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	<title>Nazione Indiana &#187; hannah arendt</title>
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		<title>Preghiera ai naviganti (da «il Fatto Quotidiano»)</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 14:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[sfruttamento della prostituzione minorile]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Ques&#8217;articolo è uscito sabato 29 gennaio 2011 su «il Fatto Quotidiano».<br />
Qui ho solo aggiunto una riflessione della Arendt, che credo ci riguardi molto.<br />
Prendetelo come uno dei tanti segni con cui donne e uomini sul web (e non solo) in un unico coro stanno  rivendicando  il diritto a restituire un&#8217;altra storia, evocando le tante donne forti di immaginazione, intelligenza e coraggio che hanno contribuito in tutti i tempi, ovunque, a edificare la comune umana civiltà.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/preghiera-ai-naviganti/">Preghiera ai naviganti (da «il Fatto Quotidiano»)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Ques&#8217;articolo è uscito sabato 29 gennaio 2011 su «il Fatto Quotidiano».<br />
Qui ho solo aggiunto una riflessione della Arendt, che credo ci riguardi molto.<br />
Prendetelo come uno dei tanti segni con cui donne e uomini sul web (e non solo) in un unico coro stanno  rivendicando  il diritto a restituire un&#8217;altra storia, evocando le tante donne forti di immaginazione, intelligenza e coraggio che hanno contribuito in tutti i tempi, ovunque, a edificare la comune umana civiltà.<br />
</em><em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #800000;">Hannah Arendt: «Il declino delle nazioni comincia con il venir meno della legalità&#8230; Qualsiasi incidente può distruggere i costumi e la moralità una volta privati del loro ancoraggio nella legalità; qualsiasi evento contingente è destinato a minacciare una società non più garantita dai suoi cittadini»</span></em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong><br />
Da quando è uscita la notizia che il presidente del Consiglio è indagato per prostituzione minorile, i commenti e l’ironia nel web si sono scatenati come non mai. Sarà il tema pruriginoso, sarà che ci siamo a nostro modo assuefatti e quasi affezionati a questo genere di amenità, sarà che tutti si è diventati un po’ così, propensi all’ironia più “grassa” e “crassa”&#8230; Per questo, vorrei fare un appello modesto ai naviganti. Come fosse una preghiera di un navigante ad altri naviganti.<span id="more-37996"></span><br />
Discutiamo, ragioniamo del presente e del futuro degli operai, che andranno comunque in un qualche purgatorio, come chiunque oggi svolga un lavoro soggetto alla precarietà di cui è sostanziato questo nostro tempo. Discutiamo, ragioniamo del diritto allo studio e del dovere di garantire ai giovani il diritto di essere pieni di slancio e desideri e aspirazioni contro “lo stato presente delle cose” inteso come immodificabile e sclerotizzato, che è un&#8217;offesa alla loro giovinezza e a noi, che dovremmo contribuire ad alimentare, nutrire le loro visioni in una sorta di vero patto generazionale (non solo quel patto economico, invocato da tanti). Discutiamo, ragioniamo del diritto-dovere a insegnare. E del dovere istituzionale di riconoscere il ruolo sociale e culturale della classe insegnante in un paese che voglia davvero progettare un futuro possibile. Parliamone perché la gente capisca che è dei loro e dei nostri figli che stiamo parlando, e di quello di cui un giorno anche loro saranno chiamati a rendere conto dai loro stessi figli&#8230;<br />
Discutiamo, ragioniamo dei teatri, delle università, dei musei, degli archivi, delle biblioteche&#8230; agonizzanti per colpe pregresse e per responsabilità odierne di una classe dirigente che sta spolpando l&#8217;ultima carne dalle ossa delle istituzioni culturali (e non solo), mentre chi avrebbe dovuto vegliare e mobilitarsi è stato, almeno finora, a guardare, o meglio, a guardare il proprio naso, magnifico o degno di essere magnificato, il proprio ridicolo naso che non ha saputo annusare nemmeno cosa stava accadendo, cosa stava esso stesso edificando&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Difendiamo con intransigenza e vegliamo sul principio dell&#8217;uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, contro i garbugli e i pretesti con cui lo si vorrebbe aggirare, indipendentemente direi da chi lo voglia aggirare. Così da spuntare la lama di ogni pretesto, anche quello più ingannevole e subdolo dell&#8217;“accanimento”. Esigiamo la laicità su cui è stato fondato questo nostro Stato da cattolici e non-cattolici, da credenti e non-credenti, o diversamente credenti&#8230; in quanto unica vera inalienabile garanzia di uguaglianza in un paese che si voglia dire davvero civile, cioè rispettoso   della libertà di culto e di pensiero. Difendiamo le conquiste della scienza contro Comitati di bioetica che, negando il principio stesso della pluralità delle posizioni morali, vorrebbero allineare la scienza alla visione morale unica e insindacabile di Sacra Romana Chiesa, in tutta la sua potenza, influenza, tracotanza spirituale e temporale. Ma, proprio per questo, in nome di tutto ciò, e anche un po’ della nostra dignità. Denunciamo duramente quel che c&#8217;è da denunciare. Informiamo di tutto quello che serve a capire. Ma non infiliamoci fino al collo in quella melma, per alimentare la nostra curiosità o anche la nostra ironia&#8230; Invece di prendere questo genere di commerci per quel che sono e consegnarli assieme a tutto il resto (compresi i cocci dei principi costituzionali fatti a pezzi) al giudizio della legge e, spero un giorno, anche della storia, in cui, vorrei ricordare, saremo contemplati anche noi con tutti i nostri magnifici nasi. Anche quelli graziosamente arricciati in segno di sdegno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/preghiera-ai-naviganti/">Preghiera ai naviganti (da «il Fatto Quotidiano»)</a></p>
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		<title>Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 07:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26417" title="1-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/1-450.jpg" alt="1-450" width="450" height="300" /></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate. O meglio non mi piace il fatto che ultimamente la fiaccolata sembra essere diventata la modalità di manifestazione prediletta dal movimento lesbico gay trans. Come non mi piace lo slogan che è stato scelto per l’ultima manifestazione nazionale contro l’omofobia a Roma: cioè “<a href="http://uguali.wordpress.com/">uguali</a>”. Questo perché in quanto appartenente a una minoranza oppressa, oggetto di discriminazione e di odio, non solo non mi sento uguale, ma soprattutto non aspiro a essere uguale a chi esprime posizioni omofobiche, a chi incarna quello stile di vita eterosessuale che mi esclude, e da cui dipende la mia discriminazione. Aspiro piuttosto a rivendicare la mia diversità, e a farne un punto di partenza per la trasformazione.<span id="more-26206"></span></p>
<p>Condivido la necessità di reclamare uguali diritti. I diritti dobbiamo esigerli tutti: non solo una legge antidiscriminatoria e i pacs, ma anche il matrimonio, l’adozione, l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita. Però dobbiamo anche riflettere su ciò che ce ne faremo di questi diritti, se mai riusciremo a conquistarli in Italia. Dovremmo anche riflettere su quale mondo vorremmo una volta che fossimo riusciti a diventarne pienamente cittadini. È importante che lottiamo per avere uguali diritti, per raggiungere un’eguaglianza giuridica anche nello Stato italiano.</p>
<p>Però la parola d’ordine “uguali” rischia di esprimere un desiderio di omologazione sociale, di inclusione nella società così come già è, mentre il mio desiderio, il modo in cui interpreto il mio impegno politico in quanto gay, è quello di contestare questa società, così come essa è e come oggi sta diventando, e di lavorare per il cambiamento. Per questa ragione non riesco a sentirmi rappresentato da manifestazioni che assomigliano a cortei funebri in cui ognuno racconta la sua storia personale di sofferenza per commuovere i presenti e per reclamare una “sicurezza” intesa come la sicurezza repressiva della polizia. E non mi sento rappresentato da manifestazioni in cui si invitano i cittadini italiani a partecipare senza alcuna insegna politica, come se non ci fosse alcuna differenza oggi in Italia tra maggioranza e opposizione parlamentare e sociale, tra destra e sinistra, tra neoliberali e anticapitalisti, tra gerarchie cattoliche e attivisti laici.</p>
<p>In quanto militante gay non riesco insomma a identificarmi nel ruolo di una “povera vittima” che insieme ad altre “povere vittime” si limita a piangere il lutto delle violenze subite dalla comunità omo/trans-sessuale. Non riesco a riconoscermi in iniziative che hanno lo scopo di rivendicare protezione, o meglio di mendicare protezione da quel governo il cui atteggiamento misogino, omofobico, transfobico e razzista è il vero responsabile del nuovo clima di crescente intolleranza per tutte le minoranze che si è ormai ampiamente diffuso in Italia – per le minoranze sessuali, ma anche per la minoranze etniche, religiose e culturali, per i migranti. E di conseguenza sono spaventato dal fatto che la parlamentare del PD Paola Concia, che per quanto non provenga da una militanza nel movimento lesbico è oggi considerata la rappresentante del movimento lesbico gay trans in parlamento, ha aperto addirittura un dialogo con gruppi neofascisti come <a rel="nofollow" href="http://www.casapound.org">casa Pound</a>.</p>
<p>Per queste ragioni al titolo che mi avete proposto per questo incontro sull’emergenza omofobia,  “Fate l’amore, non la guerra” ho scelto di aggiungere un sottotitolo: “Un monito alle ‘vittime’ dell’‘emergenza’ omofobia”, dove le parole “vittime” ed “emergenza” sono tra virgolette, perché sono le parole chiave del mio intervento, quelle su cui vorrei soffermarmi, che vorrei interrogare e mettere in discussione.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26418" title="2-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2-450.jpg" alt="2-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em>Il coordinamento di associazioni trans <a href="http://www.sylviarivera.org/">Sylvia Rivera</a>. Da sinistra a Destra: Juana Ramos (Associazione Transexualia – Madrid), Laurella Arietti (circolo Pink – Verona), Porpora Marcasciano e Marcella Di Folco (<a href="http://www.mit-italia.it/">Movimento d’Identità Transessuale</a>)</em></p>
<p>Prima di soffermarmi su queste parole del sottotitolo, vorrei però iniziare dal commentare il titolo. Il motto che avete scelto, “Fate l’amore, non la guerra”, è ben diverso dalla parola d’ordine “uguali” – e personalmente mi sarebbe piaciuto molto che il movimento lesbico gay trans avesse scelto uno slogan come questo per l’ultima manifestazione romana. La contrapposizione tra fare l’amore e fare la guerra esiste già in Ovidio (nelle Eroidi). “Gli altri facciano la guerra, Protesilao faccia l’amore”: queste sono le parole che Laodamia pronuncia pensando al marito, il guerriero greco Protesilao che sta per partire per la guerra di Troia &#8211; sarà il primo dei guerrieri greci a toccare terra e il primo a essere ucciso dai Troiani.</p>
<p>Il motto “Fate l’amore non fate la guerra” come noi lo conosciamo non deriva però da Ovidio, ma è generalmente attribuito al filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970), che fu un intellettuale pacifista e anticonformista, laicista e socialista, difensore dei diritti delle donne e della libertà sessuale – un intellettuale che pagò caro il suo impegno politico. Russell si oppose infatti all’ingresso della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale, e per questo perse il suo posto di insegnamento al Trinity College, fu arrestato e trascorse ben sei mesi in carcere. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale invece Russell accantonò il suo pacifismo, e sostenne la necessità che l’Inghilterra intervenisse militarmente contro Hitler. Negli anni della guerra fredda tornò invece a difendere le ragioni del pacifismo, fu un sostenitore del disarmo nucleare e fu condannato a un’altra settimana di prigione in seguito a una manifestazione per il disarmo. Morì nel 1970, e fece in tempo a prendere parte anche alle manifestazioni pacifiste contro la guerra del Vietnam. Alla sua morte il suo “fate l’amore, non la guerra” divenne uno dei motti più ricorrenti nel movimento pacifista e della contestazione.</p>
<p>Erano gli anni della rivoluzione sessuale, in cui i giovani dei movimenti studenteschi americani ed europei sognavano un mondo diverso da quello dei loro padri e delle loro madri, un mondo in cui il sesso fosse libero, senza costrizioni, in cui l’amore potesse prendere forme diverse dalla famiglia eterosessuale riproduttiva che nella sua struttura classica è sinonimo di oppressione della moglie da parte del marito, dei figli e delle figlie da parte dei genitori. I giovani degli anni settanta sognavano un mondo rinnovato, in cui la logica dell’amore prevalesse sulle logiche della sopraffazione sessuale e generazionale, e sulle logiche della guerra e della violenza.</p>
<p>È appunto da questa effervescenza politica e sociale che nacquero tanto i movimenti femministi, quanto i movimenti gay lesbici e transessuali. E non nacquero come movimenti di vittime che chiedono pietà e protezione alla società così come essa esiste, ma come movimenti audaci e coraggiosi che aspirano a trasformare la società. Ad esempio allo Stonewall Inn di New York il 28 giugno 1969 transessuali gay e lesbiche non chiesero la protezione della polizia, ma al contrario reagirono contro la polizia che abitualmente faceva irruzione nei locali gay maltrattandone e arrestandone gli avventori. In quel caso non si trattò di una reazione non violenta, ma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Stonewall">una guerriglia urbana</a> che durò alcuni giorni – e che fu iniziata dalla transessuale Sylvia Rivera che lanciò una bottiglia contro un poliziotto.</p>
