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	<title>Nazione Indiana &#187; giuseppe catozzella</title>
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		<title>Milano brucia</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/">Milano brucia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280-300x200.jpg" alt="" title="thumbfalse1285572527997_475_280" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-40463" /></a></p>
<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi! Siete tutti pazzi, figli di Dio!”, neanche mentre veniva braccato alle spalle da due poliziotti, tirato verso il pavimento, che poi era la copertura di tutta la struttura, “Siete pazzi! Siete i pazzi figli di Dio!”, braccato come un angelo un attimo prima dello spicco del volo, mentre della palestra rimanevano esposti soltanto i pilastri d’acciaio, lo scheletro artritico, e il fumo nero avvolgeva tutto e saliva denso verso il cielo.<span id="more-40460"></span></p>
<p>Conosco il fuoco da quando ho quattro anni. Dapprima l’ho guardato al riparo, dietro la finestra nel salotto della casa in cui sono nato, periferia nord, tra Niguarda e Bruzzano. Ricordo bene lo scoppio, il rumore dei frantumi di vetro sul marciapiede – la vetrina che collassava; l’avevo capito subito che era una vetrina che colava a terra, poteva sembrare il rumore rassicurante della saracinesca di un negozio che si abbassa, allora vuol dire che sono le sette e mezzo, una giornata era finita e arrivavano i cartoni animati delle otto insieme a mio padre dal lavoro, ma non era esattamente quel rumore e poi era domenica, innanzitutto troppo lungo, quelle frazioni di secondo in più in verità fanno tutto, ti aprono al fatto che deve essere qualcos’altro, il rumore come di mille sassi che insieme piovono sul selciato. Mi sono staccato dalla tv, ho appiccicato il naso al vetro freddo della sala, arrampicato sullo schienale del divano: guardavo giù.</p>
<p>Il fuoco si prendeva la scrivania di legno, si mangiava la plastica del telefono; alcune lingue più lunghe sporgevano verso l’alto dalla vetrina frantumata accarezzando l’insegna di plastica bianca e annerendola, lì di fronte a me, dall’altra parte della strada. Quella era la lucentezza plastica dell’arroganza. Un negozio non va a fuoco da solo, quello lo capisce anche un bambino di quattro anni, qualcuno doveva aver deciso di farlo incenerire: la prepotenza, la violenza delle fiamme che si mangiavano tutto. Quando i vigili del fuoco hanno finito e hanno mosso l’autoclave dal centro della strada io ho preso il mio pesciolino rosso dalla boccia di vetro in cui gli versavo il mangime e l’ho bruciato, prima sul fornello acceso al massimo, tenendolo dalla coda finché non ha smesso di agitarsi, poi in un piatto, sul tavolo della cucina, con un accendino Bic blu.</p>
<p>È molta la differenza, del resto, tra una vetrina che scoppia per il calore delle fiamme che divampano all’interno di un negozio e piano piano lo divorano dallo stomaco, indisturbate innocenti e arrogantissime, e l’ineluttabile naturalezza con cui si è più gentilmente estromessi dalle lobby dalle amicizie dalle appartenenze dai lavori per il fatto di non essere un natobene un leccaculo un introdotto? Non è forse la stessa identica coincidente logica dell’amicizia? Non c’è forse a ben guardare un nesso tra le due cose, tra i due incendi, quello pubblico e quello tutto privato che si consuma invisibile al riparo di un appartamento, di un letto? Non scaturiscono forse i due incendi dallo stesso germe pestifero e omeopatico che cura l’uguale con l’uguale, l’amicizia con il vantaggio reciproco?<br />
Signori, fatevene carico: quelle fiamme siete voi, quelle fiamme sono anche io.</p>
<p>L’altro giorno hanno bruciato il centro sportivo comunale di via Iseo, a Milano, Affori. “Dov’eri, tu?” Dov’ero, io? Sembra che chi è stato mi abiti a due passi, abbia sempre vissuto nella parallela da casa mia. Io li conosco benissimo, da quando sono nato. Sono gli stessi che da trent’anni fanno il prezzo della cocaina e stabiliscono seduti a un tavolo all’inizio dell’anno quanta se ne troverà nelle piazze del nord di Milano, broker degli stupefacenti. Gli stessi che da dieci anni gestiscono la più grande società di movimentazione delle merci della Lombardia. Gli stessi che posseggono la metà delle discoteche della città, quelli che hanno il monopolio del servizio di buttafuori nei locali, quelli che passano tutti i mesi a chiedere soldi ai baracchini che vendono i panini e le bibite di notte, ai quattro angoli di Milano. Gli stessi che hanno fatto eleggere un paio di consiglieri comunali e hanno creato la quarta corsia sulla Milano-Venezia, quegli stessi che seppellivano le scorie tossiche in un buco grosso come dieci campi da calcio dietro l’Esselunga di Pioltello.<br />
Erano stati allontanati da quel centro sportivo non più di qualche mese fa perché appartenenti alla ’ndrangheta. E così l’hanno incendiato, distrutto. Se non è nostro non lo usa più nessuno.<br />
Negli ultimi giorni sono andati in fiamme il Sugar Lounge di via Alserio, zona Isola, il Cappados di viale Monza, il Fox River, l’ex Transilvania e un altro locale in viale Abruzzi. Centotrenta incendi dolosi soltanto a Milano, centotrenta. Più settanta attentati con armi ed esplosivi ai danni di esercizi commerciali vari, e questo è il conto ufficiale, gli attentati riconosciuti, classificati, accertati come di matrice mafiosa.</p>
<p>Così l’uomo sul tetto braccato dai poliziotti e gridante, come Darete il sacerdote di Efesto che è costretto ad abbandonare Troia in fiamme nella piena consapevolezza della situazione, della disfatta – lui lo sa che Troia è ormai perduta per sempre – così quell’angelo scalzo continua a sgolarsi nella sua liturgia sulla pazzia, forse ha tenuto il conto del numero delle fiamme, forse è un contabile d’incendi dolosi rifletto, e io ci penso, forse ha ragione, forse è vero che non siamo sognatori, che siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in incubo, e precisamente quello delle fiamme che tutto avvolgono, che mi vengono a prendere anche di notte mentre dormo che mi scalzano dal letto che cominciano a lambirmi i piedi poi si mangiano la prima gamba dei pantaloni del pigiama poi l’altra e infine la maglietta e poi mi infiammano i capelli il canale auricolare il cervelletto, il fuoco arriva e mi mangia tutto, mi avvampa ormai si è preso la mia ragione da tempo, la capacità che avevo di mettere due pensieri in fila di guardare le cose in maniera critica, di ragionare insomma, un’intelligenza viva, sognante, sana, salvifica, che corrode il reale, che diceva cose sensate anche.<br />
E i due poliziotti lo portano giù, dopo qualche minuto compaiono tutti e tre, l’uomo prodigio in mezzo, il santo al centro, ed è scalzo, davvero non aveva le scarpe, e intanto alle loro spalle la città brucia nell’indifferenza di tutti, non fosse che per questo angelo caduto senza clac, senza platea, che però a un certo punto comincia a strattonare prima a destra poi a sinistra i suoi due custodi in divisa blu ottenendo che si fermino, e comincia a dire, rivolto a quello scarno pubblico, io e altri venti trenta astanti sfigati raccolti sul cavalcavia di viale Enrico Fermi a bloccare il traffico, davanti alle fiamme Darete dice: «Lo sapete che mentre io sono qui che cago» proprio così dice, come se fosse stato lì a cagare «e lo sfintere mi si allarga e mi addolcisce i pensieri perché li solletica, questo nostro adolescente Paese viziato ormai è troppo vecchio anche solo per guardarsi con coscienza nelle mutande e riconoscere il danno, l’essersela fatta addosso. Lo sapete, eh?» e il tono e il viso sono ispirati come quelli di un attore protagonista.<br />
La gente là davanti e anche uno dei due poliziotti abbozza un sorriso, forse vorremmo ridere, forse no.</p>
<p>L’uomo mi passa di fianco scortato, con una mano quasi saluta la folla accarezzandola idealmente nel gesto papale, adesso sono io che penso all’eloquenza del fuoco alla sua forza che sta tutta nel fatto che è lì per tutti, e non può non venirmi in mente il salto di qualità, il cambiamento di strategia. Questi incendi sono qui per essere visti, penso mentre il santo mi passa di fianco e poi guarda il cielo, questo è un segnale bello e buono non è più la minaccia, il raccoglimento del pizzo in silenzio dalle casse di ogni commerciante che non batte un tot di scontrini per tirare fuori il dovuto e tace perché sa il suo e ha paura, questo è un atto pubblico una sfida aperta il guanto lanciato.<br />
Mi sale alla mente allora il consigliere comunale Domenico Anselmo che ha preso a dormire stabilmente nella sua panetteria, la notte, dopo che gli è stata bruciata per non avere concesso la licenza per una sala giochi, dorme all’interno del suo negozio nel profumo del pane fresco perché ha paura di altri atti ritorsivi, ha paura che lo brucino di nuovo oppure rompano le vetrine o le facciano saltare, allora prende sonno o ci prova lì dentro, steso per terra su un materasso alla buona perché crede che fino a lì non possano arrivare – far saltare il locale con lui dentro – dopo che hanno incendiato anche il chiosco di alimentari di un altro consigliere comunale, Francesco Cuvello, per la stessa ragione., la sala giochi.<br />
Mi giro e vedo il volto deformato o così mi sembra di una signora sui cinquanta che come me divide l’attenzione tra il santo e le fiamme, che ancora continuano ad ardere la palestra, hanno attaccato le gomme dei macchinari, il puzzo si fa più intenso. La guardo, lei se ne deve accorgere perché mi concede un sorriso, lo allunga quasi, lo tira, poi senza preavviso il suo volto ossequioso è d’un tratto orribile, il viso comincia a deformarsi, i lineamenti a contorcersi, dalle orbite degli occhi e le narici le fuoriescono larve, migliaia di larve, di acari e di batteri che prendono a impossessarsi dei suoi lineamenti, la sfondano, la divorano. Mi sembra che stia per avvicinarsi, io cerco di scantonare ma sbatto contro la spalla del vecchietto che mi sta di fianco a testa in su, ma lei invece si allontana, mi tiene per la verità a distanza, fa il contrario di ciò che credevo.<br />
Poi il suo viso torna normale, come se nulla fosse stato, ritorna la signora con la gonna nera e il maglioncino che c’era prima. Questa volta mi si avvicina per davvero e sottovoce mi dice: «Milano brucia».<br />
Io rispondo «Eh…».<br />
Senza guardarmi, continuando a fissare le spalle del santo scalzo che viene trascinato via dai due poliziotti, continua: «Hai paura?».<br />
Io giro di poco la testa, la sua guancia è normale, anche l’espressione degli occhi – luminosi, esaltati dal fuoco ma normali: «Di che?» rispondo.<br />
«Non li vedi?» mi fa.<br />
«Vedi chi?» faccio io.<br />
«Non li vedi quando presenti <em>Alveare</em> a Milano e dintorni? Non ci fai caso che ce n’è sempre uno che ti viene ad ascoltare, di solito si mette dietro, un cappellino in testa o una grande sciarpa a coprirgli un po’ la faccia, e quasi di sicuro registra le tue parole?»<br />
A quel punto mi giro completamente verso di lei, lei capisce che le sto chiedendo senza neanche volerlo come fa a sapere quelle cose.<br />
«E non ti fa paura questo?» continua. «Sai cosa vuol dire quando i padroni arrivano a bruciare una città? Lo sai, vero, che il sindaco Pisapia ha dovuto fare quella dichiarazione appena insediato che un commerciante su cinque a Milano paga il pizzo, quando in verità è uno su due? Non ti fa paura che Milano brucia e nessuno fa niente?»</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/">Milano brucia</a></p>
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		<title>Restiamo uniti!</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 12:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong>&#8230;</p>
Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv parlare di ciò che essi dicono nelle loro opere.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/">Restiamo uniti!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<div id="_mcePaste">Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv parlare di ciò che essi dicono nelle loro opere.</p>
<div id="_mcePaste">No, ciò che un libro, un’inchiesta giornalistica, un documentario, uno spettacolo teatrale, anche solo un articolo di cronaca giudiziaria racconta sta prima di quanto ha venduto. Bisognerebbe considerare l’oggetto e non il consenso che ne deriva e in quale quantità.</div>
<div id="_mcePaste">L’11 maggio 2011 è partito il maxi processo alla ‘ndrangheta in Lombardia, diviso tra rito abbreviato e rito ordinario (questo celebrato nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi, a Ponte Lambro), sèguito delle maxi operazioni – Crimine e Infinito – di luglio 2010, in cui furono tratti in arresto più di 300 affiliati tra Lombardia e Calabria.</div>
<div id="_mcePaste">Un maxi processo di mafia è già di per se un evento che è necessario raccontare, far sapere ai cittadini. Un maxi processo di mafia al Nord, in Lombardia, il cuore economico del Paese, lo è ancora di più.</div>
<div id="_mcePaste">Ma così non è stato, non se ne sono occupati i telegiornali, nemmeno i giornali nazionali.<span id="more-39346"></span></div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano le modalità con cui la mafia più potente del mondo da sessant’anni governa in silenzio la regione più ricca d’Europa e quindi d’Italia, il motore di tutto il Paese, ciò che gli consente di stare dentro il G8 per esempio, se si racconta che gran parte dei capitali prodotti in Lombardia – e quindi una buona fetta del Pil italiano – è frutto di accordi con l’economia criminale, questo è quello che non si può dire, che deve rimanere taciuto.</div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano i meccanismi con cui ciò avviene, i metodi, le strategie, le logiche del controllo del territorio, degli accordi con i politici locali, della partnership con gli imprenditori, il ruolo del commercio di cocaina nell’accumulo di liquidità che entra nelle casse delle imprese pulite, questo è proprio ciò che deve essere silenziato. Se si fa vedere il meccanismo che sta sotto la guaina di protezione e si racconta, si analizza, si mostra l’ingranaggio così com’è, perché tutti lo possano vedere nel luogo che guida la spinta economica dell’intero Paese, si deve essere messi al silenzio.</div>
<div id="_mcePaste">E invece solo questo è quello che andrebbe raccontato se si volessero comprendere le ragioni del sistematico crollo economico e morale italiano. Per comprendere lo stadio a cui siamo arrivati è necessario fare un passo indietro o un passo in dentro, e avere il coraggio di scovarne le ragioni. La grande floridezza dell’economia del nostro Paese è in gran parte sommersa, aiutata in questo dal tessuto imprenditoriale che è proprio del nostro territorio: un arcipelago di medie, piccole, piccolissime aziende. 300 miliardi di euro ogni anno vengono sottratti alle casse dello Stato tra fatturato mafioso (circa 130 miliardi) e corruzione ed evasione fiscale (i restanti 170 miliardi): dieci grandi finanziarie.</div>
<div id="_mcePaste">Per troppo tempo si è voluto far finta di credere che la mafia – il primo Male italiano, la prima cosa che abbiamo esportato nel mondo e che contemporaneamente si mangia la fiducia nel futuro, alimentata dai concetti di merito, di premio per lo sforzo personale, unico vero motore economico – fosse confinata al Sud: se solo una parte del corpo è malata, allora si può guarire, allora il tutto è sano, non c’è da preoccuparsi.</div>
<div id="_mcePaste">Le maxi operazioni in Lombardia e Piemonte, le grandi operazioni in Liguria, Emilia Romagna e Veneto gridano che così non è.</div>
<div id="_mcePaste">E in Lombardia, già negli anni Novanta, ci sono state decine di maxiprocessi, con condanne per circa tremila affiliati di ‘ndrangheta. Tutti nascosti sotto terra, insabbiati, per allontanare sempre più il giorno della consapevolezza, della resa dei conti.</div>
<div id="_mcePaste">Ma quel giorno è alle porte, è evidente a quasi tutti. Sembra essere alle porte il momento di scrivere sulle prime pagine dei giornali che l’Italia è malata. Che il germe della corruzione non è confinato in una precisa latitudine, ma che il modo più facile per creare capitale, quello illegale, ha da sempre tentato e fatto gola a un certo tipo di italiani, del Nord come del Sud. E che da sempre le nostre quattro mafie hanno fatto comodo al tessuto produttivo dell’intero Paese e alla maggior parte della classe politica, che è sempre sembrata fare di tutto per non combatterle.</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, altrimenti – come sempre più spesso succede per i giornali – la realtà, i movimenti, i venti, non solo superano ma scalzano totalmente la comprensione, che resta azzoppata, monca, muta: stupida.</div>
<div id="_mcePaste">Un Paese senza un’adeguata Ragione che lo rappresenta è cieco, guidato dagli istinti.</div>
