<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; giulio milani</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/giulio-milani/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Sulla pagina bianca (Primo movimento, Natale)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/sulla-pagina-bianca-primo-movimento-natale/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/sulla-pagina-bianca-primo-movimento-natale/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 11:18:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giulio milani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/sulla-pagina-bianca-primo-movimento-natale/</guid>
		<description><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Giulio Milani</strong></p>
<p align="justify">La gravidanza era stata buona dall’inizio: nausea e altri disturbi nella norma. L’unico fastidio si era presentato fra il quarto e il quinto mese, una serie di crampi all’addome che l’avevano costretta a ricorrere al controllo medico in due occasioni, per ragioni poi valutate come poco significative.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/sulla-pagina-bianca-primo-movimento-natale/">Sulla pagina bianca (Primo movimento, Natale)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Giulio Milani</strong></p>
<p align="justify">La gravidanza era stata buona dall’inizio: nausea e altri disturbi nella norma. L’unico fastidio si era presentato fra il quarto e il quinto mese, una serie di crampi all’addome che l’avevano costretta a ricorrere al controllo medico in due occasioni, per ragioni poi valutate come poco significative. Visti i suoi ventinove anni d’età, non aveva neppure preso in considerazione l’ipotesi dell’amniocentesi, con tutti i rischi che dicono connessi: i due episodi dei crampi avevano costituito il momento di maggior tensione, non tanto per la sintomatologia in sé – il dolore al ventre si presentava appena più intenso della colite di cui spesso soffriva – quanto per il timore di complicazioni o contrazioni uterine (che non ci furono), poi per l’attesa dell’esame ecografico (che non rivelò alcuna anomalia). Di lì a dieci giorni, in ogni caso, l’indagine morfologica avrebbe confermato che tutto stava procedendo per il meglio: il bambino, un maschio, era sano, come sopra ogni cosa lei e il suo compagno avevano desiderato.<span id="more-12792"></span></p>
<p align="justify">Il parto pretermine, avvenuto alle soglie della ventiquattresima settimana (sesto mese), non era stato preannunciato da alcun segnale. La vigilia del travaglio era stato un giorno come altri, reso appena più faticoso dalla turbolenza degli allievi durante le ultime due ore di lezione: Francesca era una supplente di disegno e storia dell’arte, e quell’ultima mattinata chiudeva gli unici venti giorni di lavoro e di stipendio che le sarebbero stati assegnati durante tutto l’anno scolastico. Poi, nel pomeriggio, aveva dovuto coronare quell’inutile sforzo di protocollo presenziando all’ultimo consiglio che la sua materia, polverizzata in cinque classi differenti, prevedeva, e insomma si era stancata più del solito, tanto che la sera non si sentiva particolarmente in forma. Dopo cena aveva cominciato ad avvertire dolori al basso ventre, più intensi del normale. Poteva trattarsi della solita colite oppure no, di fatto aveva pensato che la semplice precauzione di ritirarsi presto e provare a prender sonno e dormirci un po’ su avrebbe risolto l’inconveniente. Con Guido, concordò che alla peggio, se il dolore avesse dovuto protrarsi e tenerla desta oltre una cert’ora, non si sarebbero sottratti allo scrupolo di un controllo presso il medico di guardia, come avevano fatto la volta precedente.</p>
<p align="justify">Quando lui la raggiunse in camera da letto, era da poco trascorsa l’una. Francesca era sveglia, un paio di movimenti sotto le coperte ne avevano tradito l’agitazione.</p>
<p align="justify">«Hai sempre male?» le aveva chiesto, mentre si spogliava. «Che c’è, topetto, non riesci a dormire?»</p>
<p align="justify">Francesca gli aveva risposto dentro un soffio, come per non svegliarsi del tutto. Per un po’ era riuscita ad appisolarsi, gli disse, ma i dolori al basso ventre non l’avevano mai abbandonata. Con questo, i dolori non sembravano presentare alcuna regolarità sospetta, solo il senso di un ostinatezza che spossava.</p>
<p align="justify">Guido si addormentò di lì a non molto, convinto in cuor suo che si trattasse d’un malessere passeggero. Poco meno di un’ora prima aveva assistito alla trasmissione di un confuso dibattito politico in vista delle elezioni d’aprile. Le elezioni si sarebbero tenute in aprile, e in aprile sarebbe nato suo figlio: politica e lavoro gli pareva appartenessero ormai a un regno periferico, nei confronti del quale la promessa paternità sembrava acquistare ai suoi occhi un rango e una giurisdizione capaci di trascenderlo.</p>
<p align="justify">Circa due ore più tardi, alle tre passate del mattino, Francesca lo svegliò con voce sommessa, angosciata, mentre dal bagno rientrava in camera da letto e raccoglieva in tutta fretta i vestiti a portata di mano e lo implorava di far presto e sbrigarsi. Si era convinta d’un tratto della regolarità dei dolori, vere e proprie contrazioni adesso – così pareva, così diceva – e ciò che più le premeva era raggiungere l’ospedale nel minor tempo possibile.</p>
<p align="justify">Sulle prime, sorpreso nel sonno come si sentiva, Guido perse altro tempo a scegliere i vestiti da mettere indosso, un po’ per minimizzare, agli occhi suoi e di Francesca, la forza della stretta che li veniva ad afferrare nel cuore silenzioso dell’appartamento, e un po’ perché ancora convinto, poveretto, dell’aleatorietà della minaccia. Trascorsero non più di sei o sette minuti perché lui fosse in grado di mettere insieme un maglione e un paio di pantaloni, ma quell’improvvida ostentazione di calma, tutta la leggerezza e l’ignoranza che conteneva, per quanto ininfluente alla resa dei conti, gli sarebbe pesata sul cuore, nei giorni a venire, come il segno di una colpa invincibile. Poi, scesero al parcheggio e salirono in macchina. Le strade delle tre del mattino erano deserte, l’aria fredda ma sopportabile. Francesca sedeva muta accanto a lui. Teneva le mani bianchissime sotto la pancia tonda. Portava gli occhiali da vista e una sciarpa di lana nera leggera le copriva la bocca. Il volto era teso e contratto, come per un principio d’assideramento. Fu allora che anche lui sentì montare l’ansia.</p>
<p align="justify">«Quanto tempo è passato» le chiese, «dal momento della prima contrazione?»</p>
<p align="justify">Francesca non ricordava con esattezza. Sapeva solo che dal momento delle prime fitte più intense e regolari non erano trascorse neppure due ore. Minimizzando e rincuorando come poteva, come meglio gli riusciva, con laconiche osservazioni sui precedenti favorevoli e sulla fortuna di avere un ospedale perfettamente attrezzato a non più di dieci chilometri di distanza, lui aveva intanto portato l’auto a viaggiare ormai ben oltre il doppio della velocità consentita.</p>
<p align="justify">Il medico di guardia, un uomo dai capelli candidi e dai modi gentili, le fece la stessa domanda. Per trovarlo, nel giro di corridoi color crema e massicce porte di sicurezza rosse tagliafuoco che si succedevano all’interno del reparto illuminato a giorno, li aveva aiutati un addetto alla vigilanza, un uomo in divisa blu e anfibi slacciati – sul petto le grosse mostrine e il distintivo gialli della Metronotte, una sconcia fondina marrone fissata a mezza coscia, col calcio lucido dell’arma che ne debordava. Il giovane stava senz’altro dormendo quando la coppia si materializzò dalle tenebre del parcheggio e bussò, sotto la spiovente giallo-arancione dell’illuminazione elettrica, alle ampie vetrate del portone d’ingresso: dal momento della prima contrazione non erano trascorse neppure due ore, ma fu perso ancora tempo quando il vigilante dovette rintracciare un’infermiera nel labirinto disabitato dell’ospedale, e ancora altro tempo fu macinato nell’attesa che l’infermiera avvertisse il medico di guardia e il medico di guardia si rendesse operativo.</p>
<p align="justify">Quando il vecchio medico dai modi gentili le domandò quanto tempo fosse trascorso dal momento della prima contrazione, la situazione era già fuori controllo: il ginecologo aveva solo potuto constatare la dilatazione del collo dell’utero e la parziale discesa del sacco amniotico in vagina. Guido e Francesca non sapevano, allora, cosa questo significasse. Né il dottore si sarebbe sforzato di chiarire la circostanza. Si limitò a registrare con calma la data e l’ora del ricovero, «le tre e trenta di venerdì sedici, dodici, duemilacinque» disse, e aggiunse una battuta, volendo forse sdrammatizzare la situazione, con un sottinteso che tuttavia parve a Guido di cattivo auspicio: «Nessuno di noi è superstizioso, ma perlomeno oggi non è un venerdì diciassette.»</p>
<div></div>
<p><span style="font-family: Times New Roman;"></p>
<p align="justify"> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p align="justify">Il parto si presentava dunque imminente o poteva ancora essere evitato? «Dipende» aveva detto il medico, misurando le parole davanti ai due spauriti che aveva di fronte. Poi, si era rivolto con condiscendenza alla sola Francesca, che lo ascoltava supina, sdraiata com’era sulle coperte tonde e immacolate di uno dei due grandi letti rialzati di cui si costituiva lo scarno arredo di quella camera d’ospedale. «Dipende dalla reazione al farmaco» aveva aggiunto, per poi soffermarsi sul resto d’informazioni riguardanti il tipo di medicinale che le avrebbe somministrato per fleboclisi. Spiegò che questo farmaco, il Tractocile, veniva impiegato di norma qualora si fossero presentati, come nel caso osservato, evidenti segnali di parto pretermine: quattro contrazioni regolari ogni trenta minuti di quaranta secondi ciascuna; dilatazione cervicale (del collo dell’utero) di circa tre centimetri e scomparsa del collo uterino (riduzione del suo spessore) di almeno il trenta per cento. «L’autosiban» disse, nominando il principio attivo contenuto nel farmaco, «è un antagonista dell’ossitocina, l’ormone naturale responsabile dell’inizio delle contrazioni uterine. Il che significa che ne blocca l’azione. Bloccando l’azione dell’ossitocina, il farmaco impedisce le contrazioni uterine e causa il rilassamento dell’utero, arrestando quindi la nascita.» Le sperimentazioni fatte, in questo senso, parevano garantire una buona percentuale di successi. Il trattamento che il medico si accingeva a operare sarebbe quindi consistito in un’iniezione iniziale da 0,9 ml in bolo, seguita da fleboclisi ad alto dosaggio (250 microgrammi al minuto) per tre ore, quindi da fleboclisi a basso dosaggio per un tempo variabile.</p>