<p>Questa è la ricorrenza che il movimento festeggia ogni 28 giugno come giornata dell’orgoglio lesbico gay trans. Questa è la ricorrenza che tradizionalmente il movimento festeggia esibendo provocatoriamente corpi seminudi, grandi seni siliconati, paillettes, lustrini e indumenti di cuoio nelle gay parade come segno della rivoluzione sessuale, come segno dell’aspirazione a un mondo creativo e gioioso, “anormale” forse, ma certamente “favoloso”.</p>
<p>La parola “gay” che negli anni settanta è stata scelta dal movimento anglosassone al posto del più tradizionale “omosessuale”, che è un termine che deriva dal lessico medico, allude proprio al desiderio di essere diversi dagli altri, di essere provocatoriamente gioiosi, gai appunto. La parola “gay” designa inizialmente anche la volontà di non manifestare nel modo serioso e austero dei movimenti marxisti di quegli anni, la volontà di rigettare l’organizzazione di stampo militarista che caratterizza alcuni di quei movimenti, per privilegiare l’ironia, la provocazione, la gioia di esibire il proprio corpo. “Gay” negli anni settanta ha più o meno il significato politico che oggi, mutatis mutandis, ha acquistato la parola “queer”, con cui una parte del movimento ha scelto di rinominarsi, mentre un’altra parte del movimento rigetta quel modo gaio di manifestare, e plaude a un nuovo modo di scendere in piazza, più educato e disciplinato – un modo di manifestare che dovrebbe renderci più rispettabili, non più orgogliosi della nostra differenza ma appunto “uguali”, non più inclini a scandalizzare ma al contrario impegnati a dichiarare i nostri buoni sentimenti, a raccontare le nostre storie per impietosire chi ha il buon cuore di ascoltarci.</p>
<p>Anche in Italia abbiamo avuto la nostra Stonewall: il 5 aprile 1972 si tenne a Sanremo un convegno di psichiatri, organizzata dal Centro Italiano di Sessuologia, un organismo di ispirazione cattolica, che tra le altre cose si proponeva di discutere le possibili cure dell’omosessualità. Una quarantina di militanti del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), protestarono di fronte al convegno con slogan come “psichiatri, siamo venuti a curarvi!”. Mentre gli psichiatri cattolici entravano nella sala del convegno, i manifestanti li irrisero urlando loro “normali!”, come un insulto. Naturalmente vennero sgomberati dalla polizia, ma Angelo Pezzana, uno dei fondatori del movimento, riuscì a prendere la parola durante il convegno. Non dichiarò “sono una vittima di voi psichiatri”, “sono infelice a causa vostra e di quelli come voi”, ma al contrario dichiarò <a href="http://books.google.com/books?id=2cJ1zT70ucwC&amp;pg=PA57&amp;lpg=PA57&amp;dq=gianni+rossi+barilli+sanremo&amp;source=bl&amp;ots=yT1pv3BcD9&amp;sig=UdrPRef4gZDS1-DA0jiQIEZmGJo&amp;hl=it&amp;ei=djf0SrGAOJTSmgPE98W1Aw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=1&amp;ved=0CAgQ6AEwAA#v=onepage&amp;q=&amp;f=false">“sono omosessuale e felice di esserlo”</a>. E a me dispiace molto che questo richiamo alla felicità, e anche alla felicità della partecipazione politica, alla felicità del manifestare assieme agli altri per costruire un mondo diverso, sembra essersi persa nel nostro movimento.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26419" title="3-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/3-450.jpg" alt="3-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Vinicio Diamanti e Porpora Marcasciano</em></p>
<p>Sono passati molti anni da allora, tante cose sono cambiate in meglio nelle vite dei gay delle lesbiche, delle donne e degli uomini trans italiani, anche se oggi ci troviamo ad affrontare questa “emergenza” omofobia. Il movimento è cresciuto moltissimo, oggi le nostre manifestazioni non sono più composte da pochi militanti coraggiosi, ma riempiono le strade e le piazze delle città e coinvolgono anche molti simpatizzanti eterosessuali. Per fortuna oggi la polizia non ci carica e non ci arresta, ma piuttosto protegge le nostre manifestazioni dal rischio di aggressioni esterne.</p>
<p>E tuttavia anziché aver acquistato maggior grinta, maggior forza trasformativa, il movimento sembra essersi assestato su posizioni moderate. Anziché promuovere cambiamento, sappiamo chiedere soltanto l’accesso agli stessi diritti di cui godono le persone eterosessuali, e l’assimilazione sociale. Anziché dichiarare la nostra felicità, il nostro orgoglio di non essere uguali agli altri, il nostro desiderio di non essere “normali”, impersoniamo il ruolo di vittime che supplicano protezione a chiunque, che chiedono l’approvazione di qualsiasi forza politica, che aspirando a essere “normali” come tutti gli altri, dialogando persino con i neofascisti.</p>
<p>Non sto negando che siamo anche delle vittime, vittime della violenza omofobia e transfobica. Omofobia e transfobia sono realtà nella nostra società e nell’ultimo anno e negli ultimissimi mesi sono stati sempre più frequenti gli episodi di violenza verso le persone lesbiche gay e transessuali. Però essere vittime non neutralizza la nostra responsabilità, non ci esime cioè dalla decisione su che cosa possiamo e dobbiamo fare a partire dalla violenza che subiamo.</p>
<p>Un’importante riflessione filosofica sulla responsabilità delle vittime è stata sviluppata dopo la seconda guerra mondiale da alcuni filosofi di origine ebraica, come la tedesca Hannah Arendt (1906-1975) e il lituano-francese Emmanuel Lévinas (1905-1995). Arendt ne Le origini del totalitarismo sostiene che il popolo ebraico in Europa prima della Shoah è stato responsabile di non aver compreso l’importanza della politica, e di aver confuso l’eguaglianza giuridica e l’assimilazione sociale con l’emancipazione politica – con la rivendicazione politica dei diritti per gli ebrei e per tutte le minoranze. Sempre Arendt in Vita activa ha poi difeso l’importanza dell’azione politica, arrivando a sostenere che la politica è l’attività più propriamente e pienamente umana, quella in cui l’esistenza umana trova maggiormente senso e realizza la sua felicità.</p>
<p>Lévinas, in testi come Totalità e infinito e Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza ha invece condotto un’importante riflessione non-violenta sul concetto di responsabilità, secondo cui la responsabilità si definisce non in relazione a ciò che si è fatto, ma in relazione alla presenza dell’altro che è sempre di fronte a noi, anche quando non abbiamo agito un atto, ma lo abbiamo subito. La filosofa ebrea lesbofemminista Judith Butler (1956-) in tempi recenti ha riformulato il pensiero di Lévinas per criticare l’attuale politica dello Stato di Israele verso il popolo palestinese. Una vittima può reagire alla violenza subita con l’autodifesa (come accadde a Stonewall), oppure esercitando violenza su altri (come quella che oggi il governo israeliano esercita sul popolo palestinese), oppure restando congelata nel proprio ruolo di vittima e reclamando protezione, oppure ancora scegliendo di rifiutare la violenza e di costruire un mondo pacifico. Quest’ultima a mio avviso, quando è possibile, è la scelta propriamente morale, e propriamente politica.</p>
<p><em><del datetime="2009-11-18T12:49:01+00:00">[intervento redazionale - JR]</del><br />
</em></p>
<p>Come sapete anche gli omosessuali sono stati rinchiusi e uccisi nei campi di sterminio nazisti: quella che oggi chiamiamo “emergenza” omofobia non è che l’“emergere”, sui giornali e in tv, di una violenza che lesbiche gay e transessuali hanno da sempre subito nella storia. L’emergenza omofobia sui nostri media segue altre emergenze: l’emergenza bullismo, ad esempio – che è ad essa legata perché i bambini e gli adolescenti più bersagliati a scuola dai compagni come ben sappiamo sono i bambini e gli adolescenti effeminati, quelli che non si conformano agli standard di virilità ritenuti accettabili dai loro coetanei.</p>
<p>Un’altra emergenza che ha preceduto l’emergenza omofobia è l’emergenza della violenza sulle donne – l’emergenza stupri. Il movimento femminista ha più volte denunciato che la maggior parte degli stupri in Italia è sempre avvenuta e continua ad avvenire tra le mura domestiche: nelle famiglie eterosessuali tradizionali da sempre i mariti violentano le mogli, i padri da sempre violentano le figlie. Ma come sapete la cosiddetta emergenza stupri riguarda altre violenze, quelle compiute per strada dai cosiddetti “extracomunitari”: questi per i giornali e le tv costituiscono l’emergenza, perché sono una tragica novità, mentre i “normali” stupri familiari non fanno notizia.</p>
<p>Emergenza omofobia, emergenza bullismo ed emergenza stupri rientrano poi in quella che giornali e tv hanno presentato come una più ampia emergenza sicurezza, che tende a rappresentare tutti i cittadini italiani come vittime potenziali di un crimine generalizzato in crescita nella società italiana a causa dell’immigrazione. Un’emergenza che per questo governo deve essere risolta con l’impiego della polizia e dell’esercito: non stanziando fondi per l’educazione alla non violenza, per un’educazione sessuale nelle scuole incentrata sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, e ancora per un’educazione alla diversità culturale che possa far sentire i migranti più accolti nel nostro paese (questo governo sta continuamente tagliando fondi per l’istruzione, dalla scuola elementare all’università), ma attraverso l’esercizio della repressione poliziesca – una violenza istituzionale che deve essere più forte della violenza criminale.</p>
<p>Di nuovo non sto negando affatto che bullismo stupri e omofobia siano realtà con cui dobbiamo fare i conti, e che dobbiamo contrastare. Né sto negando che l’aumento di alcuni crimini in Italia sia legato alla presenza nel nostro paese di migranti poveri e disperati – poveri e disperati, ma non per questo privi di responsabilità per ciò che fanno. Vorrei però sottolineare il fatto che le politiche securitarie e repressive di questo governo, e anche i tagli al sistema scolastico e universitario che riguardano me come ricercatore e voi come studenti, sono concause di queste emergenze.</p>
<p>È come se oggi in Italia si fossero infranti degli argini morali, e di conseguenza stessero “emergendo” razzismi e intolleranze che sono sempre state parte della nostra società, ma che prima i cittadini italiani avevano più remore a esprimere pubblicamente. Ed è indubbio che il fatto che certi personaggi siedano nel nostro parlamento e appartengano al nostro governo faccia sentire gli italiani maggiormente legittimati a esprimere pubblicamente il loro razzismo e la loro intolleranze.</p>
<p>Di fronte al vice presidente del Senato Calderoli che chiama i gay “culattoni” e porta provocatoriamente un maiale a passeggiare sul luogo destinato alla costruzione di una moschea; di fronte al ministro dell’Interno Maroni che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom e che ha sostenuto che occorre “essere cattivi con i clandestini”; di fronte ai respingimenti dei barconi dei migranti a Lampedusa; oppure di fronte al presidente del Consiglio Berlusconi che anche di fronte agli “scandali sessuali” di cui è protagonista si vanta della sua virilità, che racconta barzellette sui gay agli operai impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e che si dichiara contrario a un’Italia multietnica; di fronte a tutto questo, e sono solo degli esempi, perché dovremmo stupirci se il nostro vicino di casa si sente legittimato a dire quanto gli facciano schifo il colore della nostra pelle o le nostre abitudini sessuali? Se in seguito al pacchetto sicurezza un anno fa a Roma la polizia ha organizzato violente retate contro le prostitute transessuali – più che delle retate, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wj_X2Tn6fyg">delle vere e proprie cacce alle trans</a> – perché dovremmo stupirci se alcuni gruppetti di balordi si sentono legittimati a proseguire questa caccia alle minoranze sessuali? Anche l’atteggiamento del governo italiano oggi è razzista, anche quella istituzionale è omofobia e transfobia – e questo è il terreno di coltura su cui si sviluppano gli episodi più estremi della violenza di cui siamo vittime.</p>
<p>Siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, quindi. E se un tempo di questa violenza l’informazione non faceva parola, negli ultimi tempi per fortuna giornali e televisioni non ce la nascondono più. Quello della vittima sembra anzi essere il ruolo che più volentieri ci viene attribuito dai media. Un ruolo “rispettabile” che gli stessi membri del governo e i loro colleghi e amici sono disposti a riconoscerci. Tutti infatti (o meglio: quasi tutti), anche quando ci hanno insultato con barzellette o male parole il giorno prima, sono poi disposti a difenderci – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – quando appariamo come vittime di violenza. Persino il sindaco di Roma Alemanno, ex estremista di destra poi entrato in AN e nel PdL, ha preso parte alla fiaccolata romana contro le violenze omofobiche, per poi dire che come buona parte dei parlamentari del PdL avrebbe votato contro l’approvazione del disegno di legge Concia per l’introduzione nel codice penale dell’aggravante di omofobia nei casi di violenza.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-26421" title="5-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/5-450.jpg" alt="5-450" width="300" height="450" />Di fronte a questa situazione a mio avviso, anche se siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, dovremmo sforzarci di non essere soltanto delle vittime, e di recuperare almeno un po’ della volontà trasformativa che caratterizzava gli inizi del nostro movimento. Dovremmo seguire l’insegnamento di Arendt, e riacquistare il senso della felicità pubblica, della partecipazione attiva alla politica, non solo per reclamare protezione da questa società così com’è, ma anche per contribuire alla trasformazione della società in nome dei principi di eguaglianza giuridica e di rispetto per le differenze.</p>