<div id="_mcePaste">È l’ora del coraggio, invece, della presa di coscienza.</div>
<div id="_mcePaste">Voglio fare un appello, soprattutto ai giovani, ma rivolto a tutti. Soprattutto a coloro che hanno deciso di “metterci la faccia”, di raccontare con il proprio nome i meccanismi con cui agisce la mafia, con cui agisce la corruzione, nel nostro Paese, a quelli che hanno deciso di dedicare anni, tempo prezioso, alla comprensione e al racconto.</div>
<div id="_mcePaste">Scrittori, giornalisti, attori, giovani delle organizzazioni antimafia, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici: mettiamoci insieme.</div>
<div id="_mcePaste">Superiamo le minuscole logiche di appartenenza ai diversi gruppi editoriali, la difesa delle piccole o grandi notorietà, le personalizzazioni e uniamo invece le nostre voci, appoggiamoci, spalleggiamoci, diamoci forza reciproca. Facciamo vincere la verità. Costringiamo i grandi giornali e i telegiornali a occuparsi seriamente di quello che ormai non è più un’ipotesi, mettendo la firma insieme sotto la nostra consapevolezza: la completa compresenza dell’economia criminale e di quella legale sull’intero corpo della Penisola. Aiutiamo il vento che già si è levato ad andare nella giusta direzione, urliamo insieme che siamo per la legalità, per il rispetto delle intelligenze, dei meriti, del lavoro altrui, della Verità, e che siamo contro le arroganze, le prepotenze, l’annichilimento del talento e della fiducia nel futuro, siamo contro le logiche familistiche di spartizione della ricchezza e del lavoro. Gridiamo che siamo pronti per riprenderci finalmente il nostro Paese dove i Padri Costituenti l’hanno lasciato.</div>
<div id="_mcePaste">Gridiamo insieme. Questo è il momento. Gridiamo con forza la Verità. Firmiamo articoli che la raccontano. Facciamoci sentire. Guidiamo la consapevolezza. Ma tutti insieme, finché non saremo tutti gli italiani.</div>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/">Restiamo uniti!</a></p>
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		<title>Immagina un alveare</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 09:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg"></a> [<em><a href="http://blobssblog.blogspot.com/">Giuseppe Catozzella</a>, che è un amico di <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=giuseppe+catozzella">Nazione Indiana</a>, ha pubblicato un libro importante - <strong>Alveare</strong> - sul dominio della 'ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi "sentire" il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/">Immagina un alveare</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg" alt="" title="CatozzellaALVEAREesec.indd" width="200" height="309" class="alignleft size-full wp-image-38738" /></a> [<em><a href="http://blobssblog.blogspot.com/">Giuseppe Catozzella</a>, che è un amico di <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=giuseppe+catozzella">Nazione Indiana</a>, ha pubblicato un libro importante - <strong>Alveare</strong> - sul dominio della 'ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi "sentire" il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Immagina un alveare. </p>
<p>Ne ho avuti due, gemelli, nati di nascosto nella mia camera, in quei trenta centimetri scarsi di muro che separano i vetri della finestra dalle persiane. Li ho lasciati crescere, li ho coltivati, ogni ora del giorno ho controllato da sotto, scostando le tende, il brulicare operoso delle piccole api, le loro cellette esagonali che aumentavano.<br />
Ogni tanto aprivo i vetri, mi divertivo a stuzzicarle. Con una bacchetta di ferro piatta e lunga un metro, che avevo sfilato dall’orlo inferiore di una tenda, smuovevo uno dei due alveari, lo toccavo a ripetizione con la punta dell’asticella. Le api non sembravano rendersene conto, non si allarmavano. Eppure dovevano emettere un suono inudibile perché dopo pochi secondi, dal piccolo orto del mio vicino di casa, arrivavano le compagne in soccorso. A quel punto io richiudevo la finestra e le guardavo volare a scatti e convulse, ruotare attorno al loro quartier generale e, completata la ricognizione, ritornare da dove erano venute. <span id="more-38737"></span><br />
A lungo ho lasciato che le loro abitazioni si impilassero l’una sull’altra, si affiancassero, si accatastassero, si accumulassero. Crescevano a vista d’occhio, incontrollabili. <br />
Ci ho messo molto ad accorgermi degli alveari e, quando è successo, erano troppo grandi per una rimozione immediata. Così ho chiuso i vetri, per creare una gabbia, e sono rimasto a osservare: prese singolarmente, le api sono piccole, ma tutte insieme diventano grandi, formano come un unico organismo che si ingrossa in silenzio. Si muovono come rabdomanti e scelgono i luoghi che reputano opportuni per sviluppare i loro patrimoni, senza chiedere il permesso. Lavorano senza sosta: in un batter d’occhio sono lì, hanno costruito, si sono ricavate degli spazi.<br />
In poco tempo i loro due magazzini-laboratorio sono cresciuti fino a un diametro di circa cinquanta centimetri, erano già quasi sul punto di toccarsi. Le api continuavano ad andare avanti e indietro, si muovevano instancabili, per edificare il loro futuro, la loro ricchezza, la loro dote. Si erano appropriate di parte della mia camera, e io ho iniziato a pensare che non avrei mai avuto il coraggio di fermarle, che si sarebbero conquistate l’intera casa, avrebbero cominciato da quella stanza per poi prendersi tutto. </p>
<p>Dopo qualche mese i due alveari erano diventati uno solo, enorme. Un mostro senza forma, una sorta di viscido baco gigantesco, popolato da una nube di minuscole ali infaticabili che avevano perso di vista l’armonia del disegno originario, forse per il fatto che le due costruzioni si erano unite a loro insaputa in una grande larva bitorzoluta, rigonfia e ipertrofica da un lato, affusolata dall’altro. Anche il vento, che aveva soffiato forte per tutta la primavera, doveva aver cesellato quella creazione.<br />
Un impressionante fagiolo di bava umida ricoperta dal frastuono invisibile di migliaia di api in movimento, di ronda incessante dal giardino di sotto fino al mio appartamento. <br />
Spesso mi sono chiesto perché avessero scelto proprio la mia casa. Credo di aver trovato la risposta. <br />
In comune le api, la loro massa sterminata, e la mia casa hanno il silenzio. Non possono che agire nel più assoluto silenzio, scolpite da migliaia di anni di evoluzione che ha tolto rumore alle loro movenze, al loro sostare, alle loro tecniche di insediamento.<br />
I luoghi che abitano non possono che essere altrettanto quieti, in certo modo invisibili, per permettere al loro agire in concerto di porre le fondamenta delle piccole cellette in un posto tranquillo, che non rechi disturbo alla regina. <br />
Silenzio incontra silenzio. </p>
<p>Le api arrivano, importano il loro mercato, i loro metodi, lo fanno ovunque trovino silenzio.<br />
La ’ndrangheta, una delle organizzazioni militari più efficienti mai esistite, assimilata ad al-Qaeda dall’fbI, fa lo stesso. È per questo che la mafia più potente e ricca del mondo, assai diversa nel suo operare dal chiasso della camorra e dall’onore chiacchierato di Cosa Nostra, ha preso casa in Lombardia. L’ha trovata un luogo adatto e fertile in cui nidificare. <br />
La globalizzazione l’ha mossa lei, l’ha tessuta nel silenzio dell’operosità, prima ancora che si cominciasse anche solo a parlarne, che un economista le desse il nome, che un giornalista la battezzasse su un quotidiano. È lei che, da quarant’anni, decide oggi quello che tu farai domani. <br />
Ventiquattr’ore dopo la caduta del muro di berlino, un boss di ’ndrangheta viene intercettato al telefono con un suo luogotenente che si trova in Germania. Gli dice solo: «Compra tutto». L’uomo viene fermato nella sua auto con 2.600 miliardi di lire in contanti: stava per acquistare una raffineria, un’acciaieria e quote di una banca a San Pietroburgo, dopo aver attraversato la Polonia e il confine con la Russia. Come una massaia che mette in tasca qualche risparmio ed esce di casa per approfittare del primo giorno di saldi. Quell’uomo era Salvatore Filippone, faccendiere legato a varie potentissime cosche del reggino, i D’Agostino, i Serraino-Condello-Imerti e i Piromalli della piana di Gioia Tauro.<br />
Un altro boss viene intercettato mentre racconta di aver disseppellito più di cento miliardi di lire da un bosco e di averne trovati otto marciti, putrefatti dall’umidità e dal tempo. Non ha fatto altro che buttarli via insieme al sacco di tela in cui erano stati sotterrati. bruciati come se fossero niente, perché la ’ndrangheta non ha più il problema di fare soldi, ma soltanto quello di giustificare la sua ricchezza e reinvestirla in immaginario.<br />
Non si muove assecondando i ritmi del mondo, ma ne crea di nuovi, a sua misura. Come ha fatto con un’importante compagnia aerea, insospettabile: una volta al mese ha istituito un volo diretto dal Canada al piccolo scalo di Lamezia Terme, una linea invisibile, per facilitare gli spostamenti degli affiliati che fanno affari oltreoceano. </p>
<p>Dalla casa madre la ’ndrangheta è arrivata a colonizzare completamente la regione più ricca d’Italia, costruendo un impero come un alveare silenzioso. Un impero fondato sul sangue.<br />
Tutto è cementato dal sangue. Lo stesso che scorre nelle vene del Padre scorre in quelle del figlio e dello Spirito santo. </p>
<p>Immagina un alveare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/">Immagina un alveare</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 19:15:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p></p>
<p>Tutto, come spesso succede per queste cose, è nato da quattro colpi sparati in faccia. Sparati a trenta centimetri dentro un bar di San Vittore Olona, provincia di Milano, nell’arroventato pomeriggio del 14 luglio del 2008. A rimanere a terra senza più la faccia è Carmelo Novella, detto Nunzio, 58 anni, boss di ‘ndrangheta di primordine, a capo della Locale di Milano, la divisione con cui la Provincia, il Crimine, la Casa Madre calabra separa i territori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/">Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/23nkcHxLKqU&amp;hl=en_US&amp;fs=1?rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/23nkcHxLKqU&amp;hl=en_US&amp;fs=1?rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
<p>Tutto, come spesso succede per queste cose, è nato da quattro colpi sparati in faccia. Sparati a trenta centimetri dentro un bar di San Vittore Olona, provincia di Milano, nell’arroventato pomeriggio del 14 luglio del 2008. A rimanere a terra senza più la faccia è Carmelo Novella, detto Nunzio, 58 anni, boss di ‘ndrangheta di primordine, a capo della Locale di Milano, la divisione con cui la Provincia, il Crimine, la Casa Madre calabra separa i territori.<span id="more-36111"></span></p>
<p>Ogni Locale può includere più ‘ndrine, più famiglie, ed è costituita da almeno 49 affiliati. Nunzio Novella si era messo in testa di separare La Lombardia, il mandamento del Nord Italia, dalla Casa Madre, dopo aver ammazzato Cosimo Barranca, ex reggente della Lombardia, e aver cancellato tutte le sue “doti”, tutti i gradi da lui affidati ai suoi uomini di fiducia. Era uno scissionista, e per questo è stato punito. Che la sua fine si stava avvicinando lo ha capito da un gesto inequivocabile, per chiunque abbia origini nel sud d’Italia: non gli era arrivato l’invito al matrimonio della figlia di Rocco Aquino, boss della jonica. “Qui stanno impostando un discorso. Rocco Aquino non mi mandò l’invito, a Cosimo e a ‘u Panetta sì. Non sappiamo che c’è sotto, che cazzo stanno preparando.” E un’altra è l’intercettazione che Nunzio non conosce ma che noi conosciamo, e che ha decretato la sua fine: “Quello è venuto qua sotto (in Calabria) e ha raccontato a Dio che non è Dio, ma lui è finito ormai. La Provincia lo ha licenziato.” Licenziato. Finito. Bum.</p>
<p>Dopo di lui il Crimine affida temporaneamente lo scettro della Lombardia all’avvocato Pino Neri, fino al 31 ottobre del 2009 quando 23 capi-Locale si incontrano nel centro anziani di Paderno Dugnano dedicato a Falcone e Borsellino. Quella sera, nel corso della tradizionale <em>mangiata</em> a base di capretto viene nominato a capo della Lombardia Pasquale Zappia. A Milano, solo negli ultimi due anni, sono stati documentate più di 40 mangiate. Più di 40 summit di ‘ndrangheta, avvenuti tra i 500 affiliati lombardi.</p>
<p>Sono quei quattro colpi in faccia che fanno partire l’operazione “Crimine”, 305 arrestati, la più grande operazione sulla ‘ndrangheta in Lombardia di tutti i tempi, che svela per la prima volta che cosa è la ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più potente al mondo. Lo dice anche il procuratore generale di Milano, Manlio Minale: “Questa operazione ha lo stesso valore per lo smascheramento della ‘ndrangheta delle dichiarazioni del super pentito Buscetta a Giovanni Falcone per cosa nostra.”</p>
<p>“Tutto il mondo è diviso in Calabria e ciò che lo diventerà”, dicono i carabinieri di Monza. E infatti di nuovo, dopo l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa in occasione degli arresti delle scorse settimane ai danni del clan dei Valle, il gip Giuseppe Gennari ne firma una seconda, ancora più esemplare per comprendere i meccanismi da manuale con cui la ‘ndrangheta è entrata dentro le maglie della imprenditoria e degli appoggi politici importanti in Lombardia.</p>
<p>Questa ordinanza, infatti, firmata su richiesta congiunta del procuratore aggiunto di Milano Ilda Bocassini e del procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, che ha visto coinvolti più di tremila tra poliziotti e carabinieri, è esemplare per almeno quattro ragioni.</p>
<p>La prima è la natura della struttura della mafia più potente del mondo. È a forma di piramide, come tutte le Corporation, come tutte le holding che reggono il capitalismo occidentale. C’è un vertice, il Crimine, chiamato anche Provincia. Dal crimine dipendono tutte le decisioni, qualunque decisione importante anche le Colonie. Il Crimine ha potere di vita e di morte. Sotto il Crimine c’è un Contabile, un Mastro generale, un Capo Società e un Mastro di giornata. L’unità minima è la ‘ndrina, che può essere costituita da una sola famiglia o da due legate da un matrimonio. Più ‘ndrine formano una Locale, che per essere costituita deve avere almeno 49 affiliati. A capo di ogni Locale c’è la Copiata, una triade costituita dal Capolocale, dal contabile e dal crimine, colui che sovraintende alle attività illecite.</p>
<p>Sono state documentate 15 Locali tra Milano, Varese e Como, ma Ilda Bocassini dice che “di certo sono molte di più”: Bresso, Cormano, Desio, Seregno, Calbiate, Pioltello, Corsico, Rho, Bollate, Nerviano, Limbiate, Solaro, Mariano Comense, Canzo, Erba.</p>
<p>La seconda ragione è la descrizione della metodologia con cui la ‘ndrangheta si impossessa di aziende decotte o anche perfettamente funzionanti, ne diventa primo azionista e le utilizza come fronte pulito per vincere appalti pubblici o commesse private. Lo stesso Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, lo dice nella conferenza stampa, quando riporta una delle moltissime intercettazioni telefoniche che insieme a quelle ambientali e ai pedinamenti hanno consentito di scoperchiare la cupola di ‘ndrangheta. Due boss parlano tra di loro, e uno dice all’altro: “Noi siamo entrati nei cantieri e ci siamo presi i lavori con la forza. Noi non dobbiamo più lavorare così, noi dobbiamo farci dare i lavori”. Sono 130 i casi di imprenditori minacciati, di mezzi bruciati, di pallottole sparate contro macchine, di bossoli recapitati nelle cassette delle lettere. E neppure un caso di denuncia. Lo dice anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: “Siamo consapevoli che le infiltrazioni sono molto forti nel Nord. Oggi la nuova logica della criminalità è entrare in aziende sane, comprarle approfittando della crisi, insinuandosi nei grandi appalti, come l’Abruzzo piuttosto che l’Expo 2015.” Ma non si tratta sempre di “compare” un’azienda, si tratta anche di taglieggiarla costringendola al fallimento con il metodo dell’usura, come dimostrano gli arresti del clan dei Valle.</p>
