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	<title>Nazione Indiana &#187; helena janeczek</title>
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		<title>La censura, la sofferenza, lo scandalo</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 13:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Appunti su <em>Una separazione</em> e <em>Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</em></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
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<p>Lei non ce la fa più. Vorrebbe andar via, costruire un futuro migliore, soprattutto per sua figlia. Lui ha un padre demente che non vuole abbandonare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/">La censura, la sofferenza, lo scandalo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Appunti su <em>Una separazione</em> e <em>Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</em></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/thumb-php-2/" rel="attachment wp-att-41594"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/thumb.php_1-300x152.jpg" alt="" title="thumb.php" width="300" height="152" class="alignnone size-medium wp-image-41594" /></a></p>
<p>Lei non ce la fa più. Vorrebbe andar via, costruire un futuro migliore, soprattutto per sua figlia. Lui ha un padre demente che non vuole abbandonare. Lei, per disperazione e per ricatto, torna a casa dei suoi genitori. Lui resta con la bambina undicenne e il padre che non può essere lasciato solo un attimo. Trova una badante giovane, molto devota e legata alla tradizione. Quando il vecchio si piscia addosso, la donna che è andata a servizio a insaputa del marito, fa ciò che occorre, ma vorrebbe già mollare l’incarico. Lui quasi la costringe a rimanere sino a quando non trova un ricambio. Da qui si dipana un dramma che segue il disgregarsi di due famiglie.<span id="more-41592"></span><br />
Il padre e il figlio si trovano in un interno tutto bianco: il letto e i divani dal design pulito, l’accappatoio dell’anziano, la camicia che il figlio porta sotto il vestito formale. Il padre non riesce più a deambulare senza sostegno e a controllare le funzioni corporali. Subisce attacchi di dissenteria sempre peggiori, piange senza riuscire a trattenere neanche le lacrime, il figlio lo lava e lo cambia tre volte, il vecchio si imbratta tutto, entrambi piangono. Solo allora il figlio si accorge dell’enorme volto di Cristo sul retro della scena, vi si appoggia contro, la fronte che tocca la bocca del Redentore. Poi il volto si deforma, finisce anche lui completamente imbrattato, si squarcia, cade.<br />
Uno è il riassunto di <em>Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</em>, l’altro l’inizio di <em>Una separazione</em>, il film pluripremiato di Ashgar Farhadi. Ciò che li accomuna sono il tema o il motore del dramma – la sofferenza di una persona privata della propria integrità fisica o mentale che devasta anche coloro che vi stanno accanto &#8211; e il rischio di censura. Per evitarla, il regista iraniano doveva far passare che quanto stava inscenando non fosse che una storia privata, un dramma umano in cui finiscono inevitabilmente pure aspetti religiosi e sociali. Ne nasce un film assai stratificato, in cui trovano spazio anche la stritolante macchina giuridico-burocratica o il consulto telefonico con cui la badante in pena chiede all’imam quanto sia peccato lavare le parti intime di un estraneo. Il privato troppo umano per essere censurabile diventa trasparentemente pubblico, come spesso accade per l’arte creata sotto regime.<br />
In Occidente dove <em>anything goes</em>, questa volta è capitato non solo che alcuni gruppi di milizia o di preghiera volessero fermare una messa in scena, ma che anche la Chiesa esprimesse la sua preoccupazione. È meramente fortuito e pretestuoso che tra le innumerevoli profanazioni proposte dal teatro contemporaneo, &#8211; per non dire dell’onnipresenza di un immaginario pornografico in tv, pubblicità e video musicali &#8211; la pietra dello scandalo sia stato uno spettacolo di una semplicità, persino povertà deliberata, dove ciò che aggredisce principalmente lo spettatore sono gli incontenibili, quanto realistici liquidi e liquami dalla vecchia carne? È solo colpa di quel Volto che consegna a chi lo guarda l’interpretazione se sia stato lordato sino a scomparire dall’umiliazione e dalla sofferenza o se invece se ne sia fatto carico?<br />
Nel cosiddetto Occidente è diventato sempre più difficile rappresentare il dolore e il male: non quello abnorme dell’evento traumatico che anzi – come rileva Daniele Giglioli in <em>Senza Trauma</em> – funge da motore prediletto, quasi che visitare luoghi d’oscurità indicibile appaia una delle fonti di legittimità più affidabili per cimentarsi nel racconto; ma la sofferenza quotidiana vissuta nella solitudine di uno spazio privato e di un tempo ripetitivo che non passa. Non è che non esistano narrazioni che mettano al centro malattie e lutti: ma il punto è che quasi tutti ricorrono alla prima persona. Il dramma riguarda solo me o chi mi è prossimo, ne sono esclusi &#8211; come dice il titolo rivelatore del libro sulla morte della figlia con cui lo scrittore Philippe Forrest inaugura la scelta dell’autofinzione &#8211;  <em>Tutti i bambini tranne uno</em>. Il privato, parimenti alle confessioni sbraitate dei reality, urla per essere ascoltato, ma deve o vuole restare singolare.<br />
Lo spettacolo di Castellucci si celebra invece in presenza di qualcun altro. Il Volto per gli uni può farsi specchio della Pietà incarnata, per gli altri di un silenzio che equivale all’assenza, ma intanto sta al centro della scena. La rappresentazione della sofferenza fuori le mura della solitudine individuale ha bisogno di un terzo occhio che non sia soltanto “mio”, di una trascendenza fosse anche solo intesa come comunanza degli esseri umani. Ma tale trascendenza si fonda su una relazione diretta che ammette dubbi, pianti, grida di disperazione o di soccorso, non deleghe e mediazioni istituzionalizzate. L’ambivalenza in cui si trovano le istituzioni cui è affidata la cura dei corpi e delle anime, appare involontaria ma strutturale. Il contratto prevede che la gestione non solo pratica del dolore passi di mano e competenza: competenza che, in quanto specialistica, si pone come separata. Chi riceve aiuto, perde voce in cambio. La condizione del dolore vissuta come incommensurabile e segregata, nasce dalla collaborazione sua malgrado tra il modello del uomo veicolo di produttività ed efficienza e di chi si occupa dello smaltimento delle scorie. Questo nodo non può essere risolto cercando di estendere il potere mondano di qualsiasi religione. <em>Una separazione</em> mostra, al contrario, che più aumenta il controllo teocratico, più vi sfuggono le vicende umane dei fedeli come dei laici, producendo una solitudine speculare che sgretola e separa a sua volta.<br />
Lo scandalo è l’impotenza di fronte al dolore. Nessuno può farci mai abbastanza, inclusa l’arte che è sempre un tentativo di mediazione, seppur la meno imbrigliabile: tranne non distogliere uno sguardo disposto a riconoscersi, come è avvenuto anche a Milano sotto gli occhi dipinti da Antonello da  Messina e sotto i nostri occhi simmetrici e frontali.</p>
<p><em>pubblicato su</em>L&#8217;Unità<em>,3 febbraio 2012.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/la-censura-la-sofferenza-lo-scandalo/">La censura, la sofferenza, lo scandalo</a></p>
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		<title>L&#8217;iPhone e il re pallido</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:32:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: <em>Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino </em>[all’arte] <em>che non</em> Infinite Jest <em>di Foster Wallace</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/">L&#8217;iPhone e il re pallido</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/wallace/" rel="attachment wp-att-41472"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/wallace-300x200.jpg" alt="" title="wallace" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-41472" /></a></p>
<p>Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: <em>Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino </em>[all’arte] <em>che non</em> Infinite Jest <em>di Foster Wallace</em>. Ok, diciamo pure che resto colpito da tale affermazione, ma colpito come una martellata sul dito più piccolo e indifeso. <span id="more-41471"></span>Metto il mignolo in bocca, e aspetto che il dolore si sciolga. Il dolore del tutto particolare e contemporaneo proviene dal fatto che per un attimo immagino che tale affermazione abbia senso e ragionevolezza e sia capace di registrare i limiti e la complessità del mondo, anche se non è vero. Il dolore da mignolo in bocca alle nove del mattino mentre mi soffermo su uno dei periodici più diffusi e influenti sul frastagliato territorio nazionale è quello di chi immagina che tale affermazione rilasciata da uno degli scrittori italiani più letti e amati sia tutto sommato anche abbastanza facile e abbordabile e condivisibile dalla maggioranza dei lettori, affermazione che non sposta alcuna intelligenza e che non mette nessuno in discussione. Dolore o, ancora meglio, piccolo fulmineo spasmo interiore che riporta nell’alto dei cieli la stella polare di una massima di David Foster Wallace, cioè che per essere onesti, e fare e/o dire e/o scrivere la cosa giusta, bisognerebbe sempre far parlare la Parte Di Te Che Ama invece che La Parte Di Te Che Vuole Essere Amata in seguito ad affermazioni facili e abbordabili e condivisibili in seno a una maggioranza di persone che ha già fatto di te un idolo a cui prestare attenzione e che indubbiamente a monte già pensa come te, di comune accordo, finendo per rafforzare non solo il carico indotto di amorevole attenzione che La Parte Dello Scrittore Che Vuole Essere Amato già di per sé richiede e pretende di attirare, ma in questo caso anche i luoghi comuni e le opzioni più scontate dell’opinione pubblica. Piccolo spasmo interiore che si disinteressa completamente della polemica e dell’opinione pubblica e che duplica e triplica nei giorni seguenti la sua portata proprio per come tale affermazio-ne ha ingiallito la figura di David Foster Wallace, a tutto discapito del suo lavoro e della sua generosità, del suo sforzo costante di fare il massaggio cardiaco ad ogni particella della nostra umanità che per disattenzione e pigrizia finirebbe per avvizzire, la cura e l’attenzione verso il prossimo in particolare, lo fatica quotidiana di capire cosa ci lega al nostro prossimo nonostante questo ci tagli la strada con il Suv o abbia un lunghissimo imbarazzante riporto o rida col risucchio in fondo alla parabola di un raccontino razzista o riveda la nostra dichiarazione dei redditi con i lineamenti ispessiti dalla più atroce noia mai comparsa in natura. Poi penso al walkman. Penso al vhs. Per ripulirmi dal wrestling, l’iPhone con il ginocchio schiacciato sullo sterno di <em>Infinite Jest</em>, ripenso al walkman, al vhs, a tutta la tecnologia sfornata sotto l’impulso di un incredibile intelligentissimo lavorio umano, il design o la fattura o i microchip della tecnologia che è stata espulsa una volta per tutte dall’orizzonte della nostra esistenza, o che è stata ridimensionata o rivista e corretta in ulteriori formati, i quali non potranno nulla contro l’usura del tempo e i plug-in della conoscenza e le rivoluzioni scientifiche. Se l’iPhone ci insegna qualcosa, è la convergenza e l’interconnessione, il fatto che ognuno di noi sia un piccolo grande nodo da cui passa e si raccorda il mondo. Ma questo già lo sapevamo. È pratica comune riconoscerlo nelle nostre avventure quotidiane regolate dalle <em>app</em> e dal touchscreen. È il medium il messaggio, diceva Marshall McLuhan, e questo non fa che sciogliere il dolore dopo tutti questi giorni. La letteratura, la vera letteratura, è un’altra cosa. Tra le tante, non si usura, non viene superata, sprigiona fantasmi incubi tenerezze anche dopo secoli, riconfigura il passato e il presente e il futuro, ci rende meno soli, ci mette in contatto con tutti ed ogni cosa, dirama il potere dell’empatia, ripopola la desertificazione a macchie della consapevolezza, allarga i limiti del nostro linguaggio che in fondo sono i limiti del nostro mondo, ma non ci consola né ci salva, questo lo sapeva benissimo anche uno tra i migliori scrittori che io abbia mai conosciuto. Finito <em>Il re pallido</em>, prima o poi riprenderò in mano <em>Infinite Jest</em>. Riposa in pace, David.</p>
<p><em>Questo testo fa parte di una rubrica bisettimanale</em>, Hashtag, <em>ed è stato pubblicato su Vicolo Cannery (http://www.vicolocannery.it/) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/">L&#8217;iPhone e il re pallido</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>The Monti Lessons</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 11:24:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Forse è stato quando da Fazio ha elogiato la ricchezza meritata che ho avuto un lampo. Non è solo questione di stile o di classe &#8211;  il fascino discreto della borghesia a cui non siamo abituati. Nemmeno la stravaganza di chi riassume in purezza quel liberalismo che era stato lo slogan rivoluzionario su cui si è edificato il <em>Nouveau Régime</em> berlusconiano di corti, privilegi e monopoli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/the-monti-lessons/">The Monti Lessons</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Forse è stato quando da Fazio ha elogiato la ricchezza meritata che ho avuto un lampo. Non è solo questione di stile o di classe &#8211;  il fascino discreto della borghesia a cui non siamo abituati. Nemmeno la stravaganza di chi riassume in purezza quel liberalismo che era stato lo slogan rivoluzionario su cui si è edificato il <em>Nouveau Régime</em> berlusconiano di corti, privilegi e monopoli. E’ che quando parla Mario Monti pare un po’ curioso che si chiami Mario Monti. Quasi verrebbe da fargli i complimenti per il suo italiano, così privo d’accento. Più che strano, Monti sembra straniero: questo è la sua forza. Il sogno di una dominazione straniera che faccia funzionare meglio il Paese non alberga solo nelle anime di una colta e privilegiata minoranza.<span id="more-41297"></span><br />
Neanche per capire la lista della spesa della signora Monti inviata graziosamente a Calderoli, serve la laurea in Bocconi. Eppure è come se la <a href="http://www.governo.it/Presidente/Comunicati/dettaglio.asp?d=66033&#038;pg=1%2C2121%2C3027&#038;pg_c=1">Presidenza del Consiglio</a> avesse risposto in inglese a un’accusa formulata in italo-padano.<br />
Cambiare il linguaggio, usarne uno inedito, si è visto, può essere un’arma di devastante efficacia. Sembra facile per lo Straniero a capo del suo “governo strano”. Si può forse pretendere humor britannico a chi non può più andare in pensione, stenta a pagare il mutuo, o vede la scuola smantellata?  No, ma anche la rabbia e le critiche possono trovare modi per esprimersi diversi dai soliti che ritroviamo amplificati nelle pubbliche piazze televisive. Non solo il linguaggio dei vincitori, infatti, è stato sempre lo stesso negli ultimi decenni, ma anche quello maggiormente udibile dei suoi avversari. Solo da quando si è deciso di abbondonare i moduli della protesta delegata, anche dal basso, dalle piazze, si è cominciato a farsi sentire un linguaggio nuovo. Fare cortei vestiti da Babbo Natale, salire sulle gru o sulla Torre di Pisa, comunicare a gesti nelle assemblee per partecipare senza interrompere chi parla. Il linguaggio che cambia non sempre è elegante o ironico, ma più diventa autonomo e imprevedibile, più acquista forza. Questo si può impararlo dal professor Monti, anche se lo si apprezzasse per poco altro. </p>
<p>Ps. Mario Monti crede in quel che dice (e, di conseguenza, in ciò che fa). Il capitalismo, ooops, il mercato è cosa buona e giusta, basta non esagerare come, a suo tempo, Margaret e Ronnie. Basta risanare i conti pubblici, ossia: dimostrarsi <em>virtuosi</em> a cospetto dei partner europei (ecco: se c’è un aspetto linguistico-ideologico del suo discorso che davvero mi infastidisce, è il ricorso a categorie morali per parlare di spese dello Stato), e si allontana il gran burrone nel quale l’Italia stava precipitando. E’ per questo che riesce a essere rassicurante.<br />
Io invece temo che Monti possa sbagliarsi. Leggo i suoi colleghi economisti che spiegano, per esempio, diversi fatterelli inquietanti che continuano a accadere: il crollo di Unicredit, o – ancor di più – lo spread che risale perché il titoli tedeschi vanno a ruba, pur con un tasso d’interesse addirittura negativo. Potrebbe darsi che i mercati tradiscano la famosa fiducia che in essi continua a riporre il professor Monti, e la sua indubbia credibilità maggiore presso gli altri capi di governo europei &#8211; in primis, Angela Merkel &#8211; non si riveli sufficiente per ottenere in cambio qualcosa che aiuti l’Italia a controbilanciare le conseguenze della recessione, aggravate dalla sua manovra. Forse per questo mi sembra che le cose più interessanti che sta facendo, si collocano paradossalmente a lato della sua missione principale.</p>
<p><em>Versione ampliata e ritoccata di un pezzo uscito su su</em> L’Unità, <em>10 gennaio 2012.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/the-monti-lessons/">The Monti Lessons</a></p>
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		<title>Pop is dead (but London isn&#8217;t)</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 11:27:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/1-17/" rel="attachment wp-att-41233"></a></p>
<p>Il pop è morto e l’ho scoperto a Londra. C’ero stata quando le creste punk svettavano in metropolitana e John Lennon stava bene (benché dall’altra parte dell’oceano), mentre adesso i Beatles si contendono la scena con cloni di Elvis, Michael Jackson, Queen e Abba, nei musical più pubblicizzati lungo le scale mobili.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/">Pop is dead (but London isn&#8217;t)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/1-17/" rel="attachment wp-att-41233"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/1-300x176.jpg" alt="" title="1" width="300" height="176" class="alignnone size-medium wp-image-41233" /></a></p>