<p align="justify">In realtà, non solo questa terapia non poteva ormai arrestare in alcun modo la nascita – come la stessa Francesca avrebbe scoperto qualche mese più tardi, parlandone con un altro specialista nel corso degli esami d’accertamento successivi al parto – ma anzi avrebbe finito col trasformare il dramma imminente in un calvario di false speranze, mortificazioni e torture, lungo undici interminabili ore. Il Tractocile aveva infatti la scopo di <em>ritardare</em>, non già arrestare il parto. Lo specialista consultato in seguito sarebbe stato chiaro: «Per protocollo» avrebbe spiegato a Francesca, non senza manifestare un certo stupore dinanzi al referto clinico del trattamento, «questo farmaco può essere somministrato solo a partire dalla ventiquattresima settimana, associato a farmaci coadiuvanti per la maturazione polmonare del feto in vista di una nascita pretermine giudicata ormai irreversibile. Ma questo, appunto, a partire dalla ventiquattresima settimana, ovvero dal momento in cui la legge italiana prevede l’obbligatorietà dell’intervento di rianimazione.» Prima d’allora, dunque, tacere sull’irreversibilità dell’evento, senza d’altra parte porre in essere i protocolli previsti per un’eventuale rianimazione, significava soltanto inscenare un’ingiusta e crudele pantomima. Ingiusta e crudele, sì, ma non insensata: che il medico di guardia avesse umanamente reagito all’angosciosa – minacciosa? – domanda di assistenza della coppia? Solo adesso che ne scrivo posso in effetti ricordare che all’inizio, durante il colloquio anamnestico, il ginecologo aveva trovato il modo di chiedere se il bambino fosse voluto o meno: una domanda strana, senza scopo diagnostico, infilata a mezzo di uno scambio teso e subito dimenticata.</p>
<p align="justify">«Dunque» aveva detto il medico a un momento, non sapresti più dire quando nel corso della visita, «purtroppo qui abbiamo un discesa del sacco amniotico e una dilatazione del collo dell’utero di tre centimetri.»</p>
<p align="justify">«E cosa significa» aveva chiesto Guido.</p>
<p align="justify">Il medico lo aveva guardato negli occhi. «Che bisogna arrestare la dilatazione» aveva detto. E poi aveva domandato: «È la prima gravidanza?»</p>
<p align="justify">«Sì» aveva risposto Guido.</p>
<p align="justify">«Ho capito. Avete fatto altri tentativi per averlo?»</p>
<p align="justify">Francesca aveva confermato. «Ho sempre avuto problemi di regolarità del ciclo» disse, «e non si è mai capita la causa.» Aveva preso la pillola contraccettiva per circa dieci anni, senza interromperla un solo mese, anche a questo scopo. Per tenere a bada un ciclo irregolare, spiegò, e sempre molto doloroso. Così venne fuori che prima di questa gravidanza – scoperta per caso e quando ormai l’idea era quella di sottoporsi a esami di fertilità e a un eventuale trattamento farmacologico – la coppia stava provando ad avere un figlio da almeno un paio d’anni.</p>
<p align="justify">Il medico si era chiuso in un sorriso di circostanza. Se il ricordo non fosse ormai così confuso, avresti detto che avesse alzato impercettibilmente le spalle, dentro una forma di perplessità o di resa.</p>
<p align="justify">«È sempre un peccato» aveva concluso poi la conversazione, rivolto a Guido «quando queste cose capitano alle persone che si conoscono. Ma adesso vedremo di fare tutto il possibile per scongiurare l’evento.»</p>
<p align="justify">In seguito, ci si sarebbe chiesto se il dottore avesse somministrato il farmaco per offrire una reale opportunità al bambino, o solo per provare la propria buona volontà di medico scrupoloso, impiegando la carne stessa della madre, il prolungarsi dei suoi speranzosi patimenti, come un potente vaccino, anche, contro eventuali querele.</p>
<p align="justify">«Ripasso tra un’ora o due» li aveva rincuorati il medico, mentre l’infermiera sbrigava la procedura per la fleboclisi, «il tempo di permettere al farmaco di agire». Francesca non aveva portato con sé il cambio per la notte, e a parte la precauzione di sfilarsi i pantaloni che aveva già tolto e poi indossato di nuovo dopo la visita ginecologica, tenne su la camicetta bianca a righe rosse e il golfino di lana nera traforato con cui era arrivata anche quando l’infermiera la fece accomodare sul letto e stendere sotto le coperte. Poi, l’infermiera le aveva sollevato la manica per cercare la vena del braccio sinistro, il più vicino all’asta della flebo.</p>
<p align="justify">Davanti a lei, in piedi nel semibuio, Guido seguiva le operazioni col volto di pietra: ciò che con più profondo sgomento percepiva, nella sequenza dei gesti che si svolgeva sotto i suoi occhi non abituati, era la sacralità del cerchio che questi atti stringevano intorno al corpo della sua compagna, sottraendolo alla propria integrità. L’ascesi scolpita di questo processo sanciva per lui una separazione rituale, che operava con le gradazioni di una metamorfosi: la scienza medica prendeva possesso del corpo di Francesca e l’assoggettava, lo trasformava in sintomo, preparandolo a nuove e imponderabili divinazioni. Non era uno spettacolo che si lasciasse guardare. Le parole affioravano rade, adesso, gli si arrestavano in gola come per effetto di un sortilegio.</p>
<p align="justify">Poi, «Se c’è bisogno, non esitate a chiamarmi» aveva concluso il medico, congedandosi.</p>
<p align="justify">A Guido e a Francesca appariva tutto come un incubo: non era possibile che loro figlio dovesse nascere a metà dicembre, quando lo aspettavano per i primi di aprile. Erano ancora incerti sul nome da dargli, tanto che la questione si era estesa e trasformata allorché la madre di lui aveva obiettato con sarcasmo al primo nome cui la coppia aveva, non senza discussioni e riserve, pensato: &#8220;Pietro&#8221;. La reazione che Francesca fece seguire alle convinte, puntigliose osservazioni della madre di Guido – che per parte sua la giustificava in nome del carattere, delle amicizie dabbene e dell’età – rinfocolava un fronte di rivalità non dichiarata fra le due generazioni di donne.</p>
<p align="justify">Francesca lo aveva avvertito. «Tua madre pensa già di sostituirsi a noi e di poter decidere lei cosa si deve fare o non fare, a cominciare dal cazzo di nome che dovremmo mettere al nostro bambino?»</p>
<p align="justify">Lui aveva abbozzato. Si era messo in testa di dover fare la tara alle dichiarazioni di entrambe, nel tentativo di raggiungere una sorta di equilibrio zen. Nondimeno la situazione sarebbe precipitata ancora, allorché saltò fuori che non lo avrebbero vaccinato. A quel punto le dichiarazioni di guerra erano già state consegnate nelle mani degli ambasciatori: non si leggeva forse sui giornali che tra le cause di separazione e di divorzio, sempre più diffuse a livello dei trenta-quarantenni, l’ingerenza dei suoceri neo-nonni – pensionati spesse volte più ricchi dei figli, e spesse volte con molto tempo libero a disposizione – sondaggi alla mano figurava ai primi posti di questa speciale classifica? No, non si leggeva. Magari il fenomeno era tenuto nascosto o magari no, ma in ogni caso, posto che la suggestione scaturiva dai limiti di un’esperienza personale, come avevano potuto tutti quanti dimostrarsi così stupidi e superficiali – rivendicativi – di fronte all’enormità dei pochi eventi della vita davvero essenziali? Ripensandoci adesso non si potrebbe affermare che l’essere si manifesta in modi che ci appartengono, ma che nessuno di noi può possedere? C’è un’identità che ci fa uguali, e c’è un’identità che ci separa. Tutta la notte Francesca sarebbe rimasta immobile nel letto, con un cuscino sotto i lombi come l’infermiera le aveva suggerito di fare per trattenere il sacco amniotico, per arrestare – diceva – lo scivolamento (solo più avanti nel tempo avremmo compreso che anche questa procedura non rappresentava che una gentilezza e un placebo). Lui le teneva la mano stretta fra le sue, sedeva curvo su una seggiola di alluminio raccostata al bordo del letto, non lontano dalla finestra che affacciava sul piazzale d’ingresso da cui erano arrivati, da cui <em>si sarebbero visti</em> arrivare, e le parlava nel buio con voce calma, la voce più calma e serena possibile, cercando le formulazioni più speranzose, le più convincenti che in quel frangente gli riuscisse trovare – circondato com’era dal silenzio della notte, assediato come si sentiva da una tenebra che non conosceva e alla quale non poteva, non sapeva opporre nessuna contromisura. Pensò di pregare, in cuor suo, ma non lo fece. Proveniva da una famiglia laicizzata, il padre – un medico ospedaliero che aveva operato per quarant’anni presso un altro presidio della stessa città – era ateo, e la madre – una docente di lettere in pensione – agnostica. Da laici, si poteva ben dire che in famiglia non gli avessero insegnato nessuna preghiera, non aveva un modello, non aveva mai davvero imparato a rivolgersi a Dio, se pure ammetteva di averci creduto, un giorno. Non si rivolse a Dio se non per chiedere, giustificarsi, implorare. Bestemmiò il nome di Dio, anche, ma in cuor suo si riservò di non bestemmiarlo né pregarlo <em>affatto</em> (un po’ per scaramanzia e un po’ per mancanza di fede: i due atteggiamenti trovavano in lui un’insospettabile forma di convivenza, di alleanza). Nondimeno, la natura vittimista delle sue implorazioni, il sospetto di pagare per una colpa che non aveva commesso o che se pure aveva commesso stava per espiare in maniera non commisurata – oltre al chiaro manifestarsi di un’insufficienza, di un’inanità della scienza di fronte al dominio della natura e all’invincibilità della morte – rappresentavano insieme l’orbita di una bestemmia che lasciava aperta la porta a Dio. Tuttavia, pensò, questo accadeva troppo tardi: avrebbe dovuto occuparsi di determinate questioni per tempo, l’opportunismo della circostanza falsava ai suoi occhi ogni movimento d’animo e di coscienza. Perciò non pregò, non bestemmiò, o se lo fece, fu per lui esattamente come non averlo fatto. Dimenticò di fumare, nondimeno, ma non dimenticò di averlo dimenticato, sentendosi distante e inadeguato anche per questo. Le volte in cui si alzò dalla sedia per trovare gli occhi di Francesca, per baciarla sulla fronte e sulle labbra, per infonderle coraggio e fiducia con la sua presenza, s’imbatté nello sguardo spaventato e dispiaciuto di una bambina rimasta orfana all’improvviso – all’improvviso più giovane di vent’anni, più giovane e più debole e più bisognosa di tutto l’affetto e di tutta la protezione che serviva, quella che lui – doveva ammettere adesso, e qui sentì il cuore che letteralmente <em>si spezzava</em>, proprio avvertì lo strappo di una ferita non metaforica che ne intaccava l’essere in profondità – non era più in grado di assicurarle: un dispiacere immenso, incommensurabile, si allargava sul volto di Francesca, e lei, specchiandosi in Guido che con tanta pena la guardava, a propria volta sentiva l’immaginazione acuirsi, gli angoli della bocca le s’incurvavano fino a schiudergliela in una smorfia di sofferenza pura, morale, che lui non aveva mai conosciuto sul suo volto, e che gli faceva mancare i sensi e traboccare gli occhi.</p>
