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	<title>Nazione Indiana &#187; gomorra</title>
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		<title>I territori della criminalità oltre Gomorra</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 17:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>lunedì 28 marzo, alle ore 15 presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano</p>
<p>a cura di Paola Savoldi e Daniela De Leo</p>
<p>L&#8217;assunto da cui il seminario prende le mosse è che sia urgente  osservare e discutere anche nei territori dell&#8217;Italia settentrionale i  nessi tra radicamento territoriale, forme non solo locali di  organizzazione della criminalità, produzione di reddito e processi di  speculazione che non riguardano esclusivamente i quartieri più fragili  ma pure spazi urbani di diversa natura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/26/i-territori-della-criminalita-oltre-gomorra/">I territori della criminalità oltre Gomorra</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>lunedì 28 marzo, alle ore 15 presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano</p>
<p>a cura di Paola Savoldi e Daniela De Leo</p>
<p>L&#8217;assunto da cui il seminario prende le mosse è che sia urgente  osservare e discutere anche nei territori dell&#8217;Italia settentrionale i  nessi tra radicamento territoriale, forme non solo locali di  organizzazione della criminalità, produzione di reddito e processi di  speculazione che non riguardano esclusivamente i quartieri più fragili  ma pure spazi urbani di diversa natura.</p>
<p>I caratteri di un governo urbano fortemente centrato su strategie di  esternalizzazione di opere e servizi pubblici, su forme di cooperazione  con i promotori privati spesso regolate da accordi deboli, su processi  intensivi di finanziariarizzazione delle trasformazioni della città  contribuiscono a rendere più permeabile alle infiltrazioni mafiose anche  contesti e mercati urbani settentrionali con effetti non ancora  sufficientemente indagati.<span id="more-38556"></span></p>
<p>Coordina: <strong>Paola Savoldi</strong>, urbanista, Politecnico di Milano. Intervengono:<br />
<strong>Giovanni Colussi</strong>, già responsabile di Libera e dell&#8217;Agenzia nazionale beni confiscati<br />
<strong>Daniela De Leo</strong>, urbanista, Università La Sapienza di Roma<br />
<strong>Mario De Gaspari</strong>, saggista, già sindaco del comune di Pioltello<br />
<strong>Elena Granata</strong>, urbanista, Politecnico di Milano<br />
<strong>Rocco Sciarrone</strong>, sociologo, Università di Torino.</p>
<p>Aula Gamma (Spazio Mostre) Facoltà di Architettura e Società<br />
Politecnico di Milano, Via Ampère 2,  Milano (MM2 Piola, tram 23-11)</p>
<p>Il seminario fa parte del ciclo di incontri Scampia, Italia (<a href="https://www.alfabeta2.it/wp-admin/www.scampiaitalia.it">www.scampiaitalia.it</a>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/26/i-territori-della-criminalita-oltre-gomorra/">I territori della criminalità oltre Gomorra</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 08:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157">Wumingfoundation/Giap</a></em></p>
<p>Ricapitoliamo: Berlusconi attacca <em>Gomorra</em>. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.<br />
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/">Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em>Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157">Wumingfoundation/Giap</a></em></span></p>
<p>Ricapitoliamo: Berlusconi attacca <em>Gomorra</em>. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.<br />
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana&#8221;.<br />
<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_marina_berlusconi-3427001/">Si esprime invece Marina Berlusconi</a>, più in veste di figlia che di editrice.<br />
Saviano <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_risposta_marina-3427068/">commenta la lettera di Marina</a> senza abbozzare, senza toni concilianti, anzi, chiamando in causa la Mondadori con maggiore perentorietà. Il messaggio é: &#8220;Voglio sentire chi in casa editrice ci sta per davvero, voglio sentire chi la Mondadori la manda avanti&#8221;.</p>
<p>La contraddizione si acuisce. Da autore Mondadori e autore di Gomorra, Saviano occupa una postazione strategica, e più di altri può chiamare al pettine certi nodi, nodi che riguardano anche noi.<br />
Far venire i nodi al pettine é tanto un dovere civico e politico, quanto un compito specifico dello scrittore.</p>
<p>Pubblicando con Mondadori, Saviano ha generato conflitto. Conflitto non effimero, ma che opera in profondità. Comunque vada, é più di quanto abbia fatto l&#8217;opposizione.<br />
Se Saviano fosse rimasto in una nicchia di ugual-pensanti, nel ghetto dei presunti &#8220;buoni&#8221;, non avrebbe acuito nessuna contraddizione, né generato alcun conflitto.</p>
<p>Stare simultaneamente &#8220;dentro&#8221; e &#8220;contro&#8221;, diceva l&#8217;operaismo degli anni Sessanta. &#8220;Dentro e contro&#8221; era la posizione, era dove piazzare il detonatore.</p>
<p style="text-align: left;">
<p><span id="more-33170"></span>Sia chiaro: l&#8217;alternativa non é mai stata &#8220;fuori e contro&#8221;. L&#8217;alternativa é sempre stata &#8220;dentro senza rompere i coglioni&#8221;, oppure &#8220;dentro senza assumersene la responsabilità&#8221;. Dentro fingendo di star fuori, insomma. Come tanti, come troppi.<br />
Un &#8220;fuori dal sistema&#8221; non esiste. Il sistema é il capitalismo, ed é ovunque, nel micro e nel macro, nei rapporti sociali e nelle coscienze, nelle giungle e in cima all&#8217;Everest. Noi abbiamo sempre detto &#8211; e ancora diciamo &#8211; che tutti quelli che combattono &#8220;il sistema&#8221; lo fanno dall&#8217;interno, dato che l&#8217;esterno non c&#8217;è. Il potere non é fuori da noi, é un reticolo di relazioni che ci avvolge, un processo a cui prendiamo parte, ma ovunque vi sia un rapporto di potere, là é anche possibile una resistenza.</p>
<p>Sei anni fa WM1 spiegò, per l&#8217;ennesima volta, la nostra posizione sul &#8220;pubblicare con Einaudi&#8221;. Lo fece <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000955.html">per filo e per segno su Carmilla</a>. Lo fece perché é sempre stato nostro costume &#8211; e ancora lo é &#8211; rendere conto pubblicamente delle nostre scelte, soprattutto se ci viene richiesto dai lettori.<br />
Tra le altre cose WM1 scriveva:</p>
<blockquote><p>Negli ultimi anni, le polemiche &#8220;boicottomaniache&#8221; hanno rischiato di fare il gioco degli yes men, dei leccaculo: chi chiede agli autori di sinistra di &#8220;andarsene da Mondadori&#8221; non capisce che così facendo il loro posto nella casa editrice e nell&#8217;immaginario collettivo (una posizione a dir poco strategica) sarebbe preso da autori e manager di destra (i quali non vedono l&#8217;ora), con piena libertà di spargere la loro merda incontrastati.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Queste frasi risalgono a due anni prima dell&#8217;uscita di <em>Gomorra</em>. Sono cose che, in seguito, lo stesso Saviano ha dichiarato in più occasioni, e diversi altri autori hanno ribadito, anche di recente.<br />
Da anni difendiamo questa postazione avanzata e scomodissima, esposti sia agli attacchi della destra sia a continue raffiche di &#8220;fuoco amico&#8221;.</p>
<p>La nostra posizione sul pubblicare con Einaudi é  identica dal principio, é la stessa dichiarata in quel vecchio testo e ancora prima. Non siamo noi il corpo estraneo alla tradizione e al catalogo Einaudi, come non siamo noi ad avere corrotto Tizio o Caio, ergo non siamo noi che dobbiamo levare le tende.</p>
<p>Mettiamola così: se qualcuno vuole trafugarmi o usurpare qualcosa, io non rinuncio fin da subito, non gli lascio tutto in mano e tanti saluti. Io cerco di lottare, di resistere. Se poi il rapporto di forza é schiacciante, prenderò un fracco di botte, ma almeno avrò tentato. <span style="text-decoration: underline;">E&#8217; meglio prenderle dimenandosi che prenderle stando fermi.</span></p>
<p>In quelle note del 2004, WM1 descriveva un berlusconismo in forte crisi. I sintomi c&#8217;erano tutti, ma quell&#8217;analisi &#8211; sei anni dopo possiamo dirlo &#8211; li sopravvalutava. Eppure&#8230;<br />
Eppure sei anni fa la partita non era persa. Il berlusconismo arrancava, non sfondava, il logoramento era evidente. Non tutti i pozzi erano avvelenati. L&#8217;elenco di passi falsi, sconfitte e defaillances non ce l&#8217;eravamo sognato noi, erano tutte cose appena accadute. L&#8217;anno prima tre milioni di persone avevano marciato a Roma contro la guerra in Iraq. Due anni dopo, la &#8220;devolution&#8221; (la più grande scommessa del berlusco-leghismo, un&#8217;impresa storica di de-costituzionalizzazione del Paese) sarebbe stata bloccata dal voto referendario. Non sono falsi ricordi. C&#8217;era ancora un blocco sociale, una &#8220;forza storica&#8221; che si opponeva e impediva al berlusconismo di sfondare.<br />
Quella forza storica, però, da sola non bastava. Ed é stata boicottata, sabotata, massacrata prima dalla &#8220;opposizione&#8221; che dal governo. E inoltre ha commesso degli errori, continuando ad affidarsi a certi rappresentanti.</p>
<p>Quel che é successo dopo lo sappiamo. Oggi tutto é più difficile, ma per noi la sfida, la sfida politica, é ancora &#8220;resistere un minuto più del padrone&#8221;. L&#8217;Einaudi é un campo di battaglia importante, e finché avremo munizioni e fiato continueremo a combatterci sopra. Ce ne andremo solo se e quando, presto o tardi, le condizioni si faranno intollerabili.</p>
<p>E&#8217; la strategia sbagliata? Tutto può essere. Ma é quella che abbiamo scelto e di cui rendiamo conto da sempre. Noi possiamo fare errori, scazzare previsioni, fare passi falsi, ma agiamo sempre con coscienza, prendendoci le nostre responsabilità, sottoponendoci al pubblico scrutinio, facendo autocritica.</p>
<p>Dopodiché, le scelte di ciascuno verranno giudicate sul lungo periodo, commisurate ai risultati ottenuti sul campo, alla traccia lasciata, al contributo dato alla sopravvivenza di un barlume di senso nella propria e altrui vita.</p>
<p>****</p>
<p style="text-align: left;">Qualche parola su Saviano.<br />
Al di là di alcune mosse e prese di posizione stridenti e da noi non condivise, abbiamo sempre difeso e continueremo a difendere Saviano dagli attacchi stupidi o interessati. Savianoé un collega, un amico, un compagno di strada. Per questo gli abbiamo sempre detto le cose fuori dai denti, e abbiamo segnalato quali rischi gli facesse correre la sua trasformazione in comodo simbolo, vessillo rassicurante e buono per tutti i frangenti, abito d&#8217;indignazione pr&#8217;t-à-porter. <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/Wu_ming_Tiziano_scarpa_Face_off.pdf">Tra le altre cose, nel 2009 scrivemmo:</a></p>
<blockquote><p>&#8230;&#8221;Saviano é tutti noi&#8221;. Vada avanti lui ché ci rappresenta così bene. Soffra lui per conto nostro,é il destino che sié scelto. Bel ragazzo, tra l&#8217;altro. Savianoé l&#8217;uomo più strumentalizzato d&#8217;Italia [...] La voce di Saviano é rimasta invischiata tra scelte fatte più in alto, politiche d&#8217;immagine e &#8220;stato delle cose&#8221; realpolitiko: Saviano con Shimon Peres con Donnie Brasco con Salman Rushdie con Veltroni, Saviano alla scuola di formazione del PD nel Mezzogiorno e così via.<br />
Dev&#8217;essere ben chiaro che Saviano non può comportarsi in altra maniera: ha davvero bisogno di questa ossessionante presenza pubblica, di questo over-statement di solidarietà anche pelosa, perché gli garantisce incolumità. Il paradossoé che, dietro il cordone sanitario, lo scrittore svanisce e resta solo il testimonial [...] Saviano dovrà lottare con le unghie e con i denti per ri-conquistarsi come scrittore.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">Da qualche settimana, sui giornali e in rete, circola <a href="http://current.com/current-it-blog/92342102_saviano-racconta-saviano.htm">una pubblicità</a>, un&#8217;immagine che abbiamo fin da subito trovato molto vera e perciò raggelante, perfetta rappresentazione del dispositivo che ri-produce Saviano come soggetto non libero.</p>
<p>Dal 2006, per continuare a vivere, Saviano ha dovuto agire perché non calasse l&#8217;attenzione: gli é toccato  essere sempre visibile, essere una presenza costante nella sfera pubblica. In ogni momento, il forte rischio era che questo sovra-apparire lo inflazionasse, gli facesse perdere potenza.</p>
<p>Di fronte a un calo di potenza, la tentazione é di rispondere &#8220;aumentando la dose&#8221;, per ottenere un effetto in un&#8217;opinione pubblica sempre più assuefatta e &#8220;tollerante&#8221;. Solo che, aumentando la dose, il problema si ripropone a un livello più alto e quindi più impegnativo, meno gestibile.<br />
Questo é il dilemma, e Saviano ne é sempre stato conscio: non é un caso che abbia spesso tentato di scartare, che sia sempre tornato a insistere sulla &#8220;scrittura&#8221;, sullo scrittore. Era il suo modo di fare resistenza, di non far chiudere il dispositivo, di non farsi legare definitivamente.</p>
<p>Bene, può darsi che Saviano abbia trovato lo spiraglio. Può darsi che l&#8217;acuirsi della contraddizione-Mondadori gli stia fornendo un inedito spazio di espressione non pre-ordinata. Forse il dispositivoé entrato in una crisi almeno passeggera, perché sotto i nostri occhi Saviano &#8220;Ë diventato quel che é&#8221;. Mai come ora, mai in modo tanto eclatante, Saviano é stato quello che vediamo nella risposta a Marina Berlusconi: un uomo libero. Anche nella reclusione che sconta, un uomo libero. Comunque vada a finire con Mondadori, comunque vada a finire in generale, in questo momento Saviano é  libero.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/">Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il silenzio complice</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 11:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1.jpg"></a>di Evelina Santangelo</p>
<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-33015" title="0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1.jpg" alt="" width="133" height="225" /></a>di Evelina Santangelo</p>
<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».</p>
<p>Molti della nostra generazione (al sud, almeno)  sono cresciuti con questi insegnamenti, se ne sono nutriti, ne hanno fatto parte integrante della propria identità, li hanno sentiti deflagrare in rabbia e frustrazione dopo le bombe delle stragi del &#8217;92.<span id="more-33014"></span></p>
<p>Alcuni, sulle mafie, hanno scritto in modo diretto, pagando sulla propria pelle una tale scelta (da Lirio Abbate a Roberto Saviano), altri hanno contrapposto alla mistificazione, all&#8217;arroganza e alla sopraffazione sguardi più umani e perplessi sull&#8217;esistenza, o lucidi e disincantati (anche questi sono modi di servire la verità), altri ancora hanno combattuto la loro battaglia contro le mafie con gesti e comportamenti ispirati alla legalità, al rispetto dei diritti civili e umani, alla libertà di pensiero ed espressione, altri ancora si sono spesi per contrastare sul campo il fenomeno mafioso, le sue infiltrazioni e ramificazioni nel tessuto sociale, economico, politico e culturale di questo paese.</p>
<p>La lotta contro le mafie è lotta di libertà, non solo di legalità. È diritto all&#8217;autodeterminazione lì dove la mafia controlla uomini e cose, territori e ricchezze, coscienze e destini non solo individuali ma collettivi. È battaglia di dignità. Si fa in mille modi — sul piano investigativo-giudiziario, sul piano sociale, sul piano economico-finanziario, sul piano culturale&#8230; — e tutti i modi, anche i più quotidiani, concorrono a indebolirla. Questo ha significato la nascita di Addiopizzo in Sicilia, ad esempio: la questione del pizzo è questione che riguarda tutti anche i consumatori, — dicono i ragazzi di Addiopizzo — le responsabilità sono condivise, e per questo sottomersi a pagare il pizzo è questione che riguarda  non «individui», ma un intero popolo «senza dignità».</p>
<p>Solo una cultura anti-mafiosia (con tutto quel che implica l&#8217;essere contro la sub-cultura mafiosa) condivisa e intessuta alle maglie stesse della società, solo una grande mobilitazione sociale e culturale può liberare dalle mafie questo paese. Lo hanno detto e ripetuto tutti coloro che hanno lottato sul fronte investigativo-giudiziario la mafia, lo ha detto, ad esempio, Dalla Chiesa quando convocò molti presidi di Palermo (c&#8217;era anche mio padre tra quei presidi) e chiese loro un sostegno dai loro avamposti educativi: le scuole. Temeva l&#8217;isolamento, Dalla Chiesa, e sapeva quanto potesse fare la scuola sul piano culturale, appunto.</p>
<p>Oggi lo sanno pure i bambini, quei bambini che in molte scuole del sud soprattutto, studiano «legalità» e «cittadinanza».</p>
<p>Lo sa mia figlia, che ha nove anni, e come lei tutti i suoi compagni. A scuola, una scuola del sud appunto in una zona di frontiera, gliel&#8217;hanno insegnato.</p>
<p>E con scandalo, mia figlia che ha nove anni, mi ha raccontato come nel documentario sulla cattura dei Lo Piccolo un signore anziano, al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse della cattura dei più potenti boss di Palermo, abbia risposto: «A me, sinceramente, non mi interessa niente, ma se dobbiamo parlare di qualche cosa, parliamo di questi alberi qua&#8230; lo vede come sono combinati? È una vegona!». Ecco mia figlia lo sa che «parlare degli alberi del giardino» per non parlare di mafia è una forma di connivenza. La più subdola, quella che più compromette il lavoro di chi la mafia la combatte sul piano investigativo e giudiziario (a costi altissimi). E lo sa anche la mafia, che infatti ha punito anche con la morte chi ha osato portare avanti un&#8217;educazione all&#8217;antimafia in zone di forte controllo mafioso, come è accaduto al mio professore di religione Pino Puglisi. Il meno «eroico» dei miei professori. Il più umano.</p>
<p>Che dunque il Presidente del Consiglio  voglia farci tornare al silenzio isolando Roberto Saviano non è solo uno «sfregio» alla parte migliore di questo paese, ma un vero e proprio oltraggio anche ai nostri figli e al loro futuro.</p>
<p>Forse è il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio nonché proprietario di case editrici come Einaudi e Mondadori, che Roberto Saviano – come tutti coloro che sono cresciuti sapendo che «il silenzio», «L&#8217;isolamento di chi combatte e denuncia la mafia», «la tolleranza verso la sub-cultura mafiosa» sono tutte forme di «complicità» – è erede di una grande e nobile tradizione di scrittori che hanno contribuito alla crescita civile di questo paese.</p>
<p>È il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio, che il primo scrittore che ha posto la questione della mafia come questione nazionale, facendo conoscere alla più vasta opinione pubblica il fenomeno mafioso e le sue connivenze politico-economiche, spezzando così per la prima volta il velo di omertà che ha sempre garantito la mafia, si chiamava Michele Pantaleone. E che libri capitali come <em>Mafia e Politica</em> o <em>Mafia e droga</em>, Michele Pantaleone li ha pubblicati proprio in Einaudi negli anni Sessanta, negli anni del sacco di Palermo, negli anni di Lima e Ciancimino, negli anni in cui la politica nazionale o si girava dall&#8217;altra parte o trafficava (tramava) con la mafia, compromettendo lo sviluppo civile, economico, politico non solo del sud ma dell&#8217;Italia tutta. E Michele Pantaleone, tra le altre cose, scriveva che i «travestimenti» che assume un fenomeno inquinante del nostro sistema come la mafia si dovrebbero anzitutto combattere con la «trasparenza» delle attività politiche ed economiche. Con la <em>trasparenza</em> e la <em>conoscenza</em>, visto che Michele Pantaleone dedicò tutta la vita a indagare e far conoscere il più possibile quanto pesasse la mafia nel nostro paese, quanto fosse radicata e ramificata. Una battaglia di civiltà combattuta accanto a intellettuali come Danilo Dolci e Carlo Levi.</p>
<p>Ebbene, sono intellettuali e scrittori così i padri spirituali cui molti di noi scrittori italiani (in Mondadori, in Einaudi come in qualsiasi altra casa editrice) si ispirano e che, oggi, in Roberto Saviano trovano una coraggiosa continuità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Maîtresmorphoses</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 15:15:28 +0000</pubDate>
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<strong><a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/lettera_saviano-3407443/">Lettera aperta</a></strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/#footnote_0_33007" id="identifier_0_33007" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="a cui segue  replica di Marina Berlusconi e controreplica">1</a><br />
di<br />
<strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di &#8220;supporto promozionale alle cosche&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/">Maîtresmorphoses</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/maitremorphoses.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-33008" title="maitremorphoses" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/maitremorphoses-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
<strong><a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/lettera_saviano-3407443/">Lettera aperta</a></strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/#footnote_0_33007" id="identifier_0_33007" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="a cui segue  replica di Marina Berlusconi e controreplica">1</a></sup><br />
di<br />
<strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di &#8220;supporto promozionale alle cosche&#8221;. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d&#8217;Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt&#8217;ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.<br />
è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un&#8217;espressione ancor prima di divenire il nome di un&#8217;organizzazione.<br />
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?<br />
<span id="more-33007"></span></p>
<p>Il ruolo della &#8216;ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d&#8217;affari &#8211; cento miliardi di euro all&#8217;anno di profitto &#8211; un volume d&#8217;affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che &#8220;era tutta colpa de Il Padrino&#8221; se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.</p>
<p>Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell&#8217;istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. &#8220;La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere &#8230; non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l&#8217;appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze&#8221;.</p>
<p>Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E&#8217; mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull&#8217;organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.<br />
Eppure la sua non è un&#8217;accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un&#8217;insana voglia di apparire. Quando c&#8217;è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l&#8217;allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l&#8217;unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l&#8217;impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l&#8217;Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell&#8217;antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell&#8217;occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E&#8217; drammatico &#8211; e ne siamo consapevoli in molti &#8211; essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.</p>
<p>Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell&#8217;accusa, possiamo cambiare le cose.</p>
<p>Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l&#8217;immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l&#8217;unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E&#8217; l&#8217;unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me &#8211; che ormai ci sono abituato &#8211; ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall&#8217;accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, &#8220;comprati&#8221;. E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E&#8217; da loro che voglio risposte.</p>
<p>Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.</p>
<p><strong>#</strong></p>
<p><em>Dopo la lettera aperta dello scrittore, seguìta agli attacchi del presidente del Consiglio, Marina Berlusconi scrive al nostro giornale. Perché è presidente del Gruppo Mondadori. E perché &#8220;il diritto di esprimere il proprio pensiero, di approvare o dissentire, non può valere per alcuni e non per altri&#8221;</em> ( da <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_marina_berlusconi-3427001/">Repubblica)</a><br />
di <strong>Marina Berlusconi</strong></p>
<p>GENTILE direttore, la lettera di Roberto Saviano sulla Repubblica di ieri, in replica ad alcuni giudizi di mio padre sul &#8220;supporto promozionale&#8221; che serie tv come &#8220;La piovra&#8221; e libri come &#8220;Gomorra&#8221; fornirebbero alle mafie, mi impone una risposta. Innanzitutto perché mi ha profondamente colpito la reazione di Saviano di fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può anche non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima. E quando dico &#8220;tutte le opinioni&#8221; intendo davvero tutte, comprese quelle, piaccia o non piaccia, del presidente del Consiglio.</p>
<p>Voglio anticipare subito che è una critica con la quale concordo. Credo che nessuno si sogni nemmeno lontanamente di pensare che sulle mafie si debba tacere. Al contrario. Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l&#8217;omertà nella lotta alla criminalità organizzata e quanto sia importante rompere il muro del silenzio. Ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l&#8217;immagine del nostro Paese. Saviano scrive che l&#8217;Italia ha la migliore legislazione antimafia del mondo, ma da cittadina italiana penso che tutti dovremmo essere fieri anche del fatto che il governo guidato da mio padre ha ottenuto sul fronte della lotta alle mafie risultati clamorosi, forse mai raggiunti prima. E questo non lo dico io, lo dicono i fatti, gli arresti, i sequestri di patrimoni sporchi. &#8220;Quando c&#8217;è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l&#8217;allarme&#8221;? si chiede retoricamente Saviano su Repubblica. A me pare che il governo non solo non lasci fuggire nessuno, ma si applichi anzi ad un&#8217;altra attività non secondaria: quella di spegnerle, le fiamme. Parlare di più anche di questi successi sicuramente aiuterebbe a cancellare quella assurda equazione che troppo spesso viene applicata all&#8217;estero: Italia uguale mafia.</p>
