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	<title>Nazione Indiana &#187; giuseppe pontiggia</title>
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		<title>Ora pro Anobii</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 12:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">Ora pro Anobii</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/yhst-45079396477018_1950_80358323.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/yhst-45079396477018_1950_80358323.gif" alt="" title="yhst-45079396477018_1950_80358323" width="300" height="292" class="alignnone size-medium wp-image-7324" /></a></p>
<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura. Le considero come delle quarte &#8220;personali&#8221; di copertina e mi è venuta così la voglia di condividerle &#8211; si tratta ovviamente di una seleção-  anche con i non anobiani.</em><br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg" alt="" title="image_bookphp3" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7306" /></a></p>
<p><strong>Sillabari</strong> (89 lettori su Anobii)<br />
Di <strong>Goffredo Parise</strong></p>
<p><em>della serie: L come Libro</em></p>
<p>Me ne aveva parlato per la prima volta Silvio Perrella, critico e curatore dell&#8217;opera di Parise. A Parigi &#8211; Paris/Parise- durante una lunghissima passeggiata (tra l&#8217;altro menzionata nel libro<em> Giù Napoli</em>) .<br />
<span id="more-7296"></span><br />
Avevo da poco letto l&#8217;Abecedaire di Gilles Deleuze, e devo dire che mi ha sempre affascinato la divisione in voci, della vita. Ci sono dei dizionari che mi porto dietro da sempre e che ogni volta perdono una pagina, la copertina, una voce appunto, ed allora sembra quasi che la vita ti serva a ritrovare quella voce perduta.La pagina smarrita.<br />
La voce A come amicizia, nei Sillabari è di quanto più lucido abbia mai letto sulla vita e sulla letteratura.<br />
Sulla letteratura, quando dopo aver descritto uno ad uno, lungamente, i personaggi della discesa in pista &#8211; siamo in montagna ed il gruppo di amici ha deciso di passare la giornata a sciare- non si attarda sul narratore, se stesso perché lui è presente soltanto per raccontare. Mai così superflui quanto necessari, gli scrittori!!<br />
Sulla vita, quando di fronte al dubbio del narrante se valesse la pena o meno ritentare l&#8217;impresa di quella prima &#8220;discesa&#8221; tutti insieme, qualche anno dopo, gli fa dire che per quanto spesso sia così, ovvero che la magia della prima volta non si ripete mai, delle volte capita anche il contrario, che non ci sono regole.In definitiva.<br />
Quello che sembra un diario minimo in realtà non lo è, e se c&#8217;è un autore che ha fatto della leggerezza l&#8217;arma con cui entrare più in profondità,nell&#8217;essere umano e nella storia, quello è sicuramente Goffredo Parise.</p>
<p><strong>La notte della cometa </strong>(147)<br />
<em>Il romanzo di Dino Campana</em><br />
Di <strong>Sebastiano Vassalli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg" alt="" title="image_book-1php1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7309" /></a></p>
<p><strong>Canti orfici</strong> (389)<br />
Di <strong>Dino Campana</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg" alt="" title="image_bookphp4" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7310" /></a></p>
<p><em>della serie: libro chiama libro</em></p>
<p>Nella vecchia soffitta del Marais che dividevo con l&#8217;amico Massimo c&#8217;erano libri e letti. Si mangiava raramente e quasi sempre pasta. La biblioteca di Massimo, era un inquilino in più. Al punto che, col senno di poi, mi dico che avrebbe dovuto pagare la sua parte d&#8217;affitto. Una sera anzi in poche sere, credo di aver letto tutta l&#8217;opera, quasi, di Sebastiano Vassalli. Un libro però mi sconvolse. Era forse il tema, maledetta poesia, il racconto di città letterarie -proprio come quella che vivevamo di prima mano- i tuoni di Papini, la voce del maestro. Questo, sicuramente, ma non solo. La notte della cometa, mi affascinò per il fascino che poteva esercitare il più visionario scrittore che