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	<title>Nazione Indiana &#187; giulio mozzi</title>
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		<title>Fare lobby</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 08:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg"></a><em>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus</em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/">Fare lobby</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/labirinto-chartres.jpg" alt="" title="labirinto chartres" width="186" height="189" class="alignleft size-full wp-image-40738" /></a><em>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus</em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Partiamo dai dati bruti&#8230; a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/12/classifiche-pordenonelegge-dedalus-ottobre-2011/">questa tornata del Dedalus </a>ho votato:<br />
1) Sartori nei romanzi,<br />
2) Raos nelle poesie,<br />
3) De Michele nei saggi,<br />
4) Mozzi-Binaghi nelle altre scritture.<br />
Sei punti ciascuno. Si riconoscono subito: tranne Sartori, votato anche da altri, i restanti autori campeggiano solitari col loro, in fondo, magro bottino di sei voti.<br />
Questi scrittori li conosco tutti, personalmente. Sono amici miei. Alcuni carissimi amici. Due di questi sono redattori di Nazione Indiana. Ci sono tutti i presupposti dietrologici per parlare di inciucio, mafietta, camarilla, etc. etc.<br />
Ci sto pensando da alcuni giorni.<br />
Sorvolo su De Michele (lo voto perché voglio tenermi buono il gruppo di Carmilla?), o sull’accoppiata Mozzi-Binaghi (sono nel profondo un ateo devoto?) e cerco di entrare nel cuore del discorso.<br />
Il romanzo di Giacomo, per dire, so per certo che non è stato apprezzato da uno degli organizzatori del premio (non stiamo qui ora a fare gossip, è il ragionamento che mi interessa), lo ha trovato, anzi, “orribile”. Io mi fido abbastanza della sua capacità critica. Ma resta il fatto che io Sartori l’ho votato. Perché era amico mio? Perché è un redattore di Nazione Indiana? <span id="more-40736"></span><br />
Potrei rispondere molto semplicemente: perché m’è piaciuto, e morta lì (ed infatti è esattamente così, m’è piaciuto: l’ho trovato grottesco, allucinato, un’immagine perfetta di un “tipo” d’italianità, tutta chiacchiere e distintivo, che è congenito nel nostro popolo).<br />
E Raos? Nella vulgata un romanziere (come me) legge al massimo un libro di poesie l’anno, quello che gli regala l’amico poeta, come può mettersi a votare in quella categoria? Con quale competenza?<br />
Fermo restando che anche se fosse, che se anche avessi letto un solo libro di poesie non capisco perché non dovrei segnalarlo (e, viceversa, se un poeta avesse letto anche un solo romanzo all’anno che gli è piaciuto, per quale ragione non dovrebbe rendercelo noto?), potrei comunque star lì a fare ragioneria. Se leggo un libro di poesia l’anno com’è che ogni due mesi ne voto uno differente?<br />
Be’, certo &#8211; è la possibile risposta &#8211; voti i poeti di Nazione Indiana. La ragioneria dimostrerebbe il contrario; ho sul comodino Milo De Angelis, ho votato nei mesi appresso Galimberti, Pusterla, Franzin, etc. poeti che non so neppure che faccia abbiano, tanto per dire.<br />
È che a me il volumetto di Raos è piaciuto davvero, al punto che gli ho “rubato” una poesia e l’ho criptocitata (tutta intera! Potrebbe denunciarmi per plagio!) nel mio romanzo.<br />
Così come ho votato Inglese. O Buffoni. E Janeczeck, Matteoni, Rovelli, etc.<br />
Faccio lobby?<br />
Potrei insistere con le giustificazioni. Io Sartori, per dire, lo scoprii e lessi in tempi non sospetti, lo recensii quando ancora neppure mi immaginavo che sarebbe diventato un redattore di Nazione Indiana …<br />
[Inciso: non so se ve ne siete mai accorti ma su Nazione Indiana è vietato, vietatissimo, che un redattore parli di un altro redattore, che si pubblichino recensioni dei nostri libri, etc. Su Nazione Indiana ho parlato di Vasta o Garufi solo quando erano ormai usciti dalla redazione…]<br />
Detto ciò: fino a che punto, mi chiedo, devo autocensurare le mie opinioni sui libri che leggo e che mi piacciono? M’è capitato più di una volta di rifiutare di scrivere addirittura su libri del mio stesso editore per evitare possibili sospetti di inciuci o chissà cos’altro. Ma, a dir la verità, non ce la faccio più.<br />
Se scorro l’elenco dei lettori del premio Dedalus mi accorgo che inevitabilmente con buona parte di loro ho avuto od ho un rapporto, una conoscenza, uno scambio epistolare, etc. insomma “li conosco”. E li leggo, ovviamente. Così come, ovviamente, non leggo mica tutto quello che viene pubblicato in Italia, sarebbe un incubo. Quali sono perciò i libri che decido di votare?<br />
Quelli che leggo, chiaramente, quelli che mi piacciono &#8211; spesso, spessissimo di autori dei quali non so nulla (i libri che preferisco, perché sono davvero novità per me) &#8211; quelli che mi vien voglia di rendere noto ad altri. (per dire: ci sono state occasioni dove non ho votato. Dove, o perché leggevo libri “fuori dal regolamento” – autori stranieri o pubblicati fuori tempo massimo – o perché gli italiani letti – magari anche amici o conoscenti – non m’erano piaciuti).<br />
Basta?<br />
No. Non basta.<br />
Perché mettiamola come vogliamo, alla fine si legge anche per vicinanza. Perché è più probabile che io apra un libro di Chiara Valerio che di un perfetto sconosciuto. Non è giusto, ma è umano. Anche per questo, come dissi mesi fa, spesso a guardare le classifiche del Dedalus sento una certa “aria di famiglia”. Credo che sia inevitabile. E non è solo una bassa questione di “voto di scambio”: tu voti il mio libro, io voto il tuo. Nessuno me l’ha mai chiesto, non l’ho mai chiesto a nessuno. Vero, potrei fare come fa Flavio (Santi). Autoescludermi dalla votazione. Ma, mi chiedo, se lo facessero tutti i giurati non solo escluderemmo centinaia di libri dove la probabilità (non la certezza, ovvio) che siano “validi” e perciò votabili è alta, ma diventerebbe un incubo, ogni volta, leggere, scorrere l’elenco, depennare chi sì e chi no. (tenuto conto che si fa aggratis, per amor di patria).<br />
“Aria di famiglia” dicevo. La stessa classifica, se fatta con 150 giurati differenti, sarebbe ben diversa. E avrebbe una sua, particolare, “aria di famiglia”. Qui, in questa, la probabilità di vedere Alan D. Altieri &#8211;  autore che vende meno di Tabucchi, Parrella o Covacich &#8211; ai vertici è assolutamente pari allo zero assoluto (anche se &#8211; per me &#8211; lo meriterebbe molto di più di tanti altri) “di là”, nell’altra ipotetica classifica, la possibilità di leggere il nome di Frasca sarebbe deflagrante, rivoluzionario.<br />
Il Dedalus, così come ogni esperienza di questo tipo, si basa sulla credibilità dei suoi votanti e sul presupposto di onestà, di mancanza di doppi fini.<br />
Io, sia ben chiaro, ho apprezzato fin da subito questa idea. Mi sembrava un buon modo per sentire il polso &#8211; la temperatura &#8211; dei miei “vicini d’interessi”, dei miei colleghi. E un buon modo per dare visibilità a testi che non trovano spazio, dare suggerimenti (anche per questo ho sempre evitato di frammentare il mio voto).<br />
Anche di libri, quando è capitato, scritti da amici. E da redattori di Nazione Indiana.<br />
Faccio, inconsapevolmente, lobby?<br />
Forse dovremmo intenderci sul termine.<br />
Dato che la cosa non si fa nel segreto di alcuna stanza, con patti di sangue o cose così, e dato che queste classifiche non spostano migliaia di copie ma probabilmente neppure qualche decina, non credo di essermi affiliato ad alcuna loggia massonica. Però sarei disonesto se non ammettessi che nel mio piccolo io “faccio lobby”. Gruppo di pressione.<br />
Faccio parte di una realtà, Nazione Indiana, che da anni &#8211; nella sua ingovernabile anarchia (dovreste leggere la nostra mailing-list interna per capirlo), nella sua molteplicità di sguardi (s’è litigato e anche duramente fra di noi) – cerca di proporre un modo “nostro” di intendere il campo della cultura qui in Italia. E negli anni, a partire dai testi, dai post, dai libri, dagli articoli prodotti, s’è creata una sensibilità &#8211; per quanto nebulosa &#8211; comune (alcuni redattori sono cari amici, altri non li ho mai visti neppure in faccia, per me esistono solo nei testi che producono). Un rispetto reciproco, una reciproca attenzione.<br />
È inevitabile. Succede qui su Nazione Indiana, succede ovunque, in qualunque gruppo, blog, rivista. Per il rispetto reciproco che s’è sviluppato attraversando temi e battaglie, non per scambi di favori che non sono mai avvenuti (anche perché, molto grevemente, non c’è alcun potere da esercitare da nessuna parte).<br />
Il difetto, se lo vogliamo trovare a tutti i costi, che sta nel manico del Dedalus è che chi vota non ha letto tutti i libri. Ma sarebbe semplicemente impossibile. Allora che fare? Preselezionarne una decina e darli da leggere? E chi li preselezione? Con quale diritto, con quale pre-giudizio? Non sarebbe ancora più passibile di critiche? Con che diritto escludere gli altri libri?<br />
Io, come redattore di Nazione Indiana, parlo per me sia ben inteso, credo che sì, ho sempre votato libri che mi piacevano, che volevo suggerire, che volevo far conoscere, ma mi rendo conto che, piaccia o meno, mi ritrovo spesso nei libri di altri redattori di Nazione Indiana. Mi ci riconosco. Non suggerirli per questo ulteriore scrupolo lo trovo incomprensibile. Dire che votandolo non stia facendo lobby, sarebbe però ipocrita. Io, per quel centocinquantesimo che pesa il mio voto, io, votandolo, faccio lobby.<br />
Così come tutti gli altri gruppi di pressione facilmente identificabili nell’elenco dei votanti (e in quello ipotetico di un altro eventuale gruppo, etc.).<br />
Quello che conta, in fondo, è scoprire testi suggeriti da altri dei quali magari neppure ne conoscevo l’esistenza. Libri nei quali altri “gruppi di pressione” che l’hanno votato si riconoscono.<br />
Qui la cosa si fa semplice: o mi fido di questi libri, perché mi fido dell’onestà degli sconosciuti che l’hanno segnalato, o immagino mafie e dietrologie rassicuranti per evitare di prendermi la briga di leggerli.<br />
Essere però oggetto di sospetti, di calunnie, di maldicenze, inizia a stufarmi. Sono stato un lettore del Dedalus senza retro pensieri. L’ho fatto con piacere senza cercare un mio ritorno di alcuna natura (e poi, siamo seri, ma quale ritorno? L’eventuale primo posto nel Dedalus potrà pur far piacere, ma vendere come Volo, per uno che ha da pagare le bollette di casa, ne fa molto di più). Dopo tutti questi anni però mi sono scocciato di dover giustificare l’ingiustificabile. Siamo gherigli innicchiati nel guscio di noci convinti d’essere padroni del mondo. Ridimensioniamoci, per piacere. Sgonfiamo i toni polemici. Un manipolo di libri che dovrebbe fare massa critica, “di qualità”, riesce invece a creare solo fronde interne e inimicizie. A questo punto la domanda, la più semplice ed auto evidente, è: ma chi me lo fa fare?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/">Fare lobby</a></p>
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		<title>Verifica dei poteri 2.0</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 10:41:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>[Verifica dei poteri 2.0<em> prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere a fuoco gli interessi e le poste in gioco che li hanno animati.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/">Verifica dei poteri 2.0</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1.gif"><img style="background-image: none; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto; padding-top: 0px; border-width: 0px;" title="def 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1_thumb.gif" border="0" alt="def 1" width="500" height="228" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p>[Verifica dei poteri 2.0<em> prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere a fuoco gli interessi e le poste in gioco che li hanno animati. L’articolo, che esce in questi giorni sul n. 61 di «Allegoria», è stato inviato a scrittori e critici insieme ad alcune domande. Le loro risposte saranno pubblicate nei prossimi giorni su NI. La versione pdf è disponibile <strong><a href="http://www.leugenio.com/Verifica%20dei%20poteri%202.0.pdf" target="_blank">qui</a></strong>.</em>]</p>
<h2><span style="font-weight: normal;"><em> </em></span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;">Verifica dei poteri 2.0 </span></h2>
<p><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<h4><span style="font-weight: normal;"><em>Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009)</em></span></h4>
<p>di <strong>Francesco Guglieri</strong> e <strong>Michele Sisto</strong></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Si tratta di registrare gli strumenti critici,</span></em><br />
<em><span style="font-size: xx-small;">di verificarne i poteri, di decidere a quale livello<br />
del mare cominciano i nostri calcoli,<br />
entro quale arco di meridiani e di paralleli<br />
consideriamo validi i nostri discorsi. </span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Franco Fortini, <em>Verifica dei poteri</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Produrre degli effetti in un campo,<br />
non foss’altro che semplici reazioni di resistenza<br />
o di esclusione, significa già esistervi.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Pierre Bourdieu, <em>Le regole dell’arte</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Tutto ciò che so l’ho imparato da google.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">anonimo web</span></p>
<p>«I luoghi dell’opinione e del gusto letterario», scriveva Fortini nel 1960,</p>
<blockquote><p>sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Alla motorizzazione la società letteraria ha resistito anche meno dei nostri storici centri urbani.[1]</p></blockquote>
<p>Rileggendo oggi viene naturale chiedersi come abbia reagito “la società letteraria” all’informatizzazione. E prima ancora alla progressiva concentrazione dell’editoria e dell’informazione sotto il controllo di pochi grandi gruppi.<a name="_ftnref2_8741"></a></p>
<p>Sì, ma quale società letteraria?</p>
<p><span id="more-38514"></span></p>
<h4>1. La crisi della critica negli anni ’90, tra industria culturale e “tradimento dei critici”</h4>
<p>Per provare a capire cosa ha rappresentato Internet nel campo letterario italiano, bisogna tenere ben presente il contesto in cui la rete ha fatto irruzione. Il panorama dei tardi anni ’90 appariva, a chi ci viveva, tanto desolante da far scrivere ad uno sconsolato Alfonso Berardinelli che, addirittura, «di industria culturale e dei danni connessi alla sua influenza non si parla quasi più». La situazione è così grave che «arrivato a un certo grado di inefficacia permanente, il pensiero critico e la cosiddetta <em>Kulturkritik </em>si arrendono. Non ci sono più né rimedi né alternative».[3] Se la “macchina” dell’industria culturale pervade tutto, ogni anfratto, ogni piega sociale e immaginaria, se neutralizza, perché la prevede e anzi la richiede, ogni critica e ogni tentativo di resistenza, allora non resta che abbandonarsi (non senza un pizzico di <em>ressentiment</em> o di cinica euforia) allo spettacolo del crollo (altri, parafrasando Žižek che a sua volta parafrasava un film di fantascienza,[4] qualche anno dopo avrebbero detto «al deserto del reale»). Questo il clima intellettuale, verrebbe da dire <em>emotivo</em>, che respirava chi, in quegli anni, faceva o si apprestava a fare critica.</p>
<p>Quello di cui si faceva dolorosa esperienza era (ed è tuttora) la progressiva erosione degli spazi nei quali classicamente si esercitava l’autonomia della critica. Chiariamoci: autonoma in senso bourdieusiano, ovvero che risponde principalmente alle regole del campo di produzione ristretta, a quelle che il sociologo francese chiamava le “regole dell’arte”. Ma allora a quale autonomia appellarsi se non solo non ci sono più i luoghi in cui esprimerla, ma sembra venuta meno l’idea stessa di un “campo di produzione ristretta”? In altri termini ci si può chiedere, come faceva appunto Bourdieu all’inizio degli anni Novanta, «se la divisione in due mercati, che è caratteristica dei campi di produzione culturale dopo la metà del XIX secolo – con, da un lato, il campo ristretto dei produttori per i produttori, e, dall’altro, il campo della grande produzione e la “letteratura industriale” – non sia minacciata di scomparire, dal momento che la logica della produzione commerciale tende sempre più a imporsi sulla produzione d’avanguardia (nel caso della letteratura, per esempio, attraverso i vincoli che gravano sul mercato dei libri)».[5] Le concentrazioni editoriali e le ristrutturazioni interne delle case editrici maggiori alleggeriscono il peso delle redazioni nelle scelte di indirizzo e ricerca. Le riviste letterarie (e cioè il veicolo principale del dibattito critico e militante del Novecento) scompaiono, e le poche superstiti sopravvivono a stento, scontando una marginalità a volte sofferta, a volte rivendicata. La critica militante, quella sui quotidiani e sui settimanali, è tollerata solo nella forma della recensione, o, peggio ancora, della ciclica polemica: ovvero come passaggio – e oltretutto sempre meno necessario – della vita commerciale del prodotto-libro. Una critica come guida all’acquisto, orientamento del gusto, che a volte fa assomigliare le terze pagine dei giornali a poco più che propaggini degli uffici stampa delle case editrici. Quando un giovane Tiziano Scarpa nel 1997 ironizzava sui recensori dei giornali (i vari D’Orrico, Pacchiano, ecc.) riproducendone i tic e i vezzi in un’irresistibile parodia, spernacchiava un giornalismo culturale con cui sentiva, come scrittore, di condividere poco o nulla.[6]</p>
<p>La critica accademica, per contro, riesce a sottrarsi a questo abbraccio solo al prezzo di un isolamento che a volte rischia di tradursi in uno sdegnato arroccamento. Negli anni ’90 appare cristallizzata soprattutto in dolenti analisi del proprio stato. Non solo in Italia, certo: da <em>Vere presenze</em> di Steiner al <em>Canone occidentale</em> di Bloom, fino al recente Todorov della <em>Letteratura in pericolo</em>, la bibliografia (anche limitandosi ai nomi più importanti e ai testi divulgativi) è lussureggiante. Nel nostro paese si passa dalle <em>Notizie dalla crisi </em>di Cesare Segre (1993), all’<em>Eutanasia della critica </em>di Mario Lavagetto (2005), fino al caso di un Ferroni che <em>Dopo la fine</em> (sottotitolo: <em>Sulla condizione postuma della letteratura</em>, 1996) torna a lamentare l’«evaporazione di una cultura critica» in <em>Scritture a perdere</em> (2010).</p>
<p>Sta di fatto che gli unici libri di critica ancora in grado di accendere un minimo di discussione pubblica, di smarcarsi dalla pubblicistica concorsuale e finire in mano a un lettore non specialista (o quantomeno ad arrivare alle pagine dei giornali e da lì a un più vasto “dibattito”), sono proprio quelli che hanno come oggetto la critica stessa: quasi che la critica possa darsi ormai solo in forma crepuscolare, nel suo venire meno.</p>
<p>Insomma, era questo clima che spingeva un giovane Emanuele Trevi sull’orlo di una crisi di nervi a scrivere:</p>
<blockquote><p>Avevamo di fronte un’“ufficialità” culturale, incarnata dall’Università e dal giornalismo di prestigio, dai salotti e dai premi letterari… In quella dimensione, la letteratura e l’esperienza estetica avevano (come continuano ad avere) la fissità marmorea e un po’ demente delle istituzioni. Macchine sociali produttrici di consenso, di prestigio, di modelli di affermazione esclusivamente individuali. Disperatamente, molti di noi cercavano altro.[7]</p></blockquote>
<p>Cercare altro, allora. E questo altro, per alcuni, è stato Internet.</p>
<p>(<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/2/">segue alla pagina successiva</a>)</p>
<p><strong> </strong></p>
<div><strong></p>
<hr size="1" /></strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>[1] F. Fortini, <em>Verifica dei poteri</em>, in Id., <em>Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie</em>, nuova edizione accresciuta, il Saggiatore, Milano 1969, p. 41.</p>
<p>[2] I riferimenti d’obbligo per questo processo che, avviatosi negli Stati Uniti, ha investito Inghilterra, Francia e Germania prima di acuirsi anche in Italia, sono P. Bourdieu, <em>Une révolution conservatrice dans l’édition</em>, in «Actes de la recherche en sciences sociales», 126/127, 1999, pp. 3-32, e i due volumi di A. Schiffrin, <em>Editoria senza editori</em> e <em>Il controllo della parola</em> (Bollati Boringhieri, Torino 2000 e 2006).</p>
<p>[3] A. Berardinelli, <em>Dov’è finita l’industria culturale</em> [2004], in Id., <em>Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione</em>, Quodlibet, Macerata 2007, p. 83.</p>
<p>[4] Un film, <em>Matrix</em>, che, guarda caso, ipotizzava un’umanità segregata in un’illusoria realtà virtuale, schiava di un’acefala “macchina mondiale” computerizzata…</p>
<p>[5] P. Bourdieu, <em>Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario</em>, il Saggiatore, Milano 2005, p. 434.</p>
<p>[6] T. Scarpa, <em>Fantacritica (nel senso dell’aranciata)</em> [1997], in Id., <em>Che cos’è questo fracasso?</em>, Einaudi, Torino 1999, pp. 27-30.</p>
<p>[7] E. Trevi, <em>Istruzioni per l’uso del lupo</em>, Castelvecchi, Roma 2002, p. 10. La prima edizione – a cui queste parole della nuova <em>Introduzione</em> fanno riferimento – è del 1993.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/">Verifica dei poteri 2.0</a></p>
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		<title>Il male naturale di Giulio Mozzi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 10:00:28 +0000</pubDate>
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<p>E’ in tempi di censura ai libri che viene ristampato da Laurana <em>Il male naturale</em> di Giulio Mozzi. Nel 1998 in libreria durò poco, ritirato (e anche sparito dal sito della Mondadori che lo aveva pubblicato) dopo le accuse di pedopornografia ad opera del deputato leghista che vi fece sopra un’interrogazione parlamentare minacciando denunce.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/07/il-male-naturale-di-giulio-mozzi/">Il male naturale di Giulio Mozzi</a></p>
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<p>E’ in tempi di censura ai libri che viene ristampato da Laurana <em>Il male naturale</em> di Giulio Mozzi. Nel 1998 in libreria durò poco, ritirato (e anche sparito dal sito della Mondadori che lo aveva pubblicato) dopo le accuse di pedopornografia ad opera del deputato leghista che vi fece sopra un’interrogazione parlamentare minacciando denunce. <em>Il male naturale</em> è uno straordinario libro di racconti, che riflettono (su) il male naturale della vita. Racconti teologali, quasi, che stanno nel solco della secolare riflessione agostiniana sul male “consustanziale” all’umano e sul peccato originale. Soggetto di questi racconti – che sono tanto più belli e intensi quanto più non “succede” niente (non c’è successione: è tutto lì, in un tragica incompiutezza) – è il corpo.<span id="more-38040"></span> Anzi, paolinianamente, la <em>carne</em>. La carne che muore, la carne che desidera nutrimento e ri/fusione, la carne mutilata che pure, anch’essa, desidera il piacere. C’è, sempre, un corpo si confronta con se stesso, con la distanza da se stesso, con la mancanza che lo sforma. Ma tutto appare in chiave oggettuale, quasi clinica: tutto viene semplicemente mostrato, come osservato dall’occhio di un biologo, o di un angelo. Un occhio che scruta, in una sorta di assoluta aderenza, profondato nella loro “datità”, direbbe il filosofo. In questa “datità” delle cose naturali l’occhio che scruta e scrive scorge il male, nella sua naturalità assoluta, e le cose, raffigurate nei proprio esatti contorni, sembrano irredimibili. Il male, nella sua verità ultima, è morte. E questo è un libro sulla morte. Anzi, non sulla, ma corpo a corpo con la morte: avvertita nella sua incontrovertibile presenza/assenza. Anche nella pienezza della vita, là dove la vita si riproduce e prolifera, ovvero nell’attività sessuale, si scorge la presenza della morte:  “L’attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali”. Che è sommamente presente in quel breve racconto, <em>Amore</em>, che fu l’origine dello scandalo. Un testo di nemmeno tre pagine in cui viene messo in scena un rapporto sessuale tra un adulto e un bambino, rappresentato con il massimo di “occhio clinico”, e proprio per questo arrivando al massimo possibile della violenza: raffigurando quell’atto dunque nella sua verità esistenziale. E la verità è la materia eminente dell’arte. In tutto questo, come un soffio a margine, si percepisce, sempre, lo scarto ulteriore, il momento che viene: che poi, agostinianamente, è la grazia possibile, e la parola che salva.</p>
<p><em>(pubblicato in versione ridotta su l&#8217;Unità. 5/2/2011)</em></p>
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		<title>CARLO COCCIOLI A TRENTO</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 19:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<h4></h4>
<h4>Giulio Mozzi presenta <em>Il cielo e la terra</em> (1950)</h4>
<h4>di Carlo Coccioli</h4>

Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO
<p><a href="http://vibrisse.wordpress.com/il-capolavoro-invisibile-a-trento/">per maggiori informazioni</a><br />
</p>

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<h4>Giulio Mozzi presenta <em>Il cielo e la terra</em> (1950)</h4>
<h4>di Carlo Coccioli</h4>
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<address>Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. <span style="font-size: x-small;">A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO</span></address>
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		<title>Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 04:37:28 +0000</pubDate>
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<p>[La prima parte di questo post è uscita su "il manifesto" del 5/09/2010]</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="padding-left: 330px;">di <strong>Andrea Inglese</strong><em> </em></p>
<p style="padding-left: 330px;"><em>Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione.</em></p>
<p>Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/">Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36565" title="rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1-300x129.jpg" alt="" width="300" height="129" /></a></p>
<p>[La prima parte di questo post è uscita su "il manifesto" del 5/09/2010]</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="padding-left: 330px;">di <strong>Andrea Inglese</strong><em> </em></p>
<p style="padding-left: 330px;"><em>Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione.</em></p>
<p>Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso. Difficile, certo, definirlo questo tema, che deve la sua forza catalizzatrice forse al suo carattere ambiguo: questione politica, etica, letteraria, o di costume? Di certo, questa volta, esso ha suscitato prese di parola da parte dei più diversi e autorevoli tra scrittori, critici, intellettuali, oltre che da parte di una combattiva popolazione di commentatori in rete. Nonostante alcuni effetti di spossante monotonia, sono state dette, in tale occasione, anche cose interessanti, intelligenti, a volte persino molto divertenti (la scena di Luca Casarini accolto a Segrate rimarrà memorabile, quanto i primi passi di Marcel nel salotto dei duchi di Guermantes).<span id="more-36535"></span></p>
<p>Sacrificando molte sfumature, verrebbe da dire che il dibattito ruota sull’opportunità o no di boicottare da parte di scrittori ad essa affiliati la casa editrice Mondadori. Alcuni si spingono a sostenere un boicottaggio nei confronti di ogni prodotto editoriale Mondadori (purché il consiglio di classe del loro figlio non adotti il libro di matematica o italiano di una casa editrice scolastica facente capo a Segrate!). Se si parla di boicottaggio, si parla di una campagna politica. Un boicottaggio, per avere senso, deve darsi degli obiettivi pratici, ben definiti e ad esso adeguati.</p>
<p>Immagino io, che se si lancia una campagna contro la Mondadori, essa fa parte della più ampia battaglia politica che una fetta importante di italiani ha ingaggiato contro il governo e la politica di Silvio Berlusconi, una battaglia che ha un chiaro obiettivo: non farlo rieleggere, sottrargli quei poteri politici, che gli permettono, ad esempio, di creare leggi per depenalizzare frodi fiscali che qualche sua azienda ha potuto o potrebbe realizzare. Questa battaglia politica si può concretizzare di volta in volta in campagne specifiche: la campagna per il ritiro della legge-bavaglio, la campagna contro i tagli alla scuola e alla ricerca universitaria proposti dalla riforma Gelmini, e così via. Di ogni campagna politica, così come della battaglia più generale in cui essa confluisce, si può chiaramente dire 1) se abbia raggiunto o meno i suoi scopi; 2) se abbia adottato o meno le forme più efficaci e adeguate per essere perseguita. Quali sono gli scopi verosimili, plausibili, di una campagna per il boicottaggio della Mondadori propugnata da autori che, fino a ieri, erano nel suo catalogo? L’indebolimento (magari il crack) dell’impero economico di Berlusconi? Ma il rendere Berlusconi un po’ meno ricco, non sembra un obiettivo politico, a meno di immaginare che le pressioni esercitate dalla campagna di boicottaggio su una delle sue aziende non lo inducano ad abbandonare il governo o a cambiare politica. Tattica alquanto tortuosa e, date le circostanze, poco realistica nei suoi esiti.</p>