<p>Il pop è morto e l’ho scoperto a Londra. C’ero stata quando le creste punk svettavano in metropolitana e John Lennon stava bene (benché dall’altra parte dell’oceano), mentre adesso i Beatles si contendono la scena con cloni di Elvis, Michael Jackson, Queen e Abba, nei musical più pubblicizzati lungo le scale mobili. Nella “Camera degli Orrori” di Madame Tussauds, Charles Manson si era aggiunto a Jack the Ripper e mi aveva spaventata, ma l’allestimento sapeva di tappezzeria gotico-vittoriana e un cordone separava le persone dai simulacri. <span id="more-41232"></span>Oggi mi ritrovo in un flusso di turisti giunti da ogni angolo del globo che si immortalano con star di Bollywood, fotomodelle, campioni sportivi &#8211; a ciascuno quello più in auge dalle sue parti. Nessuno degna di uno scatto la regina Elisabetta o Enrico VIII. La scienza e la cultura sono ridotte a Newton, Einstein, Stephen Hawking, Dickens, Van Gogh e Picasso, altrettanto tristi e solitari. Entrare nei musei statali per vedere I Girasoli, le bellezze cubiste o i fregi del Partenone resta gratis, mentre il tour fra gli idoli di cera comporta code e costi esagerati. Il contrasto con la politica di accesso libero ai luoghi della cultura alta, rivela spietatamente cosa sia diventata quella popolare. Sorridere abbracciati a Kate Winslet o David Beckham, glorie effimere all’altezza di chi si ascrive il potere di incoronarle e detronizzarle. “Effimero” indica appena quanto sia volubile il favore degli dei, là in basso. Ci sono i baronetti di Liverpool, certo, ma in compagnia di Britney Spears e del mezzo moccioso Justin Bieber che, spiega mio figlio, piace alle sue stupide coetanee. Mancano i Rolling Stones: gran delusione e scandalo per il bambino rockettaro. Così si fa ritrarre dimostrativamente con Jimi Hendrix, quasi a impedire che lo caccino dal tempio dove non c’è più religione, tranne quella dei mercanti.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità <em>, 4 gennaio 2012.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/">Pop is dead (but London isn&#8217;t)</a></p>
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		<title>Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 10:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti, e i giornali più autorevoli si spremono le meningi sull’ostinazione con cui la Cancelliera continua a rifiutare gli eurobond o un intervento più forte della Bce, le sole risposte forse in grado di ripristinare la famosa “fiducia dei mercati”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/se-il-destino-degli-olandesi-dipendesse-da-scilipoti/">Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti, e i giornali più autorevoli si spremono le meningi sull’ostinazione con cui la Cancelliera continua a rifiutare gli eurobond o un intervento più forte della Bce, le sole risposte forse in grado di ripristinare la famosa “fiducia dei mercati”. Sarà a causa del trauma introiettato dell’inflazione della Repubblica di Weimar? Sarà per un retaggio protestante che presenta debito e colpa, “Schulden” e “Schuld”, come sinonimi? Gli analisti internazionali sembrano analisti di un altro tipo, mentre la stampa tedesca offre un appiglio con cui sottrarsi all’immersione negli sprofondi della finanza emotiva.<span id="more-41092"></span> L’arcano ha un nome, anzi una sigla: Fdp &#8211;  il partito con cui i cristianodemocratici sono al governo. Il partito liberale (l’unico liberista in tutto lo spettro parlamentare tedesco) è risolutamente ostile a ogni soluzione che possa ricadere sul contribuente, al punto che la fronda di euroscettici ha già rischiato di minare la sua leadership attuale. Angela Merkel rischia, in pratica, la crisi di governo se cede alle richieste che va implorando il mondo intero. Il punto interessante è che la FDP, secondo i sondaggi più recenti, oggi varrebbe intorno al 3%. Vale a dire: la popolazione di mezz’Europa è sottoposta ai sacrifici di cui non è per nulla certo l’esito salvifico, perché un piccolo partito ha il potere di dettare la propria linea al capo del governo che, a sua volta, ha il potere di imporsi sugli altri paesi della UE. I meccanismi della finanza sono, l’abbiamo ormai capito, pericolosamente incontrollabili. Ma anche quelli della democrazia mostrano dei lati assurdi quanto oscuri. E’ un po’ come se il destino degli olandesi dovesse dipendere da Scilipoti –  questo, ovviamente, estremizzando e rovesciando la prospettiva. </p>
<p><em>pubblicato su</em>L&#8217;Unità<em>, 20 dicembre 2012.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/se-il-destino-degli-olandesi-dipendesse-da-scilipoti/">Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</a></p>
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		<title>Favole nere</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 08:39:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>(una proposta alla Città di Torino)<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840.jpg"></a></p>
<p>Racconta favole nere per difendere il suo amore &#8211; quelle sentite da bambina, quando a metterle paura e farla obbedire c’erano gli zingari. Le viene istintivo scaricare addosso a loro la terribile disobbedienza della sua prima scelta adulta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/favole-nere/">Favole nere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>(una proposta alla Città di Torino)<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840-300x280.jpg" alt="" title="25_101518283840" width="300" height="280" class="alignnone size-medium wp-image-41013" /></a></p>
<p>Racconta favole nere per difendere il suo amore &#8211; quelle sentite da bambina, quando a metterle paura e farla obbedire c’erano gli zingari. Le viene istintivo scaricare addosso a loro la terribile disobbedienza della sua prima scelta adulta. Ha sedici anni, età in cui in altre nazioni europee è normale andare in vacanza con il ragazzo, persino uscir di casa e convivere. Qui invece essere giovani significa essere subalterni. Se sei femmina, lo sei due volte. Tre, se di famiglia povera. Peggio sono messi solo i rom e gli islamici, quelli non integrabili, perché non è nel nome di Gesù e Maria che, nel loro caso, la famiglia deve vigilare sulle figlie.<span id="more-41012"></span><br />
I mandanti morali del rogo di Torino e della strage di Firenze, sono anche responsabili del fumo con cui il razzismo, divenuto passepartout politico, ha saputo occultare i problemi di un paese incagliato tra arretratezza e recessione, proiettandoli sugli stranieri. I loro complici sono i media per i quali uno stupro commesso su un’italiana da un rom rumeno africano fa notizia (e le notizie calde si danno subito, senza troppe verifiche), mentre una donna straniera merita solo un trafiletto persino quando viene uccisa.<br />
Vorrei che a tutto questo ci fosse una risposta non indignata, non retorica, non per un giorno atterrita affinché quello dopo torni tutto come prima. Vorrei che al processo per il pogrom delle Vallette si costituisse parte civile la città di Torino: come è avvenuto a Milano per Piazza Fontana o a Brescia per Piazza della Loggia. Perché la strage è stata evitata, ma non l’eversione che l’ha innescata, come dimostra la mattanza fiorentina. Perché non sono solo i rom o i senegalesi a esserne le vittime, ma pure i nostri figli: <em>disgraziati</em> anch’essi nella sommersa quotidianità cattiva, come scopre chi osa guardare oltre le cronache e le favole nere.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità<em>, 14 dicembre 2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/favole-nere/">Favole nere</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Trova le differenze</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 11:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg" alt="" title="001f2944_medium" width="209" height="300" class="alignleft size-full wp-image-40988" /></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO. Il titolo del giorno prima &#8211; GOVERNO CHE CHIAGNE E FOTTE – sembrava copiato dai commenti in rete con cui i contribuenti di sinistra e reddito medio-basso sintetizzavano la loro rabbia. Il rebus <em>Trova le differenze</em> si risolve un po’ meglio leggendo gli editoriali.<span id="more-40985"></span><br />
Belpietro narra di un dipendente che gli ha chiesto come fa a portare i soldi in Svizzera, tuonando che Monti non punisce gli evasori e quanti hanno già spostato i grandi capitali all’estero, mentre costringe alla fuga anche i piccoli risparmiatori. Sallusti parla di macelleria sparando sui palloni gonfiati di Francia, ma si consola che la gente ha già capito l’errore di concedere a Monti ciò che stato negato a Berlusconi. “Senza qualcuno che ci difenda da poteri oscuri e lontani ci sentiamo meno sicuri.”<br />
In realtà è storia vecchia &#8211; riporta a quegli anni ’20-’30, con cui le analogie si fanno sempre più inquietanti. Scagliandosi contro il capitalismo mondiale, l’ideologia fascista neutralizza i conflitti in un nazional-populismo tutto a vantaggio della classe dominante. Ha funzionato allora, per funzionare oggi non deve reinventarsi.<br />
Le alternative di sinistra, invece, sono costrette a guardare oltre i confini per cercare di acciuffare l’evanescente Moloch del capitale finanziario. Per questo sono ancora deboli, sia quelle riformiste, sia quelle più radicali. Solo le divisioni sembrano, come allora, forti e inevitabili.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>8.12.2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
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		<title>Ach, Italien!</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 08:05:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/06b-ItaliaundGermania.jpg"></a></p>
<p>Perché i contribuenti tedeschi dovrebbero sovvenzionare le ingiustizie e i privilegi del sistema Italia? Pagare anche loro per i comodacci di Berlusconi (le Minetti e i Minzolini, per esempio)? Mostrarsi solidali con chi pensa che gli evasori fanno bene e i fessi sono gli altri?Buttare soldi in un paese marcio di corruzione, clientelismo, mafia, così come l’Italia stessa ha foraggiato invano la Cassa del Mezzogiorno?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ach-italien/">Ach, Italien!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/06b-ItaliaundGermania.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/06b-ItaliaundGermania-300x209.jpg" alt="" title="06b-ItaliaundGermania" width="300" height="209" class="alignnone size-medium wp-image-40887" /></a></p>
<p>Perché i contribuenti tedeschi dovrebbero sovvenzionare le ingiustizie e i privilegi del sistema Italia? Pagare anche loro per i comodacci di Berlusconi (le Minetti e i Minzolini, per esempio)? Mostrarsi solidali con chi pensa che gli evasori fanno bene e i fessi sono gli altri?Buttare soldi in un paese marcio di corruzione, clientelismo, mafia, così come l’Italia stessa ha foraggiato invano la Cassa del Mezzogiorno? Così scrive, sul liberal-democratico <em>Süddeutsche Zeitung</em>, lo storico e critico Gustav Seibt, profondo conoscitore dell’Italia. Dargli torto non è facile, considerando pure che tagli drastici ai costi della politica non sono in vista e ai concittadini più ricchi verrà chiesta al massimo una mini-patrimoniale.<span id="more-40886"></span>  Ma il problema è che il rigore imposto dalla linea Merkel, non fa che aggravare l’ingiustizia. L’austerità colpirà massimamente non solo i più deboli, ma anche i più “virtuosi”. Le imprese sane e i lavoratori che, a partire dagli anni ’90, hanno accettato rinunce perché l’Italia potesse accedere ai benefici promessi dall’entrata nell’Europa monetaria, ora stanno aspettando di trovarsi definitivamente cornuti e mazziati. I discorsi paternalistici con cui nazioni intere finiscono paragonate al cugino spendaccione da rieducare stringendo i cordoni della borsa, sono mistificatori di una realtà assai più complicata. Il loro fondo razzista oggi scandalizza chi ha detto cose simili o peggiori sulla Terronia, ma occultano anche un’altra faccia della medaglia. Persino la virtuossima Germania ha ricchi sempre più ricchi e pensionati che faticano a arrivare a fine mese. Nessuno vive sull’isola felice o in una Fort Apache capace di asserragliarsi contro la crisi mondiale. Chi se la prende con gli italiani o viceversa con i tedeschi, non fa altro che ingannare o ingannarsi.</p>
<p><em>Friedrich Overbeck,</em> Germania und Italia,<em> 1828, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera. L&#8217;articolo è uscito su</em> L&#8217;Unità,<em> 29/11/2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ach-italien/">Ach, Italien!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Depressione</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p></p>
<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/">Depressione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EKV4gbEAo0I" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico. Non qui. Qui c’è solo lo sguardo ripetuto attraverso il cerchio, lo spread che sale e scende, l’astro che non capisci se sia più lontano o più vicino. Non si chiama <em>Melanchòlia</em>, ma Depressione. Temo non sia casuale che gli economisti stiano ben attenti a usare il termine. Parlano di crisi, recessione, inflazione. Al minimo accenno alla Grande Depressione sembrano spaventarsi. Divenuti auruspici di meccanismi talmente fuori controllo da apparire eventi catastrofici, temono le profezie che si autoavverano. <span id="more-40852"></span></p>
<p>Anche per questo siamo già in depressione. La depressione è un stato della mente collettiva che coincide con una congiuntura economica. E’ il risultato del senso di impotenza con cui ci affacciamo alle aspettative negative, memori anche solo sottopelle di quanta perdita abbiamo già subito. Mandiamo i figli a studiare in scuole sempre più fatiscenti, compilando bollettini postali per consentire l’acquisto di materiali tra i quali c’è la carta ma anche la carta igienica. Paghiamo ticket sempre più alti per le cure mediche, ma se è necessario un esame urgente, raggranelliamo i soldi per la visita privata. Nelle stazioni ferroviarie funzionano spesso solo gli schermi che trasmettono non-stop spot pubblicitari. Le città si allagano con ogni pioggia forte, i tombini non ripuliti si intasano, nel manto stradale malripezzato le pozzanghere si ingrossano a laghi che continuano ad allargare le buche.</p>
<p>Il lavoro è sempre più scarso, sempre meno tutelato, sempre peggio retribuito. La classe operaia, prima di quasi dissolversi, ha fatto sacrifici senza andare in paradiso. E’ stata raggiunta nel limbo quaresimale dalla classe media. I lavoratori atipici stanno sulla soglia, sempre più numerosi. Non hanno voltato le spalle agli operai della Fiat nel braccio di ferro con Marchionne, ma quando uno di loro si trova faccia a faccia con l’impiegato pubblico troppo lento o scazzato, l’insofferenza verso il tutelato brucia, tutto a vantaggio di chi divide e impera. L’umiliazione resta più indicibile del rancore in cui cerca uno sfogo, è il fondo depressivo che atomizza, che entra in casa, che intossica i rapporti più privati. Se hai uno straccio di lavoro, sai che ti tocca tenerlo caro quasi a qualunque costo. Sotto c’è lo strato nero del lavoro in nero, i clandestini che ne abbassano il costo reale, che portano voti alla Lega, perché c’è sempre chi incassa le rendite delle guerre tra poveri. Difficile resistere alle sirene depressive e alla loro capacità di incattivire, spacciando per visione esistenziale lo sguardo oscurato dal malessere subito. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, dice alla sorella bruna in preda al panico, la bionda che trae una forza terminale dalla sua natura melancholica o saturnina .  </p>
<p>L’esito del voto in Spagna indica che la delusione è soprattutto un problema delle sinistre governative. Lo stesso dice, a modo suo, l’altissima fiducia degli elettori del Pd nel governo Monti. Il sollievo e la speranza per la ritirata di Berlusconi sono stati, sin da subito, mescolati al desiderio di affidarsi a un’autorità, come bambini spaventati da una realtà che trascende le loro capacità di comprendere e reagire. Dare la mano a chi dovrebbe guidarli nel buio, chiudendo gli occhi. Ma insieme ad ansia e paura, agisce anche una ragione se non proprio depressiva, almeno disillusa sino al fatalismo. Se l’alternativa alla catastrofe non può che essere ingoiare la minestra austera, che almeno sia preparata da un grande chef che ha imparato la ricetta nei migliori établissment del mondo, in grado – si spera &#8211;  di trattare alla pari con i colleghi dell’Hotel Frankfurter Hof e Hotel Ritz. Nulla di meglio si sarebbero aspettati da un partito che da decenni ha chiesto rinunce con la promessa che si sarebbero tradotte in crescita e dunque benefici, cosa non avveratasi in cui non spera più nessuno. L’ironia del caso italiano fa si che sia stata la destra berlusconiana a imporre, con il voto dei ceti popolari e l’appoggio di Confindustria sino al limite del baratro, il dietrofront sugli slanci liberali di sinistra.  Al “meno tasse per tutti” strombazzato, corrispondeva, nella pratica, il ripristino di ogni privilegio e il “niente tasse per alcuni” molto prammatico, ovvero destinato a tutti quelli in grado di evaderle. Ma quel che sembra arrivato al capolinea in tutta Europa, è il sogno di una società dove capitalismo e socialismo, alla fine di tante lotte, avessero raggiunto un equilibrio soddisfacente per gran parte dei cittadini. Sembrava un’acquisizione così salda che non solo in Italia, inebriata dal nuovo mondo unilaterale, anche la sinistra ha creduto di potersi concedere un po’ di libertinaggio liberale. I danni del New Labour si sono sommati a quelli del thatcherismo, e persino nella Germania graziata dalle casse piene dello Stato, nessuno rivorrebbe più un Gerhard Schröder a capo del Partito Socialdemocratico. Forse anche per questo &#8211; oltre all’assenza di alternative immediate per proteggere il paese dal rischio fallimento &#8211; lo stesso Partito Democratico è stato così pronto e docile nel consegnare delega al governo Monti, malgrado sembrasse certa e addirittura prossima la vittoria elettorale. Pur consapevole che potrebbe pagare carissima la resa delle armi, ha preferito affidare all’outsourcing “tecnico” l’esecuzione della politica economica, nel momento in cui non è stata più un’opzione, ma un’imposizione ineluttabile. Ora si stanno delineando scontri interni tra correnti più liberali e più “sociali”,  ma sempre in una logica binaria e autoreferenziale. Nessuna riflessione dialettica sui propri percorsi che voglia in più – pare impensabile &#8211;  confrontarsi con la base elettorale o con la società. Che i dettati dell’economia abbiano esautorato la politica, pare avvenuto sia per causa che come effetto della sua incapacità di mettersi in discussione e in gioco – non solo in Italia.</p>