<p align="justify">«Se ne va» gli aveva sussurrato a un momento, mentre distoglieva lo sguardo e la bocca le si spalancava in quella smorfia di sofferenza indicibile, «il nostro bambino se ne sta andando e io non riesco a fare niente per trattenerlo…» E anche lui si era sentito come portar via da quelle parole sabbiose, torbide, da quella risacca smisurata, dilagante, da cui Francesca si era lasciata cogliere e sprofondare. Si promise allora che difficilmente, in futuro, avrebbe dimenticato mai quella visione, avrebbe dimenticato mai fino a che alto grado puoi riconoscere il male sovrano di ogni fondamento, principe di ogni realtà, trovandone conferma nel calvario che la sua compagna, ancora una volta, tra sofferenze fisiche mai conosciute o anche solo lontanamente intuite nel corso delle loro esistenze fin lì, avrebbe attraversato un giorno, più avanti nell’attesa dell’imponderabile, al momento del suo secondo parto. Tutta la notte Francesca sarebbe rimasta sotto la goccia della fleboclisi, mentre Guido prendeva il tempo tra una contrazione e l’altra contando i minuti sul display luminoso del cellulare, tutta la notte avrebbero vacillato tra la speranza di una regressione del processo e la presa d’atto dell’irreversibilità dell’evento: l’orrenda, bestiale natura faceva il suo corso apparentemente incontrastata, incontrastabile, e apparentemente lasciava alle sue creature solo la dignità invincibile delle loro domande.</p>
<p align="justify">La mattina del 16 dicembre, dopo la visita del medico dimissionario, il reparto si sarebbe affollato, goccia a goccia, sino al completamento dei ranghi. Goccia a goccia, durante la notte, Guido e Francesca avevano trovato il tempo per maturare la loro decisione: se la nascita prematura del bambino avesse comportato conseguenze sulla sua salute incompatibili con la vita – così si erano detti, scongiurando – avrebbero acconsentito a che non vi fossero terapie di rianimazione. Allo stesso modo, nei mesi precedenti, nel corso dei diversi esami di controllo che la condizione di Francesca prevedeva, si erano trovati sostanzialmente d’accordo sull’ipotesi di accogliere un bambino down, o con altre patologie non gravi. Per converso, erano nondimeno decisi a impedire determinate pratiche persecutorie, così si erano espressi quella notte, che alle volte venivano perseguite confondendo il sacrosanto rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni con sentimenti di vera idolatria per la sopravvivenza del feto ad ogni costo. Con ciò, nessuno dei due poteva ancora ammettere di presagire, pur essendosi preparati al peggio, il tenebroso profilarsi della prova che di lì a non molto li avrebbe comunque travolti.</p>
<p align="justify">Quando il primario entrò, seguito dalla sua équipe di medici e assistenti, la situazione non presentava alcun miglioramento. Anzi. Il medico dimissionario non aveva speso troppe parole di spiegazione, al momento del commiato, ma già verso le nove il quadro era chiaro: non si trovava un posto libero in tutto il reparto, nondimeno il letto accanto a quello di Francesca sarebbe rimasto vuoto a oltranza.</p>
<p align="justify">«Allora, come andiamo?» aveva detto il primario con un sorriso aperto.</p>
<p align="justify">L’uomo si presentava di statura non alta, ma sotto il camice intuivi una muscolatura robusta, di persona dedita allo sport o alla palestra. Poteva avere cinquantacinque, forse sessant’anni, indossava una bustina di tela verde per copricapo, gli occhi erano azzurri e il volto disteso, come il tono gentile della voce. Irradiava, nell’insieme, una certa idea di sicurezza e umanità.</p>
<p align="justify">Francesca aveva stirato un sorriso di contraccambio, rispose solo: «Non lo so.»</p>
<p align="justify">«Vediamo subito» disse il primario. E un’infermiera chiese a Guido di aspettare fuori il termine della visita.</p>
<p align="justify">«No, può restare» ordinò il primario. Poi si rivolse a lui: «Tu sei il figlio del mio caro amico Giovanni, vero?»</p>
<p align="justify">«Sì» disse Guido.</p>
<p align="justify">«È andato in pensione, ho saputo.» Nel frattempo, Francesca si era scoperta il grembo e il medico aveva dato inizio alla visita.</p>
<p align="justify">«Da poco, sì.»</p>
<p align="justify">«So che gli hanno dato lo stetoscopio d’oro» disse, sorridendo. «E adesso, cosa fa?»</p>
<p align="justify">«Ahi!» sospirò Francesca.</p>
<p align="justify">«Ho quasi fatto» disse il medico.</p>
<p align="justify">«Sta in casa» disse Guido.</p>
<p align="justify">«Ho capito» fece il medico. «Rompe i coglioni in casa, eh?»</p>
<p align="justify">«Io non vivo più coi miei genitori da molto tempo.» Guido sorrise. «Comunque sì, immagino rompa i coglioni a mia madre. E che se li rompa, anche.» Conosceva l’ambiente ospedaliero da una vita, e in molti lo conoscevano. Era considerato di casa e con lui parlavano come si parla a un amico. Un misto di confidenza e rudezza insieme. Con questo, niente di quanto doveva accadere gli sarebbe stato risparmiato.</p>
<p align="justify">Il primario aveva terminato la visita, Francesca si rivestì.</p>
<p align="justify">«Dunque» disse poi, «purtroppo qui abbiamo una dilatazione del collo dell’utero di una decina di centimetri.»</p>
<p align="justify">«E cosa significa» disse Guido.</p>
<p align="justify">Il medico lo guardò negli occhi. «Che il parto è imminente» disse. Poi chiese: «Hai avvertito tuo padre?»</p>
<p align="justify">«No» disse Guido. Mise giù una pausa, perché fosse chiaro quanto stava per aggiungere. «E vorrei che non venisse avvertito.» Aveva preso questa decisione, con Francesca, che i rispettivi genitori ne sarebbero rimasti fuori. Non volevano si preoccupassero. Non volevano li disturbassero.</p>
<p align="justify">Mai si era sentito solo al mondo come allora. Ma ancora non poteva sapere quanto quella sensazione di abbandono fosse meno dovuta all’inutilità o alla mancanza di ogni conforto umano che alla ben più sorprendente circostanza che stava per diventare padre di un figlio morto.</p>
<p align="justify">«Se volete» disse ancora il medico, «posso tentare una rianimazione. Ma lo sconsiglio. I danni sarebbero troppo gravi, e c’è un’alta probabilità che non sopravviva comunque alla terapia.»</p>
<div></div>
<p><span style="font-family: Times New Roman;"></p>
<p align="justify"> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p align="justify">Sarebbero trascorse ancora altre ore, in quella stupefatta, angosciosa attesa – come una forma di vacanza dai vivi – e a Guido che cercava risposte alle sue inutili domande, nei corridoi del reparto, affiancando un dottore o una dottoressa meno indaffarati di altri, in fuga dallo strazio di Francesca col pretesto di procurarsi una bottiglia d’acqua, un caffè, qualcosa di solido per tappare il buco nello stomaco, non sarebbero tornati indietro che la compassione, l’astratta condiscendenza e il sarcasmo tipici di quell’ambiente. L’evento si presentava irrevocabile, e la convinzione che lui si portava dentro da quando era bambino, l’idea che la fortuna avrebbe battuto per sempre le ali sulla sua spalla, che nulla di rovente sarebbe mai capitato né a sé né ai propri cari, lo avrebbe abbandonato con la rapidità del fulmine contro la quercia. Da adesso in avanti, e per molto tempo ancora, si sarebbe confermato debole e inadatto alla vita, condannato dalla distrazione di Dio a soccombere. Bollato, in certo senso, dalla condanna morale che grava ancor oggi sugli sventurati, dai primi fuochi della civiltà del sacro.</p>
<p align="justify">A mezzogiorno e un quarto entrarono due infermiere, una bionda e una bruna, spingendo una sedia a rotelle. Aiutarono Francesca a spogliarsi, avendo cura di rimuovere la flebo. Francesca protestò, chiese il perché di quella misura. L’infermiera bruna rispose che non doveva preoccuparsi, che in sala parto l’avrebbero ricollegata. Le fecero indossare un camice di tela verde. Le allungarono una cuffia a corredo. La fecero accomodare sulla sedia di accompagnamento.</p>
<p align="justify">Nessuno proferiva parola. Francesca piangeva sommessamente, e carezzava il bimbo nella pancia. Non faceva altro da quando il primario aveva espresso il suo verdetto.</p>
<p align="justify">«E adesso, cosa succede?» gli aveva solo chiesto, a un momento, nel corso della mattinata. Loro due non avevano bisogno di parlarsi, in fondo? Il terrore per quanto stava per accadere pareva farli identici di fronte a se stessi.</p>
<p align="justify">«Non lo so» aveva risposto lui, cercando di dare meno consistenza possibile alle sue parole. E ognuno era tornato a sprofondarsi nella propria immaginazione.</p>
<p align="justify">«Adesso saliamo in sala parto» disse all’ultimo l’infermiera, come ricordandosi di una cosa, più rivolta a lui che all’assistita.</p>
<p align="justify">Guido buttò un’occhiata alla camera che stavano per lasciare, cercò in quello scarno bivacco di una notte qualcosa di utile da portare con sé. La piccola bottiglia d’acqua, forse. La borsa di Francesca con dentro i documenti e gli oggetti di valore. Le sigarette, no. L’idea di travaglio che aveva qualche volta accarezzato, con sé nella parte del padre apprensivo, che aspetta appartato, al riparo, l’annuncio del lieto evento, non si era ancora del tutto dissolta, nella sua povera testa. Ci rimaneva attaccato come l’asino alla ruota, forse per quella magica idea di salvezza che è conservata in molti riti umani, specie in quelli che non possiamo permetterci più.</p>
<p align="justify">«Salgo con voi» disse poi di rimando.</p>
<p align="justify">In sala parto, una sala operatoria come qualunque altra, solo corredata di una vasca circolare per il travaglio in acqua, Francesca venne fatta stendere sul letto già approntato. Poiché chiedeva insistentemente della flebo che le era stata tolta, una delle due infermiere presenti ordinò all’altra di andare a chiamare <em>la dottoressa</em>. La dottoressa comparve di lì a non molto.</p>
<p align="justify">Guido sbiancò. La stessa persona a cui aveva domandato, nel corso dei suoi sopralluoghi in reparto durante la mattinata, se non si potesse aumentare il dosaggio del Tractocile. L’aveva affiancata in corsia, mentre quella tirava dritto stipata nel camice bianco, e poiché al momento di definire il farmaco somministrato nella notte dal medico di guardia Guido non era riuscito a ricordarne il nome, per spiegarsi le aveva balbettato qualcosa d’improprio come «anti-ossitocina». «Ahah!» la dottoressa aveva sghignazzato. «<em>Anti-ossitocina</em>!» Ed era sfuggita via come tirata avanti da un’invisibile fune.</p>
<p align="justify">Adesso lui se la trovava lì, rude e sgraziata come la ricordava, assegnata ad occuparsi del parto senza appello della sua compagna.</p>
<p align="justify">Francesca, fortunatamente, non sapeva nulla di questo episodio. Guido le stava accanto, rincuorandola come poteva, come meglio gli riusciva, con l’abbraccio del corpo e delle parole.</p>
<p align="justify">«Adesso» disse la dottoressa in tono stentoreo, paternalistico, mostrando subito la grana del suo garbo, «bisogna che stai brava e ascolti quello che ti diciamo. Bisogna che ci lasci fare tutto quello che serve perché il parto non abbia complicazioni.»</p>
<p align="justify">Francesca annuì. Piangeva. «Ma io non voglio che nasca» disse, dentro un soffio. «È troppo presto» insistette.</p>
<p align="justify">«Lo so, <em>cara</em>» disse la dottoressa che metteva i brividi. «Ma purtroppo non si può più fare nulla.» E aggiunse: «Adesso ti colleghiamo alla flebo dell’ossitocina per favorire le contrazioni.»</p>
