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	<title>Nazione Indiana &#187; Giovanna Frene</title>
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		<title>Due poesie da: da &#8220;ll noto, il nuovo&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/due-poesie-da-da-ll-noto-il-nuovo/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 11:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giovanna Frene]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanna Frene</strong></p>
<p>&#160;</p>
<p><strong>III. MATTATOIO H.G.</strong></p>
<p style="text-align: right;">“Oggi le nostre lancette girano solo all&#8217;indietro”<br />
(A. Politkovskaja)</p>
<p>I.</p>
<p>laddove tristezza, tiranno, potere che domina il mondo.<br />
laddove tiranno, potere, tristezza che prescinde l&#8217;impronta sul muro,<br />
la scavalca, la riforma con grappoli, istinto di fuga e insieme ritorno<br />
per le chiare ragioni che incontrano sul posto lama e cibo,<br />
sempre lo stesso posto, la virtù cardinale degli insepolti,<br />
parassiti</p>
<p>II.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/due-poesie-da-da-ll-noto-il-nuovo/">Due poesie da: da &#8220;ll noto, il nuovo&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanna Frene</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III. MATTATOIO H.G.</strong></p>
<p style="text-align: right;">“Oggi le nostre lancette girano solo all&#8217;indietro”<br />
(A. Politkovskaja)</p>
<p>I.</p>
<p>laddove tristezza, tiranno, potere che domina il mondo.<br />
laddove tiranno, potere, tristezza che prescinde l&#8217;impronta sul muro,<br />
la scavalca, la riforma con grappoli, istinto di fuga e insieme ritorno<br />
per le chiare ragioni che incontrano sul posto lama e cibo,<br />
sempre lo stesso posto, la virtù cardinale degli insepolti,<br />
parassiti</p>
<p>II.</p>
<p><em>trasformati nel popolo dei ratti</em>, rimuovono gli esseri umani. che aleggia<br />
sul posto, il fruscio d&#8217;ali, va all&#8217;incontro con il marchio di esistere,<br />
si interseca al vertiginoso concrescere botanico e sociale<br />
per le chiare ragioni che non guarda negli occhi lo sguardo,<br />
ritorna al buon senso, la virtù cardinale degli insensibili,<br />
pulizia</p>
<p>III.</p>
<p>vivono ancora tra le nostre, crescono esposti al triste.<br />
della distruzione, l&#8217;ala, che sopra il fatto, si rifà; potere.<br />
altre tristi,<em> rovesciate ai suoi piedi</em> per il vento, ventre del progresso.<br />
lo scavalca per le chiare ragioni che se è per sè non incontra niente<br />
di intero, spada che ritorna alla roccia, la virtù cardinale degli insidiosi,<br />
patria<span id="more-40832"></span></p>
<p>*</p>
<p><strong>VI. IL PRINCIPIO “STRADA NERA”</strong></p>
<p>non è l’eccezione che si pensa, la schiuma che ingoia il mare.</p>
<p>non si scava la fossa, questo tornare irrevocabile,</p>
<p>inimmaginabile, calpestato, trito dai sassi;</p>
<p>tra gli <em>altri sassi</em>, tre sono stati i giusti, pesi e misure.</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>dietro ai sassi, pesi e misure uguali sotto il frantumarsi</p>
<p>lo scuro sfaldarsi ghiaioso risucchia il mare;</p>
<p>non ricoprono i rovesciati nuovi, altri lapilli implosi</p>
<p>tornano sempre al fondo, <em>come un gemito timoroso</em>…</p>
<p>*</p>
<p><strong>Giovanna Frene</strong>,  <em>ll noto, il nuovo</em>, Transeuropa, ottobre 2011</p>
<p>Prefazione di Paolo Zublena, postfazione di Silvia De March</p>
<p>Fotografie di Laura Callegaro</p>
<p>Traduzione inglese di J. Scappettone e J. Calahan</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/due-poesie-da-da-ll-noto-il-nuovo/">Due poesie da: da &#8220;ll noto, il nuovo&#8221;</a></p>
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		<title>Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/25/poesia-fuori-del-se-poesia-fuori-di-se/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 07:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[Giovanna Frene]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Ostuni]]></category>

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		<description><![CDATA[Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé / Vincenzo Ostuni
<p>[<em>Di seguito, la prefazione al numero de </em>L'illuminista<em> dedicato ai <strong>Poeti degli anni Zero</strong>, <a title="poeti degli anni zero" href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/poeti-degli-anni-zero-allesc-2/" target="_blank">che stasera viene presentato all'ESC</a>.</em>]</p>
<p>Nella premessa collettiva a <em>Parola plurale</em><a name="testo1"></a>, senz’altro la migliore antologia di poesia italiana apparsa almeno in quest’ultimo decennio – antologia che, lo ricordiamo, abbracciava un arco temporale amplissimo, fra gli anni Settanta e i primi Duemila – i curatori mettevano in guardia contro certe antologie curate da poeti, colpevoli di non giustificare in maniera criticamente adeguata la loro struttura, le linee di ragionamento e di indagine che ne motivavano la composizione; con la conclusione – del tutto condivisibile, nei casi citati – che tali linee fossero logicamente ed empiricamente debolissime.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/25/poesia-fuori-del-se-poesia-fuori-di-se/">Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé / Vincenzo Ostuni</h2>
<p>[<em>Di seguito, la prefazione al numero de </em>L'illuminista<em> dedicato ai <strong>Poeti degli anni Zero</strong>, <a title="poeti degli anni zero" href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/poeti-degli-anni-zero-allesc-2/" target="_blank">che stasera viene presentato all'ESC</a>.</em>]</p>
<p>Nella premessa collettiva a <em>Parola plurale</em><a name="testo1"></a>, senz’altro la migliore antologia di poesia italiana apparsa almeno in quest’ultimo decennio – antologia che, lo ricordiamo, abbracciava un arco temporale amplissimo, fra gli anni Settanta e i primi Duemila – i curatori mettevano in guardia contro certe antologie curate da poeti, colpevoli di non giustificare in maniera criticamente adeguata la loro struttura, le linee di ragionamento e di indagine che ne motivavano la composizione; con la conclusione – del tutto condivisibile, nei casi citati – che tali linee fossero logicamente ed empiricamente debolissime.</p>
<p>Raccogliendo il generoso invito rivolto da Walter Pedullà ad allestire un’antologia dei poeti degli anni Duemila, chi scrive ha dovuto confrontarsi con la medesima preoccupazione, rivolta su sé. Certo di non poter che costituire un «canone policentrico», vista la natura della poesia del decennio e vista anche la mia stessa difficoltà, come poeta, a riconoscermi in tendenze o gruppi oggi attivi, ho dovuto ricorrere a un criterio composito, ciò che fa di questo volume una creatura ibrida: non una mera ricognizione ma neppure un’antologia di tendenza.<span id="more-38191"></span></p>
