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	<title>Nazione Indiana &#187; giornalismo</title>
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		<title>Di chi è la colpa?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg" alt="" title="processi" width="406" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40350" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.<br />
Magari fosse così semplice!<br />
<span id="more-40348"></span><br />
Un amico scrittore ed ex poliziotto, Maurizio Matrone, mi raccontò che indagando su un furto in un appartamento gli era stato chiesto dal proprietario se avesse portato il <em>luminol </em>(“ma chi l’ha mai visto il <em>luminol</em>” mi ha confessato), e non c’era volta che qualcuno non gli spiegasse dove e come prendere le impronte, al punto che qualche zelante vittima aveva già imbustato i reperti, numerandoli. Troppa tv. Non siamo più solo una nazione di commissari tecnici, siamo una nazione di tecnici della scientifica.</p>
<p>Di chi è la colpa?  È  colpa dell’attenzione morbosa che i quotidiani nazionali porgono alla cronaca nera (che ruba molte più pagine rispetto a quelle dedicate nei quotidiani europei), vera arma di distrazione di massa. È colpa di quei criminologi che hanno reso <em>glamour</em>, televisivo, un lavoro che deve essere fatto in silenzio, consci della fragilità degli indizi. Ed è sicuramente colpa di molti miei colleghi che si sono lasciati irretire dalla puerile onnipotenza di chi crede che saper scrivere gialli significa <em>di conseguenza </em>sapere come risolvere i casi reali. </p>
<p>È colpa di un protagonismo smodato, di un desiderio di visibilità assoluta, immorale, di un presenzialismo obbligatorio, di un dover dire la propria, ad ogni costo, a prescindere da tutto. È l’esasperazione del senso comune contro il buon senso, che invece chiede di lasciar lavorare gli unici deputati a farlo. Abbiamo <em>finzionalizzato </em>la morte, l’abbiamo resa una chiacchiera da bar. Tutti giudici <em>in pectore</em>, emettiamo sentenze, comminiamo pene, con non curanza, fra una tartina e un aperitivo, neppure fossimo in un consesso di docenti di diritto penale.</p>
<p>Non ho mai voluto sottostare al gioco manicheo dei colpevolisti contro gli innocentisti. L’intera nazione è bloccata su questa modalità duale e perversa: Inter <em>vs</em> Milan, destra <em>vs</em> sinistra, Nord <em>vs</em> Sud, guelfi <em>vs</em> ghibellini, convinti che la mente umana, per dirla con Tremonti, sia semplice. E invece non lo è. È complessa, molteplice, irriducibile. Ho sempre rifiutato di scrivere “da giallista” la mia opinione. Credo esista una responsabilità dell’autore di fronte a tragedie che colpiscono persone reali alla ricerca una possibile verità. Ma esiste anche una responsabilità dello spettatore, dell’utente televisivo, del lettore della carta stampata, è ora di dirlo.</p>
<p>Lo so, sembro un patetico moralista, ma se spettacolarizzare i processi è una follia, seguirli come fossero un <em>reality show</em>, pronti a “nominare” il colpevole, è ancora più abietto. Eppure lo sappiamo: la verità processuale e la verità reale non collimano, mai. Il processo è il luogo dove si cerca di raggiungere solo la verità processuale, fatta di indizi, prove, riscontri. Al punto che un giudice, anche se in cuor suo ha l’opinione che l’imputato sia in effetti colpevole, deve sottostare alla verità del processo, e liberarlo. Questa è la spietatezza dell’assoggettarsi ad un sistema di leggi certe, ma è anche la barriera contro il linciaggio, contro la barbarie. Lo so, è poco televisivo. Nei gialli, sempre così consolatori, alla fine, il colpevole lo identifichi, la giustizia trionfa, il bene vince. Ma nei fatti non è mai così semplice. La realtà è molto più noir dei gialli che scriviamo e che leggiamo. Nella realtà i colpevoli siamo noi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L'Unità, <em>ieri</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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		<title>Arrigoni, vilipendio alla memoria</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/arrigoni-vilipendio-alla-memoria/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 13:38:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<strong>Come a &#8216;Libero&#8217; scrivono senza verificare le fonti. Lettera al direttore Maurizio Belpietro</strong>
di <strong>Luca Galassi</strong> (da <a href="it.peacereporter.net">Peacereporter</a>)
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/lasciatelolà.jpg">&#8230;</a>Maurizio Belpietro,
scusandomi per non aver anteposto al suo nome, che è necessario &#8211; purtroppo &#8211; citare, la parola &#8216;signor&#8217;, o &#8216;direttore&#8217;, o addirittura &#8216;giornalista&#8217;; vedendomi &#8211; mio malgrado &#8211; costretto a rivolgermi in terza persona al mero dato onomastico che la identifica; trovandomi obbligato a rinunciare all&#8217;esercizio della nobile arte del vilipendio (arte nella quale le lascio volentieri la primazia), e non perché lei non la meriti, quanto perché non è mio costume praticarla &#8211; sono un non violento, ahimé -, sarebbe davvero meraviglioso se, una volta tanto nella sua vita, lei potesse verificare le fonti alle quali si abbevera il suo giornale per produrre le sue requisitorie.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/arrigoni-vilipendio-alla-memoria/">Arrigoni, vilipendio alla memoria</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><strong>Come a &#8216;Libero&#8217; scrivono senza verificare le fonti. Lettera al direttore Maurizio Belpietro</strong></div>
<div>di <strong>Luca Galassi</strong> (da <a href="it.peacereporter.net">Peacereporter</a>)</div>
<div><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/lasciatelolà.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-38825" title="lasciatelolà" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/lasciatelolà-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Maurizio Belpietro,</div>
<div id="_mcePaste">scusandomi per non aver anteposto al suo nome, che è necessario &#8211; purtroppo &#8211; citare, la parola &#8216;signor&#8217;, o &#8216;direttore&#8217;, o addirittura &#8216;giornalista&#8217;; vedendomi &#8211; mio malgrado &#8211; costretto a rivolgermi in terza persona al mero dato onomastico che la identifica; trovandomi obbligato a rinunciare all&#8217;esercizio della nobile arte del vilipendio (arte nella quale le lascio volentieri la primazia), e non perché lei non la meriti, quanto perché non è mio costume praticarla &#8211; sono un non violento, ahimé -, sarebbe davvero meraviglioso se, una volta tanto nella sua vita, lei potesse verificare le fonti alle quali si abbevera il suo giornale per produrre le sue requisitorie.</div>
<div id="_mcePaste">Le fonti si verificano, Maurizio Belpietro, perché altrimenti si rischiano figuracce. Come può il suo &#8216;giornalista&#8217; Angelo Pezzana, &#8216;esperto&#8217; della questione palestinese, nell&#8217;articolo scritto ieri su &#8216;Libero&#8217;, parlare di una persona che non ha mai conosciuto (Vittorio Arrigoni), di un territorio che non ha mai visitato (la Striscia di Gaza) e di un&#8217;attività che non ha mai visto (le azioni dell&#8217;International Solidarity Movement)? E come può farlo senza prima aver controllato le fonti che gli hanno raccontato ciò che ha scritto?<span id="more-38824"></span></div>
<div id="_mcePaste">Pezzana scrive: &#8220;Arrigoni scelse la Striscia perché là, e non altrove, pensava fosse possibile realizzare la sconfitta dell&#8217;odiato &#8216;piccolo satana&#8217; che opprimeva i palestinesi&#8221;. Arrigoni non scelse la Striscia per &#8216;sconfiggere Israele&#8217; (forse avrebbe anche voluto possedere la fionda che David usò per sconfiggere Golia, ma, purtroppo per Pezzana, Vittorio non ha mai imbracciato un&#8217;arma), quanto perché &#8220;là e non altrove&#8221; non Hamas, non i salafiti, non i terroristi, ma la popolazione civile aveva bisogno del suo aiuto. Perché? Per poter lavorare i campi, per poter pescare. Senza dover rischiare la morte. Si informi <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/14055/Campo+di+battaglia">qui</a>, Maurizio Belpietro, il suo &#8216;giornalista&#8217;. E se considera il nostro sito troppo filo-palestinese, si informi anche <a href="http://www.youtube.com/watch?v=AifrC2Qp_fk">qui</a>, sempre che non ritenga anche i giornalisti della televisione di Stato italiana collaborazionisti di Hamas.</div>
<div id="_mcePaste">Pezzana denuncia: &#8220;Soltanto Hamas, un movimento dichiarato terrorista dall&#8217;Onu e dalla Ue, gli pareva adatto, dopo aver conquistato il potere con un colpo di stato, a realizzare uno Stato palestinese che ha nel proprio statuto la distruzione di Israele&#8221;. Tanto gli pareva adatto, a Vittorio Arrigoni, che un mese fa quelli di Hamas hanno preso a botte lui e i giovani palestinesi del Gybo (Gaza Youth Breaks Out) scesi in piazza per chiedere la fine delle ostilità interne e la riconciliazione in nome dell&#8217;unità nazionale. Vittorio Arrigoni era uno degli organizzatori del movimento contro le lotte di potere tra le fazioni del governo palestinese. Per informazioni, il suo &#8216;giornalista&#8217; può leggere quanto l&#8217;attivista dell&#8217;Ism scrisse in quella occasione, <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/27432/Gaza%3A+il+giorno+dell%27unit%E0+e+le+ossa+rotte">qui</a>.</div>
<div id="_mcePaste">Pezzana, nuovamente, accusa: &#8220;Era (Arrigoni, ndr) un pacifista, il che vuol dire che amava la pace, anche se aveva scelto di stare con chi la pace mica la voleva, perché Hamas vuole distruggere Israele, non farci un accordo&#8221;. Arrigoni non aveva scelto di stare con Hamas. Si abbeveri a queste fonti, Maurizio Belpietro, il suo &#8216;giornalista&#8217;: &#8220;Personalmente, come attivista per i diritti umani, Hamas non piace assolutamente. Per cui ho qualcosa da ridire anche a loro, che hanno parecchio limitato i diritti umani da quando hanno vinto le elezioni&#8221;: Vittorio Arrigoni, <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/13721/Gaza%2C+eliminate+il+pacifista+italiano">intervista </a>rilasciata al sottoscritto il 14 gennaio 2009.</div>
<div id="_mcePaste">Infine, il &#8216;giornalista&#8217; Pezzana prosegue la sua giaculatoria istituendo un parallelismo del tutto arbitrario tra la morte di Arrigoni e il massacro di una famiglia israeliana in Cisgiordania, a Itamar, il 12 marzo 2011: &#8220;Eppure una famiglia sgozzata nella notte, nella propria casa, se raccontato, fatte vedere le immagini, avrebbe destato una impressione enormemente più forte di quella di Arrigoni, un volontario che svolgeva una sorta di servizio civile in un paese che sta cercando in ogni modo di distruggerne un altro&#8221; Sapesse, Maurizio Belpietro, il suo &#8216;giornalista&#8217; &#8211; giusto a titolo di cronaca &#8211; come gli israeliani, che Pezzana vuole &#8220;degni dello stesso amore&#8221; che Vittorio provava per i palestinesi, si sono comportati dopo l&#8217;orribile eccidio. Lo apprenda <a href=" http://it.peacereporter.net/articolo/27671/Israele%2C+punizione+collettiva">qui</a>.</div>
<div id="_mcePaste">Potrebbe stupirla, Maurizio Belpietro, che a scrivere queste cose non sia un antisemita, un militante pacifista, un fazioso. Ma un giornalista che verifica le fonti. Quelle che forse lei e il suo &#8216;giornalista&#8217; Angelo Pezzana conoscete solo come sorgenti che zampillano dalle montagne lombarde, dove nel week-end portate la famiglia a camminare. Un&#8217;altra famiglia, a pochi chilometri da quelle montagne, è stata distrutta dalla morte del proprio figlio per mano di alcuni barbari fanatici.</div>
<div id="_mcePaste">Chi commette vilipendio su un cadavere viene punito con la reclusione fino a tre anni. Chi, su questo, commette atti di brutalità o di oscenità, è punito con la reclusione da tre a sei anni. Non so se la pubblicazione di falsità come quelle scritte su &#8216;Libero&#8217; abbiano o meno rilevanza penale. Ciò che so è che la memoria, quella sì, di Vittorio, è stata vilipesa. Brutalmente e oscenamente.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/arrigoni-vilipendio-alla-memoria/">Arrigoni, vilipendio alla memoria</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 04:58:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>In millecinquecento battute ieri su <em>Repubblica</em> <strong>Enrico Deaglio</strong> ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i<em> media</em> avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro <em>dibattito politico</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/24/le-millecinquecento-battute-di-enrico-deaglio/">Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>In millecinquecento battute ieri su <em>Repubblica</em> <strong>Enrico Deaglio</strong> ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i<em> media</em> avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro <em>dibattito politico</em>. In realtà, sia l&#8217;informazione che il dibattito politico ha avuto tra i suoi pregevoli effetti di <em>cancellare</em> dalle nostre menti (o rendere <em>irrilevanti</em>) molti di quegli elementi che Deaglio ha raccolto in queste poche righe. </p>
<p>In altri termini, le millecinquecento battute di Deaglio sono quanto ci si dovrebbe aspettare da un serio e intelligente giornalismo politico, impegnato a informare l&#8217;opinione pubbliche su questioni della massima importanza per il destino del paese. Ci possono essere questioni più gravi, vitali e urgenti da discutere e chiarire che queste, questioni che coinvolgono nello stesso tempo la realtà politica, economica e criminale del paese?<br />
<span id="more-19488"></span><br />
Ieri, con il titolo “Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda”, appariva a pagina 8 di <em>Repubblica</em> l&#8217;articolo di Deaglio che, al suo interno, conteneva il brano cruciale. Mi sono preso la briga di ricopiarlo e di metterlo in rete, favorendo quanto possibile una ridondanza dell&#8217;informazione. </p>
<p>Un intervento simile, infatti, non ha solo il pregio di trattare notizie scomode, come quelle che sta affrontando <em>Repubblica</em> in questi giorni sul “patto” tra Cosa Nostra e Stato (1992-1994). Ma realizza anche quella indispensabile sintesi, che offre la possibilità di pervenire a un giudizio e a una deliberazione. Quella sintesi e <em>visione d&#8217;insieme</em> degli avvenimenti che l&#8217;intero sistema dell&#8217;informazione quotidianamente cancella, per calcolo politico (propaganda) o insipienza professionale (irresponsabilità). </p>
<p>Chiunque, in qualsiasi paese cosiddetto “civile”, avanzasse tali questioni in un ambito pubblico, tramite un quotidiano di importanza nazionale, dovrebbe scatenare un dibattito politico acceso e ad ampio raggio. Questi dovrebbero essere temi di cui discutere per mesi, dentro e fuori il parlamento. Ma in realtà dovremmo dire, questi sono i temi di cui si dovrebbe discutere <em>da anni</em>. E invece magicamente, appena essi emergono, spariscono poi con grandissima velocità dalle scene. Uomini di governo, uomini dell&#8217;opposizione, giornalisti, opinionisti, tutti riusciranno immediatamente a frantumare lo scenario, per agitare ognuno un suo frammento avulso, o per semplicemente far calare un altro paesaggio, più rassicurante o semplicemente più slegato dalla realtà politica e dalle sue responsabilità.</p>
<p>Da <em>Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda</em> di <strong>Enrico Deaglio</strong> [<em>La Repubblica</em>, 23 luglio 2009, p. 8]</p>
<p>&#8220;1) Cosa Nostra siciliana negli anni &#8217;70 è protagonista del più grande successo capitalistico italiano. Praticamente monopolista del mercato americano dell&#8217;eroina, la sua finanza invade l&#8217;economia italiana. 2) Per decenni protetta da Giulio Andreotti, subisce un pesante smacco dalla legge Rognoni La Torre (1982) che prevede la confisca dei suoi beni e, subito dopo dalle indagini del giudice Giovanni Falcone che trova in Tommaso Buscetta l&#8217;uomo che gli spiega tutto. 3) La Sicilia è il maggiore destinatario della spesa pubblica italiana. Le principali aziende del nord stringono patti diretti con Cosa Nostra per ottenere appalti.<br />
E, per quello che ho capito, andando nei particolari, Raul Gardini (1986) entra ufficialmente in borsa con la Calcestruzzi Spa al 50 per cento con la famiglia Buscemi di Palermo, emissaria di Riina. Silvio Berlusconi (anni 80-90) viene finanziato da Cosa Nostra nella costruzione delle sue televisioni e nel 1994, nella funestra prospettiva di un governo di sinistra in Italia, viene convinto da Cosa Nostra a metterci la faccia; la Confindustrai siciliana (inizio anni 90) firma un patto con Cosa Nostra per aggiudicarsi gli appalti miliardari della Sicilia, versando “un&#8217;addizionale Riina” di appena lo 0,80 per cento e si giunge al punto che al suo massimo esponente nell&#8217;isola viene scortato da uomini di Cosa Nostra. Il Pds (allora si chiamava così) è abbastanza afono, anche perché le cooperative di Ravenna che si aggiudicano, tramite la Calcestruzzi di Gardini, buoni lavori in Sicilia, lo finanziano.&#8221;</p>
<p>*</p>
<p>Ieri sera, dopo mesi che non vedevo la televisione, ho assistito a un inquietante programma di Rai Tre, una docu-fiction intitolata <em>Amore criminale</em>. Il programma era dedicato alla vicenda reale di una giovane donna perseguitata e infine assassinata dal suo marito tossico e violento. Alternava commenti della conduttrice, interviste dei genitori della vittima e degli avvocati, e ricostruzioni con attori e scenari verosimili. Mi chiedo come sia possibile che trasmissioni del genere siano trasmesse da una TV pubblica, da quella TV che dovrebbe dar voce ai giornalisti meno cinici e opportunisti, meno proni alle esigenze propagandistiche del governo. Mi chiedo come delle persone adeguatamente pagate possano lavorare per produrre qualcosa di così profondamente guasto, storto. Se un programma così è possibile, allora l&#8217;intera corporazione giornalistica vive in un regime d&#8217;irresponsabilità quasi totale. </p>
<p><em>Amore criminale</em> è un programma disgustoso non solo perché, banalmente, crea spettacolo a partire da un fatto di cronaca, mettendo in scena il sangue, la morte, il dolore, la ferocia, nella loro forma più bruta. Non solo perché le sue ricostruzioni infettano la comprensione della realtà, diffondendo ad ogni passo stereotipi del tutto irreali (lo stereotipo del tossico, del violento, della donna martire, ecc.). Non solo perché, in modo razzistico, mette i sottotitoli in italiano ai monologhi dei genitori reali della vittima, due persone senza istruzione, che parlano un italiano scorretto e con inserti dialettali, ma perfettamente comprensibile. Non solo perché mette in scena avvocati e pubblici ministeri e carabinieri che entrano completamente nelle forme del racconto così come è richiesto dal tipo di trasmissione, tutto incentrato sugli effetti emotivi e su una psicologia d&#8217;accatto. La cosa peggiore è ciò che <em>lateralmente</em> emerge dalla storia narrata, qualcosa che non è minimamente tematizzato dagli autori del documentario né dai testimoni reali della vicenda. Il fatto scandaloso che affiora – per sbaglio – dalla docu-fiction è che, in Italia, una donna, nonostante abbia denunciato il marito per lesioni, con tanto di espliciti referti medici, non riceve alcuna efficace protezione nei confronti del marito aggressore. Ciò che emerge e riempie d&#8217;indignazione è il fatto che risulti del tutto normale che un uomo possa continuare a minacciare e terrorizzare una donna, dopo essere stato da questa denunciato per un&#8217;aggressione violentissima e documentata presso i carabinieri. Ciò che dunque si ricava dalla docu-fiction è che, in un paese che non fa altro che cianciare dalla mattina alla sera di “sicurezza”, una donna massacrata di botte dal proprio marito sia dalle istituzioni in piena conoscenza di causa lasciata indifesa di fronte al suo aggressore, fino al tremendo epilogo dell&#8217;assassinio. E di questa notizia, che è l&#8217;unica notizia importante che avrebbe rilevanza pubblica, il docu-fiction non dice nulla, e neppure nessuno dei testimoni reali invitati a parlare, carabinieri e magistrati compresi. Questa trasmissione esemplifica la piena ignoranza, inconsapevolezza, e inciviltà del nostro paese, e in particolare del nostro sistema giornalistico.</p>
