<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; Giovanni Carta</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/giovanni-carta/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>L’atterraggio del salone del libro a Roma</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/l%e2%80%99atterraggio-del-salone-del-libro-a-roma/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/l%e2%80%99atterraggio-del-salone-del-libro-a-roma/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 Jan 2005 23:11:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Carta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=857</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Carta</strong></p>
<p></p>
<p>Tutti i presenti hanno affermato che il salone del libro di Roma – quello che è stato denominato <em>Terza Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria </em>– toccando il suolo alle tre del pomeriggio, dopo un lungo volo da chissà dove, ha fatto <em>buc</em>!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/l%e2%80%99atterraggio-del-salone-del-libro-a-roma/">L’atterraggio del salone del libro a Roma</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Carta</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/scatolone.jpg" border="0" alt="scatolone.jpg" hspace="4" vspace="2" width="147" height="101" align="left" /></p>
<p>Tutti i presenti hanno affermato che il salone del libro di Roma – quello che è stato denominato <em>Terza Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria </em>– toccando il suolo alle tre del pomeriggio, dopo un lungo volo da chissà dove, ha fatto <em>buc</em>! Atterrato su uno slargo, uno a caso dei grandi spazi che lascia all’occhio il quartiere EUR, questi presenti poi altri non erano che il fioraio all’angolo, la guardia giurata e il passante.<br />
<span id="more-857"></span><br />
I tre uomini si sono guardati e non essendo romani, o meglio essendo romani da pochissimo, non hanno trovato una battuta colorita per esorcizzare l’avvenimento, e in silenzio hanno saputo solamente inarcare la bocca.<br />
Il primo ad avvicinarsi all’enorme scatolone di carta e cemento armato – saranno stati duecento metri per duecento per cinquanta di altezza – pare che sia stato il passante; non per chissà quale sprezzo del pericolo, quanto piuttosto perché il turno della guardia giurata davanti alla banca finisce da anni alle sei e mezza, e il fioraio anche lui non poteva lasciare il suo botteghino incustodito. Il passante in ogni caso è stato il primo. Ha rotto coi tacchi il silenzio che seguiva l’atterraggio e, arrivato a un passo, è stato lì in attesa. Questo passante bisogna figurarselo una personcina piuttosto elegante: scarpe di vernice con il tacchetto, abito scuro, e una bella cravatta blu: probabilmente uno sportivo in libera uscita o un commercialista.<br />
«Chiamo la polizia?» ha chiesto il fioraio, ricevendo immediatamente uno sguardo pieno di disprezzo da parte della guardia giurata. «Non lo dico per offendere, magari servono rinforzi».<br />
«Calma, calma» ha fatto poi la guardia, e abbassato il berretto sugli occhi ha fatto ricorso alla ricetrasmittente.<br />
Intanto il passante ha già percorso per intero uno dei lati dello scatolone e trovata una breccia in fondo, vicino allo spigolo, si è chinato a spiarne l’interno.<br />
«Ragazzo, per cortesia!» gli ha urlato dietro la guardia. Ha riposto la ricetrasmittente che tanto è solo un giocattolo, è una ricetrasmittente finta, e con una mano alla fondina e una rapida occhiata intorno, che non ci fosse pericolo per la sua banca, ha percorso a passo svelto lo spiazzo e raggiunto il passante all’apertura vicino allo spigolo. Si tratta di un piccolo squarcio prodotto dall’impatto della caduta, però chiaramente, viste le dimensioni colossali dello scatolone, è uno squarcetto largo un buon metro e mezzo.</p>
<p>Constatato che non c’era pericolo, la guardia giurata ha sfilato la pistola – che qui già non si dovrebbe sapere per non rovinare la <em>suspence</em> ma, visto che dalla parola <em>pistola</em> possono nascere degli equivoci o può essere diseducativo in qualche maniera guerrafondaia, specifichiamo subito che in pratica anche la pistola è un giocattolo – si è chinato e ha imbucato lo squarcio, facendo quel segno con la mano che vuol dire: “Seguimi!”. Quel gesto là era tanto che lo voleva fare. Molti anni prima aveva infatti colpito la sua fantasia di bambino davanti al televisore, e dopo la terza media lo aveva spinto a sostenere l’esame per guardie giurate.<br />
«Aspettatemi!» ha detto il fioraio, che a questo punto ha dovuto fare una bella corsa per raggiungerli prima che sparissero dal sole del primo pomeriggio. Un mazzo di viole del pensiero in mano, è scattato nella corsa gettando a terra le forbici. Al momento dell’atterraggio stava infatti il fioraio preparando, visto che quel giorno lì era particolarmente triste e meditabondo, un bel mazzolino di viole del pensiero, le sue preferite: non per qualche cliente particolare, ma per se stesso, perché gli andava di farlo, e siccome nella corsa gli era sembrato spreco buttarli, è entrato anche lui nello scatolone con fiori, grembiule e tutto.<br />
Dentro, ancora lo scatolone si sta assestando dopo l’impatto. Forti scricchiolii rimbombano come se gran parte della struttura fosse vuota, e al buio che segue sempre una caduta, i tre uomini avanzano tentoni in cerca dell’interruttore.</p>
<p>A trovarlo è stato il passante, che poi subito ha fatto una bella espressione che è piuttosto nota anche fuori Roma, e grosso modo vuole dire: “Ah, però…”.<br />
Il fioraio ha coperto gli occhi per la grande luce, e anche se il pericolo non era scampato definitivamente, la guardia ha riposto la pistola, lasciando però la mano poggiata sulla fondina: “Sempre pronti!” è infatti il motto della compagnia di guardie giurate per cui lavora dal settantuno.<br />
