<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; giuseppe zucco</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/giuseppe-zucco/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>La più grande nevicata dal 1956</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 05:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=41644</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/neve-2/" rel="attachment wp-att-41646"></a></p>
<p>&#160;</p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align: right;">Perciò l’acqua preferisce la delicata neve, che<br />
l’aiuta ad avverare la sua speranza piú segreta:<br />
quella di fissare la forma di tutto ciò che non è<br />
acqua, le case, i prati, le montagne, gli alberi.<br />
<em>Julio Cortazar</em></p>
<p>&#160;</p>
<p>Ci vogliano le apocalissi per riempire le scalette dei programmi televisivi &#8211; così dopo avere battuto le molteplici piste della crisi economica e del naufragio della nave da crociera, vengo urgentemente spedito nelle estreme ramificazioni montane della regione Lazio, questa volta oltre Frosinone, per intervistare gli abitanti di Ripi, un pugno di case e capannoni sommerso dalla neve.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/">La più grande nevicata dal 1956</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/neve-2/" rel="attachment wp-att-41646"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-41646" title="NEVE" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/NEVE1-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Perciò l’acqua preferisce la delicata neve, che<br />
l’aiuta ad avverare la sua speranza piú segreta:<br />
quella di fissare la forma di tutto ciò che non è<br />
acqua, le case, i prati, le montagne, gli alberi.<br />
<em>Julio Cortazar</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci vogliano le apocalissi per riempire le scalette dei programmi televisivi &#8211; così dopo avere battuto le molteplici piste della crisi economica e del naufragio della nave da crociera, vengo urgentemente spedito nelle estreme ramificazioni montane della regione Lazio, questa volta oltre Frosinone, per intervistare gli abitanti di Ripi, un pugno di case e capannoni sommerso dalla neve.</p>
<p>Con i ragazzi della troupe, un operatore, un fonico, siamo partiti in fretta e furia da Roma.</p>
<p>Abbiamo infilato l&#8217;autostrada, ci siamo persi ripetutamente dentro Frosinone &#8211; un posto lievitato rispettando le ferree regole del cemento, del disordine, dell’arroccamento &#8211; abbiamo imboccato la Casilina verso Napoli, l&#8217;abbiamo persa credendo di averla smarrita per sempre, per poi riprenderla senza consapevolezza dopo qualche chilometro, consegnando i nostri destini nelle mani della provvidenza, cioè don Sergio, un prete dei paesini a sud-est di Frosinone, la nostra guida in queste terre sconosciute.</p>
<p>Don Sergio ha i capelli a scodella, il pizzetto da maresciallo, lo sguardo opaco ma vivo, l&#8217;aria stazzonata da curato di campagna – l’avevo già visto in una versione spenta e bidimensionale seguire e dialogare in studio lungo il lento monotono fluire di una diretta, ma qui i suoi globuli rossi sussultano di un’energia che non sospettavo, tutt’altro che il classico vaso di coccio in mezzo ai più classici vasi di ferro. Insieme alle pecorelle smarrite, ha spalato la neve dalle strade per giorni. Mi mostra il palmo delle mani, e i segni sono tutti evidenti. Come sono evidenti i segni dell&#8217;isolamento sulla pelle della prima coppia che mi presenta, due vecchi contadini con i figli lontani e una quasi centenaria a carico &#8211; una signora ischeletrita, gli occhi due biglie lucide, le narici infilate dai tubicini di plastica trasparente attaccati a una bombola di ossigeno, che appena ci vede entrare con la telecamera a tracolla rintocca il suono acuto di due parole, ammutolendo subito, non fiatando più per tutto il tempo, come se si fosse esposta oltre misura davanti a dei perfetti sconosciuti, Aiutatemi aiutatemi, o Salvatemi salvatemi, non ricordo se l&#8217;una o l&#8217;altra, non vorrei aggiungere ulteriore dramma.</p>
<p>Piazziamo le luci e la telecamera &#8211; e Silvana, una signora con le ciocche più nere dell’attaccatura dei capelli, due maglioni uno sull’altro, la divisa ufficiale di chi calpesta lo sfrigolio di queste terre congelate, dietro l&#8217;incalzare del punto interrogativo dei miei quesiti televisivi, mi racconta che per cinque giorni la cosa più terribile di tutte non è stato il traboccare della neve per strada e la campagna, né la più immacolata prigionia tra le mura sterminate della neve cresciuta intorno di sessanta centimetri, quanto la mancanza di corrente, senza corrente elettrica in un attimo si è avverato il grado zero della civiltà umana, si è lavata con la neve bollita, ha cucinato con la neve disciolta, ha acceso un fuoco di carta per sghiacciare l’acqua dal serbatoio, ha impastato pane e pizza per sé e i vicini con la farina rimasta, ha percorso tre chilometri con la neve al ginocchio per andare a comprare le medicine in paese per la madre quasi centenaria che ora ci fissa come se non capisse niente e allo stesso modo comprendesse l’origine remota di questo dolore, stretta stretta nelle coperte come un involtino: è così che finiscono i vecchi, involtini nell&#8217;involuzione del tempo precipitato nei corsi e ricorsi della storia, senza luce acqua gas. Alla fine dell&#8217;intervista, Silvana ci offre il caffè e la crostata alla marmellata, ed è buona, e io la bacio ringraziandola prima di uscire, così come stringo la mano del marito di Silvana che si è appena tagliato la sommità del naso con un pezzo di ghiaccio staccatosi da un cornicione, mani grandi calde enormi, mani dalla pelle ruvida e screpolata &#8211; un tessuto che ricopre le mani di altra gente che poi incontrerò per strada, il rivestimento consumato dei contadini del basso Lazio.</p>
<p>Usciamo fuori, completamente esposti alle spirali del gelo e del disastro, e il marito di Silvana indica una casa: guardate, quelle finestre, dice, anche loro sono andati avanti con le candele accese. Da qui cerchiamo di riprendere quel lumicino e custodirlo nello scrigno di un beta, ma ci riusciamo a stento, poi desistiamo.</p>
<p>Don Sergio dice che ci stanno aspettando. E noi seguiamo la sua macchina con la nostra, infiliamo le strade perforando con i fanali il nero delle strade deserte e il bianco di cumuli di neve spettrale, fino ad arrivare su uno spiazzo davanti ad una casa dove si sono dati appuntamento un paio di famiglie al completo, uomini donne ragazzi vecchi, una trentina di persone in tutto. Prima di intervistarli, don Sergio, senza alcuna precauzione, mi passa il telefonino. La voce di un uomo padre di famiglia di un bambino piccolo e di uno piccolissimo mi precipita dentro le ansie di questi giorni nevosi, e prima di qualsiasi cosa si scusa di non poter essere tra le altre persone, per poi rivelare anche dal suo particolare punto di vista la condizione di un essere umano assalito dalla natura e abbandonato dalla protezione civile. Cerco di essere più gentile e comprensivo che posso, dicendogli che proveremo a raccontare tutto, anche se ho a disposizione un servizio di appena due minuti.</p>
<p>Don Sergio taglia la telefonata, e io assumo il ruolo del regista. Scruto la corteccia del viso dei vecchi, l’operatore mette in spalla la telecamera, il fonico direziona l’asta del microfono. Dico a trenta persone mai viste prima di disporsi a semicerchio sotto la luce del neon &#8211; da dieci minuti è tornata la corrente &#8211; e loro annuendo e sfidando il freddo e rendendo silenzioso tributo non all&#8217;autorità del ruolo che incarno, ma alla telecamera accesa, si allineano muti, senza fare rumore, come se decina centinaia migliaia di programmi televisivi subiti dalla più tenera età avessero tracciato da qualche parte all’interno delle loro calotte craniche le istruzioni per disporsi perfettamente preparati e utili davanti al mio preparato e utile cospetto.</p>
<p>Con il microfono acceso, tutto si fa pulito. Prendono parte uno a uno, sgrammaticano l’italiano senza complessi, parlano accordando i toni e i semitoni dell’amarezza &#8211; della rassegnazione nessuna traccia, dietro il canneto fitto delle loro parole non tramonta mai l’ambizione, a tratti gioiosa e spensierata, di un’esistenza governata dalla giustizia. Più che la loro storia – i raccolti distrutti, i capannoni sventrati, la carne sghiacciata e persa, il bagno di neve sciolta bollita davanti al camino, il sonno condiviso nell&#8217;unica stanza riscaldata, l&#8217;agonia dei malati di ulcera e diabete, la carenza del sale per sciogliere la neve, i lunghi percorsi con la neve abbondantemente oltre le caviglie &#8211; mi sorprende la forma degli esseri umani qui riuniti, tutti robusti e rotondetti, la pelle rossa non per il freddo ma per furibonda irrorazione sanguigna, contadini e figli di contadini che non credo sappiano quanto incidano lo spread e le agenzie di rating sulle loro risorse, né quanta parte del loro immaginario sia formulato da gente che ruota la propria età intorno ai capisaldi del brunch e del briefing, uomini donne ragazzi che trascinano la vita oltre l&#8217;asticella di questi tempi disastrosi, riscoprendo il senso primo della comunità, la condivisione materiale dei beni e la condivisione immateriale del calore, un calore buono giusto umano, il calore fisico tutto terreno della parola amore, almeno fino a quando la neve non finirà di crollare dal cielo e il sangue non si stabilizzerà su temperature quotidiane.</p>
<p>Fino allo scorso Natale, quando giocavano a tombola, i vecchi pescando dal mucchio tiravano fuori il 56, la neve a Roma, riferendosi all&#8217;anno del millenovecento più prolifico in fatto di neve e ghiaccio e fratture scomposte. Forse non realizzano ancora, quel numero si è convertito nel 12 degli anni duemila, ma questa ultima cifra fatica a cristallizzarsi tra i ricordi &#8211; nelle prossime ore è annunciata un&#8217;altra nevicata, e il cielo non è altro che la superficie bianca minerale su cui ognuno può distinguere le previsioni del proprio oroscopo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/">La più grande nevicata dal 1956</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/02/11/nengue/' rel='bookmark' title='&lt;em&gt;nengue&#8230;&lt;/em&gt;'><em>nengue&#8230;</em></a> <small>di Orsola Puecher &nbsp; &#8220;Tutto per lui era così piccolo,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/l%e2%80%99insostenibile-leggerezza-dell%e2%80%99essere-registi-come-paolo-sorrentino/' rel='bookmark' title='L’insostenibile leggerezza dell’essere registi come Paolo Sorrentino'>L’insostenibile leggerezza dell’essere registi come Paolo Sorrentino</a> <small>di Giuseppe Zucco Di cosa puzzerà il male? Di zolfo?...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/' rel='bookmark' title='Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage'>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a> <small>di Giuseppe Zucco Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/' rel='bookmark' title='Machete, le armi spuntate delle finzione pulp'>Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</a> <small> di Giuseppe Zucco Poi è venuto il cinema e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/' rel='bookmark' title='Minerali'>Minerali</a> <small>di Giuseppe Zucco Mamma non c’è più. Passo una mano...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;iPhone e il re pallido</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:32:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[Appple]]></category>
		<category><![CDATA[david foster wallace]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[iphone]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Marshall McLuhan]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=41471</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/wallace/" rel="attachment wp-att-41472"></a></p>
<p>Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: <em>Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino </em>[all’arte] <em>che non</em> Infinite Jest <em>di Foster Wallace</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/">L&#8217;iPhone e il re pallido</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/wallace/" rel="attachment wp-att-41472"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/wallace-300x200.jpg" alt="" title="wallace" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-41472" /></a></p>
<p>Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: <em>Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino </em>[all’arte] <em>che non</em> Infinite Jest <em>di Foster Wallace</em>. Ok, diciamo pure che resto colpito da tale affermazione, ma colpito come una martellata sul dito più piccolo e indifeso. <span id="more-41471"></span>Metto il mignolo in bocca, e aspetto che il dolore si sciolga. Il dolore del tutto particolare e contemporaneo proviene dal fatto che per un attimo immagino che tale affermazione abbia senso e ragionevolezza e sia capace di registrare i limiti e la complessità del mondo, anche se non è vero. Il dolore da mignolo in bocca alle nove del mattino mentre mi soffermo su uno dei periodici più diffusi e influenti sul frastagliato territorio nazionale è quello di chi immagina che tale affermazione rilasciata da uno degli scrittori italiani più letti e amati sia tutto sommato anche abbastanza facile e abbordabile e condivisibile dalla maggioranza dei lettori, affermazione che non sposta alcuna intelligenza e che non mette nessuno in discussione. Dolore o, ancora meglio, piccolo fulmineo spasmo interiore che riporta nell’alto dei cieli la stella polare di una massima di David Foster Wallace, cioè che per essere onesti, e fare e/o dire e/o scrivere la cosa giusta, bisognerebbe sempre far parlare la Parte Di Te Che Ama invece che La Parte Di Te Che Vuole Essere Amata in seguito ad affermazioni facili e abbordabili e condivisibili in seno a una maggioranza di persone che ha già fatto di te un idolo a cui prestare attenzione e che indubbiamente a monte già pensa come te, di comune accordo, finendo per rafforzare non solo il carico indotto di amorevole attenzione che La Parte Dello Scrittore Che Vuole Essere Amato già di per sé richiede e pretende di attirare, ma in questo caso anche i luoghi comuni e le opzioni più scontate dell’opinione pubblica. Piccolo spasmo interiore che si disinteressa completamente della polemica e dell’opinione pubblica e che duplica e triplica nei giorni seguenti la sua portata proprio per come tale affermazio-ne ha ingiallito la figura di David Foster Wallace, a tutto discapito del suo lavoro e della sua generosità, del suo sforzo costante di fare il massaggio cardiaco ad ogni particella della nostra umanità che per disattenzione e pigrizia finirebbe per avvizzire, la cura e l’attenzione verso il prossimo in particolare, lo fatica quotidiana di capire cosa ci lega al nostro prossimo nonostante questo ci tagli la strada con il Suv o abbia un lunghissimo imbarazzante riporto o rida col risucchio in fondo alla parabola di un raccontino razzista o riveda la nostra dichiarazione dei redditi con i lineamenti ispessiti dalla più atroce noia mai comparsa in natura. Poi penso al walkman. Penso al vhs. Per ripulirmi dal wrestling, l’iPhone con il ginocchio schiacciato sullo sterno di <em>Infinite Jest</em>, ripenso al walkman, al vhs, a tutta la tecnologia sfornata sotto l’impulso di un incredibile intelligentissimo lavorio umano, il design o la fattura o i microchip della tecnologia che è stata espulsa una volta per tutte dall’orizzonte della nostra esistenza, o che è stata ridimensionata o rivista e corretta in ulteriori formati, i quali non potranno nulla contro l’usura del tempo e i plug-in della conoscenza e le rivoluzioni scientifiche. Se l’iPhone ci insegna qualcosa, è la convergenza e l’interconnessione, il fatto che ognuno di noi sia un piccolo grande nodo da cui passa e si raccorda il mondo. Ma questo già lo sapevamo. È pratica comune riconoscerlo nelle nostre avventure quotidiane regolate dalle <em>app</em> e dal touchscreen. È il medium il messaggio, diceva Marshall McLuhan, e questo non fa che sciogliere il dolore dopo tutti questi giorni. La letteratura, la vera letteratura, è un’altra cosa. Tra le tante, non si usura, non viene superata, sprigiona fantasmi incubi tenerezze anche dopo secoli, riconfigura il passato e il presente e il futuro, ci rende meno soli, ci mette in contatto con tutti ed ogni cosa, dirama il potere dell’empatia, ripopola la desertificazione a macchie della consapevolezza, allarga i limiti del nostro linguaggio che in fondo sono i limiti del nostro mondo, ma non ci consola né ci salva, questo lo sapeva benissimo anche uno tra i migliori scrittori che io abbia mai conosciuto. Finito <em>Il re pallido</em>, prima o poi riprenderò in mano <em>Infinite Jest</em>. Riposa in pace, David.</p>
<p><em>Questo testo fa parte di una rubrica bisettimanale</em>, Hashtag, <em>ed è stato pubblicato su Vicolo Cannery (http://www.vicolocannery.it/) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/">L&#8217;iPhone e il re pallido</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/' rel='bookmark' title='Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage'>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a> <small>di Giuseppe Zucco Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/' rel='bookmark' title='Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso'>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a> <small>di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/' rel='bookmark' title='Piccoli orsi polari crescono'>Piccoli orsi polari crescono</a> <small>di Giuseppe Zucco Sono io, ho venticinque anni, e la...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/' rel='bookmark' title='Dichiarazione di indipendenza'>Dichiarazione di indipendenza</a> <small>di Giuseppe Zucco Ciò che avrebbe potuto essere e ciò...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/' rel='bookmark' title='Dentro le mura, fuori dalle mura'>Dentro le mura, fuori dalle mura</a> <small> di Giuseppe Zucco Solo l&#8217;amare, solo il conoscere conta,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>19</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L’insostenibile leggerezza dell’essere registi come Paolo Sorrentino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/l%e2%80%99insostenibile-leggerezza-dell%e2%80%99essere-registi-come-paolo-sorrentino/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/l%e2%80%99insostenibile-leggerezza-dell%e2%80%99essere-registi-come-paolo-sorrentino/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 09:03:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema americano]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[J. M. Coetzee]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Littell]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[shoah]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40967</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/cheyenne1.jpg"></a></p>
<p><em>Di cosa puzzerà il male?<br />
Di zolfo? Di inferno? Di Zyklon B?<br />
Oppure il male ha perso odore e colore,<br />
come tanta altra parte del mondo morale?</em><br />
J. M. Coetzee</p>
<p>Mi ero ripromesso di non scrivere di questo film.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/l%e2%80%99insostenibile-leggerezza-dell%e2%80%99essere-registi-come-paolo-sorrentino/">L’insostenibile leggerezza dell’essere registi come Paolo Sorrentino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/cheyenne1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/cheyenne1-300x187.jpg" alt="" title="cheyenne1" width="300" height="187" class="alignnone size-medium wp-image-40970" /></a></p>
<p><em>Di cosa puzzerà il male?<br />
Di zolfo? Di inferno? Di Zyklon B?<br />
Oppure il male ha perso odore e colore,<br />
come tanta altra parte del mondo morale?</em><br />
J. M. Coetzee</p>
<p>Mi ero ripromesso di non scrivere di questo film. Era già successo una volta, dopo l’ultimo di Sofia Coppola. <em>Somewhere</em> e <em>This must be the place</em> – mi ero detto allora, mi ripeto qui &#8211; non sono film, ma scatole dorate. Sciolto il nastro, sollevato il coperchio, ti restituiscono l’ennesima esperienza del vuoto, di quanto il vuoto e la mancanza di idee o la confusione di idee o l’accanimento mandibolare su idee già spolpate possano essere dispiegate in un’abbacinante superficie specchiata su cui rimirare lo sfarzo dei bagliori e nulla più.<span id="more-40967"></span></p>
<p>In fondo, pensavo: di cosa avrei potuto scrivere? Di quanto la faccia di Sean Penn affissa sul retro degli autobus in complicatissima rotazione sulla tangenziale congestionata somigliasse all’eroe archetipico di Tim Burton? Di quanto la melassa del marketing colata fuori dagli stampini degli articoli giornalistici ci avesse ormai mossi a gridare al Capolavoro!, se non al Classico!, prima ancora di averlo visto davvero? Di quanto quella parola, classico, si fosse avverata, ma con esiti del tutto imprevedibili? Non è questo il classico film del regista italiano che gira la sua prima pellicola tra i fondali ultracinematografici degli U.S.A.? Il classico film con il classico viaggio del classico eroe sfigato cinico tenero che infila tutti i classici luoghi comuni di un’estradizione dorata e abbacinante su suolo americano &#8211; cioè, in ordine sparso: il motel, il deserto, il bisonte, l’indiano, la tavola calda, il canyon, il granturco, il Suv nero, il pick-up rosso, le lunghissime highway, i grattacieli, il concerto rock, i vari diversissimi loser, la potente comunità ebraica, le casette sui giardini rasati del sogno americano dentro cui brulicano signore perfettamente inamidate e i mostri innominabili del sonno della ragione? </p>
<p>Scrivere, allora, che l’estetica <em>indie</em> – la visione del mondo e dei sentimenti raggelata come un respiro nell’aria invernale &#8211; deriva dai film di Jim Jarmusch e Gus Van Sant e dei fratelli Coen, un omaggio molto vicino all’esercizio di calligrafia? Scrivere che i fantastici movimenti di macchina e gli stacchi di montaggio, questa volta, non servono ad aggiungere alcuna sostanza al film, semmai a confondere e dorare ancora di più la percezione e l’esperienza del vuoto? Scrivere che anche la colonna sonora, uno dei punti forti della filmografia di Sorrentino, è infestata da questa ansia di essere così dannatamente classico e <em>indie</em> e americano, al punto da non poter fare a meno delle abusatissime <em>The Passenger</em> di Iggy Pop e <em>Spiegel im Spiegel</em> di Arvo Part? Scrivere – anzi, costringersi a scrivere, scrivere con dolore e rammarico &#8211; che uno tra i migliori registi in circolazione ci ha messi così, su due piedi, per la prima volta, davanti alla perdita secca di un modo iperrealista e surreale di esperire il mondo e le piccole grandi psicopatologie della condizione umana?</p>
<p>Così decido di non scriverne, e mi riconsegno al supremo imbarazzo della vita quotidiana. Lavoro, docce, autobus, lavatrici, affitto, visite mediche. Poi, neanche troppo casualmente, mi capita tra le mani <em>Elizabeth Costello</em>, il romanzo di John Maxwell Coetzee. Sempre neanche troppo casualmente, al capitolo quattro, <em>Il problema del male</em>, leggo una frase incendiaria. È passato più di mezzo secolo da quando il diavolo si aggirava spavaldo per le loro strade, ma certo non possono averlo dimenticato. Adolf e le sue corti assediano ancora l’immaginario popolare, scrive J. M. Coetzee, e io non posso fare altro che pensare e ripensare al film. </p>
<p>Spenti uno a uno i bagliori da road movie che lo schermo irradia nei nostri occhi, <em>This Must be the place</em> è un film che a modo suo mette in scena qualcosa della Shoah e dell’immensa catastrofe dei campi di sterminio. Il film, infatti, fila così: Cheyenne, una rockstar cinquantenne parecchio simile al cantante dei Cure, cipria e rossetto, capelli lunghi neri spettinati gotici, parte dalla multimilionaria villa di Dublino e atterra sulla sponda americana per stringere le mani del padre e fissarlo negli occhi in punto di morte dopo anni interi di distacco lontananza rancore &#8211; ma arriva troppo tardi: arriva troppo tardi e piange e soffre e si dispera, e per colmare il senso di colpa e ricucire la ferita del fallimento sentimentale nei confronti di un’onnipresente fantasmatica autorità paterna, come il più gotico e tenero segugio, parte alla caccia di Aloise Lange, l’ufficiale nazista che anni prima, in un campo di sterminio, umiliò in modo irrimediabile suo padre, cercando vendetta.</p>
<p>Al principio del film, però, Cheyenne non sa niente di suo padre, né ha mai sentito parlare dei campi di sterminio. I numeri tatuati sul braccio raggrinzito sono uno tra i considerevoli segreti di suo padre che Cheyenne immagina con rammarico infinito di non sciogliere mai più. Come pretendere di entrare nella vita di qualcuno che ha appena rassegnato estreme e formali dimissioni esalando l’ultimo respiro? Cheyenne sfoglia le carte di suo padre, e in breve apprende tutto: suo padre, suo padre nel campo di sterminio, il campo di sterminio. In una delle scene più impressionanti, Cheyenne, inforcando gli occhiali da ragioniere miope sulla maschera di Robert Smith, guarda apparire sull’orizzonte di uno schermo il lutto mai estinto della Shoah, le diapositive bianconere del filo spinato, dei corpi pelleossa, delle fosse comuni dove innumerevoli corpi sono stati ammassati alla rinfusa. In pochi secondi, così, sotto la supervisione di Mordecay Levy, un cacciatore di nazisti che lo pedinerà per tutta l’avventura, Cheyenne assorbe muto i fondamentali dell’orrore e della malvagità umana.</p>
<p>Poi il film dirotta per i fatti suoi. Tranne pochi accenni, e l’inquietante apparizione del sosia di Hitler, in piedi, in divisa, a bordo di un camion, della Soluzione Finale non si riparla più. Almeno: non se ne riparla se non in coda alla mirabolante infilata di luoghi comuni americani. Cheyenne e Mordecay Levy spengono il pick-up rosso fiammante davanti a un prefabbricato a forma di casa. Intorno alla casa, niente, per miglia e miglia: una distesa di neve ghiacciata svuotata di ogni piccola forma vivente. Cheyenne scende, entra in casa, trova il vecchio ufficiale nazista, interroga il vecchio, sente uscire dalle labbra del vecchio smagrito e tremante la tristissima storia di umiliazione che inflisse a suo padre, una confessione in cui trovano spazio anche affermazioni tipo <em>inesorabile bellezza della vendetta, un’intera vita dedicata a vendicare un’umiliazione, questa si chiama perseveranza, si chiama grandezza</em>. Poi il vecchio esce di casa, esce di casa nudo, pelle e ossa, le mani racchiuse sulle intimità &#8211; un vecchio nudo e ingobbito e tremante e scalzo sulla neve ghiacciata. Mordecay Levy, seduto nel pick-up, guarda fisso &#8211; Porca troia, dice. Cheyenne, risalito a bordo del pick up, guarda il vecchio che ha costretto a spogliarsi e uscire nudo sul ghiaccio, sbuffa su una ciocca di capelli, dice <em>Qualcosa mi ha disturbato, non so cosa esattamente, ma mi ha disturbato</em>. Il pick-up rosso sfrigola le ruote sul ghiaccio – il film si avvia alla conclusione.</p>
<p>La domanda è: cosa disturba Cheyenne? O meglio: perché il protagonista di una finzione cinematografica cede alla tentazione di esprimere il proprio disappunto per essersi trovato in una spiacevole situazione? Cioè: perché Cheyenne fa quello che fa e poi esprime il proprio disappunto guardando dritto in macchina, come se il proprio destinatario non fosse un generico personaggio ma il più concreto spettatore in carne e ossa? Oppure, rigirando la domanda: il regista Paolo Sorrentino è del tutto consapevole dei retropensieri del suo protagonista? Cioè: per il regista Paolo Sorrentino la battuta messa in bocca a Cheyenne nel finale della scena è un lapsus o una pubblica richiesta di scuse? Infine: e se questa è una pubblica ammenda, di cosa si sta scusando tuttavia Paolo Sorrentino in fondo ad una delle più raccapriccianti scene del cinema italiano contemporaneo?</p>
<p>Ritornando alle pagine di <em>Elizabeth Costello</em> si scopre una cosa. La creazione artistica è lecita, ma non tutto può essere rappresentato. Alcune storie, se esposte in uno spazio pubblico, possono rendere peggiore sia chi le ha formulate sia chi le accoglie. Alcune storie, travalicando l’argine delle migliori intenzioni, possono consegnare creatore e lettore/spettatore al più sinistro dei luoghi, al buco più oscuro, lì dove regna il pianto e lo stridore di denti. Il diavolo è dappertutto sotto la pelle delle cose, e cerca il modo di venire alla luce, scrive J. M. Coetzee. </p>
<p>Il diavolo &#8211; ovvero, il male, nella sua forma più totalitaria e persistente &#8211; è il nazismo. In tutto e per tutto, si può intendere <em>This must be the place</em> come un modo molto tenero e <em>indie</em> di infilare il nazismo dentro i nostri schemi di comportamento o le nostre facoltà sentimentali &#8211; come se fosse una lente qualunque attraverso cui comprendere e addomesticare il mondo. Cheyenne per primo fa del nazismo una modalità di azione e una forma del sentire. Osserva le diapositive del campo di concentramento e non impara né la pietà, né la disperazione. Nelle diapositive scorge e memorizza solamente le istruzioni per infierire nel più atroce dei modi sugli esseri umani, e annientarli in corpo e spirito. Le diapositive sono l’abbecedario dell’orrore da sottolineare con cura. Non è affatto un caso se alla fine, davanti al vecchio ufficiale tedesco, la volta che deve vendicarsi, Cheyenne segue alla lettera le istruzioni. Così come è ancora più evidente il modo in cui Paolo Sorrentino, nel momento in cui deve raffigurare la vendetta, decida di attenersi rigorosamente all’iconografia del supplizio nazista che la storia ci ha costretti a conoscere: un vecchio ischeletrito, con la pelle accapponata dal freddo &#8211; un vecchio nudo e violentato e svuotato e privo di riferimenti umani e/o divini a cui appigliarsi.</p>
<p>Ma il problema vero non è neanche tanto questa forma di pedagogia nazista, o la leggerezza estrema con cui Paolo Sorrentino sfiora e rivivifica l’orrore, senza neanche prendere in considerazione la sacralità dei sommersi e dei salvati, ormai da anni usati come possibilità narrativa da usare a vantaggio di plot improbabili. Il problema numero uno è che questa è una storia di vendetta, che noi spettatori siamo portati a solidarizzare con il protagonista, finendo per provare una certa oscura soddisfazione quando la vendetta trova compimento. Il problema dei problemi è che saremmo anche disposti ad accettare che Paolo Sorrentino sia peggiorato come persona scrivendo e mettendo in scena un film profondamente pedagogicamente iconograficamente nazista, ma mai e poi mai saremmo disposti ad ammettere che siamo peggiorati anche noi, proprio nel momento in cui abbiamo provato soddisfazione, ritenendo la vendetta cosa buona e giusta, aderendo al millimetro allo sguardo tenero gotico nazista di un personaggio che soffia di continuo sulla parabola ricurva dei capelli e costringe un vecchio a spogliarsi e uscire nudo sulla neve ghiacciata. Ammettere che la viva intensa soddisfazione che ha percorso l’intera estensione della nostra rete neuronale si è concretizzata in una forma molto privata di gioia, in un modo alternativo e prossimo di intendere la giustizia &#8211; né più né meno che se avessimo sgranato un sorriso compiaciuto davanti ai documenti, le fotografie, i filmati, le testimonianze di ciò che fu Auschwitz.</p>
<p>Una volta visto il film, però, il danno è fatto. Anche dopo settimane trascorse dalla visione del film, la sensazione di aver sentito e ragionato come un nazista, peggiorando integralmente come persona e spettatore, è una fitta intercostale che perdura. Se avessi saputo, ne avrei fatto volentieri a meno. Per dire: anche nel romanzo di Jonathan Littel, <em>Le benevole</em>, è contenuta la vita materiale e psicologica di un perfetto nazista. Nel romanzo, Maximilian Aue, ex ufficiale delle SS, parlando in prima persona, non nasconde né cela nulla, anzi tenta sistematicamente, fin dalla prima battuta &#8211; <em>Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata</em> – di dimostrasi vicino e simile al proprio lettore, come se il perfetto nazista fosse una parte nascosta ma viva della personalità umana, un parente strettissimo da accettare nella cerchia allargata della propria famiglia. Con questo presupposto, possiamo affrontare <em>Le benevole</em>: e per tutto il tempo della lettura, lottare con il suo protagonista, sfidarlo, fargli mollare la presa, costringerlo ad allontanarsi. In <em>This must be the place</em>, proprio per come il tema è subdolamente introdotto e sviluppato, non esiste alcuna possibilità di distacco, tantomeno di messa in prospettiva. Noi siamo costretti non solo a guardare, ma a godere dell’umiliazione di un vecchio. Siamo costretti, nostro malgrado, a calarci nel buco più nero &#8211; lì dove regna il pianto e lo stridore di denti, lì dove l’inimmaginabile numero di sommersi e salvati è riepilogato da un vecchio nudo e ischeletrito e senza difese che a sua volta ci guarda, ci guarda dritto negli occhi, e non scioglie parola. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/l%e2%80%99insostenibile-leggerezza-dell%e2%80%99essere-registi-come-paolo-sorrentino/">L’insostenibile leggerezza dell’essere registi come Paolo Sorrentino</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/27/a-me-gli-occhi/' rel='bookmark' title='A me gli occhi'>A me gli occhi</a> <small> di Chiara Valerio Su Le Benevole di Jonathan Littell...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/' rel='bookmark' title='Altre coppie'>Altre coppie</a> <small>di Giuseppe Zucco Noi siamo incidenti in attesa di verificarsi....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/una-conversazione-con-albert-maysles/' rel='bookmark' title='Una conversazione con Albert Maysles'>Una conversazione con Albert Maysles</a> <small>di Fabrizio Cilento In occasione del cinquantesimo anno di attività...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/10/08/nuovo-cinema-paraculo-barbarossa/' rel='bookmark' title='Nuovo cinema paraculo: Barbarossa'>Nuovo cinema paraculo: Barbarossa</a> <small> di Alessandro Bertante L’occasione è di quelle da non...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/' rel='bookmark' title='Le ragioni del ritorno'>Le ragioni del ritorno</a> <small>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/06/l%e2%80%99insostenibile-leggerezza-dell%e2%80%99essere-registi-come-paolo-sorrentino/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>39</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 09:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[roman polanski]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40458</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Carnage.jpg"></a></p>