<p>Il metodo per appropriarsi di un’azienda, dunque: l’ordinanza cita il caso della Perego Strade, diventata “punto di contatto tra colletti bianchi e organizzazioni criminali”. La Perego Strade, una delle principali aziende di movimento terra di tutta la Lombardia, aveva sede a Cassago Brianza. Gli affari poi cominciano ad andare male, e l’azienda è costretta al fallimento. È a quel punto che, come sempre, entra la ‘ndrangheta. Tanta liquidità che le banche non possono più elargire, e il subentro di altri soci. Diventa Perego General Contractor, nella quale il socio occulto è Salvatore Strangio, nato a Careri, provincia di Reggio Calabria, che subentra sotto il paravento di due società fiduciarie milanesi. L’azienda ha circa un centinaio di dipendenti, e sembra salvata. E in effetti l’azienda va benissimo: vince appalti per fare lavori dentro il Tribunale di Milano, all’ospedale Sant’Anna di Como, fa la Statale 38 della Valtellina, fa la Statale Paullese, vince l’appalto Snam a Erba. Fa tanti soldi. Eppure, in otto mesi, fallisce anche la Perego General Contractor. Spariscono più di 4 milioni di euro. Poi, fallisce un altro tentativo di ridare vita all’azienda, quello della Cosbau di Trento, che ha già vinto anche appalti pubblici per la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto.</p>
<p>Ecco, allora: ci si impossessa di un’azienda decotta o in fase di decottura subentrando con liquidi e come soci occulti. Si rivitalizza l’azienda e attraverso il nome del primo proprietario si vincono appalti. Poi, in associazione a delinquere con l’ex proprietario (Perego è stato arrestato con la stessa accusa di associazione di stampo mafioso), si svuota l’azienda – se non serve più – e si mandano a casa i dipendenti.</p>
<p>Oppure si può anche generare il fallimento di un’azienda impedendole di lavorare con le minacce. Una volta in fallimento, si subentra. Oppure ancora si presta denaro con tassi usurai, e alla decorrenza dei termini ci si impossessa dell’azienda. “Sorpassato il bar in auto, siamo andati nei box, Novella mi ha fatto sedere rimanendo tranquillo, poi ha chiamato qualcuno con il citofono, sito all’interno del box. Ha preso una pistola automatica e mi ha colpito. Quindi ha tirato fuori due cambiali che non avevo pagato e mi ha chiesto di mangiarle”, racconta un imprenditore.</p>
<p>In tutti e tre i casi, comunque, si partecipa agli appalti pubblici, compresi quelli per Expo 2015.</p>
<p>La terza ragione è la messa in scena dei fittissimi agganci politici della ‘ndrangheta in Lombardia. Il fratello di Francesco Lampada, arrestato nell’operazione sul clan Valle, entra ed esce con grande familiarità dall’assessorato alla Famiglia, suola e politiche sociali del Comune di Milano, dall’ufficio della superdirigente Carmela Madaffari, assunta proprio dal sindaco Moratti in persona. “Andiamo a trovare Carmelina” dice Giulio Lampada, che ha fondato il suo impero con le slot machine nei bar, prima di cominciare ad acquistarli per conto suo, i bar e i ristoranti.</p>
<p>Poi c’è Carlo Antonio Chiriaco, il direttore generale della Asl di Pavia, che comprava i voti per Giancarlo Abelli, il luogotenente del presidente Formigoni proprio sul fronte della Sanità. Chiriaco, finito in carcere, affiderebbe la mansione proprio all’avvocato Pino Neri che, in una intercettazione dice “Giuro che farei la campagna elettorale per lui come fosse la prima volta, con la pistola in bocca, perché chi non lo vota gli sparo”. Intanto gli ospedali pavesi ospitavano Pasquale Barbaro, il figlio del boss appena condannato al processo Cerberus, e Francesco Pelle, quello della strage di Duisburg. Poi c’è Barranca, il Capolocale di Milano, in rapporti con Pietro Pilello, dentro Ente Fiera Milano, la metropolitana milanese, la Finlombarda e molte altre società. Nelle intercettazioni esce anche il nome di Angelo Giammario, consigliere regionale Pdl, proprio in conversazioni elettorali tra Barranca e Chiriaco. C’è scritto a chiare lettere dentro l’ordinanza di custodia cautelare: “Chiriaco mette a disposizione della ‘ndrangheta la sua carica di direttore sanitario Asl e i propri contatti politici a ogni livello, incanalando i voti a favore della candidatura di Giancarlo Abelli e Angelo Giammario.”</p>
<p>Poi ancora c’è l’assessore comunale Pietro Trivi, indagato per corruzione elettorale. E ancora Massimo Ponzoni, ex assessore regionale, che “viene indicato come il personaggio giusto al quale rivolgersi per sostenere la candidatura di un soggetto gradito ai calabresi. E l’inquietudine raddoppia quando si apprende che l’uomo dei calabresi è un colonnello dei carabinieri”.</p>
<p>Di seguito c’è Antonio Oliviero, ex assessore provinciale al turismo nella giunta di Penati, che dal 2009 è passato con il Pdl di Podestà.</p>
<p>Dice in una intercettazione Chiriaco, riguardo ad Abelli: “Deve fare l’assessore alle Infrastrutture che può fare quel cazzo che vuole. Poi lui ha la testa. Nei prossimi cinque anni c’è l’Expo 2015. Ma sai cosa c’è da fare nei prossimi cinque anni a livello di infrastrutture?”</p>
<p>La quarta ragione è rappresentata dal ruolo di quelle che in gergo investigativo vengono chiamate le “talpe”. Già dal primo luglio, ben dodici giorni prima degli arresti delle 5 di mattina del 13 luglio, la ‘ndrangheta sapeva tutto.</p>
<p>Persino i nomi degli arrestati. Conosceva il quando, il come e il dove sarebbero partiti gli arresti. “A Milano ci sarà un bordello. Hanno sentito, hanno fatto i filmati. Un bordello.” Implicati ci sono carabinieri, poliziotti e uomini dei servizi segreti a libro paga delle cosche. “Voi dei Pelle in questa operazione non ci siete, siete in quella che chiamano Patriarca, appena arriva l’estate.”</p>
<p>Ecco, di quella chi scrive non può sapere niente, deve aspettare la comunicazione degli arresti dall’ufficio stampa della Questura.</p>
<p>Cosa ci vuole ancora per far comprendere il ruolo fondamentale della prima holding del nostro Paese nell’economia italiana?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/">Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</a></p>
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		<title>Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 08:44:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2.jpg"></a>
di <strong>Giuseppe Catozzella&#8230;</strong>
Procediamo con ordine.  Le ultime tre settimane sono state fondamentali per comprendere quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/manuale-di-infiltrazione-nei-lavori-per-expo-e-di-connivenza-alla-milanese/">Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36037" title="expo-2015-milano2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/expo-2015-milano2-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></div>
<div>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></div>
<div id="_mcePaste">Procediamo con ordine.  Le ultime tre settimane sono state fondamentali per comprendere quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti. Si comincia a intravedere quella che sarà una stagione durissima di condanne alla mafia lombarda, simile a quella degli anni Novanta, gli anni dei maxiprocessi per mafia al tribunale di Milano, quelli che comminarono migliaia di anni di carcere agli affiliati alle cosche.</div>
<div id="_mcePaste">Quello che viene fuori dai recentissimi eventi è da un lato un manuale della perfetta infiltrazione nel tesoro dell’Expo e dell’altro la fotografia di una classe di imprenditori, quelli lombardi, che non solo non denuncia affatto e mai, ma che spesso preferisce la collusione per motivi di affari.<span id="more-36036"></span></div>
<div id="_mcePaste">Negli ultimi venti giorni, infatti, il tribunale di Milano ha sancito, se ce ne fosse stato bisogno, con una sentenza di primo grado per associazione mafiosa nel processo Cerberus e con la recentissima ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutto il clan Valle (legato a doppio filo al potentissimo clan dei De Stefano, protagonista della sanguinosissima faida da centinaia di morti con il clan Condello e di nuovo imputato adesso a Milano di associazione mafiosa, oltre che di estorsione, usura e intestazione fittizia di beni), che il sindaco Moratti e le autorità si sbagliavano quando negavano l’esistenza della mafia nell’ex capitale morale del Paese e quando si scioglieva frettolosamente la neonata commissione antimafia che avrebbe dovuto cercare di vegliare sul promesso tesoro dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Il processo Cerberus ha visto la luce alla conclusione dell’omonima inchiesta condotta dal Gico della Guardia di Finanza di Milano che ha eseguito otto arresti su ordine del gip di Milano Piero Gamacchio. Otto arresti che tagliano la testa a uno dei più potenti clan lombardi, quello dei Barbaro-Papalia, che dominano il settore del cemento nell’hinterland milanese: il boss Domenico Barbaro, detto Mico l’australiano, i figli Salvatore e Rosario Barbaro, Pasquale Papalia (figlio del super boss Antonio Papalia) già condannato con rito abbreviato, Mario Miceli, Maurizio De Luna (che ha scelto il rito abbreviato), Maurizio Luraghi e la moglie Giuliana Persegoni. L’accusa è, appunto, di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata all&#8217;estorsione, al porto abusivo di armi e al riciclaggio di denaro. L’11 giugno 2010 la sentenza di primo grado letta dal giudice Aurelio Barazzetta dà ragione quasi su tutto all’impianto accusatorio della pm Alessandra Dolci, e condanna a 9 anni di carcere Salvatore Barbaro, ritenuto il “promotore” dell’associazione mafiosa, a 7 anni Mico l’australianoe l’altro figlio, Rosario. 6 anni di carcere, invece, per Mario Miceli. Ma, insieme a loro, in quella che è una sentenza destinata a fare storia, c’è Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che ha recentemente avuto le telecamere di Annozero a disposizione per giurare la sua innocenza (nonostante l’esistenza di intercettazioni ambientali in cui lui, parlando con i Barbaro, si dice commosso per aver tirato su insieme a loro tutto l’hinterland sudovest di Milano), che è stato condannato a 4 anni e 6 mesi per le attenuanti generiche, mentre sua moglie è stata assolta per non aver commesso il fatto. Sono decaduti il reato di estorsione e quello dell’uso delle arimi. Quindi, questa sentenza, che sancisce come gran parte del ciclo del cemento (dai lavori di scavo a quelli di movimento terra, al nolo a freddo e al nolo a caldo, all’intermediazione edilizia) dell’hinterland milanese sia stato per anni in mano ai Barbaro-Papalia, sancisce anche il ruolo di un imprenditore lombardo come parte attiva all’interno dell’associazione mafiosa. Chi ha seguito le fasi dibattimentali del processo, come chi scrive, ha in mente benissimo le negazioni di tutti gli altri imprenditori sentiti come testi dall’accusa e dalla difesa. Tutti, senza eccezioni, hanno negato qualsivoglia attività intimidatoria o estorsiva da parte del clan. Che però è poi stata sancita dalla sentenza.</div>
<div id="_mcePaste">Al processo Cerberus sono poi legate altre due indagini, che scaturiranno in altrettanti processi. Nel novembre 2009, infatti, scatta il seguito dell&#8217;inchiesta Cerberus con l&#8217;operazione Parco Sud che porta in cella, tra gli altri, anche gli imprenditori Andrea Madafferi e Alfredo Iorio, accusati di essere il braccio economico-finanziario del clan. Cattura anche per i calabresi Antonio Perre, detto totò &#8216;u cainu, e Domenico Papalia, il figlio minore del boss Antonio, sfuggiti all&#8217;arresto e tuttora latitanti.</div>
<div id="_mcePaste">Il 22 febbraio del 2010, poi, è la volta dell&#8217;operazione Parco Sud II, quella che ha visto gli arresti eccellenti tra i politici: sono scattate le manette anche per l&#8217;ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini e l&#8217;assessore del Pdl Michele Iannuzzi.</div>
<div id="_mcePaste">Stessi scenari, dunque: mafiosi in associazione mafiosa con imprenditori, e in alcuni casi con uomini politici. Niente di nuovo? Tutto nuovo, invece, perché questo segna e deve segnare nella coscienza dei cittadini lombardi un cambiamento di rotta, una conquistata consapevolezza del ruolo di alcuni imprenditori e politici. Sono sentenze su cui è obbligatorio riflettere anche alla latitudine padana.</div>
<div id="_mcePaste">Arriviamo a qualche giorno fa, con l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della pm Ilda Bocassini della DDA di Milano. In cella il clan Valle che, secondo l’accusa, si sarebbe procurato un enorme patrimonio poi rinvestito in almeno 15 società (immobiliari, edili, ristorazione, locali notturni, videopoker) con la sola usura ed estorsione. Centinaia gli imprenditori e i commercianti vittime dell’estorsione. 138 immobili sequestrati, 15 aziende, per un totale di circa 8 milioni di beni.</div>
<div id="_mcePaste">Ma, di nuovo, sono le durissime parole del pm Bocassini che devono far riflettere i cittadini lombardi, e devono segnare una importante svolta. “Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato” dice Ilde Bocassini. “Nel Sud c&#8217;è una speranza, nel Nord non c&#8217;è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia.” E ancora: “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a Siderno, a San Luca. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato.” Le parole più dure il procuratore aggiunto le riserva proprio agli imprenditori che non hanno denunciato. linea della procura sarà durissima. casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c&#8217;è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.”</div>
<div id="_mcePaste">È infatti evidente dalla natura del reato, l’usura, che questo trova linfa vitale proprio in forti momenti di crisi economica e di mancanza di liquidità. Ecco, allora, che le ‘ndrine fanno ciò le banche non possono più fare. Le banche, il polmone dell’economia lombarda. “Perché gli imprenditori non denunciano?”, chiedo al pm Bocassini. “In molti casi perché così a loro conviene”, è la secca risposta.</div>
<div id="_mcePaste">Una risposta che certo non mette tranquillità, quando pare che stiano per arrivare i fondi, i 24 miliardi, per l’Expo. E infatti questa operazione, oltre a essere un manuale di mafia tradizionale, “esattamente come opera la Casa Madre” calabrese (per tutti gli elementi attinenti alla villa bunker di Cisliano, “La Masseria”, dotata di decine di telecamere, cani rotweiler, sensori, allarmi e una studio di osservazione audio-video con cui 24 ore su 24 i luogotenenti del boss Franscesco Valle si assicuravano di poter percuotere e picchiare indisturbati i debitori, e per le vedette che sono arrivate anche a seguire per 20 chilometri l’auto di un poliziotto in borghese per poi fermarlo e chiedergli perché fosse passato due volte lì sotto) è un manuale di infiltrazione nei lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Dice l’ordinanza di custodia cautelare in carcere: “La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati, nrd) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l&#8217;area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all&#8217;amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. Citiamo anche una delle intercettazioni che sole, data l’assenza totale di denunce, hanno portato alla conclusione della difficilissima operazione. dice: “Minchia, meglio di Davide che è a Pero&#8230; cosa dobbiamo avere?”. Dalle intercettazioni, si legge ancora nell&#8217;ordinanza, “è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all&#8217;interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori”. E in un&#8217;informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia “si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l&#8217;avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari”.</div>
<div id="_mcePaste">Tutti questi procedimenti penali, a cui si aggiungono il processo Ortomercato e il processo Isola, e destinati a crescere esponenzialmente nei prossimi mesi, dovrebbero far comprendere ai cittadini milanesi e ai lombardi l’importanza della scelta civica della denuncia, fondamentale strumento per non sperperare il tesoro destinato ai lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">E certo è difficile dimenticare il contributo arrivato nel processo Cerberus dall&#8217;ex sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera, più volte minacciato e oggi alla guida dell&#8217;opposizione, che ha raccontato tutte le minacce subite, le auto bruciate, le famose tre croci lasciate in un prato accanto al Comune durante i giorni dell&#8217;approvazione del Pgt. Un tributo di tenacia e di coraggio fondamentali per la sentenza di condanna ai Barbaro-Papalia.</div>
<div id="_mcePaste">“Senza denunce il nostro lavoro diviene molto più difficile. Ci possiamo appoggiare solo sulle intercettazioni telefoniche e ambientali” tuonano le parole del procuratore aggiunto Bocassini.</div>
<div></div>
<div id="_mcePaste"><em>Pubblicato in forma ridotta su L’espresso</em></div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/manuale-di-infiltrazione-nei-lavori-per-expo-e-di-connivenza-alla-milanese/">Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</a></p>
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		<title>A Milano la mafia non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Due cuori e una casa popolare. Potrebbe essere una calzante descrizione della capitale morale d&#8217;Italia. Milano possiede due cuori: il primo, splendido, in bella mostra nelle vetrine di design delle vie del centro, o affannato a stringere la ventiquattore nelle strade adiacenti a piazza Affari.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/10/a-milano-la-mafia-non-ce/">A Milano la mafia non c&#8217;è</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #262626;">di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></span></p>