<p>Ma qualcuno dirà che, in effetti, non si tratta di una campagna politica, bensì di una campagna moralizzatrice. Non contano più gli obiettivi concreti, conta la capacità degli autori Mondadori di fare dei gesti esemplari, che hanno valore in sé, in quanto testimoniano di un’opposizione intransigente, capace di giungere sino al sacrificio di vantaggi materiali. Qui sembra che il nemico non sia più Berlusconi, ma “il berlusconismo”, ossia il lato Berlusconi di ognuno di noi. Il significato di una campagna moralizzatrice è grosso modo questo: se Berlusconi ha vinto è perché <em>tutti noi</em> (elettori o meno di Berlusconi) abbiamo ceduto al “berlusconismo”. Qui siamo passati, però, dalla battaglia politica (non fare rieleggere Berlusconi, bloccare i provvedimenti del suo governo) a una battaglia culturale (cacciare fuori dalla nostra pelle e dalle nostre menti il “berlusconismo”). Ma che cos’è questo “berlusconismo”? Non è la forma propriamente italiana, quella più aggiornata, della mercificazione sempre più estesa della vita che tutti i paesi del capitalismo avanzato conoscono? O meglio, il “berlusconismo” non è che uno dei nomi di questa cultura da tutti condivisa – una volta si diceva “ideologia dominante” – in quanto essa, nonostante le differenze negli stili di vita, ha permeato la nostra formazione o il nostro invecchiamento sociale sia a destra che a sinistra. Non siamo tutti quanti a bagno nella merce, sia essa solida o digitale, in forma di beni o di servizi? Così va il nostro mondo, nell’epoca in cui siamo venuti al mondo. E questo non significa certo né che questa cultura del tardo capitalismo sia l’unica cultura di riferimento né che sia impossibile, per noi che vi siamo nati in mezzo, sottoporla a critica anche radicale.</p>
<p>Se comunque è questa la battaglia culturale in cui siamo ingaggiati, è evidente che è altamente difficile definire obiettivi circoscritti e verificabili. A questo punto diventa arduo decidere se sia più opportuno ed efficace, per uno scrittore, realizzare la sua battaglia contro la mercificazione abbandonando la casa editrice Mondadori o scrivendo per la Mondadori un libro che manifesta, nell’onda lunga della ricezione, altri valori, altre possibilità di vita più degne e umane di quelle offerte dalla società presente. L’esemplarità riguarda sia il gesto concreto di un individuo, al cospetto del gruppo sociale che ne legge il senso, sia il messaggio complesso e stratificato di un testo letterario che agisce sulla visione del mondo di ogni lettore.</p>
<p>Molti scrittori, intervenuti nel dibattito in corso, si sono mostrati convinti, pur in maniera diversa, che boicottare la Mondadori non è un passo decisivo nella battaglia culturale per una società meno mercificata. (L’argomento più sensato fatto al riguardo segnala gli svantaggi di un tale atteggiamento: accelerare un processo di omogeneità ideologico-culturale forse già avviato ai vertici dell’azienda.) Io aggiungerei una cosa soltanto. Boicottare l’editoria capitalista sarebbe un passo decisivo in questo senso, dedicandosi interamente a forme di editoria digitale autoprodotta e finanziata da lettori altrettanto impegnati in tale boicottaggio. Se esistono scrittori, che hanno convinzioni anticapitalistiche radicali, essi senz’altro staranno battendo questa strada. Un gesto davvero utopico e di sfida non potrà limitarsi, per chi è un autore noto, al passaggio da un’azienda del capitalismo tracotante ad un’azienda del capitalismo temperato. Dove starebbero, in tal caso, il coraggio e il sacrificio esemplari? Che un autore da 50.000 copie decida di autoprodursi il proprio libro in rete, finanziandosi con una sottoscrizione di lettori, questo sì che sarebbe un gesto capace di scuotere le coscienze e di sconvolgere le odierne pratiche editoriali.</p>
<p><em>Autonomia dello scrittore e logica di mercato</em></p>
<p>La confusione tra battaglia politica e campagna moralizzatrice (o battaglia culturale) fa girare non poco a vuoto la discussione. Se il problema della Mondadori è Berlusconi, allora il conflitto deve giocarsi chiaramente sul terreno politico. (E questo vuol dire salvaguardare ogni voce dissenziente, tanto più se viene da autori dell’azienda di cui è Berlusconi è proprietario.) Se il problema della Mondadori riguarda una serie di atteggiamenti, riconducibili alla logica dell’odierna azienda culturale, che pone il profitto e i mezzi per realizzarlo al di sopra di qualsiasi altra considerazione, allora la Mondadori non è l’unico problema, in quanto tutte le grandi case editrici adottano la medesima logica. La campagna moralizzatrice, nata intorno alle peggiori ombre che si addensano sulla casa editrice di Berlusconi (casa editrice fraudolenta, monopolista, acquisita illegalmente, macchina ulteriore di consenso), dovrà investire alla fine lo statuto più generale dello scrittore al cospetto del mercato editoriale e porgli la domanda cruciale: tu che sei giunto ad un vasto pubblico grazie a una casa editrice che riconosce economicamente il tuo mestiere, ti permette di essere presente nelle librerie e ti offre una sufficiente pubblicità, sei nonostante tutto <em>autonomo</em>, <em>indipendente</em>, <em>libero</em> in quello che scrivi?</p>
<p>Questione non di poco conto, perché è sicuramente vero che lo scrittore, in un certo senso, è responsabile solo delle sue parole, ma ciò non va inteso in maniera riduttiva. Non credo sia sufficiente dire: “Nel mio libro non c’è stata censura, nel mio libro dico peste e corna del capo del governo”, ecc. Questo discorso vale finché si parla di battaglia politica, ma se la battaglia in cui uno scrittore degno di questo nome è ingaggiato riguarda soprattutto la cultura dominante e la mentalità che essa favorisce, allora vale l’osservazione che fece Giulio Mozzi in un’intervista su NI proprio sul tema della responsabilità dell’autore: “mi convinco che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria non solo frena la pubblicazione di opere non adatte a essere pubblicate da un’editoria caratterizzata da una tendenza verso un’industrializzazione crescente, ma ne frena addirittura l’apparizione, e prima ancora il concepimento, e prima ancora il desiderio”.</p>
<p>La campagna moralizzatrice contro il “berlusconismo” si scontra qui con la battaglia solitaria che ogni aspirante scrittore realizza, fin da giovanissimo, per adeguare la sua vocazione agli standard della merce editoriale di largo consumo, in quanto è l’assimilazione di tali standard che promette di ridurre ampiamente i rischi di rifiuto editoriale. Ciò non deve stupirci, in quanto una battaglia culturale è sempre una battaglia contro un nemico che è innanzitutto <em>interno</em>: un habitus mentale e pratico.</p>
<p>Il grande sospetto che la compagna moralizzatrice suscita verte su questo inevitabile compromesso tra scrittore e mercato del libro. Pur di raggiungere il pubblico, e confezionare come gli è richiesto un prodotto commerciale, e trarne tutti i vantaggi conseguenti, lo scrittore non rischia di rinunciare alla propria opera, alle proprie ossessioni, alla propria sintassi, al proprio pensiero? Possibile che un tale sospetto cada solo su quegli scrittori che pubblicano per Mondadori, e che potrebbero autocensurarsi nel momento in cui stanno utilizzando o hanno utilizzato una figura come “nano peronista”?</p>
<p>Gli effetti di censura di carattere politico, quando davvero esistono sulla scrittura di un autore contemporaneo, almeno in Italia, sono senz’altro quantitativamente molto limitati rispetto agli effetti di censura che derivano da altri imperativi, come quello della vendibilità e della leggibilità, della leggerezza e della facilità. Peggio di un libro scomodo politicamente, che vende bene, c’è solo un libro, politicamente indecifrabile, che non vende.</p>
<p>Ora, se davvero si vuole porre in modo radicale la questione dell’<em>autonomia dell’autore</em>, non si può fare a meno di legarla alla questione dell’<em>autoproduzione</em>. Ma ciò tira in ballo non più solo lo scrittore e la sua “coscienza”, ma anche il <em>lettore</em> e le sue <em>responsabilità</em>. Tutto questo risulta chiaro per chi sia familiare con il genere della poesia. La poesia è un tipo di scrittura che non riesce ad elevarsi al cielo della merce editoriale. Poiché gli estimatori di poesia non costituiscono un numero sufficiente di compratori per essere qualificati come pubblico, si dice che la poesia non ha pubblico. Ed è vero che un poeta può avere, in certe circostanze, non più di otto o dieci lettori. Questi lettori non saranno tanti quanto quelli di cui un editore ha bisogno per pubblicare un libro senza perderci, ma possono essere sufficienti a legittimare l’esistenza del genere poetico e, in alcuni casi, di opere poetiche molto importanti. Mi rendo conto che è divenuto impossibile ai più concepire l’idea che qualcosa valga, nell’ambito dell’arte della parola scritta, anche se non interessa immediatamente (nel giro di sei mesi) un numero cospicuo di persone. Chi si trova a frequentare l’universo delle scritture poetiche è portato più facilmente di altri a infrangere il tabù che assegna valore a un testo scritto in proporzione alla quantità di pubblico che è disposto ad acquistarlo in forma di libro. (Naturalmente nessuno si sogna di difendere l’idea che sia vera l’equazione inversa: meno pubblico = più valore. Forse le equazioni di questo tipo non sono semplicemente pertinenti.) [Si veda su questo argomento, quanto scritto <a href="http://slowforward.wordpress.com/2010/09/04/precisando/ ">qui</a> da Marco Giovenale, poeta e, come altri poeti, impegnato in forme di autoproduzione.]</p>
<p>Se esiste qualcosa come l’autonomia di uno scrittore, deve poter consistere anche nel voler scrivere un testo, nonostante si corra il rischio che esso non corrisponda a un prodotto editoriale immediatamente vendibile (i famosi sei mesi). E qui l’esame di coscienza degli autori – è ciò cui abbiamo assistito durante queste settimane –, pur non essendo inutile non è sufficiente. L’esame di coscienza lo facciano anche i <em>lettori</em> e partendo dalla stessa questione: che cosa favorisce l’autonomia, in ambito culturale e letterario?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La responsabilità dei lettori </em></p>
<p>L’onda lunga delle battaglie politiche altermondialiste, inaugurate a Seattle nel 1999, ha preso la forma di una campagna moralizzatrice, che ha influito sulle abitudini pratiche e mentali dei cosiddetti consumatori. Gli obiettivi politici più ambiziosi come la Tobin tax sono rimasti per ora lettera morta, ma alcuni obiettivi culturali sono stati realizzati: dalle forme di commercio equo e solidale alle pratiche inerenti allo Slow Food. Insomma, una fetta di consumatori si è fatta <em>responsabile</em> almeno quando mangia o acquista una lavatrice. Non sarebbe possibile estendere questa responsabilità anche al consumo dei prodotti culturali? Il tema della <em>bibliodiversità</em> dovrebbe essere all’ordine del giorno, quando si discute di scrittori e di editoria oggi. Ma facciamo un passo avanti: può questo discorso ricadere esclusivamente sulle spalle degli autori più intransigenti e innovativi, o degli editori indipendenti e audaci? Il discorso sulla bibliodiversità è ovviamente complesso e tira in causa diversi fattori, da quello della produzione del libro sino a quello della sua distribuzione e vendita. Oggi, inoltre, ampliando la visuale a tutto il mondo occidentale, nuovi giganti del monopolio (Amazon e Google) si affacciano sul mercato editoriale, pronti ad occuparlo nella sua forma più avanzata, elettronica e telematica.</p>
<p>Una cosa è certa. Qui ed ora esistono pratiche che permettono l’estensione dell’indipendenza e dell’autonomia dello scrittore, e degli stessi progetti editoriali. Ma tale estensione non può che farsi in forma di reale cooperazione tra i diversi soggetti implicati: autori, editori, traduttori, grafici, lettori. Il lettore che voglia “far la morale” è poi disposto, lui per primo, a cambiare alcune abitudini, a compiere qualche sacrificio?</p>
<p>Voglio concludere questa riflessione con due casi molto concreti, uno riguarda un autore francese che in Italia è quasi sconosciuto, l’altro riguarda Nazione Indiana. In entrambi i casi, le scelte e il coinvolgimento dei lettori è decisivo per promuovere l’autonomia e l’indipendenza degli autori.</p>
<p>Partiamo da Paul Jorion. Jorion ha una formazione multidisciplinare, in antropologia e filosofia, ma anche nelle scienze cognitive e nell’economia. Unisce riflessione teorica ed esperienza sul campo. È autore di diversi libri importanti, quali  <em>Investing in a Post-Enron World </em>(McGraw-Hill 2003), <em>La crise du capitalisme américain </em>(La Découverte 2007), <em>La crise. </em><em>Des subprimes au séisme financier planétaire</em> (Fayard 2008) e <em>Comment la vérité et la réalité furent inventées </em>(Gallimard 2009). Sul mondo della finanza statunitense, Jorion ha conoscenze di prima mano. Dal 2005 al 2007, ad esempio, ha lavorato presso Countrywide, l’azienda principale dei prestiti ipotecari negli USA. Dal 2007 Jorion dirige un <a href="http://www.pauljorion.com/blog/">blog,</a> attraverso il quale ha realizzato una sorta di diario della crisi finanziaria statunitense ed europea giorno per giorno, spostandosi continuamente dal piano dell’attualità a quello dell’analisi critica. Ma gli argomenti in esso trattati spaziano dalla filosofia della scienza all’ecologia, dalla letteratura all’intelligenza artificiale.</p>
<p>A mio parere Paul Jorion incarna la figura di quello che definirei un intellettuale post-universitario, riallacciandomi ad una riflessione fatta in <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell’intellettuale/">questo articolo</a> sull’eclissi dell’intellettuale universitario. Jorion, pur avendo insegnato in diverse università (Bruxelles, Cambridge, Paris VIII, l’Università di Californie a Irvine), ha deciso alla fine di collocarsi al di fuori dell’istituzione accademica. I materiali del blog, che confluiscono nei suoi libri, hanno per certi versi le caratteristiche di corsi universitari. Rispondono ad una doppia esigenza: quella di far circolare dei saperi, impegnandosi in un lavoro serio di esposizione e divulgazione, e quella di approfondire questi saperi, nel rispetto del rigore scientifico e di una piena indipendenza intellettuale.</p>
<p>Ciò che permette al lavoro di Jorion di realizzarsi in completa autonomia sono le libere sottoscrizioni dei suoi lettori. In una sezione del blog intitolata “Donazione”, l’autore scrive: “Voi avete la bontà di affittare la mia indipendenza: non lavoro infatti per un’azienda, non insegno neppure più, né voglio beneficiare della pubblicità. Vivo esclusivamente dei miei diritti d’autore e dei vostri contributi. Rifiuto di operare tra di voi una selezione in funzione dei soldi: voglio che l’accesso ai miei testi resti gratuito, perché continuerò a rivolgermi a coloro per i quali tutto ciò che non è gratuito è troppo caro. E ciò mi obbliga a contare su altri, che potrebbero contribuire di più, ma su una base strettamente volontaria. Perché non ci sia abuso da parte mia, pubblicherò i miei conti tutti i mesi, in modo che possiate valutare come utilizzo i miei fondi.”</p>
<p>Jorion ha anche chiarito che la cifra mensile ottimale, che gli permette di dedicarsi interamente al suo lavoro, è pari a 2.000 euro mensili. Tutto ciò che raccoglie in più, è utilizzato per finanziare altri autori indipendenti, associandoli al suo progetto. Abbiamo qui una pratica realmente alternativa di produzione e circolazione del sapere, che è interamente funzionale a rafforzare l’autonomia e l’indipendenza dell’autore. Essa si basa sulla cooperazione instaurata con i lettori, che gli permette di salvaguardare il principio etico della gratuità e la necessità materiale di finanziare le proprie ricerche e il proprio lavoro. Il blog di Jorion continua ad essere a tutt’oggi attivo e a richiamare un pubblico deciso a scegliere come spendere il denaro in strumenti di conoscenza del mondo.</p>
<p>Veniamo ora a Nazione Indiana. Le motivazioni che animano un blog collettivo come il nostro possono essere diverse, ma tra di esse la spinta a realizzare uno spazio di espressione autonomo e indipendente si è rivelata nel tempo fondamentale. Questa autonomia si è per altro rafforzata nel confronto spesso rude e impietoso con i gruppi di commentatori, che nel contesto orizzontale della rete non si ponevano certo in un atteggiamento di ricezione passiva e docile. Va però chiarito meglio in che senso un blog letterario come il nostro amplia gli spazi di pensiero autonomo. Spesso si tende a sottolineare che i membri di un blog investono tempo ed energie, cioè lavoro, al fine di proporre dei materiali d’interesse collettivo, e ciò avviene gratuitamente, in una forma che ricorda il volontariato o la militanza politica. Tutto ciò è vero. Dietro ogni post di Nazione Indiana c’è del lavoro, e del lavoro non remunerato. Ma il punto cruciale non è ancora questo. La maggior parte di noi, anche al di fuori degli articoli nati esclusivamente per il blog, nelle collaborazioni a riviste specializzate, convegni, o addirittura pagine culturali sui quotidiani, ha scritto molto spesso, e in molti casi continua a scrivere, gratuitamente o quasi. Il problema è generale: i soldi investiti nella cultura sono pochi, e quei pochi, quando ci sono, possono ridurre drasticamente gli spazi di autonomia. La novità del blog non sta quindi nel lavoro gratuito che lo tiene in piedi, ma nel lavoro gratuito <em>autogestito</em> dagli autori, fuori dalle mediazioni e dai vincoli imposti dalle redazioni, dalle firme autorevoli, da qualche autore influente o redattore privilegiato. Questa situazione ha rotto parecchi equilibri, almeno su due fronti: quello delle riviste specializzate, molte delle quali legate all’università, e quello delle pagine culturali dei quotidiani o di altri periodici nazionali. Entrambe queste realtà, che funzionano in base a gerarchie abbastanza rigide, sono state costrette a fare i conti con una serie di soggetti, che si sono costituiti un’identità culturale e un’autorevolezza soprattutto in rete, nel confronto diretto con i lettori.</p>
<p>Non tutti i membri di un blog come Nazione Indiana possono essere considerati dei <em>parvenu</em>, dei nuovi arrivati, in quanto molti autori sono presenti anche in contesti diversi e più tradizionali, come appunto redazioni di riviste specializzate o pagine culturali di quotidiani. Ciò che però li accomuna è una certa insofferenza verso questi contesti, e la convinzione che il lavoro in rete sia in qualche modo più appagante e più libero, <em>a parità di svantaggi materiali</em>.</p>
<p>Oggi però il nostro blog si propone di realizzare un passo ulteriore, richiamando anche i suoi lettori ad un esercizio di responsabilità. La decisione di inaugurare <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">“Murene”</a>, ossia una collana legata al blog e inizialmente autofinanziata dai suoi membri, auspica una piccola rivoluzione nel rapporto con i fruitori del blog. Anche in questo caso diverse sono state le motivazioni a spingerci su così perigliosa china. Di certo le nostre ambizioni non sono quelle di creare una nuova piccola casa editrice. L’aver poi optato, invece che per un e-book, per il vero e proprio libro, con tutta la cura e l’arte (di Mattia Paganelli) che ciò comporta, credo sia da ascrivere ad uno spirito provocatorio. Non vogliamo prendere scorciatoie tecnologiche, ma accettare la sfida di produrre il più classico degli oggetti culturali: il libro. E non ci accontentiamo soltanto del fatto che il libro sia materialmente bello, vogliamo anche che sia espressione di un’arte della parola intransigente, audace, intelligente, come quella che esercitano i primi tre autori da noi scelti. (Non proponiamo pane, ma brioches. E brioches a prezzi popolari.)</p>
<p>Qual è il senso ultimo di questa provocazione? Io, rispondendo anche per gli altri indiani, lo riassumerei in una frase: <em>smettiamola con il lamento, e cominciamo a costruire la nostra autonomia</em>. Ma un progetto come questo non può funzionare senza la complicità e il sostegno dei lettori. È un progetto rischioso, ma assolutamente realistico. Con 200 abbonamenti copriamo le spese di stampa e spedizione. Oggi siamo a quota 87, e questo è un segnale già molto positivo; 87 persone hanno contribuito a realizzare una pratica culturale inedita. Una pratica che è parte della battaglia contro il “berlusconismo”, i monopoli editoriali, la mercificazione estrema della nostra vita. Sottoscrivere un abbonamento di 20 euro per tre titoli è un atto di fiducia, ma fondamentalmente un atto di fiducia nei confronti della nostra autonomia di scelta. Vi proponiamo dei testi che nascono da un innamoramento forte, e che giungono a voi passando per il difficile corpo a corpo della traduzione. Abbiamo infatti privilegiato autori stranieri, sempre più convinti che il confronto con altre lingue esperienze culture sia per noi, oggi, fondamentale. Infine, abbiamo scelto di dare spazio a generi diversi, quali la poesia, il saggio e il racconto, consapevoli della complessità del fatto letterario, che tende ad essere ricondotto troppo spesso all’unico genere redditizio per il mercato editoriale, ossia il romanzo.</p>
<p>Aggiungo solo che la nostra piccola proposta, pur andando nella direzione dell’autoproduzione, resta imperfetta riguardo ad un’importante questione. Se raggiungiamo i 200 abbonamenti la nostra scommessa è vinta. Significa che non esiste solo “il lettore medio”, il “pubblico”, “il mercato del libro”, ma che esistono singoli lettori consapevoli e capaci di modificare le loro abitudini, di sperimentare forme di produzione culturali diverse e indipendenti. Ciò nonostante non abbiamo ottenuto ancora quella situazione pienamente soddisfacente, per cui la forza-lavoro intellettuale presente in un prodotto culturale viene adeguatamente ricompensata. Affinché si riuscissero non solo a coprire le spese di stampa e spedizione, ma anche a retribuire il lungo lavoro dei traduttori e curatori (in questo caso Raos, Rizzante, Zangrando), gli abbonamenti dovrebbero almeno raggiungere il numero di 400. Ma <em>a parità di svantaggi materiali</em>, la proposta di una collana attraverso degli abbonamenti per sottoscrizione ci sembra davvero il modo migliore per buttare la palla nel campo di voi lettori e di misurare anche la vostra di responsabilità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/">Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a></p>
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		<title>Giulio Mozzi: Inventare e raccontare storie</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 14:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[inventare e raccontare storie]]></category>

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<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/04/giulio-mozzi-inventare-e-raccontare-storie/">Giulio Mozzi: <em>Inventare e raccontare storie</em></a></p>
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<a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/' rel='bookmark' title='Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?'>Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/04/giulio-mozzi-inventare-e-raccontare-storie/">Giulio Mozzi: <em>Inventare e raccontare storie</em></a></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/04/giulio-mozzi-inventare-e-raccontare-storie/">Giulio Mozzi: <em>Inventare e raccontare storie</em></a></p>
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		<title>La (mia) risposta a Giulio Mozzi</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 11:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/punto-di-domanda.jpg"></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Carissimo Giulio,<br />
sono stato fuori Milano per circa un mese, con vaghe e sporadiche incursioni su internet. Quindi leggevo le tue domande di straforo, senza mai trovare il tempo di darti una (mia) risposta.<br />
Dici a Helena, in un commento al post di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Voltolini</a>: &#8220;Helena, mi par di capire dunque che Nazione indiana fa domande come Nazione indiana, ma non è disponibile come Nazione indiana a dare chiarimenti sulle domande stesse.&#8221;<br />
Sai, ho come la sensazione che ci sia un errore di comprensione iniziale che falsifichi tutto il tuo ragionamento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/25/la-mia-risposta-a-giulio-mozzi/">La (mia) risposta a Giulio Mozzi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/punto-di-domanda.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/punto-di-domanda.jpg" alt="" title="punto-di-domanda" width="237" height="283" class="alignnone size-full wp-image-32212" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Carissimo Giulio,<br />
sono stato fuori Milano per circa un mese, con vaghe e sporadiche incursioni su internet. Quindi leggevo le tue domande di straforo, senza mai trovare il tempo di darti una (mia) risposta.<br />
Dici a Helena, in un commento al post di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Voltolini</a>: &#8220;Helena, mi par di capire dunque che Nazione indiana fa domande come Nazione indiana, ma non è disponibile come Nazione indiana a dare chiarimenti sulle domande stesse.&#8221;<br />
Sai, ho come la sensazione che ci sia un errore di comprensione iniziale che falsifichi tutto il tuo ragionamento. Nazione Indiana così come tu la rappresenti, questa specie di ente superiore, di Politburo, di Consiglio di amministrazione iperdirigista, che chiede, risponde, fa e disfà, non esiste. Nazione Indiana è una cosa più complicata. E&#8217; fatta dai suoi redattori, dai suoi lettori, dai suoi commentatori, collaboratori (che spesso sono anche tutte queste cose assieme) con le loro storie, il loro vissuto, il loro personale contributo. <span id="more-32210"></span><br />
Tashtego o Alcor, Galbiati o Vergé, per fare degli esempi, sono, in qualche modo, pezzi di Nazione Indiana, ne danno una colorazione. Persino l&#8217;ultimo dei troll lo è (e pure il decidere se bannarlo o meno).<br />
E anche se &#8211; legittimamente- stringessimo il campo ai soli redattori, come ben sai (ne hai fatto parte), esistono fra noi continue discussioni interne, condivise o meno, ma non c&#8217;è mai l&#8217;unanimità. Quando si pubblica un post come &#8220;redazione&#8221; si dice che una maggioranza relativa o assoluta di redattori (ma mai unanime, non è mai accaduto) condivide un testo. Ma attenzione: Nazione Indiana non ha mai scritto un testo firmandolo in calce come Nazione Indiana. Fai un giro sui tag di Nazione Indiana e ti accorgerai che abbiamo magari postato come &#8220;redazione&#8221; pezzi scritti da un singolo redattore, o di qualcun altro. Ma non esistono post firmati da Nazione Indiana. Pure nel <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/15/il-triangolo-nero/">Triangolo Nero</a> ci sono singole firme di singoli redattori (e non tutti, tra l&#8217;altro), non c&#8217;è un generico &#8220;Nazione Indiana&#8221;.<br />
Vedi, anche nei modi: tu rispondi su <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse </a>con il nick &#8220;Vibrisse&#8221;. Ed è corretto perché Vibrisse oggettivamente &#8220;sei tu&#8221;. Può esiste una Vibrisse senza Giulio Mozzi? No. Una Nazione Indiana senza Biondillo o Inglese o Matteoni, o chi vuoi tu? Sì. Andrea Cortellessa infatti, con un apparente eccesso di zelo, risponde nei commenti del tuo blog a Vibrisse, non a Giulio Mozzi. Ma tu non troverai mai un commento a firma Nazione Indiana. Le risposte sono sempre di redattori di Nazione Indiana. Persino il cancellare un commento di un troll diventa una scelta personale, anche quando è condivisa.<br />
Su questo blog, alla voce &#8220;Contatti&#8221;, chiediamo esplicitamente di inviare materiale a singoli redattori, non alla redazione. Tu non hai ricevuto una email di Nazione Indiana che ti chiedeva di rispondere ad alcune domande. Non era una email &#8220;nazioneindiana[at]gmail.com&#8221;, era una email di Helena, una redattrice di Nazione Indiana che si è messa in contatto con te. La stessa scelta di Helena è personale. Magari condivisa, ma sua. Magari ad un altro redattore solo l&#8217;idea di spedirti il questionario gli faceva venire l&#8217;orticaria. Ed infatti non l&#8217;ha fatto. Magari era convinto del progetto del questionario, ma non dei nomi coinvolti, magari alcuni di noi non condividono neppure il questionario ma non reputano sia un problema che lo si firmi a nome di redazione perché ne comprendono lo spirito che lo muove, etc. etc. (io, per dire, non ho inviato il questionario a nessuno). Siamo per una indipendenza delle azioni singole e per una &#8220;ragionevole&#8221; attenzione a quelle collettive, a meno che non ledano la sensibilità di qualcuno al punto da rinunciarci. E&#8217; un equilibrio difficile, spesso farraginoso, che rallenta di molto i movimenti. Perché siamo una redazione orizzontale e non dirigista. Al punto che facciamo a gara a non farci eleggere come presidenti della associazione <a href="http://www.mauta.org/Pagina_principale">Mauta</a>, o consiglieri, o chissà cos&#8217;altro!<br />