<p>Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel buio della sala, poi balbettandolo nel mite frizzare dell’aria ottobrina su viale Giulio Cesare, quindi sfiatandolo convinta mentre fa retromarcia per disincagliarsi dal parcheggio a lisca di pesce, semmai i pesci potessero contenere una lisca lunga un centinaio di metri – Valentina dice che Roman Polanski deve aver ideato il suo ultimo film, <em>Carnage</em>, tra lo stridore materiale e psichico del carcere dove fu rinchiuso in seguito alla vecchia triste storia che lo rincorre da tempo: l’accusa di violenza sessuale con l’ausilio di sostanze stupefacenti ai danni di una tredicenne.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/">Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Carnage.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Carnage-300x192.jpg" alt="" title="Carnage" width="300" height="192" class="alignnone size-medium wp-image-40459" /></a></p>
<p>Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel buio della sala, poi balbettandolo nel mite frizzare dell’aria ottobrina su viale Giulio Cesare, quindi sfiatandolo convinta mentre fa retromarcia per disincagliarsi dal parcheggio a lisca di pesce, semmai i pesci potessero contenere una lisca lunga un centinaio di metri – Valentina dice che Roman Polanski deve aver ideato il suo ultimo film, <em>Carnage</em>, tra lo stridore materiale e psichico del carcere dove fu rinchiuso in seguito alla vecchia triste storia che lo rincorre da tempo: l’accusa di violenza sessuale con l’ausilio di sostanze stupefacenti ai danni di una tredicenne. <span id="more-40458"></span></p>
<p>Potrebbe essere del tutto verosimile. E il film, scena per scena, inquadratura dopo inquadratura, sembra non solo incoraggiare tale dietrologia, ma perfino confermarla e accenderla, come se Roman Polanski fosse la reincarnazione polacca naturalizzata francese e intelligente di Gerry Scotti, il quale, al culmine di un tesissimo episodio di <em>Chi vuol essere Milionario</em>, consegnasse al concorrente di turno, cioè gli spettatori presi uno a uno, l’ultima domanda e un bigliettino vergato di proprio pugno contente la risposta esatta e l’assegno controfirmato da un milione di euro. Per di più, le quattro pedine del cast internazionale mosse da Roman Polanski si muovono parlano mangiano vomitano bevono sbraitano solo e rigorosamente tra le pareti di un appartamento &#8211; una cella arredata, in verità, con il piccolo sfogo di un pianerottolo da cui chiamare un ascensore che non accoglierà nessuno. Da cui tutta una serie di sottintesi: l’Occidente è un appartamento chiuso, niente e nessuno sfonderà la porta dell’appartamento occidentale con l’accortezza di smorzare tanta asfissia, la sua storia non spalancherà le finestre, il suo galateo non immetterà nuovo ossigeno nella diramata estensione delle sue stanze, il suo romanticissimo abbandonarsi all’isteria non soffierà via la polvere e la decadenza &#8211; l’Occidente è il circolo vizioso di anidride carbonica da inalare con tremore e stupore delicatamente adagiati nel salotto saturo di argenteria e libri d’arte e souvenir etnici. </p>
<p>Ma non è esattamente questo che fa dell’ultimo film di Roman Polanski la sua opera più conservatrice e nichilista. Se i signori Longstreet accolgono nell’intimità del loro appartamento i signori Cowan un motivo ci sarà &#8211; anche se sarebbe troppo facile ricondurlo al claustrofobico conflitto tra due famiglie. È vero: il figlio dei signori Cowan, nel chiarore autunnale di un parco pubblico, ha allegramente incrinato con un bastone i due incisivi del figlio dei Longstreet. Ed è altrettanto vero: i signori Longstreet e i signori Cowan, prima di darsi addosso, modulano sorrisi parole cortesie per venirsi incontro e dare un taglio alla faccenda, un taglio da veri adulti, stringersi la mano per ricucire con un gesto illuminista lo squarcio barbarico che i loro piccoli discendenti hanno inferto al tessuto altamente civilizzato di Brooklyn. Eppure, proprio perché il film ripercorre a modo suo le ultime tappe della storia occidentale, le figure dei Cowan e dei Longstreet sfuggono il misero perimetro di un conflitto extrafamiliare. </p>
<p>I Cowan – lui (Christoph Waltz) un legale in fissa per il Blackbarry, lei (Kate Winslet) una broker con lo stomaco debole – sono stronzi patentati, cinici da morire, eticamente disinvolti, sinistramente simpatici, nudi e crudi nei tic quanto nelle verità che dispensano. I Longstreet – lei (Jodie Foster) una mezza scrittrice votate alle cause perse, lui (John C. Reilly) un grossista di maniglie e sciacquoni – sono politicamente corretti, impettiti e malinconici, innaturalmente rigidi, sottotono come i santini e le passioni tristi. Roman Polanski li agita sulla scacchiera trasparente del copione teatrale di Yasmina Reza, <em>Il dio del massacro</em>, e poi si ferma a guardarli. Ovviamente, non osserva le coppie che si fronteggiano e incrociano il fioretto e denudano i canini, ma le loro ombre riflesse sulle pareti dell’appartamento. Ecco che allora nella stilizzazione del mondo occidentale – l’appartamento chiuso – saltano fuori la ombre cinesi del conflitto principe del mondo occidentale. Cowan contro Longstreet. Cioè: repubblicani contro democratici, in America. Centro-destra contro Centro-sinistra, in Italia. Conservatori contro progressisti, in generale. Il vecchio Thomas Hobbes (<em>homo homini lupus</em>) contro il vecchio Jean-Jacques Rousseau (<em>il buon selvaggio</em>), dissotterrando le radici. </p>
<p>Roman Polanski per tutto il film sembra parlare di ragazzini, Blackberry, torta di mele e pere, incisivi rotti, multinazionali farmaceutiche, terzomondismo e roditori, invece confeziona un trattato sulla natura umana. Se nasciamo buoni prima di essere corrotti dalla società o se veniamo al mondo con gli artigli già affilati, questo il film lo chiarisce solo al termine di uno scoppiettante braccio di ferro tra i redivivi Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau. Alla lunga, il braccio di ferro stanca, la sfida vira verso le urla e la monotonia, ma Hobbes vince ai punti. Con un trucco, però. Se lungo la pellicola i Longstreet vengono ritratti come una postura intellettuale in maglioncino a collo alto del tutto priva di mordente e in fin dei conti innaturale, una sorta di falsa coscienza per anime belle, le stesse che marciano lungo qualsiasi manifestazione per i diritti civili e piangono calde lacrime per i massacri compiuti nel Sudan senza muovere un dito, i Cowan sono il motore del film: nei loro gesti sgraziati, nelle loro risate con il risucchio, nei loro occhioni compiacenti, nella loro squallida contemplazione e riproposizione delle miserie umane, non ultima la sarcastica certezza dei propri limiti, Roman Polanski trova il filo conduttore che lega gli ominidi preistorici di Stanley Kubrick agli inventori della sedia elettrica e degli hedge funds. Non è un caso se dopo le primissime resistenze, i Longstreet finiscono per appiattirsi su i Cowan &#8211; e specchiarsi nei Cowan, riconoscersi nei Cowan, percepire i Cowan come la parte viva pulsante, e perciò ancestrale e archetipica, della natura umana. In fondo, Roman Polanski gioca sporco. Sembra allestire sotto i riflettori della nostra fiducia un equilibratissimo braccio di ferro tra superpotenze, e invece Jean-Jacques Rousseau ha i muscoli stirati in partenza, e buonanotte a qualsiasi fair play. </p>
<p>Per altro, qui non c’è un percorso da seguire, non c’è neanche niente da conquistare: fin dalle prime battute, Carnage si presenta come un dato di fatto, una verità assoluta, un principio granitico: siamo brutti sporchi cattivi, il resto è inutile sovrastruttura, per non parlare dell’infinita complessità della psicologia umana – Steve Jobs, l’eroe del momento, qui non è contemplato, tantomeno Moses E. Erzog, uno dei più contraddittori e realistici personaggi letterari. E guardando i titoli filare via mentre abbandono la sala – annoiato, in realtà: indispettito come da tempo non succedeva &#8211; sale la nostalgia per Joseph Conrad, e <em>Cuore di tenebra</em>, e il battello che risale il fiume tra la foresta, e le teste mozze infilzate nei pali, e Willard e Kurtz. L’orrore, tutto l’orrore della natura umana, bisogna prima intuirlo, e poi frequentarlo, e poi conoscerlo, e poi rimirarlo prima di distogliere lo sguardo e immaginare una forma di affrancamento dai peggiori istinti, non ultimo l’istinto di adattamento della specie allo stato generale delle cose.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/">Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/' rel='bookmark' title='Machete, le armi spuntate delle finzione pulp'>Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</a> <small> di Giuseppe Zucco Poi è venuto il cinema e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/' rel='bookmark' title='I signori Murena'>I signori Murena</a> <small>di Giuseppe Zucco (informiamo la gentile clientela che nel caso...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/' rel='bookmark' title='Piccoli orsi polari crescono'>Piccoli orsi polari crescono</a> <small>di Giuseppe Zucco Sono io, ho venticinque anni, e la...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/' rel='bookmark' title='Dichiarazione di indipendenza'>Dichiarazione di indipendenza</a> <small>di Giuseppe Zucco Ciò che avrebbe potuto essere e ciò...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/' rel='bookmark' title='Dentro le mura, fuori dalle mura'>Dentro le mura, fuori dalle mura</a> <small> di Giuseppe Zucco Solo l&#8217;amare, solo il conoscere conta,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>16</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Altre coppie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 06:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[raymond carver]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Pynchon]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40163</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI.jpg"></a></p>
<p>Noi siamo incidenti<br />
in attesa di verificarsi.<br />
<em>Radiohead</em></p>
<p><strong>1. Lui.</strong><br />
E poi?<br />
Poi niente.<br />
Niente?<br />
Niente per anni.<br />
Neanche una volta?<br />
Mai più.<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Io.<br />
Tu, cosa?<br />
Io.<br />
Non fare così, Sara.<br />
Io.<br />
Vieni qui.<br />
Dovevi dirglielo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/">Altre coppie</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI-300x219.jpg" alt="" title="GLI_AMANTI" width="300" height="219" class="alignnone size-medium wp-image-40164" /></a></p>
<p>Noi siamo incidenti<br />
in attesa di verificarsi.<br />
<em>Radiohead</em></p>
<p><strong>1. Lui.</strong><br />
E poi?<br />
Poi niente.<br />
Niente?<br />
Niente per anni.<br />
Neanche una volta?<br />
Mai più.<span id="more-40163"></span><br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Io.<br />
Tu, cosa?<br />
Io.<br />
Non fare così, Sara.<br />
Io.<br />
Vieni qui.<br />
Dovevi dirglielo.<br />
Avevo otto anni.<br />
Dovevi dirglielo comunque.<br />
Sara.<br />
Figlio di puttana.<br />
Era mio padre.<br />
Dovevi spaccargli i denti.<br />
Mi voleva bene, Sara.<br />
Spaccargli la faccia.<br />
Era la persona più buona al mondo.<br />
Per favore.<br />
La più buona.<br />
E noi che c&#8217;entriamo?<br />
Te l&#8217;ho spiegato, Sara.<br />
Cosa c&#8217;entro io?<br />
Niente, Sara.<br />
E allora?<br />
Non posso.<br />
Ma io ti amo.<br />
Non posso, Sara.<br />
Questo bambino lo voglio.<br />
Non fare così.<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Ma ci pensi?<br />
Sara.<br />
A me ci pensi?<br />
Vieni qui.<br />
Io ci penso a te.<br />
&#8230;<br />
Ti ho pensato tutto il giorno.<br />
&#8230;<br />
Ho immaginato la tua faccia, le tue mani.<br />
&#8230;<br />
Ho guidato immaginando le tue mani, la tua faccia.<br />
&#8230;<br />
Sono arrivata a casa, e ho controllato.<br />
&#8230;<br />
Sei la persona giusta, Paolo.<br />
Credi che per me sia facile?<br />
Per favore.<br />
No, dimmelo.<br />
Perché complicare le cose?<br />
Avevo otto anni.<br />
Paolo.<br />
Otto anni, capisci? Ero con mio padre.<br />
&#8230;<br />
Papà la persona più buona al mondo.<br />
&#8230;<br />
Papà il gigante buono con il mondo sulle spalle.<br />
&#8230;<br />
Giocavamo a calcio, te l&#8217;ho detto.<br />
&#8230;<br />
Lui in porta, io tiravo.<br />
&#8230;<br />
Certi tiri da otto anni rasoterra.<br />
&#8230;<br />
Papà parava tutto.<br />
&#8230;<br />
Un&#8217;ora così.<br />
&#8230;<br />
Poi mi lascia segnare, dice andiamo a casa.<br />
&#8230;<br />
Dice andiamo a casa e io dico no.<br />
&#8230;<br />
Mio padre mi trascina, io punto i piedi.<br />
&#8230;<br />
Sono un no moltiplicato per otto anni.<br />
&#8230;<br />
È incredibile la forza a quell&#8217;età.<br />
&#8230;<br />
Punto i piedi e dico no.<br />
&#8230;<br />
Mio padre cerca di convincermi, poi esplode.<br />
&#8230;<br />
Sporco negro, dice.<br />
&#8230;<br />
Dice sporco negro andiamo via.<br />
Ma tu non sei tuo padre.<br />
Allora non capisci.<br />
Tu sei un&#8217;altra persona.<br />
Mio padre era la persona più buona al mondo.<br />
Non è vero.<br />
Giuro.<br />
Non può essere.<br />
Ha voluto lui la mia adozione.<br />
Tu sei diverso, Paolo.<br />
Mio padre, i suoi valori, la sua integrità morale.<br />
Paolo.<br />
E non c&#8217;e riuscito.<br />
Per favore, per favore.<br />
Non ce l&#8217;ha fatta, capisci?<br />
Ma questo bambino è tuo.<br />
Non gli rovinerò la vita.<br />
Non succederà.<br />
Non posso.<br />
Tuo padre era un figlio di puttana.<br />
Mio padre era così buono che si paralizzò.<br />
&#8230;<br />
Mi tenne per mano e non disse più niente.<br />
&#8230;<br />
Da quel giorno cambiò tutto.<br />
&#8230;<br />
Mio padre divenne buonissimo.<br />
&#8230;<br />
Non buono. Buonissimo, capisci?<br />
&#8230;<br />
Non era più papà.<br />
&#8230;<br />
Era uno che riparava la più grande ingiustizia verso un bambino di otto anni.<br />
&#8230;<br />
Anche da grande, non smise.<br />
&#8230;<br />
Non ero più suo figlio.<br />
&#8230;<br />
Ero la più grande ingiustizia da riparare.<br />
&#8230;<br />
Uno schifo, capisci?<br />
&#8230;<br />
Accomodante e progressista fino alla nausea.<br />
&#8230;<br />
A diciotto anni me ne andai da casa.<br />
&#8230;<br />
Lui buonissimo mi lasciò andare.<br />
&#8230;<br />
Sulla porta mi augura tutto il bene possibile.<br />
&#8230;<br />
L&#8217;ho già avuto, dico.<br />
&#8230;<br />
Dico non so che farmene di tutto questo bene.<br />
Proprio un figlio di puttana.<br />
Era buonissimo, Sara.<br />
Uno stronzo in piena regola.<br />
Il più buono.<br />
Tu sei migliore, Paolo.<br />
Non correrò il rischio.<br />
Tu sei te stesso.<br />
Lo immagini soltanto un uomo di colore dire a un bambino di colore sporco negro andiamo via?<br />
Non succederà.<br />
Per favore.<br />
Tu amerai tuo figlio.<br />
Mio padre mi amava e non ce l&#8217;ha fatta.<br />
Ed io non conto niente?<br />
Fallo per me.<br />
Ti aiuterò io.<br />
Fallo per me, Sara.<br />
Sarò al tuo fianco.<br />
Perfino papà capirebbe.</p>
<p><strong>2. Lui Lei.</strong><br />
Si conobbero in metrò. Lui leggeva una copia sgualcita de <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>, lei il rettangolo pulito Di cosa parliamo quando parliamo d&#8217;amore. Si piacquero all&#8217;istante. Lui la raggiunse, lei alzò la borsa – sedettero vicini. Non scesero neanche. Fino all&#8217;ultima fermata parlarono di letteratura. Il metrò giunse al capolinea, ricominciò la corsa. Convennero che il mondo fosse abbastanza triste e deprimente, i romanzi erano più generosi. Lui scriveva, lei pure &#8211; i racconti su una rivista a tiratura limitata per giovani promesse. Lui disse era destino, lei disse il destino non esiste. Si trovarono complementari. Scesero dal metrò, respirarono. Lui disse Thomas Pynchon approverebbe. Lei disse Raymond Carver pure lui. Bruciarono i tempi. Lui girò le chiavi, lei attese alle sue spalle che la porta fosse aperta. Fecero l&#8217;amore con un tale trasporto romanzesco che il tempo si annullò. Passarono i giorni. Lui la accolse, lei venne ad abitare a casa sua. Sistemarono i computer sul tavolo della cucina &#8211; lui da una parte, lei dall&#8217;altra. Scrivevano. Scrivevano di mattina, dopo pranzo, tutto il pomeriggio, qualche ora dopo cena, esausti poi facevano l&#8217;amore. Dopo la prima volta, abbracciati nelle lenzuola, parlavano. Lui descriveva il carattere morale dei suoi personaggi, la struttura rizomatica e ricorsiva del suo romanzo, lei esponeva la natura inconsistente del suo protagonista, la rarefazione della tensione narrativa. Lui e lei s&#8217;identificavano talmente nel proprio racconto e nel racconto altrui che poi le forze tornavano di colpo. Facevano l&#8217;amore tutta la notte. Al mattino riprendevano come nulla fosse. Quando lui completò l&#8217;ultima pagina della spaventosa mole del suo romanzo, lei posò la parola fine sul blocchetto di fogli appaiati con cura sul tavolo della cucina. Non lessero a vicenda i propri romanzi, sapevano già ogni cosa. Lui lo dedicò a lei. Lei lo dedicò a lui. Spedirono i manoscritti. Spedirono i manoscritti e ingannarono il tempo &#8211; mano nella mano lungo i viali alberati parlavano di letteratura contemporanea, di quanto certa letteratura contemporanea fosse triste e deprimente come il mondo intero. Lo stesso giorno, qualche mese dopo, lui e lei ricevettero una telefonata. Pubblicavano i romanzi. Lui disse capisco, lei disse comprendo &#8211; essere scrittori esige misura e gravità al telefono. Corsero a casa, fecero l&#8217;amore. Con gli occhi fissi sulle macchie del soffitto, una macchia uguale ai denti da coniglietto di Thomas Pynchon, una macchia uguale identica alle basette corte di Raymond Carver, lui e lei dissero che bisognava stare attenti. Promozioni, recensioni, critici. La battaglia era appena iniziata. Sulle pagine dei giornali non tardò il vaglio dello stile e della resa narrativa. Entrambi, in giorni differenti, rilasciarono lunghe interviste per il quotidiano più diffuso sulla frastagliata mappa delle province nazionali. I due romanzi spuntarono in cima alle classifiche. Puntuali arrivarono i primi elogi, le cattiverie, le stroncature pesanti, le appassionate dichiarazioni di lettori entusiasti. Lui e lei brindarono. Al ristorante, eleganti e famosi, il viso lucido come sulla quarta di copertina, si promisero amore eterno. Ma una voce circolava in ambiente letterario. La voce diventò tempesta, la tempesta un tornado, neanche le case editrici poterono arginare lo scandalo. Chi aveva letto in rapida successione i due romanzi, senza temere smentita, disse a chiare lettere che in fondo, i due romanzi, nonostante le dovute differenze, vuoi per mole, vuoi per delicatezza sentimentale, raccontavano la stessa storia. Lui non diede peso alle dicerie, lei non ci pensò nemmeno. Di nascosto, però, controllarono. Lui inorridì, lei agghiacciò. Batterono il pugno. Lui sfuriò correndo a casa, lei lo attese camminando in circolo. Quando s&#8217;incontrarono, l&#8217;amore sparì. I fantasmi di Thomas Pynchon e Raymond Carver non poterono nulla. Lui le contestò i colpi di scena, i raccordi narrativi, il finale a sorpresa. Lei impugnò i passaggi, le frasi, la caratura morale dei personaggi. Lui e lei non espressero mai tanta spietata ferocia. Ma allora, proprio perché la storia era la stessa, rimarcarono le differenze. Lui evidenziò quanto fosse stitica e rassegnata la sua visione della letteratura e del mondo. Lei sottolineò la grande confusione morale e narrativa sotto i cieli del suo mondo e della sua letteratura. Si guardarono. Lui immaginò un complotto interplanetario, lei comprese lo squallore della vita contemporanea. Si guardarono ancora. Lui disse esci da questa casa, lei sbatté la porta dietro le sue spalle. Lo scandalo portò lettori nuovi e nuove tirature. I due romanzi rimasero in testa un anno, due anni, guadagnarono una media altezza nella classifica nazionale, e li stagnarono. Lui e lei non s&#8217;incontrarono mai più, né si sentirono il giorno dei rispettivi compleanni per scambiarsi gli auguri. Invecchiarono. Scrissero nuovi libri e mossero le sorti della letteratura nazionale in modo diverso e complementare. Si sposarono. Lui ebbe due bambini da una ragazza con le lentiggini e una tesi di laurea sul suo romanzo più famoso. Lei ebbe un bambino curioso dall&#8217;editor del suo primo romanzo. Lui e lei autografarono copia dei loro romanzi nei punti più disparati del globo. Firmarono contratti vantaggiosi per la trasposizione dei propri romanzi sul grande schermo. Gli anni andarono via come pile promozionali all&#8217;ingresso delle librerie. Poi, un giorno, accadde. Lui, seduto sul metrò, incrociò una ragazza che leggeva <em>Di cosa parliamo quando parliamo d&#8217;amore</em>. Lei, in piedi sul metrò, scorse un ragazzo che sfogliava <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>. Lui e lei ricordarono quanto furono giovani e felici allora. Alzarono gli occhi. Sperarono senza mezze misure che i due ragazzi potessero frequentarsi un giorno. Lui accostò la ragazza, una scusa e attaccò bottone. Lei avvicinò il ragazzo, e chiese cosa stesse mai leggendo. Alla fine, uscendo fuori, lasciando i due ragazzi seduti o in piedi sul metrò, lui e lei dissero quella parola. Arrivederci. Oppure no.</p>
<p><strong>3. Lei.</strong><br />
Eh?<br />
Abbassa.<br />
&#8230;<br />
Abbassa il volume.<br />
Il film, Elena.<br />
Però abbassa.<br />
Ancora?<br />
Abbassa, no?<br />
Elena.<br />
Sta suonando.<br />
Suonava anche prima.<br />
Lo senti, no?<br />
Merda.<br />
Davide, squilla.<br />
Vuoi farmi vedere il film?<br />
Squilla, no?<br />
No che non squilla.<br />
Il cellulare.<br />
Quale cellulare?<br />
Abbassa.<br />
Elena.<br />
Sentito?<br />
Il mio cellulare è qui.<br />
Pure il mio, no?<br />
Allora?<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Sono partita, no?<br />
Elena.<br />
Dici che sono spostata?<br />
Il film, Elena.<br />
Fuori di testa, no?<br />
Stai facendo tutto tu.<br />
Davide.<br />
Calmati, Elena.<br />
Sentito?<br />
Te l&#8217;ho detto.<br />
È mio padre.<br />
&#8230;<br />
Papà mi vuole bene.<br />
&#8230;<br />
Mi chiama tutti i giorni.<br />
&#8230;<br />
Non passa giorno senza che mi chiami.<br />
&#8230;<br />
Sentito, no?<br />
Tuo padre è morto, Elena.<br />
E allora?<br />
Non c&#8217;è più.<br />
Davide.<br />
Proprio non c&#8217;è più.<br />
Mi vuoi bene?<br />
Merda.<br />
Se mi vuoi bene, credimi, no?<br />
Elena.<br />
Squilla.<br />
&#8230;<br />
Papà mi vuole bene.<br />
&#8230;<br />
Lo sai, no?<br />
&#8230;<br />
Sai chi stava chiamando prima dell&#8217;incidente?<br />
&#8230;<br />
Era scritto sul giornale, no?<br />
&#8230;<br />
Aveva selezionato il mio numero sulla rubrica.<br />
&#8230;<br />
Voleva chiedermelo.<br />
&#8230;<br />
L&#8217;ecografia, no? Com&#8217;è andata?<br />
Elena.<br />
Si.<br />
Il film.<br />
Ma papà mi vuole sentire.<br />
&#8230;<br />
All&#8217;inizio pensavo fossi spostata.<br />
&#8230;<br />
Squillava in continuazione.<br />
&#8230;<br />
Fuori di testa, no?<br />
&#8230;<br />
Poi ho capito.<br />
Elena, tuo padre è morto.<br />
E allora?<br />
Non può essere.<br />
Non mi credi?<br />
Non ho detto questo.<br />
Suona in continuazione.<br />
E adesso?<br />
Squilla, no?<br />
Merda.<br />
Papà mi vuole bene.<br />
Ti ha sempre voluto bene.<br />
Era in macchina e mi chiamava, no?<br />
&#8230;<br />
Sempre la stessa macchina.<br />
&#8230;<br />
Da piccola mi accompagnava ovunque.<br />
&#8230;<br />
Non perdeva un saggio.<br />
&#8230;<br />
Danza, danza, danza.<br />
&#8230;<br />
Una volta abbiamo viaggiato di notte.<br />
&#8230;<br />
Mi sono addormentata, no?<br />
&#8230;<br />
Ho aperto gli occhi nella stanza di un hotel.<br />
&#8230;<br />
Svegliati, dice papà la mattina.<br />
&#8230;<br />
Papà dice svegliati, ma ho gli occhi aperti.<br />
&#8230;<br />
Siamo andati alle selezioni per l&#8217;accademia nazionale.<br />
&#8230;<br />
Danza, no?<br />
&#8230;<br />
Papà non entra.<br />
&#8230;<br />
Mi raccomando, dice papà.<br />
&#8230;<br />
Papà dice resto qui sennò ti agiti.<br />
&#8230;<br />
All&#8217;uscita vuole i dettagli.<br />
&#8230;<br />
Il mio numero, no?<br />
&#8230;<br />
Com&#8217;e andata?, dice papà.<br />
&#8230;<br />
Maschio o femmina?<br />
&#8230;<br />
Quando avremo i risultati dell&#8217;ecografia?<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Elena.<br />
Lo senti, no?<br />
Mi vuoi bene?<br />
Davide.<br />
Di sicuro me ne vuoi.<br />
Lo sai, no?<br />
Il film, Elena.<br />
Si.<br />
Guardiamo il film.<br />
Va bene.<br />
Ce ne stiamo buoni a guardare il film.<br />
Anche se squilla?<br />
Non mi da fastidio.<br />
Pure adesso?<br />
Deve essere papà.<br />
Suona un casino.<br />
Il film, Elena.<br />
Papà ti ha sempre voluto bene, no?<br />
Tuo padre era una brava persona.<br />
Per questo non la finisce di chiamare.</p>
<p><em>Questo racconto è stato pubblicato su Nuovi Argomenti n.52, ottobre-dicembre 2010.<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/">Altre coppie</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/' rel='bookmark' title='Piccoli orsi polari crescono'>Piccoli orsi polari crescono</a> <small>di Giuseppe Zucco Sono io, ho venticinque anni, e la...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/' rel='bookmark' title='La ricostruzione non finisce qui'>La ricostruzione non finisce qui</a> <small>di Giuseppe Zucco Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/' rel='bookmark' title='Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage'>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a> <small>di Giuseppe Zucco Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/' rel='bookmark' title='Minerali'>Minerali</a> <small>di Giuseppe Zucco Mamma non c’è più. Passo una mano...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/' rel='bookmark' title='Toccare il fondo'>Toccare il fondo</a> <small> Ritorno nella Calabria profondissima, ossia la Locride di Giuseppe...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Due o tre cose che sto imparando con e su TQ</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/04/due-o-tre-cose-che-sto-imparando-con-e-su-tq/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/04/due-o-tre-cose-che-sto-imparando-con-e-su-tq/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 05:28:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>
		<category><![CDATA[TQ]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=39774</guid>
		<description><![CDATA[<p><em>[Segnalo, già che ci sono, anche <a href="http://www.teledurruti.it/?p=2200">questo versante</a> dell'offensiva mediatica di TQ]</em></p>
<p><strong>Giuseppe Zucco<br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Breve storia tascabile della mia avventura in TQ.</strong></p>
<p>Ho seguito TQ dal primo vagito, dal primo stringato articolo apparso sulle pagine di un quotidiano nazionale. Per mesi ho setacciato giornali periodici siti blog per tenermi aggiornato e saperne ancora.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/04/due-o-tre-cose-che-sto-imparando-con-e-su-tq/">Due o tre cose che sto imparando con e su TQ</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Segnalo, già che ci sono, anche <a href="http://www.teledurruti.it/?p=2200">questo versante</a> dell'offensiva mediatica di TQ]</em></p>
<p><strong>Giuseppe Zucco<br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Breve storia tascabile della mia avventura in TQ.</strong></p>
<p>Ho seguito TQ dal primo vagito, dal primo stringato articolo apparso sulle pagine di un quotidiano nazionale. Per mesi ho setacciato giornali periodici siti blog per tenermi aggiornato e saperne ancora. Finalmente leggo i primi manifesti licenziati sul web – e la notte stessa, senza neanche aspettare che la lettura si cristallizzi nell’elenco dei punti deboli del discorso, o nella forma di una conoscenza condivisibile, il tipo di folgorazione che ti costringe a intensissimi rapporti telefonici nonostante l’ora, annoto l’indirizzo disponibile, e scrivo la mia lettera di adesione. <span id="more-39774"></span></p>
<p>Due giorni dopo sono<em> primus inter pares </em>nel gruppo e/o movimento TQ. La difficoltà adesso è seguire il fiotto di mail che si deposita ogni giorno nella mia casella postale. Risalire giornalmente le mail fitte di impegni proposte critiche scritte in orari imprevedibili da gente che perlopiù non so che faccia abbia è tanto disperante quanto salutare: scalare quelle mail, il numero crescente delle adesioni, dà conto di quanto sia buona forte giusta l’idea che ci lega tutti insieme.</p>
<p><strong>A monte della breve storia tascabile: le motivazioni.</strong></p>
<p>Cosa mi ha spinto fino a qui? La consapevolezza del disastro, la consapevolezza del disastro umano storico simbolico materiale in cui mi tocca vivere oggi, la consapevolezza del disastro umano storico simbolico materiale in cui mi tocca vivere oggi in aperta affollatissima solitudine, rassegnandomi nei momenti di lucidità a essere pedina del disastro o a non essere. Dopo avere letto i manifesti, la sensazione è strana: sembra tutto talmente ovvio. Non ce l’abbiamo sempre avuto sotto gli occhi il disastro? Non è l’allegria da fine dei tempi che respiriamo dalla prima adolescenza? Non è la stessa fitta intercostale che taglia il respiro impedendoci di prendere sonno? E se è così, se il disastro ci avesse perversamente fatto dono di questa estrema consapevolezza, cosa fa di tutte queste ovvietà un territorio aperto in cui tornare a vivere e sognare? Mi tornano alla mente le righe ricopiate qualche tempo fa su un quaderno, un passo neanche troppo lungo di <em>Dispacci</em>, il libro-reportage scritto da Michael Herr sulla guerra del Vietnam:</p>
<p>“[…] <em>ci volle la guerra per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi. Il problema era che non sapevi sempre cosa vedevi, se non dopo, forse anni dopo, che buona parte di quel che vedevi non arrivava mai alla coscienza, si limitava a restare immagazzinato nei tuoi occhi. Tempo e informazione, rock and roll, la vita stessa, non sono le informazioni ad essere bloccate, tu lo sei.</em>”</p>
<p>Ecco: se la letteratura non è altro che la continua risonanza di idee e sentimenti e sogni e incubi in luoghi ed epoche diverse, capisco allora che tutto sarebbe rimasto un’abbacinante parata di ovvietà se non ci fosse stata un’assunzione di responsabilità nei confronti del mondo circostante – dal generale, la società intera, al particolare, il lavoro culturale o gli spazi pubblici o la scuola o qualsiasi altra cosa che ci tocca da vicino. Anche se, ed è bene precisarlo subito, l’assunzione di responsabilità individuale e collettiva che si deposita giornalmente nella mia casella postale e che presto si avvererà nelle forme meno prevedibili, non è una scelta. In tutto e per tutto, non siamo per nulla di fronte al bivio etico di una scelta definitiva:</p>
<p>“<em>Credo invece che siamo sempre responsabili delle nostre azioni. E liberi. Alzo la mano, sono responsabile. Giro la testa a destra, sono responsabile. Sono infelice, sono responsabile. Fumo una sigaretta, sono responsabile. Chiudo gli occhi, sono responsabile. Dimentico di essere responsabile, ma lo sono. No, è quello che ti dicevo prima. Voler evadere è un’illusione.</em>”</p>
<p>Jean-Luc Godard, scrivendo girando montando <em>Questa è la mia vita</em>, nel 1962, aveva ben chiara una cosa che solo in mezzo all’assoluto disastro si può comprendere: l’assunzione di responsabilità nei confronti del mondo circostante, più che con la possibilità di una scelta, ha un legame di sangue con la necessità.</p>
<p><strong>A valle della breve storia tascabile: le reazioni.</strong></p>
<p>Ovviamente, questa percezione non è un’esclusiva TQ. Si potrebbe perfino obiettare che ogni tempo abbia il suo disastro, e che ogni disastro generi in qualche modo i suoi anticorpi, e che i suoi anticorpi si muovano compatti allungando il proprio senso di colpa sulla storia, chiedendosi dov’erano prima, perché ci abbiano messo tutto questo tempo per intervenire, perché mai tutto debba avvenire sempre come una reazione contro qualcosa e/o qualcuno. Ma che sia il disastro o il senso di colpa o uno spirito del tempo o qualcosa che abbia a che fare con la riproduzione delle cellule – un fenomeno, insomma, nella sua costituzione e nei suoi esiti, totalmente mondano e assolutamente intimo e personale &#8211; questa necessità sembra essere avvertita da tutti. Ma in maniera diseguale. Da quando TQ si è esposta con i suoi primi manifesti sulla scena nazionale dei media, più che un dibattito culturale si è acceso il fuoco della polemica. A conti fatti, nel mare aperto del disastro, con qualche eccezione, moltissimi invece di puntare il dito verso Moby Dick, cercando di capire come e dove la balena corteggi le correnti, puntano il mirino della loro attenzione sul Pequod, stimando non tanto la gittata delle lance e degli arpioni, quanto la stazza della baleniera, e la numerosità dell’equipaggio, i tatuaggi e le cicatrici dei componenti dell’equipaggio, i rapporti genealogici tra i diversi componenti, senza tralasciare la tradizione di montare la mascherina del capitano Achab sul naso della prima vedetta a tiro. Addirittura le cose cominciano a rotolare peggio se si considerano le ultime epifanie giornalistiche. La necessità di un cambiamento di rotta è sotto gli occhi di tutti, eppure nessuno la nomina apertamente, magari per timore di svegliare il mostro: al fuoco della polemica si preferisce la stilettata, il graffio, il buffetto, la strizzatina d’occhio. Di tutte le figure linguistiche, l’allusione, a tratti velenosa, ricorre come un ritornello. E sarà il disastro o il senso di colpa o uno spirito del tempo o qualcosa che abbia a che fare con la riproduzione delle cellule – proteggersi e ripararsi dagli urti della realtà, prima cosa &#8211; ma tutto sarebbe più ecologico se il mostro lo si nominasse nuovamente, e lo si continuasse a nominare: e tutti, TQ o meno, lo si guardasse dritto negli occhi.</p>
<p><strong>A latere della breve storia tascabile: una consolazione.</strong></p>