<p>Due cuori e una casa popolare. Potrebbe essere una calzante descrizione della capitale morale d&#8217;Italia. Milano possiede due cuori: il primo, splendido, in bella mostra nelle vetrine di design delle vie del centro, o affannato a stringere la ventiquattore nelle strade adiacenti a piazza Affari. L&#8217;altro, dimenticato, straccione e volgare, delle periferie.</p>
<p>Tutta la cerchia della periferia milanese, a 360 gradi, è circondata da case popolari, nella maggior parte dei casi decadenti, gli stucchi cascanti o scrostati, casermoni enormi in cui vivono moltissime famiglie ammassate, i grandi cortili conosciuti dai commissariati locali come liberi luoghi di spaccio.</p>
<p>Ma le case popolari sono anche business. Affari per le cosche mafiose che abitano la zona, e che &#8220;vendono&#8221; per cifre fino a 4000 euro l&#8217;ingresso negli appartamenti, e in alcuni casi si fanno pagare affitti fino a 300 euro al mese. Vittime sono soprattutto gli anziani, che hanno paura ad allontanarsi dalla loro abitazione per paura che venga occupata, e così non si fanno ricoverare in ospedale, non vanno in vacanza.<span id="more-33887"></span></p>
<p>Partendo da sudest e procedendo a 360 gradi, la periferia è in mano a molti clan. I siciliani di via Solomone, in zona Rogoredo; i pugliesi e i calabresi di via Stadera e via Costantino Baroni; i clan calabresi del Giambellino, nella zona di via Vespri Siciliani, via Bruzzesi e via Bellini; ancora i clan calabresi e siciliani a Baggio, in via degli Ippocastani e via Latici; i calabresi e i casertani di Quarto Oggiaro, in via Pescarella e via Lopez, e infine tutte e quattro le matrici mafiose della zona Niguarda, proprio di fronte all&#8217;ospedale maggiore: i clan calabresi in via Villani, i napoletani in largo Rapallo, i pugliesi in via Ciriò e i siciliani di via Luigi Monti.</p>
<p>Questa ricognizione è frutto del lavoro di un&#8217;associazione dal nome eloquente: &#8220;Sos Racket e Usura&#8221;. Associazione che ha riaperto lo scorso 22 aprile in piazzetta Capuana a Quarto Oggiaro. Luogo simbolo dello spaccio e del racket delle case popolari. Un&#8217;ampia piazza che sovrasta una distesa di box chiusi anni fa, dove l&#8217;Aler &#8211; la società regionale che gestisce gli alloggi popolari &#8211; ora sembra voler creare una palestra sotterranea.</p>
<p>Alle tre del pomeriggio del 22 aprile scorso, sotto il porticato di piazza Capuana, sulla sinistra, una scrivania, con un telefono che non si attacca da nessuna parte, il cavo pende tronco dal ripiano. E un grande striscione bianco: &#8220;Sos Racket e Usura&#8221;. Per monitorare le attività di racket, pizzo e usura delle cosche nelle zone popolari di Milano l&#8217;associazione si serve di un metodo tanto semplice quanto invasivo: questionari consegnati casa per casa e nelle attività commerciali, e da restituire via mail o fax, in maniera del tutto anonima. &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; rimarrà a Quarto Oggiaro fino al 13 maggio, poi farà il giro delle periferie, dalla zona Niguarda, al Giambellino, poi viale Padova, viale Monza e viale Sarca.</p>
<p>L&#8217;associazione, con a capo Frediano Manzi, ha riaperto i battenti, ma si fa per dire, perché le mura non ce le ha. Il 7 febbraio scorso era stata costretta a sbaraccare per la totale indifferenza delle istituzioni milanesi. Una chiusura completa da parte di Palazzo Marino, nonostante la quale in questi 2 mesi e mezzo i cittadini hanno continuato a denunciare attività illecite all&#8217;associazione, e a chiederne con centinaia di lettere e mail la riapertura.</p>
<p>E il 18 aprile scorso sono stati sparati 8 colpi di arma da fuoco contro il bar latteria di proprietà di una delle cosche coinvolte proprio nel racket delle case popolari, i Pesco. Cosa che potrebbe indicare un riassetto delle dinamiche in zona Niguarda, ora che il clan è sotto processo.</p>
<p>&#8220;A differenza di Palermo e Catania, per esempio, a Milano il sindaco nega la sede all&#8217;unica associazione antiracket. Avendo fatto noi 4 denunce contro l&#8217;Aler (la società che gestisce le case popolari, ndr), eravamo incompatibili con l&#8217;assegnazione da parte dell&#8217;amministrazione comunale di una sede. E la responsabilità è di una sola persona&#8221;, spiega senza mezzi termini Frediano Manzi. &#8220;Noi siamo fieri di avere una sede come questa, perché rispecchia la Milano vera che si tiene nascosta: quella dei quartieri popolari. La Milano di gente per bene che vive nei quartieri più poveri e che non ha mai smesso di fare segnalazioni, a cui puntuali sono seguite le nostre denunce alle autorità. Come gli anziani, che hanno paura di andare in ospedale o in vacanza per timore che la propria casa venga occupata&#8221;.</p>
<p>Di questo si tratta. Le cosche che si occupano dell&#8217;affare vendono gli appartamenti statali. Per entrare bisogna pagare somme fino a quattromila euro, e in alcuni casi &#8211; solo per gli stranieri &#8211; anche un affitto mensile fino a 300 euro, oltre all&#8217;istigazione dei residenti all&#8217;aggressione verso gli agenti, in caso di sgombero, come ha spiegato il capo della squadra Mobile, Alessandro Giuliano. Agendo in questo modo, poi, le famiglie si garantiscono anche il pieno controllo del territorio, preparato così per lo spaccio di droga, di cui parlano anche i cittadini, riguardo a piazzetta Capuana di Quarto Oggiaro: &#8220;È pieno di ragazzini di 12 o 13 anni che girano in bicicletta, soprattutto di sera, e che avvisano i grandi se per caso dovesse passare qualche auto della polizia&#8221;. Come in &#8220;Gomorra&#8221;, ma a Milano.</p>
<p>Il lungo lavoro di &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; ha portato finora un risultato concreto, oltre agli sgombri ai danni della famiglia Pesco &#8211; ma si spera che presto si potranno vedere altri frutti di questo duro lavoro sul territorio: il processo al clan palermitano dei Pesco-Priolo-Cardinale, in cui lo stesso Manzi è testimone. Il clan fu incastrato da un video in cui un uomo dell&#8217;associazione, oggi in incognito, fingeva di avere urgente bisogno di un&#8217;abitazione, e si rivolgeva per questo a Giovanna Pesco, donna del clan, detta &#8220;la Gabetti&#8221;: &#8220;Era stupefacente l&#8217;assoluta tranquillità con cui tutta l&#8217;operazione si è svolta&#8221;, dice l&#8217;uomo: &#8220;La sensazione di totale controllo del territorio, la certezza che nulla sarebbe mai venuto fuori. Uno stato d&#8217;animo di convinzione di una grande copertura. Di affari che sono durati per anni e anni nella convinzione che nulla sarebbe mai stato scoperto&#8221;.</p>
<p>Le accuse per il clan che ha continuato a svolgere indisturbato i suoi affari per 13 anni sono di associazione per delinquere finalizzata all&#8217;occupazione abusiva e occupazione abusiva continuata di un quarto delle case popolari del popolare quartiere di Niguarda, proprio di fronte all&#8217;ospedale. &#8220;Il pm Antonio Sangermano mi ha domandato esplicitamente se, prima della nostra denuncia, noi avessimo fatto esposto alle autorità sulla situazione&#8221;, dice Frediano Manzi. &#8220;E la mia risposta è stata affermativa: il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutti i gruppi consiliari. Lo sapevano tutti, e nessuno è intervenuto. Voglio citare anche l&#8217;esposto risalente al 1997 di 9 cittadini di via Luigi Monti al Comune di Milano. Quell&#8217;esposto lo dice chiaro e tondo: la cosca Pesco-Priolo-Cardinale spaccia e fa racket degli alloggi almeno da quella data, e si è resa colpevole, tra l&#8217;altro, in quel periodo, di 5 omicidi per tossicodipendenza e un suicidio&#8221;.</p>
<p><span style="color: #262626;">A oggi l&#8217;attività di &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; e dei suoi coraggiosi volontari ha permesso di denunciare alle autorità competenti centinaia di casi di usura, pizzo e racket delle case popolari a Milano, cavando fuori a fatica briciole di omertà ai suoi cittadini.</span></p>
<p><em><span style="color: #262626;">Articolo pubblicato su L’espresso il 4/5/2010</span></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/10/a-milano-la-mafia-non-ce/">A Milano la mafia non c&#8217;è</a></p>
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		<title>La &#8216;ndrangheta e il voto di scambio in Lombardia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-ndrangheta-e-il-voto-di-scambio-in-lombardia/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 12:28:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Alessandro Colucci, vicecoordinatore provinciale del Pdl in Lombardia, è ormai noto, per i suoi affari con la &#8216;ndrangheta dei Morabito e per la cena del 2005, in compagnia di uomini del clan, al ristorante Gianat di Milano, per festeggiare &#8211; tra l&#8217;altro &#8211; l&#8217;apertura del For a King, il night aperto sotto l&#8217;Ortomercato milanese di via Lombroso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-ndrangheta-e-il-voto-di-scambio-in-lombardia/">La &#8216;ndrangheta e il voto di scambio in Lombardia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Alessandro Colucci, vicecoordinatore provinciale del Pdl in Lombardia, è ormai noto, per i suoi affari con la &#8216;ndrangheta dei Morabito e per la cena del 2005, in compagnia di uomini del clan, al ristorante Gianat di Milano, per festeggiare &#8211; tra l&#8217;altro &#8211; l&#8217;apertura del For a King, il night aperto sotto l&#8217;Ortomercato milanese di via Lombroso. Ma ora, nell&#8217;articolo di Davide Milosa sul &#8220;Fatto&#8221; e su Milanomafia.com, spuntano altri nomi – importanti – che parlerebbero da soli degli appoggi della &#8216;ndrangheta ad alcuni politici candidati nelle circoscrizioni lombarde per le scorse elezioni Europee: Ignazio La Russa, Carlo Fidanza e Licia Ronzulli.</p>
<p>Al centro del bivio tra denaro da ripulire della &#8216;ndrangheta e legami con i politici c&#8217;è la Kreiamo Spa, società considerata uno dei bracci finanziari della &#8216;ndrangheta delle cosche dei Barbaro-Papalia, e già conosciuta anche perché nel mirino di un altro processo, tuttora in corso nel tribunale di Milano: il processo &#8220;Ortomercato&#8221; (legata, in questo secondo caso, alla figura di Antonio Paolo, prestanome e titolare di una rete di cooperative che lavorano dentro l&#8217;Ortomercato, utilizzate secondo l’accusa per riciclare denaro sporco, e per cui la pm Barbeini il 17 marzo 2010 ha chiesto 8 anni e 6 mesi). <span id="more-32137"></span>E ora il nome della Kreiamo Spa spunta dall&#8217;inchiesta della Dda di Milano racchiusa nel fascicolo &#8220;Parco Sud&#8221; anche in relazione a voto di scambio con politici di spicco di area lombarda e nazionale. &#8220;Io sto facendo votare La Russa, Ronzulli e Fidanza&#8221; dice al telefono Alfredo Iorio (presidente della Kreiamo Spa, e ora in carcere per corruzione aggravata dall&#8217;utilizzo del metodo mafioso) a Michele Iannuzzi (consigliere comunale Pdl a Trezzano sul Naviglio e procacciatore d&#8217;affari per la Kreiamo Spa, società legata alla &#8216;ndrangheta, e in carcere per questo dal febbraio del 2009). E Iannuzzi risponde: &#8220;Quando vado a trovare Osnato (cognato di La Russa, consigliere comunale Pdl a Milano, ndr), &#8220;prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. Poi con la lista della spesa andiamo da lui&#8221;. In questo dialogo c&#8217;è il succo della questione: Iorio della Kreiamo Spa e Iannuzzi vogliono &#8220;costituire un forte gruppo politico di riferimento in area locale per poi poter contrattare con i vertici regionali&#8221;. Per farlo, come appare chiaro dalla trascrizione delle intercettazioni della Dia di Milano, prima pensano a proporre un candidato in proprio, poi &#8211; dato il rifiuto del coordinamento nazionale del partito &#8211; decidono di appoggiare candidati già esistenti. &#8220;Abbiamo Stefano Maullo (assessore regionale Pdl, ndr), Alessandro Colucci (vicecoordinatore provinciale del Pdl, ndr) e Angelo Giammario (consigliere regionale Pdl, ndr)&#8221; dice sempre Iorio. E poi Giulio Gallera (capogruppo del Pdl al Comune di Milano), che &#8220;è la persona più vicina alla nostra mentalità&#8221;. Tutti e quattro attuali candidati alle Regionali del 28-29 marzo in Lombardia. Da tenere a mente: c&#8217;è l&#8217;Affare (la Kreiamo Spa), legato alla &#8216;ndrangheta, che decide di entrare direttamente in politica per avere la strada spianata per gli appalti. Senza intermediazioni. Non ce la fa, e allora sceglie di appoggiare candidati già esistenti, che spianeranno la strada degli appalti e contribuiranno anche, in questo stesso modo, a ripulire denaro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-ndrangheta-e-il-voto-di-scambio-in-lombardia/">La &#8216;ndrangheta e il voto di scambio in Lombardia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nella bocca di Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 07:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuse<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"></a>ppe Catozzella</strong></p>
<em>&#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto.&#8230;</em><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/nella-bocca-di-milano/">Nella bocca di Milano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuse<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-30737" title="Dioli_minaccia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ppe Catozzella</strong></p>
<div><em>&#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.&#8221;  </em>Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010</div>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"></a></p>
<p>Sta nella bocca, il male risiede nella bocca. Come la lingua, come l’ostia sconsacrata che ti mangi, che ti succhi, che ti tocchi con la lingua. Risiede dentro la bocca, il male: come il verbo.</p>
<p>La prima cosa che fa è sorridermi. Mi sorride di un sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, lo tira con due dita, come dal dentista: come una pernacchia. Mi mostra il dente che gli hanno spaccato, a luglio. Nella bocca, risiede il male. In due, lo hanno menato. Gli hanno detto: &#8220;Ti ammazziamo stronzo. Questo è perché così non te lo scordi&#8221;. Quella era la quarta minaccia, poi è arrivata la quinta. Cinque, le minacce. A morte. A non parlare più.</p>
<div><span style="color: #1f1f25;">La <em>Scrittura </em>te lo dice: &#8220;Non nominare Dio&#8221;. Non: &#8220;invano&#8221;. Togli proprio il nome, il Dio non nominarlo, non ti provare. Morte a te. La tentazione, la morte segnata, giurata: il tuo cedimento alla nascita. L’anagrafe.<span id="more-30267"></span></span></div>
<div>Eppure. Il primo dio che nomini è la pelle che ti porti addosso, aggrappata ai tuoi stessi nervi. Il primo dio che nomini è il cane che ti azzanna alla gola quando ti rigiri dall’altra parte, sul materasso. Il secondo dio che nomini sono i nervi. I nervi cuciti nella fibra del tuo Paese. Cuciti male, cuciti in fretta. Attaccati sopra. Nascosti sotto uno strato troppo sottile di pelle. Il male: il male naturale. Il terzo dio che nomini sono i nervi che ti prudono, sottopelle, e tu non li raggiungi. Il terzo dio che nomini te lo porti dentro come un cancro. Come il cancro. Il terzo dio che nomini è l’occhio che ti prude da dentro. È l’occhio che non puoi raggiungere. Il terzo dio che nomini è il male che tu sei quando t’inginocchi davanti all’altare. Il quarto dio che nomini è quello che piangi tutte le notti dopo la preghiera della sera. La preghiera dei giusti. Il quinto dio che nomini è tutto il male che ti spinge a fare il bene. Cinque, le minacce. A non parlare più. Gli hanno anche bruciato la casa.</div>
<p>Micco Spicola. Un lavoro all’Ortomercato, al porto di Milano, un contratto a termine, 50 e passa anni, tanti anni, quelli rimasti dietro la bile che scola, la bile che continua a scolare da sola, quando lui si gira dall’altra parte, quando urla, quando grida nel megafono, quando parla piano per i clandestini che non capiscono subito che sono schiavi, poi dopo che glielo urla anche loro lo sanno, lo sanno che 3 euro sono poche, e poi lo dicono, lui, sindacalista, addetto al controllo della marea alta di cooperative di facchinaggio che preparano ogni notte la torta da 3 milioni di euro fumante alla mattina dentro il mercato più grande d’Italia, il porto franco più grande d’Italia. Tutte le notti, in via Lombroso, nel quartiere di spaccio prostituzione clandestini ’ndrangheta, nella zona Corvetto, la zona del re, la zona del <em>For a King</em>, il locale aperto come una ferita purulenta proprio sotto l’Ortomercato, inaugurato da Antonio Paolo, il socio in affari e prestanome del boss della cosca calabrese di Africo, Salvatore Morabito.</p>