<p align="justify">«No!» quasi gridò Francesca. E poi si sciolse in un pianto disperato. Guido si chinò su di lei, ne accolse il capo nell’incavo fra spalla e collo. Voleva forse proteggerla dagli sguardi che sentiva attorno, da quell’inaspettato proscenio da incubo in cui la loro vita si stava inverando? Francesca piangeva e singhiozzava, e dentro i singhiozzi che la scuotevano da capo a piedi, dietro il sipario delle loro teste raccostate, <em>non voglio, non voglio, non voglio</em>, implorava adesso in un sussurro contro l’orecchio caldo di lui.</p>
<p align="justify">«Ti prego, Francesca» le parlò Guido a propria volta, dopo un po’ che galleggiavano abbracciati a quel modo, le guance appiccicate dalle lacrime e dall’affanno che respiravano l’un l’altra. «Ti prego di pensare che l’unica cosa che mi sta a cuore in questo momento, è che non abbia a succederti nulla di male. Non voglio che ti succeda niente di male, Francesca. Francesca, <em>ascoltami</em>» le disse ancora, con decisione e accoratezza, come per riscuoterla e addolcirla insieme. Ne aveva cercato gli occhi, adesso. Per una serie di suoi convincimenti pensò di trarla a sé con la calamita dello sguardo. «Ascoltami, ti prego. Hai sentito quello che ha detto il primario. Non c’è più niente da fare. Dobbiamo, <em>devi</em>» si corresse, «aiutare il nostro bambino a uscire!»</p>
<p align="justify">«No!» disse Francesca, ancora. E gli affondò le unghie nella carne.</p>
<p align="justify">Guido rantolò, con un mugugno profondo, da animale ferito. «Ma lui <em>vuole</em> uscire!» «Non glielo dobbiamo impedire… Ha deciso così!»</p>
<p align="justify">Francesca aveva mollato la presa, meccanicamente. Una nuova crisi di pianto stava per traboccarle dagli occhi e dalla bocca. Lui ne avvertì la risacca da un indizio che non avrebbe più saputo nominare, fisico e psichico insieme, come una spia dello spirito. «Ma perché ha deciso questo? <em>Perché</em>? Non lo capisce che è <em>troppo presto</em>?»</p>
<p align="justify">Accanto a loro, intanto, l’infermiera bionda aveva guadagnato l’asta della flebo, aveva applicato il flacone del nuovo farmaco. Quando l’onda di pianto arrivò, sfrenata e inconsolabile come l’avresti detta, l’infermiera ne avrebbe approfittato per collegare la vena al dispositivo.</p>
<p align="justify">Fu allora che anche la dottoressa tentò di attraversare il varco.</p>
<p align="justify">Era una donna di complessione tarchiata, aveva capelli ricci e neri, che avresti detto robusti come radici: più che della ginecologa, faceva pensare all’aspetto di una strana cuoca. Si portò sul lato opposto a Guido, chiese a Francesca di tirarsi un po’ su e di scoprirsi per poterla visitare. Indossava, sotto le lasche maniche del camice, un paio di guanti bianchi in lattice aderenti alla pelle.</p>
<p align="justify">Francesca sembrò riscuotersi, ubbidì al comando. Quando si sollevò sulla schiena per consentire la visita, Guido si accorse che aveva le lenti degli occhiali appannate.</p>
<p align="justify">«Mi vuoi dare gli occhiali?» quasi le sussurrò.</p>
<p align="justify">Francesca finì di sistemarsi, e gli allungò gli occhiali. Qualcuno doveva aver abbassato le luci, perché Guido fu costretto ad aguzzare gli occhi e abituarli alla semioscurità per trovare la sedia dove arrivando aveva appoggiato la borsa di Francesca e la bottiglietta d’acqua che aveva portato con sé. D’ora in avanti, per lui ogni cosa si sarebbe svolta dentro questa bolla umbratile, una dimensione del tempo e dello spazio del tutto inesplorata.</p>
<p align="justify">«Sta già scendendo» sentenziò la dottoressa al termine della visita. «Adesso ascoltami, cara. Devi respirare profondamente, e cominciare a spingere come per fare la cacca.»</p>
<p align="justify">«No! No! No!» protestò Francesca, e nel protestare scuoteva la testa e si tirava indietro.</p>
<p align="justify">Guido le prese la mano, si chinò su di lei. Non saprei più dire da dove tirasse fuori la forza per parlarle a quel modo, in ogni caso «Hai sentito, Francesca» le disse. «Non dipende più da noi. Il bambino vuole uscire, <em>deve</em> uscire, o morirà comunque e sarà un problema anche per te.» «Devi <em>spingere</em>» le disse ancora e ancora, «devi spingere per farlo uscire.»</p>
<p align="justify">Ma Francesca non spingeva. O se lo faceva, era come non averlo fatto. Trascorse in questo modo un tempo indefinito, durante il quale la dottoressa tentò con ogni mezzo di convincerla a partorire. Arrivò persino a minacciarla che se non avesse spinto con la dovuta convinzione, se non avesse portato a termine quanto le si chiedeva di fare, le sarebbe salita sulla pancia e l’avrebbe spinto lei da lì.</p>
<p align="justify">Guido non poteva credere a quanto stava avvenendo. La sua compagna era senz’ombra di dubbio in balia di una pazza, e lui non faceva nulla per salvarla. Anzi, tutto al rovescio, in qualche strano modo ne era diventato complice. Questi sono i tuoi interlocutori, si era detto, queste le persone con cui hai a che fare. Niente colpi di testa e niente scenate, si era ripetuto in quel naufragio, o Francesca sarà la prima a riportarne un danno.</p>
<p align="justify">Ma la situazione si era complicata e compromessa allorché Francesca prese a insistere che non ce la faceva, che voleva smettere, che il dolore era troppo forte; sulle prime con un filo di voce, come la forma remota di un tentativo di resistenza o di preghiera, e poi sempre più determinata, rabbiosa, finché non intimò alla dottoressa di toglierle le mani di dosso.</p>
<p align="justify">«Così non andiamo da nessuna parte» rispose quella, in tono di resa e di minaccia insieme, ma rivolta alle infermiere che le orbitavano affianco e quindi senza stizza. A questo punto a lui fu chiaro che si preparava un diversivo per superare lo stallo.</p>
<p align="justify">Come Dio volle, infatti, la dottoressa si chiamò o fu chiamata in disparte, adesso non ricordo bene, e nessuno l’avrebbe rivista più. Di lì a non molto anche le infermiere presenti lasciarono la sala parto, Guido le avrebbe scorte a tratti confabulare nella stanza accanto – una seconda sala operatoria o un’anticamera – che si apriva sul lato adiacente alla porta d’ingresso, e che sulle prime, entrando, lui nemmeno aveva visto, e poi aveva scambiato per uno spogliatoio. A lui e a Francesca fu solo risposto, dopo un periodo trascorso nell’angoscia di sapere o non sapere cosa stava succedendo, cosa sarebbe successo, che il primario in persona era appena rientrato da un’urgenza e tra poco, così lo aveva informato un’infermiera di passaggio, avrebbe preso il posto della dottoressa.</p>
<p align="justify">Poi il primario arrivò, e fu vero uomo. Guido prova ancor oggi un sentimento di gratitudine sincero, per il conforto e la competenza che questo alleato di un momento seppe offrire loro. Si avvicinò a Francesca, le sorrise, e mentre la incoraggiava con voce calma e serena, mentre le sussurrava parole che nessuno poté afferrare, le carezzava il capo con affetto. Lei ancora piangeva, ma a lui sembrò adesso un pianto di consolazione.</p>
<p align="justify">Poi l’uomo disse, rivolto a Guido: «Ora sta per accadere qualcosa che è il contrario di quanto ognuno di noi, come medico e come persona, si aspetta da questa professione. A noi piace far nascere i bambini, potete immaginare lo sconforto che ci prende davanti a casi del genere. Siamo a dicembre, e quest’anno ne sono capitati soltanto due su ottocento. Il vostro, e quello di una mamma che ha perso il figlio al nono mese. Però dovete credermi, farò quanto in mio potere per aiutarvi.»</p>
<p align="justify">Il medico tacque e le si avvicinò, ma trascorse ancora altro tempo prima che Francesca riuscisse a trovare la forza per rompere la sospensione, per ricominciare a spingere. Se il momento arrivò, spiegò a Guido più tardi, fu perché il primario le aveva assicurato che nessuno l’avrebbe di nuovo toccata, e che avrebbe fatto da sola e ogni cosa si sarebbe risolta per il verso suo.</p>
<p align="justify">«Lo sento con le dita» disse l’uomo, quando fu sicuro che Francesca si fosse calmata, e avesse abbastanza fiducia in lui da lasciarlo operare. Le sue mani erano nude, non portava guanti. «È proprio qui. Ancora un piccolo sforzo e lo vedrai nascere.»</p>
<p align="justify">Nondimeno lo sforzo si sarebbe interrotto di lì a poco. «Proprio non ce la faccio» disse Francesca. «È più forte di me. È tutto inutile.»</p>
<p align="justify">Che cosa ci sta succedendo?, pensò Guido allora. Tutto era capovolto. È un parto al rovescio, si disse, questo è un parto che va al rovescio. Se pure lo avesse solo immaginato, d’un tratto provò la sensazione fisica che i capelli gli si fossero imbiancati per lo stress nervoso. E quando già prefigurava il peggio, l’abbraccio mortale di Francesca al destino che si preparava – un’emorragia dall’esito infausto, o la terrificante eventualità di un intervento chirurgico – vide la sua compagna digrignare i denti, dentro uno spasmo mite e furibondo, la vide serrare gli occhi e sollevare il petto, la vide piangere, la vide soffiare fuori tutto il rancore sacro che ancora tratteneva in corpo.</p>
<p align="justify">Francesca spingeva, adesso, e l’esile silhouette del loro bimbo avrebbe visto la luce non molto tempo dopo, al termine di un’ultima sequenza di spasmi, dentro la cometa di sangue materno che portava con sé.</p>
<p align="justify">Il medico lo soccorse con una manovra, tagliò il cordone ombelicale e sollevò il piccolo tra le sue braccia, mentre tutto intorno la luce da acquario che avvolgeva cose e persone ammorbidiva i gesti operativi delle infermiere intorno al corpo orfano della madre.</p>
<p align="justify">«È un bambino bellissimo» disse subito l’uomo. Lo teneva in braccio avvolto in un telo verde, e lo guardava senza farlo vedere né senza dare a intendere che ne impedisse la vista. «Come lo avete chiamato?» chiese.</p>
<p align="justify">Francesca non parlò, la sua voce era assente. «Non abbiamo ancora pensato a un nome» disse Guido, e sentì le gambe molli e provò la sensazione che i capelli gli si sollevassero in testa uno per uno, quasi avesse potuto contarli.</p>
<p align="justify">L’uomo sorrideva mite. «Se siete d’accordo» disse, «lo chiamerò Angelo.»</p>
<p align="justify">Guido si sentì scuotere da un brivido. Ne comprese subito il significato, e non trovò obiezioni. Guardò Francesca, e in un modo che non saprei ridire capì che era d’accordo.</p>
<p align="justify">«Angelo» disse ancora l’uomo, «io ti battezzo nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo, amen.» E così dicendo si segnò.</p>
<p align="justify">Poi, chiamò a sé un’infermiera e le affidò il bambino. «Adesso lo portiamo nell’incubatrice» disse. E aggiunse: «Se volete, potete non vederlo. Ma io vi suggerisco di farlo. Altrimenti resterà per sempre un fantasma a cui non saprete dare un volto. Vi suggerisco di aspettare qui un minuto, di calmarvi, e poi di andare di là a salutarlo.»</p>
<p align="justify">Guido guardò Francesca, e lei assentì. Piangeva. Il figlio che doveva rimanere per sempre suo le veniva sottratto, le veniva tolto di dosso, la spogliavano… O forse era lei che aveva appena imparato a donarlo, allo stesso modo in cui l’ostia di questa pagina bianca, di questa esistenza che abortiva, era stata pur comunicata.</p>