<p>Il pianeta, malgrado il nuovo governo, non resta fermo. Forse il collasso europeo è ormai inevitabile, però non ci aspetta nessuna fine ultima, solo il dover andar avanti sempre più incerti, sempre più disillusi, sempre più poveri. L’apocalisse, per le anime depresse, somiglia a una favola consolatoria, almeno nella misura in cui cerca di esorcizzare il malessere, oggettivandolo in una rappresentazione esterna – cosa di cui il film di Lars von Trier è un esempio dei più trasparenti. Non sembra casuale che, in questi anni di crisi, le narrazioni apocalittiche si siano moltiplicate sino all’inflazione: libri, film, videogiochi. L’apocalisse addomestica i demoni rendendoli feroci e grandiosi  &#8211; ma soprattutto esterni. Mistifica il nostro sentirci miserabili, non importa se facendoci combattere battaglie splatter contro alieni, o abbandonandoci in un castello abitato da tre privilegiate anime in pena che attendono il bang finale. Esiste però qualcosa che la narrazione apocalittica non può permettersi. Non può mostrare alcun collegamento con la condizione storica e collettiva che la incrementa o la ingenera, con quella depressione di cui gli economisti temono di fare il nome. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, lo dice, appunto, la stessa splendida donna che nella prima parte manda a quel paese un capo stronzo, ma prodigo di elogi e promozione. Nella favola nera cinematografica è l’eroina che si licenzia perché la depressione le rende intollerabile ogni gioco e finzione sociale, nel mondo grigio della crisi cadono in depressione i licenziati. Castelli e miserie, come diceva il poeta maledetto, simboli e archetipi che mostrano un’essenza per occultare la contingenza da cui possono sgorgare.</p>
<p>Ma forse gli effetti distorsivi della depressione, con il suo bisogno si esternarsi fosse anche in figure di un nero monocromo, possono riflettersi persino sulle letture della realtà che ci incombe addosso. Dal basso della nostra impotenza, la crisi appare come una trama di attori impersonali spregiudicati o almeno un meccanismo perverso quanto ferreo. Non si può fare altro che cercare di disattivarlo in toto, quindi la risposta più radicale sembra l’unica o comunque la migliore. Se c’è una ragione per la quale l’idea del default pilotato come via d’uscita non mi convince, questa risiede soprattutto nel timore che possa essere una reazione opposta e speculare, quasi “euforica”, all’aut-aut di uno scenario catastrofico non messo discussione. Non escludo che in certi casi – forse già in Grecia allo stato attuale – ci sia possa far meno male saltando dalla finestra del fallimento che continuando a mangiare la minestra della miseria. Però le visioni più o meno complottistiche dello strapotere finanziario rischiano di assolvere la corsa individuale alle scialuppe di salvataggio delle nazioni imbarcate sul Titanic, soprattutto all’interno dell’Europa monetaria. Il meccanismo va analizzato e scomposto in ogni sua componente, a cominciare da quelle che appartengono alla responsabilità della politica. Le posizioni di Merkel o Sarkozy, per dire, ma anche l’incapacità dei governi dei paesi mediterranei di contrattare uniti, acquisendo un peso maggiore sul tavolo delle trattative. Lo sforzo di ragionare in maniera differenziata pur nella situazione di pericolo e ricatto, non ha forse utilità pratica, ma esprime in sé un rifiuto dell’introiezione di una subalternità subita.  </p>
<p>La crisi è globale e globali sono le contestazioni che si levano dal basso. Oltre agli slogan che, nella loro evidenza immediata – “siamo il 99%” &#8211; possiedono un potenziale di aggregazione contagioso, forse è anche il volto stesso dei movimenti a strappare la maschera. Traslocare nei luoghi pubblici, accamparsi come zingari nelle tende, dormire nei sacchi a pelo come barboni. Sperimentare una democrazia più diretta, intervenendo nelle assemblee con un codice di gesti che ricorda il linguaggio dei sordomuti. Intervenire, come accade in America, senza amplificazioni, lasciando che le parole dell’oratore vengano trasmesse coralmente. I movimenti, soprattutto in occidente, traducono, per necessità di cose, in corpi e pratiche lo scandalo occultato: la povertà. Si avvalgono anche di strumenti tecnologici e internet, ma questo lo fanno pure i manifestanti in Egitto o in altri paesi dove la libertà era inaccessibile e il pane lo è diventato. Anche con un’antenna sul tetto di una baracca o uno smartphone in tasca si può essere poveri &#8211; sia nel primo che nel secondo e terzo mondo. Dovunque, tuttavia, la povertà non è soltanto quella materiale. E’ tutto ciò che manca o è venuto a mancare: diritti, prospettive, rappresentanza, sponde politiche, risposte alternative complessive che appaiano già formulate e percorribili. Talvolta, a vedere e sentire gli aderenti dei movimenti, capita di sentirsi sconcertati dinnanzi all’impressione che il linguaggio della protesta debba reinventarsi a partire da una sorta di grado zero. Quella povertà è anche debolezza, certo, ma occorre vederla prima per quel che è – lo specchio non falsato di una condizione vera – prima di pensare che se ne possa uscire con scorciatoie. Inutile illudersi: tra la richiesta di una patrimoniale o di una Tobin Tax, o addirittura una riscrittura mondiale delle regole di governance finanziaria e le questioni della crisi strutturale (sostenibilità della crescita, ambiente, occupazione futura ecc.) c’è di mezzo un deserto da attraversare. Un deserto non confinato alle sole democrazie del mondo avanzato, di cui alcuni paesi come il nostro stanno sperimentando per la prima volta cosa significa essere retrocessi in prossimità di quelli meno sviluppati.<br />
Partire da proposte concrete benché già fin troppo osteggiate, non dovrebbe essere un modo per scambiare correzioni di rotta importanti per risposte esaustive. Il percorso, se vuole essere di “democrazia reale” (o qualcosa che vi somigli), sarà lungo e tutto da costruire.</p>
<p>Eppure ci sono nodi e luoghi da cui conviene cominciare. L’Europa può essere un perno. Se in questo continente cominciassero a cambiare alcune regole, questo potrebbe avere un impatto assai più esteso. Probabilmente, causa di forza maggiore, i summit della politica EU troveranno qualche accordo palliativo che consenta una tregua utile per guadagnare tempo. Bisognerebbe sfruttarla anche dal basso per mettere in piedi quel che finora è stato fatto troppo poco. Creare reti &#8211; avere più scambi, informazioni, coordinamento. Giustapporre un’altra politica a quella che impongono le istituzioni monetarie e i governi con il coltello dalla parte del manico. L’Europa è anche quella in cui per secoli uomini e donne hanno lottato per i loro diritti. L’Europa, ancora prima che intorno agli ideali socialisti, comunisti e anarchici si organizzassero partiti e sindacati, è stata il luogo dove si è combattuto insieme perché i singoli paesi potessero diventare nazioni autonome, pari a quella che nel nome di libertà, fraternità e uguaglianza aveva decapitato la monarchia assoluta. Oggi pare di assistere a un processo inverso. Non lasciamo che la moneta diventata immagine e somiglianza di un pianeta minaccioso la disintegri- e noi con essa.  </p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Uovo al tegamino</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 06:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Marchelli</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/220px-White_chicken_egg_square.jpg"></a></p>
<p>Ti hanno appena portato un uovo. Ho chiesto all’infermiera di lasciarci soli, tu e io. Non c’è nemmeno mamma, che ho mandato a casa a dormire un po’. Ha fatto gli occhi di una esclusa dalle cose importanti, ma la conosco bene e sulla sua faccia stanca ho trovato anche una traccia di gratitudine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/uovo-al-tegamino/">Uovo al tegamino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Marchelli</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/220px-White_chicken_egg_square.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/220px-White_chicken_egg_square.jpg" alt="" title="220px-White_chicken_egg_square" width="220" height="220" class="alignnone size-full wp-image-40803" /></a></p>
<p>Ti hanno appena portato un uovo. Ho chiesto all’infermiera di lasciarci soli, tu e io. Non c’è nemmeno mamma, che ho mandato a casa a dormire un po’. Ha fatto gli occhi di una esclusa dalle cose importanti, ma la conosco bene e sulla sua faccia stanca ho trovato anche una traccia di gratitudine. Non te la prendi, no? Hai vissuto e amato a sufficienza per capire che non ce la fa, a volte, e chissà come se la caverà tra poco, quando tutte queste prove generali saranno finite davvero.<br />
L’uovo ha un bell’aspetto. Tutto mi aspettavo, tranne che esaudissero questo tuo piccolo capriccio. Un uovo al tegamino. Forse è merito di Marta, che è tornata in corsia apposta per te. Sei sveglio, quando passa? Ci fa sempre ridere con le sue battute da cabaret. Ti ricordi quando vi siete visti in centro, questa primavera? Mi ha scritto una mail dicendo che ti aveva beccato a far vasche con le braghe rosse e mamma a braccetto, come due fidanzati. Viene ogni mattina, prima di andare in ufficio, fa un paio d’ore menando ordini a destra e a manca, come quando era caposala. Non credo che possa, le infermiere la odiano tutte e di conseguenza anche me, che sono la sua amica, ma noi ci divertiamo e sappiamo che se c’è lei tu muori un po’ meno.<br />
Chissà se la senti, quando arriva. Ti sedano così tanto che apri gli occhi solo a quest’ora, per poco.<span id="more-40802"></span><br />
Mi è venuta voglia di dirti tante cose, come succede in queste situazioni. Tutte quelle che non ci si è detti, lì come scemi a credere che le parole passino lo stesso. Magari invece è vero, e sarebbe un bel sollievo smettere di rimproverarsi perché non ci diciamo mai abbastanza che ci vogliamo bene. Te l’ho dimostrato, io? Con i miei nervosi, le risposte secche, l’insofferenza, ti ho fatto sentire un padre amato?<br />
Che poi si risolve tutto in un “ti voglio bene”. A dirlo sono capaci tutti. Bisogna vivere, mostrare. Un gesto, dicevi tu quando eravamo piccoli, vale più di cento discorsi. Ci insegnavi a muoverci nel mondo. Quello appena fuori di casa, il minuscolo universo degli amici del cortile e dei compagni di scuola, della maestra, del tabaccaio, della panettiera. Poi piano piano sempre più largo, il mondo cui dovevamo rispetto e partecipazione, fino a comprendere le terre oltre il mare, dove ho scelto casa io. Una casa così diversa eh, papà?<br />
Quanto tempo ho speso a fare le cose diverse dagli altri solo per il gusto di farle. Quanta energia a dover rivedere tutto, dopo, cercando di capire cosa avevo fatto per me e cosa contro di voi. Tu non mi hai mai tanto capita, dicevi, ma ti sei fidato di questa tua figlia un po’ sofistica. Doveva stare per rompiballe, questo “sofistica” che sdrammatizzava le tensioni, e non hai mai saputo che è un aggettivo che mi calza alla perfezione. E che sei un uomo saggio, anche se ti verrebbe da ridere, te lo dicessi. Intelligente, soprattutto; di un’intelligenza semplice, che si allarga dal cuore alle mani aperte verso di noi, a tenerci su.<br />
Come Sergio, che è rimasto sotto ad aspettarmi. Gli ho detto di andare a casa, che oggi mi sarei fermata di più, e lui mi ha detto “Sì, vado”, ma so che è ancora qui, la moto parcheggiata all’ombra, il terzo o quarto caffè della giornata, la sigaretta accesa su quella sua faccia da mascalzone. Tu non la vedi perché non ti fuma mai davanti. Dice per rispetto, perché a voi dà fastidio, e lui si fa tre ore di astinenza pur di non farvi respirare un’aria inquinata. Ma adesso, solo nello spiazzo dell’ospedale, circondato da parenti che vanno e vengono in questa mattina già caldissima, sono sicura abbia bisogno anche lui di appendersi a qualcosa. Così fuma, e quando scenderò per chiamarlo e invece me lo troverò davanti, avrà un alito fetente. Ma sai che ti dico, papà? Chi se ne frega. Chi se ne frega se mangia, beve e fuma troppo, devi sentire la pelle che ha. E ha quel vizio terribile di andare a fondo delle cose, anche quelle delicate, con l’impeto di una fionda. A te è piaciuto subito per questo: anche nelle questioni nostre, quelle che in famiglia uno ha sempre un po’ timore di tirar fuori, è capace di affondare il cuneo e rivoltarci tutti. Se ne scusa con me, a volte, chiedendomi se ha esagerato. No, dico io, mai.<br />
Ti è piaciuto per questo e per la solidità che ha portato, tra le mani, nella mia vita. Io ventosa, lui così attendibile. Ma con due occhi grossi con il cielo dentro.<br />
Sono una donna fortunata, papà, perché sono amata da persone come voi. E quindi anche se ti guardo adesso, nella luce di un mattino d’estate che questa stanza cerca di tenere a bada, so maneggiare la pena di vedere il tuo corpo sfinito. Sei tu. Non si pensa mai a questa eventualità, ma ora so che davvero ci si può trovare di fronte a una menomazione come questa, la malattia che aggredisce chi sarebbe dovuto essere immune da ogni dolore, e sforzarsi di riconoscere ancora un padre. La sua forza, la severità, la grandezza che agli occhi di un bambino paiono infinite. I padri non dovrebbero mai morire prima che i propri figli siano cresciuti. Perché poi i figli vedranno il mondo sproporzionato. Troppo vasto, troppo aggressivo. Tu ci hai lasciato diventare grandi e addirittura un po’ vecchi. Me, soprattutto, che ti somiglio sempre di più. Guardavo proprio questa mattina, mentre Sergio mi preparava uno dei suoi caffè micidiali, che il profilo del mio viso si sta adeguando al tuo. Stessa faccia, stesse mani. Stessi peli, mi ha detto una volta la mamma. Quella battuta mi è rimasta impressa, e la risata che si è fatta dopo. Io ricordo di esserci rimasta male. Ero un’adolescente, bruttina e sfigata, con questo problema che a me sembrava insormontabile. “Guarda che i peli li hanno anche le tue compagne” aveva continuato lei quando se n’era accorta. “E chi se ne frega!” avevo urlato io. Eri in casa, tu? Te lo ricordi? Ti ricordi che il giorno dopo sono andata a casa di Marta e ci siamo fatte la nostra prima ceretta con il suo fornelletto? Forse no, sono cose da femmine, queste. È mamma che mi ha vista rientrare con i pantaloni tirati giù sugli stinchi e chiudermi in bagno un’ora, mentre tentavo di staccare quella placca di ceretta che non avevo avuto il coraggio di strappare a casa di Marta. Uno a uno, ho staccato quei peli maledetti. Me lo ricordo ancora. E poi, i bastardi, si sono ritirati da soli. Adesso, dopo tutti questi anni di cerette e Silképil, quando ormai non mi serve nemmeno più. Risolvere i complessi serve quando li si patisce, mica quando si è già fatto un gran pezzo di strada e tutto sommato su peli e cellulite si riesce a passare con allegria. L’ironia ce l’hanno data per quello, in special modo a noi donne. Troppa tragedia, altrimenti, i dolori mestruali, i malumori ormonali, le pene del parto, delle pinzette, delle teglie del forno sui polsi, delle cipolle negli occhi, dei cuori marinati in pozze di attese e illusioni senza fondo. Ma io, come ti ho detto, sono stata fortunata. Perché Sergio ha fatto le cose al contrario, e ha aspettato che diventassi donna, quando lui, uomo, lo era da un sacco di tempo.<br />
Chissà che starà facendo. Avrà attaccato discorso con qualche vecchio di passaggio, probabilmente. I vecchi gli piacciono. Li trova interessanti. Petulanti, ma pieni di fascino. Te, no. A te ha sempre parlato alla pari, senza mai far scendere o salire lo sguardo. Più con te che con mamma. Mamma è più dura, diffidente. Tu, con i tuoi occhi gentili, sei come l’ombra di un ulivo.<br />
“Un uovo al tegamino?” ha chiesto l’infermiera. Ma non ha battuto ciglio e te l’ha portato, perché altrimenti domani Marta chi la sente. A me la tua richiesta ha fatto ridere, ma ho anche capito.<br />
Ho capito che oggi te ne andrai. Hai deciso così, che è sufficiente, e troppa pena non serve a nulla. Per l’uovo. Se avessi chiesto altro, una minestra, un frutto, sarebbe stato un pasto qualsiasi, dopo il quale avremmo scambiato due parole tranquille, magari guardato il telegiornale, o saremmo stati in silenzio, come ormai succede sempre più spesso. Si stanno asciugando anche le parole. Si sta apparecchiando una cosa importante. E quindi il tuo uovo.<br />
Quando studiavo l’atomo mi spiegasti che l’uovo è il simbolo della vita, ed eri riuscito anche a ricordarti un dipinto che eri andato a cercare nel mio libro di arte. “Ecco, guarda” dicesti indicandomi quell’uovo che penzolava dal soffitto, “è un segno di vita e di rinascita”.<br />
E tu, che te ne muori, hai scelto proprio quello.<br />
Ora lo mangi, un microscopico boccone alla volta, tenendomi addosso i tuoi occhi castani, pronti a venirmi in soccorso. Ma oggi sono forte, papà. Lo devo a te e al tuo unico vero imperativo: badare a noi. Gli insegnamenti che si trasmettono valgono di più di quelli che si impartiscono. Lo sappiamo noi figli, quando finisce la consolazione di libri e canzoni e quando le parole degli amici non ce la fanno a valicare la distanza della disperazione vera, che ti lascia solo. Quindi resto salda nell’avvicinare il cucchiaino alla tua bocca stremata, che si sa ancora aprire in un sorriso dolce e doloroso. Vegli su di me anche adesso che sono io a vegliare su di te. Mi hai scelta? Hai voluto che ci fossi io, a imboccarti con quest’uovo, invece della mamma? Mamma avrebbe pianto, probabilmente. Lei così resistente. Ma lo capisco, prima era questione di sostenere dolori inevitabili: questo è tutt’altro, ingiusto com’è. Improvviso, traditore, prematuro. Ci farò i conti poi, in mezzo alla città che non sospende la sua marcia, tra le mani dell’uomo che qui sotto sta facendo fuori un pacchetto di sigarette, sola in bagno, seduta sull’asse del water a fissarmi i piedi che, anche quelli, sono i tuoi. Come me la caverò con tutte queste somiglianze?<br />