<p>Tutte le notti, al primo piano, tra le onde che vanno e che vengono dei lunghissimi tir che continuano a non rispettare le norme antimafia. Dei tir che entrano, una processione infinita di carne, pesce, di frutta, verdura, di clandestini, di caporali, di 3 euro l’ora, di lavoro nero, di lavoro grigio, di spaccio di coca. I tir che continuano a scaricare dentro i capannoni, e non fuori, come dovrebbero per il regolamento antimafia. I tir che vanno e che vengono, in una processione oscena di ventri di balena rigonfi, ricolmi dei boli che saranno i nostri sangui, le nostre ossa, le nostre ciglia, i nostri capelli. Dentro, al coperto. Al sicuro. Coprendo anche le nostre arance, le pere, le cicorie, i kiwi, il lattughino, la carne di bovino, il pesce spada, dei fumi di scarico al diesel pesante.</p>
<p>Micco Spicola lo incontro una notte, dopo la sua quinta minaccia di morte, l’immonda collezione del culo che ti si stringe la paura da sotto i pantaloni, che ti prende da sotto e non ti lascia dormire, che ti infilza dolore fin sotto gli occhi, là dove ti prudono i nervi, là dove arrivi solo con un ferro da maglia, o con il catenaccio che ti tieni in macchina, per terrore che vengano a prenderti, che ti ammazzino. La macchina.</p>
<p>La macchina è una Fiat Uno, e noi ci stiamo dentro ore, di notte. La macchina è vecchia, si vergogna, si vede quasi, parcheggiata di fianco ai suv neri lucidi, alle bmw con i cerchi a ragnatela e le gomme larghe. La macchina è blu, e tace. Noi, dentro, a guardare con gli occhi piccoli a tutte le macchine che si fermavano, a uncinargli le carrozzerie, a quelle macchine minacciose. Micco di tic ne ha qualcuno, gli vengono fuori quando non lo sa, quando per un momento non si pensa, non pensa a ciò che gli stringe da dentro i pantaloni. Ogni tanto c’è l’occhio che gli scivola dietro, come a dirsi di stare tranquillo, che il catenaccio è lì. Io ero arrivato e l’avevo trovato nella sua Uno vecchia di tanti anni. Lui mi aveva fatto segno di tic al labbro di sotto e all’occhio destro di scendere dalla mia, di macchina. E mi aveva aperto la sottile portiera. Mi aveva guardato con minaccia, quasi. Non sapeva chi ero. Il terzo dio che nomini gli diceva paura. Una delle prime cose che fa è sorridermi. Mi sorride con quel sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, tirato da parte a parte con i due indici: la pernacchia. Mi mostra il dente che per metà non c’è. Ti ammazziamo, stronzo. Poi subito mi parla di Hasan, che due notti prima aveva incontrato sul piazzale 63 di carico dei furgoni degli acquirenti. Hasan è egiziano, e in Egitto è avvocato. Hasan. Quando mi parla di Hasan gli brillano gli occhi piccoli e verticali di paura. Si gira, si assicura che lo stia ascoltando, che sia lì con lui, che non me ne vada ancora. Hasan, sono tre anni che tutte le notti scarica centinaia di casse dai tir e le ricarica sui bancali che poi vanno a finire ai mercati, ai supermercati, nella mia mano, nel mio piatto, dentro il mio coltello: nella mia bocca. Lavora come una gru con i nervi, lavora nel silenzio e nel buio, non lo vede sua madre, non lo vede soprattutto suo padre. Lui lavora come una gru con i nervi, la polvere sottile del diesel pesante che gli entra dal naso mentre si abbassa e tira su le casse, la polvere sottile al diesel che si deposita sui suoi polmoni, lui lo sa, questo ha un nome, si chiama sfruttamento di lavoro nero, lui in Egitto è avvocato, in Italia un cazzo. E sono tre anni che lavora in nero, perché è clandestino, perché è nero pure lui, è uno di quegli egiziani neri che sembrano senegalesi. Un avvocato clandestino. Poi segue il padrone al mercato, e lì continua a lavorare fino alle tre del pomeriggio. Lavora 15 ore al giorno, Hasan. E i soldi che tira su gli bastano a malapena a vivere. Per cavarsi l’energia per bestemmiare al cielo nero della notte di Milano quanto è puttana la vita. Micco mi raccontava di Hasan e gli passava il tic, si fermava, si sospendeva, gli dava tregua. Parlava di Hasan e si ritrovava, si distendeva.</p>
<p>Poi mi ha portato a vedere il suo ufficio, Micco. La notte prima era arrivato, e di fuori, sul muro e sulla porta aveva visto il sangue. Il suo sangue. A forma di croce, che dice morte. &#8220;Bastardo&#8221; gli hanno scritto. Bastardo con la croce. Un bastardo ancora vivo per non molto. Con la vernice rossa. A non parlare più.</p>
<p>All’Ortomercato di Milano ci sono le cosche della ’ndrangheta. La società che lo gestisce, l’Ortomercato, 450mila metri quadrati, un porto vivo praticamente, più di tremila persone che ogni notte si spaccano la schiena, i facchini si chiamano, una terra di nessuno che rifiorisce ogni notte, come un tubero cacato male, ficcato all’incontrario, nessun controllo, i caporali fuori a reclutare italiani e clandestini, ficcati a sforzo dentro un tir che scarica in un punto cieco oppure direttamente a scavalcare, tanti, ogni notte che scavalcano le inferriate basse, tenute basse come una marea senza energia viva, un’emorragia. Dalla porta 3, poi, dalle tre e mezzo ogni notte si entra anche senza scavalcare, non c’è nessuno a vigilare, niente. Questo lo sanno tutti, basta che chiedi in giro e ti dicono si entra, entrano tutti, dalle tre e mezzo in poi. La società che gestisce l’Ortomercato di Milano si chiama Sogemi, e al 99 percento è di proprietà del Comune di Milano, se ne sta placida all’ombra della Madonna d’oro che dorme alta, che infilza i piccioni.</p>
<p><em>For a King.</em> The king, in questo caso, è Salvatore Morabito, rivale ad Africo di Peppe Morabito, u tiradrittu, uno dei padrini più potenti di tutte le ’ndrine. L’operazione For a King prende il nome dal locale dei velluti raffinati, dal night che Salvatore Morabito aveva fatto costruire proprio nel cuore degli edifici di Sogemi, nella via Lombroso, una delle vie più purulente di Milano, che la Madonna d’oro non la sa. Il primo agosto del 2007 il Gup di Milano dà 13 anni di prigione al rivale du tiradrittu, dopo che la squadra Mobile e la sezione Criminalità organizzata della Questura di Milano avevano sequestrato 250 chili di coca, dopo le indagini della pm Laura Barbaini. Spaccio internazionale, si chiama, questo lo sa pure Hasan. Dal Sudamerica al Senegal, poi Portogallo, Spagna. Italia. Milano. Ortomercato. I locali di corso Como, i locali dell’Arco della Pace. I locali dietro la Scala. Dentro ai nasi. Dentro ai nasi e poi ai polmoni, e poi al sangue, e poi al cervello.</p>
<p>Il processo che si è chiuso troppo in fretta. È la stessa pm Barbaini a dirlo, quando dice di aver &#8220;fatto appena in tempo a firmare la richiesta per dieci arresti, quelli della droga&#8221;. Dieci arresti pesanti, e fuori dal suo ufficio tre angeli custodi della squadra scorte: Salvatore Morabito, Francesco Pizzinga, Antonino Palamara, Pasquale Modafferi, Francesco Bruzzaniti, più un vigile della polizia annonaria e una funzionaria della banca Unicredit. Quel processo andava chiuso. Ma quel processo, piano, è continuato, sono continuate le indagini della procura, come la tana che fa la talpa nascosta, da sotto, quando continua a scavare e nessuno la vede. L’Ortomercato a Milano non è solo il luogo ideale in cui la luce è bandita, è oscena, la notte, il porto franco benedetto, il girone dello schiavismo denunciato in continuazione e mai fermato, la patria e il tetto di clandestini a 3 euro l’ora, la destinazione di tutto quello che non può avere destinazione, del lavoro nero e del lavoro grigio (40 ore in busta paga, lavorate 250), non è solo il luogo ideale di incontri, di sodalizi, non è solo una bolla magica dentro la città, una bolla che a entrarci dentro poi sparisci, ci entri e non ti trovi. Perché è così che è Milano, dai tempi di Sindona e poi di Calvi. È così: tu entri in una banca, e poi ti dicono facciamo questo, facciamo quest’altro, e tu dietro ai soldi non ti trovi. C’è la ’ndrangheta, siamo coperti. Facciamo questo. E tu entri nella bolla e lo fai. Poi tu sparisci, o non ti sai. L’Ortomercato è il terreno delle ’ndrine di Calabria a Milano, il loro concime e nutrimento. L’inchiesta è continuata, e così il processo. Antonio Paolo, calabrese di Melicuccia, ex facchino ed ex sindacalista Cgil, reinventatosi imprenditore, amministrava il consorzio Nuovo Coseli, gli uffici nello stesso identico edificio della Sogemi, la società al 99 percento del Comune. Gli uffici negli uffici, sotto la Madonna d’oro che dorme.</p>
<p>Novanta società, novanta cooperative, novanta srl, dentro l’Ortomercato. Tutte in mano alla ’ndrangheta, tutte sotto il consorzio Nuovo Coseli. Tutte con scadenza programmata: dopo cinque anni tutte messe in liquidazione in Sicilia. Il giochino semplice, quello delle fatture false che riempiono i portafogli. Nuovo Coseli prende enormi appalti da Sda (Poste Italiane), Dhl, Tnt. Poi li gira a una cerchia di società cooperative di secondo grado, sempre sotto Nuovo Coseli, che di nuovo li passa a società di terzo livello: scatole vuote usate come fabbriche di carte per l’emissione di fatture false incassate e depositate su conti correnti intestati a prestanome. Fatture false per prestazioni mai fornite, e che alla fine portano alla liquidazione le società di secondo livello. La New Coop, per esempio, che in sei mesi monetizza 530mila euro. Nove milioni di euro in meno di tre anni. E così, nove milioni di euro in tre anni, e Micco che mi guarda e con la bocca chiusa mi chiede perché lui che ha cinquanta e passa anni deve prendere mille e tre al mese, ed è precario, e c’ha la famiglia, la moglie le figlie, e c’ha cinque minacce di morte addosso che gli puzzano sotto le ascelle, che gli puzzano dentro la parlata, che gli occhi sono verticali e piccoli e asciutti perché suda troppo, di acqua dentro non ne ha più. Denaro che secondo i pm andava a gonfiare le casse per l’acquisto di enormi partite di droga. Nel 2003 Nuovo Coseli ha debiti per 700mila euro. Antonio Paolo, come ricostruisce il procuratore generale Felice Isnardi, in Appello, manda una lettera a Sogemi e dice che i debiti saranno risanati grazie a un nuovo socio: Salvatore Morabito. Antonio Paolo è il tramite delle cosche di Africo dentro l’Ortomercato di Milano, dentro il porto senza acqua di Milano, con la Madonna d’oro che fa da faro, nelle notti buie e con le nuvole lei è sempre illuminata. &#8220;Questo è il vero riciclaggio&#8221; dice la pm Barbaini. &#8220;Il denaro sporco entra nelle casse della Nuova Coseli per finanziare operazioni in apparenza pulite. Dopodiché, attraverso i fondi neri, torna a disposizione della cosca.&#8221;</p>
<p>Micco Spicola di queste cose non mi dice proprio niente. Nella strada tra il suo ufficio e il parcheggio esterno dove stiamo ore a parlare chiusi dentro una Fiat Uno incrociamo Mohamed. Mohamed è un vecchio. Quando lo vede, Micco ferma la macchina e tira giù il finestrino. Gli fa il cenno con la mano, Mohamed gli allarga il sorriso e gli fa vedere i denti. I denti. Chissà perché la bocca, il dentro della bocca si fa vedere sempre per primo, si presenta come a dire guarda sono il tuo cavallo, guardami dentro la bocca, guardami i denti e la lingua. Guardami il verbo, guarda, non ti sto offrendo niente che non va. Mohamed fatica in nero. Così dice Mohamed: che lui fatica. E lo dice perché ha vissuto a Napoli, prima, e quello gli è rimasto come il timbro al braccio per la vecchia tbc. Prima lavorava in un’impresa edile, poi è caduto da un ponteggio, è rimasto in coma due settimane, e nessuno lo voleva più a faticare. Mi giro verso il parcheggio 60, che è la zona dove Mohamed lavora: zoppica un po’, andando via, quasi incespica nei suoi passi ma non cade, non cade mai, è una danza. Carica camion, si appropria dei bancali lasciati ovunque e li rivende a 50 centesimi l’uno ai grossisti della frutta, sono suoi i bancali dell’Ortomercato, lo sanno tutti. Anche questo sanno tutti, se lo chiedi te lo dicono. I bancali sono tutti di Mohamed, ti dicono. Lasciali lì, i bancali, che ci pensa Mohamed a tirarli su. Mohamed, come Hasan, lavora. Vuole il permesso di soggiorno, vuole uscire dal ricatto.</p>
<p>Le pupille piccole, attente, verticali, ritmate da un tic violento, continuo, non gli lasciano il tempo. Lui, Micco, mi parla degli scioperi. Hanno organizzato due scioperi, qui dentro l’Ortomercato, la giostra dell’inferno. Due scioperi. &#8220;Il miracolo a Milano&#8221;, mi dice Micco. Il miracolo. I primi e unici scioperi della storia dell’Ortomercato. Per dire no allo schiavismo dei padroni delle cooperative. Per dire di no al lavoro a nero. Per dire di no al lavoro senza il rispetto delle norme di sicurezza, e ai licenziamenti che ti tengono per le palle. Per dire che bisogna rispettare i regolamenti antimafia. Per dire che l’accesso al porto che è l’Ortomercato deve essere regolamentato. Per chiedere gare, per gli imprenditori che vogliono lavorare dentro l’Ortomercato, non la discrezionalità di si sa bene chi è. È dal maggio del 2005, quando hanno fatto il primo sciopero, che Micco è minacciato. Gli hanno detto che si deve fare i cazzi suoi. Una delle cooperative che più fa lavorare a nero, a grigio, la Liberty di Claudio Donnolo, nata dalle ceneri della Ncm, potrebbe avere le sue ragioni per non volerlo vedere più, lì. La Liberty. Nata dopo che la Ncm è stata sciolta proprio per alcune inchieste che avevano dimostrato che faceva lavorare a nero i facchini. Gli uffici negli stessi uffici della Ncm. Lo stesso edificio di Sogemi, la società controllata al 99 percento dal Comune di Milano. E la stessa Liberty: il 28 ottobre del 2008 nuovamente pescata per somministrazione illecita di manodopera. E poi di nuovo il 15 gennaio 2010, mi dice l’ispettore del lavoro.</p>
<p>Micco Spicola vive con la morsa nelle mutande. Una morsa costante che non lo lascia mai. Per avere gridato per chi non ha la voce, non ha la lingua, nella città del silenzio ipocrita e calunnioso, sotto l’ombra della Madonna d’oro. Per aver gridato che dove lavora lui la criminalità deve sparire.</p>
<p>Ci avevano messo un anno. Me lo dice in macchina, e quasi gli si mozza la voce dentro la gola: per la rabbia, per le lacrime ficcate che ingoia. Un anno per scrivere un bando, insieme a quello che pochissimi giorni fa ha detto pubblicamente che lascerà l’Ortomercato: Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi. Un amministratore pulito, che si è messo contro qualche interesse importante. Un anno per scrivere un complesso documento che disciplinava l’ingresso delle cooperative dentro l’Ortomercato. Solo tre cooperative. Non di più. Tre che dovevano passare le più minuziose indagini antimafia. Viene promulgato il bando. Tre cooperative vincono: quelle pulite. Le altre, le solite, stavolta escluse. Micco viene minacciato. &#8220;Bastardo&#8221;, la croce. Gli esclusi fanno ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Non ci sono ragioni perché vincano il ricorso, sembra, al Tar. Eppure. Il Tar doveva esprimersi entro la fine di gennaio.</p>
<p>Ha rimandato al 15 di aprile, dopo le elezioni regionali. Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi, che ha cercato di ripulire insieme al sindacato, per quanto ha potuto, il porto di Milano, l’Ortomercato, è stato accompagnato alla porta. Che si faccia i cazzi suoi, insieme a Spicola. Che i cazzi di Milano, quelli, se li fanno altri.</p>
<p>&#8220;È la fine dell’Ortomercato&#8221; sputa Micco insieme a un grumo di saliva mentre mi guarda dritto in mezzo agli occhi. &#8220;Questo è un segnale chiaro che qui non deve mai cambiare niente.&#8221;</p>
<p>La notte della decisione del Tar, l’altra notte, io all’Ortomercato poi ci sono ritornato. Alle tre e mezzo, sono entrato dalla porta 3. Nessuno mi ha visto. C’era un grande suv che girava e suonava il clacson. Festeggiavano. Festeggiavano l’amnistia. Io ho tirato fuori la mia piccola macchina fotografica, l’ho cacciata dalla tasca della giacca a vento nera che ho. Da lontano, un uomo sui sessanta mi doveva aver tenuto d’occhio. Mi ha fatto il cenno sulla bocca. Come a dire silenzio. Come a dire dentro la bocca, il male. È dalla bocca che nasce, il male. È lì dentro che risiede. È là dentro che deve stare. Tu ricorda. E magari dillo. Scrivi. È dal bozzolo di saliva che risale, il male. È nel fiato purulento che lo nomina, che lo dice. Il male risale la spina dorsale. Su su fino alla bocca, alla lingua, ai denti. Stai attento ai denti. Fammi vedere i denti, fammeli vedere, voglio controllare le carie. È nella bocca, mi dice con l’indice che censura le labbra, che le tappa, che le sigilla con la fiamma ossidrica, è dentro la bocca che risiede il male, nel Verbo che vuole nominare il dio.</p>
<p><em> (Due estratti sono stati pubblicati su L’espresso.it e su Milanomafia.com)</em></p>