E&#8217; giusto? E&#8217; sbagliato? E&#8217; così. E&#8217; Nazione Indiana. In situazioni di gruppo differenti (che ho vissuto, frequentato o che frequento) mi pongo in modo differente. Ma qui su Nazione Indiana le &#8220;regole del gioco&#8221; sono queste. Nazione Indiana è un campo che non ha perfettamente definiti i suoi confini, ma che, con una logica fuzzy e non binaria, è comunque evidente ed identificabile. Anche tu, che non sei più redattore di Nazione Indiana, resti comunque un componente di quello che Nazione Indiana è stata e di conseguenza è.<br />
Quindi, dato che tu hai ricevuto un invito da un componente di Nazione Indiana (e non da una &#8220;redazione superiore&#8221;) a rispondere ad un questionario, trovo curioso che tu non comprenda che i nomi che chiedi ti siano già stati fatti in più di un commento dagli unici che potevano farteli. Cioè da delle persone, non da un&#8217;entità. Da Giacomo Sartori, da Piero Sorrentino (due redattori di Nazione Indiana), da Andrea Cortellessa (un lettore di Nazione Indiana).<br />
Nomi, tra l&#8217;altro, che può sembrare tu abbia &#8220;estorto&#8221; dopo una nostra iniziale reticenza ma che su Nazione Indiana in realtà si sono già letti, e non da ora. Non voglio rammentarti le mie polemiche con Berardinelli, Luperini, Di Stefano, etc. (io i nomi e i cognomi li faccio, sempre). Mie. Di un redattore di Nazione Indiana. Ma mica sono stato l&#8217;unico, o il primo. I nomi da te richiesti su Nazione Indiana si sono letti già da molti anni. Voglio ricordarti una polemica di sei anni fa, partita da un testo di Tiziano Scarpa (fondatore di Nazione Indiana. E perciò, inevitabilmente, elemento di definizione dell&#8217;identità mobile di Nazione Indiana) che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/02/26/la-generazione-dei-padristi/">qui </a>ti linko, dove io stesso commentai. Non ero ancora un redattore, forse anzi non avevo ancora pubblicato nulla come romanziere, ma come lettore e commentatore, mi sentivo già parte facente di questo progetto in fieri.<br />
I nomi che chiedi, insomma, su Nazione Indiana, ci sono eccome. La risposta l&#8217;hai già avuta.<br />
E se neppure questa mia (mia, di Gianni Biondillo, non della fantomatica &#8220;redazione&#8221;, ma che magari verrà poi condivisa, o meno) &#8220;spiegazione&#8221; può bastarti, se ancora vuoi una risposta, non mi resta che amichevolmente consigliarti di lasciar perdere. Per dirla con una citazione dei fratelli Coen: &#8220;accetta il mistero&#8221;. </p>
<p>davvero con amicizia,<br />
Gianni</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/25/la-mia-risposta-a-giulio-mozzi/">La (mia) risposta a Giulio Mozzi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Giulio Mozzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 08:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/pincio1.jpg"></a></p>
<p><em>[Dopo gli interventi di </em><a href="../2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a><em>, </em><a href="../2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di  10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo </em><a href="../2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a><em>, </em><a href="../2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>,<em> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell’autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, le risposte di Giulio Mozzi</em><em>]</em></p>
<p><em><br />
</em><br />
<em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)?</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">La responsabilità dell&#8217;autore: Giulio Mozzi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/pincio1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/pincio1-300x300.jpg" alt="" title="pincio" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-30979" /></a></p>
<p><em>[Dopo gli interventi di </em><a href="../2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a><em>, </em><a href="../2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di  10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo </em><a href="../2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a><em>, </em><a href="../2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>,<em> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell’autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, le risposte di Giulio Mozzi</em><em>]</em></p>
<p><em><br />
</em><br />
<em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></p>
<p>Non mi risulta che vi siano dei critici che «denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea». Forse sono poco informato. Posso avere una  bibliografia?<br />
Quanto alla letteratura contemporanea: sta bene, grazie, come al solito.<span id="more-30944"></span></p>
<p><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></p>
<p>Mi sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni, per ovvie ragioni, la pubblicazione presso case editrici caratterizzate da una tendenza verso un’industrializzazione crescente di opere adatte a essere pubblicate da un’editoria caratterizzata da una tendenza verso un’industrializzazione crescente.<br />
Nel momento in cui un giovane aspirante autore mi domanda: «Che cosa devo scrivere per essere pubblicato da una casa editrice caratterizzata da una tendenza verso un’industrializzazione crescente?», e alla mia risposta «Scrivi quello che ti pare, e affronta il rischio di non essere pubblicato affatto» reagisce con irritazione, scherno e accuse di mafiosità – in quel momento, mi convinco che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria non solo frena la pubblicazione di opere non adatte a essere pubblicate da un’editoria caratterizzata da una tendenza verso un’industrializzazione crescente, ma ne frena addirittura l’apparizione, e prima ancora il concepimento, e prima ancora il desiderio.</p>
<p><em>T</em><em>i sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></p>
<p>Non so rispondere. Compro ogni giorno due quotidiani: uno è politico, e dell’altro – che è generalista – leggo solo la cronaca. Non compro settimanali.</p>
<p><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></p>
<p>No, non «la maggior parte». Solo il 36,25%.</p>
<p><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></p>
<p>Sì, credo che il web abbia mutato le modalità di diffusione della nostra letteratura; no, non credo che il web abbia mutato le modalità di fruizione della nostra letteratura.<br />
Il nodo è, come sempre, la promozione e distribuzione. Lavorando bene e sodo nel web un editore può promuovere le proprie pubblicazioni, presso il pubblico dei lettori forti, con investimenti contenuti o addirittura modesti.</p>
<p><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?</em></p>
<p>Penso che la letteratura, e tra le sue componenti in particolare la poesia, dovrebbe essere sostenuta dai lettori in una forma precisa: mediante l’acquisto di libri.</p>
<p><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></p>
<p>Rispondo alla domanda dando al termine «scrittori» quello che mi sembra l’unico senso possibile: sono «scrittori» tutti coloro che hanno scritto una cosa qualunque, e l’hanno finita, con l’intenzione di fare una di quelle cose che vengono normalmente catalogate (ad es. dal punto di vista merceologico) come «letteratura». Che poi quella cosa qualunque sia stata pubblicata o no, sia considerata bella o no, eccetera, è irrilevante.<br />
La risposta è dunque: sì, mi sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro; no, non mi sembra che abbiano un qualche peso.</p>
<p><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></p>
<p>Ogni cittadino è responsabile del governo della città.<br />
Quanto al resto, vale la parabola dei talenti: chi ha avuto in dono un talento, e lo ha seppellito per non farselo portare via, è da licenziare.</p>
<p><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></p>
<p>Be’, Veltroni e Franceschini hanno pubblicato dei romanzi.</p>
<p><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></p>
<p>Mi sembra opportuno non farsi ossessionare dal desiderio di purezza.<br />
Non mi pare che la «marcata faziosità dell’informazione» sia uno «stile giornalistico non consono a un paese democratico». Ovvero non credo che uno Stato democratico dovrebbe far chiudere i giornali che esibiscono una «marcata faziosità dell’informazione».<br />
Non mi pare che la «marcata faziosità dell’informazione» sia uno «stile giornalistico» tipico solo di «quotidiani quali <em>Libero</em> e <em>Il Giornale</em>», ovvero di quotidiani attualmente filogovernativi. Non mi sembra che <em>La  Repubblica</em>, ad esempio, esibisca uno «stile giornalistico» meno marcato dalla «faziosità dell’informazione»; non mi sembra che <em>La Repubblica</em>, ad esempio, sia meno attenta che <em>Il Giornale</em> agli interessi della proprietà; non mi sembra che <em>La Repubblica</em> vada esente da «xenofobia, razzismo e omofobia» – benché, senza dubbio non prenda apertamente posizioni «xenofobe, razziste e omofobe». Ma nemmeno <em>Libero</em> e <em>Il Giornale</em> lo fanno («Razzista io? Ma si figuri! Che colpa ne ho se gli zingari rubano i bambini?»).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">La responsabilità dell&#8217;autore: Giulio Mozzi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Dec 2008 07:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<blockquote><p>[Il brano che segue è stato pubblicato su <a href="http://vibrisse.wordpress.com/" target="_blank">Vibrisse </a>il 24.12]</p></blockquote>
<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>[In relazione all'articolo di Demetrio Paolin <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2008/12/23/cosa-fa-di-uno-scrittore-uno-scrittore-a-proposito-dello-sciopero-dellautore/">Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore</a>, a sua volta riferito all'articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana <a href="../2008/12/18/siamo-i-fangio-della-cultura-che-non-paga/">Siamo i Fangio della cultura che non paga</a>, che a sua volta si riferiva a un articolo sulla proposta di <a href="../2008/12/01/sciopero-dellautore/">Sciopero dell'autore</a> - pubblico questo testo che è, al momento, più o meno il primo capitolo del romanzo al quale sto lavorando da anni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi</a></p>
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<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>[In relazione all'articolo di Demetrio Paolin <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2008/12/23/cosa-fa-di-uno-scrittore-uno-scrittore-a-proposito-dello-sciopero-dellautore/">Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore</a>, a sua volta riferito all'articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana <a href="../2008/12/18/siamo-i-fangio-della-cultura-che-non-paga/">Siamo i Fangio della cultura che non paga</a>, che a sua volta si riferiva a un articolo sulla proposta di <a href="../2008/12/01/sciopero-dellautore/">Sciopero dell'autore</a> - pubblico questo testo che è, al momento, più o meno il primo capitolo del romanzo al quale sto lavorando da anni. Il titolo del romanzo è: <em>Discorso attorno a un sentimento nascente</em>. Il capitolo non ha titolo. Ovviamente il testo va letto per quello che è: un brano di romanzo, nel quale parla un personaggio la cui biografia e le cui opinioni sono frutto di pura invenzione. gm]</p>
<p>Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi. Ne ho un bisogno disperato. Io non sono mai stato attaccato ai soldi. È per questo, forse, che non ne ho. Non sono mai stato capace di mettere i soldi in cima ai miei pensieri. Non credo di avere mai buttati via i miei soldi. Ho sempre pensato che se avessi sempre lavorato, avrei avuti sempre i soldi. Ho sempre risparmiato. Sono stato educato al rigore. Ho accettata l’educazione al rigore che mi è stata impartita. Ho sempre pagate le tasse. Ho sempre pagati i contributi volontari. Mi sono fatto un’assicurazione sulla vita. Ho regolarmente comperati i Buoni di Risparmio Postale. Non sono mai vissuto alla giornata. Mi sono sempre sentito tranquillo. Lavoravo, guadagnavo, pagavo le tasse i contributi l’assicurazione, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. A volte andava meglio, a volte andava peggio.<span id="more-12890"></span> Ci sono stati degli anni nei quali ho guadagnato molto e degli anni nei quali ho guadagnato poco. Non sono mai stato veramente in difficoltà. Quello che ho risparmiato è sempre bastato a tenermi al sicuro. Non mi era mai successo di dare fondo a tutti i miei risparmi. I risparmi stavano lì. Lavorare mi piace. Nella vita non so fare altro che lavorare. Non sono mai stato avido. Il lavoro mi interessa più del guadagno. Gli amici mi hanno sempre detto che certe volte mi faccio pagare troppo poco. Lo ammetto. A volte mi piace lavorare gratis. Quello che mi dà soddisfazione è il lavoro. Non il guadagno. Il guadagno non è mai stato in cima ai miei pensieri. Lavoravo, avevo lavoro, venivo pagato, risparmiavo, pagavo le tasse, pagavo i contributi, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. Provvedevo alle mie necessità. Il lavoro non mancava, il lavoro veniva pagato regolarmente, quanto guadagnavo bastava a provvedere alle mie necessità, perché avrei dovuto preoccuparmi? Mi è sempre mancata la voglia di concentrarmi sul guadagno. Se qualcuno tardava a pagarmi, aspettavo. Magari sollecitavo. Non mi sono mai preoccupato. I soldi arrivavano, prima o poi. Dentro dei tempi accettabili. La situazione era comunque sempre gestibile. Non mi era mai successo di dover liquidare i Buoni di Risparmio Postale. Invece adesso non è più così. Tutto l’anno scorso ho lavorato. Da alcuni, che mi avevano affidati dei lavori importanti, non sono stato pagato. Ho sollecitato. Ho aspettato un anno. Ho sollecitato di nuovo. Ho aspettato ancora qualche mese. Non sono stato pagato. Nel frattempo ho dovuto fare delle spese di una certa importanza. Non mi sono più sentito al sicuro. L’altro giorno ho telefonato a uno di questi soggetti. Intendo soggetti per dire persone, società, aziende, enti pubblici, università, associazioni. Non ne faccio il nome per timore di ritorsioni. Ho telefonato e ho detto:</p>
<p>«Voglio i miei soldi, me li dovete da quattordici mesi».<br />
«Non li abbiamo».<br />
«Ma io ho bisogno di soldi».<br />
«Non sappiamo cosa farci, non li abbiamo».<br />
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.<br />
«Voglio i miei soldi, me li dovete da un anno».<br />
«Abbiamo già pagato».<br />
«Quando, dove, come».<br />
«Abbiamo già pagato».<br />
«Datemi gli estremi di un bonifico, la fotocopia di un assegno».<br />
«Senta, abbiamo già pagato».<br />
La conversazione è finita lì. Sono andato in banca a controllare. Non sono stato pagato. Potrebbero avermi spedito un assegno circolare. Potrebbe averlo intascato il postino. Ne dubito. Ho ritelefonato di nuovo:<br />
«Guardate che i soldi non ci sono, sono stato in banca, non c’è nessun bonifico».<br />
«Se non abbiamo già pagato, pagheremo».<br />
«Sì, ma quando? Io il lavoro lo ho fatto un anno fa».<br />
«E che cosa vuole che sia, un anno? Pensi che noi…».<br />
«Voi non mi interessa. Io voglio essere pagato. Se non ora, almeno in una data certa. Voglio sapere in quale data sarò pagato».<br />
«Pagheremo, non si preoccupi».<br />
«Come faccio a non preoccuparmi? Prima non pagate, poi mi dite che avete già pagato, poi mi dite che pagherete ma non si sa quando».<br />
«Senta, non rompa. Guardi che non è l’unico ad avere certi problemi».<br />
Hanno messo giù. Allora ho telefonato a un altro soggetto.<br />
«Voglio i miei soldi, me li dovete da dieci mesi», ho detto.<br />
«Sì, non si preoccupi», mi hanno detto.<br />
«Certo che mi preoccupo», ho detto, «me li dovete da dieci mesi».<br />
«Eh, non si preoccupi».<br />
«Io posso anche non preoccuparmi, ma intanto che non mi preoccupo, di che campo?».<br />
«Senta, non si preoccupi, questi sono tempi normali per noi».<br />
«Ma non sono normali per me, e io voglio i miei soldi».<br />
«Senta, non sono stati pagati neanche tutti gli altri che hanno fatto il lavoro con lei».<br />
«Questo non vuol dire che non pagare sia una cosa giusta».<br />
«Ma noi paghiamo. E lei non deve preoccuparsi».<br />
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.<br />
«Voglio i miei soldi, me li dovete da nove mesi», ho detto.<br />
«Quali soldi?», mi hanno detto.<br />
«Quelli per il lavoro tale, un corso di formazione, l’ho cominciato un anno e mezzo fa, l’ho finito nove mesi fa».<br />
«Qui non ci risulta niente».<br />
«Come sarebbe che non vi risulta niente? Vi ho mandata la nota di addebito il giorno tale, poi vi ho telefonato il giorno tale e il giorno talaltro, mi avete detto che avreste provveduto, come sarebbe che adesso non vi risulta niente?».<br />
«Con chi ha parlato?».<br />
«Con Tizio».<br />
«Tizio non lavora più qui».<br />
«E allora come facciamo?».<br />
«Tizio l’abbiamo mandato via perché faceva strane cose con i soldi».<br />
«Ho capito, ma io che cosa posso fare, che cosa devo fare per avere i miei soldi?».<br />
«Eh, è possibile che i suoi soldi se li sia presi Tizio».<br />
«Ma a me non mi interessa se Tizio si è preso dei soldi, io voglio i miei soldi e li voglio da voi, perché io ho fatto un lavoro per voi, e aspetto il pagamento da nove mesi».<br />
«A noi non ci risulta niente».<br />
«Cercate Tizio. Fatevi dire da Tizio».<br />
«Eh, sì, Tizio, chi lo ricupera più, quello».<br />
«Ma nella vostra documentazione, il lavoro che ho fatto ci sarà da qualche parte».<br />
«Può darsi».<br />
«Era un corso di formazione, c’erano venti iscritti, ho le loro email, li posso rintracciare, posso dimostrare che il lavoro l’ho fatto, loro hanno anche pagata una quota».<br />
«Questo non cambia niente. Il problema è contabile».<br />
«Mi sta dicendo che ve ne lavate le mani?».<br />
«Guardi che anche noi siamo parte lesa».<br />
«Ma io sono leso personalmente. Voi siete una grande organizzazione, io sono uno che di quei soldi ci campa. E per fare quel corso, tra viaggi e altre cose, sono uscito di un bel po’ di soldi».<br />
«Senta, non stia a rompere, che abbiamo più guai di quelli che lei si immagina. Anche a noi mancano  soldi».<br />
La conversazione è finita lì. Io sono al punto di prima. Ho bisogno di soldi. Non ce la faccio con le spese fisse. Devo pagare due affitti, l’appartamento e lo studio, le bollette, la spesa quotidiana. Per fare il mio lavoro devo viaggiare, devo pagare i biglietti dei treni, devo pagare le camere di pensione, devo pagare i pasti fuori casa. Se non ho soldi non posso lavorare, se non lavoro non faccio soldi. Non sono uno sprecone. Quando sto fuori vado in pensioni a due stelle, tre stelle, spendo quaranta euro. Pranzo con un gelato, due euro. Ceno al kebab, tre euro e mezzo. Ho con me la bottiglia dell’acqua, la riempio ai rubinetti. Sono cresciuti i prezzi dei treni, non vado più a Milano con l’Eurostar. Vado a Roma col treno notturno, dormendo sul sedile. Non mi compro da vestire da un anno. Ho cominciato a usare la carta di credito. Si prendono i soldi il quindici del mese. Ho una collaborazione, ogni ultimo giorno del mese mi arriva lo stipendio. Se il quindici ci sono sul conto i soldi che bastano per la carta di credito, fino al trenta successivo sono salvo. Adesso che non ne ho, tutti i giorni penso ai soldi. Il mio lavoro è un lavoro nella cultura. Per fare il mio lavoro devo mantenere la mia cultura. Devo leggere libri, andare al cinema e a teatro, ascoltare musica, visitare esposizioni. Sono sei mesi che non faccio più niente. Vado in libreria e guardo i libri. Mi faccio raccontare i film dagli amici. La musica della radio non serve a niente. Si è rotto qualcosa in bagno. Colava l’acqua dal soffitto del vicino del piano di sotto. Ho chiamato l’idraulico. L’idraulico ha fatto il lavoro. Ho pagato l’idraulico, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Quando il soffitto del vicino del piano di sotto si è asciugato, ho chiamato i pittori. I pittori hanno fatto il lavoro. Ho pagato i pittori, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Ho liquidati i Buoni di Risparmio Postale. Mi sono arrivati dei pagamenti. Ero contento. Tre pagamenti nel giro di una settimana. Avevo ottomilatrecento euro sul conto. Mi hanno clonato il bancomat. Avevo vista una cosa strana, nell’estratto conto, ero a Milano per lavoro, ho telefonato alla banca. La banca mi ha detto di non preoccuparmi, che era uno storno dalla carta di credito. Che siccome avevo speso molto con la carta di credito, si erano presi una fetta dei soldi con un po’ d’anticipo. Considerato che ultimamente, in effetti, qualche volta al momento di rimpolpare la carta di credito i soldi sul conto corrente non c’erano. Una misura prudenziale. Ormai ero un cliente inaffidabile. Comunque mi sono messo tranquillo. Da Milano sono andato a Reggio Calabria, poi in Olanda. Il mio lavoro si potrebbe misurare in chilometri. Poi un giorno sono a Verona, in casa di una scrittrice, stavamo discutendo del suo romanzo futuro, la banca mi ha telefonato.<br />
«Signor Mozzi, lei è sotto di duemila euro».<br />
«Non è possibile».<br />
«Negli ultimi quindici giorni lei ha fatto continui prelievi, ora è sotto di duemila euro».<br />
«Non saprei neanche come fare a farlo. Avevo ottomilatrecento euro sul conto, ho dei limiti al prelievo e alla spesa, come potevo prelevare tutti quei soldi?».<br />
«Lei ha fatto continui prelievi da 750 euro ciascuno».<br />
«Il mio limite di prelievo è 500 euro».<br />
«Può passare da noi?».<br />
Sono andato alla banca. Abbiamo verificato tutto. Il mio bancomat era stato clonato. Mentre io giravo per l’Italia e l’Olanda, un ignoto signore si era presi tutti i miei soldi, a 750 euro a botta, prelevandoli in banche di Roma e di Ostia.<br />
«Mi avevate detto che potevo stare tranquillo, che si trattava di uno storno della carta di credito».<br />
«Con chi ha parlato?».<br />
«Con un uomo. Un maschio».<br />
«Qui dentro lavorano quarantacinque maschi».<br />
Il mio conto è all’agenzia centrale della banca.<br />
«Che numero ha chiamato?».<br />
«Questo numero qui».<br />
«Se lei chiama questo numero, le rispondono dallo sportello. Che giorno ha chiamato? A che ora? Perché ha chiamato invece di venire qui?».<br />
«Era il giorno tale, stavo a Milano, dovevo andare a Reggio Calabria e poi in Olanda, ho guardato l’estratto conto al bancomat, ho vista la cosa strana e ho chiamato. Saranno state le nove di mattina».<br />
«Controlleremo. Intanto lei è sotto di duemila euro, come facciamo?».<br />
«Non lo so. Altri soldi non ne ho».<br />
«Preferisce un prestito o un fido?».<br />
«Credo che sia più pratico il fido».<br />
«Allora le posso fare un fido da duemilacinquecento euro. Le condizioni sono queste».<br />
«Mi scusi. Io vi affido la custodia dei miei soldi. Voi ve li fate inculare. E io, perché voi vi siete fatti inculare i miei soldi, devo pagare questi interessi qui?».<br />
«Le condizioni sono queste. Non possiamo mica prestare i soldi a gratis».<br />
Poi sono stato in Questura, ho fatta la denuncia, eccetera. Il problema era che i miei soldi erano stati rubati in Italia. Se mi avessero fatto dei prelievi in Romania, mi avrebbero subito bloccato il bancomat. Invece ora dovevo provare che il tale e il talaltro giorno, mentre un ignoto signore si prendeva i miei soldi a Roma o a Ostia, io non stavo né a Roma né a Ostia. Agenda, nomi e cognomi di persone, telefoni.<br />
«Ma quanti prelievi le hanno fatto?», si stupiva l’agente.<br />
«Una quindicina. Di vari importi».<br />
«E lei non si è accorto di niente?».<br />
«Mi ero accorto. Ho telefonato alla banca. Un cretino mi ha detto che non mi dovevo preoccupare, che era uno storno della carta di credito».<br />
«Ah».<br />
Ho portato in banca la copia della denuncia.<br />
«Si può sapere, allora, chi è quel cretino che al telefono mi ha detto di non preoccuparmi, quindici giorni fa?».<br />
«Mi spiace, non siamo in grado di identificarlo. Lei è sicuro di aver telefonato?».<br />
«Mi prende per scemo?».<br />
«Signor Mozzi, lei è sicuro di aver telefonato? Non è che, magari, ne aveva l’intenzione, ci ha pensato, e poi si è dimenticato di farlo?».<br />
Sono andato da quelli dell’assicurazione. All’assicurazione pago centonove euro al mese. Il capitale accumulato è ormai di quattordicimila euro. Più gli interessi. Sono soldi.<br />
«Cosa vuole che siano, centonove euro al mese».<br />
«Guardi, ho una situazione disperata, ho bisogno di liquidità».<br />
«Ma pensi al suo futuro. Sono già undici anni, tra quattro anni avrà terminato il programma».<br />
«Ho bisogno di soldi. Adesso. Sono pieno di crediti che non riesco a esigere. Mi hanno clonato il bancomat. Mi hanno portato via diecimilatrecento euro».<br />
«Ma lei lavora, è un intellettuale, una persona famosa».<br />
«Senta, quello che voglio è chiudere l’assicurazione e portarmi a casa quello che posso».<br />
«Ma così ci rimette».<br />
«Nel lungo periodo sì. Ma il mio è un problema di breve periodo».<br />
«E lei è sicuro che non avrà problemi nel lungo periodo?».<br />
Ho cominciato a non dormire di notte. Io ho sempre dormito come un sasso. Non tanto, cinque o sei ore, ma come un sasso. Basta che io mi stenda sul letto, e parto. Mi sveglio quando suona la sveglia o quando entra la luce. Non è più stato così. Durante il giorno facevo il mio lavoro, stavo anche abbastanza bene, avevo la mente dedicata al mio lavoro. Appena mi stendevo sul letto, mi prendeva la paura. Non riuscivo a dormire. Digrignavo i denti. Mi girava la testa. Avevo paura. Allora mi alzavo, guardavo la televisione. Era un po’ meglio. Due ore di televisione, almeno. Poi ero così stanco che riuscivo ad addormentarmi. Però avevo gli incubi. Mi svegliavo alle quattro di mattina. Dormivo due ore, due ore e mezza. Durante il giorno avevo un rombo nella testa. Non riuscivo a concentrarmi. Allora ho trovato un altro sistema. Andavo all’Alexander Pub con un libro. Una birra, due birre. Alta gradazione. Così riuscivo a dormire. Non avevo gli incubi. Mi svegliavo con un mal di testa feroce. Prendevo la polverina contro il mal di testa. Spendevo i soldi del fido per pagare le birre e la polverina contro il mal di testa, così potevo dormire e lavorare e guadagnare i soldi per uscire dal fido. Per riavere i soldi rubati avrei dovuto aspettare tre mesi, quattro mesi. Così mi avevano detto. Dovevo tenere duro per quei mesi. Ho rinunciato a qualche lavoro perché non ero in grado di pagare le spese che servivano per farlo. Avevo bisogno di più birre. Il mal di testa mi veniva prima ancora di andare a letto. Avevo bisogno di più polverina contro il mal di testa. Non riuscivo a lavorare tanto. Qualche giorno non facevo niente. Stavo lì. Questo succedeva sempre più spesso. Se ero in giro, riuscivo a lavorare. A casa, non facevo niente. Ogni tanto andavo in banca a sentire dei miei soldi.<br />
«Quando me li ridate?».<br />
«Guardi che non ce li siamo mica presi noi».<br />
«Fa lo stesso. Quando me li ridate?».<br />
«Non si preoccupi, la procedura è in corso».<br />
«Io non mi preoccupo, ma mi servono i soldi, non riesco neanche più a lavorare, sto male».<br />
«Se sta male vada dal medico».<br />
Ho cominciato a perdere dei pensieri. Me ne sono accorto perché un giorno ho visto sul mio tavolo dei fogli con una cosa scritta da me, per un lavoro che avevo in corso, e non mi ricordavo di avere scritta quella cosa. Dentro il computer non c’era niente. Un altro giorno mentre sono al supermercato mi chiama una persona:<br />
«Senti, quand’è che mi mandi quella cosa lì, che mi serve».<br />
«Te l’ho mandata per posta elettronica».<br />
«Non l’ho vista».<br />
«Sono al supermercato, appena torno a casa te la rimando».<br />
Il giorno dopo mi chiama di nuovo quella persona:<br />
«Senti, e quella cosa lì? Guarda che non ho visto niente».<br />
«Ma te l’ho rimandata».<br />
«Non discuto. Ma a me non è arrivata».<br />
Io abito a Padova, lui appena fuori.<br />
«Senti, ci sarà un problema, faccio un cd e te la porto stasera».<br />
«Va bene».<br />
