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	<title>Nazione Indiana &#187; giuseppe schillaci</title>
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		<title>Ex Ordres littéraires &#8211; Giuseppe Schillaci</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/ex-ordres-litteraires-giuseppe-schillaci/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 11:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
su<br />
<em>L’anno delle ceneri,</em> Giuseppe Schillaci, Nutrimenti, 15 euro</p>
<p></p>
<p>Ogni anno, più o meno prima dell&#8217;estate nella posta di Nazione Indiana ci arriva puntuale la richiesta da parte di un&#8217;organizzatrice di incontri letterari di &#8220;segnalare&#8221; un giovane scrittore, un esordiente, per un festival che vede coinvolte molte delle figure chiave del sistema editoriale italiano, diciamo dell&#8217;ambiente, dagli editor ai critici letterari, dagli scrittori affermati agli addetti stampa e talent scout delle piccole, medie e grandi case editrici.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/ex-ordres-litteraires-giuseppe-schillaci/">Ex Ordres littéraires &#8211; Giuseppe Schillaci</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
su<br />
<em>L’anno delle ceneri,</em> Giuseppe Schillaci, Nutrimenti, 15 euro</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/aOQksgLQodE&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/aOQksgLQodE&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
<p>Ogni anno, più o meno prima dell&#8217;estate nella posta di Nazione Indiana ci arriva puntuale la richiesta da parte di un&#8217;organizzatrice di incontri letterari di &#8220;segnalare&#8221; un giovane scrittore, un esordiente, per un festival che vede coinvolte molte delle figure chiave del sistema editoriale italiano, diciamo dell&#8217;ambiente, dagli editor ai critici letterari, dagli scrittori affermati agli addetti stampa e talent scout delle piccole, medie e grandi case editrici. E puntualmente segnalo &#8220;il mio cavallo&#8221;, ogni volta con la speranza che possa non dico vincere la corsa, ma gareggiare, godere di quella opportunità in più.  E puntualmente mi viene cassata la proposta. Sulle prime ci rimanevo un po&#8217; male poi invece con il tempo, dopo aver capito l&#8217;andazzo e il sollazzo della telefonatissima cartografia fabbrica di talenti letterari in Italia, ogni volta che veniva &#8220;bocciato&#8221; il mio esordiente me ne rallegravo. Perché in quel rifiuto coglievo l&#8217;esattezza della mia intuizione, ovvero,  che se l&#8217;autore che proponevo, in questo caso Giuseppe Schillaci, a &#8220;quelli&#8221; non piaceva era perché i miei autori facevano letteratura e a &#8220;quelli&#8221; la letteratura interessava poco.<br />
<span id="more-35311"></span><br />
Perché la letteratura è difficile, complicata, per dio! Per averne un&#8217;idea basta andare a leggere i classici, &#8211; leggere ma dovrei dire &#8220;rileggere&#8221;-  Proust, Joyce, Mann, per non parlare di Dostoevskij o Balzac. L&#8217;industria culturale vuole così e basta. Che palle ste cose difficili! Noi vogliamo solo  cose leggère da lèggere evvvai! Certo ci si dovrebbe mettere d&#8217;accordo su cosa sia leggero e cosa no, approntare una bilancia in grado di dirci se quella leggerezza resterà o meno, insomma che opere leggere possano avere un peso&#8230;<br />
Giuseppe Schillaci è uno di quegli autori che ho seguito dal principio, e che proprio su <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/perturbante/">Nazione Indiana</a> ha fatto il suo esordio.<br />
Il suo romanzo <a href="http://www.nutrimenti.net/libro.php?codice=GG008">l&#8217;anno delle ceneri</a>, è un libro potente, scritto con una lingua che non si appiattisce sulla trama né sulle ambientazioni, ma si nutre della storia, dei personaggi, in breve dell&#8217;esistenza, in una dimensione corale e polifonica (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michail_Michajlovič_Bachtin">Bachtin</a>? Cos&#8217;è un medicinale?). La capacità visionaria di Schillaci si esprime attraverso un uso sapiente dei filtri- solo chi abbia percorso le strade di Palermo a sera conosce il significato della parola vespro- una perfetta disposizione dei piani sequenza, una neutralizzazione di ogni sguardo oggettivo, dal di fuori, delle scene raccontate in un montaggio che ti fa sentire come attraverso i  riuscitissimi dialoghi un vero, autentico respiro. Li senti respirare sulla pagina i protagonisti e perfino delle figure secondarie ne riconosci distinta la voce, la lingua, sia che si tratti del perfido Americano, con le sue verità che alludono al peggio, del vecchio Nofrio che di tutte le cose possiede il segreto, ovvero il racconto, o di Toni, lo zio comunista. La fabula raccontata è antica, si ammanta del mistero e della leggenda dei &#8220;decollati&#8221;, l&#8217;impianto è realista. Si racconta di un dopoguerra refrattario alla storia &#8211; ne arrivano echi lontani come quello dell&#8217;attentato a Togliatti- ma soprattutto delle vicende di due famiglie, una collusa con i nuovi poteri e antiche superstizioni e un&#8217;altra che attraverso il suo protagonista, Masino, pare prigioniera di un incantesimo ben peggiore, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=FP52mfF5gUc">&#8220;quel tutto cambia perché nulla cambi&#8221;</a> di gattopardesca memoria. L&#8217;anno delle ceneri,- nell&#8217;anno in cui le ceneri dei vulcani del nord hanno oscurato il cielo delle economie- è dopo tutto una storia d&#8217;amore e di rivoluzione. L&#8217;amore tra Masino e Ninetta, tragicamente messo a tacere sul nascere e una rivoluzione che è però in grado di cambiare un solo destino alla volta e  nel finale prende le sembianze di un treno che ti porta via. Un treno che qui in Sicilia, come tutti sanno prende il mare per raggiungere il continente. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/ex-ordres-litteraires-giuseppe-schillaci/">Ex Ordres littéraires &#8211; Giuseppe Schillaci</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Assalto al centro</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/</link>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 10:55:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"></a></p>
<p align="right"><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em></p>
<p align="right">Albert Camus</p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/">Assalto al centro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-28814" title="c_mamma4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" /></a></p>
<p align="right"><span /><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em><span /></p>
<p align="right">Albert Camus<span /><span></span></p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il fumo bianco che s’alza dalla griglia di carbone e si spariglia in cielo, e ripete a mente le condizioni della promozione degli schermi LCD, dei videofonini e degli abbonamenti tv. L’odore insistente delle stigghiola viene appena smorzato da quello acre del sugo che la madre sta preparando di là in cucina. Dopo pranzo lo aspetta il lavoro, il terzo giorno del suo nuovo lavoro.<br />
Vitaliano sorride dietro il vetro della finestra socchiusa, sorride di soddisfazione. Pensa al suo nuovo lavoro ed è fiero di sé, di come sa dare ai clienti informazioni dettagliate con la sincerità di un amico, di come rispetta i superiori, anzi li stima senza ostentazione, e di quanto è rispettato dai colleghi.<br />
In strada, sotto il quinto piano del condominio di Brancaccio, i piccioni si avvicinano circospetti agli avanzi del baracchino di brace, e vespini e lapini s’incrociano rapidi. Vitaliano sorride e pensa al codice della cassa e ai ticket della mensa. Tra qualche ora inizierà il turno pomeridiano del suo terzo giorno di lavoro, quello più importante, il giorno della promozione. Al Centro di Roccella si aspettano centinaia di persone e Vitaliano è pervaso di un’autentica gioia.<br />
<span id="more-28811"></span><br />
Non vive questa sensazione di pienezza e aderenza alla vita da quando aveva tredici anni e suonava Mozart in modo “esemplare”, così disse il suo maestro, al saggio di violino di fine anno. Quella volta la gioia che seguì agli applausi fu indimenticabile, non l’emozione del palco, ma la sensazione di quando il piccolo Vitaliano tornò al leggio per prendere gli spartiti e rivolse lo sguardo fiero alla platea. In quel momento sentì lo stomaco riempirsi di leggerezza, della consapevolezza di essere parte di un gruppo, parte integrante della classe e della scuola e della borgata. Consapevolezza che però durò poco, sostituita subito dal solito senso di alienazione e distanza dai suoi compagni e dai borgatari, gente arrogante, capace di spaccarsi la faccia per una taliata di troppo.<br />
E adesso, davanti alla plastica che piroetta in aria e al fumo di stigghiola che sembra salire dalle ciminiere del traghetto dello Stretto, Vitaliano è pervaso dalla stessa leggerezza del saggio di fine anno e gli pare di risentire le note del violino e allarga lo stesso sorriso sornione.</p>
<p>Ma la musica non ha pagato, nonostante l’orecchio assoluto, la tecnica impeccabile col violino, la disinvoltura alla chitarra e al basso.  Anzi pagava troppo poco e quando voleva lei. Da anni Vitaliano ha lasciato il conservatorio, riservato a chi può studiare la musica, e ha provato a campare con la musica. Ci aveva provato anche a Roma, nell’orchestra del teatro dove lavorava la cugina. Ma anche lì i soldi erano pochi e arrivavano ogni tre mesi, mentre la padrona di casa non lasciava passare il tre di ogni mese senza sollecitare la mesata.<br />
E così Caronte, il traghetto lurido e sbuffante dello Stretto, aveva attraversato ancora quello sfavillante braccio di mare, lo Scill’e Cariddi che pare oceano, e lo aveva riportato nella sua terra. E qui Vitaliano aveva iniziato a suonare con una banda alle processioni, con un’orchestra ai matrimoni, con un quintetto barocco in chiesa e con una band heavy metal alle feste dell’Unità, senza riuscire a racimolare i soldi per lasciare quell’odioso condominio di Brancaccio. Odioso non per colpa della madre o della sorella, ma odioso in quanto cubo di cemento scolorito nel mezzo della periferia più scolorita e cagnola della città, una borgata di straccivendoli, ambulanti e lavoratori socialmente utili, dove i palazzi inghiottono antichi castelli arabi e giardini di palme, e dove i più non hanno la quinta elementare ma almeno un cugino all’Ucciardone.<br />