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		<title>Piovra Replay. Si intomba a cento passi da Palazzo Marino</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 08:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>La piovra sta avvinghiata sulla testa ben acconciata del Paese. Quella <em>fashion</em>, quella <em>cool</em>, quella impegnata, quella con il giornale sottobraccio e la valigetta, quella del cuore di Milano.<br />
Tre cuori possiede il polpo, uno per ognuna delle tre casacche criminali: quella di cosa nostra, quella camorrista e quella sempre più forte qui in Lombardia delle ’ndrine calabresi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/piovra-replay-si-intomba-a-cento-passi-da-palazzo-marino/">Piovra Replay. Si intomba a cento passi da Palazzo Marino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>La piovra sta avvinghiata sulla testa ben acconciata del Paese. Quella <em>fashion</em>, quella <em>cool</em>, quella impegnata, quella con il giornale sottobraccio e la valigetta, quella del cuore di Milano.<br />
Tre cuori possiede il polpo, uno per ognuna delle tre casacche criminali: quella di cosa nostra, quella camorrista e quella sempre più forte qui in Lombardia delle ’ndrine calabresi. Tre cuori e una capacità di mimesi che le fa prediligere le camicie a collo dritto, ben stirato, bianco, le cravatte a nodo ampio. Per fare alcuni nomi di chi si spartisce la torta lombarda: gli Emanuello e i Rinzivillo di Gela, i Santapaola e i Madonia di Catania. Alcuni camorristi dalla periferia nord di Napoli, attivi soprattutto nel traffico di droga e nello spaccio. La ’ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, quella dei Valente e dei Piromalli.<br />
<span id="more-29022"></span><br />
Il capocentro del Dipartimento Investigativo Antimafia di Milano, il colonnello Stefano Polo, di questo affare del riciclaggio dei rifiuti non dice niente: se ne sono occupati i Carabinieri del nucleo operativo Ecologico di Treviso, Varese, Monza, Milano e Orio al Serio. La DIA di Milano è impegnata al momento in varie indagini su appalti urbani, edilizia, forniture meccaniche, movimentazione terra, riciclaggio di denaro illecito e braccia ficcate nella grossa torta di ciò che si prepara per l’Expo, il vanto della sindachessa milanese che continua a dichiarare che “la mafia a Milano non c’è.” In Lombardia, infatti, non esiste. Niente.</p>
<p>No, infatti. Secondo l’ultima relazione semestrale al Parlamento e al ministro dell’Interno della DIA, “in Lombardia, le proiezioni di cosa nostra si sono orientate verso l’accaparramento di attività economiche e di appalti, anche sfruttando un’area grigia di concorso da parte di imprenditori disponibili a comportamenti collusivi. In Lombardia le ’ndrine calabresi, continuano a essere molto attive nel traffico di stupefacenti. A Milano e in altre province della regione la ’ndrangheta, oltre alle attività illecite tipiche delle strutture criminali organizzate e consolidate nel territorio, confermate, peraltro, dalle risultanze delle indagini svolte dalla DIA, i sodalizi portano avanti un’azione di penetrazione nel tessuto socio-economico, attraverso la connivenza con settori inquinati dell’imprenditoria. I sempre più rilevanti interessi in gioco, segnatamente nei settori dell’edilizia in genere e nei subappalti per la realizzazione di opere pubbliche, hanno anche fatto saltare, in alcuni casi, equilibri, alleanze e spartizioni territoriali consolidati da tempo, facendo venir meno l’apparente clima di pax criminale che, negli ultimi anni, aveva connotato l’area.” Ecco come si spiegano allora gli omicidi di Rocco Cristello, Carmelo Novella e Aloisio Cataldo. Ma forse Milano si stava rifacendo il ciuffo.</p>
<p>Poi, il rapporto continua. “Il 10 luglio 2008, il GICO di Milano, nell’ambito dell’operazione <em>Cerberus</em>, ha eseguito 8 ordinanze di custodia cautelare, emesse nei confronti di altrettante persone responsabili di associazione per delinquere di stampo mafioso. L’organizzazione, avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e ricorrendo altresì a ulteriori atti di intimidazione attraverso danneggiamenti e incendi all’interno di cantieri, imponeva un sovrapprezzo nei lavori di scavo, da destinare ad appartenenti a cosche della ’ndrangheta. Con tale sistema avevano acquisito il controllo dell’attività di movimento terra nella zona sudovest dell’hinterland milanese.</p>
<p>“Il primo agosto 2008, l’Ufficio del GIP del Tribunale di Milano ha emesso sentenza di condanna, a seguito di rito abbreviato, nei confronti di 14 persone, a conclusione di un’inchiesta su un traffico di stupefacenti all’interno dell’ortomercato di Milano che ha visto coinvolta la cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti.&#8221;</p>
<p>“A ottobre 2008, i Carabinieri di Bergamo, nell’ambito dell’operazione <em>Antlia</em> avviata nel marzo 2007 e coordinata dalla DDA di Brescia, hanno tratto in arresto otto persone appartenenti a una presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, che operava tra le province di Bergamo, Milano e Brescia. Gli arrestati, secondo l’accusa, si rifornivano di ingenti quantitativi di cocaina da un affiliato alla ’ndrangheta, operante nell’area milanese.” </p>
<p> “La regione è un’importante area di snodo del traffico nazionale e internazionale di droga e continua a essere teatro di dinamiche di riciclaggio di capitali illeciti. A tale proposito si cita l’operazione <em>Face off</em>, svolta dalla Guardia di Finanza di Monza, che a settembre del 2008 ha portato al sequestrato di beni per un valore di 96 milioni di euro.” </p>
<p>Si potrebbe continuare a lungo.<br />
Così vanno a fuoco due automezzi di proprietà di una società che presta il nome a Salvatore Accarino, e la pm di Busto Arsizio Sabrina Ditaranto e i Carabinieri del comando Tutela Ambiente scoprono un’associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito dei rifiuti. Di nuovo. Di nuovo Salvatore Replay Accarino e lo stesso giochetto, compiacenti anche direttori e dipendenti di banche di Verbania, Varese e Milano che si tappavano occhi nasi orecchie bocche sul fatto che fosse pluriprotestato.</p>
<p>“La Valle”. Il tombamento. Fagnano Olona, Varese. Luogo adibito a ricovero di automezzi. Utilizzato dagli Accarino, per anni, per stoccare e trattare rifiuti speciali pericolosi. Intercettazioni telefoniche. Video riprese. Quelle che non si potranno più fare se passerà la legge. Camion che arrivano la sera. Camion che scaricano i rifiuti. Gli stessi rifiuti che vengono ricaricati su altri camion che ripartono la mattina. Portavano i rifiuti tossici alla “Valle”. Li sceglievano, con comodo, li separavano. Portavano quelli non tossici a due siti di smaltimento compiacenti, risparmiando loro la selezione. Intombavano quelli tossici, quelli provenienti dalla cartiera “Fornaci” di Fagnagno Olona, terre contaminate da idrocarburi e metalli pesanti. Di questo era specialista Salvatore Accarino.</p>
<p>I guadagni, poi, venivano riciclati con l’acquisto di mezzi e attrezzature da impiegare nelle società collegate, oppure per comprare, utilizzando alle aste pubbliche dei prestanome, unità immobiliari già pignorate alla famiglia che aveva fatto fallire la società dal nome eloquente, in quanto a infiltrazione mimetica: “La Lombarda”.<br />
Con i siti di smaltimento di Legnano, nel milanese, e Briona, nel novarese, gli Accarino gestivano e trafficavano abusivamente enormi quantitativi di rifiuti di gran parte delle aziende della zona.<br />
Questo faceva Salvatore Accarino in Lombardia.<br />
Questa è la Lombardia pulita e inamidata che ogni mattina si alza all’alba operosa, lasciando molti dei suoi giovani ficcati a pugni chiusi nei letti a chiedersi perché non si lavora.</p>
<p>[Questo articolo appare oggi sul "Quotidiano della Basilicata"]</p>
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		<title>Siamo tutti in pericolo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 12:37:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Un uomo giace sdraiato a terra accanto allo spigolo del marciapiede. Ha la testa coperta da un telo bianco chiazzato al centro di rosso rappreso. Sparato in faccia, come i codardi camorristi usano fare, colpendo da due passi chi neppure può difendersi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/01/siamo-tutti-in-pericolo/">Siamo tutti in pericolo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Un uomo giace sdraiato a terra accanto allo spigolo del marciapiede. Ha la testa coperta da un telo bianco chiazzato al centro di rosso rappreso. Sparato in faccia, come i codardi camorristi usano fare, colpendo da due passi chi neppure può difendersi.<br />
È una grande fotografia, quella che sta sul ledwall semovibile e luminoso, nello studio TV3 di corso Sempione stracolmo di ragazzi. Roberto Saviano sta un po’ scostato sulla destra e indica quell’istantanea, mentre Fabio Fazio gli passa addosso un fugace sguardo di terrore. Poi indica i bambini, i tanti bambini che nell’immagine assistono al lavoro della polizia mortuaria e grida, quasi sorprendendo anche se stesso: “Che tipo di Paese è quello che permette tutto questo?”.<br />
Che tipo di Paese è, il nostro?<span id="more-16317"></span> </p>
<p>Seduto sullo strapuntino poco imbottito sotto i caldissimi riflettori dello studio televisivo mi vengono in mente chissà perché i discorsi che faceva Pier Paolo Pasolini prima di essere ritrovato ammazzato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia. Mi vengono in mente le ultime quattro parole per così dire “pubbliche” pronunciate da Pasolini, dette a Furio Colombo nell’intimità della sua stessa casa, poche ore prima di venire ucciso: Siamo tutti in pericolo, risponde alla richiesta di dare lui stesso un titolo all’intervista che aveva appena rilasciato.<br />
Pasolini dice a Colombo di non essere sicuro, di voler rivedere alcune delle cose dette, dice che forse ad alcune domande aveva risposto troppo di getto, chiede di rivedere insieme l’intervista il giorno seguente, ma si dice sicuro sul titolo.<br />
“Per voi” mi rimbombano in mente le sue ultime parole “una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. […] Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi. Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. […] Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.”<br />
Saviano sta puntando il dito contro un grande titolo che dà dell’infame a un pentito. È finalmente riuscito a portare la cronaca locale del casertano a livello nazionale, è una cosa che gli sta nella pancia da tre anni, dice.<br />
E a me?<br />
Fuori dagli studi della Rai di corso Sempione al 27 alle due del pomeriggio c’erano ammassati un sacco di ragazzi. Alcuni stringevano copie di Gomorra, altri, la maggior parte, parlavano d’altro, di scuola. Ho dovuto aspettare più di quaranta minuti per riuscire a entrare, a mostrare che il nome sulla mia carta d’identità corrispondeva a quello che stava stampato sulle liste per l’ingresso agli studi.</p>
<p>La chiacchiera, si diceva una cinquantina di anni fa come una minaccia, ci sommergerà.<br />
E il nostro, oggi, pare proprio essere divenuto il regno della mancanza di pudore per la verità. Quella che un tempo era il bersaglio di qualunque critica portata nel segno dello scientismo e del relativismo, è divenuta ora una chimera. È pratica ormai diffusa il mentire pubblicamente e poi il pubblicamente contraddirsi senza che le parole pronunciate abbiano un peso maggiore del fiato che le ha prodotte. Il presidente del Consiglio dei ministri della nostra Repubblica dovrebbe trovarsi in galera se non si fosse fabbricato una legge per evitarselo. Chi dice la verità, chi la denuncia, chi non smette di testimoniarla, vive invece da recluso.<br />
Un tempo lo sberleffo pubblico della verità si sarebbe chiamato “perdere la faccia”. Ora che la faccia nessuno più ce la mette, in una diffusa omertà del pudore, questo non si può più dire.<br />
Roberto Saviano, in nome dell’eredità pasoliniana, la faccia ce l’ha messa dall’inizio, ben impressa nella quarta di copertina. E ci ha messo anche gli occhi, quegli occhi buoni buoni che diventano violenti all’improvviso, che si accendono come due micce e si fanno pesanti come due macigni.<br />
Fazio, prima della registrazione, ci aveva detto che Saviano era ovviamente teso. È un ragazzo, quasi un ragazzino, a vederlo da vicino, a stringergli la mano. Sta in piedi, al centro dello studio, sotto i riflettori, e si tocca il naso con i due indici, si gratta la testa, gioca con l’anello che è piaciuto a Shimon Peres e che gli ha chiesto di spedirglielo.<br />
Quando esce Antonio Albanese per il suo sketch, Roberto finalmente si siede tra il pubblico e ride, e per la prima volta si rilassa, per qualche secondo forse si gode anche lo show, il sorriso da stentato si fa per un istante naturale. Si vede che sta finalmente tirando il fiato, si vede che gli occhi cominciano a vagare alla rincorsa di quello che è stato, di ciò che è accaduto fino a quel momento, di tutto quello che ha detto, del come lo ha detto, forse.</p>
<p>Con Roberto ci eravamo sentiti il giorno prima via mail. Io gli avevo detto che sarei riuscito ad andare alla trasmissione, e così gli avevo chiesto di incontrarci, fino a quel giorno ci eravamo solo scambiati parecchie mail. Lui era stato evasivo, e poi ho capito perché. I cinque uomini della scorta non lo mollano un istante.<br />
Durante le pause pubblicitarie Saviano appare nervoso e concentrato. Poi è il momento del filmato con le interviste ai ragazzi di Casal di Principe, fuori onda si innervosisce assistendo alle reazioni dei giovani conterranei.</p>
<p>Alla fine della registrazione Loris Mazzetti, un dirigente Rai che avevo conosciuto poco prima, è uscito da una stanza in cui si vociferava ci fosse Saviano. È uscito da quella stanza ed è venuto da me a dirmi che se volevo entrare avrei potuto parlare con Roberto.<br />
Sull’uscio stavano appostati due uomini della scorta, uno dei quali mi ha aperto la porta, non ha lasciato che toccassi la maniglia, ha detto “faccio io”, guardandomi dritto in faccia. Ho attraversato la stanza in diagonale e ho dovuto seriamente lottare con le mie emozioni. Roberto nel frattempo si era alzato dalla sedia su cui stava seduto, a lasciare che la tensione evaporasse. Ha voluto sapere come fosse andata la puntata, se fosse andata bene, se fosse trapelata la sua emozione iniziale. Mi parlava come si parla a un amico, come quando si giocava a pallone e alla fine della partita si chiedeva se si era giocato bene, se l’amico aveva colto il gol segnato, se l’aveva visto proprio bene.<br />
Quello che io ho pensato è che Saviano sono io e insieme non lo sono. Davanti agli occhi avevo un ragazzo di grande intelligenza, rabbia, caparbietà, talento e coraggio. Un ragazzo che per anni ha studiato la camorra e poi ne ha scritto sulla colonna di Nazione Indiana. Un ragazzo a cui è stato proposto di raccogliere e pubblicare ciò che aveva scritto, e di darlo alle stampe in qualche migliaio di copie, come sempre si fa, come per tutti i libri che escono. Io sono Roberto perché io ho acquistato Gomorra e leggo i suoi articoli, come altri milioni di italiani. Roberto siamo noi perché Gomorra è i suoi lettori.<br />
Ma io non sono Roberto finché io lo lascio solo. Se lo lascio solo sono il suo nemico. Sono anni gravissimi e bui per la nostra Repubblica, per il nostro Paese. Anni che portano alla memoria ricordi che parevano essere ormai sepolti. Anni in cui la criminalità organizzata è la maggiore azienda italiana e un’oligarchia criminale impedisce la libera circolazione dell’informazione. Anni storti che non si possono sapere, che non hanno il coraggio di farsi dire. Anni sotterrati nel piacere dell’ignoranza. Anni buttati a cercar di far valere il proprio merito, la propria intelligenza, un proprio talento, quando l’unica cosa che conta è l’aggancio, l’affiliazione, l’amicizia, il signoraggio, la totale mancanza di dignità.</p>
<p>Noi giovani abbiamo il dovere di stare dalla parte di Saviano, abbiamo il dovere di non lasciarlo solo. Roberto è un ostaggio del nostro Stato – per lo meno della parte marcia di esso, quella che fa gli affari, quella che comanda – e dunque, da un certo punto di vista, è un nostro stesso ostaggio. Roberto è nelle nostre mani, nelle nostre decisioni. Abbiamo il dovere di testimoniare, abbiamo il dovere di denunciare, abbiamo il dovere di parlare, abbiamo il dovere di non stancarci mai di farlo. Abbiamo il dovere di dire lo schifo di uno Stato la cui seconda carica dovrebbe stare in prigione e si fa invece garante della legalità, della giustizia e della Costituzione. Di dire lo schifo di uno Stato in cui l’informazione è gestita da pochi poteri economici. Lo schifo di uno Stato senza futuro per i più giovani, in cui per farsi assumere bisogna morire. Lo schifo di uno Stato in cui bisogna vergognarsi dei propri meriti. Lo schifo di uno stato in cui l’economia sommersa è più prolifica di quella denunciata. Lo schifo di uno Stato in cui la testimonianza della verità è punita con la reclusione. Lo schifo di uno Stato in cui tutto ciò che ho appena scritto appare retorico e poco reale, uno Stato che vive nella forma, nelle forme.<br />