Guardo nel computer, quella cosa non c’è. Controllo nella posta, non c’è traccia delle spedizioni. E allora ieri che cosa gli ho spedito? Ma gli ho spedito qualcosa? Mi concentro, cerco di ricostruire il momento esatto della spedizione. Non mi ricordo. Era ieri, no? E comunque, quel testo che gli ho spedito, o che non gli ho spedito, dov’è? Ma l’ho scritto? Questo dubbio mi viene. Adesso so che cosa succede. Succede che faccio delle cose e me ne dimentico. Succede che non faccio delle cose e sono convinto di averle fatte. Provate a lavorare, se vi succede questo. Avrei bisogno di andare in vacanza, di stare tranquillo. E invece, siccome non ho i soldi, siccome quelli che avevo me li hanno rubati – e mi saranno restituiti, ma campa cavallo – sono costretto a prender su una quantità di lavori, anche lavori del tubo, sperando che qualcuno mi paghi. Dovrei essere una scheggia, lavorare quindici ore al giorno. Invece finisce che con tutti questi lavori presi al volo, anche minimi, anche lavori da cinquanta euro, tanto per avere dei soldi liquidi in tasca, mi incasino ancora di più. In questo preciso momento – nel momento in cui scrivo questo – non ho soldi. Non ne ho proprio. Domani dovrei andare a Milano. Per lavorare, per far su dei soldi. Ma non ho i soldi. Se cerco di usare il bancomat me lo bloccano. La carta di credito l’ho usata tutta. Ho dodici euro liquidi. Andare e venire da Milano costa trentasei euro. Posso provare l’andata. Faccio un biglietto non per tutta la tratta, me lo faccio controllare, poi quando passa il controllore e dice «Biglietti non visti» faccio finta di niente. Oppure faccio come gli africani, che si nascondono. Sono anni che viaggio in treno. Ho visto come fanno. Ho imparato come si fa. Gli africani sono bravissimi. Se mi beccano è un casino. A Milano ci devo andare per forza. In un modo o nell’altro ci provo. A Milano ho la collaborazione, da lì viene un fisso mensile. Non posso fare a meno del fisso mensile. Qualche volta ho chiesta un’anticipazione. Me l’hanno concessa. Ma non posso chiederne un’altra, ora. Non posso chiedere un’anticipazione. E’ troppo pericoloso. Uno che chiede un’anticipazione una volta, va bene. Ci può essere il dentista da pagare, la macchina da cambiare, un’urgenza qualsiasi. Uno che la chiede due volte, è sospetto. Un’anticipazione, chiederla due, volte, è già un sistema. Andrò a Milano domani in qualche modo. Magari domani succede qualcosa. Magari mi arriva un piccolo bonifico, magari trovo dei soldi per terra. Non mi era mai successo di pensare: «Qualcosa succederà domani». Come dire: «Qualche santo provvederà». I fiori nei campi vivono e si riproducono e muoiono. Non si curano del futuro, eppure portano vesti splendide. Non lavorano, non si affannano, non trafficano con le carte di credito. Sono ridotto come un’erba di campo. Però non sono capace. Dovrei dormire tranquillo, tanto qualche santo provvederà. Oppure non provvederà, e succederà qualcosa d’altro, e la mia vita se dovrà cambiare cambierà. Non ho mai fatto piani precisi nella vita. Non ho mai perseguito obiettivi di lungo termine. Tutto ciò che di buono c’è nella mia vita, è capitato. Che è come dire: mi è stato donato da altri. Ho colto delle occasioni. Non ho creato occasioni. E se oggi capita che vada così, che mi tocca vivere senza i soldi, non è niente di diverso. Non sono bravo a volere. Io non voglio. Non ho desideri. Non sono bravo a desiderare. Mi pare che in quasi tutte le persone che frequento ci sia un dispositivo del desiderio. Io non capisco come si fa a desiderare. Posso aver voglia di una pera o di una mela. Se ho voglia di una pera e ho una mela, sono contento della mela. Non mi metto lì a trafficare per avere a ogni costo una pera. Quando avevo i soldi fumavo. Non ho mai fumato tanto. Non sono mai uscito di casa apposta per comperare le sigarette. Questo intendo dire. Ho dei desideri, ma non sono così importanti. Non sono capace di agire con determinazione e costanza per realizzare un desiderio. Ho sempre lavorato. Non mi è mai mancato il lavoro. Non mi sono mai mancati i soldi. Questa è la prima volta. Dura da un anno e mezzo. Se consegno questo romanzo mi danno diecimila euro lordi. Non è questo il romanzo che dovevo scrivere. Mi ero impegnato a scrivere un romanzo che, quando lo raccontai a voce, sembrava una storia molto divertente. Una specie di commedia cattiva. Di commedia all’italiana. Un romanzo come Signore e signori. Una storia di provincia. «Questa storia ce l’ho in mente da sei anni», avevo detto all’editore, «ho proprio voglia di raccontarla». Ma se in sei anni che ce l’avevo in mente non l’avevo mai scritta, ci sarà stata una ragione. E infatti. Ho firmato il contratto. Ho ricevuto dei soldi. La prima parte dell’anticipo. La seconda parte, quella grossa, alla consegna del testo finito. Questo il contratto. Non mi sono neanche messo a scrivere. Non ci ho nemmeno provato. Quella storia non mi importava. Non avevo nessun’altra storia. E’ passato del tempo. L’editore mi ha inseguito. Ho fatto quello che si fa di solito. Non ho risposto al telefono. Ho risposto, dicendo cose vaghe. Abbiamo concordato nuove scadenze. Mi sono impegnato per agosto, poi per fine anno, poi per giugno, poi per settembre. I soldi intanto finivano. L’editore aveva pagato, la parte piccola dell’anticipo, non ricevevo altri pagamenti. Lavoravo sempre di più. Non avevo proprio il tempo di pensare al romanzo. Mi è venuto un male. Sono stato all’ospedale. Mi hanno tolto un pezzo di un osso, nella bocca, che era andato a male. Adesso c’è un buco. Per qualche settimana solo cibi liquidi. Acqua e zucchero per stare in piedi. Poi cautela nella masticazione. Avrei dovuto smettere di lavorare per un po’. Ma mi mancavano i soldi. Una volta sono svenuto in treno. Mi hanno tirato su gli altri viaggiatori. Mi hanno fatto sedere, mi hanno portato un caffè.<br />
«Scusate, sono svenuto per fame, mi hanno operato qui in bocca, non posso mangiare cibi solidi, dovrei starmene tranquillo a casa, ma non ho resistito, dovevo lavorare, ho bisogno dei soldi, ho preso il treno per Milano, non mi ricordo più che cosa devo fare a Milano».<br />
«Dovrebbe prendersi una vacanza».<br />
«Lo so, lo so».<br />
«Per lavorare c’è sempre tempo».<br />
«Eh, ha ragione».<br />
«Mai fare oggi quello che puoi rimandare a domani».<br />
Cercavano di farmi ridere. Di alzarmi il tono. Ci hanno provato. Ho fatto finta che funzionasse. Quattro settimane dopo l’operazione ho ricominciato a mangiare. I soldi continuano a non arrivare. Ogni tanto mi dimentico una cosa. Non sono capace di scrivere il romanzo che ho promesso. Ho scritto dei capitoli, o almeno mi pare di averli scritti. Però non so dove sono. Se scriverò il romanzo, mi arriveranno diecimila euro lordi. Se arriveranno i diecimila euro lordi, la mia vita sarà salva. Ho bisogno di questo romanzo, ho bisogno dei soldi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi</a></p>
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		<title>L&#8217;ultimo numero di Stilos?</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2007 11:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a title="gianni_bonina.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/gianni_bonina.jpg"></a>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>Oggi è in edicola l&#8217;ultimo numero del quindicinale <em>Stilos</em>, inventato e diretto da <strong>Gianni Bonina</strong> (<em>nella foto</em>). <em>Stilos</em> uscì dapprima come supplemento settimanale del quotidiano <em>La Sicilia</em>, e dal giugno 2005 &#8211; sempre pubblicato dallo stesso editore del quotidiano &#8211; come quindicinale autonomo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/lultimo-numero-di-stilos/">L&#8217;ultimo numero di Stilos?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="gianni_bonina.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/gianni_bonina.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/gianni_bonina.thumbnail.jpg" alt="gianni_bonina.jpg" /></a>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>Oggi è in edicola l&#8217;ultimo numero del quindicinale <em>Stilos</em>, inventato e diretto da <strong>Gianni Bonina</strong> (<em>nella foto</em>). <em>Stilos</em> uscì dapprima come supplemento settimanale del quotidiano <em>La Sicilia</em>, e dal giugno 2005 &#8211; sempre pubblicato dallo stesso editore del quotidiano &#8211; come quindicinale autonomo. Per nove anni la rivista si è retta grazie alla generosità di Gianni Bonina che, lavorando nella redazione del quotidiano come caposervizio, ha diretto e prodotto <em>Stilos</em> &#8220;nei ritagli di tempo&#8221;, come si usa dire, ossia sottraendo tempo al riposo. E si è retto inoltre, <em>Stilos</em>, grazie alla generosità di un gran numero di intellettuali, giornalisti, critici, scrittori, che hanno fornito gratuitamente migliaia di articoli, servizi, interviste e recensioni. Attorno a <em>Stilos</em> si è creata una vera e propria comunità intellettuale di collaboratori e lettori. Di <em>Stilos</em>, al quale mi onoro di collaborare da anni, ho sempre ammirato l&#8217;indipendenza, la curiosità, la passione. Non conosco le ragioni per le quali l&#8217;editore ha deciso di interrompere la pubblicazione di <em>Stilos</em>. Mi auguro che possa intervenire un ripensamento.</p>
<p>(ripreso da <a href="http://www.vibrissebollettino.net">vibrissebollettino</a>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/lultimo-numero-di-stilos/">L&#8217;ultimo numero di Stilos?</a></p>
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		<title>Proposta per fare un premio letterario al quale si possa credere</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2007 07:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[riceviamo da Giulio Mozzi e pubblichiamo volentieri]<br />
</em></p>
<p>Vado per punti, così si fa prima.</p>
<p>1. Un certo numero di persone si associano. Una condizione necessaria<br />
è che ciascuno degli associati dichiari pubblicamente di stimare tutti<br />
gli altri.</p>
<p>2. L&#8217;associazione sceglie un certo numero di persone (direi da tre a<br />
cinque, non di più) alle quali si riconosca una maestria nell&#8217;arte<br />
letteraria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/proposta-per-fare-un-premio-letterario-al-quale-si-possa-credere/">Proposta per fare un premio letterario al quale si possa credere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[riceviamo da Giulio Mozzi e pubblichiamo volentieri]<br />
</em></p>
<p>Vado per punti, così si fa prima.</p>
<p>1. Un certo numero di persone si associano. Una condizione necessaria<br />
è che ciascuno degli associati dichiari pubblicamente di stimare tutti<br />
gli altri.</p>
<p>2. L&#8217;associazione sceglie un certo numero di persone (direi da tre a<br />
cinque, non di più) alle quali si riconosca una maestria nell&#8217;arte<br />
letteraria. A queste persone, d&#8217;ora in poi chiamate &#8220;Maestri&#8221;, si<br />
chiede la disponibilità a &#8220;tenere a bottega&#8221;, per un tempo determinato<br />
(direi almeno un anno), una persona più giovane di loro. (In che<br />
consista il &#8220;tenere a bottega&#8221;, è cosa di cui l&#8217;associazione discuterà<br />
con i Maestri). Nel contempo l&#8217;associazione si impegna a coprire, in<br />
modo e misura da determinarsi, le eventuali spese. <span id="more-4436"></span></p>
<p>3. L&#8217;associazione pubblica un bando di concorso. I partecipanti al<br />
concorso dovranno fornire testimonianze della loro attività letteraria<br />
e indicare il Maestro presso il quale vorrebbero mettersi a bottega. I<br />
modi della selezione sono da stabilire: immagino che l&#8217;associazione<br />
nominerà un Comitato selettore, e che un&#8217;ultima parola spetterà<br />
proprio ai Maestri.</p>
<p>4. Scelti i vincitori del concorso, d&#8217;ora in poi chiamati &#8220;Allievi&#8221;,<br />
essi vengono assegnati ai Maestri. Ovviamente il Maestro dovrà<br />
accettare l&#8217;Allievo, e l&#8217;Allievo dovrà accettare il Maestro.</p>
<p>5. Si dà pubblica notizia della cosa, eccetera.</p>
<p>Ovviamente possono sorgere problemi: Allievi che non trovano Maestri,<br />
Maestri che rifiutano Allievi, comitati selettori che fanno scelte<br />
discutibili, eccetera: si provvederà a dotare il tutto d&#8217;un<br />
regolamento ben fatto, e ci si rassegnerà alla fallibilità umana.</p>
<p>Un premio di questo genere non è nuovo. E&#8217; peraltro tipico di altre<br />
arti: la musica, la pittura, la scultura. Ci si può domandare se vada<br />
bene per la letteratura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/proposta-per-fare-un-premio-letterario-al-quale-si-possa-credere/">Proposta per fare un premio letterario al quale si possa credere</a></p>
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		<title>Un po&#8217; di autoreferenzialità</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2007 18:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[ivano bariani]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/">Un po&#8217; di autoreferenzialità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui. Negli ultimi anni, nel decennio berlusconiano, c’è stata evidentemente una sorta di diaspora, quasi sradicazione, evaporazione delle professionalità. Questo da una parte. Perché da un’altra c’è stato un fenomeno di disgregazione di quelle che sono state le palestre collettive. Provo a declinare un po’ meglio questo discorso. Nel senso che noi abbiamo assistito dalla parentesi tangentopoli in poi alla possibilità della politica di essere delegata a non professionisti. Questa cosa era palese in politica, è palese oggi in parecchi campi dell’attività italiana: si può fare gli industriali essendo soltanto degli arricchiti, si può fare comunicazione essendo persone disinvolte, si può in qualche modo improvvisare una professionalità. <span id="more-3209"></span> Il proliferare dei blog a che cosa è dovuto, oltre al fenomeno stupido, anche giusto, di cui diceva Ivano: non abbiamo i soldi per una rivista su carta, c’è il blog con una disponibilità a poco prezzo, facciamo il blog? Anche secondo me al bisogno di reti collettive, di crescita professionale, come diceva Manila, avere delle palestre, dei laboratori, dei gruppi di ricerca collettiva sulla scrittura, che in altre occasioni potevano essere le riviste, i giornali, i piccoli circoli letterari in provincia, o i giornali veri e propri, o appunto anche tutto quello che ruotava intorno alle grosse case editrici o i giornali&#8230; tutto questo appunto si è perduto. Tutti questi discorsi non sono assolutisti, si potrebbero fare anche mille controesempi, però secondo me si è perduta, notavo partendo dalla mia esperienza, si è perduta da un certo punto in avanti la credibilità rispetto a una serie di linguaggi. Che vuol dire? Che da un certo punto in avanti – io ho registrato questo fenomeno – la gente cominciava a leggere libri, i giornali, vedere la televisione, a sentire il mondo appunto, a leggere, a informarsi con gli strumenti che erano normalmente gli strumenti della comunicazione, della letteratura, della scrittura, dell’oralità&#8230; e non ci credeva. Sempre più spesso ho visto, e non per una forma di snobismo di bassa lega, che da una parte i giornali non sembravano più avere dei giornalisti capaci di rendere merito all’informazione. Che molto spesso i libri che le case editrici pubblicavano non erano capaci di intercettare quelli che potevano essere dei veri movimenti letterari, carsici, che stavano emergendo. Tutto questo secondo me è legato a un fenomeno in qualche modo di berlusconizzazione, di deprofessionalizzazione di un intero Paese. Allora hanno cominciato a esistere delle forme di resistenza dal basso, come se in qualche modo si avesse bisogno di rigrammatizzare il discorso a partire dalle sue strutture elementari. E il blog in fondo che cos&#8217;è se non una forma di diario scritto in pubblico? Ed ecco l&#8217;alro fenomeno di cui tenere conto. È vero, come diceva Ivano, che qui si parla di blog letterari, e non di blog pediatrici e di giardinieri, però è anche vero che al fenomeno del blog letterario è stata data un’importanza notevole, proprio perché a un certo punto evidentemente si è verificato manifestamente un deficit di rappresentazione, nel senso che – parlo sempre per generalizzazioni, però spero di essere chiaro – che se da una parte appunto c&#8217;era un surplus di rappresentazione (cioè soltanto a Roma ci sono 8 giornali freepress, per dire), se da una parte c’era un eccesso di informazione, di scrittura, di rappresentazione, tutto questo eccesso non riusciva a cogliere vari aspetti, c’era un deficit, nonostante il surplus. Cos’era questo deficit? Che cos’è questa faccia oscura che rimane a margine di questo surplus, per cui appunto per esempio i blog, Nazione Indiana, Vibrisse, i vari blog sorti, non avevano, non hanno tuttora una mera valenza letteraria? Questi blog rivendicano quella capacità di autorappresentazione che poi è la letteratura, perché la letteratura è un modo di rivolgersi al mondo senza escludere nessuna delle sue parti. Quindi ovviamente anche un blog letterario si ascrive fortemente anche una funzione politica, intellettuale. E dunque, da un mero punto di vista editoriale, logistico, il fatto che Roberto Saviano fosse uscito da una serie di collaborazioni con Nazione Indiana, per me – a parte l’amicizia per Roberto – non è un motivo di orgoglio, nel senso che mi sembra brutto un Paese in cui solo nel momento in cui c’è un successo editoriale marchiato poi da un successo mediatico legato poi a un caso personale – Roberto Saviano può esercitare quella che è la sua professione, cioè la professione per cui Roberto Saviano si è preparato per 30 anni, cioè il giornalista, lo scrittore, il reporter. Anzi, non l’ha potuta mai esercitare, perché per 30 anni, per 27, fino a quando è uscito Gomorra tutto quello che ha scritto gravitava tra collaborazioni mal pagate, non pagate, blog. Tutti nell’editoria riconoscevano il valore di Roberto Saviano, non ne ho conosciuto uno che dicesse no, Roberto Saviano è uno così così. C’era un riconoscimento unanime del valore di Roberto Saviano. Se avesse potuto scrivere per L’Espresso – come oggi scrive per L’Espresso – se avesse potuto scrivere per Repubblica, per Il Corriere, e non per le pagine locali del Corriere del Mezzogiorno, avrebbe potuto mangiare del suo lavoro, mentre lui non mangiava del suo lavoro. Nel momento in cui Gomorra è uscito, a pochi mesi dall’uscita, ecco che viene messo sotto scorta, per cui adesso non può più fare il giornalista ovviamente, perché appunto è sotto scorta. E le cose che scrive ora sull’Espresso, sono delle elaborazioni, il più possibile approfondite teoricamente, del materiale raccolto e documentato un anno fa, per cui in qualche modo lo scoop oggi del Corriere Magazine, o dell’Espresso che mettono Roberto in prima pagina e quindi il caso Napoli in prima pagina, è un’opera di inattualità, nel senso che non ha nessuna forza di scoop o giornalistica, sono cose registrate, documentate un anno fa, quando Roberto poteva fare il suo lavoro. Oggi ha tre persone che gli fanno la scorta, non può andare in giro a infiltrarsi, a fare il suo lavoro normalmente, quindi questa cosa qui per me non vale come un punto di orgoglio.<br />
In questo momento quindi vedo certo un buon segno in controtendenza. Rispetto alle forme di dispersione di questi aggregati culturali, rispetto alle forme di deprofessionalizzazione, di difficoltà a trovare delle palestre culturali, una delle prime cose che faccio è: mi autorappresento, mi rappresento io e due tre miei amici. Ma questo non basta.<br />
Quando hanno messo su Nazione Indiana lo hanno fatto dicendo: noi non abbiamo spazio, c’erano appunto persone come Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Tiziano Scarpa, Carla Benedetti, che era gente che insegnava all’università, che aveva vari libri alle spalle, persone che dicevano noi che dovremmo avere uno spazio pubblico d&#8217;esercizio, spazio pubblico non ce l’abbiamo, non perché siamo snob, radicali, perché appunto a noi – tanti, che abbiamo una serie di interessi diversificati, che abbiamo l’interesse che ciò che facciamo sia il più possibile pubblico, utile, coltiviamo un interesse culturale di servizio – tutto questo non è consentito. Per cui appunto creiamo da noi uno spazio di riserva, che appunto è Nazione Indiana. Questo spazio di riserva ha acquistato poi una sua credibilità, perché la professionalità che uno mette in quella cosa lì è una professionalità che ha acquisito, per cui non è che uno fa un blog così e dice ok, non curo la parte editoriale, la parte paratestuale, non curo tutta una serie di cose che fanno parte del lavoro culturale e quindi anche del lavoro editoriale per la rete. Non è un lavoro de-culturalizzato, de-editorializzato. Perché l’autorappresentazione non basta. Per me &#8220;La tribù dei blog&#8221; o &#8220;La notte dei blogger&#8221;, per dire, può essere una magnifica fotografia di ciò che succede in Italia, ma anche un sintomo che le persone oggi in Italia sono sole. Sono sole. E appunto il lavoro di fotografia della blogosfera documenta anche la solitudine diffusa delle persone, l’autorappresentazione di persone sole. Consideriamo anche questo. E quello che deve avvenire e sta avvenendo per fortuna è il processo di uscita da questo arcipelago di solitudini. Oggi mi sembra che ci sia un minimo di controtendenza e non so se perché la risacca berlusconiana ha dato i suoi piccoli ultimi flutti, o perché appunto a un certo punto è avvenuto un percorso di maturazione, per cui ciò che fa Ivano Bariani, ciò che fa Manila Di Benedetto, la stessa operazione di Vibrisse libri, o di Untitled, esprimono in qualche modo in questo passaggio di maturità, un passaggio che secondo me non è solo tecnico, ovviamente, ma è un passaggio culturale nel senso di mettere insieme quelle forze che erano disgregate. Questa cosa per me ha un grosso valore sociale, e ha trasversalmente un grosso valore politico. Perché se c’è stato un deserto di discorso negli ultimi dieci anni dal basso, è deserto di discorso politico. Molto spesso il blog letterario, il blog in rete, la discussione in rete, le forme di discorso dal basso compensavano molto questa mancanza. Quando sono cominciati a uscire libri come quella di Michela Murgia, i libri di Aldo Nove, libri che raccontavano in una forma di presa diretta, che poi sia un blog, sia un diario come la nuova collana di Aldo Nove, che poi sia Untitled, che siano altre cose che però hanno delle affinità con un tipo di scrittura in presa diretta, tutto questo andava a compensare un deficit enorme, un deserto di quello che è il discorso politico, o comunque di un legame tra discorso politico, discorso letterario, discorso sociale.<br />
Racconto un episodio virtuoso, brevemente. A Roma c’è un centro sociale che si chiama Acrobax, che ogni anno organizza una tre giorni sul lavoro precario, da 4-5 anni. A un certo punto le persone che gravitano intorno ad Acrobax &#8211;  una rete di universitari precari, altre forme di attività &#8211; volevano organizzare qualcosa, non si sapeva bene cosa, con i vari scrittori che avevano scritto libri sulla precarietà negli ultimi 2-3 anni. E hanno organizzato quest’incontro. Ce ne sono stati vari incontri preparatori. L’episodio virtuoso è questo: c’è stato un incontro nei giorni di questa manifestazione che si chiama Incontrotempo, un incontro un po’ allargato, con un centinaio di persone: tante, per essere un venerdì a Roma, in periferia, in un centro sociale, tante persone preparate, motivate, e la composizione era varia, medio-alta, professionalmente parlando: operatori culturali, scrittori, gente che lavora nell’editoria, gente che lavora nel giornalismo, persone che a vario titolo hanno a che fare con l’università. E la cosa di cui mi sono meravigliato è che a un certo punto dopo vari di questi incontri all’interno di Acrobax, è venuta fuori una convergenza, che nessuno diceva all’inizio in maniera così chiara: da una parte gli scrittori, gente che lavora nell’editoria ecc. hanno avuto in questi anni evidentemente una fame di attività, di prassi, di riscontro che il lavoro che facevano avesse una qualche risultanza sociale, politica, nello spazio pubblico, volevano uscire da un recinto stretto da repubblica delle lettere, da giardino infantile delle lettere, e dall’altra parte c’erano molte altre persone che facevano attività politica, sociale, che appunto, non solo centri sociali, ma gli insegnanti, gli operatori sociali, i librai Feltrinelli, che avevano altrettanta fame di rappresentazione, e appunto di qualcosa, qualcuno, un posto, un dove poter far sì che questa cosa avvenisse, questa attività avesse voce. C’erano queste convergenze, e la gente se l’è detto. Io faccio lo scrittore e mi sono rotto le palle di stare a casa mia e scrivere sul mio blogetto, anch’io faccio l’operatore sociale, culturale, penso che il mondo dovrebbe essere diverso – per dirlo alla buona – e però non ho una forza tale a comunicare il mio lavoro ad altre persone. Cominciamo a parlarci da qui.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/">Un po&#8217; di autoreferenzialità</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Epifanie amorali</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/epifanie-amorali/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/epifanie-amorali/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2006 08:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio tesen]]></category>
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		<category><![CDATA[massimiliano parente]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://giorgiotesen.splinder.com">Giorgio Tesen</a></p>
<p><em>La macinatrice </em>di Massimiliano Parente è stato pubblicato nel giugno del 2005 dalla casa editrice peQuod. L’autore, trentacinquenne alla sua quarta opera, scrive per il settimanale di cultura “Il Domenicale” e, come recita una nota nel risvolto di copertina del volume “non è un giornalista”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/epifanie-amorali/">Epifanie amorali</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://giorgiotesen.splinder.com">Giorgio Tesen</a></p>
<p><em>La macinatrice </em>di Massimiliano Parente è stato pubblicato nel giugno del 2005 dalla casa editrice peQuod. L’autore, trentacinquenne alla sua quarta opera, scrive per il settimanale di cultura “Il Domenicale” e, come recita una nota nel risvolto di copertina del volume “non è un giornalista”. C’è da aggiungere che l’autore pubblica un romanzo in un momento critico della produzione letteraria degli autori appartenenti alla sua generazione, critico perché negli ultimi due anni, sotto i colpi di un <strong>mercato letteralmente invaso dalle saghe epiche</strong> di hobbit &amp; maghi e malgrado l’imperversare di codici &amp; graal in salsa pariglia con vere e proprie ‘sezioni’ di librerie monotematicizzate, si è sviluppata una sensibilità del lettore nei confronti di romanzi come questo, buon segno anche perché il romanzo in questione non è l’esordio di un autore esordiente.<br />
<span id="more-1767"></span></p>
<p>A questo interesse si aggiunge quello della critica, con un dibattito iniziato sulle pagine della rivista <em>Nuovi Argomenti </em>con un certo anticipo (<em>Questo non è un romanzo</em>, numero 28, ottobre/dicembre 2004) e che sta proseguendo altrove con esiti interessanti (penso alle riflessioni che stanno comparendo nella rubrica “Il romanzo del XXI secolo”, inaugurata da <a href="http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/">Davide Bregola</a> su Vibrissebollettino.net, lo spazio coordinato dallo scrittore Giulio Mozzi).<br />
Questo romanzo mi ha accompagnato da questa estate ad oggi, per una strana coincidenza ho finito di leggerlo più o meno negli stessi giorni durante i quali si svolgono le ultime vicende raccontate da Massimiliano Parente. Nel frattempo ho letto un’altra decina di libri ed ho scritto abbastanza, racconti e altro. Perché non ho scritto una recensione da così tanti mesi? <em>La macinatrice </em>è un romanzo che va letto lentamente, è l’unico modo – credo – per comprenderne i molti sensi. Chiudere la sua interpretazione nel racconto delle vicende della sua trama è poco. L’inizio è una nebulosa dalla quale cominciano ad affiorare le forme dei personaggi, dall’indistinto e involuto contorno. Ho cominciato a leggere questo libro tre volte di seguito prima di capire il grado di lucidità che dovevo assegnarmi per entrare in questa costruzione, poi ho capito “la sua memoria procedeva nel tempo cancellando le tracce, da cosa moriva cosa”. Si passa velocemente da un registro accurato, nel quale l’elenco dà la misura della precisione che si vuole raggiungere, nel descrivere per accumulazione; dal registro accurato si passa ancora più veloci ad un registro vago, più lento, dove diminuisce volontariamente la soglia d’attenzione “che quello che vedeva era quello che vedeva era quello che vedeva”.</p>
<p>Procedere in avanti per sottrazione di elementi, aggiungendo un nuovo elemento alla volta, sottraendo dalla situazione precedente, in realtà aggiungendo; il lettore non capisce se non che in questo modo vago l’autore riesce a fare slittarci dal presente in un flashback quando desidera, un altro inizio che viene prima dello stesso inizio, un origine che antecede l’origine. La mancanza di divisioni tra capitoli, sezioni e affini, all’inizio disorienta, il lettore per orientarsi ha la cosa più semplice di tutte, i giorni della settimana, in un tempo indefinito dove i giorni – all’infuori di un ritmo stagionale – si somigliano tutti. La maggior parte delle scene è ambientata infatti nel bunker dorato dei Torrenuova, dorato un tutto dire, dato che la Torrenuova è la replica di una miriade di aziende del bel paese, dove oramai non si bada nemmeno più alla forma piuttosto che alla sostanza, ma addirittura alla <strong>superficie della forma</strong>, dove la forma appena appena meno visibile è già ributtata indietro al livello di sostanza inavvertibile e quindi trascurabile, fotocopiatrici senza toner, stampanti senza fogli, porte scorrevoli che scorrono incantate e nervose al minimo passaggio.<br />
Spezzettature del ritmo, “A Andrea”, “e è discreta”, “e è meglio”, la cui vicinanza ci avvisa dell’intenzionalità subliminale di un ritmo che quando non si appoggia sulla lingua tenta e recupera traslati: “si è fatta pure qualcosa in vena, […] e quindi è in vena di rivelazioni, di indiscrezioni, si sente un’eroina”. Modi di dire, descrizione di nevrosi “a farsi pagare due o tre franchi per affrancarli in cambio”.</p>