<p>Personalmente, la penso così. E questo, è ovvio, poco importa. Ma sono anche presidente del gruppo Mondadori, che Saviano tira ampiamente in ballo. E lo fa in un modo su cui non posso tacere. La Mondadori fa capo alla mia famiglia da vent&#8217;anni. In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, com&#8217;è giusto e doveroso, secondo il nostro modo di intendere il ruolo dell&#8217;editore, il più assoluto rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà d&#8217;espressione. A cominciare, in una collaborazione che mi è parsa reciprocamente proficua, da Roberto Saviano. Il quale ce ne dà atto, scrivendo di aver sempre pensato che la Mondadori &#8220;avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse&#8221;. Salvo poi aggiungere che dopo le parole di mio padre &#8220;non so se sarà più così&#8221;. E perché? Che cosa è cambiato? Silvio Berlusconi non può permettersi di criticare un&#8217;opera edita dalla Mondadori, la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell&#8217;esempio di dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto di criticare. E forse sottovaluta, e non di poco, l&#8217;autonomia di pensiero e di azione di quanti lavorano in Mondadori. Un&#8217;azienda nella quale ognuno, a cominciare dagli azionisti e dall&#8217;editore, la pensa come vuole. Un&#8217;azienda nella quale le scelte non sono guidate da valutazioni politiche ma da criteri esclusivamente editoriali e professionali.</p>
<p>Il gruppo Mondadori ha garantito a Saviano e a tutti gli altri suoi autori la massima libertà di espressione. Lo ha sempre fatto e continuerà a farlo. Perché, da editori liberali quali siamo, consideriamo la libertà il valore supremo. Ma allo stesso tempo riteniamo che il diritto di esprimere il proprio pensiero, di approvare o di dissentire, non possa valere per alcuni e non per altri. Rivendico quindi anche per me questa libertà. Quando sentirò di dover formulare una critica, nemmeno io starò zitta. Mi pare un po&#8217; eccessivo prometterlo o addirittura giurarlo. Ma ci tengo a dirlo. E, sempre che mi sia consentito, anch&#8217;io, come Saviano, ad alta voce.</p>
<p><strong>#</strong></p>
<p><em>Roberto Saviano replica sempre su <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_risposta_marina-3427068/">Repubblica</a> alla lettera di Marina Berlusconi dopo gli attacchi del presidente del Consiglio. &#8220;Dal capo del governo non una critica ma parola finalizzate a intimidire chiunque scriva di mafie e capitali mafiosi&#8221;</em></p>
<p><strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Ho LETTO la lettera del presidente della Mondadori Marina Berlusconi e colgo occasione per precisare alcune questioni. Il capo del governo Berlusconi non ha espresso parole di critica. Critica significa entrare nel merito di una valutazione, di un dato, di una riflessione. Nelle sue parole c&#8217;era una condanna non ad una analisi o a un dato ma allo stesso atto di scrivere sulla mafia. Il rischio di quelle parole, ribadisco, è che ci sia un generico e preoccupante tentativo di far passare l&#8217;idea che chiunque scriva di mafia fiancheggi la mafia. Come se si dicesse che i libri di oncologia diffondono il cancro. Facendo così si avvantaggia solo la morte.</p>
<p>Non capisco a cosa si riferisce quando la presidente Berlusconi dice: &#8220;Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l&#8217;omertà nella lotta alla criminalità organizzata&#8230; ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l&#8217;immagine del nostro Paese&#8221;. In Gomorra sono raccontate anche le storie di coloro che hanno resistito alle mafie, un intero capitolo dedicato a Don Peppe Diana, c&#8217;è il racconto di una Italia che resiste e contrasta l&#8217;impero della criminalità. Quale sarebbe il senso unico? Ho anche più volte detto e scritto, che l&#8217;azione antimafia del governo c&#8217;è stata ed è stata importante, ricordando però al contempo che siamo ben lontani dall&#8217;annientare le organizzazioni, siamo solo all&#8217;inizio poiché le strutture economiche e politiche dei clan che continuano ad essere intatte.</p>
<p>Ecco perché alla luce di quanto scrivo ho trovato le parole del capo del governo finalizzate a intimidire chiunque scriva di mafie e di capitali mafiosi. Ho io stesso visto e conosciuto la libertà della casa editrice Mondadori. Ci mancherebbe che uno scrittore non fosse libero nella sua professione. Una libertà esiste però solo se viene difesa, raccolta, costruita nell&#8217;agire quotidiano da tutti coloro che lavorano e vivono in una azienda. Ed è infatti proprio a questi che mi sono rivolto ed è da loro che mi aspetto come ho già scritto una presa di posizione in merito alla possibilità di continuare a scrivere liberamente nonostante queste dichiarazioni.</p>
<p>Non può che stupire però che un editore non critichi ma bensì attacchi lo stesso prodotto che manda sul mercato, e lo attacchi su un terreno così sensibile e decisivo come quello della cultura della lotta alla criminalità organizzata. Sono molte le persone in Italia che per il loro impegno nel raccontare pagano un prezzo altissimo non è possibile liquidarle considerando la loro azione &#8220;promotrice&#8221; del potere mafioso. Una dichiarazione del genere annienta ogni capacità di resistenza e coraggio. E questo da intellettuale non è possibile ignorarlo e da cittadino non posso ascrivere una dichiarazione del genere alla dialettica democratica. È solo una dichiarazione pericolosa che andrebbe immediatamente rettificata</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/18/maitresmorphoses/">Maîtresmorphoses</a></p>
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		<title>La forma della finzione</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 05:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: right;"><em>visione, una distanza ci divide</em></p>
<p style="text-align: right;">E. Montale</p>
<p> </p>
<p>A proposito di ciò che il cinema fa e ha fatto al mondo, ci sarebbe da chiedersi meglio <em>quando</em> si è dis-fatto del mondo, giungendo infine a segnalare il distacco dell’occhio dalla terra e dai suoi abitanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/">La forma della finzione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: right;"><small><em>visione, una distanza ci divide</em></small></p>
<p style="text-align: right;"><small>E. Montale</small></p>
<p> </p>
<p>A proposito di ciò che il cinema fa e ha fatto al mondo, ci sarebbe da chiedersi meglio <em>quando</em> si è dis-fatto del mondo, giungendo infine a segnalare il distacco dell’occhio dalla terra e dai suoi abitanti. A Werner Herzog bastano quattro minuti da Puccini intitolati <em>La Bohème</em> per porre la questione. L’Africa, terra eternamente separata, è ancora il palcoscenico adatto a misurare e a marcare la distanza.<br />
Herzog è qui per filmare il popolo etiope dei Mursi e lo fa nel ricordo dei bambini soldato della tribù nicaraguense dei Misquitos (<em>La ballata del piccolo soldato</em>, 1984) e soprattutto dei Wodaabe del sud del Sahara, uomini che si ritengono i più belli del mondo e che si fanno scegliere dalle proprie donne in un rito sfarzosissimo erotico (<em>Wodaabe – I pastori del sole</em>, 1989). Come nei due film precedenti, l’amore attraverso i secoli, la bellezza e la rovina insite entrambe nel periplo romantico e barocco (come indicava Benjamin), è il punto da cui partire per rispondere alla domanda politica che l’esploratore europeo in gita africana pone a sé stesso: come non essere turisti, come affrancarsi dalla professionalità del viaggiatore, come non scattare fotografie.<span id="more-26625"></span><br />
Herzog si impone di essere semplice. L’aria di Puccini sale tragicamente al cielo (curiosamente in una versione inglese di &#8220;O soave fanciulla&#8221;), le coppie di Mursi, giovanissime e di sublime beltà, in sequenza sostengono un breve primo piano, abbandonano lo sguardo in macchina (una macchina mai vista prima?), si fissano negli occhi, si girano di spalle allontanandosi in direzioni opposte fino a uscire di campo. L’evento si ripete sempre uguale per quattro minuti, con coppie diverse, sensibilmente più incerte o forse contrarie alla separazione richiesta. Questo il film, un gesto minimo che incarna una torsione siderale. Come delle sculture, i Mursi sembrano disperatamente enumerare nel dettaglio le sfaccettature, le cadute e le pose della veste, l’attorcigliarsi del panno, le pieghe umane che fanno la storia e la memoria, l’eco, il richiamo da un capo all’altro del mondo, la risalita improvvisa dei fatti e delle immagini (avrebbe fatto <em>impazzire</em> Aby Warburg, <em>La Bohème</em> di Herzog). Sembrano riferirsi a un futuro fatto del risucchio e del rilancio di tutto il passato.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/P2F_qmdg6N4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/P2F_qmdg6N4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Questo è il modo in cui Herzog lavora anzitutto a mettere in difficoltà la nozione di autore, a infrangere l’implicita potenza colonialista delle immagini, conscio al contrario della necessità di immolarsi: per donare al mondo tenerezza, si deve mettere a rischio il mondo (non lo capirono invece i viaggiatori tedeschi d’inizio Novecento, tanto che di lì a poco non cercarono più l’immagine, ma la razza). E sebbene, conoscendolo, sia probabile che non abbia mai letto <em>L’arcobaleno della gravità</em> di Thomas Pynchon, dove il popolo africano immaginario degli Herero viene condotto in Germania e messo a guardia del razzo finale, la <em>lezione di oscurità</em> è la medesima: non c’è felicità su questa terra, ma stiamo a vedere cosa succede, così vicini allo <em>zero assoluto</em>…</p>
<p>L’intrico altalenante mondo delle immagini e immagini del mondo, di cui il cinema è riscontro residuo restituzione risarcimento (ma insomma, nulla è più tragico di questa debolezza umana, del sogno di sapere, di provare a sapere qualcosa di noi stessi, quaggiù, su questo pianeta incessantemente rifilmato…) e che molti continuano a chiamare documentario, è invece lo sforzo inusitato di rifarsi al mondo, alla sua complessità (non di rifarlo!), cioè di aggiungervi o di affiancargli o di estrarne una pur impercettibile nota che lo modifichi. O perlomeno, è questo che da più di quarant’anni persegue il cosiddetto documentarista americano Frederick Wiseman, uno che, per capirsi, si oppone automaticamente ai vari Michael Moore o Oliver Stone, dal momento in cui non crede mai di dare messaggi, né di dimostrare nulla, convinto semmai che nella vita non esista sceneggiatura.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/1iU2l0XFrek&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/1iU2l0XFrek&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>La nota in più di Wiseman passa per la danza (un ritorno per lui, dopo <em>Ballet</em> del 1995) con <em>La Danse – Le Ballet de l’Opéra de Paris</em>, viaggio di quasi tre ore nell’omonima scuola parigina. È un documentario sulla professione del danzatore e sull’istituzione che lo forma e lo ingaggia? Sì, se non fosse che la danza è già nella passione di Wiseman per la narrazione, al punto che la fatica gigantesca del ballerino assomiglia alla tragedia della letteratura, vortice di pieghe e di passi così vicini alla morte. Nonostante lo si ridisfi e lo si monti a piacimento, il mondo fila via nelle lunghe pareti di specchi delle palestre. La bellezza non è solo il movimento, l’aria circuita e braccata dall’occhio geniale dell’operatore John Davey, ma il riflettersi della concentrazione dei danzatori nella concentrazione abissale delle immagini. Il concentrarsi è in verità un <em>concertarsi</em>, l’unica vera <em>Opera</em> che, di concerto, Wiseman continua a filmare: lo spazio che si genera fra il farsi delle cose e il loro racconto, indagando con precisione da entomologo la vita delle istituzioni, cioè lo svolgersi quotidiano e <em>istituzionale</em> degli uomini e delle donne, sperando di poter raccogliere in una volta sola tutte le storie e tutte le loro variazioni (non a caso affermando a più riprese di essere uno scrittore mancato). Allora, quest’unico grande scrittore sembra esaudire il sogno che dall’attenzione a un solo tassello dell’universo, si possa dire di tutti gli altri. Il racconto sarà sempre la storia del sapere che ci manca e che manca a sé stesso, eppure anche la speranza che potrebbe essere sufficiente attenersi con passione e ostinazione anche solo a un punto della girandola, seguire anche solo un arrangiamento incerto dei corpi e della musica, per ottenere quel brano di realtà in grado per un momento di illuminare e insieme di scalfire l’illusione del vivere (come gli indios di Herzog in <em>Fitzcarraldo</em>, capaci di portare la nave di là dal monte, solo perché strenuamente convinti che la vita, il viversi, sia un’illusione). Wiseman non si fa pregare: le prove, le riunioni organizzative, l’economia del segno e del ballo, ma anche lo slittamento notturno, i volti attenti dietro le quinte, gli occhi fissi sulla scena, la discesa nei sotterranei inondati d’acqua, la salita verso l’alto a inquadrare una Parigi nitida e luminosa, la scoperta quasi astratta sui tetti di un apicultore… Sospendendo e insieme prolungando la linea aerea del ballo, fa in modo che la vera partitura, la vera danza, sia quella del film. Che l’umano sia ciò che barcolla fra i due congegni similmente imperfetti: l’immagine e la vita.</p>
<p>Mai come oggi bisognerebbe classificare i registi (e gli scrittori?) fra quelli che dimostrano e quelli che mostrano, fra chi alza la voce per farsi sentire e chi ha la forza morale di restare in ascolto: e stare dalla parte dei secondi. Stare dalla parte di Abel Ferrara con <em>Napoli Napoli Napoli</em>, che non ha bisogno di sapere l’italiano per parlare la lingua soffocante e traboccante, il lessico doloroso dei volti, l’urlo urbano di un popolo in guerra. Non ha bisogno di dirsi documentario, né di millantarsi fiction, per filmare l’inesausta pratica politica del reale (anzi, finge a sua volta di separare nettamente i due momenti, ben sapendo che certa rabbia possiede un’unica nervatura). Completamente anti-<em>Gomorra</em> (in verità anti-Garrone più che anti-Saviano), nella misura in cui neppure si pone il problema della denuncia sociale, al contrario avendo l’unica premura, lanciando i suoi operatori per le strade o filmando le donne in carcere, di specificare che “questo tutto dovrà essere tranne che un film italiano”. Dichiarazione necessaria, soprattutto in Italia, dove oggi sembra così difficile far capire che gli uomini e le donne – e dunque le immagini – non hanno nazionalità. La fragile opposizione tra fiction e non fiction è forse il sintomo di una questione politica non più differibile. Ferrara lo dice chiaramente: “<em>Napoli Napoli Napoli</em> è un documentario, ma tutti i film sono documentari”.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ZR-YaikU_x4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/ZR-YaikU_x4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object> </p>
<p>Sembra dunque più corretto interrogarsi sulla <em>forma della fiction</em>. Su questa dilagante fiction cui si vorrebbe ridurre la vita e che invece è il documento necessario a interpretarla e a trovare delle contromisure. Si prenda Hollywood, il luogo della finzione per eccellenza. Si prenda un film come <em>The Informant!</em> di Steven Soderbergh, con la sua aria artigianale da Hollywood anni quaranta, con la sua storia semplice del pesce piccolo che tuttavia, essendo più malato dei pescecani che lo hanno creato, fornisce loro l’alibi vitale. È come se l’immagine fosse una sorta di continuo documentario su sé stessa, sulla sua natura anfibia e sulle sue spinte a riprodursi in serie, a sottotracciarsi, spesso e volentieri a duplicarsi, a plagiarsi, a mascherarsi, a mimetizzarsi. <em>The Informant!</em> infatti progressivamente si incrina, si astrae proprio nel punto in cui appare maggiormente intenzionato a dar conto di un sistema intero, a radiografare le zone deboli del capitalismo, a ricostruire le tappe che hanno permesso al virus di attecchire e alla crisi di esplodere. La menzogna pervade ogni cosa ed è una risata amara, goffamente aggrappata all’avventuroso mondo dell’illecito. Una teoria dell’immagine fatta di deviazioni e derive che lentamente minano il piano dall’interno, come se sotto il film scorresse il film vero, come se la realtà ne avesse sempre un’altra parallela e alla verità si arrivasse attraverso un’altra <em>verità</em>. Il resto, le distinzioni documentario/fiction, sono facilitazioni giornalistiche per mappature di mercato. “La conoscenza così intesa non esiste di per sé come qualcosa-che-si-rappresenta. Ma precisamente questo è il caso della verità” <small>(W. Benjamin, <em>Il dramma barocco tedesco</em> [1928], Einaudi, 1999, p. 5)</small>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/">La forma della finzione</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Appunti sulla scrittura del reale</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 05:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
Ho cercato di ordinare qualche idea sulla natura della  scrittura &#8220;ibrida&#8221; che dà forma al mio <em>Servi &#8230;</em>come a molti altri libri apparsi negli ultimi anni. &#8220;Reportage narrativo&#8221; è un sintagma ormai assodato, e in effetti ha  senso.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/">Appunti sulla scrittura del reale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Ho cercato di ordinare qualche idea sulla natura della  scrittura &#8220;ibrida&#8221; che dà forma al mio <em>Servi </em>come a molti altri libri apparsi negli ultimi anni. &#8220;Reportage narrativo&#8221; è un sintagma ormai assodato, e in effetti ha  senso. A me piace però di più l&#8217;espressione &#8220;narrazione sociale&#8221;, dove la narrazione non è attributo ma sostanza, e trovo che sia più atta a dire la specificità di queste scritture. Anzitutto, una domanda genealogica: da dove questo proliferare di scritture ibride?</span></div>
<div><span>1. La nostra è l&#8217;epoca della &#8220;perdita dell&#8217;esperienza&#8221; &#8211; che poi altro non è se non una &#8220;trasformazione dell&#8217;esperienza&#8221;: sempre più mediata e filtrata nella misura della sua moltiplicazione ed eccedenza (eccedenza che tende alla superfluità), sempre più distante la relazione con l&#8217;oggetto nella misura della sua frammentazione e complessità, e nella misura dell&#8217;isolamento del soggetto. Insomma, c&#8217;è fame di esperienza.</span><span><span id="more-25646"></span>Il testimone, allora, è colui che supplisce a questa perdita di esperienza, restituendola nella sua immediatezza più &#8220;viva&#8221; (vissuta), è colui che trasmette esperienza &#8211; e allo stesso tempo colui che rivendica in positivo quella frammentazione del sapere, reclamando appunto la sua &#8220;parzialità&#8221;. Una parzialità che è data dal suo sguardo &#8220;in soggettiva&#8221; (come nel cinema), ma non soggettivistico: come accade nel prospettivismo nietzscheano, quello sguardo ambisce a una prospettiva precisa, che metta in luce i contorni delle cose per ciò che sono entro una relazione che produce senso.<br />
Il testimone-scrittore, però &#8211; in quanto persona che &#8220;riporta&#8221; due mondi, in quanto &#8220;interfaccia&#8221; -, non può che essere un testimone monco, dimezzato. Perché sente ed empatizza con una realtà che gli è negata. Il vero testimone è colui che non può parlare: per citare ancora una volta la frase di Aldo Gargani che ho messo in esergo al libro, &#8220;La vittima del sacrificio è colui che soffre ciò che gli altri dicono&#8221;.<br />
<em>Gomorra </em>è l&#8217;<em>exemplum </em>più noto, e il suo successo ha fatto sì che le case editrici fossero più attente a ciò che si muove in quel tipo di scrittura &#8220;ibrida&#8221;, che si rafforzasse insomma la domanda – la quale, a sua volta, ha stimolato l&#8217;offerta. (Un po&#8217;, <em>mutatis mutandis</em>, quel che avviene per la <em>New Italian Epic</em>: insieme alla questione dell&#8217;essenza della cosa, c&#8217;è il fatto che definendo una serie di eventi come una &#8220;qual-cosa&#8221; quegli eventi si rafforzano reciprocamente: acquisiscono maggiore <em>riconoscimento</em>/riconoscibilità. E le scritture ibride di cui parlo non a caso si intersecano con la vicenda della <em>New Italian Epic</em>).<br />
Non è uno sfizio che Roberto Saviano abbia sempre reclamato lo statuto di &#8220;romanzo&#8221; al suo libro. Perché lo strumento lingua usato nella &#8220;narrazione sociale&#8221; è, appunto, eminentemente narrativo, &#8220;letterario&#8221;- nel senso che letterario è il lavoro sulla lingua, sulla restituzione del singolare, e della messa in gioco di un diverso livello cognitivo e emotivo. Nella narrazione si gioca sul filo/ordito delle storie e sulla potenza della lingua di (ri)creare mondi. Solo che qui si agisce su un doppio livello. La storia prima la si scrive nel reale (si scrive un viaggio, si attraversano terre, si incrociano sguardi, si vedono realtà, si scambiano parole – si attraversa e si è attraversati) e poi, dopo, la si riscrive (e qui si inscrive, eventualmente, la relazione tra reale e finzionale, dove il finzionale può essere una scrittura verosimile del reale). Gli anglosassoni usano l&#8217;espressione &#8220;mettersi nelle scarpe degli altri&#8221;: ecco, è questa la virtù empatica delle storie, questa capacità di produrre altri mondi da (immaginare di) vivere.</span></div>
<p>2. Tutto questo – e si viene all&#8217;altro corno della questione – è oggi profondamente <em>politico</em>. Restituire singolarità – quella del narratore e quella dei &#8220;narrati&#8221; &#8211; è necessario oggi che la mediatizzazione del mondo (da cui la mediatezza dell&#8217;esperienza) riduce tutto o a universale o a casi esemplari che deformano e oscurano la consistenza delle singolarità e delle relative verità. Nel mio caso, raccontare le singolarità delle vite &#8220;clandestine&#8221; (rese tali da un dispositivo giuridico che esclude e minorizza, creando entità invisibili/macchine produttive) significa <em>cominciare</em> ad articolare un discorso che nomini le cose, una per una &#8211; ma un discorso di tal genere non può essere che un discorso collettivo, fondate su pratiche condivise. E&#8217; ciò che pensavo scrivendo <em>Lager italiani</em>: se il CPT (in quanto terminale e cuore del dispositivo che produce clandestinità) annulla persone, annullando l’essenza di uomini (dove il senso dell’essere umano <em>si dà</em> nella possibilità di narrare – a sé, al mondo – la propria storia); se il CPT è un gorgo tritatutto, dove ogni dimensione temporale scompare, dove vige un terribile, eterno presente; se non c’è più passato, il passato appare come un enorme cumulo di macerie, un itinerario faticoso che non ha portato a niente; se non c’è più avvenire, e ogni progetto di vita è reso impossibile, ché chi si porta addosso lo stigma della clandestinità vive come un animale braccato, sempre all’erta, con un orizzonte temporale brevissimo, quasi istantaneo, con la paura addosso, la paura di poter essere preso e rimpatriato – deportato; se ciò che resta è solo un presente assolutamente vuoto, in un limbo dove non si hanno più diritti: allora, narrare la propria storia ripartendo da quel gorgo &#8211; ridarle un senso e restituirla alla temporalità &#8211; significa ridare dignità umana a sé in quanto persona. Narrare, allora, appare come una possibilità privilegiata di salvare quel passato di macerie (l’<em>Angelus novus</em> di Klee-Benjamin non può che far questo, <em>in fine</em>: narrare, e narrando salvare). E questa narrazione di storie può restituire dignità anche al lettore che non sa, nella misura in cui apre gli occhi e li sprofonda in quel vuoto dispiegato.<br />
Ma anche in questo caso, sconto visibilmente quell&#8217;esser monco di cui dicevo sopra. Se salvare infatti significa restituire un nome e dunque un&#8217;anima (ancora Benjamin, certo), questo non lo posso fare, ché parlando di clandestini devo inventarmi nomi falsi (non posso scrivere quelli veri, a loro tutela). Ma la voce può essere presa solo da sé stessa, nessun altro può articolarla in vece sua. Il mio discorso dunque sta ancora nei &#8220;materiali preparatori&#8221; di un&#8217;emersione, ovvero di una restituzione a vita/nome/personalità. La scrittura, insomma, può produrre effetti &#8220;reali&#8221;, solo se diventa <em>coro</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/02/appunti-sulla-scrittura-del-reale/">Appunti sulla scrittura del reale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Diario dell&#8217;esilio da Gomorra</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 06:26:11 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Giuseppe Montesano</strong></p>
<p>Un mare di retorica spesso ha tentato di usarlo per i fini più diversi, un mare di retorica ha spesso tentato subdolamente di levargli ogni efficacia fingendo di glorificarlo, un mare di retorica ha velato le verità taglienti che ha detto e scritto sull&#8217;economia e sulla politica, un mare di retorica è passato in questi anni su Roberto Saviano nella speranza di occultarlo nella grande festa dello spettacolo mediatico: ma da questo mare Roberto Saviano non si è lasciato né corrompere né sommergere, e lo scrittore Saviano oggi torna a parlare dal suo esilio estremo, e torna a parlare con un libro che si intitola La bellezza e l&#8217;inferno (Mondadori, pagg.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/diario-dellesilio-da-gomorra/">Diario dell&#8217;esilio da Gomorra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/p6Z5ll568M0&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/p6Z5ll568M0&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di <strong>Giuseppe Montesano</strong></p>