<em>La luce di diverse migliaia di lampadine da sessanta volt illuminava un larghissimo spazio quadrato vuoto, vuoto fino ad arrivare agli angoli e vuoto poi lungo gli angoli, a percorrerli con gli occhi in alto per un bel po’, prima di arrivare a un soffitto liscio e perfetto nonostante la caduta.</em> Gli scricchiolii intanto erano stati superati da un altro suono, un suono abbastanza noto alle orecchie di tutti gli uomini e di tutte le donne d’Italia, e quindi anche a quelle della guardia giurata, del fioraio e del passante: il suono che fanno i bambini dell’asilo quando, dopo la pennichella sulle sdraio schierate nel refettorio, alle cinque puntali del pomeriggio si svegliano tutti insieme per la merenda.<br />
«Vedi un po’» ha detto il fioraio, e nel dirlo un pochetto si rivolgeva ai suoi due compagni, ma per il resto parlava più che altro con se stesso, per dirsi che era davvero una bella meraviglia quella sotto i suoi occhi, una meraviglia che proprio non si aspettava in quel pomeriggio, tanto solitario e meditabondo fino a qualche attimo prima. E d’altronde il passante e la guardia giurata stavano ancora a cercare crepe sul soffitto, ad accertarsi che la situazione fosse totalmente sicura e il fioraio così è stato il primo a scoprire cosa veramente l’enorme scatolone conteneva.</p>
<p><strong>Un bel po’ del salone del libro infatti nell’atterraggio è sprofondato sotto terra </strong>e quello che il fioraio e le sue violette stanno guardando altro non è che <strong>il risveglio di tanti standisti-formichina, nell’intricatissimo labirinto che occupa la faccia più bassa della smisurata struttura.</strong><br />
La parola <em>standista</em> il nostro fioraio sicuramente non la conosceva, dato che non era mai entrato in uno scatolone fino a quel giorno, ma se avesse avuto un vocabolario avrebbe scoperto che proviene da un’altra parola: <em>stand</em>, che nel significato uno, quello che a noi serve di più, vuol dire <em>spazio riservato a ciascun espositore in una mostra o fiera</em>. Questa specie di standisti-extraterrestri erano dunque, per il nostro fioraio con le violette ma senza vocabolario, dei semplici ragazzi e delle semplici ragazze e anche dei vecchi, che in quel momento si stavano svegliando, in tutti i modi diversi di risveglio che uno può immaginare: <strong>chi con il sorriso, chi saltando in piedi pieno di energia, chi con il broncio, chi piangendo, e c’era pure un vecchietto forzuto che stava facendo le flessioni per scacciare il sonno più in fretta.</strong>«Tutto a posto, tutto sotto controllo, passo e chiudo» ha detto, facendo chiaramente finta, la guardia giurata, quindi ha spento definitivamente il suo walkie-talkie. Infatti non solo questi standisti non erano armati – l’unica pistola che fu avvistata altro non era che una pistola per lo scotch usata da una ragazzetta bionda per chiudere un pacco di libri – ma addirittura <strong>oltre alle armi nell’immenso dedalo di stand mancavano totalmente i rappresentanti dell’Essere Umano Adulto</strong>, intendendo per esso un uomo o una donna dai trenta ai sessant’anni di età.</p>
<p>Di giovani quanti ne vuoi, anche parecchi bambini, vestiti con le magliette colorate infilate nei pantaloni e le scarpe da skateboard; ragazzi di tutte le altezze e i colori di capelli, qualcuno perfino con le treccine o con la testa rasata, la maggior parte vestiti sullo sportivo ma anche diversi elegantini; ragazze figurarsi, magre grassotte con o senza orecchini sul naso ma tutte invariabilmente bellissime e sorridenti; di vecchietti e vecchiette poi un bel po’, riconoscibilissimi per i capelli bianchi lustri e ben pettinati… ma di adulti, nemmeno una scarpa.<br />
Il passante intanto aveva scovato lungo la parete una scaletta stretta per scendere al pian terreno e, senza aspettare i due compagni, già scivolava sul passamano verso il labirinto. Era un passante già grande, diciamo un pizzico adulto, per essere precisi però della guardia giurata coi suoi cinquant’anni poteva anche essere il figliolo, quindi bisogna anche aspettarselo che la guardia, già per la seconda volta dietro le sue mosse imprudenti, cominciasse a spazientirsi.<br />
«Oi ragazzo, stai cominciando a farmi girare…» si dice abbia detto la guardia; poi però, non senza un pizzico di sorriso d’approvazione, gli è corso dietro traballante sui suoi ottanta chili per un metro e sessanta.<br />
Il passante presto è atterrato su questo stand piccolino, quasi grande quanto uno sgabuzzino, dove un bambino con i suoi cinque anni di esperienza preparava una bella piramide di libri sulle civiltà antiche e ormai scomparse. Il bambino non ha pianto per niente quando poi la sua bellissima costruzione è andata all’aria anzi, cercando di interrompere gli inchini di scusa del passante, alla fine per farlo smettere gli ha regalato un bel libro di fumetti degli antichi Sumeri, un libro introvabile con traduzione a fronte dal cuneiforme, e con anche un bel numero di parolacce colorite che con il passare dei millenni erano andate perdute. Aiutato il bambino a rifare la sua piramide, il passante, la guardia e il fioraio si sono poi incamminati in fila indiana per gli stretti passaggi del labirinto.</p>
<p><strong>È facile guardare le cose dall’alto! La situazione vista dall’alto è sempre di una grande abbordabilità e non fa nessuna paura, ma una volta al livello del terreno </strong>il fioraio, la guardia giurata e il passante erano non proprio spaventati, ma diciamo un bel po’ timidi. Passare davanti agli stand ordinatissimi e ben preparati e colorati, con alte pile di libri di tutte le dimensioni, e davanti a queste facce poi degli standisti che li guardavano sorridenti e incuriositi… be’, diciamo che i tre uomini si sono messi un pochino di paura.<br />
Il passante poi, un po’ per gioco, un po’ per predisposizione allo sport, ha cominciato un passo veloce, un passo da marcia che presto si è trasformato in corsetta leggera, i suoi due amici appresso.<br />
Corri corri, la guardia giurata e il fioraio alla fine non riuscivano più a stargli dietro, il passante infatti ormai andava forte come un forsennato; a dirla tutta, dobbiamo confessare che la corsa del nostro passante non era neanche una corsa contenta, sembrava piuttosto la corsa di un Superman nei suoi vestiti borghesi che, anche se ce la mette tutta, non riesce proprio a trasformarsi e a prendere il volo.<br />