“L&#8217;unica cosa che il male necessita per trionfare è che gli uomini buoni non facciano niente”, ha esordito Saviano. A chi dirà che tanto le cose non si cambiano potremo rispondere che se la pensa così allora in fondo non avrebbe neppure il diritto di venircelo a rinfacciare. Poiché questo, in verità, è l’unico modo possibile per cambiare l’Italia nata corrotta. Potremmo ricordare quanto è aumentata l’attenzione sulla camorra, da quando Gomorra ha cominciato a vendere. Quanti arresti in più sono stati compiuti. Potremmo ricordare, per esempio, la galera di Previti che per questo ha incolpato chi non si è mai stancato di parlare delle sue malefatte.<br />
Cosa vuol dire che Gomorra vende più di ogni altro libro? Cosa vuol dire che se Saviano va in tv insieme a Paul Auster e a David Grossman a parlare di camorra e letteratura, quella è la trasmissione più guardata?<br />
Che Paese siamo? Che Paese vogliamo essere? Che Paese vogliamo diventare? Per quanto ancora vogliamo riuscire a sopportare? Perché ci siamo abituati a sopportare?</p>
<p>Dopo una ventina di minuti era ora che uscissi dalla stanza in cui mi trovavo con Roberto. L’ho ringraziato per quello che fa per me, per quello che fa per gli italiani, come ho fatto con tutti quelli che mi sia capitato di incontrare che hanno il coraggio di opporsi con i fatti e le parole alla mafia.<br />
Poi ci siamo stretti in un abbraccio e ci siamo salutati.<br />
Da quando ho afferrato la maniglia per uscire da quella porta mi sento un uomo meno libero, ho la consapevolezza di essere in pericolo.<br />
<strong>Io so</strong> che siamo tutti in pericolo.</p>
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		<title>Il corpo oggetto &#8211; Intervista a Giuseppe Catozzella</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/15400/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 07:04:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://kaizenology.wordpress.com/">Jadel Andreetto</a></strong></p>
<p><em>Espianti</em> (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/15400/">Il corpo oggetto &#8211; Intervista a Giuseppe Catozzella</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-15407" title="espianti_solo_fronte_fascia_folder" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/espianti_solo_fronte_fascia_folder-150x150.jpg" alt="espianti_solo_fronte_fascia_folder" width="120" height="120" />di <strong><a href="http://kaizenology.wordpress.com/">Jadel Andreetto</a></strong></p>
<p><em>Espianti</em> (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. <em>Espianti</em> fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di &#8220;brava gente&#8221;.<br />
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…<br />
Ispirato a una vicenda reale &#8211; un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese &#8211; il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»<span id="more-15400"></span></p>
<p><strong>Come si è documentato per scrivere Espianti?</strong><br />
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema &#8220;fantasma&#8221; che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.</p>
<p><strong>Cosa ha scoperto? A che punto sono le indagini?</strong><br />
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto &#8211; finché non sarà provato con una sentenza &#8211; di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.</p>
<p><strong>Perché ha deciso di affrontare questo tema?</strong><br />
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese &#8220;addormentato&#8221; è necessario tenere vigile l’attenzione.</p>
<p><strong>Cosa succede tra Italia e India?</strong><br />
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto &#8211; riguardo al tema del traffico di organi &#8211; che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un &#8220;buco&#8221; nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.</p>
<p><strong>Perché ha scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?</strong><br />
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.</p>
<p><strong>Lei è laureato in filosofia teoretica, come ha influito la sua formazione sulla stesura di Espianti?</strong><br />
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di &#8220;reinterpretare&#8221; la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi &#8211; alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica &#8211; hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto &#8211; considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.</p>
<p><strong>Perché ha preferito il registro narrativo a quello saggistico?</strong><br />
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.</p>
<p><strong>Come si trova con un editore come Transeuropa?</strong><br />
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più &#8220;umani&#8221;, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.</p>
<p><strong>Quali sono le sue ispirazioni letterarie?</strong><br />
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.<br />
<strong>Cosa pensa del dibattito in corso sul &#8220;new italian epic&#8221;? &#8220;Espianti&#8221; potrebbe essere un cosiddetto &#8220;oggetto narrativo non identificato&#8221;?</strong></p>
<p>Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato &#8211; anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire &#8220;filosofico&#8221;, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.</p>
<p>(Da <em>Panorama.it</em>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/15400/">Il corpo oggetto &#8211; Intervista a Giuseppe Catozzella</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 07:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[economia criminale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella </strong></p>
<p>Alla divisione del mondo in venditori e compratori siamo abituati da decenni, consumisti fin dentro al midollo. Ma è a quella tra venditori e compratori di pezzi di corpi umani che Nancy Scheper-Hughes – antropologa e fondatrice di ‘Organs Watch’, la più grande organizzazione mondiale fondata in California nel 1999 al puro scopo di tenere monitorata questa particolare fetta di mercato – costantemente ci spinge a riflettere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/il-mercato-degli-organi-il-buco-nero-della-globalizzazione/">Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella </strong></p>
<p>Alla divisione del mondo in venditori e compratori siamo abituati da decenni, consumisti fin dentro al midollo. Ma è a quella tra venditori e compratori di pezzi di corpi umani che Nancy Scheper-Hughes – antropologa e fondatrice di ‘Organs Watch’, la più grande organizzazione mondiale fondata in California nel 1999 al puro scopo di tenere monitorata questa particolare fetta di mercato – costantemente ci spinge a riflettere. Divisione naturale tra le aree di benessere e quelle di povertà estrema, tra le zone di pace e democrazia e quelle di guerra e dittatura del pianeta. “Parte del lavoro è eliminare l’idea che si tratti di leggende” continua dal sito della sua organizzazione la Scheper-Hughes – unica antropologa a far parte della ‘Bellagio Task Force’, gruppo di ricerca formato da chirurghi dei trapianti, specialisti dell’acquisizione di organi e attivisti per i diritti umani, che si occupa di esaminare gli effetti prodotti dal traffico di organi umani nel mondo – “così, dopo aver parlato con molti chirurghi statunitensi, ho deciso di cominciare a seguire il percorso reale dei corpi destinati ai traffici”.<span id="more-12486"></span><br />
La risposta chiara a questa provocazione è fornita a distanza da Alice Mobota, presidente della ‘Lega dei Diritti Umani’ del Mozambico: “La lentezza e l’indifferenza del governo e della polizia sono una prova chiara della potenza dell’organizzazione che gestisce il traffico, e degli interessi che lo collegano a persone infiltrate nel Governo”.<br />
Persino il Pontefice, nei giorni scorsi, si è riferito a quello che sta diventando un fenomeno sempre più esposto come a un “atto abominevole e moralmente illecito, che per di più spesso tocca i bambini”.<br />
Il fenomeno è molto più esteso di quanto si possa immaginare.<br />
Le cifre uscite dal Vienna Forum To Fight Human Trafficking dell’ONU conclusosi il 15 febbraio 2008 sono spaventose. I Paesi coinvolti nel puro traffico di organi – che rientra nel più esteso traffico di individui a scopo di schiavitù, adozione o prostituzione – sono moltissimi. I venditori, a buon mercato, sono: la Cina, il Brasile l’Argentina, la Colombia, il Messico, il Mozambico, il Sud Africa, l’Afganistan, l’Iraq, la Palestina, l’India, il Nepal, il Pakistan, la Thailandia, le Filippine, il Laos, il Vietnam, la Russia. Per venire più vicini a noi, i centri di smistamento si trovano in Turchia, in Repubblica Ceca, nel Caucaso, in Georgia, e smerciano organi umani provenienti da Moldavia, Turchia, Russia, Ucraina, Bielorussia, Romania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Albania. I Paesi compratori, che, almeno in questo, non dimostrano grande capacità contrattuale, date le cifre a cui gli ospedali vendono il pacchetto organo-trapianto, sono: Stati Uniti, Inghilterra, Belgio, Francia, Italia, Germania, Olanda, Austria, Danimarca, Spagna, Polonia, Svezia, Norvegia, Finlandia, Israele, Sud Africa, Emirati Arabi. Un rene in Turchia frutta a chi se lo fa espiantare 2700 dollari. Poco più di un terzo di questa cifra se il donatore viene, invece, da India o Iraq. Lo stesso organo viene impiantato anche per 150mila dollari, a seconda dell’urgenza e della liquidità del paziente.<br />
È a tutti gli effetti, quindi, un fenomeno globale, aiutato da ottime strutture ospedaliere private situate anche nei Paesi più poveri – e aperte, in linea di massima, solo agli occidentali – dalla ormai più che provata efficacia dei farmaci antirigetto e da una domanda vastissima. Non parrebbe sbagliato, dunque, estendere la tanto sfruttata formula di “fuga di cervelli” anche a quella di reni, muscoli cardiaci, cornee, polmoni, fegati, ossa, tendini. Tenendo salva l’attenuante della non-volontarietà.<br />
La divisione “naturale” tra venditori e compratori a cui si riferiva Nancy Scheper-Hughes si può anche illustrare con le cifre pubblicate dal Forum di Vienna dell’ONU: nelle zone del sud del mondo 13 milioni di bambini minori di 5 anni muoiono ogni anno per fame o malnutrizione, mentre si calcola che, ogni sera, più di 200 milioni rimangano a stomaco vuoto. 121 milioni di bambini vengono privati dell’istruzione di base poiché nei loro Paesi non vige l’obbligo della scuola gratuita e accessibile a tutti. Esistono poi i cosiddetti “piccoli soldati”, impegnati nei tanti conflitti bellici del mondo: 300mila sono minori di 18 anni. Il risultato: negli ultimi dieci anni sono morti in guerra oltre 2 milioni di bambini e più di 6 milioni sono rimasti invalidi. Sono invece 211 i milioni di bambini-lavoratori in stato di schiavitù. Poi ancora il giro di prostituzione, soprattutto di minorenni, che in paesi orientali come la Thailandia in passato ha coperto il 10-15% del Pil. Stando a uno studio del governo degli USA citato dagli atti del Forum di Vienna, 800mila persone, ogni anno, sono oggetto di traffici internazionali e intercontinentali (per schiavitù, prostituzione, adozione, smercio di organi umani).<br />
È solo in questa coltura fertile che può trovare linfa il redditizio business degli organi, il lato più nero e innominabile della globalizzazione.<br />
“Ancora non possiamo dire i numeri precisi legati al traffico di organi umani” continua la Scheper-Hughes “ma una stima ottimistica potrebbe aggirarsi attorno ai 15mila reni commerciati all’anno, e anche per gli altri organi le proporzioni sono mantenute. E la maggior parte delle vittime è costretta dal bisogno, più che dalla forza. E poi ci sono i casi di omicidio a scopo di espianto, per quanto riguarda cuori e polmoni, e i centri più interessati sono Brasile, Pakistan e Filippine.”<br />
Solo in Europa ci sono attualmente 120mila pazienti in dialisi e circa 40mila in attesa di un trapianto di reni, stando a un recente reportage del Parlamento Europeo. Lo stesso documento parla di liste d’attesa di 3 anni, che diventerebbero 10 entro il 2015, portando ad aumentare quindi anche il numero dei decessi. Un vecchio adagio recita che ovunque ci sia domanda c’è mercato, e quindi business.<br />
Nel corso delle ricerche per scrivere il mio romanzo, “Espianti”, edito da Transeuropa, mi è capitato più volte di imbattermi in addetti ai lavori che mi parlassero del “buco” del valico di Trieste, come una cosa conosciuta da tutti. Una sorta di porta appositamente spalancata verso il nostro Paese.<br />
Ora, mettiamo che tu lavori per una organizzazione occidentale, anche umanitaria in, poniamo, India. E mettiamo che tu ti renda conto, dopo un po’ che presti il tuo servizio, di quello che questa organizzazione, sottobanco, fa, sfruttando il paravento delle sue attività come copertura. E mettiamo che quello che compie sia far incetta di corpi, o di organi umani, per lo più di bambini, da rivendere negli ospedali della stessa India, o addirittura da far volare nel Paese occidentale di origine, per pazienti “comodi e ricchi”. E mettiamo che tutto quello che abbiamo posto fino adesso sia vero. Questo c’è anche, dentro al mio romanzo.<br />
Una sola volta, in Italia, un rappresentante del mondo politico ha tentato di parlare pubblicamente della cosa. Il ministro per la Famiglia e la Solidarietà sociale Antonio Guidi, nella sua audizione alla commissione Affari sociali della Camera, il 21 settembre 1994, dichiara: “Uno scarso controllo alle frontiere e i troppi bambini possono aver determinato abusi nei loro confronti e addirittura traffico d’organi. Dobbiamo controllare le frontiere, ma anche i reparti maternità delle cliniche private.” Vincenzo Basile, allora deputato nelle file di An spiega che “fare un trapianto d’organo presuppone strutture altamente specializzate, siano esse in Italia o all’estero, e che quindi è necessario individuare i terminali. Si vedrà se è il caso di sentire anche il guardasigilli Biondi, e se istituire una commissione d’inchiesta sul problema dei trapianti d’organo e del traffico di bambini”. La commissione d’inchiesta non è poi mai partita. E subito l’allora ministro della Sanità, Raffaele Costa, mentre già l’entourage di Guidi si era attivato per ridimensionare l’allarme, si affretta a dichiarare: “I trapianti in Italia avvengono solo nelle strutture pubbliche: non è concepibile che queste accettino organi sottobanco. Nessun chirurgo e nessuna equipe si presterebbero a simili crimini: per ragioni morali, per deontologia e, infine, per motivi pratici, perchè la cosa non potrebbe essere tenuta nascosta”, chiudendo di fatto la faccenda una volta per tutte, senza che in seguito sia stata mai riaperta.<br />
Sapendo bene, probabilmente, che nessuna delle tre motivazioni, nel nostro Paese, regge.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/il-mercato-degli-organi-il-buco-nero-della-globalizzazione/">Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Diecimila battute precise</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 05:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/400_1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Gentile Maestro (mi spingerei anche fino a chiamarla “caro”),</p>
<p>le scrivo solo dopo la sua dipartita, perché mai avrei osato mettere delle parole su carta con lei ancora in vita. Se c’è infatti una cosa che posso dire di aver appreso dalla stretta e fortunata frequentazione della sua persona è un certo diffuso senso di umiltà, che ci deve far abbassare il capo e dirottare lo sguardo al cospetto dell’altrui maestria, e convincere a sopprimere i naturali impeti di imitazione, o gli esili moti di ispirazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/08/diecimila-battute-precise/">Diecimila battute precise</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/400_1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/400_1-221x300.jpg" alt="" title="400_1" width="221" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-6968" /></a></p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Gentile Maestro (mi spingerei anche fino a chiamarla “caro”),</p>
<p>le scrivo solo dopo la sua dipartita, perché mai avrei osato mettere delle parole su carta con lei ancora in vita. Se c’è infatti una cosa che posso dire di aver appreso dalla stretta e fortunata frequentazione della sua persona è un certo diffuso senso di umiltà, che ci deve far abbassare il capo e dirottare lo sguardo al cospetto dell’altrui maestria, e convincere a sopprimere i naturali impeti di imitazione, o gli esili moti di ispirazione. Nessuno, se posso permettermi, ma già le espressi questa considerazione una volta, nessuno, nel campo della letteratura, nel nostro – come lei usava definirlo – sfortunato Paese, era più Maestro di lei.<span id="more-6966"></span><br />