<p>Un mare di retorica spesso ha tentato di usarlo per i fini più diversi, un mare di retorica ha spesso tentato subdolamente di levargli ogni efficacia fingendo di glorificarlo, un mare di retorica ha velato le verità taglienti che ha detto e scritto sull&#8217;economia e sulla politica, un mare di retorica è passato in questi anni su Roberto Saviano nella speranza di occultarlo nella grande festa dello spettacolo mediatico<span id="more-18538"></span>: ma da questo mare Roberto Saviano non si è lasciato né corrompere né sommergere, e lo scrittore Saviano oggi torna a parlare dal suo esilio estremo, e torna a parlare con un libro che si intitola La bellezza e l&#8217;inferno (Mondadori, pagg. 254, euro 17,50). Il libro raccoglie i pezzi scritti da Saviano dal 2004 al 2009, scritti d&#8217;occasione a volte urgenti e accesi, altre volte freddamente drammatici, altre ancora malinconici, come raggelati dall&#8217;impossibilità fisica di toccare le cose, vederle, sprofondarsi in esse, entrare con la realtà in quella comunione fisiologica che è la grande invenzione narrativa di Gomorra. Però La bellezza e l&#8217;inferno è un libro che viene dall&#8217;esilio, un esilio non volontario ma coatto, un esilio che è necessario alla salvezza fisica di Saviano ma che per lo scrittore suona anche come un orribile confino in patria, una segregazione nei luoghi della sua vita, il risultato di un editto di potere che la camorra ha lanciato su di lui. I libri sono libri, e si leggono sempre da sinistra a destra, e dall&#8217;alto verso il basso; i libri sono ciò che resta dell&#8217;abbraccio o dello scontro tra chi scrive e la realtà, briciole e fogli spaiati; i libri sono sempre fatti di parole, parole che nei casi di piccola miseria letteraria sono solo forme più o meno travestite del narcisismo; ma i libri sono anche quelli in cui l&#8217;io si mette da parte per far parlare la realtà, in parole che traducono incidendoli sul foglio i sussulti del corpo, i trasalimenti del pensiero, il dolore, la vergogna, la rabbia, l&#8217;amore, la morte: tutto ciò che solo conta, e tutto ciò che importa a Saviano. Ma come è stato scritto La bellezza e l&#8217;inferno? Cosa ha messo insieme le pagine di giornale su cui Saviano ha scritto? Quale energia ha strappato a una vita di esilio e di confino questi fogli di calendario? Questi pezzi sono nati in stanze strette e buie, in caserme vaste e squallide, in alberghi sorvegliati, in piccoli buchi senza finestre e senza luce naturale: e solo raramente, molto raramente, in luoghi accoglienti, tra persone umane, in quel calore di amicizia e di vicinanza che l&#8217;essere in carne e ossa chiamato Saviano sembra rimpiangere più di ogni cosa. E non c&#8217;è dubbio che sono pezzi e fogli strappati a fatica dall&#8217;assedio, un assedio che per lo scrittore Saviano è stato anche intellettuale. Saviano, lo scrittore Saviano, è altrove. In questo libro troviamo ancora e sempre l&#8217;occhio rivolto alla criminalità, esportata in Spagna e dovunque o pronta ad approfittare del terremoto in Abruzzo, con i suoi legami con la politica e l&#8217;economia, una visione ossessiva, sì, ma non certo perché Saviano ne sarebbe ossessionato, come si è detto in modo meschino, personalmente, ma perché è ossessiva e ripetitiva nella realtà, perché non impedisce soltanto a un ragazzo di trent&#8217;anni di vivere la propria vita, ma perché rende oscena e miserevole la vita a milioni di persone in tutto il Meridione. In questi pezzi troviamo anche qualcosa che ci parla in profondità di Saviano, e dei luoghi interiori nei quali è stato costretto a sopravvivere: come le grandi storie su Messi e Petrucciani. Nell&#8217;argentino del Barca Saviano ha saputo vedere il pallido ragazzetto malcresciuto che si è fatto bombardare di farmaci per crescere, per diventare grande, e che ha vinto una battaglia impossibile contro ogni determinismo biologico, contro ogni fatalismo. In Michel Petrucciani ha visto di nuovo questo, ha visto l&#8217;artista che deformato dalla biologia, reso schiavo dal corpo fino al mostruoso, si ostina a inventare la musica, nel dolore, nella sofferenza, nell&#8217;umiliazione, ostinato perché solo dall&#8217;invenzione che si fa bellezza può arrivargli la vita. E non è questo che indica a lettere cubitali il titolo di questo libro che abbiamo tra le mani? L&#8217;esilio coatto, l&#8217;editto che lo ha trasformato in «raca», l&#8217;eccezionalità della sua situazione di assediato hanno spinto l&#8217;occhio dello scrittore Saviano a guardare con attenzione a ciò che è estremo nell&#8217;umano, a ciò che anche sull&#8217;orlo della distruzione resiste e va avanti perché ha preservato in sé un nocciolo indistruttibile di bellezza, di bene, di coraggio. Da qualche parte, molto in profondità, c&#8217;è in Saviano altro dall&#8217;impero criminale della camorra, c&#8217;è qualcosa che ha a che fare direttamente con la Bellezza, ed è probabile che proprio questo qualcosa sia il nocciolo che gli permette di vivere senza paura: a occhi aperti. Saviano ha visto in tutta la sua atroce bassezza e ha saputo raccontare come nessuno il male fetido e mostruoso del Sistema proprio perché sapeva che cosa era il suo contrario: e sapeva che quel contrario del male, il poco bene e la poca bellezza che ci toccheranno, saranno possibili solo se l&#8217;inferno sarà bonificato. Allora nessuno ci è più vicino, nessuno è più prossimo nostro di questo scrittore che nell&#8217;abbandono si è ripetuto il mantra di ogni scrittore degno di questo nome, il mantra che comincia dicendo amaro: è impossibile vivere così, è troppo buio, è troppo atroce, non voglio, no, e che finisce, come ha scritto lui stesso, con le parole a denti stretti, insensate ma liberatorie, di chi ha conservato dentro di sé un frammento della Bellezza: «Però puoi scrivere. Devi, vuoi continuare». In questi anni chi scrive qui non ha potuto fisicamente avere in Roberto Saviano un amico come lo aveva prima, toccarlo, frequentarlo, ridere con lui, e gli ha parlato solo al telefono o via mail, e più che sperare e scrivere che sia levata la mano che pende sul capo di quel ragazzo non può, e lo chiede e lo dice con tutte le sue forze: mai più da luoghi di esilio. Ma allo scrittore Saviano non può che ripetere le sue stesse parole: non puoi scrivere ma devi farlo, non puoi vivere ma vuoi e devi farlo. Finché sei vivo, e vivo in tutti i sensi, niente ancora è perduto.</p>
<p>pubblicato su &#8220;Il Mattino&#8221;, 12.6.2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/diario-dellesilio-da-gomorra/">Diario dell&#8217;esilio da Gomorra</a></p>
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		<title>Clan a Montesanto</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 17:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/agguato_04.jpg" alt="agguato_04" title="agguato_04" width="576" height="324" class="alignleft size-full wp-image-18526" /></p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio. E’ morto con ancora addosso la sua fisarmonica, per alcune ore si è pensato che fosse lui l’obiettivo del raid, Petru invece era uno che si guadagnava da vivere suonando insieme alla moglie per i vicoli del centro di Napoli.<span id="more-18523"></span> Il rumeno è l’ennesima vittima innocente di una sparatoria di camorra, la cui dinamica, tuttavia, se ricostruita, racconta di una morte assai più che incidentale: col suo aspetto dimesso Petru potrebbe essere stato subito identificato dai killer, furiosamente impegnati in una rappresaglia in territorio nemico, come un morto che non si paga, un disgraziato su cui si può sparare per creare ancora più clamore. Quella sera infatti, 6 esponenti del clan Ricci-Sarno, tra cui alcuni a volto scoperto, a bordo di tre scooter hanno attraversato i Quartieri Spagnoli seminando il terrore e sparando presso alcune basi di spaccio per intimare loro di non osare cambiare fornitori di droga. Nell’ultima tappa, i killer hanno ucciso Petru e ferito un 14enne che cercava riparo dall’improvvisa pioggia di proiettili caduta su una piazza come sempre affollata di gente. L’azione si inserisce all’interno dello strisciante conflitto del clan Ricci contro i Mariano, e che vede i primi alleati con la potente famiglia Sarno che dalla periferia est di Ponticelli domina varie zone dell’hinterland napoletano, un conflitto, questo, destinato a non placarsi. I killer sono arrivati in piazza Montesanto, nel territorio di appartenenza dei loro avversari, sparando all’impazzata per ribadire che il quartiere deve ubbidire a loro e dando l’ennesimo avviso ai Mariano dopo la recente scarcerazione di uno dei loro leader storici, Marco Mariano, intorno al quale temono che il clan possa ritrovare il prestigio dei primi anni ‘90. Questo sebbene, un mese fa, “Marcuccio” abbia fatto pubblicare una forbita e sorprendente lettera sul quotidiano “Il Giornale di Napoli”  in cui afferma che i Quartieri Spagnoli non gli interessano. La dinamica dell’azione del 26 maggio è stata da far west, dopo i primi colpi sparati in aria i killer si sono aggirati in moto tra la gente che fuggiva, urlando che stavano cercando i guappi del quartiere. “Quelli a volto scoperto avranno avuto al massimo 20 anni e si capiva da come erano esaltati che erano fatti di coca” racconta uno degli involontari testimoni “ Io credo che intendessero dare un avviso anche agli abitanti di Montesanto, soprattutto ai giovani, affinché non sostengano il clan locale, come se poi la camorra fosse un esercito di leva regolare”. Strategia della deterrenza, applicata ad un quartiere socialmente misto del centro, e che poteva facilmente diventare una strage. Petru Birladeandu ha avuto la sola colpa di non essersi accorto della sparatoria, ritrovandosi di fronte ai killer che quindi gli hanno sparato, forse allarmati dalla sua incauta traiettoria, forse perché “fare un morto”avrebbe dato più lustro alla loro operazione militare, ma questo non lo sapremo mai. Napoli trema ancora per la sua catastrofe più distruttiva, la camorra, proprio mentre molti lamentano che il fenomeno Gomorra abbia reso un’immagine distorta della città.  Le forze dell’ordine hanno risposto a questa tragica sparatoria con una maxi retata di ben 64 esponenti del clan Sarno, nella notte successiva al 26 maggio, accelerando i risultati dell’inchiesta che viene dal primo pentito del clan, Nunzio Boccia. Ma gli scontri non si sono fermati, lunedì notte, ai Quartieri Spagnoli, un transessuale è stato ferito durante un’altra sparatoria tra camorristi. Oltre alla contesa del territorio e al timore dei Ricci per una riorganizzazione dei Mariano, la guerra è dovuta anche al recente blitz contro il clan dei narcotrafficanti di Scampia, gli Amato-Pagato, che con la loro corsia preferenziale dal Sudamerica attraverso la Spagna rifornivano di droga la città e la provincia napoletana. Gli arresti dei narcos, infatti, stretti alleati dei Sarno, hanno infranto una condizione di monopolio e aperto altri scenari, scompigliando gli equilibri e le forniture delle piazze di spaccio. Tutto ciò avviene sull’inquietante sfondo che vede i boss, data la morsa della magistratura e l’inasprirsi delle pene, ricorrere ad una manovalanza sempre più giovane, ragazzi armati e mandati ad uccidere, desiderosi di fama e denaro, esaltati dalla coca e dalla fiducia dei loro capi. Giovani, corrotti dagli adulti, che sparano ad altri giovani rinforzando l’inevitabile binomio tra criminalità organizzata e disagio giovanile che solo le istituzioni ormai sembrano trascurare e contro cui la sola repressione è insufficiente. Forse, se non verranno arrestati, quei giovanissimi killer di Petru che hanno agito incautamente a volto scoperto, ormai troppo scomodi, moriranno per mano dei loro mandatari.<br />
Intanto, la faida di Scampia del 2004-2005 ha creato un nuovo parametro di azione per la criminalità organizzata: attaccare il consenso territoriale degli avversari, distruggerne l’economia, esercitare una violenza che incuta terrore e impedisca il normale svolgimento di ogni attività quotidiana lì dove i nemici sono arroccati. Una logica da guerriglia di cui bisogna prendere atto, dove ormai le vittime innocenti possono fare gioco alle strategie militari dei clan che difendono i loro monopoli milionari di droga. Narcotraffico internazionale, strategie del terrore, sfruttamento della marginalità giovanile, sono queste tre chiavi di lettura del presente delle criminalità organizzate, l’altra faccia di quello sviluppo senza progresso, del neoliberismo selvaggio e di un’ignorata emergenza giovanile che caratterizzano i nostri tempi. Eppure, già il magistrato Alessandro Pennasilico, componente del pool anticamorra, aveva di recente lanciato un appello alle istituzioni affinché agiscano con delle politiche sociali ed economiche nei territori in mano alla camorra, riconoscendo che la sola azione giudiziaria non basta. L’omicidio dell’innocente Birladeandu, che deve far riflettere le nostre coscienze, non ha avuto nessuna eco sui media nazionali. Alla base di tanta indifferenza ci sarà il tentativo di proteggere l’immagine turistica della città, l’investimento politico del governo Berlusconi su una Napoli “riportata in occidente” oppure la nostra assuefazione all’orrore che ci circonda? </p>
<p>pubblicato su &#8220;Repubblica&#8221;, Napoli, 6.6.2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 07:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>A proposito di &#8220;<a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capacchione.html">l&#8217;oro della camorra</a>&#8221; di <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/">A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A proposito di &#8220;<a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capacchione.html">l&#8217;oro della camorra</a>&#8221; di <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png" alt="" title="testcol2" width="200" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13112" /></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.<br />
Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso su uno sfondo verde questi non riesce a distinguere la figura.<br />
Benché venga generalmente considerata una disabilità, in alcune situazioni il daltonismo può rivelarsi vantaggioso; un cacciatore daltonico, ad esempio, può riuscire a distinguere meglio una preda mimetizzata su uno sfondo caotico; analogamente, un soldato daltonico può evitare di essere ingannato dai camuffamenti che, al contrario, traggono in inganno persone che hanno una normale visione del colore.&#8221;<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daltonismo">voce wikipedia</a></p>
<p>Ho un ricordo preciso, nitido, della telefonata ricevuta da Rosaria la sera in cui aveva finito di scrivere il primo capitolo del libro e aveva voglia di condividere con me quel momento. Nessuna eccitazione, euforia, nella sua voce, e man mano che procedeva nella lettura, le parole, il ritmo delle frasi, del respiro, in quella naturale punteggiatura che viene dai lunghi o brevissimi silenzi, sembravano tessere di un mosaico, ovvero <em>pièces</em> di un quadro generale andato distrutto e destinato al non sense,  se non &#8220;ricostruito&#8221; in una narrazione. <em>Pièces</em> appunto di un teatro dell&#8217;assurdo.<br />
<span id="more-13113"></span></p>
<p>A Napoli ho un amico che ogni qualvolta gli succeda qualcosa di strano, mi dice sornione: &#8220;una cosa senza senso&#8221;. Ammazzare una persona per errore o solo a scopo dimostrativo, torturarla pur sapendo che sta per morire, e allora vederla soffrire solo per te, perché tanto non ti sopravviverà né racconterà mai a nessuno della sua sofferenza. Avvelenare una terra, la stessa su cui lasci che crescano i tuoi figli, e crepino, come gli altri di morte orribile e violenta. Assistere a faide &#8220;senza senso&#8221;, e piegarsi alla volontà brutale di chi sembra tutto tranne che umano &#8211; ma sarebbe un errore cedere alla tentazione di considerare quell&#8217;inumano come estraneo alla propria umanità &#8211; sembra non potersi spiegare che attraverso le dimissioni della ragione.<br />
Rosaria Capacchione invece, da quando ha cominciato a occuparsi di cronaca per il Mattino, a seguire ogni fase dei grandi processi e mutamenti del fenomeno della criminalità campana, della camorra, vuole farsene una ragione, convinta che esista un senso a tanto dolore.</p>
<p>Quando in piedi ascoltavo con lo stesso spaesamento di un testimone, la confessione della mia amica, un dettaglio mi aveva colpito all&#8217;inizio del racconto. E&#8217; la descrizione delle calze di Pasquale Zagaria.  <em>Corto, in tutte le gradazioni del grigio</em>. Sembra a prima vista un dettaglio poco importante, ma a ben pensarci è la cifra di tutto il libro quel <em>gradazioni del grigio</em>.<br />
Ma noi gente del Sud si sa, al grigio siamo poco avvezzi, nemmeno attrezzati per un cielo grigio, figurarsi poi per il resto. A meno di non soffrire di &#8220;daltonismo&#8221; che come si diceva poco sopra è tutt&#8217;altro che un difetto in tempo di guerra. I colori mimetizzano infatti prede e predatori, cose e fatti,  se chi ricerca non riesce a definire la linea di demarcazione, la <em>border line</em> tra una cosa e un&#8217;altra.</p>
<p>Come accade quando si cerca di capire, e combattere, la zona grigia in cui imprenditoria e camorra stilano una dopo l&#8217;altra le voci di un fatturato da fare invidia a una multinazionale.<br />
Scrive  Rosaria Capacchione:</p>
<p> <em>A intaccare le certezze istintive dell&#8217;investigazione e del giudice che incrociano l&#8217;imprenditore camorrista sono le storie personali dei soggetti e l&#8217;equivocità di alcune condotte. le somme di denaro pagate periodicamente a esponenti dell&#8217;organizzazione camorristica in qualche caso hanno la natura di tangenti, in altri quella di contributi associativi e cioè il pagamento del costo dei vantaggi derivati dall&#8217;amicizia e dalla relazione d&#8217;affari con la camorra.</em><br />
La voce di Rosaria Capacchione  risuona di quella di uno dei suoi scrittori più amati, Leonardo Sciascia. Dello scrittore siciliano ha la stessa incrollabile, laica fede nella ragione. E nel cuore delle persone soprattutto se giudici in lotta con quegli stessi strumenti che hanno in dotazione. Il mondo del diritto sembra infatti almeno in un punto preciso negare ogni possibilità di demarcazione. Le gradazioni di grigio si moltiplicano all&#8217;infinito e il passaggio dal nero al bianco è tanto costoso e laborioso che pochi si avventurano fin lì.</p>
<p>Così commenta il Giudice Magi l&#8217;anomalia.</p>
<p><em>&#8220;Se è vero che le organizzazioni di stampo mafioso, rappresentano, soprattutto uno straordinario strumento di accumulazione economica e di alterazione  delle regole di mercato, ci si poteva  attendere un più elevato coinvolgimento di soggetti legati all&#8217;area economica  del gruppo, reinvestitori, consulenti finanziari, imprenditori compiacenti. Le definizioni processuali hanno registrato , in questo versante, un limitato numero  di affermazioni di responsabilità (specie nel settore della produzione e distribuzione del calcestruzzo) e numerose smentite alle ipotesi di accusa.&#8221;</p>
<p>(&#8230;) Credo che la ragione principale di tutto ciò sia da ricercarsi nel limitato impiego dello strumento rappresentato dalle indagini patrimoniali, a causa della loro estrema complessità che implica risorse, tempo a disposizione ed elevate professionalità da mettere in campo.&#8221;<br />
</em><br />
Rosaria Capacchione sa quindi perfettamente che alla base delle minacce di morte che pesano su di lei c&#8217;è l&#8217;aver indicato agli inquirenti una o due piste importanti per bloccare patrimoni e flussi di denaro. La sola cosa che veramente irrita questa nuova tipologia di camorrista imprenditore è perdere soldi.<br />
Continuando nella lettura della dichiarazione del giudice Magi ritroviamo un&#8217;altra parola chiave di questa inchiesta quando parla di &#8220;tracce narrative relative all&#8217;invasione del potere criminale&#8221;.</p>
<p><strong>Tracce narrative</strong></p>
<p><em>L&#8217; oro della camorra</em> sembra allora uno di quei vecchi pannelli che c&#8217;erano nelle metropolitane di Parigi, altro amore oltre a Sciascia di Rosaria Capacchione. A <em>Operà</em> dovrebbe essercene ancora uno. Una mappa della metropolitana con una lucina per ogni fermata. In modo da &#8220;far vedere&#8221; all&#8217;inesperto viaggiatore il tracciato del proprio percorso. Bastava  premere un pulsantino corrispondente sulla consolle che riportava in ordine alfabetico tutte le stazioni, e come per magia si illuminava la strada. Volete sapere che succede dei beni immobiliari confiscati alla camorra e da quest&#8217;ultima recuperati &#8220;legalmente&#8221; alle vendite d&#8217;asta? Volete sapere quali e quanti gettoni servano per azionare la <em>laverie automatique</em> del riciclaggio del denaro sporco? Basta aprire il libro, capitolo, due, tre, quattro, ed ecco comparire come per magia la traccia.<br />
Lucine colorate, appunto. Perché se è vero che il flusso di denaro avviene attraverso zone grigie, franche, banche, società finanziarie, cooperative, imprenditoria, e viaggia grazie al suo passaporto &#8220;grigio&#8221; dappertutto, i soldi, loro, un colore ce l&#8217;hanno.<br />
C&#8217;è l&#8217;oro rosso, dei pomodori San Marzano.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg" alt="" title="mini_sanmarzano" width="230" height="160" class="alignnone size-medium wp-image-13120" /></a></p>
<p>&#8220;<em>Per ogni chilo prodotto e distrutto l&#8217;Aima distribuiva risarcimenti sufficienti a ripagare abbondantemente il raccolto. Se poi all&#8217;ammasso arrivavano solo frutta e ortaggi avariati, se nei centri di distruzione &#8211; gli </em><em>scamazzi</em>, come venivano chiamati &#8211; si portava solo un furgone di sassi ricoperti da uno strato di frutta e verdura, allora la ricchezza era assicurata&#8221;</p>
<p>Bisogna solo immaginarsela la scena per provare lo stesso dolore di chi quelle cose le vede.</p>
<p>&#8220;Racconta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone:<br />
<em>Ogni centro Aima, in rapporto alla produzione (mi riferisco ovviamente ai fittizi conferimenti), doveva corrispondere una somma che oscillava dai 50 ai 200 milioni (di lire,ndr) all&#8217;organizzazione dei </em><em>casalesi</em>. &#8221;</p>
<p>C&#8217;è l&#8217;oro bianco di una imprenditoria, quella camorristica che non rinuncia affatto alla sua vocazione &#8220;contadina&#8221;. Latte clandestino, di bufala naturalmente, non controllato, di &#8220;produzione non tutelata&#8221; e rivenduto come se, con i margini di guadagno che è possibile immaginare pensando al costo, di una mozzarella di bufala Dop.</p>
<p>Man mano che si procede nella lettura del libro non ti prende lo sgomento, il senso di impotenza, che altre opere e penso soprattutto a Gomorra di Roberto Saviano, possono provocare, quanto una sensazione di consapevolezza, di comprensione crescente delle dinamiche che regolano non solo quel mondo lì, ma anche il tuo, e con quella consapevolezza ti senti più attrezzato, e quasi pensi che sia possibile la rivolta, una rivincita della tua terra, al punto da non capire perché per l&#8217;autrice, sia troppo tardi. Come quando in un&#8217;intervista per <a href="http://www.frescodistampa.info/">fresco di stampa </a> <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/11/24/faits-divers-6/">alla mia domanda</a>, <em>come raccontare un assedio</em>? Rosaria Capacchione aveva replicato:<br />
<em>Come un vecchio fortino del Far West. Meglio, come la presa di Troia, vista dalla parte di Ettore, però. Credo che sia rimasto pochissimo tempo. Quando smetteranno di sparare, vorrà dire che hanno vinto. E manca poco. </em></p>
<p>Ho già parlato in altre occasioni dell&#8217;importanza della voce per uno scrittore. Una voce non è soltanto il timbro, l&#8217;impronta di un autore ma soprattutto lo stile che devi ritrovare nell&#8217;opera che stai leggendo. la voce di Rosaria è discreta, mai roboante, &#8220;a levare&#8221; più che &#8220;ad aggiungere&#8221; come certi musicisti jazz che hanno il mestiere senza avere mai cercato la professione. Uno stile austero, perché la cosa fondamentale è dire come stanno le cose, ma soprattutto dove si deve cercare il senso di esse. Così l&#8217;ironia mai telefonata di certi passaggi come quando nella ricostruzione di una vicenda legata alla latitanza in Francia di Sandokan, da una intercettazione telefonica si scopre la sensibilità musicale del terribile capo clan.</p>
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&#8220;e chiede l&#8217;ultimo cd di Umberto Tozzi &#8211; è l&#8217;anno di <em>Nell&#8217;aria c&#8217;è</em>, evidentemente introvabile in Costa Azzurra&#8221;</p>
<p> Ho come l&#8217;impressione che Rosaria Capacchione abbia scritto un manuale di cui sentiva in tutti questi anni la mancanza. Un <em>memoire</em> cui potere attingere informazioni dal passato  per capire il futuro. L&#8217;appendice, del libro, con l&#8217;indice dei nomi, le schede dei beni sequestrati, le sentenze, per un totale di oltre sessanta pagine, completa il progetto facendone uno strumento imprescindibile per ogni giovane cronista pronto a lanciarsi come lei, vent&#8217;anni or sono, nella battaglia. Con l&#8217;augurio che un giorno queste carte siano <em>tracce narrative</em> del solo passato. Senza più futuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/">A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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		<title>Reale, troppo reale</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 14:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Reale, troppo reale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione. È possibile leggere tutto l'inserto <a href="http://issuu.com/passi.falsi/docs/cortellessa" target="_blank">qui</a> DP]</span></p>
<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>«Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Non lo ha detto qualche oscuro sofista della derealizzazione postmoderna. Lo ha detto, e più d’una volta, un grande della modernità più «eroica», quella più esposta al vento della storia, <strong>Thomas Eliot</strong> (si veda <em>Burnt Norton</em>, primo dei <em>Quattro quartetti</em>). Ciò malgrado – e anzi proprio per questo, data la coazione al citazionismo di noi postmoderni – sembrano queste le parole perfette per dar corpo all’evasività superstiziosa, all’esorcismo terrorizzato che ci ha iscritto d’ufficio, come scrive <strong>Antonio Scurati</strong>, a un <em>apprendistato all’irrealtà</em>. L’oroscopo funesto di quel suo libro intelligente, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>, non era troppo diverso da quello formulato da <strong>Walter</strong> <strong>Benjamin </strong>nel celebre saggio sul <em>Narratore</em> di <em>Angelus Novus</em>. Se il racconto per antonomasia, in tutta la storia umana, era quello del guerriero che una volta tornato cantava le gesta e le ambagi, il peregrinare e la nostalgia di casa, si accorgeva Benjamin che ora «la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile».<span id="more-10225"></span> Solo che l’<em>ora </em>di Benjamin era il 1936; e la guerra restata muta, sigillata in gola a quegli uomini tornati cogli occhi sbarrati, era la Prima guerra mondiale. La grande narrativa della modernità è stata il tentativo strenuo, eroico, di combattere quell’ammutolimento: di premere sulle mascelle, sulla glottide. Per forzare quel blocco. Cosa sono stati Musil e Kafka, Gadda e Céline, se non lo sforzo di alzare la voce (in tutti i sensi) per risvegliarsi e risvegliarci – come diceva un altro di loro, Joyce – dall’incubo della storia? La forza di <em>quella</em> narrativa si scatenava di fronte a interdetti tragici. Più si alzava il livello dello scontro, più quegli scrittori innalzavano se stessi. A fronte di <em>quei </em>veti, i nostri sono barzellette. <em>Quel </em>silenzio era tragico: spezzarlo faceva sanguinare lingua e orecchie. Il nostro è annoiato: interromperlo produce solo rumore di fondo.<br />
E allora l’<em>inesperienza</em> di cui parla Scurati è molto simile, ma è anche molto diversa, da quella diagnosticata da Benjamin. Le assomiglia, certo: come assomiglia, a un padre guerriero, il figlio che (per sua fortuna) non ha dovuto mai sparare un colpo. È vero, siamo una generazione di <em>traumatizzati senza evento traumatico</em>: l’unica esperienza che conosciamo a menadito, l’unico evento che ci ha penetrati in modo capillare, che sappiamo riconoscere – e, ammettiamolo, apprezzare – in tutte le sue sfumature, è proprio l’inesperienza. Per usare la metafora di <strong>Andrea Bajani</strong>, il dente che ci duole davvero è quello che <em>ci hanno già tolto</em>: l’arto fantasma.<br />
