovane collega: “Secondo te qual è stata la più grande inchiesta di giornalismo investigativo?”.<br />
A rischio d’apparire d’un visionario, giuro di aver colto, in un’occasione, scaturire dallo sguardo del mio interlocutore un lampo che disegnava nell’aria il profilo di <strong>Robert Redford </strong>in <strong>“Tutti gli uomini del presidente</strong>”. Le altre volte, dopo un certo numero di secondi di silenzio, ho comunque avuto come risposta: “il <strong>Watergate</strong>” (a parte un ragazzo di Palermo che parlò dell’indagine di <strong>Tommaso Besozzi </strong>sulla morte del <strong>bandito Giuliano</strong>).<br />
Non so – ma non credo – che un sondaggio del genere sia mai stato svolto in modo sistematico nelle scuole di giornalismo o tra i praticanti che s’assiepano nella “sala concorsi” a Roma per sostenere l’esame di Stato.  Tuttavia sono abbastanza convinto che darebbe risultati molto simili a quelli che ho potuto empiricamente raccogliere.<br />
La risposta dei giovani giornalisti rivela che il luogo comune secondo cui “in Italia non c’è giornalismo investigativo” deriva dal modello fondamentale dominante: un’inchiesta che determinò le dimissioni del presidente degli Stati Uniti d’America.<br />
Certo, si potrebbe far notare al giovane collega che lo scoop di <strong>Bernstein </strong>e <strong>Woodward </strong>non può essere considerato il modello del giornalismo investigativo per il semplice fatto che il giornalismo investigativo è un metodo e non un risultato. Una risposta “tecnica”. Ma non basta: il luogo comune “americano” è diffuso ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori e pesa come un marchio di provinciale inadeguatezza su tutto il giornalismo italiano. Resiste nel tempo, inossidabile, a dispetto del fatto che nel nostro paese “il giornalismo d’approfondimento, nelle sue diverse declinazioni, si sta ritagliando nuovi spazi d’azione, tornando a rivestire il ruolo svolto verso la metà degli anni settanta” (Enrico Bianda, Verso un ritorno del giornalismo d’approfondimento”, pag. 245 e ss.  in “Il giornalismo in Italia”, Carocci, 2003).<br />
Bianda cita tra gli altri “Report” di <strong>Milena Gabanelli</strong>, le inchieste “vecchio stile”  di “Diario”, i libri di <strong>Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio</strong>, “Blu notte” di <strong>Carlo Lucarelli</strong>. Ma anche “<strong>Le iene”</strong> e “<strong>Striscia la notizia</strong>” oltre che il soppresso “<strong>Sciuscià” </strong>di <strong>Michele Santoro</strong>. Si tratta, come si vede, di generi e stili molto diversi. Alla lista possono essere aggiunte le inchieste di <strong>Carlo Bonini </strong>e <strong>Giuseppe D’Avanzo </strong>per “La Repubblica”, i reportage di costume di <strong>Gian Antonio Stella </strong>sul “Corriere della Sera” o – forse la più ‘investigativa’ di quelle recenti – l’indagine, apparsa sempre sul “Corriere della Sera”, di Fabrizio Gatti sui centri di prima accoglienza per gli immigrati. L’elenco potrebbe continuare e ci sarebbe sempre il rischio di dimenticare qualcuno. Non è affatto piccolo lo spazio del giornalismo d’approfondimento in Italia.<br />
Ma il giovane collega si è formato su buone letture e su buoni principi. La sua formazione è la ragione dello sconforto. Crede al giornalismo come strumento di controllo sulla cosa pubblica. La sua risposta non comunica solo un’idea della professione ma anche un’aspettativa rispetto alla società e al suo sistema di valori, alla capacità di difenderlo fino al punto d’obbligare anche l’uomo più potente a dimettersi se si dimostra che quel sistema di valori egli ha tradito. Il giornalismo investigativo, come metodo, attiene alle tecniche della professione. Il giornalismo investigativo come percezione dei possibili effetti di  un’inchiesta chiama in causa una questione più ampia e complessa: l’esistenza di un’opinione pubblica sensibile e avvertita &#8211; questione, come è noto, antica &#8211; in assenza della quale nemmeno un esercito di Bernstein e Woodward coadiuvato da una moltitudine di gole profonde sarebbe stato in grado di condurre alle dimissioni il portaborse di <strong>Richard Nixon</strong>. Insomma, i risultati di un’inchiesta che denuncia un caso di malcostume politico  &#8211; è questo che va detto al giovane collega e ricordato a noi stessi &#8211;  non dipendono solo dall’accuratezza dell’inchiesta ma dal grado di condanna sociale del malcostume.<br />
C’è un libro di giornalismo investigativo che, benché piuttosto conosciuto, di solito non viene incluso nella categoria. Ma “Il venditore” di <strong>Giuseppe Fiori </strong>- che ha come sottotitolo <em><strong>“Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest” </strong></em>(Garzanti) &#8211; è a tutti gli effetti un esempio di giornalismo investigativo di alta qualità e rara accuratezza. La sua lettura, ho sperimentato, ha un effetto prodigioso: come se nelle orecchie dei fan del reporter Robert Redford cominciasse a risuonare il salutare e realistico ritornello: “Tu vo fa’ l’americano, ma si nato in Italì”. Così suggerisco al boy di leggerselo tutto o, almeno, d’andarsi a guardare il quarto paragrafo del quinto capitolo, quello che racconta come Silvio Berlusconi divenne proprietario della villa di Arcore grazie al “raggiro” orchestrato da un suo amico, <strong>Cesare Previti</strong>, che era anche il legale della proprietaria, la marchesina <strong>Anna Maria Casati Stampa </strong>rimasta improvvisamente orfana, il 20 agosto del 1970, del padre e della madre.<br />