Ci volevo essere io qui, ora che ho capito. Chiamerò la mamma appena avrai finito, ma questo momento me lo tengo per noi. Tu che mi guardi riconoscente e consapevole che non ci sono bugie. Servono anche quelle, ma sempre e solo fino a un certo punto. In un modo o nell’altro questa bastarda di verità trova il modo di saltare fuori, ed eccola qua. Stai morendo con un tuorlo in bocca. Dolce. Molle. Colorato. Meglio di un chicco tra i denti, di una zuppa che gonfia la pancia, di una mela scotta e ammansita. Meglio il sapore appena un po’ disgustoso di una cosa che ti piace tanto.<br />
Ti ricordi che ce lo preparavi la mattina, prima della scuola? Lo zabaglione con l’uovo crudo. Nemmeno andassimo a scalare montagne. A me preparavi anche il panino per l’intervallo, ma per queste cose a noi è sempre un po’ mancata la fantasia, così io ho fatto tre anni di medie a pane e prosciutto e Sergio si sorbisce zucchine e melanzane in ogni salsa. Meno male che sa cucinare, lui.<br />
E quando ti ho deluso, te lo ricordi? Io sì. Non so quante volte, non me ne sono sempre accorta, ma una di certo è stata quando mi sono ubriacata. Mi hai trovata verde a letto, il giaccone vomitato appeso al divano, un odore nauseabondo per tutta la mia stanza. Mi vergogno ancora di come mi hai guardata e mi dispiace un po’ della tua mancanza di senso dell’umorismo. Non ti sei accorto che si poteva ridere. “Dai, papà, non dirmi che non ti sei mai ubriacato”. Di ghiaccio, la tua risposta. “No”. Forse è anche per questo che certe cose di me non le hai mai capite: te ne mancava l’esperienza. E l’immaginazione. Uomo pratico, tu, con radici ferme e piedi attaccati alla terra. Non come i miei, capovolti a galoppare scomposti. Eppure. Li ho posati, a un certo punto, e mi sono sempre ritenuta più fortunata di te.<br />
E quando mi hai insegnato a guidare, che ti ho rifatto la fiancata? Colpa tua. Come si fa a dire a una che non ha mai preso il volante “Fai un’inversione a U?” Sono salita sul marciapiede e ho strisciato contro il cancello della Standa. Quel segno, poi, siamo andati a rivederlo spesso, ghignando come matti perché non ci hanno mai beccato.<br />
E quando mi hai consolata, quella sera che piangevo? Ti ricordi? La storia con Riccardo, quello che somigliava a Collovati. Sì che ti ricordi. Mi aveva lasciata dicendomi che per lui ero troppo. Meno male che non te l’ho detto, se no eri capace di chiamarlo coglione e io ti avrei respinto. Invece non chiedesti niente, mi abbracciasti e dicesti “Soffri”. Così, senza punti interrogativi. Una domanda a metà o un via libera. Ti ho pianto tra le braccia anche se avevo già ventun anni, come facevo da piccola, e come ho rifatto dopo, quando ci è morto qualcuno in famiglia e mi sembrava un dolore meno grave. Naturale.<br />
Come il tocco della tua mano che porta la fede ancora con grazia. Senza i salsicciotti di dita ingrassate a scoppiare intorno, o il vuoto di ossa secche e senza presa. La tua mano elegante – quanto le ama la mamma! – si avvicina al mio braccio e posa una carezza leggera. Aiutami, papà, perché sento le lacrime salire e io dove le butto per non fartele vedere? Deglutisco, ti sorrido e lascio perdere. Che colino. Basta con le piccole bugie, abbiamo detto. Come dirti che guarirai. O che la nostra vita va avanti anche senza di te. Non è vero. Ne inizia un’altra. Vita dopo il padre, potrei titolare. Rifugiarmi in una battuta, io che nell’ironia devo trovare una via di uscita sempre. Mi avete fatta volatile e scema. Eppure imparo, papà, e non ho più paura di posare i piedi per terra, perché ho finalmente capito che fermarsi non significa smettere.<br />
Ecco, l’ultimo boccone è andato. Lo stai masticando lentamente, come se fosse la cosa più buona del mondo. Di certo, la più preziosa adesso. In questo intervallo in cui per forza stai facendo i conti con te, là dove non ci siamo né io, né mio fratello, né tua moglie. Come si sta, lì? Hai paura? Ti importa ancora di qualcosa? Ti importa di te?<br />
Ti ho voluto bene con l’ostinazione di un animale, e con la stessa naturalezza. È stato facile, papà. E per ricambiare il favore sono contenta di non esserci io, in questo letto, con te che mi imbocchi. Sono contenta che ti sia stata risparmiata quella crudeltà. Ho fatto il possibile, prendendomi cura di me. Provando a non pesare troppo sulle vostre preoccupazioni, cavandomela da sola anche quando avreste voluto che vi cercassi. Ma quanti sguardi ansiosi avete zittito per lasciarmi crescere facendomi male. Come è giusto che sia. Di corsa accanto alla bicicletta, senza tenere la sella.<br />
Ti lascio andare perché dopo un po’ è ora, dici. Solo per questo. Per obbedirti ancora una volta, o perché la vita ha una potenza che ricordiamo raramente, quando colpisce, o si rigenera. Come il tuo uovo.<br />
Senti, papà, vado a riportare il tegamino alle infermiere. Aspettami, che torno subito.<br />
Non andare ancora via.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/uovo-al-tegamino/">Uovo al tegamino</a></p>
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		<title>Underworlds</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 07:47:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alan D. Altieri]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/underworlds-cover.jpg"></a></p>
<p>Se l’autore deve scrivere di ciò che sa, Alan Altieri, con l’ultima raccolta di racconti <em>Underworlds</em> (TEA 2011), ha scelto ciò che non sa: l’oscuro, l’abissale, l’inaudito. Ha scelto ciò di cui ha paura, manipolando una materia pericolosa, esplosiva, di cui tutti abbiamo paura: mondi sotterranei, proiezioni psicostoriografiche di futuri possibili, frattali derivati da un aggravamento – solo fino a un certo punto arbitrario – di tendenze già presenti nella nostra società “(in)umana”, come la definisce lo stesso autore, e dall’animo nero dell’essere “(in)umano”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/underworlds/">Underworlds</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/underworlds-cover.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/underworlds-cover-198x300.jpg" alt="" title="underworlds cover" width="198" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-40800" /></a></p>
<p>Se l’autore deve scrivere di ciò che sa, Alan Altieri, con l’ultima raccolta di racconti <em>Underworlds</em> (TEA 2011), ha scelto ciò che non sa: l’oscuro, l’abissale, l’inaudito. Ha scelto ciò di cui ha paura, manipolando una materia pericolosa, esplosiva, di cui tutti abbiamo paura: mondi sotterranei, proiezioni psicostoriografiche di futuri possibili, frattali derivati da un aggravamento – solo fino a un certo punto arbitrario – di tendenze già presenti nella nostra società “(in)umana”, come la definisce lo stesso autore, e dall’animo nero dell’essere “(in)umano”. Questo è una delle procedure di una certa fantascienza anni ’70, portare al limite di rottura – o anche oltre il limite – gli elementi di crisi sociale del nostro mondo, e della nostra epoca, fino alla creazione di mondi che nascono dall’evoluzione del nostro, come sogno, come prospettiva, oppure come incubo. Altieri, come molti altri autori, ha da tempo scelto l’incubo. Non a caso è definito, nello stesso risvolto di copertina del libro, “il Maestro italiano dell’apocalisse”.<span id="more-40799"></span></p>
<p>Non è un luogo comune l’affermazione che la fantascienza è uno stile, un genere che racchiude al suo interno codici complessi di denuncia sociale. Quanti, nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta avrebbero potuto immaginare l’avvento di un regime come quello berlusconiano? Forse solo gli scrittori di fantascienza sarebbero stati in grado di immaginare, dopo i padri della patria, le lotte operaie, le occupazioni delle fabbriche, lo statuto dei lavoratori, la rivolta studentesca, l’entrata in scena della parodia di un sultano che sembrava nato dalla smorfia macabra del Predappiofesso. Invece la realtà, come spesso accade, ha superato la fantasia. E l’incubus si è realizzato.</p>
<p>Pur non essendo una raccolta specializzata di science fiction, Altieri ne utilizza a fondo la procedura, la porta per così dire al livello di emergenza. Quale passaggio finale manca a programmi definiti <em>reality</em> come <em>Il grande fratello</em>? Per cercare di rastrellare ascolti sono stati introdotto insulti, bestemmie, scontri verbali e fisici, sesso, overdosi di aggressività, maleducazione. Cosa manca ancora? Ora i tempi non lo permettono, non ancora, ma lo snuff movie è l’evoluzione naturale di una programmazione priva di scrupoli il cui fine unico è stupire lo spettatore, violentarlo per stimolare il suo voyeurismo e tenerlo incollato al video. Nel racconto inedito <em>Totentanz</em>, forse il più estremo di tutta la sua produzione, il programma televisivo omonimo è un’esplosione di violenza senza limiti. Ambientato in un tempo futuro non definito, ma definibile, all’interno della casa sono permessi l’omicidio, la strage, lo stupro multiplo, il tutto ripreso da decine di telecamere che seguono i personaggi ovunque, bagni compresi. All’esterno un’umanità urlante e violenta assiste allo spettacolo su enormi schermi, mentre avvengono scontri mortali tra le opposte fazioni. </p>
<p>La paura dell’apocalisse esplode in un altro racconto fortemente science fiction, Un’alba per <em>l’Ecclesiaste</em>, dove torna uno degli incubi preferiti di tanti capolavori del genere, primo fra tutti Io sono leggenda di Richard Matheson: la metropoli (New York) distrutta, cancellata, morta; la città vuota perché l’umanità si è quasi del tutto estinta. In una nuova giungla fatta di relitti di palazzi, scheletri di grattacieli, parchi diventati foreste selvagge, con le strade dilaniate, sprofondate, invase da branchi di cani feroci e di jene, un sopravvissuto, un ragazzo di 17 anni, cerca di raggiungere l’Empire State Building per realizzare il suo sogno: vedere per una volta, una sola, il sole che nasce dalle acque dell’oceano. E in <em>sKorpi@ 6.6</em>, il quarto racconto, l’osmosi tra l’umano, o ciò che ne resta, e un Dio– macchina cibernetico rappresentato da un gigantesco scorpione con doppio aculeo si compie definitivamente.</p>
<p><em>Underworlds</em> non è neanche una raccolta di genere <em>supernatural</em>, eppure in due racconti dedicati a due maestri del gothic-horror i luoghi dell’oscuro entrano in scena con forza dirompente: <em>Full dagon five</em> è una cover personalizzata di <em>Dagon</em>, uno dei racconti più famosi del maestro del <em></em><em>Supernatural Horror in Literature</em>, Howard Phillips Lovecraft. Nel testo del maestro un naufrago ha un incontro ravvicinato con una misteriosa divinità degli abissi, in quello di Altieri è un sommergibile modernissimo, una spaventosa macchina di distruzione, che va incontro a un’altra macchina più potente di lui. Perché, come scrive l’autore, “contro l’umana stupidità, c’insegnano i greci, nemmeno gli dei possono nulla. Per contro, i demoni possono tutto”. L’incubo, il gotico formano il ghigno beffardo della <em>Maschera della Morte Rossa</em>, uno dei racconti-culto di Edgar Allan Poe, riscritto da Altieri nel formidabile <em>L’ultimo rogo della Morte Rossa</em>, dove il Principe Prospero diventa Calvin J. Prosper, un Presidente degli Stati Uniti obeso, drogato, scoppiato, rinchiuso “nell’ultima fortezza della terra”, difesa carri armati e truppe speciali, nell’inutile sogno di tenere fuori la terribile pestilenza che sta estinguendo l’intera specie umana. </p>
<p>Generi science <em>fiction, supernatural</em>, horror, (<em>fantasy</em> addirittura, con un’incursione molto libera nel racconto <em>Giorno Segreto</em>, dove si parla di streghe) ma non solo: in <em>Scarecrow</em>, il racconto lungo che apre la raccolta, mentre sta per scatenarsi l’orgia di violenza di un americano medio, nelle frequenti riprese narrative di un campo continuiamo a visualizzare <em>Campo di grano con volo di corvi</em>, che da alcuni è considerato l’ultimo quadro dipinto da Van Gogh prima di morire. D’altra parte l’ha scritto lo stesso Altieri nel 2008 nell’editoriale di presentazione del blog <em>Segretissimo</em>, la collana di spy story di cui è stato direttore editoriale: “La sovrapposizione/ibridizzazione dei generi è ormai una precisa realtà narrativa. Le linee di confine tra le tante anime della narrativa si fanno sempre meno definite. E sempre più stimolanti”. </p>
<p>Gli stili si fondono, si alternano, ma sono governati con mano ferma e tenuti insieme da una materia duttile, malleabile, mutante, ma tenace: la paura che tutto crolli, che esploda, che nulla cambi, che l’uomo sia vittima delle propria follia. E’ la materia incendiaria formata dalla ribellione dell’uomo che vuole vivere, che vuole credere e lottare, mentre è costretto a subire l’offesa quotidiana del potere, con la sua violenza, la sua ipocrisia e la sua oscenità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/underworlds/">Underworlds</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Poesie con destinatario (o senza)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/poesie-con-destinatario-o-senza/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 11:27:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/B20-0562-Jack-Lemmon-Handkerchief-Leo-Fuchs.jpg"></a></p>
<p><strong>In una giornata</strong><br />
il verde della piazza<br />
visto dall&#8217;alto,<br />
non è un prato.<br />
ma un campo da golf,<br />
battuto da cicale magnetiche,<br />
colorate, tutte uguali.<br />
Non operai,<br />
non borghesi,<br />
non più contadini.<br />
Incompiute<br />
architetture<br />
di vanagloria.<br />
Cicale dopo il lavoro<br />
e formiche senza lavoro<br />
non sono mai state<br />
il popolo<br />
di questa terra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/poesie-con-destinatario-o-senza/">Poesie con destinatario (o senza)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/B20-0562-Jack-Lemmon-Handkerchief-Leo-Fuchs.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/B20-0562-Jack-Lemmon-Handkerchief-Leo-Fuchs-300x231.jpg" alt="" title="B20 0562 Jack Lemmon - Handkerchief - Leo Fuchs" width="300" height="231" class="alignnone size-medium wp-image-40798" /></a></p>
<p><strong>In una giornata</strong><br />
il verde della piazza<br />
visto dall&#8217;alto,<br />
non è un prato.<br />
ma un campo da golf,<br />
battuto da cicale magnetiche,<br />
colorate, tutte uguali.<br />
Non operai,<br />
non borghesi,<br />
non più contadini.<br />
Incompiute<br />
architetture<br />
di vanagloria.<br />
Cicale dopo il lavoro<br />
e formiche senza lavoro<br />
non sono mai state<br />
il popolo<br />
di questa terra.<br />
Muri pieni di buchi,<br />
esistenze senza intonaco,<br />
che non reggono più<br />
il cemento del sopruso<br />
a creare figure popolari<br />
con la cazzuola del dolore.<span id="more-40797"></span></p>
<p>Voglio raccontare<br />
la storia di un incontro<br />
in un ipermercato<br />
che fece Turandot<br />
del cupo sottofondo di voci<br />
e dei fuochi di colore<br />
Opera Cinese.<br />
Lance,<br />
bottiglie,<br />
scatole e scudi;<br />
campanellini<br />
e registratori di cassa.<br />
Novelle compagnie<br />
ad obliare<br />
lotte contadine<br />
e cortei operai,<br />
volti di marmo<br />
e braccia di acciaio.</p>
<p><em>A Ionesco</em></p>
<p><strong>Attese</strong></p>
<p>Il palcoscenico vuoto<br />
pende dagli occhi<br />
invocanti e distratti<br />
	che aspettano<br />
la maschera<br />
pallida e muta<br />
d&#8217;un brandello di luce.</p>
<p>	Nulla è presente.<br />
E le sedie<br />
vuote,<br />
eroiche<br />
aspettano<br />
nuovi occhi<br />
 	invocanti e distratti.</p>
<p><em>A Kieslowski</em></p>
<p><strong>Sforzo grottesco</strong></p>
<p>Sulla fune della rivelazione<br />
danza maliziosa<br />
la ballerina<br />
dei miei occhi.<br />
E subito.<br />
Inciampa a cade,<br />
la poverina.<br />
	(Guarda !)<br />
Ride dispettoso<br />
l&#8217;omino della fune,<br />
mentre ammicca<br />
ad un&#8217;altra<br />
più bella e speranzosa.</p>
<p><em>A Pessoa</em></p>
<p><strong>Vicinanze</strong></p>
<p>Mi stava a fianco,<br />
nel cortile di un ospedale<br />
un uomo ubriaco.<br />
Lui dormiva su una panchina<br />
mentre io leggevo Pessoa.</p>
<p>Eravamo due pianeti,<br />
eravamo entrambi soli.<br />
Un vigile lo cacciò<br />
e io smisi di leggere.<br />
Restammo entrambi soli.</p>
<p>Io vedo dal mio villaggio<br />
quanto si può vedere dell&#8217;universo.<br />
Quando l&#8217;universo<br />
casca<br />
nelle mie giornate.</p>
<p><em>A Jack Lemmon</em></p>
<p><strong>Storie</strong></p>
<p>L&#8217;11 settembre 1973<br />
avevo otto anni<br />
e la scuola<br />
non era ancora cominciata.<br />
Non avevo ancora<br />
visto Missing<br />
e aspettavo solo<br />
la prima comunione.</p>
<p>L’11 settembre 2001<br />
ero già padre,<br />
facevo il mio rientro<br />
senza buono pasto.<br />
Tutto non era ancora finito,<br />
ma non guardavo più<br />
film perché non avevo<br />
più tempo.</p>
<p>Adesso mi domando<br />
se bastano le notizie<br />
a farmi partecipe passato,<br />
partecipe altrove.<br />
E mi rispondo<br />
che cosa sarebbe stato<br />
il mio caldo risentimento<br />
senza questa<br />
tragica rappresentazione:<br />
non l&#8217;impeto di rivolta,<br />
non il struggente amore.</p>
<p>Sarebbe stato<br />
un interminabile<br />
latrato notturno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/poesie-con-destinatario-o-senza/">Poesie con destinatario (o senza)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Libertà vigilata</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 08:06:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antiberlusconismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“L’Illuminismo”, comincia il saggio di Immanuel Kant, “è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”. Ora che, sull’orlo del baratro, abbiamo ottenuto la libertà vigilata da Berlusconi, tocca vigilare sui pericoli che già si delineano nel futuro politico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/liberta-viglilata/">Libertà vigilata</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“L’Illuminismo”, comincia il saggio di Immanuel Kant, “è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”. Ora che, sull’orlo del baratro, abbiamo ottenuto la libertà vigilata da Berlusconi, tocca vigilare sui pericoli che già si delineano nel futuro politico.<br />