Il fioraio è stato il primo a perdersi. A perdersi proprio no, diciamo che dopo non molto si è stancato di andare dietro a quei due, e in più il mazzolino di violette si stava anche sciupando e al fioraio questo non sembrava davvero giusto: «Va bene le avventure!» pare che abbia detto, «ma cerchiamo di non perdere la testa!». <strong>Qualcuno allora gli ha prestato una seggiola morbida e ci si è seduto. Poi gli sono stati offerti dei dolcetti e una tisana e un vasetto d’acqua per i suoi fiori ed è stato solo dopo che si è riposato e ha mangiato fino a stancarsi che il fioraio ha tirato un sospiro di sollievo, e alla bella faccia paffuta che gli si è presentata davanti ha detto: «…ciao!».</strong><br />
Il passante intanto, gira e rigira, il labirinto se lo era fatto già un paio di volte. A un certo punto però lo stand davanti al quale passava più di frequente era questo stand di libri un pochino diversi, uno stand di libri allungati. Prima addirittura aveva pure pensato che i libri li vedesse solo lui allungati, per la velocità pazza della corsa; poi però provò a rallentare, e si accorse che gli strani libri di questo stand rimanevano lunghi. Quando poi si è fermato del tutto e si è incollato al bancone ricoperto di bei volumi effettivamente stretti e in più un bel po’ colorati, ha visto una signora magra, con moltissime rughe e dei bei capelli lunghi raccolti in una coda. <strong>Parlava e parlava la signora, un sacco di parole una dietro l’altra uscivano dalla sua bocca senza un senso preciso. Un urlo di spavento ogni tanto e anche il rumore che fa la tempesta quando spezza l’albero di una nave, anche se aveva gli occhiali sul naso non si capiva se stesse leggendo o rimuginasse qualcosa tra sé.</strong> Pare però che, appena si sono accorte della presenza del nuovo ascoltatore, le parole una sull’altra della donna alla fine abbiano preso un ordine, un ordine ben preciso.</p>
<p>E la nostra guardia? Dov’è finita la guardia che ormai non si vede più già da un po’? E vabbe’ che è pure una guardia un poco bassina e che la pistola e la ricetrasmittente sono solo giocattoli, però forse meriterebbe una maggiore attenzione dopo trentaquattro anni di servizio effettivo! La guardia era proprio stanca e alla fine si era allungata sotto un tavolo e si era pure addormentata, e ora che siamo tornati sta facendo un incubo dove non esistono più banche e nemmeno rapinatori, ma solo un terribile capo delle guardie giurate che obbliga tutti a correre, così che tutto il mondo, guardie e non guardie, si corre per forza e chi poi si ferma deve almeno camminare veloce.<br />
«Signore…»<br />
«Signore!»<br />
«Mister!»<br />
Al terzo richiamo la guardia si svegliò. Un ragazzo altissimo gli chiedeva di ascoltarlo e la guardia allora si impegnò, prese una sedia e afferrò le sue ginocchia nella posa più ricettiva che conosceva: «Qual è il problema?» fece, col mento all’insù.<br />
<strong>«Il problema è che nei libri non c’è abbastanza spazio!»</strong> disse il ragazzo altissimo, piegandosi verso l’ascoltatore e mostrandogli un’espressione sul viso abbastanza triste.<br />
Puoi capire la nostra guardia! Non vedeva un libro dalla terza media e dei libri sapeva solo due cose: che si vendono nelle librerie, vicino ai cd, e che si fanno con la cellulosa proveniente dagli alberi. In più però c’era un’altra cosa… un ricordo dopo anni e anni gli tornava in mente solo ora: una cosuccia di quando ancora vestiva i pantaloni corti che poi, dopo aver preso il diploma di scuola media, con la pistola e la ricetrasmittente giocattolo aveva trovato il modo di dimenticare.<br />
Torniamo ora però al passante, e alla sua signora che ormai lo aveva completamente incantato. Intanto che noi eravamo via lo ha portato in terre lontane, un po’ raccontando le storie che lei già aveva letto nella sua lunga vita e un po’ leggendo là, nel suo piccolo stand, in quel momento, solo per lui: quei suoi libri lunghi lunghi dalle bellissime copertine colorate. <strong>In appena dieci minuti la signora lo aveva guidato a bordo di navi affollate, tra i ghiacci del sud e nelle terre più sconosciute che uno può immaginare, piene di avventure e di uomini altissimi e coraggiosi dai grandi baffi bianchi. </strong>Figurarsi il passante – che tanto di lui e del suo passato non si sa, ma che almeno un’informazione ce la concediamo: non ha mai preso un traghetto neanche per andare all’isola d’Elba – figurarsi la faccia che ha fatto quando quella signora magra con le sue rughe, la voce profonda e il fumo delle mille sigarette che intanto si era accese, lo ha portato in quei posti così lontani! Si è allentato la cravatta, ha mollato di un buco la cintura e si è bevuto tutte quelle parole in fila. Poi, a un certo punto, ha fatto con gli angoli della bocca un’espressione incomprensibile all’intero genere umano, ma che nella strana lingua che in quei dieci minuti era nata tra lui e la signora fumatrice, non voleva dire altro che: <em>grazie!!! </em>, proprio così, con tre punti esclamativi. E all’improvviso, come era arrivato, si è alzato, ha preso i piedi e se n’è andato. Per conto suo, senza aspettare nessuno. Solo, una volta in cima alle scale, con un piede già di nuovo nello squarcio da cui ormai arrivava la luce di un lampione e il freschetto invernale, si è voltato, ha fatto un fischio alla guardia giurata e lo ha salutato con la mano prima di sparire.</p>
<p>Ma tanto anche la guardia aveva finito. Anzi, gli facevano pure male i piedi per il troppo camminare. Dopo avere ascoltato infatti il ragazzo altissimo per molti minuti, si era fatto tutti gli stand del labirinto: uno per uno, senza saltarne nemmeno mezzo. Aveva scambiato un bel po’ di chiacchiere con tutti, e ognuno gliene aveva raccontata una, ma nessuno standista aveva svegliato di nuovo la sua fantasia come il ragazzo altissimo, né di libri ne aveva comprati altri.<br />