<p>Lo scrittore Christopher Isherwood (1904-1986) – l’autore di Addio a Berlino da cui è stato tratto nel 1972 il famoso musical di Bob Fosse Cabaret con Liza Minnelli – sosteneva che l’omosessualità era stata per lui motivo di ispirazione, perché gli aveva permesso di esercitare uno sguardo obliquo sul mondo, uno sguardo queer, che è lo sguardo curioso di chi non si accontenta di guardare il mondo così come solitamente appare, come lo guardano i più, ma lo osserva secondo una prospettiva imprevista e inedita.</p>
<p>Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), autore di capolavori come Storia della follia, Sorvegliare e punire, La volontà di sapere, intervistato sulla propria omosessualità nel 1981, dichiarò invece: “Bisogna diffidare dalla tendenza a ricondurre la questione dell’omosessualità al problema del ‘chi sono?’, ‘qual è il segreto del mio desiderio?’. Forse sarebbe meglio domandarsi: ‘Quali reazioni possono, attraverso l’omosessualità, essere stabilite, inventate, moltiplicate, modulate?’”. E poi continuò: “L’omosessualità è una grande occasione storica per riaprire virtualità relazionali ed affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione in un certo senso ‘trasversale’, le linee diagonali che può tracciare nel tessuto sociale, permettono di fare emergere tali virtualità”.</p>
<p>A mio avviso sarebbe importante che il movimento lesbico gay trans, anche a partire dal fatto che essere lesbiche gay trans in Italia oggi, come purtroppo da sempre, significa essere esposti alla violenza omofobica e transfobica, continuasse a vivere l’omosessualità e la transessualità come osservatori privilegiati sul mondo, come occasioni di trasformazione e di cambiamento, o almeno, di fronte alla deriva neoautoritaria che sta prendendo la politica italiana, come occasioni di resistenza, di difesa della nostra costituzione antifascista e dei diritti che sancisce, e anche di difesa delle conquiste sociali e culturali – anche se per il momento non giuridiche – che la comunità omo/trans-sessuale ha comunque ottenuto anche in Italia dagli anni settanta ad oggi.</p>
<p>In questa prospettiva, ad esempio, il movimento avrebbe dovuto essere più radicale nell’affermare che avremmo voluto non l’introduzione dell’aggravante per omosessualità nel codice penale, come proponeva il disegno di legge Concia, ma l’introduzione dell’omofobia e della transfobia nella legge Mancino. Anziché appoggiare direttamente il disegno di legge Concia con una manifestazione intitolata “uguali”, a mio avviso il movimento avrebbe dovuto appoggiarlo indirettamente (obliquamente, in modo queer) indicendo una manifestazione dal titolo diverso – magari “fate l’amore, non la guerra”, oppure “orgogliosi di essere diversi e antifascisti” – chiedendo l’ampliamento della legge Mancino.</p>
<p>La differenza tra il disegno di legge Concia che è stato discusso e bocciato e la legge Mancino infatti non è di poco conto: accontentandosi del disegno di legge Concia gli omosessuali hanno assunto il ruolo di vittime che chiedono protezione giuridica e poliziesca solo per se stessi, dimenticando la responsabilità dell’impegno politico verso gli altri – solo gli omosessuali hanno assunto questo ruolo, perché il disegno di legge concia non nominava uomini e donne transessuali, né gli uomini e le donne migranti. Se il movimento lesbico gay trans avesse invece manifestato unito per l’ampliamento della legge Mancino, a mio avviso avrebbe assunto il ruolo di una forza politica che difende le ragioni dell’antifascismo contro i rischi di neoautoritarismo, di esautorazione delle prerogative parlamentari, di cancellazione dei diritti costituzionali, di razzismo, di omofobia e di transfobia presenti oggi nel nostro paese.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26422" title="6-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/6-450.jpg" alt="6-450" width="450" height="295" /><br />
<em> Marcella Di Folco e Vladimir Luxuria</em></p>
<p>Il disegno di legge Concia avrebbe introdotto nel codice penale, all&#8217;articolo 61, tra le circostanze aggravanti in caso di aggressione, il fatto che il reato sia stato commesso per ragioni relative all’orientamento sessuale della persona aggredita – quindi nel caso in cui la vittima sia un gay o una lesbica, non un/una transessuale o un/una migrante (per ora l’articolo 61 considera aggravanti i futili motivi, oppure il fatto che l’aggressione serva per coprire un precedente reato o per commetterne un altro, o ancora l’uso di sevizie e la crudeltà nell’esercizio della violenza, o il fatto che la violenza sia associata a un abuso di potere…).</p>
<p>Al disegno di legge Concia, che sulla carta era appoggiato da parte del PD, parte del PdL e persino da parte della Lega, sono state opposte due obiezioni: la prima era relativa alla presunta ambiguità del termine “orientamento sessuale” – tutti sappiamo a che l’espressione indica l’omosessualità, tranne alcuni parlamentari del PdL, secondo cui l’espressione comprende anche la pedofilia, la necrofilia o la zoofilia, e che pertanto hanno chiesto che il disegno di legge fosse rimandato in Commissione…</p>
<p>La seconda, che è stata determinante per la bocciatura del disegno di legge durante la discussione parlamentare, è stata sollevata dall’UdC, ed era relativa al fatto che questa aggravante avrebbe compromesso il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Anche questa è una motivazione pretestuosa, perché l’articolo 3 non sostiene soltanto “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma continua: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.</p>
<p>Nello spirito di quanto affermato dall’articolo 3 della Costituzione, sostenere che un’aggressione di una minoranza oppressa è più grave di un’aggressione compiuta a scopo di rapina non è affatto una discriminazione a favore della minoranza – come è stato pretestuosamente obiettato a disegno di legge Concia – ma rientra nel tentativo da parte dello Stato di rimuovere gli ostacoli culturali e sociali che impediscono l’eguaglianza giuridica dei cittadini (come avviene nelle politiche di pari opportunità per le donne). Il rilievo di incostituzionalità era quindi evidentemente pretestuoso. E infatti la corte costituzionale non ha mai obiettato che la legge Scelba o la legge Mancino contraddicano l’articolo 3 della costituzione.<br />
Quando fu scritta la costituzione, nel 1946 e nel 1947, i costituenti la corredarono di una norma, la XII norma transitoria, che afferma inderogabilmente il principio secondo cui “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Da questo principio generale la norma transitoria trae come conclusione che per 5 anni, in deroga all’articolo 48 (secondo cui tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, hanno uguale diritto di partecipare alle elezioni e di esercitare il diritto di voto), i “capi responsabili” del partito fascista non potevano candidarsi alle elezioni. La XII norma transitoria ha avuto applicazione nel 1952 nella legge 645 o legge Scelba, che introduce il reato di apologia di fascismo che consiste non solo nel fare propaganda per ricostituire il partito fascista, ma anche nell’“esaltare, minacciare o usare la violenza come metodo di lotta politica, nel denigrare i principi democratici e le libertà sancite dalla costituzione” e nel fare “propaganda razzista”.</p>
<p>Anche la legge 205 del 1993, o legge Mancino, è un’applicazione della XII norma transitoria. La legge Mancino punisce con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sull&#8217;odio razziale o etnico, e chi incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La proposta originaria avanzata dal movimento lesbico gay e trans era di aggiungere la discriminazione per ragioni relative all’orientamento e all’identità sessuali alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi già punite dalla legge Mancino. Ma su una tale proposta non si sarebbe mai raggiunto un accordo con le destre né con i cattolici, e allora si è ripiegato – a mio avviso sbagliando – sul sostegno incondizionato e diretto del disegno di legge Concia.</p>
<p>A mio avviso si è trattato di una scelta sbagliata, perché la differenza tra le leggi Scelba e Mancino e il disegno di legge Concia è enorme, e le prime hanno un significato politico che l’ultimo non avrebbe potuto avere. Le leggi Scelba e Mancino non hanno infatti introdotto un’aggravante a un reato, ma hanno introdotto nuovi reati: l’apologia di fascismo e la discriminazione o l’incitazione alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi – a cui originariamente e giustamente il movimento lesbico gay trans chiedeva di aggiungere la discriminazione per motivi relativi all’orientamento e all’identità sessuali. Si tratta quindi, in questo caso, non solo di reati di violenza e di omicidio, ma anche di reati di opinione – si tratta di affermare il principio che non possono essere pronunciate parole di odio contro le minoranze. Un principio tanto più necessario in una società come è diventata oggi quella italiana, in cui come dicevo prima sembrano essere saltati degli argini morali, e sembra che tutto possa essere detto impunemente, senza ricevere alcun biasimo – né giuridico, né morale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26423" title="7-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/7-450.jpg" alt="7-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Valerie Taccarelli (Movimento d’Identità Transessuale)</em></p>
<p>Quando furono promulgate le leggi Scelba e Mancino, esponenti del Movimento Sociale Italiano e di Allenanza Nazionale sostennero che queste due leggi fossero in contrasto non con l’articolo 3, ma con l’articolo 21 della Costituzione, che è l’articolo che garantisce la libertà di pensiero. Ad oggi però nessuno ha richiesto l’intervento della corte costituzionale per la legge Mancino. La corte costituzionale si è invece pronunciata sulla legge Scelba, che fu applicata contro alcuni esponenti del Movimento Sociale Italiano. Durante i processi fu sollevata l’obiezione di anticostituzionalità, ma in due sentenze del 1957 e del 1958 la corte costituzionale rispose che proprio per garantire la libertà di pensiero la costituzione italiana proibisce la riorganizzazione del partito fascista, e che quindi è coerente con la costituzione bandire anche quelle forme di propaganda che potrebbero condurre a tale riorganizzazione.</p>
<p>Secondo queste sentenze della corte costituzionale, quindi, alla base della struttura della nostra costituzione sta un principio classico del liberalismo – affermato per la prima volta alla fine del 1600 dal filosofo britannico John Locke (1632-1704) contro i “papisti”, cioè contro i cattolici –, che è un principio molto semplice secondo il quale per garantire la tolleranza in democrazia è necessario bandire l’intolleranza: non si può insomma essere tolleranti con gli intolleranti. La democrazia liberale non è infatti il regime in cui si può dire tutto e in cui la volontà della maggioranza non ha alcun freno, ma è il regime che pone a proprio fondamento i principi della libertà e dell’uguaglianza, che pone questi principi al di sopra della volontà della maggioranza, che difende questi valori da chi tenta di metterli in discussione attraverso forme di propaganda.</p>
<p>A mio avviso questo principio di Locke è un principio politico che anche il movimento lesbico gay e trans dovrebbe fare suo, e che dovremmo aggiungere come auspicabile motto del movimento: “Fate l’amore, non la guerra”, “siate orgogliosi di essere diversi e antifascisti”, “non siate tolleranti con gli intolleranti”! Perché non si può dialogare politicamente con i neofascisti di casa Pound. Non si può cercare di fare una “leggiucchia” contro l’omofobia – e non contro la transfobia e il razzismo – assieme al PdL e alla Lega. E non ha senso chiedere protezione a coloro che hanno creato quel clima d’odio per le minoranze che è un ottimo terreno di coltura per le violenze omofobiche e transfobiche. Siamo vittime di violenza, ma questo non ci condanna a essere solo vittime di violenza – e non ci esime dalle nostre responsabilità politiche.</p>
<p>Chi si identifica con la vittima, chi si accontenta del ruolo di vittima che oggi i giornali e le tv cuciono addosso a noi lesbiche gay e transessuali, può accontentarsi di supplicare protezione a chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di destra o di sinistra, cattolico o laico.</p>
<p>Ma fare politica non è supplicare protezione – è un’altra cosa. Fare politica significa non rimanere neutrali ed equidistanti rispetto agli attori politici presenti, ma significa prendere posizione – non in nome del proprio personale interesse, ma in nome di una giustizia che riguarda tutti e tutte. Ad esempio significa difendere i valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo, fare opposizione contro le derive neoautoritarie e razziste di questo governo, e interpretare la difesa di un documento antico ma prezioso come la costituzione – questa resistenza oggi necessaria – non come un gesto di conservazione ma come un gesto di trasformazione volto al futuro.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26424" title="8-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/8-450.jpg" alt="8-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em> Lorenzo Bernini, Valerie Taccarelli e Mirca Vergnano (associazione Evadamo di Torino) al seminario trans organizzato dal coordinamento Sylvia Rivera a Terranova Bracciolini (FI) nel maggio 2008<br />
</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p>L’autore:</p>
<ul>
<li> Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault <a href="www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4495">Liguori</a></li>
<li> Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità.<a href="http://books.google.com/books?id=kuOUvzS9Y_oC&amp;pg=PA49&amp;lpg=PA49&amp;dq=%22Lorenzo+Bernini%22#v=onepage&amp;q=%22Lorenzo%20Bernini%22&amp;f=false">ebook</a></li>