Ma per portarsi avanti, conviene guardarsi indietro. Fare luce su tutto quanto abbia gettato un intero paese in uno stato di minorità rispetto a un unico protagonista. A partire da noi stessi: noi che, interpretando in vari modi il ruolo di oppositori, per un ventennio siamo stati sconfitti. Riconoscere che lo stato di minorità riguarda anche noi, e ha sempre giocato in suo favore. Coglierlo attraverso lo specchio fedele della lingua. “Psiconano” o “Al Tapone”, per esempio, sono insulti puerili. Conferire a un cumenda milanese i titoli di “Sultano” o “Imperatore”, significa ingigantirne la figura. La B., infine, sotto il dileggio cela il tabù di un potere innominabile.<span id="more-40741"></span><br />
Ma ai toni sempre più alti dell’antiberlusconismo, si è opposta la strategia speculare di non doverli alzare. Non personalizzare, non demonizzare. Chiamare al massimo col nome più astratto e generico del “conflitto d’interessi”, un’insostenibile concentrazione di potere. Emulare, con formule più soft, lo stesso stile di comunicazione. Inseguire la linea politica, delusi che il monopolista riuscisse a imporre l’ideologia di un liberalismo solo strombazzato, mentre né meriti né gloria sono stati riconosciuti a chi, dall’altra parte, cercava seriamente di metterlo in pratica. Ora che il re è stato denudato da un potere economico più forte, e l’Italia si è svegliata in un mondo più ampio di Berlusconia, cerchiamo di emanciparci al più presto. Impariamo a dire e fare senza sussurri e grida. Prima che, di nuovo, sia troppo tardi.</p>
<p><em>pubblicato su</em>L&#8217;Unità<em>,14 novembre 2011. L&#8217;intuizione della nostra &#8220;libertà vigliata&#8221; la devo a Francesco Forlani.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/liberta-viglilata/">Libertà vigilata</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>A casa della rana</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 07:48:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[nuova letteratura italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02.png"></a></p>
<p>Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo una confessione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/a-casa-della-rana/">A casa della rana</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02-300x265.png" alt="" title="wunderkammer-02" width="300" height="265" class="alignnone size-medium wp-image-40664" /></a></p>
<p>Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo una confessione. Le crepe  sulle pareti  della casa di mia nonna mostravano a me quell&#8217;abitazione con un altro aspetto: me le immaginavo come  ferite di una bestia marina con alle spalle anni e anni di vita. Il colore della vernice era passato dal bianco ad un giallo stantio che mi ricordava la carne dei pesci malati che muoiono arsi sotto il sole d&#8217;estate.La bestia però era ben sorvegliata da occhi ammalati ma sempre vigili: erano gli occhi della vecchia rana.<span id="more-40655"></span> “La nonna ti vuole bene, fai sempre quello che ti dice lei e non lasciarla mai sola, vedrai che lei non ti abbandonerà mai” – diceva mio padre, prima di allontanarsi per andare a trascorrere del tempo al circolo dei cacciatori. Non si sbagliava: la rana, mia nonna, cercava di controllarmi a vista quando trascorrevo le mie ore nel suo regno. Forse temeva che  scoprissi i suoi segreti o che la  derubassi dei suoi tesori. C’era, nella sua stanza da letto, un armadio di legno tenuto chiuso sottochiave. Era pieno di documenti, pietre preziose, denaro e – a volte- alcuni insaccati che la vecchia riceveva in dono dagli allevatori agricoli della zona. L’armadio era facilmente visibile, perché la stanza da letto, come ogni porta interna di cucina, bagno e soggiorno, non aveva alcuna chiave. L&#8217; unica chiave che la vecchia utilizzava era quella con cui chiudeva l&#8217;armadio segreto. Quella chiave era custodita dentro un fagotto di pezza tutto sudato che portava sempre addosso, legato ad una bretella del reggiseno. Dentro tintinnavano i soldi in moneta e  marcivano le banconote che mappava per  nascondere meglio la chiave dell’armadio. Fuori proveniva un odore cattivo che andava via solo quando le sue figlie, e mie ziee, decidevano di aiutarla per i suoi lavaggi corporei.  In quel mobile-forziere finivano per lo più: cibo (la nonna soffriva di diabete e i dolciumi li nascondeva, per poi mangiarli di notte quando nessuno poteva vederla) e  ricevute di cambiali pagate da vicini e parenti. Custodiva quei documenti fino a quando non passava un parente o un amico di famiglia per dirle che ormai erano scaduti. Non leggeva gli importi economici di quei documenti, ma li custodiva gelosamente dando loro una certa importanza forse distinguendoli  dal colore dell’inchiostro o dalla qualità della carta. L’avevo scoperto da come guardava in controluce quelle carte prima di nasconderle nella custodia di plastica che riponeva nell’armadio. Spesso  la vecchia si lamentava, diceva di non potersi affaticare neanche per le pulizie del proprio corpo ma io l’avevo vista alzare con estrema facilità interi prosciutti di maiale che contadini amici di famiglia le mandavano a mezzo ambasciata di figli e nipoti. Apriva quell’armadio in totale solitudine; per poterla osservare ero costretto a nascondermi sotto il lettone della sua camera. Dal mio nascondiglio potevo osservare diverse volte la rana che posava o prendeva soldi, cibo, documenti e altri oggetti che lei reputava preziosi. Fra i molti oggetti che la rana teneva fra quelle mensole di legno puzzolente, vi erano alcuni pezzi che ricordavano la vita di persone morte e altri che parevano annunciarmi la  morte futura di persone ancora in vita. Quell’armadietto puzzava di morte e custodiva gli oggetti di persone ancora in vita.  In uno dei tanti appostamenti vidi della carne fresca da cui gocciolava sangue: come un ventricolo di un cuore metà di quell’armadio perdeva sangue che scendeva lungo le pareti di legno e andava a impregnarle di un odore che avevo sentito solo quando per gioco, nella macelleria del padre di un mio amico, avevo infilato la testa nel secchio degli scarti di carne. La rana era brava a sottrarre quello che desiderava dalle case dei malati terminali con la scusa delle visite di cortesia.  Rubava oggetti dalle piccole dimensioni perché più facili da nascondere nel palmo di una mano. Non sapeva né leggere né scrivere, ma sapeva contare  i soldi ed era in grado di riconoscere i numeri telefonici che componeva sul vecchio telefono a disco ancora marcato sip. “Commare Delia, posso venire a trovare quel vostro parente malato?” domandava al telefono e poi partiva per andare a trovare le sue vittime. La rana era bassa, grassa e dalla pelle viscida e scura. Aveva mani tozze e capaci di avvinghiarsi ad ogni superficie in caso di pericolo: si muoveva a vista fra le case del vicinato ed il mercato rionale, con la sua grande pancia ovale e quel colore scuro della carnagione che le dava un aspetto ancora più animalesco. La nonna-rana si spostava in modo lento e goffo e quando non ce la faceva si fermava all’ombra di un albero o sulle sedie che i vicini lasciavano davanti i portoni delle case in attesa della compagnia degli altri abitanti del quartiere.<br />
Un giorno il postino si era fermato davanti al portone più del solito, perché fra la corrispondenza aveva confuso lettere indirizzate a persone con lo stesso cognome ma residenti presso un numero civico diverso. La rana era apparsa davanti al postino e dopo averlo guardato in faccia aveva gridato ad alta voce “Vattene, tu mi vuoi derubare. Vattene e fammi portare la posta da altri. Se torni ancora qui a via fiume ti cavo gli occhi e li do ai gatti del quartiere”.<br />
L’aveva fatto senza motivo, forse solo perché non gli piaceva la faccia di quell’uomo. Di queste cattiverie legate alle facce delle persone la rana ne combinava tante e nei luoghi più diversi.  Era accaduto che accompagnando uno dei miei cugini da un dentista, dopo ore di attesa, solo guardando in faccia il medico  aveva detto ad alta voce: “Non mi piace la faccia che tiene questo cavadenti, questo a te ti fa morire, nipote mio. Andiamo da un’altra parte”. Così aveva convinto  zia a cambiare il dentista di mio cugino. Quando toccava a lei andare dal dentista, cosa che accadeva di rado, ovvero solo in occasione di ascessi dolorosi che la tenevano sveglia tutta la notte, diceva sempre: “ Dottò pure stavolta mi avete tolto un dente e portato via un pezzo di salute, voi mi farete morire povera a me. Tanti denti nel mio armadio e pochi soldi in tasca”. Poi, con la scusa di raccogliere  il dente estratto, dava le spalle al medico e ne approfittava per  allungare la mano sulla vaschetta dei ferri del dentista e  rubare una piccola pinza o uno scovolino. La vecchia teneva a mente il proprietario di ogni oggetto e  se questo moriva, o se accadeva qualche disgrazia ad un suo familiare, lei si liberava di quell’oggetto per paura che la colpisse il malocchio. L’unico oggetto rubato ad una persona ormai defunta, ma che seconda lei non portava sfortuna, era una zuccheriera che non nascondeva più nell’armadietto. L’aveva rubata a Maria, una mia vicina di casa, nei giorni in cui faceva la chemioterapia.<br />
“Maria mi voleva bene a me, per questo mi tengo la sua zuccheriera in cucina. Penso a lei ogni volta che mi faccio il caffè”- diceva la rana. E se le dicevo: “Nonna ma tu soffri il diabete, non puoi mangiare lo zucchero.”, lei rispondeva: “Maria mi voleva bene a me, questo zucchero non mi può fare male se lo conservo dentro la sua zuccheriera”. Se l’armadio era il cuore pulsante di quella creatura in cui trascorrevo le mie ore, gli occhi erano i due televisori sempre accesi in casa: uno in camera da letto e uno in cucina. La rana, quando era a casa, trascorreva gran parte del suo tempo guardando  quiz-show dei canali nazionali o qualche sconosciuta soap opera passata dalle reti regionali. Odiavo quelle trasmissioni e passavo gran parte del mio tempo leggendo fumetti e romanzi d’avventura. Qualche volta mi toccava rimanere a cena dalla rana; imparai presto a diffidare della qualità del cibo con cui voleva crescermi: la pasta che comprava era di un giallo spento e sui pacchetti in cui era contenuta compariva la scritta: Aiuto cee, genere alimentare non destinato alla vendita. Per cucinare usava due tipi di pentolame: un set che faceva lavare alle sue figlie e che teneva sempre riposto in un mobile che apriva solo nei giorni di festa o in caso di visite di amici e parenti e un set unto e lercio per l’uso quotidiano. In una padella da uso quotidiano, mai sgrassata ma solo pulita in fretta e furia con una leggera passata di spugna umida, cuoceva della carne di suino livida e violacea.  Nemmeno l’acqua che bevevo mi appariva sana: le bottiglie che comprava dall’alimentari di quartiere non le condivideva con me ma le usava solo, come diceva lei giustificandosi “ quando prendo le medicine e quando viene a trovarci qualcuno”.<br />
Le bottiglie vuote si andavano ad accumulare vicino la cassettina che conteneva legna per la stufa, quando non venivano utilizzate per accendere il fuoco venivano riutilizzate come contenitori di acqua di serino che la vecchia rana raccoglieva da una fontana del cortile. Non era tanto il rubinetto(dalla bocca colore verde muschio)  del cortile a preoccuparmi, quanto le voci che giravano in paese sulla qualità dell’acqua delle condutture.  Diversi vicini dicevano che in quella rete idrica  qualcuno scaricava liquami tossici. Le voci andavano e venivano e a seconda dei mesi dell’anno, mentre il prezzo dell’acqua in bottiglia acquistata presso il negozio di generi alimentari del quartiere saliva o scendeva a seconda delle buone o delle cattive voci. Nel frattempo avevo costruito un minidepuratore utilizzando i consigli trovati in una rivista per boy scout che avevo preso in chiesa durante il corso di catechismo. Quando rimanevo da lei per tutto il fine settimana depuravo di notte l’acqua che mia nonna mi faceva imbottigliare di giorno e prima di berla dicevo sempre qualche preghiera. Col tempo cominciarono gli incubi notturni. Nel più brutto che feci vidi la vecchia che raccoglieva animali morti dal ciglio dell’autostrada. Gatti e cani randagi finivano in cucina, scuoiati e fatti a pezzi. La vecchia, dopo aver preparato quei pasti orridi, invitava tutto il quartiere a pranzo. Gli abitanti del quartiere fra grida di festa e versi mi spingevano per farmi sedere proprio a capotavola, poco dopo mi legavano e uno di loro prendeva un cucchiaio per imboccarmi.  Quando tornavo a casa, dopo un pomeriggio trascorso con il mio amico Lampadina e gli  altri,  se c’era un piatto pronto ad aspettarmi fingevo di mangiare con fame mentre la rana era assorta davanti al televisore. Non appena andava a letto, riempivo interi sacchetti con  quel cibo: buste di plastica che parevano delle vere e proprie molotov a base di sughi per la pasta e di poltiglie fatte con carne di maiale. Mi sbarazzavo di quelle bombe “alimentari” solo quando andavo a gettare la spazzatura in piena notte. Stavo bene attento a chiudere il secchio, in modo da impedire che cani e gatti randagi si nutrissero di quegli scarti. Una notte, a causa della fretta, dimenticai di chiudere il coperchio del secchio di quartiere. Il gatto della vicina, Nerino, riuscì a intrufolarsi nel secchione. Lo vidi uscire dal secchio con un lembo di carne marcia che gli pendeva dalla bocca tremolante come la coda di una lucertola appena presa. Il fine settimana successivo  Nerino venne a morire nel forno in cui la rana faceva  il pane con le mie zie. Lo trovammo raggomitolato su sé stesso, come se stesse dormendo. La vecchia lo sfiorò due volte con la scopa poi lo raccolse con la pala del forno e lo tirò via dal forno come una pagnotta di pane, solo che Nerino era duro e freddo. Il gatto portava legato al  collo un collarino con un campanello. La vecchia rana non ci pensò due volte: chiamò una delle sue figlie per farsi aiutare e tolse dal collo del gatto il collarino. Prima di riporlo nell’armadio si fece il segno della croce, sussurrando parole a bassa voce.   Probabilmente la vecchia rana sbagliò uno dei suoi scongiuri contro il malocchio perchè qualche mese dopo il ritrovamento di Nerino morì d&#8217;infarto, nel sonno, e finì al cimitero di fianco alla tomba del marito, mio nonno.  Quando le figlie delle rana, sorelle di mio padre, si ritrovarono per sistemare gli oggetti della vecchia a momenti si afferravano per i capelli. Tutte e cinque non vedevano l&#8217;ora di aprire l&#8217;armadio della rana nella speranza di trovare chissà quale quantità di denaro nascosta. Finì che trovarono diversi pezzi di carne insaccata e avvolta in stracci e divorata dai vermi, un nido di topi ( avevano fatto il loro ingresso attraverso un buco sul retro dell&#8217;armadietto) e tanti inutili cimeli che aveva rubato in giro: attrezzi del dentista, spugnette colorate, bottoni di grandezza smisurata, il collare di Nerino e altri oggetti di poco valore. In cima alla ricevute delle cambiali c’era la distinta  di un orafo: nel conteggio riportava il pagamento di diversi bracciali, orecchini e altri monili in oro che aveva acquistato dalla rana. Il tesoro della rana era finito nel cassetto di un orafo, i soldi probabilmente spesi prima in dolciumi per rendere quieta l’anima, poi in medicine per curare il sangue. Una delle figlie della rana, mia zia Lina, disse: &#8221; La vecchia ci ha derubate pure da morta&#8221; e le altre zie annuirono con la testa senza dire neanche una parola. </p>
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		<title>Una cosa di sinistra (che non arriva mai)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 13:07:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sabato in piazza San Giovanni, Matteo Renzi è stato non molto gentilmente invitato a “dire qualcosa di sinistra”. Per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, la frase risale a Nanni Moretti che sbottava vedendo D’Alema a “Porta e Porta”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/">Una cosa di sinistra (che non arriva mai)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sabato in piazza San Giovanni, Matteo Renzi è stato non molto gentilmente invitato a “dire qualcosa di sinistra”. Per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, la frase risale a Nanni Moretti che sbottava vedendo D’Alema a “Porta e Porta”. Sono passati 15 anni. Ma nel partito democratico l’unica novità pare che sia diventata applicabile anche al sindaco di Firenze. Sembra, soprattutto, che l’unica alternativa sia quella tra il “vecchio” e il “nuovo”. Poi, una volta compiuta la libera scelta tra Bersani e Renzi, non si vorrà pure pretendere che dicano o facciano qualcosa di sinistra. Il primo mira all’alleanza con l’Udc, porto franco dei topi che fuggono dal Pdl. Il secondo, secondo Michele Serra, sarebbe il nostro Blair giunto con vent’anni di ritardo, ma meglio tardi che mai. Tony Blair, oggi? In tutto il mondo si espandono movimenti che criticano le ricadute del neoliberismo.<span id="more-40652"></span> Persino nella Germania di Angela Merkel, la Spd ha elaborato un programma in materia economico-finanziaria decisamente di sinistra. E qui da noi &#8211; cosa che indicano con evidenza il voto delle comunali e i referendum &#8211; le cose di sinistra non le sta chiedendo solo Nanni Moretti o quelli che tengono alla propria identità politica per ragioni di sentimento o coerenza. Le sta chiedendo chiunque abbia capito – spesso letteralmente a proprie spese e sulla propria pelle – che Berlusconi è stato solo l’esemplare sommo dell’1% che ha eroso a proprio vantaggio le condizioni di vita del restante 99%, così come l’edilizia selvaggia ha eroso il suolo preparando il disastro ambientale. Per questo, l’alternativa tra il “nuovo” e il “vecchio” è un tale cul-de-sac da parere quasi partorita dalla mente strategica di Massimo d’Alema. “Noi non dobbiamo reagire, ma rassicurare”, gli faceva il verso Nanni Moretti. Ormai ci crede solo la leadership, sia nuova che vecchia.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>8 novembre 2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/">Una cosa di sinistra (che non arriva mai)</a></p>
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		<title>La dolce mela del perfetto conformismo</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 10:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wallpaper-homer-apple.jpg"></a></p>