E i ragazzini urlano in continuazione, masticando e sputando per terra, e i fratelli maggiori si guardano l’un l’altro come cannibali abulici davanti all’unica preda disponibile.<br />
“Ma il Centro di Roccella può cambiare le cose”, pensa Vitaliano alla finestra, giocherellando con la montatura degli occhiali, “il Centro porterà un po’ di civiltà e di benessere in questa terra disgraziata”. E si sente investito di una grande responsabilità perchè lui adesso è del Centro, è parte attiva di questa rivoluzione. Lavora al Centro di Roccella, travaglia per il cambiamento, la salvezza. “Magari un giorno ci vado pure a suonare, al Centro”.</p>
<p>“Vitaliano”, strilla la madre, “a mangiare!”. Il ragazzo inforca gli occhiali e giunge a grandi falcate in cucina. Si siede a tavola, divora tutto con appetito e commenta il telegiornale con la solita rabbia per le disgrazie del mondo, le notizie incomprensibili di politica: “Finalmente ricostruito il grande centro”, proclama con entusiasmo il giornalista, “rinasce l’Italia del miracolo economico”. Vitaliano sbuccia un’arancia, la mangia con calma, spicchio dopo spicchio, e parla alla sorella delle promozioni al centro di Roccella, dei videofonini in offerta e della possibilità di avere un mega sconto sui televisori HD, questo pomeriggio stesso, per i primi cento avventori che si presentano al suo banco. La sorella lo riempe di domande e curiosità a cui Vitaliano risponde con esuberante sicumera, il sorriso beato sulle labbra e gli occhi luccicanti dietro le lenti. In realtà a Vitaliano non importa niente dei televisori e della tecnologia, ma gli piace la precisione, la corrispondenza geometrica dei segni con le cose, questioni che ha imparato ad apprezzare quando studiava violino, questioni fondamentali per un’esecuzione esemplare.</p>
<p>Dopo il caffè, Vitaliano si accende una sigaretta ed entra nell’ascensore. Scende sul marciapiede infestato di sacchetti abbandonati dal vento e scatena il motorino per andare al nuovo lavoro. È il giorno della promozione e lui vuole essere pronto dietro il banco almeno mezz’ora prima dell’apertura delle danze. Percorre la strada di Brancaccio fino alla rotonda della zona industriale, quattro capannoni arrugginiti in cui Vitaliano non è mai riuscito a capire cosa si fabbrichi. Poi gira da dietro lo Sperone, le case popolari che in nulla sono diverse dalle altre tranne per il colore bianco sporco e per il fatto di essere tutte uguali, e si ritrova sulla strada nuova che porta al Centro.<br />
Da lontano sembra un villaggio marziano disceso su quella terra tra le montagne e il mare, con pareti di vetro trasparenti, torri di acciaio e neon viola, muri obliqui di cemento e pilastri di un metallo vagamente grigio. Questa vista, per Vitaliano, è ogni volta una sorpresa, un miraggio che si fa realtà.<br />
Varca la soglia del grande Centro di Roccella e attraversa l’immenso parcheggio che pare un lago o un vallo intorno al palazzo reale. Lega il motorino nel parcheggio riservato ai lavoratori del Centro, e sale saltellando le scale che lo portano al suo banco.<br />
Alle 15 in punto si apriranno le porte della sala promozioni. Sono le 14.45 e al banco di Vitaliano giungono già le prime urla di impazienza. Loredana arriva di corsa dal corridoio, strillando di fare presto perché già ci sono più di cento persone dietro la saracinesca. Vitaliano non si scompone, va rapido all’impianto stereo, toglie Jenny Gonzales dal lettore e mette il cd che ha portato per le grandi occasioni: i capolavori di Mozart, magari così si rilassano un po’ là fuori.<br />
Arrivano anche Franco e Peppe a gestire il banco e vengono chiamati due energumeni della sicurezza a incanalare il flusso di persone.<br />
Sono le 14.55 e le urla si fanno più minacciose, qualcuno abbozza cori da stadio mentre ragazzi con capellini dorati strattonano bambini argentati, sospinti da ragazze con cinturoni di pelle e borchie e trucchi viola alla Jenny Gonzales. Dietro questa prima fila di ultras, spingono i padri, le madri, gli zii e le zie: signori panciuti che incitano gli altri con urla disumane e signore con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca infuocata sempre aperta e petulante. La folla si fa rotulante come un fiume in piena, mandria impazzita in cui ognuno è rivale all’altro e cerca in tutti i modi di arrivare prima dell’altro e ha comunque un nemico comune: il banco della promozione, il forte da espugnare.<br />
La prima fila forza il blocco, alza la saracinesca di peso e si fionda sul banco. Vitaliano abbozza un sorriso, ma capisce subito che c’è poco da ridere, che deve dar loro quello che vogliono, e nel minor tempo possible.<br />
Franco e Peppe non riescono a placare l’orda che continua a ululare e ringhiare. In breve il banco è circondato come una mollica in uno stagno di pesci rossi e alle urla si aggiungono le offese, le minacce, le spinte.<br />
Vitaliano deve alzarsi in piedi sul bancone e brandisce un bastone per allontanare quegli assatanati, che pare un domatore di circo.<br />
Gli uomini della sicurezza alzano i manganelli e Loredana, cadaverica, continua a consegnare bollettini per il ritiro della promozione a quei mostri questuanti pronti ad aggredirla da un momento all’altro.<br />
Quando la ragazza dice con un filo di voce che sono finiti tutti i televisori, la bolgia si placa in un istante. Un silenzio incredulo e carico di odio scende sulla folla; ognuno amplifica la sua rabbia negli occhi del suo vicino e un mugugno collettivo si alza fino a diventare grido di battaglia, grido di strazio e di lotta ancestrale.<br />
È allora che Vitaliano viene preso alle spalle e gettato in mezzo alla scanna.</p>
<p>Si fa sera e la madre riceve una telefonata che la avvisa dell’incidente: Vitaliano è ricoverato, due costole fratturate e qualche graffio. La madre e la sorella si precipitano all’ospedale e trovano Vitaliano in una corsia su una barella fatiscente, la testa fasciata e la flebo. Il ragazzo ha una lesione al timpano, probabilmente perderà l’orecchio sinistro. Poco prima di Mezzanotte Vitaliano apre gli occhi, cerca gli occhiali con la mano e fa cadere un bicchiere di plastica. La madre si sveglia e lo bacia sulla fronte mentre lui scolla appena le labbra e sussurra che è stato suo l’errore, che non doveva, che ha sbagliato a dare Mozart in pasto a quelle bestie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/">Assalto al centro</a></p>
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		<title>L’isola in me</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/18/l%e2%80%99isola-in-me/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 12:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>L’isola in me &#8211; in viaggio con Vincenzo Consolo</strong><br />
</p>
<p>un film documentario di <strong>Ludovica Tortora de Falco</strong></p>
<p>durata: 75 MINUTI<br />
supporti: 16 mm, super 8, HDV<br />
materiale di archivio video e fotografico<br />
formato: DIGI-BETA, STEREO<br />
fotografia: FERRAN PAREDES RUBIO<br />
montaggio: ILARIA FRAIOLI<br />
musica: ANDREA AMENDOLA<br />
produzione: ARAPÁN CINEMA DOCUMENTARIO 2008<br />
produzione esecutiva per ArapánCinemaDocumentario: GIUSEPPE SCHILLACI, LUDOVICA TORTORA de FALCO<br />
<br />
<em>Realizzato con il contributo del Ministero Beni Culturali &#8211; Direzione Generale Cinema &#8211; e dell’APQ ‘Sensi Contemporanei’ della Regione Siciliana.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/18/l%e2%80%99isola-in-me/">L’isola in me</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’isola in me &#8211; in viaggio con Vincenzo Consolo</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Lisola-in-me-foto-1-di-2.jpg" alt="L&#039;isola in me foto 1 di 2" title="L&#039;isola in me foto 1 di 2" width="454" height="200" class="alignnone size-full wp-image-24605" /></p>
<p>un film documentario di <strong>Ludovica Tortora de Falco</strong></p>
<p>durata: 75 MINUTI<br />
supporti: 16 mm, super 8, HDV<br />
materiale di archivio video e fotografico<br />
formato: DIGI-BETA, STEREO<br />
fotografia: FERRAN PAREDES RUBIO<br />
montaggio: ILARIA FRAIOLI<br />
musica: ANDREA AMENDOLA<br />
produzione: ARAPÁN CINEMA DOCUMENTARIO 2008<br />
produzione esecutiva per ArapánCinemaDocumentario: GIUSEPPE SCHILLACI, LUDOVICA TORTORA de FALCO<br />
<span id="more-24604"></span><br />
<em>Realizzato con il contributo del Ministero Beni Culturali &#8211; Direzione Generale Cinema &#8211; e dell’APQ ‘Sensi Contemporanei’ della Regione Siciliana.</em></p>
<p>Un viaggio nella Sicilia suggestiva e dolorosa di Vincenzo Consolo.<br />
Un ritratto originale dell’isola attraverso gli occhi dello scrittore, ma anche un ritratto dell’uomo e dell’artista attraverso le luci e le ombre della sua terra.<br />
Questo documentario riscopre la voce preziosa di Consolo attraverso i suoi testi e le immagini della sua Sicilia, dalle profondità del Mito dell’isola, emerge una lettura lucida della Storia siciliana, italiana dal Dopoguerra ad oggi: l’emigrazione verso il Nord, la vita dei minatori delle zolfare, la fine del mondo contadino, l’industrializzazione e le devastazioni del territorio, i terremoti e le selvagge ricostruzioni, le stragi mafiose di ieri e di oggi.<br />
Una storia che lo scrittore stesso ha vissuto in prima persona, condividendola con alcuni tra i più importanti intellettuali italiani (Moravia, Levi, Pasolini, Sciascia).</p>
<p><em>Premio per il Miglior Documentario al Sicilian Film Festival di Miami Beach, Florida</em> (aprile 2009),<br />
<em>Menzione Speciale della Giuria al Mediterraneo Video Festival di Agropoli, Salerno</em> (settembre 2009)</p>
<p><strong>Il 20 ottobre si terrà la proiezione del film allo <a href="http://www.provincia.milano.it/cultura/spazi/spaziooberdan">Spazio Oberdan</a> a Milano, ore 20.30</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/18/l%e2%80%99isola-in-me/">L’isola in me</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tryptique récitatif: Giuseppe Schillaci, Paolo Grassi, Linda Calvino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/04/30/tryptique-recitatif-giuseppe-schillaci-paolo-grassi-linda-calvino/</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 05:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>I tre racconti che seguono sono stati letti dagli autori in occasione del primo incontro della serie <a href="http://www.oblique.it/eventi_8x8_2009a_serate.html">8&#215;8</a>, ideato da Leonardo Luccone e che si svolge  presso il Caffè Fandango, piazza di Pietra 32, Roma, a partire dalle ore 21.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/30/tryptique-recitatif-giuseppe-schillaci-paolo-grassi-linda-calvino/">Tryptique récitatif: Giuseppe Schillaci, Paolo Grassi, Linda Calvino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>I tre racconti che seguono sono stati letti dagli autori in occasione del primo incontro della serie <a href="http://www.oblique.it/eventi_8x8_2009a_serate.html">8&#215;8</a>, ideato da Leonardo Luccone e che si svolge  presso il Caffè Fandango, piazza di Pietra 32, Roma, a partire dalle ore 21. Le date previste e le case editrici madrine sono state e saranno: martedì 21 aprile (minimum fax); martedì 5 maggio (Playground); martedì 25 maggio (Fanucci); martedì 9 giugno (Nutrimenti); martedì 16 giugno (Fandango). <strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/huitsofa-02.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/huitsofa-02.jpg" alt="huitsofa-02" title="huitsofa-02" width="400" height="300" class="alignnone size-full wp-image-17247" /></a></p>