<p>È grazie anche al giornalismo dei docu-fiction come <em>Amori criminali</em>, che l&#8217;opinione pubblica è sollecitata ad una quotidiana <em>amnesia</em>, ed è grazie a questa amnesia sempre rinnovata, che &#8211; come diceva Deaglio &#8211; la classe politica può cancellare dall&#8217;agenda i capitoli più scandalosi e oscuri in cui è stata coinvolta, o di cui, comunque, dovrebbe occuparsi.</p>
<p>Che sia poi ancora una volta un&#8217;inchiesta giudiziaria a sollecitare il mondo politico, e a mostrare la sua inadeguatezza (l&#8217;inchiesta della Procura di Palermo dei pm Di Matteo e Ingroia sulla “trattativa”  tra Cosa nostra e lo Stato) non può sorprendere. Ha scritto lo storico del Mezzogiorno <strong>Salvatore Lupo</strong>:</p>
<p>“la contaminazione tra piano politico e piano giudiziario non deriva da manovre, né da strumentalizzazioni, né da particolari scelte interpretative di alcuno, ma dalla stessa evoluzione dei fatti: è stata la politica a spostarsi al di fuori ovvero al di sotto di se stessa, nella sfera d&#8217;azione della magistratura penale, in una situazione in cui l&#8217;illegalità (affaristica, terroristica, mafiosa) non è stata solo uno strumento del potere, quanto uno dei campi di esercizio del potere stesso. La nostra non è tanto (non è solo) una nazione più corrotta di altre, o più corrotta di quanto fosse prima – in età liberale, ad esempio; è una nazione nella quale alcune delle transazioni e degli avvenimenti fondamentali della vita collettiva si sono realizzati nell&#8217;illegalità e nella segretezza, in stanze sotterranee che indubitabilmente sono qui di vastità inusitata rispetto ad altre situazioni e ad altri tempi.” [da <em>Andreotti, la mafia, la storia d'Italia</em>, Roma, Donzelli, 1996, p. 26.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/24/le-millecinquecento-battute-di-enrico-deaglio/">Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</a></p>
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		<title>Raduno contro i crimini politici in Russia</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jan 2009 17:52:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Stanislav Markelov]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[Ricevo questo volantino da un'amica russa.]</p>
<p><strong>No al silenzio sui crimini contro la giustizia in Russia!</strong></p>
<p>Sapete qualcosa delle tragedie che avvengono nelle strade in Russia?</p>
<p>Pochi giorni fa, il 19 gennaio, un avvocato militante di sinistra ed intellettuale coraggioso, <strong>Stanislav Markelov</strong>, è stato ucciso a colpi di pistola, in pieno giorno, nel centro di Mosca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/30/raduno-contro-i-crimini-politici-in-russia/">Raduno contro i crimini politici in Russia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Ricevo questo volantino da un'amica russa.]</p>
<p><strong>No al silenzio sui crimini contro la giustizia in Russia!</strong></p>
<p>Sapete qualcosa delle tragedie che avvengono nelle strade in Russia?</p>
<p>Pochi giorni fa, il 19 gennaio, un avvocato militante di sinistra ed intellettuale coraggioso, <strong>Stanislav Markelov</strong>, è stato ucciso a colpi di pistola, in pieno giorno, nel centro di Mosca. Aveva 34 anni. Una giovane giornalista militante,<strong> Anastasia Baburova</strong>, che camminava al suo fianco e ha cercato di fermare l’assassino, è stata anch’essa uccisa. Aveva 25 anni. La polizia russa ha già annunciato la mancanza di prove per trovare l’assassino ed i suoi committenti.<br />
<span id="more-13880"></span><br />
L’Italia ha avuto perdite simili. Nella lotta contro la mafia, magistrati e giudici coraggiosi, che hanno preso pubblicamente posizione, sono stati minacciati ed assassinati. In Russia, l’apparato dello Stato copre spesso gli affari della mafia ed i delitti dell’estrema destra. La maggioranza dei giudici sono addomesticati e la maggioranza degli avvocati gestiscono le cause al limite della legalità. Per questo i crimini politici restano spesso impuniti. Negli ultimi anni, numerosi attentati hanno colpito antifascisti, giornalisti e stranieri, aggrediti o uccisi nelle strade delle città russe. Poche persone alzano la loro voce contro queste ingiustizie istituzionalizzate. Stanislav Markelov ed Anastasia Baburova erano tra quei pochi che osano prendere posizione ed agire.</p>
<p>Solidarietà per i militanti russi esposti alle violenze!<br />
Basta con gli assassinii politici!<br />
<strong><br />
Stanislav</strong> conduceva le sue lotte all’interno del sistema giudiziario russo, estremamente corrotto, per renderlo più giusto e più libero. <strong>Anastasia</strong> era una giornalista impegnata, scriveva su cause che sosteneva personalmente, e per le quali combatteva in prima linea. Stanislav era all’origine di una rete di assistenza giuridica per la cause sociali. Era uno dei pochi, se non il solo avvocato in Russia, ad essersi impegnato in cause difficili, che mettevano in questione la responsabilità dello Stato, dalle quali era uscito vincitore. Come avvocato ha sempre lottato per la difesa attiva della parte civile, delle persone comuni che soffrivano a causa degli abusi di potere, dei giovani antifascisti, degli abitanti della Cecenia privati dei diritti, dei lavoratori. Insieme partecipavano ai Forum sociali europei e russi, per consolidare l’ancora debole vita associativa russa. Con la scomparsa di <strong>Markelov</strong> abbiamo perso un intellettuale impegnato nello spazio pubblico e un militante che agiva sul terreno della giurisprudenza. Con la morte di <strong>Baburova</strong> abbiamo perso una giornalista promettente e impegnata.</p>
<p>La stampa italiana, nella maggior parte dei casi, parla di questo duplice assassinio come di uno dei crimini contro la libertà di stampa. Ma non è esatto. Esso fa parte di una catena di crimini contro la giustizia sociale, che hanno preso di mira, da mesi, i militanti che lottano per importanti cause pubbliche. I militanti russi si sentono sempre più minacciati. E sempre più in collera.</p>
<p>È molto importante che voi sappiate!</p>
<p>Ci sono molte differenze tra la Russia e l’Italia, ma anche molte cose in comune. Alcuni dei nostri problemi si assomigliano, e la conoscenza reciproca può essere utile per risolverli.</p>
<p><strong>Raduno a Roma il 1° febbraio alle 17<br />
a Piazza Cavour, vicino al cinema Adriano</strong></p>
<p>A Mosca e Parigi, nelle stesso giorno, si svolgono manifestazioni contro la violenza politica </p>
<p>Inviate una e-mail all’Ambasciatore russo e al Ministro degli esteri russo, chiamate il Ministro degli esteri italiano. Chiedetegli perché le persone coraggiose vengono aggredite e uccise nelle strade. Che cosa succede? Cosa faranno la polizia e la giustizia? </p>
<p>Ambasciata russa: rusembassy@libero.it                Ministero degli esteri russo: ministry@mid.ru<br />
Ufficio Relazioni con il Pubblico del Ministero degli Affari Esteri italiano: 06-3691-8899<br />
Inviate per favore una copia delle vostre e-mail all’indirizzo: solidarieta.russia@gmail.com</p>
<p>Grazie per la vostra solidarietà!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/30/raduno-contro-i-crimini-politici-in-russia/">Raduno contro i crimini politici in Russia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Saviani</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 05:37:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[riccardo orioles]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.riccardoorioles.org/">Riccardo Orioles</a></strong></p>
<p>Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n&#8217;è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/23/saviani/">Saviani</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.riccardoorioles.org/">Riccardo Orioles</a></strong></p>
<p>Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n&#8217;è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d&#8217;anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all&#8217;Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l&#8217;hanno licenziato in quanto &#8220;giornalista pacifista&#8221;. Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.<br />
<span id="more-9930"></span>Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.</p>
<p>Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.</p>
<p>Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po&#8217; più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E&#8217; da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.</p>
<p>Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell&#8217;inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent&#8217;anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell&#8217;inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E&#8230; Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un&#8217;idea ve la siate fatta. C&#8217;è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro &#8211; seri e professionali &#8211; redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po&#8217;. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto &#8211; fra giornalisti &#8220;alti&#8221; e politici &#8211; se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell&#8217;antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.</p>
<p>Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s&#8217;interessava davvero, se l&#8217;è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l&#8217;industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che &#8211; poiché l&#8217;industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti &#8220;sovversivi&#8221; &#8211; un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un&#8217;imprenditoria un po&#8217; più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.</p>
<p>Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il &#8220;sistema&#8221;. Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione &#8220;alta&#8221;, &#8220;culturale&#8221;; non solo &#8220;giornalismo&#8221; ma anche, e contemporaneamente, &#8220;letteratura&#8221;. (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d&#8217;anni non occorreranno più). Dove &#8220;letteratura&#8221; non è l&#8217;abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.</p>
<p>Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di &#8220;sistema&#8221;, anziché di semplice (folkloristica) &#8220;camorra&#8221; è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L&#8217;aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla &#8220;mafia&#8221; ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e &#8220;letteratura&#8221;, che è forse l&#8217;aspetto più &#8220;scandaloso&#8221; (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola.</p>
<p>Le &#8220;scoperte&#8221; di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell&#8217;estraneità e indifferenza dell&#8217;industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l&#8217;industria culturale. Che tuttavia non l&#8217;ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell&#8217;humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.</p>
<p>Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti (&#8220;siamo&#8221; qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo &#8220;sistema&#8221; e avrà l&#8217;orgoglio di avervi contribuito: non &#8211; poveramente &#8211; da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.</p>
<p><em>Tratto da <strong>La Catena di San Libero</strong> n. 373 del 22 ottobre 2008</em></p>
<p><em>La &#8220;Catena di San Libero&#8221; è una e-zine gratuita, indipendente e senza fini di  lucro. Viene inviata gratuitamente a chi ne fa richiesta. Per riceverla, o farla  ricevere da amici, basta scrivere a: <a href="mailto:riccardoorioles@gmail.com"> riccardoorioles@gmail.com</a>.<br />
La &#8220;Catena&#8221; esce dal 1999. L&#8217;autore è un giornalista professionista  indipendente.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/23/saviani/">Saviani</a></p>
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		<title>Non è un giallo</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 07:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/garlasco_mappa.gif"></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>mi è stata chiesta, questa estate, una opinione sul delitto di Garlasco, quasi io fossi una "persona informata dei fatti". Questa è stata la mia risposta.</em> G.B.]</p>
<p>Non è un giallo. Finiamola di usare le parole a sproposito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/non-e-un-giallo/">Non è un giallo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/garlasco_mappa.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/garlasco_mappa.gif" alt="" title="garlasco_mappa" width="312" height="298" class="alignnone size-full wp-image-8009" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>mi è stata chiesta, questa estate, una opinione sul delitto di Garlasco, quasi io fossi una "persona informata dei fatti". Questa è stata la mia risposta.</em> G.B.]</p>
<p>Non è un giallo. Finiamola di usare le parole a sproposito. Vorrei più deontologia dai media che si nascondono dietro l&#8217;esile paravento del diritto di cronaca. Non è un giallo, non è intrattenimento, non è una cosa divertente, piena di colpi di scena, dove poi arriva l&#8217;eroe che risolve il caso e poi tutti “vissero felici e contenti”. Non è fiction, non è letteratura. Non è una puntata di CSI o della sua emulazione fallita, i RIS.<br />
<span id="more-8006"></span><br />
Non siamo in un racconto di Camilleri, Montalbano può restare a casa sua. Non serva a niente chiedere l&#8217;opinione di Faletti o di Lucarelli: non sanno nulla. Sono scrittori, governano i loro incubi, le loro ossessioni, le inventano, le sviluppano, gli danno una logica, una trama. Ma non sono poliziotti, non lo fanno di mestiere, probabilmente non hanno mai visto un morto ammazzato in vita loro. È ora di finirla di infierire con speciali pomeridiani, con interventi di zelanti psicologi o sociologi del caso. Non sanno niente della verità, nulla di più di quello che i giornali, ossessivi e morbosi, continuano a raccontare, perché hanno bisogno dell&#8217;ennesimo caso estivo insoluto. Quasi che i morti ammazzati nel resto dell&#8217;anno non facciano audience, perché c&#8217;è la politica di mezzo, c&#8217;è miss Italia, la finanziaria, il calendario delle veline, San Remo, il campionato di calcio, le elezioni amministrative e chissà quale altro “evento televisivo”. </p>
<p>Faccio un appello accorato, ad alta voce, disperato, quasi: basta! Finitela di dire che è un giallo. Cogne, Novi Ligure, Perugia, Garlasco, non sono gialli. E se lo fossero sarebbero davvero pessimi gialli, con trame così banali così noiose, così poco spettacolari, tenute in vita da un giornalismo malato, alla ricerca degli istinti basilari – il sangue, il sesso -, sarebbero gialli così stupidi che nessun editore serio li pubblicherebbe davvero. Mi rendo conto che ai media nazionali manca il morto dell&#8217;estate, che gli serve tirare fuori dal cassetto quello dello scorso anno, per accontentare la bavosa abitudine populista alla diceria, al bisbiglio, alla forca, mi rendo conto che persino i conduttori televisivi non possono riciclare <em>ab aeterno</em> i plastici delle ville alpestri dove si sono svolti efferati delitti, ma che la finiscano di atteggiarsi ad accigliati moralizzatori della patria. Lo dicano che tutto questo è intimamente immorale, che lo fanno per alzare lo <em>share</em>, lo dicano. E la smettano di usare a ogni pie&#8217; sospinto quella parola – giallo &#8211;  in modo quasi lussurioso.</p>
<p>Non è un giallo. Non depotenziamo la realtà e non banalizziamo la letteratura. Qui ci sono veri morti ammazzati, poliziotti veri che indagano, famiglie vere che soffrono, che piangono i loro morti, e che patiscono insieme ai loro cari accusati di delitti orribili. È per questo che neppure li nomino, è per questo che, qualunque sia la mia opinione, anche se avessi certezze granitiche su ognuno dei casi sopracitati, non la dico e non la dirò mai, per quanto venga continuamente interrogato dai suddetti giornalisti, convinti che uno scrittore di gialli passi la giornata a rimestare nel torbido del quotidiano. Non è così. Per il pudore che provo nei confronti del dolore altrui, quando chiudo il computer, quando smetto di scrivere di assassini o di investigatori, prendo per mano le mie bambine, le porto a mangiare un gelato, a fare una passeggiata in un parco o in un museo. Cerco di trasmettere loro l&#8217;amore per la vita, non l&#8217;ossessione morbosa per il sangue. Oppure insegno loro, quasi fosse una preghiera laica, il silenzioso rispetto che occorre di fronte all&#8217;assurdità di queste morti. Fin troppo spiegabili, forse. Ma non da me, non da noi. Ci sono i magistrati per questo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Grazia <em>n.33 del 18-08.2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/non-e-un-giallo/">Non è un giallo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mariti di donne dagli occhi grandi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 05:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/">Mariti di donne dagli occhi grandi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/hot-susan-65.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/hot-susan-65.jpg" alt="" title="hot-susan-65" width="185" height="150" class="alignnone size-medium wp-image-6295" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana. La Mastretta ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico; è nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani (e una volta questo avveniva molto di più anche in Italia) compiono i primi passi nella scrittura, imparando quindi la sintesi, che da noi, ormai, mancando una vera scuola di scrittura sul campo, è più che altro un dono, che sì ha o non si ha, e che difficilmente si apprende.  Come mettere fatti rilevanti e commenti pregnanti in un piccolo spazio tipografico? <span id="more-6294"></span>Ecco, il giornalismo, un tempo come oggi, risponde a questa importante domanda, e dona i mezzi a chi lo vuole per riempire gli spazi di scrittura con il necessario, e con sapienza. A Città del Messico Angeles apre la sua fortunata carriera giornalistica, che l’ha vista spaziare per anni su numerosi quotidiani e riviste. E’ dell’85 il suo debutto nella narrativa, con il bestseller <em>Strappami la vita</em>, tradotto in quindici lingue. In seguito, altri successi di critica e di pubblico: <em>Donne dagli occhi grandi</em>, <em>Male d’amore </em>(Premio Romulo Gallego 1997) e alcune raccolte di racconti e riflessioni: <em>Puerto Libre</em>, <em>Il mondo illuminato</em>, <em>Il cielo dei leoni</em>. E ora questo <em>Mariti</em>, (Giunti, pagg.283, euro 14,50) con in copertina una bella illustrazione di Lorenzo Mattotti.<br />