<p><strong>“</strong>[…] <em>ma è pur certo, se può servirle da consolazione, che se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne tutte le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero. I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.</em>” (Cecità, José Saramago, 1995).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/04/due-o-tre-cose-che-sto-imparando-con-e-su-tq/">Due o tre cose che sto imparando con e su TQ</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/' rel='bookmark' title='Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso'>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a> <small>di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/carta-strampalata-n-3/' rel='bookmark' title='carta st[r]amp[al]ata n.3'>carta st[r]amp[al]ata n.3</a> <small> di Fabrizio Tonello Questa settimana avrei voluto occuparmi di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/' rel='bookmark' title='Dichiarazione di indipendenza'>Dichiarazione di indipendenza</a> <small>di Giuseppe Zucco Ciò che avrebbe potuto essere e ciò...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/' rel='bookmark' title='Questa è la mia mano'>Questa è la mia mano</a> <small>di Giuseppe Zucco Questa è la mia Mano. Pollice, indice,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/09/09/giovedi-6-settembre-2007-1337-diario-chiude-e-volta-pagina/' rel='bookmark' title='Giovedì 6 settembre 2007, 13:37 : Diario chiude e volta pagina'>Giovedì 6 settembre 2007, 13:37 : Diario chiude e volta pagina</a> <small>Undici anni, un po&#8217; di storia, molti ringraziamenti e progetti...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/04/due-o-tre-cose-che-sto-imparando-con-e-su-tq/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>27</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 06:26:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[martin scorsese]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[pulp]]></category>
		<category><![CDATA[pulp fiction]]></category>
		<category><![CDATA[quentin tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[robert rodriguez]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=39232</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2.jpg"></a><br />
di  <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo<br />
ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere,<br />
così noi siamo in grado di intraprendere viaggi tra le sparse rovine.<br />
<em>Walter Benjamin</em></p>
<p><strong>Una pura formalità.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/">Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2-300x225.jpg" alt="" title="machete2" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-39233" /></a><br />
di  <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo<br />
ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere,<br />
così noi siamo in grado di intraprendere viaggi tra le sparse rovine.<br />
<em>Walter Benjamin</em></p>
<p><strong>Una pura formalità.</strong><br />
Se è questo che pensate, scordatevelo: per estro, vigore, ritmo, direzione della macchina da presa, uso delle ottiche, taglio delle inquadrature, il montaggio ora morbido e levigato ora nervoso e incrinato, e tutta una serie di spettacolari accorgimenti grafici, <em>Machete</em> è il genere di film che sbaraglierebbe da solo il novanta per cento della produzione nostrana.<span id="more-39232"></span> Se per uno sfortunato caso del destino, il Nanni Moretti di <em>Habemus papam </em>incontrasse in un giorno qualsiasi Robert Anthony Rodriguez, e insieme decidessero di sfidarsi in un duello cinematografico giocandosi tutto, donne case motori e rispettivi conti in banca &#8211; esattamente il tipo di plot per cui alcuni spettatori emettono quella sottilissima varietà di gridolini protetti dall&#8217;oscurità delle sale &#8211; mille a uno vedreste vagare triste solitario y final Moretti lungo le strade e i cavalcavia, elemosinando la vostra pietà non solo per non essere riuscito a muovere le camere con lo stesso candido piglio, ma soprattutto per essere venuto meno alle prove di conoscenza cinematografica &#8211; l&#8217;arcobaleno della storia del cinema che pone sullo stesso arco lo slang della <em>blaxploitation</em>, i duelli spettacolari in punta di spada dei <em>wuxia plan</em>, l&#8217;avventurosa creatività degli horror da due lire, la sporcizia del nastro vhs della prima pornografia di massa, l&#8217;esattezza geometrica dei western, la sgangherata ferocia dei war-movies, lo sguardo nella serratura del pecoreccio italiano, e tanto per chiudere i kolossal, i film d&#8217;autore e le differenti vague che hanno ripetutamente scosso la monotonia stagnante del grande schermo. Le gerarchie estetiche, come ci ricorda l&#8217;ex ragazzo prodigio Robert Anthony Rodriguez, non sono più di questo mondo.</p>
<p><strong>Strade perdute.</strong><br />
Qualcosa però non gira come un tempo &#8211; ed è palpabile. Machete (Danny Trejo) è un uomo avanti negli anni che vagola da una parte all&#8217;altra del confine tra Mexico e Stati Uniti. Ha la pelle butterata, i capelli lunghi neri, i baffi a manubrio, due mani enormemente tozze, una massa muscolare che incute primitivo terrore, sebbene lo sguardo sia buono, e l&#8217;aria da ergastolano del braccio della morte sia suturata punto per punto alla goffaggine dei movimenti, un incedere claudicante buffo impacciato, come se uno scienziato, in un momento di debolezza, avesse incrociato il genoma di Pippo con quello di Ivan Drago. Nomen omen, la sua specialità è l&#8217;uso virtuosistico e vendicativo del machete, ma non è un serial killer, né un assassino mercenario, né uno schizzato investito dall&#8217;aurea del supereroe. Machete è un ex agente federale &#8211; un giorno la moglie viene decapitata sotto i suoi occhi, e da allora cerca riparo, lavoretti per sopravvivere, le tracce degli uomini che hanno compiuto tanto orrore. Per questo la storia della vendetta di Machete è una lunga macabra irritante sequela di teste mozze, mani tagliate, gambe recise, arti e organi spiccati dal corpo. Per quanto sia a tratti divertente, nonostante la per nulla sottile linea rossa della vendetta incroci la storia d&#8217;amore con l&#8217;agente federale Sartana (Jessica Alba), la storia di rivolta sociale organizzata dalla subcomandante Luz (Michelle Rodriguez), la storia di corruzione politica a cui si dedicano anima e corpo il senatore McLaughlin (Robert De Niro) e Michael Benz (Jeff Fahey), la storia del dominio incontrastato del narcotrafficante Torrez (Steven Seagal), la storia della migrazione di anonimi profughi messicani lungo il confine presidiato dalla pistola facile del Tenente Stillman (Don Johnson), il film non è altro che un continuo salto di location e situazioni dove Machete può dar saggio di quanto sia terribilmente padrone di un così bizzarro strumento di morte. Non è un caso, insomma, se in sala, calati nella poltrona, rapiti dallo schermo, troppo civili e perturbati dalla varietà di gridolini emessi dal vostro vicino di posto ogni qualvolta spicchino come piccoli volatili teste e mani da corpi altrui, siate sopraffatti da una parola: videogame. Machete è un videogame anni ottanta: un film a quadri, ogni quadro più complicato e popolato del precedente. Ma la logica che presiede tanta proliferazione narrativa, il turbinio di set situazioni personaggi che culmina nella saturazione esplosiva del finale, l&#8217;un contro l&#8217;altro armati e il prevedibile happy end, resta quella: la legge iperrealista e pornografica del taglione e del machete.</p>
<p><strong>Quei bravi ragazzi.</strong><br />
Una battuta però non ci permette di liquidare così in fretta il film. Soprattutto se la battuta è infilata tra le labbra di Robert De Niro &#8211; ormai un pallido sosia di se stesso. Siamo all&#8217;ultimo quadro, il film sta finendo, le micce narrative accese in qualsiasi parte del film stanno per dare fuoco alle polveri della più classica catarsi, e il senatore McLaughlin, cioè Robert De Niro in persona, imbeccato da Robert Anthony Rodriguez, dice: &#8220;Volete far fuori quei bravi ragazzi? Allora sono con voi&#8221;. E potrebbe filare liscio, il finale. I mitra cantano, le teste saltano, i messicani sparano, i gringos vanno giù, le cisterne avvampano nell&#8217;aria la pirotecnia della benzina esplosa &#8211; eppure quella battuta non smette di girare e stridere tra i pensieri, come se ci avesse recapitato chissà quale scottante verità avvolta nella cartapesta di un film poco riuscito. Perché quella battuta proprio in bocca a Robert De Niro? Come mai nella battuta in bocca a De Niro, con raggelante ironia meta-cinematografica, è messa in scena la sfida totale a <em>Quei bravi ragazzi</em>, il <em>Goodfellas</em> di Martin Scorsese, un film decisivo di uno dei migliori registi della storia del cinema? E cosa c&#8217;entra Martin Scorsese in tutto questo? Tra gli anni novanta e i primi dieci degli anni duemila, la monotonia stagnante del grande schermo è stata scossa dallo tsunami della pulp fiction. Quasi in contemporanea, Quentin Tarantino e Robert Anthony Rodriguez, un film dopo l&#8217;altro, film in alcuni casi divenuti pietre miliari, <em>Pulp Fiction </em>e <em>Sin City </em>in testa, hanno rivoluzionato non solo le forme del cinema, quanto la percezione della storia del cinema. Non è un caso se dal loro passaggio in poi, qualunque spettatore non abbia più remore morali nel guardare film di bassissima lega con i popcorn in mano e l&#8217;aria compiaciuta. Sembra quasi che Tarantino e Rodriguez siano la prova manifesta delle teorie di Slavoj Zizek: nei film, in qualsiasi film, perfino nelle operazioni smaccatamente commerciali, si agita lo spirito del tempo, lo spettro dell&#8217;inconscio collettivo, le acque più scintillanti e torbide della creatività. Se la vendetta è il tema canonico di buona parte della filmografia pulp, con buona pace di chi pensava che il conflitto sociale e il cammino della storia fossero arrivati a un punto morto, a livello estetico è la fusione di elementi stilistici eterogenei la cifra essenziale, la mescolanza sorvegliata e controllatissima di generi sentimenti valori che solo in teoria non potevano stare vicini senza elidersi a vicenda. Fornendoci così l&#8217;immagine fulminante dei corsi e ricorsi storici che ci tocca a abitare. Conflitto e condivisione, conflitto e mescolanza, attaccamento alle proprie abitudini e propensione alle abitudini altrui, desiderio di confini stabili e continui sconfinamenti di campo, il capitalismo avanzato dei territori chiusi e del libero mercato. In una sola parola, globalizzazione. Le forme della tragedia a cui ci avevano abituati registi del calibro di Martin Scorsese e Brian De Palma continuano incessantemente a parlarci, ma hanno poca parentela con l&#8217;allegria disperata da fine dei tempi che respiriamo giorno per giorno. Così, la battuta scritta da Robert Anthony Rodriguez e pronunciata da Robert De Niro &#8211; grandissimo attore e corpo-paesaggio del cinema scorsesiano &#8211; disegna il passaggio di testimone, lo strappo ironico e maldestro del testimone tra vecchi e nuovi maestri del cinema. Bravi ragazzi, in fondo: con gli occhi di ghiaccio, il sangue freddo, la mano ferma, è dall&#8217;inizio della loro carriera che Rodriguez e Tarantino uccidono e omaggiano i propri padri. Ubriacandosi subito dopo, però. Annullando all&#8217;istante qualsiasi senso di colpa.</p>
<p><strong>Face off, le due facce di un assassino.</strong><br />
Ovviamente, non basta &#8211; se Freud andasse al cinema, avrebbe da ridire. Perché sì, da una parte è vero, Tarantino e Rodriguez ne hanno avuto la forza, hanno ucciso i propri padri, si sono misurati con il presente per proiettarsi nel futuro &#8211; ma è vero anche il contrario, forse non hanno eliminato simbolicamente proprio nessuno, e anche da semplici spettatori non è difficile comprendere il lato oscuro della forza. Il cinema pulp ha questo di speciale: possiede due occhi. Contemporaneamente, guarda in avanti con uno, con l&#8217;altro all&#8217;indietro. Se è scontato sostenere che da <em>Le iene </em>e <em>El Mariachi </em>in poi i due registi abbiano disteso un nuovo futuro per il cinema, è altrettanto scontato sostenere che questo scarto in avanti è stato compiuto sia per la spaventosa padronanza tecnica e narrativa del mezzo, sia per la loro disinvolta cinefilia &#8211; una venerazione continua, un amore maturo e viscerale per la più piccola creatura della storia del cinema, al punto da spingere i due registi a citare usare reinterpretare nei propri film sequenze e movimenti già impressi su altre pellicole. È così: la benzina che brucia nel motore del cinema pulp è invecchiata da tanto di quel tempo che lo spettatore medio, e buona parte degli specialisti, fatica a capire da dove arrivi. Ma c&#8217;è di più. Come le altre avanguardie estetiche, oltre riproporre e riformulare movenze e stilemi propri della cinematografia dimenticata o lontana dal mondo occidentale o esplicitamente di serie b, Tarantino e Rodriguez puntano i riflettori sul cinema stesso, il cinema inteso come mezzo, come dispositivo. Se sotto la minaccia di un microfono chiedeste ai due registi cosa sia per loro il cinema, molto probabilmente non ricavereste solo nomi di attori caduti in disgrazia, o di opere introvabili, o di registi impossibili da pronunciare &#8211; con molto affetto, una certa luccicanza degli occhi, sicuramente accennerebbero a tutto quel corredo di errori e intoppi che la pellicola di un film si porta dietro. Bruciature, macchie, righe, capelli, sfocamenti, fuori-quadro, salti audio-video, e altre amenità del genere. Buona parte dei loro film, infatti, perfino in un mondo evoluto come quello del cinema contemporaneo, seguita a portare impresse le stimmate superficiali di un&#8217;epoca inesorabilmente trascorsa. Molto furbamente, direbbe qualcuno, avrebbero elevato il passato a stile, collaborando alla messa al punto del vintage, cioè alla riproposizione di oggetti trascurati e desueti dentro le maglie del mercato &#8211; il ciclo e il riciclo della merce, insomma. Tuttavia, i due registi non sembrerebbero turbati da tanto feticismo. Il corredo di errori e intoppi della pellicola dispiegato nei loro film riporta a galla il cinema così come veniva percepito da un generico spettatore davanti alla proiezione di una pellicola, cioè la loro stessa esperienza di spettatori bambini e poi ragazzi tra gli anni &#8217;60 e &#8217;70 del secolo scorso. Tutto questo pulp, così, poggerebbe su un&#8217;insopprimibile nostalgia dei bei tempi andati. E se la nostalgia è una chiave di lettura delle loro opere, i padri prima sfidati e poi simbolicamente eliminati resistono al loro posto come fantasmi implacabili. </p>
<p><strong>Ritorno al futuro.</strong><br />
Il pulp, così, e buona parte del cinema postmoderno, soffre di questa impasse: guarda avanti, e nello stesso tempo guarda indietro, scatta nel futuro e allunga nel passato &#8211; e in questo doppio movimento finisce per rimanere sul posto, senza andare da nessuna parte. Sembra un destino già scritto, invece tutto deve ancora iniziare. Mai come nell&#8217;ultimo film di Tarantino, <em>Bastardi senza gloria</em>, la riformulazione della nostalgia e delle vestigia del passato si è trasformata in un&#8217;appuntita arma etica. Come se per tutti questi anni Quentin Tarantino avesse ripetutamente riavvolto il nastro della storia del cinema e della sua percezione solo per arrivare in un punto determinato dello spazio-tempo, facendo scattare una colossale vendetta postuma contro Adolf Hitler. È chiaro: non si può accomodare ciò che è stato, né omettere per un attimo la Shoah e tutto il dolorosissimo carico di morti e massacri. Però si può giustiziare un&#8217;ideologia. Se il cinema, dice tra i fotogrammi Tarantino, è stato un mezzo di propaganda politica, ugualmente può diventare una trappola infernale per gli oligarchi e il loro modo distorto di considerare il mondo. Il contrario, invece, per Robert Anthony Rodriguez. Già il finale di Machete somiglia a una dichiarazione di resa. Alla fine del film due titoli annunciano che vedremo presto sugli schermi Machete uccide e Machete uccide ancora. Rodriguez ha attraversato le molteplici forme della nostalgia e della storia del cinema per infilare il punto di non ritorno di un auto-parodia. Non bastano questa volta i graffi della pellicola per allontanarlo dalla prospettiva del fallimento. Così, se è già difficile immaginare un prossimo glorioso futuro per il cinema pulp, rimasto sul posto mentre sfida il paradosso di correre contemporaneamente in due opposte direzioni, ancora più difficile per noi spettatori sostenere questo tipo di presente, del tutto vuoto, molto vintage, very cool, per nulla rischiarato dallo sfarzo dell&#8217;etica e da una qualsiasi urgenza espressiva. Più che il machete, allora, su questa pellicola si è abbattuta la mannaia. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/">Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/' rel='bookmark' title='Una cosa di sinistra (che non arriva mai)'>Una cosa di sinistra (che non arriva mai)</a> <small>di Helena Janeczek Sabato in piazza San Giovanni, Matteo Renzi...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/' rel='bookmark' title='Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage'>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a> <small>di Giuseppe Zucco Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/' rel='bookmark' title='Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso'>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a> <small>di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/' rel='bookmark' title='I signori Murena'>I signori Murena</a> <small>di Giuseppe Zucco (informiamo la gentile clientela che nel caso...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/' rel='bookmark' title='Minerali'>Minerali</a> <small>di Giuseppe Zucco Mamma non c’è più. Passo una mano...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 04:58:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[roberto castelli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=38771</guid>
		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054.jpg"></a></strong></p>
Laggiù tutte le forme conservano intrecciate
un&#8217;unica espressione frenetica di avanzata.
Federico Garcia Lorca
<p>Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli meriterebbe di più, sicuramente un premio. Ci sarebbe tutta una lunga enciclopedica lista di gente da premiare, persone a cui stringere la mano dopo avere appuntato sulla loro divisa istituzionale il profilo dorato di una medaglia al valore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/">Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054.jpg"><img title="25022011054" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></strong></p>
<address style="text-align: justify;">Laggiù tutte le forme conservano intrecciate</address>
<address style="text-align: justify;">un&#8217;unica espressione frenetica di avanzata.</address>
<address style="text-align: justify;">Federico Garcia Lorca</address>
<p>Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli meriterebbe di più, sicuramente un premio. Ci sarebbe tutta una lunga enciclopedica lista di gente da premiare, persone a cui stringere la mano dopo avere appuntato sulla loro divisa istituzionale il profilo dorato di una medaglia al valore. Tuttavia, questa è la volta del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, e non sarebbe decoroso fare finta di niente, si tratterebbe di un&#8217;imperdonabile mancanza di rispetto.<span id="more-38771"></span> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054.jpg"></a>Con candore, e cristallinità di pensiero, e un uso superlativamente performativo del sillogismo degno dei migliori allievi di Aristotele, sempre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, durante una sessione multipla di domande poste dal quotidiano <em>Padania</em>, avrebbe così ovviato al problema della presenza della &#8216;ndrangheta lungo tutta la diramata filiera di uno dei più grandi business italiani della seconda decade degli anni duemila, cioè l&#8217;Expo 2015 di Milano: &#8220;<em>Evitiamo per decreto che a partecipare siano aziende che possano essere collegate con la ‘ndrangheta. In poche parole escludiamo le ditte calabresi</em>&#8220;. Ovviamente, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli scherza. Non si prende gioco di noi &#8211; gioca <em>con</em> noi. Fa dell&#8217;ironia una sottilissima arte e la muove all&#8217;interno degli asfittici spazi del dibattito politico per scuotere la nostra coscienza civile. Sempre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, in quanto uomo delle istituzioni, garante della costituzione, rappresentante del popolo italiano informato sui fatti, non può non sapere in quale regione si è originata e sviluppata con scarso contrasto l&#8217;organizzazione criminale, conosce alla perfezione il carattere nazionale degli investimenti finanziari dell&#8217;organizzazione, ha certezza assoluta della spiccata vocazione internazionale dei movimenti valoriali materiali finanziari che l&#8217;organizzazione criminale non smette un istante di tessere in qualsiasi parte del pianeta Terra. Inoltre, ed è bene precisarlo a buon nome del sottosegretario alle infrastrutture, sempre in virtù di quanto sopra, Roberto Castelli è epistemologicamente avverso al motto <em>fare di tutta l&#8217;erba un fascio</em>, quindi anche in situazioni ampiamente disordinate, vedi il caso in questione, avrebbe la caratura scientifica se non spirituale per vagliare i comportamenti di una qualsiasi persona fisica e/o giuridica calabrese definendoli di volta in volta onesti conniventi corrotti criminali. Allora siamo tecnicamente al punto: perché mai il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli scherza con noi, gioca con noi, tiene le mani sulla pancia dal ridere mentre rilascia su un quotidiano prova di tanta ironia e acume? Forse forse cerca di distrarci? Conosce una per una le passioni tristi che animano la nostra vita quotidiana e fa di tutto per tirarci su il morale? Tenta di riportare a galla sentimenti tipo amore per il prossimo e solidarietà che avevamo riposto in un angolo segreto del nostro trilocale in attesa di un tempo meno depressivo e sinistro? Cioè, cos&#8217;è questo solletico viceministeriale? Una forma dolcissima di empatia? Alla lunga, ragionandoci su, credo davvero che il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli abbia rilasciato questa dichiarazione per istruirci su quanto avesse ragione Jacques Lacan: c&#8217;è una strettissima connessione tra inconscio e linguaggio &#8211; e se l&#8217;inconscio è strutturato come un linguaggio, a sua volta il linguaggio porta traccia, in molti casi una traccia dolorosa, del moto incessante dell&#8217;inconscio e delle sue configurazioni. In altre e più specifiche parole, il sottosegretario Roberto Castelli, in quanto uomo delle istituzioni, garante della costituzione, rappresentante del popolo italiano informato sui fatti, ha messo in scena un finto lapsus linguistico &#8211; cioè, è caduto intenzionalmente in errore &#8211; per riportare alla nostra attenzione il modo euristico e infelice coi cui ahimè ragiona buona parte dei cittadini dello stato italiano. Il sacrificio morale del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, una di quelle azioni che immediatamente sconfinano nel campo della beatificazione, viene dopotutto a ricordare a ognuno di noi che non va bene, è proprio una scorciatoia ermeneutica, l&#8217;identità è una cosa, la gabbia identitaria è un altra, il territorio è una cosa, la chiusura stagna del territorio è un altra. Avvicinandosi sempre più al cuore pulsante del sacrificio morale del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, si capisce meglio: nel mondo materiale, così come nell&#8217;infinita ricchezza delle forme di pensiero, non esiste una lunga sequela di piccoli territori recintati, ma un unico grande territorio con un unico amplissimo orizzonte dove tutto si intreccia e si trasforma. Perché sì, ha ragione Federico Garcia Lorca, <em>Ci avvince un desiderio di limiti e di forme</em>, ma più che altro dimora dentro di noi la vocazione a abitare e pensare un territorio infinitamente più esteso, ed è lì il segreto, nel territorio aperto. Ho il vago presentimento che se il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli fosse qui in uno dei suoi elegantissimi completi di grisaglia ministeriale, non perderebbe tempo, aprirebbe sotto i nostri occhi il vocabolario alla voce <em>etica</em>, e con il dito puntato di una vasta erudizione ci farebbe notare come la radice di questa parola discenda dal greco antico <em>ethos</em>, il posto da vivere. Ed è anche e soprattutto per questo che mi piacerebbe sciogliere parte della commozione mentre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli ritira il suo premio. Del resto, penso, se ha giocato e scherzato con noi mettendo a disposizione queste conoscenze, chissà cosa succederebbe se gli venisse mai in mente di rilasciare qualche nuova e meno scontata dichiarazione sulla Libia, per esempio, o sull&#8217;uso delle centrali termonucleari, o sull&#8217;avventura dei migranti non tanto in acque internazionali quanto sulla terraferma di Lampedusa<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/paste/pasteword.htm?ver=327-12351#_ftn1">[1]</a>. Ci sarebbe da tenerlo d&#8217;occhio, allora. Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli fiuta premi e riconoscimenti a mille miglia di distanza.</p>
<hr size="1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/paste/pasteword.htm?ver=327-12351#_ftnref1">[1]</a> È decisamente incredibile: nell&#8217;arco di tre settimane, con una determinazione senza pari, staccando di molte misure ogni simile per grado e merito, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli consegue un <em>en plein</em>, rilasciando questa dichiarazione durante il programma televisivo <em>Porta a Porta</em>: &#8220;<em>Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora</em>&#8220;. Ovviamente, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli continua a scherzare con noi, a prendersi cura di noi &#8211; d&#8217;altra parte è patrimonio comune non solo il suo pacifismo, ma soprattutto il suo costante richiamo alla vita e alle opere di un vescovo, il manzoniano e lombardissimo San Carlo Borromeo. E allora perché, si chiederanno i miei venticinque lettori? Presto detto: stracciando sotto i nostri occhi le prime grandezze filosofiche di Giambattista Vico e Vilfredo Pareto, riformulando in modo colloquiale la nozione di <em>eterogenesi dei fini</em>, dando voce come un ventriloquo alla pancia del paese Italia, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli tenta disperatamente di farci comprendere quanto le azioni umane possano portare al conseguimento di fini diversi da quelli prefissati. È chiaro a tutti ormai che se non fosse così umile e schivo e di basso profilo potrebbe tranquillamente ambire a ciò che gli induisti definiscono <em>guru</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/">Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/' rel='bookmark' title='Toccare il fondo'>Toccare il fondo</a> <small> Ritorno nella Calabria profondissima, ossia la Locride di Giuseppe...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/storie-di-ritorni/' rel='bookmark' title='Storie di ritorni'>Storie di ritorni</a> <small> di Helena Janeczek Mi mostra il tratto dove ha...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/13/attacco-alla-nazione/' rel='bookmark' title='Attacco alla nazione'>Attacco alla nazione</a> <small> di Evelina Santangelo Ennesimo attacco frontale allo spirito e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/' rel='bookmark' title='Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma'>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a> <small> di Helena Janeczek Leggo che il bambino- anzi: il...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/' rel='bookmark' title='I signori Murena'>I signori Murena</a> <small>di Giuseppe Zucco (informiamo la gentile clientela che nel caso...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I signori Murena</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 19:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=38635</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><em>(informiamo la gentile clientela che nel caso d</em>i <em>questo racconto non si tratta di pubblicità occulta per <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/murene-abbonarsi-e-semplice/">Murene</a></strong>, essendo il medesimo stato pubblicato in origine sulla rivista </em>&#8220;Colla&#8221;. <em>Cogliamo nondimeno l&#8217;occasione, per farne pubblicità esplicita&#8230;. hj)</em><em> </em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/murene.jpg"></a></p>
<p>Da tempo non guardavano la televisione di sera.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/">I signori Murena</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><em>(informiamo la gentile clientela che nel caso d</em>i <em>questo racconto non si tratta di pubblicità occulta per <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/murene-abbonarsi-e-semplice/">Murene</a></strong>, essendo il medesimo stato pubblicato in origine sulla rivista </em>&#8220;Colla&#8221;. <em>Cogliamo nondimeno l&#8217;occasione, per farne pubblicità esplicita&#8230;. hj)</em><em> </em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/murene.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-38636" title="murene" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/murene.jpg" alt="" width="500" height="141" /></a></p>
<p>Da tempo non guardavano la televisione di sera. Lei aspettava che il marito rincasasse, allora sedevano a tavola. Prima di iniziare, spiegando la stoffa bianca sulle gambe, lui chiedeva sempre se Carlo avesse mai chiamato, se qualche buona notizia avesse solcato la diramazione delle linee telefoniche, lei scuoteva la testa come un campanellino, e lasciava cadere il discorso senza aggiungere altro, immaginando però altre città metropolitane, la solitudine delle cabine telefoniche emerse nella fredda luce dei neon in altre notti e in altre circostanze. <span id="more-38635"></span>Così, cenavano: portavano alle labbra bocconcini, squittivano nell&#8217;intimità semplici cose, Buonissimo, Dovrà finire anche l&#8217;inverno, Passami il pane, Il traffico oggi non hai idea, poi i bicchieri vuoti, la buccia della frutta dentro il piatto, i signori Murena raccoglievano ogni cosa. Se il telefono non squillava, attendendo per scrupolo qualche minuto ancora &#8211; lei asciugando i piatti, lui riformulando la preghiera occidentale delle notizie mattutine &#8211; infilavano la camera da letto, poi spegnevano la luce, il lampadario appeso, l&#8217;abat-jour sul comodino. Senza ravvivare le braci di altre conversazioni, sedevano sul lato lungo del letto davanti ai vetri della finestra. Sotto, in strada, le risse non mancavano mai. Non era così una volta, per esempio quando avevano comprato casa, Carlo non c&#8217;era ancora, andavano al cinema la sera, tornavano a braccetto discutendo sul significato ultimo del film, brancolando nel paesaggio sospeso del finale, e una di quelle sere, mentre i semafori divenivano arancioni intermittenti, lei disse che aspettava un bambino, lui non sapendo trovare frase migliore la baciò, e continuarono a camminare verso casa proprio come alla fine dell&#8217;ultimo spettacolo, la sensazione che qualcosa continuasse a sfuggire ancora, di che colore avrebbe avuto gli occhi, quale sarebbe stata la prima parola pronunciata, che università avrebbe frequentato, ma adesso non passava sera che le risse non scoppiassero per niente.</p>
<p>Si tenevano per mano, i signori Murena, e guardavano giù. Davanti alle serrande chiuse dei negozi, sotto lo sfarzo dei lampioni,  due tenevano un ragazzo, l&#8217;altro picchiava duro &#8211; un pugno, due pugni, un colpo di testa sullo sterno. Il ragazzo si piegò, sputò per terra, non c&#8217;era verso di tenersi in piedi, tutti e tre presero a calciare. Il ragazzo si rannicchiò, i signori Murena si guardarono negli occhi. Ti ricordi, disse lui, poi declinò al presente indicativo tutte le immagini, Carlo con la varicella, più o meno la prima elementare, la stanzetta con la carta da parati verde e le lenzuola a quadretti azzurri, le papule rosa in faccia, la raccomandazione di non toccarle per nessun motivo, i segni perdurano la vita intera, un bambino in lotta con se stesso sotto le lenzuola, la polvere di talco sulle crosticine, e anche se alla fine si era incavata una debolissima cicatrice ovale sulla guancia, era già tutto lì, Carlo, la determinazione. Lei disse Sì, e strinse la sua mano per zittirlo. L&#8217;oscurità della camera da letto si depositò con fermezza tra le cose e le parole, ma anche credendo di sentirlo, distinguendo accuratamente il silenzio dalle urla, il telefono non squillò. Per strada si radunò altra gente ancora. C&#8217;era il ragazzo rannicchiato a terra, e il suo corpo, come un equatore immaginario, divideva il mondo. Pantaloni larghi, felpe con il cappuccio, bottiglie rotte in mano: due gruppi contrapposti si squadravano immobili, mentre le finestre dei palazzi s&#8217;illuminavano una dopo l&#8217;altra, giusto per capire cosa prefigurasse tutto quel silenzio. Sai, disse lei, e nominò Francesca, l&#8217;aveva incontrata al supermercato, teneva per mano una bambina, gli occhi tutti della mamma, era magrolina, i capelli più lunghi e neri, ma al supermercato l&#8217;aveva riconosciuta subito, fermò il carrello e le chiese come stava, Francesca la prima ragazza di Carlo, cioè la prima ragazza che Carlo avesse presentato, non si vedevano dal liceo, si sentivano di tanto in tanto, lunghissime telefonate a quanto pare, di notte soprattutto, ma a Carlo non mancava niente, la vita come la voleva lui, Francesca era serena quando ne parlava. I ragazzi gridarono, si spinsero, uno basso di statura roteò una catena, passarono alle mani. Volavano pugni, calci nella pancia &#8211; tre di loro, staccandosi dal mucchio, corsero a perdifiato dietro uno, lo inseguirono anche sulla strada senza preoccuparsi di finire investiti, le macchine sfrecciavano in velocità, frenavano appena, ripartivano per non diventare facile bersaglio della rissa, era successo una infinità di volte, e correndogli dietro non lo raggiunsero più, solo una bottiglia ci andò molto vicino.</p>