<li> Intervista <a href="www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=21892">arcigay</a></li>
<li> Intervista <a href="www.c6.tv/component/library?task=view&amp;id=2165">C6 TV</a></li>
<li><a href="www.fuoriaula.com/fuori-aula-network/news/romeo-love-23-chi-siamo">Romeo in Love</a> &#8211; Podcast sulla cultura gay, lesbica, bisessuale e transessuale (GLBT*)</li>
<li><a href="http://www.la7.it/intrattenimento/dettaglio.asp?prop=universication&amp;video=31995">universication</a> La7  (minuto 14:51)</li>
<li>Altri <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-bernini">articoli di Lorenzo Bernini</a> su Nazione Indiana.</li>
</ul>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
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		<title>Il male minore</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 06:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>più che volentieri pubblico questo pezzo uscito su</em> La Stampa <em>il 28 agosto "ispirato" - come mi annota nella email di accompagnamento l'autore - "alla vicenda del barcone dei migranti annegati e alla vicenda della legge ipocrita sulle badanti, penso all'Italia del male minore (e del terrorismo passato).</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/03/il-male-minore/">Il male minore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>più che volentieri pubblico questo pezzo uscito su</em> La Stampa <em>il 28 agosto "ispirato" - come mi annota nella email di accompagnamento l'autore - "alla vicenda del barcone dei migranti annegati e alla vicenda della legge ipocrita sulle badanti, penso all'Italia del male minore (e del terrorismo passato).</em> G.B.]<br />
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<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Eyal Weizman è un architetto israeliano. Insegna a Londra alla University of London ed ha scritto un saggio,<em> Architettura dell’occupazione </em>(Bruno Mondadori) che ha fatto molto discutere, dedicato alla costruzione del Muro che separa Israele dai Territori palestinesi. In un piccolo librino, edito invece da poco da Nottetempo, intitolato <em>Il male minore</em>, Weizman ha invece posto un problema di grande attualità di questi tempi, la cui formulazione è: Se vi trovate di fronte a due mali, è vostro dovere optare per il minore. La questione del “male minore” l’ha sollevata in modo critico per la prima volta un’ebrea migrata in America per sfuggire al nazismo, Hannah Arendt, in una conferenza del 1964, dedicata a “La responsabilità personale sotto la dittatura”. <span id="more-21253"></span><br />
Pochi anni prima la filosofa tedesca s’era interrogata, nel corso del processo contro Eichmann, grande organizzatore della deportazione, sulle ragioni della cooperazione offerta dai Consigli Ebraici nelle nazioni occupate ai nazisti, atto rimosso da molti, e subito contestato alla Arendt: ebrei eminenti avevano collaborato con i massacratori con l’intento di salvare se stessi e  altri ebrei, e per questo avevano lasciato che moltissimi di loro venissero deportati e gasati. Il male minore, appunto, argomento che circola anche nelle affermazioni del criminale nazista nel corso del processo: Siamo scesi a patti col diavolo senza vendergli l’anima. Oppure: Noi che figuriamo colpevoli oggi, siamo però stati i soli a restare al nostro posto per evitare che le cose andassero anche peggio, mentre coloro che non hanno fatto nulla si sono sottratti alle loro responsabilità, pensando solo a se stessi, alla salvezza delle loro anime. Come ci ricorda Hannah Arendt, chi sceglie il male minore dimentica troppo in fretta che sta scegliendo il male.<br />
Weizman sottolinea come nella nostra post-utopica cultura politica contemporanea il termine “male minore” è diventato oggi un fatto quasi naturale, e viene invocato in contesti incredibilmente diversi tra loro: dalla morale individuale al diritto internazionale, dalle economie della violenza nel contesto della “guerra al terrore” agli attivisti umanitari dei cosiddetti “diritti umani”, portati a destreggiarsi in mezzo ai paradossi dell’assistenza – parola che sembra aver preso il posto precedentemente riservato al termine <em>bene</em>. Sono spesso proprio i totalitarismi a usare l’argomento del male minore, dice l’architetto israeliano, che cita un altro scritto della Arendt , “Le uova alzano la voce”, dove viene ricordato il detto di Stalin, il solo contributo originale del capo sovietico alla dottrina marxista: “Non puoi rompere le uova senza fare una frittata”. Ovvero, che non si può edificare il regime della vera giustizia tra gli uomini senza grandi sacrifici di vite umane. Una convinzione che ha portato anche da noi, in Italia, negli anni Settanta, diversi miei coetanei, ad accettare il principio dell’omicidio politico come strumento rivoluzionario – e a sostenerlo anche oggi come un portato inevitabile dell’epoca.<br />
Mary McCathy, la scrittrice amica della Arendt, ha smascherato la fallacia del male minore: “Se qualcuno ti punta addosso una pistola e ti dice ‘Uccidi il tuo amico o io uccido te’, ti sta semplicemente <em>tentando</em>”. Quando nient’altro è possibile, scrive Weizman, “quando fare <em>niente</em> è l’ultima forma effettiva di resistenza, e le conseguenze pratiche del rifiuto, e perciò del caos, sono quasi sempre migliori, se abbastanza persone rifiutano”. Quando la filosofa tedesca aveva articolato questo tema non era ancora operante la razionalità dei computer, la logica del calcolo, che ha portato alle estreme conseguenze la questione nel capitalismo finanziario: introdurre il modello economico nei giudizi etici. Il calcolo e la misurazione dei beni e dei mali considerati come algoritmi – trend statistici delle scienze sociali, o aspetti di un problema computazionale – riducono di fatto la responsabilità personale e di giudizio. Weizman ci ricorda che quando le questioni vengono pensate in termini economici ed espresse in numeri, “esse possono essere cambiate e sviate infinitamente”. L’architetto ripercorre nel suo saggio la storia del “male minore” nel pensiero occidentale, attraverso Agostino che rompe con l’assolutismo del manicheismo (meglio le prostitute dell’adulterio, meglio uccidere un aggressore prima che questi uccida un passante innocente). Il male minore come prevenzione è un concetto che ha fatto molta strada presso di noi passando anche per il marxismo e i suoi interrogativi: il cambiamento deve comportare la riduzione o l’intensificazione della sofferenza? <em>La politique du pire</em> ha lastricato i sentieri di Utopia negli ultimi settant’anni sino ad arrivare agli ex maoisti francesi passati alla causa dei Diritti Umani degli anni Novanta, o alla “guerra al terrore” di Guantanamo, tutti esempi in cui il calcolo costi e benefici si modella non in relazione al male che si produce ma a quello che si previene.<br />
Qual è dunque l’antidoto a questa politica della menzogna? La responsabilità, scrive la Arendt, che è sempre un fatto individuale e non collettivo. Qualcosa di assolutamente soggettivo che invece i regimi totalitari, e quelli che aspirano a diventarlo, cercano di negare annacquando tutto nel “collettivo” dei sondaggi e delle opinioni mutevoli. L’autenticità dell’atteggiamento soggettivo, dice la filosofa, “si può misurare solo dalla caparbietà nell’affrontare eventuali sofferenze”. Non ci sono dunque regole generali, ma a tutti verrà, prima o poi chiesto, come a Eichmann: Perché hai obbedito? Perché hai dato il tuo <em>sostegno</em>? Lì è il momento di verità di ciascuno, per quanto sarebbe sempre meglio non arrivarci. Per questo bisogna pur far qualcosa affinché la logica del “male minore” non trionfi oggi, qui tra noi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/03/il-male-minore/">Il male minore</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Luoghi di confino, linee di confine</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 06:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<h3 style="text-align: left;">Per un&#8217;ontologia anarchica dell&#8217;umano</h3>
<p align="justify"><em>Pubblico il testo dell&#8217;intervento che Lorenzo Bernini ha pronunciato a Palermo il 14 febbraio 2009 in occasione dell&#8217;anteprima del documentario </em><em><a href="http://isolanuda.visionaria.it/">Isola nuda</a> di Debora Inguglia<a href="http://isolanuda.visionaria.it/"></a>, prodotto dall&#8217;associazione culturale <a href="http://www.visionaria.it">Visionaria</a> con la collaborazione di Giuseppe Bisso. Il documentario raccoglie testimonianze del confino degli omosessuali sull&#8217;isola di Ustica durante il fascismo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/30/luoghi-di-confino-linee-di-confine/">Luoghi di confino, linee di confine</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: left;">Per un&#8217;ontologia anarchica dell&#8217;umano</h3>
<p align="justify"><em>Pubblico il testo dell&#8217;intervento che Lorenzo Bernini ha pronunciato a Palermo il 14 febbraio 2009 in occasione dell&#8217;anteprima del documentario </em><em><a href="http://isolanuda.visionaria.it/">Isola nuda</a> di Debora Inguglia<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://isolanuda.visionaria.it/"></a></span>, prodotto dall&#8217;associazione culturale <a href="http://www.visionaria.it">Visionaria</a> con la collaborazione di Giuseppe Bisso. Il documentario raccoglie testimonianze del confino degli omosessuali sull&#8217;isola di Ustica durante il fascismo. Le fotografie, scattate a Lampedusa, sono di Giovanni Hänninen.</em></p>
<p align="justify"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-16040" title="ni450c2a9hanninen-8409" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/ni450c2a9hanninen-8409.jpg" alt="ni450c2a9hanninen-8409" width="450" height="301" /></strong></p>
<p><span id="more-16039"></span></p>
<h4><em>1. Lo sguardo del filosofo. </em></h4>
<p align="justify">Il documentario <em>Isola nuda</em> offre punti di vista differenti sul confino degli omosessuali sotto il regime fascista. Ma il documentario può anche essere <em>guardato</em> da molti punti di vista differenti. Il punto di vista che vorrei portare io con questo intervento è quello della filosofia politica. Siccome filosofia politica significa tante cose differenti, preciso fin da subito che il mio punto di vista è quello di una filosofia politica critica e radicale che decostruisce la nozione di politica così come è stata pensata dall&#8217;occidente &#8211; di una filosofia che molto ha appreso dalla lezione di Friedrich Nietzsche, Hannah Arendt e Michel Foucault, e più di recente da Giorgio Agamben, Adriana Cavarero e Judith Butler. La mia prospettiva non si accontenta però di operare una decostruzione, e ha l&#8217;ambizione di essere anche propositiva. La mia proposta sarà una proposta etica, più che politica &#8211; sarà l&#8217;invito a ripensare l&#8217;umano in un modo che risulterà incompatibile con il modo in cui lo ha pensato la tradizione politica occidentale. Proporrò quella che potrei chiamare un&#8217;ontologia anarchica dell&#8217;umano. Con questa espressione intendo innanzitutto una ricerca del senso dell&#8217;esistenza umana che non dia per scontato che tale esistenza debba acquisire una forma politica, essere rinchiusa entro dei confini politici. L&#8217;etica che vorrei proporre riconosce che ogni esistenza umana dipende necessariamente da altre esistenze umane, che ogni esistenza umana è esposta ad altre esistenze umane fin dal principio. Come sostiene Adrienne Rich, ogni essere umano nasce da una donna, da un essere umano di sesso femminile: nasce inerme e non autosufficiente, bisognoso degli altri per sopravvivere fisicamente e psicologicamente, e per acquisire la sua forma adulta. Quindi all&#8217;esistenza umana è necessaria una vita in comunità, per lo meno in quella comunità ristretta composta dal nuovo nato o dalla nuova nata e da chi se ne prende cura. L&#8217;etica che vorrei proporre rifiuta appunto di porre un&#8217;equivalenza tra questa comunità necessaria, la comunità ontologica da cui dipende l&#8217;essere dell&#8217;essere umano, e la comunità politica intesa come comunità dotata di specifici confini e quindi contrapposta ad altre comunità politiche. Così come rifiuta di trarre come conseguenza dei confini che separano e contrappongono le comunità politiche la necessità dell&#8217;obbedienza dell&#8217;umano all&#8217;autorità che governa sulla comunità politica in cui per puro caso quell&#8217;umano è nato.</p>
<p align="justify">L&#8217;ontologia dell&#8217;umano che vorrei proporre è, inoltre, anarchica anche in un senso diverso dalla messa in discussione dei confini <em>geografici</em> che contrappongono una comunità politica alle altre. L&#8217;etica che vorrei proporre è anarchica anche relativamente ad altri confini, che non sono geografici ma simbolici. Il termine greco &#8220;<em>arché</em>&#8221; (da cui deriva per negazione il termine &#8220;an-archia&#8221;) può essere tradotto con &#8220;governo&#8221;, ma può essere tradotto anche con &#8220;principio originario&#8221; o &#8220;fondamento&#8221;. La prospettiva ontologica che difenderò è an-archica anche perché rifiuta di ricondurre l&#8217;umano a un principio oggettivo restrittivo, perché contesta ogni tentativo di inchiodare l&#8217;umano a una verità, sia essa teologica, etica, biomedica o psicologica, se tale verità pretende di tracciare confini interni all&#8217;umano. Se vogliamo salvaguardare la libertà come caratteristica costitutiva dell&#8217;umano, occorre sostenere che l&#8217;umano non è riconducibile all&#8217;ambito del vero, ma semmai all&#8217;ambito del possibile. Occorre cioè sostenere che l&#8217;umano ha sempre la libertà di pensare oltre la verità che qualcun altro gli impone, di eccedere quella verità, e di disobbedirle. Potreste certo dirmi che anche l&#8217;essere nati inermi da una donna è una verità, perché in effetti è così. Però si tratta di una verità che accomuna gli esseri umani e non che li separa. E poi si tratta di una verità soggettiva e non oggettiva: ognuno sa di essere nato da una donna anche nel caso in cui non abbia conosciuto sua madre. È una verità in cui ciascuno o ciascuna incappa a un certo punto della sua vita di bambino: &#8220;i bambini nascono così&#8221;. Ognuno sa di aver avuto bisogno di cure per diventare grande, chiunque sia stato a provvedere a queste cure. Ognuno sa quanto sia bello e difficile essere esposti alla cura dell&#8217;altro, e sa che la ribellione, la messa in discussione delle autorità educative, è una possibilità presente nella storia di ognuno e di ognuna, almeno tanto quanto lo è la gratitudine verso chi si è preso cura di lui o di lei. Si tratta in questo caso di verità soggettive, che non possono tracciare confini interni all&#8217;umano, perché si tratta di verità di cui ogni singolo è personalmente garante, e che non hanno alcun bisogno di un&#8217;autorità detentrice di verità per essere ritenute valide. Non si tratta di verità biologiche, perché non ho bisogno del parere di un genetista né di un ginecologo per sapere che sono nato inerme da una donna. Si tratta piuttosto di verità biografiche.</p>