Che libro è <em>Mariti</em>? Forse un bestseller annunciato. Forse uno di quei libri che si approssimano con l’arrivo della stagione calda, e che devono per così dire rinfrancare gli spiriti stressati, sdraiati nelle spiagge, spiriti però dai gusti difficili, raffinati, che non s’accontentano dei soliti romanzi usa e getta, dei thriller aeroportuali, della <em>chick literature </em>d’importazione americana o di replica italiana alla Alessandra Appiano. Quei gitanti di buone letture cercano un coinvolgimento medio, tutto sommato una buona prosa di racconto rassicurante, nulla che mandi in visibilio (anche il visibilio può essere un’emozione troppo forte per il gitante da spiaggia) ma nemmeno adonti, faccia vergognare, annoi o imbizzarrisca.<br />
Ecco, <em>Mariti</em> è un libro – come un romanzo di racconti, direi – fatto a tale modo e per raggiungere tale effetto; per cui la lettura è sempre saporosa, delicata, sfrangiata con decoro. La Mastretta è una notevole affabulatrice, e ci prepara un’imbandita colazione letteraria al sacco: nelle sue storie donne che cercano uomini, uomini che cercano donne, spesso mogli, spesso mariti, e attorno gli amanti e a volte gli amici, ma più come contorni di quel piatto forte di qualunque stagione che è la coppia. Nel mistero dell’amore tra uomo e donna la Mastretta, donna esperta della vita e ancora capace d’innamorarsi di una situazione, di uno scorcio, di un paesaggio umano sapientemente descritto con quella precisione e affilatezza chirurgica imparata nel lungo allenamento giornalistico, si cala e con lei fa calare anche noi, come spettatori-complici, come officianti di un rito sempre uguale a se stesso e sempre nuovo, e sempre intriso di mistero, la rugiada dei sentimenti forti. E così, con questa leggiadria che in certi casi m’è parsa un po’ perdersi verso l’evanescente, con questo soave procedere anche attraverso le storie più buie, la scrittrice messicana ha confezionato un libro per palati fini che non hanno voglia di pensarci troppo sopra, che vogliono lasciarsi in qualche modo incantare da una narrazione. E’ questo: il libro ci sostiene nella lettura con un effetto incantatorio, fa svelare storie al limite del credibile, mettendo insieme cronaca d’un’amore e leggenda,  trafigge come una spada cuori attraverso i secoli, riporta alla luce passioni per troppo tempo sopite, illumina su una situazione che sembrava stagnante col paradosso che si snoda, come un grande serpente aggregatore, lungo tutte le storie descritte. E poi i personaggi: la Mastretta è una specie di complice di ogni persona che abbia amato e che voglia amare, e così per lei sembra facile inventare –forse tirandoli fuori da un cilindro dei ricordi di giornalista – una serie squisita di bellissimi personaggi: uomini pigri, baldanzosi, romantici, per tutti i gusti, questi <em>Mariti</em> alle prese con queste splendide <em>Donne dagli occhi grandi</em>, ben ritrovate tra queste fitte pagine. Sono loro, come promette il titolo, proprio questi uomini così comuni e al contempo così speciali e forse unici i protagonisti di questo fiume capiente di storie.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221; di Liberazione. Immagine: Gene Davis &#8211; Hot Susan, 1965)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/">Mariti di donne dagli occhi grandi</a></p>
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		<title>Il pisello di fuori, la notizia, l&#8217;oblio di sé</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/25/il-pisello-fuori-la-notizia-loblio-di-se/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Apr 2008 23:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Se ripenso un attimo alla mie vicende scolastiche, dalle elementari fino al liceo, in termini di infrazioni penali, penso che avrei potuto totalizzare almeno dieci anni di carcere. Senz’altro gli “atti osceni” l’avrebbero fatta da padrone, in quanto a tipologia di reato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/25/il-pisello-fuori-la-notizia-loblio-di-se/">Il pisello di fuori, la notizia, l&#8217;oblio di sé</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/penis-3.jpg" alt="penis-3.jpg" /> di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Se ripenso un attimo alla mie vicende scolastiche, dalle elementari fino al liceo, in termini di infrazioni penali, penso che avrei potuto totalizzare almeno dieci anni di carcere. Senz’altro gli “atti osceni” l’avrebbero fatta da padrone, in quanto a tipologia di reato. Penso anche che almeno un terzo degli alunni di tutte le classi in cui sono stato avrebbero puntualmente condiviso con me tale destino. La prima denuncia avrei potuto collezionarla in seconda elementare quando, in refettorio, abbassai i calzoncini al fratello piccolo della mia giovane maestra, che mi sgridò poi inferocita. Ma i veri maxiprocessi si sarebbero svolti soprattutto a partire dalla terza media. La terza media corrispose, per noi alunni, ai grandi trionfi pubici, ossia alle più svariate e assidue esibizioni, in aula, della nostra peluria, dei nostri piselli in erezione, e delle tracce di sperma su lembi di camicia, fazzoletti, o altro.<br />
<span id="more-5779"></span><br />
Ovviamente solo un’élite ben selezionata si dedicava a queste faccende, il gruppetto dei più audaci e ribelli, di coloro che erano già addentro, almeno sul piano dell’imitazione, alle grandi faccende post-puberali: bestemmie, feste con musica e prime sbronze, motorini ultimo grido, e avventure dai contorni enigmatici con ragazze più grandi. Ricordo ancora quando il gruppo dei fighi della classe, ai quali appartenevo, almeno in termini di mole di casino prodotto durante le lezioni, mi intimò di mostrare pubblicamente l’uccello. Tutto ciò durante una normale lezione di italiano o geografia. D’altra parte, i fighi si collocavano fatalmente nelle ultime file di banchi, dove ogni tipo di atto osceno in luogo pubblico era agevolmente realizzabile. Preso dalla classica ansia di competizione, decisi di andare in bagno per procurarmi una degna erezione. Così feci, e tornai poi al mio banco pronto ad esibirmi. Qualcuno volle ironizzare: “La prossima volta l’Inglese lo avvertiamo nell’ora di matematica, così ha tempo di prepararsi”. Ma nonostante la malevola battuta, nessuno ebbe formalmente niente da ridire: l’uccello era stato estratto, e durante la lezione. Non si poteva pretendere di più per rinnovarmi la patente di figo tra i fighi.</p>
<p>Di certo i miei atti osceni appaiono un po’ sbiaditi, se penso a quelli riportati dalla straordinaria sequenza sulla vita scolastica in <em>Amarcord</em> di Fellini. Non io e nessuno dei mie compagni eguagliò mai quel gruppo di alunni che, utilizzando come acquedotti di fortuna delle cartine geografiche arrotolate, fecero scivolare fin sotto la lavagna il getto d’urina della teppa della classe, posto all’ultimo banco. Non vidi mai con i miei occhi né ricordo di aver sentito celebrare delle pisciate in classe, sia in forma diretta sia supportate da canalizzazioni. Certo che oggi anche Fellini, per quella scena, avrebbe potuto essere denunciato per pornografia.</p>
<p>Cosa pensare nel momento in cui anche i rituali puberali e post-puberali vengono trattati in termini polizieschi, come reati da punire attraverso processi? Me lo chiedo leggendo una <a href="http://napoli.repubblica.it/dettaglio/Atti-osceni-a-scuola-prof-e-alunni-nei-guai/1449110">notizia</a> apparsa sui quotidiani di ieri. <em>La Repubblica</em> la presentava così, nelle pagine nazionali di cronaca: “Atti osceni a scuola, bufera in Campania. Una professoressa accusata di concorso.” L’autore dell’articolo sceglie questo attacco in <em>medias res</em>: “Hanno tirato giù la lampo dei jeans esibendo gli organi genitali per poi sfidarsi sulle rispettive misure. Una scena che sembra uscita dal film <em>American pie</em>”. Già alla seconda frase, il lettore è fuorviato. Perché mai il recente e statunitense <em>American pie</em> e non invece il nostrano e classico <em>Amarcord</em>? E perché questo piccolo inserto cripto-sociologico che non ha alcun legame con la vera sociologia e tanto meno con il semplice buon senso? La solita solfa della gioventù pervertita dalla TV e dal cinema… Come se nel medioevo, senza internet e TV, i giovani non esibissero i loro uccelli… Ma questo è un dettaglio nell’infernale ingranaggio che si può mettere in moto a partire da un fatto così banale. Nel momento in cui, in seguito a denuncia, scatta la macchina poliziesca, scatta anche la macchina giornalistica: la notizia incombe funesta e allucinatoria sul “piccolo fatto vero”.</p>
<p>Due regimi discorsivi s’impossessano di questo fatto, ma sono due regimi discorsivi del tutto sproporzionati ad esso: il regime del linguaggio giuridico e quello del linguaggio scandalistico. Una volta scivolati in queste maglie, non c’è che la presunzione di colpevolezza (la supplente è subito presentata come &#8220;complice&#8221;, ecc.), la scomparsa delle differenze, la confusione, il gran nero di seppia. Un nuovo tassello in quell’obbrobrio che è la scuola italiana, novello luogo di tutte le perversioni sessuali, di tutte le forme di crudeltà e tortura. E infatti, sulla stessa pagina di <em>Repubblica</em>, un trafiletto riporta con zelo “I precedenti: la prof che si fa palpeggiare in classe e finisce su You Tube, la supplente che viene sorpresa in atteggiamenti intimi con uno studente, la docente accusata di usare un linguaggio a ‘luci rosse’”. Siamo penetrati nel “girone scuola”, che per anni non ha interessato né i politici né la società, finché si trattava di ragionare sul merito delle questioni istituzionali importanti (assunzioni, contratti, programmi, metodi, risorse, stipendi, ecc.). Ora però si è aperto un nuovo e ben più attraente filone, quello dei comportamenti sessuali, visti ovviamente attraverso l’attuale buco della serratura: il filmino telefonico. Ma a sollecitare l’attenzione, vi è pure l’intreccio poliziesco: l’inchiesta e il processo. Bullismo e porno-lezioni, grazie a questi due temi la scuola è finalmente sotto i riflettori. Una volta all’anno, qualche coscienzioso giornalista fa il punto della situazione su questioni “marginali”: numero di precari, caos legislativo, inferno della graduatorie, disagio psichico del corpo docente per motivi professionali, ecc. Roba di pochissimo interesse. Poi si torna a bomba, con tette, culi &amp; manette.</p>
<p>Ricordo di aver visto il novembre scorso, a “Studio aperto”, uno speciale dedicato ad un blog di alunni, che “davano i voti ai loro professori”, ma secondo la logica di una hit-parade di Paperissima. Ecco allora una serie di brevi video – chissà quanto autentici – di sregolatezze del corpo docenti: professori filmati di nascosto dagli alunni mentre ballano in aula, o cantano, o si mettono la maschera di Topolino, ecc. Insomma, si torna ad <em>Amarcord</em>, ma in versione <em>trash</em>, senza nessun’ombra di quella nostalgia per la scuola che pur è percepibile nelle pieghe del grottesco felliniano. Ma il punto è un altro: finalmente la TV – quella berlusconiana in particolare – può prendersi la rivincita sull’istituzione scolastica: “Tu, scuola pubblica, pensavi di poter costituire un polo alternativo in termini educativi ai valori che io, TV, veicolo, e invece eccoti ridotta ai docenti-pagliacci, alla lezione-spazzatura. Tu non sei meglio né diversa da me: sei proprio come me!”</p>
<p>Screditare i docenti e criminalizzare gli alunni, questo mi sembra l’esito di vicende come quella segnalata ieri da <em>Repubblica</em>. Ma tutto questo non riguarda solo il destino della scuola, ma il modo in cui è ancora possibile comprendere <em>in forma sensata</em> delle esperienze cruciali, per l’esistenza umana, come quelle legate alla sessualità. E tra queste esperienze c’è anche quella del gruppo di ragazzi che, in classe, fanno a gara a chi ce l’ha più lungo. In una situazione normale, ossia extrapoliziesca e extrascandalistica, sia gli alunni giovani sia i prof adulti sanno quali proporzioni dare ad eventi del genere. L’abilità del giovane sta tutta nel non farsi scoprire, la responsabilità dell’adulto sta nel punire con scandalo quel tonto o esagerato che si tradisce. Ma per nessuno dei due il fatto in sé suscita particolari interrogativi e angosce epocali. Ma appena sottraete il pisello estratto in aula dal suo contesto educativo normale, e ne fate un crimine punibile per legge e dunque una notizia di cronaca, questo pisello perde i suoi usuali contorni, e si carica di presagi tremendi, diventa un pisello sintomatico, e su di lui aleggia non una faccia da ragazzetto un po’ scemo ma una nuvola nera, che condensa in sé tutte le angosce apocalittiche e la fantasie morbose del lettore di giornale, lontano da quelle aule, cieco ai quei volti umanissimi di giovani, immemore della sua fase puberale, e delle sue esibizioni di pisello. La notizia, insomma, non crea solo l’ignoranza né la rafforza, ma può fare di più: cancellare la memoria di sé.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/25/il-pisello-fuori-la-notizia-loblio-di-se/">Il pisello di fuori, la notizia, l&#8217;oblio di sé</a></p>
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		<title>Remo Bassini, narratore dai tempi della fabbrica</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 06:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ana1.jpg" title="ana1.jpg"></a> </strong></p>
<p><strong>Franz Krauspenhaar </strong>intervista <strong>Remo Bassini</strong></p>
<p>Remo Bassini non è solo uno scrittore di valore, è anche un prodigio e una macchina &#8211; umanissima &#8211; da scrittura: è direttore de <em>La Sesia</em>, storico bisettimanale di Vercelli e provincia, collabora con <em>Il Corriere Nazionale</em>, commenta sul suo seguitissimo blog e ne <em>La poesia e lo spirito</em>,- l&#8217;ormai leggendario blog letterario multiautore fondato da Don Fabrizio Centofanti &#8211; scrive romanzi di buon successo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/remo-bassini-narratore-dai-tempi-della-fabbrica/">Remo Bassini, narratore dai tempi della fabbrica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ana1.jpg" title="ana1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ana1.jpg" alt="ana1.jpg" /></a> </strong></p>
<p><strong>Franz Krauspenhaar </strong>intervista <strong>Remo Bassini</strong></p>
<p>Remo Bassini non è solo uno scrittore di valore, è anche un prodigio e una macchina &#8211; umanissima &#8211; da scrittura: è direttore de <em>La Sesia</em>, storico bisettimanale di Vercelli e provincia, collabora con <em>Il Corriere Nazionale</em>, commenta sul suo seguitissimo blog e ne <em>La poesia e lo spirito</em>,- l&#8217;ormai leggendario blog letterario multiautore fondato da Don Fabrizio Centofanti &#8211; scrive romanzi di buon successo.<span id="more-5181"></span> Per il suo ultimo libro, quarto di una fortunata serie, ha scelto un titolo d&#8217;inquietudine un pò anni 70, <em>La donna che parlava con i morti</em>(Newton Compton, pp.240, euro 9,90)-, quasi fosse un seguito de <em>Il segno del comando</em>. Editore robusto e ancora in ascesa e attivo su tutti i fronti (Newton Compton), confezione hardcover per un romanzo giallo di tinte (come da copertina) ma dai sapori popolari e al contempo raffinati. La storia inquietante di una donna e della provincia italiana profonda nella quale vive, una serie di personaggi difficilmente dimenticabili. E soprattutto la scrittura felice di Remo Bassini: a volte vorticosa, sempre funzionale e fatta spesso di pennellate veloci, precise, multistrato. Godibile ma anche capace di strapparti un replay, per ricatturare &#8211; felicemente- un momento, una sfumatura particolarmente interessante.</p>
<p><strong>Quando è nata dentro di lei la presa di coscienza di essere un narratore di talento?</strong></p>
<p>Mi sono interrogato spesso sul talento. Dante ne aveva e anche Simenon. Ma prendiamo Primo Levi, <em>Se questo è un uomo </em>Un grande libro, di un talento che, penso, nacque grazie – o a causa – della prigionia in un campo di sterminio. Dove la vita e la morte e la natura umana vengono viste e vissute con occhi diversi. Ecco, io credo d&#8217;aver vissuto dei mie piccoli campi di sterminio. E penso che un giorno imprecisato sono riuscito a raccontarli. Il mio talento, se talento è, nasce dalla mie tempeste. Come <em>La donna che parlava con i morti</em>: ci sono alcune sofferenze, ri-elaborate. Con questo non ho nessuna pretesa di oggettivare. Non dico che il talento nasce solo dalla sofferenza o dalla sensibilità. Dico che non nasce con noi;può arrivare, come può non arrivare, in un momento imprecisato della nostra vita.</p>
<p><strong>Si ritiene uno scrittore di genere o crede di usare il genere come passpartout?</strong></p>
<p>Quando si parla di generi letterari me ne sto in disparte, ascolto. A definire il genere ci pensa la percezione del lettore. Editori, critici e salotti letterari per me perdono solo tempo: ci sono i buoni libri e i libri del cavolo. E soprattutto ci sono libri onesti e libri disonesti. Il libro onesto costa fatica, approfondimenti. Faccio un esempio, con la premessa che un giallo può essere un libro valido quanto uno di denuncia sociale (Izzo era bravissimo a fondere i due aspetti). Un giallo disonesto, per esempio, parla di ispezioni, mandati di cattura senza prima capire come funzionano per davvero questi meccanismi. Ecco, scrivere un giallo senza aver parlato con un maresciallo dei carabinieri o anche solo senza aver letto articoli di cronaca nera vuol dire prendere in giro il lettore. Perché ci si basa sul già letto in altri libri o, peggio, su quel che si vede nelle fiction tv. Una volta chiesero a Pascoli un giudizio su D&#8217;Annunzio. Fu un giudizio positivo. Ma non del tutto: perché D&#8217;Annunzio, osservava Pascoli, in una sua poesia autunnale ci aveva messo un uccello che in autunno non c&#8217;è, perché migra. Insomma, una poesia del cavolo. Disonesta.</p>
<p><strong>In che modo il mestiere di giornalista entra nella sua attività di scrittore e viceversa?</strong></p>
<p>Ho iniziato a scrivere che avevo vent&#8217;anni e lavoravo in fabbrica (ho ancora nel cassetto un romanzo incompiuto ambientato in quel periodo della mia vita). Sono stato operaio, sindacalista, disoccupato, studente di lettere di giorno e portiere di notte in un albergo. Poi è arrivato il giornalismo, e quel poi è importante: non mi sento nel modo più assoluto un giornalista che si concede alla narrativa, piuttosto un narratore di storie da prima, dagli anni della fabbrica.<br />
Il giornalismo è servito a completare la mia scrittura, a dare valore e importanza alla precisione e al dettaglio, alla logica. Un bravo giornalista non farebbe errori di calcolo che invece si leggono in alcuni libri. Mi spiego: se io oggi ho 40 anni, tra 5 anni ne avrò 45, giusto? Ecco, alcuni &#8220;artisti&#8221; riescono a scrivere 47 o 52, mica si abbassano l&#8217;età, loro. Per fortuna che è arrivata la lezione di Tondelli, o anche di Izzo. Scrivere in modo credibile.<br />
La scrittura giornalistica e narrativa prendono percorsi diversi: la tecnica del fare cronaca può essere insegnata a tutti, come anche quella del raccontare una storia. Ma trasmettere emozioni, no.</p>
<p><strong>A quali autori del passato e del presente è più affezionato?</strong></p>