<p>Lui si alzò, infilò l&#8217;oscurità della camera da letto, con un&#8217;andatura che non significava niente di buono per il ginocchio prese il corridoio. Ritornò, e aveva un cilindro di cartone in mano. Lui disse che era arrivato ieri, un pugno colpì un ragazzo in faccia, sembrava doloroso nonostante tutta la distanza e la finestra chiusa, lo si capiva da come perdeva sangue. Lei rimosse il coperchio, sfilò un foglio arrotolato &#8211; il riquadro giallino della laurea di Carlo. Stava proprio bene, disse lei, e ricordò come era vestito Carlo, il completo grigio scuro, la camicia bianca, la cravatta azzurra, così come ricordò la parabola ascendente del grafico che Carlo illustrò ai professori e alla platea, l&#8217;indice puntato verso l&#8217;alto, la chiarezza dell&#8217;esposizione, era un uomo ormai, presto sarebbe andato via di casa. Il ragazzo che perdeva sangue dalla bocca, ruppe la bottiglia di birra, e correndo, caricando il braccio, squarciò con il vetro la coscia del ragazzo davanti. I signori Murena guardarono la scena, e poi, tremando lievemente dietro i vetri, sentirono in lontananza le sirene della polizia. Quando frequentava il liceo, soprattutto il quinto anno, Carlo usciva ogni sera, per strada c&#8217;erano già le risse, forse erano perfino più violente di adesso, non si contavano i feriti, una volta uno finì accoltellato difendendo una ragazza, e la sera successiva c&#8217;era stata una lunga fiaccolata, tutti gli abitanti del quartiere avevano percorso il viale per attirare l&#8217;attenzione, lo striscione in testa al corteo diceva Adesso basta, per qualche giorno sembrò fosse tornata la tranquillità, poi le cose ripresero la stessa piega. I signori Murena, fino a quando Carlo non rientrava, non chiudevano occhio, rimanevano in piedi il tempo necessario, gli occhi incollati alla finestra, sperando stasera non toccasse a Carlo, non a lui. Il ragazzo urlava, uno si tolse la felpa per tamponare la ferita, lui la guardò, lei scosse il campanellino della testa, sarebbe finita male questa volta, per un attimo non ebbero la forza di guardare. Ma le macchine della polizia passarono senza fermarsi. Non ci sarebbero state perquisizioni, né schedature, né arresti, nessuno avrebbe fatto niente per sedare la violenza, e i signori Murena tirarono un unico sospiro. Era il terrore a governare gli uomini, la paura a riunirli &#8211; almeno così immaginavano i signori Murena. Le risse, come ai tempi del liceo, avrebbero riportato Carlo a casa, e questa e altre notti avrebbero atteso con pazienza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/">I signori Murena</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/' rel='bookmark' title='Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage'>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a> <small>di Giuseppe Zucco Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/' rel='bookmark' title='Piccoli orsi polari crescono'>Piccoli orsi polari crescono</a> <small>di Giuseppe Zucco Sono io, ho venticinque anni, e la...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/' rel='bookmark' title='Come muore Enzo Biagi'>Come muore Enzo Biagi</a> <small> di Giuseppe Zucco Esente da memorie e da speranze,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/' rel='bookmark' title='Dichiarazione di indipendenza'>Dichiarazione di indipendenza</a> <small>di Giuseppe Zucco Ciò che avrebbe potuto essere e ciò...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/' rel='bookmark' title='Dentro le mura, fuori dalle mura'>Dentro le mura, fuori dalle mura</a> <small> di Giuseppe Zucco Solo l&#8217;amare, solo il conoscere conta,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Minerali</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 08:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=37411</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/pesci-rossi.jpg"></a></p>
<p>Mamma non c’è più. Passo una mano sulla sua fronte. È bianca. È liscia. È ghiacciata. Dentro di lei c’è il marmo, la pietra, il regno dei minerali. Anche Mario avvicina una mano. Stende il palmo della mano sul taglio delle labbra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/">Minerali</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/pesci-rossi.jpg"><img title="pesci-rossi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/pesci-rossi-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a></p>
<p>Mamma non c’è più. Passo una mano sulla sua fronte. È bianca. È liscia. È ghiacciata. Dentro di lei c’è il marmo, la pietra, il regno dei minerali. Anche Mario avvicina una mano. Stende il palmo della mano sul taglio delle labbra. Mamma non respira, dice Mario.</p>
<p>Mamma è questa cosa ghiacciata che non ci guarda, gli occhi chiusi dentro la bara, i fiori intorno, precipitata in un posto di cui io e Mario non ne sappiamo nulla, anche se mamma è il corpo disteso davanti a noi, definitivamente conquistato dal ghiaccio e dai cristalli.<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/pesci-rossi.jpg"></a><span id="more-37411"></span></p>
<p>Papà ci mette una mano sulla testa. Papà è questa mano che scivola lentamente sulla mia testa e su quella di Mario, avanti e indietro, e trasmette calore, e non c’entra niente con il regno dei minerali, non ne ha le proprietà né la struttura, anche se Mario preferisce controllare, e tira papà dalla camicia, lo porta alla sua altezza, e stende la mano davanti al taglio delle sue labbra.</p>
<p>A scuola, la maestra Maria ha tirato le linee sulla lavagna, ha diviso la lavagna in riquadri con il segno bianco e continuo del gesso, ha riempito i riquadri con il nome di tutti i minerali, suddividendoli per durezza, lucentezza, colore e altre cose che non ricordo. Ma non c’era il nome della mamma tra i riquadri. Non era neanche previsto che lì comparisse il suo nome. E allora riconosco che la scienza non è esatta. Studiare la scienza serve poco se nessuno durante la lezione ti dice dove andrà la mamma, dove finisce la mamma anche se è lì davanti a te, distesa, incartata in un vestito tutto colorato, con le mani bianche raccolte sullo sterno, muta e minerale in mezzo a gente sconosciuta che entra e abbraccia papà, tutti vestiti con abiti colorati, rossi come il maglione di Mario, o verdi come la mia gonna e le mie calze, perché alla mamma piacevano tutte le forme del creato, il quarzo, i coralli, le api, i tulipani, ma non le piaceva il nero, non le era mai piaciuto.</p>
<p>Nonna dice a Mario di lasciare stare papà. Nonna è l’unica persona vestita di nero in questa stanza. Ripensandoci, veste di nero da sempre, da quando nonno scese nel regno dei minerali. Stacca Mario da papà, e papà ha gli occhi consumati, e si vede che è stato sempre vicino alla mamma, che le ha staccato i tubicini dalle braccia, e l’ha lavata, e l’ha incartata nel vestito colorato, perché anche gli occhi di papà hanno la luce delle pietre dure.</p>
<p>Prendo Mario per mano. Camminiamo tra i grandi, tutti ci mettono una mano sulla testa. Gli chiedo se vuole vedere i cartoni, se gli va di sparare alle astronavi, ma Mario non mi ascolta, continua con severità e disciplina, stendendo la mano davanti alle labbra delle persone che incontra.</p>
<p>Mette una mano anche davanti alle labbra della zia. Se avesse qualche anno in più, potrebbe essere la mamma. Ha lo stesso sguardo, e il naso le si incurva nello stesso modo, e quando parla muove le mani tantissimo, una cosa che mamma faceva senza accorgersene, come per ricucire le parole di alito e aria al corpo solido e cristallino del mondo.</p>
<p>E allora piango, Mario smette di stendere la mano davanti alle labbra della zia. Mi guarda mentre si sciolgono sulle mie guance i minerali, le rocce, le montagne e i crateri che sono venuti a trovarmi in questi giorni. Hanno preso spazio qui dentro, crescendo e allargandosi, ed ho pensato che non erano male, era la mamma che non voleva lasciarmi sola, la mamma riflessa sulle facce dei cristalli e delle pietre.</p>
<p>E Mario continua a guardarmi come se non fossi io, anche papà mi guarda, e qualcosa deve essergli scoppiato dentro, perché si scusa, e saluta tutti, passa una mano sulla fronte ghiacciata della mamma, e poi esce, sgommando la macchina sull’asfalto, con gli amici di mamma e papa che dalla finestra seguono la macchina accelerare e sparire, senza dire niente, lo sguardo mineralizzato e vitreo, uno sguardo che deve essere anche il mio.</p>
<p>La zia mi asciuga le lacrime con i pollici. La nonna ci porta un vassoio di dolci. Ne prendiamo uno io e uno Mario. Nonna dice di mangiare, di non pensare a niente, che la mamma non mi lascerà mai sola. Mario rompe con i denti la glassa dura e sotto scopre il cioccolato sciolto e freddo. Devi essere forte, dice la nonna. Devi essere forte senza tristezza. Papà ha bisogno delle tue cure, dice.</p>
<p>Mario ne prende ancora. La nonna serve gli amici di mamma e papà. Ed è un miracolo come lo zucchero, la glassa, il cioccolato sciolgano il cristallo ed i minerali. La gente riprende a parlare, le persone ricordano mamma, e mamma sparisce dalla bara e riappare in un fatto curioso accaduto qualche tempo fa.</p>
<p>E non pensavo che la mamma diventasse questo. Parole di alito e aria. Una piccola nube di storie, parole e immagini che si addensa tra di noi.</p>
<p>Nonna è in cucina. Sta tutto il tempo in cucina e poi ci chiama, e noi ci sediamo a tavola e mangiamo le focacce. Le mani piccole e veloci della nonna sono la passione di Mario. Si avvicina in silenzio, e senza farsi vedere considera l’olio, la farina, le uova ed il sale cambiare forma e colore sotto le mani della nonna.</p>
<p>Una volta gli è finita una goccia di olio bollente su una guancia. Ha pianto un po’, poi è rimasto tutto il tempo con il dito premuto sull’ustione. Il giorno dopo andava e veniva dal bagno. Guardava allo specchio la macchia di pelle scura sulla guancia. La toccava con il dito e sentiva le sporgenze. Ha la forma della Francia, ho detto io. E Mario ha fatto di no con la testa. Allora siamo andati nella mia stanza, ho preso il libro di geografia e gli ho fatto vedere. Mario ha preso il libro, e senza dire niente è andato in bagno a controllare. Poi è filato da mamma, è saettato da mamma e papà gridando che aveva la Francia sotto l’occhio, che dentro la macchia di pelle scura ci abitavano i francesi, tutti i francesi della Francia, anche se era impossibile distinguerli, piccoli com’erano. Allora la mamma ha preso la lente d’ingrandimento, ha inquadrato con la lente i piccolissimi abitanti della macchia scura, ed ha cominciato a salutarli, <em>monsieur</em> e <em>madame</em>, con piccoli cenni della testa. Poi ha passato la lente a papà. E quando papà ha salutato tutti i piccolissimi abitanti della Francia, la lente è passata a me. Cosa vedi, mi ha chiesto Mario. Gli ho rivelato che dentro la macchia scura della Francia c’è Parigi, e dentro Parigi c’è la Torre Eiffel, e in cima alla Torre Eiffel ci siamo noi quattro a testa in su che guardiamo il cielo, le nuvole e gli uccelli.</p>
<p>Immagino sia giusto riprovarci. La nonna ci chiama, e noi andiamo in bagno, ci laviamo le mani, Mario schizza acqua dappertutto. Arriviamo in cucina bagnati, ma nonna non dice niente. C’è il minestrone nei piatti. I ceci, i fagioli, le carote e le patate. Mario fa una smorfia ed io sarei della stessa opinione. Ma ci sono le focacce, dopo. E allora conviene.</p>
<p>Mentre pranziamo, guardiamo il telegiornale. Una signora è rimasta trentacinque anni dentro il suo appartamento perché era terrorizzata dai microbi. Aveva usato il cotone per chiudere ogni fessura, e le finestre non le apriva mai, nemmeno se l’estate era caldissima. Nessuno l’aveva più vista. Nessuno tranne suo fratello. Ci pensava lui alla spesa, alle bollette, alla pensione. Ci pensava lui entrando e uscendo di corsa dalla casa della vecchia signora per evitare che folle di microbi pericolosissimi entrassero e si annidassero ovunque, nei posti più impensabili, nel frigorifero, nelle scatole delle scarpe, sotto i bicchieri rovesciati, nei polmoni. Pensò a tutto lui per anni interi. Fino a quando la sorella gli chiese di immaginare i microbi, di chiudere gli occhi e visualizzare le legioni di microbi che fluttuano nell’aria, milioni se non miliardi di particelle microscopiche che invadono la terra, l’atmosfera e tutta l’estensione dell’universo conosciuto. Fu allora che non riuscì più a superare la porta di casa della sorella. Per qualche giorno condivisero la fame e l’oscurità dell’appartamento. Quando sua sorella non riuscì più ad alzarsi dal letto, con la pelle tirata e il respiro debolissimo, lui decise di correre il rischio di telefonare, di prendere il telefono e avvicinare le orecchie e le labbra ai piccolissimi fori sulla cornetta dentro cui, molto probabilmente, i microbi ne aveva fatto un regno.</p>
<p>Nonna dice che sarebbe bastato l’odore delle sue focacce per tirarli fuori. Mario ne addenta una e me ne passa un’altra. Dice nonna che a volte l’olio, la farina, le uova ed il sale fanno più di quel che si crede. Nonno, prima di scendere nel regno dei minerali, ne portava sempre un paio in campagna, avvolte in un panno bianco. Lavorava la terra dura e poi mangiava le focacce. Erano il suo pranzo, insieme alle olive ed ai fichi che sbucavano dalla terra e pendevano dagli alberi.</p>
<p>Quando finiamo, io e Mario sparecchiamo. Consegniamo i piatti e le posate alla nonna, e lei li mette sotto l’acqua e il sapone. Nonna dice di andare a riposare. Finisco io, dice la nonna. E Mario ed io andiamo di là, ognuno nella propria stanza.</p>
<p>Mi sdraio sul letto. Resisto con gli occhi aperti senza dormire. Penso all’olio, alla farina, alle uova e al sale. Immagino sia giusto riprovarci. Quando non sento più rumore, e l’acqua non scorre più, e le posate sono lucide dentro il cassetto, e la porta della nonna si chiude dietro le sue spalle, e i singhiozzi della nonna rompono il silenzio, mi alzo. Vado in cucina a piedi nudi. Prendo una padella e la metto su un fornello. Verso un dito d’olio dentro la padella. Accendo il fuoco, e piccole lingue azzurre salgono e spingono sotto la padella. Aspetto qualche minuto. Vedo la superficie dell’olio increspare. Apro il frigorifero. Do una ditata nella pasta fresca delle focacce. Mi rimane un pezzo di pasta gialla sull’indice. Schiaccio la pasta tra le mani. Ne faccio un’ostia della comunione tonda e sottile. Lascio scivolare la mia prima focaccia nell’olio bollente. L’olio sfrigola e fuma. Salgono a galla piccole cupole intorno alla pasta, una corona di cupole trasparenti che crepitano e scoppiettano. Stendo il palmo della mano sulla superficie dell’olio. Stendo la mano finché una goccia incandescente non salta per aria e mi buca la pelle. Tiro via la mano. Serro la mano in un pugno. Stringo i denti. Spengo la corona di fiamme azzurre e porto il pugno nella mia stanza. Chiudo la porta e apro il pugno. C’è una macchia scura tra le righe del palmo. La macchia è la miniatura perfetta del Regno Unito. Prendo il libro di geografia per controllare. Nel libro, in un riquadro rosa sotto la cartina, c’è scritto che il Regno Unito ha un’antichissima tradizione nell’estrazione del carbone. Allora prendo la lente d’ingrandimento. Inquadro la piccola macchia scura sulla mano salutando i suoi piccolissimi abitanti, <em>how are you?</em>. Dentro la macchia scura del Regno Unito c’è il Galles, dentro il Galles c’è la più antica miniera di carbone, soli e dispersi nel regno minerale della miniera di carbone ci siamo io, Mario, il nonno e la mamma. Ma non riusciamo a toccarli, qualcosa impedisce a me e Mario di toccare ancora la mamma ed il nonno. Se mi avvicino le loro ombre si dissolvono. Allora stringo il pugno, un dito alla volta. Seppellisco il Regno Unito tra le sue pieghe. Abbandono la profondità dei miei pensieri e ritorno in superficie. Non c’è più nessuno. Né la miniera, né il Galles, né i piccolissimi abitanti che formicolano sulla macchia scura del Regno Unito. Vorrei papà con me, vorrei che almeno lui fosse qui, ma non so dove sia oggi, né quando tornerà a casa.</p>
<p>Poi papà ritorna a casa. Il colletto della camicia è sporco, un filo di barba gli segna il volto, ma non ha più la luce delle pietre dure negli occhi, sembra papà proprio come lo ricordo. Ha una palla di vetro in mano. Dentro la palla c’è l’acqua, nell’acqua ci sono due pesci rossi, dentro i pesci rossi c’è la lisca bianca, come ci ha fatto vedere la maestra Cristina vivisezionando le interiora di alcune creature marine.</p>
<p>Scusate, dice papà. Scusatemi, ma non ce l’ho fatta. Allora Mario ed io guardiamo papà, e gli dico di non preoccuparsi, abbiamo seguito noi la mamma, abbiamo accompagnato noi la mamma nella fossa scura, e quando è stato il momento Mario ha lanciato sulla mamma un pugno di terra anche per lui, la terra più lieve che abbiamo trovato, senza neanche un sassolino dentro, la terra più liscia che c’era.</p>
<p>Da fuori, i pesci sembrano lunghi come delfini. Papà poggia la palla di vetro sul tavolo, ed io e Mario guardiamo i pesci dall’alto. In un attimo ritornano normali, piccoli come mignoli, rossi sopra e quasi arancioni sotto. Nuotano in lungo e in largo, aprono e chiudono le branchie, e ruotano dentro la palla di vetro compiendo il giro, migliaia e migliaia di giri, navigando dentro questo mediterraneo d’acqua dolce senza fermarsi mai.</p>
<p>Come si chiamano, chiede Mario. Papà dice che i pesci rossi avranno il nostro nome. Quello piccolo si chiama Mario. Quello appena più grande, Martina.</p>
<p>Allora guardo Martina negli occhi. Quando si muove, mi muovo anch’io. Quando boccheggia, boccheggio anch’io. Quando mangia, mangio anch’io. Quando si nasconde dietro la pinna di Mario, mi nascondo anch’io. E ruoto e giro e scendo in picchiata nell’acqua trasparente.</p>
<p>Nonna arriva e abbraccia papà. Passa la mano sul suo viso scavato. Non dice niente, si trattiene dal dire qualsiasi cosa, e anche papà si trattiene, tutte le parole dietro la linea di partenza dei denti, continuando a guardarsi, a scambiarsi informazioni con gli occhi, lasciando scorrere i minerali dentro la riga di acqua trasparente scivolata sulle guance, tutte le pietre dure ed i cristalli. Parlano come lo farebbero Mario e Martina, muovendo le mani come pinne, girando costantemente intorno alle parole non dette, alle parole che nessuno avrebbe mai immaginato.</p>
<p>Tra le parole che nessuno avrebbe mai immaginato, ci sono anche queste. E le focacce, chiede Mario. La nonna dice di andare a lavarci le mani, lo dice anche a papà, gli fa proprio segno di andare in  camera sua, sistemarsi e venire a cena, che chissà da quant’è che non mangia, trattando papà come se fosse Mario, ma Mario tra tanti e tanti anni, le tempie scoperte, i peli neri sulle braccia, le tonsille e l’appendice abbandonate all’ospedale, la pillola per regolare la pressione da mandare giù prima di dormire, e l’anello all’anulare, l’unica cosa d’oro che abbia mai visto addosso papà, l’anello con cui gioca in continuazione, muovendolo in senso orario, come se il cerchietto di metallo seguisse la rotazione terrestre, il moto del pianeta terra intorno al proprio asse.</p>
<p>Ma papà dice di no, stasera no. Ho solo bisogno di dormire, dice. Poi papà prende Mario in braccio. Gli chiede da quanti giorni non si presenta a scuola. Mario apre due dita della mano, poi ci pensa bene e ne mostra tre. Papà dice che qualsiasi cosa succeda, noi domani torneremo a scuola. Una volta era la mamma a guidare fino alla Antonio Meucci, e farmi scendere lì davanti, aspettando che entrassi, ma domani se ne occuperà papà. Chissà quante cose avranno spiegato la maestra Maria e la maestra Cristina. Chissà quante lezioni avrò perso e quante minuscole tessere del mondo rimarranno un’incognita per sempre.</p>
<p>Nonna ci chiama in cucina, papà lascia atterrare Mario dopo averlo fatto volare con le braccia aperte. Ci dà un bacio, uno a me e uno a Mario. Ci ricorda che domani alle sette c’è da mettere i piedi a terra senza fare nessuna storia. Va in camera sua, anche se così stanco, così scavato, così rassegnato ai disastri naturali non lo avevo mai visto.</p>
<p>Mentre ceniamo, invece del televisore, guardiamo i pesci. Mario e Martina al contrario sono immobili nell’acqua e guardano lo schermo. Ai loro occhi, il televisore è un acquario più grande e colorato. Ma la loro aria perplessa nasce da quel pesce con i capelli bianchi, gli occhiali e l’abbronzatura leggera. A complicare le cose, il pesce in giacca e cravatta non boccheggia, parla. Al punto che Mario e Martina, indispettiti dall’inverosimiglianza e dall’uso esasperato degli effetti speciali, tornano a ruotare, pensando che noi esseri umani dobbiamo avere non pochi problemi se crediamo che i pesci rossi possano cascarci così.</p>
<p>Oggi andrò a scuola. Saluterò papà, attraverserò il cancello, e un attimo prima di entrare dal portone mi girerò di nuovo, guardando ancora papà che mi saluta. Entrerò in classe, appenderò lo zaino alla sedia, sistemerò il cerchietto tra i capelli, e farò finta che nessuno mi guardi in quel modo. Saluterò Silvia e mi siederò vicino a lei. Tirerò fuori i libri dallo zaino, i quaderni e le penne colorate, ma dirò a Silvia di non preoccuparsi. Se mai vedesse la luce delle pietre dure nei miei occhi, se mai mi irrigidissi in una posizione minerale, lei potrà stare tranquilla, sarà una cosa momentanea, una cosa che passerà. Poi seguirò la maestra Maria mentre traccia le linee di gesso sulla lavagna, la seguirò anche se mi guarderà in quel modo quando si gira da questa parte. E se continuasse a guardarmi così, alzerei la mano, direi che non avrei capito, mi farei spiegare ancora la storia dei Sumeri, il popolo che inventò la scrittura cuneiforme, la prima popolazione che svanì come i dinosauri dopo aver avuto la possibilità di incidere sulle tavolette di argilla fresca la parola estinzione.</p>
<p>Così vado in bagno, mi lavo la faccia, passo il filo interdentale tra i denti, e davanti allo specchio sistemo il cerchietto tra i capelli, passando alcune ciocche dietro le orecchie. Scendo le scale, e vado in cucina. La nonna potrebbe essere a letto, ma è già in piedi, nera nel vestito che ricorda la discesa del nonno e della mamma nel regno dei minerali, ma allegra e talmente piena di forza che muove le posate in cucina senza rendersene conto, una formichina nera che versa il latte nelle tazze, e il caffè nel mio latte, anche se la mamma non avrebbe approvato.</p>
<p>In pochi minuti siamo tutti a tavola. Nonna davanti, Mario a sinistra, papà a destra. Non so se abbia dormito davvero, ma papà ha l’aria riposata, anche se alcune rughe sulla fronte dicono che lui non è qui, e ho voglia di credere che nella sua testa sia già al lavoro, dentro il suo ufficio, mentre accende il computer e immagina le cose da portare avanti.</p>
<p>Chiedo lo zucchero a Mario. Ne verso due cucchiai nel latte. Giro il cucchiaino nella tazza. Scendo con lo sguardo nel vortice del latte, nel mulinello del latte che turbina velocissimo senza uscire fuori, proprio come Mario e Martina che ruotano sempre intorno allo stesso punto.</p>
<p>Mario domanda se anche i pesci rossi fanno colazione. Sicuramente gli piacciono i biscotti, dice. La nonna ride e papà ammette che i pesci piuttosto vomiterebbero. Anche se Mario non è proprio convinto, e avvicina un biscotto alla palla di vetro. I pesci rossi si agitano, saettano nell’acqua, puntano il biscotto e rimangono fermi dentro la sua ombra. Ve lo dicevo, dice Mario. Gli piacciono, gli sono sempre piaciuti.</p>
<p>Papà dice di tornare a sedere e di finire il latte. Ci sarà traffico in strada, e bisogna partire in tempo, evitando di mettersi in coda. Mario lascia il biscotto davanti alla palla di vetro, e si siede. Ne prende un altro e fa per affondarlo nel latte. Poi guarda papà, apre la bocca per dire qualcosa, ma non la dice. Rimane lì senza dire niente, in una posizione rigida e minerale, il biscotto per aria, gli occhi fissi sul latte. Non ti va più, chiede papà.</p>
<p>Mario guarda di nuovo papà e lascia le labbra aperte, così che le parole, quando sarà il momento, trovino l’uscita giusta. Dov’è la mamma, chiede Mario.</p>
<p>È solo una domanda. È l’unica domanda che Mario sta tentando di mettere insieme da giorni. Mario lavora le parole come la plastilina. Alla fine, se ci lavori su, e premi con le dita nel posto giusto, poi ne viene fuori una figura comprensibile.</p>
<p>Papà è ammutolito. Le sue gambe sono di cristallo, le braccia di quarzo, il corpo di roccia nera. Non dice niente. Molto probabilmente io, Mario, la nonna e i pesci non siamo più seduti al tavolo in cucina. Un vento ghiacciato ci allontana e ci nasconde alla sua vista.</p>
<p>Gli chiedo a che ora usciremo da casa, ma non mi risponde. Gli chiedo se deve ancora fare benzina, ma non mi guarda. Si alza, esce dalla cucina, prende le scale e torna in camera sua. L’ultimo rumore che sentiamo è la sua porta che si chiude.</p>
<p>Nonna è sulla porta di casa. Ci dà un bacio, uno a me e uno a Mario. Ci stringe a sé, ci accarezza. Ci ho provato, dice la nonna. Ci ho provato, ma non ci sono riuscita. Non vi lascerò soli, dice la nonna. Ma oggi devo andare.</p>
<p>Le rotelle della valigia girano sul pavimento. Dietro la porta c’è la nonna, sugli scalini c’è la nonna, per strada c’è la nonna, sul taxi c’è la nonna, la nonna non c’è più.</p>
<p>Quando papà è andato via, la nonna ha aspettato. Ci ha fatto segno di finire la colazione, di stare buoni, lei avrebbe sistemato le cose. È salita al secondo piano, è rimasta davanti alla porta di papà, ha radunato tutta la calma e la forza, e con tutta la calma e la forza disponibile ha picchiato con le nocche sulla porta, una volta, due volte, pregando papà di uscire, di tornare giù, evitando a me, Mario e i pesci rossi quella scena, il ricordo di quella scena. Nonna ha continuato a picchiare sulla porta, tre volte, quattro volte, supplicando papà di tornare in sé e uscire, di farlo per il bene dei vivi e dei morti, soprattutto dei vivi, dei bambini in cucina che aspettano senza parlare, seduti vicini, davanti al latte freddo, ormai gelido e minerale nelle tazze. Da dietro la porta, papà ha urlato di andare via, ha iniziato a urlare cose irripetibili alla nonna, parole cattive di cui non conosco il significato, anche se bastava il suono, nel suono cattivissimo delle parole cattive era raccolto tutto il loro senso, tanto che ho chiesto a Mario di venire da me, di sedersi qui, Mario si è accomodato sulle mie ginocchia, e quando gli ho coperto le orecchie con le mani non si è meravigliato, è rimasto sotto la protezione delle mie mani con gli occhi chiusi. Si sente il mare qui, diceva Mario, nel cavo delle mani. Nel mare c’è il plancton, i delfini, gli squali tigre e le stelle marine. Nel mare ci sono Mario e Martina che ruotano sempre intorno allo stesso punto, anche se potrebbero spingersi più lontano adesso, perfino più lontano dei motoscafi.</p>
<p>Giro la porta dietro di noi. Anche oggi staremo a casa, dico a Mario. Torniamo in cucina. Mettiamo nei cassetti le posate mai usate. Chiudiamo nel sacchetto le fette biscottate mai toccate. Stringiamo il tappo della marmellata mai aperta. Restituiamo al frigorifero il burro mai sfiorato. Ricopriamo lo zucchero mai sciolto nelle tazze. Lasciamo scivolare nel lavello il latte mai bevuto, il caffè mai preso in considerazione.</p>
<p>E i pesci, chiede Mario. Almeno i pesci devono fare colazione. Mario mi supera e afferra il contenitore. Sale su una sedia, apre il contenitore, inquadra la palla di vetro e versa una piccola quantità di mangime. Dal contenitore precipitano coriandoli verdi, arancioni e gialli. Rimangono sulla superficie, s’inzuppano d’acqua, affondano giù. Coriandoli che vanno giù come stelle filanti. Nella festa delle stelle filanti, Mario e Martina nuotano e girano e mangiano senza più guardarci.</p>
<p>È come la manna, dico a Mario, ripetendo il catechismo. Le cose buone da mangiare precipitano dal cielo. I coriandoli, come piccoli stormi, atterrano tra Mario e Martina disorientati.</p>
<p>Immagina le focacce, dico a Mario. Le focacce, le patatine fritte e le frittelle. Immagina se piovessero dal cielo. Immagina noi due correre sotto il cielo per prenderle al volo. Montagne di focacce croccanti. Giacimenti di patatine dorate. Quantità inesauribili di frittelle con i fiori di zucca. Pagliuzze e lingotti salati da conservare in cassaforte per i tempi peggiori. Immagina cosa sarebbe di noi due se le cose buone da mangiare piovessero dal cielo. Potremmo andare dovunque, in qualsiasi parte del mondo. In Australia, tra i canguri ed i koala. In Svizzera, dove  il cioccolato è buonissimo. In Egitto, a fare le gare con i cammelli tra le piramidi. Oppure in Arizona, dove c’è il Gran Canyon. Hai presente il Gran Canyon, chiedo a Mario. È un’onda gigantesca, un’immensa onda di terra rossa minerale e pietrificata. Ma non è meglio Disney World, domanda Mario. Si, dico io. Ma lì le patatine non cadono dal cielo, te le danno nei sacchetti. È vero, dice Mario. Non sarebbe la stessa cosa, ah ah.</p>
<p>Io e Mario siamo sul divano. Mario ha il telecomando in mano. Ha deciso lui come passare il resto del tempo. Per un po’ ha girato casa con la bicicletta, sfrecciando in corridoio, sgommando in cucina, infilando la traiettoria tra le sedie, e frenando un attimo prima di incollarsi al frigorifero. Poi mi ha chiamato, ha messo un dvd nel lettore, e ha schiacciato play sul telecomando.</p>
<p>Quando sono arrivata in salotto e mi sono seduta sul divano, Il Re Leone era già iniziato. Abbiamo visto questo film milioni di volte. Lo abbiamo visto così tanto che il dvd in qualche punto salta. C’è stato un periodo in cui lo vedevamo sempre prima di cena, e anche mamma lo vedeva, e se qualcosa non andava per il verso giusto, qualsiasi cosa fosse, un brutto voto a scuola o una carie ai denti, cantavamo insieme Hakuna Matata, e anche mamma la cantava mentre cucinava, cioè la canticchiava senza dire le parole, allora Mario appariva all’istante e metteva le parole sulla musica della mamma, “<em>senza pensieri la tua vita sarà</em>”. Non ho mai capito perché mamma non cantasse “<em>chi vorrà vivrà in libertà</em>”, ma una volta papà ha confessato che mamma stonava, stonava tanto da diventare rossa, le guance del colore della vergogna, rossa come le ciliegie, i garofani, i peperoni, i pesci nella palla di vetro.</p>
<p>Hai fame, chiedo a Mario. Mario fa sì con la testa. Il film è a metà, ma mi alzo lo stesso. Non è più come una volta. Simba, Timon e Pumbaa non fanno ridere. Neanche Mario si diverte più di tanto, e immagino me e Mario come due dvd consumati, che girano e saltano, girano e saltano all’infinito, e tocca comunque ricominciare da capo.</p>
<p>Apro il frigorifero, e prendo il prosciutto e le sottilette. Tiro via dalla plastica otto fette di pancarrè. Le stendo sul tavolo. Fetta, sottiletta, prosciutto, fetta, così per quattro volte. Poi spingo la levetta in basso e rimango a guardare. I primi due toast saltano e infilo la prossima coppia nel tostapane. Sono appena bruciacchiati i toast, alla fine. Li metto su un piatto e torno di là.</p>
<p>Chiedo a Mario se vuole acqua o una coca. Mario non mi risponde. È tutto concentrato davanti allo schermo. Mario guarda l’ultima scena in cui appare Mufasa, il re leone. Guarda Mufasa sulla parete rocciosa mettere con enorme fatica una zampa davanti all’altra, cercando di tirarsi su sulla sponda di un crepaccio. Guarda Scar, il fratello del re leone, piantare gli artigli nelle zampe di Mufasa. Guarda Scar dire “<em>lunga vita al re</em>”, e poi mollare la presa. Guarda Mufasa sgranare gli occhi e la bocca, precipitare di schiena nell’abisso del crepaccio, sparire dentro la polvere immensa. Guarda Simba, il figlio del re leone, guardare tutto dall’alto, e più che uno sguardo Simba è un urlo, un “<em>nooooooooooo</em>” cosmico e disperato. Quando la scena finisce, Mario rimette da capo le immagini, schiaccia play e il leone ritorna ancora sulla sponda del crepaccio, per poi cadere e svanire di nuovo, per l’ennesima volta, in fondo alla polvere.</p>
<p>Spengo il televisore. Mario ha la luce delle pietre dure negli occhi, lo sguardo vitreo e mineralizzato, le guance di marmo bianchissimo. Acqua o coca, gli chiedo. Coca, risponde Mario, come se non fosse successo niente e la luce negli occhi non fosse sua, come se non fosse stato sul punto di pronunciare per la prima volta, dopo aver osservato chissà quanto la stessa scena, la più definitiva delle parole.</p>
<p>Con il televisore spento però funziona poco. Lascio il toast nel piatto. Vado in cucina, prendo la palla di vetro e la porto in salotto. Mentre finiamo i toast, guardiamo Mario e Martina. Rigano l’acqua, in tondo, sempre intorno allo stesso punto immaginario.</p>
<p>Mario fa per lanciare una mollica nell’acqua, ma lo fermo in tempo. I pesci mangiano roba da pesci, dico. Anche se si chiamano come noi, chiede Mario. Proprio così, rispondo io, masticando il toast.</p>
<p>Squilla il telefono, ed io rispondo. È la zia. Ha sentito la nonna, e dice di non preoccuparmi, di stare tranquilla, verrà lei da noi appena uscirà da lavoro. Mi chiede se sto bene, cosa abbiamo mangiato, come sta papà, se per caso papà è uscito dalla stanza, e se Mario è il bambino solare di cui ricorda, o se il regno dei minerali, e la luce delle pietre dure, hanno offuscato il bagliore della sua allegria.</p>
<p>Faccio finta di niente, e non dico cosa è successo poco fa, non le dico niente di Mario e Il re leone, mi limito solo ad immaginare la zia che muove le mani mentre parla, una mano vicino all’altra, la stessa evoluzione delle mani della mamma, e le rispondo di stare tranquilla anche lei, non ci sposteremo di un millimetro Mario ed io, la aspetteremo qui, non c’è bisogno che corra, o parcheggi in doppia fila per fare prima, quando sarà il momento troverà me e Mario davanti alla porta, a braccia aperte.</p>
<p>Chiudo il telefono, do un bacio a Mario, come promesso alla zia. Mario si pulisce la guancia con la mano, e torna in salotto davanti al televisore. E se preparassimo un toast per papà, chiedo a Mario. Allora Mario mi segue in cucina. Apre il frigorifero, prende il prosciutto e le sottilette. Aspetta me che stendo le fette di pancarrè sul tavolo. Poi gli insegno come si fa, fetta, sottiletta, prosciutto, fetta. Sistema tutto con molta cura, dispone simmetricamente il formaggio ed il prosciutto cotto, neanche un angolino giallo o rosa fuoriesce dai bordi delle due fette. Gli dico che forse è meglio prepararne due, magari papà avrà tanta fame, e ne faccio un altro. Aspettiamo che saltino dal tostapane, e quando vengono fuori Mario ne prende subito uno, ma tira via la mano, e forse con questo imparerà per sempre come evitare di scottarsi.</p>
<p>Impiliamo i due toast in un piatto, e usciamo dalla cucina. Mario tiene il piatto con due mani, e sulla scala fa un gradino per volta, evitando che il pranzo di papà voli via al piano terra. Finiamo le scale e prendiamo il corridoio. Facciamo tutto il corridoio e arriviamo davanti alla porta di papà. Potrebbe essere la porta della vecchia signora che si è definitivamente chiusa in casa per sfuggire ai microbi, e in un istante immagino la porta di papà sigillata, le fessure della porta riempite di cotone bianco, in modo che niente possa uscire e niente possa entrare. Invece sento delle voci, come se ci fosse qualcun’altro nella stanza di papà. Una voce che dice dai, dai, dai. Mamma, dice Mario.</p>
<p>Trattengo il respiro, spingo fino in fondo la maniglia della porta. Non è chiusa a chiave, e la porta si apre davanti a noi. Nella stanza c’è solo papà, seduto sul lettone, in maglietta bianca e jeans. Ma nel televisore acceso ci sono mamma e papà. Anche se non li avevo mai visti così.</p>
<p>Sono nudi, mamma e papà, sullo schermo del televisore. Si baciano, si leccano, e quando si baciano forte con la lingua chiudono gli occhi. Papà bacia il collo della mamma, il seno della mamma, e lo bacia succhiando, come poteva fare Mario la prima volta che l’ho visto tra le braccia della mamma, con i capelli neri in testa e le braccia piccolissime e raggrinzite.</p>