Il termine “raggiro” è quello che Fiori utilizza per definire la vicenda. <strong>Una rara sintesi di cinismo e scorrettezza, accompagnati da una assenza totale di umana pietà. Su suggerimento di Previti, diventato suo pro-tutore e legale, la marchesina, orfana minorenne, cede la villa a per 500 milioni di lire, il costo che all’epoca aveva un appartamento nel centro di Milano.</strong> Il giovane collega, o chiunque altro, conclusa la lettura potrà  facilmente mettere a confronto la gravità dei comportamenti denunciati da Fiori (e anche da  <strong>Giovanni Ruggeri </strong>e <strong>Mario Guarino </strong>nella loro <em>Inchiesta sul Signor tv</em>”, Kaos, 1994) con altri comportamenti segnalati negli stessi anni da giornalisti investigativi americani &#8211; per esempio il caso della ministra della Giustizia di <strong>Clinton</strong> costretta a dimettersi per non aver pagato i contributi alla colf – e dunque domandarsi se il problema sia, in Italia, l’insufficienza di giornalismo investigativo o di etica pubblica. Un dubbio sano, formativo. Anche perché prendere atto di questa condizione  aiuta a spiegare un’altra peculiarità nazionale: l’inclusione nella categoria del “giornalismo investigativo”, o quanto meno in quella del “giornalismo di approfondimento”, di formati molteplici e diversi: dalle cronache di Tangentopoli ai blitz delle Jene e del Gabibbo.<br />
Si potrebbe risolvere il problema attribuendo questa varietà al fatto che la categoria del giornalismo d’inchiesta è definita in modo inadeguato. Ma, come nel caso del modello-Watergate, qualunque argomento di tipo tecnico non basta a spiegare il puro dato di fatto della percezione comune di queste forme diverse di informazione come in senso lato “investigative”, “di denuncia” e così via. Percezione, d’altra parte, confermata dal fatto che negli ultimi anni i colpi della censura politica hanno raggiunto le une e le altre: <strong>Sabina Guzzanti </strong>come <strong>Michele Santoro, Paolo Rossi </strong>come <strong>Enzo Biagi</strong>. Del resto, non fu proprio da un incontro tra le due forme – <strong>l’intervista di Luttazzi a Travaglio</strong> poco prima delle elezioni politiche del 2001 – che scaturì la madre di tutte le polemiche (e di tutte le epurazioni)?<br />
Sorge un dubbio o, forse, un’ipotesi di lavoro: che il giornalismo degli atti giudiziari e il giornalismo della satira siano due modi diversi di fronteggiare lo stesso problema – la debolezza dell’etica pubblica, quel moto d’indignazione che altrimenti, davanti a una violazione di regole condivise, dovrebbe scattare in modo immediato e spontaneo – e che sia questo ad accomunarli. L’atto giudiziario in questa prospettiva può essere visto come lo strumento che, sancendo formalmente, per la sua stessa natura, una violazione delle regole, riempie il vuoto della condanna morale. Allo stesso modo le denunce formulate in chiave satirica, mettendo in moto il meccanismo della risata – che è costituito dalla sorpresa, dall’interruzione dell’ordine logico delle cose – sottolinea la difformità d’un comportamento rispetto alle regole della convivenza in un paese democratico e civile: “Ciò che provoca un vivace scoppio di risa non può che essere qualcosa di assurdo”, <strong>Immanuel Kant.</strong>L’Ordine nazionale dovrebbe rendere obbligatori incontri periodici tra professionisti maturi e professionisti in formazione. Full immersion dei ‘vecchi’ nelle ragioni che oggi sono alla base della scelta di fare questo mestiere. La domanda del giovane collega è un richiamo alle nostre responsabilità non solo di professionisti ma anche, e soprattutto, di cittadini. Ed è per questo che non può essere elusa con risposte tecniche. La nostra tecnica attiene al reperimento, alla verifica delle notizie e alla chiarezza nel riportarle. Il quesito sul ‘giornalismo investigativo’ si riferisce invece alla capacità delle notizie di produrre effetti.<br />
Kapuscinski non dice solo di non essere cinici. Ci mancherebbe altro. Dice anche che “il vero giornalismo è quello che si dà uno scopo e che mira  a produrre qualche forma di cambiamento”. Oggi in Italia il giornalismo investigativo, “di approfondimento”, “di denuncia” deve produrre le notizie e, assieme, richiamare le ragioni dell’indignazione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/28/il-giovane-collega/">Il giovane collega</a></p>
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		<title>Giornalismo in terra d&#8217;inferno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/giornalismo-in-terra-dinferno/</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2005 00:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Enzo Palmesano</strong></p>
<p></p>
<p><em><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more">qui</a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta. In vista dell&#8217;appuntamento, pubblichiamo questo intervento di Enzo Palmesano.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/giornalismo-in-terra-dinferno/">Giornalismo in terra d&#8217;inferno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Enzo Palmesano</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornalismo.jpg" border="0" alt="giornalismo.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p><em><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta. In vista dell&#8217;appuntamento, pubblichiamo questo intervento di Enzo Palmesano.</em></p>
<p>&#8230;Una battaglia che continua, nonostante le intimidazioni camorristiche abbiano colpito non solo me stesso ma anche i miei incolpevoli familiari. <strong>Io temo di essere ucciso, sia detto senza alcuna reticenza</strong>. Per una <strong>lettera con minacce di morte</strong>, pervenutami per posta nel settembre del 1998 con <strong>un proiettile</strong>, è in corso un processo al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a carico di <strong>Pietro Ligato </strong>(detenuto con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso), figlio del superlatitante Raffaele Ligato&#8230;.<br />
<span id="more-888"></span><br />
A Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta, è molto difficile e pericoloso scrivere degli affari e dei delitti delle potenti e sanguinarie cosche camorristico-mafiose che tengono in pugno il territorio e controllano l’economia e la politica; i giornalisti sono graditi solo se sono intonati con il coro secondo il quale “la camorra non esiste”. Pignataro Maggiore è nota come la “Svizzera dei clan”, luogo di riciclaggio del denaro sporco e del ricovero di latitanti di rango; base per delitti eccellenti e per il traffico internazionale di armi e droga; ma i beni più preziosi per le cosche sono la coltre di falso perbenismo, l’ipocrisia, la radicata omertà.</p>