Ora, la conversazione tra i due non la possiamo riportare per intero, perché è un po’ lunga e siamo quasi alla fine; il ragazzo altissimo poi ogni tanto si metteva anche a piangere, soprattutto all’inizio, poi scoppiava a urlare all’improvviso, e infatti una volta, per calmarlo, la guardia aveva anche sfilato la pistola ed esploso un finto colpo in aria. Il succo comunque era questo: <strong>nei libri non c’è mai spazio e la gente allora cosa deve fare? Li legge come se stesse guardando la televisione</strong>, così, “in modo passivo” si dice; legge legge e un po’ si diverte pure, e allora per qualche minuto crede anche di essere Robinson Crusoe o Peter Pan, ma dura poco, e chiuso il libro poi si dimentica la storia, si dimentica la fine e soprattutto l’inizio, e allora deve riprendere a occuparsi dei problemi che ha, come la scarpa slacciata o la moglie troppo bella. «Questo» ha detto a un certo punto il ragazzo altissimo, «a me ha fatto venire l’esaurimento nervoso. E siccome i problemi non mi piacciono e però sempre sui libri ventiquattrore non si può stare – gli unici che possono sono gli scrittori ma io non sono abbastanza bravo a scrivere l’italiano – mi è venuto un esaurimento nervoso doppio. Poi un giorno mi sono ricordato di quando ci facevano fare i temi a scuola: mezza pagina. Una metà per lo svolgimento e una metà lasciata alla professoressa per le correzioni. <strong>Allora mi sono inventato questa forma di libro che si chiama libro-bis.</strong> Metà pagina è tutta scritta: nel nostro stand abbiamo tutti i generi dei libri, cosa crede?: i polizieschi, i libri rosa, i libri per bambini, i libri del terrore…»<br />
«E l’altra metà?» ha chiesto la guardia.<br />
«L’altra metà è lasciata al lettore. <strong>Questo nuovo modo l’ho anche brevettato, e ho inventato una nuova parola, per la precisione un verbo: <em>scrileggere</em>. </strong>Piacere Francesco Arleo, casa editrice Beati i Secondi!» ha detto poi il ragazzo altissimo allungando la mano. La guardia allora, gli è tornato chiarissimo in mente che quando era a scuola, altro che pistola giocattolo!, altro che ricetrasmittenti! Allora sì, si combattevano le vere battaglie! C’erano sempre nei libri questi bambini-eroi che lottavano contro dei cattivi <em>davvero</em> pessimi! Poi però in terza media si era stancato di assistere alle loro avventure solitarie, cui non poteva mai partecipare, ma proprio mai, ed era andato a fare la guardia giurata. Subito allora la nostra guardia ha comprato un bel libro-bis, genere poliziesco. Gli era anche venuta una mezza idea di prendere un libro-bis anche per la moglie, un libro d’amore, ma capirai, non esageriamo con l’altruismo: quel libro di <em>guardie-e-ladri </em>se lo sarebbe tenuto imboscato nella valigetta degli attrezzi da guardia giurata e, di nascosto dalla moglie, davanti alla banca, con quelle ore dalle sette del mattino fino alle sei e mezzo di sera, aveva tutto il tempo per leggere. Nel cinturone poi, vicino alle manette finte, c’era anche un bella penna se non ricordava male, visto che non le aveva mai tolto il tappo da quando era in servizio. Nelle mezze-pagine vuote avrebbe partecipato finalmente anche lui alle avventure del libro, avrebbe disegnato le mappe per gli inseguimenti e chissà quante parole d’ordine per superare i passaggi segreti avrebbe inventato! Altro che pistole giocattolo dall’indomani!<br />
La nostra guardia, ora che l’abbiamo ritrovata, è così di questo umore allegro e comunicativo, come sempre capita quando si ha un bel segreto tutto per sé, e ha conosciuto tutti gli standisti del salone. Intanto però, a forza di camminare gli è venuto male ai piedi, che <strong>per le fiere, anche per le fiere del libro che atterrano all’improvviso, dopo un po’ viene l’ora che uno si stanca.</strong> Così a un certo punto ha preso la scala ed è uscito nella notte all’Eur.</p>
<p>Tutti i palazzi ora che è tardi sono un po’ illuminati e un po’ no, e le strade deserte e larghe come nei telefilm tedeschi che danno in televisione, quei polizieschi che le strade sono larghissime e le piazze sembra sempre di vedere la Russia in lontananza. Ma intanto, divagando divagando, la guardia aveva come l’impressione di essersi dimenticato qualcosa. Allora è corso alla banca a controllare che tutto fosse a posto. Fortunatamente, nessuna ruspa aveva sfondato le vetrine e nemmeno un bancomat si era inceppato: la luce verde dell’insegna brillava tranquilla sullo slargo, così anche la guardia giurata se n’è andata per i fatti suoi.<br />
E il fioraio? Dov’è finito il fioraio, che è già ora di cena? Intanto bisogna sapere che qualcuno, forse il passante, ha chiuso le serrande del suo chiosco, in modo che nessuno porti via i fiori e, in questo momento che anche la guardia è andata via, due ragazzini con delle bombolette spray stanno scrivendo qualche parolaccia rivolta a chi legge, parole che qui è meglio non riportare. E il fioraio allora, ora che ormai è tardi e la storia è già finita? Io lo so che fine ha fatto, ma non ve lo dico, perché certe cose non si raccontano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/l%e2%80%99atterraggio-del-salone-del-libro-a-roma/">L’atterraggio del salone del libro a Roma</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2004/11/20/settembre/' rel='bookmark' title='Settembre'>Settembre</a> <small>di Giovanni Carta Da Feltrinelli – quella grande, quella in...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/l%e2%80%99atterraggio-del-salone-del-libro-a-roma/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Settembre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/20/settembre/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/20/settembre/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 Nov 2004 23:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Carta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=731</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Carta</strong></p>
<p></p>
