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	<title>Nazione Indiana &#187; giuseppe d&#8217;avanzo</title>
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		<title>Fuori luogo (la parola, il pharmakon)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 16:16:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p>&#8220;Andrò via dall&#8217;Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà&#8230;&#8221;, dice Roberto Saviano. &#8220;Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/fuori-luogo-la-parola-il-pharmakon/">Fuori luogo (la parola, il pharmakon)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe D&#8217;Avanzo</strong></p>
<p>&#8220;Andrò via dall&#8217;Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà&#8230;&#8221;, dice Roberto Saviano. &#8220;Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido &#8211; oltre che indecente &#8211; rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. &#8216;Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l&#8217;odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri &#8211; oggi qui, domani lontano duecento chilometri &#8211; spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me&#8221;. <span id="more-9601"></span></p>
<p>La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d&#8217;animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, <em>Gomorra</em>. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un&#8217;imprevedibile popolarità, dall&#8217;odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall&#8217;invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia &#8211; e non il dolore &#8211; accresce la vita di un uomo. &#8220;Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all&#8217;anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, &#8220;usarmi&#8221;. E&#8217; come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell&#8217;attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell&#8217;energia sociale che &#8211; come un&#8217;esplosione, come un sisma &#8211; ha imposto all&#8217;agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E&#8217; la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono&#8230;. I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E&#8217; una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?&#8221;.</p>
<p>Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E&#8217; poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l&#8217;autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l&#8217;esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.<br />
E&#8217; poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l&#8217;ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l&#8217;inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai &#8220;sudditi&#8221; che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.</p>
<p>Lo sento addosso come un cattivo odore l&#8217;odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: &#8220;Saviano è un uomo di merda&#8221;. Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l&#8217;onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: &#8220;Saviano è un ricchione&#8221;. No, dicono, si è arricchito. Quell&#8217;infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell&#8217;esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell&#8217;infame ha scritto il libro. E quest&#8217;argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l&#8217;intera comunità può liberarsi della malattia che l&#8217;affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell&#8217;inciviltà e dell&#8217;impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E&#8217; il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l&#8217;informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano &#8211; ne ammazzarono cinque &#8211; finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D&#8217;Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro &#8211; soltanto un libro &#8211; potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L&#8217;ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli &#8211; come li hanno i miei &#8220;angeli custodi&#8221;, ognuno di loro non ne ha meno di tre &#8211; avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo &#8211; lo so &#8211; ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest&#8217;ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: &#8220;Robe&#8217;, tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là&#8221;".</p>
<p>A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano &#8211; quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, &#8220;per il momento&#8221;, di scrivere per noi le sue parole necessarie &#8211; sono sempre di più un affare della democrazia italiana.<br />
La sua vita disarmata &#8211; o armata soltanto di parole &#8211; è caduta in un&#8217;area d&#8217;indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;">(F</span></span>onte: <a href="http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/camorra-3/lascio-italia/lascio-italia.html">La Repubblica</a> del 15 ottobre 2008)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/fuori-luogo-la-parola-il-pharmakon/">Fuori luogo (la parola, il pharmakon)</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tortura di Stato</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 15:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di &#8220;sospensione dei diritti umani&#8221;, ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell&#8217;amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere &#8220;buono&#8221; diceva ai &#8220;prigionieri&#8221; di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell&#8217;acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.<br />
<span id="more-5520"></span><br />
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato &#8211; contro i 45 imputati &#8211; che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 &#8220;fermati&#8221; e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.</p>
<p>Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista&#8230;). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che &#8220;soltanto un criterio prudenziale&#8221; impedisce di parlare di tortura. Certo, &#8220;alla tortura si è andato molto vicini&#8221;, ma l&#8217;accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.</p>
<p>Il reato di tortura in Italia non c&#8217;è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo &#8211; né avvertito il dovere in venti anni &#8211; di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell&#8217;Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d&#8217;uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l&#8217;abuso di ufficio, l&#8217;abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell&#8217;indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).</p>
<p>Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa &#8220;degli altri&#8221;, di quelli che pensiamo essere &#8220;peggio di noi&#8221;. Quel &#8220;buco&#8221; ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che &#8211; per tre giorni &#8211; ci è già appartenuta.</p>
<p>Nella prima Magna Carta &#8211; 1225 &#8211; c&#8217;era scritto: &#8220;Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese&#8221;. Nella nostra Costituzione, 1947, all&#8217;articolo 13 si legge: &#8220;La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà&#8221;</p>