<p>Innanzitutto, va detto, ha agito un’istanza per così dire sancitoria. D’accordo con il committente, si è deciso cioè di scegliere autori che si possono giudicare, fatte la debita tara della «sottoboschività» connaturata alla nostra poesia, <em>compiutamente emersi</em> negli anni Duemila e non prima: autori che nel decennio appena trascorso siano stati oggetto per la prima volta di un&#8217;attenzione critica relativamente diffusa e abbiano pubblicato i loro primi libri importanti, potendo vantare oggi un numero congruo di pubblicazioni (anche se, va detto, il fenomeno del «plaquettismo», determinato in buona sostanza dall’esiguità economica della nostra poesia, ha abbassato più che mai, con eccezioni, è chiaro, il rapporto fra il numero di opere pubblicate e il numero di pagine, in una sorta di parossismo del precetto callimacheo). Sono stati così esclusi alcuni autori che – come Michele Fianco o Alessandro De Francesco – hanno pubblicato nei Duemila ottimi libri, ma non paiono ancora essere stati <em>ascoltati</em> in maniera soddisfacente<a name="testo2"></a>. Questo stesso criterio ha determinato anche, come concausa, l’elevata età anagrafica degli autori inclusi: perché ad esser <em>fioriti</em> negli anni Duemila, ad aver pubblicato in questi anni i loro primi libri importanti, sono a volte autori dall’esordio precedente e per lo più sopra la quarantina; il giovane Gian Maria Annovi ne ha trentadue, non più pochissimi. Nel nostro paese non solo, com’è noto, i quaranta non valgono come limite superiore della gioventù poetica – mentre per la narrativa la soglia, pur alta, pare ormai stabilita dal costume mediatico: sotto i trenta si fatica persino ad esistere.</p>
<p>Data questa prima soglia d’agnizione, sono però intervenute scelte <em>di poetica</em>. In primo luogo, si sono esclusi, forse con qualche rigore di troppo, rappresentanti del sempre risorgente fenomeno del <em>poetese</em>, per usare un termine caro a Sanguineti: quella sorta di <em>koiné</em> elegiaca, <em>suicentrica</em>, che populisticamente (di fronte a quale popolo, poi?) proclama di fondare la vitalità dell’arte poetica non già sulla tecnica e sulla materialità della scrittura, bensì sulla pretesa del poeta – ultrapostumo vate – di attingere direttamente a verità profonde, preferibilmente <em>semplici</em> o a volte insondabilmente oscure, ma comunque prive di ogni pur tenue capacità di spostamento delle attese, o anche solo di una minima <em>sorpresa</em> cognitiva o formale. Una <em>metafisica del poeta</em> (più che della <em>poesia</em>) che ha trovato nella generale celebrazione del tramonto delle neoavanguardie – fra gli anni Settanta e gli anni Novanta – un fecondissimo brodo di coltura. Bando dunque, per usare le parole di Enrico Testa, ad autori che si pongono entro gli angusti confini della «mitografia della figura dell’autore»<a name="testo3"></a> – confini entro cui calza intera una certa dimessa elegia del quotidiano, forma perniciosa di preterizione narcisistica.</p>
<p>La seconda categoria di esclusioni ha da fare con un fenomeno pur caratterizzante, e da non trascurarsi affatto in sede critica, della poesia degli ultimi dieci anni: il suo essere diffusamente fruita come <em>spettacolo</em>. Le letture pubbliche e i festival proliferano: e la gran parte dei poeti qui antologizzati – anche i meno simili dal punto di vista tecnico-formale – ha sviluppato negli anni un proprio convincente <em>stile</em> di lettura orale. Tuttavia, è opinione di chi scrive non solo – e questo è ovvio – che l’ascolto, per di più un ascolto unico, di un testo poetico non consenta al fruitore di accedere che a una minima porzione della sua ricchezza espressiva, bensì che anche la comunità critica sia stata in certi casi indotta a una sopravvalutazione di autori i cui testi hanno il proprio principale valore nel risultare particolarmente efficaci al primo ascolto. Alcune esclusioni di autrici e autori affezionati a quel veicolo forse sorprenderanno, ma sono sostenute dall’intenzione di ristabilire la primazia della lettura su pagina, o almeno il dovere di farne verifica: e altrettanta ferma è l’intenzione di contrastare l’opposto fenomeno per cui alcuni autori, di particolare successo nelle letture pubbliche, vengono poi erroneamente relegati a quel solo ambito – su tutti, è stato il caso di Sara Ventroni.</p>
<p>Epigonismo lirico e sopravvalutazione della performance, ecco i due primi criteri di esclusione. Cosa però accomuna positivamente i nostri autori? Per la gran parte o forse la totalità dei poeti qui antologizzati, può valere – come ipotesi generale e provvisoria, tutta ancora da precisare e verificare – il riferimento a una categoria molto utilizzata nell’ultimo decennio, quello di «poesia di ricerca». La definizione più compendiosa, ma anche la più estensiva, che io ne conosca è dovuta a Paolo Zublena, in «collaborazione» con Enrico Testa. Vale la pena citarla per esteso:</p>
<blockquote><p>Si pensi almeno, secondo quanto riconosciuto da una decisiva analisi di Enrico Testa, basata soprattutto su Viviani e De Angelis, agli elementi che seguono: 1) «segni pronominali di tipo anaforico destituiti di antecedenti […] e, in genere, forme deittiche […] riferite a enti non direttamente riconoscibili neanche nello svolgimento tematico del discorso successivo»; 2) «<em>incipit</em> stranianti che fanno del testo una sequenza poggiata su una sorta di vuoto linguistico»; 3) «slogatura dell’andamento discorsivo» (anomalie della focalizzazione, disgiunzioni incongrue, cambi di modalità enunciativa, cambio di locutore anche senza marche di discorso diretto); 4) «uso anomalo dei nomi propri di persona» (anche questo un caso di inscrutabilità della referenza)<a name="testo4"></a>.</p>
<p>[...] Si possono aggiungere: un frequente principio di esitazione che indebolisce i confini sintattici, costellando di indecidibili il processo di lettura (un nome può essere l’oggetto di un verbo che viene prima, ma anche il soggetto di un verbo che segue, ad esempio); il montaggio di segmenti testuali semanticamente estranei tra loro; il contraddire delle parentetiche; l’interruzione del discorso non più soltanto attraverso la reticenza formale retoricamente motivata, ma anche con un brusco e immotivato taglio. Si tratta di procedure che riducono la linearità del discorso e danno luogo non a una sparizione del senso, ma a una sua disseminazione, che revoca ulteriormente in dubbio il postulato di un soggetto unitario, resecando alla base l’ipotesi di un suo coerente «voler dire».</p>
<p>È anzi possibile ipotizzare che, <em>senza necessariamente occorrere tutti insieme</em>, questi tratti caratterizzino quella che con qualche approssimazione si può definire come poesia «di ricerca» rispetto al più o meno banale epigonismo coltivato da autori anche di valore (Gezzi e Maccari, per fare due esempi tra i più giovani), o alle occorrenze dello stile semplice dall’andamento più biografico-narrativo. In questa direzione, insomma, va registrata una prossimità di codice tra poeti anche molto diversi tra loro per ragioni tematiche o stilistiche: da Mesa a Ottonieri, fino a Raos, Giovenale, ma anche Calandrone o Bonito. Le basi extralinguistiche di queste configurazioni testuali restano per tutti la tendenza alla disidentificazione della soggettività espressa nel testo poetico, e insieme l’opacità e quasi la resistenza del referente-mondo a costituirsi in un senso lineare: orizzonte postlirico che si contrappone a un mai domo e anzi ritornante lirismo, la cui natura difensiva prevede anche il rifugio nelle certezze della sintassi e della testualità tradizionali.<a name="testo5"></a></p></blockquote>