<p>Da Feltrinelli – quella grande, quella in galleria – a pochi passi dai libri di cucina ci sono un bel po’ di testi sul cinema. Non soltanto sceneggiature o noiosi saggi sul montaggio, ma anche biografie e bei libri patinati da sfogliare alla maniera delle riviste, di quelli con un sacco di foto di personaggi di celluloide, come si diceva una volta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/20/settembre/">Settembre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Carta</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Castagne1.JPG" alt="Castagne1.JPG" align="left" border="0" height="170" hspace="4" vspace="2" width="200" /></p>
<p>Da Feltrinelli – quella grande, quella in galleria – a pochi passi dai libri di cucina ci sono un bel po’ di testi sul cinema. Non soltanto sceneggiature o noiosi saggi sul montaggio, ma anche biografie e bei libri patinati da sfogliare alla maniera delle riviste, di quelli con un sacco di foto di personaggi di celluloide, come si diceva una volta. Sei appena entrato in libreria, e oggi non hai voglia di impantanarti in un romanzo, nei versi dell’ultima Plath: vuoi soltanto galleggiare per qualche minuto nel comodo pettegolezzo hollywoodiano, ancora stupito dal tepore del riscaldamento che, già nella terza settimana di settembre, fa di Feltrinelli un ottimo riparo ai primi freddi.<br />
<span id="more-731"></span><br />
Ma poi, per quella particolare malia caratteristica di alcune librerie, ti capita in mano un libro che proprio non ti aspettavi, qualcosa di nuovo dove pensavi di avere già stillato fino all’ultima goccia utile. Mondadori ha infatti appena pubblicato <strong>un altro di quei suoi libri dal dorso giallo, quelli che stanno comodamente nella tasca della giacca, da portare nella metro e aprire appena se ne ha l’occasione</strong>. Questa volta però si tratta di una lettura dal gusto di pasticcini, in perfetta corrispondenza con l’umore del pomeriggio, visto che dalla quarta di copertina Truman Capote guarda perplesso in bianco e nero: <em>Il duca nel suo dominio </em>s’intitola il volume.<br />
La vena fortunata dei ritratti dell’autore reso celebre al grande pubblico da <em>Colazione da Tiffany </em>e che si credeva esaurita con <em>Musica per camaleonti</em>, ci regala una nuova piccola pietra: un’intervista a Marlon Brando. È così per puro piacere che, senza nemmeno accorgermene, ho già raggiunto una poltrona e aperto il piccolo libro. Appena voltata la prima pagina però mi vibra il telefono, un numero sconosciuto. Non sono di quelle persone che danno il numero in giro, quindi l’imprevisto mi inquieta un poco; alla fine però quella stessa curiosità un po’ civettuola che anima il mio pomeriggio svagato mi obbliga a rispondere.<br />
Una voce flebile, quasi volontariamente delicata, mastica alcune parole incomprensibili, come si fosse appena svegliata da un lungo sonno, poi ride un po’, non senza imbarazzo. Presto mi accorgo che parla in inglese, senza tanti preamboli mi chiede cosa ho fatto oggi, se sono a Milano, ha un tono un po’ risentito. (Traduco perché anche se la mia conversazione in inglese è, come oggi erroneamente si dice, <em>fluente</em>, la sua trascrizione mi annoia terribilmente.)<br />
«…C’eri poi ieri sera? Io non ti ho visto, giuro che in mezzo a tutti questi italiani che mi giravano intorno non ti ho visto…» dice.<br />
Anche se ancora non riconosco questa persona – dalla voce non saprei neanche dire se si tratti di un uomo – mi viene in mente che in città solo nell’ultima settimana ci sono state almeno una decina di inaugurazioni di mostre d’arte contemporanea, prime a teatro, presentazioni di nuove collezioni di moda, di libri freschi per l’autunno, poi i dischi, di tutti i generi, per non parlare delle inaugurazioni di ristoranti, show room, locali notturni: settembre è decisamente <em>il mese </em>delle inaugurazioni, degli incontri.<br />
«S-sì, certo…» balbetto per non essere scortese. Spesso infatti mi capita che qualche amico – vecchio, acquisito, di seconda mano, occasionale o di un passato ormai andato – all’improvviso raggiunga quel gradino di notorietà che gli permette di esporre in una galleria di periferia, o di presentare un libro in un caffè da quattro soldi o un <em>nuovo</em> disco di blues. È questo un genere di amici solitamente piuttosto suscettibile. Essi infatti, quando ancora non si sono stancati di quel campo paludoso che è la quasi-notorietà per tornare al sicuro impiego a scuola o in biblioteca, fanno le bizze se solo ti accorgi con un minuto di ritardo della loro opera prima, così inevitabilmente pronta a innovare, distruggere il passato, stupire.<br />
«I miei complimenti,» continuo, «… davvero» mentre cerco di intuire chi accidenti stia parlando all’altro capo, come si usava dire quando tutto era più comodo e i telefoni avevano i fili.<br />
«Complimenti? Ma se mi hanno fatto in tanti pezzi. Non bastavano i pezzi di me che portavo in giro negli anni ottanta… Quand’è che sono stato a Milano l’ultima volta? Quand’era? L’ottantanove?»<br />
Ecco, già il campo si restringe: niente teatro, perché quelli della scuola di teatro sono tutti troppo giovani. Mi rimangono un paio di scrittori, qualche pittore e la moda; per i locali e i negozi, chi si brucia a Milano poi difficilmente ci torna: fuori anche quelli. Intanto la faccenda però già mi annoia, così sfoglio ancora qualche pagina del libro di Capote: l’intervista si è svolta in Giappone nel cinquantasei, Marlon iniziava ad avere una notorietà spaventosa. Capote, dopo i convenevoli blocca un monologo di un Brando subito borioso per chiedergli come si è rotto il naso, acquisendo poi quel profilo imperfetto così decisivo per la sua carriera — <strong>«Ma sono io che ho chiamato, o sei tu?» mi interrompe la voce al telefono.</strong><br />
A questo punto non so cosa rispondere, confesso che la cosa prende a disturbarmi un poco: «Comunque sì, mancava di unità, insomma,» sbotto. «Da te oggi mi aspettavo qualcosa di più, come dire, finito, chiuso… Unitario ecco, soprattutto dopo tutti questi anni». È <em>evidente</em> che non so assolutamente di cosa di tratti, non ho alcuna idea di dove mi sto impelagando ma ho deciso di procurarmi un minimo di piacere, un piccolo risarcimento dallo sconosciuto che disturba la mia lettura.<br />