<p>Mamma, dice Mario, e lascia cadere a terra il piatto con i toast. Papà si gira verso la porta, si accorge che siamo dentro. Allora viene qui, e ci bacia, ci accarezza, come se dall’ultima volta che ci siamo incontrati fossero passati secoli, millenni, intere glaciazioni.</p>
<p>Venite qui, dice papà. Ci sediamo tutti e tre sul lettone, continuiamo a vedere mamma e papà nudi che si baciano, si leccano, si respingono, guardano verso di noi, indicano lo schermo, si avvicinano ancora e respirano forte.</p>
<p>Guardate cos’era la mamma, dice papà. Guardate quanta bellezza, dice. Adesso è mamma che lecca papà, e papà ruota la testa all’indietro e inarca la schiena.</p>
<p>Immaginavi la mamma così dolce, forte e bella, chiede papà a Mario. Allora Mario fa di no con la testa, e poi mi guarda, resta fisso con lo sguardo nei miei occhi, come per chiedere se io invece fossi a conoscenza di tutta questa forza, dolcezza e bellezza.</p>
<p>La mamma sale su papà, e papà respira forte, poi la mamma si ferma. Aspetta, dice mamma dentro il televisore. Prende il telecomando tra lenzuola, lo direziona verso lo schermo, l’immagine si stringe, e mamma e papà diventano più grandi, la scatola del televisore fatica a contenerli, sembrano uscire fuori dallo schermo.</p>
<p>Allora mi alzo, raccolgo i toast da terra, li metto nel piatto. Chiamo Mario e Mario scende dal letto e mi segue. Dico a papà che più tardi passa la zia, papà fa si con la testa, e ci lascia andare. Usciamo dalla stanza, e chiudo la porta.</p>
<p>Ma la mamma gridava perché sentiva male, chiede Mario. Magari no, rispondo io. Anche se non ho il coraggio di immaginare ancora la luce che usciva dal televisore, la luce delle rocce, dei minerali, delle pietre dure. Sarà per quello che papà non la finisce di essere triste. Deve essere quello, mi dico per le scale, e poi non ci penso più.</p>
<p><em>Questo racconto è stato pubblicato su Nuovi Argomenti n. 50, Aprile-Giugno 2010 </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/">Minerali</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/uovo-al-tegamino/' rel='bookmark' title='Uovo al tegamino'>Uovo al tegamino</a> <small>di Chiara Marchelli Ti hanno appena portato un uovo. Ho...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/' rel='bookmark' title='Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage'>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a> <small>di Giuseppe Zucco Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/' rel='bookmark' title='Piccoli orsi polari crescono'>Piccoli orsi polari crescono</a> <small>di Giuseppe Zucco Sono io, ho venticinque anni, e la...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/' rel='bookmark' title='Dichiarazione di indipendenza'>Dichiarazione di indipendenza</a> <small>di Giuseppe Zucco Ciò che avrebbe potuto essere e ciò...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/' rel='bookmark' title='Dentro le mura, fuori dalle mura'>Dentro le mura, fuori dalle mura</a> <small> di Giuseppe Zucco Solo l&#8217;amare, solo il conoscere conta,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Piccoli orsi polari crescono</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 12:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=36771</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/orso-polare-1.jpg"></a>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Sono io, ho venticinque anni, e la laurea cento dieci e lode in scienze della comunicazione con tanto di stretta di mano finale per la tesi sulla fenomenologia dei reality show non impedisce al ragazzo in maglietta sudata di continuare a scaricare davanti a me scatole e scatole di cartone sul pavimento di una casa di produzione televisiva milanese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/">Piccoli orsi polari crescono</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/orso-polare-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36772" title="orso polare 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/orso-polare-1-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Sono io, ho venticinque anni, e la laurea cento dieci e lode in scienze della comunicazione con tanto di stretta di mano finale per la tesi sulla fenomenologia dei reality show non impedisce al ragazzo in maglietta sudata di continuare a scaricare davanti a me scatole e scatole di cartone sul pavimento di una casa di produzione televisiva milanese. Il ragazzo impila le scatole, le tira fuori dal furgoncino e viene ad accatastarle una sulle altre. Ed io guardo la geografia stropicciata della maglietta sudata del ragazzo, lo stato nazione della fatica che si espande sulle spalle, il tetris della muraglia di scatole allineate, ma ci ricavo niente, sebbene la tesi partisse da una citazione di Don DeLillo, un paio di righe sottolineate qualche mese prima sul romanzo <em>Underworld</em>: per capire il proprio tempo bisogna <em>guardare i cartelloni pubblicitari e le scatole di fiammiferi, i marchi di fabbrica sui prodotti, i segni particolari sul corpo, il comportamento degli animali domestici. Le cose sotto il nostro naso.<span id="more-36771"></span></em></p>
<p>Non dovrei, ma firmo la ricevuta di consegna, poi accompagno il ragazzo fuori dalla sede.</p>
<p>Il cielo di metà luglio è pulito, la testa rasata del ragazzo scintilla come una moneta. Alza una mano, restituisco il saluto. Sfrecciano le macchine con i finestrini chiusi, i palazzi tremano nell’aria bruciata, io sento nei polmoni la brace dell’aria di Milano, intrappolato qui per fare curriculum, uno stage con rimborso di otto euro al giorno pagato ogni due mesi.</p>
<p>Torno dentro, e Chiara ha la gonna cortissima, e nonostante i trentacinque gradi trattenuti fuori dalla spinta dei condizionatori, potrebbe essere maggio, un giorno di fine aprile, la dimostrazione che tutti i condizionatori non lavorano sulla temperatura ma sul tempo, introducono stagioni remote dentro il cuore infuocato di altre stagioni, e mentre le gambe lucide ormai abbronzate di Chiara infilano le scale e spariscono di sopra, potrebbe scoccare ancora il giorno della laurea, le promesse di un avvenire radioso contenute sotto la giacca elegante, la foto di gruppo con altri rappresentati di questa generazione che ancora non sanno nulla degli stage, del rimborso spese, delle gambe di Chiara, la luce dei loro occhi è quella delle grandi imprese, discutono la tesi con foga e una punta di commozione davanti al plotone annoiato dei professori in toga ed ermellino sulle spalle, non ci sarà un’altra volta per pronunciare con cognizione di causa il nome di Michel Foucault, Gilles Deleuze fuori da qui sarebbe un pilota di formula uno, Roland Barthes non è neppure contemplato, e il mondo sta arrivando, noi siamo il mondo, le gambe di Chiara è quello che rimane.</p>
<p>Serve una mano, chiede Andrea. Preferisco di no.</p>
<p>Andrea e gli altri stagisti sciamano lungo l’open space, tutta una fila di block notes, cellulari, jeans a vita bassa, magliette colorate di gruppi metal, capelli lunghi o corti, piercing sulla lingua per alcuni, i sopraccigli curati e lineari per tutti quanti, l’ombra del conformismo sotto l’aureola occidentale del Giovane Creativo, gli occhi rossi per le ore piccole fuori dal recinto dello stage.</p>
<p>Hai una cartina, mi chiede Rossella con i capelli sciolti. Mai fumato, dico io. Poi si accoda a tutti gli altri.</p>
<p>Sollevo la prima scatola, e li vedo chiudersi dentro la saletta tutta vetri dell’open space. Credo allora che Michel Foucault avrebbe versato lacrime amare sopra il maglioncino esistenzialista a collo alto, i suoi libri prevedevano già la forma pervasiva e totalitaria del controllo sociale, nell’open space tutti guardano tutti, ognuno è il piccolissimo arbitro del gioco altrui, una miriade di cartellini gialli e rossi alzati ogni momento, ma con la prima scatola tra le mani non ne faccio un dramma, nella saletta tutta vetri gli stagisti fanno <em>brainstorming</em>, una tempesta di cervelli che stenderà le linee guida per una nuova serie televisiva e/o per la più incontrollabile e virale delle campagne pubblicitarie, anche se da qui, muti e boccheggianti come pesci, sembrano tutti allegri e spericolatamente creativi, le idee più assurde coagulate sul block notes, la lista dei desideri immaginari.</p>
<p>Salgo le scale, porto la scatola da me. Poi torno ancora giù, e salgo infinite volte con altre scatole in mano, accatastando le scatole davanti alla mia postazione.</p>
<p>Prendo il taglierino, incido il ventre della prima scatola. Il parto cesareo funziona, e con delicatezza sollevo nell’aria condizionata il primo esemplare di una lunga serie di beta grigi e incellofanati. Sul beta, una specie di videocassetta dalle dimensioni maggiori, c’è scritto <em>La vita degli orsi polari</em>.</p>
<p>Il lavoro mi è stato affidato ieri. È arrivato il regista, e mi ha lasciato una copia della sceneggiatura. Dietro gli occhiali appannati per il sudore, dice Facilissimo, troppo facile. Sarà il documentario numero uno, il primo della mia vita.</p>
<p>Giorni fa, il regista, la troupe e un noto Personaggio Televisivo atterrano al Polo Nord. Truccano il Personaggio Televisivo e accendono la camera con il grandangolo, in modo da catturare la fortezza spaccata del ghiaccio, le infinite e impercettibili sfumature del ghiaccio incrinato.</p>
<p>Il Personaggio Televisivo parla degli orsi polari, indica gli orsi, puntualizza sugli orsi, sussurra Che teneri gli orsi!, si impressiona fino ai lucciconi davanti ai piccoli cuccioli bianchi appena partoriti da mamma orso, inorridisce per la ferocia predatoria degli orsi, si gira di schiena con le mani alle orecchie quando gli orsi macchiano di rosso il pelo bianco, ma di orsi non ce ne sono, non ci sono mai stati, quella non è terra per orsi polari.</p>
<p>In una mattina hanno girato solo <em>lanci</em> e <em>raccordi</em>. Poi spengono la camera, struccano il Personaggio Televisivo, prendono il volo di ritorno. Il regista arriva qui, e mi consegna la sceneggiatura.</p>
<p>Chiara passa davanti, e io capisco ogni cosa, le gambe di Chiara, le braccia di Chiara, le unghie laccate di Chiara, la fatalità che non c’erano soldi né tempo per girare con rigore scientifico la sequenza evolutiva degli orsi polari, così toccherà a me guardare più di cento documentari già esistenti sugli orsi, leggere la sceneggiatura e rovistare nei documentari, cercando le scene che il Personaggio Televisivo ha già commentato sulla crosta scricchiolante e ghiacciata del Polo Nord.</p>
<p>Infilo il primo beta nel lettore, metto le cuffie. Ruoto la manopola verso destra, e le immagini veloci e scomposte attraversano il televisore.</p>
<p>Nel primo giorno di visione faccio fuori <em>La vita degli orsi polari</em>, <em>Orsi e licheni</em>, <em>I lemming hanno le ore contate</em>, <em>Dura la vita degli orsi</em>, <em>Qua la zampa</em>, <em>Piccoli orsi polari crescono</em>, <em>Dove osano gli orsi</em>, <em>Il signore dei ghiacci</em>, <em>Cosa fare con l’orso quando l’orso è passato a miglior vita</em>, <em>Corteggiamento e riproduzione al polo nord</em>, <em>L’orso polare e le donne eschimesi</em>.</p>
<p>Tre giorni di visione forzata, e ho scovato, schedato, catalogato tutte le scene che il montatore dovrà poi legare ai lanci e raccordi del Personaggio Televisivo. Il regista sgrana un sorriso, mi chiede cosa manca ancora.</p>
<p>Sai la sequenza in cui l’orso polare esce dall’acqua e sale sul lastrone di ghiaccio fluttuate sul Mare glaciale artico, dico io. Quello.</p>
<p>Ci metto altri due giorni buoni. Guardo di nuovo i documentari archiviati, l’orso che sale sul ghiaccio è irreperibile. Scarto i beta uno a uno, e schiaccio play sul lettore.</p>
<p>Qualche giorno ancora e divento la leggenda dello stagista di ghiaccio fluttuante nelle chiacchiere da open space. Anche Chiara a un certo punto chiede che fine abbia fatto l’orso, e io rispondo come farebbe la sua rivista di riferimento, Non ho l’oroscopo favorevole.</p>
<p>Quando tutti se ne vanno, io rimango ancora lì, sebbene Chiara mi abbia mandato un messaggio, e il messaggio crepiti di una generosità illimitata.</p>
<p>Torno ai beta, e metto le cuffie. Dietro il televisore appaiono e mi guardano Michel Foucault, Gilles Deleuze, Roland Barthes, tutto il gruppo di giovani laureati con il completo elegante e la tesi stretta tra le mani. Infilo ancora un beta nel lettore e resto a guardare.</p>
<p>Per un attimo sembra sia passato qualcosa, il pelo bianco, gli occhi due bottoncini neri, tutta la forza scatenata e indolenzita dell’orso. Fermo il nastro, torno indietro, niente da fare.</p>
<p>Così, in una sera di metà luglio, seduto sull’iceberg incrinato dello stage, illuminato dal bagliore artificiale del televisore, trovo finalmente il coraggio per chiedermi dove sia finito l’orso, su quale lastrone di ghiaccio fluttui il giovane orso polare e la mia generazione, se l’orso polare e la mia generazione stiano ancora bene, quanto ne sa l’orso e la mia generazione della terra ferma, cosa intuisce l’orso polare e la mia generazione nello scricchiolio sinistro del lastrone di ghiaccio.</p>
<p>Vado avanti ancora, la serata finisce senza risultati. Il televisore mi restituisce innumerevoli distese ghiacciate, lastroni di ghiaccio spezzati sul Mare glaciale artico.</p>
<p>L’orso starà nuotando sott’acqua, i polmoni gonfi, il muso puntato chissà dove. Da qui non è possibile vedere oltre.</p>
<p><em>Questo racconto è stato pubblicato su &#8220;Il mese &#8211; supplemento mensile di Rassegna Sindacale&#8221; nel numero di maggio 2010</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/">Piccoli orsi polari crescono</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/' rel='bookmark' title='Altre coppie'>Altre coppie</a> <small>di Giuseppe Zucco Noi siamo incidenti in attesa di verificarsi....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/' rel='bookmark' title='La ricostruzione non finisce qui'>La ricostruzione non finisce qui</a> <small>di Giuseppe Zucco Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/' rel='bookmark' title='Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso'>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a> <small>di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/11/06/felicita/' rel='bookmark' title='Felicità'>Felicità</a> <small>di Graziano Dell&#8217;Anna Da quando l’anno prima si era trapiantato...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/' rel='bookmark' title='Dichiarazione di indipendenza'>Dichiarazione di indipendenza</a> <small>di Giuseppe Zucco Ciò che avrebbe potuto essere e ciò...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>19</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La ricostruzione non finisce qui</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 05:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=35632</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/umberto1.jpg"></a></p>
<p>Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini, i monumenti, le linee dei palazzi. Le generazioni, le moltitudini, le comunità internazionali. Scioglie i minuti ed i millenni. Le gru immense sulle spianate da ricostruire e ripopolare. Scioglie il tardissimo impero e i campi rom.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/">La ricostruzione non finisce qui</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/umberto1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-35653" title="umberto1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/umberto1-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p>Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini, i monumenti, le linee dei palazzi. Le generazioni, le moltitudini, le comunità internazionali. Scioglie i minuti ed i millenni. Le gru immense sulle spianate da ricostruire e ripopolare. Scioglie il tardissimo impero e i campi rom. Gli americani sotto i cappelli di paglia, i bambini nelle carrozzine, il trucco delle ragazze romane. Scioglie i vecchi con la camicia aperta, gli uomini nella pozza elegante del completo scuro, i pakistani con le rose in mano e il fazzoletto bagnato in testa. La riga di formichine rosse sull’asfalto fuso. E anche io mi sciolgo. Io sono questa cosa che galleggia nell’aria, la scintilla che arde e brucia mentre aspetta il 36 o il 90 Express, questa piccola pozza umana che gocciola ed evapora davanti una fermata sulla via Nomentana, dimenticato nell’estate nucleare ed atomica del 2009. Nessuna ombra. <span id="more-35632"></span>Neanche ricordo cosa sia l’ombra e il riparo. Il miraggio è via Capraia, i giardinetti rinsecchiti, l’appartamento in affitto, il frigorifero dove infilare la testa e congelare i pensieri. Custoditi a quattro gradi centigradi, in ordine per intensità e incidenza sulla storia universale, i pensieri attendono il loro turno. Nel tremolio dell’aria, si avvera il 36. Ci salgo su, ci salgono tutte le mie molecole sciolte nell’aria, una per una ci salgono, ricompattandosi e prendendo forma in questa cosa che sono io, nei miei jeans e nella mia maglietta, una cosa unica e seriale nell’aria condizionata del 36. Chiude le porte, trema e riparte. L’autobus crepita. Le molecole dei passeggeri appena saliti scalano l’aria, ruotano e luccicano. Gli esseri viventi sono questo pulviscolo, questo movimento discontinuo e disordinato, il calore ed il movimento nella luce dorata. Si sta schiacciati, e l’unica fuga è impennare lo sguardo, guardare il pulviscolo scendere sulle teste e sulle mani, sulla plastica a cui appendersi, nell’aria rovente quando le porte si aprono. Una fermata, la gente scende. L’autobus scarica i passeggeri e la libertà delle molecole. Scarica tutti tranne lui. Dentro i miei jeans, nelle mie All Stars consumate, non ci credo. Stento a crederci mentre le porte si chiudono, la folla si dirada, e lui appare nell’aria condizionata del 36. Non lo avevo notato prima, ora è davanti a me. È un fantasma. L’Italia che non sparisce e ritorna. La copia a colori del protagonista del film girato a Roma da Vittorio De Sica nel 1952. È Umberto D.. Non ha il cappello, né il cane Flik al guinzaglio. Non è esattamente lui, ma è come se lo fosse. Il neorealismo è questa piccola figura in giacca e cravatta, la miniatura umana in cui l’Italia si rispecchiò un tempo, questa creatura solitaria che osserva la città sciogliere e svanire dal finestrino. Mi chiedo quanti anni abbia. Immagino quest’uomo girare sotto il sole, lungo le strade romane, contando i sanpietrini e annotando nella memoria i tatuaggi dei ragazzi. Immagino la copia a colori di Umberto D. tornare a casa, senza parlare con nessuno, gli occhi grandi e inconsapevoli, troppo antico e vero per comprendere la manifestazione sotto l’ambasciata dell’Iran o le urla dei ragazzi in coda per un casting televisivo. Una figura cinematografica e preistorica, inconsapevole del mondo e di Giulio Andreotti, delle parole del Presidente del Consiglio che lo valutarono come una carie sul sorriso luminoso e progressista dell’Italia, “<em>la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale</em>”. Non ha i capelli bianchi, i baffi non sono virgole sul discorso muto delle labbra. Mentre le porte si aprono, e le persone rimangono incantate dall’aria confezionata dal 36, guardo i suoi capelli radi, la desertificazione sulla testa, il piccolo riporto che Il Nuovo Umberto D. liscia di continuo, come se la sua esistenza e la sua onorabilità dipendessero da questo gesto furtivo, dalla cura degli ultimi capelli trattenuti, piccole vedette del destino di quest’uomo e di questa nazione. Lo guardo nella sua divisa da funzionario ministeriale in pensione. Il completo stirato, la cravatta e la giacca tra il grigio e il verde, la borsa di cuoio consumato. Lo guardo nella sua piccola e placida e inconsapevole esistenza. Vorrei mettergli le mani al collo. Immagino me stesso, nei miei jeans e nella mia maglietta, scendere dove scende il vecchio e aggredirlo alle spalle. Stringergli le mani al collo urlando perché è ancora qui, perché non ci lascia in pace. Stringo le mani e vedo la bocca del 1952 spalancarsi, gli occhi del neorealismo uscire dalle orbite. Non è un fantasma. È vivo, è qui, il collo trema sotto le mie mani. Schiaccio la sua testa contro il muro. Sento l’inno di Mameli scendere dal cielo, i piatti e la fanfara risuonare nell’aria. Sollevo lo sguardo al cielo. La copia a colori di Umberto D. è l’Italia, l’Italia del dopoguerra da ricostruire, l’Italia che non è mai stata ricostruita davvero, il paese dei fantasmi che girano per strada e salgono sugli autobus. Scendo in via Capraia, rimango a guardare il 36 filare via, Umberto D. dietro il finestrino. Io sono questa scintilla dell’Italia che arde e brucia. Nel 1952, un attimo prima che si espanda sullo schermo la parola fine, il protagonista del film di De Sica tenta il suicidio. Non ci riesce. Il cagnolino neorealista Flik, l’unico essere vivente che lecca Umberto D., scodinzolando trascina fuori l’uomo dalle secche del peccato capitale. Nell’estate del 2009 è Umberto D. a girare per le strade romane, con un ossicino in tasca, chiamando a voce alta il suo cane, inseguendo e valutando i cani che incontra nei giardini. Flik non tornerà a casa. Flik si è lasciato andare nel Tevere. Non ne poteva più della mano neorealista che lo accarezza, dell’Italia mai finita di ricostruire che ritorna sempre, di questa Italia inconsapevole del mondo che cammina per strada sognando il suicidio. Salgo a casa. Mi spoglio. Infilo la testa nel frigorifero. Tutti i miei pensieri, freddi e in ordine, mi guardano.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Questo racconto è risultato finalista al concorso “Roma, la violenza che viene”, organizzato dalla rivista “Accattone” e da “minimum fax live”</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/">La ricostruzione non finisce qui</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/' rel='bookmark' title='Altre coppie'>Altre coppie</a> <small>di Giuseppe Zucco Noi siamo incidenti in attesa di verificarsi....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/' rel='bookmark' title='Piccoli orsi polari crescono'>Piccoli orsi polari crescono</a> <small>di Giuseppe Zucco Sono io, ho venticinque anni, e la...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/' rel='bookmark' title='L&#8217;iPhone e il re pallido'>L&#8217;iPhone e il re pallido</a> <small>di Giuseppe Zucco Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/' rel='bookmark' title='Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso'>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a> <small>di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/' rel='bookmark' title='Dichiarazione di indipendenza'>Dichiarazione di indipendenza</a> <small>di Giuseppe Zucco Ciò che avrebbe potuto essere e ciò...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Come muore Enzo Biagi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 19:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[enzo biagi]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra partigiana]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[società dello spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=25986</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p> Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,<br />
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.<br />
<em>Jorge Luis Borges</em></p>
<p>Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/">Come muore Enzo Biagi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/biagi4-150x150.jpg" alt="Enzo Biagi" title="Enzo Biagi" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-25989" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p> Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,<br />
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.<br />
<em>Jorge Luis Borges</em></p>
<p>Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto. Non lo accoglie solo la terra dell’ultimo giorno. Ma continua a scavare il proprio spazio nella carta dei giornali, tra i pixel del televisore, nelle onde della radio, nella diramata espansione di internet. Si muore anche così, oggi. Trovando un ultimo posto – mai definitivo &#8211; tra le parole e le immagini.<br />
Ed è un finale senza fine. La deflagrazione dell’addio. L’irradiazione del commiato. La dispersione della commozione e dell’affetto.<span id="more-25986"></span> Nell’ultimo istante, Enzo Biagi, invece di ritirarsi nel legno della bara, di rintanarsi una volta per tutte nel suo sacco malandato di pelle e ossa, si allarga a dismisura: si dispiega, si diffonde, si ingigantisce, ritrova spessore, quasi riprende vita e radici. È un enorme sasso lanciato dentro l’infinita ed estesa superficie della comunicazione di massa. Enzo Biagi muore e brulica dappertutto, contemporaneamente.<br />
Anche così si scompare, oggi. Diventando monumento piuttosto che miniatura. Esplodendo ed allargando il proprio raggio di azione e di visibilità. Saturando tutto lo spazio disponibile &#8211; il più ampio, il più comprensivo, il più infinitamente esteso.<br />
Quando buca e allaga gli schermi, straripa dai giornali, dirompe e tracima nei discorsi degli esseri viventi, la morte non è più la cosa piccola e schiva, ritagliata nella commozione e nel silenzio, che eravamo abituati a conoscere. Dentro i mezzi di comunicazione la morte ritorna piramide – si eleva nella sua altezza, distende la sua portata, scava le sue fondamenta, mentre un esercito di commentatori, un masso dopo l’altro, una parola dopo l’altra, finiscono per costruirla, e spingerla in altezza, e vederla stagliarsi davanti.<br />
Anche così si sparisce, oggi. Poco per volta, fin quando non hanno usato tutto di te, fin quando non ti hanno tritato per bene, sminuzzato ogni parte di te, impastato ogni parte di te con lacrime e parole e immagini, facendo di te tanti piccoli mattoncini da allineare, incastrare, accatastare nella grande piramide del ricordo.<br />
Si muore in mezzo ad una gran folla di persone che fanno della morte la loro occupazione: svanisci, e pochi secondi dopo esali il tuo ultimo respiro tra i palinsesti della televisione e le scalette delle notizie quotidiane. Riscrivono la tua storia, mettono ordine alla tua esistenza, danno senso alle tue azioni, assegnano valore ai tuoi gesti, ti impaginano tra le notizie che fluiscono senza sosta, confezionato e ricucito come un prodotto editoriale qualsiasi, che deve catturare il lettore e lo spettatore, agganciare i nostri sentimenti. Ma non c’è cattiveria, in tutto questo. Non viviamo tra gli sciacalli. È solo il modo contemporaneo di alzare queste enormi e prodigiose piramidi, che durano pochissimo, qualche ora, un giorno o due al massimo, e poi scompaiono, evanescenti, della stessa sostanza di cui sono composte le immagini e le parole.<br />
E la morte di Enzo Biagi continua a scorrere sullo schermo del mio televisore. Lo vedo infilato nella bara, pochi istanti prima di spingersi nella terra, dentro il passato, nelle profondità del tempo. Lo portano in spalla. Esce da una chiesa piccola. Fende la folla di persone che inclinano il capo nel loro ultimo omaggio. Ed improvviso, per me, parte il canto del coro di vecchi partigiani. Intonano Bella Ciao. E si sente che è stato provato un paio di volte, perché il canto è ben modulato, a più voci, ogni voce la sua particolare intonazione. E sale nitida come un pianto, quella musica, come un grazie emancipatosi dalla parola e divenuto canto.<br />
E intuisco che c’è un modo di morire che non ci riguarda più, che non tocca le ultime generazioni, ma che comunque esiste, anche se si sta estinguendo, ed è il modo in cui muore Enzo Biagi.<br />
Morire mentre intonano un canto che ricorda che sei stato giovane un tempo, e che allora, nel pieno della tua forza, hai combattuto per qualcosa che non riguardava solo te, che la tua forza è stata messa al servizio di tutti quanti, che non ti sei tirato indietro quando c’era da rimettere in piedi il mondo ridotto a polvere e macerie, che ti sei rimboccato le maniche ed hai fatto della tua forza lo strumento utile per riconsegnare la libertà e la speranza ad ognuno, senza distinzioni.<br />
Morire sapendo di essere nel giusto, di aver fatto la cosa giusta, di essere stato strumento di quella giustizia, così tenera e così risoluta, che un tempo ha salvato tutti, perfino coloro che dovevano venire ancora, perfino loro, cioè noi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/">Come muore Enzo Biagi</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/08/progressismo-e-sottocultura/' rel='bookmark' title='Progressismo e sottocultura'>Progressismo e sottocultura</a> <small>di Luca Lenzini “Dove sono stati per tutto questo tempo...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/' rel='bookmark' title='L&#8217;iPhone e il re pallido'>L&#8217;iPhone e il re pallido</a> <small>di Giuseppe Zucco Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/' rel='bookmark' title='Altre coppie'>Altre coppie</a> <small>di Giuseppe Zucco Noi siamo incidenti in attesa di verificarsi....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/' rel='bookmark' title='La ricostruzione non finisce qui'>La ricostruzione non finisce qui</a> <small>di Giuseppe Zucco Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/' rel='bookmark' title='Dentro le mura, fuori dalle mura'>Dentro le mura, fuori dalle mura</a> <small> di Giuseppe Zucco Solo l&#8217;amare, solo il conoscere conta,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Toccare il fondo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 10:54:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=22755</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Ritorno nella Calabria profondissima, ossia la Locride</strong></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Da questo piccolo paese oltrepassato e venduto,<br />
dominato da caste economiche e oligarchie incontrollabili<br />
e criminali, condannato a questo ruolo servile e senza<br />
speranza nell’imbuto della storia immobilizzata.<br />
(Antonio Moresco)</p>
<p><strong>Come sognare la Calabria sull’aereo di ritorno delle 21.25.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/">Toccare il fondo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/sainte-victoire2_web-300x223.jpg" alt="sainte-victoire2_web" title="sainte-victoire2_web" width="300" height="223" class="aligncenter size-medium wp-image-22757" /></p>
<p><strong>Ritorno nella Calabria profondissima, ossia la Locride</strong></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Da questo piccolo paese oltrepassato e venduto,<br />
dominato da caste economiche e oligarchie incontrollabili<br />
e criminali, condannato a questo ruolo servile e senza<br />
speranza nell’imbuto della storia immobilizzata.<br />
(Antonio Moresco)</p>
<p><strong>Come sognare la Calabria sull’aereo di ritorno delle 21.25.</strong><br />
Ho sognato la Calabria tutto l’anno. L’ho sognata come si sognano le cose pure e perfette, senza lividi, senza sangue, un quadretto immaginario appeso al chiodo del distacco, della lontananza, di me stesso migrato dieci anni fa, non sapendo che ne sarebbe stato di me e del mio sangue. <span id="more-22755"></span><br />
L’ho sognata a Milano, in continuazione, tutte le volte che ho potuto, il giorno in cui pioveva a dirotto, e quando il cielo era velato e metallico – una carta stagnola che ci avvolge tutti, e ci rende ancora più allineati, concentrati e produttivi, ognuno perso nelle spire prevedibili della vita, nel girone delle circostanze e dei pensieri, senza la possibilità di staccare lo sguardo verso l’orizzonte, ormai fuori portata, invisibile tra il cemento, l’asfalto ed i lampioni.<br />
Ho sognato il mio mare e la mia terra, ho percepito i flussi del mio sangue spostarsi tra le arterie e le vene in sintonia con i flussi delle acque e delle terre, con le maree che montano e muovono interi continenti d’acqua scintillante, con i movimenti impercettibili della terra che si assesta, con l’erba che fende la terra e sale, piegata dal vento e bruciata dal sole, un’erba ancora più dura, secca e viva insieme.<br />
Sogno la mia terra anche sull’aereo. Mi addormento dentro la cadenza delle voci che sento intorno a me: sono a Linate, ma dentro l’aereo sono già in Calabria. I passeggeri parlano la lingua madre, le voci sono scese dal linguaggio neotelevisivo italiano e ripiegano nel dialetto, nelle ti perennemente doppie, nelle erre non più arrotondate, nelle acca aspirate, nei suoni duri e misteriosi dismessi nella pianura padana.<br />
Mi addormento sull’aereo dell’Alitalia. Non calcolo le hostess, non considero l’espressione facciale delle hostess in divisa bianca e verde che ci guardano con un distacco infinito, neanche accetto i salatini, semplicemente dormo appoggiato all’oblò, mentre l’ago bianchissimo dell’aereo infila le tenebre e lo spazio, e ricuce con piccole virate successive la distanza e la memoria, il flusso del mio sangue con il flusso del mio mare e della mia terra.<br />
Ma nei miei sogni aerospaziali, non percepisco la parola pace, né prevedo dolcezza alcuna, ed è una cosa che mi accade sempre, una cosa che non credo avrà mai fine: più mi avvicino all’aeroporto di Reggio Calabria, più i miei sogni diventano tristi e malinconici. L’ago bianchissimo dell’aereo buca e infila la bolla dorata dei miei sogni. I semi della pianta di un dolore particolare cadono su di me, e attecchiscono, e germogliano. Non sento più l’esigenza di tornare in Calabria. Cioè, vorrei tornarci, e allo stesso tempo vorrei che l’aereo bucasse altre masse d’aria, solcasse nuove atmosfere, spingesse la sua rotta su altri meridiani e paralleli, e poi precipitasse e atterrasse in un posto dove il mio sangue non è mai stato, un posto dove ricominciare tutto da capo, una volta per tutte, annullando la memoria, pulendo il mio sangue e le mie ossa dai ricordi &#8211; i segni, le immagini e i lividi che la mia origine mi ha impresso dentro.<br />
Su ognuna delle mie ossa ci deve essere una tacca. Quando atterro, e l’aereo si svuota, e l’aria calda di salsedine viene a prendermi fin dentro l’aereo, non ho ancora finito di contare le tacche. Mi alzo, smetto di leccare i lividi. Inclino il capo davanti, le hostess mi restituiscono il saluto, e scendo giù per le scale dell’aereo.<br />
Quando poso i piedi a terra, tocco il fondo: sono sulla punta estrema dell’Italia di cui nessuno si occupa, la Calabria che nessuno conosce, qui dove tutto accade e niente cambia davvero.<br />
Ritiro le valigie e abbraccio mio padre. I miei lineamenti, il mio sangue e le mie ossa, sono simili ai suoi. Parliamo di me finalmente in ferie, di lui ancora al lavoro, della nostra famiglia e di qualsiasi altra cosa mentre la macchina risale la Statale 106. Sulla destra, dietro il finestrino, monta la massa scura del Mar Jonio. Meno di due ore, e siamo a Locri, dove tutto è iniziato. </p>