<p>Al centro della Grande Mela c’è un cubo da cui si scende al tempio centrale del culto di una mela piccola. Quando ci andai, la kaaba di vetro era rivestita di un involucro bianco, cosa che non impediva un affollamento superiore alla Stazione Centrale sotto le feste.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/03/la-dolce-mela-del-perfetto-conformismo/">La dolce mela del perfetto conformismo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wallpaper-homer-apple.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wallpaper-homer-apple-300x187.jpg" alt="" title="wallpaper-homer-apple" width="300" height="187" class="alignnone size-medium wp-image-40593" /></a></p>
<p>Al centro della Grande Mela c’è un cubo da cui si scende al tempio centrale del culto di una mela piccola. Quando ci andai, la kaaba di vetro era rivestita di un involucro bianco, cosa che non impediva un affollamento superiore alla Stazione Centrale sotto le feste. Persone di tutte le età, estrazione, razza, lingua, riunite nel negozio-cripta. Ho fotografato un ebreo chassidico vicino a un ragazzo nipponico con codino e Converse stinte. La postura identica di entrambi &#8211; chini sull’ultimo Ipod, sguardo estraniato &#8211; sembrava di preghiera.<span id="more-40591"></span> Mi è tornato in mente vedendo le librerie inondate della biografia di Steve Jobs, il volto trasformato post-mortem in icona planetaria. Si può non aspirare a uno yacht o un Suv, provare disprezzo per chi smania per una borsa Gucci, ma i prodotti Apple sembrano oggetti universali del desiderio. Nella biblioteca stile Harry Potter dell’università di Princeton non c’era uno studente che non avesse un Mac, marca raccomandata anche nei college di prestigio e costo assai inferiori. Gli Iphone andavano a ruba nei riots di Londra, sono persino ricomparsi, disegnati come cornice, sui cartelli degli indignati nostri, i quali, intenti a piegare ai loro slogan anticapitalistici quel simbolo di comunicazione e consumismo, si sono trovati tra le mani l’ambivalenza del mezzo-messaggio. Ci sarebbe da analizzare che cosa rende tanto irresistibili i telefonini sensibili al tatto, ma pur soprassedendo all’interpretazione della psiche globalizzata, pare verosimile che nessuna merce abbia mai saputo sincronizzare (verbo pertinente all&#8217;oggetto) i desideri di tanti individui, proponendosi come potenzialmente alla portata di ciascuno. Eccoli allora nel centro sotterraneo di New York, privati di ogni babelica differenza &#8211;  i novelli Adamo pronti a cogliere la dolce mela del perfetto conformismo.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>1 novembre 2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/03/la-dolce-mela-del-perfetto-conformismo/">La dolce mela del perfetto conformismo</a></p>
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		<title>Milano brucia</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg"></a></p>
<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/">Milano brucia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280-300x200.jpg" alt="" title="thumbfalse1285572527997_475_280" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-40463" /></a></p>
<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi! Siete tutti pazzi, figli di Dio!”, neanche mentre veniva braccato alle spalle da due poliziotti, tirato verso il pavimento, che poi era la copertura di tutta la struttura, “Siete pazzi! Siete i pazzi figli di Dio!”, braccato come un angelo un attimo prima dello spicco del volo, mentre della palestra rimanevano esposti soltanto i pilastri d’acciaio, lo scheletro artritico, e il fumo nero avvolgeva tutto e saliva denso verso il cielo.<span id="more-40460"></span></p>
<p>Conosco il fuoco da quando ho quattro anni. Dapprima l’ho guardato al riparo, dietro la finestra nel salotto della casa in cui sono nato, periferia nord, tra Niguarda e Bruzzano. Ricordo bene lo scoppio, il rumore dei frantumi di vetro sul marciapiede – la vetrina che collassava; l’avevo capito subito che era una vetrina che colava a terra, poteva sembrare il rumore rassicurante della saracinesca di un negozio che si abbassa, allora vuol dire che sono le sette e mezzo, una giornata era finita e arrivavano i cartoni animati delle otto insieme a mio padre dal lavoro, ma non era esattamente quel rumore e poi era domenica, innanzitutto troppo lungo, quelle frazioni di secondo in più in verità fanno tutto, ti aprono al fatto che deve essere qualcos’altro, il rumore come di mille sassi che insieme piovono sul selciato. Mi sono staccato dalla tv, ho appiccicato il naso al vetro freddo della sala, arrampicato sullo schienale del divano: guardavo giù.</p>
<p>Il fuoco si prendeva la scrivania di legno, si mangiava la plastica del telefono; alcune lingue più lunghe sporgevano verso l’alto dalla vetrina frantumata accarezzando l’insegna di plastica bianca e annerendola, lì di fronte a me, dall’altra parte della strada. Quella era la lucentezza plastica dell’arroganza. Un negozio non va a fuoco da solo, quello lo capisce anche un bambino di quattro anni, qualcuno doveva aver deciso di farlo incenerire: la prepotenza, la violenza delle fiamme che si mangiavano tutto. Quando i vigili del fuoco hanno finito e hanno mosso l’autoclave dal centro della strada io ho preso il mio pesciolino rosso dalla boccia di vetro in cui gli versavo il mangime e l’ho bruciato, prima sul fornello acceso al massimo, tenendolo dalla coda finché non ha smesso di agitarsi, poi in un piatto, sul tavolo della cucina, con un accendino Bic blu.</p>
<p>È molta la differenza, del resto, tra una vetrina che scoppia per il calore delle fiamme che divampano all’interno di un negozio e piano piano lo divorano dallo stomaco, indisturbate innocenti e arrogantissime, e l’ineluttabile naturalezza con cui si è più gentilmente estromessi dalle lobby dalle amicizie dalle appartenenze dai lavori per il fatto di non essere un natobene un leccaculo un introdotto? Non è forse la stessa identica coincidente logica dell’amicizia? Non c’è forse a ben guardare un nesso tra le due cose, tra i due incendi, quello pubblico e quello tutto privato che si consuma invisibile al riparo di un appartamento, di un letto? Non scaturiscono forse i due incendi dallo stesso germe pestifero e omeopatico che cura l’uguale con l’uguale, l’amicizia con il vantaggio reciproco?<br />
Signori, fatevene carico: quelle fiamme siete voi, quelle fiamme sono anche io.</p>
<p>L’altro giorno hanno bruciato il centro sportivo comunale di via Iseo, a Milano, Affori. “Dov’eri, tu?” Dov’ero, io? Sembra che chi è stato mi abiti a due passi, abbia sempre vissuto nella parallela da casa mia. Io li conosco benissimo, da quando sono nato. Sono gli stessi che da trent’anni fanno il prezzo della cocaina e stabiliscono seduti a un tavolo all’inizio dell’anno quanta se ne troverà nelle piazze del nord di Milano, broker degli stupefacenti. Gli stessi che da dieci anni gestiscono la più grande società di movimentazione delle merci della Lombardia. Gli stessi che posseggono la metà delle discoteche della città, quelli che hanno il monopolio del servizio di buttafuori nei locali, quelli che passano tutti i mesi a chiedere soldi ai baracchini che vendono i panini e le bibite di notte, ai quattro angoli di Milano. Gli stessi che hanno fatto eleggere un paio di consiglieri comunali e hanno creato la quarta corsia sulla Milano-Venezia, quegli stessi che seppellivano le scorie tossiche in un buco grosso come dieci campi da calcio dietro l’Esselunga di Pioltello.<br />
Erano stati allontanati da quel centro sportivo non più di qualche mese fa perché appartenenti alla ’ndrangheta. E così l’hanno incendiato, distrutto. Se non è nostro non lo usa più nessuno.<br />
Negli ultimi giorni sono andati in fiamme il Sugar Lounge di via Alserio, zona Isola, il Cappados di viale Monza, il Fox River, l’ex Transilvania e un altro locale in viale Abruzzi. Centotrenta incendi dolosi soltanto a Milano, centotrenta. Più settanta attentati con armi ed esplosivi ai danni di esercizi commerciali vari, e questo è il conto ufficiale, gli attentati riconosciuti, classificati, accertati come di matrice mafiosa.</p>
<p>Così l’uomo sul tetto braccato dai poliziotti e gridante, come Darete il sacerdote di Efesto che è costretto ad abbandonare Troia in fiamme nella piena consapevolezza della situazione, della disfatta – lui lo sa che Troia è ormai perduta per sempre – così quell’angelo scalzo continua a sgolarsi nella sua liturgia sulla pazzia, forse ha tenuto il conto del numero delle fiamme, forse è un contabile d’incendi dolosi rifletto, e io ci penso, forse ha ragione, forse è vero che non siamo sognatori, che siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in incubo, e precisamente quello delle fiamme che tutto avvolgono, che mi vengono a prendere anche di notte mentre dormo che mi scalzano dal letto che cominciano a lambirmi i piedi poi si mangiano la prima gamba dei pantaloni del pigiama poi l’altra e infine la maglietta e poi mi infiammano i capelli il canale auricolare il cervelletto, il fuoco arriva e mi mangia tutto, mi avvampa ormai si è preso la mia ragione da tempo, la capacità che avevo di mettere due pensieri in fila di guardare le cose in maniera critica, di ragionare insomma, un’intelligenza viva, sognante, sana, salvifica, che corrode il reale, che diceva cose sensate anche.<br />
E i due poliziotti lo portano giù, dopo qualche minuto compaiono tutti e tre, l’uomo prodigio in mezzo, il santo al centro, ed è scalzo, davvero non aveva le scarpe, e intanto alle loro spalle la città brucia nell’indifferenza di tutti, non fosse che per questo angelo caduto senza clac, senza platea, che però a un certo punto comincia a strattonare prima a destra poi a sinistra i suoi due custodi in divisa blu ottenendo che si fermino, e comincia a dire, rivolto a quello scarno pubblico, io e altri venti trenta astanti sfigati raccolti sul cavalcavia di viale Enrico Fermi a bloccare il traffico, davanti alle fiamme Darete dice: «Lo sapete che mentre io sono qui che cago» proprio così dice, come se fosse stato lì a cagare «e lo sfintere mi si allarga e mi addolcisce i pensieri perché li solletica, questo nostro adolescente Paese viziato ormai è troppo vecchio anche solo per guardarsi con coscienza nelle mutande e riconoscere il danno, l’essersela fatta addosso. Lo sapete, eh?» e il tono e il viso sono ispirati come quelli di un attore protagonista.<br />
La gente là davanti e anche uno dei due poliziotti abbozza un sorriso, forse vorremmo ridere, forse no.</p>
<p>L’uomo mi passa di fianco scortato, con una mano quasi saluta la folla accarezzandola idealmente nel gesto papale, adesso sono io che penso all’eloquenza del fuoco alla sua forza che sta tutta nel fatto che è lì per tutti, e non può non venirmi in mente il salto di qualità, il cambiamento di strategia. Questi incendi sono qui per essere visti, penso mentre il santo mi passa di fianco e poi guarda il cielo, questo è un segnale bello e buono non è più la minaccia, il raccoglimento del pizzo in silenzio dalle casse di ogni commerciante che non batte un tot di scontrini per tirare fuori il dovuto e tace perché sa il suo e ha paura, questo è un atto pubblico una sfida aperta il guanto lanciato.<br />
Mi sale alla mente allora il consigliere comunale Domenico Anselmo che ha preso a dormire stabilmente nella sua panetteria, la notte, dopo che gli è stata bruciata per non avere concesso la licenza per una sala giochi, dorme all’interno del suo negozio nel profumo del pane fresco perché ha paura di altri atti ritorsivi, ha paura che lo brucino di nuovo oppure rompano le vetrine o le facciano saltare, allora prende sonno o ci prova lì dentro, steso per terra su un materasso alla buona perché crede che fino a lì non possano arrivare – far saltare il locale con lui dentro – dopo che hanno incendiato anche il chiosco di alimentari di un altro consigliere comunale, Francesco Cuvello, per la stessa ragione., la sala giochi.<br />
Mi giro e vedo il volto deformato o così mi sembra di una signora sui cinquanta che come me divide l’attenzione tra il santo e le fiamme, che ancora continuano ad ardere la palestra, hanno attaccato le gomme dei macchinari, il puzzo si fa più intenso. La guardo, lei se ne deve accorgere perché mi concede un sorriso, lo allunga quasi, lo tira, poi senza preavviso il suo volto ossequioso è d’un tratto orribile, il viso comincia a deformarsi, i lineamenti a contorcersi, dalle orbite degli occhi e le narici le fuoriescono larve, migliaia di larve, di acari e di batteri che prendono a impossessarsi dei suoi lineamenti, la sfondano, la divorano. Mi sembra che stia per avvicinarsi, io cerco di scantonare ma sbatto contro la spalla del vecchietto che mi sta di fianco a testa in su, ma lei invece si allontana, mi tiene per la verità a distanza, fa il contrario di ciò che credevo.<br />
Poi il suo viso torna normale, come se nulla fosse stato, ritorna la signora con la gonna nera e il maglioncino che c’era prima. Questa volta mi si avvicina per davvero e sottovoce mi dice: «Milano brucia».<br />
Io rispondo «Eh…».<br />
Senza guardarmi, continuando a fissare le spalle del santo scalzo che viene trascinato via dai due poliziotti, continua: «Hai paura?».<br />
Io giro di poco la testa, la sua guancia è normale, anche l’espressione degli occhi – luminosi, esaltati dal fuoco ma normali: «Di che?» rispondo.<br />
«Non li vedi?» mi fa.<br />
«Vedi chi?» faccio io.<br />
«Non li vedi quando presenti <em>Alveare</em> a Milano e dintorni? Non ci fai caso che ce n’è sempre uno che ti viene ad ascoltare, di solito si mette dietro, un cappellino in testa o una grande sciarpa a coprirgli un po’ la faccia, e quasi di sicuro registra le tue parole?»<br />
A quel punto mi giro completamente verso di lei, lei capisce che le sto chiedendo senza neanche volerlo come fa a sapere quelle cose.<br />
«E non ti fa paura questo?» continua. «Sai cosa vuol dire quando i padroni arrivano a bruciare una città? Lo sai, vero, che il sindaco Pisapia ha dovuto fare quella dichiarazione appena insediato che un commerciante su cinque a Milano paga il pizzo, quando in verità è uno su due? Non ti fa paura che Milano brucia e nessuno fa niente?»</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/">Milano brucia</a></p>
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		<title>Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 09:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Carnage.jpg"></a></p>
<p>Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel buio della sala, poi balbettandolo nel mite frizzare dell’aria ottobrina su viale Giulio Cesare, quindi sfiatandolo convinta mentre fa retromarcia per disincagliarsi dal parcheggio a lisca di pesce, semmai i pesci potessero contenere una lisca lunga un centinaio di metri – Valentina dice che Roman Polanski deve aver ideato il suo ultimo film, <em>Carnage</em>, tra lo stridore materiale e psichico del carcere dove fu rinchiuso in seguito alla vecchia triste storia che lo rincorre da tempo: l’accusa di violenza sessuale con l’ausilio di sostanze stupefacenti ai danni di una tredicenne.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/">Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Carnage.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Carnage-300x192.jpg" alt="" title="Carnage" width="300" height="192" class="alignnone size-medium wp-image-40459" /></a></p>
<p>Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel buio della sala, poi balbettandolo nel mite frizzare dell’aria ottobrina su viale Giulio Cesare, quindi sfiatandolo convinta mentre fa retromarcia per disincagliarsi dal parcheggio a lisca di pesce, semmai i pesci potessero contenere una lisca lunga un centinaio di metri – Valentina dice che Roman Polanski deve aver ideato il suo ultimo film, <em>Carnage</em>, tra lo stridore materiale e psichico del carcere dove fu rinchiuso in seguito alla vecchia triste storia che lo rincorre da tempo: l’accusa di violenza sessuale con l’ausilio di sostanze stupefacenti ai danni di una tredicenne. <span id="more-40458"></span></p>
<p>Potrebbe essere del tutto verosimile. E il film, scena per scena, inquadratura dopo inquadratura, sembra non solo incoraggiare tale dietrologia, ma perfino confermarla e accenderla, come se Roman Polanski fosse la reincarnazione polacca naturalizzata francese e intelligente di Gerry Scotti, il quale, al culmine di un tesissimo episodio di <em>Chi vuol essere Milionario</em>, consegnasse al concorrente di turno, cioè gli spettatori presi uno a uno, l’ultima domanda e un bigliettino vergato di proprio pugno contente la risposta esatta e l’assegno controfirmato da un milione di euro. Per di più, le quattro pedine del cast internazionale mosse da Roman Polanski si muovono parlano mangiano vomitano bevono sbraitano solo e rigorosamente tra le pareti di un appartamento &#8211; una cella arredata, in verità, con il piccolo sfogo di un pianerottolo da cui chiamare un ascensore che non accoglierà nessuno. Da cui tutta una serie di sottintesi: l’Occidente è un appartamento chiuso, niente e nessuno sfonderà la porta dell’appartamento occidentale con l’accortezza di smorzare tanta asfissia, la sua storia non spalancherà le finestre, il suo galateo non immetterà nuovo ossigeno nella diramata estensione delle sue stanze, il suo romanticissimo abbandonarsi all’isteria non soffierà via la polvere e la decadenza &#8211; l’Occidente è il circolo vizioso di anidride carbonica da inalare con tremore e stupore delicatamente adagiati nel salotto saturo di argenteria e libri d’arte e souvenir etnici. </p>
<p>Ma non è esattamente questo che fa dell’ultimo film di Roman Polanski la sua opera più conservatrice e nichilista. Se i signori Longstreet accolgono nell’intimità del loro appartamento i signori Cowan un motivo ci sarà &#8211; anche se sarebbe troppo facile ricondurlo al claustrofobico conflitto tra due famiglie. È vero: il figlio dei signori Cowan, nel chiarore autunnale di un parco pubblico, ha allegramente incrinato con un bastone i due incisivi del figlio dei Longstreet. Ed è altrettanto vero: i signori Longstreet e i signori Cowan, prima di darsi addosso, modulano sorrisi parole cortesie per venirsi incontro e dare un taglio alla faccenda, un taglio da veri adulti, stringersi la mano per ricucire con un gesto illuminista lo squarcio barbarico che i loro piccoli discendenti hanno inferto al tessuto altamente civilizzato di Brooklyn. Eppure, proprio perché il film ripercorre a modo suo le ultime tappe della storia occidentale, le figure dei Cowan e dei Longstreet sfuggono il misero perimetro di un conflitto extrafamiliare. </p>