«Ma no…» risponde il mio inaspettato amico. «È stata proprio un’idea dei curatori, ed è appunto questo che mi scoccia. È la fissazione di tutti oggi, anche di mister Rampello, quella di comprendere diverse prospettive, diversi materiali, di partire dai pezzi…: “molteplicità disciplinare come specchio della realtà contemporanea” dice lui, come se io potessi raggiungerla questa realtà poi…»<br />
Mister Rampello dovrebbe essere Davide Rampello, che mi pare sia uno che si occupa di un museo o di qualcosa del genere, non ricordo bene. In ogni caso non mi vanno tanto le arie che si dà l’amico e nemmeno la piega che sta prendendo la conversazione, così taglio corto con un luogo comune per arrivare più in fretta ai saluti: «Oggi però sono queste le uniche cose che possiamo guardare: le parti, le parti di un corpo, le parti di un messaggio, ormai l’idea dell’uno è tramontata. Vabbè, comunque ora» — <strong>«Io invece sono il nulla, così ha detto qualcuno un giorno,» mi interrompe lui, «il Nulla in Persona…»</strong>Il mio interlocutore non può che essere un pittore metafisico o un filosofo. Parla troppo in astratto per essere uno scrittore anche se decisamente un <em>vero </em>pittore non blatera tanto. A pensarci bene però, anche se è un po’ pessimista non si può negare, ne ha detta una buona.<br />
«Comunque,» continua, «c’è una altra cosa da dire». Il suo tono si fa all’improvviso allegro, perdendo quella delicata noncuranza. Potrei definirlo quasi entusiasta, seppure in un certo modo sordo, asettico: «Guarda, ‘niente’ è eccitante, ‘niente’ è sexy, ‘niente’ non è imbarazzante. L’unica volta che voglio essere qualcosa è di essere fuori da una festa, così posso entrarci! Insomma cosa fai stasera?»<br />
Chiudo definitivamente il libro di Capote e lo caccio nella tasca della giacca, quindi stacco il telefono dall’orecchio e leggo sul display che ormai stiamo parlando da undici minuti. Non è un’informazione importante, ma il dubbio che questa ultima affermazione del nuovo amico mi ha fatto venire in mente circa la sua identità mi ha costretto a una distrazione.<br />
«Allora? Sei mancato, ieri, all’inaugurazione, ormai l’ho capito sai… Ma almeno al party ti farai vedere spero… Mi sembra di essere tornato nei Cinquanta, quando ti correvo dietro come un adolescente dietro il suo <em>Idol</em>, e tu non facevi che sbattermi la porta in faccia…»<br />
Infilo la mano nella tasca e tasto il libricino nuovo, la quarta di copertina, liscia, con quell’istantanea decisamente bella di Capote. È arrivato il momento di capire cosa diavolo succede al mio telefono, quindi mi alzo e cerco di raggiungere il settore Arte della libreria.<br />
«Ma-no… Solo, non mi sento mica tanto bene…» confesso.<br />
«Non me ne parlare,» dice rassegnato, mentre io cerco di raccapezzarmi tra i labirinti del settore filosofia, dove la Feltrinelli finisce in un gorgo senza uscita.<br />
«Stamattina mi sono alzato,» continua «…e il brufolo di ieri sera si era spostato dal mento alla punta del naso. Allora ho iniziato un gioco, un gioco vecchio: il gioco di ritrovarmi, ricordi? Te ne ho già parlato. <strong>Ho coperto il brufolo col dito e controllato se il resto, se tutto il resto che mi restituiva lo specchio ero sempre io».</strong>«E… insomma? Che ti ha detto il tuo specchio?» chiedo con il fiato rotto dal passo rapido, superando la sezione storico-politica della libreria.<br />
«Lo specchio ha detto il languore annoiato, il pallore sprecato… il freak chic, lo stupore fondamentalmente passivo, la gioia di cinz, la maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo, l’ingenuità bambina, l’ingenuità al chewing-gum…»<br />
Raggiunti gli scaffali del settore Arte, mi avvento sulle colonne di libri e dopo una breve ricerca trovo, ancora avvolti dalla pellicola, i cataloghi di una personale decisamente importante appena arrivata in città.<br />
Al momento non so dire se prima di lasciare la galleria Vittorio Emanuele, scendere le scale, passare prima tra dischi per poi arrivare in libreria, ho mangiato qualcosa. Certe cose di questo strano pomeriggio cominciano a traballare. Così non so se si tratti di un calo improvviso di zuccheri o di un accesso di vera e propria fame, ma le gambe un po’ mi vengono a mancare mentre strappo via il cellophane e passo il palmo della mano sulle quattro splendide Marilyn, ripetute sulla copertina del catalogo. Così colorate, così splendidamente truccate.<br />
<strong>«…Il fascino che alligna nella disperazione,» continua la voce, «la trascuratezza narcisa, la perfetta diversità, l’inafferrabilità, l’ombrosa voyeuristica aura vagamente sinistra, la pallida pelle di albino. Incartapecorita. Rettile. Quasi blu. Gli occhi a spillo. Le orecchie a banana. Le labbra che tendono al grigio, gli arruffati capelli bianco argento, soffici e metallici…»</strong>Fortunatamente si è liberato un divanetto e posso sedermi. Certo, non ho nessuna sicurezza sulla vera identità dell’amico che parla inglese. Può essere un George Smith qualunque che ha solo sbagliato numero, ma mentre apro il grosso catalogo sulle ginocchia mi sento prendere da una strana nostalgia: «Si… Si può essere fedeli ad un posto, a una cosa quanto lo si è a una persona…» mi accorgo di aver appena detto, «un posto può farti veramente venire il batticuore…» — «Specialmente se devi prendere l’aereo per arrivarci!» Dice lui prima di erompere in una risata infantile, gioiosa.<br />
«Nostalgia,» fa poi, tornando a quella sua asettica noncuranza che ora alle mie orecchie arriva piacevolmente accogliente, quasi fossimo quegli amici per davvero, come forse il mio telefono questo pomeriggio si è inventato. «Ricordi quando mi dicesti che alcuni tipi di sesso sono totali, complete manifestazioni di nostalgia? Credo che sia vero, ho deciso. Altri tipi di sesso contengono nostalgia in diverse quantità, da un minimo a un massimo, ma credo che si possa certamente dire che gran parte del sesso implica una qualche forma di nostalgia per qualcosa. Il sesso è la nostalgia di quando lo desideravi, qualche volta. <strong>Il sesso, in definitiva, è la nostalgia del sesso</strong>».<br />