<p><strong>Baglio della Magnolia</strong><br />
di<br />
<strong>Giuseppe Schillaci</strong><br />
Fuori l’aria era ferma. La luce del tramonto iniziava a scivolare sulle creature dell’Orto Botanico, quando Saverio uscì dal laboratorio e prese a vagare per i sentieri odorosi. E come ogni sera, prima di tornare a casa, Saverio provò a svuotare la mente: si fermava, respirava forte e immaginava di essere albero, solitario e solido, legno tra i legni. </p>
<p><strong>Assedio</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Barrella</strong><br />
Ha cominciato a tagliare l’erba alle otto, otto e un quarto. Sentivo il rombo del tagliaerba a motore, direttamente in testa come un martello. Mi sono alzato alle otto e venticinque ed ero già stanco morto.<br />
Ogni volta che prendo un nuovo lavoro, non riesco a dormire. (continua)</p>
<p><strong>L’ora è fuggita</strong><br />
di<br />
<strong>Linda Calvino</strong><br />
Avevo quattro anni quando mio padre morì.<br />
Me lo ricordo bene, perché ero certa che fosse successo per colpa mia. Eravamo in quella che i grandi chiamavano “la stanza dei giochi”. La casa era immensa: potevamo permetterci un’ala al piano superiore riservata alla zona notte, e un’altra al piano inferiore con un salone che sembrava una piazza d’armi, una cucina che pareva un refettorio, un bagno che ricordava il boudoir di Maria Antonietta di Francia, e la stanza dei giochi, appunto. (à suivre)<br />
<span id="more-17246"></span></p>
<p><strong>Baglio della Magnolia</strong><br />
di<br />
<strong>Giuseppe Schillaci</strong><br />
Fuori l’aria era ferma. La luce del tramonto iniziava a scivolare sulle creature dell’Orto Botanico, quando Saverio uscì dal laboratorio e prese a vagare per i sentieri odorosi. E come ogni sera, prima di tornare a casa, Saverio provò a svuotare la mente: si fermava, respirava forte e immaginava di essere albero, solitario e solido, legno tra i legni.<br />
Quella sera, si trattenne più del solito. Vagolava tra i giardini e non trovava il suo posto tra le piante. Davanti alle immense colonne del Ficus Strangolatore, detto volgarmente Magnolia, ammirò l’esplosione di liane che tutto avvolgevano e ingoiavano, incrociando rami e radici.<br />
Poi s’accorse d’un tronco che risaliva dal sottosuolo come cresta di drago e che pareva sfidarlo. Subito fu assalito dalle angosce, dalle nostalgie del tempo. E l’esercizio di vegetalizzazione, come lo chiamava lui, fallì definitivamente.<br />
Allora provò ad alzare le difese e tornò a pensare al lavoro, alla cura delle sue creature, e riprese a camminare tra gli arbusti con occhi da botanico: l’albero bottiglia riprendeva il suo vigore, l’ibiscus cominciava a fiorire, la palma Washington era ormai divorata dal punteruolo rosso.<br />
Saverio accelerò il passo. Costeggiò la fontana delle ninfee e s’infilò dentro la guardiola dove il portiere spiluccava un infinito cruciverba.<br />
“Che mangia stasera?”, gli chiese Damiano senza staccare gli occhi dal foglio.<br />
“Mi faccio il ragù”, rispose lui.<br />
“Buon appetito Dotto’.”<br />
Saverio uscì dall’Orto Botanico e venne aggredito dal rumore della città. Appena fu su via Lincoln, il suo pensiero si fissò sul punteruolo rosso, l’insetto assassino delle palme. Le larve penetravano sotto le fronde e ne succhiavano la linfa fino a svuotarle, la chioma si contorceva e poi crollava di colpo. Sul terreno restava il tronco senza testa come il cadavere di un condannato a morte. Saverio sentiva tutta la propria impotenza davanti a quelle carcasse dritte come pali della luce. Il rischio era la pandemia, l’estinzione dei palmizi dall’intero Mediter¬raneo: per Saverio si trattava di una tragedia collettiva e di una sconfitta personale.<br />
Per lui alberi e piante erano identità e memoria di un luogo. L’uomo, con la sua boria di stemmi e palazzi, era soltanto un accidente.<br />
Saverio camminava con lo sguardo sospeso e non si accorse delle smorfie languide delle puttane che popolavano via Lincoln. Forse era la vicinanza del mare a favorire la riproduzione del punteruolo rosso, l’aria di iodio e salsedine.<br />
A un tratto, dall’altra parte del marciapiede, giunse acuto un fischio e poi un sibilo come il risucchio di un lungo bacio serrato tra le labbra.<br />
Saverio lasciò il parassita e l’ipotesi dell’aria di mare e puntò gli occhi verso il motorino che cigolava sull’altra carreggiata.<br />
In sella c’erano due malacarne, uno col cappellino dorato e uno rasato, che fischiavano a una donna.<br />
La donna si stringeva in uno scialle nero e zampettava veloce tra i cofani delle automobili. I due malacarne, evidentemente, non cercavano compagnia a pagamento, e la donna comunque non sembrava offrire quel servizio.<br />
Saverio cambiò passo, fu subito dall’altra parte della strada e s’infilò a testa bassa tra il motorino e la donna.<br />
“E tu chi minchia sei?”, fece il malacarne con gli occhi famelici.<br />
“Che c’è!?”, gridò Saverio facendosi coraggio.<br />
“Cornuto e sbirro!”, rispose uno accelerando, mentre l’altro lo centrava con uno sputo.<br />
Saverio si pulì il viso con la manica della giacca e proseguì verso la donna con lo scialle nero, tentando di intercettare il suo sguardo. La donna seguitava a camminare sul marciapiede, mentre di fronte una puttana saliva su una Panda rossa.<br />
“Che volevano?”, chiese a un certo punto Saverio.<br />
“Niente, non li conosco”, rispose la donna, rallentando fino a fermarsi e lasciando che lo scialle scoprisse il viso ambrato.<br />
“I soliti cani!”, sbottò lui.<br />
“Grazie, sono arrivata”, fece la donna con un accento locale innestato su un ceppo straniero.<br />
“Se ha bisogno, io lavoro qui di fronte”, disse Saverio.<br />
“Arrivederci”, fece la donna accennando un sorriso e infilandosi in una stradina che lui non aveva mai visto prima: Baglio della Magnolia, c’era scritto sul tufo. Saverio fissò la sagoma mentre spariva nell’oscurità, poi si frugò in tasca e si accorse di aver dimenticato le pastiglie per il diabete.<br />
Tornò trafelato all’Orto Botanico col pensiero agli occhi neri della donna.<br />
Bussò al portone diverse volte prima che Damiano venisse ad aprire e poi, senza una vera ragione, gli disse di quella donna e di quei ragazzi sul motorino, omettendo il dettaglio dello sputo.<br />
Damiano alzò gli occhi dal cruciverba e balbettò con impeto, quasi urlando: “Sono loro la vera disgrazia di questa terra, Dotto’”.<br />
“I soliti parassiti, si sentono padroni già a tredici anni”, fece Saverio.<br />
“Ma la signorina chiamò aiuto?”<br />
“Aiuto o non aiuto, si vedeva che era in difficoltà…”<br />
“Brutta è la zona.”<br />
“Abitava qui di fronte, al Baglio della Magnolia”, continuò Saverio.<br />
“Al Baglio della Magnolia? Impossibile,” fece Damiano chiudendo il cruciverba, “lì non ci abita più nessuno da sessanta anni. Io lo so, perché ci stava mia madre in quelle case, prima delle bombe”.<br />
“Ma che dite Damiano?”<br />
“A parlare con gli alberi si diventa pazzi di catena, Dotto’… perdete colpi.”<br />
Saverio non gli diede retta, ingoiò la pastiglia e tornò subito fuori.<br />
Una luna sottile non riusciva a schiarire il cielo. Saverio pensava alla donna con lo scialle, ai suoi occhi neri. Poi ancora a quei cani arroganti, ai punteruoli della sua terra. Senza interrompere il flusso dei pensieri e dei passi, s’inoltrò nel vicolo buio dove era sparita la donna.<br />
In fondo formicolava il lumino di un altare per santi. La viuzza era ricoperta di rifiuti e girava subito a sinistra. I tufi diroccati non davano segni di vita e il cortile si chiuse dopo pochi passi in un cancello di ferro. Saverio avanzò nel buio, spingendo lo sguardo oltre le grate di ruggine.<br />
Dentro c’era un rudere assaltato da rampicanti e rovi e, proprio nel mezzo, una sontuosa magnolia.<br />
Saverio si stupì di non aver mai notato prima quell’esemplare meraviglioso di ficus strangolatore. Scrutò le linee sinuose dei tronchi, le acrobazie di rami e liane, la corteccia come pelle d’elefante. Provò a forzare il cancello, ma la base era fossilizzata al terreno.<br />
Spiando tra le foglie, oltre il labirinto di rami, vide un’altra creatura. Dentro la magnolia. Avvinghiata dalle trecce del pachiderma, c’era il tronco rinsecchito di una palma decollata. I tentacoli della magnolia si stringevano sulle vertebre della palma come a proteggerla o a soffocarla. Saverio sentì una profonda pietà per quel albero senza testa, ma non osò condannare la potenza fatale della magnolia.<br />
Poi si voltò a scrutare il vicolo, cercare tracce umane.<br />
Gli parve di vedere la donna con lo scialle nero, o almeno i suoi occhi, neri, come quelli d’Agata, la donna con cui Saverio aveva spartito la sua vita e che poi l’aveva lasciato solo. Sentì braccia che lo avvolgevano, occhi che lo fissavano, mani amorevoli e crudeli.<br />
“L’abbraccio tra due creature è sempre spasimo”, sussurrò Saverio venendo via dal baglio, e dagli occhi d’Agata. Le spire della magnolia non avrebbero allentato la morsa. </p>
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<p><strong>Assedio</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Barrella</strong></p>
<p>Ha cominciato a tagliare l’erba alle otto, otto e un quarto. Sentivo il rombo del tagliaerba a motore, direttamente in testa come un martello. Mi sono alzato alle otto e venticinque ed ero già stanco morto.<br />
Ogni volta che prendo un nuovo lavoro, non riesco a dormire. Mi sono addormentato verso le quattro, dopo essere stato sveglio per tre ore ed essermi alzato un paio di volte per la poppata del bambino. Non appena lo sentivo piangere, mi precipitavo a scaldare il biberon, mentre Livia si girava nel letto e implorava di lasciarla dormire. Chiaro: la mattina si alza presto per andare al lavoro, io no.<br />