<p>Si tratta dunque ancora, in buona sostanza, di una contrapposizione fra lirismo e antilirismo – che includerà però, nel nostro caso, come cercheremo in alcuni casi di dimostrare, tratti di un lirismo relativamente asoggettivo, caratterizzato da una dismissione di ogni tirannide epistemica dell’«autore reale»; o ancora forme autobiografiche ma sostanzialmente antiliriche. Rispetto dunque alla definizione di Zublena, saremo forse più liberali non già nell’estensione ma nell’intensione: non solo, nei nostri autori, i tratti citati non occorrono «necessariamente [...] tutti insieme», ma sostanziali divergenze limitano l’omogeneità di questo gruppo, cui dunque potremmo scherzosamente pensare come a un ampio centrosinistra della poesia italiana. (E si pensi a fenomeni di frangia, come l’aria di famiglia che potrebbe scorgersi fra certo Inglese – che pure si farebbe fatica a definire come il più tradizionale tra gli autori qui inclusi – e il pur apprezzabile ma, sono d’accordo, lirico-lirico Gezzi del recente <em>L’attimo dopo</em><a name="testo6"></a>). Tuttavia, le parentele non mancano. Autori di opzioni decisamente <em>brachilogiche</em> ed <em>ellittiche</em> sono Annovi, Biagini, l’ultima Frene, Giovenale, Marzaioli, Pugno, Sannelli, in certi casi anche Ventroni: un carattere dominante. Una tendenza invece quantitavamente eccedente, dall’ambizione ermeneutica più classica, può esser vista in Inglese, in specie il primo Inglese ma anche quello delle ultime <em>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato</em>, in Riviello o, ancora, nei testi più lunghi di Ventroni o nella prima Frene, ma anche, criptata in modi diversi, in Zaffarano o Bortolotti da un lato e in Calandrone dall’altra. All’opposto, le affinità autoattribuite – come per esempio all’interno del gruppo di lavoro e sito GAMMM, che comprende Bortolotti, Giovenale, Inglese e Zaffarano (e comprendeva Sannelli), oltre che i notevoli Alessandro Broggi e Andrea Raos, o della Camera Verde, gloriosa galleria, casa editrice e luogo d’incontro romana, il cui catalogo annovera, oltre ai cinque di GAMMM qui rappresentati, anche Marzaioli – non sono sempre, a un esame critico, le più convincenti.</p>
<p><em>Poesia fuori del sé</em>, fuori cioè del suicentrismo lirico – e anche fuori di quel surrogato avanguardista del sé cartesiano che, in un’ipotesi di Testa, sarebbe l’«enfasi sull’aspetto monumentale dell’opera, sui suoi tratti di immobilità e compiutezza»: enfasi che condurrebbe nel fronte della tradizione «alla sopravvalutazione del valore estetico o, nel caso dell’avanguardia, pragmatico del testo»<a name="testo7"></a>. Ma qualche parola va pure spesa per un fenomeno molto importante della poesia italiana recente: il suo multiplo uscire <em>fuori da sé</em>. Per due versi, infatti, si potrebbe parlare di «poesia fuori della poesia» come fenomeno di punta del decennio. In primo luogo, una maggioranza qualificata di poeti qui antologizzati pratica attivamente altre arti, portando queste loro dimensioni espressive a interagire fittamente con la testualità. Nella gran parte dei casi si tratta della fotografia (almeno Annovi, Bortolotti, Calandrone, Giovenale, Inglese, Marzaioli, Ventroni, Zaffarano, mentre Pugno ha collaborato strettamente con il fotografo Elio Mazzacane), ma annoveriamo forme installative (Biagini), musicali (Zaffarano), teatrali e cinematografiche (Calandrone, Inglese, Pugno, Sannelli), videoartistiche (Inglese), persino incisioni (Frene) e coreografie (Ventroni) eccetera eccetera. Questo aspetto merita di essere studiato a fondo e qui non ci limitiamo che ad annotarlo – rilevando anche come esso sia stato raccolto e incoraggiato, in un circolo virtuoso, da una delle collane più coraggiose della poesia italiana di questi anni, quella “fuoriformato” diretta da Andrea Cortellessa per Le Lettere di Firenze che ha ospitato le opere forse più importanti di Giovenale e Pugno e senz’altro la più importante di Ventroni.</p>
<p>Esiste un altro senso in cui la poesia è <em>uscita</em> fuori di sé. Si tratta della risorgenza della poesia in prosa, o meglio (i coinvolti tengono molto alla distinzione) della «prosa in prosa», titolo dell’altro “fuoriformato”<a name="testo8"></a> che ha avuto il merito di portare il fenomeno alla piena attenzione degli addetti. Non solo scrivono in prosa Bortolotti, Giovenale, Inglese e Zaffarano, ovvero i quattro dei sei autori di <em>Prosa in prosa</em> inclusi in questa antologia: ma lo fanno o lo hanno fatto anche Calandrone, autrice di interessanti prosimetri, Marzaioli, Riviello, Sannelli e in qualche misura Ventroni. Fra gli esperti del sottogenere, o del non-genere, ci si divide sull’appartenenza di questo alla prosa o alla poesia, ma a noi pare che, al di là di questioni nominalistiche, <em>queste</em> prose siano <em>poeticamente</em> apparentabili alla poesia. Ci soccorre in questa convinzione Paolo Giovannetti, il critico più esperto del genere, quando sostiene in apertura della sua introduzione a <em>Prosa in prosa</em>:</p>
<blockquote><p>In Francia o negli Stati Uniti, ma certo in molte altre parti dell’universo <em>global</em>, <em>Tecniche di basso livello</em> [l’ultimo libro di Bortolotti] e questo che state leggendo ora <em>sono libri di poesia</em>. Anzi, per dirla tutta e per prendere nettamente posizione: il volume di Bortolotti e questo che state leggendo ora <em>sono libri di poesia</em><a name="testo9"></a>.</p></blockquote>
<p>Per l’argomentazione tassonomica rimandiamo alla lettura di Giovannetti: qui basti ribadire come oggi, non solo in Italia, la scrittura di prose brevi e fortemente antinarrative sia un quasi monopolio dei poeti, anche per reazione, come ha intelligentemente notato Inglese, a una sorta di <em>claustrofobia</em> che il verso imporrebbe:</p>
<blockquote><p>Una buona parte degli autori che oggi in Francia e in Italia scelgono di scrivere poesia in prosa lo fanno per un’<em>insofferenza</em> nei confronti del verso e di ciò che esso implica in termini di automatismi stilistici, lessicali e persino tematici. A volte si constata un vero e proprio «disgusto» del verso, che ovviamente è conseguenza di una necessità di rottura nei confronti delle aspettative del genere nel loro insieme<a name="testo10"></a>.</p></blockquote>
<p>Esiste dunque un’obiettiva consonanza fra chi oggi pratica la <em>prose en prose</em> come naturale estensione o complemento della propria attività poetica e un autore come Bortolotti che ne fa l’unico mezzo espressivo: l’eccezione in questo caso conferma proverbialmente la regola; in questo senso, e forzando un po’, alla certezza con cui in alcune interviste Bortolotti si confessa prosatore, ci sentiamo di controbattere, con Giovannetti, che Bortolotti è un poeta e non lo sa.</p>
<p>Un’ultima nota metodologica. Abbiamo preferito limitare il numero di poeti a quelli che ci sono parsi strettamente necessari e preferito fornire di ciascuno un’ampia scelta, maggiore di quanto normalmente accada nelle antologie. Questa opzione ha ovvi vantaggi, ma comporta un rischio maggiore di omettere autori importanti. Del resto, il medesimo rischio vale per chiunque metta mano a un’antologia, qualunque sia il numero di poeti che decide di antologizzare, per un misterioso fenomeno di asintotica insufficienza. È il peccato originale di ogni antologia, si direbbe: la sua cattiva infinità. Precorrendo i tempi, dichiaro fin da subito i miei principali (non certo gli unici) dubbi: oltre ai poeti già citati in questo testo e nelle note, aggiungo qui Luigi Socci e Italo Testa. Come quelli, anche questi faranno di certo molto parlare di sé: fuori di sé, com’è ovvio.<em></em></p>