<p align="justify">Quando il momento arrivò, Francesca gli chiese di andare a vedere il bambino. «Lo vai a vedere?» gli disse, e lui rispose di sì, che sarebbe andato. Si staccò dall’orbita del letto, e poi si guardò intorno nel semibuio, cercando un’infermiera che gli indicasse la strada. Non ce ne fu bisogno. Spingendo lo sguardo nel lago scuro della stanza accanto scorse due infermiere, e dietro di loro la vasca dell’incubatrice illuminata da una luce soffusa.</p>
<p align="justify">Incerto nei passi come si sentiva, Guido superò il breve tratto che lo separava dal suo bambino lungo un dimensione del tempo che nel ricordo, ancora oggi, pareva un sogno d’infinita quiete.</p>
<p align="justify">Il contatto era precluso dal vetro, e lui avrebbe stentato tutto il tempo a reggere lo sguardo. Le lacrime che non aveva ancora versato, gli traboccarono tutte fino a offuscargli la vista. Il suo bambino era lì, se ne stava rannicchiato bocconi e apparentemente immobile (ma Guido era troppo sconvolto per guardare, se lo avesse fatto e avesse scoperto che respirava, sapeva che l’idea che si era costruito di se stesso sarebbe crollata per sempre). Piccolissimo, era nondimeno perfettamente sviluppato, le minuscole gambe, i piedini, il palmo della mano aperto. Pareva dormisse sereno come dopo una poppata. Aveva dolci lineamenti, e le labbra ben disegnate erano rosse, schiuse.</p>
<p align="justify">S’immaginò, Guido, di cadere in ginocchio, s’immaginò in ginocchio che implorava Dio di salvare il suo bambino, di rianimarlo, e ancora oggi si pente di non averlo fatto, per la vergogna che provò dinanzi a quel suo dolore così esposto.</p>
<p align="justify">Dietro di sé, all’improvviso, aveva frattanto avvertito il tocco di Francesca che lo cingeva alle spalle, leggera e silenziosa come un puro movimento d’aria. Aveva uno sguardo languido ed era in lacrime, il viso e gli occhi larghi, pareva volesse nascondersi dietro quel suo abbraccio fatto di niente.</p>
<p align="justify">«Respira?» disse. Lo osservavano a distanza, attraverso il vetro e le lacrime, e la visione era così ridotta e sfuocata e ingigantita insieme, che a ripensarci adesso era come guardarlo attraverso uno di quei piccoli binocoli da teatro.</p>
<p align="justify">«Non lo so» disse lui. Era in una stanza d’ospedale, questo lo sapeva. E aveva avanti a sé il corpo di suo figlio, carne della sua carne, sangue del suo stesso sangue, che stava morendo o era già morto. Sapeva anche questo, nondimeno era come non sapere nulla. «Non lo so» disse ancora. «Però sembra sereno» aggiunse, e la sua attenzione, con una punta di sollievo che non si aspettava, e di cui subito si sarebbe vergognato senza colpa, si fissò sull’orologio da parete che aveva di fronte. Nel mondo dei vivi che ancora li ospitava, segnava le due passate. «Ma tu dovresti riposare» disse poi. «Adesso andiamo via, ti prego.» Salutiamolo un’ultima volta e andiamo via.</p>
<p align="justify"><em>(Questo racconto è una versione ridotta, per Nazione Indiana, di un racconto più ampio)</em></p>
<p align="justify"> </p>
<div></div>
<div><span style="font-family: Times New Roman;"></span></div>
<p><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-family: Times New Roman;"></p>
<p align="justify"> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span></span>
</p>
<p align="justify"> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/sulla-pagina-bianca-primo-movimento-natale/">Sulla pagina bianca (Primo movimento, Natale)</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/' rel='bookmark' title='Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura'>Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</a> <small>di Giulio Milani (Un contributo di Milani &#8211; scrittore, nonché...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sotto-i-colpi-del-generale-inverno/' rel='bookmark' title='Sotto i colpi del generale Inverno'>Sotto i colpi del generale Inverno</a> <small> La drammatica campagna di Russia rievocata da Mario Rigoni...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/sulla-pagina-bianca-primo-movimento-natale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 07:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Celati]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Vattimo]]></category>
		<category><![CDATA[giulio milani]]></category>
		<category><![CDATA[gustave flaubert]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Vittorio Tondelli]]></category>
		<category><![CDATA[realismo]]></category>
		<category><![CDATA[René Girard]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[Slavoj Žižek]]></category>
		<category><![CDATA[transeuropa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/</guid>
		<description><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Giulio Milani</strong></p>
<p align="justify">
</p><p align="justify">(Un contributo di Milani &#8211; scrittore, nonché editor ed editore di «Transeuropa» &#8211; sul dibattito sollevato dall’editoriale del dossier che Andrea Cortellessa ha curato per &#8220;Specchio+&#8221; di novembre, e che Nazione Indiana ha <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">qui</a> pubblicato.)</p>

<p></p>
<p align="justify">Il poeta, potremmo dire parafrasando <strong>Thomas Eliot</strong>, è un imitatore di voci.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/">Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Giulio Milani</strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify">(Un contributo di Milani &#8211; scrittore, nonché editor ed editore di «Transeuropa» &#8211; sul dibattito sollevato dall’editoriale del dossier che Andrea Cortellessa ha curato per &#8220;Specchio+&#8221; di novembre, e che Nazione Indiana ha <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span>qui</span></span></span></span></span></a><span lang="IT"> pubblicato.)</span></p>
<div></div>
<p><span lang="IT"></p>
<p align="justify">Il poeta, potremmo dire parafrasando <strong>Thomas Eliot</strong>, è un imitatore di voci. &#8220;Lui rifa la polizia con mille voci&#8221; s’intitolava infatti, in bozze, la prima e la seconda parte di <em>Terra desolata</em>, e alludeva all’operazione di mimesi di un’intera tradizione culturale. Questo camuffamento del poeta, per cui la <em>poiesis</em> si fa <em>mimesis </em>performativa, parrebbe dunque il contravveleno più efficace che in epoca (postmoderna?) il narratore possa assumere per fare scudo all’intolleranza del genere umano in fatto di realtà. Poiché è vero, come scrive Marco Rovelli in apertura a <em>Lager italiani</em>, «<em>Se questa storia ti ha fatto male, non ci creder perché non è ver</em>. Finisce così un antico canto popolare. La storia che racconta è troppo spaventosa. Meglio credere non sia vera. Ecco, disponiamoci ad ascoltare una fiaba. Una fiaba troppo spaventosa per essere creduta. Dunque: c’era una volta…».</p>
<p align="justify">Raccontare la realtà come fosse una fiaba, camuffando per smascherare, mentendo per rivelare. Non è forse questo che ogni narratore ha sempre fatto, dentro l’attività mitografica di continua decifrazione e nel contempo cancellazione delle &#8220;tracce&#8221; dei nostri misfatti propria del fare letterario e culturale in senso ampio? <span id="more-10734"></span>Ma prima di affrontare la spinosa questione del cosiddetto «referente reale» dell’attività mitografica (se mai l’affronterò), partiamo dall’efficacia sociale di questa attività.</p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p align="justify">La Bibbia ci racconta una favola, la favola della cacciata del paradiso, dove agli uomini sembra capitare in sorte la più atroce delle sventure: dovrai lavorare per vivere, e «con fatica»! Fu questa favoletta senza conseguenze? Il popolo ebraico, a ogni buon conto, è stato il primo a codificare un principio di parità sostanziale tra esseri umani: dove tutti lavorano per condanna divina, non si può dare tuttavia che qualcuno lo faccia al posto di un altro: non si può dare schiavitù. Per contrappasso destinale, nella dinamica vittima-persecutore che in maniera figurale accompagna la storia dell’Occidente, bene lo avevano compreso i nostri ex alleati ad Auschwitz, là dove i nuovi schiavi erano accolti dal loro stesso proclama: &#8220;Il lavoro rende liberi&#8221;. Per dire, anche, quanta intelligenza possa esserci nell’assumere perfino da persecutori la prospettiva del (totalmente?) Altro.</p>
<p align="justify">Il compito del narratore è dunque smisurato. Se la battaglia (psicologica, estetica, etica o morale) è <em>anche</em> quella di restare nel tempo (ma <em>restare</em> in che senso, lo vedremo), quel che resta del sacrificio compiuto per noi sulla pagina dal narratore è qualcosa che riguarda il destino di molti.</p>
<p>Nelle epoche più antiche, miti e favole rappresentavano a tutti gli effetti una forma di legislazione umana. Scaturite dai resti del sacrificio, dalla sua coda farmacologica, codificavano permessi e divieti in ordine ai comportamenti umani. La religione, in questo senso, rappresentava – e rappresenta ancora – un sapere sulla violenza delle dinamiche umane. Ovvero, per quel che qui ci interessa, un sapere sulla <em>realtà umana</em>. Questo aggettivo, umana, non è accessorio. Può essere considerato, per esempio, il punto di incontro ermeneutico fra un ex decostruzionista come <strong>Gianni Vattimo</strong> e un post-strutturalista qual è <strong>René Girard</strong>.</p>
<p>Ma sentiamo cosa ci dice qualcuno che (in fatto di sintesi) se ne intende. Sentiamo <strong>Slavoj <span lang="EN">Žižek</span></strong><span lang="IT">: «Si dovrebbe distinguere fra <em>storia simbolica </em>(l’insieme dei racconti mitici e dei dettati etico-ideologici espliciti che costituiscono la tradizione di una collettività – ciò che Hegel avrebbe definito la sua &#8220;sostanza etica&#8221;) e il suo Altro osceno, la <em>storia fantasmatica e &#8220;spettrale</em>&#8221; non riconoscibile che sostiene effettivamente l’esplicita tradizione simbolica, ma deve rimanere &#8220;forclusa&#8221; per essere operativa. Quello che Freud tenta di ricomporre in <em>L’uomo Mosè e la religione monoteistica</em> (la storia dell’uccisione di Mosè, ecc…) è questa storia spettrale che perseguita lo spazio della tradizione religiosa ebraica. Santner usa una formulazione ben precisa che richiama direttamente la definizione di Reale come Impossibile di Lacan, nel suo seminario <em>Encore</em>: la storia fantasmatica spettrale racconta la storia di un evento traumatico che &#8220;continua a non aver luogo&#8221;, che non può essere iscritto nello stesso spazio simbolico introdotto dal suo accadimento – come avrebbe detto Lacan, l’evento traumatico spettrale &#8220;non cessa di <em>non</em> scriversi&#8221; (e ovviamente proprio in quanto tale, in quanto non esistente, continua a durare; e cioè, la sua presenza spettrale continua a perseguitare i vivi). Non si diventa membri a tutti gli effetti di una collettività semplicemente identificandosi con la sua esplicita tradizione simbolica, ma quando, allo stesso tempo, ci si assume la dimensione spettrale che regge questa tradizione: i fantasmi che ancora perseguitano i vivi, la storia segreta costituita dalle sue fantasie traumatiche che si può leggere &#8220;fra le righe&#8221;, attraverso le omissioni e le distorsioni.» (<em>La fragilità dell’assoluto. Ovvero perché vale la pena combattere per le nostre radici cristiane).</em></span></p>