Ora che lei non c’è più comprendo tristemente quanto non si era mai stancato di dire sul fatto che la morte sia il compimento della vita, e non certo una sua negazione, così come l’età adulta è il naturale sbocco di quella infantile, e la vecchiaia della maturità.<br />
Quanto mi mancano, in queste ore, le giornate intere a battere su questo mio stesso computer tutto ciò che in quella piccola e ordinatissima stanza d’ospedale lei mi dettava! Questo, per pudore, mai gliel’ho confidato – non s’adatta infatti a un uomo che non sia vile parlare di denaro – ma io l’avrei fatto anche gratuitamente: erano lezioni di vita che avevo aspettato per tutta la mia esistenza. Che fortunata coincidenza per me è stata imbattermi in lei, o meglio, che lei si imbattesse in me!<br />
Io, umile segretario amministrativo di una ditta di cinque dipendenti con l’unico dono di avere dita veloci.<br />
E adesso, invece, quanta sfrontatezza! Dopo nemmeno quarantott’ore dalla sua dipartita mettermi a scrivere! E proprio a lei! A proposito, perdoni la scrittura così minuta, ma è al solo scopo di ingombrare il meno spazio possibile sul foglio. Quello che farò sarà infatti accartocciare, una volta terminata, questa umile lettera, e depositarla al camposanto, spinta ben in fondo al vaso di fiori freschi – quello applicato alla sua lapide – che credo continuerò a cambiare ogni giorno per molto tempo. Questo sarà il mio strano modo di consegnargliela, e anche di cedere a un istinto, che non riesco a comprendere da dove sia nato – e del quale certo lei avrebbe avuto molto da dire – che mi porta a espormi a un pericolo che potrei evitare di correre. Anche perché qualcosa dentro di me è convinta che lei stia già sentendo (e fors’anche guidando) queste mie stesse parole, proprio in questo momento in cui le sto scrivendo. Credo sia la parte più atavicamente cristiana della mia natura, credo sia la voce della mia nonna paterna che davvero non ha mai smesso di parlarmi da un angolino del mio cuore.<br />
Quanto parlare si è fatto, in queste ore, di lei! Su ogni canale televisivo, in moltissime trasmissioni, certo su tutti i giornali. È stato chiamato con nomi che credo la farebbero sorridere. Si ricorda quando, negli ultimi mesi, aveva preso a chiedermi, sempre verso le quattro del pomeriggio, di issarla sulla sedia a rotelle e di portarla nel lussureggiante giardino dell’Hospice per fare due passi? E ricorda quando mi disse, all’ombra di quell’enorme quercia che lei tanto amava, che a volte, quando il dolore si faceva insopportabile e non c’era morfina ad alleviarlo, se fosse riuscito a dimenticare il suo nome, insieme a quello se ne sarebbe andato anche tutto il dolore? Be’, dovrebbe sentire in quanti modi la stanno chiamando adesso! E tutto sommato, davvero credo che la cosa in fondo le farebbe anche piacere.<br />
Ci tengo a confermarle, e già le dissi da subito che non sarebbe accaduto, che non mi è nato alcun senso di colpa, a cose fatte, a “missione compiuta”, come ebbe una volta lo spirito per chiamare il nostro patto.<br />
Non mi sento affatto in colpa per aver fatto quello che lei desiderava più di tutto che facessi: eliminare da questa terra un po’ della sofferenza “fisiologica”, come lei disse un’altra volta, che la terra stessa genera. E, questo sì, forse un po’ mi preoccupa, spero di non dover utilizzare tutto o parte del denaro che lei mi ha lasciato, e che in verità è davvero molto, per pagarmi un buon avvocato per le eventuali spese processuali a mio carico.<br />
Ecco, l’ho fatto! Come mi sento più libero, ora! Non si deve preoccupare, caro Maestro, non ha generato un mostro, o un uomo cattivo da uno buono, esponendolo in maniera così diretta e attiva alla morte. Non tema!<br />
Non so come, ma l’averle parlato così francamente e come dire direttamente, quasi come a un amico – se me lo concede – mi dà la forza per aprirmi di più a lei.<br />
So che questa mia decisione difficilmente la troverà discorde, ma comunque per me non è affatto facile parlarne. Ci proverò di nuovo tutto d’un fiato.<br />
Il notaio Balsecchi, quello a cui ha consegnato le sue volontà testamentarie e che, come sa, è in certo senso l’artefice del nostro primo incontro, in quanto è lo stesso notaio della ditta per cui per tanti anni ho lavorato, non è persona esente dal contagioso morbo della concussione. E io stesso – lo caccio fuori in un solo, breve, spero questo sì, indolore, moto – della corruzione.<br />
Eppure in cuor mio non mi sento di averla tradita, gentile Maestro. Lei avrebbe destinato tutti i suoi averi alla beneficenza, non avendo parenti o amici fidati che meritassero il suo ricordo, e io, pagando molte migliaia di euro – di quelle che lei stesso mi aveva lasciato per la causa in mia difesa – al notaio Balsecchi, ho ottenuto che mi intestasse la sua casa con giardino sulle rive del lago di Lecco, da cui adesso le sto scrivendo, e in cui, lo so, lei ha passato tanti felici e solitari anni, dedito alla sua amata scrittura.<br />
Non mi consideri, la prego, una serpe approfittatrice. Credo solo che anch’io abbisognassi di un po’ di beneficenza, non foss’altro che per lenire i sacrifici di una vita triste, monotona e, ne sono convinto, mediocre, aldilà di quello che si possa dire sulla mediocrità della vita in sé stessa.<br />
E che meraviglia svegliarsi con il sole che filtra attraverso le persiane di legno, dopo aver riverberato infinite volte sulle placide e pigre onde del lago! Che intensa, inattesa e genuina meraviglia uscire ancora in pigiama sul balconcino ovale che si apre sulla frizzante aria lacustre di primavera! Quanto doveva esserle mancato tutto questo, nei due anni passati nell’Hospice, piagato dal cancro che ogni giorno la divorava dall’interno più ancora che dall’esterno, destinato a spegnersi nella più totale solitudine, non fosse stato che per le visite che puntuali riceveva da colleghi, giornalisti o editori, e poi da me. Però, quanto abbiamo condiviso in quei due anni! Quanto realmente lei mi ha insegnato!<br />
Una passione intensa per la vita, quella stessa che l’ha portata a decidere di togliersela con le sue mani, o meglio utilizzando quelle di un suo umile servitore: le mie. Una passione intensa per la vita, fino all’ultimo respiro, attraverso il quale – come il suo caporale del famosissimo <em>Il caporale di cent’anni </em>– io e solo io l’ho sentita pronunciare fra le labbra che cercavano fameliche l’aria che il respiratore aveva smesso di fornirle: “Si sta compiendo la vita”.<br />
La vita è stata dunque il suo ultimo pensiero. E che pensieri inarrivabili mi dettava poi ogni giorno in quello che avrebbe voluto fosse il suo capolavoro, il compimento della sua opera, la ragione della sua stessa vita. Pensieri che io non riuscivo, certo, del tutto a comprendere, tanto erano quasi “indicibili”, come lei stesso diceva, in alcuni dei sempre più rari momenti di euforia, che si alternavano a quelli più frequenti di depressione. Pensieri profondissimi e che quasi dolevano da quanto erano chiari e lucidi, e per come illuminavano dal “fondo del tunnel”, come lei amava esprimersi, tutto il percorso.<br />
“Mi sento fortunato, Cesare, provo la felicità dell’eletto, poiché mi è stata concessa la possibilità di naufragare in mezzo a tutto questo dolore fisico. Questo sono, in questi ultimi preziosissimi attimi, in codesti momenti inestimabili, questo e solo questo io sono: un naufrago. Abbandonato dalle altre anime, e pur anche dalla mia, galleggiando in questo mare gelido e dolorosissimo, passo affianco a ogni cosa, che mi invita a descriverla per come è. Lo capisci, Cesare, lo comprendi, anche tu, ora? È la cosiddetta anima, la nostra zavorra! Adesso ne sono privo, sono totalmente disumanizzato, e da qui ti posso dire tu chi sei. Si sta compiendo la vita, Cesare. Si sta compiendo la vita.” Questa è la fine del suo <em>Il caporale di cent’anni</em>, che certo tutti hanno letto e amato. Ed è pure per questo libro che io le concedevo di sbagliare il mio nome, di chiamarmi alle volte Cesare, senza prendermela in alcun modo, come invece forse avrei anche fatto.<br />
In due anni abbiamo raccolto circa settecento pagine di “pensieri dal capolinea”, di pensieri dall’Hospice. Questo titolo a volte le piaceva, <em>I pensieri dall’Hospice</em>, e le concedeva alcuni momenti di infantile contemplazione di quello che sarebbe stato il suo libro, che certo avrebbe finito per sopravviverle. Un senso di insopprimibile orgoglio, ma anche un insano germe di frustrazione atavica. Immancabilmente scorgevo nei suoi occhi i segni di una tristezza immonda, inaudita, sproporzionata.<br />
Di solito ormai quello era diventato, negli ultimi quattro o cinque mesi, da quando aveva cominciato a sentire la fine avvicinarsi sempre più inesorabile, il pensiero che quotidianamente la traghettava nell’opposto interregno, quello della più profonda depressione, che finiva per durare fino alla mattina seguente.<br />
Concludo questa lunga lettera di nuovo tutto d’un fiato, sperando che non se ne avrà a male se seguirò quella che in tutta sincerità credo sia la cosa che più renda giustizia alla sua persona: brucerò, una pagina al giorno, e partendo da questa stessa sera, nel camino della grande sala al pianterreno, tutto ciò che in questi due anni mi ha dettato: due anni per costruire, altrettanti, circa, per distruggere. E credo che il “circa” le sarebbe molto piaciuto.</p>
<p>Suo umilissimo servitore</p>
<p><em>(Immagine: Rudolf Schlichter &#8211; Autoritratto)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/08/diecimila-battute-precise/">Diecimila battute precise</a></p>
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		<title>Rachmaninov non era zingaro</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jun 2008 06:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Paura delle maestre che avevano paura di me. Quella non me la sono mai scollata da dosso. La paura di un grande che ha paura di un piccolo è come la terra che ti trema tremebonda sotto i piedi e ti istiga al peccato o alla morte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/rachmaninov-non-era-zingaro/">Rachmaninov non era zingaro</a></p>
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<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Paura delle maestre che avevano paura di me. Quella non me la sono mai scollata da dosso. La paura di un grande che ha paura di un piccolo è come la terra che ti trema tremebonda sotto i piedi e ti istiga al peccato o alla morte.<br />
Chi ha cieli da dare li dia, non si danno più le cose in semplicità, non si danno più loro, semplici, più no.<br />
Mi piace questa liturgia, mi prende, la canticchio in testa senza sapere nemmeno davvero da dove viene, da dove, no, mi protegge però. Me la omelio come una risacca gonfia per ficcarci dentro le paure, quando mi vengono. Mi si incollano addosso come degli occhi troppo pesanti da chiudere. Come il mio nome, Jovener, che forse proviene dallo stesso luogo da cui viene la mia omelia, attaccato addosso da non so quanto tempo e da non so più chi. <span id="more-6105"></span><br />
Il giorno della Prima, della prima Prima, della prima volta che devi salire su di un palco a suonare mi fa paura. Io sono rom, sono italiano ma sono di etnia rom, e gli sguardi li conosco. Essere rom è averli nell’anima, quegli sguardi. Siete dentro di me, siete, voi, voi siete dentro di me, e neppure lo sapete. Io ho paura perché vedo la paura. La paura, la vedo, riflessa, la paura, di me. È stato difficile e lungo, poi mi ci sono abituato. Se uno che non conosci ha paura di te, e tu lo vedi, anche tu hai paura di te. È stato lungo, ma ora ne sorrido, alle volte, quando il cielo è pulito e spazzato, e mi dà gioia.<br />
La metropolitana è il mio lavoro. Io però ho fatto il conservatorio. Mio padre ci ha fatto studiare tutti, tutte le mattine fuori dal campo per andare a scuola, poi i compiti, poi la metropolitana. Poi, dopo la scuola, il conservatorio. Sentivo Keith Jarrett e volevo che il mio violino fosse un pianoforte. Pure di notte me lo sentivo, caldo nelle orecchie dure.<br />
Per arrivare al teatro, ho preso la metropolitana, con la mia liturgia a masticare la lingua. Io vi conosco tutti, uno per uno. Sono sceso a una fermata del centro e toccava a me arrivare al teatro, era la mia serata, passare sotto la Galleria, sbucare da quell’altra parte, entrare in quel bellissimo posto di fianco alla Scala. La prima serata.<br />
Il teatro era un antico luogo di ritrovo della borghesia milanese, era della fine del ’700, l’ha fatto costriure Napoleone, ci sono le colonne di marmo dove devi passare attraverso, e tanta felpa rossa per terra, e le scale a scendere, e poi il mio camerino. Quando ho oltrepassato una grande porta a vetri una bella ragazzina mi ha chiesto chi ero come a dire che ci facevo lì. Sono a suonare, lei ha detto ah, certo, il suo camerino è giù. Già.<br />
La porta era di legno e per arrivarci bisognava tagliare il bar in due, passarci dentro, c’era un anziano uomo calvo e col riporto che mi ha chiesto chi cercavo, gli ho detto è il direttore che ha cercato me, lui ha detto il suo camerino è pronto.<br />
La porta del mio camerino non era di legno pesante come quella prima. Il corridoio era molto stretto e lasciava che si aprissero dal suo fianco destro come tanti coltelli conficcati o barche alla fonda una decina di piccole stanze strette e lunghe e di legno tutte. La porta recava un foglio A4 appeso come uno sputo sul selciato con stampato il mio nome in grande, “Jovener”. Io sono entrato, ho richiuso l’uscio e mi sono seduto davanti a un grande specchio. La stanza era tutto sommato buia, l’avrei fatta più luminosa, più calda. Non lo era tanto. L’orologio a parete diceva che mancavano due ore e mezzo alla prima nota. Mi è venuta in mente una cosa anche buffa, se paragonata al momento: “Le cose scritte, le cose impresse, il fatto di volerle imprimere, deve essere profondamente infantile”. Io credo che quel pensiero sia stato generato dal mio nome appeso alla porta, da solo, nelle quinte vuote di un teatro vuoto, e il pianoforte dietro una parete ad aspettarmi.</p>
<p>Il concerto è andato benissimo. La platea era piena a metà, duecentoundici paganti, che a detta di tutti era anche un gran successo. Ho attaccato con il concerto di Koeln di Keith Jarrett. Mai ho preso tanti applausi. È bello ricevere gli applausi. Vestito da concerto, in smoking. Poi Rachmaninov, ho fatto i <em>Tredici preludi per pianoforte</em>. Poi <em>Take five </em>e <em>Pick up sticks </em>di Dave Brubeck, una interpretazione del <em>Concerto di Vienna</em> di Keith Jarrett, un pezzo del <em>Manhattan Project </em>di Petrucciani e un omaggio finale a Paolo Conte. Ora voi prendete i più borghesi dei milanesi che vanno a sentire un rom che suona Rachmaninov. Mentre suonavo a volte ridevo.<br />
Ho festeggiato. Il direttore del teatro ha voluto assolutamente che bevessimo insieme, ha voluto offrirmi da bere, ha detto che faremo altri concerti, ha proposto delle cose interessanti, magari dei video proiettati dietro di me, qualcosa sulla mia cultura, la cultura nomade, ha detto, da proiettare dietro. O anche una coreografia fissa, ha detto così, fissa come un presepe mentre tu suoni in smoking con il tuo pianoforte a coda lucido e nero, ha detto, si può pensare a qualcosa di interessante, mentre mandava giù lo champagne, a qualcosa di molto interessante, si può pensare.</p>
<p>Sono uscito all’una e venti di notte. Stavo da solo, con la mia borsa in spalla, e ubriaco.<br />
Al campo ci sono tornato a piedi, avevo tanto da pensare, e poi l’alcol da smaltire. Quindici chilometri buoni: fino a porta Romana, poi tutto corso Lodi, poi quasi fino a San Donato. Ho raggiunto il mio campo di via Impastato alle quattro e quaranta.<br />
A quel punto ero sobrio e leggero. Leggero. Subito ho capito che era successo qualcosa. C’erano quattro pattuglie della volante e tutti erano in piedi, qualcuno gridava. Io sono entrato e sono andato verso il mio caravan. Mia sorella mi ha guardato e ha fatto segno di niente con gli occhi, non è successo niente, Jovener, non ti preoccupare. Da dentro la roulotte sentivo mio padre urlare con mia madre, aprire i cassetti, sbattere le antine leggere dei mobili.<br />
“Ci stanno schedando tutti” mi ha detto Karina, la mia sorella di sei anni, con le due grandi trecce tutte spostate e aperte ai lati della testa e gli occhi ancora gonfi dal sonno, poi mi ha preso la mano.</p>
<p><em>(Immagine: Massimo Campigli &#8211; Gli zingari, 1928)</em></p>
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