Ho messo su il caffè e ho acceso la prima sigaretta. Mentre aspetto, do un’occhiata al frigo e annoto mentalmente la spesa per il pomeriggio. Sul tavolo il solito biglietto di Livia con le commissioni da sbrigare. Tra le altre cose devo andare al supermercato, perché il frigo è mezzo vuoto – ma di questo me ne sono accorto già io, e poi la portafinestra del soggiorno: ricordo che viene Mario per aggiustarla? Appallottolo il foglio e lo lancio nella pattumiera.<br />
Il ronzio del tagliaerba s’è fatto sempre più nitido e vicino, minacciosamente vicino. Prendo il caffè e spalanco le finestre. In fondo al viale noto la Cromo grigio metallizzata di Mario. Dopo poco lo vedo apparire dietro la siepe, al seguito del suo tosaerba maledetto. Credo che abbia guardato da questa parte, io mi tiro subito indietro. Chissà se mi ha visto.<br />
Mi chiudo nella mia stanza e accendo il computer. I tempi di consegna della traduzione sono strettissimi. Il primo lavoro decente, dopo tanto tempo. Si tratta di un sistema di videosorveglianza di una ditta tedesca che il comune vuole installare in ogni quartiere per la sicurezza dei cittadini. Credo che tutto questo si chiami politica del territorio o controllo del territorio, che poi è lo stesso. Dalla casa accanto sento le voci. Del bambino e della nonna, la madre di Livia. Lei gli canta una canzoncina per tenerlo buono. Non riesco a rendere bene una particolare espressione idiomatica che in italiano dovrebbe suonare pressoché così: non c’è niente che spaventa di più la gente che sentirsi in pericolo come un topo in trappola. Più o meno così. Sento picchiettare fuori, dal lato del soggiorno. Non è troppo presto per essere Mario? I colpi si fanno più insistenti, poi una voce chiama: “C’è nessuno?”. Come se non sapesse che ci sono io. Mi alzo e gli apro.<br />
“Disturbo?”<br />
“No, per niente.”<br />
Mario fa cenno alla portafinestra girando in un vortice l’indice della mano: “Sai tutto?”.<br />
“Sì, Livia mi ha informato, ma pensavo che dovessi prima finire in giardino.”<br />
“Già fatto!”, dice. “La mattina vengo presto, alle sette e mezzo già sono qua. Non mi hai sentito?”<br />
“No.”<br />
“No?”, mi guarda perplesso.<br />
“Vuoi un caffè? L’ho appena fatto.”<br />
“Non prendo caffè. Il dottore mi ha vietato di prendere caffè.”<br />
“Un succo di frutta, allora.”<br />
“Sì, un succo, grazie.”<br />
Svuoto il bricco, un bicchiere per lui, uno per me. Mario beve qualche sorso, poi si guarda in giro: “Prendo la scala”. Dice così e fa per dirigersi verso lo sgabuzzino delle scope.<br />
“Ci vado io.” Mi precipito a prendere la scala perché non mi va che si senta libero di girare per casa.<br />
Al mio ritorno, lo trovo già al lavoro. Fa girare sui cardini le imposte di legno della portafinestra. Poi osserva con cura il saliscendi fissato a uno dei battenti. I suoi movimenti sono abili e precisi, fa tutto con estrema calma, come se avesse tutto il giorno a disposizione. Infine sentenzia: “Bah! Adesso provo, così capisco il problema”. Chiude gli infissi interni di alluminio, alza le zanzariere e accosta le imposte esterne di legno. “Ecco, vedi? La maniglia del saliscendi tocca gli infissi e non riesce ad agganciarsi sotto.” Guarda su in alto. “Voglio però vedere se aggancia sopra. Mi reggi la scala? No, sopra sta bene. Allora è solo il gancio di sotto.”<br />
Scende e finisce il succo. Mi costringe a stare qui impalato, anche se non so fare un cazzo. Intanto sono già passate le dieci. Comincia a battere il gancio con un martello, e intanto chiacchiera. “Stamattina ho visto Livia. Correva come una matta, a stento mi ha salutato. L’ho vista strana. Mica avete litigato?”<br />
“No, non abbiamo litigato.”<br />
“Ah, no? Perché l’ho vista strana, allora ho pensato: vuoi vedere che hanno litigato?”<br />
“Non è così.”<br />
“Già, non è così.” S’interrompe per un attimo e mi fissa. Poi prosegue a battere: “Fa una vita troppo sbattuta, il bambino, la casa, il lavoro… A proposito, a te come va? Sei riuscito a ingranare?”.<br />
“Cioè?” Comincia ad innervosirmi, lui vuole chiacchierare, io non ho niente da dirgli, voglio solo ritornare al mio lavoro.<br />
Come se avesse letto nei miei pensieri, si affretta a dire: “Forse eri impegnato. Ti sto facendo perdere tempo”. Ma poi subito aggiunge: “Mi passi la tenaglia?”. Gliela passo e lui continua: “No, intendevo questo nuovo lavoro che hai preso. Ti va bene?”.<br />
“Insomma”, mi schermisco. “Non c’è male.”<br />
“Eh, lo so, questi sono lavori da due soldi, tanto tempo per buttare giù una pagina e poi ti pagano poco e niente. Secondo me, dovresti cercare altro. Prendi mio figlio: ha cominciato come operaio in una ditta e ora si è messo in proprio, padrone in casa sua.”<br />
Ma chi è, mio padre? Come si permette di parlarmi in questo modo? E poi chi lo conosce suo figlio? Ne parla sempre lui, mai visto. Annuisco con condiscendenza, ma dentro mi monta la rabbia. Taccio del tutto. All’improvviso sentiamo piangere il bambino.<br />
“Non è che si sente male?”, chiede Mario con tono preoccupato.<br />
“Non… credo. È un po’ irrequieto perché sta mettendo i denti.” Cerco di tranquillizzarmi. In realtà ho il terrore che la nonna mi porti il bambino prima delle quattro.<br />
Mario scuote la testa: “Per principio, io sono contrario a lasciare i bambini dai nonni. Ai miei figli ci ha sempre pensato mia moglie. Certo, io lavoravo e lei no, però era giusto così. Altri tempi. Ora è cambiato tutto”.<br />
Per fortuna il bambino ha subito smesso di piangere, si sente che gioca di nuovo con la nonna.<br />
“Toh, hai sentito? La nonna ci sa proprio fare”, continua lui. “Certo, se non ci fosse lei che ve lo tiene…”<br />
Lo stoppo subito: “Ora se permetti vado di là a finire il mio lavoro”.<br />
“Oh, scusami se ti ho fatto perdere tempo. Vai pure. Tanto, qui tra un po’ ho finito.”<br />
Sarà! A me sembra ancora in alto mare.<br />
Appena mi siedo, riprende a battere con il suo fottuto martello. Niente, non riesco a concentrarmi con quello di là che fa un fracasso del diavolo. Mi rialzo, esausto. È quasi mezzogiorno. Mi viene voglia di altro caffè. Di là non sento più niente, s’è placato. Lo trovo seduto sul divanetto di vimini che sfoglia la Guida Tv. Con sgomento, mi accorgo che ha smontato la portafinestra.<br />
“Mi riposavo un po’”, dice come per giustificarsi. “Ho la schiena a pezzi. Che fai, prendi altro caffè?”<br />
“Sì, mi va. C’era proprio bisogno di sfilarla via?”, chiedo indicando la portafinestra appoggiata alla parete.<br />
“Come sarebbe a dire?”, dice lui, offeso. “Certo che ce n’era bisogno! Ti pare che potessi lavorarci senza smontarla tutta?”<br />
“Pensavo che ci volesse meno tempo”, provo a rimediare.<br />
Ma lui non gradisce e aggiunge in tono ironico: “Ma certo, adesso sono tutti bravi a dirti come vanno fatte le cose”.<br />
“Scusa, non intendevo offenderti.”<br />
“No, niente, niente”, fa lui. Si alza e si rimette al lavoro. Di tanto in tanto mi sbircia al di sopra degli occhiali che gli sono scivolati sulla punta del naso. Io lo guardo, lui mi guarda. Aggiusta con un dito gli occhiali sul naso, poi sbotta: “Che fate, vi separate?”.<br />
Mi colpisce come una cinghiata in faccia, sono annientato, depongo le armi contro l’intruso. Scuoto la testa: “Non lo so, non lo so…”.<br />
Mi interrompe con un’alzata di mano: “Quand’è così, va fatto. Fino a quando potete continuare così?”.<br />
Annuisco trattenendo le lacrime, non ho più la forza di muovere un muscolo.<br />
Mario si avvicina, rattristato. Mi abbandono sulle sue spalle, piango come un bambino.<br />
Usciamo. Ci allunghiamo in silenzio fino al cancello. Dovrò rivedere tutto, da adesso in poi dovrò rivedere la mia vita da cima a fondo.<br />
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<p><strong>L’ora è fuggita</strong><br />
di<br />
<strong>Linda Calvino</strong></p>
<p>Avevo quattro anni quando mio padre morì.<br />
Me lo ricordo bene, perché ero certa che fosse successo per colpa mia. Eravamo in quella che i grandi chiamavano “la stanza dei giochi”. La casa era immensa: potevamo permetterci un’ala al piano superiore riservata alla zona notte, e un’altra al piano inferiore con un salone che sembrava una piazza d’armi, una cucina che pareva un refettorio, un bagno che ricordava il boudoir di Maria Antonietta di Francia, e la stanza dei giochi, appunto.<br />
Eravamo nella stanza dei giochi. Mio padre e io. Soli.<br />
Coloravo un album di figure, per terra, accoccolata sulle ginocchia, tra pastelli di cera e pennarelli Carioca. Animali che nascevano a nuova vita grazie alle tinte improbabili partorite dalla mia fantasia: elefanti blu, giraffe verdi e viola, leoni rosa acceso.<br />
Lui doveva aver pensato che era un’occupazione troppo statica e noiosa per una bambina di quell’età, così si alzò dal divano su cui era sdraiato a leggere il giornale e mi si avvicinò con fare scherzoso, clownesco quasi.<br />
“Allora, amore di papà?… Basta con questi colori, su! Corri, corri, che t’acchiappo!”<br />
Prese a solleticarmi lungo le costole, cosa che detestavo al punto di concentrarmi su una reazione il più possibile violenta che avesse il potere di far cessare quella tortura. I grandi pensano che sia divertente, ma non funziona così con tutti.<br />
Gli urlavo di smettere, ma i miei urli anziché impietosirlo lo eccitavano, e mi solleticava ancora, e ancora. Cominciai a scalciare, cercando di colpirlo più per fargli male che per liberarmi dalle sue dita insistenti e cattive. Credo anche di avergli piantato i denti in una mano, stringendo forte, più forte che potevo, convinta di essere il leone rosa del mio album di figure che non ero riuscita a completare.<br />
Gli mollai un calcio in faccia. Mio padre si portò le mani alla bocca con un lamento, poi le tirò via insanguinate. Gli avevo spaccato un labbro. Approfittai della cosa per mettermi in piedi e schizzare verso la piazza d’armi del salone. Lui mi corse dietro.<br />
“Dove vai, disgraziata? Vieni qua! Guarda che hai fatto a tuo padre!”<br />
Correvo per come può correre una bambina di quattro anni. La distanza da coprire per arrivare al salone mi sembrò infinita, ma lì avrei potuto facilmente trovare scampo; mi sarei rifugiata sotto il tavolo, o forse nell’anfratto tra il muro e la credenza dell’Ottocento inglese, oppure dietro la poltrona da barbiere nell’angolo vicino al balcone.<br />