<p>Il silenzio, va da sé, è d’oro.</p>
<p>Nella città dell’<strong>Agro caleno</strong>, non a caso, si sono trovati benissimo a svernare da latitanti <strong>Luciano Liggio </strong>e <strong>Totò Riina</strong>, accolti nelle masserie dei boss campani affiliati a <strong>Cosa Nostra</strong>. A Pignataro Maggiore “la camorra non esiste”, ma solo nel senso che il capoclan <strong>Vincenzo Lubrano</strong> è un importante mafioso, condannato con sentenza definitiva all’ergastolo per l’omicidio del <strong>fratello</strong> del giudice Ferdinando <strong>Imposimato</strong>, Franco, assassinato per fare un macabro favore a Cosa Nostra, su richiesta del cassiere della mafia a Roma, <strong>Pippo Calò</strong>, capo della “famiglia” di Porta Nuova a <strong>Palermo</strong>. Consuocero di Vincenzo Lubrano (ora detenuto) era il defunto boss di Marano, Lorenzo Nuvoletta, anch’egli affiliato a Cosa Nostra. La figlia di don Lorenzo, Rosa Nuvoletta, è la vedova di Lello Lubrano (figlio di don Vincenzo), ucciso in un regolamento di conti di stampo camorristico-mafioso, il 14 novembre 2002 a Pignataro Maggiore, dopo un plateale inseguimento lungo le strade della città. Lello Lubrano era anch’egli un influente boss mafioso, destinato alla successione sul trono di don Vincenzo; sono noti i suoi viaggi a Palermo per incontrare Totò Riina.</p>
<p>È comunque inesatto dire che a Pignataro Maggiore la camorra non c’è, essendo rappresentata da un nome tristemente noto, quello di Raffaele Ligato, attualmente latitante, inserito nell’elenco dei trenta ricercati più pericolosi d’Italia. Raffaele Ligato è stato condannato all’ergastolo in primo grado quale autore materiale dell’omicidio di Franco Imposimato. Raffaele Ligato è il cognato di Vincenzo Lubrano, avendone sposato la sorella Maria Giuseppa.</p>
<p>La “cultura” criminale dei capibastone pignataresi è mafiosa, quindi perfettamente inserita in una strategia che non esclude il delitto politico, l’annientamento di magistrati (o di loro familiari), poliziotti, carabinieri, giornalisti che danno fastidio. Nella storia dei clan locali si è sempre fatto alla maniera dei “corleonesi”, il pericolo è una costante per chi osa fare del giornalismo d’inchiesta o per un corrispondente che osasse sfuggire alla regola non scritta, ma ferramente osservata, che impone di non dare problemi ai boss mafiosi e agli amici degli amici. Per questo i boss ottengono tutto senza neanche il bisogno di minacciare, tale è la capacità intimidatoria. E dal silenzio alla complicità il passo è breve.</p>
<p>Una pagina poco conosciuta delle vicende del <strong>clan Lubrano </strong>(delitto che fa il paio con l’omicidio Imposimato) è quella relativa all’infame assassinio del giornalista “abusivo” del “Mattino”, <strong>Giancarlo Siani</strong>, colpito innocente e inerme dai killer il 23 settembre 1985. Nel summit dove fu deciso di uccidere il giornalista ebbe un ruolo di primo piano (con Lorenzo ed Angelo Nuvoletta, condannato all’ergastolo) il fratello di <strong>Vincenzo Lubrano</strong>, Gaetano, morto per malattia nel 1989 a Pesaro mentre era al soggiorno obbligato. <strong>Gaetano Lubrano </strong>aveva sposato Giuseppina Orlando, cugina dei fratelli Angelo, Ciro e Lorenzo Nuvoletta ed era l’ascoltatissimo “consigliere” della famiglia mafiosa di Marano, rappresentante di <strong>Cosa Nostra </strong>in Campania.</p>
<p>In uno scenario del genere, a lungo sottovalutato finanche dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, a nessuno sfugge che un giornalista può trovare la canna di una pistola ma anche tanto materiale per inchieste di notevole rilevanza. <span style="text-decoration: underline;"><strong>La mafia e la camorra temono l’azione repressiva dello Stato, come è ovvio, ma non meno un giornalismo coraggioso, che con i suoi strumenti di indagine e di approfondimento accende i riflettori dell’opinione pubblica, richiama le autorità a un maggiore impegno, smaschera non solo i boss ma anche le complicità nel mondo della politica e dell’imprenditoria.</strong></span><br />
Nasce proprio da inchieste giornalistiche, ad esempio, l’indagine che portò, il 30 novembre del 2000, allo scioglimento del Consiglio comunale di Pignataro Maggiore per “collegamenti diretti e indiretti” di esponenti politici con la criminalità organizzata; una decisione contestata, in maniera sintomatica, a tutte le latitudini politiche: un complotto, roba da “professionisti dell’antimafia”, così si rovina l’immagine della città. <span style="text-decoration: underline;"><strong>Non ancora è diventata patrimonio comune la consapevolezza che l’immagine (e non solo l’immagine) di una città viene rovinata dalle cosche camorristico-mafiose e non da chi, come i giornalisti, ne denuncia gli affari, i delitti, le connivenze e le coperture politiche</strong></span>.</p>
<p>Un altro esempio per sottolineare <strong>l’importanza che può avere il giornalismo per il riscatto del Mezzogiorno</strong>. Un esempio che si accompagna all’amara considerazione di quanto sia colpevole il giornalista che sceglie il quieto vivere, se non l’aperta vicinanza agli equilibri di potere locali, fin troppo spesso fondati su comitati d’affari politico-mafiosi. A <strong>Pignataro Maggiore </strong>la questione dei beni confiscati ai clan era sta insabbiata dalla classe politica, che evidentemente non voleva acquisirli al patrimonio del Comune, sia per paura sia per connivenze, a seconda dei casi. Ancora una volta, furono inchieste giornalistiche a portare a conoscenza dell’opinione pubblica l’esistenza dello scottante fascicolo dei beni confiscati dalla magistratura ai clan <strong>Lubrano-Nuvoletta </strong>e <strong>Ligato</strong>. E la prefettura intervenne sugli amministratori comunali (chi connivente, chi timoroso). Una battaglia che continua, nonostante le intimidazioni camorristiche abbiano colpito non solo me stesso ma anche i miei incolpevoli familiari. Io temo di essere ucciso, sia detto senza alcuna reticenza. Per una lettera con minacce di morte, pervenutomi per posta nel settembre del 1998 con un proiettile, è in corso un processo al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a carico di Pietro Ligato (detenuto con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso), figlio del superlatitante Raffaele Ligato. Ho sentito il dovere, all’inizio del dibattimento, visto che la notizia veniva pubblicata dai giornali, di informare della vicenda anche il più piccolo (13 anni) dei miei tre figli. Mi rispose con una battuta fulminante: “Papà, nella cassetta della posta, meglio trovare un proiettile che una bolletta da pagare”. Mi diede coraggio.</p>