Intanto, sulle pagine del catalogo scorrono i ritratti tanto celebri, immagini di sesso attuale, di sesso sublimato, ripetuto. Da oggetti dello sguardo si trasformano in soggetti, diventano transitivi; sono loro a fotografare me spettatore, e a lasciarmi con il mio amore per quei colori, per quegli sguardi malinconici, così inevitabilmente solo: «Che hai fatto poi stamattina?» chiedo senza pensare, completamente frastornato.<br />
«O, niente di che… Ho fatto un bagno, un bagno <em>rilassante</em>. Proprio come una segretaria» ride, stavolta più malinconico. «Una segretaria che ha appena scalciato via i suoi tacchetti da segretaria e sfilato l’orribile tailleur color di topo! Essere puliti è importante sai, è così importante!» dice. «Le persone veramente pulite sono le vere bellezze. Non importa cosa indossino o con chi siano o quanto costino i loro vestiti o quanto è perfetto il loro trucco: se non sono pulite, non sono belle. La persona più comune e priva di fascino nel mondo può sempre essere bella se è pulita…» — «Diana Vreeland,» lo interrompo, «che è stata direttore di Vogue per dieci anni, era una delle donne più belle del mondo perché non aveva paura di nessuno e faceva ciò che voleva, ma soprattutto perché era molto pulita. Hai ragione, era questa la base della sua bellezza…»<br />
«Già…» dice lui, come se avesse già sentito questa mia affermazione – che chissà da dove mi è arrivata alle labbra, visto che non ricordo di aver visto da nessuna parte nemmeno una foto di questa Vreeland – «…E dire che durante gli anni Sessanta pareva che molti dei miei conoscenti pensassero che l’odore delle ascelle fosse attraente,» continua lui. «Pareva che non indossassero mai nulla di lavabile. Doveva sempre essere tutto pulito a secco: il satin, gli specchietti sui vestiti, il velluto. Il problema era che non venivano mai puliti, neanche a secco, ricordi? Ed è stato ancora peggio quando hanno cominciato tutti a portare indumenti di pelle e di cuoio, e quelli veramente non venivano puliti. Ammetto di aver portato anch’io calzoni di pelle e di cuoio per un breve periodo: non ci si sente mai puliti ed <strong>è comunque da degenerati indossare pelli d’animale, a meno che non serva a stare caldi</strong>. Così sono tornato ai blue jeans, dopo quel periodo degenerato. Con gran felicità. I blue jeans sono in fondo la cosa più pulita che ci si possa mettere addosso, perché è nella loro natura di essere lavati molto. E sono così americani nella loro essenza!»<br />
Una ragazzina si siede accanto a me. Ha in mano un grosso libro di fotografie di paesaggi e per un attimo mi guarda, poi sorride divertita e comincia a sfogliare il suo libro. Quasi mi viene voglia di passarle il telefono, come per dividere con lei tutta questa storia incredibile. Ma poi invece faccio: «Hai… Hai ancora la stessa idea di bellezza», facendomi piccolo come una formica, davanti alla foto sul catalogo di un bellissimo Elvis argento che mi punta la pistola.<br />
«Abbiamo tutti un diverso senso della bellezza,» risponde lui con tono annoiato. <strong>«Quando vedo della gente portare dei vestiti tremendi, che gli stanno male addosso, cerco di immaginarmeli al momento dell’acquisto che pensano: ‘Questo è stupendo. Mi piace. Lo prendo.’</strong> Non riesci a immaginarti che cosa non abbia funzionato nella loro testa per arrivare a comprare quelle braghe marroncine di crêpe di poliestere o quella maglietta acrilica a giro collo con la scritta ‘Miami’ fatta con i brillantini. Ti viene da chiederti che cosa avrebbero rifiutato come non bello: una maglietta acrilica con la scritta ‘Chicago?’»<br />
Ora sono io a ridere. Ormai sono arrivato alle pagine centrali del catalogo, con i ritratti di Armani e Valentino: «Sei piuttosto famoso ora a Milano…» dico.<br />
«Fino a poco tempo fa non ero nessuno in Italia…» — «Oddio, è passato del tempo…» mi sorprendo a dire con noncuranza.<br />
«Già… Forse anche tu hai un po’ di ragione… Fatto sta che Allora (va bene Allora?) in Italia non erano nemmeno in grado di scrivere correttamente il mio nome. Poi L’Uomo Vogue ha scoperto come si scriveva il mio nome da una delle nostre superstar che andava con uno dei loro fotografi: discorsi da letto mi sa, ma comunque egli rivelò il modo corretto di scrivere il mio nome a ‘L’Uomo’ e poi diffuse i titoli dei miei film e le foto dei miei quadri e ora in Italia sono diventato una mania.»<br />
Sfoglio le foto dei party, tutta la bella gente che frequentava se stessa e gli <em>altri</em> nei Sessanta, nei Settanta, negli Ottanta: «Cosa mi dici di Milano, anzi no, domanda banale, cosa pensi della città?»<br />
«Non ci penso, non ci voglio pensare. So solo per esperienza che preferisco lo spazio della città a quello della campagna, dovresti saperlo&#8230; Mi piace l’idea di essere in campagna, ma quando ci arrivo mi torna in mente che:<br />
<strong>Mi piace passeggiare ma non ci riesco<br />
Mi piace nuotare ma non ci riesco<br />
Mi piace stare al sole ma non ci riesco<br />
Mi piace annusare i fiori ma non ci riesco<br />
Mi piace  giocare a tennis ma non ci riesco<br />
Mi piace fare sci d’acqua ma non ci riesco</strong>La lista potrebbe andare avanti, ma ho reso l’idea, e la ragione per cui ‘non ci riesco’ è semplicemente perché <em>non sono il tipo</em>. Non puoi fare le cose se non sei il tipo. Puoi <em>dire le cose </em>anche se non sei il tipo, ma non puoi <em>fare le cose </em>se non sei il tipo. È una brutta cosa…»<br />
«E in campagna non ci sono larghi marciapiedi da passeggiarci sopra…» A questo punto chiudo il catalogo e lo impilo in cima agli altri. A parlare in questo modo mi è venuta voglia di passeggiare per la galleria affollata, per i marciapiedi di via Torino…<br />
«E poi la metropolitana… Dovremmo sempre andare tutti nelle metropolitane affollate. Di solito, quando la gente prende la metropolitana è molto stanca, e così non può cantare o ballare, ma credo che se potesse cantare o ballare nella metropolitana, la troverebbe un’esperienza veramente piacevole. I ragazzi che di notte dipingono graffiti sui vagoni della metropolitana hanno imparato a riciclare molto bene lo spazio della città…»<br />