Lui stava per raggiungermi. Non mi rendevo conto che il suo era un finto inseguimento, che avanzava a falcate lente per darmi l’illusione di essere un coniglio braccato da un lupo. Correvo, correvo tutt’intorno al salone, sbattendo contro le sedie e i tavolini pieni di cornici e ninnoli d’argento, incespicando sui tappeti, tirandomi su, piangendo. Avevo ferito mio padre, gli avevo spaccato un labbro. Quale punizione mi attendeva? Mi avrebbe picchiata con le sue mani enormi? Costretta a mangiare merluzzo? O avrebbe ripreso a solleticarmi fino a farmi morire?<br />
Un rantolo.<br />
Alle mie spalle.<br />
Non capii subito, concentrata com’ero sulla ricerca della salvezza.<br />
Poi forse l’istinto.<br />
Mi girai.<br />
Lui era in piedi. Barcollava, la bocca spalancata, la mano sul petto.<br />
Succhiava l’aria e la risputava fuori come un mantice, le dita artigliate alla camicia.<br />
Cadde in avanti, contro la spalliera della sedia infilata sotto il tavolo da pranzo. Ci rimase aggrappato con un braccio mentre precipitava per terra a faccia in su, trascinandosela dietro.<br />
Boccheggiò e si contrasse per qualche secondo, come il pesce rosso che avevamo comprato insieme al luna park e che io avevo subito tirato fuori dall’acqua pensando che tutta quella umidità gli avrebbe fatto male.<br />
Poi, più niente.<br />
Solo due occhi sbarrati, un rivolo di sangue dal labbro, e silenzio.<br />
Era la prima volta che moriva.</p>
<p>*</p>
<p>Mi piaceva leggere.<br />
Nonna mi aveva insegnato a farlo che ero molto piccola.<br />
Mi raccontava storie bellissime nascondendomi però alcuni dettagli, e mi spingeva a cercarli nei libri di cui casa sua era piena, anche in soffitta, dove li teneva stipati dentro imponenti bauli in mezzo a vecchie biciclette, cimeli di famiglia e agli sci con cui andava in montagna quando era ragazza. Mi perdevo tra pirati, piccole donne e piccole donne che crescevano, lampionai e figli del capitano Grant.<br />
Un giorno scoprii Pinocchio e me ne innamorai. Imparai a leggerlo dando anche la giusta intonazione: di volta in volta ero il narratore, maestro Ciliegia, il Grillo parlante o la Fata dai capelli turchini. Mio padre aveva comprato un registratore a bobine, e io, novella Sarah Bernhardt, trascorrevo interi pomeriggi a incidere me stessa mentre interpretavo Le avventure di Pinocchio.<br />
Eravamo in salone. Mio padre e io. Soli.<br />
Lui leggeva il giornale sdraiato su un mastodontico divano bianco: occupava due pareti, ed era composto da più blocchi che si spostavano sul pavimento liscio ogni volta che ti ci stendevi, creando un vuoto improvviso e facendoti finire col sedere per terra.<br />
Io stavo sul tappeto, il libro di Pinocchio spalancato sul grembo, tutta presa a dare il meglio di me nella registrazione di una delle sue avventure.<br />
Declamavo con la bocca appiccicata a un microfono rettangolare, grigio chiaro, con una specie di griglia sul davanti e un ferretto sul retro che serviva a tenerlo in piedi se lo si poggiava su un piano. Ma non mi davo pace: ora mi dava fastidio tenerlo in mano, ora mi pareva troppo lontano dalla bocca, ora si chiudeva il ferretto di sostegno e il microfono cadeva.<br />
I rimproveri di mio padre arrivavano puntuali a ogni decisione che prendevo sulla sorte di quell’aggeggio.<br />
“Ferma… Spostalo dalla bocca, è troppo vicino… Attenta con quel ferretto… Piano, che lo rompi… Non tirare troppo il filo… Fa’ attenzione a dove lo poggi… Vuoi starmi a sentire, sì o no?”<br />
Ma io avvertivo un piacere sottile a fare l’esatto opposto di quello che lui mi ordinava; ci provavo gusto, e questo lo faceva imbestialire.<br />
Cominciò a strillare, appallottolò il giornale con rabbia e lo lanciò, mettendosi di scatto seduto sul divano e facendo spostare i blocchi su cui era disteso fino a poco prima, precipitando a terra di culo.<br />
Scoppiai a sghignazzare, additandolo, e polverizzando in un istante tutto il suo carisma genitoriale.<br />
Fu un attimo.<br />
Di colpo divenne livido e prese ad ansimare. Si portò la mano al petto e gorgogliò.<br />
Poi fece una specie di sibilo, e piano piano reclinò la testa.<br />
Rimase lì, immobile, col culo per terra, stretto fra i due blocchi del divano bianco.<br />
Lo fissai per un po’ senza muovere un muscolo, in silenzio.<br />
Riafferrai il microfono, lo appiccicai alla bocca e ricominciai: “C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze…”<br />
Era la seconda volta che mio padre moriva, e non ne ero più tanto convinta.</p>
<p>*</p>
<p>Da allora, sarà morto una ventina di volte.<br />
O forse di più, ma ho smesso di contarle da tempo.<br />
E adesso che sono qui, in chiesa, avvolta dai fumi penetranti dell’incenso e dalle salmodie del prete con la stola viola al collo, fisso la bara e osservo la gente intorno.<br />
Piangono.<br />
Quando l’altra sera mio padre ha preso a rantolare e si è portato la mano al petto, nessuno ci ha badato. È caduto come una pera cotta davanti al lavello, in cucina; e lì è rimasto. Abbiamo cenato, rassettato, muovendoci anche con una certa difficoltà attorno al suo corpo ingombrante. L’indomani mattina stava ancora là.<br />
Per tutta la vita ha finto di morire per spiare le reazioni di chi assisteva alla sua fine, e ora che è morto sul serio non può godersi lo spettacolo.<br />
Piangono.<br />
Solo io sono fredda e impassibile. So da un pezzo cosa si prova a perdere il padre. Le mie lacrime le ho già piante tutte e non ne ho più da regalargliene.<br />
Fosse per me, lo butterei nudo nella terra nuda; lo getterei negli abissi, in pasto ai pesci.<br />
Esco dalla chiesa e mi incammino verso il lungomare.<br />
Soffia una brezza piacevole.<br />
Mi rollo una canna.<br />
E rido. Finalmente, rido.</p>
<p>#<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/microfono.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/microfono.jpg" alt="microfono" title="microfono" width="360" height="360" class="alignnone size-full wp-image-17248" /></a></p>
<p><strong>Intervista a Leonardo Luccone</strong></p>
<p>Forlani: <em>Leonardo, cos’è 8&#215;8? Un Suv?</em></p>
<p>Luccone: Macché. <em>È un concorso letterario (l’unico senza quote di iscrizioni e senza premi, a parte qualche libro che il vincitore sarà costretto a portarsi a casa) che abbiamo organizzato noi di Oblique Studio con Fandango. A corredo ci sono una serie di case editrici (le madrine) che ci accompagneranno in quest’avventura. Precisamente: minimum fax, Fanucci, Playground e Nutrimenti. Volevamo fare una cosa divertente e autocanzonatoria, e soprattutto fare uno sberleffo agli insulti di una triste stagione dei premi. Mi piacerebbe che partecipasse il grande pubblico di lettori e scrittori di qualità e aspirazioni. Qualche notizia in più si trova <a href="http://www.oblique.it/eventi_8x8.html">su questo link.</a><br />
</em><br />
Forlani: <em>Sei sicuro che non si vince niente? Nemmeno ai giurati va qualcosa? Che so, una pizza e birra, un gratta e vinci, insomma un incentivo ci sarà.</em></p>
<p>Luccone: <em>A te una pizza (salsiccia e friarielli, ndr) e una birra te la offro io di cuore. Questa manifestazione è a costo zero per tutti. Credo che l’unica cosa che un autore debba volere è essere letto. Qui noi chiediamo una cosa in più: che sia l’autore a leggere sé stesso. Mi rendo conto che i valori potrebbero alterarsi, ma fa parte del gioco. Voglio riprendere la grande tradizione romana delle letture ininterrotte davanti al pubblico. I bei tempi di Braci e Prato pagano.</em></p>
<p>Forlani: <em>Ci spieghi allora in cosa consiste the game?</em></p>
<p>Luccone: <em>Chiunque può mandare un racconto inedito che soddisfi queste due condizioni: deve essere lungo al massimo 8000 battute e deve poter essere letto in otto minuti. C’è una preselezione con un comitato formato da persone di Fandango e Oblique e quaranta fortunati potranno leggere i loro racconti. Cinque serate, otto racconti per sera. Al Caffè Fandango, in pieno centro di Roma.<br />
Ogni serata sarà caratterizzata dalla presenza di una casa editrice madrina che entrerà a far parte della giuria insieme a persone di Fandango e di Oblique Studio. Oltre a questa giura, che per prenderci in giro chiamiamo di qualità (e in effetti sembra proprio quella di Sanremo o quella di Ballando con le stelle), c’è la giuria popolare, costituita dal pubblico presente il sala. Tutto qua.</em></p>
<p>Forlani: <em>Quando si comincia? Avete già delle adesioni?</em> </p>
<p>Luccone: <em>Abbiamo cominciato da tre settimane. Sono arrivati già duecento racconti. Dieci giorni prima di ogni serata (la prima è stata il 21 aprile, con minimum fax a fare da madrina) pubblichiamo i nomi dei selezionati sul sito di Oblique. E così via fino al 16 giugno, gran finale con Fandango.</em></p>
<p>Forlani: <em>Si puoi dire se ci sono stili e temi ricorrenti, provenienza geografica, anagrafica, insomma se ci sono nuove dal fronte occidentale? Oltre alla scrittura sarà premiato anche il livello performativo?</em></p>
<p>Luccone:<em> Grosse nuove non ce ne sono. Mi sembra che i racconti siano in linea con la qualità e i temi dei manoscritti che invadono le case editrici. Domina il solito autobiografismo. Disagio giovanile, solitudine. Inadeguatezza. C’è molta tristezza e amarezza di fondo. Le storie incardinate sulla famiglia sono la maggior parte. Quanto alla provenienza: sono arrivati racconti da Biella a Palermo, con un prevedibile picco su Lazio e Campania. L’età è compresa tra i venti e cinquant’anni. Tra i racconti arrivati ci sono pure quelli di scrittori già conosciuti, giornalisti e amici.<br />
La tua idea di premiare la performance è molto bella. La faremo nostra.</em></p>
<p>Forlani: <em>Girando per l’Italia mi sembra che si stia delineando – come nel passato, forse di meno o di più – una cartografia letteraria che vede Roma e Milano come centri di aggregazione letteraria, di lettori e scriventi. Secondo te conta molto la spinta degli editori? </em></p>
<p>Luccone: <em>Sì, è così. Roma sta crescendo molto. C’è un’interessante spinta dell’editoria giovane. C’è aggregazione, voglia di fare, spirito di iniziativa. Ci manca – complessivamente – il mestiere, e i progetti sono un po’ vacillanti. Ci si monta la testa facilmente, si pensa troppo presto a far cassa, e il pubblico se ne accorge. Quando i passaggi da meteore a case editrici di catalogo (e tra queste ci metto solo e/o; altri candidati sono Fanucci, Fazi e minimum fax; dal ragionamento ho escluso Newton&#038;Compton e Einaudi Stile libero) saranno una decina, l’incidenza dell’editoria romana sarà più significativa e forse i distributori avranno un po’ più di rispetto. La casa editrice romana più significativa degli ultimi trent’anni, secondo me, è stata Theoria.<br />