<p>_______________<br />
Pubblicato su L&#8217;Unità-L&#8217;Articolo il 24 gennao 2005</p>
<p><strong>Enzo Palmesano </strong>è nato a Pignataro Maggiore (Ce), nel 1958. Giornalista professionista dal 1985 è stato capo del servizio politico del “Secolo d’Italia” e direttore responsabile del “Roma”. Come direttore del &#8220;Roma&#8221; trasformò il quotidiano fondato da Achille Lauro da giornale populista, monarchico e sempre vicino a certa borghesia edilizia ferina e speculatrice, in un giornale attento alle inchieste sui poteri economici, capace di denunciare le alleanze politica-camorra. Orientando la propria priorità giornalistica nello scardinare il corso dell&#8217;imprenditoria criminale. Dopo pochi mesi, fu rimosso dall&#8217;incarico. Troppi politici ed imprenditori denunciati, troppe inchieste scomode per un giornale che doveva nel piano di Alleanza Nazionale, raccogliere intorno a se un nugolo di palazzinari e di simpatizzanti di partito. Palmesano ha subito un ostracismo nel mondo del giornalismo nazionale che ancora oggi sconta. Le sue abilità sono castrate, censurate, bloccate. Il suo nome è legato al documento più importante della storia della destra degli ultimi anni, &#8220;l’Emendamento Palmesano&#8221; ovvero la condanna dell’antisemitismo, dell’antisionismo e delle leggi razziali. All’iniziativa, approvata al congresso di Fiuggi il 27 gennaio 1995, ha fatto seguito la più completa e dura emarginazione dal partito di Alleanza Nazionale.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/giornalismo-in-terra-dinferno/">Giornalismo in terra d&#8217;inferno</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I fantasmi di Portopalo, un&#8217;intervista a Giovanni Maria Bellu</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 11:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jacopo guerriero</dc:creator>
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<p><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more">qui</a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
In vista dell&#8217;appuntamento, riprendo da <em>meltingpot.org </em> questa intervista a <strong>Giovanni Maria Bellu</strong>, autore del volume <em>I fantasmi di Portopalo </em>(Mondadori 2004).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/i-fantasmi-di-portopalo-unintervista-a-giovanni-maria-bellu/">I fantasmi di Portopalo, un&#8217;intervista a Giovanni Maria Bellu</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornaver copia.jpg" border="0" alt="giornaver copia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p><strong>Sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong> (vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
In vista dell&#8217;appuntamento, riprendo da <em>meltingpot.org </em> questa intervista a <strong>Giovanni Maria Bellu</strong>, autore del volume <em>I fantasmi di Portopalo </em>(Mondadori 2004).  Tra breve pubblicheremo su Nazione Indiana anche un inedito di Bellu.</p>
<p>Questa vicenda comincia nel dicembre del &#8217;96 e non è ancora finita. Comincia con questo terrificante naufragio, al quale, con una serie di motivi che nel libro cerco di spiegare, le autorità non credono. Resta il fatto però, che siccome ci sono stati dei superstiti, lentamente, quando ormai i giornali non si occupano più della vicenda (se ne occupò solo «il manifesto») la Magistratura andò avanti, imbastì un&#8217;inchiesta e rinviò a giudizio i membri dell&#8217;equipaggio della nave che aveva condotto i migranti fino al Canale di Sicilia.<br />
<span id="more-882"></span><br />
Di questo però non se ne parlava. Se ne riparla quando, per una serie di circostanze casuali, mi trovo in mano questa inchiesta. Io stesso avevo un ricordo vago del &#8220;naufragio fantasma&#8221; e ho dovuto documentarmi nuovamente leggendo gli articoli nell&#8217;archivio del mio giornale, di Repubblica. Grazie a questo lavoro e soprattutto grazie al fatto che ho avuto la fortuna di incontrare un uomo coraggioso, che tra l&#8217;altro ancora oggi paga le conseguenze del suo coraggio, Salvatore Lupo, un pescatore di Portopalo, si arriva a chiarire i motivi per cui questo naufragio è un naufragio fantasma e poi anche ad individuare il relitto della nave affondata che giace ancora oggi a 108 metri di profondità nel Canale di Sicilia, tra la Sicilia e Malta. Questo è stato il lavoro e questo è anche più o meno lo schema del libro, che però fondamentalmente ha un&#8217;altra prospettiva. Non è solamente il racconto del fatto. E&#8217; scritto in prima persona e ho fatto questa scelta, che disapprovo totalmente quando si tratta di fare un lavoro strettamente giornalistico, perché era un libro, un racconto dove ho voluto trasferire anche le emozioni che ho provato e quanto questa vicenda mi ha messo in discussione come cittadino italiano. Lo dico perché io appartengo a una generazione (sono nato nel &#8217;57) di persone che sono state educate, a scuola o anche nei luoghi della politica, alla solidarietà e a credere che il razzismo non potesse esistere. Nel libro dico &#8220;Siamo una generazione di Kunta kinte&#8221;, quelli che guardavano questo sceneggiato televisivo e restavano sbalorditi perché il razzismo esisteva ed è esistito in un paese che per noi per altri versi era un