<p>Dopo Salgari, dico Vasco Pratolini e Giuseppe Berto, che hanno lasciato in me un segno, specie con <em>Il quartiere </em>e <em>Il male oscuro</em>. Poi, gli scrittori dei miei diciott&#8217;anni: Erich Maria Remarque e John Steinbeck. Tra gli italiani mi sono affezionato a Beppe Fenoglio, per aver raccontato la Resistenza senza retoriche, e al giallista Renato Olivieri. Senza dimenticare Pontiggia, da leggere e rileggere. Tra gli stranieri cito Boell, Chandler, Montalban (con particolare predilezione per <em>L&#8217;uomo della mia vita</em>). Tra gli scrittori viventi dico Saramago e Mankell. E don Luisito Bianchi, che urla sussurrando.</p>
<p><strong>Ha un libro del cuore che ogni tanto rilegge, anche solo per poche righe, come una sorta di messale letterario?</strong></p>
<p>Ho libri di riferimento, certo. Ma quando mi sento vuoto come una campana &#8211; e succede spesso &#8211; in genere prendo un giornale e mi rintano in un bar di periferia, e ascolto. Faccio lo stesso anche in treno. Cerco di leggere la vita, di ripassarla, di capirci qualcosa. Per scrivere occorre andare in profondità e i libri aiutano, ma è dalla lettura della vita che bisogna partire.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221; di Liberazione &#8211; 13.01.2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/remo-bassini-narratore-dai-tempi-della-fabbrica/">Remo Bassini, narratore dai tempi della fabbrica</a></p>
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		<title>Le telecamere seguono il denaro</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 14:36:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>intervista a <strong>Gary Shteyngart</strong> su “Absurdistan” di <strong>Alessandro Beretta</strong></p>
<p>Un romanzo rocambolesco e satirico, dal ritmo serrato, ma che ti costringe a pensare sul contemporaneo: è così che “Absurdistan” (Guanda) di Gary Shteyngart fa correre il lettore. La storia narra le vicende di Misha Vainberg, enorme ebreo – «in sovrappeso imbarazzante» – figlio del 1238° uomo più ricco di Russia, improvvisamente rimasto senza visto nella regione dell’Absurdistan.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/le-telecamere-seguono-il-denaro/">Le telecamere seguono il denaro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/shteyngart372.jpg" /></p>
<p>intervista a <strong>Gary Shteyngart</strong> su “Absurdistan” di <strong>Alessandro Beretta</strong></p>
<p>Un romanzo rocambolesco e satirico, dal ritmo serrato, ma che ti costringe a pensare sul contemporaneo: è così che “Absurdistan” (Guanda) di Gary Shteyngart fa correre il lettore. La storia narra le vicende di Misha Vainberg, enorme ebreo – «in sovrappeso imbarazzante» – figlio del 1238° uomo più ricco di Russia, improvvisamente rimasto senza visto nella regione dell’Absurdistan. Un paese immaginario ai confini – molto sottili – della nostra realtà: un paese povero, invaso da multinazionali in caccia di petrolio come la Halliburton – protagonista anche in Iraq – e diviso tra due etnie, gli Svanï e i Sevo, pronte a scannarsi per un’antica <em>querelle </em>teologica riguardo all’inclinazione del poggiapiedi del crocefisso di Cristo. Questa premessa spero serva da orientamento a quanto segue, ovvero un’intervista a Gary Shteyngart, 35enne ebreo russo, newyorkese d’adozione, realizzata per il <em>Corriere della Sera-Milano </em>e apparsa Domenica 14 Ottobre, per motivi redazionali, in una versione molto breve. Shteyngart è stato generoso di risposte, e quello che segue, avendo realizzato l’intervista per mail, è il suo «writer’s cut».<br />
<span id="more-4629"></span><br />
<strong>È stato difficile inventare un paese come l’Absurdistan e la sua storia?</strong><br />
Purtroppo no, perché esistono già molti Absurdistan lungo il Mar Caspio e in tante altre parti del mondo. Questo libro è tanto un atto di giornalismo quanto di immaginazione e molte scene – come le amorevoli prostitute della Halliburton, per esempio – sono basate sulla realtà. È interessante il fatto che molte persone sentono che anche l’America sta diventando un Absurdistan. Quando Dick Cheney ha visitato quella cleptocrazia che è il Kazakistan e ha lodato il dittatore Nazarbayev per il sistema economico e politico del paese ho sentito che il mio libro, in un certo senso, aveva fatto centro.<br />
 <br />
<strong>Il popolo dell’Absurdistan prova a raggiungere media e denaro facendo scoppiare una guerra civile, ma la guerra civile viene messa in ombra dal G8 di Genova. Siamo prima dell’11 settembre ed è uno dei pochi eventi reali che usi nel romanzo. Come mai l’hai scelto? </strong><br />
Ho vissuto vicino a Firenze e a Roma per circa un anno nel 2003-2004 e anche allora mi ricordo che la gente parlava in continuazione di Genova. In verità ho scritto quella scena &#8211; e gran parte del libro &#8211; mentre ero in Italia, forse la cosa mi stava influenzando. Certo scrivere un libro chiamato “Absurdistan” vedendo ore di Berlusconi che faceva il bullo in televisione è stato un regalo del cielo. Volevo far notare che a nessuno importa niente delle cose dell’ex-Unione Sovietica e di altri posti dove le persone muoiono come mosche. Ci sono centinaia di 11 settembre o peggio in diverse parti del globo, ma gli eventi in America – e in questo caso dell’Ovest europeo &#8211; rubano sempre i riflettori. Ci sarà più di una manciata di persone che sa o si interessa, per esempio, delle tragedie che accadono nella Georgia sovietica o del conflitto Azero-Armeno dopo il collasso dell’Unione Sovietica? Le telecamere seguono il denaro.</p>
<p><strong>Il tuo eroe, Misha Vainberg, è una specie di nuovo Oblomov, pigrissimo e viziato, perché hai scelto un eroe fannullone per catturare l’atmosfera del nostro tempo?</strong><br />
Per me Misha è un simbolo del nostra nuova <em>élite </em>globale, i figli e le figlie dei milionari e dei miliardari che possono parcheggiare i loro pigri fondoschiena a Londra o a New York e starsene lì a far niente del mondo intorno a loro. Il peso di Misha può simboleggiare gli appetiti famelici sia dell’America che della Russia nel nuovo secolo. Misha è, se non altro, un consumatore – di cibo, di donne, di stupide idee politiche. Chi altro può trarre un poema in prosa dallo «Zagat&#8217;s Survey», la versione newyokese del Gambero Rosso? (come fa il protagonista dopo un’esilarante notte d’amore – <em>ndr</em>.)</p>
<p><strong>Riguardo alla tua swiftiana «Modesta Proposta» – un capitolo in cui Misha Vainberg propone il progetto per una specie di terribile parco giochi dove insegnare l’orrore del genocidio favorendo l’accoppiamento tra ebrei – è una critica alla tradizione dell’immagine dell’Olocausto?</strong><br />
Penso sia una critica al modo in cui l’Olocausto è stato usato per accelerare alcune agende. Quando Misha pensa a un modo <em>trendy </em>per vendere le sventure del popolo Sevo si rivolge per primo alla sua tragica eredità – e questo significa usare l’Olocausto nel peggiore e nel più <em>trendy </em>dei modi possibili.</p>
<p><strong>Hai scritto parte del romanzo in Italia, alla Fondazione Santa Maddalena, vicino a Donnini, in Toscana, com’è stato lavorarci e quando ci sei stato?</strong><br />
Ci sono stato nell’Ottobre del 2003, prima di andare a Roma. Alcune delle parti migliori del libro, così come sono, sono state scritte mentre ero lì. È un posto di un’incredibile bellezza e la padrona di casa, Beatrice Monti della Corte von Rezzori, è deliziosa, una vera amica degli scrittori e un sostegno al loro difficile obiettivo. Gli aspetti facili e sensuali della vita romana, invece, mi ricordavano Misha e mentre ci vivevo ho incontrato molti piacevoli “Misha junior”.</p>
<p><strong>Due amori – quello per Rouenna, ragazza del Bronx, e per Nana, figlia del leader dell’Absurdistan – , una guerra civile, un grande ritmo e alcune scene che sembrano sbucare dai musical. Qual è il tuo immaginario letterario e cinematografico? </strong><br />
Le mie influenze letterarie sono sia russe – Turgenev e Checkov, per esempio – che legate alle opere umoristiche e melodiche degli ebrei nord-americani, nello specifico Mordecai Richler, Philip Roth e Saul Bellow. Per quanto riguarda il cinema non ho un background così ricco. Ho visto almeno dieci volte “Blade Runner” e sono sempre ipnotizzato dai film di Andrei Tarkovsky, tuttavia dopo avermi ipnotizzato i suoi film tendono a farmi addormentare nella maniera più dolce. Un film di Tarkovsky e una buona grappa, per quanto mi riguarda, batteranno sempre il valium.<br />
 <br />
<strong>Il tuo romanzo è ambientato nel 2001, ma che ne pensi dell’America di oggi? In “Absurdistan” il classico sogno americano è tinto d’ironia, è anche la tua impressione? </strong><br />
Ho iniziato a scrivere il libro prima dell’11 settembre e l’ho finito prima che la <em>debacle </em>in Iraq diventasse abbastanza chiara, così, in un certo senso – soprattutto nel modo in cui il libro racconta le politiche della Halliburton e la sete per il petrolio – alcuni eventi reali sono tristemente diventati uno specchio dei miei temi. Attualmente sto lavorando a un romanzo sul collasso dell’America in un futuro vicino, ma spero che almeno quello non si realizzi. È un tema difficile, e per aiutarmi a riflettere sto scrivendo il libro a Berlino, una città che ha già visto in passato una parte del collasso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/le-telecamere-seguono-il-denaro/">Le telecamere seguono il denaro</a></p>
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		<title>Giovedì 6 settembre 2007, 13:37 : Diario chiude e volta pagina</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Sep 2007 08:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Undici anni, un po&#8217; di storia, molti ringraziamenti e progetti per il futuro<br />
</strong></p>
<p>Mercoledì 23 ottobre 1996, allegato al quotidiano <em>L’Unità</em>, usciva il primo numero di <em>Diario della settimana</em>, che si autodefiniva giornale dedicato alla «buona lettura», all’inchiesta e al reportage.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/09/giovedi-6-settembre-2007-1337-diario-chiude-e-volta-pagina/">Giovedì 6 settembre 2007, 13:37 : Diario chiude e volta pagina</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Undici anni, un po&#8217; di storia, molti ringraziamenti e progetti per il futuro<br />
</strong></p>
<p>Mercoledì 23 ottobre 1996, allegato al quotidiano <em>L’Unità</em>, usciva il primo numero di <em>Diario della settimana</em>, che si autodefiniva giornale dedicato alla «buona lettura», all’inchiesta e al reportage. Dopo un anno <em><a href="http://www.diario.it">Diario</a></em> se ne andò da solo nel perigliosissimo mare delle edicole. Questo giornale è durato 567 settimane, cercando di fornire nel corso di undici anni la buona lettura che aveva promesso e di non essere travolto dagli eventi. Alla buona lettura iniziale abbiamo aggiunto nel corso del tempo numeri speciali, libri, film.<br />
<span id="more-4408"></span><br />
Per quanto riguarda i «terribili eventi», l’ironia vuole che nascemmo in Italia con il governo Prodi e lì di nuovo siamo in solo apparente tedio e continuità. Ma quanta corrente è passata in mezzo! Berlusconi, Bush, l’11 settembre, bin Laden (la grande inchiesta su «Guantánamo e le procedure dell’indifferenza» che trovate in questo numero chiude le nostre pubblicazioni), Saddam Hussein, gli immigrati appesi alle reti per tonni e quelli che ce l’hanno fatta ad asciugarsi per venire prontamente a bagnare, molesti, il nostro parabrezza.</p>
<p>Tenere un diario in pubblico, settimana dopo settimana, è un’attività che in questi undici anni è cambiata molto. Il numero di siti web, di blog e in generale lo scambio di notizie è fortunatamente cresciuto a dismisura. La «buona lettura» è stata adottata da molti giornali. La possibilità di sedersi di fronte al proprio lap top e di consultare «in tempo reale» tutte le fonti di informazione del mondo è sempre più alla portata di tutti. Il mercato pubblicitario (l’unico a tenere in vita i giornali) è a noi praticamente precluso, per quella mancanza di <em>do ut des</em> che ci caratterizza e che dal mercato evidentemente è stato ben colto.</p>
<p>Di qui la necessità di fare un pausa. E di ripensarci su. Decisione triste, perché le cose buone (almeno così paiono a noi) dovrebbero essere tenute in vita il più possibile; decisione traumatica per tutti coloro che a <em>Diario</em> lavorano, e molti dalla sua fondazione. Ma, purtroppo, unica decisione possibile per poter pensare di fare qualcosa di nuovo, come è stato <em>Diario</em> alla sua uscita di undici anni fa.</p>
<p>Quindi, per riassumere:<br />
• quello che avete tra le mani è l’ultimo numero di <em>Diario</em> della settimana. Insieme alla carta arriva il nostro ringraziamento a tutti i lettori, i collaboratori, i sostenitori che ne hanno fatto, ne siamo sicuri, una buona esperienza nel panorama del giornalismo e dell’editoria italiana.<br />
• Oggi è martedì 4 settembre e domani non ci sarà la nostra settimanale riunione di redazione. Naturalmente siamo tutti tristi. Le e-mail comunque funzionano.</p>
<p>Certo che se domani una spontanea ribellione di siciliani attacca i poteri della mafia, ci sarà da mordersi le mani a non avere un giornale. Chiediamo ai siciliani di attendere: aspettateci, non siamo ancora pronti. E così a tutti gli altri. In fondo <em>Diario</em> è sempre stato un giornale ottimista.</p>
<p>Speriamo di farci vivi al più presto con un nuovo giornale. Ci stiamo pensando e pensando. Bisognerà fare un giornale (alla fine, a questo tipo di comunicazione siamo legati) che metta insieme le idee fondatrici – la libertà del giornalismo, la nostra frasetta che sta appesa qui in via Melzo 9: «Cercate la verità, nel dubbio un po’ a sinistra»), il gusto di andare sui posti a vedere persone e luoghi, il piacere della lettura, quello che parte dall’occipite e va giù lungo la schiena. Poi bisognerà fare un bell’oggetto, facile da leggere e bello da conservare. Poi bisognerà non smettere di credere che le parole possano dare un contributo, anche se piccolo, ma qualche volta (come è capitato anche a noi) grandissimo, nel cambiare le stupide cose che ci stanno intorno. Poi bisognerà guardare i signori della pubblicità negli occhi e dirgli: «Ce la facciamo da soli».</p>
<p>A tutte queste cose (e speriamo nelle vostre buone proposte) si prova a lavorare. Dovremmo farcela. E anche abbastanza presto. Di sicuro non ci perderemo di vista: ne abbiamo passate troppe insieme.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/09/giovedi-6-settembre-2007-1337-diario-chiude-e-volta-pagina/">Giovedì 6 settembre 2007, 13:37 : Diario chiude e volta pagina</a></p>
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		<title>Un po&#8217; di autoreferenzialità</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jan 2007 18:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/">Un po&#8217; di autoreferenzialità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui. Negli ultimi anni, nel decennio berlusconiano, c’è stata evidentemente una sorta di diaspora, quasi sradicazione, evaporazione delle professionalità. Questo da una parte. Perché da un’altra c’è stato un fenomeno di disgregazione di quelle che sono state le palestre collettive. Provo a declinare un po’ meglio questo discorso. Nel senso che noi abbiamo assistito dalla parentesi tangentopoli in poi alla possibilità della politica di essere delegata a non professionisti. Questa cosa era palese in politica, è palese oggi in parecchi campi dell’attività italiana: si può fare gli industriali essendo soltanto degli arricchiti, si può fare comunicazione essendo persone disinvolte, si può in qualche modo improvvisare una professionalità. <span id="more-3209"></span> Il proliferare dei blog a che cosa è dovuto, oltre al fenomeno stupido, anche giusto, di cui diceva Ivano: non abbiamo i soldi per una rivista su carta, c’è il blog con una disponibilità a poco prezzo, facciamo il blog? Anche secondo me al bisogno di reti collettive, di crescita professionale, come diceva Manila, avere delle palestre, dei laboratori, dei gruppi di ricerca collettiva sulla scrittura, che in altre occasioni potevano essere le riviste, i giornali, i piccoli circoli letterari in provincia, o i giornali veri e propri, o appunto anche tutto quello che ruotava intorno alle grosse case editrici o i giornali&#8230; tutto questo appunto si è perduto. Tutti questi discorsi non sono assolutisti, si potrebbero fare anche mille controesempi, però secondo me si è perduta, notavo partendo dalla mia esperienza, si è perduta da un certo punto in avanti la credibilità rispetto a una serie di linguaggi. Che vuol dire? Che da un certo punto in avanti – io ho registrato questo fenomeno – la gente cominciava a leggere libri, i giornali, vedere la televisione, a sentire il mondo appunto, a leggere, a informarsi con gli strumenti che erano normalmente gli strumenti della comunicazione, della letteratura, della scrittura, dell’oralità&#8230; e non ci credeva. Sempre più spesso ho visto, e non per una forma di snobismo di bassa lega, che da una parte i giornali non sembravano più avere dei giornalisti capaci di rendere merito all’informazione. Che molto spesso i libri che le case editrici pubblicavano non erano capaci di intercettare quelli che potevano essere dei veri movimenti letterari, carsici, che stavano emergendo. Tutto questo secondo me è legato a un fenomeno in qualche modo di berlusconizzazione, di deprofessionalizzazione di un intero Paese. Allora hanno cominciato a esistere delle forme di resistenza dal basso, come se in qualche modo si avesse bisogno di rigrammatizzare il discorso a partire dalle sue strutture elementari. E il blog in fondo che cos&#8217;è se non una forma di diario scritto in pubblico? Ed ecco l&#8217;alro fenomeno di cui tenere conto. È vero, come diceva Ivano, che qui si parla di blog letterari, e non di blog pediatrici e di giardinieri, però è anche vero che al fenomeno del blog letterario è stata data un’importanza notevole, proprio perché a un certo punto evidentemente si è verificato manifestamente un deficit di rappresentazione, nel senso che – parlo sempre per generalizzazioni, però spero di essere chiaro – che se da una parte appunto c&#8217;era un surplus di rappresentazione (cioè soltanto a Roma ci sono 8 giornali freepress, per dire), se da una parte c’era un eccesso di informazione, di scrittura, di rappresentazione, tutto questo eccesso non riusciva a cogliere vari aspetti, c’era un deficit, nonostante il surplus. Cos’era questo deficit? Che cos’è questa faccia oscura che rimane a margine di questo surplus, per cui appunto per esempio i blog, Nazione Indiana, Vibrisse, i vari blog sorti, non avevano, non hanno tuttora una mera valenza letteraria? Questi blog rivendicano quella capacità di autorappresentazione che poi è la letteratura, perché la letteratura è un modo di rivolgersi al mondo senza escludere nessuna delle sue parti. Quindi ovviamente anche un blog letterario si ascrive fortemente anche una funzione politica, intellettuale. E dunque, da un mero punto di vista editoriale, logistico, il fatto che Roberto Saviano fosse uscito da una serie di collaborazioni con Nazione Indiana, per me – a parte l’amicizia per Roberto – non è un motivo di orgoglio, nel senso che mi sembra brutto un Paese in cui solo nel momento in cui c’è un successo editoriale marchiato poi da un successo mediatico legato poi a un caso personale – Roberto Saviano può esercitare quella che è la sua professione, cioè la professione per cui Roberto Saviano si è preparato per 30 anni, cioè il giornalista, lo scrittore, il reporter. Anzi, non l’ha potuta mai esercitare, perché per 30 anni, per 27, fino a quando è uscito Gomorra tutto quello che ha scritto gravitava tra collaborazioni mal pagate, non pagate, blog. Tutti nell’editoria riconoscevano il valore di Roberto Saviano, non ne ho conosciuto uno che dicesse no, Roberto Saviano è uno così così. C’era un riconoscimento unanime del valore di Roberto Saviano. Se avesse potuto scrivere per L’Espresso – come oggi scrive per L’Espresso – se avesse potuto scrivere per Repubblica, per Il Corriere, e non per le pagine locali del Corriere del Mezzogiorno, avrebbe potuto mangiare del suo lavoro, mentre lui non mangiava del suo lavoro. Nel momento in cui Gomorra è uscito, a pochi mesi dall’uscita, ecco che viene messo sotto scorta, per cui adesso non può più fare il giornalista ovviamente, perché appunto è sotto scorta. E le cose che scrive ora sull’Espresso, sono delle elaborazioni, il più possibile approfondite teoricamente, del materiale raccolto e documentato un anno fa, per cui in qualche modo lo scoop oggi del Corriere Magazine, o dell’Espresso che mettono Roberto in prima pagina e quindi il caso Napoli in prima pagina, è un’opera di inattualità, nel senso che non ha nessuna forza di scoop o giornalistica, sono cose registrate, documentate un anno fa, quando Roberto poteva fare il suo lavoro. Oggi ha tre persone che gli fanno la scorta, non può andare in giro a infiltrarsi, a fare il suo lavoro normalmente, quindi questa cosa qui per me non vale come un punto di orgoglio.<br />