È per questo che sempre più di frequente, nei decenni seguiti a quel versante immenso e crudele, gli scrittori si sono trasformati in reporter. Apro <em>Il poeta postumo</em> di <strong>Franco Cordelli</strong> appena riedito, prima pagina: «Il reportage rappresenta l’irruzione del dogmatismo nel processo di organizzazione della realtà e del lessico della realtà». Pare oggi, e invece sono passati esattamente trent’anni: già allora a discutere di «dogmatica dell’iper-realismo». Se «qui» non succede più niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze. Proprio come dice <strong>Daniele Giglioli</strong>: lo scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va <em>al posto nostro</em>. In questo senso non cambia (non cambia qualitativamente) se <em>va</em>, questo scrittore, sulle montagne dell’Afghanistan durante l’invasione sovietica, tra i camorristi che gestiscono i traffici del porto di Napoli, o a seguire Joyce (Michael Joyce) nel tour tennistico ATP. A spartiacque si possono indicare due libri degli anni Sessanta, <em>A sangue freddo</em> di <strong>Truman Capote</strong> e <em>Guerre politiche</em> di <strong>Goffredo Parise</strong> (uscito nel ’76 ma in gran parte scritto e pubblicato in precedenza). Ma erano più o meno gli stessi anni anche quando uscì quel film, <em>Mondo cane</em>, di <strong>Gualtiero Jacopetti</strong>: lì dentro, in fondo, c’erano già (al di là del valore specifico di ciascuno di loro) <strong>William Vollmann</strong> o <strong>Michel Houellebecq</strong>. Per non parlare di <strong>Jonathan Littell</strong>.<br />
Il punto è che tutto questo, in sé, non né un bene né un male. Il punto è <em>cosa succede</em> quando quello scrittore torna, e ci proietta l’horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeurs, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è <em>davvero </em>conoscitivo? <em>Incide </em>sulla nostra mente, come dice Laura Pugno? Ci scoperchia la testa, ci opera a cranio aperto? Sono risposte che può dare solo il singolo lettore, ogni volta che apre un libro. È per questo che mi sento di dar ragione soprattutto a <strong>Gabriele Pedullà</strong>, che una volta avrebbe rischiato di apparire tautologico nel richiamare gli scrittori all’agone con lo <em>stile</em>, a confrontarsi con quell’Altro, quell’oggetto alieno e minaccioso che è vicino, vicinissimo a loro e che, se non stanno attenti, è capace di strozzarli (come capitò a Mallarmé): la loro stessa lingua. Mentre oggi tale richiamo, ai più, appare un vezzo <em>rétro</em>.<br />
Dice bene <strong>Tommaso Ottonieri</strong>: la letteratura sconta un handicap, rispetto ad altre arti. Meno immediata, difficilmente ci metterà di fronte all’<em>astanza </em>del Reale. Provate a dire, di fronte a un <em>Sacco </em>di <strong>Burri</strong>, che «non è realistico»: <em>è lì</em>. La letteratura quel Reale lo può bensì rappresentare, cioè stare in suo luogo. Simboleggiarlo, allegorizzarlo, emblematizzarlo. La storia della letteratura è la storia dei progressivi allontanamenti e dei repentini avvicinamenti, a quel Tremendo: senza mai toccarlo <em>davvero</em>. Il che non toglie, però, che le foto di alcuni di quei safari effettivamente ci <em>tocchino</em>. Ma se lo fanno, spiace dover ribadire simili ovvietà, è per la loro qualità. Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a <em>Gomorra </em>di <strong>Matteo Garrone</strong>, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di <strong>Saviano</strong>. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente <em>ora</em>, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente <em>sempre</em>: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti.<br />
Piuttosto che l’11 settembre 2001 – massimo inganno dell’iper-realtà, il suo convincerci di non essere tale – forse un giorno, e più modestamente, vedremo una data epocale, per la letteratura, nel 12 settembre 2008. Se ha dimostrato qualcosa la morte di <strong>David Foster Wallace</strong> è che, moderni o postmoderni che si sia, scrivere e leggere può lasciarci perfettamente indifferenti o, al contrario, fare <em>un’enorme differenza</em>. Mi sono riletto quel che DWF scrisse di <strong>David Lynch</strong>, il cui «vero e unico obiettivo», secondo lui, era «entrarti nella testa». DWF era uno che sapeva spiegare le cose, e spiega benissimo <em>come </em>Lynch in effetti ci entri in testa. Naturalmente, così facendo c’è entrato anche lui, DWF. Con le sue euforie e i suoi ripiegamenti, con la malinconia impaurita di chi è sempre in fuga dal silenzio, col bruciore degli occhi ipercinetici quando sono stanchi, la sera. Con la tentazione di chiuderli, una buona volta, e mandare tutto al diavolo. Scrittore postmoderno? Facciamo scrittore, e basta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La rivincita dell’inatteso</strong></p>
<p>È come con la crisi finanziaria. Non si può dire non ce ne fossero indizi, eppure ha preso tutti di sorpresa. Anche in letteratura è successo un po’ lo stesso. Era un po’ che se ne stava lì in latenza, inibito, ogni tanto qualche timido tentativo di sortita. E poi, un giorno, eccolo improvvisamente tornato parola d’ordine. Quale? Il caro vecchio <em>realismo</em>, certo. L’industria culturale ha sempre bisogno di formule semplici da ridurre a slogan. È già pronta la saga: <em>Il ritorno del realismo</em>, Il realismo colpisce ancora, Il realismo contro tutti. Invocare il realismo – mai specificando di <em>quale realismo si tratti</em>, cioè di quale livello di realtà sia chiamato a dar conto – ha fatto sempre gioco alle rivincite del buon senso.<br />
Prima è venuto il cinema, rispolverando l’album di famiglia del neorealismo delle annate buone. Poi l’invasione degli scrittori, all’ammasso dell’eterna fame di <em>storie</em>, fame di identificazione, fame di <em>fatti</em>. Basta con l’autoreferenzialità, l’intellettualismo, il bellettrismo di modernità e posmodernità per una volta unite nell’esecrazione. La pressione sociale sugli autori è massima. Qualche indizio, a un livello un po’ più sofisticato? Qualche settimana fa a Sarzana <strong>Walter Siti</strong> legge un suo testo sul realismo, lo riprende «Il Foglio», gli rispondono <strong>Alfonso Berardinelli</strong> e altri. Poi la rivista «Allegoria» esce con un questionario sul tema <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>. Il postulato è che alla fine degli anni Novanta sia emersa una generazione di scrittori che «hanno sciolto il nodo delle ossessioni teoriche e autoreferenziali postmoderne come Alessandro il nodo di Gordio: tagliandolo». Il curatore dell’inchiesta, <strong>Raffaele Donnarumma</strong>, sa di usare a sua volta l’accetta ma non rinuncia a infarcire il suo intervento di slogan come i seguenti: questi scrittori riscoprono «personaggi credibili […]. Le loro storie vanno prese per buone, cioè per vere – anche se sappiamo bene che si tratta di finzioni»; bisogna «scavalcare la prigione del linguaggio». Punti di riferimento sono individuati nello stesso Siti, in <strong>Antonio Franchini</strong>, in <strong>Mauro Covacich</strong>, ovviamente in <strong>Roberto Saviano</strong>: il quale, brandendo lo stemma di Pasolini, «rivendica una parola diretta».<br />
Conosco Donnarumma, so che non è tipo da falò di Borges in piazza del Campo; però quando leggo che «il realismo è serietà del quotidiano» cioè una «misura di igiene», un certo sentore di <em>arte degenerata</em> non riesco a non avvertirlo. Più che altro mi pare strano questo discorso su una rivista che si chiama <em>Allegoria</em>. Se la pensano così, mi dico, dovrebbero cambiare nome in <em>Tautologia</em>. Poi però vedo che gli scrittori, a questo discorso, non ci stanno proprio. C’è chi è simpatico e chi decisamente meno, ma insomma «la fine del postmoderno è, in realtà, una ripresa lisergica del moderno e della storia, in un’assenza di dimensioni e appiattita sul presente» (<strong>Aldo Nove</strong>); «la vera resistenza oggi è nello stile» (<strong>Antonio Pascale</strong>)… <strong>Vitaliano Trevisan</strong> rivendica addirittura, impavido, la «fuga dalla realtà» (dato il contesto, lo abbraccerei). Certo, c’è <strong>Giuseppe Genna</strong> a spiegarci che «la letteratura è sempre fantastica», mentre per <strong>Nicola Lagioia</strong> «ogni romanzo che ha qualcosa da dire si occupa della realtà» (si vede che qualche tautologo c’è pure da queste parti).<br />
Non starò a ripetere il mantra di Barthes, Baudrillard, Gentile, Cabrini ecc. (Donnarumma – che come s’è visto propone categorie di radicale innovazione – avrebbe buon gioco a definirli «motivi francamente datati»), piuttosto prendo il numero di «Riga» che <strong>Marco Belpoliti</strong> e <strong>Marco Sironi</strong> hanno dedicato a <strong>Gianni Celati</strong>. Uno che non so quanto sia considerato serio e credibile, igienico poi… (però posso testimoniare che a 72 anni ha un aspetto invidiabilmente sano). Fra l’altro c’è un’intervista a Sarah Hill sul documentario (Celati da qualche anno sembra preferire la macchina da presa a quella da scrivere, i precedenti illustri com’è noto non mancano); mi spavento, mi dico, certo che se pure Celati si butta da questa parte siamo al regime, è di nuovo tempo di Ždanov… invece lo sguardo «documentaristico» dei grandi neorealisti, per lui, è la capacità di «guardare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento». In otto pagine d’intervista la parola <em>realtà </em>viene pronunciata cinque volte, e sempre in accezione negativa. All’inizio la «realtà» è quella guardata alla televisione negli Stati Uniti durante l’invasione dell’Iraq («una realtà tutta fatta di parole e decisa in partenza, che non doveva essere perturbata da niente»). Poi: «non credo che filmando il mondo esterno qualcuno mi documenti  la cosiddetta realtà. Mi mostra delle cose che esistono, ma non per questo evade dalla finzione. Una macchina da presa porta con sé tutto un modo di immaginare il mondo, e trasforma ogni cosa osservata» (ecco, è precisamente questo che mi succede quando leggo uno scrittore vero – più o meno celebre, sia egli Walter Siti o <strong>Paolo Nori</strong>, <strong>Franco Arminio</strong> o <strong>Leonardo Pica Ciamarra</strong> o, si vedrà fra poco, <strong>Francesco Pecoraro</strong> – che mi racconta <em>la sua realtà</em>). Al posto di realtà, parola equivoca fra tutte anche senza le virgolette di Nabokov, Celati preferisce usare una ben differente categoria, <em>contingenza</em>: «questa mi pare l’essenza stessa del documentario: l’esposizione all’inatteso, al fuori, a una situazione contingente che diventa come una dimensione esterna dell’inconscio», insomma «qualcosa che allarghi il pensiero». <em>Contingente</em>, <em>inatteso</em>, altre volte Celati ha predicato l’<em>impensato</em>. Sono tutte forme di contatto, nel suo stile certo, con quella cosa che <strong>Lacan </strong>chiamava <em>Reale</em>, di cui <strong>Hal Foster</strong> già a metà anni Novanta constatava il <em>ritorno </em>(sottotitolo: <em>L’avanguardia alla fine del Novecento</em>). Si capisce che non è ciò che già sappiamo; non è quello che ci hanno raccontato secoli di realismo. Senz’altro non ha niente a che fare con ciò che ci ammanniscono industrie culturali e uffici di propaganda. Al contrario è proprio quello che <em>ancora non sappiamo</em>. Che magari non avremmo alcuna intenzione di sapere. Ma che sta lì, sulla pagina. Se apri il libro, <em>quel </em>libro, lo sai che sei perduto. D’altra parte è proprio per questo che lo hai scelto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Reale, troppo reale</a></p>
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		<title>A cento passi dal Municipio</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 05:06:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Barbacetto</strong><br />
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/a-cento-passi-dal-municipio/">A cento passi dal Municipio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Barbacetto</strong><br />
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo li hanno fatti nell’hinterland e in altri centri della Lombardia, dove sono già entrati nei municipi. Comunque, a Milano e fuori, hanno già stretto buoni rapporti con gli uomini dei partiti.<br />
<span id="more-9400"></span><br />
«Milano è la vera capitale della ’Ndrangheta», assicura uno che se ne intende, il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, della Direzione nazionale antimafia. Ma anche Cosa nostra e Camorra si danno fare sotto la Madonnina. E la politica? Non crede, non vede, non sente. Quando parla, nega che la mafia ci sia, a Milano. Ha rifiutato, finora, di creare una commissione di controllo sugli appalti dell’Expo. Eppure le grandi manovre criminali sono già cominciate.</p>
<p>Ne sa qualcosa Vincenzo Giudice, Forza Italia, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Incontri, riunioni, brindisi, cene elettorali, in cui sono stati coinvolti anche Paolo Galli, Forza Italia, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. E Massimiliano Carioni, Forza Italia, assessore all’edilizia di Somma Lombardo, che il 14 aprile 2008 è eletto alla Provincia di Varese con oltre 4 mila voti: un successo che fa guadagnare a Carioni il posto di capogruppo del Pdl nell’assemblea provinciale. Ma è Cinque, il boss, che se ne assume (immotivatamente?) il merito, dopo aver mobilitato in campagna elettorale la comunità calabrese.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Loris Cereda, Forza Italia, sindaco di Buccinasco (detta Platì 2), che non trova niente di strano nell’ammettere che riceveva in municipio, il figlio del boss Domenico Barbaro. Lui, detto l’Australiano, aveva cominciato la carriera negli anni 70 con i sequestri di persona e il traffico di droga. I suoi figli, Salvatore e Rosario, sono trentenni efficienti e dinamici, si sono ripuliti un po’, hanno studiato, sono diventati imprenditori, fanno affari, vincono appalti. Settore preferito: edilizia, movimento terra. Ma hanno alle spalle la ’ndrina del padre. Cercano di non usare più le armi, ma le tengono sempre pronte (come dimostrano alcuni bazooka trovati a Buccinasco). Non fanno sparare i killer, ma li allevano e li allenano, nel caso debbano servire. Salvatore e Rosario, la seconda generazione, sono arrestati a Milano il 10 luglio 2008. Eppure il sindaco Cereda non prova alcun imbarazzo.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Alessandro Colucci, Forza Italia, consigliere regionale della Lombardia. «Abbiamo un amico in Regione», dicevano riferendosi a lui due mafiosi (intercettati) della cosca di Africo, guidata dal vecchio patriarca Giuseppe Morabito detto il Tiradritto. A guidare gli affari, però, è ormai il rampollo della famiglia, Salvatore Morabito, classe 1968, affari all’Ortomercato e night club («For a King») aperto dentro gli edifici della Sogemi, la società comunale che gestisce i mercati generali di Milano. È lui in persona a partecipare a una cena elettorale in onore dell’«amico» Colucci, grigliata mista e frittura, al Gianat, ristorante di pesce. Appena in tempo: nel maggio 2007 viene arrestato nel corso di un’operazione antimafia, undici le società coinvolte, 220 i chili di cocaina sequestrati.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Emilio Santomauro, An poi passato all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano, ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex presidente della Sogemi: oggi è sotto processo con l’accusa di aver fatto da prestanome a uomini del clan Guida, camorristi con ottimi affari a Milano. Indagato per tentata corruzione nella stessa inchiesta è Francesco De Luca, Forza Italia poi passato alla Dc di Rotondi, oggi deputato della Repubblica: a lui un’avvocatessa milanese ha chiesto di darsi da fare per «aggiustare» in Cassazione un processo ai Guida.</p>
<p>Ne sa qualcosa, naturalmente, anche Marcello Dell’Utri, inventore di Forza Italia e senatore Pdl eletto a Milano. La condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa si riferisce ai suoi rapporti con Cosa nostra, presso cui era, secondo la sentenza, ambasciatore per conto di «un noto imprenditore milanese». Ma ora una nuova inchiesta indaga anche sui suoi rapporti con la ’Ndrangheta: un altro imprenditore, Aldo Miccichè, trasferitosi in Venezuela dopo aver collezionato in Italia condanne a 25 anni per truffa e bancarotta, lo aveva messo in contatto con la famiglia Piromalli, che chiedeva aiuto per alleggerire il regime carcerario al patriarca della cosca, Giuseppe, in cella da anni. Alla vigilia delle elezioni, Miccichè prometteva a Dell’Utri un bel pacchetto di voti, ma chiedeva anche il conferimento di una funzione consolare, con rilascio di passaporto diplomatico, al figlio del boss, Antonio Piromalli, classe 1972, imprenditore nel settore ortofrutticolo con sede dell’azienda all’Ortomercato di Milano. Sentiva il fiato degli investigatori sul collo, Antonio. Infatti è arrestato a Milano il 23 luglio, di ritorno da un viaggio d’affari a New York. È accusato di essere uno dei protagonisti della faida tra i Piromalli e i Molè, in guerra per il controllo degli appalti nel porto di Gioia Tauro e dell’autostrada Salerno-Reggio.</p>
<p>Qualcuno si è allarmato per questa lunga serie di relazioni pericolose tra uomini della politica e uomini delle cosche? No. A Milano l’emergenza è quella dei rom. O dei furti e scippi (che pure le statistiche indicano in calo). La mafia a Milano non esiste, come diceva già negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri. Che importa che la cronaca, nerissima, della regione più ricca d’Italia metta in fila scene degne di Gomorra?</p>
<p>A Besnate, nei pressi di Varese, a luglio il capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato davanti al municipio e si è trascinato, ferito, fin dentro l’ufficio dell’anagrafe, lasciando una scia di sangue sulle scale. Una settimana prima, una bottiglia molotov aveva incendiato l’auto del dirigente dell’ufficio tecnico di un Comune vicino, Lonate Pozzolo. Negli anni scorsi, proprio tra Lonate e Ferno, paesoni sospesi tra boschi, superstrade e centri commerciali, sono state ammazzate quattro persone di origine calabrese. Giuseppe Russo, 28 anni, è stato freddato mentre stava giocando a videopoker in un bar: un killer con il casco in testa, appena sceso da una moto, gli ha scaricato addosso quattro colpi di pistola. Alfonso Muraro è stato invece crivellato di colpi mentre passeggiava nella via principale del suo paese affollata di gente. Francesco Muraro, suo parente, un paio d’anni prima era stato ucciso e poi bruciato insieme alla sua auto.</p>
<p>L’ultimo cadavere è stato trovato la mattina di sabato 27 settembre in un prato di San Giorgio su Legnano, a nordovest di Milano: Cataldo Aloisio, 34 anni, aveva un foro di pistola che dalla bocca arrivava alla nuca. A 200 metri dal cadavere, la nebbiolina di primo autunno lasciava intravedere il cimitero del paese, in cui riposa finalmente in pace, benché con la faccia spappolata, Carmelo Novella, che il 15 luglio scorso era stato ammazzato in un bar di San Vittore Olona con tre colpi di pistola in pieno viso.</p>
<p>Milano, Lombardia, Nord Italia. È solo cronaca nera? No, Gomorra è già qua. Ma i politici, gli imprenditori, la business community, gli intellettuali, i cittadini non se ne sono ancora accorti.</p>
<p>via <a href="http://circolopasolini.splinder.com/post/18666503">Circolo Pasolini</a></p>
<p>articolo pubblicato su L&#8217;Unità del 10 ottobre 2008</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/a-cento-passi-dal-municipio/">A cento passi dal Municipio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Saviani</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 05:37:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.riccardoorioles.org/">Riccardo Orioles</a></strong></p>
<p>Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n&#8217;è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/23/saviani/">Saviani</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.riccardoorioles.org/">Riccardo Orioles</a></strong></p>
<p>Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n&#8217;è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d&#8217;anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all&#8217;Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l&#8217;hanno licenziato in quanto &#8220;giornalista pacifista&#8221;. Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.<br />
<span id="more-9930"></span>Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.</p>
<p>Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.</p>
<p>Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po&#8217; più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E&#8217; da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.</p>
<p>Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell&#8217;inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent&#8217;anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell&#8217;inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E&#8230; Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un&#8217;idea ve la siate fatta. C&#8217;è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro &#8211; seri e professionali &#8211; redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po&#8217;. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto &#8211; fra giornalisti &#8220;alti&#8221; e politici &#8211; se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell&#8217;antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.</p>
<p>Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s&#8217;interessava davvero, se l&#8217;è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l&#8217;industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che &#8211; poiché l&#8217;industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti &#8220;sovversivi&#8221; &#8211; un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un&#8217;imprenditoria un po&#8217; più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.</p>
<p>Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il &#8220;sistema&#8221;. Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione &#8220;alta&#8221;, &#8220;culturale&#8221;; non solo &#8220;giornalismo&#8221; ma anche, e contemporaneamente, &#8220;letteratura&#8221;. (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d&#8217;anni non occorreranno più). Dove &#8220;letteratura&#8221; non è l&#8217;abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.</p>
<p>Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di &#8220;sistema&#8221;, anziché di semplice (folkloristica) &#8220;camorra&#8221; è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L&#8217;aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla &#8220;mafia&#8221; ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e &#8220;letteratura&#8221;, che è forse l&#8217;aspetto più &#8220;scandaloso&#8221; (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola.</p>
<p>Le &#8220;scoperte&#8221; di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell&#8217;estraneità e indifferenza dell&#8217;industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l&#8217;industria culturale. Che tuttavia non l&#8217;ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell&#8217;humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.</p>
<p>Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti (&#8220;siamo&#8221; qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo &#8220;sistema&#8221; e avrà l&#8217;orgoglio di avervi contribuito: non &#8211; poveramente &#8211; da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.</p>
<p><em>Tratto da <strong>La Catena di San Libero</strong> n. 373 del 22 ottobre 2008</em></p>
<p><em>La &#8220;Catena di San Libero&#8221; è una e-zine gratuita, indipendente e senza fini di  lucro. Viene inviata gratuitamente a chi ne fa richiesta. Per riceverla, o farla  ricevere da amici, basta scrivere a: <a href="mailto:riccardoorioles@gmail.com"> riccardoorioles@gmail.com</a>.<br />
La &#8220;Catena&#8221; esce dal 1999. L&#8217;autore è un giornalista professionista  indipendente.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/23/saviani/">Saviani</a></p>
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		<title>Fuori luogo (la parola, il pharmakon)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 16:16:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe D&#8217;Avanzo</strong></p>
<p>&#8220;Andrò via dall&#8217;Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà&#8230;&#8221;, dice Roberto Saviano. &#8220;Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/fuori-luogo-la-parola-il-pharmakon/">Fuori luogo (la parola, il pharmakon)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe D&#8217;Avanzo</strong></p>
<p>&#8220;Andrò via dall&#8217;Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà&#8230;&#8221;, dice Roberto Saviano. &#8220;Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido &#8211; oltre che indecente &#8211; rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. &#8216;Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l&#8217;odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri &#8211; oggi qui, domani lontano duecento chilometri &#8211; spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me&#8221;. <span id="more-9601"></span></p>
<p>La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d&#8217;animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, <em>Gomorra</em>. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un&#8217;imprevedibile popolarità, dall&#8217;odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall&#8217;invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia &#8211; e non il dolore &#8211; accresce la vita di un uomo. &#8220;Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all&#8217;anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, &#8220;usarmi&#8221;. E&#8217; come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell&#8217;attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell&#8217;energia sociale che &#8211; come un&#8217;esplosione, come un sisma &#8211; ha imposto all&#8217;agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E&#8217; la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono&#8230;. I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E&#8217; una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?&#8221;.</p>
<p>Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E&#8217; poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l&#8217;autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l&#8217;esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.<br />
E&#8217; poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l&#8217;ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l&#8217;inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai &#8220;sudditi&#8221; che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.</p>
<p>Lo sento addosso come un cattivo odore l&#8217;odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: &#8220;Saviano è un uomo di merda&#8221;. Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l&#8217;onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: &#8220;Saviano è un ricchione&#8221;. No, dicono, si è arricchito. Quell&#8217;infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell&#8217;esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell&#8217;infame ha scritto il libro. E quest&#8217;argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l&#8217;intera comunità può liberarsi della malattia che l&#8217;affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell&#8217;inciviltà e dell&#8217;impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E&#8217; il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l&#8217;informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano &#8211; ne ammazzarono cinque &#8211; finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D&#8217;Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro &#8211; soltanto un libro &#8211; potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L&#8217;ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli &#8211; come li hanno i miei &#8220;angeli custodi&#8221;, ognuno di loro non ne ha meno di tre &#8211; avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo &#8211; lo so &#8211; ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest&#8217;ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: &#8220;Robe&#8217;, tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là&#8221;".</p>