modello, gli Stati Uniti. A un certo punto succede che noi a partire dagli fine degli anni &#8217;70, negli anni &#8217;80 e tumultuosamente alla fine degli anni &#8217;80, incontriamo le persone che dovevano essere oggetto della nostra solidarietà, cioè i migranti. Proprio in questo momento si metteva alla prova quanto questi valori erano veramente strutturati e consolidati. Questo fatto del &#8217;96 è un altro fatto tragico, un altro dei momenti in cui noi come italiani, incontriamo il fenomeno delle migrazioni. Un fatto che per la sua tragicità, facilmente avrebbe dovuto richiamare quei valori a cui eravamo stati educati. Invece niente. Niente, purtroppo, intanto da parte delle persone che accanto a noi erano cresciute, i razzisti della Lega, gli xenofobi della destra che sappiamo cosa pensano. Ma non succede niente neanche tra di noi, tra l&#8217;altro &#8220;noi&#8221; eravamo al governo allora e tante persone della nostra generazione avevano dei ruoli importanti a livello politico. Non succede niente. Gli appelli dei familiari delle vittime non vengono ascoltati, la vicenda viene completamente ignorata, quasi trattata con sufficienza e snobbata. Questo secondo me è il problema principale. Quello che oggi, secondo me, ci fa ancora riflettere su questa vicenda: quanto veramente &#8220;noi&#8221;, la sinistra italiana, crediamo veramente ai valori che proclamiamo.</p>
<p><strong>Tu dicevi prima che Salvatore Lupo, paga ancora oggi le conseguenze della sua testimonianza, dalla quale poi è partita la tua inchiesta. In che senso</strong>?</p>
<p>Salvatore Lupo vive nel suo paese a Portopalo di Capo Passero nell&#8217;estremo lembo della Sicilia un clima quanto meno ostile. E&#8217; un piccolo paese dove esiste un mercato del pesce attorno al quale c&#8217;è ancora oggi in atto un&#8217;inchiesta della magistratura a proposito delle infiltrazioni mafiose. Salvatore Lupo è stato quello che ha avuto il coraggio di spiegare la ragione per cui, subito dopo il naufragio del &#8217;96, su quasi 300 morti annegati, non veniva trovato nemmeno un cadavere. Fatto stranissimo che convinse le autorità, anche quelle italiane, che probabilmente la vicenda non era avvenuta o almeno non era avvenuta in quei termini catastrofici descritti dai superstiti. Salvatore Lupo mi disse che i cadaveri in realtà venivano trovati dai pescatori di Portopalo e venivano ributtati o lasciati in mare. Questo perché, se avessero fatto quello che la legge impone quindi la denuncia del ritrovamento alle autorità, avrebbero rischiato di vedersi i pescherecci bloccati per giorni e giorni. Un fatto del genere era accaduto ad un loro collega per un altro naufragio qualche mese prima. Quindi decisero di non fare denuncia. Salvatore mi raccontò questo e mi diede l&#8217;input per poi lavorare a Portopalo, parlare con tante persone, alla fine rendermi conto che questa vicenda era nota più o meno a tutti e avere la conferma che quel comportamento c&#8217;era stato non da parte dei pescatori ma delle autorità: del parroco, del vice-sindaco, del vigile urbano e compagnia. Salvatore fu il primo che ebbe il coraggio di parlare. Oggi non vive una bella aria, diciamo così. Non entro in altri dettagli perché vivere in una &#8220;cattiva aria&#8221; come quella, significa ricevere degli avvertimenti che sono difficilmente traducibili e decodificabili per chi non conosce quell&#8217;ambiente. Ultima cosa su Portopalo: c&#8217;è nel paese un gruppo di persone, che io credo di aver identificato con certezza, che dal momento dell&#8217;uscita del libro sta svolgendo una campagna di disinformazione sia relativamente ai contenuti del libro sia rispetto al ruolo di Salvatore Lupo. In pratica sostengono che questo lavoro è stato fatto per gettare fango su Portopalo. La cosa è totalmente falsa, come possono verificare e verificano i cittadini di Portopalo che leggono veramente il libro. Anche questo fatto, oltre al difficoltà materiale di vendere copie del libro a Portopalo, dà l&#8217;idea del clima che vive soprattutto Salvatore Lupo.</p>
<p><strong>Puoi riassumere per noi anche le fasi del processo su questa tragedia che si è aperto nel 2001? </strong></p>
<p>Purtroppo da questo punto di vista la vicenda è piuttosto complicata dal punto di vista giuridico. Nel 1997 prima la Procura di Catania poi quella di Siracusa si occupano della vicenda, che poi alla fine rimane totalmente nelle mani di quella di Siracusa. La Procura di Siracusa individua i membri dell&#8217;equipaggio della nave coinvolta nella tragedia: il comandante, i membri dell&#8217;equipaggio e li rinvia a giudizio per omicidio colposo plurimo. Sono 13 imputati, con loro c&#8217;è un pakistano residente a Malta, Ahmed Tourab Sheik, che da Malta organizzava il servizio di shuttle dalla nave grande che conduceva i migranti fino al Canale di Sicilia alle coste siciliane. Era una tecnica che usavano allora. Arrivava una grande nave con in quel caso 450 persone, queste persone salivano su una barca che affiancava la nave al largo e poi questa barca più piccola raggiungeva le coste. Il processo parte ed è in corso quando nel giugno del 2001 trovo il relitto della nave. Succede che i magistrati italiani avevano fatto l&#8217;inchiesta nella convinzione che il naufragio fosse avvenuto nelle nostre acque territoriali, questo perché alcuni testimoni avevano detto di aver visto le luci della costa italiana, e quindi avevano pensato che il naufragio fosse avvenuto vicino alla costa. Era un ragionamento sensato che però non teneva conto delle condizioni di visibilità che cambiano moltissimo e può succedere che anche da molto distante, oltre le acque territoriali si vedano le luci della costa. In relitto si trova invece in acque internazionali e questo fa cadere tutti i pressuposti della giurisdizione italiana. Il processo viene bloccato. Esiste una norma del codice penale che in casi eccezionali, per reati però molto gravi, consente al giudice italiano di indagare su fatti che non riguardano cittadini italiani, che non hanno imputati italiani e che