<p>La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un&#8217;accorta gestione, si sono voluti cancellare i &#8220;luoghi della vergogna&#8221;, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l&#8217;idea di farne un &#8220;Centro della Memoria&#8221; a ricordo delle vittime dei soprusi. C&#8217;è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i &#8220;carcerieri&#8221; accompagnavano l&#8217;arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come &#8220;Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!&#8221;, cori di &#8220;Benvenuti ad Auschwitz&#8221;.</p>
<p>Dov&#8217;era il famigerato &#8220;ufficio matricole&#8221; c&#8217;è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come &#8220;Morte agli ebrei!&#8221;, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.</p>
<p>Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l&#8217;ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l&#8217;ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).</p>
<p>A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: &#8220;Allora, non li vuoi vedere tanto presto&#8230;&#8221;. A un&#8217;altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l&#8217;avvocato. Minacciano di &#8220;tagliarle la gola&#8221;. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: &#8220;Vengo a trovarti, sai&#8221;. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti &#8211; gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra &#8211; e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni &#8220;per accertare la presenza di oggetti nelle cavità&#8221;.</p>
<p>Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i &#8220;prigionieri&#8221; di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono &#8211; 55 &#8220;fermati&#8221;, 252 &#8220;arrestati&#8221; &#8211; sono approssimativi. Meno imprecisi i &#8220;tempi di permanenza nella struttura&#8221;. Dodici ore in media per chi ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia &#8220;media&#8221; &#8211; prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera &#8211; è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all&#8217;ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.</p>
<p>È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le &#8220;posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa&#8221;. La &#8220;posizione del cigno&#8221; &#8211; in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro &#8211; è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell&#8217;attesa di poter entrare &#8220;alla matricola&#8221;. Superati gli scalini dell&#8217;atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della &#8220;posizione&#8221; peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;, in punta di piedi.</p>
<p>Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato &#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; agli uomini, &#8220;sei un gay o un comunista?&#8221; Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: &#8220;viva il duce&#8221;, &#8220;viva la polizia penitenziaria&#8221;. C&#8217;è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un &#8220;trauma testicolare&#8221;. C&#8217;è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.</p>
<p>D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano &#8220;di rompergli anche l&#8217;altro piede&#8221;. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. &#8220;Comunista di merda&#8221;. C&#8217;è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di &#8220;non picchiarlo sulla gamba buona&#8221;. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.</p>
<p>Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: &#8220;Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?&#8221;. S. D. lo percuotono &#8220;con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi&#8221;. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: &#8220;Troia, devi fare pompini a tutti&#8221;, &#8220;Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte&#8221;. S. P. viene condotto in un&#8217;altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e &#8220;a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania&#8221;. J. S., lo ustionano con un accendino.</p>
<p>Ogni trasferimento ha la sua &#8220;posizione vessatoria di transito&#8221;, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C&#8217;è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.</p>
<p>In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l&#8217;altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: &#8220;I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone&#8221;. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.</p>
<p>B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: &#8220;E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci&#8221;. Poi un&#8217;agente donna gli si avvicina e gli dice: &#8220;È carino però, me lo farei&#8221;. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell&#8217;unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all&#8217;accompagnatore. Che sono spesso più d&#8217;uno e ne approfittano per &#8220;divertirsi&#8221; un po&#8217;.</p>
<p>Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, &#8220;arrangiandosi così&#8221;. A. K. ha una mascella rotta. L&#8217;accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto &#8220;se è incinta&#8221;. Nel bagno, la insultano (&#8220;troia&#8221;, &#8220;puttana&#8221;), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: &#8220;Che bel culo che hai&#8221;, &#8220;Ti piace il manganello&#8221;.</p>
<p>Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché &#8220;puzzano&#8221; dinanzi a medici che non muovono un&#8217;obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato &#8220;strattonato e spinto&#8221;.</p>
<p>Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con &#8220;questo è pronto per la gabbia&#8221;. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di &#8220;trofei&#8221; con gli oggetti strappati ai &#8220;prigionieri&#8221;: monili, anelli, orecchini, &#8220;indumenti particolari&#8221;. È il medico che deve curare L. K.</p>
<p>A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un&#8217;iniezione. Chiede: &#8220;Che cos&#8217;è?&#8221;. Il medico risponde: &#8220;Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!&#8221;. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All&#8217;arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c&#8217;è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due &#8220;fino all&#8217;osso&#8221;. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede &#8220;qualcosa&#8221;. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.</p>
<p>Per i pubblici ministeri, &#8220;i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria&#8221;.</p>
<p>Non c&#8217;è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell&#8217;estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un&#8217;osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che &#8211; ha ragione Marco Revelli a stupirsene &#8211; l&#8217;indifferenza dell&#8217;opinione pubblica, l&#8217;apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.</p>
<p>Possono davvero dimenticare &#8211; le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato &#8211; che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la &#8220;dimensione dell&#8217;umano&#8221; di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre &#8220;con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l&#8217;etica, con l&#8217;identica allergia alla coerenza&#8221;?</p>
<p><em>(17 marzo 2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
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