<div><span lang="IT">Ecco il nodo gordiano tra realtà umana (o «sociale», nei termini di <span lang="EN">Žižek</span><span lang="IT">) e il suo «doppio spaventoso» (Girard) o «Altro osceno, spettralità fantasmatica» (ancora </span><span lang="EN">Žižek</span><span lang="IT">) altrimenti noto come «Reale» (Lacan). Ecco l’abisso in cui ha da sprofondarsi il nostro narratore-palombaro, oggi, per ricercare la verità (il «referente reale») del «gesto traumatico fondamentale: e cioè – per usare i termini classici – del crimine che fonda l’Ordine costituito stesso, il gesto violento che introduce un regime che retroattivamente renderà illecito/criminale il gesto stesso» (ancora </span><span lang="EN">Žižek</span><span lang="IT">). </span></span></div>
<div><span lang="IT">Il ritorno dalla Grande Guerra, la stessa che in questi giorni celebriamo come «male necessario», un capitolo fondamentale nel processo di italianizzazione se non di fraternizzazione europea, conserva in sé tutti i tratti tipici di questo rito di (ri)aggregazione, che l’umanità da sempre conosce e dimentica: l’unanimità mimetica che si sviluppa intorno al corpo (sacro) della vittima immolata per il bene della collettività. Non è stato così anche di fronte al corpo rovesciato, sputato e vilipeso del Duce, quando dovemmo fondare la Prima Repubblica? E non fu lapidazione mimata, ma pur sempre lapidazione simbolica e &#8220;reale&#8221;, il lancio di monetine all’hotel Raphael che portò al <em>trapasso</em> nella Seconda? Con tutto il corredo di santificazione ex post della salvifica vittima, il culto alla memoria del «caro estinto».</span></div>
<p align="justify">
<div><span lang="IT">La nostra è dunque una «generazione di traumatizzati senza evento traumatico» – come a ragione scrive <strong>Andrea Cortellessa</strong> nell’editoriale del dossier che ha curato per &#8220;Specchio+&#8221; – non diversamente dalle precedenti. Lo è, in quanto non lo riconosce o non riesce a raccontarlo o non gli si crede quando lo racconta, proprio come succedeva ai reduci di Russia o della Grande Guerra o di Auschwitz o del Vietnam o di Guantanamo o di Bolzaneto.</span></div>
<div></div>
<p><span lang="IT"></p>
<p align="justify">Il fatto che il figlio non abbia sparato un colpo, poi, non significa che manchi di esperienza in fatto di dinamiche vittima-persecutore. Chiunque abbia frequentato una seconda media o un asilo infantile, prima che un ufficio o un università o un qualunque consesso sociale, ha sufficiente esperienza della tragedia della realtà umana. Non occorre aver ammazzato qualcuno o essere vittima o testimone di un delitto o di un dramma epocale per sapere quali dinamiche hanno prodotto determinati effetti di capro espiatorio e unanimità mimetica nella storia dell’umanità come nel quotidiano, e per raccontarli.</p>
<p>E se anche così non fosse, o non bastasse, proprio l’inesperienza – come la noia, ci insegnavano gli antichi – è la molla dell’intelligenza e della prova del fuoco.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span>
</p>
<p align="justify">Nessuno dovrebbe, credo io, stupirsi o indignarsi nell’apprendere che i personaggi, in fondo, sono ombre, fruscianti figure espiatorie che il narratore si prende la briga – altre volte la croce – di mandare avanti al posto altrui: mosse da desideri non diversi dai nostri, queste figure incappano per noi lettori in esperienze ed eventi complessi, e in base al modo con cui affrontano le temperature del desiderio e le febbri dell’identità e le diaboliche prove del fuoco alle quali il narratore non esita a sottoporli per il suo e per il nostro diletto ed ammaestramento, noi lettori traiamo indicazioni e soddisfazioni assai preziose circa l’esperienza delle cose e del mondo: un ragionamento non dissimile è implicato in quest’idea di <strong>Daniele Giglioli</strong>, citata da Cortellessa, del<span lang="EN">lo «scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va <em>al posto nostro</em>»</span><span lang="IT">. (Non è un caso infatti che Giglioli sia stato presente al convegno di Falconara del 2006 da noi organizzato su queste tematiche – tematiche differenti rispetto alla fuffa realista che ha invaso oggi le librerie italiane – e che di conseguenza sarà presente con un contributo dal titolo &#8220;René Girard e la teoria letteraria: un caso ancora aperto&#8221; nei relativi atti del convegno che Transeuropa pubblicherà all’inizio dell’anno prossimo, e di cui auspicabilmente potrebbe occuparsi, a quanto mi è stato detto, proprio la rivista <em>Allegoria</em>.)</span></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Ma torniamo alle nostre esperienze. Ci ricordano certi studiosi, fra i quali <strong>Carlo Ginzburg</strong>, che a partire dal Settecento la borghesia nascente prese a nutrirsi del romanzesco dentro un’assimilazione dei cosiddetti riti di iniziazione che non passava più attraverso l’accesso diretto all’esperienza, ma per il tramite, appunto, della loro sostituzione e riformulazione romanzesca.</p>
<p>Il cosiddetto paradigma indiziario conobbe di conseguenza, proprio grazie alla letteratura d’immaginazione, un utilizzo sempre più consapevole e innovativo: all’avvio di un processo di mobilitazione economica e sociale tra i più formidabili che la storia dell’uomo avrebbe conosciuto, l’«educazione sentimentale» del lettore attraverso la disamina probatoria delle esperienze dei personaggi, la ricostruzione indiziaria e smitizzante delle ragioni dei loro successi e delle loro sconfitte, consentì una sublimazione e un raffreddamento delle passioni e degli appetiti nascenti che potremmo paragonare agli effetti – anch’essi, se vogliamo, ottenuti in modo romanzesco – della catechesi cristiana sugli spiriti altamente eccitabili dei cavalieri erranti del medioevo: ricorderete il rituale religioso che presiedeva all’ingresso nel modello di vita cavalleresco, le veglie di penitenza e di preghiera che su ispirazione della Chiesa i cadetti della nobiltà non sposati e privi di feudi, gli <em>iuvenes</em>, dovevano compiere prima di indossare le armi, al momento della cosiddetta investitura, per divenire paladini del cristianesimo ed eroi &#8220;senza macchia e senza paura&#8221;… Cos’altro rappresentava, quel <em>set</em> di veglie e di penitenze e di giuramenti che oggi fa sorridere, se non il provvidenziale tentativo di stemperare la violenza sanguinaria dei costumi sovrapponendo e sostituendo al paganesimo sacrificale dei riti di passaggio l’assai più commendevole cerimonia cristiana?</p>
<p align="justify">Da questo punto di vista, come sostiene il Girard di <em>Menzogna romantica e verità romanzesca</em>, il narratore soteriologico moderno non farebbe altro che portare avanti, attraverso l’impiego della menzogna romantica e del camuffamento mitografico, le medesime istanze di rivelazione e demistificazione della violenza del desiderio affidate da Cristo alla predicazione neotestamentaria.</p>
<p>Se così stanno le cose, ben vengano allora i reporter mimetici, i nostri detective dell’orrore: in prima persona, come è giusto che sia in quest’epoca dalla soggettività opaca e dalle ideologie deboli e dalla presa di parola vittimista e cattivista insieme, questi alter ego dei loro stessi personaggi – ed esattamente come i propri personaggi, affascinanti e seduttivi capri espiatori – si scriveranno addosso la pelle sacrificale che la perfomance di immedesimazione richiede. (A proposito, dacché siamo tra &#8220;indiani&#8221;, vale forse la pena segnalare la vicenda di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Grey_Owl"><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span>Grey Owl-Gufo Grigio</span></span></span></em></span></span></em></a><span lang="IT">, di cui si racconta nel film omonimo, esempio perfetto di mimetismo incarnato.) </span></p>
<p align="justify">Poiché è vero, come ci ha insegnato <strong>Pier Vittorio Tondelli</strong>, che ciò che resiste letterariamente non è che la storia di se stessi. Ma se stessi chi, verrebbe da chiedere? Se stessi <em>gli altri</em>. Con tutto il corredo di invidia, voyeurismo, indifferenza, moralismo persecutorio, pornottica che la sola vista degli altri – questi inarrivabili modelli/ostacoli del desiderio – ci produce.</p>
<p align="justify">Non si tratta di questione da poco, e bene farebbe, lo scrittore – ovvero qualcuno che si occupa e si preoccupa, prevalentemente, di progetti narrativi – a confrontarsi con il proprio tempo e con i classici di ogni tempo in cerca della prospettiva adatta, del nuovo stile che i contenuti di sempre richiedono perché la sua opera diventi scienza storica &#8220;spettrale&#8221;.</p>
<p align="justify">Un passo in questa direzione, lo ha fatto proprio il <strong>Michel Houellebecq</strong> de <em>Le particelle elementari</em>. Un testo che non è stato scritto senza preoccupazioni stilistiche e formali, tutt’altro, visto che è in dialogo tecnico e di pensiero con il <em>Bouvard e Pecuchet</em> di <strong>Gustave Flaubert</strong> (ossia l’autentico luogotenente di tutto il filone realista, se vogliamo). I due fratelli in agone – il paradigma fondativo del potere, in senso religioso-sacrificale – sono qui declinati secondo le posizioni fumettistiche dei due saggi idioti flaubertiani. Persino l’impiego delle enciclopedie dei saperi, l’uso della saggistica di impianto scientifico è perfettamente specchiato. Così le contraddizioni, i cozzi di significati nei tambureggianti rovesci di fronte prospettico, negli apparenti salti di argomento fra un capoverso e l’altro. Così l’uso dei tempi, coi tipici e inaspettati, sorprendenti passaggi al presente universale, però qui motivati dall’intreccio e dall’uso di una prospettiva in prima persona che gioca carsicamente con la terza (dunque uno stile meno sentenzioso che in Flaubert, e letterariamente più vicino alla sensibilità odierna, anche in fatto lessicale). È come se Houellebecq avesse messo il motore ai deltaplani di Leonardo, per farli volare davvero. Per provare che con un adatto motore, anche Bouvard e Pecuchet potevano volare. Adesso mi si informa che Houellebecq è anarchico, o magari anarco-individualista, un nichilista forse di destra <em>à la</em> L. F. Céline, che «sta già tutto» in <em>Mondo Cane</em>. Ma davvero? Pensate che lo si è detto, e scritto, anche di Flaubert. Anarchico. Individualista. Reazionario. Nichilista. Il <em>banalmente </em><a href="http://archiviostorico.corriere.it/2007/dicembre/16/Flaubert_texano_Wilson_co_9_071216045.shtml"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span>cattolico</span></span></span></span></span></a><span lang="IT"> Flaubert. E non è forse il testo di Houellebecq banalmente cattolico, tanto nell’analisi meccanicistica del comportamento umano quanto nel sottoporci i rischi della delega di responsabilità all’ateismo scientifico dietro la messinscena del mito della clonazione? Non ci (ri)dice quanto la dottrina insegna? Se Houellebecq è il clone di qualcuno, a mio avviso è il clone di Flaubert, rielaborato in maniera post-moderna (e posticcia, anche, visto che il romanzo, un capolavoro, è stato io credo ottenuto assemblando materiali disparati e pre-esistenti come la vicenda dello scrittore sessuomane e cinico-romantico, che prende una porzione spropositata della scena, probabilmente il romanzo originale su cui è stato innestato il disegno flaubertiano di cui ho detto). Questo sì uno splendido esempio di postmodernismo figurale, alla <strong>Erich Auerbach</strong> della dialettica fra anticipazione e adempimento!</span></p>