<p><strong>Cosa c’entra la Calabria con la Germania.</strong><br />
La prima cosa che faccio è rientrare dentro la mia famiglia. Sono stato via tutto l’anno per lavoro, e adesso devo recuperare il tempo perduto, risalire le vie del sangue, ripercorre le generazioni, riannodare la mia storia alla storia complessiva della mia famiglia, allagando con il mio sangue l’alveo del sangue di famiglia, adesso che è raccolto su questa terra, prima che scorra e si ramifichi ancora e ovunque, incrociando altre linee di sangue ed altri destini.<br />
La macchina non infila solo la Statale 106. Ma anche il cielo azzurrissimo, i puntini di sospensione di piccolissime nuvole, l’erba bruciata e le canne ai lati della strada, la terra riarsa e gli aranceti. Sto andando a casa dei miei zii. La macchina punta una zona a metà tra Bianco ed Africo. Ci sono io, in macchina, i miei genitori ed i miei fratelli. Mio padre guida, ma non gli riesce proprio di infilare beato il nastro di asfalto, così preme sulla frizione, ingrana le marce, e senza neanche mettere la freccia stacca le altre auto a sinistra, in velocità, una velocità che intimorisce mia madre, che sbianca le  nocche della mano di mia madre attaccata allo sportello, al punto che tocca a me stare a guardare le facce di chi superiamo, altre famiglie in corsa leggera sulle auto che ci guardano con rassegnazione e indifferenza, girando lo sguardo direttamente sul mio finestrino, non riuscendo a capire cosa anima la nostra velocità, quale motivo ci consente di bruciare tanta benzina su un nastro d’asfalto posato sul fondo dell’Italia, mentre l’oro liquido del mare riluce ed abbaglia, e noi infiliamo in velocità la luce, tutta questa luce, l’oro della luce e dell’aria.<br />
In meno di mezz’ora, infiliamo il cielo, l’asfalto, la terra riarsa, tutti i paesi che punteggiano la costa jonica. Superiamo anche Bianco, e poi lasciamo la statale, tagliamo a sinistra su una strada stretta, e anche mio padre rallenta, costeggiando le buche, alzando la polvere, chiudendo i finestrini, evitando che le canne e i rovi ci possano graffiare.<br />
Infiliamo gli ulivi, le melanzane nei campi, i filari dei pomodori, il sonno delle patate e delle cipolle che sbocciano sottoterra, l’ostinazione e la vitalità degli uomini che spaccano la terra, che seminano su questa terra bruciata.<br />
Le ruote rallentano, sfrigolano le ruote tra la polvere e i sassolini. Scendiamo. Entro dentro la casa degli zii, e non si sente un rumore. Solo le infradito e le ciabatte allineate al muro, i teli da mare stesi su un filo, le sedie sparse sul terrazzo, i giochi dei bambini esplosi ovunque. Ogni millimetro della casa abbandonata degli zii è colonizzato da camion, macchinine, spade, archi, frecce, palloni, maschere verdi e azzurre, dal gioco segreto e vivacissimo dei cuginetti, i figli di mia cugina Giulia, due piccoli cuccioli umani dai capelli castani, gli occhi azzurri, una perfetta dizione milanese con tutte le e aperte. Le tracce del loro passaggio risucchiano via ogni considerazione, ma anche le api, i gerani, le palme del giardino degli zii. Il loro piccolo sangue sta rimettendo in moto le oscillazioni del sangue generale di questa famiglia e di questa terra, della famiglia e della terra che adesso è esplorata come un gioco, come l’orizzonte in cui collocare tutti i giochi possibili.<br />
<em>Megghiju aviri sangu chi aviri robba</em>, mi ha riferito una volta la zia Lina, la sorella ottantenne della nonna, una delle ultime superstiti della famiglia novecentesca della nonna composta da undici persone, e mentre lasciamo la casa abbandonata e prendiamo la stradina che porta alla spiaggia, intuisco appena la forza, la minaccia, la gioia, la coesione, l’asfissia, il rumore gioioso del sangue e della terra che contengono queste parole: meglio avere sangue e persone accanto che possedimenti e animali e alberi da frutto.<br />
Cammino sulla stradina di sassi e polvere. Cammino tra le voci della mia famiglia in costume, e la stradina perde la durezza dei sassi, diventa solo polvere, e poi sabbia, e spiaggia. Affondo appena i piedi, quando il mare comincia a brillare, una strisciolina di luce azzurra infilata tra cielo e spiaggia, una strisciolina che ad ogni passo si allarga, monta, schiuma e riluce.<br />
In cima alla spiaggia, prima di rigare in discesa la forma di questa spiaggia, forma su cui l’acqua e il vento ci hanno lavorato su per tutto l’inverno, il mare ci allaga la vista. E noi affondiamo nella sabbia abbagliati, affondiamo con la mano appoggiata alla fronte per riparare gli occhi, ricaviamo dentro l’ombra della mano la vista: gli zii e il nonno seduti, i cugini e gli amici sdraiati che prendono il sole, i cuginetti che corrono con i braccioli, piccoli umani in controluce che sfiniscono in corsa leggera il paesaggio stabile e millenario di questa terra.<br />
Qui dove abbraccio il nonno centenario, qui dove il nonno di centouno anni in camicia bianca, bretelle nere, pantaloni corti e occhiali da sole mi chiede come sto, qui dove l’ultimo arrivato della famiglia sfinisce l’estate in corsa leggera dopo essere nato lo stesso giorno in cui è nato il nonno ma novantanove anni più tardi, qui dove le parole non bastano per ricucire il sangue, qui dove ci si bacia e ci si abbraccia per secondi lunghissimi, qui dove si contano le pieghe e i segni che la vita ha tracciato sulla mia pelle e sulla pelle generale della famiglia, qui dove si sorride per i miei capelli bianchi che cominciano a predominare sulla sinistra come la tradizione e le doppie eliche del dna familiare vogliono, proprio qui dove il sangue di una parte della mia famiglia si ricompone affluendo intercontinentalmente da Sydney, Milano, Reggio Emilia, Locri, esattamente nel punto in cui il mio sangue e la mia terra coincidono riunendo tutte le generazioni, qui mi raccontano che una volta sono sbarcate sulla spiaggia deserta duecento persone, quattrocento occhi sgranati, facce e occhi di-sperati che non so immaginare, facce segnate dal viaggio, la fame, il caldo, il mal di mare, uomini di nazionalità indefinita che alla prima persona avvistata hanno chiesto in un inglese rudimentale se questa spiaggia fosse Dusseldorf, se la terra che calpesto adesso e che coagula ancora il sangue e le generazioni sia la stessa terra sognata in viaggio, lo stesso posto immaginato con forza per non soc-combere a queste condizioni, alla furia degli uomini e del mare, alla scarsità di acqua dolce, di cose buone da mangiare, di una parola: pace.<br />
Mi spoglio. Rimango in costume. Sono bianchissimo, e i denti generali della mia famiglia brillano tra la pelle abbronzata quando spiego che il bianco eccessivo della mia pelle in realtà è nebbia, che toccherà lavare via tutta la nebbia prima che mi abbronzi anch’io, sebbene la nebbia a Milano sia un evento rarissimo.<br />
Prendo la rincorsa. Aggiusto i passi toccando in rapida successione il fondo di questa terra. Stacco in corsa le punte dei piedi da terra per non sentirne il contatto, per esserci senza esserci davvero, per ricevere solo la spinta. Corro sulle punte evitando di toccare il fondo anch’io, di non sapere più distinguere niente, il bene personale dal bene comune, l’interesse privato dagli interessi collettivi, la storia del mio sangue dall’epica del sangue generale della mia famiglia &#8211; la diramazione del sangue generale di famiglia che incrocia nei punti più disparati il più grande e vorticoso sangue degli esseri viventi.<br />
Entro nell’acqua con le mani, le braccia, la testa, il torace, le gambe e i piedi, tutta la massa bianca dei muscoli provati dall’afa padana. Apro l’acqua in due e vado giù in profondità. Un paio di bollicine dalle labbra, e ritorno in superficie. Metto le braccia una davanti all’altra. Il mare mi ricuce intorno un orlo di schiuma bianca. Taglio l’acqua con le braccia e i piedi, nuotando con la testa sotto, fino a quando mi reggono i polmoni. Mi fermo un attimo prima di sfinire. Il cuore è questo un ani-male impazzito nella gabbietta delle costole.<br />
Riposo appena, senza più muovermi, poi viro lo sguardo dall’orizzonte alla costa. Senza rendermene conto guadagno il punto di vista dei duecento migranti che sono sbarcati su questa spiaggia. Da qui posso amare senza riserve la Calabria. È tutto così ordinato, con la collina bianca dietro il promontorio disegnata così bene, e gli eucalipti appena dietro la spiaggia che ondeggiano la massa verde delle foglie lunghe in modo così giusto, e l’erba dorata che riverbera nell’aria tutta questa luce, che potrebbe benissimo essere la terra promessa, una delle forme del paradiso. Gli occhietti delle creature viventi che popolano la massa scura delle acque sarebbero d’accordo, ed io percepisco il loro assenso mentre mi ruotano intorno, sfidando la mia presenza e la forza delle correnti, dei flussi del mare in sintonia con i flussi del mio sangue, che infila velocissimo le arterie e le vene e mi riporta in spiaggia, una bracciata dopo l’altra.<br />
Quando i cuginetti vengono a chiedermi chi sono, io rispondo l’Involtino Primavera, poi mi sciolgo dal telo da mare, e li rincorro per tutta la spiaggia, facendo ogni volta finta di riuscire a prenderli, lasciandoli andare mentre squittiscono queste risate bambine che riempiono lo spazio, il tempo e la memoria futura.<br />
La corsa mi fa bene. Non ho più le labbra livide e le dita della mano perdono le grinze. Mi siedo vicino al nonno centenario. Nonno mi passa una mano sulla faccia. Mi chiede <em>comu mai no mi fici a barva</em>, e io lo assicuro che la barba la taglierò presto, un paio di giorni di mare e tornerò lucido e nero. Poi resto in ascolto. I gran di parlano. Gli zii e i parenti si sono ritrovati qui a mare e raccontano storie che mi sembra di avere sentito da sempre, storie che affondano nella notte dei tempi, più antiche e presenti dei marmi, dei mosaici, delle ville romane, delle statue prive di braccia, delle colonne sormontate dai capitelli jonici, delle <em>pinakes</em> &#8211; le tavolette votive dedicate a Persefone &#8211; che di tanto in tanto affiorano dalla terra e dagli scavi. Sono storie ampiamente riportate sui giornali locali, o rotolate da una bocca all’altra per passaparola, che tutti conoscono. Lo sfondo mitico su cui i calabresi collocano l’orizzonte della loro vita. Gare di appalto truccate. Fondi europei finiti nel nulla. Sparatorie e sequestri. Commercianti costretti ad ammutolire o a sconfinare in altitalia, al nord. Il controllo della ndrangheta sulla quasi totalità della vita pubblica. Traffici di scorie radioattive sul mare solcato dai migranti che per un paradosso della sorte immaginano la Calabria tra la furia degli uomini e del mare come la terra che più di ogni altra avvicina la promessa del paradiso.<br />
Ma impercettibilmente la mia presenza vira la discussione da un’altra parte. Con la pelle salata, avvolti nei teli da mare, ci siamo noi vividi e miti in mezzo alla mitologia e alla cosmogonia inaugurata e poi diffusa da altri fottutissimi calabresi.<br />
Noi abbiamo fallito, dice uno dei grandi guardandomi negli occhi. La nostra generazione non vi ha lasciato niente. Abbiamo accettato il quieto vivere, e questo è il risultato. <em>Ndi facimma i fatti nostri</em>, e quando c’è stata la necessità <em>stringimma a manu du cumpari</em>. Tutti voi siete stati costretti a partire. Avete dovuto lasciare questa terra bruciata. E ora abitate e lavorate lì dove essere calabresi a volte è un insulto.<br />
Poi infila rapido queste parole nel mio orecchio e nell’orecchio generale della famiglia. Dovrebbero toglierci il voto. Per cinque generazioni almeno dovrebbero impedirci di votare. I posti di governo qui dovrebbero essere commissariati. Ed i commissari non dovrebbero essere calabresi, neanche italiani dovrebbero essere. Servirebbe gente senza nessuna appartenenza, gente della Germania o della Svizzera, sennò le cose non cambierebbero mai.<br />
Il problema di queste parole è che mi arrivano addosso senza alcuna premonizione. Mi era già capitato di sentirle, ovviamente. Ma adesso sono formulate in mezzo al sangue generale di famiglia che coagula qui per tutta l’estate. Così ammutolisco. Mi guardo intorno. Le squame del mare smaterializzano la luce in piccolissimi bagliori. E tocco il fondo di me stesso e della mia terra pensando che queste parole non sono altro che parte della mitologia e della cosmogonia che disprezzo, su cui vomito tutto il risentimento possibile. È solo un modo molto logico per dire che da queste sabbie mobili non ne verremo mai fuori. Un’argomentazione molto raffinata che elimina dal discorso qualsiasi opinione contraria garantendo il nostro appoggio incondizionato al sistema. Una forma di resa elegantissima che non controfirmerò mai &#8211; almeno fino a quando i flussi del mio sangue saranno in sintonia con i flussi segreti di questo mare e di questa terra.<br />
Nonno si alza. Prende il bastone. Chiedo a nonno dove sta andando. <em>Vaju pe supa</em>, dice.<em> Faci nu cardu chi non si resisti</em>. E anche gli altri si alzano.<br />
I cuginetti buttano i braccioli in aria e infilano i sandali. Mia madre piega i teli da mare. I miei fra-telli staccano dalla pelle gli ultimi granelli di sabbia. I miei cugini inforcano gli occhiali da sole. Gli zii raccolgono i braccioli, il secchiello, le palette, le formine, i palloni, il divertimento inarrestabile che i cuginetti hanno disseminato intorno a noi.<br />
Poi il sangue generale di famiglia riga la spiaggia all’incontrario, recuperando gli spazi freschi della casa abbandonata, dove pranzeremo insieme, ci siederemo insieme intorno al tavolo, passandoci il pane fresco, il vino di casa, i sottaceti, le olive, il capicollo, le alici marinate, ingannando il tempo e la fame mentre la zia traffica con le padelle in cucina, butta gli spaghetti nell’acqua, lascia scivolare i sauri infarinati nell’olio bollente &#8211; ed il profumo che arriva dalla cucina infila la massa trasparente delle correnti, sale caldo nell’aria, circola intorno a noi, si dispiega lontano, più lontano, tra la terra e il mare, e tutte le storie riportate e scambiate in spiaggia non esistono, in questo momento non esistono, non toccano più nessuno, niente può farci del male mentre la zia arriva con la pentola straripante di spaghetti conditi, niente e nessuno può tirarci fuori dall’oblio in cui stiamo per precipitare, l’oblio segreto che il sangue generale di famiglia ed il sangue più grande e vorticoso degli esseri viventi che abitano questa terra richiede e desidera, pranzi infiniti, cene interminabili, l’oblio apparecchiato per stomaci ospitali che ruminano e dimenticano il presente, la propria storia, se stessi. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/">Toccare il fondo</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/' rel='bookmark' title='Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso'>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a> <small>di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/' rel='bookmark' title='Milano brucia'>Milano brucia</a> <small>di Giuseppe Catozzella Un santo, doveva essere un santo, forse...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/storie-di-ritorni/' rel='bookmark' title='Storie di ritorni'>Storie di ritorni</a> <small> di Helena Janeczek Mi mostra il tratto dove ha...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/' rel='bookmark' title='Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma'>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a> <small> di Helena Janeczek Leggo che il bambino- anzi: il...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/' rel='bookmark' title='La ricostruzione non finisce qui'>La ricostruzione non finisce qui</a> <small>di Giuseppe Zucco Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>9</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dichiarazione di indipendenza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 12:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[myspace]]></category>
		<category><![CDATA[realtà virtuale]]></category>
		<category><![CDATA[Walt Disney]]></category>
		<category><![CDATA[you-tube]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=15647</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p></p>
<p>Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato<br />
mirano a un solo fine<br />
che è sempre presente.<br />
(Thomas S. Eliot)</p>
<p>Quando vado avanti tu vai indietro<br />
e ci incontreremo da qualche parte.<br />
(Radiohead)</p>
<p>Tu sei come me, ed hai un mouse sotto il palmo della mano destra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/">Dichiarazione di indipendenza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/xAj6FflcjVY&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/xAj6FflcjVY&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato<br />
mirano a un solo fine<br />
che è sempre presente.<br />
(Thomas S. Eliot)</p>
<p>Quando vado avanti tu vai indietro<br />
e ci incontreremo da qualche parte.<br />
(Radiohead)</p>
<p>Tu sei come me, ed hai un mouse sotto il palmo della mano destra. Clicchi due volte, ed il mondo si dispiega per intero sotto i tuoi occhi. Hai appena acceso il computer, ed una freccia bianca, la punta rivolta verso l’alto, indica che tu sei lì, tra i pixel dello schermo, ed esisti. Le generazioni che ti hanno preceduto non avrebbero potuto immaginarlo, né teorizzarlo. Non ce l’avrebbero fatta a prevedere te, incollato davanti allo schermo, un piede sotto il culo e le cuffie tra le orecchie, stilizzato in una freccia bianca ed in movimento che rappresenta contemporaneamente altri milioni di utenti che adesso, proprio in questo istante, schizzano indisturbati sull’oceano smisurato della comunicazione globale. <span id="more-15647"></span>Il loro equilibrio mentale avrebbe ceduto allo sforzo di immaginare la tua vita espres-sa in una lunghissima sequenza di byte, oltre a farsi un’idea specifica su cosa fosse – tanto che, ancora oggi, con le mani alzate davanti al mirino della domanda cos’è un byte?, la gente glissa, o fa segno che proprio in quel momento il cellulare riposto in tasca non squilla ma vibra, quel genere di domanda che se non hai una risposta provvidenziale e definitiva, finisce per rendere il byte qualcosa di vagamente fatato, un oggetto magico, un’idea più che un oggetto, uno spirito che si muove insieme a te, e ti assiste, e si libra al di sopra di ogni tuo gesto e di qualsiasi tua intenzione. </p>
<p>Tu sei come me, e clicchi due volte con l’indice della mano destra. Hai appena finito di pranzare, e dovresti stare dietro alle funzioni e alle subordinate interrogative indirette, ma semplicemente te ne sbatti, e a furia di click esplori il mondo in lungo ed in largo. Potresti fare qualsiasi cosa adesso, ma senza neanche pensarci, preferisci stare lì. È il tuo Acquario, lo schermo. È il liquido amniotico dove crescerai e dove farai esperienza del limite e dell’eccesso. È il posto in cui per la prima volta non ti sei sottratto al nero della morte, che sbucava lì, senza intermediazioni, arcaica e modernissima, nelle immagini di un uomo sgozzato e decapitato – immagini sgranate e scure e mosse, lontane da qualsiasi standard di professionalità e per questo terribilmente autentiche, reali e sincere come lo stridore e lo scricchiolio della voce dell’uomo smagrito e bendato che supplicava in real time, mentre l’idea di sé, la sua immagine, solcava la superficie del tuo acquario in uno streaming scomposto e sgranato, proveniente da un luogo remoto dove il deserto è una regola accecante. Lo stesso posto in cui hai chattato e scambiato file con lei, La Più Bella Del Pianeta Terra, la ragazza che al solo nominarla spalancava il futuro, rimetteva in gioco le scelte e le prospettive, schiudeva nuove fessure e spiragli, a cui non hai mancato di rivelare, sempre battendo i tasti del computer ed esaurendo le subordinate di tua conoscenza, che non potevi farcela senza di lei, che ti mancava, soprattutto qui, in un momento in cui l’acquario coincide con il mondo intero, e la cosa più difficile da fare è sfiorarsi ancora, toccarsi, lasciarsi scivolare addosso le mani di un’altra persona che è lì per te, con la sola idea di toccarti e di respirarti vicino. Il medesimo luogo dove La Più Bella Del Pianeta Terra, mentre tu eri tutto preso a far vorticare sintassi e ad elevare formidabili grattacieli grammaticali, con la speranza ed il desiderio che tutto questo non andasse disperso, sbarrò la possibilità di ulteriori avanzamenti del discorso amoroso con una roba bidimensionale a tratti raccapricciante: un emoticon, un faccino tondo e giallo, con gli occhi in fuori ed una riga al posto della bocca, che ti guardava perplesso e stupito &#8211; un singolo ideogramma detonato sotto le più grandi ed elementari volute dei tuoi sentimenti. Un faccino contro ore elaboratissime di sintassi e retorica. Ed ha vinto lui. Impossibile controbattere in una forma pulita e grammaticalmente corretta. </p>
<p>Tu sei come me, ed a lei ci pensi ancora. Ci pensi questo pomeriggio, mentre traduci una versione di latino, ed il mondo è un rumore attutito che pulsa fuori, dietro e intorno le pareti che ti proteggono e ti definiscono. Hai calcolato che ogni settimana spendi dieci ore e trentacinque minuti (circa) del tuo attualissimo e del tutto contemporaneo scorrere del tempo, nello studio e nella traduzione di una lingua morta, parlata da gente scomparsa ere geologiche fa. E non ti viene altro in mente se non la parola: fantascienza. Il passato remoto ed il futuro anteriore sono equivalenti ed indistinguibili. Affondano nella nostra immaginazione. Sono il recinto in cui tutto, ed il contrario di tutto, accade. Ci inclinano alla raffigurazione degli alieni: gente che sfiata una lingua incomprensibile, che si abbiglia da sfigati completi, che perde il sonno dietro riti sanguinari ed inutili, che si convince che nessuno prima del loro arrivo e dopo la loro estinzione intuirà più così bene i principi e l’armonia dell’espansione costante dell’universo. La cosa divertente, dopo aver passato ore ad ispezionare e svelare l’architettura di una lingua morta e sepolta, con il capo chino in mezzo a cumuli di rovine e macerie, cercando di indovinare la forma dei pensieri di esseri umani passati a miglior vita quando la tua nascita non era che un’infinitesimale probabilità, un puro accidente, è sfogliare le pagine di un qualsiasi quotidiano. Tra le infinite notizie del mondo, c’è ne sempre una che acceca la comprensione di tutte le altre. La notizia è ben scritta, con un titolo in grassetto nero, condita da dati, grafici e sondaggi &#8211; anche se il tono vagamente apocalittico delinea il ricordo pulito di qualcosa che più non è. La notizia sconvolgente, degna di uno strillo in prima pagina, e di una lunga ed estesa trattazione in seconda ed in terza, è questa: I nostri ragazzi sono alieni. C’è scritto proprio così, e tu non hai affatto voglia di leggere una cosa del genere, sai già cosa dice, la sorpresa è a zero, e non mette alla prova nemmeno il più anonimo e scadente tra i neuroni. Non resta che chiudere il giornale, rimettersi le cuffiette, controllare la posta dove fioccano e-mail una dietro l’altra, scorgere se è on-line il contatto de La Più Bella Del Pianeta Terra, sentire una fitta proprio qui, scoprendo che lei non c’è e potrebbe essere ovunque &#8211; ed intanto, con la musica che esplode nelle cuffiette e percorre la rete neurale fino alle estreme periferie, percepire che le persone che respirano vicino a te, quelle con la capigliatura bianca e rada, e piccole rughe intorno agli occhi, e un’abbronzatura innaturale, e maggiore perizia nell’esprimere giudizi e controindicazioni su qualsiasi argomento, hanno i giorni contati. Se individuano in te l’alieno, se ritrovano in te che vivi a pochi centimetri da loro il piccolo abitante verde di astronavi che sfidano distanze siderali e occasionalmente vengono fotografate nei cieli di sperdute zone rurali del Nord America, significa che neppure li sfiora l’idea del futuro anteriore. Il futuro, per loro, è già accaduto, sei tu, e questo è quanto. Non ce la fanno a fantasticare lo schiudersi di un tempo che li supera. Non hanno dalla loro la forza dell’utopia. Tutto è rappreso qui e ora. Niente esisterà dopo di loro. Il dopo non è da prendere in considerazione. Ogni cosa è compresa tra i confini della loro esistenza. Tu sei la fantascienza fatta carne, jeans e sneakers. Un marziano che ondeggia nell’alto dei cieli e tra le pagine dei quotidiani.</p>
<p>Tu sei come me, e la tua droga si chiama e-mail. Preghi ogni giorno perché ne arrivino quantità inesauribili. Stormi di e-mail compilate e spedite da punti imprecisati del globo. Talmente tante e-mail da non riuscire a stargli dietro. Milioni di e-mail a migrare in minuti pacchetti d’informazione giù per le estensioni della Rete fino alla tua Casella Postale &#8211; qualcosa di più vivo di una Casella Postale, uno spazio immaginario che ti percepisce ed ha un’anima, o almeno sembra possederla, un’anima high-tech molto ottocentesca, che appena apri enfatizza un arcaicissimo Salve!, e fa seguire il tuo nome, e ti informa se splende il sole o meno, in quale città ti trovi, che ore sono, quale temperatura affronterà oggi il tuo buonsenso, quanti giga rimangono a tua disposizione, chi e quando ti ha contattato oggi, minuto per minuto, il bollettino delle relazioni interpersonali, la radiografia delle tue diramazioni virtuali all’interno delle comunità planetarie. Non sopporti l’assenza di e-mail. Detesti che nessuno si rivolga a te. Allacceresti mille altri rapporti con perfetti sconosciuti piuttosto che rimanere lì, in stand by, un essere umano 2.0 in solitudine completa tra le secche della Casella Postale. Perfino le e-mail promozionali sull’allungamento del pene andrebbero bene nei momenti di magra, tre centimetri in una settimana. O le offerte al ribasso di strabilianti occhiali a raggi x, potenti al punto da attraversare i vestiti, bucare la pelle, superare i tessuti, e arrendersi davanti alla visione del cuore da vicino. Non sarai mai grato abbastanza all’Invisibile Industria Culturale Del Software che si prende cura di te. Benedirai per sempre lo spam che allaga e spazza via gli argini digitali del silenzio. Ringrazierai anonime e quotatissime società off-shore che irradiano i loro messaggi automatici da isole disperse nell’oceano pacifico. Di fronte a tanta cortesia, non cederai al sospetto. Non perderai tempo con i comitati etici. Non farai appello ad alcun Garante della Comunicazione. Non vorrai neanche sapere come mai spietati Gruppi Di Affari Multinazionali posseggano i tuoi dati, e conoscano il tuo nome, parlino la tua lingua, sappiano tutto di te, cose che non sussurreresti neanche a La Più Bella Del Pianeta Terra. Esprimerai gratitudine infinita, e basta. La privacy è un’urgenza contemporanea che non ti tocca. È solo un piccolo tributo da devolvere per diventare un nodo privilegiato della comunicazione globale, un nodo da cui passa e si manifesta il mondo. Per questo non hai cestinato le e-mail arrivate direttamente dall’Africa subsahariana, mail toccanti, scritte in un inglese corretto e stringato, parole da cui fa capolino la pelle nera e appassita di un Capo Villaggio, con la preoccupazione di comunicarti come stanno le cose, in che miseria versi quel territorio e la sua gente, e che non sarai più solo, la mail dice proprio così, basterà mandare 500 $ al conto corrente indicato, e tutto il villaggio pregherà per te, giorno e notte, senza pausa, santificando le impronte allineate dietro i tuoi passi. Cosa che hai puntualmente eseguito, seppure dando fondo ai tuoi risparmi, ed è da allora che il Capo Villaggio non perde occasione di scriverti, di elogiare la tua bontà occidentale postcoloniale, di decorarti del titolo di Venerato Fratello, e di rammentarti con quanta facilità potrebbero alzare un altare a tuo nome, basterebbero soli ed ulteriori 500 $, ed una calorosa preghiera collettiva si solleverà nei cieli per distruggere e disperdere gli spiriti maligni che ostacolano il moltiplicarsi dei tuoi passi. Ricordi che lo scambio di e-mail si avverò qualche estate fa, a ferragosto, uno dei momenti più patetici dell’anno, quando ogni contatto si volatilizza, tutti dispersi e sudati in posti irraggiungibili dal wi-fi &#8211; al punto che allo scoccare di ogni quindici agosto, l’ombra del Capo Villaggio si addensa e il senso di colpa si allunga sulle vacanze, per lunghi tratti off-line, disconnesse e fuori dal bordo familiare dell’Acquario.</p>
<p>Tu sei come me, ed oggi è una buona giornata. Durante la sessione di archeologia letteraria, mentre traducevi la versione di latino, con la lingua morta a sciogliersi e palpitare in un italiano scorrevole, sono arrivate e-mail a non finire, e tu hai ancora in testa il presagio della piccola frase di Petronio, ubique naufragium est, quando dall’angolo sinistro dello schermo un riquadro azzurro spuntato dal nulla dichiara ventuno e-mail da leggere, ventuno entità virtuali in carne ed ossa che ti desiderano ed hanno bisogno di te. È un record assoluto, e clicchi due volte, con in testa la frase che ha scampato il silenzio, ha sorvolato i millenni, si è infilata tra i corsi e ricorsi storici, ed ora è lì, quando clicchi a ripetizione, e funziona, e non spegne il potere della sua attendibilità.<br />
Le e-mail si dispongono sotto i tuoi occhi. Riportano tutte lo stesso titolo. Che cos’è la politica?, è il titolo. Clicchi sull’oggetto, e la e-mail si apre. Guardi velocemente, tanto per capire, e poi ne apri un’altra, e un&#8217;altra ancora, cliccando e lasciando aperte le e-mail, fin quando non le hai aperte tutte. Hanno lo stesso contenuto, cambia solo il mittente di una lunghissima catena che più e più volte si è inanellata intorno al tuo account.<br />
La prima te l’ha spedita un ragazzo di cui avevi perso memoria. Come faccia ad avere il tuo indirizzo è un mistero. Era uno in fissa con il grunge, il walkman sempre in tasca, i jeans tagliati sul ginocchio ed una perenne camicia di flanella a scacchi verdi. Non lo sentivi dalle scuole medie. Lo chiamavate Kurt e pensavi la finisse presto, lui contro la canna di un fucile. Evidentemente non è andata così.<br />
La quarta è di Elisa. Lei ti ha insegnato a baciare con la lingua. Ricordi ancora quando le chiedesti una gomma da masticare. Lei disse si, ce l’ho, era quella che aveva in bocca, la stessa che ti spinse tra la lingua e i denti, una gomma che scivolò a più riprese da una parte all’altra, un ping-pong per principianti.<br />
L’ottava è di VentiquattroFotogrammiAlSecondo.Com, un blogger con cui avevi avuto uno scambio di e-mail. Recensisce i film citando Barthes, Foucault, Bazin, Deleuze, Lacan, altri di cui non ricordi il nome, tutta gente sicuramente morta, mai sentita nominare. Una volta gli hai chiesto come mai, e lui ti ha risposto che i film bisogna scardinarli, farli parlare, scartarli come regali, mostrarli da dentro, e che quella gente è dinamite che spalanca il cinema.<br />
La nona è di tuo zio, il più piccolo tra i fratelli di tuo padre. Per l’ultimo compleanno ti ha regalato una carta geografica. Hai riconosciuto il mondo solcato da linee, frontiere e confini. Il consiglio è di mettere una x su ogni paese che percorri. Così sai dove spedirti la prossima volta. Dice anche di non fidarti troppo di quella mappa. È un’invenzione. È sempre colui che la disegna a definire quale paese e continente sta al centro della carta geografica mondiale.<br />
La tredicesima è di Giulia. Una volta, quando ormai per strada non c’era più rumore, le avevi mandato un sms. Testo: come posso fare per starti vicino davvero, ma vicino per sempre? Lei ti rispose solo qualche giorno dopo. Testo: fatti trovare davanti casa tua, a mezzanotte, in tuta. Poi vi siete visti ogni notte, un’ora a notte. Correvate dentro la città assopita, lungo la linea bianca delle strade deserte, tra le macchine parcheggiate. Respiravate allo stesso tempo e non c’era bisogno di aggiungere parole. Quando ti disse che partiva per l’università, eri ormai allenato per correre e respirare a fianco di chiunque altro ti andasse di frequentare.<br />
La sedicesima è di Walt Disney. Anche se dubiti fortemente che Walt Elias Disney, quello vero, con i baffi tagliati con cura, qualche giorno prima non avesse potuto far altro che accendere il computer, ascoltare il respiro dei microchip, impugnare il mouse, guardare il desktop comporsi davanti &#8211; le cartelline gialle ordinate su uno screensaver autocelebrativo: Mickey Mouse con la matita in mano che schizza su un foglio bianco, in modo cartoonesco e bidimensionale, i tratti di Walt Elias Di-sney, in giacca e cravatta &#8211; e poi avviare il browser, accedere alla casella postale, digitare a memoria una stringa di numeri e lettere, quindi inviartela, e aspettare le tue reazioni. Dubbi appesantiti dal fatto che W. E. Disney scomparse senza intaccare il potere della sua icona quando la tua nascita non era che un’infinitesimale probabilità, un puro accidente nel corso degli eventi. Anche se la e-mail l’hai aperta, e non conteneva nulla, se non il codice blu su fondo bianco di un link. Walt Disney è qualcuno che conosci, anche se non sai chi sia, né che faccia abbia. Hai cliccato sul link, ed il video non ha fatto in tempo a caricarsi che già sapevi. C’eri tu nel video, tra le maglie planetarie di You Tube, tu che facevi a pugni dietro il liceo, tu tra le immagini sgranate, tu che perdevi sangue e lo facevi perdere, la camicia macchiata e gli zaini buttati di lato, tu ripreso da un videofonino mentre schivavi i colpi e puntavi al viso, tu con i nervi tirati ed il viso deformato dalla tensione della lotta, tu con la camicia strappata dentro una tipica inquadratura parkinsoniana, tu che centravi in pieno un ragazzo con la maglietta rossa, più alto di te, ben piazzato, tu che tentavi di rianimarlo dopo che era crollato a terra, con una macchia scura che gli si allargava sotto il naso. Sul video è stata montata parte della colonna sonora di Cenerentola, un film animato di Walt Disney, quello vero, del 1950. I sogni son desideri, dicono le parole della colonna sonora. La musica sdolcinata stona così tanto con le immagini da lasciarti una sensazione di fastidio. Negli ultimi giorni ti sei visto e rivisto. A volte provi forza, altre solo vergogna, un sentimento che sconfina nel rimorso. Se Walt Disney si dichiarasse e mostrasse la sua faccia, tu non potresti fare altro che ringraziarlo. Mai nessuno ti aveva ritratto mentre ti sottraevi al dialogo ed imponevi la ragione con pugni e furia. Sei come tutti gli altri, come la maggior parte della specie, ed adesso ne hai coscienza. Non ti resta che la vita intera per lavorare su te stesso, evolvere da te stesso, scaricare dentro di te i meccanismi primordiali della specie umana che spingono alla risoluzione sanguinosa delle controversie.<br />