<p>La Sinistra (p. 22,23), così come viene definita, si scioglie in queste due pagine di Torrenuova-pensiero (due nulla semantici in competizione) – primo esempio di uno storming continuo e incessante &#8211; il protagonista di questa descrizione, anche perché si finisce a parlar di metafore, quindi è Torrenuova, perché “la sinistra accoglie chiunque si dica di sinistra, come i napoletani, ai quali basta dichiararsi napoletani per diventarlo”. Nervi scoperti che potrebbero saltare all’occhio ma che, leggendo con attenzione, sono nervi trasversali, carenze della destra caciarona e della sinistra finto intellettuale e dei chierichetti e dei nuovi superuomini borghesi, per non parlare della descrizione del regista Giulietti, simile a molti è vero, ma molto simile a <strong>Moretti</strong>.</p>
<p>Questi tic seminati destano l’attenzione, il ritmo della vicenda, da un quadro al successivo, da un giorno all’altro. Elemento che affiora è una certa nostalgia del presente, uno stadio nel quale Andrea contempla la realtà, riscopriamo le categorie del romanzo moderno &gt;, si delinea un personaggio che sembra essere somma completa delle affezioni, le movenze e i pensieri del trentenne che vive nell’anno duemila, con colpi di tacco degni di un <strong>Bergonzoni shakerato assieme all’elenco verbale sfrenato di Moresco</strong>, con l’atmosfera d’oscura ambiguità di Dürrenmatt e, per finire, la frizzantezza supereliogabalica di Alberto Arbasino “calzini a scacchi di filo di scozia e di velluto a coste non navigabili..:”, “Che succede? Non sa che dire?/Non ha previsto l’inferno?/Una pecca nella cultura?/Una tallone di Achille?/Una spina nel fianco?/Un dubbio amletico?/Un lapsus freudiano?/Un lupus in fabula?/Un vuoto di memoria?/Un groppo in gola?/Una deglutizione impropria?/Il diavolo fa le pentole e non i coperchi?/Un colpo apoplettico?/Un colpo di fulmine?/Un colpo di Stato?/Un colpo del reato?/Un colpo di culo?Un cambiamento di rotta?”.</p>
<p>Dalla nebulosa affiorano due figure femminili, quella di Angela e Elena. A Angela e Elena, il Reality Show dei Tradimenti spontanei, Torrenuova che vuole allargare le frontiere dell’immaginario sessuale. A questo punto è necessaria una considerazione. <em>La macinatrice</em> non è un romanzo che procede per descrizioni, ne “La macinatrice” siamo gettati in situazioni che si succedono per evocazione di ipotesi della lingua, a volte narrativa e logica, sequenziale, altre volte isolata, affastellando immagini e pensieri associativi, concatenazioni, spaesamenti; un testo che ha assorbito una certa lezione deleuziana. Se a Torrenuova non interessano le ‘menate foucaultiane’, ad Andrea – il protagonista – sì, <em>La macinatrice</em> è il corpo del protagonista, “La vita a Andrea sembrava un romanzo senza inizio (nota: questo stesso romanzo di Parente, a mio parere, “non comincia”), fatto di finali che riportano a se stessi ricominciandosi a metà per dire che la fine era la fine era la fine, era già stata detta e non bastava a delimitare una chiusura, né un’apertura”, la triplice ripetizione, utilizzata più di una volta per sciogliere nel mantra la soluzione di un enigma, raggiungere la sospensione di un immediato a tu per tu con il lettore, come la ripetizione di un s.o.s. che può apparire urgente e non lo è. Da una parte l’indistinto presente, rappresentato da tutti i fatti, immanenti, come la Casa Editrice, Angela, Elena, Andrea, il Reality; dall’altra un esile filo, cui è appeso l’interesse, come un cadavere che penzola dal soffitto di un appartamento parigino, “salvagente narrativo”, “filo di Arianna”.</p>
<p>Un nucleo ulteriore è quello oltre il quale si cominciano a conoscere il carattere e l’intimità dei protagonisti, l’acrimonia di Monti ed il cinismo: “c’è troppa gente in giro che perde tempo a non farsi le seghe”. In senso lato questo romanzo può essere inteso come <strong>parabola della masturbazione</strong>, intesa come atteggiamento di autoegotismo e autoerotismo su diversi plateux. Difatti la masturbazione è una delle protagoniste in innumerevoli b-sides, la masturbazione dell’editore nei confronti della sua autorappresentazione come superuomo, la masturbazione attraverso il sito vivente (Vagina’s world), attorno al quale ruotano le vicende di tutti i personaggi, la masturbazione. Siamo ad una svolta di questo masso orbicolare romanzato, un blocco dove non troviamo suddivisioni se si eccettuano i giorni della settimana che cadenzano il blocco, demarcazioni che delimitano il passaggio da un tempo all’altro, con momenti culminanti di vero e proprio pantagruelismo del lessico: “Come denti cresciuti sottotraccia in un innesto di gengive globulari all’interno di un organismo complicato di orripilanti grappoli carnivori”, sublime e corroborante visione dal ritmo ossessivo e straniante, senza sentimenti, al margine delle emozioni. L’emozione ed il sentimento, ne <em>La macinatrice</em>, sono anodinicizzate, ridotte a pulsioni e istinti di sopravvivenza primari.</p>
<p>Alcune parti, più sospese ed ipnagogiche, sono più difficili da leggere (non perché complicate, ma perché vanno lette con più calma), perché nel processo di lenta approssimazione Parente ci conduce nei meandri sotterranei della Torrenuova, descrivendo ambienti, scene, macchine, con allusioni a codici di comportamento e procedure interne, che regolano il flusso dei personaggi, flash momentanei, passaggi nascosti de “La macinatrice”. La differenza tra allusione-sospesa-a-qualcosa-che-rimarrà-nascosto e vaghezza è così sottile da ingenerare l’epoché, il lettore in questi casi può affidarsi all’idea-immedesimazione con il personaggio di Andrea, di sicuro il più definito.<br />
Un romanzo nel quale troviamo posizioni che sono agli antipodi per quanto riguarda l’espressionismo del politically correct cui siamo oramai abituati (consiglio di leggere, a proposito, <em>Paesaggi italiani con zombie </em>proprio di Alberto Arbasino). Parente non ha peli sulla lingua, le scene più belle sono di sicuro i brainstorming torrenoviani e le incursioni di alti prelati.  Esente inoltre da ogni formazionismo del personaggio, la formazione semmai ce l’ha il lettore, nell&#8217;intravedere quali vizi possono nascondersi nei sotterranei di una vita normale: la casa Rostov infatti può essere nella periferia di Milano come può essere al Mandrione.</p>
<p>La parte finale, pressappoco le ultime cinquanta pagine, vedono ogni filo teso al massimo, sappiamo finalmente – sempre per lenta approssimazione – che cosa sia &#8220;La macinatrice&#8221;, e scopriamo come si chiuderà il cerchio aperto nelle prime pagine dall’autore. Il primo impulso che coglie il lettore è quello – appena terminata la lettura – di scorrere le prime pagine, per reinterpretare e delineare quell’atmosfera incerta nella quale era nato lo spaesamento iniziale. L’esperimento non riesce, la fine de <em>La macinatrice</em> si può apprezzare soltanto arrivando, parola dopo parola, alla fine, assumendo su sé il dramma di Andrea, in un romanzo che vale la pena di essere letto e lentamente, come ho avuto modo di fare in questi cinque mesi. Restano, inoltre, le molteplici considerazioni e i giudizi sul fitto sottobosco del mondo editoriale, vissuto dal punto di vista di chi ci si avvicina con il tentativo di trovare, a volte addirittura o realmente, un lavoro appeso ad un filo.</p>
<p>Ho letto, dell’editore peQuod, anche <em>Gli ultimi giorni di Lucio Battisti</em>, di <strong>Igino Domanin</strong>, e credo di dover leggere almeno altri tre titoli per farmi un’idea di una linea – la produzione di linee editoriali è l’unico ambito dove non bastano due punti perché ne sia individuata una retta –. Se questa linea tuttavia fosse retta e dovesse passare da questi due punti in particolare, scriverei che il piano che ne risulta delimitato è racchiuso in questa frase: “Il tempo che separa una coincidenza dall’altra riporta la vita a coincidere con tempi talmente morti da non poter far altro che spendere per riportarsi alla vita. Ecco perché stazioni e aeroporti sono pieni di negozi dai colori sgargianti. Comprare è meglio che soccombere”. Va forse individuata in ciò la coerenza dell’editore nei confronti dei suoi programmi? I personaggi di Domanin, come quelli di Parente, vivono il tempo, i sentimenti sono tossine che vanno espulse quanto prima, prima che affiorino nel circolo delle parole, si mutino in<strong> bubboni di senso</strong>, facendoci appunto soccombere a causa del pensiero ossessivo di noi stessi. La domanda è : “Siamo davvero così? E se la risposta è sì, c’è speranza di salvezza, al di fuori della narrativa italiana dell’oggi, nella vita?”.<br />
L’atmosfera che fa di questo romanzo un’epifania amorale che riesce a sospendersi tra tutto e nulla, tra raziocinio e accumulazione di indeterminatezze, può essere rintracciata, questo è un buon indizio, in altri autori, in modi irruenti, ciò rende l’analisi di questo testo sintomatica. Prima di concludere, riprendendo il tema iniziale del nuovo romanzo di autori nati negli anni settanta, è bene notare come <em>La macinatrice</em> resista ad ogni accattivazione o ibridazione da parte di altri media, cosa intendo? Intendo dire che spesso i romanzi vengono oggi scritti come se fossero plot, mentre <em>La macinatrice</em> è un’opera letteraria nella quale la struttura sembra solo apparentemente non giocare un ruolo importante. I rimandi all’interno sono fitti, è come se l’autore restituendoci l’opera in una delle forme più semplici che si possa escogitare si imponga una difficoltà in più nel mantenere l’interesse della vicenda per ben oltre quattrocento pagine – come abbiamo detto – dividendo la narrazione in due tempi paralleli, un tempo cronologico scandito per sequenze di giorni settimanali ed un tempo dedicato al riaffiorare per tramite di Andrea dei ricordi passati, un diradare della nebbia che gioca a favore dell’attenzione nel lettore. Il blocco astrutturale sposta sulla narrazione e sulla vicenda raccontata il baricentro della responsabilità della scrittura. <em>La macinatrice</em> si colloca in una zona grigia a metà tra uno stile affermato e l’attribuzione mancata di maestri e affiliazioni da parte della critica, in un momento di dibattito nel quale spesso la rievocazione dei fantasmi del passato è strumentalizzata al fine di scacciare i pericoli di eliminazione degli stessi fantasmi da parte di opere del presente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/epifanie-amorali/">Epifanie amorali</a></p>
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		<title>Che cosa chiedo ai critici dei critici</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2006 11:37:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>L’intervento di Giulio Mozzi  “<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/che_cosa_chiedo.html#more">Che cosa chiedo alla critica letteraria</a>”, mi è parso molto interessante, e condivido la maggior parte delle sue affermazioni. Ma nello stesso tempo devo confessare che qualcosa non mi torna. Perché naturalmente quando Giulio Mozzi si rivolge alla “critica letteraria” non è più il Giulio Mozzi lettore/scrittore/editore che pretende essere, ma è il Giulio Mozzi animatore di un importante blog.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/01/09/che-cosa-chiedo-ai-critici-dei-critici/">Che cosa chiedo ai critici dei critici</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>L’intervento di Giulio Mozzi  “<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/che_cosa_chiedo.html#more">Che cosa chiedo alla critica letteraria</a>”, mi è parso molto interessante, e condivido la maggior parte delle sue affermazioni. Ma nello stesso tempo devo confessare che qualcosa non mi torna. Perché naturalmente quando Giulio Mozzi si rivolge alla “critica letteraria” non è più il Giulio Mozzi lettore/scrittore/editore che pretende essere, ma è il Giulio Mozzi animatore di un importante blog. E naturalmente quando Giulio Mozzi animatore di cultura letteraria si rivolge alla “critica letteraria”, si rivolge in realtà &#8211; essendo quest’ultima solo un concetto astratto, e non essendo lui un don Chisciotte – a dei critici in carne ed ossa, all’insieme dei critici in carne ed ossa. E allora mi sembra che la problematica da lui sollevata non possa non essere inquadrata in un discorso più ampio, vale a dire nel tipo di rapporto che il suo blog, ma anche altri blog che si occupano di letteratura (per esempio Nazione Indiana), hanno e vogliono avere rispetto alla “critica letteraria” (giornalistica e accademica), intesa come concreto gruppo di operatori che sfornano via via dei concreti prodotti. La realtà è che, per il fatto stesso di esistere, Vibrisse e gli altri blog pongono delle richieste alla “critica letteraria” che vanno bel al di là – mi sembra &#8211; delle richieste esplicitamente formulate da Mozzi. Alle pertinentissime richieste di Mozzi-animatore, mi viene quindi spontaneo di affiancare alcune richieste – benevole e sinceramente rispettose nei confronti del lavoro da lui svolto &#8211; rivolte a lui e più in generale ai “critici dei critici”:<br />
<span id="more-1619"></span><br />
1) quello che domando ai critici dei critici è di segnalare e/o far circolare testi critici interessanti/innovativi, pubblicati su quotidiani, su riviste di varia natura, o all’interno di opere saggistiche, o anche inediti; ma anche di mettere in relazione testi critici di varia natura, di confrontarli, di ragionarci sopra, criticarli;</p>
<p>2) quello che domando ai critici dei critici è di dare il massimo risalto ai testi critici riguardanti testi narrativi o poetici, pubblicati da piccoli o grandi editori, che per varie ragioni non godono della considerazione che si meritano; di ragionarci sopra, di criticarli;</p>
<p>3) quello che domando ai critici dei critici è di pretendere dai critici che siano critici. Di esigere che essi approfondiscano i legami dei testi attuali con la nostra tradizione letteraria, come ben dice Mozzi (che però mi sembra sottovalutare la produzione dei non pochi italianisti – universitari &#8211; che si occupano di autori attuali). Ma anche con le varie letterature straniere, visti gli strettissimi legami tra le varie letterature nazionali (e la tendenza degli specialisti delle differenti letterature, ben stigmatizzata da Kundera nel Sipario, a considerare ogni paese/lingua un compartimento stagno), e le influenze anglosassoni che vengono spesso citate (ma raramente approfondite) su tanta narrativa nostrana. Ma benvengano anche le fustigazioni degli autoincensamenti dei critici, delle loro assurde condanne senza remissione dei tempi presenti, benvengano le fustigazioni delle analisi senescenti di Arbasino, benvengano le puntigliose riflessioni di Mozzi stesso sulla classifica di Segre. Benvengano le segnalazioni delle critiche idiote, delle classificazioni e delle pagelline dei quotidiani, benvengano le ricerche delle pulci e le prese per le palle. Tutto ciò è molto sano, e non può fare che bene. Senza voler sovrastimare l’influenza dei blog, credo che molti critici non abbiano nessuna voglia di essere messi in ridicolo;</p>
<p>4)	quello che domando ai critici dei critici è di dare il massimo risalto alle relazioni incestuose nel mondo editoriale e della critica giornalistica. Di denunciare favori incrociati, oggettivi conflitti di interessi e oggettive collusioni, scalate ai premi, pubblicazioni legate a scambi di vario genere o relazioni sessuali, strategie di vario tipo e gravità. Non per un amore sterile dello scandalo, ma per cercare di ridare un minimo di trasparenza alla “macchina” della narrativa italiana. Per fare questo ci vuole &#8211; visto che la maggior parte dei critici dei critici sono essi stessi anche critici e/o autori, che in quanto tali hanno desiderio di essere pubblicati e magari anche di essere pagati – una dose sufficiente di coraggio e sangue freddo. Ma forse si può avere una sufficiente dose di coraggio e sangue freddo, come succede negli altri paesi, anche senza essere quei fulgidi santi che gli apocalittici Carla Benedetti e Antonio Moresco – ma li capisco bene, e per certi versi condivido il loro anelito – auspicherebbero;</p>
<p>5)	quello che chiedo ai critici dei critici è un estremo rigore deontologico. Faccio un esempio. La settimana scorsa su Vibrisse, sotto il titolo “<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/le_consuete_stu.html">Le consuete, stupide top 10 dell&#8217;anno</a>” (Giovanni Choukhadarian), è apparsa “una prima selezione dei libri memorabili dell’anno passato e trascorso”. Bene, tra i dieci (in realtà 11) nomi presenti nella categoria “italiani” appare Nico Orengo. E tra i tre nomi della lista “fuori categoria” c’è Antonio Franchini. La presenza di questi due scrittori, che non sono solo scrittori, ma hanno anche una carica dirigenziale rispettivamente nella più grossa casa editrice italiana e del più influente supplemento letterario italiano, personalmente mi mette molto a disagio. E questo indipendentemente dall’oggettivo valore dei rispettivi testi, e senza voler mettere in dubbio la buona fede dello stilatore della lista. Secondo me Giovanni Choukhadarian avrebbe dovuto indicare (per es. con un asterisco e una nota) le cariche dei due scrittori/dirigenti. Ma naturalmente dicendo questo io farei bene a specificare che nel corso del 2005 ho pubblicato un romanzo (Sironi), per cui le mie rimostranze potrebbero essere in realtà dettate dalla frustrazione di non essere stato inserito nella lista stessa. Secondo me questi, vista l’altissima incidenza dei legami consanguinei nel piccolo mondo letterario italiano, che ha purtroppo effetti nefasti (recensioni, premi…), non sono dettagli secondari;</p>
<p>6)	quello che domando ai critici dei critici è di far circolare quelle informazioni riguardanti il mondo editoriale che possono essere utili per capire certi vizi e certi limiti della produzione letteraria italiana. Concordo profondamente con Mozzi, i modi di produzioni della letteratura influenzano profondamente la letteratura stessa. Ma, aggiungo io, tutti noi abbiamo delle conoscenze più o meno lacunose in questo settore.  Proprio parlando qualche mese fa con lui (Mozzi), e questo valga come esempio, mi resi conto con stupore che non era al corrente – lui che è così informato sull’editoria italiana – dell’esistenza di una legge rigidissima (a differenza di quella italiana) riguardante il prezzo unico del libro in Francia, e dei suoi fondamentali riflessi (senza prezzo unico la maggior parte delle librerie indipendenti e delle piccole case editrici non esisterebbero più, e quindi il panorama letterario francese sarebbe profondamente diverso, molto meno diversificato e più povero); come dire, facciamo in modo che le informazioni non siano privilegio di un piccolo gruppo di persone;</p>
<p>7)	quello che domando ai critici dei critici è di pretendere dai critici che seguitino a essere critici nei confronti degli scrittori che hanno successo. Critici non vuol necessariamente dire negativi, ma critici, vale a dire pertinenti e profondi. Per varie ragioni che sarebbe troppo lungo elencare e dettagliare, ma anche e soprattutto perché gli scrittori, anche i migliori, hanno bisogno dei critici. Uno dei fenomeni tipicamente italiani è quello di scrittori con molto talento che hanno avuto un esordio (= i primi testi) estremamente promettente, e che poi sono andati incontro a un incredibile abbassamento di livello. Busi e De Luca,  tanto per citare i primi nomi (ma che forse sono i due esempi più illustri) che mi vengono in mente. Probabilmente le cause sono molteplici, ma senz’altro c’è anche una responsabilità della critica, o per meglio dire c’è una inettitudine della critica a svolgere il proprio compito nei loro confronti;</p>
<p>8)	quello che domando ai critici dei critici è di trovare il modo di tenere d’occhio nella maniera più approfondita possibile quello che succede negli altri paesi (mini-inchieste, interviste, traduzioni di testi …). Ci sono delle dinamiche mondiali che riguardano il mondo del libro, con una tendenza alla trasformazione dei testi letterari in generici prodotti commerciali (si veda lo spessissimo citato Schriffin), ma ci sono anche delle specificità prettamente italiane, che interagiscono in vario modo con questa tendenza generale (che del resto non è identica nei vari paesi). Per capirci qualcosa è molto importante riuscire a tenere distinte le dinamiche generali, quello che succede negli altri paesi, e quello che succede effettivamente da noi. Non si può non tener conto che un più recente conformismo transnazionale si innesta sul nostro ben specifico conformismo nazionale (un numero di lettori molto basso, la concentrazione dei lettori su un numero incredibilmente esiguo di testi di qualità media o medio-bassa, l’incidenza nella valutazione dei prodotti letterari delle appartenenze politiche/parrocchiali, o comunque il peso dei fattori extraletterari…), che ha le sue solide radici storiche (e si ritorna alla “storia materiale della letteratura” proposta da Mozzi). Molte analisi mi sembrano ignorare completamente l’influenza del conformismo nazionale, e i modi in cui esso si trasforma e si reinventa con le attuali tendenze globalizzanti;</p>
<p>9)	quello che domando ai critici dei critici è di non riprodurre gli stessi difetti che stigmatizzano nei critici. Di essere intelligenti, colti, disinteressati, aperti e senza a priori. Niente di meno interessante, tanto per fare un esempio, delle discussioni su come dovrebbe essere la narrativa italiana, su quale è il filone più “promettente” (i romanzi eroicomici? i gialli?). Come il ruolo dei critici dovrebbe essere quello di analizzare l’effettiva produzione letteraria, e non di anteporre le proprie aspirazioni e frustrazioni (non sono un appassionato di calcio, ma immagino che agli appassionati di calcio darebbe molto fastidio un cronista che nel bel mezzo della sua cronaca della partita si lamenti ogni volta dell’inettitudine dei giocatori, rimpiangendo le belle partite di quando era giovane), così il ruolo dei critici dei critici dovrebbe essere quello di criticare i critici, non di dar risalto alle proprie aleatorie preferenze. Naturalmente c’è spazio anche per le aspirazioni personali, per carità, ma badando bene che queste prendano il sopravvento su un intelligente discorso critico, o critico della critica che dir si voglia;</p>
<p>10)	quello che domando ai critici dei critici è di non ghettizzarsi nel loro ruolo di critici dei critici, e di guardarsi bene da ogni forma di settarismo (nel senso che ogni blog tende a diventare una setta di adepti, ma non solo), cercando di stabilire dei contatti con la parte migliore/più disponibile della critica, cercando di suggerire – ma per certi versi anche “imporre” &#8211; delle piste che per varie ragioni i critici non hanno percorso o sono restii a percorrere. Cercando di suscitare un dibattito di alto livello, accogliendo tesi differenti, anche opposte. Dando spazio a voci che hanno qualcosa da dire, “invitando” scrittori e critici a esprimersi su particolari temi. Inventandosi delle forme di dibattito – e non solo di rimando &#8211; transblog. Non dimenticando che i commenti ai pezzi postati, anche se a volte contengono spunti davvero interessanti, non sono mai quasi mai vero e proficuo e paritario dibattito, e scadono il più delle volte in chiacchiericcio.</p>
<p>[Questo pezzo è già apparso su "<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/che_cosa_chiedo_1.html#more">Vibrisse</a>", in cui è anche possibile commentarlo. a.r.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/01/09/che-cosa-chiedo-ai-critici-dei-critici/">Che cosa chiedo ai critici dei critici</a></p>
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		<title>RITI DI PASSAGGIO a Padova</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2005 08:46:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;anno scorso un gruppo di narratori diede vita a una iniziativa di pubbliche letture intitolata: <strong>Letteratura come verità</strong>.<br />
Quest&#8217;anno tornano alla carica con un&#8217;iniziativa intitolata:<br />
<strong>RITI DI PASSAGGIO</strong><br />
Si parlerà e si leggerà di <strong>Sesso</strong>, <strong>Gioventù chimica</strong>, <strong>Esibizioni</strong>, <strong>Povertà</strong>, <strong>Viaggio senza ritorno</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/18/riti-di-passaggio-a-padova/">RITI DI PASSAGGIO a Padova</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno scorso un gruppo di narratori diede vita a una iniziativa di pubbliche letture intitolata: <strong>Letteratura come verità</strong>.<br />
Quest&#8217;anno tornano alla carica con un&#8217;iniziativa intitolata:<br />
<strong>RITI DI PASSAGGIO</strong><br />
Si parlerà e si leggerà di <strong>Sesso</strong>, <strong>Gioventù chimica</strong>, <strong>Esibizioni</strong>, <strong>Povertà</strong>, <strong>Viaggio senza ritorno</strong>.<br />
Qui di seguito trovate la presentazione e il calendario degli incontri.<br />
<span id="more-861"></span><br />
Si diventa adulti, da sempre, attraversando alcuni passaggi obbligati,<br />
rituali. Che però nel tempio cambiano. Non dobbiamo più attraversare la<br />
foresta, sopportare il dolore di una mutilazione, tener testa a un<br />
avversario più anziano. Dobbiamo invece prendere possesso del nostro corpo,<br />
imparare a sopravvivere nella società dell&#8217;esibizione, non farci<br />
terrorizzare dalla prospettiva della povertà, confrontarci con la chimica<br />
della felicità, addestrarci a vivere la vita come un viaggio che non ammette<br />
ritorno. Sette narratori, in cinque serate, cercano di mostrare che la<br />
letteratura, quella del nostro tempo e quella dei tempi trascorsi, parla<br />
anche di questo: dei passaggi rituali che ci conducono all&#8217;adultità, a noi<br />
stessi.</p>
<p>* <strong>Padova, </strong>Cinema Excelsior (vicolo Santa Margherita, tra via San Francesco  e via Cesare Battisti), da lunedì 24 gennaio a lunedì 21 febbraio 2005.<br />
Inizio alle ore 21. Ingresso gratuito.</p>
<p>* <strong>Lunedì 24 gennaio</strong><br />
Tema: <strong>Sesso</strong><br />
Marco Mancassola, Massimiliano Nuzzolo, Giulio Mozzi<br />
leggono testi di<br />
Tondelli, Salomone, Ballard, Kafka, Ellis, Dagerman e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 31 gennaio</strong><br />
Tema: <strong>Gioventù chimica</strong><br />
Marco Mancassola, Roberto Ferrucci, Massimiliano Nuzzolo<br />
leggono testi di<br />
Ferrucci, Welsh, Burroughs e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 7 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Esibizioni</strong><br />
Marco Bellotto, Giulio Mozzi, Romolo Bugaro<br />
leggono testi di<br />
Carducci, Amis, Franzen, Pontiggia, Debord, Lagioia, Flaubert, Pornosnob,<br />
Gattostanco e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 14 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Povertà</strong><br />
Marco Franzoso, Roberto Ferrucci, Umberto Casadei<br />
leggono testi di<br />
Baudrillard, gente comune e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 21 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Viaggio senza ritorno</strong><br />
Romolo Bugaro, Marco Bellotto, Marco Franzoso<br />
leggono testi di<br />
Dickens, Fitzgerald, Suskind, Bowles, Brodkey, Bugaro, Zolla e altri</p>
<p>Per maggiori informazioni e per seguire l&#8217;iniziativa:<br />
<a href="http://www.realvisceralisti.net"><span style="text-decoration: underline;">www.realvisceralisti.net</span></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/18/riti-di-passaggio-a-padova/">RITI DI PASSAGGIO a Padova</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;inconscio è reazionario (e la narrazione pure)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/linconscio-e-reazionario-e-la-narrazione-pure/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/linconscio-e-reazionario-e-la-narrazione-pure/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 15 Nov 2004 14:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Codebò]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Melandri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giuliomozzi.com">giulio mozzi</a></strong></p>
<p> Mi hanno incuriosito due articoli di commento ai risultati delle elezioni presidenziali statunitensi, firmati da Lea Melandri e Antonio Codebò e apparsi nei giorni scorsi nel quotidiano <em><a href="http://www.ilmanifesto.it">il manifesto</a></em>; mi hanno incuriosito perché entrambi tirano in ballo la narrazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/linconscio-e-reazionario-e-la-narrazione-pure/">L&#8217;inconscio è reazionario (e la narrazione pure)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giuliomozzi.com">giulio mozzi</a></strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/amish.jpg" alt="amish.jpg" align="left" border="0" height="109" hspace="4" vspace="2" width="109" /> Mi hanno incuriosito due articoli di commento ai risultati delle elezioni presidenziali statunitensi, firmati da Lea Melandri e Antonio Codebò e apparsi nei giorni scorsi nel quotidiano <em><a href="http://www.ilmanifesto.it">il manifesto</a></em>; mi hanno incuriosito perché entrambi tirano in ballo la narrazione. (L&#8217;articolo di Lea Melandri <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000780.html"> si legge anche qui</a> in Nazione Indiana, pubblicato da Carla Benedetti, ed è stato ampiamente <a href="http://www.nazioneindiana.com/cgi-bin/mt/mt-comments.cgi?entry_id=780">commentato</a>). Io vorrei solo abbozzare qualche riflessione. Non ho idee precise, invito a considerare le cose che dico come tentativi maldestri di formulare un problema.<br />