<p align="justify"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-16041" title="ni450c2a9hanninen-8141" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/ni450c2a9hanninen-8141.jpg" alt="ni450c2a9hanninen-8141" width="450" height="301" /></strong></p>
<h4>2. <em>I confini nell&#8217;umano.</em></h4>
<p align="justify"><em> </em>Che cosa significa ricondurre l&#8217;umano a una verità biologica oggettiva e non a una verità biografica soggettiva è, invece, esibito con chiarezza dal documentario <em>Isola nuda</em>. Nel 1939, racconta il documentario, il questore di Catania condanna al confino quarantasei uomini omosessuali seguendo il principio secondo cui l&#8217;omosessualità è una &#8220;grave aberrazione esiziale alla sanità e al miglioramento della razza&#8221;. Questa definizione implica la credenza nell&#8217;esistenza di criteri oggettivi che permettano di de-finire l&#8217;umano, di tracciare cioè linee di confine interne all&#8217;umano tra chi è pienamente umano, pienamente appartenente alla razza umana, e chi no. Ustica, Lampedusa, Favignana quindi, nel loro essere luoghi di confino per gli omosessuali durante il fascismo, erano anche luoghi simbolici che segnavano un confine tra chi veniva incluso nella piena umanità e chi ne veniva escluso. Erano quindi davvero &#8220;isole nude&#8221;, isole dove veniva confinata una vita nuda, una vita spogliata di quella protezione giuridica che il regime fascista garantiva soltanto a chi riconosceva pienamente umano. L&#8217;ontologia anarchica dell&#8217;umano che vorrei proporre consiste nel mettere in discussione, sulla scorta delle ultime riflessioni di Butler, non solo questa linea di confine tra eterosessuali e omosessuali, ma qualsiasi principio di definizione dell&#8217;umano che imponga linee di confine interne alla sfera dell&#8217;umanità. A essere condannati al confino dal fascismo, ad esempio, non erano soltanto gli omosessuali, ma anche gli oppositori politici. Nella tradizione politica occidentale generalmente sono considerate umane quelle vite che sono capaci di obbedienza a una data autorità politica, che sono conformi ai costumi che essa impone, alla sua morale pubblica. Queste vite, e solo queste vite, sono degne di protezione giuridica; sono invece considerate indegne di protezione giuridica le vite ritenute pericolose per la comunità politica, ad esempio per la &#8220;purezza razziale&#8221; e la &#8220;salute&#8221; della popolazione, oppure per i suoi costumi, per il suo &#8220;pubblico pudore&#8221;. Nel caso del confino degli omosessuali sotto il fascismo, si cercava giustificazione della linea di confine tra l&#8217;umano e il meno-che-umano in pseudo-verità mediche, e in particolare nell&#8217;anatomia degli uomini omosessuali, nella loro conformazione anale o genitale &#8211; che si cercava in qualche modo di apparentare alla conformazione femminile. Gli omosessuali maschi destinati al confino venivano infatti sottoposti a umilianti perizie mediche volte a riscontrare in loro un &#8220;ano imbutiforme&#8221;, un ano insomma che avesse una conformazione simile a una vagina. Vale la pena di ricordare che ci furono anche rari casi di confino di donne lesbiche &#8211; rari perché per punire le lesbiche si preferivano altre soluzioni che venivano gestite direttamente dalle famiglie, come il manicomio o l&#8217;esorcismo. E vale la pena di ricordare anche che a partire dalla fine dell&#8217;Ottocento la riduzione dell&#8217;identità omosessuale a dato biologico ha riguardato non solo l&#8217;&#8221;inversione&#8221; maschile, la &#8220;pederastia&#8221; come si diceva allora, ma anche quella femminile. La medicina tentava di oggettivare il desiderio omosessuale femminile riconducendolo a caratteristiche fisiche virili: la lesbica, chiamata allora &#8220;urninga&#8221; o &#8220;tribade&#8221;, era accusata di avere una clitoride troppo sviluppata, simile a un pene, che avrebbe determinato un eccesso di desiderio che le conferiva una personalità criminale, e che in molti casi ne determinava un destino da prostituta.</p>
<p align="justify">Se ci pensate, lo stesso modo di ragionare si trova anche in quegli studi recenti, che periodicamente vengono pubblicati su qualche rivista scientifica, secondo cui l&#8217;omosessualità o la transessualità avrebbero origine genetica. Anche il movimento lesbico gay trans talvolta sposa queste teorie, rendendosi così erede &#8211; seppur con intenzioni politiche opposte a quelle dei primi studi medici sull&#8217;inversione &#8211; di una tradizione che viene da lontano, e che mira a ricondurre il desiderio sessuale a una qualche verità biologica professata non dal soggetto del desiderio ma da qualche &#8220;scienziato&#8221;. Questa tradizione rende i soggetti di desiderio degli oggetti di studio per un&#8217;autorità detentrice della loro verità, e lega il destino di un&#8217;esistenza umana alla conformazione della sua vita biologica, secondo il principio dell&#8217;&#8221;è nato così&#8221;. Per me invece è poco interessante sapere se sono nato &#8220;così&#8221; e perché sono nato &#8220;così&#8221;, mentre è molto più interessante che cosa ho fatto di me nelle relazioni che mi sono trovato a vivere dopo la nascita, e ancor più interessante è che cosa ancora posso fare di me nelle relazioni con altri esseri umani. Ritengo, insomma, che il <em>fatto</em> che io sia omosessuale dice ben poco di me. E il fatto che il mio desiderio omosessuale potrebbe forse dipendere dalla forma del &#8220;buco del mio culo&#8221;, o dal mio patrimonio genetico, dice ancor meno. Il mio invito è quindi a prendere nettamente le distanze dalle teorie biologiche o psicologiche che vogliono dare una spiegazione &#8220;scientifica&#8221; del desiderio sessuale, sia quando si propongono nelle vecchie versioni razziste, sia quando si prongono in versioni pseudo-progressiste.</p>
<p align="justify"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-16042" title="ni450c2a9hanninen-8204" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/ni450c2a9hanninen-8204.jpg" alt="ni450c2a9hanninen-8204" width="450" height="301" /></strong></p>
<h4><em>3. Genealogia del razzismo.</em></h4>
<p align="justify">Secondo Foucault questa strategia di oggettivazione dell&#8217;umano si sarebbe diffusa nell&#8217;occidente con la cristianità, in particolare con le pratiche della confessione inventate dalla chiesa cattolica. Durante la confessione, infatti, al fedele il prete chiede non solo di raccontare ciò che ha fatto, ma anche di indagare ciò che è, di oggettivare la sua personalità. Nel cattolicesimo il sesso diventa una questione di verità, il desiderio viene legato a un&#8217;identità, a una personalità. In base alle personalità di cui sono portatori, il prete-pastore, il detentore di verità, opera delle distinzioni tra i fedeli: i peccatori e i giusti, i &#8220;secondo natura&#8221; e i &#8220;contro natura&#8221;, chi merita di vivere e chi di morire. In base a questa logica nella prima età moderna donne e uomini omosessuali sono stati mandati al rogo. Secondo Foucault, a partire dal Sei-Settecento anche lo Stato ha iniziato a comportarsi come la chiesa cattolica e a tracciare linee di confine nell&#8217;umano &#8211; linee di confine che riguardano la sessualità ma non solo la sessualità. Se la chiesa deve garantire la salvezza ultraterrena dei fedeli attraverso la confessione e la tortura, lo Stato deve invece garantire la sicurezza e la salute della popolazione attraverso strumenti biopolitici, attraverso i saperi e le tecniche della medicina e della biologia. A partire dall&#8217;Ottocento, si è poi diffusa quella preoccupazione per la difesa della purezza della razza che nel Novecento ha fornito giustificazione ai totalitarismi, dove la selezione biopolitica ha assunto il suo volto più estremo. Se sotto il fascismo gli omosessuali maschi sono stati confinati nelle isole della nuda vita assieme agli oppositori politici, sotto il nazismo come sapete assieme agli oppositori politici, ma anche assieme agli ebrei, ai rom, ai testimoni di Geova, ai portatori di handicap le persone omosessuali sono state non solo confinate, ma anche sterminate, nei campi della nuda vita.</p>
<p align="justify">Se Foucault rintraccia nel potere pastorale della chiesa cattolica l&#8217;origine di questa strategia di oggettivazione razzista dell&#8217;umano, Agamben sostiene che essa vada retrodata all&#8217;origine dell&#8217;Occidente. Agamben riprende il pensiero del giurista Carl Schmitt, e sostiene che la politica, fin dalla sua origine, consiste nella decisione su chi è amico e chi è nemico. Ogni comunità politica cioè dà diritto di cittadinanza solo ad alcuni soggetti, ed esclude altri soggetti dalla cittadinanza. Uno dei criteri per l&#8217;assegnazione della cittadinanza è l&#8217;appartenenza a un confine geografico: non l&#8217;essere nati da donna, ma l&#8217;essere nati all&#8217;interno dei confini della comunità politica. Ma anche all&#8217;interno di tali confini materiali esistono confini simbolici tra chi è pienamente cittadino e chi no &#8211; e chi non è pienamente cittadino è sempre un potenziale nemico, un nemico interno alla comunità politica. Prendete ad esempio l&#8217;antica Grecia: come sapete &#8220;politica&#8221; deriva da &#8220;polis&#8221; che è il nome della città-stato greca. E come sapete nell&#8217;Atene del IV secolo a.C. vigeva una democrazia diretta in cui i cittadini erano considerati uguali di fronte alla legge &#8211; una democrazia dell&#8217;uguaglianza che è stata ampiamente mitizzata nel pensiero filosofico moderno e contemporaneo. Ma in realtà i cittadini di Atene erano un&#8217;esigua minoranza: dalla vita politica di Atene erano infatti esclusi i minori, come da noi oggi, e anche le donne, e i lavoratori e soprattutto gli schiavi, che per lo più erano i non-greci, i barbari, gli stranieri prigionieri di guerra. Per le donne, per i lavoratori, per gli schiavi non vigevano le tutele giuridiche che erano valide per i cittadini liberi di Atene, cioè per i maschi proprietari, che erano soltanto il 10% della popolazione.</p>
<h4><em>4. Forme insolite e bestialità.</em></h4>
<p align="justify">Ora vorrei mostrarvi come anche la filosofia politica moderna si sia resa complice di analoghe esclusioni. In questo caso non si tratta però di quella filosofia politica critica e anarchica che piace a me, ma di quella tradizione filosofica normativa che &#8220;ha vinto&#8221; nella modernità imponendo i concetti che ancora utilizziamo nel nostro lessico politico. Le nostre carte costituzionali, quando utilizzano i concetti di sovranità statale, di popolo, di diritti umani, di individuo portatore dei diritti umani, sono infatti debitrici verso una tradizione filosofica moderna che prende il nome di giusnaturalismo. Il giusnaturalismo è quella tradizione che considera gli esseri umani come &#8220;individui&#8221; autosufficienti, fantasticando su uno stato di natura in cui questi non nascono inermi dal ventre delle loro madri, ma &#8220;spuntano dalla terra già adulti come funghi&#8221;, dotati delle caratteristiche conferite loro da una presunta &#8220;natura umana&#8221;. Vorrei rapidamente farvi due esempi che mostrano come alla base del pensiero dei maggiori giusnaturalisti moderni stia una decisione sull&#8217;umano.</p>
<p align="justify">Secondo una tradizione storiografica ampiamente condivisa, l&#8217;iniziatore della filosofia politica moderna è Thomas Hobbes &#8211; è sua la definizione dello stato di natura come condizione in cui gli individui spuntano dalla terra già adulti come funghi (<em>De Cive</em>, cap. VIII, par. 1). Hobbes è il tipico esponente di quella logica amico-nemico di cui vi parlavo prima: in Hobbes il potere politico si giustifica proprio sull&#8217;esistenza di nemici, di individui pericolosi. È proprio perché esistono nemici che gli esseri umani hanno bisogno di un potere politico che li protegga. Per Hobbes la società politica si fonda su un patto: i sudditi promettono obbedienza al sovrano perché questi li proteggerà da nemici interni ed esterni. Vorrei mostrarvi ora che Hobbes fa dell&#8217;umano non solo un oggetto di studio della filosofia politica, ma anche un oggetto della decisione del potere politico. Vi leggo a questo proposito un passo del <em>De cive </em>(1642):</p>
<blockquote>
<p align="justify">Se una donna ha partorito prole di forma insolita, e la legge vieta di uccidere un uomo, si pone la questione se sia stato partorito un uomo. <em>Si chiede, dunque, che cos&#8217;è un uomo. Nessuno dubita che ne giudicherà lo Stato </em>(cap. XVII, par. 12)<em>.</em></p>
</blockquote>