Milano e Torino continuano a essere il passato e il presente. Ora però il futuro devono cominciare a guadagnarselo anche loro.<br />
</em><br />
Forlani: <em>I partecipanti si giocano una qualche chance in questa occasione di concorso?</em></p>
<p>Luccone: <em>Eh sì. Ci mettono la faccia. E poi ad ascoltarli ci sono editor, responsabili di collana. Chissà che non venga fuori qualche nuovo talento…</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/30/tryptique-recitatif-giuseppe-schillaci-paolo-grassi-linda-calvino/">Tryptique récitatif: Giuseppe Schillaci, Paolo Grassi, Linda Calvino</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Trip Tryque Trac</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 11:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/tonneaux.jpg"></a><br />
 immagine: <strong>Botti di Fine anno</strong></p>
<p>ovvero dei tre movimenti (e dei suoi autori)</p>
<p><em>Bacio Rosie sul collo, più d’una volta. Il suo odore pungente mi fa contento come un bambino. </em><br />
<strong><em>Giuseppe Schillaci</em></strong></p>
<p><em>Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, ma che dice? Perché mai qualcuno dovrebbe voler comprare per l’anno nuovo un qualcosa di antico e usato?</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/31/trip-tryque-trac/">Trip Tryque Trac</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/tonneaux.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/tonneaux.jpg" alt="" title="tonneaux" width="500" height="210" class="alignnone size-full wp-image-12978" /></a><br />
 immagine: <strong>Botti di Fine anno</strong></p>
<p>ovvero dei tre movimenti (e dei suoi autori)</p>
<p><em>Bacio Rosie sul collo, più d’una volta. Il suo odore pungente mi fa contento come un bambino. </em><br />
<strong><em>Giuseppe Schillaci</em></strong></p>
<p><em>Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, ma che dice? Perché mai qualcuno dovrebbe voler comprare per l’anno nuovo un qualcosa di antico e usato? Ma poi, usato da chi?</em><br />
<em><strong>Gianni Campi</strong></em></p>
<p><em>Uno tenta sempre di fare il meglio e di essere al meglio – poi c&#8217;è tutto un mondo intorno e le cose migliori possono diventare impossibili</em><br />
<strong>Guido Tedoldi</strong><br />
<span id="more-12928"></span></p>
<p><strong><em>Giuseppe Schillaci</em></strong></p>
<p><em>Rosse: le vetrine, le tovaglie, le foglie.<br />
Pulsano le strade, le vene nel ventre.<br />
Volteggiano gambe di plasma e voluttà.<br />
Sinistre ministre delle pari opportunità</em>. </p>
<p>Il Pandino ruggine di Nino digrigna le gomme contro l’asfalto e caracolla sotto lumi pulsanti d’auguri. Come tradizione, il giorno della festa si va alla Marina a fare il giro delle Nere.<br />
Nino passa da casa mia e andiamo verso il mare, l’addome rigonfio d’antipasti e dolci. Giunti al parcheggio, abbassiamo il finestrino. Aspettiamo una carezza, lingua tra le labbra, mugolii da rievocare per eccitazioni solitarie.<br />
Il cielo rossastro si vela di grigio, quando Nino, senza una parola, infrange il classico rituale, apre lo sportello e scende. Lo seguo,  automa imbottito di cibo, tra la bruma del terreno cespuglioso. Ci addentriamo nella terra proibita che separa il parcheggio dai megaliti del porto e siamo subito circondati da trecce corvine, narici guerriere, pizzi luccicanti e curry. </p>
<p>Rimango immobile, inadeguato alla contrattazione. Le Nere bisbigliano, squittiscono, ululano: amore, bello, tesoro mio. Io non riesco ad articolare suono, continuo a ciondolare la testa, mentre il cielo diventa più scuro. Nino si muove rapido, parla con tutte, chiede il nome e la provenienza: Cindy, Terry, Michel, Rosie, Camerun, Senegal, Ciad.<br />
Rosie è la più bella, mi avvicino, le chiedo da quanto sia in città.<br />
“Poco, stata Milano, Firenze…”<br />
Le chiedo se le piace Firenze; lei dice vagamente di sì. Poi mi chiede, per la seconda volta, se voglio fare l’amore. Io annuisco, domando se le piace stare alla Marina. Rosie sorride, gli occhi d’amazzone, le labbra languide: “Secondo te, amore?” Mi prende sotto braccio e mi porta verso il mare.</p>
<p>La sagoma di Nino spunta da dietro una palma nana. La Nera è piegata e lui spinge con l’anca, fissa estasiato l’orizzonte.<br />
Io e Rosie raggiungiamo il piccolo fuoco attorno cui si radunano le altre. Nessuna di loro viene avanti per corteggiarmi; mi sento un ospite adesso. Chiedono il mio nome e sghignazzano felici, perché nella loro lingua, mi spiega Rosie, quel suono vuol dire “pollo”.<br />
Poi Claire, il viso d’ossidiana, le spalle rotonde, prende a cantare una canzone di Phil Collins e le altre fanno il coro. Cindy saltella sulle scarpe da tennis e intona l’altra strofa con voce di soprano. L’eburneo inglese, a quanto pare, è l’idolo della Marina.</p>
<p>Nino alza i pantaloni dal terreno freddo e ci raggiunge raggiante, mentre la sua Nera accende una sigaretta e dirotta i tacchi verso il parcheggio.<br />
Dal mare s’alza una tiepida brezza. Cindy m’obbliga a cantare, poggiandomi sulle spalle i seni imbottiti. Bacio Rosie sul collo, più d’una volta. Il suo odore pungente mi fa contento come un bambino.<br />
All’improvviso, s’agitano ombre. Strilli, fischi, braccia a sventolare.<br />
Rosie mi sorride, sussurra “ciao, tu bravo… ritorni” e corre verso le giostre, dietro alle altre.<br />
Nino e io scappiamo nella direzione opposta.</p>
<p>Dopo qualche istante, le sirene squarciano il cielo e due minigonne rosse sono caricate su una gazzella. Guardiamo la scena da lontano, i movimenti severi delle guardie.<br />
Strisciamo dentro il Pandino, Nino mi chiede se ho scopato. Annuisco anche a lui.<br />
Accende il motore e partiamo senza frizione. Un traffico assonnato serpeggia per le strade della festa.<br />
“Voglio andare a Dakar” dico.<br />
“Chissà che fine fanno queste nere?” fa Nino con una voce triste, commiserazione e indifferenza.<br />
“Speriamo che le lascino in pace”<br />
“A momenti arrestavano pure noi…” </p>
<p>Io e Nino non parliamo più. Passiamo sotto l’ennesima luminaria e ci fermiamo al rosso dell’incrocio. Sopra le nostre teste un immenso cartellone: la donna in lingerie ammicca a Babbo Natale. Fisso con ribrezzo i suoi occhi cospiranti, stelle spente, sana schiavitù. </p>
<p><em><strong>Gianni Campi</strong></em></p>
<p>Rivenditore: &#8211; Astrologari strologanti! Antiquitari oracolanti! Per le necessità tutte!<br />
Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, non Le pare che questi prodotti non siano beni di prima necessità? che queste cose che desidera vendere siano un po’, come dire, superflue, inutili, senza alcuna necessità, o, quanto meno, fuori dal comune?<br />
Rivenditore: &#8211; Se pur fossero robe estravaganti dalla tradizione comunitaria, non potrebbe dirsi altresì che il negro semen, oh! capovolta nemesi d’i imaginaria!, vi  si insemini, incolto nel colto, immondo nel mondo, impuro nel puro?<br />
Passante: &#8211; Che linguaggio da imbonitore, così esclamativo: le parole che usa non Le pare siano in qualche modo strane?<br />
Rivenditore: &#8211; Se pur fosse una estravagante lingua morta, o soltanto stranitae straniera, non potrebbe dirsi comunque che non sia estrema, o che non siaalla ricerca d’un punto di contatto del contrasto di tra l’esiziale esistenza e la vitale inesistenza.<br />
Passante: &#8211; I Suoi modi di dire son certamente curiosi.<br />
Rivenditore: &#8211; Abbecedari usati! Abbecedari logori! Abbecedari laceri! Non Le necessitano analfabetici abbecedari?<br />
Passante: &#8211; Mi scusi, Signore, ma che dice? Perché mai qualcuno dovrebbe voler comprare per l’anno nuovo un qualcosa di antico e usato? Ma poi, usato da chi?<br />
Rivenditore: &#8211; Forse è un libercolo antiquo, e mai usato, forse è un trattatello distratto di geometria o retorica, di figure sfigurate, di forme difformi, che non contenga contenuto d’alcunché: al suo interno potransi  ammirare imagini d’un immaginario morto, parole desuete, inuse, dismesse. O forse è stato<br />
usato, sì, ma senza aprirlo, a uso e consumo proprio improprio, usato dunque quale controparte per aprirsi al gran teatro del distolto, dell’inconsueto, del disuso: il gran teatro pien di vuote meraviglie!<br />
Passante: &#8211; Lei parla senza venire al dunque. Lei divaga, Lei è quanto mai vago. Lei ancora non ha detto da chi sia stato usato.<br />
Rivenditore: &#8211; Se le dicessi chi, Lei non potrebbe crederci, Lei non potrebbe credere più a niente.<br />
Passante: &#8211; Me lo dica comunque. Per capire. Per capirsi. Per capirci.<br />
Rivenditore: &#8211; Pinocchio.<br />
Passante: &#8211; Pinocchio?<br />
Rivenditore: &#8211; Ha visto?<br />
Passante: &#8211; Cosa?<br />
Rivenditore: &#8211; Non è che incredibile quel che non è da credere, quel che non ha credito né credo, ma solo e soltanto discredito e dubbio. Ma non dubiti dei debiti. Né ne sia certo. Tutti i libri sono un unico libro, che si scrive, che ci scrive.<br />
Passante: &#8211; Non La seguo.<br />
Rivenditore: &#8211; Per seguire l’esser pinocchio, Le necessita appunto l’analfabeto, in cui colui che segue precede: la nota frase ignota della verità della menzogna, della follia ragionevole, dell’errore esatto; la morte viva, la vita morta, là, dove dovunque, quando quandunque, come comunque, quanto quantunque.<br />
Passante: &#8211; Lei è proprio matto!<br />
Rivenditore: &#8211; Forse l’abbecedario ha solo e soltanto di coteste pagine matte, dai mille millanta colori appunto non lucidi, sì ben ludici.<br />
Passante: &#8211; Lei gioca con le parole, e con le frasi, senza farsi capire, senza dir<br />
niente, senza significare niente<br />
Rivenditore: Forse l’abbecedario non è altro che un lunario, un enigmatico lunario labirintico, una summa sottratta al senno, le di cui pagine sian state scompaginate, in cui vi si possa trovar di tutto senza che niente si perda.<br />
Passante: &#8211; In verità, pare proprio il contrario: non vi si trova niente, e si perde tutto.<br />
Rivenditore: &#8211; Forse è perdendosi che ci si trova, non trova?<br />
Passante: &#8211; Se ci si perde, come ritrovarsi? Parlare con Lei è proprio tempo perso.<br />
Rivenditore: &#8211; Forse non si ha più tempo da perdere: nessuno ha più tempo da perdere. Così, per nulla. Per non aver che il nulla da fare, per non essere che un nulla facente. Così, per nulla. Per non aver che il nulla da dire, e nulla, nulla da dare.<br />
Passante: &#8211; Le ho dato tutto il mio tempo. Ora non me ne resta più. Questo tempo non si ritroverà più.<br />