l&#8217;Italia avesse mai dato alle lettere. E così mi andai a rileggere i Canti Orfici che avevo letto, e perfino ascoltato, da un amico cantante, quando i viaggi te li fai da solo, da mente a mente. Riprenderli poi, quando il viaggio si era fatto vero e ti sporcava le scarpe, ti cambiava la pelle, era significato davvero dialogare con l&#8217;autore. Con le sue prose veloci, telegrammi poetici, visioni fantastiche, e viaggi appunto, sospesi tra verità e immaginazione. Quando uscì l&#8217;edizione sonora dei Canti, a cura di Carmelo Bene l&#8217;ho ascoltata mille volte. Come il racconto che il geniale drammaturgo fa di come Campana passò dei decenni in manicomio a tentare di ricomporre il manoscritto originale dei Canti, sottoposto all&#8217;Editore Vallecchi e da quelli, distrattamente perduto. &#8220;Fare e disfare. Ecco quello che so fare&#8221; scrive in una cartolina all&#8217;amata Sibilla Aleramo. Un opera come un letto disfatto, dunque, memoria viva del fatto che vita vi fosse. Grande letteratura</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg" alt="" title="image_book-2php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7314" /></a></p>
<p><strong>Canti del caos</strong> (52)<br />
Di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che bruciano</em></p>
<p>Me l&#8217;aveva prestato un&#8217;amica carissima, Gabriella, senza una nota d&#8217;accompagnamento, una parola che potesse preparare il terreno, del tipo, &#8220;sai, (o vedrai) sono sicuro che ti piacerà.&#8221; O ancora: &#8220;qui c&#8217;è tutto quello che vuoi sapere&#8221;. Come se uno leggesse per sapere e non per conoscere. Ci sono dei libri che si porgono in silenzio e che restituisci in silenzio. Sono un atto di meditazione, ti massacrano per le emozioni che suscitano in te, come quando ti ecciti e non vorresti, ridi, e in fondo sai che la tua (ma anche la sua, del personaggio) è disperazione. E sono libri che non dimentichi di aver letto, di cui, ogni frase, cerchi di dimenticare.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg" alt="" title="image_bookphp" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7297" /></a></p>
<p><strong>Vite di uomini non illustri </strong>(113)<br />
Di <strong>Giuseppe Pontiggia</strong></p>
<p><em>della serie: un libro con diciotto storie</em></p>
<p>Perché in fondo per gli scrittori (e i libri) valgono le regole dell&#8217;atletica, a seconda delle discipline. Ci sono autori che possono correre i duecento o i quattrocento metri alla grande, e che messi alla dura prova della marcia longa, delle maratone non reggono. Il respiro incespica sulle gambe,il fiato si spezza, la vista si appanna, la lingua sventola come una bandiera bianca di resa a molti metri dal traguardo.<br />
Pontiggia, a differenza di Calvino, Buzzati, è uno scrittore di fondo. Corre, cammina, marcia, assecondando nel ritmo lo slancio vitale dei suoi personaggi, del lettore. Vite di uomini non illustri non ha nulla dello scatto fulmineo del velocista, né dello stacco &#8211; e della rincorsa- del saltatore. Ti porta attraverso tempi e voci che ti arrivano come un rumore di fondo. Tempi e voci che da sempre ti accompagnavano, ma che non &#8220;sentivi&#8221;. Il silenzio del narratore, con il suo tenersi in disparte, discreto, fa emergere quanto c&#8217;era prima, al punto che hai come l&#8217;impressione di averle già lette quelle storie, e in taluni casi di averle, forse, vissute.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg" alt="" title="image_book-1php" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7300" /></a></p>
<p><strong>La lettera di Lord Chandos </strong>(38)<br />
Di <strong>Hugo Von Hofmannsthal</strong></p>
<p><em>della serie: un libro che è contro ogni libro</em></p>