<p align="justify">Per Hobbes, quindi, lo Stato sovrano decide sull&#8217;umanità dei suoi sudditi. Il sovrano decide in ultima istanza chi sia pienamente umano e chi no, e chi è considerato meno-che-umano può essere ucciso senza che il suo uccisore sia considerato colpevole di omicidio. L&#8217;esempio di Hobbes è quello della &#8220;prole di forma insolita&#8221;. Hobbes chiede: è omicidio uccidere un neonato portatore di handicap? E altri dopo di lui hanno chiesto: è omicidio uccidere un gay, una lesbica, un uomo trans o una donna trans, una persona intersessuale? La risposta di Hobbes è confermata dalla storia: di volta in volta, nella storia umana, è stata l&#8217;autorità politica a stabilire quali casi di uccisione di un essere umano siano propriamente omicidi e quali no.</p>
<p align="justify">Hobbes, come forse saprete, nella tradizione della filosofia politica occidentale gode di pessima stampa &#8211; è considerato un autore &#8220;cattivo&#8221;, come Machiavelli. Questo perché Hobbes conia i concetti con cui la modernità ha pensato la politica, ma li utilizza per giustificare lo Stato assoluto e in particolare la monarchia assoluta. John Locke, invece, è considerato il padre del liberalismo moderno, il padre di quella liberaldemocrazia in cui noi oggi ancora crediamo. Le grandi rivoluzioni della modernità, la Rivoluzione Americana (1775-1783) e la Rivoluzione Francese (1789) sono state ispirate dal pensiero politico di Locke, e sostanzialmente i primi articoli della dichiarazione d&#8217;indipendenza americana (1776) sono un riassunto della dottrina politica di Locke &#8211; la dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo e del cittadino della rivoluzione francese (1789) è invece un misto della dottrina di Locke e quella di Rousseau. Se Hobbes è considerato un autore &#8220;cattivo&#8221;, Locke invece è un autore &#8220;buono&#8221;. Bene, sentite che cosa scrive il buon Locke nel <em>Secondo trattato sul governo civile</em> (1689):</p>
<blockquote>
<p align="justify">Ciascuno può distruggere un uomo che gli faccia guerra o abbia manifestato ostilità contro il suo essere per la stessa ragione per cui può uccidere un lupo o un leone. Siffatti uomini, infatti, non sottomettendosi ai vincoli della comune legge di ragione e non avendo altra regola che quella della forza e della violenza, possono essere trattati come bestie da preda, creature pericolose e nocive che non mancheranno di distruggerlo qualora egli cada in loro potere (cap. III, par. 16).</p>
</blockquote>
<p align="justify">Anche nel pensiero del buon Locke, quindi, del liberale Locke, vige quella logica binaria che traccia nell&#8217;umano una linea di confine tra l&#8217;amico e il nemico, che secondo Schmitt e Agamben è <em>la</em> logica della politica. E da Locke questo confine è interpretato come confine tra il pienamente umano e l&#8217;umano-bestiale. Per Locke non solo chi ti fa effettivamente guerra, ma anche chi manifesta intenzione di farti guerra merita di essere ucciso. Nella sua ostilità verso di te, o verso chiunque altro, costui mostra di essere ostile verso l&#8217;intero genere umano: egli non è quindi umano, ma è nemico dell&#8217;umanità. È una bestia feroce, e come tale merita di morire. Locke è considerato il padre del liberalismo anche perché difende la sacralità della proprietà privata: per Locke ciò che è proprietà del soggetto appartiene al soggetto come il suo stesso corpo. Pertanto per Locke non solo chi costituisce una minaccia per la tua vita ma anche chi attenta alla tua proprietà merita di essere ucciso. Anche il ladro, o il ladro potenziale è  tuo nemico: anch&#8217;egli non è umano ma è una bestia. Locke sostiene esplicitamente questa tesi poco più avanti:</p>
<blockquote>
<p align="justify">[È] legittimo per un uomo uccidere un ladro che non gli ha minimamente recato danno, né dichiarato alcun proposito riguardante la sua vita, se non per l&#8217;uso della forza diretto a porlo in suo potere per sottrargli il denaro o quant&#8217;altro gli piaccia (cap. III, par. 18).</p>
</blockquote>
<p align="justify">Se vi ho letto questi brani di due filosofi del Seicento, non l&#8217;ho fatto per dar sfoggio di erudizione o per mero interesse archivistico o museale. Li ho letti invece per farvi notare che il brano di Locke, come quello di Hobbes, ci parla di qualcosa di ancora vivo nel funzionamento della nostra politica: nei paesi in cui vige la pena di morte un condannato a morte è considerato pienamente umano o è considerato una bestia? Il boia è considerato un omicida? E un nemico in guerra è considerato pienamente umano o è considerato una bestia? È omicida il soldato che combatte in nome della sua patria? Oppure è un eroe? La logica che separa amico e nemico, umano e bestiale può avere come conseguenza non solo l&#8217;uccisione fisica della bestia, ma anche la negazione, alla bestia umana, dei diritti destinati all&#8217;umano. Come mai ai prigionieri di Guantanamo, a quell&#8217;orrore giuridico che per fortuna Obama ha deciso di chiudere, non venivano riconosciuti i diritti dei prigionieri di guerra? La sola supposizione della loro ostilità, la sola ipotesi della loro affiliazione ad Al Qaeda non li poneva forse in qualche modo al di fuori delle regole che valgono per il resto dell&#8217;umanità? Pensate anche al trattamento giuridico dei cosiddetti &#8220;extracomunitari&#8221; in Europa, rinchiusi nei CIE senza aver commesso alcun reato. Pensate innanzitutto al fatto che nessuno nasce &#8220;extracomunitario&#8221;: si è &#8220;extracomunitari&#8221; solo all&#8217;interno della &#8220;comunità&#8221; europea. In un certo senso può essere &#8220;extracomunitario&#8221; solo chi appartiene &#8211; come escluso &#8211; a tale &#8220;comunità&#8221;. All&#8217;interno della &#8220;comunità&#8221;, e non al suo esterno, vige quindi una linea di confine tra cittadini comunitari e non-cittadini &#8220;extracomunitari&#8221;, a cui sono riservati differenti trattamenti giuridici. Si tratta quindi di forme dell&#8217;umano, una piena e una parziale, che sono state prodotte assieme all&#8217;Unione europea. Vorrei farvi notare tra l&#8217;altro anche i cittadini svizzeri o statunitensi o giapponesi, da un punto di vista giuridico, sono extracomunitari, ma sono socialmente e giuridicamente riconosciuti come cittadini svizzeri o statunitensi o giapponesi, e non come &#8220;extracomunitari&#8221;. La loro identità sociale e giuridica è quindi più vicina a quella dei &#8220;comunitari&#8221; che a quella degli &#8220;extracomunitari&#8221;. Agli &#8220;extracomunitari&#8221; provenienti da paesi poveri sono invece parzialmente assimilati, da un punto di vista sociale e politico, i &#8220;neocomunitari&#8221;, provenienti da stati &#8211; poveri &#8211; dell&#8217;ex area socialista, in particolare dalla Romania. Bene: i cosiddetti &#8220;extracomunitari&#8221;, ma anche i rom e anche i rumeni che in teoria sono comunitari come noi altri, non sono forse oggi considerati meno-che-umani perché sono nati fuori dai nostri confini e soprattutto perché sono poveri, e quindi potenzialmente pericolosi per la nostra proprietà e sicurezza? A me è capitato di recente di sentir dire che i &#8220;rumeni stupratori&#8221; non sono uomini, ma bestie. Non l&#8217;ho sentito al bar, ma in televisione: da un membro dell&#8217;attuale governo&#8230;</p>
<p align="justify"><strong><img class="alignnone size-full wp-image-16043" title="ni450c2a9hanninen-7611" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/ni450c2a9hanninen-7611.jpg" alt="ni450c2a9hanninen-7611" width="450" height="301" /></strong></p>
<h4><em>4. Per un&#8217;ontologia anarchica dell&#8217;umano. </em></h4>
<p align="justify">Guardando il documentario <em>Isola nuda</em>, si potrebbe pensare che la pratica del confino degli omosessuali come molte pratiche razziste ed eugenetiche attuate dagli Stati fascisti e totalitari siano state il frutto di una sorta di impazzimento della storia. Potrebbe sembrare che nazismo, stalinismo, fascismo siano stati meri accidenti storici, capitati chissà come. Si potrebbe pensare che non ci riguardano più e che non ci riguarderanno mai più. E io mi auguro che sarà così, che un giorno non ci riguarderanno più. Leggendo Hobbes e Locke, risalendo quindi all&#8217;origine del nostro lessico politico, emerge invece con evidenza che nella storia dell&#8217;umanità il confino degli omosessuali non è stato un evento sporadico e casuale. Forse fin dalle sue origini nell&#8217;antica Grecia, ma sicuramente fin dalla nascita dello Stato moderno, il pensiero politico occidentale ha giustificato il potere politico con una strategia argomentativa volta a tracciare linee di confine interne all&#8217;umano tra l&#8217;amico e il nemico, tra il pienamente umano e il meno-che-umano. Secondo questa strategia argomentativa, dobbiamo obbedienza al potere politico perché il potere politico protegge la nostra forma di vita umana, dalle minacce portate da altre forme di vita giudicate &#8220;insolite&#8221; o &#8220;bestiali&#8221;, o semplicemente dalle minacce portate da chi è nato fuori dai confini della nostra comunità. Quello che è accaduto agli omosessuali è solo un esempio di quanto è accaduto a molte altre categorie di persone: alle popolazioni africane ridotte in schiavitù ad esempio, agli indiani d&#8217;America sterminati dalla colonizzazione occidentale. E poi agli ebrei, ai rom, ai testimoni di Geova, ai portatori d&#8217;handicap. La storia dell&#8217;umanità è piena di soggetti che sono stati resi uccidibili dal potere politico o religioso. E il confino non è che una forma attenuata dell&#8217;uccidibilità: è un&#8217;uccisione sociale e simbolica, è la negazione del diritto di vivere liberi tra gli altri esseri umani, di essere umani tra gli umani. Oggi per fortuna non esistono in Italia né campi di sterminio né luoghi i confino per omosessuali, però quello che accade in Italia, dove a lesbiche e  gay è negato il diritto di matrimonio e adozione che è concesso agli uomini e alle donne eterosessuali, testimonia comunque dell&#8217;esistenza di una linea di confine giuridico che non attribuisce a lesbiche e gay lo status di piena umanità. Purtroppo in alcuni paesi islamici esiste ancora oggi la pena di morte per reato di omosessualità. E purtroppo nel mondo e anche in Italia questa logica di separazione continua ad agire su altri soggetti che sono considerati pericolosi, nemici attuali o potenziali. Come accade a Lampedusa dove, come ho già ricordato, il confino degli omosessuali ha lasciato il posto alla reclusione dei migranti &#8220;extracomunitari&#8221;, rinchiusi nel CIE perché colpevoli di povertà.</p>
<p align="justify">Il senso di questa mia presentazione del documentario <em>Isola nuda</em>, il senso del mio punto di vista filosofico, risiede quindi nel rifiuto di ogni logica oggettivante dell&#8217;umano finalizzata a tracciare linee di confine che giustifichino l&#8217;istituzione di luoghi di confino materiali o di linee di confine simboliche. Credo non sia un caso se negli ultimi anni sono state soprattutto le filosofe femministe a riflettere sul concetto di umanità, dato che le donne sono da sempre state e sono ancora vittime di una di quelle linee di confine biopolitiche che da una differenza biologica oggettiva traggono come conseguenza un differente riconoscimento sociale. Ho già nominato Adrienne Rich e Judith Butler, vorrei ora nominare anche Adriana Cavarero, la cui filosofia della narrazione insiste molto sulla distinzione, operata da Hannah Arendt, tra <em>chi</em> e <em>che cosa</em>. Per Arendt e Cavarero il senso dell&#8217;umano non sta mai nella sua riducibilità a un <em>che cosa</em>, a dei <em>principi</em> oggettivi che lo definiscono &#8211; ad esempio la razza, il patrimonio genetico, la provenienza geografica ed etnica. Tutte le determinazioni oggettive di un soggetto senza dubbio condizionano la sua vita, ma mai tanto da impedire la sua libertà. Il senso dell&#8217;umano sta semmai nel suo <em>chi</em>, cioè nella sua storia unica e irripetibile, in ciò che egli ha fatto, fa e farà esponendosi ad altri esseri umani, a partire dal momento in cui è nato da una donna.</p>
<p align="justify">Secondo l&#8217;ontologia an-archica dell&#8217;umano che vorrei proporre, c&#8217;è solo un significato della parola &#8220;<em>arché</em>&#8221; che si addice all&#8217;umano. &#8220;<em>Arché</em>&#8221; può significare fondamento, ho detto prima, principio oggettivo. Oppure può significare governo, potere. Non sono questi i significati del termine &#8220;<em>arché</em>&#8221; che a mio avviso definiscono l&#8217;umano. Semmai l&#8217;umano può essere definito dall&#8217;uso verbale del termine &#8220;<em>arché</em>&#8220;: non dall&#8217;&#8221;<em>arché</em>&#8221; ma dall&#8217;&#8221;<em>archein</em>&#8220;, dal principio inteso come principiare, come portare al mondo qualcosa di nuovo a partire dalla propria nascita, come essere capace di iniziativa, di libertà. L&#8217;esistenza umana solo per artificio e accidente storico si è dotata di confini politici che separano amico e nemico, e solo per pregiudizio culturale produce distinzioni oggettivanti tra chi è pienamente umano e chi non lo è. Se come insegna Hobbes al potere sovrano &#8220;la politica&#8221; affida oggi la decisione sull&#8217;umano &#8211; l&#8217;ontologia anarchica che vorrei proporvi insegna che l&#8217;umano non è affatto definito dalla sua obbedienza alle decisioni di chi governa su di lui, né dalla sua credenza nelle verità professate da chi governa su di lui. L&#8217;umano può sempre tradire la sua appartenenza allo Stato in cui gli è capitato di nascere, e al potere di chi governa su di lui può sempre rispondere con la disobbedienza. Se ancora oggi il potere politico impone linee di confine tra pienamente umani e meno-che-umani, se ancora oggi il potere politico impone una logica di guerra, possiamo sempre rivendicare la nostra umanità attraverso il libero pensiero e la disobbedienza. Possiamo sempre varcare i confini, geografici e simbolici, che ci vengono imposti.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.visionaria.it/">http://www.visionaria.it</a></span></p>