<h3><em>Note:</em></h3>
<p><a name="nota1"></a> <em>Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli</em>, a cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli, Paolo Zublena (luca sossella, 2005). Va notato che, in alcuni casi con notevole precocità, <em>Parola plurale</em> antologizzava cinque degli autori qui riproposti (in ordine alfabetico: Biagini, Frene, Giovenale, Inglese, Sannelli) e ne citava altri due (Pugno e Ventroni) fra gli esclusi per criteri di «soglia bibliografica». <a href="#testo1">⇑</a></p>
<p><a name="nota2"></a> Un criterio più ovvio, quello dell’esiguità delle opere edite, ha impedito l’inclusione di autori – in alcuni casi già noti per la loro attività critica o narrativa – che vanno seguiti con grande attenzione. È il caso di citare almeno Elisa Davoglio, Gilda Policastro, Luigi Severi. <a href="#testo2">⇑</a></p>
<p><a name="nota3"></a> E. Testa, <em>Antagonisti e trapassanti: soggetto e personaggi in poesia</em>, in <em>Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento</em>, Bulzoni, 1999, pp. 11-32: 12; cit. in P. Zublena, <em>Chiusure ospitali e altri paradigmi di disseminazione</em>, in <em>Nuovi poeti italiani</em> (a cura Eiusd.), fasc. monografico di «Nuova Corrente», n. 135, gennaio-giugno 2005, pp. 163-190: 169. Il numero contiene anche un importante saggio di G. Alfano e antologizza poeti italiani del decennio 1996-2005: in ordine di nascita Bonito, Zuccato, Lo Russo, Raimondi, Berisso, Gardini, Inglese, Frene, Raos, Giovenale, Biagini, Pugno, Fusco, Santi, Di Prima, De Alberti, Maccari, Gezzi. <a href="#testo3">⇑</a></p>
<p><a name="nota4"></a> E. Testa, <em>L’esigenza del libro</em>, in <em>La poesia italiana del Novecento. Modi e tecniche</em>, Pendragon, 2003, pp. 97-119: 114-118. <a href="#testo4">⇑</a></p>
<p><a name="nota5"></a> P. Zublena, <em>Come dissemina il senso la poesia di ricerca</em>, s.d., sul sito dell’Enciclopedia Treccani all’indirizzo <a title="Link Zublena" href="http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/poeti/zublena.html" target="_blank">http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/poeti/zublena.html</a>. Corsivo nostro. <a href="#testo5">⇑</a></p>
<p><a name="nota6"></a> M. Gezzi, <em>L’attimo dopo</em>, luca sossella, 2009. <a href="#testo6">⇑</a></p>
<p><a name="nota7"></a> E. Testa, <em>Antagonisti e trapassanti&#8230;</em>, cit., <em>ibidem</em>. <a href="#testo7">⇑</a></p>
<p><a name="nota8"></a> Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Michele Zaffarano, Andrea Raos, <em>Prosa in prosa</em>, Le Lettere, 2009. La definizione di «prosa in prosa» si deve allo scrittore francese Jean-Marie Gleize, che parla proprio di «uscite» dalla poesia (<em>Sorties</em>, Questions théoriques, 1999). <a href="#testo8">⇑</a></p>
<p><a name="nota9"></a> Paolo Giovannetti, <em>Dopo il sogno del ritmo. Installazioni prosastiche della poesia</em>, introduzione a <em>Prosa in prosa</em>, cit., pp. 5-17: 5. Da notare che l’autore della preziosa nota finale, Antonio Loreto, diverge tassonomicamente: si tratta per lui di prose. Andrea Inglese ascrive altrove queste prose alle «arti poetiche», termine costruito in analogia con le «arti visive». <a href="#testo9">⇑</a></p>
<p><a name="nota10"></a> A. Inglese, <em>Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia</em>, in «Trivio», n. 0, 2008, pp. 85-109: 85. <a href="#testo10">⇑</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/25/poesia-fuori-del-se-poesia-fuori-di-se/">Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé</a></p>
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		<title>Poeti degli anni zero all&#8217;Esc</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 13:30:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<strong>POETI DEGLI ANNI ZERO</strong>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: justify;">Venerdì <strong>25 febbraio</strong> 2011, alle <strong>ore 18:00</strong>, Walter <strong>Pedullà</strong>, Massimiliano <strong>Manganelli</strong>, Francesco <strong>Muzzioli</strong>, Tommaso <strong>Ottonieri</strong> e Vincenzo <strong>Ostuni</strong> presentano <em>Poeti degli anni Zero</em>, l&#8217;ultimo numero de <strong>L’ILLUMINISTA</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;Illuminista</em>, rivista di cultura contemporanea diretta da Walter Pedullà e pubblicata da <a title="edizioni ponte sisto" href="http://www.edizionipontesisto.it/catalogo-pontesisto.html" target="_blank">Edizioni Ponte Sisto</a>, dedica un numero monografico (anno X, n.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/poeti-degli-anni-zero-allesc-2/">Poeti degli anni zero all&#8217;Esc</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>POETI DEGLI ANNI ZERO</strong></h2>
<p style="text-align: left;"><img class="size-medium wp-image-38171 alignnone" title="poeti degli anni zero" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/copertina_ill_-213x300.jpg" alt="poeti degli anni zero" width="213" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Venerdì <strong>25 febbraio</strong> 2011, alle <strong>ore 18:00</strong>, Walter <strong>Pedullà</strong>, Massimiliano <strong>Manganelli</strong>, Francesco <strong>Muzzioli</strong>, Tommaso <strong>Ottonieri</strong> e Vincenzo <strong>Ostuni</strong> presentano <em>Poeti degli anni Zero</em>, l&#8217;ultimo numero de <strong>L’ILLUMINISTA</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;Illuminista</em>, rivista di cultura contemporanea diretta da Walter Pedullà e pubblicata da <a title="edizioni ponte sisto" href="http://www.edizionipontesisto.it/catalogo-pontesisto.html" target="_blank">Edizioni Ponte Sisto</a>, dedica un numero monografico (anno X, n. 30, febbraio 2011, pp. 352) alla poesia degli autori italiani apparsi nel primo decennio del 2000.<span id="more-38169"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;antologia, curata da Vincenzo Ostuni, contiene testi di Gian Maria Annovi, Elisa Biagini, Gherardo Bortolotti, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Giulio Marzaioli, Laura Pugno, Lidia Riviello, Massimo Sannelli, Sara Ventroni e Michele Zaffarano.</p>
<p style="text-align: justify;">La serata si terrà presso <strong><a title="esc atelier autogestito" href="http://www.escatelier.net/" target="_blank">Esc Atelier autogestito</a></strong> –  via dei Volsci 159 (San Lorenzo), Roma -, all&#8217;interno del progetto <a href="http://esc-argot.blogspot.com/">EscArgot / scrivere con lentezza</a>. Saranno presenti gli autori, con letture e interventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui, il reading su facebook: <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=187619891277971">http://www.facebook.com/event.php?eid=187619891277971</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/poeti-degli-anni-zero-allesc-2/">Poeti degli anni zero all&#8217;Esc</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sei autrici per margini, frontiere &#8211; anteprima Sud 11</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/08/w-le-donne-anteprima-sud-11/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 08 Mar 2008 08:20:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra D’Agostino]]></category>