<p>A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano &#8211; quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, &#8220;per il momento&#8221;, di scrivere per noi le sue parole necessarie &#8211; sono sempre di più un affare della democrazia italiana.<br />
La sua vita disarmata &#8211; o armata soltanto di parole &#8211; è caduta in un&#8217;area d&#8217;indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;">(F</span></span>onte: <a href="http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/camorra-3/lascio-italia/lascio-italia.html">La Repubblica</a> del 15 ottobre 2008)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/fuori-luogo-la-parola-il-pharmakon/">Fuori luogo (la parola, il pharmakon)</a></p>
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		<title>Lettera alla mia terra</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 13:14:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p><em></em></p>
<p>I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un&#8217;anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/lettera-a-gomorra/">Lettera alla mia terra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><em></em></p>
<p>I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un&#8217;anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d&#8217;Europa. Se la racconteranno così.</p>
<p>Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all&#8217;impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all&#8217;improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.<span id="more-8687"></span></p>
<p>E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com&#8217;è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l&#8217;amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, &#8220;così è sempre stato e sempre sarà così&#8221;?</p>
<p>Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient&#8217;altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire &#8220;non faccio niente di male, sono una persona onesta&#8221; per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull&#8217;anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?</p>
<p>Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d&#8217;azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d&#8217;Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.</p>
<p>Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e&#8217; mezzanotte.</p>
<p>Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l&#8217;aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l&#8217;autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.</p>
<p>Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l&#8217;unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l&#8217;unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.</p>
<p>Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al &#8220;Roxy bar&#8221;, uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l&#8217;anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.</p>
<p>L&#8217;11 luglio uccidono al Lido &#8220;La Fiorente&#8221; di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all&#8217;aperto del &#8220;Bar Kubana&#8221; e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al &#8220;Bar Freedom&#8221; di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.</p>
<p>Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.</p>
<p>Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.</p>
<p>Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d&#8217;ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria &#8220;Ob Ob Exotic Fashion&#8221; di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.</p>
<p>Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n&#8217;è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.</p>
<p>Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l&#8217;opinione pubblica che girava questa &#8220;paranza di fuoco&#8221;. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno.</p>
<p>Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d&#8217;alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.</p>
<p>Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell&#8217;Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.</p>
<p>Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l&#8217;ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell&#8217;abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.</p>
<p>I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.</p>
<p>E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani &#8211; e fra questi nessuno viene dalla Nigeria &#8211; colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev&#8217;esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.</p>
<p>I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti &#8220;trafficanti&#8221; come furono &#8220;camorristi&#8221; Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.</p>
<p>Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco &#8220;Sandokan&#8221; Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.</p>
<p>Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.</p>
<p>Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c&#8217;è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d&#8217;Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli?</p>
<p>È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.</p>
<p>Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un&#8217;enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: &#8220;Quello s&#8217;è fatto i soldi&#8221;. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?</p>
<p>Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all&#8217;84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l&#8217;Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all&#8217;anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com&#8217;è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com&#8217;è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.</p>
<p>Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l&#8217;ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l&#8217;arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po&#8217; nervoso, un po&#8217; triste e soprattutto solo.</p>
<p>Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti.</p>
<p>Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c&#8217;era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.</p>
<p>Cos&#8217;ha fatto Carmelina, cos&#8217;hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l&#8217;autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?</p>
<p>Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c&#8217;è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.</p>
<p>E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c&#8217;è ordine, che almeno c&#8217;è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell&#8217;unico mondo possibile sicuramente.</p>
<p>Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c&#8217;è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.</p>
<p>La Calabria ha il Pil più basso d&#8217;Italia ma &#8220;Cosa Nuova&#8221;, ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.</p>
<p>Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L&#8217;alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.</p>
<p>Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l&#8217;isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.</p>
<p>&#8220;Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?&#8221;, domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljo?a. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo?</p>
<p>Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un&#8217;altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c&#8217;è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l&#8217;atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l&#8217;anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.</p>
<p>Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l&#8217;abitudine. Abituarsi che non ci sia null&#8217;altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.</p>
<p>Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio.</p>
<p>Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l&#8217;immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.</p>
<p><em>Copyright 2008 by Roberto Saviano<br />
Published by arrangement of Roberto Santachiara Literary Agency<br />
</em></p>
<p><em>Articolo originale </em><em>pubblicato su <a href="http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/saviano-omerta/saviano-omerta.html">La Repubblica del 22 settembre 2008</a>. </em><a href="http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/saviano-omerta/saviano-omerta.html"><br />
</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/lettera-a-gomorra/">Lettera alla mia terra</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gomorra, o Dell&#8217;agenda dei delitti e delle pene</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 04:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p><strong>Scena 1.</strong> Nell’ufficio direzionale di una fabbrica del Nord-est. L’imprenditore e l’intermediario della camorra, lo “stakeholder”. Trattano. Sul servizio di smaltimento dei rifiuti industriali dell’azienda. Lo stakeholder offre un prezzo ridotto alla metà rispetto a quelli di mercato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/05/gomorra-o-dellagenda-dei-delitti-e-delle-pene/">Gomorra, o Dell&#8217;agenda dei delitti e delle pene</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p><strong>Scena 1.</strong> Nell’ufficio direzionale di una fabbrica del Nord-est. L’imprenditore e l’intermediario della camorra, lo “stakeholder”. Trattano. Sul servizio di smaltimento dei rifiuti industriali dell’azienda. Lo stakeholder offre un prezzo ridotto alla metà rispetto a quelli di mercato. Per il servizio completo: certificazioni, stoccaggio e trasporto. Prova a specificare che tutto finirà nelle discariche di Marcianise, in provincia di Caserta, comune in provincia. L’imprenditore lo stoppa. A lui non interessa dove e come. Gli interessa solo che sia “<em>tutto clean, come dicono gli americani</em>”. L’affare è fatto.<span id="more-6007"></span></p>
<p><strong>Scena 2. </strong>Nella discarica di Marcianise. Una lunga fila di camion. Carichi di ogni tipo di rifiuti, di veleni industriali. Del nord-est, probabilmente. Alcuni stanno scaricando, altri aspettano il loro turno. Durante le operazioni di scarico, si apre un fusto. Il contenuto finisce sull’autista del mezzo. Si ustiona. Si copre di piaghe. Tutti gli altri autisti scoprono solo allora cosa trasportavano. Si rifiutano di proseguire le operazioni. Bisogna assolutamente scaricare i camion che sono ancora in fila. Ma è un’attività chiaramente rischiosissima. Lo stakeholder ha un’idea. Va a prelevare col suo prepotente suv cinque ragazzini della zona. Evidentemente provenienti da famiglie male in arnese. Li fa salire sui camion. Gli fa mettere i cuscini del suv sotto il culo, perché se no non arrivano alla pedaliera. Gli fa portare i camion in fondo alla discarica. Gli fa respirare i veleni del carico. Gli fa rischiare sul momento quello che è capitato all’autista. Molto peggio, di lì a qualche anno. Per qualche decina di euro a testa.</p>
<p><strong>Scena 3.</strong> Arriva la polizia. Vengono tutti arrestati. Anche lo stakeholder. Il pm gli contesta il reato di traffico di rifiuti. È un reato serio. Un delitto. L’unico in materia ambientale. Rischia fino a sei anni di reclusione. Otto, se c’erano anche rifiuti radioattivi. Ma lo stakeholder è incensurato. Ottiene subito gli arresti domiciliari dal gip. Poi la libertà piena dal tribunale della libertà. Non a caso si chiama così. Manca la prova del reato di traffico a carico dello stakeholder, dice il tribunale. Al massimo, si può ipotizzare il reato di discarica abusiva. Ma è una contravvenzione, non un delitto. Non si possono applicare misure cautelari per una contravvenzione. Non la custodia in carcere. Neanche i domiciliari. Niente. Non è mica un rom, lo stakeholder.</p>
<p><strong>Scena 4.</strong> Tribunale di Caserta. Il processo. Ultima udienza. Sei anni dopo. È solo il primo grado. Il delitto di traffico illecito di rifiuti è caduto per strada. Non c’era proprio la prova. Se ne fa una ragione anche il bravo pm. Resta in piedi solo il reato di discarica abusiva. La contravvenzione. Come fosse un divieto di sosta. “…. <em>in buona sostanza, io ritengo che a carico del mio assistito non vi sia la prova del reato per cui è processo. Comunque, la discarica abusiva è una contravvenzione, non un delitto. Dunque, quand’anche l’Eccellentissimo Tribunale dovesse ritenerla provata, è ampiamente estinta per prescrizione, essendo decorsi ormai sei anni dal tempus commissi delicti. In buona sostanza, chiedo che l’Eccellentissimo Tribunale mandi assolto l’imputato da tutti gli addebiti a lui ascritti con la formula più ampia. In via gradata, chiedo dichiararsi il non doversi procedere per intervenuta prescrizione.</em>” È sempre buona la sostanza dei difensori degli stakeholders. L’Eccellentissimo Tribunale non può non condividerla, almeno nella parte “gradata”. “<em>In nome del popolo italiano, il Tribunale, visti gli artt. 531 e 129 c.p.p., dichiara non doversi procedere a carico dell’imputato in quanto il reato a lui ascritto è estinto per intervenuta prescrizione.</em>”</p>
<p>Le prime due scene, come sarà risultato chiaro, sono tratte dall’ultimo capolavoro del neorealismo cinematografico italiano, “Gomorra”, di Matteo Garrone, da pochissimi giorni nelle sale, nel quale l’immenso Toni Servillo interpreta da par suo lo stakeholder; film, a sua volta, tratto dall’altro mirabile esempio omonimo di letteratura del reale di Roberto Saviano.</p>
<p>Le altre due scene costituiscono un’ipotetica prosecuzione della storia narrata da Saviano; prosecuzione ancor meno immaginaria del pur realistico e realissimo romanzo – saggio del giovane e talentuoso scrittore, alla stregua di quello che accade quotidianamente nelle aule di giustizia di questo paese in materia di “reati ambientali”.</p>
<p>Un anno fa il Consiglio dei ministri allora in carica approvava un disegno di legge che predisponeva una bozza di reati contro l’ambiente da inserire nel codice penale. Quei reati, secondo il testo governativo, sarebbero finalmente stati qualificati come delitti.</p>
<p>Quel governo si è ormai estinto e con lui, pare, anche quel progetto legislativo, una tra le non numerosissime iniziative per cui quell’esecutivo potrebbe addirittura farsi rimpiangere dai cittadini di buona e Costituzionale volontà.</p>
<p>Se, infatti, il bilancio consuntivo in termini di produzione normativa, il che vuol dire il bilancio politico-culturale, di quella maggioranza parlamentare è, eufemisticamente, a luci ed ombre, presentando condivisibili iniziative legislative, come quella su citata, insieme ad altre, peraltro largamente maggioritarie, assai meno encomiabili (per continuare con le litoti), come i vari “pacchetti sicurezza”, il bilancio preventivo dell’attuale unanimità dell’assemblea legislativa nazionale si prospetta, a suo modo, decisamente più chiaro: sono rimaste solo le ombre. </p>
<p>Tali e tante che ormai hanno completamente avvolto quella che un tempo si definiva opposizione parlamentare e che oggi, ovviamente, gli stessi “principali esponenti dello schieramento avverso a quello che ha vinto”, restando seri, hanno chiamato “governo – ombra”. </p>
<p>A chiarire definitivamente, laddove mai ve ne fosse stato ancora bisogno per taluno, che la prospettiva “di schieramento” (absit iniuria verbis) oggi al massimo può oscillare tra un governo in luce ed un governo-ombra. </p>
<p>Quanto i due schieramenti siano oggi sostanzialmente sovrapponibili, con la dialettica parlamentare maggioranza – opposizione desolantemente degradata ad un gioco di ombre cinesi, lo si constata proprio sulla questione più illuminante dello stato di salute democratica di un paese appena al di qua dell’Oceania di orwelliana memoria: “l’agenda”, ossia la scala di priorità politico-economiche e socio-politico-culturali propria di ogni parte politica, destinate poi a tradursi in concreti provvedimenti legislativi o, quantomeno, in proposte di testi legislativi quando non si hanno i numeri parlamentari per far diventare, per l’appunto, quelle priorità provvedimenti di legge. </p>
<p>In pratica, compilare l’agenda vuol dire scegliere se far diventare un’emergenza nazionale gli stakeholders o i rom; scegliere se adottare tutti gli strumenti utili per provare a tutelare quello che resta dell’ambiente di Marcianise, di Caserta, di Acerra ecc.…. e della salute pubblica ed individuale delle relative popolazioni dai sistematici, esiziali attentati degli intermediari in doppiopetto grigio della camorra, oppure se usare tutti gli strumenti idonei ad attizzare le più isteriche e carognesche paure del debordante ventre flaccido di questo paese (al cui interno, ovviamente, fanno gran bella mostra di sé larghe fette proprio delle popolazioni il cui territorio e la cui salute pubblica sono più massacrate dalle mafie, come insegna il caso di Ponticelli), canalizzandole verso bersagli sociali ed umani sempre accuratamente scelti tra i più facili e fragili. </p>
<p>Decidere se è più urgente inserire nel codice penale norme che garantiscano un minimo di serietà, prim’ancora che di efficacia, nella repressione di reati dal devastante impatto socio-ambientale, come quello di discarica abusiva, oppure varare l’ennesimo strillato “pacchetto sicurezza” destinato solo a saziare nell’immediato le foie di gogne e di roghi delle maggioranze rancorose delle nostre città, prive solo di decoro individuale e di etica pubblica, producendo un pò di dolore sociale in più a carico di persone prive di tutto fuorché di dolore, sociale ed individuale.</p>
<p>Ma la questione è già ampiamente risolta; la priorità nettamente individuata, l’agenda non solo scritta, ma incisa nelle tavole della legge penale propugnata e praticata come ramazza sociale, buono a ripulire la società dalle figure più brutte e sporche, non certo dai figuri più cattivi e nocivi.</p>
<p>Legge penale fondata sul principio della molestia percepita, non su quello dell’offesa effettiva; alla faccia dell’abc del diritto penale di uno stato di diritto, prim’ancora che di uno stato democratico. </p>
<p>Occorrerebbe qualche allievo appena men che sciocco e servile che si rifiutasse, con un sussulto di dignità, di continuare a scrivere quell’agenda infame sotto la dettatura dei maestri bipartisan (cupi o macchiettistici che siano) tanto della paura dei falsi pericoli quanto dell’oblio, quando non proprio della connivenza con i nemici veri della società. </p>
<p>Occorrerebbe un’opposizione neanche necessariamente di sinistra, anche solo democratica, consapevole, se non proprio orgogliosa, del proprio ruolo democraticamente vitale e vivificante.</p>
<p>Tutto quel che abbiamo, invece, è un governo-ombra; un’opposizione di ombre cinesi, per l’appunto, che vengono ingigantite ed animate solo perché un ininterrotto, abbacinante fascio di luce le proietta con ossessiva frequenza sugli schermi a reti unificate. </p>
<p>A coloro che ancora, inspiegabilmente, non si rassegnano all’idea di veder da un lato demonizzare e deportare centinaia di uomini, donne e bambini, colpevoli solo di vivere in roulottes e di vestire stracci, e dall’altro di veder assolvere, quando non omaggiare, feroci criminali, innocenti solo perché girano in suv e vestono Prada, non basterà solo scegliere spettacoli alti e nobili, come il film dal quale sono partite queste note, al posto di qualsiasi altra insulsa esibizione di ombre cinesi, delle quali i mezzi d’intossicazione di massa, anche qui senza distinzioni di “appartenenza”, sono ricolmi: essi dovranno rassegnarsi all’idea di abbandonare il ruolo di spettatori.</p>
<p style="text-align: right;"><small>Fasano, 19/5/2008</small> </p>
<p style="text-align: right;"><small><strong>« </strong><em>Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l&#8217;uno dall&#8217;altro e non vivono soli&#8230;</em></small></p>
<p style="text-align: right;"><small><em>a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.</em></p>
<p><em>Dall&#8217;età del livellamento, dall&#8217;età della solitudine, dall&#8217;età del Grande Fratello, dall&#8217;età del Bipensiero&#8230; tanti saluti!</em><strong> » </strong></p>
<p></small>
</p>
<p style="text-align: right;"><small><strong> ( Winston Smith, 1984)</strong></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/05/gomorra-o-dellagenda-dei-delitti-e-delle-pene/">Gomorra, o Dell&#8217;agenda dei delitti e delle pene</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un, deux, mille plateaux &#8211; Gomorra e dintorni</title>
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		<pubDate>Sun, 18 May 2008 10:08:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/lev_pistola_telecomando_01.jpg'></a><br />
<strong>GOMORRA</strong><br />
REGIA: Matteo Garrone<br />
SCENEGGIATURA: Maurizio Braucci; Ugo Chiti; Gianni Di Gregorio; Matteo Garrone; Massimo Gaudioso; Roberto Saviano<br />
ATTORI: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster<br />
DURATA: 135 Min</p>
<p>Recensione di <a href="http://movies-home.blogspot.com/2008/05/gomorra-matteo-garrone.html">Domenico Gullia</a><br />
<strong>&#8220;È ora di smetterla di fare film che parlano di politica.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/18/un-deux-mille-plateaux-gomorra-e-dintorni/">Un, deux, mille plateaux &#8211; Gomorra e dintorni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/lev_pistola_telecomando_01.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/lev_pistola_telecomando_01-300x210.jpg" alt="" title="lev_pistola_telecomando_01" width="300" height="210" class="alignnone size-medium wp-image-5941" /></a><br />
<strong>GOMORRA</strong><br />
REGIA: Matteo Garrone<br />
SCENEGGIATURA: Maurizio Braucci; Ugo Chiti; Gianni Di Gregorio; Matteo Garrone; Massimo Gaudioso; Roberto Saviano<br />
ATTORI: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster<br />
DURATA: 135 Min</p>
<p>Recensione di <a href="http://movies-home.blogspot.com/2008/05/gomorra-matteo-garrone.html">Domenico Gullia</a><br />
<strong>&#8220;È ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico.</strong>&#8221; (Jean-Luc Godard)<br />
Il cinema è il mezzo attraverso il quale si consumano le più grandi vendette. Charlot che si riprende i baffetti rubatigli da Hitler ne &#8220;il grande dittatore&#8221; o, in tempi recenti, Jesse James che si riprende la vita sottrattagli dal codardo Robert Ford. In &#8220;Gomorra&#8221; il cinema si riappropria dell&#8217;immaginario &#8220;sequestratogli&#8221; dalla malavita.</p>
<p>&#8220;<em>Primo passo: Hitler prende a Charlot i baffetti. Secondo round: Charlot si riprende i baffetti, ma questi baffetti non sono più soltanto dei baffetti alla Charlot, sono diventati, nel frattempo, dei baffetti alla Hitler. Riprendendoseli, Charlot conservava dunque un&#8217;ipoteca sull&#8217;esistenza stessa di Hitler. Con essi, si portava dietro quell&#8217;esistenza, disponendone a guisa.</em>&#8221; (1)<br />
<span id="more-5940"></span></p>
<p>La criminalità ha scippato al cinema la rappresentazione spettacolarizzata del crimine stesso. Personaggi tarantiniani, scorsesiani, depalmiani (2) appartenti all&#8217;immaginario vengono emulati da personaggi decisamente pù reali (banalmente: che uccidono sul serio). Il gesto spettacolare del cinema diventa parte integrante della quotidianità malavitosa. Le gesta quotidiano/malavitose tornano però a divenire cinema in &#8220;Gomorra&#8221;, come se i personaggi che si muovono nello spazio filmico si fossero impossessati dell&#8217;esistenza delle persone in carne ed ossa. La strategia è semplice: (ri)prendere il ladro con le mani nel sacco. Due ragazzi vengono ripresi mentre imitano Tony Montana: vogliono impossessarsi delle sue gesta. Ma la macchina da presa gioca loro un brutto scherzo: si impossessa a sua volta delle loro. Ciò che in principio era &#8220;spettacolo&#8221; ora è tornato ad esserlo. Imitare azioni facenti parte dell&#8217;universo cinematografico davanti ad una mdp è semplicemente fornire nuova &#8220;linfa spettacolare&#8221; a quell&#8217;universo. Anziché &#8220;sottrarre&#8221;, i due, &#8220;aggiungono&#8221;.<br />
Il cinema è capace di riprendersi, con forza, la fetta di immaginario che gli spetta. &#8220;Diamo al cinema quel che è del cinema&#8221;, verrebbe da dire.<br />
Quello di Garrone è un film tremendamente sineddotico. Dalle pagine roventi/dolenti di Saviano vengono estratte le storie più &#8220;basse&#8221;, ossia quelle che ritraevano i meccanismi della camorra attraverso le azioni dei malviventi (e non&#8230;) situati in basso nella struttura piramidale mafiosa. Questo non getta uno sguardo parziale sull&#8217;organizzazione, anzi, la sua struttura viene &#8220;colta&#8221; per intero a partire dalle sue componenti &#8220;marginali&#8221;. Come la nave, inizialmente descritta attraverso la vela e infine sostituita dalla stessa. La vela, così come colui che porta la mesata alle famiglie dei carcerati, il giovanissimo affiliato alla camorra, lo [flessione delle dita] smaltitore di rifiuti e gli scarface-boy, è parte di un tutto decisamente più grande, una parte talmente vitale per la struttura che aiuta a &#8220;galleggiare&#8221; (nave/camorra) che gettare uno sguardo profondo su di essa significa cogliere la &#8220;nave&#8221; nella sua interezza.</p>
<p>Il grande merito di Garrone è quello di aver sottratto alle pagine di &#8220;Gomorra&#8221; lo sguardo di Saviano (il libro è un po&#8217; come una ripresa in soggettiva, un qualcosa di &#8220;partecipativo&#8221;) per poi trascinare la sua &#8220;identità&#8221; registica all&#8217;interno delle pagine-fattesi-immagine. Pagine sostituite con spazi da &#8220;interrogare&#8221; con il massimo strumento morale: l&#8217;inquadratura. Garrone non giudica le azioni ma le scruta, e non potrebbe essere altrimenti.<br />
&#8220;Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E&#8217; assurdo che un regista debba spiegarne il significato a parole. Il mondo creato nel film è un prodotto della fantasia e talvolta le persone amano entrarci. Per loro quel mondo è reale. [...]</p>
<p>Qualcuno potrebbe sostenere di non capire la musica; però la maggior parte delle persone la sperimenta a livello emotivo e sarebbe d&#8217;accordo nel ritenerla un concetto astratto. Non si ha bisogno di tradurla subito in parole: si ascolta e basta. Il cinema assomiglia tantissimo alla musica.&#8221; (3)<br />