<p align="justify"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://isolanuda.visionaria.it/">http://isolanuda.visionaria.it/</a></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/30/luoghi-di-confino-linee-di-confine/">Luoghi di confino, linee di confine</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Maschio e femmina dio li creò!? Il binarismo sessuale visto dai suoi zoccoli (1)</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 05:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<p><em>Pubblico un estratto della lezione su transgenderismo e intersessualità che <strong>Lorenzo Bernini</strong> ha tenuto il 9 settembre 2008 presso il <a title="lezione di Lorenzo Bernini" href="http://www.unipa.it/~articom/html/dottorato/dott_quadro.html">corso di dottorato di ricerca in Studi Culturali</a> dell&#8217;Università degli Studi di Palermo, corredato da fotografie scattate da <strong><a title="le foto di Giovanni Hänninen su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/sanoi/">Giovanni Hänninen</a></strong> agli ultimi gaylesbiantransgender pride di Milano (7 giugno 2008) e Bologna (28 giugno 2008).</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/maschio-e-femmina-dio-li-creo-il-binarismo-sessuale-visto-dai-suoi-zoccoli-1/">Maschio e femmina dio li creò!? Il binarismo sessuale visto dai suoi zoccoli (1)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8132 alignnone" title="binarismo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/binarismo.jpg" alt="binarismo sessuale" width="450" height="299" /></p>
<p><em>Pubblico un estratto della lezione su transgenderismo e intersessualità che <strong>Lorenzo Bernini</strong> ha tenuto il 9 settembre 2008 presso il <a title="lezione di Lorenzo Bernini" href="http://www.unipa.it/~articom/html/dottorato/dott_quadro.html">corso di dottorato di ricerca in Studi Culturali</a> dell&#8217;Università degli Studi di Palermo, corredato da fotografie scattate da <strong><a title="le foto di Giovanni Hänninen su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/sanoi/">Giovanni Hänninen</a></strong> agli ultimi gaylesbiantransgender pride di Milano (7 giugno 2008) e Bologna (28 giugno 2008). Il 27 giugno, in occasione del pride bolognese, Bernini era intervenuto sugli stessi temi all&#8217;<a href="http://isole.ecn.org/agaybologna/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=167">iniziativa &#8220;intersex pride&#8221;</a> organizzata dal collettivo &#8220;antagonismogay&#8221; JR.</em></p>
<p>di <strong>Lorenzo Bernini</strong></p>
<p><strong>1. Perché questi punti, perché questi zoccoli</strong>: Il titolo che ho scelto per questa lezione è una citazione del versetto 1, 27 della Genesi &#8211; &#8220;Maschio e femmina Dio li creò&#8221; &#8211; a cui ho aggiunto un punto esclamativo e uno interrogativo. E per iniziare vorrei spiegarvi il senso di questa aggiunta poco elegante e piuttosto &#8220;pop&#8221;. Ho aggiunto il punto esclamativo per esprimere un tono imperativo: infatti, dal momento che tutto quello che Dio fa è cosa buona e giusta, le descrizioni degli atti divini contenute nella Bibbia devono essere lette come prescrizioni. In particolare, il versetto 1, 27 della Genesi deve essere letto come una frase che ci ordina: &#8220;Tu devi essere maschio oppure femmina &#8211; punto esclamativo! &#8211; perché così vuole Dio&#8221;. Il punto interrogativo simboleggia, invece, la collocazione che ho scelto di assumere di fronte a questa ingiunzione divina. Per illustrarvi questa collocazione, mi è però necessaria una breve digressione.<span id="more-8130"></span><br />
In un breve saggio del 1950, Hannah Arendt riflette sul proverbio secondo cui &#8220;non si può fare una frittata senza rompere le uova&#8221;, e per farlo assume il punto di vista delle uova. Il testo si intitola, infatti, <em>The Eggs Speak Up: Le uova prendono la parola</em>. La filosofa ebrea sostiene che al proverbio secondo cui &#8220;non si può fare una frittata senza rompere le uova&#8221;, le uova preferirebbero il principio enunciato da Clemenceau in occasione dell&#8217;<a title="il caso Dreyfus su Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Affaire_Dreyfus">affaire Dreyfus</a>. Nel 1894, quando Alfred Dreyfus, capitano dello stato maggiore francese di origini ebraiche, fu ingiustamente accusato di alto tradimento, Georges Benjamin Clemenceau (che sarebbe poi diventato presidente del consiglio francese) ne prese le difese sostenendo che &#8220;l&#8217;affare di uno è affare di tutti&#8221;. Con queste parole, Clemenceau intendeva affermare che nessun cittadino francese poteva sentirsi garantito nelle sue libertà di fronte a uno stato che discriminava gli ebrei, perché la libertà delle minoranze è garanzia anche della libertà della maggioranza. Parole che non dovremmo dimenticare di fronte alle attuali politiche sull&#8217;immigrazione del governo italiano, ma che ci saranno utili anche per comprendere l&#8217;attuale biopolitica dei sessi.<br />
Con il punto interrogativo ho voluto segnalare che la mia collocazione, nell&#8217;analisi che sto per fare, non sarà quella di un soggetto che si pretenda universale e neutrale, ma sarà consapevolmente particolare e parziale. L&#8217;oggetto del mio intervento sarà il binarismo sessuale, cioè quel dispositivo biopolitico che impone alla nostra sessualità una divisione netta a due termini: maschio-femmina, uomo-donna. Seguendo la lezione di Arendt, nelle mie riflessioni cercherò di dare la parola a quelle uova che devono essere rotte per fare quelle frittate che sono le identità tradizionali degli uomini e delle donne &#8211; ai soggetti intersessuali e transgender che non si conformano a queste identità, che di fronte alle alternative binarie del sesso e del genere non sanno che cosa scegliere e restano perplessi. Per usare un&#8217;altra metafora che chiarirò in seguito, potrei dire che vorrei dare la parola a quegli zoccoli che restano piantati, e stritolati, negli ingranaggi della fabbrica della sessualità. Questo spiega il sottotitolo che ho scelto per questo seminario: &#8220;il binarismo sessuale secondo i suoi zoccoli&#8221;.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-8133" title="450_white-2741" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/450_white-2741.jpg" alt="" width="450" height="464" /></p>
<p><strong>2. Premesse di metodo</strong>. Ma prima di parlarvi dei soggetti intersessuali e transgender, vorrei soffermarmi sui tre criteri diagnostici, sulle tre coppie di concetti opposti &#8211; di concetti binari &#8211; con cui oggi psichiatri, psicologi e sessuologi classificano le identità sessuali delle persone. E ancor prima vorrei fare qualche precisazione sul mio metodo: nella mia analisi seguirò l&#8217;impostazione inaugurata da Michel Foucault nel primo volume della sua <em>Storia della sessualità</em>, intitolato <em>La volontà di sapere</em> (1976). In questo libro, il filosofo francese sostiene, contro le teorie della &#8220;rivoluzione sessuale&#8221; che erano molto in voga nei movimenti della contestazione degli anni settanta, che la relazione che lega potere e politica non è principalmente la repressione: a suo avviso il potere, piuttosto che reprimere la sessualità, la produce. Agendo attraverso la cultura, la socializzazione, l&#8217;educazione, il potere produce dialetticamente tanto la norma sessuale, quanto le identità perverse che le sono correlate. La sessualità per Foucault, lungi dall&#8217;essere un nucleo di desideri originario e naturale come volevano le teorie della &#8220;rivoluzione sessuale&#8221;, è un dispositivo della biopolitica &#8211; è uno dei meccanismi attraverso cui il potere esercita la sua presa sulla vita biologica della specie umana plasmandola in una specifica forma di vita. Nell&#8217;analisi di Foucault, che poi è stata ripresa dal pensiero femminista e dalla rielaborazione che di quest&#8217;ultimo ha operato Judith Butler, il dispositivo di sessualità è un meccanismo culturale complesso attraverso cui convenzioni linguistiche, religiose, morali, scientifiche, giuridiche si applicano all&#8217;individuo condizionando i suoi rapporti con gli altri e con se stesso. Gilles Deleuze ha sostenuto che uno dei grandi insegnamenti di Foucault consiste proprio nell&#8217;aver messo in evidenza che &#8220;il dentro&#8221; altro non è se non &#8220;un fuori ripiegato&#8221; &#8211; che il modo in cui il soggetto pensa la propria interiorità deriva da significati culturali che provengono dall&#8217;esterno. Ognuno impara infatti a nominare se stesso, a interpretare i propri desideri, a relazionarsi alle altre persone attraverso l&#8217;educazione, la cultura, la morale: attraverso un mondo esterno che lo determina, e che gli offre i sostantivi, gli aggettivi, tutti gli strumenti linguistici e teorici con cui gli è possibile pensarsi come dotato di un&#8217;identità.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-8134" title="450_white-2777" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/450_white-2777.jpg" alt="" width="450" height="428" /></p>
<p><strong>3. La recente storia degli invertiti</strong>. Affermare che la sessualità non è legata alle profondità della natura, significa aprire la possibilità di analizzare la sessualità nella superficialità dei suoi eventi, tratteggiandone una storia. Secondo le ricostruzioni di Foucault, ad esempio, l&#8217;omosessualità non è esistita da sempre: l&#8217;omosessuale è, piuttosto, un personaggio che appare soltanto nell&#8217;Ottocento. Presso gli antichi, nel Medioevo e ancora all&#8217;inizio dell&#8217;età moderna, la sodomia designava infatti una tipologia di atti vietati, ma non un&#8217;identità: solo a partire da uno studio del 1870 dello psichiatra Karl Friedrich Westphal (<em>Die Konträre Sexualempfindung</em>) l&#8217;omosessuale maschio è diventato invece un «tipo umano». Da quel momento in avanti, l&#8217;omosessualità ha cessato di essere un problema di atti ai quali il soggetto può decidere se abbandonarsi o no, ed è diventata una questione di desideri, di fantasie, di personalità che richiede tutto un lavoro di comprensione e di decifrazione che il soggetto può condurre nel confessionale con il prete, sul lettino con l&#8217;analista, o attraverso un silenzioso dialogo con se stesso. Questo lavoro coinvolge non solo gli omosessuali, ma anche gli eterosessuali: anch&#8217;essi sono costretti a confessare i loro desideri omosessuali, a riconoscerli per allontanarli da sé e per accedere così all&#8217;identità eterosessuale.<br />
Ne <em>La volontà di sapere</em>, Foucault rivolge però la sua attenzione al solo concetto di omosessualità, trascurando di ricostruire la genealogia del concetto di transessualità. In realtà la categoria di <em>könträre Sexualempfindung</em> (sensibilità sessuale invertita), coniata da Westphal e a lungo utilizzata nella letteratura medica, non faceva differenze tra omosessualità e transessualità, e le comprendeva entrambe in quanto inversioni tra gli elementi maschili e femminili della psiche. Soltanto nel 1953, nel saggio <em>Transvestitism and Transexualism</em> di Harry Benjamin, l&#8217;identità dell&#8217;invertito si è &#8220;sdoppiata&#8221; nelle due identità dell&#8217;omosessuale e del transessuale come le conosciamo oggi. È stata così concettualizzata la differenza tra sesso, genere e orientamento sessuale con cui oggi medicina e psicologia pensano non solo l&#8217;omosessualità e la transessualità, ma anche l&#8217;eterosessualità.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-8135" title="450_white-2758" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/450_white-2758.jpg" alt="" width="450" height="428" /></p>
<p><strong>4. Criteri diagnostici della sessualità contemporanea</strong>. Come sapete, per &#8220;sesso&#8221; si intende la dotazione genotipica e fenotipica di un individuo: essere maschi significa avere nella propria dotazione genetica un cromosoma X e uno Y, avere pene e testicoli, e poi avere spalle larghe, barba baffi e un po&#8217; di peli, il pomo d&#8217;adamo e la voce profonda; essere femmine significa invece avere due cromosomi X, avere vagina ovaie e seni, avere fianchi larghi e meno peli, e una voce sottile e possibilmente aggraziata. Per &#8220;<em>genere</em>&#8221; si intende invece l&#8217;adesione al modello culturale di mascolinità e femminilità che agisce nella propria società di appartenenza. Non basta essere maschi per essere uomini, né essere femmine per essere donne. Ad esempio un maschio che indossi abitualmente minigonna e tacchi alti difficilmente dirà di sentirsi uomo nella nostra società. Il sesso quindi è una dimensione fisica, il genere una dimensione psicologica e assieme culturale. L&#8217;&#8221;<em>orientamento sessuale</em>&#8221; designa invece la direzione prevalente dei propri desideri: è eterosessuale chi desidera persone di sesso opposto al proprio, omosessuale chi desidera persone del proprio stesso sesso.<br />