<p>Nella storia della letteratura esistono tantissimi esempi di diserzione dal campo di battaglia della scrittura che provengono, nella maggior parte dei casi, dai suoi più illustri protagonisti. Senza prendere in considerazione i suicidi illustri che costellano quella tradizione- smettere di vivere significa anche interrompere ogni scrittura sul mondo- basterà pensare a quanti hanno appeso la penna al chiodo per fare tutt&#8217;altro. E la cosa avviene in silenzio, come fece Rimbaud, che seppure promesso alla gloria abbandonò tutto giovanissimo, come se avesse avuto consapevolezza della propria fortuna letteraria. La sua opera, compiuta in un pugno di anni, lo aveva già reso immortale. Nella lettera a Lord Chandos il protagonista non annuncia la propria &#8220;mancanza d&#8217;ispirazione&#8221; né risveglia il fantasma della &#8220;pagina bianca&#8221;. In questo libro che è più che un&#8217;opera, si compie una vera anatomia del rapporto problematico che la scrittura instaura con la realtà. Quando le cose si chiamano da sole,un rastrello, un tavolo, un secchio, e non hanno bisogno di essere chiamate dalle chiare lettere della scrittura, che inciampa in esse, come su pietra che ti fa cadere, allora lo scrittore deve poter dire di no, confessare la propria resa alla realtà. Un libro che non lascia scampo alla scrittura con un conflitto che si risolve nel silenzio dell&#8217;autore della lettera. Silenzio che però solo la scrittura rende possibile salvando così vita e sogni dei lettori</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg" alt="" title="image_bookphp1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7302" /></a></p>
<p><strong>Storia dell&#8217;occhio</strong> (63)<br />
Di <strong>Georges Bataille</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;con la coda&#8221;</em></p>
<p>Ho conosciuto Bataille attraverso i saggi. Illuminanti le considerazioni sul taglio originario, la ferita, la coupe che rende uomini e donne colpevoli (coupables) puri. La storia dell&#8217;occhio lo considero come uno dei massimi capolavori della letteratura erotica, in cui ogni forma di amore non può prescindere dall&#8217;idea di dio. I protagonisti incarnano una delle figure più inquietanti e vere ( forse l&#8217;inquietudine è proprio legata alla verità che la sostiene) della vittima e del carnefice. La rivolta dei protagonisti è assoluta, e l&#8217;uovo/ occhio/ sesso traduce in parole la bellissima immagine girata da Bunuel in Chien Andalu (su You Tube è possibile rivederla) dell&#8217;occhio come una luna tagliata dal rasoio. La perversione di Bataille &#8211; a Clermont Ferrand sua città natale non c&#8217;è un cartello, una placca che lo ricordi- è stata nel tentativo di proporre una vera metafisica del corpo e questo non gli è stato mai perdonato.<br />
Una scrittura che ti accarezza e ti graffia al punto che non sai se i segni che ti ritrovi sulle gambe ce li avevi anche prima, di leggere.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg" alt="" title="image_bookphp2" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7304" /></a></p>
<p><strong>Il mistero dell&#8217;inquisitore Eymerich</strong> (481)<br />
Di <strong>Valerio Evangelisti</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;fantastique&#8221;</em></p>
<p>Fantastique! Fantasia urlante e crudele, lontana anni luce dall&#8217;idea &#8220;accomodante&#8221; che la parola suscita nel nostro immaginario, ora. Un viaggio attraverso tempi e modi del tempo che si annuncia alla fine del viaggio, con le memorie dei personaggi alla ricerca di nuove ed antichissime eresie.<br />
Valerio Evangelisti produce un vero choc nel lettore risvegliando la sua ancestrale sete di giustizia, l&#8217;atavica curiosità verso tutto quello che &#8220;sta&#8221; nel mondo, l&#8217;immondo, animale immortale che abita la storia.<br />
La Storia dell&#8217;allievo più brillante di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, colui che già prima della guerra aveva &#8220;predetto&#8221; fascismo e crisi del &#8220;piccolo&#8221; uomo moderno. Ricordato per la sua rivoluzione sessuale, e che verrà trascinato in tribunale dai suoi detrattori e condannato a morire in cella. L&#8217;inquisitore Eymerich abita i suoi sogni, le sue notti mentre il futuro, lontano quanto il passato, si popola di bambini. Tre storie in una, tre vite, forse trecento o tre milioni di voci che a libro finito inseguono il lettore come un creditore a ricordargli che il prezzo da pagare per la libertà, per quanto insostenibile, vale pur sempre la pena pagarlo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg" alt="" title="image_book-3php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7316" /></a></p>