In questo momento quindi vedo certo un buon segno in controtendenza. Rispetto alle forme di dispersione di questi aggregati culturali, rispetto alle forme di deprofessionalizzazione, di difficoltà a trovare delle palestre culturali, una delle prime cose che faccio è: mi autorappresento, mi rappresento io e due tre miei amici. Ma questo non basta.<br />
Quando hanno messo su Nazione Indiana lo hanno fatto dicendo: noi non abbiamo spazio, c’erano appunto persone come Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Tiziano Scarpa, Carla Benedetti, che era gente che insegnava all’università, che aveva vari libri alle spalle, persone che dicevano noi che dovremmo avere uno spazio pubblico d&#8217;esercizio, spazio pubblico non ce l’abbiamo, non perché siamo snob, radicali, perché appunto a noi – tanti, che abbiamo una serie di interessi diversificati, che abbiamo l’interesse che ciò che facciamo sia il più possibile pubblico, utile, coltiviamo un interesse culturale di servizio – tutto questo non è consentito. Per cui appunto creiamo da noi uno spazio di riserva, che appunto è Nazione Indiana. Questo spazio di riserva ha acquistato poi una sua credibilità, perché la professionalità che uno mette in quella cosa lì è una professionalità che ha acquisito, per cui non è che uno fa un blog così e dice ok, non curo la parte editoriale, la parte paratestuale, non curo tutta una serie di cose che fanno parte del lavoro culturale e quindi anche del lavoro editoriale per la rete. Non è un lavoro de-culturalizzato, de-editorializzato. Perché l’autorappresentazione non basta. Per me &#8220;La tribù dei blog&#8221; o &#8220;La notte dei blogger&#8221;, per dire, può essere una magnifica fotografia di ciò che succede in Italia, ma anche un sintomo che le persone oggi in Italia sono sole. Sono sole. E appunto il lavoro di fotografia della blogosfera documenta anche la solitudine diffusa delle persone, l’autorappresentazione di persone sole. Consideriamo anche questo. E quello che deve avvenire e sta avvenendo per fortuna è il processo di uscita da questo arcipelago di solitudini. Oggi mi sembra che ci sia un minimo di controtendenza e non so se perché la risacca berlusconiana ha dato i suoi piccoli ultimi flutti, o perché appunto a un certo punto è avvenuto un percorso di maturazione, per cui ciò che fa Ivano Bariani, ciò che fa Manila Di Benedetto, la stessa operazione di Vibrisse libri, o di Untitled, esprimono in qualche modo in questo passaggio di maturità, un passaggio che secondo me non è solo tecnico, ovviamente, ma è un passaggio culturale nel senso di mettere insieme quelle forze che erano disgregate. Questa cosa per me ha un grosso valore sociale, e ha trasversalmente un grosso valore politico. Perché se c’è stato un deserto di discorso negli ultimi dieci anni dal basso, è deserto di discorso politico. Molto spesso il blog letterario, il blog in rete, la discussione in rete, le forme di discorso dal basso compensavano molto questa mancanza. Quando sono cominciati a uscire libri come quella di Michela Murgia, i libri di Aldo Nove, libri che raccontavano in una forma di presa diretta, che poi sia un blog, sia un diario come la nuova collana di Aldo Nove, che poi sia Untitled, che siano altre cose che però hanno delle affinità con un tipo di scrittura in presa diretta, tutto questo andava a compensare un deficit enorme, un deserto di quello che è il discorso politico, o comunque di un legame tra discorso politico, discorso letterario, discorso sociale.<br />
Racconto un episodio virtuoso, brevemente. A Roma c’è un centro sociale che si chiama Acrobax, che ogni anno organizza una tre giorni sul lavoro precario, da 4-5 anni. A un certo punto le persone che gravitano intorno ad Acrobax &#8211;  una rete di universitari precari, altre forme di attività &#8211; volevano organizzare qualcosa, non si sapeva bene cosa, con i vari scrittori che avevano scritto libri sulla precarietà negli ultimi 2-3 anni. E hanno organizzato quest’incontro. Ce ne sono stati vari incontri preparatori. L’episodio virtuoso è questo: c’è stato un incontro nei giorni di questa manifestazione che si chiama Incontrotempo, un incontro un po’ allargato, con un centinaio di persone: tante, per essere un venerdì a Roma, in periferia, in un centro sociale, tante persone preparate, motivate, e la composizione era varia, medio-alta, professionalmente parlando: operatori culturali, scrittori, gente che lavora nell’editoria, gente che lavora nel giornalismo, persone che a vario titolo hanno a che fare con l’università. E la cosa di cui mi sono meravigliato è che a un certo punto dopo vari di questi incontri all’interno di Acrobax, è venuta fuori una convergenza, che nessuno diceva all’inizio in maniera così chiara: da una parte gli scrittori, gente che lavora nell’editoria ecc. hanno avuto in questi anni evidentemente una fame di attività, di prassi, di riscontro che il lavoro che facevano avesse una qualche risultanza sociale, politica, nello spazio pubblico, volevano uscire da un recinto stretto da repubblica delle lettere, da giardino infantile delle lettere, e dall’altra parte c’erano molte altre persone che facevano attività politica, sociale, che appunto, non solo centri sociali, ma gli insegnanti, gli operatori sociali, i librai Feltrinelli, che avevano altrettanta fame di rappresentazione, e appunto di qualcosa, qualcuno, un posto, un dove poter far sì che questa cosa avvenisse, questa attività avesse voce. C’erano queste convergenze, e la gente se l’è detto. Io faccio lo scrittore e mi sono rotto le palle di stare a casa mia e scrivere sul mio blogetto, anch’io faccio l’operatore sociale, culturale, penso che il mondo dovrebbe essere diverso – per dirlo alla buona – e però non ho una forza tale a comunicare il mio lavoro ad altre persone. Cominciamo a parlarci da qui.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/">Un po&#8217; di autoreferenzialità</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dov&#8217;è l&#8217;emergenza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/29/dove-lemergenza/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Aug 2006 05:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> <strong>di Stefano Savella</strong></p>
<blockquote><p>&#8220;Qui non si tratta di smascherare l’imperizia o superficialità di questi pretendenti a un premio Pulitzer nostrano, ma di rilevare come le cronache siano situate naturalmente all’interno del frame “stranieri e immigrati delinquenti come nostri nemici”.</p>
<p>A. Dal Lago, Non-persone.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/08/29/dove-lemergenza/">Dov&#8217;è l&#8217;emergenza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <strong>di Stefano Savella</strong></p>
<blockquote><p>&#8220;Qui non si tratta di smascherare l’imperizia o superficialità di questi pretendenti a un premio Pulitzer nostrano, ma di rilevare come le cronache siano situate naturalmente all’interno del frame “stranieri e immigrati delinquenti come nostri nemici”.</p>
<p>A. Dal Lago, Non-persone. <em>L’esclusione dei migranti in una società globale</em>, Feltrinelli, Milano 2005 (1999), p. 70.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/15/razzismi-quotidiani/"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/razquot3-small-38x29.gif" id="image2374" alt="Razzismi Quotidiani" align="left" hspace="5" /></a>D’estate, si sa, la sorveglianza viene meno un po’ ovunque, e con la minore attenzione del pubblico e dei supervisori (se ve ne sono), anche ai giornalisti capita di fare emergere, più o meno inconsapevolmente, i pregiudizi razzisti insiti nel loro linguaggio. E come ogni estate, come sempre, come il 19 agosto scorso, tutto ha inizio con l’“emergenza immigrazione”, con altri morti senza nome nel Canale di Sicilia.</p>
<p>Il GR1 delle ore 13 di sabato 19 agosto apriva con questo servizio dell’inviato da Lampedusa, Alfredo Ponti: “Il naufragio sarebbe avvenuto per l’euforia esplosa a bordo quando gli extracomunitari hanno visto arrivare la nave dei soccorsi. Si sono spostati sul fianco del barcone di dieci metri che ha cominciato così ad ondeggiare fino a rovesciarsi” (trascrivo fedelmente dal servizio, <a href="http://www.radio.rai.it/radio1/grcontinua.cfm?2006-08-19,13:00">link</a>)</p>
<p><span id="more-2373"></span></p>
<p>Il GR1 delle 15 (<a href="http://www.radio.rai.it/radio1/grcontinua.cfm?2006-08-19,15:05:21">link</a>), più breve e senza servizi, apre con la stessa notizia, riportando in successione prima i numeri del naufragio (dieci le vittime accertate, settanta i superstiti), poi la polemica politica, “montata” dalle dichiarazioni di Giuliano Amato con la replica del forzista Martusciello, e solo in coda si dà notizia dell’ipotesi che il naufragio possa essere avvenuto successivamente a una manovra sbagliata della nave militare Minerva nei confronti della barca dei migranti (un “particolare” del tutto taciuto nell’edizione delle 13).</p>
<p>Sul Manifesto di domenica 20 agosto, il servizio di Alfredo Pecoraro si apre invece con queste parole: “Quando la nave si è avvicinata i migranti si sono spostati su una fiancata del barcone allungando le braccia verso i soccorritori che li guardavano dall’alto; ma pochi minuti dopo la carretta è stata urtata, ha cominciato ad ondeggiare violentemente mentre a bordo era il panico. E’ stato un attimo: la barca si è rovesciata, uomini, donne e bambini sono finiti in mare” (<a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2006/art28.html">link</a>).</p>
<p>Resta sconcertante rilevare in queste situazioni le peripezie linguistiche di alcuni giornalisti: un alto numero di persone (circa 120) in mare da cinque giorni, senza cibo né acqua da tre, può decidere verosimilmente di spostarsi inopinatamente tutto su un fianco della barca causandone così l’inevitabile rovesciamento, come è stato detto nel GR1 delle 13? Perché non considerare nemmeno l’eventualità di un contatto con la nave militare, seppure in una forma neutra come nell’articolo del Manifesto (“la carretta è stata urtata”, e non “la Minerva ha urtato”)?</p>
<p>Non sarebbe del resto il primo caso in cui le testimonianze dei migranti sopravvissuti ad un naufragio vengono confinate ai margini dei servizi filmati e degli articoli di stampa. Accade infatti spesso che la prima versione dell’evento, diffusa dalle fonti ufficiali della Guardia Costiera o della Capitaneria di Porto del luogo, venga appena smussata e riordinata dal giornalista che su quelle parole modellerà poi il suo pezzo, e che gli sviluppi dei giorni successivi (possibili quasi sempre grazie alle segnalazioni dei migranti sopravvissuti), anche quando dimostrano le responsabilità nel naufragio delle motovedette italiane, vengano sottaciuti o direttamente ignorati dalle fonti di informazione.</p>
<p>L’8 marzo 2002, nei pressi di Lampedusa, circa sessanta migranti perdono la vita durante la manovra di traino della loro barca da parte del motopesca privato “Elide”. Il giornalista del Corriere della Sera Felice Cavallaro scrive in un articolo a tutta pagina dell’avvenuto naufragio “nonostante dal motopesca e dalla Cassiopea [l’unità della Marina Militare accorsa sul posto] siano stati lanciati salvagenti, funi, travi” (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/020308/36rny.htm">link</a>). Cinque giorni dopo, il 13 marzo 2002, la procura di Agrigento ipotizza il reato di omissione di soccorso da parte dell’unità della marina, come aveva già testimoniato il nostromo dell’“Elide”, per l’utilizzo soltanto di uno dei vascelli di salvataggio a disposizione a bordo della Cassiopea e per l’avaria improvvisa che colpisce l’elicottero della marina militare nei momenti del naufragio e che impedisce di salvare molte vite umane “utilizzando funi, imbracature, salvagenti e quant&#8217;altro”<br />
(articolo di Andrea Fabozzi sul Manifesto del 13 marzo 2002, <a href="http://www.cestim.org/rassegna%20stampa/02/03/13/clandestino_lampedusa_marina.htm">link</a>); ma sulle prime pagine dei principali quotidiani non c’è già più traccia di questi importanti sviluppi dell’inchiesta (<a href="http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/020313/37877.htm">link</a>).</p>
<p>Il dubbio che le informazioni diffuse dalle forze dell’ordine possano essere talvolta platealmente sbagliate è confermato da un altro episodio trattato in modo quantomeno discutibile negli ultimi giorni dai mezzi di comunicazione. Il GR1 delle ore 11 di domenica 20 agosto (<a href="http://www.radio.rai.it/radio1/grcontinua.cfm?2006-08-20,11:00">link</a>), a proposito della ragazza ventitreenne di Brescia trovata morta all’interno del campanile della chiesa in cui si era recata il venerdì precedente, dà notizia del “ritrovamento <em>dei resti</em> del corpo di una giovane donna”. Due ore dopo, nessuna fonte parlerà più dello smembramento del corpo, e addirittura lunedì emergerà che, ad un primo esame sul cadavere, la ragazza potrebbe essere morta per soffocamento da nastro adesivo, quindi senza un tale spargimento di sangue che potesse dare adito alla prima macabra versione.</p>
<p>L’unico sospettato dell’omicidio è un immigrato cingalese, coetaneo della vittima, che pare abbia giustificato la morte della ragazza, prima di fuggire, come un incidente: una versione che già nel GR delle 11, lo stesso che riporta la notizia dello smembramento del corpo della giovane, e quindi di una notizia assolutamente falsa e ingiustificabile, non trova il minimo spiraglio, tant’è che la giornalista in studio introduce la notizia come “l’omicidio di Brescia”.</p>
<p>Sottolineo che qui non è in discussione l’innocenza o la presunta colpevolezza del giovane straniero, ma semplicemente il metodo utilizzato da una fonte d’informazione (la più ascoltata a livello radiofonico in Italia) nel (non) discernere i particolari veri o possibili di una notizia. Il TG1 delle 13,30 di lunedì 21 agosto riprende la notizia, inserendola nei titoli di testa con la didascalia “Caccia al cingalese”: una soluzione che rispetto a tutte le altre possibili, più o meno sensazionaliste (caccia all’assassino di Elena, caccia al sagrestano, caccia a “Camillo”), sembrerebbe solamente dettata da un accanimento pregiudiziale contro lo straniero in quanto tale.</p>
<p>Ma non si tratta ancora dei casi più eclatanti di notizie a sfondo razzista di questi giorni. Sempre nel pomeriggio di domenica 20 agosto, RAI Televideo[1] pubblica questa ultim’ora delle 17,06: “Il corpo di un uomo, le circostanze della cui morte sono ancora da chiarire, è stato trovato in un appartamento a Brescia, in via Solferino, nei pressi della stazione ferroviaria. <em>L’appartamento si trova sopra un ristorante di proprietà di immigrati cinesi.</em> Delle indagini si sta occupando la Questura di Brescia. Si tratterebbe di un pittore e disegnatore di 70 anni”. Dopo alcune ore l’identità della persona uccisa si scoprirà essere quella di Aldo Bresciani, pittore 72enne di Brescia, e s’indagherà prevalentemente nella sua vita privata per risalire all’assassino.</p>
<p>Ora, la frase centrale di questa notizia di agenzia (“L’appartamento si trova sopra un ristorante di proprietà di immigrati cinesi”) chiarisce senza il minimo dubbio il <em>modus operandi</em> delle fonti di informazione, e presumibilmente delle stesse fonti di polizia (che, come è verosimile, devono aver dato per primi la notizia del ritrovamento del cadavere alle agenzie di stampa). Si tratta a mio avviso di un caso di informazione rivoltante e scriteriata, perché rende evidente la cultura del sospetto preventivo che grava sugli stranieri di ogni nazionalità, senza il minimo senso di oggettività e di decenza, oltre che, ovviamente, senza alcun lontano indizio di colpevolezza o del più insignificante ruolo avuto nella vicenda di cronaca descritta, in questo caso, dagli “immigrati cinesi”.</p>
<p>Va segnalato, ancora, come la dicitura “ristorante di proprietà di immigrati cinesi” appartenga ad un lessico giuridico-burocratico che ne avvalora l’ipotesi della provenienza da una fonte di polizia, e come si discosti opportunamente dalla formula “ristorante cinese”, più integrata nel linguaggio comune e più conforme ad un testo giornalistico che non avesse voluto deliberatamente creare sospetti gratuiti, ma che non per questo sarebbe risultata meno grave. Ed è allo stesso modo giornalisticamente insensato come il sospetto preventivo sugli immigrati cinesi venga anteposto addirittura alle cause stesse della morte dell’uomo, che, seppure senza i particolari autoptici, potevano essere rilevate con un esame di massima del corpo, come sempre avviene in queste circostanze, ma delle quali, nell’agenzia di Televideo, non si riporta notizia.</p>
<p>Per ultimo, ma di sicuro il più didascalico tra gli esempi finora riportati, riporto l’<em>incipit</em> di un altro servizio del tg1 delle 13,30 [2] di lunedì 21 agosto firmato da Sergio de Nicola, corrispondente dalla provincia di Foggia della sede RAI della Puglia: “Città deserte ad Agosto nel foggiano. Sono invece piene le campagne, di extracomunitari dediti alla raccolta di pomodori, uva ed olive. Tra i tanti residenti ormai da anni, ci sono anche gli stranieri irregolari, che hanno difficoltà a trovare lavoro, e trascorrono le giornate vagando per i centri abitati, talvolta bevendo un po’ troppo e lasciandosi andare a gesti inconsueti. Un rumeno di 52 anni, ieri, <em>per esempio</em>, ha tentato di sequestrare in un città del tavoliere una bimba di soli sei anni, che stava giocando ignara nel giardino della sua abitazione”.</p>
<p>Il percorso retorico del giornalista è limpidissimo: ad Agosto non ci sono italiani e quindi non c’è sorveglianza nelle città; gli extracomunitari “buoni” sono confinati nelle campagne, che però <em>affollano</em>, e sono “dediti” (non sfruttati, sottopagati, lasciati vivere in tuguri senza servizi igienici dagli agricoltori foggiani, come è invece noto a tutti, e alle stesse forze dell’ordine) al lavoro; ma ci sono poi anche gli stranieri “cattivi”: clandestini, vagabondi, nullafacenti, ubriaconi, nemici pubblici, praticamente tutti dei mostri. Il giornalista sceglie allora UNO di questi casi, che fa presumere essere un numero notevole (“per esempio”), per dare l’idea del pericolo sociale rappresentato dagli immigrati irregolari, e poiché non si spiegherebbe altrimenti l’accenno ai lavoratori stranieri nelle campagne in un contesto di cronaca del tutto diverso, dagli immigrati <em>tout court</em>.</p>