		<category><![CDATA[Florinda Fusco]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanna Frene]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Pugno]]></category>
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		<category><![CDATA[maria grazia calandrone]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Pizzi]]></category>
		<category><![CDATA[rivista Sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/douanes.jpg' title='douanes.jpg'></a><br />
<strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>Il ciliegio quell’anno aveva un male nel corpo<br />
a fiorire, come<br />
se inclinasse una chioma innaturale<br />
verso un mondo che non vagliava<br />
le cavità del mondo (&#8230;)</p>
<p><strong>Alessandra D’Agostino</strong></p>
<p>dieci mattoni<br />
uno sopra l’altro<br />
stucco a farcire (&#8230;)</p>
<p><strong>Giovanna Frene</strong></p>
<p>«Il nervo scoperto della nostra virtù: la vita<br />
separata in due frammenti incoincidenti,<br />
la dignità del mondo attraversata<br />
come una scorciatoia» (&#8230;)</p>
<p><strong>Florinda Fusco</strong></p>
<p>conto le ossa                             adesso che sei quasi vicino</p>
<p>          dietro il vetro                       la mano spinge non arriva</p>
<p>il corpo piegato          a ricamare un bosco                con gli spilli (&#8230;)</p>
<p><strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>appunti di sorpassi da questo indietro<br />
da questo corriere dei piccoli permanenti<br />
vedere il mondo da indici di fagotti<br />
comunque la perdita senza la fronte querula<br />
starsene d’angolo in gola alla forca(&#8230;)</p>
<p><strong>Laura Pugno</strong></p>
<p>allatta<br />
una scimmia cucciolo<br />
dalla pelliccia d’oro,<br />
trova a terra<br />
il corpo di una scimmia grande<br />
scuoiato (&#8230;)<br />
</p>
<p><strong>Sei autrici per margini, frontiere &#8211; anteprima Sud 11</strong></p>
<p><strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>Contro l’esilio<br />
a M.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/08/w-le-donne-anteprima-sud-11/">Sei autrici per margini, frontiere &#8211; anteprima Sud 11</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/douanes.jpg' title='douanes.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/douanes.thumbnail.jpg' alt='douanes.jpg' /></a><br />
<strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>Il ciliegio quell’anno aveva un male nel corpo<br />
a fiorire, come<br />
se inclinasse una chioma innaturale<br />
verso un mondo che non vagliava<br />
le cavità del mondo (&#8230;)</p>
<p><strong>Alessandra D’Agostino</strong></p>
<p>dieci mattoni<br />
uno sopra l’altro<br />
stucco a farcire (&#8230;)</p>
<p><strong>Giovanna Frene</strong></p>
<p>«Il nervo scoperto della nostra virtù: la vita<br />
separata in due frammenti incoincidenti,<br />
la dignità del mondo attraversata<br />
come una scorciatoia» (&#8230;)</p>
<p><strong>Florinda Fusco</strong></p>
<p>conto le ossa                             adesso che sei quasi vicino</p>
<p>          dietro il vetro                       la mano spinge non arriva</p>
<p>il corpo piegato          a ricamare un bosco                con gli spilli (&#8230;)</p>
<p><strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>appunti di sorpassi da questo indietro<br />
da questo corriere dei piccoli permanenti<br />
vedere il mondo da indici di fagotti<br />
comunque la perdita senza la fronte querula<br />
starsene d’angolo in gola alla forca(&#8230;)</p>
<p><strong>Laura Pugno</strong></p>
<p>allatta<br />
una scimmia cucciolo<br />
dalla pelliccia d’oro,<br />
trova a terra<br />
il corpo di una scimmia grande<br />
scuoiato (&#8230;)<br />
<span id="more-5470"></span></p>
<p><strong>Sei autrici per margini, frontiere &#8211; anteprima Sud 11</strong></p>
<p><strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>Contro l’esilio<br />
a M. B.</p>
<p>Il ciliegio quell’anno aveva un male nel corpo<br />
a fiorire, come<br />
se inclinasse una chioma innaturale<br />
verso un mondo che non vagliava<br />
le cavità del mondo. Le donne<br />
si stringevano fasce intorno ai lombi<br />
vaporanti nell’alba meschina<br />
e perle<br />
serene sulla fronte, simili<br />
a beccate fugaci<br />
di migratori, cose che al sole<br />
svaniscono: una disfunzione, un singhiozzo<br />
appena percettibile di tutta la terra<br />
che dorme sotto il velo<br />
di ginestre precoci, sotto le ali.</p>
<p>Abitazioni estese lungo i fiumi, euforia chimica<br />
dai comignoli neri. L’industria colma di olio<br />
verdognolo le arterie. Le voci di Giovanna<br />
fanno silenzio<br />
mentre tocca il fiore con le mani<br />
e sta come<br />
la carne denudata nei tabernacoli.<br />
Sul nero sanguinante<br />
di quel corpo ricade<br />
il nevischio del volto<br />
e una profezia di rami in fiore. </p>
<p>Lui ha saltato la rete – eppure quella notte<br />
non si vedeva a un passo.<br />
Dopo diverse ore di cammino<br />
ha bussato alla casa dell’infanzia<br />
diceva solo mamma non è niente<br />
diceva mamma sono solo<br />
stanco, solo stanco.</p>
<p><strong>Alessandra D’Agostino</strong></p>
<p>da <em>Fuori serie</em></p>
<p>9<br />
dieci mattoni<br />
uno sopra l’altro<br />
stucco a farcire</p>
<p>12<br />
l’orlo dei tuoi denti bianchi<br />
aperti, spalancati<br />
mentre sopra parli, ridi, vieni</p>
<p>13<br />
appoggio indeciso<br />
estremità che corre in alto<br />
rifiutata dalla sicura base<br />
più scura in ombra</p>
<p>23<br />
la linea rossa giù in fondo che ti fermi a guardarla,<br />
fermando il passo sulla sabbia fresca del presera.<br />
Foto al tramonto di due anni fa.</p>
<p>8401</p>
<p>Bordi di cucito con sangue scuro</p>
<p>Non vuoi smettere</p>
<p>Non vuoi sentire</p>
<p><strong>Giovanna Frene</strong></p>
<p><em>Tre poesie</em></p>
<p>«Il nervo scoperto della nostra virtù: la vita<br />
separata in due frammenti incoincidenti,<br />
la dignità del mondo attraversata<br />
come una scorciatoia»</p>
<p>*</p>
<p>questo vetro alitato in una sola direzione che presto<br />
un colpo inferto dall’opposto infrangerà<br />
                           come un cielo stellato<br />
come aprirlo anche un solo momento<br />
senza che si rompa il diaframma salvifico?</p>
<p>non perché si è nelle cose<br />
si vive</p>
<p>ma per i segni del piombo</p>
<p>*</p>
<p>Li abbiamo perduti come luoghi-altri<br />
smarriti       il soggetto dei sogni notturni non è<br />
che la notte        ventre ampio dell’immemore oculare<br />
lì risiedono le vitree assenze della superficie come pavimento<br />
alla cavità mentale        tale è il luccichio del mosaico<br />
minimale che Ravenna somiglia alla colorata<br />
fanghiglia dell’illusione molle        collettiva<br />
ma l’astrazione singolare rigidamente innesca<br />
la mente verso metafore orlando di nero i bordi<br />
delle unghie      a forza di scavare nella memoria una storia<br />
inesistente   niente più altro esiste del presente se resiste<br />
all’impatto della notte<br />
                                    sventrato pavimento dell’assenza</p>
<p><strong>Florinda Fusco</strong></p>
<p>da <em>La signora con l’ermellino</em></p>
<p>0.1</p>
<p>conto le ossa                             adesso che sei quasi vicino</p>