<p align="justify">Quanto al nostro paese, cito due casi semplici di difformità accomunabili, se radiografate con gli opportuni strumenti: <em>Gomorra</em> di <strong>Roberto</strong> <strong>Saviano</strong> e <em>Sirene</em> di <strong>Laura Pugno</strong>. Apparentemente, anche qui, fatti contro fantasie. In realtà, due magnifici esempi di scienza storica &#8220;spettrale&#8221;, diversamente articolati, certo, ma a partire da una medesima indagine, o viaggio, attraverso i postumi di un «evento traumatico rimosso», dunque un viaggio al termine dell’identità. Con la differenza che la Pugno gioca la stessa carta generazionale di Saviano a livello simbolico-strutturale, impiegando i materiali &#8220;minori&#8221; della cultura manga giapponese, svelati nella loro essenza mitica e mortale, mentre Saviano ne fa un uso funzionale solo alla costruzione della voce narrante – il ragazzo candido e colluso, colpevole e innocente insieme, che &#8220;scopre&#8221; la violenza fondativa e mitizzante del sistema sociale in cui vive.</p>
<p>Non voglio dilungarmi oltre, ma in conclusione mi domando: può tutto questo discorso avere anche solo lontanamente a che vedere col pregiudizio realista o naturalista secondo il quale la rappresentazione narrativa, come quella artistica, non sarebbe altro che una fotografia o una copia – più o meno riuscita, più o meno &#8220;verosimile&#8221; o tangibile – della <em>presunta</em> realtà? Ci risulta che proprio <strong>Gianni Celati</strong>, per esempio nelle sue lezioni universitarie al Dams di Bologna, abbia insegnato a un’intera generazione di scrittori e di artisti a non confondere i due piani, e a confrontarsi piuttosto col sottofondo mitico/spettrale della realtà antropologica. E allora dov’è, se c’è, la &#8220;dittatura dei fatti&#8221;? In casa d’altri, evidentemente…</p>
<p align="justify"><strong>Per chi suona la campana</strong></p>
<p align="justify">Oggi si torna dunque a parlare di realismo, di realtà, di reale. È il prodotto di un complotto dell’industria editoriale? <em>Anche</em>. Ritengo scorretto tuttavia dare a intendere che la semplificazione dei concetti, la banalizzazione ad uso della massa, per inseguire un gusto che come spesso capita pochi pionieri avevano anticipato, suggerito, disseminato nelle loro opere e nei contesti (minoritari) di riferimento, sia la prova che non esista altro orizzonte di comprensione possibile. Io non credo affatto. Non mi sfuggono le improvvisazioni, le approssimazioni, le operazioni pensate negli uffici da commercialisti tanto per tirare via un altro libro che possa tamponare le rese esponenziali degli editori (produciamo 60.000 novità all’anno) o assicurare il turn over delle librerie appiattito sul concetto del &#8220;comprare solo quello che si vende subito&#8221;, ovvero sul concetto allargato dell’editoria on demand. Tuttavia esistono anche altri motivi, che hanno a che fare in primo luogo con spinte culturali più ragionate e salde.</p>
<p align="justify">Registriamo negli ultimi anni un incremento della qualità dell’offerta saggistica di impianto accademico e divulgativo da parte della piccola editoria di proposta, per esempio, che al di là della solita fuffa per l’avanzamento di carriera o per la stupefazione dei begonzi, mostra una buona vitalità di profilo nazionale e internazionale, dentro un mercato assai più stabile. Com’è possibile questo? È semplice: poiché si può ormai affermare che i grandi editori, in Italia, hanno smesso di fare saggistica di ricerca. In certo modo, si può quasi affermare che abbiano cessato di fare saggistica tout-court.</p>
<p>Per i piccoli, è un’ottima notizia, dal momento che l’aggressività di questi colossi è qualcosa di inenarrabile. (Si veda l’esempio – tra l’altro un laboratorio indispensabile alla coscienza civile del nostro paese – della casa editrice Chiarelettere, che ha alle spalle il gruppo Mauri-Spagnol: praticamente un editore formato collana di libri tutti uguali, che ha programmato di sfruttare un filone sino all’esaurimento.) Per le sorti culturali del nostro paese, tuttavia, ce ne sarebbe abbastanza per lanciare qualcosa di più di un allarme.</p>
<p align="justify">Nelle redazioni dei grandi editori, infatti, non esistono più intellettuali capaci di pensare progetti editoriali a lungo termine. Ma anche se esistessero, chi li vorrebbe più? Il tempo dei <strong>Pavese</strong> e dei <strong>Vittorini</strong>, ovvero di intellettuali di calibro organici a grosse strutture imprenditoriali, è davvero finito. È nelle piccole strutture periferiche, nelle redazioni mobili di macchine non tanto grandi né comode, che oggi, in Italia, si progetta e si fa ricerca. O almeno, ci si prova, con tutti i limiti strutturali che conosciamo o possiamo immaginare.</p>
<p align="justify">Ma qualcuno, mi domando, se ne è accorto? O siamo ancora convinti che la ricerca, &#8220;quella vera&#8221;, sia rimasta a ogni buon conto patrimonio della grande editoria?</p>
<p align="justify">Acclarato o meno che possa essere, dalle periferie del paese – o se vogliamo pensarlo in questo modo, dai «nodi di rete» di cui sono fatte certe realtà editoriali &#8220;minori&#8221; – promanano oggi molti dei libri che poi producono determinati scartamenti, o «dislocazioni», nell’officina degli scrittori e dei registi. Dunque è anche all’ombra di campanili meno mappati che la critica dovrebbe guardare, cercando magari di svolgere il proprio compito &#8220;istituzionale&#8221;: «quello di leggere i testi e di proporre fra essi connessioni e interazioni – non solo all’interno del lavoro di uno stesso autore […] ma anche fra i vari testi letterari ed extra-letterari che circondano l’opera […] con dati e bilanci alla mano.» (P. V. Tondelli)</p>
<p align="justify">L’operazione concertata con l’antologia <em>I persecutori</em>, per esempio, raccoglieva un invito che partiva da determinate premesse. Come ha generosamente notato <strong>Luca Mastrantonio</strong> «il valore originario de &#8220;I persecutori&#8221; è nell’assenza di un criterio che non sia letterario – semmai venato da una visione poetica, filosofica – e dunque nessun massimo comune denominatore anagrafico, gli scrittori vanno dai venticinque ai quarantacinque; nessun principio comune territoriale, nessuna ferrea logica di appartenenza (se non un certo nucleo gravitazionale come il sito di Nazione Indiana cui molti di loro fanno parte e che pure nell’ossimoro della nazione indiana ben racchiude/dischiude; non è un caso, comunque, che la nuova collana di Transeuropa è &#8220;Narratori delle riserve&#8221;).»</p>
<p align="justify">Al di là degli esiti – tutte le antologie sono discontinue, non si può adoperare lo stesso metro che useresti per valutare un romanzo o una raccolta di racconti – abbiamo qui l’esempio di un &#8220;lavoro di contesto&#8221; a ridosso della questione del cosiddetto realismo in letteratura. Come lo intendiamo e come lo pratichiamo. Con chi e con cosa siamo in dialogo. In ascolto. Quali sensibilità collettive vorremmo intercettare e rappresentare. Quindi questa antologia svolgeva, e svolge, un ruolo critico. Programmatico. <span lang="EN">Come direbbe Tondelli, che è l’iniziatore in Italia di questo genere di antologie-laboratorio, la specificità «risiede non tanto nella forza di un singolo testo, quanto nel fatto che il testo in questione è una singola intensità di una lunghezza d’onda collettiva. Nello stesso tempo, questa filosofia situa il progetto a metà strada fra sociologia e universo letterario vero e proprio. Più che un’ipotesi letteraria (insita, per esempio, nell’idea stessa di rivista)» <em>I persecutori</em> è dunque «un’ipotesi di lavoro letterario. La differenza è proprio tutta in questo lavoro. Forse, allora, […] altro non è che un’indagine letteraria, non giornalistica, sul lavoro culturale» di determinati scrittori italiani. </span><span lang="IT">E poiché non dubito che coloro che si sono lasciati antologizzare lo abbiano fatto perché credevano nel progetto, ritengo che allo stato attuale dell’arte le alternative disponibili siano davvero poche. </span></p>
<p align="justify">Avere un vocabolario comune, perfettamente iscritto nelle istanze del letterario, non è contingenza accessoria. Una bussola per non smarrirsi, e per continuare la navigazione in acque, come si vede, tutt’altro che tranquille. Così com’è, ognuno con la sua teoria verificata dai fatti suoi, buona parte di questo tentativo è destinato a scomparire per emorragia, per mancanza di progettualità o nel displuvio delle progettazioni di default. E mi dispiacerebbe non poco, poiché la storia della letteratura e delle idee è anche una storia di incontri e di intrecci, oltre che di biforcazioni e di commiati.</p>
<p align="justify"> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/">Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/' rel='bookmark' title='REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI'>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a> <small>di Alberto Casadei Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/' rel='bookmark' title='Reale, troppo reale'>Reale, troppo reale</a> <small>[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/01/15/due-punti-e-a-capo/' rel='bookmark' title='Due punti e a capo'>Due punti e a capo</a> <small>di Andrea Cortellessa  Pubblico con molto piacere un articolo di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/12/17/traumi-italiani/' rel='bookmark' title='Traumi italiani'>Traumi italiani</a> <small>Traumi italiani. Immaginario della vittima e identità nazionale. Seminario di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/01/varianti-e-altri-realismi/' rel='bookmark' title='Varianti e altri realismi'>Varianti e altri realismi</a> <small> [Si pubblica l'intervento di S. Gallerani alla tavola rotonda...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>15</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sotto i colpi del generale Inverno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sotto-i-colpi-del-generale-inverno/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sotto-i-colpi-del-generale-inverno/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2008 05:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[giulio milani]]></category>
		<category><![CDATA[hermann heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Rigoni Stern]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6181</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/ritornosulfronte.jpg"></a></p>