<p>Un abilissimo <em>incipit</em> scritto per cerchi concentrici, che di fatto pone la notizia con UN immigrato protagonista negativo in una prospettiva razzista, perché accomuna il singolo presunto delinquente immigrato (che in questura ha dato una versione molto diversa dei fatti contestati, non ritenuta però plausibile né dalle forze dell’ordine né di conseguenza dalle fonti d’informazione) a tutta la popolazione straniera residente nella zona della provincia di Foggia, in una notizia di cronaca peraltro così odiosa come un reato commesso ai danni un minore. L’evocazione dell’assenza degli italiani dalle città, d’altra parte, si presta fin troppo facilmente ad una lettura del tipo “quando noi non ci siamo, quelli lì fanno quello che vogliono”, ed è anch’essa del tutto superflua ai fini della comunicazione del fatto di cronaca in questione. Inoltre, la frase d’apertura “Città deserte ad Agosto nel foggiano” resta difficile da applicare al comune in cui si è svolta la vicenda, Torremaggiore, con poco più di 15.000 abitanti, che è verosimile non si sia “svuotato” come le grandi metropoli durante la settimana di Ferragosto.</p>
<p>[1] L’archivio web di <a href="http://www.televideo.rai.it/">Televideo</a> si ferma agli ultimi cinque giorni.</p>
<p>[2] Le edizioni del <a href="http://www.tg1.rai.it/">tg1</a> sono accessibili sul web solo nelle 24 ore successive alla messa in onda.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/08/29/dove-lemergenza/">Dov&#8217;è l&#8217;emergenza</a></p>
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		<title>Slanci frenati</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2005 00:07:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti </strong></p>
<p>Cari indiani,</p>
<p>la lettera di commiato di Antonio Moresco non mi sorprende. Chi era presente all&#8217;ultima riunione di Nazione Indiana sa che anch&#8217;io in quella occasione ho detto cose analoghe. E ora provo a ridirle qui, con la maggiore serenità possibile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/30/slanci-frenati/">Slanci frenati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti </strong></p>
<p>Cari indiani,</p>
<p>la lettera di commiato di Antonio Moresco non mi sorprende. Chi era presente all&#8217;ultima riunione di Nazione Indiana sa che anch&#8217;io in quella occasione ho detto cose analoghe. E ora provo a ridirle qui, con la maggiore serenità possibile.<br />
<span id="more-1187"></span><br />
Come sapete tutti, ma lo ricordo per i lettori, tra gli stili di comportamento che ci siamo dati al momento di dar vita a questa cosa che è andata avanti per più di due anni, c&#8217;era anche l&#8217;impegno a riunirci una volta al mese. Potrebbe sembrare una regola meno significativa delle altre, e invece è altrettanto importante, non solo perché, come è ovvio, con la voce e il corpo si dialoga meglio che non scrivendoci mail o leggendosi nei post, ma anche come correttivo alla frantumazione e alla solitudine atomizzata a cui sono state ridotte oggi le nostre attività, e che la rete rischia di favorire ancor più.</p>
<p>Lo stesso spirito ci ha portato anche a organizzare delle iniziative fuori dalla rete. Abbiamo sempre pensato che la rete è un mezzo, non un mondo in cui ritirarci. La rete può essere un strumento potente per fare delle cose, per agire nel mondo. Ma se diventa essa stessa il mondo, allora non è più un mezzo ma una prigione asfissiante, di irrealtà e di impotenza. Ce ne siamo resi conto tante volte, anche grazie a questa esperienza.</p>
<p>Le nostre iniziative fuori dal blog sono state finora sei. Cinque al teatro i, e una a Torino. Tra queste, oltre a letture e feste (come l&#8217;ultima “Aspettando Genji”), ci sono stati anche due incontri-convegni. Il primo su “Giornalismo e verità”, il secondo su quella cosa che abbiamo chiamato “la restaurazione”. E altre erano e sono tuttora in preparazione. Di ognuna c&#8217;è stato un responsabile, o più responsabili, che si sono sobbarcati il lavoro di organizzazione.</p>
<p>E&#8217; fisiologico che a queste riunioni mensili alcuni che non stanno a Milano facciano fatica a venire. Tuttavia c&#8217;è anche chi, almeno qualche volta, si è sobbarcato il viaggio da Napoli, da Firenze, per non parlare di quelli che vengono sempre da Torino. Oppure se non vengono mandano una lettera, che poi viene letta.<br />
Però ci sono anche alcuni indiani che non vengono mai, che non sono mai venuti neppure una volta, pur abitando a Milano. Lo dico non per rimproverarli, ma perché la loro percezione dell&#8217;iniziativa sulla restaurazione può essere stata falsata proprio da questo.</p>
<p>Perché magari non sapevano che anche quell&#8217;iniziativa, come tutte le altre, è stata decisa in una riunione. Non sapevano che a proporla e a offrirsi di organizzarla è stata Bendedetta Centovalli. Che quel pezzo intitolato “La restaurazione” e firmato da Antonio Moresco era stato il frutto di una discussione. Non era lo “squillo di tromba” del capo, come scrive Raul Montanari, e come anche altri indiani, tra le righe, hanno fatto capire di ritenerla. Certo, lo ha scritto Antonio prendendosene la responsabilità, ma come eravamo stati io e Jacopo a scrivere il testo introduttivo per la precedente iniziativa “Giornalismo e verità”.</p>
<p>Al testo scritto da Jacopo e da me, e che era altrettanto generale di quello di Antonio su “La restaurazione”, essendo appunto un testo introduttivo, sono seguiti moltissimi interventi, uno più interessante dell&#8217;altro, con la partecipazione di indiani e di molti esterni. Li potete ancora leggere qui, in questo ricchissimo archivio di Nazione Indiana che in due anni ha postato molti testi significativi, e che &#8211; fa bene Antonio a ricordarlo &#8211; sono stati frutto della passione volontaria  di scrittori, registi, saggisti: una massa di passioni e riflessioni che potrebbero dar vita a un buon numero di pubblicazioni e di libri che saprebbero dire cose forti sul nostro tempo.</p>
<p>Cosa è seguito invece a quell&#8217;intervento introduttivo di Antonio Moresco? Qualcuno ha scritto addirittura che si trattava di una “profezia indiscutibile”, con tanto di immaginetta della madonna di Lourdes. Ci sono stati alcuni interventi di indiani volti a delegittimare lo stesso tentativo di parlare dei meccanisi dell&#8217;editoria e della circolazione della cultura in Italia. In alte parole, alcuni indiani hanno cominciato a remare contro l&#8217;iniziativa. In maniera più o meno diretta, a volte anche un po&#8217; subdola.</p>
<p>Non voglio recriminare. Ognuno di noi ha dato nel tempo splendidi contributi. Però come si fa a non constatare la differenza tra come è andata avanti l&#8217;iniziativa su “Giornalismo e verità” e cosa invece è successo con questa. &#8220;Giornalismo e verità&#8221; ha dato ottimi frutti. Eppure nessuno di noi, eccetto Roberto Saviano, è giornalista di professione. Invece, guarda caso, pur essendo la maggior parte di noi coinvolta, in un modo o nell&#8217;altro, nell&#8217;editoria, proprio questa iniziativa è stata o ignorata o addirittura frenata dall&#8217;interno. Non vi sembra sintomatico tutto questo?</p>
<p>Tutti bravi a dire ai giornalisti che hanno risposto generosamente alla nostra iniziativa: “Continuate così, siate coraggiosi, rischiate denunce, rischiate anche la vita, noi vi apprezziamo, noi siamo con voi!”. Che tristezza invece vedere che nel nostro campo, quello della circolazione della cultura, delle pagine culturali, dell&#8217;editoria, eravamo in pochi a aver voglia di discutere fino in fondo, a esporsi e a rischiare anche solo un centesimo di quello che rischia quotidianamente Roberto Saviano o altri  giornalisti che hanno partecipato al convegno.<br />
Di che cosa si è avuto paura? Che l&#8217;editore tal dei tali non ci pubblichi più? Che il tal critico non ci faccia più la recensione? Che la franchezza e la radicalità degli argomenti potesse minacciare i piccoli compromessi che qualcuno si trova a fare nel proprio cabotaggio quotidiano?</p>
<p>Certo, so bene che Nazione Indiana è espressione di posizioni individuali e plurali. Ma una cosa è la pluralità, o la divergenza di opinioni, altra cosa è remare contro e cercare di paralizzare dall&#8217;interno un&#8217;iniziativa scomoda.<br />
So anche che non si può chiedere a tutti un eguale impegno in ogni momento. E&#8217; legittimo, è fisiologico che ognuno dia come può e secondo il momento in cui si trova. Ma una cosa è non aver tempo o interesse a impegnarsi troppo in un&#8217;inizativa, altra cosa è lavorare attivamente per delegittimarla. In alcuni testi e in alcuni commenti di indiani,  in questi ultimi mesi,  io ho letto non solo il dissenso su certi contenuti, e nemmeno solo la paura di esporsi troppo (cosa che può essere comprensibile in certi casi), ma anche la voglia di far naufragare la discussione su certi meccanismi perché troppo compromettente, perché troppo in rottura con le logiche gregarie che vigono nel mondo della cultura. Ci sono state persino delle vere e proprie reprimende da parte di indiani contro altri indiani. Cosa nuova, che non è mai stata nello stile di Nazione Indiana.</p>
<p>Ciò che ha distinto Nazione Indiana da altri blog e che l&#8217;ha fatta diventare in soli due anni un punto di riferimento importante è stata l&#8217;unione di individui diversi ma accomunati da uno stesso grado di densità e di  radicalità:  densità di riflessione, densità di scrittura, radicalità di stile d&#8217;intervento. Certo, ognuno a suo modo, e ognuno nel proprio campo. Ma questo è lo spirito con cui questa cosa  è nata e con cui si è conquistata uno spazio, una visibilità e una forza di incisività. Se questo spirito viene meno, se la densità e la radicalità di ognuno invece di moltiplicarsi nell&#8217;incontro viene paralizzata dall&#8217;interno, a me non interessa più parteciparvi.<br />
Come ha scritto Antonio Moresco, se ci si unisce è per fare di più di ciò che si può fare da soli, non per fare di meno. Questo è anche la mia opinione. Perciò anche per me è diventato impossibile continuare a partecipare a questa avventura con lo stesso slancio di prima, per la semplice ragione che gli slanci non possono continuare quando ci sono forze che li frenano.</p>
<p>Non ci sono indiani di serie A e indiani di serie B, come è stato scritto in un post in questi giorni. Ci sono invece densità e radicalità diverse. Sono e resto molto legata a molti indiani, con cui voglio continuare a vedermi e  confrontarmi, e sono infinitamente grata a questo sogno che per un po&#8217; si è realizzato. Se qualcuno riterrà utile che io partecipi alla prossima riunione per un ultimo confronto, parteciperò volentieri. Sono convinta che da questa “crisi” verranno dei frutti, e si potrà creare qualcosa di ancora più bello e più forte.</p>
<p>Il mio commiato non è una rinuncia, è una scommessa.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/30/slanci-frenati/">Slanci frenati</a></p>
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		<title>Processo contro la tortura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 08:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more">qui</a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/">Processo contro la tortura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornaver%20copia.jpg" border="0" alt="giornaver copia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
Avvicinandoci a questo appuntamento, continueremo a segnalare iniziative, riviste, libri, comitati, associazioni che si battono per un&#8217;informazione obiettiva o, se volete, detto più semplicemente, per la ricerca e la diffusione della verità.<br />
Oggi ho ricevuto da <strong>Enrica Bartesaghi</strong>, presidente del <strong>Comitato verità e giustizia per Genova</strong>, questo messaggio sull&#8217;imminente processo ai torturatori del G8. (T.S.)<br />
____________________________</p>
<p><strong>PROCESSO CONTRO LA TORTURA</strong><br />
luglio 2001, caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, Italia:</p>
<p><strong>TORTURATA N° 81</strong><br />
subiva minacce anche a sfondo sessuale da persone che stavano all&#8217;esterno<br />
&#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; subiva percosse al suo passaggio nel corridoio da parte di agenti; colpita con violenza con una manata alla nuca; costretta a firmare i verbali relativi al suo arresto, che la stessa non voleva firmare; mostrandole le foto dei suoi figli, prospettandole che se non avesse firmato non avrebbe potuto rivederli.<br />
<span id="more-881"></span><br />
<strong>TORTURATO N° 11</strong><br />
percosso con calci e pugni alla schiena e insultato, costretto a stare coricato a terra prono con gambe e braccia divaricate e testa contro il muro; ingiuriato con frasi, ritornelli ed epiteti a sfondo politico (&#8220;comunisti di merda&#8221; &#8220;vi ammazzeremo tutti&#8221;); percosso al passaggio nel corridoio e insultato anche con sputi; costretto a stare a carponi da un agente che gli ordinava di abbaiare come un cane, e di dire &#8220;Viva la polizia italiana&#8221;.</p>
<p><strong>TORTURATA N° 21</strong><br />
percossa nel corridoio durante l&#8217;accompagnamento ai bagni, le torcevano il braccio dietro la schiena nonché colpita con schiaffi e calci; insultata con epiteti rivolti a lei e alle altre donne presenti in cella: &#8220;troie, ebree , puttane&#8221;,  ingiuriata con sputi al suo passaggio in corridoio; minacciata di essere stuprata con il manganello e di percosse; costretta a rimanere, senza plausibile ragione, numerose ore in piedi.</p>
<p>Questi sono solo alcuni esempi di quanto hanno dovuto subire centinaia di persone, italiani e stranieri, costretti per molte ore a sottostare ad ogni genere di violenze e torture nella caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, durante il <strong>G8</strong>, a Genova.</p>
<p>In quei giorni furono calpestati e negati tutti i diritti che la nostra costituzione sancisce a tutela dei fermati e degli arrestati. Nessuno di loro, italiano o straniero, poté contattare avvocati, parenti, consolati. A nessuno di loro fu comunicato il motivo del fermo o dell&#8217;arresto, dove si trovassero, dove sarebbero stati condotti in seguito. Nonostante molti di loro fossero feriti (68 di loro provenivano dalla Scuola Diaz) non furono curati,  furono costretti a firmare falsi verbali di arresti, a dichiarare di non voler contattare legali o consolato.</p>
<p>Nessuno di loro ebbe diritto a cibo, acqua, sonno, furono costretti per molte ore a rimanere in piedi con le braccia alzate contro al muro.</p>
<p>I giorni <strong>27 e 29 gennaio 2005</strong> a <strong>Genova</strong>, ci sarà l&#8217;<strong>udienza preliminare</strong> a carico di 47 funzionari ed agenti delle forze dell&#8217;ordine e del corpo delle Guardie Carcerarie, medici ed infermieri:</p>
<p>12 carabinieri, 14 agenti di polizia, 16 guardie penitenziarie, 5 tra medici e infermieri accusati delle violenze commesse ai danni degli arrestati e dei fermati, da venerdì 20 alla domenica 22 luglio 2001, nella caserma di Genova Bolzaneto.</p>
<p><strong>Non essendo previsto nel nostro ordinamento uno specifico reato di tortura</strong>, la Procura della Repubblica ha chiesto il rinvio a giudizio per i reati di abuso d&#8217;ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità contro gli arrestati, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale.</p>
<p>Noi chiediamo ai media, ai parlamentari democratici, alla società civile, di essere presenti, di sostenere quanti furono torturati  in quei giorni e che, nonostante ancor oggi soffrano le conseguenze degli abusi subiti, hanno avuto il coraggio di denunciare quanto accadde a Bolzaneto.</p>
<p>Nessuno dei presunti responsabili delle torture è stato nel frattempo rimosso o almeno sospeso dai propri incarichi.</p>
<p><strong>Enrica Bartesaghi</strong><br />
Presidente del <strong>comitato verità e giustizia per Genova</strong></p>
<p><strong>link utili</strong>:</p>
<p><a href="http://www.veritagiustizia.it/comunicati_stampa/bolzaneto_caro_amico_cara_amica.php"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> una versione più ampia del comunicato;<br />
<a href="http://www.veritagiustizia.it/docs/bolzaneto_pett.pdf"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> un <strong>dossier</strong> (in formato pdf) sulle <strong>torture a Genova Bolzaneto</strong>.</p>
<p>_____</p>
<p><strong>INIZIATIVE PROMOSSE<br />
DAL COMITATO VERITA&#8217; E GIUSTIZIA PER GENOVA<br />
E DAL COMITATO PIAZZA CARLO GIULIANI</strong></p>
<p>IN OCCASIONE DELLE UDIENZE PRELIMINARI DEL <strong>27 E 29 GENNAIO 2005</strong><br />
PER LE VIOLENZE E LE TORTURE INFLITTE AI MANIFESTANTI DURANTE IL G8<br />
ALLA CASERMA DI GENOVA-BOLZANETO:</p>
<p>-  mercoledì 26 gennaio, ore 11, conferenza stampa nella sala di rappresentanza<br />
di Palazzo Tursi;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio ore 20, cena di solidarietà con le parti offese;</p>
<p>-  venerdì 28 gennaio ore 21 incontro con testimonianze a sala Cambiasio;</p>
<p>-  sabato 29 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>seguirà programma dettagliato</p>
<p><strong>per informazioni</strong>:</p>
<p>Enrica Bartesaghi  335 568 13 14<br />
Antonio Bruno  339 344 20 11</p>
<p>Comitato Verità e Giustizia per Genova – <a href="http://www.veritagiustizia.it"><span style="text-decoration: underline;">www.veritagiustizia.it</span></a><br />
Comitato Piazza Carlo Giuliani – <a href="http://www.piazzacarlogiuliani.org"><span style="text-decoration: underline;">www.piazzacarlogiuliani.org</span></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/">Processo contro la tortura</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/' rel='bookmark' title='Tortura di Stato'>Tortura di Stato</a> <small>(Dal sito di &#8220;Repubblica&#8221;) Le violenze impunite del lager Bolzaneto...</small></li>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Bloggers, siete peggio di Liala!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/06/16/bloggers-siete-peggio-di-liala/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/06/16/bloggers-siete-peggio-di-liala/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 15 Jun 2003 22:35:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>Sommario di questo intervento:<br />
<strong>I diari in rete fanno pena</strong>.<br />
Sono <strong>autocensura giornaliera</strong> in pubblico.<br />
Enormi spazi di espressione libera sprecati a <strong>raccontare fuffa</strong>.<br />
Nessuno ha il coraggio di descrivere <strong>il trauma e la gioia di essere vivi</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/16/bloggers-siete-peggio-di-liala/">Bloggers, siete peggio di Liala!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>Sommario di questo intervento:<br />
<strong>I diari in rete fanno pena</strong>.<br />
Sono <strong>autocensura giornaliera</strong> in pubblico.<br />
Enormi spazi di espressione libera sprecati a <strong>raccontare fuffa</strong>.<br />
Nessuno ha il coraggio di descrivere <strong>il trauma e la gioia di essere vivi</strong>.<br />
<span id="more-57"></span><br />
___________________________________________________________________</p>
<p>Io sono molto contento che esista lo strumento del blog.</p>
<p><strong>nazioneindiana.com</strong> non sarebbe possibile senza l’agilità tecnica dell’autopubblicazione in rete, altrimenti detta <strong>blog</strong>.</p>