sono successi fuori dall&#8217;Italia. È una norma eccezionale. La Procura di Siracusa ha deciso di applicarla però per poterla rendere applicabile è stata costretta a contestare un reato più grave di quello precedente, cioè l&#8217;omicidio volontario plurimo aggravato. Sostenere l&#8217;esistenza di questo reato, la volontarietà, in questo caso è piuttosto complicato. La contestazione del reato più grave ha prodotto anche una scrematura radicale delle persone che erano accusate nel primo processo. Ne sono rimaste solo due, quelle coinvolte direttamente nella vicenda: il capitano della nave e il trafficante pakistano, di cui ho detto prima. Il processo è attualmente in corso a Siracusa. Il capitano della nave, arrestato in Francia si è opposto all&#8217;estradizione. I giudici francesi hanno negato l&#8217;estradizione, quindi oggi rimane un unico imputato, l&#8217;armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, considerato l&#8217;organizzatore di quel viaggio, che vive a Malta. Sarà sentito anche Sharud Ahmad, un ragazzo pakistano, uno dei 125 superstiti del naufragio che ha già raccontato già ai giudici l&#8217;intera vicenda e il naufragio della Yohan. Temo che questo processo sia solo ormai un processo quasi simbolico, per dire che comunque c&#8217;è un processo. L&#8217;imputato è uno solo, per questo reato probabilmente sarà assolto e in più in questa vicenda sono rimaste coinvolte circa ottanta persone, trafficanti, venditori di biglietti, poliziotti corrotti, tra l&#8217;India, il Pakistan, lo Sri Lanka, Malta, la Grecia, l&#8217;Egitto. Tutte queste persone sono tranquille e continuano la loro attività. Il problema vero, e questa vicenda lo dimostra, è che per queste tragedie non esiste un giudice, cioè non esiste un giudice in grado di occuparsene scavalcando i problemi di competenza territoriale, ci vorrebbe un giudice internazionale che non c&#8217;è.</p>
<p><strong>La Legge Bossi-Fini in Italia, ma purtroppo anche altre leggi sull&#8217;immigrazione, di vari paesi europei come la Francia, restringono se non annullano completamente i diritti dei cittadini migranti. Oggi nel nostro paese il diritto di asilo è stato cancellato (ricordiamo per tutte la vicenda più triste e drammatica della Cap Anamur), la possibilità di rimanere in Italia è vincolata al contratto di lavoro, le espulsioni anche attraverso accordi bilaterali come quello con la Libia diventano deportazioni di massa, i CPT introdotti dalle legge Turco-Napolitano rappresentano luoghi di negazione del diritto, ma secondo il nostro governo per fermare la cosiddetta &#8220;immigrazione clandestina&#8221; è necessario costruirne uno per regione&#8230; </strong></p>
<p>Credo che, come dicono i giuristi, il combinato disposto della Bossi-Fini e dell&#8217;atteggiamento che l&#8217;Italia ha rispetto al diritto di asilo, creano un quadro di straordinaria rozzezza. Anche nella stessa logica di chi ritiene che le migrazioni non siano un fenomeno storico ma siano un fatto da combattere. E spiego perché. La Bossi-Fini crea un rapporto tra la possibilità che una persona entri in un paese e il fatto che sia utile fisicamente a quel paese cioè tratta i migranti come se fossero delle braccia da lavoro. Questo già la dice lunga sulla logica che c&#8217;è dietro. Ma questa logica è sostenibile a una condizione secondo me. A condizione che le stesse persone che la applicano quando ci si trova davanti a situazioni di migranti che fuggono da persecuzioni, che stanno fuggendo per salvare la propria vita o perché non possono esercitare alcun diritto nei loro paesi di provenienza, almeno su questo cioè sul diritto di asilo anche un paese un po&#8217; xenofobo dovrebbe essere coerente. Invece anche sul diritto di asilo siamo assolutamente carenti. Non solo, quando abbiamo delle vicende specifiche che ci pongono il problema, come ad esempio la vicenda di fine settembre di Lampedusa, prendiamo le persone in massa e un migliaio di persone in pochi giorni vengono messe su degli aerei e portati via, in paesi che non aderiscono neanche, tra l&#8217;altro, alla Convenzione di Ginevra. Un comportamento del genere non ha nemmeno bisogno di commenti, tanto è scandaloso di per sé. Ma è scandaloso, ancora di più, rispetto a chi pretende di trattare il fenomeno dell&#8217;immigrazione in generale, di applicare delle norme che impongono ai migranti che vengono in Italia delle vessazioni amministrative, delle terrificanti attese per avere un permesso di soggiorno, tutta la condizione che sappiamo dove c&#8217;è un rigorismo esasperato e feroce nei confronti dei migranti anche di quelli in regola invece si è leggeri, svagati rispetto all&#8217;applicazione di diritti fondamentali che sono riconosciuti a livello internazionale, cioè il diritto di asilo che è una di quelle cose che appartengono alle fondamenta della civiltà. Questo io lo trovo scandaloso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/i-fantasmi-di-portopalo-unintervista-a-giovanni-maria-bellu/">I fantasmi di Portopalo, un&#8217;intervista a Giovanni Maria Bellu</a></p>
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		<title>Processo contro la tortura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 08:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[carla benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[G8]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo e verità]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more">qui</a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/">Processo contro la tortura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornaver%20copia.jpg" border="0" alt="giornaver copia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
Avvicinandoci a questo appuntamento, continueremo a segnalare iniziative, riviste, libri, comitati, associazioni che si battono per un&#8217;informazione obiettiva o, se volete, detto più semplicemente, per la ricerca e la diffusione della verità.<br />