<p><strong>La vita agra </strong>(404)<br />
Di<strong> Luciano Bianciardi</strong></p>
<p><em>Della serie: i libri che ritornano (e non solo loro)</em></p>
<p>Ho amato Bianciardi da solo, ovvero scoprendolo da un bouquiniste a Parigi, in un&#8217;edizione antica e malandata. La vita agra è stato per anni il mio &#8220;libro di non ritorno&#8221; ovvero il tracciato da avere a mente ben chiaro prima di prendere alcuna decisione che prevedesse il ritorno in Italia. Per vent&#8217;anni. Poi ritorni, te ne vai, e ti rendi conto che quella lezione di stile, di libertà, l&#8217;avevi imparata ancor prima di prendere il rischio del &#8220;tornare sui propri passi&#8221;. Una scrittura con personaggi la cui umanità trasuda da ogni frase, situazione. Quando poi ho scoperto, da solo, consultando l&#8217;edizione italiana di Tropico del Capricorno di Henry Miller, che il traduttore del più ribelle degli scrittori americani era stato proprio lui, Bianciardi, l&#8217;ho amato ancora di più. Qualcuno in Italia si degnerà di dedicare a uno dei nostri scrittori migliori l&#8217;attenzione che merita?</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg" alt="" title="image_book-5php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7320" /></a></p>
<p><strong>Tanto amore per Glenda</strong> (41)<br />
Di <strong>Julio Cortázar</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che hanno cambiato la mia vita</em></p>
<p>Dei dieci racconti regalatimi vent&#8217;anni fa due mi sono chiari come se li avessi appena letti. perchè non è vero che tutti i libri si dimenticano &#8211; altrimenti perché rileggerli?- come se si sistemassero in chissà quale segreto anfratto dell&#8217;anima, nascosti al punto di non lasciare nessuna traccia di sé, un segno che ce li faccia rivenire in mente. Eppure&#8230;<br />
&#8220;Disegni sui muri&#8221; e &#8220;Testo in un taccuino&#8221; potrei recitarveli a memoria, magari a parole mie, cambiando qui e lì le frasi, i tempi &#8211; ma l&#8217;originale varrà sempre di più- soffermandomi su una scena, un rumore, quello delle porte scorrevoli di una metropolitana, o dell&#8217;obliteratrice quando morde il biglietto. Forse il tratto del pennello sul muro, come un Tapiès, cui del resto il primo racconto era stato dedicato, o la sinistra sirena dei cellulari che percorrono la città assediata. Sicuramente il pallore di chi abita il sottosuolo, che non scordi mai, come la dedica sul libro fatta da un&#8217;amica che non c&#8217;è più, nel senso che è diventata altro</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg" alt="" title="image_book-4php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7319" /></a></p>
<p><strong>Narciso e Boccadoro</strong> (3469)<br />
Di <strong>Hermann Hesse</strong></p>
<p><em>della serie:il libro con le pagine ingiallite</em></p>
<p>Avevo letto tutto Herman Hesse a diciassette anni, quando si legge tutto, di un autore. quasi tutto, perchè in quel caso ricordo che mi lasciai da leggere per vent&#8217;anni dopo il gioco delle perle di vetro. lo avrei letto quando il lupo della steppa in me sarebbe invecchiato, il pelo ingrigito e rado, quando Peter Camenzind si sarebbe lasciato andare veramente all&#8217;ultimo bicchiere sul tavolo e Siddharta abbandonato al piacere della carne. Ma Boccadoro che mi abita non cessa di correre e la vita &#8211; con le sue sorprese e miserie- non accenna a fermarsi né a sedare la sete di vita. Come ora.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg" alt="" title="image_book-6php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7321" /></a></p>
<p>I<strong> viaggiatori folli (</strong>5)<br />
<em>Lo strano caso di Albert Dadas</em><br />
Di <strong>Ian Hacking</strong></p>