Rivenditore: &#8211; E pure, se solo offrisse quattro soldi per cotesto abbecedario lunambolo, per cotesto lunario analfabetico, magari potrebbe venire a conoscenza del luogo dove ritrovare il tempo.<br />
Passante: &#8211; Un luogo dove ritrovare il tempo?<br />
Rivenditore: &#8211; Un luogo di ritrovo.<br />
Passante: &#8211; Un luogo di ritrovo? Ma che dice?<br />
Rivenditore: &#8211; Non è forse un luogo di ritrovo il luogo ideale della realtà oggidiana? Lei non cercherà certo un luogo reale per l’ideità!<br />
Passante: &#8211; Ma di che parla? Lei non sa più nemmeno parlare.<br />
Rivenditore: &#8211; Non si sa che dire per parlare, non si sa di che parlare per dire.<br />
Passante: &#8211; Ormai sono senza parole.<br />
Rivenditore: &#8211; Tutti si è senza parole: un sòno senza parole. Ecco, si sente una musica. Ecco, lo spettacolo del gran teatro sta per finire. Le ultime battute, questi colpi di gran cassa, ora. E la danza, ora. Ecco, il gran ballo, il ballo finale. Lo spettacolo è finito. Giusto in tempo per la fine del tempo.<br />
Per la fine dei tempi. Lo spettacolo sta per cominciare. Giusto in tempo per l’inizio del tempo. Per l’inizio dei tempi. Ecco, arrivano buone nuove! Nove lune, Signore, novissime! Nove novità, Signore? Non Le necessitano delle buone nuove?<br />
Passante: &#8211; Buone nuove per l’anno nuovo? Finalmente un auspicio!<br />
Rivenditore: &#8211; No, Signore.<br />
Passante: &#8211; Come no? E allora a che le nuove? Non ci sono buone novelle? Eppure, la vita è bella, non è così?<br />
Rivenditore: &#8211; Felicità! – disse Pinocchio. – Non è così?</p>
<p><strong>Guido Tedoldi</strong> </p>
<p> C&#8217;è questo giornalista, italiano. Mi ha anche detto come si chiama, ma vatti a ricordare, alla mia età&#8230; Dito&#8230; Dito qualcosa, boh. Mi ha mandato la sua letterina, come fosse un bambinello alle prime armi, invece è un adulto. Potrei evitare di rispondere. Ma adesso che la notte di Natale è quasi finita e ho portato i doni a tutti i bambini del mondo, mi rimane il dubbio di non aver fatto appieno il mio mestiere se non gli rispondo. Io regali agli adulti non ne faccio. Non sanno sognare. Ok, alcuni lo sanno fare, ma anche loro non mandano più le letterine a me. Non sognano più ME. Pensano di essere abbastanza esperti per sapere che non esisto. </p>
<p>Questo qua invece&#8230; vi leggo la sua letterina:  <em>Egregio Babbo Natale, ho una sola richiesta da farLe: un&#8217;intervista. Non sono sicuro che il mio direttore accetterebbe di pubblicarla, nel caso sapesse che Le ho fatto questa richiesta, e poi lavoro in un piccolo giornale di provincia per cui non posso garantirLe una grande audience. Ho qualche conoscenza in redazioni più grandi, anche nazionali, magari posso passar loro il materiale. In ogni caso sappia che quest&#8217;intervista interessa a me, e che un modo per scriverla lo troverò. Se Lei non mi farà questo regalo, capirò. Non sono stato granché buono nel corso dell&#8217;anno. E non Le prometto che sarò migliore l&#8217;anno prossimo, o mai. Uno tenta sempre di fare il meglio e di essere al meglio – poi c&#8217;è tutto un mondo intorno e le cose migliori possono diventare impossibili. La notte di Natale L&#8217;aspetterò a casa mia. Spero Lei verrà. Cordiali saluti Ugo Ditoleddi </em></p>
<p> Sono entrato in casa sua senza far rumore, ho spiato un po&#8217; in giro. Lui è concentrato nel fare qualcosa al computer. Le mie renne sono irrequiete, non amano lavorare dopo il sorgere del sole e temono che io faccia tardi. Ditoleddi sente il suono strano dei loro finimenti e guarda fuori dalla porta finestra. Le vede, poi si volta verso l&#8217;interno di casa e vede me. «Oh cazzo, Lei è venuto davvero», dice. Poi mi domanda se voglio un caffè. Rispondo di sì.  «Come ha cominciato?», mi domanda. Siamo seduti nel suo salotto, io su una poltrona lui al tavolo. Ha preso un bloc notes e una penna, ha anche acceso un registratore mp3 ma non penso gli servirà molto, di solito io non vengo registrato dagli strumenti. Gli domando a mia volta se vuole la storia vera oppure quella che qualcuno molto tempo fa ha cominciato a raccontare in giro e che di bocca in bocca è stata distorta fino a diventare lo standard accettabile. «Possibilmente la verità», dice, «se non è troppo&#8230; insomma, se non rivela cose che magari lei preferisce tener nascoste». Non me l&#8217;ha mai chiesta nessuno, la verità. </p>
<p>Con il tempo mi sono fatto l&#8217;idea che la verità su di me non sia importante, che la gente preferisca un certo mito e che non ha nesuna voglia di vederlo danneggiato. Comincio a raccontargli che ero bambino e che&#8230; Ditoleddi sembra colto da una sincope. È bloccato e inebetito. Solo un attimo, per fortuna. «Lei è stato bambino», dice, con un soffio di voce. Mmh, chi pensava che fossi? Certo che sono stato bambino. Sono un tipo un po&#8217; strano, lo ammetto, ma non COSÌ strano. Non mi domanda quando e dove io sia stato bambino, per cui non glielo dirò. Gli dirò invece dei miei compagni di scuola, del fatto che io ero figlio di un uomo ricco e andavo a scuola con la slitta condotta da un servo mentre i miei compagni di classe del villaggio erano poveri e ci andavano a piedi, alcuni con gli zoccoli tanto che il maestro li sistemava su una panca davanti alla stufa e ordinava loro di stare lì fino a metà mattina, o anche fin quasi alla fine della lezione. «State lì fino a quando non sentite che i vostri piedi siano diventati caldi», diceva. Ma loro tentavano di non spostarsi più perché un caldo così, d&#8217;inverno, a casa non lo sentivano mai. Il maestro era un grande, sapeva tutto, e spiegava in modo che tutti capissero. Non lasciava indietro nessuno. </p>
<p>A costo di ripetere tre volte, o quattro. Sembrava sempre sul punto di arrabbiarsi, ma non lo faceva mai. Spiegava e spiegava e spiegava ancora. Per lui non esistevano bambini intelligenti o ignoranti, e i ricchi erano uguali ai poveri. Io che ero quello vestito meglio non avevo per questo nessun privilegio. Sedevo in un banco in mezzo alla classe – vicini alla stufa quelli che avevano più freddo, lontani quelli che avevano più caldo.  «Una bella scuola di uguaglianza», dice Ditoleddi. Ha questo modo di far domande senza fare domande, buttando lì un commento come fosse la sbadata naturale prosecuzione del concetto in corso. «Come ci si regolava con i regali natalizi, a quell&#8217;epoca? Voglio dire, se Lei non aveva ancora cominciato&#8230; be&#8217;, c&#8217;era qualcun altro?». Non c&#8217;era nessuno. Alcuni bambini ricevevano regali, altri no. Mio padre, che era ricco, tornava spesso a casa la sera con qualcosa per me. Cioè, le sere che c&#8217;era. I miei genitori avevano una vita sociale molto attiva, erano spesso via. Sono cresciuto con le balie, la casa era piena di servi. La preoccupazione di mia madre, invece, era che io fossi sempre ben vestito. il mio guardaroba era in costante rinnovamento, diceva che diventavo grande troppo in fretta. Per i miei compagni di scuola non c&#8217;era nessuno in grado di badare a certe quisquilie. Il concetto di fare a se stessi o ad altri un regalo soltanto per sentirsi meglio non aveva mai attraversato le loro menti. Molti dei loro genitori lavoravano per mio padre, nei campi oppure in una delle fabbriche, e non avevano mai soldi, dicevano. Anche mio padre non aveva mai soldi, diceva. Usavano le stesse parole, ma intendevano cose diverse. Io comunque quando andavo a scuola perdevo le cose. Il cappello, per esempio. La mattina ce l&#8217;avevo, il pomeriggio quando tornavo no. Mia madre si preoccupava, mi rimproverava perché ero uno sbadato e perché la costringevo a comprarne sempre di nuovi (cosa che le dava grande gratificazione, peraltro). I genitori dei miei compagni di classe, invece, non chiedevano da dove venissero i cappelli che indossavano. O, se chiedevano, ricevevano risposte vaghe, tipo che li avevano trovati per strada. </p>
<p>Anche le bambine portavano cappelli di foggia maschile senza provocare scalpore.  «C&#8217;era il bullismo già allora&#8230;», commenta Ditoleddi. Non ha capito. Mica mi costringevano. Era una mia scelta. Mi sentivo bene, intimamente bene, a regalare le cose. Un giorno che c&#8217;era una bufera di neve, un bambino entrò in classe e aveva le orecchie così rosse che sembravano doversi staccare da un momento all&#8217;altro. Il maestro lo fece sedere vicino alla stufa, ma il bambino si mise a frignare perché sentiva male, le orecchie gli bruciavano e non si scaldavano. «Gli servirebbe un cappello», disse il maestro. E io mi feci avanti per dargli il mio. Il giorno dopo io avevo un nuovo cappello, per cui non chiesi indietro quello che avevo dato al bambino. Io potevo averne quanti ne volevo, i miei compagni di scuola invece no. Io potevo avere tutte le mantelline e le giacche e le scarpe che volevo, loro no. Fu una grande lezione. Dopo qualche volta che succedeva, non dovevo nemmeno più aspettare che il maestro mi desse il suggerimento, capivo io di cosa c&#8217;era bisogno e in che modo.  «Nella sua famiglia cosa dicevano? Non si accorgeva nessuno delle frequenti sparizioni di abiti?». No. Be&#8217;, forse sì&#8230; mi spariva così tanta roba che era impossibile non accorgersi. Però non mi diceva niente nessuno. Forse avevano capito e mi lasciavano fare. In effetti sarebbe bastato chiedere al servo che mi portava a scuola con la slitta e tornava a riprendermi, lui vedeva subito se c&#8217;erano differenze tra il mio vestiario del mattino e quello del pomeriggio. Ma non credo che il servo, pur nella condizione di farlo, avrebbe mai fatto la spia. Era complice. </p>
<p>Un giorno mi diede un pacchetto prima che entrassi in classe, conteneva pane e formaggio. Io gli dissi che avevo già la mia merendina per l&#8217;intervallo, ma lui mi invitò a non preoccuparmi, di prendere anche la sua che tanto la cuoca di casa nostra gliene avrebbe dato ancora se l&#8217;avesse chiesto. Io già normalmente dividevo la mia merendina con i compagni, perché a casa potevo averne quanta volevo. Quella mattina e altre simili avrei semplicemente diviso più cibo.  «Quindi non c&#8217;era niente di speciale legato al Natale», dice Ditoleddi. Be&#8217;, per me Natale era una festa. Per i miei amici era, più o meno, un giorno senza scuola. Un anno capitò che il numero dei regali che ricevetti – dai miei genitori ma anche dagli zii, dai nonni, da altre persone – fu davvero esagerato. Non avevo idea che intorno alle famiglie ricche ci fossero così tante persone desiderose di far regali. È una cosa che ho imparato meglio in seguito. C&#8217;erano giocattoli di tutti i tipi, capi di vestiario, dolci, denaro. Solo con un grande sforzo sarei riuscito a usare tutto, ad apprezzarlo davvero. In casa mia fu una festa sensazionale, come non ne avevo mai viste. Soprattutto i giochi mi sembrarono diversi, ben più divertenti di quelli che conoscevo. Mio padre disse che si trattava dei prodotti di una nuova fabbrica di cui era diventato socio. Io cominciai a pensare che di tutta quella roba, nel corso delle settimane successive, avrei saputo cosa fare. Come avevano reso felice me, potevano fare con i miei amici. Ma con il passare delle ore quel pensiero si andava precisando. Mi sembrava contenesse qualcosa di bello e grande, e cercavo di capirlo esplorando da molti punti di vista. Alla fine ero sicuro che, come quel giorno era stato una festa per me, sarebbe dovuto esserlo anche per i miei compagni di classe. E be&#8217;&#8230; così ho fatto per la prima volta quello che poi in seguito, negli anni a venire, avrei fatto sempre, e sempre più in grande.  «Cioè? La slitta, il vestito rosso, il saccone di regali&#8230;?». </p>