Mentre passo per l’uscita della libreria accade però una cosa imbarazzante. Una di quelle terribili colonnine animate messe a sentinella accanto alle scale scoppia a squillare e io – imbarazzatissimo! – mi frugo la giacca e cerco di far capire alla guardia in divisa che ho infilato il libro di Truman Capote in tasca inavvertitamente. La guardia chiaramente non ne vuole sapere.<br />
«Cos’è tutto questo baccano?» chiede lui. «Ti è successo qualcosa? Ti hanno ferito? È un’ambulanza quella sirena?»<br />
Mentre cerco di rassicurarlo passo per la cassiera, che fortunatamente conosco. Mentre pago il libro, lei garantisce per me con la guardia, così sembra che il malinteso abbia termine. Solo allora la guardia mi lascia il braccio, anche se mentre salgo le scale sento sulla nuca il suo sguardo diffidente e risentito per non aver potuto fare di più.<br />
«… I ragazzi che di notte dipingono graffiti sui vagoni…» riprende, facilmente rassicurato dai miei <em>Niente niente, continua</em>, «… Tornano nella metropolitana di notte, quando i vagoni sono vuoti, ed è allora che possono cantare e ballare a modo loro nella metropolitana. La metropolitana di notte è un grande palazzo tutto per te. A furia di parlare mi sta venendo una fame…»<br />
Di nuovo all’aperto, la folla della galleria mi prende con sé e io, ancora scosso dalla figuraccia con la guardia, mi lascio condurre verso la piazza.<br />
«Ma accidenti, forse questa sta diventando un’intervista, un’intervista per il nuovo numero della rivista… Pronto? Mi senti? Io non ti sento più tanto bene…» continua. «Sai che non mi piacciono poi più tanto le interviste,» sbotta poi. «La gente dice che tento di plasmare i media quando fornisco contemporaneamente ai giornali storie diverse sulla mia vita,» dice. <strong>«A me piaceva dare informazioni diverse a diverse riviste perché era come mettere un segnale per rintracciare dove prende informazioni la gente. In questo modo, quando incontravo qualcuno, potevo sempre dire che giornali e riviste leggeva dalle cose che riportava come mie.</strong> A volte tornano indietro, dopo anni e anni, buffi stralci di interviste, come quella volta che un giornalista mi ha detto: ‘Lei ha asserito che Lefrak City è il più bel posto del mondo’, ed io ho capito subito che aveva letto Architectural Form. Ma poi, la cosa più importante, e la vera ragione apparente per cui abbiamo iniziato questa comunicazione strana con le sirene e tu che sei così imbarazzato, timido… Insomma cosa fai poi stasera? Passi a prendermi e poi andiamo assieme al party?»<br />
«Il party! Certo che ci vengo al party! Dimmi in quale albergo alloggi,» chiedo entusiasta e dopo aver sfilato il libro di Capote, preso da un’improvvisa euforia infantile, cerco di imitarne le fattezze sulla quarta di copertina: la posa obliqua, lo sguardo così distaccato.<br />
«Hai da scrivere? Ma mi senti? Io non ti sento quasi più…»<br />
Pesco dalla tasca una biro e vado all’ultima pagina, quella bianca: «Detta pure».<br />
«Oddio, ti posso chiedere un favore?» fa poi lui all’improvviso. «Non è che mi porteresti dei dolci? A parlare mi è venuta una fame… Dei gianduiotti magari, prendili da qualche parte. Ci sono a Milano i gianduiotti? O forse però si possono trovare solo a Torino —<br />
La conversazione a questo punto si interrompe.<br />
Guardo sul display. Il telefono non si è spento. Uno di noi due ha riattaccato. Forse pigiando inavvertitamente un tasto o che ne so uno di noi ha riattaccato. Allora non posso che fermarmi, a pochi passi dalla bocca della metro, con ora nelle orecchie una strana malinconia e la biro in mano che ancora non ha scritto niente.<br />
Alla fine mi decido a chiudere il libro e lo infilo assieme alla penna di nuovo in tasca, come un bambino cui è finito troppo presto il Natale, quindi mi avvio senza una meta per i portici, verso San Babila.<br />
Difficilmente capita di trovare per le strade di Milano le vetrine imbandite dei Caffè storici, che a Torino sono la prima attrattiva turistica. Quei vassoi di cioccolatini di ogni dimensione: dalle praline colorate, ai finti arnesi da fabbro che il cacao rende <em>realmente</em> arrugginiti. Poi sì, i gianduiotti, quelli artigianali, così imperfetti e unici: uno diverso dall’altro, mi sento dire con già quel loro sapore morbido in bocca, mentre passo davanti alla misera vetrina di un bar coi suoi tramezzini.<br />
«Guarda! Vendono le castagne!» dice poi con allegria una ragazza passandomi accanto. Tira su il bavero del cappotto e sparisce alle mie spalle.<br />
In effetti è vero, penso guardandomi intorno alla ricerca dei carretti dei venditori di castagne. Ormai è quasi arrivata la sera. La gente si affretta e sorride ai primi lampioni, come presa da una innaturale euforia: gli uffici e le scuole hanno chiuso da poco e si può passeggiare, ancora non fa tanto freddo. A braccetto di qualcuno o con le mani in tasca si può andare così, senza pensare a niente, fino all’ora di cena: quasi quasi chiudo gli occhi per sentire il suono così diverso di questi passi svagati. <strong>Intanto, da un carretto poco lontano, arriva al naso l’odore piacevole che sprigionano le bucce delle castagne, quando infine si aprono e sboccia al calore quella loro lucida polpa gialla.</strong></p>
<p>[liberamente ispirato a Andy Warhol, <em>La filosofia di Andy Warhol</em>, Milano, RCS, 1999/2004]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/20/settembre/">Settembre</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/l%e2%80%99atterraggio-del-salone-del-libro-a-roma/' rel='bookmark' title='L’atterraggio del salone del libro a Roma'>L’atterraggio del salone del libro a Roma</a> <small>di Giovanni Carta Tutti i presenti hanno affermato che il...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/20/settembre/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 0.492 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-13 05:39:16 -->
<!-- Compression = gzip -->