<p>I Cowan – lui (Christoph Waltz) un legale in fissa per il Blackbarry, lei (Kate Winslet) una broker con lo stomaco debole – sono stronzi patentati, cinici da morire, eticamente disinvolti, sinistramente simpatici, nudi e crudi nei tic quanto nelle verità che dispensano. I Longstreet – lei (Jodie Foster) una mezza scrittrice votate alle cause perse, lui (John C. Reilly) un grossista di maniglie e sciacquoni – sono politicamente corretti, impettiti e malinconici, innaturalmente rigidi, sottotono come i santini e le passioni tristi. Roman Polanski li agita sulla scacchiera trasparente del copione teatrale di Yasmina Reza, <em>Il dio del massacro</em>, e poi si ferma a guardarli. Ovviamente, non osserva le coppie che si fronteggiano e incrociano il fioretto e denudano i canini, ma le loro ombre riflesse sulle pareti dell’appartamento. Ecco che allora nella stilizzazione del mondo occidentale – l’appartamento chiuso – saltano fuori la ombre cinesi del conflitto principe del mondo occidentale. Cowan contro Longstreet. Cioè: repubblicani contro democratici, in America. Centro-destra contro Centro-sinistra, in Italia. Conservatori contro progressisti, in generale. Il vecchio Thomas Hobbes (<em>homo homini lupus</em>) contro il vecchio Jean-Jacques Rousseau (<em>il buon selvaggio</em>), dissotterrando le radici. </p>
<p>Roman Polanski per tutto il film sembra parlare di ragazzini, Blackberry, torta di mele e pere, incisivi rotti, multinazionali farmaceutiche, terzomondismo e roditori, invece confeziona un trattato sulla natura umana. Se nasciamo buoni prima di essere corrotti dalla società o se veniamo al mondo con gli artigli già affilati, questo il film lo chiarisce solo al termine di uno scoppiettante braccio di ferro tra i redivivi Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau. Alla lunga, il braccio di ferro stanca, la sfida vira verso le urla e la monotonia, ma Hobbes vince ai punti. Con un trucco, però. Se lungo la pellicola i Longstreet vengono ritratti come una postura intellettuale in maglioncino a collo alto del tutto priva di mordente e in fin dei conti innaturale, una sorta di falsa coscienza per anime belle, le stesse che marciano lungo qualsiasi manifestazione per i diritti civili e piangono calde lacrime per i massacri compiuti nel Sudan senza muovere un dito, i Cowan sono il motore del film: nei loro gesti sgraziati, nelle loro risate con il risucchio, nei loro occhioni compiacenti, nella loro squallida contemplazione e riproposizione delle miserie umane, non ultima la sarcastica certezza dei propri limiti, Roman Polanski trova il filo conduttore che lega gli ominidi preistorici di Stanley Kubrick agli inventori della sedia elettrica e degli hedge funds. Non è un caso se dopo le primissime resistenze, i Longstreet finiscono per appiattirsi su i Cowan &#8211; e specchiarsi nei Cowan, riconoscersi nei Cowan, percepire i Cowan come la parte viva pulsante, e perciò ancestrale e archetipica, della natura umana. In fondo, Roman Polanski gioca sporco. Sembra allestire sotto i riflettori della nostra fiducia un equilibratissimo braccio di ferro tra superpotenze, e invece Jean-Jacques Rousseau ha i muscoli stirati in partenza, e buonanotte a qualsiasi fair play. </p>
<p>Per altro, qui non c’è un percorso da seguire, non c’è neanche niente da conquistare: fin dalle prime battute, Carnage si presenta come un dato di fatto, una verità assoluta, un principio granitico: siamo brutti sporchi cattivi, il resto è inutile sovrastruttura, per non parlare dell’infinita complessità della psicologia umana – Steve Jobs, l’eroe del momento, qui non è contemplato, tantomeno Moses E. Erzog, uno dei più contraddittori e realistici personaggi letterari. E guardando i titoli filare via mentre abbandono la sala – annoiato, in realtà: indispettito come da tempo non succedeva &#8211; sale la nostalgia per Joseph Conrad, e <em>Cuore di tenebra</em>, e il battello che risale il fiume tra la foresta, e le teste mozze infilzate nei pali, e Willard e Kurtz. L’orrore, tutto l’orrore della natura umana, bisogna prima intuirlo, e poi frequentarlo, e poi conoscerlo, e poi rimirarlo prima di distogliere lo sguardo e immaginare una forma di affrancamento dai peggiori istinti, non ultimo l’istinto di adattamento della specie allo stato generale delle cose.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/">Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage</a></p>
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		<title>Il film già visto</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 08:48:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“È un film già visto”. Sarà perché pochi giorni prima avevo invocato la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/fine-della-fiction/">fine della fiction</a>, che questo commento, uno dei più ricorrenti sui fatti di Roma, mi è parso tra più insidiosi. Gli infiltrati, i black-bloc, i “nuovi brigatisti” – dopo gli scontri del 15 ottobre è partito un rewind dove lessico e immaginario si sono proiettati indietro di dieci anni o di oltre trenta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/il-film-gia-visto/">Il film già visto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“È un film già visto”. Sarà perché pochi giorni prima avevo invocato la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/fine-della-fiction/">fine della fiction</a>, che questo commento, uno dei più ricorrenti sui fatti di Roma, mi è parso tra più insidiosi. Gli infiltrati, i black-bloc, i “nuovi brigatisti” – dopo gli scontri del 15 ottobre è partito un rewind dove lessico e immaginario si sono proiettati indietro di dieci anni o di oltre trenta. Il pericolo non è solo acquisire come note di cronaca che i ragazzi coinvolti nella guerriglia sono quasi tutti troppo giovani per ricordare il G8, e in molta parte sembrano essersi formati negli stadi. La trappola mentale è proprio quella di vedere un film già visto.Non è solo il ministro Sacconi a voler scorgere negli indignati futuri banchieri e finanzieri, falsificando la realtà di una crisi che si abbatte su chi protesta pacificamente e su chi brucia le auto, su chi guarda il tg, perfino su chi plaude alle leggi speciali. E’ per cercare di rispondere globalmente a un processo che colpisce in modo senza precedenti le vite di chi abita anche nel cosiddetto mondo avanzato, che i movimenti sparsi per il pianeta hanno voluto darsi un appuntamento concertato. Solo in Italia, però, sembra essere andato in onda “il film già visto.” <span id="more-40380"></span>La differenza dovrebbe essere politico-culturale visto che non è il versante socio-economico a distinguerci dalla Spagna. Solo in Italia esiste la costante di un potere così opaco e di una politica così scollata e screditata da propagare un senso diffuso di impotenza, alimentando una passività che blocca la consapevolezza critica dal tradursi in impegno condiviso. Chi inscena guerra, vorrebbe di nuovo strappare la maschera a quel palinsesto impermeabile. Non ha alcuna fiducia che altre forme di lotta possano diventare non solo forti e partecipate, ma <em>reali</em>. Sembrano esserlo inconfutabilmente le vetrine infrante, le carcasse d’auto, i volti – anche i propri – insanguinati o tumefatti. Eppure, al tempo stesso, la scena viene rubata ad altri, i corpi e i luoghi fisici trasformati in scenografie e comparse. Si ripropone una logica opposta e speculare dello spettacolo, dove nel ripetersi del “teatro di guerra” va letteralmente in fumo la percezione delle varianti. E’ anche questa la trappola che rende tutto più facile ai padroni del palinsesto.</p>
<p><em>pubblicato in versione più breve su</em> L&#8217;Unità<em>, 18 ottobre 2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/il-film-gia-visto/">Il film già visto</a></p>
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		<title>Pomeriggio del 15 ottobre &#8211; Una lettura dei fatti</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 11:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Leogrande</strong></p>
<p>La prima cosa che mi viene da dire contro i fascisti, gli infiltrati, il blocco nero, cioè tutti coloro che hanno rovinato la manifestazione del 15 ottobre a Roma, è che avete profanato Piazza San Giovanni, un luogo cardine della storia del movimento operaio italiano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/pomeriggio-del-15-ottobre-una-lettura-dei-fatti/">Pomeriggio del 15 ottobre &#8211; Una lettura dei fatti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Leogrande</strong></p>
<p>La prima cosa che mi viene da dire contro i fascisti, gli infiltrati, il blocco nero, cioè tutti coloro che hanno rovinato la manifestazione del 15 ottobre a Roma, è che avete profanato Piazza San Giovanni, un luogo cardine della storia del movimento operaio italiano.</p>
<p>Lo avete fatto pensando che l’unica manifestazione buona è quella violenta, che l’unica cosa che conta non sia affermare quello in cui si crede, elaborare una strategia matura di lungo periodo, ma scontrarsi con violenza contro la polizia. E non capite che, così facendo, avete distrutto tutto. Non solo una manifestazione che poteva essere bella e invece è stata brutta, ma soprattutto la possibilità che un movimento al pari di quello spagnolo o americano potesse pacificamente sorgere in Italia.</p>
<p><em>continua </em> <a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=5401">qui</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/pomeriggio-del-15-ottobre-una-lettura-dei-fatti/">Pomeriggio del 15 ottobre &#8211; Una lettura dei fatti</a></p>
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		<title>Fine della fiction</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:22:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg"></a></p>
<p>In piazza stavano girando un film con Fabio Volo. Hanno aggiunto una pista di bocce, hanno piazzato una finta panchina davanti a quelle vere. I pensionati che di solito vi siedono, si erano appostati dall’altro lato per vedere cosa avrebbero fatto i due attori che impersonavano il loro ruolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/fine-della-fiction/">Fine della fiction</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg" alt="" title="204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th" width="200" height="200" class="alignnone size-full wp-image-40368" /></a></p>
<p>In piazza stavano girando un film con Fabio Volo. Hanno aggiunto una pista di bocce, hanno piazzato una finta panchina davanti a quelle vere. I pensionati che di solito vi siedono, si erano appostati dall’altro lato per vedere cosa avrebbero fatto i due attori che impersonavano il loro ruolo. In abito nero, capelli impomatati e baffetti, il protagonista sarebbe stato quasi irriconoscibile, se uno della troupe non lo avesse seguito con un ombrello rosso per impedire che il trucco si sciogliesse al sole anomalo. Al ciak, Volo si siede sulla panchina, apre un vassoio di paste e ne offre ai due vecchietti con la coppola. Una ragazza elegante si affaccia per un tiro di bocce. Applausi. Fine della scena. Fine della metamorfosi della piazza di Gallarate in piazza da fiction italiana. Smontato il set, restano la chiesetta, i bar con i tavoli all’aperto, i pensionati tornati a occupare le loro postazioni. Tutto sembra quasi uguale, anche se dalla Sicilia da cartolina si è rientrati nel centro di una città lombarda. Però a pochi passi cominciano i vetri imbrattati dei palazzi appena costruiti, le agenzie interinali, i “tutto a un euro”. Segni di un cedimento progressivo che imparenta ogni città italiana a Venezia con le sue fondamenta erose. <span id="more-40367"></span>Non regge più la nostra fiction quotidiana &#8211; e lo sappiamo. Eppure abbiamo cominciato tardi a reagire come in Spagna o in Israele o come stanno facendo persino a Wall Street. Non abbiamo occupato le nostre piazze grandi o piccole per strappare il nostro spazio, prima di tutto, alla menzogna. Siamo restati passivi come un pubblico, medusizzati da una sfiducia senza limiti in quelli che pensano agli affari propri e ci consegnano alla crisi. Protestare in Italia è più difficile: vuoi perché ci portiamo in spalla anni e anni di stanchezze e incazzature (anche la rabbia repressa logora), vuoi perché si è dimostrato più rischioso. Il movimento nato a Seattle è morto a Genova.  E’ trascorso un decennio in cui tutto è rimasto uguale, ma peggiorando a dismisura. I ragazzi che stanno incassando le prime manganellate davanti alle sedi della Banca d’Italia, allora erano alle elementari o all’asilo. Non dovremmo solamente stare a guardare anche loro con un residuo di speranza data in delega, non dovremmo consegnarli al rischio di essere isolati dalla radicalizzazione dello scontro alla quale questo governo morente sembra intenzionato consegnarli, forse capace, almeno in questo, di riuscirci. Ci vuole poco a essere messi meglio di un ragazzo italiano di vent’anni. Però in gioco non è solo il loro presente e futuro. Non per <em>tornare protagonisti</em>, ma cittadini, dovremmo essere in molti a cercare un modo per esprimere che il tempo della finzione è finito. </p>
<p><em>pubblicato in una versione precedente su</em>L&#8217;Unità<em>, 12 ottobre 2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/fine-della-fiction/">Fine della fiction</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urlo</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 14:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Pecoraro</strong></p>
<p>Anni e anni a ragionare sul Merda &#038; sulla Mutazione Antropologica. Anni coi nuovi barbari a Porto Cervo. Anni di pubblici additamenti del Conflitto di Interessi. Anni a scrivere e parlare di Lodo Mondadori. Anni di Previti. Anni che ancora c’erano Cofferati &#038; Epifani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/urlo-2/">Urlo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Pecoraro</strong></p>
<p>Anni e anni a ragionare sul Merda &#038; sulla Mutazione Antropologica. Anni coi nuovi barbari a Porto Cervo. Anni di pubblici additamenti del Conflitto di Interessi. Anni a scrivere e parlare di Lodo Mondadori. Anni di Previti. Anni che ancora c’erano Cofferati &#038; Epifani. Anni a ragionare sui veri motivi della Scesa in Campo. A dire del Processo. A chiedersi se l’inizio di tutto sia stato Colpo Grosso o Drive In. Anni a dire e a ridire dov’è la Sinistra. Che significa essere di Sinistra. Anni col Popolo dei Girotondi e il Popolo Viola e Se Non Ora Quando. Anni con le Dieci Domande. Anni alle prese con le Intercettazioni e il nuovo Linguaggio e la Caduta dei Valori. Anni in compagnia del sintagma Bunga Bunga.<span id="more-40304"></span> Anni a dire della Mignottocrazia. A dire che è Ricattabile. Anni di scandalo &#038; di stracciamenti di vesti e di mani nei capelli. Anni di ironie di battute di Post it. Anni di Leggi ad Personam, di Leggi Bavaglio. Anni coi Cerchiobbottisti. Anni in cui si pensava Se lo scrive anche l’Economist, allora è fatta. Anni con l’Economist Comunista, la Magistratura Comunista i Giornali Comunisti. Anni di Accanimento Giudiziario. Anni Santoro Biagi Luttazzi. Anni che all’estero col Merda ci facevamo figure appunto di merda. Anni di Prestigio Internazionale Perduto. Anni con la Minaccia per la Democrazia, con il Porcellum. Anni che all’estero tutti ridevano di noi. Anni che il Merda ha detto buzzicona alla Merkel, ha baciato la mano a Gheddafi. Anni con gli Amici Stranieri che ci chiedevano Ma com’è possibile? Anni che eravamo imbarazzati. Anni a vergognarsi per lui. Anni con gli Intellettuali a caccia di Metafore per dirlo, ingarellati tra loro. Anni passati a fare (e rifare e ancora rifare) l’Analisi, a dire del Nuovo Fascismo e dei Meccanismi del Consenso. Anni che, mentre gli Intellettuali facevano l’analisi, tutti gli altri votavano per il Merda. Anni a Reti Unificate. Anni del Cosa c’è al di là dell’Anti-Berlusconismo? Anni in cui ci Dimettevamo Da Italiani. Anni col Merda che dormiva in Parlamento, si ravanava le palle alla sfilata del Due Giugno, faceva le Corna ai primi ministri del G8. Anni con Bolzaneto &#038; la Diaz. Il corpo delle donne. Le vignette sul Banana. Gli anni di Palazzo Grazioli delle Ville in Sardegna del Lettone di Putin di Topolanek ingrifato. Gli anni delle Prostate delle Pompette del Fondo Tinta del Trapianto Porcellanato. Anni approvati col Voto di Fiducia. Anni che nel 2013 ne saranno passati venti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/urlo-2/">Urlo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>INTERVISTA A RADIO POPOLARE</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 19:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Nelle scorse settimane <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/se-proprio-ci-costringete/">un mio post su Outing e Coming Out</a> ha suscitato molto interesse tra i lettori di Nazione Indiana. Più recentemente altrettanto interesse ha suscitato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/">un post di Helena Janeczek</a> sullo stesso argomento. Penso pertanto che qualche lettore possa essere incuriosito anche da una intervista trasmessa sull’argomento da Radio Popolare martedì scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/02/intervista-a-radio-popolare/">INTERVISTA A RADIO POPOLARE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Nelle scorse settimane <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/se-proprio-ci-costringete/">un mio post su Outing e Coming Out</a> ha suscitato molto interesse tra i lettori di Nazione Indiana. Più recentemente altrettanto interesse ha suscitato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/">un post di Helena Janeczek</a> sullo stesso argomento. Penso pertanto che qualche lettore possa essere incuriosito anche da una intervista trasmessa sull’argomento da Radio Popolare martedì scorso. Dura dieci minuti. La trovate qui:<br />
<a href="http://www.francobuffoni.it/audio_radio_popolare_outing.aspx">http://www.francobuffoni.it/audio_radio_popolare_outing.aspx</a><br />
e anche qui:<br />
<a href="http://www.youtube.com/francobuffoni#p/a/u/0/fkgK0UXtfuM">http://www.youtube.com/francobuffoni#p/a/u/0/fkgK0UXtfuM</a></p>