La ventesima è la newsletter di una casa editrice, la tua preferita. Pubblica libri di letteratura fantastica, talmente fantastica, che alla fine si avvicina alla realtà, cogliendola in pieno, anche partendo da punti di vista improbabili &#8211; tipo un meteorite che sta per cadere sul Pianeta Terra, che fa di tutto per schivare il Pianeta Terra, un meteorite progressista che conoscendo lo stato attuale del Pianeta Terra, il modo attraverso cui vengono risolte le questioni geopolitiche, la solitudine autoimposta di moltissimi suoi abitanti, l’invasione nel mondo del lavoro degli stage e dei contratti a tempo molto determinato, preferisce schiantarsi su Giove, Marte, Saturno, qualsiasi posto piuttosto che il Pianeta Terra. Così la casa editrice invita te e gli altri lettori a leggere con attenzione la e-mail che si è arenata ventuno volte nella tua casella postale, e dopo averla letta di spedirla ancora a tutti i propri contatti. L’impresa, avverte la casa editrice, ha bisogno di chiunque. Dell’energia, della concentrazione, della forza di ognuno. </p>
<p>Tu sei come me, ed immagini l’alluvione di questa e-mail riversarsi e sfuriare per le vie infinite della Rete. Adesso sai chi te l’ha spedita e la guardi attentamente. È un volantino aggiornato ai tempi della rivoluzione digitale, non più in carta, ma in pixel. In alto, al centro della pagina, in un rosso luccicante, il titolo: Che cos’è la politica? Non hai tutti i torti a definire quel titolo una domanda, e ciò che segue una risposta. Al centro del volantino, stilizzato con cura, tratto nero su fondo bianco, appare la sede del Parlamento. Fa effetto anche in miniatura: è il potere. Largo e massiccio, una porta sotto tante finestre, piantato al centro della vita democratica del paese in cui risiedi: è l’immagine del potere. Niente potrebbe sintetizzare meglio concetti come autorità, diritto, consenso, partecipazione, oppure declino, conservazione, restaurazione, corruzione: è il potere dell’immagine del potere. Anche se c’è di più. Intorno alla sede del Parlamento in miniatura, tanti minuscoli omini, neri e piatti come quelli dei segnali stradali, omini che si tengono per mano, una massa di omini che circonda il Parlamento, qualcosa a metà tra la rappresentazione di un abbraccio e le spire di una minaccia. Il volantino, sempre con caratteri rossi e luccicanti, continua con: Spediamoli in orbita, Loro non parlano per noi, Mandiamoli nello spazio profondo, Nel vuoto interstellare capiranno, Loro non parlavano per noi, Non ci hanno mai rivolto la parola. E tu leggi, consideri, rilevi, ci pensi su. Gli occhi sono due scanner che elaborano e ripongono il file in memoria. L’appuntamento è per domani mattina, davanti al Parlamento. Tu non sai ancora se ci andrai, e perché ci dovresti andare. </p>
<p>Tu sei come me, stai cenando e guardi la tivù. Il tuo sguardo è una pallina da tennis, rimbalza tra il piatto e lo schermo del televisore, uno scambio che non ha soluzione, almeno fino a che non ti alzi da tavola e abbandoni il campo. I tuoi ti chiedono se hai finito i compiti, e dici di si. Ti domandano se anche stasera esci, e rispondi di no, non stasera, hai delle cose da finire. Quando tua madre ti chiede quali siano queste cose, tu rispondi semplicemente: cose mie – salvo poi aspettarti una tirata micidiale sull’incomunicabilità tra genitori e figli, sul silenzio che separa la generazioni, cosa che sorprendentemente stasera non si verifica, e ti chiedi come mai, quasi ne avverti la mancanza, come se fosse quello e nient’altro, lunghissime e pirotecniche tirate sull’incomunicabilità, il punto di contatto tra le generazioni, lo spazio verbale in cui ci si tocca sul serio. E ti alzi, sparecchi, lasci i tuoi davanti al loro schermo, per poi salire in camera tua, chiudere la porta, ed inabissarti ancora nell’Acquario. Ti chiedi se domani sarai davanti al Parlamento. Clicchi due volte, e fai un giro per i social network, cercando di capire l’umore del web. Ci sono forum dedicati esclusivamente al volantino. Ma le posizioni sono così disparate che tu non sai se domani potrebbero presentarsi una o un milione di persone. Allora ti chiedi perché tu dovresti esserci. E non ti viene nient’altro in mente che un fatto accaduto qualche mese fa. Sei ad una festa di diciotto anni, hai l’aria apparentemente allegra, un bicchiere in mano, sei appoggiato ad una parete mentre le gente si riversa tra il corridoio e le altre stanze, aumentando di numero ora dopo ora, tanto che alla fine è difficile trovare un buco libero, e tu sei ancora rasente alla parete, e stai parlando con Elisa de La Più Bella Del Pianeta Terra, del perché non sia lì adesso, un dialogo che va avanti per reciproca lettura labiale, il volume della musica non permette altro, quando una ragazza ti viene vicino e ti dice ciao, come va, che è nuova di qua, che ti aveva notato dall’inizio, lì rasente alla parete, e siccome non riesce a seguire il tuo labiale, ti prende per mano, e ti porta fuori, in giardino, una ragazza con i capelli lunghi e neri, e un filo di trucco nero intorno agli occhi, gli anfibi neri, infilata in un vestitino corto e nero, con un bracciale nero tatuato sull’avambraccio destro, che ti domanda come ti chiami, se hai myspace, facebook, o qualsiasi altro contatto da lasciarle, per evitare di disconnettere ancora le vostre esistenze. Ovviamente, le dai i tuoi contatti, anche se mentre lei chiacchiera di rave party e di sound system colossali, roba da rimanerci folgorati davanti per l’urto dei decibel, come fai di solito con le ragazze carine, sforzandoti di rimanere nei binari della conversazione, cominci a immaginare la tua vita accanto a lei, tu che la spogli, tu che la baci, tu che l’accompagni a casa in macchina, tu che la sfidi a correre più veloce, tu che le tieni la testa mentre vomita, tu che segui con un dito i picchi e le concavità della sua colonna vertebrale, tu che le consegni un ipod nero con schermo da 3.5 pollici e tecnologia multi-touch come simbolo di unione eterna, tu che la lasci, senza motivo, mentre la conversazione è agli sgoccioli, e ritorni lì, nel presente, e lei ti saluta, va via, lasciandoti nel giardino quando le luci si spengono, anche la musica, e l’unico punto luce è una torta con diciotto candeline che si muove e si fa spazio tra la massa degli invitati che cantano a squarciagola: auguri. Il giorno dopo la incontri su Internet, parlate del più e del meno attraverso le webcam, e potrebbe andare avanti tutta la notte, quando lei, con una lametta in mano, dice che ha un regalo per te, e con la lametta spinge e traccia una linea sulla coscia, la pelle intorno è rigata da un reticolo di cicatrici, ed il sangue cola appena quando dice di non preoccuparti, è un dolore necessario, di stare tranquillo, lei è una delle cutters, ragazze che si squarciano con le lamette per ritornare alla realtà, soprattutto alla realtà del proprio corpo, per sentire che esistono, qui ed ora, dentro un mondo virtuale e alienante che coincide con i bordi del tuo Acquario. Dice ancora che sei fortunato, nessuno è mai stato prima testimone del taglio e del sangue, della realtà che riaffiora sulla crepa di una ferita. È solo un regalo, dice. Appena vedi correre il sangue, disattivi il contatto, spegni il computer, non riuscendo a sostenere la visione della realtà. Ti senti dolorante, tagliato a pezzetti, solcato da microscopiche fenditure, aperto da incrinature lunghissime. Per giorni interi sparisci dalle diramazioni dei social network per evitare che ti ricontattati. Hai il terrore che lei, i suoi capelli lunghi e neri, la ramificazione delle sue cicatrici, ti incrocino per strada. Quella storia ti restituisce l’immagine da cui sei partito. Il volantino, il parlamento stilizzato, la folla di omini neri intorno al parlamento, ti scorrono in testa come le slide di powerpoint. Cos’è la politica, adesso lo capisci &#8211; se non altro lo percepisci istintivamente, come se un’idea, uno stormo compatto di idee, percorresse le terminazioni nervose del tuo corpo. La politica riguarda la determinazione di se stessi. La politica è la concatenazione del tuo corpo al resto del mondo. La politica è la possibilità di rendere evidente una ferita privata. La politica è l’occasione per scoprire nel corpo sociale ferite che si somigliano. La politica è una tecnica per cucire ferite collettive. E guarirle. E convertirle nel ricordo di un passato che non ritornerà. La politica è ago e filo impugnati da milioni di mani diverse. La politica è l’antidoto all’ubique naufragium est, al naufragio che arriva dovunque, il naufragio che Petronio aveva previsto secoli prima, scrivendo in una lingua estinta che continua a pronunciarsi. Il fine della politica è la rigenerazione dei tessuti sociali. Quando la politica non funziona, si colpisce e ci si lascia ferire, sanguinando in silenzio, sia pure per dimostrare la propria esistenza. Per questo sciogli i dubbi. Per questo, con un giro di click, spedisci l’e-mail alla Più Bella Del Pianeta Terra, a tutti i tuoi contatti. Per questo domani mattina sarai puntuale, ci sarai, farai la tua parte.</p>
<p>Tu sei come me, e sei già pronto, infilato dentro t-shirt, jeans e sneakers colorate. Prima di uscire dai un ultimo sguardo al computer, perennemente acceso, con la ventola che accenna il fruscio di un respiro regolare. Potrebbe essere il quarto componente della tua famiglia, il computer. L’unico essere che ti conosce davvero. Saprebbe dire di te cose che tu ignori. Potrebbe rivelarle in questo momento. Ma tu hai altro per la testa. Indossi lo zaino per non dare nell’occhio, saluti veloce i tuoi, e poi esci, riflesso sullo schermo appena concavo del computer &#8211; la cornea di una macchina che ti vede ed esegue i tuoi ordini quando sei assente, come scaricare musica e/o pornografia varia, la stessa che rimuoverai dopo una visione furtiva, con il senso di colpa a stanarti sui bordi dell’Acquario. Ed arrivi lì, la giornata è bella, il sole è luce e calore, una glassa dorata diffusa sulla piazza del Parlamento. Guardi davanti a te, e l’immagine stilizzata del volantino acquista spessore, si ingigantisce, ritrova proporzione e volume. Fai davvero fatica ad inquadrare tutto in un colpo. Scopri a tue spese che la realtà sfugge i confini dello sguardo e ripara nel fuori campo. Così muovi la testa, sposti lo sguardo da sinistra a destra, in una panoramica che svela poco per volta il paesaggio circostante. Per questo li vedi. Gli omini del volantino &#8211; mentre si spingono fino a te, e ti superano, o si fermano dalle tue parti &#8211; riacquistano peso, altezza, i lineamenti del viso, e la voce soprattutto. Arrivano pochi per volta, oppure in piccoli gruppi, senza particolare fretta, piantandosi lì intorno, come se quella fosse la cosa più normale del mondo: stare in mezzo a perfetti sconosciuti, gomito a gomito, sfregandosi gli uni sugli altri, misurando i propri movimenti, evitando di mettere a repentaglio l’intimità dei vicini, tutti coinvolti nella cosa che sta per accadere. Il vuoto della piazza è inondato dalla varietà degli esseri umani. Tu sei un puntino tra la folla che si moltiplica e s’irradia nello spazio. Non credevi che si sarebbe radunata così tanta gente, non potevi prevedere che il volantino raccogliesse e sommasse la tristezza di ognuno. Ogni tanto lanci sguardi in ogni direzione. Ti piacerebbe scorgere qualcuno che conosci, incrociare fatalmente lo sguardo de La Più Bella Del Pianeta Terra &#8211; le efelidi che punteggiano il viso, i capelli infiammati tra le radiazioni solari. Ma presto diradi ogni illusione. Se potessi guardare dall’alto, scopriresti la copia perfetta del volantino. Una massa enorme di omini intorno al Parlamento giunti di buon’ora, una folla che di tanto in tanto si apre, solcata dagli onorevoli e dalle loro scorte, tutti elegantissimi, in giacca e cravatta, con gli occhi in fuori, increduli per il numero e la varietà delle persone che intravedono. Passano in mezzo, ad un soffio da te, quasi fossero invisibili, senza che nessuno li calcoli neanche. Come si sia potuto arrivare a tanto, non lo sai più. Ma quanto sta per succedere è oramai inevitabile. Gli onorevoli sono raccolti tra le mura del Parlamento, ed è allora che tu, le persone accanto a te, e poi tutti i presenti, dentro un silenzio colossale, vi prendete per mano. Insieme chiudete gli occhi. Siete tutti sintonizzati sullo stesso desiderio. E sei così concentrato che non avverti neanche le fondamenta cedere. Il boato che si sprigiona nelle tue orecchie è appena distinguibile. Rimani fermo mentre il pavimento vibra e si spacca. Una scossa elettrica fluisce dentro di te, da una mano all’altra, tra le vene e le ossa. Sei il conduttore di un calore talmente buono, così intenso, da annientare il dolore, colmare la solitudine, cucire tutte le ferite. Quando riapri gli occhi, il Parlamento è un puntino di luce nell’atmosfera, un abbaglio senza nome, un desiderio esaudito nel vuoto interstellare. Questo è amore, pensi. Solo amore.</p>
<p><em>pubblicato su Nuovi Argomenti n.45, Gennaio-Marzo 2009</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/">Dichiarazione di indipendenza</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/' rel='bookmark' title='Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage'>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a> <small>di Giuseppe Zucco Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/' rel='bookmark' title='Machete, le armi spuntate delle finzione pulp'>Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</a> <small> di Giuseppe Zucco Poi è venuto il cinema e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/30/i-signori-murena/' rel='bookmark' title='I signori Murena'>I signori Murena</a> <small>di Giuseppe Zucco (informiamo la gentile clientela che nel caso...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/04/minerali/' rel='bookmark' title='Minerali'>Minerali</a> <small>di Giuseppe Zucco Mamma non c’è più. Passo una mano...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/' rel='bookmark' title='La ricostruzione non finisce qui'>La ricostruzione non finisce qui</a> <small>di Giuseppe Zucco Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>9</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Tipo Peggiore In Assoluto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/il-tipo-peggiore-in-assoluto/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/il-tipo-peggiore-in-assoluto/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Dec 2008 09:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=12900</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/libereria.bmp"></a><br />
di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Potrei dirti che Il Tipo Peggiore In Assoluto lo trovi in libreria. Potrei anche sostenere che Il Tipo Peggiore In Assoluto ce l’hai di fronte, dentro l’involucro liscio, muscoloso, ben rasato del Qui Presente. Potrei anche avanzare, senza lasciarmi prendere da alcuno scrupolo, di essere io Il Tipo Peggiore In Assoluto che potresti trovare acquattato, pronto a qualsiasi cosa, dietro le gigantesche pile promozionali dei libri appena pubblicati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/il-tipo-peggiore-in-assoluto/">Il Tipo Peggiore In Assoluto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/libereria.bmp"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/libereria.bmp" alt="" title="libereria" class="alignnone size-medium wp-image-12902" /></a><br />
di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Potrei dirti che Il Tipo Peggiore In Assoluto lo trovi in libreria. Potrei anche sostenere che Il Tipo Peggiore In Assoluto ce l’hai di fronte, dentro l’involucro liscio, muscoloso, ben rasato del Qui Presente. Potrei anche avanzare, senza lasciarmi prendere da alcuno scrupolo, di essere io Il Tipo Peggiore In Assoluto che potresti trovare acquattato, pronto a qualsiasi cosa, dietro le gigantesche pile promozionali dei libri appena pubblicati. Ma questo non cambierebbe le cose.<span id="more-12900"></span><br />
Quello che voglio dirti, senza minimamente intaccare il tuo status di donna occidentale perfettamente senziente, non è affatto il solito pesantissimo sermone del fratello (maggiore) che illustra alla sorella (mezzana) le insidie e/o i pericoli che gravitano intorno alla giovanissima vita di una donna occidentale priva di qualsiasi esperienza nei confronti del sesso opposto. Quello che sto cercando di dirti, anche se sono del tutto consapevole che la tua verginità è un’ipotesi di scuola, e che il tuo cellulare è costantemente solcato da voci post-puberali che ti invitano con doppi e triplici fini ad uscire fuori per un giro sullo scooter, quello che voglio precisamente dirti è di prestare assoluta attenzione a tutte le persone che incontrerai in libreria e che lì ti rivolgeranno parola.<br />
Se c’è una cosa che il Qui Presente non sottovaluta è che tu sei un <em>bocconcino</em>. Ed il Qui Presente, nelle vesti di Fratello Maggiore, deve assolutamente evidenziare il fatto che i bocconcini sono una merce richiestissima sul mercato. Il Qui Presente, nei panni del Fratello Maggiore, ma soprattutto del Maschio Occidentale Globalizzato, sa benissimo quali visioni e perversità si avverano nelle teste maschili nel momento in cui individuano <em>il </em>bocconcino nell’infinito e variegato paesaggio umano che collassa sulla superficie del loro sistema visivo. Non ci crederai, ma è dallo stesso ramo che discendono gli uomini occidentali globalizzati, e anche se vorrai espormi il tuo punto di vista molto progressista sulla faccenda, chiosando che è un errore ricondurre tutto alla stessa specie, rammenta almeno quando sarà il momento che prima ancora di rivolgerti la parola, il maschio medio, solo intravedendoti tra la folla, ha già compiuto quattordici volte lo <em>spelling</em> del termine cunnilingus. C-u-n-n-i-l-i-n-g-u-s. E certo succederà.<br />
Potrebbe tranquillamente capitare che un giorno, per caso, alzando impercettibilmente lo sguardo su qualcosa che risucchia inconsciamente la tua attenzione, tu intercetti nel variegato paesaggio umano lo sguardo di colui che ti inquadra <em>in quanto</em> bocconcino. E se succederà, e proverai orrore, non farlo. Cioè, non pensarci nemmeno, anche se l’entrata molto illuminata sulla tua destra potrebbe sembrarti l’unica via di fuga. Non mettere assolutamente piede in quella libreria. Sarebbe disperatamente peggio. Usando senza alcuna supponenza da Fratello Maggiore la figura retorica che i linguisti chiamano <em>allusione</em>, finiresti dalla padella alla brace. Perché lì, finalmente, sentendoti al sicuro, con le guance rosse per l’agitazione, allentando la sciarpa per sottrarti al calore, finiresti per girare, guardarti intorno, sfogliare i titoli, leggere le quarte di copertina, notare la riedizione con nuova introduzione di un classico fondamentale, misurare il successo degli scrittori dallo stagliarsi delle pile promozionali, imbatterti ne Il Tipo Peggiore In Assoluto appoggiato <em>casualmente</em>, mentre sfoglia un libro, alla pila di volumi che proprio in quel momento stai considerando.<br />
Se il Qui Presente può esprimere un consiglio: dissolviti all’istante. Alza i tacchi, riga via, sparisci. Esaspera la definizione e le conseguenze del sostantivo femminile <em>assenza</em>. Non pensare neanche che quell’uomo appoggiato alla pila, con il libro in mano, calato dentro i jeans blu sdruciti, il maglioncino a righe scure, la giacca di velluto marrone, le converse colorate dalla punta consumata, sia innocuo.<br />
Il fatto che non ti stia guardando <em>in quanto</em> bocconcino non deve trarti in inganno. Quella è strategia. È l’inizio. È il punto da cui svilupperà le spire della seduzione e le trame del desiderio.<br />
So che non mi credi, so che in quanto donna indipendente occidentale sei completamente certa delle tue possibilità di sventare sul nascere qualsiasi richiamo alla tua emotività profonda, talmente sepolta che neanche tu sai bene dove sia nascosta, come sia possibile attivarla, ma ti prego di prendere le mie parole per buone. Anche se non ti svelerò mai come ho appreso queste cose, nonostante tu abbia ormai afferrato che il Qui Presente, in un punto imprecisato della sua giovinezza, mentre a casa appariva il Fratello Maggiore amorevole, pieno di attenzioni, compito ed educato, un piccolo esempio di quell’avanguardia tra gli esseri umani spinta sulla traiettoria del prossimo, fuori era uno stronzo terrificante, Il Tipo Peggiore In Assoluto da incontrare in libreria per una ragazzina alle prime armi come te &#8211; anche se capisco bene quanto tu sia sgamata in tema di relazioni e/o del crepitio elettrico tra i corpi.<br />
Ma ricorda che Il Tipo Peggiore In Assoluto è solo l’evoluzione aggiornata del Maschio Occidentale Globalizzato. La versione 2.0. Nonostante simuli di non averti notato, sebbene sia appoggiato alla pila promozionale con gli occhi incollati alla pagina del libro che <em>finge</em> di leggere, ha già <em>fiutato</em> te in quanto bocconcino, ha già <em>prefigurato</em> nella sua mente l’infinita gamma delle posizioni con le quali combinarsi con te, sciogliersi dentro di te, raggiungere il punto rovente del tuo essere donna occidentale emancipata dentro le più complesse ed incasinate questioni del post-capitalismo avanzato che ci circonda, per poi abbandonarti al tuo destino senza pensarci troppo, mentre sei tutta arrossata, ed i capelli non hanno forma, ed il tuo corpo ancora vibra e scintilla, come se ci fosse un’aurea intorno a te, una piccola folgore che ti ricopre.<br />
Ed a quel punto non potrai crederci. <em>Non vorrai credere</em>, con gli angoli delle labbra rivolti verso il basso, la pelle tutta livida e tirata, che Il Tipo Peggiore In Assoluto ti abbia abbordata in libreria <em>facendoti credere</em> che <em>tu</em> sia finita tra i suoi piedi, che il caso abbia unito le uniche due persone al mondo capaci di scrutare dentro le profondità metafisiche di Kafka, la desolazione universale di Celine, il furore sconcertato di Steinbeck, le innumerevoli sale della biblioteca di Borges, la carnalità sublimata di Nabokov, l’horror della vita quotidiana di Carver.<br />
Tra le pieghe delle lenzuola, ancora tutta rossa ed elettrizzata, mentre Il Tipo Peggiore In Assoluto sistemerà davanti allo specchio la giacca di velluto marrone sulle righe scure del maglioncino, comprenderai in che modo l’uomo che sta per uscire dalla stanza abbia fatto della letteratura un amo a cui abboccare. La cosa che squalifica Il Tipo Peggiore In Assoluto dal genere umano è proprio quella, la stessa cosa che il Qui Presente, in qualità di <em>ex</em> Tipo Peggiore In Assoluto, ancora oggi non si perdona. Avere reso la letteratura così reale, talmente affilata e potente, da produrre effetti concreti nella vita quotidiana.<br />
Non so se mi spiego, sorellina, ma gli scrittori darebbero entrambe le braccia perché questo si avveri. Scrivono tutta la vita sperando di rivoltare il mondo dalle fondamenta e spingere in avanti la percezione delle cose, e poi tutto si concretizza nelle strategie tentacolari del Tipo Peggiore In Assoluto.<br />
Come credi che la prenderebbero se solo lo sapessero?<br />
E come credi che la prenderesti tu, lì in mezzo alle lenzuola, con gli occhi sgranati, la pelle contratta dal dolore, mentre Il Tipo Peggiore In Assoluto esce dalla stanza abbandonandoti a letto senza neanche un saluto, dopo che tutti i suoi discorsi sulla letteratura e sulla teoria letteraria, davanti alla pila promozionale di libri, avevano fatto presa su di te, ti avevano aperto una breccia dentro, legandoti all’istante al destino di quel uomo con le converse colorate? Tu che, nonostante la giovane età e la precocissima conoscenza del crepitio elettrico tra i corpi, sai tutto in fatto di letteratura e sei completamente certa che la letteratura trasformi le persone?<br />
Come la prenderesti sapendo che la persona infilata nel maglioncino a righe scure, con una conoscenza invidiabile ed enciclopedica della letteratura mondiale, ha attraversato le stesse pagine che hai percorso tu &#8211; le immense distese circoscritte di Shakespeare, Pasolini, De Lillo, Poe, Foster Wallace, McCarthy &#8211; non solo senza cambiare per nulla, ma, cosa più grave ancora, piegando a suo vantaggio quelle parole per renderle vere e reali e arrivare fino a te, al tesoro emotivo che racchiudi in fondo alle pieghe della carne?<br />
Come la prenderesti ?<br />
Come pensi che reagiresti?<br />
Ricercheresti conforto sulla spalla del Qui Presente sussurrandogli tra le lacrime che aveva maledettamente ragione?<br />
Infileresti infuriata le porte di milioni di librerie con il desiderio omicida di trovare Il Tipo Peggiore In Assoluto appoggiato alla pila promozionale mentre finge di leggere? Trovarlo per scagliargli addosso un pesantissimo tomo in copertina rigida dagli spigoli appuntiti? Ironizzare sulla posizione de Il Tipo Peggiore In Assoluto, steso a terra, con un taglio dolorosamente sanguinante sulla guancia? Stare lì, con gli occhi in fuori di donna occidentale emancipata, sostenendo di fronte ai clienti allibiti che fanno da cornice intorno a te e a Il Tipo Peggiore In Assoluto che la letteratura è proprio questo, una materia solidissima che non si può eludere?<br />
Oppure, sola e arrossata, in mezzo al letto appena abbandonato da Il Tipo Peggiore In Assoluto, con una piccola folgore che ti ricopre, ringrazierai un’improbabile divinità per non avere dato ascolto alle parole del Qui Presente, per essere andata in fondo a questa faccenda, scoprendo che la letteratura s’incarna ovunque, in te che hai letto di tutto e per questo desideri una società migliore, il migliore dei mondi possibili, e ne Il Tipo Peggiore In Assoluto, che in realtà, anche solo per scopare, deve prima leggere quantità inesauribili di pagine, passare attraverso la cruna dei libri di Saramago, Joyce, Proust, Melville, Conrad, Calvino, saperne davvero di filologia, teorie della traduzione e semiotica del testo, illudendosi che tutto quello che sa non lo riguardi, senza capire che anche per pochi istanti, tra le parole seducenti che annodano intorno a sé giovani occidentali emancipate, si prefigura il mondo che verrà, il mondo che la letteratura dischiude?<br />
Ed a quel punto, sorellina, torneresti dallo stronzo terrificante del Fratello Maggiore Qui Presente senza guardarlo nel modo in cui lo guardi adesso?<br />
E avrai occhi e mani e parole per salutarlo ancora?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/il-tipo-peggiore-in-assoluto/">Il Tipo Peggiore In Assoluto</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/' rel='bookmark' title='Le ragioni del ritorno'>Le ragioni del ritorno</a> <small>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/' rel='bookmark' title='La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi'>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a> <small> di Massimo Rizzante 1 Cara Ornela, ho letto Il...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/14/intervista-a-marina-warners/' rel='bookmark' title='Intervista a Marina Warners'>Intervista a Marina Warners</a> <small> di Marino Magliani (Di seguito un&#8217;intervista dello scrittore ligure...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/09/07/il-festival-di-una-cosa-chiamata-letteratura/' rel='bookmark' title='Il festival di una cosa chiamata letteratura'>Il festival di una cosa chiamata letteratura</a> <small>di Christian Raimo E così in Italia, mentre città come...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/03/17/vincenzo-pardini/' rel='bookmark' title='IL NIDO DELL&#8217;AQUILA'>IL NIDO DELL&#8217;AQUILA</a> <small> di Vincenzo Pardini Quell’inverno, Fidelco Meroli Gregotti decise di...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/il-tipo-peggiore-in-assoluto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>12</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dentro le mura, fuori dalle mura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 07:53:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[entre les murs]]></category>
		<category><![CDATA[François Bégaudeau]]></category>
		<category><![CDATA[gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[la classe]]></category>
		<category><![CDATA[Laurent Cantent]]></category>
		<category><![CDATA[professori]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=11289</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<blockquote><p>Solo l&#8217;amare, solo il conoscere<br />
conta, non l&#8217;aver amato,<br />
non l&#8217;aver conosciuto.<br />
(Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice)</p></blockquote>
<p><strong>1. Premessa in forma di domande</strong><br />
Come immaginiamo oggi La Scuola?<br />
Che tipo di immagine mentale si impadronisce di noi quando ci riferiamo a banchi, lavagne, zaini, manuali e ragazzi/e?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/">Dentro le mura, fuori dalle mura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://images.movieplayer.it/2008/05/08/una-scena-del-film-entre-les-murs-60104.jpg" alt="" width="600" height="400" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<blockquote><p>Solo l&#8217;amare, solo il conoscere<br />
conta, non l&#8217;aver amato,<br />
non l&#8217;aver conosciuto.<br />
(Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice)</p></blockquote>
<p><strong>1. Premessa in forma di domande</strong><br />
Come immaginiamo oggi La Scuola?<br />
Che tipo di immagine mentale si impadronisce di noi quando ci riferiamo a banchi, lavagne, zaini, manuali e ragazzi/e? C’è uno schema rappresentativo che ci guida, e ci soccorre, o più semplicemente ci condiziona, quando riferiamo i nostri pensieri al Sistema della Pubblica Istruzione? C’è qualcosa, nella nostra immagine del mondo scolastico, che pure vagamente si avvicina alla parola pedagogia, e se non a questa &#8211; parola stremata dal modo in cui è stata abusata negli anni Cinquanta e Sessanta in cui tutto era pedagogico, dalla tivù, ai fumetti, ai cantautori – alla parola formazione? Non sarà che nell’estrema sintesi di questa immagine mentale in realtà stiamo giudicando e liquidando, in un colpo solo, gli abitanti di questo specialissimo ecosistema sociale? Potrebbe essere che innescando gli effetti collaterali dell’immagine mentale abbiamo già liquidato il corpo docente e la classe studentesca come il Prodotto Finale, lampante e sotto gli occhi di tutti, della catastrofe che si avvera dovunque, in qualsiasi punto della rete sociale che ci include e si dirama intorno a noi?<br />
<span id="more-11289"></span><br />
Non è che abbiamo associato alla scuola l’immagine di un prodotto per masse storicamente scaduto? Forse che non riusciamo più a distinguere?Vorrebbe dire che ci stiamo fregando da soli? Che siamo degli stronzi da Fine Dei Tempi?</p>
<p><strong>2. Dentro le mura del cinema e della scuola</strong><br />
Qualche sera fa sono andato a vedere La classe, al cinema Arlecchino, a due passi da San Babila, Milano. Quando arriviamo, io e Cinzia<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_0_11289" id="identifier_0_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Cinzia mi scuser&agrave; se l&rsquo;ho tirata in mezzo, ma non ci posso fare niente se fa parte del discorso, perch&eacute; la sera del cinema lei era l&igrave;, come era l&igrave; molte altre sere, essendo io e Cinzia, quando Cinzia non mi tira un bidone nell&rsquo;ultima ora utile di ingresso al cinema, una Coppia Fissa Da Mercoled&igrave; Sera quando il biglietto costa euro 5,70">1</a></sup> abbassiamo di colpo l’età media. Mentre facciamo i biglietti, dal cinema escono schiere di sessantenni eleganti. Sono tutti ben pettinati, portano scarpe di vernice e nessuna piega scompone i tailleur grigi e i completi giacca e cravatta. Salgono le scale, in gruppi da tre, e sommessamente, rasentando il silenzio, si scambiano giudizi sul film. E si guardano, parlano, ma senza dissentire o muovere la testa con diniego. Si vede da lontano che una stessa posizione, uno stesso giudizio critico, qualcosa che ha smosso il loro sistema di pensiero, non si riformula, ma viene ribadito ogni volta che qualcuno prende parola, come se la stessa palla ruotasse tra le sponde e intercettasse sempre lo stesso bersaglio. Quando spariscono lungo Via Vittorio Emanuele, mi chiedo, nella maniera più incosciente, se il film abbia intaccato i loro giudizi o li abbia accomodati dentro i classici binari da conversazioni per luoghi comuni. Ma non ho risposta &#8211; almeno non adesso, non a questo punto, punto su cui ritornerò.</p>
<p>Poi tocca a noi. Ci sorbiamo la solita raffica di trailer ammiccanti, tali da condensare in due minuti i lungometraggi, le battute migliori, i movimenti di macchina più arditi, gli stacchi di montaggio più incisivi, il ralenti più ispirato, la colonna sonora centrifuga e strafica, risparmiandoci la fatica di vederli davvero &#8211; e poi il film inizia. <em>La classe</em> è francese. Il regista è Laurent Cantent. Il titolo vero è Entre le murs, dentro le mura, ed è giusto, limpido, epigrafico, così come è sbrigativo, laconico, essenzialmente descrittivo quello imposto dalla distribuzione italiana<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_1_11289" id="identifier_1_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Apro qui parentesi per dire quanto sia meschina e, in fin dei conti, povera di spirito la distribuzione italiana riguardo ai titoli dei film stranieri. Del resto, la loro opera di traduzione dei titoli la dice lunga su cosa ne pensa del pubblico italiano: in sintesi, una massa di consumatori vuoti e superficiali per nulla adatta a questioni essenziali come la metafora, o l&rsquo;allegoria, la pi&ugrave; semplice allusione, o ai movimenti retorici dispiegati dal film fin dal suo titolo originale. Giuro che prima o poi intento causa alla distribuzione italiana: non fosse altro perch&eacute; ci ha letteralmente sottratto parte della magia del film. Naturalmente, c&rsquo;&egrave; del marketing dietro, un pensiero funzionalista che impone, in nome del suon di cassa, con totale disprezzo di metafore e allegorie e allusioni, di ridurre accuratamente il titolo del film straniero alla pura descrizione della sua messa in scena, in modo che lo spettatore sappia da subito cosa vedr&agrave; una volta in sala &ndash; principio del tutto simile a quello che spinge il proprietario di un negozio di ombrelli, guardando intorno l&rsquo;enorme numero di negozi e possibilit&agrave; che una citt&agrave; offre, a chiamare il suo negozio semplicemente &ldquo;Ombrelli&rdquo; e non &ldquo;Qui sotto non piove&rdquo;, in modo da focalizzare l&rsquo;attenzione dei consumatori fin dal nome del negozio sulla merce in vendita, fateci caso.">2</a></sup><br />