Nelle società del nostro mondo globalizzato, attraverso la psichiatria, la psicologia, la medicina, ma anche e soprattutto attraverso la cultura e &#8211; come vedremo &#8211; attraverso il diritto, sull&#8217;identità sessuale agisce quindi una sorta di «operatore logico», che possiamo chiamare <em>binarismo sessuale</em>. Questo operatore logico impone alle identità sessuali alternative a due termini che riguardano il sesso, il genere e l&#8217;orientamento sessuale. Combinando i concetti del binarismo sessuale si possono comporre differenti identità: uomini etereossesuali, gay, bisessuali; donne eterosessuali, lesbiche, bisessuali; donne transessuali o transessuali MtF (male to female: persone nate maschi che vogliono diventare donne) che possono a loro volta essere eterosessuali, lesbiche o bisessuali; uomini transessuali, o transessuali FtM (female to male: persone nate femmine che vogliono diventare uomini) che possono a loro volta essere eterosessuali, gay o bisessuali. Ci sono poi le persone transgender, di cui vi parlerò tra poco, che possono desiderare uomini, donne, o altre persone transgender. Se consideriamo tutte queste soggettività nella prospettiva teorica di Foucault, se li consideriamo come prodotti di quel dispositivo di sapere-potere che è la sessualità, appare evidente come i concetti di sesso, genere e orientamento sessuale, messi a punto negli anni cinquanta del secolo scorso, definiscano ancora oggi tanto la norma sessuale quanto la &#8220;perversione&#8221;. Non si tratta, infatti, di categorie puramente descrittive, ma di concetti che servono per istituire una gerarchia: per classificare gli esseri umani attribuendo solo ad alcuni di essi, considerati &#8220;normali&#8221;, e non ad altri, considerati &#8220;anormali&#8221;, lo statuto di un&#8217;umanità &#8220;piena&#8221; &#8211; di un&#8217;umanità pienamente meritevole di godere dei diritti umani, pienamente tutelata giuridicamente.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-8136" title="450_white-2760" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/450_white-2760.jpg" alt="" width="450" height="301" /></p>
<p><strong>5. Una nuova Bibbia che fabbrica zoccoli</strong>. Nel <a title="link alla voce DSM su Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/DSM">DSM</a> (<em>Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorders</em>), l&#8217;elenco ufficiale dei disturbi mentali dell&#8217;American Psychiatric Association che dagli anni cinquanta del secolo scorso è considerato una sorta di Bibbia della psichiatria, l&#8217;identità sessuale viene definita appunto attraverso quei tre &#8220;criteri diagnostici&#8221; che sono il sesso, il genere e l&#8217;orientamento sessuale. Ma in questa definizione, la Bibbia della psichiatria contemporanea ha ereditato il punto esclamativo della Bibbia ebraico-cristiana. Infatti, sulle pagine delle quattro edizioni del <em>DSM</em>, l&#8217;eterosessualità non è mai comparsa come malattia mentale, mentre vi sono comparse altre identità prodotte dal dispositivo binario della sessualità. L&#8217;omosessualità è stata definitivamente depennata dal <em>DSM</em> solo il 17 maggio 1990 &#8211; e questa è la ragione per cui la data del 17 maggio è stata scelta come &#8220;giornata mondiale contro l&#8217;omofobia&#8221;. Mentre ancora oggi transessualità e transgenderismo sono considerate affezioni psichiatriche e catalogate come <a title="la voce GID su Wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gender_identity_disorder">GID</a>: Gender Identity Disorder, disturbo dell&#8217;identità di genere &#8211; definizione rispondente all&#8217;imperativo che impone coerenza tra sesso, genere e orientamento sessuale. Quindi: se nasci maschio ma ti senti donna, o se nasci femmina e ti senti uomo, per il DSM sei affetto da un disturbo psichiatrico. L&#8217;intersessualismo invece non compare nel DSM &#8211; non perché l&#8217;associazione psichiatrica americana non lo consideri un malattia, ma perché non lo considera un malattia <em>mentale</em>. Come dirò più avanti, dalla medicina contemporanea l&#8217;intersessualismo è infatti considerato una malattia <em>fisica</em>, e quindi una malattia da correggere con il bisturi prima che con gli psicofarmaci.<br />
Nella prospettiva costruttivista di Foucault, quindi, anche transessualità, transgenderismo e intersessualismo sono prodotti del dispositivo di sessualità &#8211; ma prodotti difettosi, scarti, malfunzionamenti. Io vorrei invitarvi, appunto, a porvi nella prospettiva di questi malfunzionamenti, a cercare di immaginare la loro perplessità, il punto interrogativo che è la loro reazione di fronte agli imperativi del binarismo sessuale. Vorrei invitarvi a seguire il principio di Clemenceau e di Arendt (&#8220;l&#8217;affare di chi viene patologizzato dall&#8217;attuale dispositivo biomedico di sessualità è affare di tutti&#8221;), dando la parola alle uova che servono per cucinare la frittate delle identità di genere &#8211; a quelle uova che però preferisco chiamare zoccoli &#8211; e ora vi dirò perché.<br />
Provate a pensare al dispositivo binario della sessualità come a una fabbrica di zoccoli, che con i suoi ingranaggi produce soprattutto zoccoli &#8220;normali&#8221; &#8211; zoccoli maschi e uomini e zoccoli femmine e donne &#8211; ma che ogni tanto, con gli stessi ingranaggi  produce per errore anche &#8220;zoccoli difettosi&#8221;: gay, lesbiche, transessuali, transgender, intersessuali&#8230; In francese zoccolo si dice &#8220;sabot&#8221;, e dal sostantivo &#8220;sabot&#8221; deriva il verbo &#8220;saboter&#8221;, che significa &#8220;fabbricare zoccoli&#8221;, ma anche &#8220;sabotare&#8221;! Lo zoccolo era infatti, un tempo, la calzatura dei poveri, e quindi degli operai. Calzatura che all&#8217;occorrenza poteva diventare un efficace strumento di lotta politica: lo zoccolo poteva infatti essere incastrato ad arte tra gli ingranaggi di una fabbrica, anche della stessa fabbrica che lo aveva fabbricato, per arrestarne la produzione. Questa è la ragione per cui ho scelto di utilizzare questa poco elegante metafora degli zoccoli. Nella prospettiva interpretativa di Foucault, o almeno nella mia lettura di essa, le identità perverse, le minoranze sessuali &#8211; e in particolare le soggettività transgender e intersessuali -, non sono situate &#8220;prima&#8221;, &#8220;fuori&#8221;, o &#8220;oltre&#8221; il dispositivo binario della sessualità (come vorrebbero le teorie della rivoluzione sessuale): esse stanno, semmai, piantate (e stritolate) come zoccoli tra le sue ruote dentate. Ed è proprio da questa posizione, e non da un immaginario &#8220;fuori&#8221; (&#8220;prima&#8221; o &#8220;oltre&#8221;) della fabbrica, che le minoranze sessuali possono sabotare il sistema che le produce, senza pretendere di farlo saltare in aria, ma cercando di rinnovarlo per renderlo più accogliente, cercando di assumere al suo interno una posizione più confortevole. Si tratta sicuramente di un progetto riformista, e non rivoluzionario, che oggi potrebbe scontentare un certo pensiero queer, ma a me sembra un progetto autenticamente libertario e soprattutto mi sembra l&#8217;unico progetto realmente praticabile. Anzi mi sembra che questa sia la strada fino ad ora percorsa, più o meno consapevolmente, dal movimento lesbico gay trans &#8211; una strada tutt&#8217;altro che conclusa che occorre continuare a edificare.<br />
La mia proposta è quindi di abbandonare ogni progetto di fuoriuscita dal dispositivo binario della sessualità, per tentare di mobilitare le categorie del dispositivo dal suo interno. Per tentare di reinterpretarle, di renderle più vivibili per tutti senza pretendere di sussumere l&#8217;identità di tutti sotto un&#8217;unica categoria &#8211; come a volte mi sembra accadere in una certa vulgata queer. Judith Butler utilizza a questo proposito il verbo &#8220;to displace&#8221;, dislocare. Per Butler è possibile dislocare i significanti del binarismo sessuale, senza illudersi si dislocarsi al di fuori di essi. Come una lingua parlata evolve nel tempo a opera dei parlanti, così è possibile modificare i significanti culturali dell&#8217;identità mediante la stessa ripetizione delle pratiche che li generano. È quello, mi pare, che è successo nel movimento lesbico-gay-trans quando è stato coniato il termine &#8220;transgender&#8221;: categoria che non pretende di designare un oltre del binarismo sessuale, ma che opera una risignificazione fluida e non esclusiva della sua logica binaria. È, appunto, di questa categoria che vorrei parlarvi ora&#8230;</p>
<p>Testo di <strong>Lorenzo Bernini</strong> (<a href="mailto: lorenzo.bernini@unimi.it ">lorenzo.bernini@unimi.it</a>)<br />
Foto: © <a href="mailto: sanoi@email.it ">Giovanni Hänninen&lt;</a> 2008 all rights reserved.</p>
<p>fine prima parte &#8211; leggi la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/17/maschio-e-femmina-dio-li-creo-il-binarismo-sessuale-visto-dai-suoi-zoccoli-2/">seconda parte</a> in uscita mercoledì 17 settembre</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/maschio-e-femmina-dio-li-creo-il-binarismo-sessuale-visto-dai-suoi-zoccoli-1/">Maschio e femmina dio li creò!? Il binarismo sessuale visto dai suoi zoccoli (1)</a></p>
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		<title>Il razzismo e la burocrazia: la costruzione del nemico pubblico zingaro</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 05:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<strong>di Lorenzo Bernini e Giovanni Hänninen</strong>
“Dei due principali strumenti politici del dominio imperialista, l’uno, il razzismo, venne scoperto in Sudafrica mentre l’altro, la burocrazia, mosse i suoi primi passi in Algeria, in Egitto, e in India. Il razzismo era in sostanza la fuga in un’irresponsabilità dove non poteva più esistere nulla di umano; la burocrazia derivava la sua coscienza della responsabilità dalla <em>convinzione di governare popoli inferiori, che aveva in certo qual modo il dovere di proteggere, ma per i quali non valevano le leggi del popolo dominante da essa rappresentato &#8230;</em>”.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/il-razzismo-e-la-burocrazia-la-costruzione-del-nemico-pubblico-zingaro/">Il razzismo e la burocrazia: la costruzione del nemico pubblico zingaro</a></p>
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<p><img class="alignnone size-full wp-image-6403" title="low450maria__pgh_3786" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/low450maria__pgh_3786.jpg" alt="Maria - foto di Giovanni Hanninen" width="450" height="672" /></p>
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<div class="photoDescription"><strong>di Lorenzo Bernini e Giovanni Hänninen</strong></div>
<div class="photoDescription">“Dei due principali strumenti politici del dominio imperialista, l’uno, il razzismo, venne scoperto in Sudafrica mentre l’altro, la burocrazia, mosse i suoi primi passi in Algeria, in Egitto, e in India. Il razzismo era in sostanza la fuga in un’irresponsabilità dove non poteva più esistere nulla di umano; la burocrazia derivava la sua coscienza della responsabilità dalla <em>convinzione di governare popoli inferiori, che aveva in certo qual modo il dovere di proteggere, ma per i quali non valevano le leggi del popolo dominante da essa rappresentato </em>”.<br />
(Arendt, Hannah, Le origini del totalitarismo)</div>
<div id="About">
<div class="photoDescription">
<p>&#8220;Esortiamo le autorità italiane ad astenersi dal procedere della raccolta delle impronte digitali dei Rom, inclusi i minori, e dall&#8217;utilizzare quelle già prese in quanto cio&#8217; costituisce chiaramente un <em>atto di discriminazione diretta fondato sulla razza e l&#8217;origine etnica</em>&#8220;.<br />
(Il Parlamento dell’Unione Europea)</p>
<p>Uno dei maggiori lasciti dell’analisi dei totalitarismi novecenteschi compiuta dalla filosofa ebrea tedesca Hannah Arendt è la consapevolezza che il nazismo e lo stalinismo non sono stati fenomeni politici riducibili alla follia di Hitler e Stalin, né meri accidenti della storia. Dalle analisi di Arendt emerge non soltanto che il razzismo e la burocrazia, che nei regimi totalitari hanno avuto uno sviluppo ipertrofico, erano stati già da lungo tempo sperimentati dalle potenze imperialiste europee sulle colonie, ma anche che essi restano come possibilità ancora iscritte nella nostra razionalità politica liberale.</p>
<p>E la storia sembra darle ragione.</p>
<p>Accade, ad esempio, che oggi in Italia sia stato presentato come provvedimento burocratico-amministrativo, motivato dall’esigenza di un censimento e ispirato addirittura al principio della <em>protezione</em> dei bambini Rom, un’azione razzista volta a tracciare, all’interno della popolazione che abita sul suolo del nostro paese, una <em>discriminazione</em> tra un’umanità superiore e una inferiore, tra un regime giuridico che vale per la prima, e uno che vale per l’altra.</p>
<p>Riflettendo sul totalitarismo, Arendt insegna anche che il “male”, che una lunga tradizione ci insegna a pensare nella forma dell’attività, si annida invece, spesso, nella passività: nell’indifferenza, nel compiere atti banali e apparentemente innocui, nell’obbedire alle istruzioni dei propri superiori senza vagliarli prima al setaccio del proprio giudizio morale.</p>
<p>Ecco allora noi vi chiediamo, di fronte a questa foto di Maria: che giudizio esprimereste su chi sarebbe capace di obbedire all’ordine di prenderle le impronte digitali? Immaginate quel possibile poliziotto.Guardate Maria. A chi attribuireste l’appartenenza alla piena umanità?<br />
E ora volgete lo sguardo a voi stessi: tra qualche anno cosa penserà Maria di voi, della vostra umanità, se di fronte a quello che sta accadendo rimarrete indifferenti?</p>
<p><em>Testo di Lorenzo Bernini. Foto di Giovanni Hänninen, pubblicata originariamente su <a title="foto di giovanni hanninen" href="http://www.flickr.com/photos/sanoi/2620566799/">Flickr</a>.Testo scritto l&#8217;8 luglio 2008.<br />
</em></p>
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<div style="position: absolute; top: 7px; left: 9px; font-family: Arial; font-size: 11px; color: #999999;"><a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi/2620566799/map/?view=users"><strong>Visualizza cartina di sanoi</strong></a></div>
<div id="map_links" style="position: absolute; bottom: 7px; left: 9px; font-family: Arial; font-size: 11px; width: 360px; color: #999999;">Scattatta a 	                         			località senza nome 	         (Visualizza <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi/2620566799/map/?view=everyones">altre foto o video qui</a>)</div>
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<p><!-- PHOTO CONTENT: DESCRIPTION, NOTES, COMMENTS --></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/il-razzismo-e-la-burocrazia-la-costruzione-del-nemico-pubblico-zingaro/">Il razzismo e la burocrazia: la costruzione del nemico pubblico zingaro</a></p>
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