<p>Buon ascolto, se vi va.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/02/intervista-a-radio-popolare/">INTERVISTA A RADIO POPOLARE</a></p>
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		<title>Troppo schifo negli armadi</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 08:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Solleva domande la vicenda della lista “outing”, anche se gli elementi che rendono l’operazione ricusabile sono palesi. L’anonimato degli autori, la mancanza di riscontri. Ricorre, anche a sinistra, il richiamo schifato al “metodo Boffo”. Però non è la stessa cosa se un gruppo di militanti rende pubbliche le presunte tendenze sessuali di Caio e Tizio, o se lo fa un giornale nel ruolo di braccio mediatico di Berlusconi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/">Troppo schifo negli armadi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Solleva domande la vicenda della lista “outing”, anche se gli elementi che rendono l’operazione ricusabile sono palesi. L’anonimato degli autori, la mancanza di riscontri. Ricorre, anche a sinistra, il richiamo schifato al “metodo Boffo”. Però non è la stessa cosa se un gruppo di militanti rende pubbliche le presunte tendenze sessuali di Caio e Tizio, o se lo fa un giornale nel ruolo di braccio mediatico di Berlusconi. I primi cercano di combattere l’omofobia, il secondo fa leva proprio sulla diffusione viscerale del pregiudizio. Boffo, Marrazzo, Caldoro – finte informative, video gestiti dal capo in persona, dossieraggio. Qualcuno ha detto che toccherebbe alla stampa cogliere lo spunto che, per timore di querele, gli estensori della lista non potevano approfondire.<span id="more-40208"></span> I giornali d’opposizione? E’ mai pensabile che si mettano a cercare prove sugli amanti di questo o quel politico, mentre già sono alle prese con Lavitola, Tarantini, donne e ruffiani del Cavaliere? Non li distingue, forse, nella battaglia in cui il fango vola alto da entrambe le parti, il fatto di tener agganciata l’informazione-scandalo a elementi di abuso di potere? Non è reato nascondere amanti di qualsiasi sesso. Tirarli fuori dall’armadio, oggi in Italia non può che essere percepito come diffamazione. I pozzi sono avvelenati. “Gay” resta sinonimo di “frocio”. Vendola pecca più di Berlusconi. Possiede una lugubre coerenza politico-culturale, l’uomo di destra che coltiva in segreto i propri vizi cercando di impedire che altri possano vivere alla luce del sole e del diritto i loro amori. <em>Lesson one</em> dell’outing fallito: Non siamo in America. La doppia morale è, anzi, una delle cose più serie e condivise che ci distingue. Una morale profonda e cupa, di cui la parola “ipocrisia” sfiora soltanto la superficie meno corrosiva.</p>
<p>Pubblicato su<em>L&#8217;Unità</em>27 settembre 2011.<em></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/">Troppo schifo negli armadi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Altre coppie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 06:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[Thomas Pynchon]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI.jpg"></a></p>
<p>Noi siamo incidenti<br />
in attesa di verificarsi.<br />
<em>Radiohead</em></p>
<p><strong>1. Lui.</strong><br />
E poi?<br />
Poi niente.<br />
Niente?<br />
Niente per anni.<br />
Neanche una volta?<br />
Mai più.<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Io.<br />
Tu, cosa?<br />
Io.<br />
Non fare così, Sara.<br />
Io.<br />
Vieni qui.<br />
Dovevi dirglielo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/">Altre coppie</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI-300x219.jpg" alt="" title="GLI_AMANTI" width="300" height="219" class="alignnone size-medium wp-image-40164" /></a></p>
<p>Noi siamo incidenti<br />
in attesa di verificarsi.<br />
<em>Radiohead</em></p>
<p><strong>1. Lui.</strong><br />
E poi?<br />
Poi niente.<br />
Niente?<br />
Niente per anni.<br />
Neanche una volta?<br />
Mai più.<span id="more-40163"></span><br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Io.<br />
Tu, cosa?<br />
Io.<br />
Non fare così, Sara.<br />
Io.<br />
Vieni qui.<br />
Dovevi dirglielo.<br />
Avevo otto anni.<br />
Dovevi dirglielo comunque.<br />
Sara.<br />
Figlio di puttana.<br />
Era mio padre.<br />
Dovevi spaccargli i denti.<br />
Mi voleva bene, Sara.<br />
Spaccargli la faccia.<br />
Era la persona più buona al mondo.<br />
Per favore.<br />
La più buona.<br />
E noi che c&#8217;entriamo?<br />
Te l&#8217;ho spiegato, Sara.<br />
Cosa c&#8217;entro io?<br />
Niente, Sara.<br />
E allora?<br />
Non posso.<br />
Ma io ti amo.<br />
Non posso, Sara.<br />
Questo bambino lo voglio.<br />
Non fare così.<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Ma ci pensi?<br />
Sara.<br />
A me ci pensi?<br />
Vieni qui.<br />
Io ci penso a te.<br />
&#8230;<br />
Ti ho pensato tutto il giorno.<br />
&#8230;<br />
Ho immaginato la tua faccia, le tue mani.<br />
&#8230;<br />
Ho guidato immaginando le tue mani, la tua faccia.<br />
&#8230;<br />
Sono arrivata a casa, e ho controllato.<br />
&#8230;<br />
Sei la persona giusta, Paolo.<br />
Credi che per me sia facile?<br />
Per favore.<br />
No, dimmelo.<br />
Perché complicare le cose?<br />
Avevo otto anni.<br />
Paolo.<br />
Otto anni, capisci? Ero con mio padre.<br />
&#8230;<br />
Papà la persona più buona al mondo.<br />
&#8230;<br />
Papà il gigante buono con il mondo sulle spalle.<br />
&#8230;<br />
Giocavamo a calcio, te l&#8217;ho detto.<br />
&#8230;<br />
Lui in porta, io tiravo.<br />
&#8230;<br />
Certi tiri da otto anni rasoterra.<br />
&#8230;<br />
Papà parava tutto.<br />
&#8230;<br />
Un&#8217;ora così.<br />
&#8230;<br />
Poi mi lascia segnare, dice andiamo a casa.<br />
&#8230;<br />
Dice andiamo a casa e io dico no.<br />
&#8230;<br />
Mio padre mi trascina, io punto i piedi.<br />
&#8230;<br />
Sono un no moltiplicato per otto anni.<br />
&#8230;<br />
È incredibile la forza a quell&#8217;età.<br />
&#8230;<br />
Punto i piedi e dico no.<br />
&#8230;<br />
Mio padre cerca di convincermi, poi esplode.<br />
&#8230;<br />
Sporco negro, dice.<br />
&#8230;<br />
Dice sporco negro andiamo via.<br />
Ma tu non sei tuo padre.<br />
Allora non capisci.<br />
Tu sei un&#8217;altra persona.<br />
Mio padre era la persona più buona al mondo.<br />
Non è vero.<br />
Giuro.<br />
Non può essere.<br />
Ha voluto lui la mia adozione.<br />
Tu sei diverso, Paolo.<br />
Mio padre, i suoi valori, la sua integrità morale.<br />
Paolo.<br />
E non c&#8217;e riuscito.<br />
Per favore, per favore.<br />
Non ce l&#8217;ha fatta, capisci?<br />
Ma questo bambino è tuo.<br />
Non gli rovinerò la vita.<br />
Non succederà.<br />
Non posso.<br />
Tuo padre era un figlio di puttana.<br />
Mio padre era così buono che si paralizzò.<br />
&#8230;<br />
Mi tenne per mano e non disse più niente.<br />
&#8230;<br />
Da quel giorno cambiò tutto.<br />
&#8230;<br />
Mio padre divenne buonissimo.<br />
&#8230;<br />
Non buono. Buonissimo, capisci?<br />
&#8230;<br />
Non era più papà.<br />
&#8230;<br />
Era uno che riparava la più grande ingiustizia verso un bambino di otto anni.<br />
&#8230;<br />
Anche da grande, non smise.<br />
&#8230;<br />
Non ero più suo figlio.<br />
&#8230;<br />
Ero la più grande ingiustizia da riparare.<br />
&#8230;<br />
Uno schifo, capisci?<br />
&#8230;<br />
Accomodante e progressista fino alla nausea.<br />
&#8230;<br />
A diciotto anni me ne andai da casa.<br />
&#8230;<br />
Lui buonissimo mi lasciò andare.<br />
&#8230;<br />
Sulla porta mi augura tutto il bene possibile.<br />
&#8230;<br />
L&#8217;ho già avuto, dico.<br />
&#8230;<br />
Dico non so che farmene di tutto questo bene.<br />
Proprio un figlio di puttana.<br />
Era buonissimo, Sara.<br />
Uno stronzo in piena regola.<br />
Il più buono.<br />
Tu sei migliore, Paolo.<br />
Non correrò il rischio.<br />
Tu sei te stesso.<br />
Lo immagini soltanto un uomo di colore dire a un bambino di colore sporco negro andiamo via?<br />
Non succederà.<br />
Per favore.<br />
Tu amerai tuo figlio.<br />
Mio padre mi amava e non ce l&#8217;ha fatta.<br />
Ed io non conto niente?<br />
Fallo per me.<br />
Ti aiuterò io.<br />
Fallo per me, Sara.<br />
Sarò al tuo fianco.<br />
Perfino papà capirebbe.</p>
<p><strong>2. Lui Lei.</strong><br />
Si conobbero in metrò. Lui leggeva una copia sgualcita de <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>, lei il rettangolo pulito Di cosa parliamo quando parliamo d&#8217;amore. Si piacquero all&#8217;istante. Lui la raggiunse, lei alzò la borsa – sedettero vicini. Non scesero neanche. Fino all&#8217;ultima fermata parlarono di letteratura. Il metrò giunse al capolinea, ricominciò la corsa. Convennero che il mondo fosse abbastanza triste e deprimente, i romanzi erano più generosi. Lui scriveva, lei pure &#8211; i racconti su una rivista a tiratura limitata per giovani promesse. Lui disse era destino, lei disse il destino non esiste. Si trovarono complementari. Scesero dal metrò, respirarono. Lui disse Thomas Pynchon approverebbe. Lei disse Raymond Carver pure lui. Bruciarono i tempi. Lui girò le chiavi, lei attese alle sue spalle che la porta fosse aperta. Fecero l&#8217;amore con un tale trasporto romanzesco che il tempo si annullò. Passarono i giorni. Lui la accolse, lei venne ad abitare a casa sua. Sistemarono i computer sul tavolo della cucina &#8211; lui da una parte, lei dall&#8217;altra. Scrivevano. Scrivevano di mattina, dopo pranzo, tutto il pomeriggio, qualche ora dopo cena, esausti poi facevano l&#8217;amore. Dopo la prima volta, abbracciati nelle lenzuola, parlavano. Lui descriveva il carattere morale dei suoi personaggi, la struttura rizomatica e ricorsiva del suo romanzo, lei esponeva la natura inconsistente del suo protagonista, la rarefazione della tensione narrativa. Lui e lei s&#8217;identificavano talmente nel proprio racconto e nel racconto altrui che poi le forze tornavano di colpo. Facevano l&#8217;amore tutta la notte. Al mattino riprendevano come nulla fosse. Quando lui completò l&#8217;ultima pagina della spaventosa mole del suo romanzo, lei posò la parola fine sul blocchetto di fogli appaiati con cura sul tavolo della cucina. Non lessero a vicenda i propri romanzi, sapevano già ogni cosa. Lui lo dedicò a lei. Lei lo dedicò a lui. Spedirono i manoscritti. Spedirono i manoscritti e ingannarono il tempo &#8211; mano nella mano lungo i viali alberati parlavano di letteratura contemporanea, di quanto certa letteratura contemporanea fosse triste e deprimente come il mondo intero. Lo stesso giorno, qualche mese dopo, lui e lei ricevettero una telefonata. Pubblicavano i romanzi. Lui disse capisco, lei disse comprendo &#8211; essere scrittori esige misura e gravità al telefono. Corsero a casa, fecero l&#8217;amore. Con gli occhi fissi sulle macchie del soffitto, una macchia uguale ai denti da coniglietto di Thomas Pynchon, una macchia uguale identica alle basette corte di Raymond Carver, lui e lei dissero che bisognava stare attenti. Promozioni, recensioni, critici. La battaglia era appena iniziata. Sulle pagine dei giornali non tardò il vaglio dello stile e della resa narrativa. Entrambi, in giorni differenti, rilasciarono lunghe interviste per il quotidiano più diffuso sulla frastagliata mappa delle province nazionali. I due romanzi spuntarono in cima alle classifiche. Puntuali arrivarono i primi elogi, le cattiverie, le stroncature pesanti, le appassionate dichiarazioni di lettori entusiasti. Lui e lei brindarono. Al ristorante, eleganti e famosi, il viso lucido come sulla quarta di copertina, si promisero amore eterno. Ma una voce circolava in ambiente letterario. La voce diventò tempesta, la tempesta un tornado, neanche le case editrici poterono arginare lo scandalo. Chi aveva letto in rapida successione i due romanzi, senza temere smentita, disse a chiare lettere che in fondo, i due romanzi, nonostante le dovute differenze, vuoi per mole, vuoi per delicatezza sentimentale, raccontavano la stessa storia. Lui non diede peso alle dicerie, lei non ci pensò nemmeno. Di nascosto, però, controllarono. Lui inorridì, lei agghiacciò. Batterono il pugno. Lui sfuriò correndo a casa, lei lo attese camminando in circolo. Quando s&#8217;incontrarono, l&#8217;amore sparì. I fantasmi di Thomas Pynchon e Raymond Carver non poterono nulla. Lui le contestò i colpi di scena, i raccordi narrativi, il finale a sorpresa. Lei impugnò i passaggi, le frasi, la caratura morale dei personaggi. Lui e lei non espressero mai tanta spietata ferocia. Ma allora, proprio perché la storia era la stessa, rimarcarono le differenze. Lui evidenziò quanto fosse stitica e rassegnata la sua visione della letteratura e del mondo. Lei sottolineò la grande confusione morale e narrativa sotto i cieli del suo mondo e della sua letteratura. Si guardarono. Lui immaginò un complotto interplanetario, lei comprese lo squallore della vita contemporanea. Si guardarono ancora. Lui disse esci da questa casa, lei sbatté la porta dietro le sue spalle. Lo scandalo portò lettori nuovi e nuove tirature. I due romanzi rimasero in testa un anno, due anni, guadagnarono una media altezza nella classifica nazionale, e li stagnarono. Lui e lei non s&#8217;incontrarono mai più, né si sentirono il giorno dei rispettivi compleanni per scambiarsi gli auguri. Invecchiarono. Scrissero nuovi libri e mossero le sorti della letteratura nazionale in modo diverso e complementare. Si sposarono. Lui ebbe due bambini da una ragazza con le lentiggini e una tesi di laurea sul suo romanzo più famoso. Lei ebbe un bambino curioso dall&#8217;editor del suo primo romanzo. Lui e lei autografarono copia dei loro romanzi nei punti più disparati del globo. Firmarono contratti vantaggiosi per la trasposizione dei propri romanzi sul grande schermo. Gli anni andarono via come pile promozionali all&#8217;ingresso delle librerie. Poi, un giorno, accadde. Lui, seduto sul metrò, incrociò una ragazza che leggeva <em>Di cosa parliamo quando parliamo d&#8217;amore</em>. Lei, in piedi sul metrò, scorse un ragazzo che sfogliava <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>. Lui e lei ricordarono quanto furono giovani e felici allora. Alzarono gli occhi. Sperarono senza mezze misure che i due ragazzi potessero frequentarsi un giorno. Lui accostò la ragazza, una scusa e attaccò bottone. Lei avvicinò il ragazzo, e chiese cosa stesse mai leggendo. Alla fine, uscendo fuori, lasciando i due ragazzi seduti o in piedi sul metrò, lui e lei dissero quella parola. Arrivederci. Oppure no.</p>
<p><strong>3. Lei.</strong><br />
Eh?<br />
Abbassa.<br />
&#8230;<br />
Abbassa il volume.<br />
Il film, Elena.<br />
Però abbassa.<br />
Ancora?<br />
Abbassa, no?<br />
Elena.<br />
Sta suonando.<br />
Suonava anche prima.<br />
Lo senti, no?<br />
Merda.<br />
Davide, squilla.<br />
Vuoi farmi vedere il film?<br />
Squilla, no?<br />
No che non squilla.<br />
Il cellulare.<br />
Quale cellulare?<br />
Abbassa.<br />
Elena.<br />
Sentito?<br />
Il mio cellulare è qui.<br />
Pure il mio, no?<br />
Allora?<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Sono partita, no?<br />
Elena.<br />
Dici che sono spostata?<br />
Il film, Elena.<br />
Fuori di testa, no?<br />
Stai facendo tutto tu.<br />
Davide.<br />
Calmati, Elena.<br />
Sentito?<br />
Te l&#8217;ho detto.<br />
È mio padre.<br />
&#8230;<br />
Papà mi vuole bene.<br />
&#8230;<br />
Mi chiama tutti i giorni.<br />
&#8230;<br />
Non passa giorno senza che mi chiami.<br />
&#8230;<br />
Sentito, no?<br />
Tuo padre è morto, Elena.<br />
E allora?<br />
Non c&#8217;è più.<br />
Davide.<br />
Proprio non c&#8217;è più.<br />
Mi vuoi bene?<br />
Merda.<br />
Se mi vuoi bene, credimi, no?<br />
Elena.<br />
Squilla.<br />
&#8230;<br />
Papà mi vuole bene.<br />
&#8230;<br />
Lo sai, no?<br />
&#8230;<br />
Sai chi stava chiamando prima dell&#8217;incidente?<br />
&#8230;<br />
Era scritto sul giornale, no?<br />
&#8230;<br />
Aveva selezionato il mio numero sulla rubrica.<br />
&#8230;<br />
Voleva chiedermelo.<br />
&#8230;<br />
L&#8217;ecografia, no? Com&#8217;è andata?<br />
Elena.<br />
Si.<br />
Il film.<br />
Ma papà mi vuole sentire.<br />
&#8230;<br />
All&#8217;inizio pensavo fossi spostata.<br />
&#8230;<br />
Squillava in continuazione.<br />
&#8230;<br />
Fuori di testa, no?<br />
&#8230;<br />
Poi ho capito.<br />
Elena, tuo padre è morto.<br />
E allora?<br />
Non può essere.<br />
Non mi credi?<br />
Non ho detto questo.<br />
Suona in continuazione.<br />
E adesso?<br />
Squilla, no?<br />
Merda.<br />
Papà mi vuole bene.<br />
Ti ha sempre voluto bene.<br />
Era in macchina e mi chiamava, no?<br />
&#8230;<br />
Sempre la stessa macchina.<br />
&#8230;<br />
Da piccola mi accompagnava ovunque.<br />
&#8230;<br />
Non perdeva un saggio.<br />
&#8230;<br />
Danza, danza, danza.<br />
&#8230;<br />
Una volta abbiamo viaggiato di notte.<br />
&#8230;<br />
Mi sono addormentata, no?<br />
&#8230;<br />
Ho aperto gli occhi nella stanza di un hotel.<br />
&#8230;<br />
Svegliati, dice papà la mattina.<br />
&#8230;<br />
Papà dice svegliati, ma ho gli occhi aperti.<br />
&#8230;<br />
Siamo andati alle selezioni per l&#8217;accademia nazionale.<br />
&#8230;<br />
Danza, no?<br />
&#8230;<br />
Papà non entra.<br />
&#8230;<br />
Mi raccomando, dice papà.<br />
&#8230;<br />
Papà dice resto qui sennò ti agiti.<br />
&#8230;<br />
All&#8217;uscita vuole i dettagli.<br />
&#8230;<br />
Il mio numero, no?<br />
&#8230;<br />
Com&#8217;e andata?, dice papà.<br />
&#8230;<br />
Maschio o femmina?<br />
&#8230;<br />
Quando avremo i risultati dell&#8217;ecografia?<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Elena.<br />
Lo senti, no?<br />
Mi vuoi bene?<br />
Davide.<br />
Di sicuro me ne vuoi.<br />
Lo sai, no?<br />
Il film, Elena.<br />
Si.<br />
Guardiamo il film.<br />
Va bene.<br />
Ce ne stiamo buoni a guardare il film.<br />
Anche se squilla?<br />
Non mi da fastidio.<br />
Pure adesso?<br />
Deve essere papà.<br />
Suona un casino.<br />
Il film, Elena.<br />
Papà ti ha sempre voluto bene, no?<br />
Tuo padre era una brava persona.<br />
Per questo non la finisce di chiamare.</p>
<p><em>Questo racconto è stato pubblicato su Nuovi Argomenti n.52, ottobre-dicembre 2010.<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/">Altre coppie</a></p>
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