<span id="more-721"></span><br />
L&#8217;articolo di Lea Melandri, uscito il 12 novembre 2004, s&#8217;intitola: <em>Valori e interessi / Quando l&#8217;inconscio è reazionario</em>. A un certo punto si legge:</p>
<p><font color="#114477">E&#8217; vero che i cosiddetti &#8220;valori morali&#8221; sono in realtà dei &#8220;non valori&#8221;, dei &#8220;valori pessimi&#8221; e, quanto meno, contraddittori: la difesa della vita contro l&#8217;aborto e la pena di morte, il via libera alle leggi di mercato e la chiamata all&#8217;altruismo cristiano, il richiamo al bisogno di sicurezza e l&#8217;uso spregiudicato di una forza militare che non ha confronto. Ma è anche vero che le spinte da cui questi &#8220;valori&#8221; morali muovono e di cui appaiono come una risposta deformata, sono dati di quella vita psichica che la razionalità illuministica e l&#8217;economicismo di gran parte della sinistra hanno cancellato dalla loro visione del mondo, consegnandoli di fatto alla religione o all&#8217;interiorità. Penso, per nominarne solo alcune, alla paura del diverso, sentito, per un riflesso arcaico come nemico, e, in particolare, a quel <em>primo</em> diverso che è il corpo femminile da cui l&#8217;uomo è generato, visto come potenza capace di dare la vita e la morte; penso all&#8217;omofobia, struttura portante di una società di soli uomini che si costituisce, non solo immaginariamente, come &#8220;fuga dal femminile&#8221;; penso al bisogno di protezione e quindi di di appartenenza, che porta ad identificarsi col più forte.<br />
Oggi si scopre che <strong>l&#8217;inconscio collettivo, che si è espresso &#8220;democraticamente&#8221; nel voto di una maggioranza silenziosa, è reazionario</strong>. Non era poi così difficile da immaginare: tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare <strong>ha bisogno innanzitutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato</strong>, restituito alla cultura e alla politica con cui è sempre stato in rapporto, sia pur un rapporto alienato, strumentale, distruttivo della politica stessa e delle sue conquiste democratiche.</font></p>
<p>Il giorno successivo, 13 novembre, sempre nel <em>manifesto</em> è uscito un <a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/13-Novembre-2004/art80.html">articolo di Marco Codebò</a> intitolato: <em>Valori e interessi / Le glosse di Kerry al racconto di Bush</em>. Lo ritaglio un po&#8217; (chiedo scusa per la lunghezza delle citazioni, ma <em>il manifesto</em> tiene gli articoli in rete solo per una settimana, e non potevo cavarmela con un rinvio).</p>
<p><font color="#114477">Sul mercato della cultura, l&#8217;offerta della destra religiosa, sapientemente articolata a seconda della clientele, è quella che ha più successo. Usando un&#8217;altra metafora, i supercristiani americani hanno piazzato il loro <strong>racconto del mondo</strong> in cima ai bestsellers. [...] Durante la campagna elettorale Kerry non ha mai trasformato le sue idee in un racconto leggibile, né mai ha identificato con sicurezza un pubblico di potenziali lettori. Ha cercato di vendere una serie di provvedimenti tampone, coltivare meglio le alleanze, espandere la copertura sanitaria, correggere il Patriot Act e così via, che erano però solo variazioni della storia narrata dal suo avversario. In sostanza, Kerry è quasi sempre rimasto all&#8217;interno dello spazio narrativo proposto e delimitato da Bush. [...] Non è che Kerry non avesse valori, li aveva eccome. Ma non riusciva a parlarne perché il suo racconto avanzava a frammenti, era illeggibile. Sulla questione della ricerca sulle cellule staminali, per esempio, Bush si è detto contrario a &#8220;sacrificare una vita per un&#8217;altra vita&#8221;. Durante il terzo dibattito, Kerry gli ha opposto le ragioni della scienza. Ma avrebbe dovuto opporgli un&#8217;altra cultura della vita, una che considera il diritto di un anziano a non affondare nell&#8217;Alzheimer più importante di quello di un embrione a sopravvivere. [...] Ma Kerry questo discorso non l&#8217;ha fatto, perché <strong>un racconto del giusto e dell&#8217;ingiusto</strong>, intorno al quale aggregare le tante storie particolari delle nostre vite di popoli, classi e persone, non lo possedeva. Sembra che questo racconto, a sinistra, non lo sappia più fare nessuno. Almeno negli Stati Uniti. Nel resto del mondo, direi che qualche capitolo comincia ad essere scritto.<br />
Quel racconto era cominciato col manifesto di Marx e le barricate del &#8217;48. E&#8217; diventato impossibile da narrare negli ultimi decenni del Novecento, con la fine del comunismo e la frantumazione della classe operaia dell&#8217;occidente. E&#8217; chiaro che la sinistra tornerà a raccontare quando ritroveremo sia una storia sia un protagonista che abbiano una forza narrativa comparabile a quella del manifesto marxiano e dell&#8217;operaio di fabbrica. Ai due lati dell&#8217;Europa si sono solidificati due mostri narrativi che hanno piegato la speranza religiosa verso <strong>l&#8217;attesa, se non l&#8217;attiva ricerca, dell&#8217;apocalisse</strong>. [...]<br />
E&#8217; certo però che l&#8217;unico modo per imparare a raccontare è quello di provarci. Anche se pochi segmenti della trama sono a posto, potranno dar vita a un insieme coerente solo grazie a narratori che non si accontentino di frammenti ma provino a disegnare una storia di grande respiro, laica ma non per questo acefala o incompleta. E nel far questo, impariamo dall&#8217;avversario, in questo caso la destra americana. Il nucleo generativo di un racconto del mondo non si costruisce al centro dello schieramento politico, ma nel cuore, anche estremo, di una delle sue ali. [...]</font></p>
<p>Ho letti dunque questi due articoli, in due giorni successivi, entrambi mentre viaggiavo in treno, e ho pensate disordinatamente delle cose. Ho pensato che entrambi gli articoli esprimono una richiesta di narrazione, ma che Melandri e Codebò chiedono narrazioni ben diverse. Codebò chiede una &#8220;storia di grande respiro&#8221;, di un respiro paragonabile a quella cominciata &#8220;col manifesto di Marx e le barricate del &#8217;48&#8243;. Però non vuole una storia che dia forma all&#8217;attesa, se non alla speranza, di una &#8220;apocalisse&#8221;.<br />
Ora, non capisco bene che cosa voglia intendere Codebò, in questo articolo, con la parola &#8220;apocalisse&#8221;. &#8220;Apocalisse&#8221; significa, letteralmente, &#8220;rivelazione&#8221;; s&#8217;intitola <em>Apocalisse</em>, come tutti sanno, l&#8217;ultimo libro della <em>Bibbia</em>, che si propone come ricapitolazione finale di tutta la storia narrata nella <em>Bibbia</em> stessa. Anche per questo la parola &#8220;apocalisse&#8221; è stata associata all&#8217;idea di fine del mondo, e quindi di devastazione.<br />
Ho il sospetto che una &#8220;storia di grande respiro&#8221; non possa esistere se non come storia che viaggia verso una &#8220;ricapitolazione finale&#8221;. La stessa storia cominciata &#8220;col manifesto di Marx e le barricate del &#8217;48&#8243; doveva molto della sua forza, credo, al suo promettere una ricapitolazione finale e una fine della storia (o al suo essere recepibile/recepita dalle masse come promessa di una ricapitolazione finale e di una fine della storia: il che, per il discorso che sto facendo, mi pare più o meno lo stesso).</p>
<p>Ho il sospetto che tra i &#8220;dati della vita psichica&#8221; espulsi dalla visione del mondo della &#8220;razionalità illuministica&#8221;, come scrive Melandri, ci si anche, per l&#8217;appunto, il desiderio apocalittico: il desiderio della ricapitolazione finale e della fine della storia.<br />
Personalmente sono convinto che perfino il popolo cattolico (al quale appartengo) abbia sostanzialmente espluso dalla propria visione del mondo il &#8220;desiderio della fine&#8221;. La Chiesa-istituzione, un po&#8217; terrorizzata e un po&#8217; affascinata dalla &#8220;razionalità illuministica&#8221;, ha cominciato poco più di un secolo fa un lento (contrastato, contraddittorio ecc.: tutto quello che volete) cammino verso la propria laicizzazione; e per &#8220;laicizzazione&#8221; intendo la riduzione del proprio orizzonte al mondo umano. Oggi la Chiesa-istituzione è un&#8217;eccellente (cioè: molto ben funzionante) agenzia di servizi morali, ma non si può proprio dire che la sua occupazione principale sia quella di ricordare la Grande Promessa: che è, per l&#8217;appunto, la ricapitolazione finale, la fine del mondo, il giudizio universale, la fine della storia (ha molti nomi, questa cosa). La fine del mondo è diventata roba per teologi, l&#8217;escatologia è diventata una disciplina specialistica.<br />
E il popolo cattolico ha ben recepita questa trasformazione.</p>
<p>Lea Melandri scrive: &#8220;Tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare ha bisogno innanzitutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato&#8221;.<br />
Penso: quante volte, da quarantaquattro anni che sto al mondo, ho sentito rivendicare il diritto alla <strong>liberazione del desiderio</strong>? Quante volte ho sentito dire da persone &#8220;di sinistra&#8221;, ho letto in libri e riviste &#8220;di sinistra&#8221;, che era cosa buona e giusta (anzi, era proprio un <em>dovere</em>: è esistito un vero e proprio conformismo della liberazione del desiderio) liberare ciò che era stato &#8220;sepolto nella zona più oscura della mia vita&#8221;, liberare ciò che era stato cancellato, oppresso, espluso, forzosamente rimosso da Dio, dalla Chiesa, dalla Famiglia, dalla Patria e così via?<br />
Ma Lea Melandri scrive: &#8220;riconosciuto, narrato e analizzato&#8221;. La liberazione di cui ho appena parlato, invece, andava direttamente, immediatamente <em>agita</em>.</p>
<p>Per anni ho lavorato in un&#8217;associazione di imprenditori artigiani. Il contenuto politico più forte che gli associati esprimevano era: &#8220;Copàrli tuti!&#8221;, &#8220;Ammazzarli tutti!&#8221;. I politici, gli operai, i sindacalisti, le guardie di finanza, i ragionieri, i negri, i sindaci, quelli che avevano studiato: tutti coloro che apparivano come &#8220;diversi&#8221;, appartenenti a un&#8217;altra cultura o a un altro ceto, a un&#8217;alterità qualunque, dovevano essere fatti fuori.<br />
L&#8217;associazione nella quale lavoravo (filodemocristiana, ovviamente) era ben consapevole che uno dei propri compiti era: contenere questa esplosione di &#8220;dati psichici&#8221;, fornire delle narrazioni sostitutive, lottare contro l&#8217;imbarbarimento.<br />
(In questo momento ho una fantasia ridicola. La Dc mi appare come una sorta di gigantesca psicoanalista. La rottura del patto terapeutico, avvenuta negli anni Novanta, ha avuto questo effetto: che tutti i fantasmi contenuti nelle menti dei votanti Dc sono fuoriusciti, e oggi si aggirano per il mondo).</p>
<p>E&#8217; possibile riconoscere e narrare questi &#8220;dati psichici&#8221; di cui parla Melandri? E&#8217; possibile che riconoscerli e narrarli sia uno dei <strong>compiti della letteratura</strong>? Mi rispondo: sì, sì.<br />
E&#8217; possibile ricondurre le narrazioni di questi &#8220;dati psichici&#8221; di cui parla Melandri alla costruzione di una &#8220;storia di grande respiro&#8221; quale la invoca Codebò? Mi rispondo: no.</p>
<p>Sospetto che, oggi, la letteratura sia tanto più politica quanto più impolitica riesce ad essere. Sospetto che, oggi, il compito della letteratura non sia tanto quello di tentar di <em>dire verità sgradevoli</em>, quanto di <em>essere sgradevole</em>: il dire verità sgradevoli è ormai un lavoro politico fin troppo codificato e retoricizzato. Sospetto che, oggi, la letteratura dovrebbe cercar di essere quanto più reazionaria possibile.</p>
<p>Ora io, che sono un cosiddetto <em>scrittore</em>, individuo in Codebò il mio più grande nemico. Ho capito che cosa lui vuole: vuole delle narrazioni che siano &#8220;di grande respiro&#8221;, holliwoodiane, antidalemiane, prive di ricapitolazione finale, e robustamente pedagogiche. Il suo sentimento prevalente è la nostalgia, e della nostalgia io francamente non so che cosa farmene.</p>
<p>Fine delle riflessioni, dei maldestri tentativi di formulare un problema (così maldestri che non ho offerta nessuna formulazione del problema). Di argomenti connessi con questi ho scritto nel mio diario il <a href="http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/04/19/politica_un_pe.html">19.04.04</a> (ripreso <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000448.html">qui</a> in Nazione Indiana da Tiziano Scarpa e discusso <a href="http://www.miserabili.com/archives/014796.html">qui</a> in <a href="http://www.miserabili.com">Miserabili</a> da Giuseppe Genna).</p>
<p>[<a href="http://www.nazioneindiana.com/cgi-bin/mt/mt-comments.cgi?entry_id=794">commenti</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/linconscio-e-reazionario-e-la-narrazione-pure/">L&#8217;inconscio è reazionario (e la narrazione pure)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Attuali tendenze della narrativa italiana (viste dal buco della serratura)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/attuali-tendenze-della-narrativa-italiana-viste-dal-buco-della-serratura/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/attuali-tendenze-della-narrativa-italiana-viste-dal-buco-della-serratura/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2004 13:02:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.giuliomozzi.com"><strong>giuliomozzi</strong></a></p>
<p>Il mio mestiere è leggere. Circa l&#8217;ottanta per cento delle pagine che leggo sono pagine dattiloscritte. Circa l&#8217;un per cento dei dattiloscritti che leggo vengono poi letti anche da qualcun altro. Circa l&#8217;uno o due per mille dei dattiloscritti che leggo vengono poi pubblicati da un editore che li manda in libreria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/attuali-tendenze-della-narrativa-italiana-viste-dal-buco-della-serratura/">Attuali tendenze della narrativa italiana (viste dal buco della serratura)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.giuliomozzi.com"><strong>giuliomozzi</strong></a></p>
<p>Il mio mestiere è leggere. Circa l&#8217;ottanta per cento delle pagine che leggo sono pagine dattiloscritte. Circa l&#8217;un per cento dei dattiloscritti che leggo vengono poi letti anche da qualcun altro. Circa l&#8217;uno o due per mille dei dattiloscritti che leggo vengono poi pubblicati da un editore che li manda in libreria. Il mio mestiere mi consente di osservare le attuali tendenze della narrativa italiana. Della narrativa <em>reale</em>, intendo: quella che esiste; non della sola narrativa pubblicata, che è una frazione insignificante (in termini quantitativi) della narrativa esistente.<br />
Lo so: per conoscere davvero le attuali tendenze della narrativa italiana <em>reale</em> bisognerebbe prendere in considerazione anche la narrativa autopubblicata in carta (in proprio o presso editori a pagamento) e in rete. Mi difendo dall&#8217;obiezione proponendo l&#8217;ipotesi, che mi sembra accettabile, che non ci siano sostanziali differenze tra la narrativa del tutto inedita e quella autopubblicata, almeno per quanto riguarda le <em>tendenze</em>.<br />
Infine: non ho mai tenuto un accurato schedario delle mie letture di dattiloscritti. Ciò che sto per dire può essere tranquillamente catalogato come &#8220;impressionistico&#8221;.<br />
<span id="more-617"></span><br />
<strong>Prima tendenza</strong>. Si conferma la <strong>prevalenza delle scritture maschili</strong>. Da più di dieci anni conduco laboratori di scrittura (nelle sedi più diverse) e l&#8217;esperienza mi dice che le donne che scrivono narrativa sono di più dei maschi; e che la qualità media delle scritture femminili è generalmente superiore alla qualità media delle scritture maschili. Tuttavia la stessa esperienza mi dice che i maschi sono più motivati alla pubblicazione, mentre le donne tendono più spesso a considerare la scrittura come un&#8217;attività privata o, al massimo, da mettere in comune dentro una cerchia di amicizie. Nei laboratori di scrittura la presenza delle donne è attorno al settanta per cento; dei dattiloscritti che ricevo, circa l&#8217;ottanta per cento è di provenienza maschile.</p>
<p><strong>Seconda tendenza</strong>. Sta lentamente sparendo il <strong>romanzo giovanilista</strong>, che aveva conosciuta una stagione d&#8217;oro dopo il grande successo del romanzo d&#8217;esordio di Enrico Brizzi, <em>Jack Frusciante è uscito dal gruppo</em>. Mi succedeva, alla fine degli anni Novanta, di ricevere romanzi simil-brizzi scritti da maschi quarantenni o cinquantenni. Ora non succede più. Gli stessi ventenni sembrano praticare ormai raramente l&#8217;imitazione di quel tipo di scrittura.</p>
<p><strong>Terza tendenza</strong>. Sono ancora pochi &#8211; ma fino a qualche anno fa non ce n&#8217;era proprio nessuno, e stanno velocemente aumentando in quantità &#8211; i <strong>romanzi epistolari</strong>. Si tratta naturalmente di romanzi in cui la lettera cartacea è completamente sostituita dalla lettera elettronica (<em>e-mail</em>) o dalla conversazione in rete (<em>chat</em>). La differenza sostanziale tra <em>questi</em> romanzi epistolari e quelli della tradizione sta, com&#8217;è ovvio, nella velocità dello scambio. Inoltre il romanzo epistolare della tradizione tende a considerare il mondo come esistente; mentre il romanzo epistolare attuale, così come l&#8217;ho incontrato nella mia attività di lettore, tende a considerare la rete come esistente, e il mondo come eccezione. Spesso la scena chiave del romanzo consiste nell&#8217;<em>uscita dalla rete</em> e nell&#8217;incontro fisico dei personaggi. Generalmente tale scena chiave si conclude o con la rottura della relazione o con la scelta dei personaggi di restare in contatto solo attraverso la rete. Può essere considerato una <strong>terza tendenza bis</strong> il <strong>romanzo epistolare scritto effettivamente da più persone</strong>, ciascuna delle quali redige le lettere di competenza di uno, e solitamente uno solo, dei personaggi. Quando ciò avviene, è normale che gli autori o le autrici risiedano a grande distanza tra loro.</p>
<p><strong>Quarta tendenza</strong>. Il genere quantitativamente dominante è sicuramente la <strong>narrativa d&#8217;anticipazione</strong>. Il termine <em>fantascienza</em> sarebbe inappropriato. Si tratta peraltro di un sottogenere all&#8217;interno della narrativa d&#8217;anticipazione: si potrebbe definirlo &#8220;narrativa d&#8217;anticipazione sociologistica <em>cyberpunk</em>&#8220;. I modelli attuali per questo genere o sottogenere di narrativa non mi sembrano tuttavia essere direttamente gli autori della fantascienza sociologica o <em>cyberpunk</em>, ma piuttosto il film <em>Blade Runner</em> di Ridley Scott (e imitatori) e le opere di Philip K. Dick (e imitatori), con qualche limitata escursione nel catalogo Fanucci AvantPop. Spesso agli autori (pressoché tutti maschi) sembrano essere note solo le opere imitative (in particolare: opere di narrativa grafica, ossia fumetti). Sia chiaro che per &#8220;opere imitative&#8221; non intendo &#8220;opere <em>brutte</em>&#8220;: ci sono opere imitative assai belle. Questo genere è quantitativamente dominante non per numero di opere (vedi il genere successivo) ma per numero complessivo di pagine: è difficile che un&#8217;opera di narrativa d&#8217;anticipazione faccia meno di quattrocentocinquanta cartelle. Questo è il genere nel quale mi sembra di poter registrare la più bassa qualità media della scrittura (sintassi casuale, lessico minimo).</p>
<p><strong>Quinta tendenza</strong>. Dominante per numero di titoli è senz&#8217;altro la <strong>narrativa del delitto</strong> (anch&#8217;essa quasi solo maschile), nei vari sottogeneri (peraltro dai confini incerti, almeno nella percezione degli autori) del <em>giallo</em>, del <em>noir</em>, del <em>thriller</em>, del <em>legal thriller</em>, eccetera. Queste sono, di solito, le narrazioni che più s&#8217;impegnano sul fronte dell&#8217;intreccio. Spesso l&#8217;intreccio è assai deludente. Non mancano narrazioni il cui intreccio è appassionante. Tuttavia, il livello della scrittura è generalmente appena un po&#8217; superiore a quello della narrativa d&#8217;anticipazione di cui sopra. E&#8217; insistita la ricerca di un &#8220;investigatore all&#8217;italiana&#8221;, ossia di un investigatore che sia narrativamente interessante e capace di muover la storia pur senza essere il classico &#8220;concentrato di volontà di potenza&#8221; (uso, con autorizzazione, una formula che ho letta nella lettera di autopresentazione di una di queste opere narrativa) di derivazione statunitense. Non mi sembra che questa ricerca abbia finora trovato ciò che cercava.</p>
<p><strong>Sesta tendenza</strong>. La <strong>narrazione fantastico-paradossale</strong>. Per una volta, donne e maschi contribuiscono al genere in quote pressoché uguali. La narrazione fantastico-paradossale ha spesso ambizioni allegoriche. Il fallimento mi sembra pressoché totale. La presenza di questo genere di narrazioni mi sembra in aumento.</p>
<p><strong>Settima tendenza</strong>. Il <strong>romanzo storico</strong>. Se ne vedono pochi, ma più oggi che qualche anno fa. Sono scritti prevalentemente da maschi, ma le donne non mancano. Tendono a essere piuttosto buoni: magari noiosi, ma ben costruiti e bene scritti. Gli autori hanno spesso un&#8217;età superiore ai quarantacinque anni. Il problema di queste narrazioni è che di un romanzo ben fatto, lodevole, gradevolmente scritto, eccetera, ma che <em>non dice proprio niente di nuovo</em>, e nemmeno <em>niente d&#8217;importante</em>, spesso non si sa che cosa pensare.</p>
<p><strong>Ottava tendenza</strong>. La <strong>narrativa memoriale</strong>. Qui il campo è quasi del tutto femminile. Si tratta in genere di narrazioni scarsamente congegnate (si va dal principio alla fine, senza alcuna costruzione), spesso assai bene scritte, talvolta commoventi, nella quasi totalità dei casi del tutto prive d&#8217;interesse per una lettrice o un lettore che non appartenga alla cerchia dell&#8217;autrice (o, raramente, autore). Il mio stato d&#8217;animo è paradossale: sono scritture che vorrei tanto incoraggiare, ma che non penso sia opportuno incoraggiare con la pubblicazione. Sono scritture che mi sembrano molto <em>sane</em>, ma ho l&#8217;impressione che la pubblicazione non sia la cosa migliore che possa loro capitare.</p>
<p><strong>Nona tendenza</strong>. La <strong>narrativa siciliana</strong>. Devo fare una premessa. Sono personalmente convinto che la narrativa siciliana non sia una parte della narrativa italiana, ma sia un&#8217;entità a sé stante. Questo ovviamente non è un giudizio di valore (se lo è, è un giudizio di valore positivo) né un invito al separatismo. Dalla Sicilia mi giungono narrazioni scritte da ventenni con la sicurezza stilistica dello scrittore maturo; narrazioni che si tengono in piedi per la sola forza dello stile (e che forza!); narrazioni piene di pietre, di mani, di arbusti, di albe e tramonti, di venti, di paesi, di fichidindia, di mare, di capre (in sostanza: piene di cose non fatte dall&#8217;uomo). Narrazioni scritte in un italiano perfetto, nitido e fiammeggiante. Narrazioni delle quali, tuttavia, spesso stento a capire di che cosa parlino. Mi sembra che mi giungano frammenti, tanti frammenti, di un interminabile <em>epos della luce e delle cose</em>. Difronte a queste narrazioni, che spesso ammiro, il mio sconcerto è grande.</p>
<p><strong>Decima tendenza</strong>. La <strong>narrativa meridionalista</strong>. Che è scritta da <em>meridionali meridionalisti</em>, soggetti ben diversi dai <em>meridionali non meridionalisti</em> (la cui meridionalità è ricavabile solo dai dati anagrafici). La narrativa meridionalista ha modelli novecenteschi che spesso non conosco (difetto mio) e modelli attuali perfettamente riconoscibili se non addirittura citati e dichiarati: Peppe Lanzetta, Giuseppe Montesano, Antonio Pascale, più raramente Diego De Silva o Livio Romano. Si tratta di una narrativa fortemente politica (&#8220;di denuncia&#8221;, si sarebbe detto una volta), spesso portata a un favolismo della trama e dei personaggi che non rinuncia a un sostanziale (dickensiano?) realismo dell&#8217;ambientazione, nella cui scrittura abbondano il dialetto (per lo più come &#8220;citazione di realtà&#8221;, ma talvolta anche in funzione espressiva) e la simulazione dell&#8217;oralità. C&#8217;è una differenza interessante tra scritture maschili e scritture femminili: le maschili tendono a essere ossessivamente volte al presente, le femminili scelgono spesso uno sfondo storico. Qualche anno fa sembrava che solo la gioventù del Nord Italia avesse in mente la scrittura; oggi certamente non è così.</p>
<p><strong>Undicesima tendenza</strong>. Ricevo un certo numero di narrazioni che sono tentato di definire <strong>narrazioni minimum fax</strong>. Direi che sono tendenzialmente in aumento. Il confronto con i modelli (i narratori statunitensi tradotti da Minimum Fax) è disastroso.</p>
<p><strong>Dodicesima tendenza</strong>, nonché ultima: il romanzo <em>fantasy-newage-sapienziale</em>. Credo che una letteratura in buona salute possa sopportare allegramente l&#8217;inoculazione di una certa dose di narrativa <em>fantasy</em>: perciò trovo che il proliferare di romanzi <em>fantasy</em> sia una novità né buona né cattiva. Quello che mi turba è l&#8217;incrocio tra il <em>fantasy</em> del contenuto narrato, il <em>New Age</em> dell&#8217;ideologia, e il sapienziale dello stile. Le narrazioni di questa specie sono in continuo aumento (sia come numero di titoli, sia come numero di pagine per ciascun titolo). Dal 1998 a oggi ho letto una, e una sola, buona narrazione ascrivibile a questo genere (ancora inedita, peraltro).</p>
<p><strong>Tendenze e mercato</strong>. Queste sono le tendenze che ho riscontrate. Mi rendo conto che alcune di esse sembrano corrispondere alle tendenze del mercato editoriale italiano. Non credo che il mercato editoriale italiano dipenda dalle tendenze della narrativa reale; credo piuttosto che la produzione reale di narrativa dipenda dalle tendenze del mercato editoriale. Ossia, c&#8217;è un sacco di gente che legge un romanzo nuovo e si dice: &#8220;Wow! Che roba! Lo faccio anch&#8217;io!&#8221;.</p>
<p><strong>Altre tendenze?</strong> Qualcuno ha riscontrate altre tendenze? I miei riscontri non corrispondono ai riscontri di altri? La mia classificazione fa acqua? Non ho capito un accidente di quello che sta succedendo?</p>
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		<title>Un ragno in mente</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2004 08:30:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giuliomozzi.com">giuliomozzi</a></strong></p>
<p>Questa mattina alle sei e tre quarti circa, in bagno, ho allungata la mano verso lo spazzolino da denti.<br />
Mi sono bloccato con la mano in aria.<br />
Sulla spazzola dello spazzolino stava appeso un ragno giallastro.<br />
Non era un ragno particolarmente grosso, né particolarmente piccolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/">Un ragno in mente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giuliomozzi.com">giuliomozzi</a></strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/ragno.JPG" alt="ragno.JPG" align="left" border="0" height="175" hspace="4" vspace="2" width="244" />Questa mattina alle sei e tre quarti circa, in bagno, ho allungata la mano verso lo spazzolino da denti.<br />
Mi sono bloccato con la mano in aria.<br />
Sulla spazzola dello spazzolino stava appeso un ragno giallastro.<br />
Non era un ragno particolarmente grosso, né particolarmente piccolo. Un onesto ragno medio, giallastro.<br />
Ora, io non credo di essere aracnofobico. Nel senso che se vedo un ragno non mi metto a ululare e non fuggo in un&#8217;altra stanza (ho un amico <em>davvero</em> aracnofobico, e giuro che fa così). Se gli psicopatologi me lo consentono, credo che potrei definirmi un <em>aracnoinfastidito</em>. Se poi il ragno ha la cattiva idea di andarsi ad appendere proprio alla spazzola del mio spazzolino da denti (io, naturalmente, mi sono subito sentito in bocca un indefinibile <em>sapore di ragno</em>), credo che il fastidio sia più che giustificato.<br />
Bene.<br />
<span id="more-579"></span><br />
Ho preso su con la massima cautela (e con un certo senso di ribrezzo) il bicchiere con spazzolino, dentifricio, ragno e tutto; ho aperta la portafinestra; sono uscito sul poggiolo; ho guardato che non ci fosse nessuno sotto; ho sporto il braccio oltre la ringhiera; ho data una scossa al bicchiere. Il ragno è caduto giù dal poggiolo, tra l&#8217;erba del minigiardino.<br />
Poi ho buttato nella spazzatura lo spazzolino, ho scartato dal <em>blister</em> uno spazzolino nuovo, e ho proseguite le mie operazioni mattutine.<br />
Fin qui, i fatti.<br />
Un quarto d&#8217;ora dopo sono tornato sul poggiolo per la prima sigaretta della giornata. Mentre fumavo e guardavo la magnolia giapponese e la siepe di papiro massacrate dalla grandine di martedì scorso, ho pensate delle cose.<br />