<p>Mi hanno divertito gli articoli di denigrazione che molti giornalisti hanno dedicato al mondo dei blog nei mesi scorsi.</p>
<p>Era una faccenda di lotta di classe. I <strong>giornalisti</strong> che parlavano male dei blog in realtà sprizzavano invidia pura: “Ma come, io devo chiedere al mio caporedattore il permesso per scrivere su qualsiasi cosa, e questi qui in rete sono <strong>completamente liberi</strong> di dire ciò che vogliono su tutto? Scherziamo?”</p>
<p>Ma non sarei sincero se non parlassi anche della <strong>lotta di classe fra scrittori e bloggers</strong>.</p>
<p>Noi autori di libri eravamo (e siamo ancora) invitati sui giornali a rappresentare <strong>la voce dell’io</strong>.</p>
<p>L’io non ha voce. Lo si intervista ogni tanto per la strada. Altrimenti il giornalismo deve essere impersonale. Oppure, per incontrare l’io sui giornali ci deve essere la <strong>grande firma</strong>. L’esperto. La personalità autorevole. Costoro sono <strong>autorizzati a usare la parola “io” in pubblico</strong>.</p>
<p>Spesso molti giornali mi hanno chiesto articoli con un’impostazione personalistica: “mettici  il tuo punto di vista, racconta un’impressione tua, parla di una cosa che ti è capitata e che c’entra con questo argomento…”</p>
<p>Sui giornali, <strong>il lavoro sporco dell’io</strong> lo facevano gli autori di libri, i narratori, i cosiddetti scrittori.</p>
<p>Poi cos’è successo?</p>
<p>E’ successo che tutti si sono collegati in rete.</p>
<p>Perché?</p>
<p>Perché fra il 1999 e il 2000 c’è stata una grossa campagna pubblicitaria. Cioè una grossa campagna economica.</p>
<p>Ve li ricordate i <strong>cd-rom</strong> che ci venivano <strong>regalati dappertutto</strong>, per la strada, sui giornali, nelle stazioni, nei centri commerciali, con i programmi autoinstallanti per la connessione in rete?</p>
<p>Italiani! Collegatevi. Connettetevi. E’ facile. Pensiamo a tutto noi. Non avete più scuse.</p>
<p>Ci siamo connessi in massa. L’economia virtuale si è gonfiata a dismisura. Avevo amici che non sapevano neanche che cosa volesse dire giocare in Borsa, non avevano mai comprato azioni, eppure hanno <strong>guadagnato cento milioni di lire in tre mesi</strong> investendo nella new economy (io no: dopo essermi connesso insieme alla grande ondata di <strong>ultimi arrivati del 1999-2000</strong>, ho finalmente imparato a mandare e ricevere mail, leggere notizie in rete, usare i motori di ricerca, visitare siti porno). Poi si è sgonfiato tutto. Quegli stessi soldi, i miei amici li hanno persi in poche settimane: per ostinazione e incredulità non hanno mollato l’osso, non hanno venduto le azioni, e ci hanno pure rimesso qualche milione di tasca propria. Poi hanno smesso, si sono leccati le ferite.</p>
<p>Qualcuno, in alto e negli interstizi, ci ha guadagnato di sicuro, come sempre. Ma non è di questo che volevo parlare. Quel che volevo far notare, è che questa vicenda ci ha lasciato un’<strong>eredità</strong> politica, culturale. Una nuova fase. Sarà anche stato per incentivare l’economia che è stata data un’impressionante spinta al virtuale di massa, ma il risultato reale, dopo che ci siamo familiarizzati con Internet, dopo che abbiamo imparato a mandare e ricevere mail, leggere giornali in rete, usare google e visitare siti porno, è questo: adesso c’è uno sterminato<strong>pullulare di io</strong>, di diari, di persone spesso anonime, con un nomignolo di copertura, che parlano dei fatti propri, che sputano sentenze su qualsiasi cosa, che dialogano a tu per tu con il <strong>Papa</strong>, con <strong>Bush</strong>, con <strong>Kafka</strong>, che stroncano concerti d’avanguardia e film di cassetta …</p>
<p><strong>A tu per tu</strong>. Se dovessi dare una definizione della nostra epoca, direi che oggi vige l’“a tu per tu”.</p>
<p>(“<strong>Per favore leggi il mio blog</strong>”, mi ha chiesto un semisconosciuto qualche giorno fa. Sono andato a visitare il suo blog. Conteneva <strong>un unico post</strong>, dodici righe in tutto. Nient’altro. L’aveva <strong>aperto il giorno prima</strong>. Capite? Quella stessa persona, anche solo un anno fa, avrebbe dovuto perlomeno fare delle fotocopie, scegliere una decina di pagine di suoi racconti, cercare il mio indirizzo, spedirmeli. Oppure allegarli a una mail. Ora può aprire un blog e, il giorno dopo, scrivere a un autore quarantenne, che ha pubblicato sette libri, domandandogli se per favore gli può dare una letta. Una letta a una cosa che gli è saltato il ghiribizzo di pubblicare il giorno prima. Sì, viviamo nell’epoca dell’<strong>a tu per tu</strong>)</p>
<p>Alcuni <strong>newsgroup</strong> letterari sono spassosissmi ricettacoli di giudizi approssimativi, loffiamente maliziosi, ma anche di tanta passione per la lettura. Lo stesso si può dire dei forum di discussione, nei siti dei giornali che da un anno in qua distribuiscono libri, classici della letteratura: gente che in tre righe dice che <strong>Queneau è frivolo</strong>, e <strong>cheppalle Faulkner</strong>, e che <strong>sì ma Thomas Bernhard non si regge</strong>… <strong>A tu per tu</strong> con <strong>Queneau, Faulkner, Thomas Bernhard</strong>. Per non parlare dei giudizi con stellette sui siti che vendono libri… Ah, l’<strong>ebbrezza barbarica</strong> di entrare in biblioteca e appiccicare caccole sulle rilegature dorate!</p>
<p>Tutto questo è molto eccitante. Mi piace. Mi diverte moltissimo.</p>
<p>(Di più. Io <strong>esulto</strong>, perché quest’ultima irruzione dell’io in massa, è di fatto, <strong>critica letteraria scritta direttamente dai lettori</strong>. Appassionati, ingenui, colti, invidiosi. C’è di tutto. Ma l’importante è che tutto ciò ha <strong>esautorato</strong> quei tre o quattro <strong>professorini grigissimi</strong> che davano i voti ai libri sulle pagine letterarie dei giornali e che credevano davvero che le sorti delle opere d’arte linguistiche dipendessero dalle loro rancide recensioni. Contavano poco prima, non contano più nulla ora. Evviva).</p>
<p>Ma sarei ipocrita se io, autore di libri, non dicessi che sono preoccupato.</p>
<p>Perché è inutile nasconderlo. <strong>Tutto ciò erode il mio status, il senso del mio mestiere, il mio ruolo sociale</strong>.</p>
<p>Oggi <strong>chiunque può andare al fondo del proprio io in pubblico</strong>, senza dover passare attraverso alcun <strong>filtro sociale</strong> – filtro che, per comodità, chiameremo con il termine di <strong>editore</strong>, sia esso editore di giornali, di libri, ecc. o anche, perché no, un webmaster dotato di sapere esoterico html, un professionista che fino a pochi mesi fa, prima che i portali ti offrissero la possibilità di aprire un blog gratis, bisognava retribuire perché ti costruisse e ti tenesse aggiornato il tuo sitino personale – dicevo, tutta una serie di filtri sociali che fino a pochi anni fa (pochi <strong>mesi</strong> fa!) consentivano di pubblicare <strong>soltanto</strong> agli <strong>autori autorizzati</strong> dal sistema stesso dell’editoria (editoria di giornali, libri ecc.).</p>
<p>Prima dei blog, l’<strong>Autore Autorizzato</strong> aveva già i guai suoi. Doveva (e deve sempre di più) sgomitare fra gli <strong>Autori Impostori: cantanti, giornalisti televisivi e su carta, comici televisivi, filosofi, professori universitari</strong>: tutti autori di libri di letteratura, di narrativa, di <strong>romanzi</strong>. A me, sul serio, fa piacere che tutta questa gente pubblichi romanzi: significa che la letteratura non è affatto quella <strong>cosa residuale</strong> che ci hanno descritto in molti. La letteratura fa gola a tutti! E’ un luogo vivo, e come in ogni luogo vivo <strong>è un luogo di scontro</strong>, di fermento sociale, di lotta di classe.</p>
<p>Tra l’altro, per un <strong>Autore Autorizzato</strong> è molto è semplice spazzare le mosche fastidiosamente ronzanti degli <strong>Autori Impostori</strong>. Costoro scrivono per la visibilità, il successo, i premi letterari: ma hanno una carriera da difendere (nell’università, nel popstar system, in tivù…), perciò non possono pubblicare nulla che li danneggi. I loro libri debbono essere libri perbene. Moralmente accettabili. Probi. Edificanti. Possibilmente con un happy end. Ma <strong>la letteratura non è una cosa perbene</strong>. Quindi, il compito è facile. Per sgominarli basta scrivere letteratura.</p>
<p>Adesso, gli <strong>Autori Autorizzati</strong> hanno a che fare con un’invasione di <strong>Autori Non Autorizzati</strong>, o <strong>Autori Spontanei</strong>, o meglio <strong>Autori Autolegittimati</strong>.</p>
<p>Io sono felice che esistano i blog. Sul serio. Non potrei pubblicare in rete questa predica, se non esistesse il blog. Nazione Indiana è un blog collettivo. Sto scrivendo in un blog. <strong>Viva il blog</strong>.</p>
<p>Quindici anni fa <strong>ero anch’io un Autore Non Autorizzato</strong>: mandavo cocciutamente articoli a riviste e giornali, sperando che mi pubblicassero. Una volta un caporedattore mi ha ricevuto nel suo ufficio e mi ha detto: “I suoi articoli sono buoni, li pubblicherei volentieri, la farei collaborare senz’altro con il nostro giornale. Ma fra due mesi si laurea mio figlio… In Lettere… Sa com’è…” Apprezzai molto la sincerità di quell’uomo.</p>
<p>Allora: oggi non è più necessario fare gavetta, andare a bussare nelle redazioni dei giornali, sentirsi umiliare dal paparino di un laureando in Lettere: chiunque può pubblicare e farsi notare, se ha la stoffa. Persino se non ce l’ha. Molto bene.</p>
<p>Si sentono già storie di bloggers (<strong>bloggers</strong>: scusate, mi fa un po’ schifo usare questi anglismi, cedo malvolentieri, solo per farmi capire) che si sono fatti notare e sono stati chiamati dai giornali a collaborare, con rubriche personali: io, per fare un esempio, in dodici anni da Autore Autorizzato e dopo sette libri non ho mai avuto un contratto di collaborazione con un giornale. Non sto recriminando. Lo dico giusto per offrire un dato.</p>
<p>Ci sono bloggers che sono arrivati alla pubblicazione di libri: quindi <strong>sono diventati Autori Autorizzati</strong> anche loro, passando attraverso questa interessante, nuova via dell’autolegittimazione. L’altro giorno una blogger di Roma presentava il suo libro in una delle più grandi e scenografiche librerie di Milano. Il sottoscritto (per fortuna!) non ha mai avuto questo onore.</p>
<p>(Se devo dirla tutta, persino <strong>mi commuove</strong> che tutto ciò accada grazie alla semplice scrittura. Mi commuove che il più debole dei mezzi, <strong>il più inerme dei media, l’alfabeto</strong>, dimostri ancora una volta, contro tutte le previsioni, quant’è vigoroso.)</p>
<p>E d’altro lato ci sono Autori Autorizzati che hanno pubblicato libri che raccontano questo mondo (<strong>Diario di una blogger</strong> di <strong>Francesca Mazzuccato</strong>, edito da Marsilio). Altri lo hanno fatto prima ancora che esplodesse il fenomeno (o la moda): per esempio <strong>Giuseppe Caliceti</strong>, che sul suo <strong>Pubblico/Privato 1.0</strong>, edito <strong>un anno e mezzo fa</strong> da Sironi, avrebbe tutto il diritto di far mettere una fascetta con la scritta: “<strong>Il primo blogger italiano</strong>”. Comunque sul libro la fascetta non c’è, e nemmeno <strong>la parola blog</strong>, perché un anno e mezzo fa non si usava questo termine, bisognava ancora avvalersi di <strong>perifrasi</strong> (che sono sempre più veritiere delle etichette): perciò il sottotitolo e la quarta di copertina parlano di “<strong>diario on line</strong>”, “<strong>diario interattivo</strong>”.  Poi c’è un altro Autore Autorizzato, <strong>Tommaso Labranca</strong>, che non ha pubblicato su carta il suo blog, ma posta in rete come un autentico <strong>blogger ante litteram</strong> da almeno tre anni.</p>
<p>E allora, dov’è il problema?</p>
<p>Nessun problema.</p>
<p>C’è però una cosa.</p>
<p>Una cosa che mi dà da pensare: leggendo parecchi di questi diari in rete, mi ha colpito l’enorme quantità di <strong>minimalismo</strong>. Anzi, di <strong>minimismo</strong>. Decine di io parlano di <strong>fatterelli insulsi</strong>. I loro diari sembrano discariche di kosucce karine. <strong>Perché non trovo mai il trauma, nei blog? </strong> Perché solo spiritosaggini, resoconti di seratine, episodietti, aneddotini? Perché sempre e solo <strong>cazzeggio</strong>? O cazzeggio, o prese di posizione solenni: <strong>io e Bush, io e Saddam, io e Berlusconi, io e Dio</strong>…</p>
<p>Miei cari blogger, <strong>datevi una scossa</strong>. E’ arrivato il momento di fare un salto di qualità, di intensità. <strong>Perché non mi raccontate qualcosa che vi costi vergogna, e dolore?</strong> Perché vi fermate sempre sulla soglia della camera da letto, <strong>come Liala</strong>? Sulla soglia del salotto, del bagno, della cucina, sulla soglia dell’aria aperta. Vi fermate sempre <strong>sulla soglia</strong> di qualcosa! Perché non mi raccontate <strong>i vostri conflitti duri, sul lavoro, in famiglia, a scuola</strong>?</p>
<p>E non sto parlando della solita questione dell’<strong>ombelico</strong>. Mi va benissimo l’ombelico. Sono un fan dell’ombelico in letteratura. E’ un argomento interessantissimo: ma perché quando parlate dell’ombelico non descrivete anche le pallottole di pelo e sporco che vi si raggomitolano dentro? Ci vuole ardimento, a raccontare <strong>davvero</strong> il proprio ombelico, cosa credete!</p>
<p>Che cosa state combinando? Devo pensare che il blog sia l’ennesima <strong>falsificazione</strong>? Che sia l’ennesimo <strong>meccanismo di rimozione collettiva dei traumi individuali</strong>?</p>
<p>Non voglio essere paternalistico con voi. Non voglio essere ruffiano. Vi dico quello che penso.</p>
<p>In un primo tempo ho pensato che <strong>il lavoro sporco dell’io</strong> era una Zona (che fu) Temporaneamente Autonoma ormai perduta per gli scrittori. Niente dura in eterno: e anche il ruolo dello scrittore come rappresentante dell’io, la sua “<strong>funzione io</strong>”, era storicamente finita a causa dei blog.</p>
<p>Pensavo che il <strong>lavoro sporco dell’io</strong> era una zona ormai invasa e occupata da voi blogger, e che a noi Autori Autorizzati non restasse che rifugiarci nella riserva dell’invenzione fantastica pura. A inventare storie, a scrivere romanzi. E basta. Sgomitando in mezzo agli Autori Impostori.</p>
<p>Oppure andare altrove, traslocare, inventarci altre zone (come abbiamo sempre fatto).</p>
<p>Per esempio la zona dell’<strong>Egologia Estrema</strong>. Raccontare <strong>veramente</strong> che cosa ci succede, con coraggio, senza perbenismi, senza censure: come hanno fatto <strong>Catullo, Agostino, Montaigne, Proust, Céline, Henry Miller, Anais Nin, Paul Léautaud</strong>…</p>
<p>Fatelo anche voi, cribbio!</p>
<p>Finalmente esiste un mezzo che vi permette di ritrarre voi stessi senza filtri. Senza controlli. Senza compromessi. Avete in mano la <strong>Parola Diretta</strong>. Senza mediazioni. Senza mediatori. Approfittatene!</p>
<p>Noi Autori Autorizzati abbiamo dovuto superare il <strong>filtro dell’editoria</strong>. Ciò non significa nulla, non ci rende né migliori né peggiori degli altri.</p>
<p>Ma ora non ci sono più filtri. Non c’è bisogno di mendicare la lettura di un manoscritto all’editore. Non c’è bisogno di spedire il curriculum alla redazione del giornale e cominciare dalle cronache delle partite di calcio parrocchiale, dai resoconti dei saggi musicali di fine anno scolastico, per diventare un giorno, forse, collaboratori fissi di un giornale.</p>
<p>Oggi basta andare su <strong>clarence, splinder, aruba, tiscali</strong>, ovunque, e in mezzo minuto aprire un blog (attenti però: leggete bene il contratto: generalmente – non tutti, mi pare – questi siti si tengono i diritti d’autore di tutto quello che ci scrivete dentro!).</p>
<p>O voi <strong>verbalizzatori del pochissimo</strong>! O voi <strong>narratori del quasi-niente</strong>! Tirate fuori le palle, diaristi, blogger! Tirate fuori i globi oculari dal torpido sacchetto palpebrale del vostro autocompiacimento! O vanagloriosi neoconquistatori di Spazi Liberi Preconfezionati! Cominciate sul serio a dire <strong>tutto</strong> quello che vedete!</p>
<p><strong>Io vi sfido, diaristi minimisti</strong>!</p>
<p>Altrimenti peggio per voi. Vi sgonfierete presto come la bolla della New Economy. Ci annoierete a morte nel giro di una settimana. Vi siete messi (giustamente!) allo stesso livello degli Autori Autorizzati: benissimo! Avete voluto la bicicletta? Perfetto! Sfracellatevi anche voi in discesa! Fatevi venire i crampi in salita! Che ce ne importa delle vostre gitarelle di pianura che durano dieci righe e lasciano le cose come stanno?</p>
<p>Bloggers <strong>donne</strong>! Mi rivolgo anche a voi. Mi sembra che, a giudicare dai commenti che vi lasciano in fondo ai vostri post, nessuno vi molesti. I tempi sono cambiati. Non è più come all’epoca delle chat, quando ogni desinenza in -a veniva subito assediata, concupita. Buon segno! Ma com’è allora che siete così guardinghe, così lesse? Pestate duro, diamine! Quand’è che vi deciderete a dirla, la vostra verità?</p>
<p>Leggete questo <strong>post</strong>:</p>
<p>“Ho le gambe gonfie, stanche. Tolgo dall’incastro tra il mobile dell’ingresso e un angolo del corridoio una cyclette che vedo lì da mesi. La sistemo su uno zerbino di quelli che si mettono davanti alla porta d’ingresso. Manca un bullone fondamentale per la stazione eretta di chi la utilizza. Cerco un rimedio nei cassetti della cucina. Lo trovo. Incastro un bullone d’urgenza, m’invento una fasciatura con il nastro adesivo. Controllo la tenuta. Manubrio e pedali sono ok. Scelgo una pedalata veloce e senza sforzo. Vado avanti per venticinque minuti. Non penso a nulla. Alla fine, faccia stanca e felice (altro scatto del giorno)”</p>
<p>E questo:</p>
<p>“In zona bicocca esiste (e forse è unico) un bar dove per preparare un cappuccino ci vogliono quattro persone. e mentre tu osservi attonito le quattro deficienti che falliscono miseramente nel tentativo di coordinarsi (stiamo parlando di un cappuccino, non di una sacher), attendi con ansia di toccare con papilla il gusto inimitabile del cappuccino-merda.”</p>
<p>E quest’altro:</p>
<p>“Un pò annebbiato dall’alcool, la voce di Berlusconi che inneggia alla vittoria alle 24 in punto mi sembra quasi un incubo di serie B. Meno male che nemmeno lui può cancellare questa bella serata passata a chiacchierare, in inglese – non mi ricordavo nemmeno di saperlo fare abituato come sono ormai soltanto a scriverlo! – con una simpaticissima Cherry, tutta sorriso, dalla pelle alabastro! e tra una risata e l’altra sono anche riuscito in qualche modo a descriverle il belvedere che si contempla dalla mia città vecchia arroccata sulla collina!<br />
C’ho un sonno! che oggi son arrivati nuovi libri ma lei dice: “It’s friday! It’s not late!” ma io domani c’ho da aprir bottega e così posto qualche pensiero sparso e me ne vo a dormire che tanto gli altri reggono più di me!!”</p>
<p>(Non importa chi li ha scritti, sarebbe ingeneroso accanirsi su di loro, sono solo tre esempi fra milioni).</p>
<p>Be’? Pensate davvero di poter andare avanti così per molto? Mi dispiace dirvelo, ma sono ancora <strong>di gran lunga</strong> più interessanti le lettere a <strong>Natalia Aspesi</strong> sul <strong>Venerdì di Repubblica</strong>, autentiche o inventate che siano!</p>
<p>Alcuni di voi se ne sono accorti e ci riflettono sopra.</p>
<p>“Il blog è solo una parte del mio modo di essere, <strong>spesso la più presentabile, la più pulita</strong> o la meno ordinata, la più razionale o la più istintiva.”, scrive <strong>fuoridalcoro</strong>.</p>