Oggi ho ricevuto da <strong>Enrica Bartesaghi</strong>, presidente del <strong>Comitato verità e giustizia per Genova</strong>, questo messaggio sull&#8217;imminente processo ai torturatori del G8. (T.S.)<br />
____________________________</p>
<p><strong>PROCESSO CONTRO LA TORTURA</strong><br />
luglio 2001, caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, Italia:</p>
<p><strong>TORTURATA N° 81</strong><br />
subiva minacce anche a sfondo sessuale da persone che stavano all&#8217;esterno<br />
&#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; subiva percosse al suo passaggio nel corridoio da parte di agenti; colpita con violenza con una manata alla nuca; costretta a firmare i verbali relativi al suo arresto, che la stessa non voleva firmare; mostrandole le foto dei suoi figli, prospettandole che se non avesse firmato non avrebbe potuto rivederli.<br />
<span id="more-881"></span><br />
<strong>TORTURATO N° 11</strong><br />
percosso con calci e pugni alla schiena e insultato, costretto a stare coricato a terra prono con gambe e braccia divaricate e testa contro il muro; ingiuriato con frasi, ritornelli ed epiteti a sfondo politico (&#8220;comunisti di merda&#8221; &#8220;vi ammazzeremo tutti&#8221;); percosso al passaggio nel corridoio e insultato anche con sputi; costretto a stare a carponi da un agente che gli ordinava di abbaiare come un cane, e di dire &#8220;Viva la polizia italiana&#8221;.</p>
<p><strong>TORTURATA N° 21</strong><br />
percossa nel corridoio durante l&#8217;accompagnamento ai bagni, le torcevano il braccio dietro la schiena nonché colpita con schiaffi e calci; insultata con epiteti rivolti a lei e alle altre donne presenti in cella: &#8220;troie, ebree , puttane&#8221;,  ingiuriata con sputi al suo passaggio in corridoio; minacciata di essere stuprata con il manganello e di percosse; costretta a rimanere, senza plausibile ragione, numerose ore in piedi.</p>
<p>Questi sono solo alcuni esempi di quanto hanno dovuto subire centinaia di persone, italiani e stranieri, costretti per molte ore a sottostare ad ogni genere di violenze e torture nella caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, durante il <strong>G8</strong>, a Genova.</p>
<p>In quei giorni furono calpestati e negati tutti i diritti che la nostra costituzione sancisce a tutela dei fermati e degli arrestati. Nessuno di loro, italiano o straniero, poté contattare avvocati, parenti, consolati. A nessuno di loro fu comunicato il motivo del fermo o dell&#8217;arresto, dove si trovassero, dove sarebbero stati condotti in seguito. Nonostante molti di loro fossero feriti (68 di loro provenivano dalla Scuola Diaz) non furono curati,  furono costretti a firmare falsi verbali di arresti, a dichiarare di non voler contattare legali o consolato.</p>
<p>Nessuno di loro ebbe diritto a cibo, acqua, sonno, furono costretti per molte ore a rimanere in piedi con le braccia alzate contro al muro.</p>
<p>I giorni <strong>27 e 29 gennaio 2005</strong> a <strong>Genova</strong>, ci sarà l&#8217;<strong>udienza preliminare</strong> a carico di 47 funzionari ed agenti delle forze dell&#8217;ordine e del corpo delle Guardie Carcerarie, medici ed infermieri:</p>
<p>12 carabinieri, 14 agenti di polizia, 16 guardie penitenziarie, 5 tra medici e infermieri accusati delle violenze commesse ai danni degli arrestati e dei fermati, da venerdì 20 alla domenica 22 luglio 2001, nella caserma di Genova Bolzaneto.</p>
<p><strong>Non essendo previsto nel nostro ordinamento uno specifico reato di tortura</strong>, la Procura della Repubblica ha chiesto il rinvio a giudizio per i reati di abuso d&#8217;ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità contro gli arrestati, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale.</p>
<p>Noi chiediamo ai media, ai parlamentari democratici, alla società civile, di essere presenti, di sostenere quanti furono torturati  in quei giorni e che, nonostante ancor oggi soffrano le conseguenze degli abusi subiti, hanno avuto il coraggio di denunciare quanto accadde a Bolzaneto.</p>
<p>Nessuno dei presunti responsabili delle torture è stato nel frattempo rimosso o almeno sospeso dai propri incarichi.</p>
<p><strong>Enrica Bartesaghi</strong><br />
Presidente del <strong>comitato verità e giustizia per Genova</strong></p>
<p><strong>link utili</strong>:</p>
<p><a href="http://www.veritagiustizia.it/comunicati_stampa/bolzaneto_caro_amico_cara_amica.php"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> una versione più ampia del comunicato;<br />
<a href="http://www.veritagiustizia.it/docs/bolzaneto_pett.pdf"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> un <strong>dossier</strong> (in formato pdf) sulle <strong>torture a Genova Bolzaneto</strong>.</p>
<p>_____</p>
<p><strong>INIZIATIVE PROMOSSE<br />
DAL COMITATO VERITA&#8217; E GIUSTIZIA PER GENOVA<br />
E DAL COMITATO PIAZZA CARLO GIULIANI</strong></p>
<p>IN OCCASIONE DELLE UDIENZE PRELIMINARI DEL <strong>27 E 29 GENNAIO 2005</strong><br />
PER LE VIOLENZE E LE TORTURE INFLITTE AI MANIFESTANTI DURANTE IL G8<br />
ALLA CASERMA DI GENOVA-BOLZANETO:</p>
<p>-  mercoledì 26 gennaio, ore 11, conferenza stampa nella sala di rappresentanza<br />
di Palazzo Tursi;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio ore 20, cena di solidarietà con le parti offese;</p>
<p>-  venerdì 28 gennaio ore 21 incontro con testimonianze a sala Cambiasio;</p>
<p>-  sabato 29 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>seguirà programma dettagliato</p>
<p><strong>per informazioni</strong>:</p>
<p>Enrica Bartesaghi  335 568 13 14<br />
Antonio Bruno  339 344 20 11</p>
<p>Comitato Verità e Giustizia per Genova – <a href="http://www.veritagiustizia.it"><span style="text-decoration: underline;">www.veritagiustizia.it</span></a><br />
Comitato Piazza Carlo Giuliani – <a href="http://www.piazzacarlogiuliani.org"><span style="text-decoration: underline;">www.piazzacarlogiuliani.org</span></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/">Processo contro la tortura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Giornalismo e verità #1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/19/giornalismo-e-verita-1/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2005 05:34:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo e verità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Terzo incontro di <strong>Nazione Indiana</strong> al <strong>Teatro i</strong></p>