<p>          dietro il vetro                       la mano spinge non arriva</p>
<p>il corpo piegato          a ricamare un bosco                con gli spilli</p>
<p>                               equilibrio a non pungersi</p>
<p>          crescono rughe sulla pelle     come radici, alberi</p>
<p>                   decapito passo passo le mie dita</p>
<p>                      la mia lingua     l’altra lingua</p>
<p>                             coperta di muschio<br />
                                fino alla gola</p>
<p>0.2</p>
<p>mettetemi un cielo nell’ombelico                               e vi donerò tutto il mio sonno</p>
<p>    le ossa intrecciate di fili di ferro                                       il peso della carne                </p>
<p>             premuto sulla terra                                      i capelli cresciuti di spilli                                  </p>
<p> osservate il corpo steso         i suoi impercettibili movimenti              il piede lieve di aria</p>
<p>                                      non aprirò la mia bocca di cemento              </p>
<p>                           per dirvi</p>
<p>                                   tornate più tardi, è sempre troppo presto</p>
<p>0.3</p>
<p>mi dissero che i morti                                           assistono alle cerimonie</p>
<p>               arrivano in punto                         sono sempre alle spalle                 </p>
<p>le donne hanno grandi cappelli                                                 e lunghi guanti blu</p>
<p>portano collane di grani bianchi                              intangibili come rosari</p>
<p>                                                            non si avverte il loro passo lieve</p>
<p>                                                                      non si sente il loro non odore tra gli invitati</p>
<p>                                                                non si vede il loro piede scalzo sul marmo</p>
<p>                                       i morti camminano sulla terra</p>
<p>si mischiano tra i capelli                 </p>
<p>                                                                                 scivolano lungo il collo, tra le<br />
                                                                             costole, nelle vene, fino alle unghie del piede</p>
<p>il giorno                                                                   si posano sulla patina dei piatti</p>
<p>                                                                                       o nel fondo dei bicchieri</p>
<p>                                              in silenzio li beviamo</p>
<p><strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>da <em>Declini</em> </p>
<p>3.<br />
appunti di sorpassi da questo indietro<br />
da questo corriere dei piccoli permanenti<br />
vedere il mondo da indici di fagotti<br />
comunque la perdita senza la fronte querula<br />
starsene d’angolo in gola alla forca<br />
4.<br />
un agguato e l’eremo è morente<br />
un furto e la casa si balbetta<br />
uno strattone e la foggia si straccia<br />
un punto in più o meno e l’abaco si spacca<br />
una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza<br />
un asilo e l’esilio dà viottoli di baci:<br />
le conseguenze del minimo maggiore<br />
5.<br />
la noia è la crosta del visibile<br />
il grembiulino afono del gregge<br />
apposta si va ai rituali al teatrino delle marionette<br />
per perdere un po’ di noia<br />
per scardinare le pozze del sangue<br />
per farne aureole vivaci<br />
6.<br />
una gerenza d’ascia questo boccone salso<br />
in crudo dorso rispettare il vento<br />
venuto su un livello di vendetta</p>
<p>9.<br />
un salottino di primi maghi quando si giocava<br />
e il vandalo elevato alla potenza era ben lontano<br />
e lo sfasciacarrozze del sangue era ben lontano<br />
in un manipolo di cespugli si giocava<br />
alla costanza del trenino all’acqua magica,<br />
con la penuria del dopo l’avvento di costringere<br />
frasette di commiato la stasi darsena<br />
seguita dall’attesa in frode d’ascia.<br />
10.<br />
e poi svolò l’aureola nel pozzo<br />
quale pianto di nenia a far di fato<br />
questo percosso schema della casa<br />
inutile a capirsi. il lesionante stipite del boia<br />
l’autunno nodo che ti prende il fiato.</p>
<p><strong>Laura Pugno</strong></p>
<p><em>amazonas</em><br />
<em>un ambiente</em></p>
<p>allatta<br />
una scimmia cucciolo<br />
dalla pelliccia d’oro,<br />
trova a terra<br />
il corpo di una scimmia grande<br />
scuoiato</p>
<p>senti che si muove come foglie o<br />
passi sulle foglie<br />
ha i seni fuori –</p>
<p>un nastro di uccelli fa moebius<br />
in alto e nel grigio –</p>
<p>poi mastica parola-cerbottana,<br />
uccide<br />
la scimmia<br />
lo guardi<br />
disteso su un intreccio<br />
che trasportano sollevano da terra</p>
<p>quelli che compaiono-scompaiono,<br />
che abitano la mente,<br />
non-contattati</p>
<p>non visto,<br />
così è che lo vedi<br />
per la prima volta<br />
da un intreccio</p>
<p>di rami e foglie contenenti acqua<br />
larghe, carnose-<br />
cave<br />
masticano a lungo la parola<br />
la carne di scimmia prima<br />
di metterla in bocca</p>
<p>ti troveranno,<br />
se cercano,<br />
se entrano tagliando<br />
non può durare,<br />
sono<br />
sparsi e<br />
accerchiati,<br />
nel folto<br />
lungo l’acqua fangosa<br />
mescolata con corpi,<br />
con foglie</p>
<p>di nuovo perdi i sensi<br />
e sei portato<br />
via perché ti salvino<br />
con questa profonda</p>
<p>capacità di scomparire</p>
<p><strong>Nota &#8211; <em>al margine</em>-</strong><br />
di<br />
<strong>Marca Giovenale</strong></p>
<p>Da tempo leggo / sento il lavoro delle autrici qui presentate. È la ragione che mi ha fatto chiedere a ciascuna di loro di misurarsi con un elemento che vedo (ma che fin qui non avevo ancora giudicato) costante nel loro percorso: frontiere, confini, margini. E la mia familiarità con i loro stili è stata – anche stavolta e come sempre – sfidata e felicemente spiazzata dai testi, alcuni inattesi, e dalla prontezza e sensibilità – nelle scelte e pagine – con cui hanno filtrato il suggerimento o meglio la suggestione offerta. L’idea, il tema musicale insomma. </p>
<p>Dalla polifonia su margini e frontiere per «Sud» – dalle voci di Maria Grazia Calandrone, Alessandra D’Agostino, Giovanna Frene, Florinda Fusco, Marina Pizzi, Laura Pugno – è percettibile una sorta di suono risultante, che non è però somma, o intonazione facile.</p>
<p>È semmai il suono della materia, di materie macerie, delle distonie che tuttavia si specchiano ed entrano in parola; è così la precisione della scocca positiva delle cose, del loro urto e frastaglio, chiamate nei versi, nella scriminatura fra bianco e scritto, fra taciuto e visto, in metro, tabulazioni, enjambements, tagli, rime, a-capo. Le cose chiamate esistono – doppie (per il sé/altro). È costante il dialogo in cui si dispongono con il loro proprio margine, che batte dando eco: ogni oggetto parla dal margine che esso stesso è a sé, che forma, accresce, affina.</p>