Ascoltare e basta, lasciare che l&#8217;inquadratura si compia prima di porsi degli interrogativi. Non interrompere il flusso emotivo. Educazione all&#8217;immagine. Capacità di usare i neuroni solo quando serve. Le domande &#8220;immediate&#8221; non servono a nulla, urge avere pazienza, lasciare che l&#8217;immagine si &#8220;sedimenti&#8221;.<br />
Questo per dirvi che ho letto da qualche parte qualcuno lamentarsi di una cosa secondo me molto superficiale: Scarlett Johansson che ha sostituito l&#8217;Angelina Jolie del libro. La domanda immediata, quella da evitare è: &#8220;ma nel libro non era la Jolie?&#8221;, è troppo superficiale, non possiamo permettercela davanti all&#8217;immagine. Se solo si avesse la pazienza di aspettare giungerebbero interrogativi molto più profondi e necessari: &#8220;Quale dolore può essere così forte da non permetterti nemmeno di piangere? La consapevolezza del non riconoscimento? Una vita di sacrifici ripagata con l&#8217;umiliazione televisiva?&#8221;. Lì, davanti a noi, uno dei migliori sarti al mondo vede l&#8217;opera del suo lavoro indossato da una diva [in tv], cosa diamine ce ne frega di chi sia la diva?</p>
<p>Garrone qui, secondo me, ha girato una delle sequenze più belle e al contempo laceranti viste di recente. Non un commento, solo lo sguardo del sarto che si dirige verso il suo camion. Un&#8217;ellissi sonora stupefacente, ciò che sta accadendo è chiaro, come dice Lynch non vi è alcun bisogno di spiegarlo a parole. Quello che ci offre Garrone però è qualcosa di più, ci rende il controcampo impossibile di quell&#8217;ultima inquadratura, come se quel cavolo di schermo lì davanti non avesse più alcun significato. Siamo lì, soffriamo lì, viviamo lì. Lo spazio filmico è in continuum con quello reale.<br />
Vorresti alzarti in piedi per vedere se la tua ombra finisce ancora sul proiettato tanto è reale, viva, (dis)umana questa scena.</p>
<p>Quella di Garrone è una torsione [quasi depalmiana] nei confronti di &#8220;certe tendenze del cinema italiano&#8221; [quasi cit.]. Una ribellione a suon di inquadrature. L&#8217;emozione, il &#8220;racconto&#8221; [banalizzo] devono essere veicolati dall&#8217;immagine, non possono farne a meno. Purtroppo Garrone è attualmente uno dei pochi registi italiani [l'altro è Sorrentino] che ancora si interroga sulla funzione della macchina da presa, su dove e come piazzarla, come proiettare il proprio sguardo all&#8217;interno dello spazio filmico.<br />
Inquadrature che &#8220;seguono&#8221; i personaggi facendo respirare le loro azioni, inquadrature millimetriche, che non nascondo la testa sotto la sabbia davanti all&#8217;uomo, al dolore che esso prova. Inquadrature che testimoniano lasciando all&#8217;immaginazione il percepire quel &#8220;tutto&#8221; che sta dietro la sineddoche di un primo piano doloroso.</p>
<p>Raramente in &#8220;Gomorra&#8221; vengono utilizzati elementi extradiegetici. Garrone lascia parlare i suoni neomelodici popolari, lascia gridare i personaggi e i loro passi. Segno di una volontà di mostrare l&#8217;umanità in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni.<br />
&#8220;Gomorra&#8221; è un film che mi stupisce profondamente per la sua &#8220;compiutezza&#8221;, frutto di una maturità registica che probabilmente ancora mancava a Garrone nel &#8220;l&#8217;imbalsamatore&#8221;.<br />
Lacerante come un coltello conficcato nella carne. &#8220;Gomorra&#8221; è un film il cui impatto non riesco ancora bene a delineare, tanto mi sono sentito immerso, coinvolto, parte dell&#8217;immagine.<br />
Questo è il miglior Cinema italiano oggi possibile.</p>
<p><strong>Note</strong><br />
1. <em>André Bazin nel saggio &#8220;Pasticcio e posticcio o il nulla per dei baffetti&#8221;.<br />
2. Scarface in particolare, qui vero e proprio modello. &#8220;Il mondo è tuo&#8221;.<br />
3. David Lynch, &#8220;In acque profonde</em>&#8220;.</p>
<p>Recensione da http://movies-home.blogspot.com/2008/05/gomorra-matteo-garrone.html&#8221;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/18/un-deux-mille-plateaux-gomorra-e-dintorni/">Un, deux, mille plateaux &#8211; Gomorra e dintorni</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gomorra e dintorni: Giovanni Meola</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/23/gomorra-e-dintorni-giovanni-meola/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Oct 2007 17:53:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni meola]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/infame_teatro_royal.jpeg"></a></p>
<p>estratto da <strong>“LO SGARRO”</strong><br />
di<br />
<strong>GIOVANNI MEOLA</strong></p>
<p>Bello Pulecenella, l’avarrìa voluto fa’ comme mestiere ; invece i’ tengo ‘a guerra ‘ncapa, cu mme e cu ll’ati, e mi si deve portare rispetto per questo.<br />
Voi pensate che è facile ?<br />
Non è facile uccidere una persona dopo l’altra e farne uccidere altre, tante altre.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/23/gomorra-e-dintorni-giovanni-meola/">Gomorra e dintorni: Giovanni Meola</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/infame_teatro_royal.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/infame_teatro_royal.jpeg" /></a></p>
<p>estratto da <strong>“LO SGARRO”</strong><br />
di<br />
<strong>GIOVANNI MEOLA</strong></p>
<p>Bello Pulecenella, l’avarrìa voluto fa’ comme mestiere ; invece i’ tengo ‘a guerra ‘ncapa, cu mme e cu ll’ati, e mi si deve portare rispetto per questo.<br />
Voi pensate che è facile ?<br />
Non è facile uccidere una persona dopo l’altra e farne uccidere altre, tante altre.<br />
Ogni sbaglio punito con la vita, ogni sgarro pagato con la morte.<br />
Io sono il giudice, il boia e il becchino : songo ‘nu boss in piena regola !</p>
<p>E la storia mia non è diversa da quella di tutti gli altri mariuoncelli ca se so’ fatti boss e capitani di squadra e di morte.<br />
Sulo ca po’ uno sulo, sulamente uno addiventa ‘o rre !<br />
<span id="more-4651"></span><br />
Uno ti vede in mezzo alla strada a iuca’ a ‘o pallone e a fumma’ spinielli, e si ricorda di te, quando cercano a un minorenne che deve fare un servizietto particolare, un trasporto pericoloso.<br />
Si informano della famiglia e più è povera la famiglia, più facile è l’arruolamento.<br />
Io giocavo a pallone e fumavo ‘e spinielli già a unnic’anni.<br />
Mammà me vuleva fa’ studia’, ma ‘na vota ‘nce dette ‘nu buffo e ‘a storia d’ ‘a scola fernette llà.<br />
I’ ‘a vulevo bene a mammà, ma pe’ se fa’ rispetta’, s’aveva fa’ accussì.<br />
Facevo ridere, facevo ‘o Pulecenella, perciò mi avevano notato, ma quando mi presero me facettero fa’ cierti cose che mi cambiarono.<br />
Tutti ‘e guaglioni a quattordici anni cambiano se si ritrovano una pistola in mano e tanti soldi nell&#8217;altra.</p>
<p>Diventavo padrone di pezzi di nulla ogni giorno che passava ; terreni senza nessuna costruzione diventavano il centro delle mie operazioni, delle mie imprese, e poi diventavano miei, immensi cimiteri abusivi sui quali cominciai a vent’anni a costruire, a guadagnare…e a seppellire morti uccisi.<br />
Tante famiglie per bene vivono, mangiano, pisciano e cacano su centinaia di morti ammazzati e se i morti ritornano, come dicono, figuratevi comme so’ chelli case.<br />
E i’ me so’ fatto ricco, ricco e rispettato, pecché nun faccio rirere cchiù a nisciuno, anzi ‘a faccia mia appaura ‘a ggente.</p>
<p>Ma fare il boss di provincia, in provincia, è diverso che farlo in città.<br />
Là stanno tanti divertimenti e se ti vai a fare una vacanza, te ne puoi andare al mare con la barca, paghi, ti porti le belle donne e pure la droga e nisciuno te sturzella ‘a capa.<br />
Dint’a ‘sti paesi ‘e sfaccimma, invece, inciuciano, parlano male assaje e ‘o mare nun ce sta.<br />
I’ nun tengo ancora trent’anni e già so’ viecchio, aggio fatto ‘o tiempo mio, me vonno fa’ fora, ‘o saccio.<br />
E invece aggio passa’ ‘e juorni miezo a’ ‘e campi a costrui’, accidere e a me guarda’ ‘e spalle.<br />
‘A pruvincia : facimmo schifo, a’ pruvincia, facimmo ‘e buffuncielle, a’ pruvincia, facimmo ‘e padruni, ma simmo ‘a scomma ‘e ll’uommene.<br />
‘E femmene, passati ‘e vint’anni, s’hanno chiudere dint’ ‘e case ; si ‘na femmena nun è vergine, nun pò manco parla’, pecché nun vale niente.<br />
‘E guagliuni ? O accidono, o se ne vanno a ‘o Nord.</p>
<p>E i’ facevo rirere, facevo ‘o Pulecenella : ma ca ce steva ‘a rirere ?</p>
<p>‘Sta pruvincia ‘e mmerda è sulitaria, quannno he acciso all’amici rimani tu sulo, perché quelli dei paesi vicini so’ nemici a forza : ‘a malatia d’ ‘a preta e ‘a smania d’ ‘o campo, nun ponno crea’ amicizie,sulo guerra.<br />
Se perde cchiù tiempo a vendicare gli sgarri, che a farli.<br />
Dovunque ti giri, c’è uno dei tuoi che ha fatto uno sgarro, una stronzata.<br />
E i’ l’aggio puni’ tutti quanti, ‘e sgarri, pecché si no succede ‘o lutto, ‘o burdello.<br />
I’ aggio essere inflessibile, per questo sono solo.<br />
Song’ addiventato ‘o BOSS, ma song’ ‘o BOSS d’ ‘e muorti, d’ ‘e muorti accisi !</p>
<p>Ma comme vulesse turna’ a pazzia’ e a me fumma’ spinielli a undici anni, d’estate, cu ‘o cavero, e forse, pace all’anima ‘e mammà, me ne jesse pure a scola,<br />
pe’ studia’.<br />
I’ tengo ‘e sordi, ma nun tengo amici, ‘nu svago, ‘nu divertimento&#8230;non vivo !<br />
E Pulecenella mio nun faceva rirere proprio cchiù a nisciuno, nun aveva maie fatto rirere a nisciuno.</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
di Giovanni segnalo<br />
<strong>Giovedì 25 Ottobre 2007, ore 21.00 </strong><br />
al teatro &#8216;Scaramouche&#8217; &#8211; Aversa (CE)<br />
(Viale Kennedy,6 &#8211; trav.Brodolini)</p>
<p><strong>&#8220;L&#8217;INFAME&#8221;</strong><br />
scritto e diretto da <strong>GIOVANNI MEOLA</strong><br />
con <strong>LUIGI CREDENDINO</strong></p>
<p>La serata è inserita nella</p>
<p>prima &#8216;Settimana dell&#8217;Impegno e della Memoria&#8217;</p>
<p>(Aversa 20-26 ottobre 2007)</p>
<p>organizzata da</p>
<p>Comitato Don Peppe Diana | LIBERA Ass.ni Nomi e Numeri contro le mafie e ass.ni culturaliScaramouche | Accademia It. D.CImarosa | Fotosciò</p>
<p><strong>http://www.dongiuseppediana.it/</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/23/gomorra-e-dintorni-giovanni-meola/">Gomorra e dintorni: Giovanni Meola</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>(Ancora) su &#8220;Gomorra&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 05:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[allegoria]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>(Questa scheda critica è uscita sull&#8217;ultimo numero di</em> Allegoria<em>.) </em></p>
<p>I pregi di <em>Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra</em> sono strettamente connessi a ciò che questo libro <em>non è</em>, non riesce ad essere o non può essere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/22/ancora-su-gomorra/">(Ancora) su &#8220;Gomorra&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>(Questa scheda critica è uscita sull&#8217;ultimo numero di</em> Allegoria<em>.) </em></p>
<p>I pregi di <em>Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra</em> sono strettamente connessi a ciò che questo libro <em>non è</em>, non riesce ad essere o non può essere. <em>Gomorra</em> ha la movenza del libro d’inchiesta, e Saviano si è formato, come scrittore, nell’ottica dell’inchiesta. Ma presto, pagina dopo pagina, ci si rende conto che qualcosa ha rotto e travolto i confini del libro d’inchiesta, un’esigenza espressiva e conoscitiva che impone alla scrittura un ritmo ossessivo, una pretesa di irretimento totale del fenomeno camorristico.<br />
<span id="more-4644"></span><br />
Questo bisogno di penetrazione conoscitiva, di <em>reductio ad unum</em> del ramificato e cangiante universo criminale, manifesta nel libro di Saviano l’intento del saggista e il correlativo sguardo dall’alto, statistico, sufficientemente distante da cogliere dietro la molteplicità dei fatti le poche leggi che li determinano. Ma <em>Gomorra</em> non è neppure un saggio. Non ha del saggio la pacata costanza né la chiara architettura; inoltre il soggetto che parla non coincide con un astratto ed impersonale punto d’enunciazione, è un soggetto che ha una propria storia, delle sue esibite passioni, un radicamento percettivo nel territorio, in mezzo ai fenomeni che pretende ordinare e sfrondare. <em>Gomorra</em> non è però neppure un romanzo, qualcosa magari di simile a una <em>non fiction novel</em>. Mai la voce entra e prende posto nelle menti delle persone di cui si raccontano gli atti, mai insomma si ricorre alla creazione di veri e propri personaggi, con un loro autonomo sguardo sull’universo narrato. Certo, il narratore, pur coincidendo con l’autore in carne ed ossa del libro, pare acquisire spesso le doti di un dispositivo acustico e visivo straordinario, capace di raccogliere le voci più sottili, puntuali, i gesti più atomizzati e dispersi.</p>
<p>In definitiva, si può dire che Saviano ha un indubbio talento letterario, e che in lui si realizza un raro e felice connubio tra la competenza del <em>reporter</em> più spregiudicato e dello scrittore capace di imprimere a una materia cronachistica il ritmo altalenante, rapido o indugiante, dell’immersione soggettiva. Ma per certi aspetti <em>Gomorra</em> è riconducibile alla <em>letteratura di testimonianza</em>. Con questo intendo dire che non si può discutere del libro di Saviano senza considerare adeguatamente la motivazione etica che gli fornisce corpo e finalità. L’intento conoscitivo (saggio, <em>reportage</em>) e quello poetico (<em>non fiction novel</em>) sono qui scavalcati di slancio da un intento etico, d’incisione sulla realtà, di superamento del fossato che separa i discorsi dai fatti, le parole dalle cose. La pretesa di <em>totalizzare</em> nella scrittura il fenomeno camorristico esorbita dall’inevitabile selettività del procedimento giornalistico, così come la continua <em>esposizione</em> del soggetto narrante, con le sue inequivocabili marche (auto)biografiche, esorbita dalla posizione più defilata, se non pienamente neutralizzata dell’autore di finzioni.</p>
<p>Ma di che cosa pretende di essere testimone Saviano? Di quale realtà oscura, sfuggente, che la sua parola dovrebbe colpire e pietrificare? La potenza di <em>Gomorra</em> risiede in una piccola, ma scandalosa, rivoluzione copernicana. Saviano non guarda alla camorra dal terreno della legalità, della vita normale, dell’economia legittima. La camorra non è un’isola d’illegalità all’interno di un mare di legalità, ma neppure una mostruosa degenerazione della società italiana o dell’economia capitalistica. Saviano rovescia completamente la prospettiva: il mondo intero è visto da Casal di Principe; il capitalismo internazionale è compreso a partire dall’economia illegale e dal monopolio criminale di un paese campano; la legge, l’autonomia, la libertà di pensiero ed azione sono delle eccezioni viste a partire dal regno del sopruso, della crudeltà, della schiavitù di clan. Questo rovesciamento non concede al lettore via di fuga alcuna, lo confronta con una mostruosità che è già parte della sua stessa vita, come cittadino italiano o come semplice consumatore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/22/ancora-su-gomorra/">(Ancora) su &#8220;Gomorra&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Piccolo Sud</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 07:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Cristiano De Majo</strong></p>
<p><strong>1 . Il sud che produce</strong><br />
Anche i bambini lo sanno, dopo il 2006 anche il 2007 è stato l&#8217;anno di <em>Gomorra</em> , il libro/miracolo cominciato sulle colonne di un blog letterario e arrivato negli scaffali dei supermercati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/10/piccolo-sud/">Piccolo Sud</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Cristiano De Majo</strong></p>
<p><strong>1 . Il sud che produce</strong><br />
Anche i bambini lo sanno, dopo il 2006 anche il 2007 è stato l&#8217;anno di <em>Gomorra</em> , il libro/miracolo cominciato sulle colonne di un blog letterario e arrivato negli scaffali dei supermercati. Un «successo clamoroso» che ha portato alla ribalta fino alla scrivania del redivivo Enzo Biagi il suo pluri-minacciato autore Roberto Saviano scatenando asprissimi dibattiti tra scrittori meridionali e non. Dopo alcuni mesi qualcuno ha cominciato anche a parlarne male. Per esempio dalle colonne del Mattino , pur con molti distinguo, Antonio Pascale si è scagliato contro «un&#8217;epica della criminalità che finisce per essere consolante». Lo ha seguito a ruota Andrea Di Consoli che ha proposto di dimenticare Saviano zittendo così «la retorica dell&#8217;apocalisse». <span id="more-4409"></span>Il disagio del successo ha coinvolto molti. Altri, forse più inesperti, hanno preferito imboccare la strada dell&#8217;epigonismo. Rimane il fatto che Gomorra è stato un vero trionfo editoriale. E&#8217; piaciuto. Ed è un esempio di letteratura meridionale da classifica. Come Camilleri. Come Niffoi. Curiosamente autori di locale che si fa globale, di letteratura etnico/esotica di successo. Ma rispetto a questi, Gomorra ha fatto di più, è diventato un&#8217;estetica e un&#8217;ideologia, persino, secondo alcuni, un libro cambia mondo. In ogni caso un ingombrante modello da brandire o da cui cercare di liberarsi. E tra stragi di Duisburg ed estati incendiarie, tutti gli scrittori del sud sembrano obbligati &#8211; o si costringono &#8211; a considerarlo oggi un punto di riferimento.</p>
<p><strong>2. Meridionali non meridionali</strong><br />
Per chi si chiede se al sud sia possibile scrivere libri italiani oppure si è condannati a produrre libri sul sud, le risposte vengono dai pochi autori che trattano il territorio come luogo e non come argomento. Poche tracce di romanzo borghese meridionale &#8211; un <em>Ferito a morte</em> per dire &#8211; ma neanche di un narratore morale alla Sciascia, dall&#8217;«impegno implicito». Il già citato Di Consoli si chiedeva appunto parlando di <em>Gomorra</em> se la criminalità fosse l&#8217;unico possibile oggetto d&#8217;indagine per uno scrittore del sud. Una domanda sensata che però sembra non tenere conto di una preferenza critica tutta italiana, quella per intenderci sempre pronta ad attribuire medaglie al risveglio civile. Ed è emblematico che gli scrittori che riescono a perseguire una strada più letteraria e individuale (ma non meno umana) e non forzatamente sociale o di denuncia siano quelli che dal sud sono andati via. Antonio Pascale (campano) appunto e Nicola Lagioia (pugliese), per fare due nomi di scrittori «emancipati». Oltra a qualche esempio in loco. Tra gli altri i racconti di Paolo Mastroianni raccolti in Altrove e usciti per Effigie, dove la provincia di Caserta è solo una tappa della via crucis nella mappa dell&#8217;immigrazione globale che si estende a Londra, a Bucarest, alle Filippine&#8230;</p>
<p><strong>3. Chi fa i libri in Campania</strong><br />
D&#8217;altra parte la Campania, grande nutrice di scrittori di successo (De Luca, Piccolo, Parrella, De Silva), non porta altrettanto successo alle case editrici. Moltissime, ma nessuna (o quasi) realtà importante, non in termini di mercato almeno. Quasi tutte hanno scelto il mercato del folklore. Libri su Pulcinella e sulla tombola, guide ai misteri di Napoli che riempiono le vetrine delle librerie del centro. Persino il vecchio Pironti, scopritore innovativo tra la fine degli Ottanta e l&#8217;inizio dei Novanta, geniale compratore dei diritti di Bret Easton Ellis, di Don DeLillo, di Naghib Mahfuz, in mancanza di altre belle idee (e forse di soldi) si è rivolto alla napoletanità tradizionale e contemporanea, anche quella più becera, perché no. Ed ecco il diario di Annalisa Durante, la ragazza uccisa da una pallottola vagante mentre chiacchierava col figlio del camorrista ed ecco il Diario di una coscienza di Nunzio Giuliano, zio del ragazzo di cui sopra. La conferma di una situazione almeno poco rosea è il collasso di Galassia Gutenberg, una fiera del libro nata nel 1989 come idea importante e rigeneratrice e che in pochi anni in termini di presenze e qualità degli incontri si è vista surclassare dalla più giovane fiera della piccola e media editoria romana.<br />
Nel panorama semi-desertico resistono alcune realtà non da poco e che tentano con difficoltà di farsi fulcro della cultura cittadina. Due su tutte, l&#8217;Ancora del Mediterraneo e la pigra e piccola ma raffinatissima Cronopio. Tutte e due possiedono un bel patrimonio in termini di catalogo e una visibilità che è paradossalmente più nazionale che locale. L&#8217;Ancora ha fatto esordire alcuni nomi importanti della narrativa (Pascale, Di Consoli, Zaccuri) e ha pubblicato una meritoria selezione di saggistica anti-provinciale con Fofi, Niola, Cavaglion, Berardinelli. Cronopio, invece, persegue la strada tutta in salita della sperimentazione e della ricerca pubblicando Nancy, Deleuze o raccolte di scritti su autori irregolari come Pynchon e Dick. Più periferica, ma molto combattiva Spartaco con alcune buone scoperte di narrativa straniera e un catalogo di saggistica «libertaria».</p>
<p><strong>4. Lupara Europa</strong><br />
Nella regione dei Riina e dei Provenzano, del pizzo e dei pizzini, :duepunti edizioni sembra un acquario elegante e translucido impiantato in terre aride e polverose. Con qualche rischio di auto-isolamento. «Non possiamo continuare a guardarci allo specchio senza avere un orizzonte più ampio di noi stessi come termine di paragone» dice Giuseppe Schifani che insieme ad Andrea Carbone e a Roberto Speziale ha fondato la casa editrice palermitana, mettendo in piedi un catalogo anti-localistico con uno sguardo che riesce a essere centrale anche dalla periferia dell&#8217;Occidente. Loro sono gli scopritori italiani dello scrittore ceco Patrick Ourednik e del suo geniale Europeana . Quando gli chiedo se si sente imbarazzato a essere un editore siciliano che non parla di mafia, Schifani mi dice di essere convinto che «fare un certo tipo di cultura sia già una battaglia anti-mafiosa e che sin dall&#8217;inizio hanno cercato in tutti modi di evitare di cavalcare il filone della mafia». «Succederà solo quando avremo le spalle abbastanza forti per farlo, parlare di mafia con una voce significativa è tutta un&#8217;altra cosa», ribadisce. In Sicilia non esistono altri editori così fortemente ancorati al progetto. In Sicilia, certo esiste Sellerio, ma poco altro.</p>
<p><strong>5. Grandi numeri</strong><br />
Sellerio e Laterza sono proprio i prototipi dell&#8217;editore meridionale di larga scala potenzialmente capaci di insidiare almeno qualche primato alla grande editoria del nord. I libricini con la copertina blu hanno fatto epoca ed estetica anche prima di Camilleri, quando per esempio negli Ottanta il <em>Notturno Indiano</em> di Tabucchi veniva indossato alla stregua di un Siddharta adelphiano. Nell&#8217;era post-montalbano Sellerio è comunque riuscita a non sperperare il patrimonio guadagnato in termini di aura (il giallo da gozzo &amp; Donna Fugata, colori pastello) e ha scoperto Gianrico Carofiglio il magistrato-pugile-scrittore pugliese altro fulgido esempio di glocal letterario. La Puglia è anche la base di partenza dei fratelli Laterza, l&#8217;unico vero grande editore meridionale &#8211; seppure ormai mezzo romano &#8211; con un vasto e storico catalogo che spazia dalla saggistica alla scolastica, alle più recenti narrazioni ibride raccolte nella collana Contromano e con idee che sfiorano l&#8217;utopia come quella dei Presidi del Libro. Sono esempi corroboranti se si pensa all&#8217;assenza di una solida imprenditoria culturale in regioni come la Campania (per non parlare della Calabria), laddove a parte le succitate eccezioni, l&#8217;approssimazione, i sostegni statali, la politica sono ancora i punti cardinali nella produzione libraria.</p>
<p><strong>6. Un&#8217;estate lucana</strong><br />
E&#8217; curioso che provengano entrambe dalla piccola Basilicata i due trionfatori dell&#8217;estate letteraria e cioè il potentino Gaetano Cappelli e la materana Mariolina Venezia neo-vincitrice del Campiello con la saga marquezian-rupestre Mille anni che sto qui . Eppure non potrebbero essere libri più diversi. Uno (Venezia) con tocchi esotico-arcaici, l&#8217;altro (Cappelli) in stile contadino-newyorkese. Ma si può essere internazionali e vivere a Potenza? Cappelli potrebbe rispondere agitando la copertina del Corriere sulla quale il vate D&#8217;Orrico lo ha incoronato come il Roth italiano (ma non era Piperno il Roth italiano?). <em>Storia controversa dell&#8217;inarrestabile fortuna del vino Aglianico</em> nel mondo è il simbolico titolo di un romanzo nel quale si ironizza proprio sul rapporto tra centralità e perifericità, con un distacco che tradisce un certo coinvolgimento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/10/piccolo-sud/">Piccolo Sud</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gli altri siamo noi</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Aug 2007 00:26:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[a<em> fine luglio, dopo una <a href="http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/07_Luglio/27/quarto_oggiaro_spaccio_vecchia.shtml">operazione di polizia</a> a Quarto Oggiaro che ha messo in carcere un po' di persone, nel giro di una settimana sia le pagine milanesi di <strong>Repubblica</strong> che quelle del <strong>Corriere</strong> mi hanno chiesto un'opinione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/20/gli-altri-siamo-noi/">Gli altri siamo noi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/qo-ni.JPG' alt='qo-ni.JPG' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[a<em> fine luglio, dopo una <a href="http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/07_Luglio/27/quarto_oggiaro_spaccio_vecchia.shtml">operazione di polizia</a> a Quarto Oggiaro che ha messo in carcere un po' di persone, nel giro di una settimana sia le pagine milanesi di <strong>Repubblica</strong> che quelle del <strong>Corriere</strong> mi hanno chiesto un'opinione. Solo ora riesco ad allegarle qui di seguito.]</em><br />
<span id="more-4307"></span><br />
<strong>1.</strong><br />
Sono da circa una settimana sotto il caldo torrido dello Jonio. Fra un bagno e l’altro telefono a mia madre a Quarto Oggiaro per informarmi come va. Con cadenza regolare mi racconta di come il caldo abbia dato alla testa ai suoi vicini di casa: il signore del settimo piano, arrestato, dopo aver minacciato la moglie con una pistola, il ragazzino catturato dopo una rapina in banca armato di un coltello… Storie di ordinaria follia che se non fossero intimamente tragiche parrebbero quasi pittoresche. Ma non lo sono.<br />
Ricordo, quasi quindici anni fa, l’operazione di polizia che mise in ginocchio la malavita organizzata del mio quartiere: ricordo gli elicotteri alle dieci del mattino, le retate, il senso di sollievo dei miei vicini di casa, dopo anni di indifferenza da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico. In fondo da quel giorno Quarto Oggiaro ha cercato un cambiamento (tutto dentro di sé data l’indifferenza del resto della città): sono nate associazioni, s’è lavorato a partire dalle scuole, sempre in prima linea, sulla socialità e sul senso di appartenenza al quartiere. Non che si sia trasformato in un esclusivo quartiere residenziale, certo che no. Qualche storia d’ordinaria follia, buona per il nuovo commissariato di polizia di stanza da appena tre anni, non è mai mancata. Ma la notizia di oggi, invece, è di tutt’altro tenore. E non tanto per le modalità dell’arresto che tanto hanno affascinato i giornalisti alla ricerca della curiosità: la capoclan accompagnata a piedi in commissariato sotto gli applausi e i saluti solidali del suo vicinato rispetta una messa in scena che non è semplicemente folcloristica ma appartiene ad un linguaggio del corpo che bisogna saper decrittare. Facile sarebbe, insomma, credere che il quartiere, nella sua totalità, parteggi per i quattordici arrestati. Se chiedessi a mia madre e ai suoi vicini di condominio, loro per primi si feliciterebbero dell’operazione di polizia. La maggioranza silenziosa, si sa, non fa rumore, sui giornali fanno clamore quegli applausi, che sono, con molta probabilità, un modo di dire all’interessata che nessuno ha tradito.<br />