<p>Perché il turismo di massa nasce con l&#8217;invenzione della bicicletta? Perché la bicicletta ebbe il massimo sviluppo nella regione di Bordeaux? Come mai i migliori cartografi erano francesi? Che cosa fa di un fenomeno la realtà delle leggi della ragione o del sogno. della follia. A Napoli follia è pazzia e un giocattolo si chiama pazziella. Leggere questo libro vi darà le vertigini come quando perdeste le rotelle della vostra bici.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">Ora pro Anobii</a></p>
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		<title>Per Pontiggia II</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/03/per-pontiggia-ii/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2003 09:20:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>La testimonianza che mi ha mandato Diego de Silva – pezzo pubblicato sul “Mattino”, ma Diego ci teneva che avesse vita più lunga e meno ufficiale &#8211;  mi ha acuito una sensazione che avevo da giorni.<br />
<br />
Qualcosa di sorprendente è emerso con la morte di Giuseppe Pontiggia, qualcosa che va oltre allo shock per una scomparsa improvvisa e che non coincide con il compianto universale che si è levato per ricordare un autore celebre.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/07/03/per-pontiggia-ii/">Per Pontiggia II</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>La testimonianza che mi ha mandato Diego de Silva – pezzo pubblicato sul “Mattino”, ma Diego ci teneva che avesse vita più lunga e meno ufficiale &#8211;  mi ha acuito una sensazione che avevo da giorni.<br />
<span id="more-74"></span><br />
Qualcosa di sorprendente è emerso con la morte di Giuseppe Pontiggia, qualcosa che va oltre allo shock per una scomparsa improvvisa e che non coincide con il compianto universale che si è levato per ricordare un autore celebre. Un dolore condiviso, un dolore semplice.<br />
L’eruditissimo letterato Pontiggia, lo scrittore che continuava a raffinare il suo <em>understatement </em>stilistico (cioè etico e conoscitivo), sapeva parlare del dolore, voleva, con i suoi modi e i suoi mezzi, farlo percepire nelle sue pagine. Lo ammette giustamente anche Giuseppe Genna (su www. clarence.com/spettacoli/cultura/societamenti) scrittore diversissimo per tutto, che infatti annuncia di voler fare i conti con i limiti dell’atteggiamento di Pontiggia e dei suoi coetanei. Non è dunque il solito scaramantico <em>de mortuis nihil nisi bonum</em>: è almeno rispetto. Ma un rispetto che – mi sembra- riguarda quell’unità che si definiva un tempo di “vita e opera”, e se fosse così, sarebbe piuttosto eccezionale.<br />
Per quel che mi riguarda: Pontiggia, a mia insaputa, ha proposto il mio primo libro al premio Bagutta e mi ha chiamato la sera alle dodici quando è passato alle votazioni. Era felice. Non mi ha mai chiesto niente in cambio, ossequi men che meno. Non l’ho mai invitato a casa mia né viceversa. L’ho visto tre o quattro volte, cinque o sei gli ho parlato al telefono (di solito per ringraziarlo), ho dei libri suoi con delle dediche pensate e piene d’affetto e le lettere di cui parlava Raul. Potevo, a parte i pochi contatti in più, scrivere semplicemente: vedi Raul Montanari.<br />
Non so come facesse a ricordarsi di tante persone, a starci dietro: so che è difficile pensare chi potrà calcare le sue orme fra quelli che sono nati dopo, con modi anche più militanti, come auspica Genna, o comunque diversi. (Ai tempi dell’università una mia amica mandò cinque poesie piuttosto belle ma per nulla simili alle sue a Franco Fortini e ricevette in riposta delle lunghe lettere di lacerata dialettica fortiniana). Ma anche se ci fosse qualcuno con gli stessi temperatissimi modi lombardi e borghesi dello scrittore chiamato Peppo sarebbe già molto di più di quanto mi pare di vedere. Quelli che vengono dopo per anagrafe – Tabucchi, de Luca, Vassalli ecc.- non sembrano includere nei compiti di uno scrittore qualcosa che vada oltre allo scrivere.<br />
Per l’idea che mi sono fatta di persona, attraverso amici comuni e anche attraverso la sua scrittura, Pontiggia era un uomo che aveva ripulsa delle dissonanze, dei conflitti, delle inimicizie. Ma era anche uno scrittore che provava ancora curiosità e entusiasmo per la letteratura, uno a cui dava semplicemente piacere scoprire che in Italia ci fossero libri e autori nuovi in cui riporre una certa fiducia. Ed è anche per questo che scriveva le sue cartoline esegetiche, che mandava a mezzo mondo i suoi libri con dedica. Lo scrittore che amava i classici aveva cura del futuro.<br />