<p>Sì, tutte quelle cose. Sapevo che i miei genitori non sarebbero stati in casa quella notte, allora andai dal servo e gli dissi di preparare la slitta con la muta di renne più robusta e veloce che avevamo, perché dovevamo fare tutto alla svelta. Mi fece notare che nevicava, e che ero un bambino, e un po&#8217; di altre cose che di solito fanno passare la voglia. Non mi ricordo cosa gli dissi io, ma fui convincente. Il vestito rosso era un regalo che mia madre mi aveva fatto quel giorno, dicendo che era così sgargiante e unico nel suo genere che non potevo riuscire a perderlo&#8230; ma anche se l&#8217;avessi fatto qualcuno l&#8217;avrebbe certamente ritrovato e riportato. D&#8217;altra parte, chi oltre me avrebbe avuto il fegato di vestirsi così?  Il sacco non lo trovai. Non avevo idea di dove potesse essercene qualcuno in casa, e quindi portai a braccia tutti i pacchi dal salone di casa alla slitta parcheggiata fuori. Feci tutto da solo, in un numero di tappe che mi parve esagerato, ma non chiesi aiuto a nessuno della servitù perché meno gente sapeva meglio era. Qualcuno in casa mi vide, ma spiegai che stavo portando la mia roba nella mia cameretta, e contro tutte le aspettative mi credettero. All&#8217;epoca non ero ancora esperto di certe cose, e rischiai di rovinare l&#8217;impresa per inadeguatezza di mezzi, invece riuscii nel mio intento. Con il tempo sono diventato bravissimo, e ne vado orgoglioso. Il tocco da maestro fu mascherarmi con una finta barba bianca, così nessuno mi avrebbe riconosciuto  «E i suoi compagni di scuola, La ringraziarono?». Ditoleddi da qualche minuto ha un&#8217;espressione enigmatica. Forse pensa che non gli stia dicendo la verità. I miei amici non sapevano che avevo organizzato tutto io. Feci in modo che non mi vedessero. </p>
<p>Quando tornarono a scuola erano tutti contenti, e si raccontavano questo evento straordinario, e comparavano tra di loro il bendidio che avevano inaspettatamente ricevuto. Cioè, pensavo di aver fatto tutto con cura, ma qualcuno doveva avermi visto perché nei giorni successivi cominciarono a circolare delle voci su un certo tizio vestito di rosso. Una la sentii anch&#8217;io, e contribuii ad alimentarla: una dama di compagnia di mia madre disse alla cuoca che una sua amica non aveva visto direttamente però sentito da fonte affidabilissima che il tizio in rosso fosse alto due metri e mezzo, e che le renne della sua slitta erano così voraci che si erano mangiate l&#8217;intero tetto in paglia di una capanna mentre il loro padrone era dentro a&#8230; be&#8217;, fare le sue faccende, qualsiasi essere fossero. Io intervenni dicendo che il maestro a scuola ci aveva parlato di certe renne enormi che vivono su a nord, vicino al polo, e che sono capaci di ingoiare un intero albero in pochi istanti. La cuoca fece un risolino di circostanza, perché come volete che si possa credere a un bambino che parla di cose mai viste? Il giorno dopo, però, la sentii dire al venditore di olio che il maestro le aveva fatto vedere i disegni delle renne giganti che vivono al polo, le quali notoriamente mangiano in quantità smodata.  Ditoleddi soffoca una risatina. Fuori le mie renne sono in agitazione, agitano i finimenti per farmi capire che sta venendo mattina. Meglio che vada. Mi alzo di scatto dalla poltrona, le mie vecchie giunture emettono scricchiolii. Si alza anche il giornalista, e le sue giunture sono quasi più rumorose delle mie. Mi offre dell&#8217;altro caffè, dice che posso portarlo via nel termos. Gli dico che non posso accettarlo, perché se lo facessi dovrei tornare a riportarglielo. «Quando Lei vuole, con comodo», mi dice. Vorrà dire che tornerò.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/31/trip-tryque-trac/">Trip Tryque Trac</a></p>
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		<title>Perturbante</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 08:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/blue-turban.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p>Blob. Bombe e veline appagano a sufficienza le mie voglie catodiche. In basso scorrono già i titoli. Ho fatto tardi anche stavolta.<br />
La tv s’oscura appena, poi sullo schermo compaiono loghi istituzionali vagamente familiari. Una musica soave, il volto rassicurante di Gianni Minoli, il proiettore che si aziona.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/perturbante/">Perturbante</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/blue-turban.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/blue-turban-261x300.jpg" alt="" title="blue-turban" width="261" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-9473" /></a><br />
di<br />
<strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p>Blob. Bombe e veline appagano a sufficienza le mie voglie catodiche. In basso scorrono già i titoli. Ho fatto tardi anche stavolta.<br />
La tv s’oscura appena, poi sullo schermo compaiono loghi istituzionali vagamente familiari. Una musica soave, il volto rassicurante di Gianni Minoli, il proiettore che si aziona.<br />
Il cielo è viola di tramonto, vecchie barche davanti a un porticciolo. Sulle barche intere famiglie indicano una casa in lontananza. Il cono di luce investe un muro di calce e l’immagine prende vita, dominando un meraviglioso drive-in marittimo, nuovo cinema paradiso. Chiudo gli occhi e mi bagno nei ricordi, nelle sere oziose della scorsa estate in Sicilia. </p>
<p><em>Il solito caldo d’inizio agosto. Vampe sulle colline, gommoni al largo di Malta.<br />
<span id="more-9471"></span><br />
 In città un traffico indolente, sparuti turisti e motorini ronzanti. Il mare è calmo, il cielo è basso, si sta alzando lo scirocco.  All’improvviso una notizia rimbalza dall’ombrellone dei Cutò a quello dei Butera: il sultano sta attraccando a Palermo. </p>
<p>Maria Cutò, insegnante del Liceo Verga, dice che arrivi per risollevare il Meridione. La sua amica Francesca, dice che sia venuto a salutare il nuovo presidente della Regione. Tanina Butera, fruttivendola dice che abbia sette mogli e quaranta figli; suo marito è sicuro che voglia comprare la squadra di calcio.<br />
Turi esagera, come al solito: il sultano cerca petrolio, vuole armi. C’è chi parla di Mafia e Antimafia, mentre Don Caruso sospetta di Bin Laden e suo compare dell’annessione all’Oman.</p>
<p>I politici locali si preparano all’evento, ripuliscono le strade dello shopping e le piazze di rappresentanza. La città rispolvera fasti nobiliari, si prodiga e millanta.<br />
Approda il primo panfilo  ed è subito  febbre del sultano.<br />
Sulla banchina del porto  il fronte di telecamere e cellulari alimenta il mito: venticinque Mercedes e tre Limousine, il jet e l’elicottero. Turi è entusiasta, favoleggia harem segreti, feste da milleunanotte e documenta tutto col suo nuovo palmare.  Francesca giura di aver visto sua maestà assaggiare la cassata; a sua sorella, poi, commessa in un negozio del centro, ha lasciato mille euro di mancia.</p>
<p>All’arrivo del secondo panfilo i concittadini s’accalcano sulla banchina alla ricerca di un dignitario, un servitore, un mezzo ministro o portantino che possa benedirli, concedere qualche spicciolo. Le famiglie Cutò e Butera si appostano fin dal mattino, schierano le sedie, sfoderano la pasta al forno e si accaparrano le prime file. La famiglia Pirrotta &#8211; zio, zia, madre, padre e neonato &#8211; rimane senza posto e s’arrampica su un container. Il padre spera in un posto alla Regione e aiuta la nonna devota a montare sul tetto d’acciaio infuocato per invocare la grazia del nuovo patrono. </p>
<p>All’ultimo giorno del sultano a Palermo, trapelano indiscrezioni sui progetti dell’Oman: Maria parla di ospedali e scuole vicino Bagheria e litiga col fidanzato Turi, che invece sa di grattacieli e campi da golf a Brancaccio.<br />
La serata finale è suggellata da una cena di caviale e cannoli offerta dal sultano in località segreta. Francesca vuole esserci a tutti i costi. Inizia il giro di telefonate e soltanto la soffiata della cugina, all’ultimo minuto, detta le indicazioni. Parcheggia la Smart e avanza verso il cancello dentro un vestito vogue e tacchi a spillo di paillettes. All’ingresso, però, viene bloccata da un rozzo energumeno del posto. Francesca non si dà pace, strepita e supplica: ogni tentativo è respinto. Si siede in disparte, accende una sigaretta e piange. Don Caruso si avvicina, asciuga le lacrime di rimmel e butta l’occhio nella scollatura. Poi le sussurra qualcosa all’orecchio e urla verso il cancello. Il buttafuori corre a giustificarsi come un bambino dal preside e Francesca può fare il suo trionfale ingresso, sotto il braccio cortese di Don Caruso.</p>
<p>Intanto, in città, un concerto di gala ringrazia il popolo per la calorosa accoglienza. La banda reale dell’Oman si dispone sulla scalinata del teatro Massimo e intona </em><em>Ciuri Ciuri</em>, <em>Vitti na crozza, Funiculì Funiculà</em>. Tanina sospira estasiata, <em>sono bravi sti turchi, pare Sanremo</em>.<br />
Il popolo ama il sultano e lui ricambia staccando un assegno di cinque milioni per l’Ospedale dei Bambini. Dal palco si leva <em>‘O sarracine</em>,la piazza esulta. In cielo è tutto un fuoco d’artificio.</p>
<p>Distendo le gambe e penso a un libro letto anni fa, “Il sultano di Palermo” di Tariq Ali.<br />
Penso alla mitica isola d’un tempo, arabi a braccetto dei normanni, idillio di mosaici e giardini. Mi viene da ridere, cerco il telecomando. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/perturbante/">Perturbante</a></p>
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