<p><em>La drammatica campagna di Russia rievocata da Mario Rigoni Stern e da tanti altri testimoni diretti nel volume «Ritorno sul fronte» appena pubblicato da Transeuropa</em></p>
<p>di <strong>Angelo d&#8217;Orsi</strong></p>
<p>A chi ci chiedesse quale sia stata la guerra peggiore della storia italiana, saremmo in tanti a non saper rispondere se non con difficoltà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sotto-i-colpi-del-generale-inverno/">Sotto i colpi del generale Inverno</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/ritornosulfronte.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6182" title="ritornosulfronte" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/ritornosulfronte-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a></p>
<p><em>La drammatica campagna di Russia rievocata da Mario Rigoni Stern e da tanti altri testimoni diretti nel volume «Ritorno sul fronte» appena pubblicato da Transeuropa</em></p>
<p>di <strong>Angelo d&#8217;Orsi</strong></p>
<p>A chi ci chiedesse quale sia stata la guerra peggiore della storia italiana, saremmo in tanti a non saper rispondere se non con difficoltà. Senza sicumera, ma con cognizione di causa Mario Rigoni Stern ha la sua risposta: la campagna d&#8217;Albania, nel secondo conflitto mondiale. Ma la «guerra più drammatica di tutta la nostra storia» fu quella di Russia. Sul tema, come è noto, egli ci ha dato, nel lontano 1953, quello che Giuliano Manacorda definì «forse il testo più alto» ispirato alla guerra mondiale, Il sergente nella neve. Ora, Rigoni Stern ritorna, per così dire, ancora una volta sul Don dopo molti altri scritti, in un&#8217;affascinante conversazione con Giulio Milani, che apre un libro di testimonianze, l&#8217;ultima delle quali con Hermann Heidegger, figlio del grande Martin. Il libro inaugura la collana «Margini a fuoco», diretta da Marco Revelli e Marco Rovelli (non è uno scherzo!), per le edizioni Transeuropa che, legate al nome del compianto Pier Vittorio Tondelli, si rilanciano ora con un bello sforzo innovativo in libreria.<span id="more-6181"></span><br />
<em>Ritorno sul fronte</em>, a cura di Giulio Milani (pp. 155, euro 10), è l&#8217;efficace, semplice titolo di questo libretto che lascia parlare chi in Russia, ma spesso anche altrove (in Albania, o in Grecia), andò, e vide morire centinaia o addirittura migliaia di commilitoni. La tragedia della guerra, emerge, nella sua vivida crudezza, in queste «confessioni», che, naturalmente, rivelano diversi punti di vista, ideologie, giustificazioni, o, piuttosto, tentativi di giustificazione. Ma le «guerre del duce» sono ingiustificabili per definizione, e specialmente Rigoni Stern, con la sua saggezza che è anche competenza militare &#8211; in fatto di strategia, di armi e munizionamento, di organizzazione tattica -, ne fornisce, nelle pagine d&#8217;esordio del volume, un quadro che ci mostra l&#8217;insipienza dei comandi militari, le debolezze degli uomini ma anche i loro «eroismi», l&#8217;arroganza stolta dei capi politici, a cominciare da quel Mussolini che si riteneva (e gli altri fingevano di ritenere) un grande condottiero.<br />
Perché dunque fu la più drammatica di tutte le guerre, anche di quella albanese, per tanti aspetti peggiore? Intanto, per la lontananza e l&#8217;enorme estensione di quel territorio che solo a pronunciarlo faceva venire i brividi: erano le terre del freddo, le terre da cui era difficile sperare un ritorno: un paese sostanzialmente ignoto, mitico -e ancor più mitico dopo la Rivoluzione bolscevica. Un mito che si sarebbe poi tradotto in letteratura: sulla penosa guerra d&#8217;Albania (la peggio condotta della storia italiana, per Rigoni Stern) non ha scritto praticamente nessuno, mentre sulla Russia abbiamo una quantità di opere. E di questo fatto storico che si è tradotto in fatto letterario, in fondo anche questo libro che si muove tra storia e memoria, tra letteratura e analisi, è un estremo prodotto.<br />
Ancora di recente ci è capitato di sentire che la guerra contro il nazifascismo fu vinta dagli «alleati» (ossia Usa e GB), o sbrigativamente, «dagli americani». Ai sostenitori di questa tesi, Rigoni Stern opportunamente ricorda che «sono stati i soldati russi che hanno sconfitto Hitler»: una verità acclarata in sede storica, dalla stessa storiografia liberale angloamericana. Interessante, passare allora alla testimonianza di Heidegger junior, che, pur dichiarandosi un semplice soldato (un ufficiale della Wehrmacht che, afferma, «voleva uscire dall&#8217;ombra del padre»), e un normale tedesco «patriota», mostra ripetutamente un&#8217;attitudine inquietantemente revisionistica, per dirla in modo spiccio. Per Hermann, in sostanza, senza l&#8217;intervento degli Usa, la guerra l&#8217;avrebbe vinta il Reich; e nelle sue parole sembra di avvertire un rimpianto. Egli non perde occasione per sottolineare che le vere crudeltà furono perpetrate dai bolscevichi (naturalmente lui dichiara di «non avere nulla di personale contro i russi»), mentre nell&#8217;esercito germanico, a sua cognizione non vi furono episodi di violenza contro i civili. Quasi uno scoop storiografico sensazionale, verrebbe da commentare. Fatta salva, in assenza di altri elementi di conoscenza, la buona fede del personaggio, il quale spiega: «Allora noi giovani soldati pensavamo davvero di sconfiggere il pericolo del bolscevismo per il bene dell&#8217;Europa e i fascisti italiani condividevano il nostro stesso pensiero». E ancora: «In Ucraina siamo stati accolti con giubilo dalla popolazione, ci portavano latte e miele, erano contenti che qualcuno venisse a liberarli». Controcanto di Rigoni Stern: «I tedeschi credevano di soffocare la guerra partigiana, ma più infierivano più inasprivano gli animi di chi lottava contro. Loro credevano di portare la liberazione dal comunismo, ma i russi si sono accorti che il nazismo era peggio. Si sono accorti che uccidevano e deportavano le loro donne, uccidevano i bambini, si sono accorti che, a parte lo sterminio degli ebrei, distruggevano le case e che non avevano niente di umano». Del resto, i russi, e lo sappiamo dalla stessa lunga vicenda storica di quel paese, hanno una «grande capacità di superare le disgrazie, come nessun altro popolo della terra». Sono «abituati a soffrire», dice Rigoni Stern; e la loro fierezza e determinazione li rendeva sicuri della vittoria.<br />
Quanto agli italiani, si conferma la vergognosa impreparazione del nostro esercito, mandato allo sbaraglio per la gloria del duce. In Russia, come in Grecia e in Albania, mancava se non tutto, di tutto, dalle armi al cibo. Carenti e tardivi i rifornimenti, assenti gli ospedali da campo. Mancavano informazioni e direttive, e quando c&#8217;erano, erano imprecise. Senza contare che, convintosi il «Capo» che la campagna sarebbe stata breve e trionfante, i soldati partirono con divise estive e furono annientati dal generale Autunno, ancor prima che dal generale Inverno. Come per Napoleone oltre un secolo prima, il nemico fu soprattutto il freddo; e poi, la distanza da casa, l&#8217;impossibilità di dare e ricevere notizie, la solitudine e il senso di abbandono da parte delle stesse gerarchie militari.<br />
Analogo il quadro che emerge dalle altre interviste radunate nel libro: colpisce tuttavia la scarsa capacità &#8211; a parte, appunto, Rigoni Stern &#8211; di superare l&#8217;ottica del testimone, di guardare le cose, a distanza di tanti decenni, con uno sguardo maggiormente en historien. Ciascuno generalizza la propria esperienza, e ne fa una regola, la trasforma nella «verità» dei fatti. Emergono in particolare squarci relativi al ruolo dei leader del Pci allora in Urss, che volevano «convertire» al comunismo i prigionieri. E, colpisce che questi tentativi vengano descritti &#8211; per esempio dal prete Enelio Franzoni &#8211; come «un vero tormento», «una crudeltà». Non che i dirigenti comunisti italiani fossero degli angioli benefattori, ma forse in quella situazione le crudeltà erano altre. E lo stesso Franzoni, in un passaggio che suscita i brividi, racconta come quella guerra, anche per gli scampati al combattimento, i prigionieri italiani, sia stata «una grande strage»: era il tifo, soprattutto a uccidere: «si moriva felici&#8230; Si moriva così, nel delirio, ma senza agonia&#8230; Uno non si muoveva più, ed era finito».<br />
Il duce, intanto, da Palazzo Venezia declamava le sue lodi all&#8217;Italia in armi che si faceva «rispettare» nel mondo, e, dopo l&#8217;Etiopia, la Spagna, la Libia, la Grecia e l&#8217;Albania, combatteva sul fronte orientale, in quell&#8217;ultima guerra, la sua battaglia contro il bolscevismo e le «razze inferiori». Sì, come ebbe a scrivere Giuliano Ferrara, il «fascismo non è stato poi così male»; e Benito Mussolini, per dirla con Gianfranco Fini, fu «il più grande statista del secolo»&#8230;</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Il Manifesto&#8221;. Nota: questa data di pubblicazione, 21 giugno, ha un duplice significato: nella notte fra il 21 e il 22 giugno 1941, le truppe tedesche superarono il confine sovietico dando il via all&#8217;Operazione Barbarossa.  Inoltre, Rigoni scelse proprio un sabato 22 giugno 2002 come data per ospitare Giulio Milani nella sua casa di Asiago. L&#8217;intervista che ne è scaturita, e che è oggetto del libro e della recensione qui sopra riportata, è con ogni probabilità l&#8217;ultimo lavoro congedato in vita di questo scrittore.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sotto-i-colpi-del-generale-inverno/">Sotto i colpi del generale Inverno</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/05/12/cassino-chiara-e-cimiteri/' rel='bookmark' title='Cassino, Chiara e Cimiteri'>Cassino, Chiara e Cimiteri</a> <small>di Helena Janeczek La terza o quarta volta che vado...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/sulla-pagina-bianca-primo-movimento-natale/' rel='bookmark' title='Sulla pagina bianca (Primo movimento, Natale)'>Sulla pagina bianca (Primo movimento, Natale)</a> <small>di Giulio Milani La gravidanza era stata buona dall’inizio: nausea...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/' rel='bookmark' title='Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura'>Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</a> <small>di Giulio Milani (Un contributo di Milani &#8211; scrittore, nonché...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/mario-rigoni-stern-1-novembre1921-16-giugno-2008/' rel='bookmark' title='Mario Rigoni Stern [1 novembre 1921 -16 giugno 2008]'>Mario Rigoni Stern [1 novembre 1921 -16 giugno 2008]</a> <small>da Il sergente nella neve &nbsp; &nbsp; L&#8217;isba dove mi...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/11/19/tutto-puramente-immaginario/' rel='bookmark' title='Tutto puramente immaginario!'>Tutto puramente immaginario!</a> <small> di Walter Kempowski traduzione di Diana Politano e Francesco...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sotto-i-colpi-del-generale-inverno/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 0.836 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-13 03:47:40 -->
<!-- Compression = gzip -->