Un dolore condiviso non comporta nessuna visione unitaria, ufficiale. Quando questa si sarà formata, il dolore non ci sarà più. Non c’è bisogno di trarne nessuna direttiva morale, però mi sembra che questo dolore indichi una necessità. Bisogna che noi “giovani” ci prepariamo a rispondere all’interpretazione globale del compito di uno scrittore interpretato da Peppo Pontiggia. Secondo la nostra etica, estetica ecc. molto o poco diverse dalla sua, ma da scrittori veri, da scrittori adulti. Non è una questione di stile né di look, è una questione di sostanza, di forza, di volontà che questo nostro lavoro possa sensatamente essere continuato.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/07/03/per-pontiggia-ii/">Per Pontiggia II</a></p>
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		<title>Oggi è morto Pontiggia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jun 2003 19:56:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giuseppe pontiggia]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Oggi è morto Giuseppe Pontiggia. Io voglio, anzi devo dire una cosa su di lui. Per due terzi vi sembrerà una stronzata; il terzo finale forse vale la lettura di quello che lo precede.<br />
<br />
Nel &#8217;91 Pontiggia ha letto i miei primi racconti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/27/oggi-e-morto-pontiggia/">Oggi è morto Pontiggia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Oggi è morto Giuseppe Pontiggia. Io voglio, anzi devo dire una cosa su di lui. Per due terzi vi sembrerà una stronzata; il terzo finale forse vale la lettura di quello che lo precede.<br />
<span id="more-67"></span><br />
Nel &#8217;91 Pontiggia ha letto i miei primi racconti. Era consulente dell&#8217;Adelphi. Lui e Luciano Foa sostennero la loro pubblicabilità, ma Calasso non era d&#8217;accordo. Lo stesso avvenne poco tempo dopo con un romanzo. Pace. La lettura della scheda che Pontiggia aveva preparato per il romanzo, fattami al telefono dal vecchio Foa nell&#8217;autunno del &#8217;92, fu decisiva per aiutarmi a capire quello che potevo o non potevo chiedere alla mia scrittura, e dare un indirizzo a tutto il lavoro futuro.</p>
<p>Da allora Pontiggia ha letto tutto quello che pubblicavo, mandandomi sempre un breve biglietto di incoraggiamento (mai generico, sempre puntuale, preciso, con un complimento esplicitato e tante critiche lasciate implicite ma sempre chiarissime per absentiam). Mi ha sempre mandato i suoi libri, con una dedica amabile. Nel &#8217;98 ha portato la mia raccolta di racconti &#8220;Un bacio al mondo&#8221; in finale al Premio Bergamo. Insomma, è stato in tutto e per tutto un punto di riferimento, una presenza gentile, costante, che da oggi, dopo 12 anni, mi mancherà.</p>
<p>Fin qui niente di strano, no? Abbiamo avuto tutti i nostri piccoli e grandi santi patroni o fratelli maggiori.</p>
<p>Però una cosa strana c&#8217;è.</p>
<p>Io e Pontiggia non ci siamo mai incontrati di persona. Mai.</p>
<p>Abitiamo a Milano, a una distanza di circa 3 chilometri in linea d&#8217;aria, ma in 12 anni non ci siamo mai nemmeno scambiati una stretta di mano, mai visti neppure da lontano.</p>
<p>Questo secondo me rende straordinario e preziosissimo quello che lui ha fatto per me. Non amicizia o complicità nata a tavola, magnando e bevendo e ciacolando di conoscenze comuni, non crassa e umidiccia solidarietà da scambi di favori come un sacco di gente che conosco io e che conoscete voi, e nemmeno semplicemente la legittima simpatia di pelle, l&#8217;annusamento reciproco, il guizzo di sguardi che si incrociano, la risata condivisa. Solo la purezza strabiliante di questo raggio benevolo, distante, fatto di pura stima. Molto milanese, verrebbe da dire, se l&#8217;aggettivo non fosse così sputtanato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/27/oggi-e-morto-pontiggia/">Oggi è morto Pontiggia</a></p>
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