Ho pensato che non è possibile rimproverare il mio ribrezzo. Anche se io fossi un aracnofobico duro e puro, e mi mettessi a ululare e a correre qua e là alla sola vista di un essere vivente con otto zampe, non potrei essere rimproverato. Essere aracnofobici, càpita. E&#8217; come essere claustrofobici (io sono un <em>claustroinfastidito</em>), depressi, bipolari, maniacali, pedanti (io sono pedante), timidi, ipercinetici, pornomani, dipendenti, e così via. Tutte queste cose, noi le consideriamo più o meno delle patologie, e/o dei tratti di carattere. A un timido (dove prevale il tratto di carattere) possiamo consigliare di <em>stimidarsi</em> un po&#8217; (magari frequentando un <em>training assertivo</em> o qualche altro orrore <em>new age</em>); a un bipolare (dove prevale la patologia) possiamo dare il telefono del nostro psichiatra di fiducia; con un pedante possiamo concordare un segnale per fargli capire quando cominciamo a non poterne più di lui; e così via. Possiamo mandarle al diavolo, queste persone, ma non possiamo, questo mi importa, rimproverarle: perché ciò che sono è ciò che sono.<br />
Una persona può essere rimproverata o accusata per <em>ciò che fa</em>, non per <em>ciò che è</em> (il rimprovero è nella sfera privata ciò che l&#8217;accusa è nella sfera pubblica, mi sembra).<br />
Allora, questa mattina, meno di un&#8217;ora fa, mentre fumavo sul poggiolo la prima sigaretta della giornata, mi domandavo: e uno xenofobo? Può essere rimproverato o accusato, uno xenofobo? E un pedofilo? Può essere rimproverato o accusato, un pedofilo?<br />
Mi sono risposto: no, non si può. Non posso rimproverare o accusare uno xenofobo o un pedofilo per <em>ciò che sono</em>. Posso rimproverarli o accusarli per specifici atti compiuti.<br />
Uno xenofobo, nel sentire di molti se non di tutti, non è xenofobo finché non compie un atto di xenofobia; quando l&#8217;ha compiuto, diventa uno xenofobo. Il pedofilo, analogamente, non è pedofilo finché non compie un atto di pedofili; quando l&#8217;ha compiuto, diventa un pedofilo. Ci sono alcuni comportamenti, alcuni atti compiuti, che sembrano, nel sentire di molti se non di tutti, generare subito un&#8217;identità della persona. Per di più, nel caso dello xenofobo e del pedofilo, anche una dichiarazione verbale non seguita da alcun atto è sufficiente.<br />
Un ladro può ravvedersi. Un terrorista può autocriticarsi (il <em>pentimento</em> giudiziario è un&#8217;altra cosa; il terrorista può, anche senza <em>pentimento</em> giudiziario, produrre una critica politica del suo agire passato). Ma un pedofilo, può ravvedersi? Può autocriticarsi? E lo xenofobo? Il pedofilo no, non credo. Non siamo capaci di pensare il pedofilo come uno che possa diventare altro da sé stesso. Come non c&#8217;è spazio per l&#8217;accettazione del pedofilo, analogamente non c&#8217;è spazio per il ravvedimento o l&#8217;autocritica del pedofilo. Le stesse parole <em>ravvedimento</em> e <em>autocritica</em> suonano assurde. Per lo xenofobo è diverso: qualche spazio c&#8217;è. Ma non tanto.<br />
Ma questi, mi sono domandato ancora, stamattina, mentre fumano la mia sigaretta sul poggiolo, non sono ragionamenti futili?<br />
Io non sono xenofobo; sono, tuttavia, uno <em>xenoinfastidito</em>. Basta un&#8217;occhiata alla mia vita: le mie amicizie sono tutte con persone bianche, per lo più con un buon livello di istruzione (formale o informale), generalmente della piccola borghesia. Il mio contatto con lo <em>straniero</em> avviene nelle forme canoniche: il ristorante cinese, il domestico filippino (non in casa mia; in casa d&#8217;altri), il kebab nordafricano, il venditore di cd taroccati africano nero. Nei treni e nelle stazioni ferroviarie, che a causa del mio lavoro frequento pressoché ogni giorno, vedo che funziona molto bene il mio <em>istinto di discostamento</em>. Separo le nazioni, lombrosianamente: mi danno sensazione di pericolo i nordafricani, non me la danno gli africani neri; temo l&#8217;odore degli slavi; non credo al sorriso dei cinesi (a quello degli africani neri, sì); non provo desiderio per le prostitute africane nere; provo desiderio per le minute donne cinesi o giapponesi. Niente di tutto questo è meditato. E&#8217; tutto immediato.<br />
Poi, io sono una persona ragionevole. Questa mattina, in bagno, ho evitato di ululare e di mettermi a correre da una stanza all&#8217;altra: tuttavia, questa possibilità si è presentata alla mia mente, e i miei muscoli si sono irrigiditi. Ho contato, uno, due, tre, quattro, e li ho allentati. Così, difronte allo straniero, la reazione immediata si presenta alla mente, e io conto, uno, due, tre, quattro, e cerco di circondarla. Per lo più, credo, riuscendoci.<br />
<em>Circondarla</em>, mi dicevo sul poggiolo, finendo di fumare la sigaretta. Posso <em>circondarla</em>, la mia reazione immediata; posso rinchiuderla in una gabbia, in fondo all&#8217;emisfero destro o all&#8217;emisfero sinistro del  mio cervello; ma non posso espellerla. Resta comunque lì. E, sinceramente, per questo non ho voglia di rimproverarmi.<br />
Adesso, che sono davanti al pc e sto scrivendo queste cose, mi domando a che cosa servano questi pensieri, e che senso abbia aver desiderato pubblicarli in <em>Nazione indiana</em>. Mi rendo conto che chiamarsi <em>Nazione</em> significa mettere una linea, un confine: qui noi, lì voi. Mi rendo conto che una nazione <em>indiana</em> è una nazione senza terra, che si definisce unicamente grazie a <em>ciò che è</em>. Questo pensiero tuttavia non mi porta da nessuna parte: se non a pensare che sempre, comunque, cominciamo col dire <em>che cosa siamo</em>.<br />
Devo trovare una conclusione. La conclusione è: <em>ciò che io sono, non è trattabile</em>. Non può essere materia di trattativa. Chiunque, credo, sarebbe d&#8217;accordo con me. Quindi <em>ciò che chiunque è, non è trattabile</em>. Se poi ciò che l&#8217;altro è a me fa schifo, fa senso, mi fa scappare ululando, mi apre il terrore nello stomaco, c&#8217;è poco da fare: <em>non è trattabile</em>.<br />
Io per fortuna sono solo aracnoinfastidito: il ragno se l&#8217;è cavata. Ma se fossi davvero aracnofobico, l&#8217;avrei fatto uccidere (io, non ne sarei mai stato capace).<br />
Ho letti nei giornali, in questi mesi, molti ragionamenti sensati e virtuosi, al fondamento dei quali ho trovato regolarmente questo pensiero: che <em>ciò che uno è, sia trattabile</em>.<br />
Ho la sensazione che questa sia una questione da affrontare nel modo più esplicito possibile. Qualche giorno fa, discutendo con una persona, mi è scappato di dire: non è dei giudizi, che dobbiamo discutere, ma dei pregiudizi.<br />
Vi prego di prendere tutto questo con beneficio d&#8217;inventario: come un tentativo di pensiero, non come un pensiero definito; che ho pubblicato non per affermarlo, ma per proporlo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/">Un ragno in mente</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;inganno estremo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/05/10/linganno-estremo/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2004 20:22:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>&#8220;Ma come, non è per un&#8217;idea di verità che si distruggono i miti?&#8221;. Questa è la frase che più mi colpisce nell&#8217;intervento di Sergio Nelli <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000500.html">Mitopoiesi e mitoclastie</a>, fortemente critico verso la mia &#8220;immaginazione&#8221; <a href="http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/04/19/politica_un_pez.html">Politica: pezzo di un pezzo</a> (anche in Nazione indiana con il titolo: <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000448.html">Gli Stati del romanzo</a>).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/10/linganno-estremo/">L&#8217;inganno estremo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>&#8220;Ma come, non è per un&#8217;idea di verità che si distruggono i miti?&#8221;. Questa è la frase che più mi colpisce nell&#8217;intervento di Sergio Nelli <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000500.html">Mitopoiesi e mitoclastie</a>, fortemente critico verso la mia &#8220;immaginazione&#8221; <a href="http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/04/19/politica_un_pez.html">Politica: pezzo di un pezzo</a> (anche in Nazione indiana con il titolo: <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000448.html">Gli Stati del romanzo</a>).</p>
<p>Rispondo: sì, è per un&#8217;idea di verità che si distruggono i miti.<br />
<span id="more-446"></span><br />
<strong>Giacomo Leopardi</strong>, <em>Zibaldone</em>, 16.09.1821: &#8220;Le <strong>illusioni non possono esser condannate</strong>, spregiate, perseguitate, se non dagl&#8217;illusi, e da coloro che credono che questo mondo sia o possa essere veramente qualcosa, e qualcosa di bello. Illusione capitalissima: e quindi il mezzo filosofo combatte le illusioni perché appunto è illuso, il vero filosofo le ama e le predica, perché non è illuso: e il combattere le illusioni in genere è il più certo segno d&#8217;imperfettissimo e insufficientissimo sapere, e di notabile illusione&#8221;.</p>
<p>E&#8217; un passo celeberrimo, esito della riflessione giovanile di Leopardi attorno a &#8220;vero&#8221;, &#8220;falso&#8221;, &#8220;errore&#8221;, &#8220;inganno&#8221; e &#8220;illusione&#8221;. Si potrebbe dire che la poesia di Leopardi non parla d&#8217;altro che di questo, in sostanza. Quando dichiara, nel 1833 (dodici anni dopo), la definitiva rinuncia all&#8217;illusione (<em>A se stesso</em>: &#8220;<strong>Perì l&#8217;inganno estremo</strong> / ch&#8217;eterno io mi credei. Perì. Ben sento, / in noi di cari inganni, / non che la speme, il desiderio è spento&#8221;) il tono del discorso non è esattamente quello tutto felice di chi ha scoperta finalmente la verità.</p>
<p>Sì, certo, è per <strong>un&#8217;idea di verità</strong> che si distruggono i miti. Per <strong>un&#8217;altra idea di verità</strong>, invece, si può provare a erigerli: o, quanto meno, a <em>immaginarli</em>.</p>
<p>So che questo è un discorso ingenuo.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a <strong>Archivi per mese</strong> – <strong>maggio 2004</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/10/linganno-estremo/">L&#8217;inganno estremo</a></p>
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		<title>Una campagna per &#8220;Stilos&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2004 13:23:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[stilos]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p><strong><em>Stilos</em></strong> è un settimanale di informazione libraria e letteraria. E&#8217; curato da Gianni Bonina ed esce, da qualche anno, come supplemento del martedì del quotidiano <a href="http://www.lasicilia.it"><em>La Sicilia</em></a> di Catania.<br />
Un paio d&#8217;anni fa <em>Stilos</em> era a colori, come il resto del giornale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/27/una-campagna-per-stilos/">Una campagna per &#8220;Stilos&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/stilos.gif" alt="stilos.gif" align="left" border="0" height="70" hspace="4" vspace="2" width="200" /><strong><em>Stilos</em></strong> è un settimanale di informazione libraria e letteraria. E&#8217; curato da Gianni Bonina ed esce, da qualche anno, come supplemento del martedì del quotidiano <a href="http://www.lasicilia.it"><em>La Sicilia</em></a> di Catania.<br />
Un paio d&#8217;anni fa <em>Stilos</em> era a colori, come il resto del giornale. Poi è passato al bianco e nero su carta giallina. Un paio d&#8217;anni fa <em>Stilos</em> aveva otto o dodici pagine. Ultimamente ne ha spesso sei, talvolta quattro.<br />
<span id="more-412"></span><br />
Il lavoro di Gianni Bonina a me sembra assai buono. Ho accettato di collaborare (gratuitamente) a <em>Stilos</em>, poco più di un anno fa, perché mi pareva una bella pubblicazione, e ci tirava un&#8217;aria fresca.<br />
Se <em>Stilos</em> chiudesse, sarebbe davvero un peccato.<br />
Domenico Cacopardo e Salvatore Ferlita hanno scritta una lettera aperta a Mario Ciancio Sanfilippo, editore e direttore del quotidiano <em>La Sicilia</em>. Se conoscete <em>Stilos</em> e avete piacere che continui le pubblicazioni con serenità e con un adeguato numero di pagine, vi invito a copiare la lettera aperta che riporto qui sotto e a spedirla all&#8217;indirizzo: segreteria@lasicilia.it, specificando nell&#8217;oggetto: &#8220;All&#8217;attenzione del direttore Mario Ciancio Sanfilippo&#8221;. Eventualmente potete rendere più visibile la vostra adesione depositando anche un &#8220;commento&#8221; qui sotto (sapete come si fa: si va agli &#8220;Archivi per mese&#8221;, si tira giù il mese di aprile intero, si cerca l&#8217;articolo, e si trova il modo di commentare).<br />
Nella continuazione di questo post trovate una lista di persone che hanno già sottoscritta la lettera di Cadopardo e Ferlita (tra queste, un paio di Indiani); nel <a href="http://www.giuliomozzi.com">mio diario</a> terrò una lista aggiornata.</p>
<p><strong>Al dottor Mario Ciancio Sanfilippo, Direttore ed editore de <em>La Sicilia</em>, Catania</strong></p>
<p><em>L’ulteriore ridursi della foliazione di <strong>Stilos</strong>, il settimanale culturale de <strong>La Sicilia</strong>, ci induce a fare appello a lei che ne è l’editore per manifestarle lo sconcerto che la decisione provoca.<br />
Infatti <strong>Stilos</strong>, al pari di Tuttolibri de La Stampa e del domenicale del Sole-24Ore, rappresenta uno dei pochi riferimenti per coloro che amano la cultura e vogliono conoscere i suoi sviluppi, le sue tendenze, le sue novità.<br />
E <strong>Stilos</strong> è l’unico settimanale del genere nel Sud d’Italia e svolge il proprio compito avendo attenzione non al solo Sud o alla Sicilia, ma al paese e al panorama internazionale.<br />
Insomma è uno dei pochi strumenti a disposizione di chi abbia interessi più ampi della semplice cronaca politica o nera.<br />
Ora il ridursi della foliazione renderà ancora più difficile il lavoro di informazione e di documentazione, invitando i ‘clienti’ di <strong>Stilos</strong> a rivolgersi altrove, là dove l’inserto culturale non trova ridimensionamenti, ma sostegni e promozioni.<br />
Le chiediamo, perciò, di intervenire perché <strong>Stilos</strong> sia subito restituito al suo normale formato, evitando che perda funzione e peso e, come sempre accade in questi casi, lettori.<br />
Orgogliosamente La Sicilia deve continuare a sostenere il suo settimanale di cultura, come specifica e singolare espressione della permanente vivacità intellettuale di Catania e dell’isola in generale.</em></p>
<p>Domenico Cacopardo<br />
Salvatore Ferlita<br />
Andrea Carraro (scrittore, Roma)<br />
Marcello D’Alessandra (insegnante, San Giuliano Milanese)<br />
Nino De Vita (scrittore, Marsala)<br />
Mario Fusco (Università di Parigi)<br />
Daniela Marcheschi (Università di Perugia)<br />
Massimo Sestili (insegnante e saggista, Perugia)<br />
Giuseppe Traina (Università di Catania)<br />
Dario Voltolini (scrittore, Torino)<br />
Carmine Abate (scrittore, Bresenello)<br />
Giovanni Maccari (critico letterario, Firenze)<br />
Santo Piazzese (scrittore, Palermo)<br />
Pietro Milone (saggista, Roma)<br />
Lucio Klobas (scrittore, Bergamo)<br />
Luigi Grazioli (scrittore e direttore di “Nuova Prosa”, Bergamo)<br />
Domenico Scarpa (Università di Napoli “L’Orientale”).<br />
Renato Nisticò (saggista, Pisa).<br />
Mauro Mirci (blogger, Sicilia)<br />
Tiziano Scarpa (narratore, critico, Milano)<br />
Silvio Perrella (critico, Napoli)<br />
Romano Luperini (docente di letteratura)<br />
Cristina Bottegal (Padova),<br />
Paola Borgonovo (redattrice editoriale, Milano)<br />
Sara Marson (Napoli)<br />
Marcello Fois (narratore, Bologna)<br />
Annarita Briganti<br />
Giuseppe Iannozzi (Kinglear)<br />
Livio Romano (narratore, Nardò)<br />
Pamela Canali (Roma)<br />
Rossano Astremo (Vertigine)<br />
Stefano Massari<br />
Remo Bassini (giornalista, Vercelli)<br />
Marco Candida (Tortona)<br />
Roberto Tossani (business writer, Valdobbiadene, Tv)<br />
Fabrizio Corselli (scrittore, saggista)</p>
<p>[Questo post è uscito quasi identico in <a href="http://www.macchianera.net/archives/2004/04/27/una_campagna_pe.html">Macchianera</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/27/una-campagna-per-stilos/">Una campagna per &#8220;Stilos&#8221;</a></p>
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		<title>Gli Stati del romanzo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/04/19/gli-stati-del-romanzo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/04/19/gli-stati-del-romanzo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2004 12:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Giulio Mozzi</strong></p>
<p><em>Dal <a href="http://www.giuliomozzi.com">diario</a> di Giulio Mozzi, riprendo questo intervento, che per la verità lui aveva intitolato “<strong>Politica: un pezzo di un pezzo</strong>” (T.S.)</em><br />
___________________________</p>
<p><em>In questi giorni sto partecipando a una discussione, per una rivista, sullo “stato del romanzo italiano”.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/19/gli-stati-del-romanzo/">Gli Stati del romanzo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Giulio Mozzi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/bandam.jpg" alt="bandam.jpg" align="left" border="0" height="258" hspace="4" vspace="2" width="177" /><em>Dal <a href="http://www.giuliomozzi.com">diario</a> di Giulio Mozzi, riprendo questo intervento, che per la verità lui aveva intitolato “<strong>Politica: un pezzo di un pezzo</strong>” (T.S.)</em><br />
___________________________</p>
<p><em>In questi giorni sto partecipando a una discussione, per una rivista, sullo “stato del romanzo italiano”. Pubblico qui un pezzo del mio pezzo (che è ancora in elaborazione).</em></p>
<p>Quanto allo “stato del romanzo italiano”, ho ben poco da dire. Vedo molti, davvero molti buoni romanzi, discreti romanzi. Vedo assai pochi romanzi davvero impressionanti – ma questo mi sembra normale. Se ogni mille romanzi discreti ce n’è uno di veramente impressionante, credo che ci sia da essere contenti.<br />
<span id="more-393"></span><br />
Ho l’impressione che sia più inguaiato il “discorso sul romanzo”, che non il romanzo. Tu sai, io ho sempre la tendenza a ridurre tutto a questioni di discorsi: quindi prendi quello che dico con le dovute pinze.<br />
Il discorso sul romanzo, in Italia, mi sembra che sia soprattutto un discorso di confronto con il romanzo anglosassone; statunitense, in particolare. In un paio di recenti polemiche (una originata da un pezzo di <strong>Mauro Covacich</strong> sull’Espresso, un’altra innescata da un pezzo di <strong>Romano Luperini</strong> sull’<strong>Unità</strong>) la faccenda tendeva a ridursi a questo.</p>
<p>E allora, adesso provo a dire uno sproposito.</p>
<p><strong>Il popolo statunitense è il popolo eletto</strong>. È l’Israele dei nostri tempi. Non mi interessa se questo è vero o no; non m’interessa nemmeno se gli statunitensi stessi ci credono o no. Dico che i discorsi che si fanno contengono sempre questa implicazione: gli statunitensi sono il popolo eletto. Questo è il mito. Gli statunitensi, da bravo popolo eletto, hanno il loro dio; e non si fanno scrupoli a nominarlo, ad invocarlo, a farsi aiutare da lui. Hanno anche un messia: e la cosa geniale, è che si tratta di un messia eletto, quindi sostituibile, rinnovabile, quindi davvero immortale.</p>
<p>Ora: che cosa fa un popolo eletto? Fa quello che deve fare: ad esempio, in nome del suo dio cerca di far fuori gli altri dèi (e i relativi popoli). Ad esempio, si propone continuamente a tutti – a tutti coloro che non hanno il bene di appartenere al popolo eletto – come l’irraggiungibile modello e, contemporaneamente, come il più terribile nemico. Si propone, in sostanza, più o meno come lo stesso dio si propone al popolo eletto stesso: un irraggiungibile modello (&#8220;Noi dobbiamo agire come vuole il dio&#8221;) e il più terribile nemico (&#8220;Niente è peggio che perdere la fiducia del dio&#8221;).</p>
<p>Che narrazioni produce, un popolo eletto in pieno fervore messianico? Produce narrazioni potentissime, ovviamente. Produce narrazioni bibliche.</p>
<p>Non mi dispiacerebbe, un giorno o l’altro, provare a mettere insieme la <strong>Bibbia statunitense</strong>. Cioè una raccolta di libri narrativi, poetici, sapienziali, profetici, scritti e pubblicati negli Stati uniti d’America, ciascuno dei quali corrisponda miticamente a un libro della Bibbia ebraico-cristiana. Credo che non sarebbe difficile farlo: tanto più che, è il mio sospetto, la <strong>Bibbia statunitense</strong> è probabilmente già stata tutta scritta. Ci sono romanzi statunitensi contemporanei che hanno tutta l’aria di essere delle <strong>Apocalissi</strong>, delle rivelazioni finali.<br />
Ora: questo è ciò che manca a noi, italiani. Non mi interessano le ragioni storiche: non sto facendo un compendio di letteratura comparata, sto costruendo un’immaginazione. Io sono nato nel 1960. È da quando sono nato che vedo girare l’imperativo categorico della <strong>smitizzazione</strong>. Tutto va smitizzato, smascherato, privato del suo preteso contenuto di verità. La cosa giusta è: non credere a niente. La parola &#8220;verità&#8221; è bandita dal vocabolario. Se uno dice: &#8220;Sai, ho pensata questa cosa, e, sai, ci ho pensato su bene, credo proprio che sia vera&#8221;, la risposta è di solito: una risata in faccia, lo sbeffeggiamento – oppure l’accusa di autoritarismo, fondamentalismo, paranoia.</p>
<p>Bene. Io so che credere fermamente a una cosa della quale non si può né provare la verità né provare la falsità (ad esempio: credere che esista il dio e che abbia creato il mondo) è paranoico. Però mi pare che anche non credere a nulla sia altrettanto, e ugualmente, e simmetricamente, paranoico.</p>
<p>La differenza è che una di queste due paranoie è <strong>mitopoietica</strong> (produce miti, ragioni per vivere); l’altra è <strong>mitoclastica</strong> (distrugge miti, ragioni per vivere).</p>
<p>Un popolo immerso in una paranoia mitoclastica non può che produrre narrazioni mitoclastiche. Può andare in estasi difronte alle narrazioni mitopoietiche prodotte dal popolo eletto (il suo irraggiungibile modello, il suo più terribile nemico), ma non sa riconoscere come &#8220;cosa buona&#8221; le rare, rarissime narrazioni mitopoietiche che nascono nel suo seno.<br />
Ecco. Questo, secondo me, è lo “stato del romanzo in Italia”.</p>
<p>________________________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a &#8220;<strong>Archivi per mese – Aprile 2004</strong>&#8220;</p>
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		<title>Esperienza e narrazione: un tentativo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2003 04:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>giulio mozzi</strong></p>
<p>Quello che segue è l&#8217;intervento che ho preparato per la serata padovana su <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000229.html"><strong>Letteratura come verità: 2, Esperienza</strong></a> (lunedì 17 novembre, ore 21.30, Cinema Excelsior). Mi rendo conto che è vagolante e confuso, ma pazienza. E&#8217;, come al solito, un tentativo &#8211; un tentativo di tenere insieme qualche generalità e la mia esistenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/">Esperienza e narrazione: un tentativo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>giulio mozzi</strong></p>
<p>Quello che segue è l&#8217;intervento che ho preparato per la serata padovana su <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000229.html"><strong>Letteratura come verità: 2, Esperienza</strong></a> (lunedì 17 novembre, ore 21.30, Cinema Excelsior). Mi rendo conto che è vagolante e confuso, ma pazienza. E&#8217;, come al solito, un tentativo &#8211; un tentativo di tenere insieme qualche generalità e la mia esistenza. Nella stessa serata interverranno anche Romolo Bugaro (che leggerà qualche pagina dal suo romanzo <a href="http://www.dallapartedelfuoco.net"><em>Dalla parte del fuoco</em></a> appena uscito per Rizzoli; Umberto Casadei che leggerà qualche pagina da <a href="http://giuliomozzi.clarence.com/archive/testi/Casadei2.doc"><em>Maltempo</em></a>, un romanzo al quale sta lavorando da anni; <a href="http://www.robertoferrucci.com">Roberto Ferrucci</a> che leggerà un capitolo, intitolato <a href="http://giuliomozzi.clarence.com/archive/testi/Ferrucci2.doc">Respiro</a>, da un romanzo in corso d&#8217;opera e ancora senza nome.<br />
<span id="more-196"></span><br />
<strong>L&#8217;esperienza, la narrazione, le nude cose, l&#8217;invenzione</strong><br />
<em>un tentativo di giulio mozzi</em></p>
<p>Buona sera.<br />
Questa sera non vi leggerò un racconto o un brano di romanzo. Vi leggerò invece un testo nel quale cerco di dire qual è la relazione, secondo me, tra l&#8217;esperienza e la narrazione.<br />
Di questo testo che sto iniziando a leggervi, non sono tanto sicuro. È venuto fuori un testo un po&#8217; filosofico, e io non sono molto competente in filosofia. E poi ogni volta che provo a parlare di questa cosa, di esperienza e narrazione, finisco col dire delle cose un po&#8217; diverse.<br />
In somma: non sono in grado di offrirvi un pensiero perfettamente definito. Sono in grado, al massimo, di dirvi che tipo di pensieri si agitano nella mia mente.<br />
Vado per punti, dicendo: «Uno, due, tre…», non perché il mio pensiero sia sistematico (ve ne accorgerete) ma perché inizio raccogliendo pensieri davvero molto sparsi.</p>
<p><strong>Uno</strong>. Qualche giorno fa una mia giovane amica mi ha detto: «Vado a lavorare sei mesi in Africa».<br />
«Perché?», le ho domandato.<br />
«Per fare un&#8217;esperienza», mi ha risposto.</p>
<p><strong>Due</strong>. Quindici giorni fa, qui, in questa sala, a Marco Franzoso è capitato un piccolo incidente. Cercava di aggiustarsi il leggio, che era troppo basso per lui, ma il tubo della parte superiore si è sfilato dal tubo della base, e lui è rimasto così, con in una mano il libro da quale voleva leggere e nell&#8217;altra la parte superiore del leggio.<br />
Ha avuto un momento di imbarazzo.<br />
Naturalmente, abbiamo messo a posto il leggio in due minuti. Ma per quei due minuti, Marco è stato in imbarazzo. Vabbè: lui è timido, gli succede. Ma questo piccolo imbarazzo mi ha fatto pensare.</p>
<p><strong>Tre</strong>. Ho pensato che tutti noi siamo nel mondo. Ci viviamo. Facciamo continuamente esperienza del mondo. Ma tutti noi siamo, come si usa dire, uomini di mondo. Ossia: conosciamo il mondo. Sappiamo che cosa aspettarci dal mondo. Qualunque cosa accada nel mondo, ci trova preparati. Di qualunque cosa accada abbiamo, chiamiamola così, una precomprensione.<br />
In altre parole: noi non facciamo mai esperienza del mondo. Facciamo esperienza, al massimo, della nostra precomprensione del mondo.</p>
<p>Allora, <strong>quattro</strong>: succede, raramente ma succede, che qualcosa accada e ci trovi impreparati. Qualcosa che non possiamo precomprendere, e nemmeno comprendere.<br />
Pensate all&#8217;etimologia della parola «comprendere»: è un prendere-con, un portare-dentro di noi.<br />
Ciò che comprendiamo, lo portiamo-dentro di noi.<br />
Ciò che precomprendiamo, lo abbiamo già dentro di noi.</p>
<p>Marco, durante quel piccolo incidente, si è trovato in imbarazzo. Si potrebbe dire: si è trovato in una situazione che non poteva precomprendere, e quindi nemmeno comprendere. Una situazione da niente, sia chiaro: una sciocchezza. Eppure…</p>
<p><strong>Cinque</strong>. Alla mia giovane amica ho domandato:<br />
«Ma a che cosa ti serve, andare in Africa?».<br />
«A niente», mi ha detto. «Ma così faccio un&#8217;esperienza. È da tanto che volevo fare un&#8217;esperienza importante».</p>
<p>Attenzione. La mia giovane amica ha detto: «Per fare <em>una</em> esperienza». Non ha detto: «Per fare esperienza».<br />
Se si tratta di «fare esperienza», allora siamo tutti d&#8217;accordo. Si accetta un posto di lavoro non perfettamente consonante con le nostre aspettative, per «fare esperienza». Si accetta di essere sottopagati, per «fare esperienza». Magari ci si trasferisce a Milano, con tutti i rischi del caso, perché abbiamo un&#8217;occasione di «fare esperienza».<br />
«Fare esperienza» non è imbarazzante. È, invece, consolidante. Di una persona diciamo: «Ha esperienza», per dire che se ne intende del mondo, che è capace di precomprendere quasi tutto quello che può capitargli.<br />
L&#8217;esperto, colui che ha esperienza, è colui che non si stupisce mai e non è mai in imbarazzo.<br />
Ma quando parliamo di «fare una esperienza», intendiamo un&#8217;altra cosa.</p>
<p>La mia giovane amica andrà in Africa per «fare una esperienza», ossia andrà in Africa allo scopo di trovarsi in una situazione che non è capace di precomprendere. Potremmo dire, e scusate se paragono una cosa così seria a una cosa così futile, che la mia giovane amica intende andarsi a cacciare di propria volontà in una situazione imbarazzante, come quella nella quale si è trovato, non di sua propria volontà, qui, quindici giorni fa, il povero Marco.</p>
<p>Tutti i miei auguri alla mia giovane amica.</p>
<p><strong>Sei</strong>. Qualcuno si ricorderà, forse, di quel film con Benigni e Troisi che s&#8217;intitola Non ci resta che piangere. Un film che è tutt&#8217;altro che un capolavoro: la storia bislacca di due giovanotti che all&#8217;improvviso, per caso e senza ragione, vagando nelle campagne vicino a Firenze, si trovano trasportati nel tempo: fino al millequattro, quasi millecinque. Lì, ovviamente, si sentono un po&#8217; fuori posto. Si sentono, e sono davvero, del tutto inadeguati.<br />