Il film narra la storia di un assedio. Il punto di vista del racconto è quello degli assediati. Professori e studenti. Perché dentro l’ecosistema del mondo scolastico ci sono loro, solo loro, mentre la società intera li guarda, li schiva, li controlla, legifera per loro, su di loro, senza tenere in considerazione le loro aspettative e/o le loro esigenze. Tutto il film è concentrato dentro le mura di una scuola media. Mai le macchine da presa scavalcheranno i suoi recinti. Come se quella fosse la realtà primaria dalla quale si sprigiona tutto il resto. Solo una volta che hai esperito in lungo e in largo l’ecosistema della scuola puoi affacciarti al mondo, dice in diverse occasioni il movimento concentrazionario del film. E lo dice in un modo vertiginoso. Lo dice in due ore e otto minuti, filando via nella sovrapposizione continua e ritmata di primi piani (il volto dei protagonisti) e campi medi (in cui è presente la variegata popolazione di una classe di adolescenti). Lo dice soprattutto nella composizione dei primi piani, la figura del linguaggio cinematografico più utilizzata da Cantent, in cui le teste sono sempre un po’ tagliate, ed il mento dei personaggi è continuamente reciso &#8211; un’inquadratura claustrofobica, che non lascia aria intorno, che ricalca alla perfezione l’assedio, l’accerchiamento sociale, il lento strangolamento degli assediati. Lo dice con i colori lividi della fotografia. Lo dice nella trama che trama non è, dato che il film ricostruisce le fasi, lo sciogliersi ed il ripetersi, la monotonia ed il terremoto propri di un anno scolastico, dall’inizio alla fine, con le classiche presentazioni, lezioni, interrogazioni, sanzioni disciplinari<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_2_11289" id="identifier_2_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&Egrave; stato soprattutto questo a spingere molti critici a definire il film una docufiction o, in casi estremi, un documentario">3</a></sup>. Se Todd Solondz, nel lontano 1995, teorizzava una Fuga dalla scuola media<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_3_11289" id="identifier_3_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Proprio Fuga dalla scuola media &egrave; l&rsquo;esatto opposto de L&rsquo;attimo fuggente. Potremmo anche teorizzare che il cinema che riguarda Scuola &amp;amp; Adolescenti si biforca in due filoni: da una parte i film che mettono in scena la scuola come ecosistema sociale in cui sono comprese ed intrecciate le vite a seconda dei casi abuliche o letteralmente avvincenti e sexy degli studenti, dall&rsquo;altra parte i film che mettono in scena la vita media di un&rsquo;adolescente bruttino e sfigato e tendenzialmente monocorde ma sognatore che viene a contatto con la scuola e quindi, &ccedil;a va sans dire, con le prime cotte, il sesso, le sostanze stupefacenti, i party asfissianti come trappole, un senso di inadeguatezza al mondo cos&igrave; profondo da avvicinarsi irrimediabilmente alle forme del Pessimismo Cosmico enunciato da Giacomo Leopardi">4</a></sup> qui ci si rimane per tutto il tempo.<br />
Quando scorrono i titoli di coda, piccoli e bianchi su fondo nero, io e Cinzia ci guardiamo. Lei dice, semplicemente: bello. Dietro di noi, un’altra rappresentanza di sessantenni in tiro, dice la stessa cosa. Io ammetto, con qualche senso di colpa: sì, e poi rimango a pensare. Perché una marea di pensieri mi monta in testa, e nessuno svela quella parola: bello. Perché in fondo, sì, è un film girato da paura, tutto giusto al momento giusto, talmente giusto da essersi aggiudicato la Palma D’Oro alla 61° Mostra di Cannes. Però quello che rimane, alla fine di tutto, è la storia di un assedio. La storia di François<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_4_11289" id="identifier_4_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="In realt&agrave;, Fran&ccedil;ois, il freddissimo ma umano professore de La classe, &egrave; il trentasettenne Fran&ccedil;ois B&eacute;gaudeau, ex insegnante, ormai scrittore ed autore proprio di Entre le murs, il libro da cui &egrave; tratto il film, libro che nel 2006 in Francia ha vinto il premio France Culture &ndash; T&eacute;l&eacute;rama; in Italia &egrave; uscito da poco per Einaudi Stile Libero">5</a></sup> un insegnante di francese, e dei suoi studenti. La storia di François che non riesce ad insegnare nulla ai suoi studenti. La storia di uno scontro tra generazioni che non s’intercettano da nessuna parte. La storia di una ragazzina che prende il professore per il culo, e lo guarda come si guarda un frigorifero in Alaska, e a casa legge “L’Apologia di Socrate” da sola<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_5_11289" id="identifier_5_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Su questo punto la memoria vacilla: non sono in grado di sostenere se il testo che la ragazzina legge a casa in totale solitudine sia &ldquo;l&rsquo;orazione funebre di Socrate&rdquo; riportata da Platone o la &ldquo;Repubblica&rdquo; uscita direttamen-te dalla penna di Platone. Ma potrebbe essere qualcosa di molto simile">6</a></sup> La storia di uno scambio fallimentare. La storia di una sconfitta.<br />
Per esempio: François, nonostante l’attenzione degli studenti rasenti l’encefalogramma piatto, non fa mai lezioni vere e proprie, non cerca mai di insegnare qualcosa, non isola mai davanti agli occhi dei suoi studenti una porzione del mondo, facendogli capire quanto sia allo stesso tempo infinita e concisa – contrariamente a quanto ci hanno abituato film buoni, o di cassetta, dove gli studenti vengono letteralmente rapiti dalle parole sciamaniche dei rispettivi professori, valga per tutti l’esempio de L’attimo Fuggente, altro film curiosamente a carattere concentrazionario.<br />
Piuttosto, François, instilla nozioni. Consegna alla classe, sempre quando la classe lo lascia libero di agire, frammenti se non schegge della lingua francese, in sé e per sé inutilizzabili. Non ordisce mai &#8211; forse perché non ci crede, anche perché i ragazzi non glielo permettono &#8211; l’intelaiatura di un discorso complessivo che attraversa la scuola per puntare alla vita. Con i ragazzi che ha davanti, ragazzi vivissimi, per lo più emigrati di seconda generazione, ognuno dalla provenienza diversa – questione scottante, che cova nelle battutine acide ed esploderà nella violenza improvvisa – poteva intavolare un discorso simile a quello che David Foster Wallace descrive nel coltissimo, erudito e in fin dei conti toccante saggio “Autorità e uso della lingua”<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_6_11289" id="identifier_6_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Saggio che vi consiglio calorosamente di leggere, perch&eacute; dopo, sulla lingua e sull&rsquo;uso della lingua ci capireste molto di pi&ugrave; di quanto ne sapevate prima. Almeno a me &egrave; successo cos&igrave;. Saggio che &egrave; compreso in &ldquo;Considera l&rsquo;aragosta&rdquo;, edito da Einaudi, nel 2006">7</a></sup> cioè far comprendere loro quanto sia necessaria la Lingua Francese Standard per il loro futuro riposizionamento all’interno degli strati sociali, soprattutto negli strati sociali in altissima quota. Ma non succede.<br />
Cosa passa invece attraverso le parole di François? La disciplina. L’ordine. E in maniera ambivalen-te, sempre con senso di colpa, la sanzione. Quando proprio non c’è la fa più, e i ragazzi diventano ingovernabili, e il filo logico della lezione si aggroviglia nell’insulto, non riuscendo a districarsi dalla matassa di insulti, François ricorre al vecchio trucco: cercare nel discorso dei ragazzi l’infrazione ad una regola sociale – dare del Tu e non del Lei al professore – e strigliarli pubblicamente e/o spedirli dal preside. E allora viene anche abbastanza ovvio domandarselo: perché alla fine del film, con la pelle contratta dal dolore, una ragazzina rivela a François di non aver imparato niente? Perché i ragazzi de La classe rimangono totalmente all’oscuro su questioni roventi come le declinazioni dello scibile umano e delle infinite domande a cui gli antenati non hanno associato una risposta definitiva e chiarificatrice?<br />
Perché il sistema dell’istruzione, in questo caso quello francese, non tende alla formazione degli studenti, ma alla loro amministrazione. Perché è un sistema che non punta sull’autorevolezza del corpo docente, ma sull’autorità. Perché è una forma di pensiero che frena davanti ai principi di giustizia sociale e spinge a tavoletta sui pedali dell’ordine costituito. Perché più che insegnare preferisce disciplinare. Quando usciranno dalle scuole medie, nonostante i pantaloni larghi, e le scarpe ultimo modello, e lo sguardo da ergastolano, e l’aria da residente nel braccio della morte che ormai ha capito alla perfezione come gira il mondo, saranno, proprio come diceva Michel Foucault, corpi docili, vite ammaestrate, personalità funzionali al sistema. In questo tipo di scuola tra professori e studenti il sapere circola, ma è una conoscenza legata al potere storicamente determinato che si irradia dovunque, in qualsiasi istituzione sociale<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_7_11289" id="identifier_7_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Cosa che Michel Foucault, in un momento di massima gioia del pensiero occidentale, definiva &ldquo;microfisica del potere&rdquo;">8</a></sup>.<br />
E allora: perché definire il film, senza neanche pensarci troppo, bello?<br />
Perché schiere di sessantenni eleganti tintinnano e sussurrano all’uscita del cinema, confermando a vicenda la propria posizione, senza scardinare minimamente il film e provare a guardarci dentro?<br />
Non è che il film, più che denunciare una situazione, finisce per confermare un’immagine stereotipata della scuola ormai sovraimpressa nella mente di tutti? Forse che sotto sotto abbiamo già liquidato il modello sociale della scuola perché ormai inefficiente e/o inefficace non solo a diffondere il sapere, ma perfino a disciplinare e irretire nelle maglie sociali gli abitanti del futuro? Non sarà che il film ci convince, una volta per tutte, che la catastrofe è qui, proprio intorno a noi, e che noi, ultimi esemplari della specie, mentre vediamo il sistema collassare dappertutto, percepiamo la scuola come una pesante decorazione del passato da sacrificare senza battere ciglio?<br />
E non è questa la catastrofe in sé?</p>
<p><strong>3. Fuori dalle mura della scuola e delle università</strong><br />
Poi però succede questa cosa. Mentre il crack finanziario incrina e stende le economie globali degli stati nazione, in Italia, per non farsi mancare niente, si avvera la Legge 133. Senza spaccare il capello in quattro, la legge taglia, poi taglia ed in ultima opzione: taglia. Solo per l’università la spesa è drasticamente ridotta “di 63,5 milioni di euro per il 2009, di 190 milioni di euro per il 2010, di 316 milioni di euro per il 2011, di 417 milioni di euro per il 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.”<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_8_11289" id="identifier_8_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&Egrave; la chiusura grandiosa, a tratti commovente, dell&rsquo;articolo 6 della Legge 133. Chiusura che sale in un crescendo senza pari, con rulli di tamburi e acuti senza fine. Un perfetto esempio di climax legislativo.">9</a></sup> Questa sforbiciata, semplice ed elegante come lo swing alla diciottesima buca, che non ha precedenti nella storia occidentale, è chiamata Riforma. Il che è ironico. Il che induce a considerare che siamo guidati da una massa di bontemponi con la battuta in canna. Il che permette di arguire che è lo stesso tipo di ironia che qualche settimana fa ha ghiacciato all’istante gli abitanti della Corea del Sud. Del resto, provate voi a non sciogliervi in una risata se da Pyongyang le forze armate nordcoreane, sconsigliandovi calorosamente di diffondere i volantini con critiche al regime, affermano: “I nostri attacchi preventivi ridurranno tutto in macerie. E sarà una guerra giusta per costruire uno stato riunificato.”<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_9_11289" id="identifier_9_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Notizia riportata da La Repubblica il 29 ottobre 2008">10</a></sup></p>
<p>Incrociando i due campioni di raffinatissima ironia si capisce che: si tagliano i fondi, ovvero si ridu-ce tutto in macerie, per riformare, cioè per costruire. Aldilà del paradosso, dell’ironia istituzionale, dello sciogliersi in un’ampia risata, del rinculo stesso della risata, che ci lascia intorpiditi e disorientati, rimane proprio una questione da chiarire: costruire cosa? E perché radere tutto al suolo se poi bisogna posare le nuove pietre su cui reggerà la Pubblica Istruzione? Qualche indizio ci soccorre se si considerano i cambiamenti introdotti dalla Legge 133 nella scuola elementare.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_10_11289" id="identifier_10_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Secondo me, l&rsquo;errore che molti analisti compiono sulla vicenda dei tagli &egrave; questo: considerare divergenti le sorti della scuola elementare e dell&rsquo;universit&agrave;, come se si stia parlando di mondi incommensurabilmente lontani. In realt&agrave;, per capire cosa sta suc-cedendo, bisognerebbe tracciare una mappa complessiva dei cambiamenti in atto.">11</a></sup> Per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla voce Tagli, il Ministro Gelmini ha immediatamente snocciolato sulla scena globale dei media cambiamenti epocali, se non rivoluzionari – cambiamenti, a suo dire, ricalcati su quelli messi a punto da Barack Hussein Obama II.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/#footnote_11_11289" id="identifier_11_11289" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Lo so, ogni giorno milioni di italiani provano a scusarsi con il nuovo Presidente Degli Stati Uniti. Porgo qui le pi&ugrave; sentite scuse a Barack Obama per quanto Mariastella Gelmini, con estrema naturalezza, sembrandone anche parecchio convinta, profer&igrave; nelle scorse settimane">12</a></sup> Che sono questi: ritorno al maestro unico, ritorno ai voti in decimi, ritorno al grembiule, ritorno alla votazione sul comportamento. Se qualcosa inizia a vibravi in testa, se uno stormo di campanelli trilla impazzito lungo le vostre reti neurali, se un’enorme spia rossa lampeggia a ripetizione la parola ALARM sulle vostre pareti cere-brali, ebbene sì, avete già capito. Ed è la stessa mobilitazione neuronale che avverto adesso, in questo momento, ipotizzando il fatto che dietro i tagli c’è qualcosa di più specifico e di molto pericoloso, per non dire raccapricciante. Puntano sul Maestro Unico per eludere l’ampliamento dei punti di vista. Sostengono i Voti In Decimi per tagliare corto su giudizi e valutazioni che richiedono tempo, competenza, anni di pedagogia alle spalle, e la capacità di intuire i salti progressivi dell’intelligenza degli allievi. Reintroducono il Grembiule per uniformare e rendere tutti indistinguibili, privi di alcuna personalità. Prediligono la Votazione Sul Comportamento per misurare le deviazioni degli studenti da rigidissimi standard sociali.<br />
Vorrebbero, in due parole: ammaestrare e amministrare. Vorrebbero riportare la scuola alle sue origini, quando la sua finalità non era poi così diversa da quella degli ospedali, delle carceri, delle caserme, delle fabbriche – luoghi in cui era la lingua del potere &#8211; potere evanescente e sottile, ma presente ovunque &#8211; a disegnare gli spazi, regolare i comportamenti, controllare le deviazioni, cancellare le corruzioni. È il principio dell’autorità che lì dentro s’insinuava sottopelle. È l’obbedienza la cosa che si respirava in ogni ambiente. È il potere, nelle sue forme meno appariscenti, che scendeva dentro la vita di milioni di persone, gestendone direttamente il passato, il presente ed il futuro.<br />
E poi succede questa cosa – cosa per cui letteralmente ululo, sgrano gli occhi e mi commuovo. Cosa per la quale vorrei essere ancora studente per dedicarmi giorno e notte alla causa. Gli studenti scendono in piazza. Invadono le strade. Assediano il ministero. E poi, quasi senza accorgersene, entrano per sempre nell’immaginario collettivo di milioni di spettatori con una strategia semplicissima, a cui nessuno aveva mai pensato prima: oltre a sfilare, occupare, verniciare striscioni, urlare rabbia e disapprovazione, con tutta la naturalezza possibile, si siedono per terra, al centro delle piazze, e se ne stanno muti, concentrati, con le penne a rigare i quaderni degli appunti, mentre un professore, anche lui, per nulla intimorito dall’estensione spaziale della nuova aula, davanti ad allievi di età diverse, sotto cieli schiariti e/o minacciosi, dice, spiega, ritorna più volte sul suo discorso, formula e amplifica idee, come se quella, davanti agli studenti seduti sul marmo della piazza, fosse l’unica cosa da fare, oggi.</p>
<p>Il valore simbolico delle lezioni all’aperto è spiazzante. Qui, rispetto al discorso pubblico del potere, non c’è ironia. C’è solo dolore, un dolore composto, e la determinazione serissima di riprendersi il futuro. In un attimo, due visioni della scuola vengono a confronto e si sfidano. Da una parte, il disegno istituzionale di una scuola che prima di ogni cosa amministra e controlla. Dall’altra, il modello sociale di un luogo che mette al centro il sapere e le sue diramazioni. È chiaro che, in quanto istituzione sociale, la scuola come l’università, fonde le due istanze, ma è altrettanto chiaro che proprio perché la visione del mondo tra il ministro e gli studenti è radicalmente opposta, ognuno spinge e fa massa dalla propria parte. Tuttavia, scegliere tra queste due visioni dell’istruzione pubblica, oggi, in un giorno qualsiasi sul finire del 2008, è una questione capitale. Perché se proprio ci stai dentro le mura, come il film rende lapalissiano, allora le cose non cambieranno mai del tutto, anzi stagneranno, e sarà la lingua del potere, per quanto ironica e di grande appeal per l’opinione pubblica, a disporre dello stato delle cose, a ordinare, prevenire e curare. Quando invece la novità, oggi, risiede nella possibilità di poter dimo-rare fuori dalle mura, sia pure per un breve periodo, e ritrovarsi di colpo di fronte allo spazio aperto delle opportunità, e cominciare a definire nuovi modi di produrre conoscenza e diramare il sapere, nuovi e più evoluti modi di legare con il prossimo e di immaginare il futuro. La domanda in sé e per sé semplicissima, e di grande effetto retorico, quale società ti piacerebbe abitare domani?, dentro le mura non avrebbe alcun effetto, ricadrebbe sugli zaini e i gessetti e i manuali e i quaderni lasciando la traccia finissima e opaca della polvere. Fuori, fin dove l’occhio non arriva, c’è tutto quello che ci servirebbe per rispondere a quella domanda: tutto ciò che ancora non abbiamo avuto la forza di raggiungere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/">Dentro le mura, fuori dalle mura</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_11289" class="footnote">Cinzia mi scuserà se l’ho tirata in mezzo, ma non ci posso fare niente se fa parte del discorso, perché la sera del cinema lei era lì, come era lì molte altre sere, essendo io e Cinzia, quando Cinzia non mi tira un bidone nell’ultima ora utile di ingresso al cinema, una Coppia Fissa Da Mercoledì Sera quando il biglietto costa euro 5,70</li><li id="footnote_1_11289" class="footnote">Apro qui parentesi per dire quanto sia meschina e, in fin dei conti, povera di spirito la distribuzione italiana riguardo ai titoli dei film stranieri. Del resto, la loro opera di traduzione dei titoli la dice lunga su cosa ne pensa del pubblico italiano: in sintesi, una massa di consumatori vuoti e superficiali per nulla adatta a questioni essenziali come la metafora, o l’allegoria, la più semplice allusione, o ai movimenti retorici dispiegati dal film fin dal suo titolo originale. Giuro che prima o poi intento causa alla distribuzione italiana: non fosse altro perché ci ha letteralmente sottratto parte della magia del film. Naturalmente, c’è del marketing dietro, un pensiero funzionalista che impone, in nome del suon di cassa, con totale disprezzo di metafore e allegorie e allusioni, di ridurre accuratamente il titolo del film straniero alla pura descrizione della sua messa in scena, in modo che lo spettatore sappia da subito cosa vedrà una volta in sala – principio del tutto simile a quello che spinge il proprietario di un negozio di ombrelli, guardando intorno l’enorme numero di negozi e possibilità che una città offre, a chiamare il suo negozio semplicemente “Ombrelli” e non “Qui sotto non piove”, in modo da focalizzare l’attenzione dei consumatori fin dal nome del negozio sulla merce in vendita, fateci caso.</li><li id="footnote_2_11289" class="footnote">È stato soprattutto questo a spingere molti critici a definire il film una docufiction o, in casi estremi, un documentario</li><li id="footnote_3_11289" class="footnote">Proprio Fuga dalla scuola media è l’esatto opposto de L’attimo fuggente. Potremmo anche teorizzare che il cinema che riguarda Scuola &amp; Adolescenti si biforca in due filoni: da una parte i film che mettono in scena la scuola come ecosistema sociale in cui sono comprese ed intrecciate le vite a seconda dei casi abuliche o letteralmente avvincenti e sexy degli studenti, dall’altra parte i film che mettono in scena la vita media di un’adolescente bruttino e sfigato e tendenzialmente monocorde ma sognatore che viene a contatto con la scuola e quindi, ça va sans dire, con le prime cotte, il sesso, le sostanze stupefacenti, i party asfissianti come trappole, un senso di inadeguatezza al mondo così profondo da avvicinarsi irrimediabilmente alle forme del Pessimismo Cosmico enunciato da Giacomo Leopardi</li><li id="footnote_4_11289" class="footnote">In realtà, François, il freddissimo ma umano professore de La classe, è il trentasettenne François Bégaudeau, ex insegnante, ormai scrittore ed autore proprio di Entre le murs, il libro da cui è tratto il film, libro che nel 2006 in Francia ha vinto il premio France Culture – Télérama; in Italia è uscito da poco per Einaudi Stile Libero</li><li id="footnote_5_11289" class="footnote">Su questo punto la memoria vacilla: non sono in grado di sostenere se il testo che la ragazzina legge a casa in totale solitudine sia “l’orazione funebre di Socrate” riportata da Platone o la “Repubblica” uscita direttamen-te dalla penna di Platone. Ma potrebbe essere qualcosa di molto simile</li><li id="footnote_6_11289" class="footnote">Saggio che vi consiglio calorosamente di leggere, perché dopo, sulla lingua e sull’uso della lingua ci capireste molto di più di quanto ne sapevate prima. Almeno a me è successo così. Saggio che è compreso in “Considera l’aragosta”, edito da Einaudi, nel 2006</li><li id="footnote_7_11289" class="footnote">Cosa che Michel Foucault, in un momento di massima gioia del pensiero occidentale, definiva “microfisica del potere”</li><li id="footnote_8_11289" class="footnote">È la chiusura grandiosa, a tratti commovente, dell’articolo 6 della Legge 133. Chiusura che sale in un crescendo senza pari, con rulli di tamburi e acuti senza fine. Un perfetto esempio di climax legislativo.</li><li id="footnote_9_11289" class="footnote">Notizia riportata da La Repubblica il 29 ottobre 2008</li><li id="footnote_10_11289" class="footnote">Secondo me, l’errore che molti analisti compiono sulla vicenda dei tagli è questo: considerare divergenti le sorti della scuola elementare e dell’università, come se si stia parlando di mondi incommensurabilmente lontani. In realtà, per capire cosa sta suc-cedendo, bisognerebbe tracciare una mappa complessiva dei cambiamenti in atto.</li><li id="footnote_11_11289" class="footnote">Lo so, ogni giorno milioni di italiani provano a scusarsi con il nuovo Presidente Degli Stati Uniti. Porgo qui le più sentite scuse a Barack Obama per quanto Mariastella Gelmini, con estrema naturalezza, sembrandone anche parecchio convinta, proferì nelle scorse settimane</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/' rel='bookmark' title='La ricostruzione non finisce qui'>La ricostruzione non finisce qui</a> <small>di Giuseppe Zucco Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/14/disciplina/' rel='bookmark' title='Disciplina'>Disciplina</a> <small> di Andrea Bajani Ogni fascia anagrafica ha il suo...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/avviso-agli-studenti-1/' rel='bookmark' title='Avviso agli studenti / 1'>Avviso agli studenti / 1</a> <small>(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/02/mezzogiorno-di-fuoco-scuola2/' rel='bookmark' title='mezzogiorno di fuoco [scuola/2]'>mezzogiorno di fuoco [scuola/2]</a> <small> di Chiara Valerio Vado convincendomi di essere molto più...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/09/13/la-surroga/' rel='bookmark' title='La sùrroga'>La sùrroga</a> <small>di Andrea Capocci Sette anni fa partecipai con successo all&#8217;ultimo...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Questa è la mia mano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 12:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[incidente]]></category>
		<category><![CDATA[mano]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6258</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/capxs2gocasz40ptca9bfkenca3fdaorca3d0ucucasyeuf0ca7fuc55caph62docaxfowp3caicynw0ca05hmahcao8lc4fcanw80pgcahx7q3vca2elvtycamlwso8casiwzibca955wr9cala09co2.jpg'></a>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Questa è la mia Mano. Pollice, indice, medio, anulare, mignolo: la mia Mano. La porto sempre con me. Dovunque vada, lei mi segue. Impossibile confonderla – o peggio, perderla. Tra di noi, c’è un contratto molto semplice. E questo ci lega, ci rende complici.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/">Questa è la mia mano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/capxs2gocasz40ptca9bfkenca3fdaorca3d0ucucasyeuf0ca7fuc55caph62docaxfowp3caicynw0ca05hmahcao8lc4fcanw80pgcahx7q3vca2elvtycamlwso8casiwzibca955wr9cala09co2.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/capxs2gocasz40ptca9bfkenca3fdaorca3d0ucucasyeuf0ca7fuc55caph62docaxfowp3caicynw0ca05hmahcao8lc4fcanw80pgcahx7q3vca2elvtycamlwso8casiwzibca955wr9cala09co2.jpg" alt="" title="capxs2gocasz40ptca9bfkenca3fdaorca3d0ucucasyeuf0ca7fuc55caph62docaxfowp3caicynw0ca05hmahcao8lc4fcanw80pgcahx7q3vca2elvtycamlwso8casiwzibca955wr9cala09co2" width="110" height="125" class="alignnone size-medium wp-image-6261" /></a>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Questa è la mia Mano. Pollice, indice, medio, anulare, mignolo: la mia Mano. La porto sempre con me. Dovunque vada, lei mi segue. Impossibile confonderla – o peggio, perderla. Tra di noi, c’è un contratto molto semplice. E questo ci lega, ci rende complici. Se io mi muovo, lei si muove con me. Siamo le due parti distinte di un unico applauso. È il suono della nostra complicità, l’applauso. Così la porto sempre con me, e la Mano ricambia affettuosa. Mi aiuta.<span id="more-6258"></span> Mi annoda con stile la cravatta. Cancella le pieghe dalla camicia. Mette in riga i capelli. Dà così tante soddisfazioni, la mia Mano, che ormai ricordo l’incidente senza vetri e sangue intorno. È un ricordo pulito. È l’immagine pulita del primo incontro. La mia Mano, staccata dal mio corpo, che mi osserva con complicità. Non è stato facile tornare al lavoro con una mano in meno e una solida, scintillante, protesi di plastica al posto della carne. Ma la mia Mano è stata molto comprensiva con me. Ha fatto in modo che la mia psicologia non sprofondasse da qualche parte. Si è schierata subito al mio fianco. Ha preso le mie difese. Se sono ancora sano, e in buono stato, e il mio lavoro fila liscio, e le persone non piegano i pensieri verso la compassione quando vedono la plastica scintillare, tutto questo è merito della mia Mano, ed io la guardo con grande ammirazione, sempre. Ovviamente, è con la sinistra che stringo le mani. Con la sinistra che reggo la ventiquattrore. Decoro, pura decorazione, la plastica scintillante che sbuca dalla camicia. Una delicatezza concessa al buon gusto. Un velo steso sull’agonia e il dolore. La mia Mano approva, ed io apprezzo il suo buon senso. Da quando frequento la mia Mano, ogni tessera, nel mosaico della mia vita, trova il suo posto. E quel mosaico sono proprio io, in tutto e per tutto, completo, che non manca niente, e niente fuori luogo, persino la luce artificiale della plastica che sbuca dal polsino destro della mia camicia sembra avere un senso. La ventiquattrore, in tutto questo, è parte essenziale. Mi chiedono sempre cosa ci faccia dappertutto con la ventiquattrore. Dicono &#8211; amici e conoscenti &#8211; di provare una sgradevole sensazione quando vedono la valigetta nera oscillare dall’unica estremità rimasta intatta dal disastro. Io vorrei dirglielo che là dentro c’è la mia Mano. Vorrei aprire la ventiquattrore e lasciargli vedere la mia Mano camminare sulle dita. Ma ho paura che si stupirebbero parecchio. O che capirebbero poco. Ed io non ho nessuna intenzione di mandare in pezzi le loro certezze: vedere la mia Mano camminare, e appendermi la giacca, e proteggermi da ogni cosa, questo non farebbe al caso loro. Così evito, faccio il vago, non rispondo proprio. Sembrano tutti vagamente ossessionati dalla ventiquattrore e dal luccichio artificiale della mia plastica. E in maniera superiore di quanto potrei esserlo io. In fondo, è sotto la mia camicia che sbuca e scintilla la plastica. Chiedo sempre, una volta a casa, giusto davanti alla composta e placida complicità della mia Mano, cosa spinge tutti a guardarmi in quel modo, e a parlare sottovoce tra di loro, e a guardarmi senza più il pudore degli inizi. La plastica è lì a proposito, per stendere un velo sul mio dolore, sulla mia agonia. Non volevo che quel vuoto sotto il polso destro rovinasse la giornata a nessuno, e ispirasse moti di compassione e pietà, e ricordasse – a tutti loro – il possibile avverarsi di un incidente. La quotidianità degli incidenti e dei disastri. La crudeltà del destino che, in un attimo, in mezzo a vetri e sangue, ti ruba la carne e ti restituisce la plastica. È una delicatezza, la mano che scintilla sotto il neon dei nostri corridoi, ma loro non sembrano comprenderlo. Non li sfiora neanche. Fortuna che la mia Mano veglia su di me. Chissà in quale buco cieco sarebbe adesso la mia psicologia se la mia Mano non mi avesse accudito e rassicurato. Grazie alla mia Mano anche il ricordo dell’incidente è un momento intenso di pulizia e nitore. Non c’è dolore, nel ricordo. Né il sincero, e del tutto non voluto, guaito che mi esplode tra i polmoni e la gola mentre diventiamo due cose distinte, la mia Mano ed io, due entità che non si appartengono se non per una tenace e voluta complicità. È un ricordo muto e pulito, quello dell’incidente. L’immagine dell’incontro che ha cambiato la mia vita. Dopo di allora, è un mosaico, il mio, che si alimenta di nuove tessere, di nuovi e cercati miglioramenti. E sono proprio io, quello nel mosaico, con una posizione sociale avanzata, e una macchina che ruggisce fuori, e una sistemazione adeguata per il numero e il valore delle mie relazioni sentimentali, e un complesso sistema emotivo, e una mano che fa una luce tutta sua sotto il polsino destro della mia camicia. Sarà questo che li ossessiona tanto, mica un pezzo di plastica che scintilla, senza muoversi. Neanche lontanamente assomiglia alla mia vera Mano. Non ha alcuna responsabilità. Tantomeno, complicità. E si chiedono, sempre, quali documenti nasconda dentro la ventiquattrore, quando la poggio sul lungo tavolo delle riunioni e la sistemo con molto riguardo. Cala un silenzio improvviso sulla valigetta, e la mia camicia senza una piega, e la riga perfetta dei miei capelli. Un silenzio che imbalsama i pensieri e rende più vivo e intermittente il luccicare della plastica che mi è rimasta. E non so cosa pensare, giuro che non so cosa pensare. Li osservo tutti dalla mia poltrona da presidente – nuova e fondamentale tessera andata a posto nel mio mosaico – e li fisso a puntare la mia ventiquattrore, in modo ossessivo, come se intuissero chissà quale presenza, una presenza che, ovviamente, non li sostiene nelle loro certezze morali e professionali. Vorrei dire loro che è la mia Mano, solo la mia Mano. Ma non credo apprezzerebbero la confessione. Non ne sarebbero all’altezza. Ricordo il mio vecchio Presidente, un uomo dal viso pulito, e un mosaico di tutto rispetto. L’unico a cui avrei reso omaggio della mia Mano e della nostra, intensa, complicità. Il giorno in cui gli avrei detto tutto, risparmiandogli i particolari dei vetri e del sangue &#8211; giorno in cui avrei aperto la mia ventiquattrore davanti agli occhi del primo testimone della mia complicità &#8211; il vecchio mi mette le carte in mano, tutte controfirmate, e sollecita la mia professionalità a prendere posto nel suo ufficio, sulla sua poltrona. Dice che ha dormito poco, che qualcuno si è presentato a casa sua, una presenza imprevista e del tutto poco normale, e che lì, a casa sua, nel suo letto, dopo quell’apparizione, ha vagliato tutte le opportunità ed ha cominciato a pensare il mio nome in lettere dorate sul retro della sua porta presidenziale. Dice, inoltre, in via confidenziale, che più persone, prima di lui, hanno avvertito nel buio della proprio camera, durante alcune notti tendenzialmente tranquille e soporifere, quella presenza imprevista e del tutto poco normale. Ma io ci credo poco a tutte queste chiacchiere, e alle storie dei miei dipendenti e dei miei amici e delle loro notti svegli, in mezzo al letto, in preda di chissà quali presenze. Forse, non ci fosse la mia Mano, avrei potuto anche dargli retta. Mi sarei potuto lasciare prendere. Ma non è andata così. Fortuna che c’è chi veglia sul mio sonno e conta le pieghe sulla mia faccia, sulla mia fronte, oramai addormentata.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/">Questa è la mia mano</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/' rel='bookmark' title='Le ragioni del ritorno'>Le ragioni del ritorno</a> <small>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/' rel='bookmark' title='Il punto vulnerabile'>Il punto vulnerabile</a> <small> di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/nuovi-autismi-2-la-mia-morte/' rel='bookmark' title='Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte'>Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte</a> <small>di Giacomo Sartori La mia morte è una cosa molto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/il-portavoce/' rel='bookmark' title='Il portavoce'>Il portavoce</a> <small>Il portavoce  / Ugo Coppari Già da ragazzi tutti e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/' rel='bookmark' title='Dentro le mura, fuori dalle mura'>Dentro le mura, fuori dalle mura</a> <small> di Giuseppe Zucco Solo l&#8217;amare, solo il conoscere conta,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 4.038 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-13 05:28:44 -->
<!-- Compression = gzip -->