<p>“Tra la vita e il blog <strong>una cautela moderata</strong>. (…) Nel blog: vivere in una stanza con le finestre che danno su altre finestre, <strong>sono io che decido quando mostrarmi</strong>. (…) Un raduno è un incontro senza le nostre parole a proteggerci. E’ come incontrare per strada una moltitudine di vicini di condominio, <strong>è la riunione condominiale, dove non si parla mai di noi, di ciò che siamo, di ciò che proviamo</strong>, ma si finisce sempre a parlare del condominio stesso, dei nostri filtri, della luce delle scale rotta. (…)<strong>In pubblico voglio il mio burka</strong>.” scrive <strong>palomar</strong> (le <strong>sottolineature</strong> sono mie)</p>
<p>Parole nobili, sensate. Ma troppo caute. Troppo moderate. Manca il rischio, l’oltranza, il tuffo nell’abisso, il volo verso l’alto, l’azzardo.</p>
<p>Sembra che proviate sollievo a <strong>toccare la scrittura per uscirne ogni volta indenni</strong>. Sembra che proviate piacere a stuzzicare il mostro per dirgli: scherzavo.</p>
<p>Avete piantato la tenda <strong>nel territorio della tigre</strong>, e passate tutto il tempo ad <strong>accarezzare gattini</strong>.</p>
<p><strong>Forza, piccirilli! Coraggio!</strong></p>
<p>_______________________________________________________<br />
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		<title>Un calcio alla guerra</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2003 14:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/un-calcio-alla-guerra/">Un calcio alla guerra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.<br />
<span id="more-6"></span><br />
Il titolo principale in prima pagina della Gazzetta dello Sport di ieri 22 marzo 2003 era: “Notte da grandi”. L’aggettivo era da intendersi al femminile: “le” grandi erano le squadre del Milan e della Juventus, che stavano per affrontarsi quella sera stessa. A sinistra, in posizione di editoriale, sotto l’occhiello con la dicitura “Tempo di guerra” e il piccolo titolo “Lasciateci il giocattolo”, un quadratino ospitava l’inizio di un articolo del giornalista e romanziere Gianni Riotta.</p>
<p>Ne riporto le prime righe, giusto il pezzo che appariva in prima pagina:</p>
<p>“Il calcio al tempo della guerra. Come occuparsi del litigio tra Hector Cuper e Bobo Vieri quando la polemica tra il presidente americano George W. Bush e il suo collega francese Jacques Chirac lacera il nostro mondo? E’ possibile concentrarsi sulla rivalità sportiva tra Marcello Lippi e Carlo Ancelotti, mentre la coalizione angloamericana si impegna per liberare l’Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein?”</p>
<p>Domande retoriche, Riotta: quaranta pagine di Gazzetta dello Sport dimostrano che è possibile eccome concentrarsi su Milan e Juve mentre la coalizione angloamericana “si impegna” eufemisticamente a “liberare l’Iraq”.</p>
<p>Riassumo la parte centrale del pezzo: Riotta rileva che gli appassionati di calcio, abituati agli schemi di gioco, in questi giorni vedono lo stesso genere di disegnini impiegati per indicare non dribbling e azioni di gioco ma manovre territoriali degli eserciti. Termini come “attacco, difesa, vittoria e sconfitta” non sono più metafore. Non si combatte più per guadagnare tre punti in classifica, la posta in gioco è “la vita di innocenti civili irakeni, la sorte dei figli di mamma adolescenti americani, la libertà di Bagdad, la scelta unilaterale degli americani, il prezzo di un barile di petrolio, il destino dei rifugiati, la stabilità del mondo.” Riotta è disturbato dal fatto che alcuni commentatori politici incitano al combattimento come se esortassero una squadra di calcio a vincere. La guerra fa rimpiangere le polemiche da bar, le discussioni sulla moviola, le liti scherzose fra tifosi.</p>
<p>Trascrivo la parte finale del pezzo di Riotta:</p>
<p>“La nostra vita quotidiana, di cui lo sport è tanta gagliarda parte, si ferma davanti al rischio della morte, dei massacri, dei bombardamenti, del terrorismo. Ricordiamocene. Ricordiamo come le piccole cose che diamo per scontate, gridare gol!, accendere la tv, comprare un giornale, siano ancora negate in tanta parte del pianeta. Molto giocatori irakeni hanno raccontato di essere stati imprigionati e torturati da Uday, il figlio di Saddam Hussein che presiede il comitato olimpico in Iraq, per una partita perduta. Questo è il mondo che non vogliamo.<br />
Nello stadio di Santiago del Cile, 1973, il dittatore Pinochet rastrellò gli oppositori. Nello stadio di Kabul, pagato con i soldi di noi europei, i Talebani fucilavano alla nuca le donne. Un mondo in cui negli stadi si giochi solo al pallone ci pare, ogni lunedì, normale, ed è invece straordinario. Ricordiamocene, in attesa di una prossima partita Usa-Iraq, con applausi e scambi di maglia tra giocatori”.</p>
<p>Cari menefreghisti che non volete che una guerra guasti la vostra serata di calcio, state tranquilli: il calcio è il simbolo della libertà, nei paesi liberi si gioca a calcio, nelle dittature si torturano i calciatori. Anche stasera iniettatevi con la coscienza pulita la vostra dose di calcio, che è dose quotidiana di civiltà. Non sentitevi in colpa, oggi, nel leggere le quaranta pagine di questo giornale, perché un giornale come questo si trova solo nelle edicole dei paesi liberi. Vi si parla per 24 pagine di calcio, 3 di ciclismo, 4 di automobilismo, 1 di basket, 6 di altri sport, e, a pagina 39, la penultima, sopra il prospetto dei programmi televisivi, si dedicano 133 righe alla situazione bellica in Iraq.</p>
<p>A me pare che impiegare tali callide argomentazioni per giustificare il totalitarismo monoteista calcistico del lettore della Gazzetta sia uno degli esempi più clamorosi di prostituzione dell’intellettuale.</p>
<p>Che cos’è lo sport, oggi?<br />
Se nelle cose che accadono distinguiamo fra eventi e prodotti, lo sport fa parte degli eventi che vengono regolamentati e prodotti. Per capirci: è un evento cinematografico il fatto che sia girato e proiettato nelle sale un capolavoro, mentre è un prodotto che ogni anno siano assegnate le statuette degli Oscar, gli Orsi d’argento, i Leoni d’Oro. Per spiegarmi ancora meglio: anche se ogni anno in Italia vengono comunque assegnati i premi Strega, Viareggio e Campiello, non è detto che ogni anno in Italia vengano pubblicati capolavori.</p>
<p>Lo sport sostituisce gli eventi del mondo con una serie di eventi-prodotti, eventi che vengono prodotti da una serie di regole ludiche e da una macchina economico-spettacolare che li rende visibili e li commercializza.</p>
<p>Nella Gazzetta dello Sport e nei giornali sportivi il mondo è “non pervenuto”. E’ molto divertente (è molto tragico) confrontare la prima pagina dei giornali con quella della Gazzetta ogni giorno: alluvioni al sud?, crescita dell’inflazione?, una ragazza ha fatto fuori la sua famiglia?, gli Usa attaccano l’Iraq? “Non mi risulta”, dice la Gazzetta dello Sport, “a me risulta che stasera il Milan deve giocare contro la Juve”.</p>
<p>Si potrebbe obiettare che è ingenuo scandalizzarsi, perché questo fa parte della regola del gioco dell’informazione, che si specializza in settori e generi di eventi, al punto che la Gazzetta stessa dichiara con molta onestà la sua natura tutta peculiare, addirittura stampando le sue notizie su una carta di colore diverso. Vorrei far notare tuttavia che mentre in tutti i giornali generalisti lo sport occupa ormai una notevole quantità di pagine quotidiana, il contrario non avviene: in altre parole: per i giornali lo sport fa parte del mondo, per la Gazzetta dello Sport, quotidiano diffuso ogni giorno in mezzo milione di copie e presente capillarmente nelle edicole e nei locali pubblici di tutta Italia, il mondo non fa parte dello sport.</p>
<p>Tutto questo può sembrare irrilevante. Può darsi.<br />
Il nostro capo del governo ha basato una parte della sua popolarità sui successi sportivi come presidente del Milan, e continua a riferirsi ancora oggi al suo ingresso nella politica partitica con la metafora calcistica “sono sceso in campo”, e ha dato il nome al suo partito con un sintagma esortativo preso dagli striscioni che si espongono negli stadi: “Forza Italia!”</p>
<p>Vuole la leggenda che quando l’industriale automobilistico statunitense Henry Ford venne in visita a Torino, Giovanni Agnelli senior lo portò allo stadio a vedere una partita della Juventus: gli operai, gli immigrati, gli impiegati della fabbrica tifavano con tutta la loro passione per la squadra del padrone. Ford trovò questa tattica populistica geniale, e la esportò negli Stati Uniti fondando squadre di basket e baseball.</p>
<p>La retorica calcistica mi ha sempre interessato. Mi concedo il permesso di ricopiare qui un paragrafo che faceva parte di una vecchia versione di un mio racconto. Il narratore protagonista a un certo punto se ne usciva con questa sparata:</p>
<p>“Io ho capito perché la gente legge la Gazzetta dello Sport. Quando gioca la nazionale, il giorno dopo sulla Gazzetta ci sono delle parole mai viste. Per esempio eroismo, storico, leggenda, epico, gloria, se ha vinto. Disperazione, vergognoso, disastro, farabutti, disgrazia, se ha perso. Queste parole sono in coma per tutto l’anno, sono depresse, nessuno le usa mai, di rado, pochissimo. Poi un giorno gioca la nazionale, arriva il direttore della Gazzetta e fa entrare nei discorsi queste parole che nessuno ha il coraggio di usare, mai. Certe volte le mette grandi come tutta la pagina, grassissime, con l’inchiostro obeso, i punti esclamativi, perfino. È come fare una festa dove inviti un re o una principessa, ma non vestiti in giacca e cravatta o in tallieur, proprio con lo scettro e la corona di brillanti. A proposito, lo scettro e la corona di brillanti sarebbero i punti esclamativi. Alle feste aziendali non si possono invitare un re o una principessa. D’accordo che non verrebbero loro per primi, ma non andrebbe bene anche se venissero, è esagerato. Ci sono queste popolazioni aristocratiche di parole depresse, ma la gente ha bisogno di queste parole nella vita. Sono le belle addormentate delle parole, o anche le brutte addormentate, e solo la Gazzetta dello Sport le fa svegliare, sa qual’è il momento giusto per dare il bacio anti-sonnifero. Io nella mia vita non le ho incontrate spesso, e non so se vorrei una vita dove ce ne sono molte di parole così. Ma ogni tanto sì, ce n’è bisogno.”</p>
<p>In uno scatolone dove conservo un fascio di giornali c’è la Gazzetta dello Sport del 19 giugno 2002.<br />
Il titolo recita: “Vergogna!” a caratteri enormi. Il 18 giugno 2002 l’Italia era stata eliminata dai Mondiali perdendo con la Corea del Sud, anche grazie al fazioso arbitraggio dell’arbitro ecuadoriano Aldemar Byron Ruales Moreno.</p>
<p>Trascrivo l’incipit dell’articolo in prima pagina di Candido Cannavò, intitolato “L’infamia e il peccato”:</p>
<p>“Alla fine della storia, dopo aver sfogato ira, collera, sdegno, dopo aver gridato all’ingiustizia, alla vergogna e coperto d’insulti questa porca organizzazione mondiale fondata sull’affarismo, dopo esserci liberati di tutti i rospi….”</p>
<p>In seguito, l’articolo metteva in fila termini come: “famigerata, mostro, paura, killeraggio, popolo ferito, fiume dell’infamia, ammorba, diritto di verità, di cronaca e di storia” eccetera. Mi sono limitato a raccogliere queste parole dalle righe in prima pagina, anche se il climax retorico raggiunge il suo orgasmo nella continuazione dell’articolo, a pagina 13: “In una visione biblica, il nostro calcio ha scontato, dinanzi al mondo, i suoi tanti anni di peccati: arroganza, immoralità, superficialità, odi e risse tra dirigenti, squallidi tradimenti, congenite incapacità”.</p>
<p>Niente di sorprendente, si dirà, questi sono giornalisti che fanno il loro mestiere. Ma gli intellettuali tout court prestati al giornalismo, e i giornali non specializzati in cose sportive, come si comportano quando parlano di calcio?</p>
<p>Nei miei vecchi file c’è uno sfogo, una lettera non inviata alla redazione dell’Unità, scritta quasi un anno fa in seguito a un articolo del critico letterario Massimo Onofri che commentava il derby Roma-Lazio. Ve la ricopio:</p>
<p>Scusa, Massimo Onofri, ma ho letto su “l’Unità” di lunedì 29 aprile 2002 “La partita delle partite si approssima all’epica”, questo articolo di un tuo omonimo, e mi è venuto spontaneo segnalartelo perché tu andassi a leggerlo.</p>
<p>A dire la verità, la prima cosa che ho pensato è che fosse ironico, ma è chiarissimo che non lo è: non sei mai stato così serio e letterale. La seconda cosa che ho pensato è che esistono pirati informatici che riescono a entrare nei computer dei giornali e a inserire nell’impaginazione di un quotidiano “di sinistra” articoli di sabotaggio, un po’ come si diceva succedesse al quotidiano “La Notte” che, poche settimane prima di chiudere, usciva in edicola con un sacco di parolacce infilate a caso tra le frasi. Poi mi sono rassegnato all’evidenza, e la altre cose che ho pensato te le scrivo.</p>
<p>Probabilmente succede così: l’essere umano in certi campi si trattiene. Il superego e i doveri professionali gli impediscono di lasciarsi andare (nella critica letteraria, per esempio). Lo stesso essere umano, però, appena fa una gita fuori dai suoi soliti discorsi professionali, getta la maschera, si mette a nudo e balla scosciato dimenando tristissimi scroti.</p>
<p>Lo spurgo mitografico che sei riuscito a farti pubblicare dall’“Unità” sul derby Roma-Lazio è più enfatico persino dei pensierini naif di Candido Cannavò: candido davvero, al tuo confronto, il Cannavò, un innocuo bassotuba scoreggione. Nei suoi editoriali sulla “Gazzetta”, Cannavò mette furbescamente in fila flatulenti folate di parole che in altri contesti sono ritenute impronunciabili: “gloria”, “eroismo”, “epopea”.</p>
<p>Quando leggo Cannavò sulla Gazzetta dello Sport, mi sembra di capire che il calcio è soprattutto questo: ha la capacità di produrre discorsi magniloquenti, è una zona iperretorica, eroga paroloni. Nel Discorso-Calcio hanno corso parole che si ha pudore a usare altrove. Addirittura si gridano, parole che in altri contesti ci si vergognerebbe a sussurrare, si scrivono in corpo tipografico enorme parole che altrove si metterebbero fra mille virgolette.</p>
<p>Non c’è più eroismo, non c’è più gloria, non c’è più epopea: che ci sia almeno nel campionato più bello del mondo: questo è l’avvilito dogma che predicano e razzolano gli ideologi del calcio, i talebani del pallone gonfio dei loro fetidi miasmi. Cupa antropologia: presuppone un’idea di essere umano che necessiti di idoli, e che questi idoli sia disposto a vederli e costruirli a qualsiasi costo, impastandoli di nulla. Presuppone una vita di merda, cieca all’eroismo, alla gloria, all’epopea dell’esistenza reale.</p>
<p>Complimenti per la tua apologia dell’ineluttabile violenza tribale ematospermatica, congratulazioni per la tua broda mitologica in cui (ti cito) “l’odio fratricida è più forte di tutto”.</p>
<p>“La logica del calcio &#8211; e del derby &#8211; è bellica, non può che odorare di polvere da sparo” scrivi: sembri uno dei peggiori fautori della “bella morte” ritratti da Furio Jesi in <em>Cultura di destra</em>.</p>
<p>Ti invito a rileggere le graziose espressioni che hai ammassato in una sequenza vertiginosa: “atroce fraticidio”, “Roma, caput mundi”, “una folta schiera di popoli”, “eroi del passato”, “il derby ci sospinge nel pantheon delle sacre memorie”, “s’approssima all’epica”, “e più fulgidamente risplendono nel cielo del mito le imprese del tempo che fu”, “ogni saga di dei e di semidei ha le sue liturgie di sangue, i suoi ganimedi strappati alla vita e alla gloria nel fiore dell’età, le sue morti attonite e illacrimate, tanto furono atroci e improvvise” … Sono appena a metà del tuo articolo, ma le mie dita si rifiutano di ricopiare oltre.</p>
<p>Ci credo che per il calcio valga la pena di sgozzare e stuprare, spargere sangue e sperma: se il calcio è quello che tu decanti, e alla quale entusiasticamente aderisci, perché non si dovrebbe sprangare, spaccare, ammazzare e violentare per un mito così lussureggiante?</p>
<p>Non è innata la logica tribale del calcio. Non è irrelato il suo paesaggio antropologico e sociale. Non è un irrimediabile e fatale surrogato “là dove tutte le ideologie latitano, là dove i valori declinano”.</p>
<p>Oggi più che mai, il calcio è uno strumento di propaganda e manipolazione delle masse, sfrutta la debolezza del sistema simbolico individuale e collettivo ormai completamente fottuto da decenni di pseudocultura pop (prevalentemente anglofona) e di idolatrie dell’effimero, titilla il suo godimento perverso, incita le sue oscene leggi non scritte, blandisce l’immoralità del maschio occidentale, sistematicamente e scientificamente reso immorale dal pieno (non dal vuoto!) di valori occidentali nazipoptelevisivi: il conflitto di classe traslocato e mascherato nel conflitto fra tifoserie, negli scontri tra ultrà e carabinieri, il mito del successo, i compensi folli a calciatori, i giornalisti sportivi televisivi esperti di puttanate (i nuovi intellettuali organici!), le fighette di contorno felici di leggere la classifica del campionato per guadagnarsi un’inquadratura e un ingaggio senz’altro più succulento di una coetanea professoressa di matematica: la nuova nomenklatura di facce di culo.</p>
<p>Altro che “logica tribale”! Sveglia, intellettuale Onofri! A ritroso, devo essere io a strofinarti sul muso le pagine di Zizek, Foucault, Adorno, Canetti, Arendt, Bataille, Weil, Gramsci, Simmel? Il calcio non è il rigurgito gutturale di una tribù di fratricidi, è un raffinatissimo leviatano.</p>
<p>Il calcio è sommamente funzionale al potere. Gli fa gioco, è il suo gioco. Devo ricordarti io i nomi dei presidenti delle squadre di serie A di tutta Europa e le loro carriere politiche? Devo ricordarti io quanto pervade ogni giornata, ogni serata dei palinsesti esistenziali europei? Quanti milioni di dollari e di anime fattura?</p>
<p>Qualsiasi manifestazione “politica” viene repressa con ben maggiore severità dei pazzeschi scontri fra tifosi che mettono a ferro e fuoco interi quartieri, e che il giorno dopo lasciano tante graziose tracce, fra le quali ci sono le simpatiche scritte che ti fanno sorridere col compiacimento del critico letterario che plaude alla loro sagacia aforistica.</p>
<p>Il calcio è talmente epico ai tuoi occhi che fa diventare epici, per magia di contatto, anche la letteratura, anche scrittori che in sede di critica letteraria non sembravano procurarti altrettanto godimento. Ecco infatti che Aurelio Picca, in quanto racconta di calcio, nel tuo articolo improvvisamente appartiene alla “nobiltà volsca”. Incredibile: se si tratta di calcio, il critico Massimo Onofri gode persino con la letteratura contemporanea!</p>
<p>Così si chiudeva la mia lettera mai inviata alla redazione dell’Unità.</p>
<p>Per chiudere questo mio intervento, invece, riferisco una cosa che mi hanno detto l’anno scorso in uno dei miei giri di letture di poesia. Dove? In Italia.</p>
<p>“Qui siamo circa sessantamila abitanti, tutto sommato questa non è una città piccolissima. Alle ultime elezioni comunali si sono trovati con questo giovane di ventisette anni che aveva avuto uno sproposito di voti, i pezzi grossi del partito erano in imbarazzo, gli hanno dovuto dare per forza una carica nella giunta, lo hanno fatto Assessore alla Cultura con la delega allo Sport e ai Giovani. Sai com’è, con la Cultura fai meno danni, è un assessorato secondario… Il problema è che qualche incarico glielo dovevano pur dare, questo qua aveva fatto il pieno di preferenze, era il capo della curva degli ultrà della squadra di calcio”.</p>
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