È ben altro quello che mi preoccupa. È che abbiamo creduto che queste storie, queste scene, non ci appartenessero; che erano relegate nelle pagine di un libro, Gomorra, che parlava di un territorio a noi distante anni luce. Roba di meridionali, cosa loro. Sembrava quasi che nella civilissima Milano, puzzetta sotto il naso, i fiumi di cocaina sgorgassero miracolosamente per partenogenesi. Pulita, pulitissima, senza interferenze con la malavita, pronta all’uso, indolore. Ma non è, ovviamente, così. Abbiamo scoperto che Milano e Napoli sono vicine, vicinissime, che Roberto Saviano scrivendo di Casal di Principe o di Secondigliano parlava anche di noi e per noi. Che dobbiamo, una volta per tutte, capire che qui c’è da fare i conti con i clan storici di calabresi, o con la mafia russa  e le triadi cinesi. Che in Italia la globalizzazione del malaffare ha un ganglio vitale proprio qui a Milano. Che gli altri, i barbari, accettiamolo una volta per tutte, siamo noi. </p>
<p><strong>2.</strong><br />
Lessi una volta di una proposta che prevedeva l’abbattimento dei palazzoni di via Lopez o, in alternativa, la loro trasformazione nel Museo della Criminalità. Mi indignai. Ci sono cresciuto in via Lopez e ci torno tutte le settimane a trovare mia madre. Non vedo perché si debba abbattere la casa di migliaia di persone oneste o peggio, pensare che siano tutti antropologicamente criminali. C’era, in quel progetto, una demagogia un po’ pedestre che ritrovo identica nelle, ben inteso doverose, pagine dei quotidiani nazionali, che si ricordano di Quarto Oggiaro solo d’estate, quando, si sa, sembra che a Milano non accada mai nulla e i giornali bisogna pur riempirli di qualche notizia.<br />
Quando scelsi di mettere in scena Quarto Oggiaro nei miei romanzi fu non solo per ragioni autobiografiche ma anche per motivi più prettamente ideologici: escludere, cioè, i luoghi triti della milanesità (il Duomo, la Scala, la Borsa) per mettere al centro di questa città sempre più anomica la sua periferia più malfamata, scoprendola, in fondo, molto più carica di umanità e vitalità, non ostante le contraddizioni, i problemi, le emergenze. Quarto Oggiaro è il nervo scoperto di una metropoli insensibile, che ha perduto la sua vocazione alla solidarietà. È la cattiva coscienza di un infighettato centro storico che aspira come un’idrovora i fiumi di cocaina tagliati e spacciati nelle sue periferie. È il vuoto di una politica che riappare solo sotto le elezioni per promettere faraonici e risolutori interventi fatti di aria fritta. Eppure qui, in un quartiere grande come una cittadina, dove non c’è una piazza, non c’è un teatro, non c’è un cinema, non c’è neppure uno straccio di libreria, qui, da anni, abbandonati dal centro cittadino che sdegnoso gli dà le spalle, operano con ammirevole protervia, gruppi di cittadini, associazioni, scuole, parrocchie.<br />
Quarto Oggiaro, così come in tutte le altre periferie meneghine, è dove vive un popolo che ha partecipato ad un sogno di emancipazione collettiva costruendo la ricchezza di una Milano che ora, irriconoscente, non salda il conto. Non so per quanto ancora, però, gli elegantissimi morti viventi che popolano la cerchia dei Navigli potranno dare le spalle alla sua cintura periferica. Quarto Oggiaro esiste anche nel resto dell’anno, e se non troviamo una politica insediativa e culturale degna di una città civile, se non avremo una politica che esca dai salotti buoni, insomma, la catastrofe sarà imminente.<br />
Noi siamo abituati all’emergenza, ma, mi chiedo, e voi?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/20/gli-altri-siamo-noi/">Gli altri siamo noi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dalla procura di Napoli</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/08/14/dalla-procura-di-napoli/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Aug 2007 12:08:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Roberti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/cantone.jpg" title="raf"></a>colloquio con <strong>Franco Roberti</strong> di <strong>Gianluca Di Feo</strong></p>
<p>Leonardo Sciascia, sempre lui. Il responsabile dei pm napoletani che<br />
si occupano di camorra cerca le parole per descrivere i boati che<br />
scuotono la pax mafiosa dei Casalesi, la più potente organizzazione<br />
criminale campana e forse la più ricca cosca italiana; fruga nella<br />
sua mente tentando di semplificare le dinamiche complesse che<br />
rendono incandescente questa confederazione di clan con le radici nel<br />
Casertano e ramificazioni in tutta Europa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/14/dalla-procura-di-napoli/">Dalla procura di Napoli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/cantone.jpg" title="raf"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/cantone.thumbnail.jpg" alt="raf" /></a>colloquio con <strong>Franco Roberti</strong> di <strong>Gianluca Di Feo</strong></p>
<p>Leonardo Sciascia, sempre lui. Il responsabile dei pm napoletani che<br />
si occupano di camorra cerca le parole per descrivere i boati che<br />
scuotono la pax mafiosa dei Casalesi, la più potente organizzazione<br />
criminale campana e forse la più ricca cosca italiana; fruga nella<br />
sua mente tentando di semplificare le dinamiche complesse che<br />
rendono incandescente questa confederazione di clan con le radici nel<br />
Casertano e ramificazioni in tutta Europa. E alla fine Franco Roberti<br />
deve ricorrere alla memoria di Sciascia: «Lui diceva: “I mafiosi<br />
odiano i magistrati che ricordano”.<span id="more-4313"></span> E i casalesi odiano anche gli<br />
scrittori che fanno conoscere a tutto il mondo il loro vero volto».<br />
Oggi il problema principale per i boss del nuovo impero sono un<br />
magistrato e uno scrittore. Il pubblico ministero si chiama Raffaele<br />
Cantone: continua in silenzio a portare avanti indagini e processi<br />
contro la cupola del Casertano, mettendo a rischio investimenti e<br />
sicari. Lo scrittore è Roberto Saviano, che con le 800 mila copie di<br />
“Gomorra” ha costretto questi padrini diventati padroni dell’economia<br />
a vivere sotto i riflettori: il successo del libro ha fatto terra<br />
bruciata intorno alle attività del clan in Italia e all’estero. Più<br />
che la forza divulgativa del volume, non gli perdonano l’ostinazione:<br />
il continuare a scrivere di camorra nonostante gli avvertimenti<br />
espliciti. E non tollerano quelle che per loro sono sfide personali,<br />
come la presenza in tribunale nel giorno della requisitoria. Dalla<br />
gabbia dei detenuti uno dei killer ha fissato Saviano, poi con un<br />
ghigno ha urlato: «Porta i miei saluti a don Peppino». Un riferimento<br />
a Giuseppe Diana, il sacerdote ucciso nel feudo dei Casalesi, che con<br />
il suo sacrificio ha ispirato “Gomorra”: l’ultima minaccia di un<br />
sistema criminale che non riesce più a sopportare la pressione<br />
mediatica di articoli e interviste in tutta Europa. E dove i boss<br />
emergenti invocano un gesto clamoroso per «non perdere la faccia».</p>
<p>Franco Roberti, responsabile della Direzione distrettuale antimafia e<br />
procuratore aggiunto, conosce i movimenti sotterranei nelle famiglie<br />
casertane. Ed interviene pesando le parole una a una, conscio della<br />
serietà della situazione: «C’è tutta una serie di segnali che<br />
evidenziano come il clan dei Casalesi si stia interessando a<br />
investigatori come Raffaele Cantone e a scrittori come<br />
Roberto Saviano che hanno provocato con il loro lavoro la<br />
sprovincializzazione del fenomeno camorra e fatto conoscere al mondo<br />
il vero volto della mafia casalese». Non a caso Roberti parla di<br />
mafia. Ma prima di approfondire la sua analisi, il procuratore vuole<br />
mandare un segnale altrettanto chiaro. Chiedendo allo Stato di<br />
rilanciare la sfida a quei boss si sono infiltrati nell’imprenditoria<br />
e nelle istituzioni. «Di questa situazione nei confronti di Cantone<br />
e Saviano noi della Direzione distrettuale di Napoli siamo<br />
assolutamente consapevoli. Per questo stiamo premendo perché<br />
vengano a lavorare nel Casertano i migliori investigatori italiani. Per<br />
questo da settembre chiederemo rinforzi quantitativi e qualitativi<br />
negli organici degli uffici di polizia che indagano in quell’area».<br />
Quello di Roberti è un discorso irrituale. Con bersagli chiari:<br />
«Chiederemo uno sforzo eccezionale per la cattura di latitanti<br />
storici: Antonio Iovine e Michele Zagaria sono ricercati da oltre<br />
dieci anni e sono inseriti nell’elenco dei più pericolosi d’Italia.<br />
Ma stiamo già facendo uno sforzo senza precedenti che ha provocato<br />
nell’ultimo anno la cattura di Casalesi di primissimo livello come<br />
Francesco Schiavone, cugino del celebre Sandokan, Giuseppe Russo<br />
o il reggente del clan Sebastiano Panaro. E dimostreremo che non ci<br />
sarà nessun calo di attenzione sui Casalesi dopo che il pm Cantone<br />
avrà lasciato l’ufficio per un nuovo incarico: l’unità di lavoro<br />
casertana della Dda, oltre a me che la coordino, sarà sempre dotata<br />
di autentici carri armati, giovani o meno giovani, che assicureranno<br />
continuità e incisività alle indagini, sia sul versante militare che<br />
su quello degli affari dei Casalesi».</p>
<p>Bastano queste ultime frasi a testimoniare quanto l’aria sia pesante.<br />
Per spiegarlo Roberti ricorre ai suoi ricordi personali, raccolti<br />
direttamente in un ventennio vissuto in prima linea. Perché è dalla<br />
fine degli anni Ottanta che i casalesi hanno costruito il loro potere<br />
di sangue e denaro, contando sempre sul silenzio. «Hanno sempre<br />
avuto tendenze egemoniche. Tutti i media guardavano a Napoli,<br />
invece il potere era nel Casertano. Carmine Alfieri, il capo indiscusso<br />
della camorra tra il 1984 e il 1992, si riteneva un subordinato di<br />
Antonio Bardellino, il fondatore dei Casalesi. Dopo il pentimento, Alfieri<br />
mi raccontò: “Io a Bardellino non potevo dare consigli. Era un grande<br />
campano, davanti a lui mi toglievo tanto di capello”». Ma la vera<br />
forza dei signori della provincia più criminale d’Italia, arrivata a<br />
segnare il record mondiale di omicidi, è il fiuto per gli affari:<br />
«Sono stati i primi a uscire dal settore edile e dagli appalti per<br />
inserirsi nel ciclo dei rifiuti, nella produzione di beni di largo<br />
consumo, nelle aziende agro-alimentare, nei giochi e nelle<br />
scommesse legali, nei consorzi di bonifica. Non dimenticherò mai come<br />
nel dicembre 1992 scoprii il nuovo business dei rifiuti. Interrogavo<br />
Nunzio Perrella, un trafficante del Rione Traiano che era passato<br />
dalla droga alla munnezza. Da Thiene nel Vicentino raccoglieva le<br />
scorie tossiche delle fabbriche di vernice e li sversava in Campania.<br />
E disse che a comandare erano i Casalesi».</p>
<p>Adesso la capacità dei Casalesi è andata ancora oltre: sono passati<br />
dall’economia industriale a quella finanziaria. «Sono così ricchi che<br />
agiscono investendo capitali nelle imprese legali, senza pretendere<br />
il controllo della gestione. Hanno inventato le società a p.c.m.<br />
ossia a partecipazione di capitale mafioso, che sono ormai parte<br />
rilevante dell’economia campana e nazionale. Ma trovano mercato<br />
anche all’estero. Perchè la loro strategia è vincente: i boss<br />
guadagnano facendo risparmiare le imprese. Sono più morbidi nelle<br />
banche:chiedono interessi inferiori, non fanno fretta per recuperare<br />
l’investimento. Hanno una ricchezza talmente vasta che li esonera<br />
dalle intimidazioni e dallo strozzinaggio. Il processo Zagaria sulle<br />
infiltrazioni nelle ditte di Parma e della pianura padana dimostra<br />
come gli imprenditori del Nord fossero felici di avere i capitali<br />
della camorra».</p>
<p>Per questo, sostiene Roberti, i Casalesi hanno dato vita a una<br />
metamorfosi micidiale: un nuovo modo di essere mafia. «Bisogna<br />
aggiornare il concetto di metodo mafioso alla luce della loro<br />
trasformazione. Non solo il vincolo di omertà e la forza di intimidazione,<br />
ma anche la forza del denaro. E quella delle relazioni imprenditoriali<br />
e istituzionali». Perché tutti i grandi gruppi delle costruzioni<br />
sono venuti a patti con i Casalesi. E il loro potere non potrebbe<br />
esistere senza il sostegno della politica. Un fronte meno<br />
esplorato, perché non ci saranno mai baci tra ministri e boss<br />
casertani. Non servono più relazioni dirette e vecchie testimonianze<br />
di pubblica stima. No, anche in questo i Casalesi sono l’evoluzione<br />
della specie. «I rapporti con le istituzioni sono dominati dal mimetismo.<br />
Sono rapporti di reciproca funzionalità, un concetto che è<br />
stato fissato da sentenze ormai in giudicato. In pratica l’accordo<br />
tra padrini e leader politici nazionali avviene mediante gli<br />
esponenti locali del partito nel territorio controllato dai boss». E<br />
qui Roberti cita le motivazioni di un processo che ha fatto epoca,<br />
quello contro Antonio Gava, ex ministro degli Interni, protagonista<br />
della politica nazionale e leader della Dc in Campania che era stato<br />
accusato di associazione mafiosa proprio con Carmine Alfieri e<br />
Antonio Bardellino, il fondatore dei Casalesi. «Dalla sentenza che ha<br />
assolto Gava con l’articolo 530 secondo comma, ossia il comma che ha<br />
sostituito la vecchia insufficienza di prove, risulta provato con<br />
certezza che Gava era consapevole dei rapporti di reciprocità<br />
funzionale esistenti tra i politici locali della sua corrente e<br />
l’organizzazione camorristica, nonché della contaminazione tra la<br />
criminalità organizzata e le istituzioni locali del territorio campano».<br />
A gestire lo scambio pensavano quindi altre figure, come il<br />
plenipotenziario di Gava, Francesco Patriarca, condannato con<br />
sentenza definitiva e arrestato a Parigi nelle scorse settimane, o<br />
Antonio D’Auria «segretario di Gava che andava a braccetto con<br />
camorristi ergastolani a cui aveva fatto da padrino di cresima».<br />
Insomma: la politica usa dei diaframmi per non sporcarsi le mani a<br />
livello nazionale. Un modo che rende più sicuri gli uomini di governo<br />
e semplifica anche le cose ai boss: più basso il livello, più<br />
semplice la trattativa. E se si passa dalla Campania di Gava ai<br />
Casalesi di oggi, che puntano sugli esponenti regionali dell’Udeur e<br />
dei Ds, si scopre che il quadro non è meno inquietante. Ma Roberti<br />
non entra nel merito delle istruttoria ancora aperte. Ribadisce la<br />
pericolosità del «rapporto sinallagmatico tra camorra, imprese e<br />
politica», che fa prosperare tutti: «I politici ottenevano sostegno<br />
elettorale dai clan, tangenti dagli impreditori e creavano consenso<br />
sociale con gli appalti. L’impresa conquistava l’appalto e la<br />
tranquillità nei cantieri garantita dai boss. La camorra invece<br />
portava a casa subappalti, mazzette e il rapporto con i politici per<br />
raggiungere protezioni nelle forze dell’ordine o informazioni sulle<br />
inchieste. Il tutto poi cementato dalle fatture false, che offrono<br />
occasione di riciclaggio e permettono di mettere insieme i fondi per<br />
pagare politici e boss». Eccolo il segreto dei Casalesi: l’evoluzione<br />
del modello mafioso, appreso vent’anni fa quando Antonio Bardellino<br />
venne affiliato a Cosa nostra, e trasformato in una inarrestabile<br />
Cosa nuova. Un triangolo d’oro, che funziona senza sparare né<br />
minacciare. A patto di costruire una cortina di silenzio. Una cortina<br />
doppiamente necessaria mentre si celebrano i processi, condotti e<br />
istruiti dal pm Raffaele Cantone, che vedono alla sbarra capi e<br />
gregari, cassieri e killer. Ma arriva “Gomorra” e la macchina<br />
perfetta dei Casalesi si inceppa: in un anno il libro di Saviano<br />
mette sotto i riflettori di mezza Europa famiglie fino ad allora<br />
ignorate. «C’è stata un’esplosione di attenzioni proprio nel momento<br />
in cui i clan tra processo e affari volevano il silenzio. Ma l’evoluzione<br />
in senso mafioso, che ha trasformato la camorra casalese in<br />
una parte funzionalmente rilevante dell’economia non solo campana,<br />
ma nazionale, con proiezioni forti anche all’estero, ha determinato<br />
l’esigenza di tenere bassa l’attenzione su questi interessi economici.<br />
E sta creando una riorganizzazione interna, con rischi di tensioni.<br />
Perché questa attivazione dei media che ha seguito il libro di<br />
Saviano ha provocato la sprovincializzazione del fenomeno camorra<br />
e l’effetto, temutissimo perché devastante sugli affari del clan,<br />
della caduta di ogni alibi di non conoscenza. Nessuno ormai, quando<br />
gli si presenta un imprenditore casalese può dire di non sapere, di<br />
non sospettare&#8230;».</p>
<p>Questa nuova sfida sfugge alle categorie con cui i boss cresciuti in<br />
campagna interpretano il mondo. Crea un corto circuito nel loro<br />
sistema di potere: temono di perdere la faccia e con ciò vedere<br />
cadere il rispetto che sostiene il loro dominio sul territorio<br />
casertano. Ma sanno che usare i Kalashnikov provocherebbe la<br />
mobilitazione dello Stato e farebbe crollare i loro investimenti.<br />
«La tensione interna ai clan nasce proprio dalla necessità di tenere<br />
bassa l’attenzione sugli affari senza però perdere il controllo<br />
militare sugli affiliati. Nel passato recente ci sono stati altri<br />
segnali di tensione, che hanno riguardato persino i boss latitanti<br />
entrati in contrasto su scelte strategiche che comprendevano<br />
anche l’attentato contro un magistrato». Roberti non fa nomi: ma<br />
anche allora nel mirino c’era il pm Cantone. Oggi cosa accadrà? Il<br />
procuratore aggiunto di Napoli non vuole stare a guardare. E per<br />
questo invoca «i migliori investigatori, rinforzi qualitativi e<br />
quantitativi degli organici delle forze di polizia, uno sforzo<br />
eccezionale per la cattura dei latitanti storici». Perché finora<br />
dei Casalesi si è soprattutto parlato, senza che ci fosse una<br />
mobilitazione dello Stato per azzerare il loro impero: i padrini<br />
hanno affrontato i problemi giudiziari e quelli giornalistici senza<br />
che nel loro feudo la loro tranquillità venisse intaccata.<br />
«I Casalesi finora hanno mantenuto una pax mafiosa, praticamente<br />
senza fatti di sangue. Sanno che l’attenzione per la camorra in<br />
genere nasce solo quando si spara. Per cui si fa ricorso a mezzi<br />
emergenziali per eludere l’obbligo politico e istituzionale di<br />
fronteggiarla su piano ordinario». E Roberti poi pronuncia parole<br />
amare per un napoletano che ama la sua terra: «Qui non c’è nessuna<br />
emergenza. La camorra è parte integrante della società napoletana e<br />
casertana, ne costituisce una delle facce. Bisogna prendere atto che<br />
questa realtà è parte di noi. Solo così saranno possibili gli interventi<br />
strategici per combatterla».</p>
<p><em>Nella foto: il magistrato Raffaele Cantone.<br />
Pubblicato su &#8220;L&#8217;Espresso&#8221;, n.32,16.8.2007.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/14/dalla-procura-di-napoli/">Dalla procura di Napoli</a></p>
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		<title>L&#8217;onda anomala</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 20 Jun 2007 15:36:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolo La Rocca]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p>Prima o poi doveva succedere: l&#8217;enorme sasso lanciato nello stagno da Saviano, dopo una serie di cerchi concentrici che hanno prima allargato e poi inquinato il senso di Gomorra, ha prodotto l&#8217;onda anomala. Mi sembra che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/19/caro-roberto/">gli interventi di Pascale, di Di Consoli </a>e di molti altri scrittori sulle pagine de “Il mattino”, fondamentalmente abbiano adottato l&#8217;imperante statuto dell&#8217;equivoco che porta, tra le altre cose, a mescolare il fenomeno <em>Gomorra </em>con il libro <em>Gomorra</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/">L&#8217;onda anomala</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/napoli-anomala.JPG" alt="napoli-anomala.JPG" /></p>
<p>di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p>Prima o poi doveva succedere: l&#8217;enorme sasso lanciato nello stagno da Saviano, dopo una serie di cerchi concentrici che hanno prima allargato e poi inquinato il senso di Gomorra, ha prodotto l&#8217;onda anomala. Mi sembra che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/19/caro-roberto/">gli interventi di Pascale, di Di Consoli </a>e di molti altri scrittori sulle pagine de “Il mattino”, fondamentalmente abbiano adottato l&#8217;imperante statuto dell&#8217;equivoco che porta, tra le altre cose, a mescolare il fenomeno <em>Gomorra </em>con il libro <em>Gomorra</em>. <span id="more-4060"></span>L&#8217;onda anomala addebita al libro le “colpe” del fenomeno. Quale sarebbe dunque il fenomeno subito (subìto, non innescato, c&#8217;è una bella differenza) da Gomorra? L&#8217;opera di Saviano, come qualsiasi libro di successo, è stata fagocitata da ciò che il filosofo Mario Perniola ha definito l&#8217;<em>oscurantismo populistico</em>, cioè quella reazione che si genera quando si fa passare un oggetto attraverso il setaccio delle forme della comunicazione contemporanea.<br />
Gli articoli de “Il mattino”  confondono il contenuto col contenitore; quest&#8217;ultimo è una ragnatela impermeabile filata dal ragno della comunicazione che avvolgendo libri, film, trasmissioni televisive, e tutta l&#8217;arte contemporanea, riduce ogni manifestazione di senso al canone del “già sentito”. Esso non nasce dall&#8217;ideologia, che semmai proporrebbe verità e strategie preconfezionate, pronte all&#8217;uso, ma da un insieme di credenze condivise che precedono il fatto e spesso lo annullano. “Sensologia”, così Perniola ha chiamato questa sorta  di Moloch della comunicazione, un mostro capace di anestetizzare chiunque non voglia aderire al “già sentito”. C&#8217;è un imperativo categorico in tutto questo: gli oggetti non devono essere pensati ma sentiti, la lente a cui sono sottoposti non è quella delle idee, del ragionamento (seppur ingabbiato nelle ideologie-prontuario), ma quella dell&#8217;estetica. Infatti, la nostra è un&#8217;epoca sommamente estetica. Ecco, tra l&#8217;agire e il non agire si sceglie la seconda opzione; in tal modo, questo sentire estetico vira verso un fascismo comunicativo (magistralmente definito fascismo light, se non ricordo male, da Roberto Alajmo in un suo articolo) dove si può (si deve) dire tutto e il contrario di tutto sullo stesso piano e nello stesso momento, inseguendo una par condicio della verità, la quale, proprio nel momento in cui è pubblicizzata, viene ridotta a un totem vuoto. Stiamo parlando di un potente antidoto reazionario che la società utilizza con successo contro le forze che cercano di modificarla. Sicuramente Gomorra, come – ripeto &#8211; succede ai libri di successo, ha subito tutto ciò. È stato attaccato e in parte banalizzato non solo dai suoi detrattori, ma anche dai suoi fans che, aderendo ai diktat dello spettacolo, hanno cercato di farne un simbolo new age. Tuttavia, io credo che Gomorra in ultima istanza sia sopravvissuto al tentativo di essere incorporato dai meccanismi che ho descritto. Una cosa è la copertina dell&#8217;allegato del Corriere della sera (fatta, pare, senza la partecipazione diretta di Saviano), che cercava di riproporre, seppur in salsa acida, l&#8217;agiografia di stampo piperniano; un&#8217;altra i potenti capitoli del testo-Gomorra. Per fortuna, oltre ai detrattori e ai fans, esistono anche i lettori intelligenti, interessati al testo e solo al testo.<br />
Gomorra non propone i caratteri convenzionali a cui si fa ricorso quando si narra Napoli. Nonostante lo sguardo messianico utilizzato da Saviano, nonostante lo stile rutilante che qui e là zampilla nel libro (e queste sono le mie riserve), Gomorra resta un testo osceno, che mette in scena ciò che fa di tutto per restarne fuori. Osceno perché non si limita a parlare di camorra come apparato militare ma punta il dito sui processi economici sottesi a essa; osceno perché il pastiche architettato non è soltanto una pratica postmoderna ma anche un antidoto: la narrazione fiction fa da  filo conduttore ai documenti, salvandoli dalla sclerotizzazione sedativa della scrittura giornalistica. Un narratore intelligente come Pascale – lo stimo e lui lo sa bene – sbaglia quando scrive “basta con l&#8217;epica della criminalità”. Epica è la successione di fatti straordinari che riguardano gli associati alla criminalità organizzata, epica è la sua forza sociale, il controllo che riesce ad avere dei quartieri e del potere politico. Se eludiamo questa scomoda verità rischiamo di capire ben poco, di presentare, involontariamente, la camorra e la mafia come delle bande di banditi. Certo, ignorare l&#8217;epica seducente del crimine a Napoli e a Palermo, ci aiuta a rimuovere il male che è dentro di noi, ma il processo di rimozione ci porta a sofisticare le cose con tutte le conseguenze immaginabili. Non dovrebbero interessarci né le scritture pretesche, né quelle reticenti, invece. Dovremmo, per fare chiarezza, incoraggiare delle voci narranti addirittura colluse (che ovviamente non coincidono con scrittori collusi).<br />
Quindi, Gomorra ha superato vari livelli; certo, non ha spaccato l&#8217;ultima barriera, quella che permette di cambiare lo stato delle cose, ma non credo che la responsabilità si possa addebitare al libro.<br />
Se la città partenopea è simile a Palermo, l&#8217;altra Napoli, quella di cui parlano Andrea Di Consoli e Antonella Cilento nei loro articoli,  o non esiste, oppure è confinata nelle salette ovattate dell&#8217;intellighenzia cittadina, lontana dalle dinamiche quotidiane della città. Perché nelle città meridionali se vivi agendo (se avvii un&#8217;attività commerciale, se fai il libero professionista, se, insomma, <em>manii picciula</em>, cioè se tocchi il denaro), prima o poi col crimine ti scontri o ti accomodi. È inevitabile. E questo contatto genera un ethos tutto meridionale, spesso di collusione, raramente di insubordinazione. I tropi generati dalle due polarità sono argomenti per la letteratura. A cui, invece, non dovrebbero interessare i cataloghi della pro loco&#8230;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/">L&#8217;onda anomala</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un po&#8217; di autoreferenzialità</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2007 18:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/">Un po&#8217; di autoreferenzialità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p><em>[condivido qui l'intervento molto a braccio che ho fatto al piccolo convegno "La Tribu dei blog" un paio di mesi fa a Foggia. Al convegno hanno partecipato Giulio Mozzi, Michele Trecca, Ivano Bariani, Manila De Benedetto]</em></p>