<p></p>
<p><em>Stiamo organizzando una giornata di incontro dal titolo<br />
</em><strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong>.<br />
<em>Si svolgerà esattamente tra un mese, sabato </em><strong>19 febbraio <em></em></strong><em>a Milano, al Teatro i, in via Gaudenzio Ferrari 11, dalle ore 9.30 alle 18.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/19/giornalismo-e-verita-1/">Giornalismo e verità #1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Terzo incontro di <strong>Nazione Indiana</strong> al <strong>Teatro i</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornalismo-logo-def.gif" border="0" alt="giornalismo-logo-def.gif" width="198" height="28" align="left" /></p>
<p><em>Stiamo organizzando una giornata di incontro dal titolo<br />
</em><strong>GIORNALISMO E VERITA&#8217;</strong>.<br />
<em>Si svolgerà esattamente tra un mese, sabato </em><strong>19 febbraio <em></em></strong><em>a Milano, al Teatro i, in via Gaudenzio Ferrari 11, dalle ore 9.30 alle 18.</em></p>
<p>Parleranno voci libere e tenaci del <strong>giornalismo d’inchiesta</strong>: giovani e vecchi, il cronista veterano assieme al giovane che ha appena cominciato e che ha solo la forza della propria libertà e della propria tenacia, attivi in un tipo di giornalismo che oggi trova <strong>sempre meno spazio nei giornali</strong>, e ancor meno in televisione, direttori di riviste che fanno un lavoro anomalo e controcorrente, direttori di collane editoriali impegnate su questo terreno. Ci saranno <strong>racconti,  discussioni e proposte</strong>, anche per rompere l’isolamento di chi non si arrende alla situazione di violenta chiusura degli spazi e di addomesticamento dell’informazione.<br />
<span id="more-864"></span><br />
La verità è uno dei bisogni fondamentali dell’anima umana – scriveva <strong>Simone Weil</strong>. Ma è anche quello che oggi è più frustrato e umiliato.</p>
<p>Dappertutto ci sono <strong>occultamenti, distorsioni, spezzettamenti </strong>delle verità in mille briciole pseudo-pluralistiche. E poi ci sono ovviamente tutti gli ostacoli e le pressioni che vengono fatte per scoraggiare, imbrigliare, o anche per far tacere per sempre, chi cerca di far emergere una verità: <strong>uccisioni, minacce, ricatti economici, clientelismi, logge, vincoli di carriera, scambi di favori</strong>&#8230; Questa è forse l&#8217;Italia di sempre, ma oggi tutto è diventato più drammatico, in un contesto mondiale di violenza, sopraffazione e ingiustizia mostruose, garantite da una pratica di mistificazione quotidiana, sistematica, che coinvolge tutti i media.</p>
<p>Non ci interessa dibattere, accademicamente, di  libertà di informazione. Siamo anzi convinti che il problema non vada posto solo in termini di informazione. La <strong>verità </strong>è altra cosa dall&#8217;<strong>informazione</strong>. Le informazioni del resto si diffondono, anche in mezzo a tutti gli ostacoli. Difficile che le cose restino del tutto segrete. Ma il punto è che circolano senza avere forza di verità, mescolate al rumore di fondo della disinformazione, in un impaludamento che alcuni hanno anche la faccia tosta di chiamare “pluralismo” (come ha fatto ieri il <strong>direttore della Rai </strong>per giustificare la sua decisione di mandare in onda una trasmissione “riparatrice” sulla Sicilia, che controbilanci la coraggiosa inchiesta di <strong>Report </strong>sulla mafia). Alle informazioni veritiere si impedisce di entrare nella vita e nel discorso pubblico come delle verità. E soprattutto non vengono dette interamente.</p>
<p>Perché ci sia verità occorre dire tutta la verità, non una verità parziale  o frammentata. Ma dire tutta la verità è rischioso e oggi sono pochi quelli che si prendono questo rischio in Italia. In questa Italia di sempre,  dei meccanismi di potere iper-collaudati, ma oggi diventati, se possibile, ancora più violenti, col diffondersi di un’imprenditoria criminale senza precedenti, e dopo che un mostruoso conflitto di interessi ha allagato e avvelenato davvero tutto.</p>
<p>Ci teniamo a mettere avanti questa parola – verità &#8211; che è stata screditata in tempi di relativismo culturale e di ironia postmoderna. E a usarla nel senso più forte, intendendola  come un <strong>campo di conflitto</strong>.</p>
<p>Oggi ci sono esempi ottimi di controinformazione. Ma ci rendiamo conto che <strong>la controinformazione non è sufficiente</strong>. Gioca su un solo livello, quello orizzontale della comunicazione, lo stesso in cui giocano la disinformazione e la menzogna. Ma la devastazione provocata dalla menzogna, il prezzo che ogni giorno nel mondo le persone e la vita pagano per la pratica quotidiana della falsificazione, ha bisogno di un’evidenza più forte.</p>
<p>Di tutto questo non vorremmo però discutere in astratto. Ci piacerebbe invece che ognuno raccontasse anche dei <strong>casi concreti </strong>e delle storie emblematiche, convinti che la realtà di un caso abbia maggiore forza di verità delle formule ideologiche che pretendono di riassumerla.</p>
<p>Ci piacerebbe partire da queste domande: quanta verità riesce ancora a passare oggi attraverso gli organi di informazione? Come possiamo aumentare questa percentuale? Possiamo far sì che persone ora impegnate isolatamente in un’attività diventata ormai molto rischiosa si sentano parte di una collettività che condivide la stessa battaglia? E&#8217; possibile far crescere un habitat capace di contrastare la palude della falsificazione sistematica, e far sentire, a chi sceglie il vincolo della verità, che non è solo?</p>
<p>(a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/19/giornalismo-e-verita-1/">Giornalismo e verità #1</a></p>
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