<p>La terra che «dorme sotto il velo» delle ginestre, di Maria Grazia Calandrone; le «cose che al sole / svaniscono». Poi la presenza umana, quindi il dolore: di chi bussa «alla casa dell’infanzia», nella stanchezza. Il tocco tutt’altro che semplicemente decadente del fiore/tabernacolo/carne. È poi il margine proprio oggettuale, secco e iperdefinito, delle presenze nei testi brevi di Alessandra D’Agostino: «mattoni», «stucco», «bordi di cucito con sangue scuro», una scolpita «sabbia fresca del presera». La memoria, non nominata, nomina. </p>
<p>In Giovanna Frene è la vita ad essere (ed essere detta) «separata in due frammenti incoincidenti». Non è pura tradizione di Novecento. Lo sguardo che il linguaggio di Frene cristallizza è tutto interno e diffratto nell’ambiguitas delle singole scelte lessicali, dei rapporti sottilissimi e complessi dell’architettura sintattica. </p>
<p>Florinda Fusco convoca «il peso della carne», la costante presenza del corpo. Ma anche dei «morti» che sono «sempre alle spalle» e «arrivano in punto»: ecco: i rappresentanti per antonomasia dell’assenza presenziano a ogni microrito dei presunti veri presenti, dei vivi, dei parlanti. I morti «scivolano lungo il collo», non sono ectoplasmi, ma altra materia, differenza. Si fanno realtà nei bicchieri: li beviamo. (Quasi – diresti – li vediamo). </p>
<p>Marina Pizzi vede invece la condanna delle cose e dei testimoni «in gola alla forca»: sono inchiodati nel male. In un non dimenticabile (e necessario-fuggevole) flickering tra «asilo» ed «esilio». (Come del resto è proprio l’esilio a risultare centrale nella poesia di Calandrone: fin dal titolo). Pizzi – nel momento in cui alla violenza delle ombre opache delle cose rivolge attenzione – non ne dimentica il tedio, l’accumulo, la vertigine di malinconia: «la noia è la crosta del visibile». (Forse: l’idea di un accumulo di nomi come accumulo di nemici è, delle sue poesie, la firma connotante, riconoscibile). In Laura Pugno «un nastro di uccelli fa moebius»: il confine, il margine, tutto materico anche qui, è però rovesciato su sé, giocato per piani di crisi, di vicenda inafferrabile. C’è allora paradosso (fondatore, in realtà, dell’idea di margine, limite): ci sono entità che «masticano a lungo la parola / la carne di scimmia prima / di metterla in bocca»: come un nastro di Moebius non ha inizio e fine né un sopra e un sotto, ma entrambi e nessuno, così la parola-carne è (paradossalmente appunto) masticata «prima» che sia messa in bocca. Letteralmente: (im)possibile. È il proprium della mente paesaggio. (Il nostro confine interno).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/08/w-le-donne-anteprima-sud-11/">Sei autrici per margini, frontiere &#8211; anteprima Sud 11</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Apr 2006 10:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Parte prima: Corpo, gelo, tempo, oggetti</em></p>
<p>di <strong>Marco Giovenale</strong></p>
<p>Il secondo termine del titolo scelto per questa piccola antologia di voci poetiche, ossia il termine indistinto e plurale “generazioni”, riceve da tempo e da più parti critiche severe. Sono giustificate, a parere di chi scrive.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/07/questioni-e-generazionialcuni-autori-nati-negli-anni-1968-77/">Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Parte prima: Corpo, gelo, tempo, oggetti</em></p>
<p>di <strong>Marco Giovenale</strong></p>
<p>Il secondo termine del titolo scelto per questa piccola antologia di voci poetiche, ossia il termine indistinto e plurale “generazioni”, riceve da tempo e da più parti critiche severe. Sono giustificate, a parere di chi scrive. Si parlerà qui di una generazione, meglio: quella dei nati nel decennio chiuso tra il 1968 e il 1977. Per due motivi: in primo luogo, perché alcune delle voci che ad essa appartengono, pur lette e studiate, meritano ulteriore approfondimento, attenzione e riscontro critico. E in secondo luogo perché può esser bene che il riscontro si svolga –  da parte dei critici che vorranno accogliere le proposte di lettura – intorno ad alcune questioni precise e ricorrenti che i nati in quell’arco di tempo sembrano porre senza mezzi termini ai lettori. Si viene così alla prima parte del titolo.<br />
<span id="more-1992"></span><br />
Se parlando della poesia scritta e letta dagli anni Settanta in avanti non sono rari gli accenni a una polverizzazione delle tematiche e delle forme, tale da non permettere di ricondurre i poeti pubblicati nell’ultimo quarto di secolo a contorni troppo minutamente precisabili, è altrettanto vero che per gli autori giovani, ossia per chi giusto in anni di polverizzazione<em> nasceva</em>, si può ora – con esattezza difendibile – parlare di elementi di identità, coesivi di temi e stili. Si possono intravedere anzi vedere somiglianze, tracciare isoipse nel paesaggio variabilissimo delle scritture.<br />
Tanto i poeti chiamati in causa quanto i due campi tematici attorno a cui vengono raggruppati meriteranno poi approfondimenti, che qui si sollecitano: anche per ampliare la serie dei nomi in gioco; e per una – del tutto sperabile – estensione dei temi e delle categorie di riferimento.</p>
<p>L’ipotesi avanzata consiste nell’individuare, nel/dal complesso delle voci, alcuni nodi tematici e formali comuni, tra i quali due possono essere per il momento evidenziati: quello relativo a una nuova scrittura antirealistica <em>fredda</em>; e quello di una poesia della <em>visibilità e dicibilità del mondo </em>(senza neorealismo, e senza astrazione).<br />
In questa prima sezione antologica si presentano alcuni testi degli autori del nodo che potrebbe essere intitolato <em>Corpo, gelo, tempo, oggetti </em>(come per l’occasione di <em>RomaPoesia 2005 </em>suggerivo). I poeti sono <strong>Gian Maria Annovi, Elisa Biagini, Alessandro Broggi, Giovanna Frene, Florinda Fusco, Vincenzo Ostuni, Laura Pugno, Massimo Sannelli</strong>.<br />
L’indicazione relativa al corpo, alla percezione del tempo e alla presenza (enigmatica) di oggetti e ambienti ‘raggelanti’ (dal lessico di nitore araldico dei testi di Sannelli, all’arredamento postmoderno ma severo nei versi di Biagini), circoscrive una parte consistente del lavoro degli autori. Senza dare ai termini “freddezza” o “gelo” un connotato negativo. Al contrario. Una costellazione di non pochi nomi solidi fa da radice: pensiamo alla scrittura metaforica-metamorfica di Valerio Magrelli; alle intermittenze di autoanalisi e riferimenti ipercolti di un autore come Giuliano Gramigna; al controllo assoluto del testo – anche nel muovere dichiarazioni ‘politiche’ e civili – attuato da Franco Buffoni; allo sguardo distaccato e tutto-denotativo che viene dai ritratti a penna di Valentino Zeichen, o dalla semplificazione del paesaggio in Giampiero Neri; ma pensiamo al vasto laboratorio di Amelia Rosselli, Nanni Cagnone, Giuliano Mesa (specie nei <em>Quattro quaderni</em>).</p>
<p>Negli autori che leggeremo qui, la scrittura si dimostra capace di semantizzare le aree fredde della sintassi, a volte le singole unità grammaticali, l’inusualità delle situazioni ‘fotografiche’ catturate. Da un lato un’impazienza o anarchia di fondo mette fra parentesi o abroga canali strettamente psicoanalitici come vie di lettura del disagio e della sofferenza. Dall’altro si direbbe che comunque a una modalità più latamente ma non ingenuamente analitica si debba una costante <em>ossessione dell’osservazione</em>: referto, scatto b/n da morgue, o accensione cromatica improvvisa, segmento di pellicola, <em>frame</em>, campo fisso. Ossessione che può nascere tanto da scelte e studio rigorosi, al limite dell’ascesi, quanto – per ossimoro – dall’incandescenza di storie individuali, oppressione, lutto. Dalle linee della misura (Ponge, Beckett, gli autori del segno) e da quelle indiscutibilmente debordanti (beat, Burroughs, Artaud): questo, dovendo elencare sommariamente filiazioni solo letterarie.</p>