<p>Provo a dire delle cose&#8230; A me viene in mente questa cosa qui. Negli ultimi anni, nel decennio berlusconiano, c’è stata evidentemente una sorta di diaspora, quasi sradicazione, evaporazione delle professionalità. Questo da una parte. Perché da un’altra c’è stato un fenomeno di disgregazione di quelle che sono state le palestre collettive. Provo a declinare un po’ meglio questo discorso. Nel senso che noi abbiamo assistito dalla parentesi tangentopoli in poi alla possibilità della politica di essere delegata a non professionisti. Questa cosa era palese in politica, è palese oggi in parecchi campi dell’attività italiana: si può fare gli industriali essendo soltanto degli arricchiti, si può fare comunicazione essendo persone disinvolte, si può in qualche modo improvvisare una professionalità. <span id="more-3209"></span> Il proliferare dei blog a che cosa è dovuto, oltre al fenomeno stupido, anche giusto, di cui diceva Ivano: non abbiamo i soldi per una rivista su carta, c’è il blog con una disponibilità a poco prezzo, facciamo il blog? Anche secondo me al bisogno di reti collettive, di crescita professionale, come diceva Manila, avere delle palestre, dei laboratori, dei gruppi di ricerca collettiva sulla scrittura, che in altre occasioni potevano essere le riviste, i giornali, i piccoli circoli letterari in provincia, o i giornali veri e propri, o appunto anche tutto quello che ruotava intorno alle grosse case editrici o i giornali&#8230; tutto questo appunto si è perduto. Tutti questi discorsi non sono assolutisti, si potrebbero fare anche mille controesempi, però secondo me si è perduta, notavo partendo dalla mia esperienza, si è perduta da un certo punto in avanti la credibilità rispetto a una serie di linguaggi. Che vuol dire? Che da un certo punto in avanti – io ho registrato questo fenomeno – la gente cominciava a leggere libri, i giornali, vedere la televisione, a sentire il mondo appunto, a leggere, a informarsi con gli strumenti che erano normalmente gli strumenti della comunicazione, della letteratura, della scrittura, dell’oralità&#8230; e non ci credeva. Sempre più spesso ho visto, e non per una forma di snobismo di bassa lega, che da una parte i giornali non sembravano più avere dei giornalisti capaci di rendere merito all’informazione. Che molto spesso i libri che le case editrici pubblicavano non erano capaci di intercettare quelli che potevano essere dei veri movimenti letterari, carsici, che stavano emergendo. Tutto questo secondo me è legato a un fenomeno in qualche modo di berlusconizzazione, di deprofessionalizzazione di un intero Paese. Allora hanno cominciato a esistere delle forme di resistenza dal basso, come se in qualche modo si avesse bisogno di rigrammatizzare il discorso a partire dalle sue strutture elementari. E il blog in fondo che cos&#8217;è se non una forma di diario scritto in pubblico? Ed ecco l&#8217;alro fenomeno di cui tenere conto. È vero, come diceva Ivano, che qui si parla di blog letterari, e non di blog pediatrici e di giardinieri, però è anche vero che al fenomeno del blog letterario è stata data un’importanza notevole, proprio perché a un certo punto evidentemente si è verificato manifestamente un deficit di rappresentazione, nel senso che – parlo sempre per generalizzazioni, però spero di essere chiaro – che se da una parte appunto c&#8217;era un surplus di rappresentazione (cioè soltanto a Roma ci sono 8 giornali freepress, per dire), se da una parte c’era un eccesso di informazione, di scrittura, di rappresentazione, tutto questo eccesso non riusciva a cogliere vari aspetti, c’era un deficit, nonostante il surplus. Cos’era questo deficit? Che cos’è questa faccia oscura che rimane a margine di questo surplus, per cui appunto per esempio i blog, Nazione Indiana, Vibrisse, i vari blog sorti, non avevano, non hanno tuttora una mera valenza letteraria? Questi blog rivendicano quella capacità di autorappresentazione che poi è la letteratura, perché la letteratura è un modo di rivolgersi al mondo senza escludere nessuna delle sue parti. Quindi ovviamente anche un blog letterario si ascrive fortemente anche una funzione politica, intellettuale. E dunque, da un mero punto di vista editoriale, logistico, il fatto che Roberto Saviano fosse uscito da una serie di collaborazioni con Nazione Indiana, per me – a parte l’amicizia per Roberto – non è un motivo di orgoglio, nel senso che mi sembra brutto un Paese in cui solo nel momento in cui c’è un successo editoriale marchiato poi da un successo mediatico legato poi a un caso personale – Roberto Saviano può esercitare quella che è la sua professione, cioè la professione per cui Roberto Saviano si è preparato per 30 anni, cioè il giornalista, lo scrittore, il reporter. Anzi, non l’ha potuta mai esercitare, perché per 30 anni, per 27, fino a quando è uscito Gomorra tutto quello che ha scritto gravitava tra collaborazioni mal pagate, non pagate, blog. Tutti nell’editoria riconoscevano il valore di Roberto Saviano, non ne ho conosciuto uno che dicesse no, Roberto Saviano è uno così così. C’era un riconoscimento unanime del valore di Roberto Saviano. Se avesse potuto scrivere per L’Espresso – come oggi scrive per L’Espresso – se avesse potuto scrivere per Repubblica, per Il Corriere, e non per le pagine locali del Corriere del Mezzogiorno, avrebbe potuto mangiare del suo lavoro, mentre lui non mangiava del suo lavoro. Nel momento in cui Gomorra è uscito, a pochi mesi dall’uscita, ecco che viene messo sotto scorta, per cui adesso non può più fare il giornalista ovviamente, perché appunto è sotto scorta. E le cose che scrive ora sull’Espresso, sono delle elaborazioni, il più possibile approfondite teoricamente, del materiale raccolto e documentato un anno fa, per cui in qualche modo lo scoop oggi del Corriere Magazine, o dell’Espresso che mettono Roberto in prima pagina e quindi il caso Napoli in prima pagina, è un’opera di inattualità, nel senso che non ha nessuna forza di scoop o giornalistica, sono cose registrate, documentate un anno fa, quando Roberto poteva fare il suo lavoro. Oggi ha tre persone che gli fanno la scorta, non può andare in giro a infiltrarsi, a fare il suo lavoro normalmente, quindi questa cosa qui per me non vale come un punto di orgoglio.<br />
In questo momento quindi vedo certo un buon segno in controtendenza. Rispetto alle forme di dispersione di questi aggregati culturali, rispetto alle forme di deprofessionalizzazione, di difficoltà a trovare delle palestre culturali, una delle prime cose che faccio è: mi autorappresento, mi rappresento io e due tre miei amici. Ma questo non basta.<br />
Quando hanno messo su Nazione Indiana lo hanno fatto dicendo: noi non abbiamo spazio, c’erano appunto persone come Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Tiziano Scarpa, Carla Benedetti, che era gente che insegnava all’università, che aveva vari libri alle spalle, persone che dicevano noi che dovremmo avere uno spazio pubblico d&#8217;esercizio, spazio pubblico non ce l’abbiamo, non perché siamo snob, radicali, perché appunto a noi – tanti, che abbiamo una serie di interessi diversificati, che abbiamo l’interesse che ciò che facciamo sia il più possibile pubblico, utile, coltiviamo un interesse culturale di servizio – tutto questo non è consentito. Per cui appunto creiamo da noi uno spazio di riserva, che appunto è Nazione Indiana. Questo spazio di riserva ha acquistato poi una sua credibilità, perché la professionalità che uno mette in quella cosa lì è una professionalità che ha acquisito, per cui non è che uno fa un blog così e dice ok, non curo la parte editoriale, la parte paratestuale, non curo tutta una serie di cose che fanno parte del lavoro culturale e quindi anche del lavoro editoriale per la rete. Non è un lavoro de-culturalizzato, de-editorializzato. Perché l’autorappresentazione non basta. Per me &#8220;La tribù dei blog&#8221; o &#8220;La notte dei blogger&#8221;, per dire, può essere una magnifica fotografia di ciò che succede in Italia, ma anche un sintomo che le persone oggi in Italia sono sole. Sono sole. E appunto il lavoro di fotografia della blogosfera documenta anche la solitudine diffusa delle persone, l’autorappresentazione di persone sole. Consideriamo anche questo. E quello che deve avvenire e sta avvenendo per fortuna è il processo di uscita da questo arcipelago di solitudini. Oggi mi sembra che ci sia un minimo di controtendenza e non so se perché la risacca berlusconiana ha dato i suoi piccoli ultimi flutti, o perché appunto a un certo punto è avvenuto un percorso di maturazione, per cui ciò che fa Ivano Bariani, ciò che fa Manila Di Benedetto, la stessa operazione di Vibrisse libri, o di Untitled, esprimono in qualche modo in questo passaggio di maturità, un passaggio che secondo me non è solo tecnico, ovviamente, ma è un passaggio culturale nel senso di mettere insieme quelle forze che erano disgregate. Questa cosa per me ha un grosso valore sociale, e ha trasversalmente un grosso valore politico. Perché se c’è stato un deserto di discorso negli ultimi dieci anni dal basso, è deserto di discorso politico. Molto spesso il blog letterario, il blog in rete, la discussione in rete, le forme di discorso dal basso compensavano molto questa mancanza. Quando sono cominciati a uscire libri come quella di Michela Murgia, i libri di Aldo Nove, libri che raccontavano in una forma di presa diretta, che poi sia un blog, sia un diario come la nuova collana di Aldo Nove, che poi sia Untitled, che siano altre cose che però hanno delle affinità con un tipo di scrittura in presa diretta, tutto questo andava a compensare un deficit enorme, un deserto di quello che è il discorso politico, o comunque di un legame tra discorso politico, discorso letterario, discorso sociale.<br />
Racconto un episodio virtuoso, brevemente. A Roma c’è un centro sociale che si chiama Acrobax, che ogni anno organizza una tre giorni sul lavoro precario, da 4-5 anni. A un certo punto le persone che gravitano intorno ad Acrobax &#8211;  una rete di universitari precari, altre forme di attività &#8211; volevano organizzare qualcosa, non si sapeva bene cosa, con i vari scrittori che avevano scritto libri sulla precarietà negli ultimi 2-3 anni. E hanno organizzato quest’incontro. Ce ne sono stati vari incontri preparatori. L’episodio virtuoso è questo: c’è stato un incontro nei giorni di questa manifestazione che si chiama Incontrotempo, un incontro un po’ allargato, con un centinaio di persone: tante, per essere un venerdì a Roma, in periferia, in un centro sociale, tante persone preparate, motivate, e la composizione era varia, medio-alta, professionalmente parlando: operatori culturali, scrittori, gente che lavora nell’editoria, gente che lavora nel giornalismo, persone che a vario titolo hanno a che fare con l’università. E la cosa di cui mi sono meravigliato è che a un certo punto dopo vari di questi incontri all’interno di Acrobax, è venuta fuori una convergenza, che nessuno diceva all’inizio in maniera così chiara: da una parte gli scrittori, gente che lavora nell’editoria ecc. hanno avuto in questi anni evidentemente una fame di attività, di prassi, di riscontro che il lavoro che facevano avesse una qualche risultanza sociale, politica, nello spazio pubblico, volevano uscire da un recinto stretto da repubblica delle lettere, da giardino infantile delle lettere, e dall’altra parte c’erano molte altre persone che facevano attività politica, sociale, che appunto, non solo centri sociali, ma gli insegnanti, gli operatori sociali, i librai Feltrinelli, che avevano altrettanta fame di rappresentazione, e appunto di qualcosa, qualcuno, un posto, un dove poter far sì che questa cosa avvenisse, questa attività avesse voce. C’erano queste convergenze, e la gente se l’è detto. Io faccio lo scrittore e mi sono rotto le palle di stare a casa mia e scrivere sul mio blogetto, anch’io faccio l’operatore sociale, culturale, penso che il mondo dovrebbe essere diverso – per dirlo alla buona – e però non ho una forza tale a comunicare il mio lavoro ad altre persone. Cominciamo a parlarci da qui.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/26/un-po-di-autoreferenzialita/">Un po&#8217; di autoreferenzialità</a></p>
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		<title>Io so, e ho le prove.</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Oct 2006 18:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="left">di<strong> Luigi Weber  </strong></p>
<p><em>Questo pezzo è stato scritto molto tempo fa, nella settimana seguente alla pubblicazione di </em>Gomorra<em>, e per ciò tace sul suo straordinario successo. A differenza di molti best-seller, che vendono ma spesso rimangono intonsi, il libro è stato un evento anche in quanto generato da &#8211; e generatore di &#8211; autentica lettura, un risultato che allora mi auguravo, sul quale però non avrei certo potuto scommettere.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/20/io-so-e-ho-le-prove-2/">Io so, e ho le prove.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">di<strong> Luigi Weber  </strong></p>
<p><em>Questo pezzo è stato scritto molto tempo fa, nella settimana seguente alla pubblicazione di </em>Gomorra<em>, e per ciò tace sul suo straordinario successo. A differenza di molti best-seller, che vendono ma spesso rimangono intonsi, il libro è stato un evento anche in quanto generato da &#8211; e generatore di &#8211; autentica lettura, un risultato che allora mi auguravo, sul quale però non avrei certo potuto scommettere. Varie ragioni avevano confinato il mio scritto in un cassetto. Le notizie degli ultimi giorni mi hanno spinto a recuperarlo.</em><em> </em></p>
<p><strong>1.</strong> Sono stanco di eroi. E sono stanco di martiri. L’eroe, che giornalmente ci viene propinato, è per definizione postumo, ed è in questo che si incontra con il martire.<span id="more-2590"></span> Entrambi hanno una sola peculiarità simbolica forte, vale a dire il loro esser corpi, anzi bersagli. Il loro trovarsi, più o meno occasionalmente, sulla traiettoria di un colpo d’arma da fuoco.<br />
L’eroe non fa altro che questo, l’eroe non ha mente, non ha logos, ha soltanto il petto, quasi fosse un enorme tacchino, e lo offre. Così, la retorica del baluardo difensivo sposa quella della passività, dell’inermità, che dice morte inspiegabile, ingiustificata. Nessuno mai pone la domanda, così volgare e intempestiva, del perché il giovane eroe si trovasse dove si trovava, e se era poi così giusto e necessario ciò che stava facendo, e se la sua presenza non era magari motivata da causali non esattamente nobili (tra le quali figurano anche l’idiozia pura e semplice, il lasciarsi indottrinare, mica son attenuanti, il non voler vedere le cose come stanno, lo sgombero di ogni domanda autentica in cambio di un ricco stipendio da missione all’estero).<br />
Se l’eroe muore – e non può fare altro, è solo morendo che accede allo status in questione, il contenuto dei suoi atti è indifferente –, l’eroe si transustanzia in una parte del corpo della nazione, anzi è il corpo stesso della Nazione, è il figlio di tutte le mamme, il fidanzato di tutte le fanciulle, il modello di tutti i bimbi dai papà smidollati, l’amico vero di cui tutti si stimano. L’agiografia freme in agguato, la beatificazione a mezzo fiction che va così di moda incombe, così che l’eroe si converta in “santo”, altra merce prediletta dall’immaginario del paese.<br />
Sembrano facili sarcasmi, rivolti contro una retorica militarista nazionalista e pietista fine ottocentesca, e invece da quelle medesime strutture di pensiero (se la parola “pensiero” si potesse usare, per certi rivoltanti processi viscerali arcaico-regressivi) siamo fittamente circondati e oppressi, proprio oggi, in questo disgraziato paese dove, ancora e sempre, è solo lo slogan che paga, solo la frase a effetto. L’eroe, appunto. La tragedia, il sacrificio, il sangue, la patria.<br />
<strong>  </strong></p>
<p><strong>2.</strong> Dopo aver letto, commentato, segnalato in giro, per oltre un anno, i pezzi sconvolgenti che Roberto Saviano pubblicava sulle pagine di <em>Nazione Indiana</em>, sono rimasto comunque sorpreso nell’incontrare sui banchi delle librerie l’organismo che quei frammenti così autosufficienti stavano lentamente andando ad erigere. Trecentotrenta pagine di libro, con un titolo potente, <em>Gomorra</em>, e l’editore più importante d’Italia, Mondadori, a portarlo in giro. Qualcuno, forse l’autore stesso, ha prudentemente aggiunto in copertina, per scongiurare l’impressione che si tratti di un romanzo, un sottotitolo che recita «Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra».<br />
E così, ecco che credete di saperne qualcosa. Ah, sì, certo, ho capito, un libro-reportage. Forse un libro-saggio, quelle cose ibride però ben confezionate che scrivono i giornalisti. Magari un <em>istant-book</em>.<br />
Invece no, non ne sapete niente. Ma basta la prima pagina, trentadue righe in tutto, a gettarvi in un incubo di cui nessuno, prima, sospettava la profondità. E gli incubi di cui questo libro è stipato, insopportabilmente, sono tutti accomunati da un elemento che li rende ancor più scioccanti: non c’è tenebra, qui. Tutto avviene alla luce del sole. Basta camminare, ascoltare, guardare, e si vedono.<br />
Antonio Moresco in una piccola ma giusta lettera aperta a Saviano comparsa ne <em>Il primo</em> <em>amore </em>(prima che scoppiasse una polemicuzza letteraria sulla quale glisso, avendo sempre trovato miope o in malafede chi faceva questioni narratologiche intorno a un testo del genere) ha detto una cosa sacrosanta: «è un libro che fa onore a te e a chi, in Mondadori, te l’ha pubblicato. Dovrebbero farne avere una copia al Presidente della Repubblica, ai presidenti dei due rami del Parlamento e a ogni neoeletto deputato, perché sappiano com’è veramente il paese dove vivono e che rappresentano».<br />
Moresco non esagera di una virgola. Io di mio aggiungo, sarà forse maramalderia, che magari i politici sono tra i pochi a saperle, certe cose, e piuttosto <em>Gomorra </em>dovrebbe diventare un libro di testo alle scuole dell’obbligo, insieme a Dante e Manzoni. Non invece di, sia chiaro, ma <em>insieme a</em>. Chi non lo ha letto non può che trovare scandalosa una simile affermazione, è evidente, tuttavia chi scrive queste righe ritiene che nessun altro libro pubblicato in Italia da un secolo e mezzo a questa parte dica altrettanto sul carattere e sulla storia recenti del nostro paese. Astenersi puristi e amanti di canoni e classifiche, per favore. Non ho detto che è il più bello, ho detto che è il più importante.<br />
Quando leggevo <em>Gomorra</em>, ripensavo all’inizio straordinario del <em>Pasto nudo</em> di Burroughs: «Quasi nessuno ricorda il delirio nei dettagli. A quanto pare io ho preso appunti dettagliati sia sulla malattia che sul delirio. Non ho un ricordo preciso degli appunti presi e ora pubblicati con il titolo <em>Pasto nudo</em>. Il titolo mi è stato suggerito da Jack Kerouac. Non ho capito che cosa volesse dire fino alla mia recente guarigione. Il titolo significa esattamente ciò che le parole esprimono: Pasto Nudo – l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta».<br />
Ecco, Saviano ha scritto il <em>Naked lunch</em> dei nostri tempi, e non nel senso del delirio, ma esattamente al contrario. L’esperienza di cui parla Burroughs non è obnubilazione, bensì esattezza, percezione improvvisamente definitiva, sfrondata di ogni illusione. Vedi quello che c’è sulla punta della forchetta, e che per lo più ci si ostina a non voler riconoscere.<br />
Saviano nel suo libro guarda, per la prima volta, il mondo com’è, e ci insegna che l’Italia è una allucinazione collettiva. Tutta, da ogni punto di vista. L’Italia povera dove non c’è lavoro, l’Italia sfaticata che comunque non lo cerca o non lo vuole, l’Italia dominata dal Nord dove il potere sta di casa a Milano e a Torino, tutt’al più a Roma, l’Italia marginale sullo scacchiere internazionale, l’Italia belpaese, rovinato sì ma appena un po’, l’Italia dove in campagna comunque si vive bene e l’aria e l’acqua son buone, l’Italia che il peggior cancro malavitoso è la mafia siciliana, l’Italia degli italiani brava gente, l’Italia di quelli che si arrangiano ma in fondo son sempre un po’ pasticcioni e devono imparare dagli americani o dai tedeschi o dai giapponesi come si fanno le cose.<br />
Leggetelo, e capirete che è tutto falso. Dire che questo libro è apocalittico è ancora poco.</p>
<p><strong>3.</strong> Da qualche anno, la nostra letteratura sta cominciando a raccontare il Sud con voci finalmente diverse. Tre dei libri più importanti usciti negli ultimi anni sembrano, in vari modi, aver preparato la strada a <em>Gomorra</em>, e mi piace ricordarli qui, insieme, perché non se ne è parlato quanto avrebbero meritato.<br />
Il primo – li cito in ordine casuale, né cronologico né di valore – è <em>Passa la bellezza</em> di Antonio Pascale (Torino, Einaudi 2005), un romanzo di una intensità fuori dal comune, molto superiore ai racconti che lo stesso Pascale aveva pubblicato ne <em>La manutenzione degli affetti</em>. Un libro sul lavoro nero, e sull’incredibile forbice differenziale che s’apre tra il mondo reale e la patinata immagine da telefilm che ogni discorso sul Sud, anche quando si vuole critico, ripropone corrivamente.<br />
Il secondo è <em>Sandokan </em>(Torino, Einaudi 2004), di Nanni Balestrini, una sorta di <em>Sentiero dei nidi di ragno</em> dove, invece di una guerra partigiana, troviamo una guerra spietata tra clan, e al sommo della vicende – che un ragazzo dal basso osserva e racconta – lontano, quasi fuori quadro, si erge il feroce capoclan casalese Francesco Schiavone, detto appunto Sandokan, di cui anche Saviano riferisce a lungo.<br />
Il terzo è <em>Occidente per principianti</em> di Nicola Lagioia (Torino, Einaudi 2004), specie nella sua ultima parte, ossia nel capitolo dedicato a Ciccio Fracasso, un pezzo di strepitosa intelligenza in cui si parla del contrabbando di cd e dvd masterizzati. Il boss Ciccio Fracasso (alias Fracanzano, alias è perfino inutile dirlo…) insegna ai suoi incauti e casuali ospiti che se una volta le Nazionali finte di contrabbando sapevano di sabbia, ed erano terribili da fumare, oggi la duplicazione di un originale crea un altro originale, non una copia. Altro che aura benjaminiana! Quell’episodio, in cui la prosopopea della malavita organizzata spiffera a noi illusi lettori che non è più soltanto con le armi la droga e la prostituzione, che si costruiscono gli imperi del crimine, lo trovo un preciso antefatto di quanto Saviano sarebbe venuto raccontando.<br />
<strong>4.</strong> Le tonnellate di merce cinese che vanno a stipare edifici sventrati dal pianterreno al tetto, i falsi Armani e Versace in passerella, le discariche abusive, i ristoranti in terra inglese, le spiagge esotiche usate per lo stoccaggio dei rifiuti tossici, la contro-cultura della camorra, e naturalmente il cemento, più di ogni altra cosa il cemento: ognuna di queste voci riceve in <em>Gomorra</em> un trattamento narrativo indimenticabile. Il generale russo che inventò il Kalashnikov e gli diede il nome, visitato nella sua casa e omaggiato come un divo, il delirio parahollywoodiano della villa di Schiavone (non Francesco, suo fratello, posseduto dal mito di Scarface), e la profanazione che Roberto racconta di averne fatto, gli efferati connubi tra superstizione, fanatismo religioso e prassi criminale, la scena sconvolgente dei così appellati «Visitors», ossia dei tossici all’ultimo stadio convocati in una piazza per provare su di loro, cavie vive, il taglio e la tollerabilità di una partita di eroina – potrei ricordarne moltissime altre – sono epifanie di una contemporaneità che partecipa del carattere implausibile della peggior <em>fiction</em>, in qualche misura ne è prodotto, mentre vi si pone agli antipodi in quanto a crudezza. Così, le scene di <em>Gomorra </em>si muovono sempre sul fil di lama dell’intollerabile, ci strappano gli occhiali ipocriti che siamo avvezzi a indossare, quelli attraverso i quali vediamo un mondo moderato anche nell’orrore. Qui ogni pagina partecipa della <em>dismisura</em>.<br />
La frase più angosciosa e ricorrente che un lettore medio di <em>Gomorra</em> dovrebbe ripetersi è: «ma dov’ero io mentre succedeva tutto questo?». Perché non è il giovane Saviano a poter sapere ciò che sa grazie al suo esser nato e cresciuto nei territori della camorra, al suo lavoro minuzioso di osservazione, di ascolto, di catalogazione, di interpretazione. Questa è solo una parte della verità, quella comoda. Siamo tutti noi, al contrario, che non abbiamo voluto sapere.<br />
<strong>5.</strong> In un passo di <em>Gomorra</em> che apparve nel 2005 su «Nuovi Argomenti», un numero monografico dedicato a Pasolini e intitolato <em>Io so</em>, in omaggio al più famoso degli <em>Scritti corsari</em>, si misura appieno la distanza assoluta tra Saviano e Pasolini.<br />
«Io so – gridava il futuro Poeta Assassinato dalle colonne del “Corriere” – ma non ho le prove». Quello era il segno, inequivocabile se anche non ne fossero stati approntati mille altri in precedenza, che Pasolini si offriva come un martire. Aveva ragione, ma è indifferente. Perché con un martire non si dialoga. Tutt’al più lo si rimpiange, esattamente ciò che è avvenuto in Italia nei trent’anni successivi alla tragica notte di Ostia. Ma le lacrime, o l’offerta votiva a un altare, sia pure laico, sono una non-comunicazione. <em>Vox clamantis in deserto</em>, questo era Pasolini, e questo gratificava il suo narcisismo. Saviano riscrive il pezzo di Pasolini con un <em>incipit</em> folgorante, che ne rovescia totalmente il significato: «Io so, <em>e ho le prove</em>». L’uno speculava sulla sua credibilità di diagnosta politico, sul suo prestigio di commentatore, sul riconosciuto acume dei suoi occhi, sulla maieutica della sua parola onnipervasiva. Cioè parlava di sé, chiedeva fiducia, <em>fede</em>. L’altro no, si mette completamente da parte. Sono <em>le prove</em> che parlano.<br />
Roberto Saviano non è un eroe, e non è un martire. È uno scrittore di straordinario coraggio e di non comune potenza, che ha deciso di metter da parte a un tempo l’astuzia e la viltà, due delle marche più tipiche degli intellettuali di questo paese. Non è con i proclami o con gli slogan o con la commozione che gli saremo di qualche aiuto, sebbene io sia certo che lui andrà avanti, se necessario, anche da solo, come ha fatto finora. In un tempo in cui le armi e il denaro paiono onnipotenti, Saviano ha rimesso a nuovo il potere deflagrante, inarrestabile, della parola. Una parola significante, non frustrata o imbelle o peggio imbellettata. Una parola che vuol dire dialogo, cioè civiltà.<br />
<strong><br />
</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/20/io-so-e-ho-le-prove-2/">Io so, e ho le prove.</a></p>
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