A un certo punto i nostri due eroi, un po&#8217; per guadagnare punti nella società del tempo e un po&#8217; nel tentativo donchisciottesco di adeguare quel mondo arcaico a loro stessi — cioè di trasformare quel mondo in un mondo che loro possano precomprendere —, cercano di introdurre nel millequattro, quasi millecinque, le innovazioni tecnologiche del ventesimo secolo. Hanno la fortuna di incontrare Leonardo da Vinci. Cercano di spiegargli il treno, la lampadina, la lavatrice, perfino la scopa (il gioco di carte). Leonardo li ascolta attentissimo. Loro parlano, parlano, spiegano, spiegano, ma tragicamente mentre parlano e spiegano si rendono conto di non essere capaci di spiegare alcunché. In realtà, non sanno minimamente come funzionino il treno, la lampadina e la lavatrice; e anche con la scopa hanno dei problemi.<br />
In somma: i nostri eroi scoprono che la loro precomprensione del mondo — del loro mondo, del mondo dal quale provengono, quello a noi contemporaneo — è tutt&#8217;altra cosa da una comprensione. Scoprono che del loro mondo, che credevano di avere compreso, ossia di conoscere, per filo e per segno, non sanno un accidente. Non sanno nemmeno come funziona una lampadina: la sanno usare, ma non sanno che cos&#8217;è.<br />
Poi nel film succede questo: Leonardo ascolta e ascolta i nostri eroi, crollando il capo come difronte a due cretini. Ma in una delle scene finali, compaiono dei binari; e sui binari arriva, a bordo di una locomotiva a vapore rombante e sbuffante, un Leonardo entusiasta e felicissimo.<br />
Lui sì, Leonardo, è capace di comprendere.</p>
<p>Be&#8217;: spero proprio che la mia giovane amica, laggiù in Africa, non si comporterà come i due eroi del film. Direi che non mi sembra proprio il tipo.</p>
<p>Se pensate che stia divagando, avete ragione. D&#8217;altra parte, non so bene come affrontare la faccenda. E allora ci giro intorno.</p>
<p><strong>Sette</strong>. Se io ora cominciassi a urlare come un disperato, mi spogliassi nudo, tirassi fuori dallo zaino un coltellaccio e cominciassi a infierire su me stesso, probabilmente voi entrereste in imbarazzo. Non avreste una precomprensione disponibile, per questa cosa.<br />
Ma se domandaste: «Che cosa sta succedendo?», e qualcuno vi rispondesse: «È un artista contemporaneo, sta facendo una performance», voi direste: «Ah, sì, vabbè: è un artista contemporaneo, sta facendo una performance». Magari direste anche: «Che schifo», oppure: «Per me è fuori di testa», oppure: «Non c&#8217;è più religione». Ma, comunque, avreste una precomprensione disponibile.<br />
Avere una precomprensione significa, tra le altre cose, non avere bisogno di capire.</p>
<p>Allora, <strong>otto</strong>, adesso entro dentro la questione.<br />
Dico che noi facciamo un&#8217;esperienza quando, per un motivo o per l&#8217;altro, ci troviamo <em>sbalzati fuori dal mondo, e gettati in mezzo alle nude cose</em>.<br />
Il mondo è ordinato. Il mondo è precompreso. Il mondo ha senso. Il mondo ci dà soddisfazione. Il mondo è ciò che noi siamo.<br />
Le cose sono un caos, non sono comprensibili, non offrono nessun senso, non danno soddisfazione. Le cose sono un altro.<br />
Marco, qui, quindici giorni fa, per un momento è stato sbalzato fuori dal mondo, e gettato in mezzo alle nude cose.<br />
Per lui, in quel momento, niente aveva più senso. Lui doveva leggere, era lì per quello, e non poteva farlo. Il leggio doveva stare ben fermo, e invece non stava. Il clima doveva essere raccolto, e invece c&#8217;era già chi ridacchiava (giustamente). Lui è una persona seria, e si sentiva esposto al ridicolo.<br />
Ecco: in quell&#8217;istante, Marco ha fatto un&#8217;esperienza. Futile quanto volete, ma un&#8217;esperienza era.</p>
<p><strong>Nove</strong>. Pensate al povero Giobbe. Amava il dio, lo adorava secondo tutte le regole prescritte, e viveva felice: circondato da persone che lo amavano, da figli che lo rispettavano, da greggi abbondanti, da campi rigogliosi e da servi fedeli.<br />
Poi, un giorno, succede che il dio è lì che guarda il mondo, e contempla Giobbe tutto contento. Passa di là l&#8217;avversario, e il dio non resiste: «Guarda là Giobbe», dice il dio all&#8217;avversario, «guarda come mi adora, come mi è fedele».<br />
«Sfido io», dice l&#8217;avversario. «L&#8217;hai ricoperto, come si dice, di ogni ben di dio».<br />
Anche se la battuta è vecchia, a questo punto il dio ride.<br />
«Làsciamelo un poco», insiste l&#8217;avversario, «méttilo nelle mie mani. E vediamo se poi ti adora ancora».<br />
Il dio accetta la scommessa, e lascia Giobbe nelle mani dell&#8217;avversario.<br />
L&#8217;avversario fa morire le mogli, i figli, le bestie, i servi di Giobbe; fa inaridire i suoi campi, crollare le sue case; fa venire a Giobbe ogni sorta di malattia schifosa. Non lo uccide perché evidentemente, per vedere se Giobbe continuerà o no ad adorare il dio, bisogna lasciarlo vivo.<br />
Che cosa fa Giobbe? Da ricco che era, si ritrova a essere solo e nudo, ricoperto di croste; ormai abita in un letamaio, e l&#8217;unico suo bene è un pezzo di coccio con il quale si gratta le croste.<br />
Allora Giobbe si volta in su, verso dove presume che abiti il dio, e comincia a protestare: «Perché mi hai fatto questo, tu, a me che ti ho sempre amato e adorato?».<br />
Alcuni amici che la sanno lunga vanno a trovare Giobbe. Si siedono a rispettosa distanza da lui (lui puzza, è contagioso, eccetera) e cominciano a martellare: «Se il dio ti ha punito, vuol dire che hai peccato».<br />
«No che non ho peccato!», urla Giobbe.<br />
«Se non hai peccato tu, avranno peccato i tuoi padri, i tuoi figli, le tue mogli, le tue bestie, i suoi servi», dicono gli amici.<br />
«Qua nessuno ha peccato!», urla Giobbe.<br />
«Non può essere», dicono gli amici.</p>
<p>Ora: gli amici di Giobbe, sono dei difensori del mondo. Il problema sollevato da Giobbe — come possa un uomo che ama e adora correttamente il dio non esserne ricompensato — loro semplicemente lo negano. Se non vieni ricompensato, vuol dire che non hai amato e adorato correttamente il dio.<br />
Ecco: Giobbe è stato sbalzato fuori dal mondo, e gettato in mezzo alle nude cose. I suoi amici negano: sei ancora nel mondo, dicono.</p>
<p>La storia finisce così: che a un certo punto il dio si stufa di sentire Giobbe che urla e strèpita e i suoi amici che dicono sciocchezze. Allora squarcia le nubi, e appare a Giobbe.<br />
Giobbe dice: «Oh!».<br />
E il dio dice: «Chi sei tu, per mettere in questione ciò che io ho fatto? Dov&#8217;eri tu, quando io creavo il cielo e la terra? Io sono il dio e faccio quello che voglio, perché sono il dio».<br />
Giobbe dice: «Mi scusi».</p>
<p>Nota: il dio non dice: «Ho lasciata mano libera all&#8217;avversario». Il dio si prende in prima persona la responsabilità di ciò che è stato fatto a Giobbe. Se il dio può prendersi la responsabilità di ciò che ha fatto l&#8217;avversario e quindi, alla lettera, identificarsi con l&#8217;avversario, allora il mondo è insensato.<br />
Seconda nota: se il dio dice che lui fa quello che vuole semplicemente perché lo vuole, quindi del tutto irresponsabilmente e senza sottostare nemmeno alle regole stabilite da lui stesso, allora il mondo è insensato.<br />
Ossia: il dio dice a Giobbe che il mondo non esiste se non provvisoriamente, per finta; le nude cose esistono veramente, e lui è la nuda cosa più nuda cosa di tutte.<br />
Avere che fare col dio, è pericoloso.<br />
Il mondo esiste così per finta, che dopo questa sparata il dio — che non si capisce bene se, alla fin fine, abbia vinta o persa la sua scommessa con l&#8217;avversario — ripristina la condizione di Giobbe. Gli dà altri figli, altre mogli, altre bestie, altri servi, altri campi.<br />
Giobbe è quindi di nuovo felice?<br />
Provate a immaginare. Provate a immaginare che tutte le persone care vi siano sottratte e, dopo un po&#8217;, sostituite da altrettante persone care. Non vi sembreranno, queste nuove persone care, queste persone care sostitutive, dei semplici simulacri? Non sono persone finte? Non è forse un incubo, quello che il dio ha regalato a Giobbe per ricompensarlo della sua sostanziale fedeltà — o perché non rompesse più i coglioni?<br />
Era uno dei peggiori sogni che facevo da bambino, questo: che mia madre morisse, e che venisse sostituita da un&#8217;altra mia madre, perfettamente uguale, ma non quella. Non una madre-mondo, ma una madre-cosa.</p>
<p><strong>Dieci</strong>. Certo: ci sono esperienze, ossia uscite dal mondo, non così futili come quella capitata a Marco e non così terribili come quella capitata a Giobbe. La perdita. L&#8217;esclusione sociale. La povertà improvvisa. La violenza immotivata. Il fare male nel tentativo di fare bene. L&#8217;avere male da chi dovrebbe dare bene.<br />
Nelle pagine che leggeranno Romolo, Roberto e Umberto, questa sera, troverete delle esperienze, cioè delle uscite dal mondo, anche brutali.</p>
<p><strong>Undici</strong>. Che cosa facciamo, noi, quando ci troviamo sbalzati fuori dal mondo e gettati in mezzo alle nude cose? Facciamo il possibile per tornare nel mondo.<br />
Possiamo, ad esempio, decidere di fare finta di niente: una bella rimozione, ed è come se niente fosse stato. Dimentichiamo.<br />
Oppure possiamo razionalizzare: cerchiamo, nell&#8217;intrico di cause e conseguenze che è la nostra vita, di dimostrare che quelle nude cose non sono nude cose, ma sono mondo. È quello che tentano di fare i saputelli amici di Giobbe.<br />
Oppure possiamo decidere, magari perché siamo stanchissimi e non ne possiamo più, di restare in mezzo alle cose: allora diventiamo matti. E così via.<br />
Oppure possiamo decidere di accettare il nostro passaggio in mezzo alle cose, e ci mettiamo a costruire un altro mondo. Un altro mondo che, di quelle cose in mezzo alle quali siamo stati, conservi una memoria, una traccia, un sentore. Un altro mondo che non tenti né di includerle né di escluderle, ma che accetti la loro presenza: là, fuori.<br />
Questa, beninteso, è una cosa che ha dell&#8217;impossibile.<br />
Tentare di costruire un mondo che accetti la presenza delle cose, là fuori, è come tentare di concepire una totalità che sia una totalità (il mondo è una totalità), ma che abbia comunque qualcosa d&#8217;altro, là fuori.<br />
È più o meno come tentare di pensare che esista il dio.</p>
<p><strong>Dodici</strong>. E adesso comincio, finalmente, a parlare della narrazione. Che cosa fa la narrazione? Le narrazioni, si dice comunemente, costruiscono dei mondi. Che relazione c&#8217;è tra la narrazione e l&#8217;esperienza? La narrazione, dirò così, tenta appunto di costruire dei mondi che accettino la presenza delle cose, là fuori.<br />
Addirittura: la narrazione è il tentativo di portare-dentro nel discorso l&#8217;esperienza delle nude cose, e/o addirittura di produrre un discorso che sia, per chi lo legge, un&#8217;esperienza.</p>
<p><strong>Tredici</strong>. A questo punto parlo un momento dei poeti. Chi di voi legge poesia, sa che i poeti sono capaci di dare un brivido. È un effetto specifico della poesia: noi leggiamo, e improvvisamente abbiamo un brivido.<br />
Che cosa succede, quando abbiamo il brivido? Succede che la poesia ci ha messi istantaneamente, cioè per un istante, in contatto con le nude cose. La poesia fa questo, di solito, almeno nel nostro tempo, per mezzo di quella cosa che, con una semplificazione brutale, chiamiamo: la metafora. La poesia giustappone due parole (una detta, l&#8217;altra non detta), e questa giustapposizione produce il brivido.<br />
La parola detta, è mondo. La parola non detta, è cosa.<br />
La poesia è sempre stata considerata un&#8217;attività più alta della prosa — anche oggi che non la legge nessuno — proprio perché ha il potere, per mezzo delle parole, di metterci istantaneamente a contatto con le nude cose. Meglio: di ammetterci istantaneamente alla presenza delle nude cose.</p>
<p><strong>Quattordici</strong>. Ho letto tempo fa un libretto di Manlio Sgalambro che s&#8217;intitola La consolazione. Che cos&#8217;è la consolazione?, si domanda Sgalambro. E si risponde: la consolazione è un&#8217;attività di pure parole con la quale modifichiamo una situazione reale. Il mio amico ha persa la donna amata; io gli parlo, lo consolo; dopo, il mio amico è meno addolorato, è più vivo.<br />
Strabiliante.<br />
La parola può assopire il dolore più vivo.<br />
Come fa?<br />
Fa nel solito modo: il dolore è un sintomo, è il sintomo di un male che c&#8217;è, di una nuda cosa che è presente; questa nuda cosa, con la sua sola presenza, sia pure velata e nascosta dal dolore, fa sì che il mondo attorno a me si sfaldi, crolli, svanisca; l&#8217;amico che mi discorre, che parla, letteralmente mi ricuce addosso un mondo. Chirurgicamente taglia il filo che lega il dolore (il sintomo) al male (la cosa). Così io ho ancora dolore, ma non ho più il male. E col dolore è molto più facile cavarsela.<br />
Questo è un esempio della potenza del discorso. Di un discorso che, ambivalentemente, ammette la presenza delle cose fabbricando un velo che ne nasconde la presenza, che nel nascondere la presenza delle cose ci permette di conservarne una memoria, una traccia, un sentore.</p>
<p><strong>Quindici</strong>, cercando di arrivare a una qualche provvisoria conclusione. Io dico: la narrazione è un&#8217;attività di discorso che serve alla costruzione di mondi. E la relazione tra esperienza e narrazione è questa: la narrazione tenta di costruire mondi che ammettano, che accettino, la presenza delle nude cose, là fuori.<br />
La narrazione, per così dire, include le nude cose senza includerle.</p>
<p>Ora: la narrazione è una lingua. La vicenda, la separazione degli amanti, le peripezie, i colpi di scena, le agnizioni: la narrazione ha la sua sintassi e il suo lessico, come una lingua. Articolare una narrazione è come articolare una lingua.<br />
La narrazione, come la lingua, è ordinata, ha le sue regole. Appartiene al mondo. Narra il mondo avvolgendolo, ricoprendolo, esaurendolo. Occupa tutto il mondo e sta sempre dentro al mondo.<br />
Allora io immagino una narrazione, che è nel mondo, che in un certo senso è il mondo stesso — che cos&#8217;è la precomprensione, se non un esercito di narrazioni sempre pronte a venire in mio soccorso? —, che da dentro il mondo, che per così dire da dentro sé stessa, si protenda fuori, fino a toccare le nude cose. E che poi rientri in sé, come si dice di chi è andato fuori di sé, portando di queste nude cose una memoria, una traccia, un sentore.</p>
<p>Io so di che cosa parlo.<br />
Io, se non avessi fatto questo, se almeno una volta nella mia vita non fossi riuscito a farlo, sarei morto.<br />
Sarei — semplicemente — morto.</p>
<p><strong>Sedici</strong>. Ancora un esempio. Non so se qualcuno di voi usa farmaci omeopatici. Ma tutti voi sapete, immagino, che l&#8217;omeopatia usa farmaci disciolti nell&#8217;acqua in diluizioni e ri-diluizioni successive. Si arriva, a forza di diluire, ad avere un&#8217;acqua nella quale è arduo sostenere che la sostanza medicinale sia ancora presente.<br />
Bene. Così. La narrazione, sono disposto a dirlo, ha una memoria delle nude cose in infinite diluizioni. È un&#8217;acqua dotata di memoria.</p>
<p><strong>Diciassette</strong>. Credo che, oggi come oggi, il segno del tentativo della narrativa di portare una memoria delle nude cose stia nella lentezza.<br />
Non so se ci avete fatto caso: sempre più, nelle narrazioni contemporanee, in quelle che ci lasciano il segno, avvengono rallentamenti quasi insopportabili.<br />
I pezzi che Romolo, Roberto e Umberto leggeranno tra poco, contengono di questi rallentamenti.<br />
Ci sono narrazioni nelle quali due minuti di un&#8217;esistenza vengono raccontati in duecento pagine. Narrazioni che hanno una durata di lettura superiore a ogni credibile durata degli avvenimenti che raccontano.<br />
È come se il narratore d&#8217;oggi tentasse una infinita diluizione del tempo.<br />
Prolungando il tempo, riempiendo ogni istante della narrazione di atti, dialoghi, descrizioni, documenti, elucubrazioni, letteralmente stipando la propria pagina, saturando il tempo quanto più possibile, il narratore produce un&#8217;acqua sufficientemente diluita da poter contenere la memoria delle nude cose, ed essere bevibile.<br />
Le nude cose in soluzione concentrata, uccidono.<br />
Tra i principi dell&#8217;omeopatia c&#8217;è quello — da cui il nome, che significa: «curare con l&#8217;uguale» — di curare un male introducendo nel corpo, in dosi diluitissime, la stessa sostanza che genera il male.<br />
Magari, nella narrazione, le nude cose non ci sono nemmeno più, tanto estesa è stata la diluizione. Ma ne è rimasta, se non una traccia, almeno una memoria. La narrazione ci ammette alla presenza delle nude cose, che uccidono, accogliendo dentro di sé dosi diluitissime delle nude cose stesse.</p>
<p>Ciò che i poeti fanno con la metafora, con la giustapposizione di una cosa che viene detta a una cosa che non viene detta, i narratori lo fanno con la lentezza, con l&#8217;infinita diluizione del tempo.<br />
Magari ci sono altri strumenti. Non so. Io ho visto questo. Se ne può parlare.</p>
<p>Infine, <strong>diciotto</strong>, mi domando: se la lentezza è lo strumento che consente alla narrazione di diluirsi per ammettere la presenza, magari solo in memoria, delle nude cose; che cos&#8217;è invece che permette al narratore, prima della narrazione, di entrare in contatto con le nude cose? Qual è, chi è, che cos&#8217;è, quel mediatore che mi permette di stare alla presenza delle nude cose senza esserne bruciato?</p>
<p>La mia risposta, per il momento, è: l&#8217;invenzione. L&#8217;invenzione è la facoltà che mi permette di pensare il mondo come una vacca gravida di infiniti mondi possibili. E quindi di pensare la narrazione come una vacca gravida di infinite narrazioni possibili.<br />
Io sono l&#8217;ostetrico che, con tutta la lentezza di cui è capace, cerca di far sì che la vacca partorisca un mondo, una narrazione.<br />
L&#8217;invenzione è un mediatore sensibilissimo. È capace di sostituire istantaneamente un mondo con un altro, una narrazione con un&#8217;altra, una totalità con un&#8217;altra.<br />
È capace addirittura di produrre parti di mondo e parti di narrazione che possono appartenere contemporaneamente a più mondi e più narrazioni diversi e incompatibili.<br />
È capace, addirittura, di pensare a una narrazione che dica tutto, che ricopra interamente il mondo, e che tuttavia ammetta la presenza, là fuori, delle nude cose.</p>
<p>Invece la finzione, la <em>fiction</em>, è l&#8217;incubo. Le nuove mogli e i nuovi figli di Giobbe sono <em>fiction</em>, incubo. L&#8217;invenzione è il contrario della finzione. La finzione imita, l&#8217;invenzione produce. La finzione fa come se le nude cose non esistessero, non fossero mai esistite. L&#8217;invenzione ci ammette alla loro presenza.</p>
<p>Sono arrivato a pensare fin qui. Non posso dire di sentirmi sicuro di ciò che ho detto, né di avere presenti le conseguenze di ciò che ho pensato.<br />
Vi prego di accettare ciò che ho detto come un tentativo di fare una narrazione della mia esperienza.<br />
Grazie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/">Esperienza e narrazione: un tentativo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tiziano Scarpa si (e mi) chiede se&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2003 00:01:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Covacich</strong></p>
<p>Tiziano Scarpa si chiede e mi chiede, rivolgendosi direttamente a me nel suo intervento del 13/5, se valga la pena scrivere un romanzo e farselo pubblicare da un grande (diciamo grosso) editore, per poi non trovarlo nemmeno in libreria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/22/tiziano-scarpa-si-e-mi-chiede-se/">Tiziano Scarpa si (e mi) chiede se&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Covacich</strong></p>
<p>Tiziano Scarpa si chiede e mi chiede, rivolgendosi direttamente a me nel suo intervento del 13/5, se valga la pena scrivere un romanzo e farselo pubblicare da un grande (diciamo grosso) editore, per poi non trovarlo nemmeno in libreria.<br />
<span id="more-42"></span><br />
Scarpa si riferisce a una catena che io intuisco essere Demetra o qualcosa del genere – nelle librerie <em>librerie</em> il libro c’è – ma la questione rimane. Uno scrive per essere letto, ed è abbastanza difficile che qualcuno ti legga se manco ci sei nel posto dove dovrebbe accorgersi di te. Questo è il terzo libro che pubblico con Mondadori, prima ero stato con editori più piccoli. Quando ho cambiato ho pensato che fosse una bella cosa: mi davano più soldi, mi garantivano una maggior visibilità. Nei discorsi del dirigente con cui ho firmato il contratto (Andrea Cane), gente come me, Giulio Mozzi, eccetera, avrebbe dovuto rinnovare l’offerta narrativa della casa editrice in risposta al rinnovarsi del pubblico, una specie di cambio generazionale insomma. I lettori di Tomizza e Sgorlon invecchiano con i loro autori – e muoiono anche (all’epoca però Tomizza era ancora abbastanza in forma) – ergo, servono nuovi autori per i lettori under sessanta. Questi erano i discorsi “editoriali”. Poi c’erano anche i discorsi “letterari”. Scegliere me e gli altri come me (scelta di Antonio Franchini) rispondeva a una filosofia di continuità rispetto al catalogo, rispetto a collane di alto prestigio come la vecchia Medusa, per esempio.</p>
<p>Ora, sul piano editoriale siamo andati male (ma perché mai i figli dei lettori di Sgorlon avrebbero dovuto leggere noi?): Giulio ha cambiato editore, io ho venduto seimila copie tra prima edizione e tascabile e sono rimasto. Sul piano letterario invece, siamo andati bene (riconoscimenti, critiche, eccetera). Il risultato è che la Mondadori continua a pubblicare i miei e i libri di molti altri con tirature a dir poco prudenti, che al 99% segnano in partenza il destino di quei titoli. Invece di fare dieci titoli tirati a dodicimila copie, preferisce fare venti titoli tirati a seimila. Beninteso, si tratta di un metodo condiviso da tutti i grossi editori: più numeri copro sulla ruota, più possibilità ho di vincere. Ovviamente le <em>tue</em> probabilità di essere il <em>loro</em> numero vincente, date le seimila copie distribuite su tutto il territorio nazionale, sono appunto dell’1% (mentre scrivo mi accorgo che è una stima molto, molto ottimistica). Anch’io sono convinto che <em>A perdifiato</em> non sia un libro per pochi (e non siamo solo io e Scarpa a pensarla così), ma l’editore ormai mi ha preso le misure: in partenza, non rischia più delle solite seimila copie e, naturalmente, su questo cabotaggio calibra poi il volume di energie da investire anche in ambito promozionale, mediatico, eccetera.</p>
<p>Come possono spingere il mio romanzo, i venditori Mondadori, se devono sbattersi come dannati per piazzare quelli da venti trentamila copie? E avanti così. Con il romanzo precedente, dopo un mese appena dall’uscita, mi è capitato di chiedere in una libreria di Bologna, a metà di via dell’Indipendenza, come mai non ci fosse. Il commesso è andato al terminale, ha digitato e poi mi ha detto: “l’abbiamo esaurito, comunque è andato bene, guardi anche lei, ha venduto tutte e venti le copie che abbiamo ordinato”. Dopo un mese, in quella libreria si parlava già al passato, era andato bene, per loro ormai il mio romanzo era un discorso chiuso. Rifornirsi? E perché mai? Erano già arrivati altri splendidi titoli, la roulette continuava a girare. Poi magari capita, contro ogni genere di avversità, che il libro metta fuori la testa (adesso <em>A perdifiato</em> è in ristampa: altre duemila copie, wow) e allora le cose cambiano un poco.</p>
<p>Lo so, lo so, non sto rispondendo alla domanda di Scarpa. Io sto spiegando perché il libro di un grosso editore può anche, <em>paradossalmente</em>, non essere distribuito in alcune grosse librerie. E lui mi ha chiesto se vale la pena consacrare tre anni della propria vita per scrivere un romanzo che poi la gente non ha neanche la possibilità di vedere, figurarsi di leggere. Sono due cose ben diverse, lo ammetto. Il fatto è che, per me – e credo anche per Tiziano e per tutti coloro che scrivono non perché vogliono scrivere ma perché non sanno farne a meno – questa è una falsa domanda, nel senso di una non domanda, di un falso problema. Io vorrei che il mio libro venisse letto dal maggior numero di persone possibile, come tutti. E come tutti, provo un dolore sotterraneo, incessante, muto, perché questo non accade. Però la pena di questa delusione non ha valore, non posso metterla su nessuna bilancia. Io <em>dovevo</em> scrivere <em>A perdifiato</em> a qualsiasi costo. Io ho bisogno di scrivere, come di respirare. Potessi smettere, smetterei. Le vicende del mio protagonista non c’entrano niente con le vicende della mia vita, eppure la sua storia è la mia esperienza. Ogni volta che racconto qualcosa, questo qualcosa passa prima dentro il mio corpo, attraversa in lungo e in largo ciò che sono, e ne esce come l’anidride carbonica nella nostra espirazione: forse non proprio necessario, ma inevitabile sì. La convenienza di un simile gesto, il suo valerne la pena, è un aspetto che non credo di poter considerare.</p>
<p>Mauro Covacich</p>
<p>www.maurocovacich.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/22/tiziano-scarpa-si-e-mi-chiede-se/">Tiziano Scarpa si (e mi) chiede se&#8230;</a></p>
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		<title>Scrivere sul fronte occidentale</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2003 18:47:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1741920" target="_new"></a>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/">Scrivere sul fronte occidentale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1741920" target="_new"><img src="/archives/fronte_occid.jpg" class="blogbody" border="0" height="156" width="100" /></a></center>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).</p>
<p><strong>sommario</strong></p>
<p>Antonio Moresco: Lettera &#8211; Dario Voltolini: Inizio dei lavori &#8211; Carla Benedetti: Il pieno &#8211; Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione &#8211; Antonio Moresco: L&#8217;occhio del ciclone &#8211; Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari &#8211; Marco Drago: Disturbare l&#8217;universo &#8211; Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto &#8211; Mauro Covacic: L&#8217;orecchio immerso &#8211; Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà  niente (anzi è già  tutto di nuovo come prima) &#8211; Marosia Castaldi: L&#8217;insaziabilità  &#8211; Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo &#8211; Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico &#8211; Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento &#8211; Giuliano Mesa: &#8220;Dire il vero&#8221;. Appunti &#8211; Paolo Nori: Il quadro &#8211; Andrea Bajani: Il grande spot &#8211; Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale &#8211; Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? &#8211; Marina Mander: Undici pensieri dopo l&#8217;11 settembre &#8211; Andrea Inglese: L&#8217;estraneità  e la festa &#8211; Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) &#8211; Giulio Mozzi: Parlare della verità  &#8211; Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori &#8211; Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell&#8217;impero &#8211; Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco &#8211; Helena Janeczek: Una gonna per l&#8217;11 settembre.</p>
<p>Stiamo organizzando un incontro che si terrà  nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità  e l&#8217;urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.</p>
<p>Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l&#8217;un l&#8217;altro delle nostre buone intenzioni e della bontà  e necessità  della nostra attività  di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità  di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità  e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:</p>
<p>che viviamo nell&#8217;epoca della virtualità  e dell&#8217;irrealtà<br />
che l&#8217;unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà  vu<br />
che la storia è finita<br />
che l&#8217;attività   umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all&#8217;interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità  dell&#8217;imprevisto<br />
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine<br />
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell&#8217;universo orizzontale della &#8220;comunicazione&#8221; totale e della rete<br />
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni<br />
che non possono esistere più &#8211; nel bene come nel male &#8211; il conflitto, l&#8217;alterità<br />
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l&#8217;ignoto<br />
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia<br />
ecc&#8230;<br />
E&#8217; terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell&#8217;attività  umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.<br />
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità  e radicalità .</p>
<p>Milano, settembre 2001</p>
<p>Antonio Moresco</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/">Scrivere sul fronte occidentale</a></p>
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