<p>Ma è un errore: si dovrebbe semmai – o in parallelo – indagare in direzione di molta musica elettronica, della fotografia e degli oltraggi di Matthew Barney, di Nan Goldin, fino al gelo puro di Boltanski, agli interni ostili di Luisa Lambri, di Alessandra Tesi, ai set di David Lynch. C’è una prossimità spiccata fra le pagine di Biagini e quelle di Pugno e Fusco. È del tutto legittimo leggere <em>L’ospite</em>, di Biagini, il poemetto <em>Spostamento</em>, di Frene, o i racconti di <em>Sleepwalking</em>, di Pugno, avvertendo il medesimo ronzio albino ostile sottile e penetrante (necessario come un nuovo set di suoni, alte frequenze), che viene dagli spazi cavi limpidi – o ‘sparati’ in cybachrome – di Lambri e Tesi, aree modulate per inquietare, non per accogliere.</p>
<p>E ancora. I corpi e brani di corpi esposti nel freddo/bianco autoptico della pagina, come compaiono nella poesia di Annovi (“il cancro luminoso del tuo volto”), o le “marionette maltirate” di Ostuni, possono sì in un primo momento – e superficialmente – indurre il lettore a intravedere calchi espressionisti (Benn? <em>Cervelli</em>, o <em>Morgue</em>, certo). È però proprio avendo in mente intere costanti artistiche del Novecento – specie di area postmoderna – che si osserva come un nesso simile non possa funzionare del tutto, non sia esaustivo. (Nella stessa serie di testi compare in Annovi un “angelo nero di gommapiuma / &#8230; / miracolo forse in tuta / di latex”: la vita degli oggetti è del tardo Novecento, decisamente – come il verso conclusivo della poesia dimostra, con un sottile rimando alle “parole-trattino” di Magrelli). (E, in tema di espressionismo, cfr. l’introduzione di A.Cortellessa a Elisa Biagini, in <em>Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli</em>, Roma, Luca Sossella, 2005, p.1029)</p>
<p>Parlare di ossessione dell’osservazione non deve d’altro canto far perdere di vista una evidenza, legata alla qualità antirealistica e non (interamente) <em>rappresentazionale</em> delle opere. Il gelo deforma in vario modo le immagini: è una curvatura razionale ogni volta delusa e reimpostata, entro i parametri di una filosofia del linguaggio discussa pagina dopo pagina, in Ostuni; è una costruzione o percorso onirico di giustapposizioni e iterazioni di figure (vocaboli e animali e sfingi) in colori acidi da fumetto o clip post-human, in Laura Pugno; è uno spostamento di sguardo e desiderio e disgusto violentemente significato per “la datità, l’essenza delle cose, il sorso / bevuto all’orlo della sepoltura” in Frene (<em>Datità</em>); è una segmentazione e nuova formulazione dello spazio visto in minimi riquadri e gruppi sillabici, in Biagini; è al contrario, in Florinda Fusco, una corrente ampia interamente estroflessa di <em>linee</em> grafico-ritmiche sovraccariche delle immagini del corpo, all’incontro di voci di autori come Artaud, Rosselli, Pizarnik (di cui Fusco è traduttrice).</p>
<p>E ancora altro ma analogo tipo di freddo interviene nelle pagine di Sannelli e Broggi: razionale, non post-umano. (Simili i lavori di Paola Zallio, o di Giulio Marzaioli, entrambi pubblicati da Anterem, di Alessandro Di Prima, specie in <em>Atlante del padre</em>, edito da Book; o di Renata Morresi, riconducibile però all’area di scritture – tra impegno e ipercodifica/magma linguistico – di cui Rosaria Lo Russo è asse di riferimento).</p>
<p>Alessandro Broggi opera con riporti e cut-up, assemblaggi in prosa come in poesia, combinando stringhe di frasi limpide, addirittura comuni, fino a stagliare microracconti, o situazioni e installazioni anche solo linguistiche che funzionano, <em>girano</em>, proprio nel momento in cui paradossalmente sottraggono contesto e piena decodificabilità agli enunciati che le impalcano, o quando ne denunciano il vuoto. È una tecnica vicina a quella di altri tre autori che di molta sperimentazione degli anni Sessanta e Settanta sanno fare accortissimo uso: Carlo Dentali, Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti.</p>
<p>Della poesia di Massimo Sannelli sono fortemente percettibili le scansioni brevi, il ricorso a tutte le tecniche della spezzatura e dell’interruzione, laddove una figura di flusso sembrerebbe dominare invece tutto il suo lavoro: la <em>sequenza</em> (anche in accezione mistica). Il clic esplicativo sarà allora da rintracciare in un amore e pietas fontale che getta il linguaggio nell’umiltà di una nominazione mai intera del mondo: oscura, <em>clus</em>, per eccesso di luce (sia pure una luce – appunto – fredda per via di assoluta vigilanza e presenza di una lunga tradizione lirica: di radici mediolatine e romanze).</p>
<p>*</p>
<p><em>Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77</em>. Parte prima: Corpo, gelo, tempo, oggetti, saggio e antologia di autori in «Poesia», a. XIX, n. 202, febb. 2006, pp. 49-58</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/07/questioni-e-generazionialcuni-autori-nati-negli-anni-1968-77/">Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77</a></p>
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		<title>È in edicola</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2006 16:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>il <a href="http://www.poesia.it/Archivio/2006/somm_02_06.htm">n. 202 di “Poesia”</a> (Crocetti), con il primo di due articoli di Marco Giovenale dedicati ad alcuni autori nati negli anni 1968-77. Il secondo testo uscirà in marzo. In entrambi è proposta una sezione antologica.<br />
In questo numero di febbraio sono raccolti testi di Gian Maria Annovi, Elisa Biagini, Alessandro Broggi, Giovanna Frene, Florinda Fusco, Vincenzo Ostuni, Laura Pugno, Massimo Sannelli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/e-in-edicola/">È in edicola</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il <a href="http://www.poesia.it/Archivio/2006/somm_02_06.htm">n. 202 di “Poesia”</a> (Crocetti), con il primo di due articoli di Marco Giovenale dedicati ad alcuni autori nati negli anni 1968-77. Il secondo testo uscirà in marzo. In entrambi è proposta una sezione antologica.<br />
In questo numero di febbraio sono raccolti testi di Gian Maria Annovi, Elisa Biagini, Alessandro Broggi, Giovanna Frene, Florinda Fusco, Vincenzo Ostuni, Laura Pugno, Massimo Sannelli.</p>
<p>Il titolo dato a questo primo saggio e segmento antologico è legato al lavoro affrontato nel contesto di <a href="http://www.romapoesia.it/2005/ropo2005.htm">RomaPoesia 2005</a>: Corpo, gelo, tempo, oggetti. Si tratta di un intervento in buona parte indipendente da quella occasione di incontro, ma che a vari campi tematici e riflessioni e discorsi lì impostati fa riferimento.</p>
<p><em>[ M.G., Questioni e generazioni. Alcuni autori nati negli anni 1968-77. Prima parte: Corpo, gelo, tempo, oggetti, in “Poesia”, a. XIX, n. 202, febbraio 2006, pp. 49-58 ] </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/e-in-edicola/">È in edicola</a></p>
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