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	<title>Nazione Indiana &#187; igor de marchi</title>
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		<title>Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune, di Igor De Marchi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jul 2008 06:10:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/august_sander_121.jpg'></a></p>
<p>di<strong> Cristina Babino</strong></p>
<p><em>Fortuna</em> è ciò che porta il caso. Né buona né cattiva. Per gli antichi voleva dire tanto evento lieto che tempesta, tanto ricchezza che pericolo. <em>Fortune</em> sono quelle che accadono ogni giorno, insieme ai giorni, un po’ contemplate e un po’ subite, accettate con rassegnata sospensione del giudizio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/10/racconti-di-un-uomo-invisibile-su-fortune-di-igor-de-marchi/">Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune, di Igor De Marchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/august_sander_121.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/august_sander_121-241x300.jpg" alt="" title="august_sander_121" width="241" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-6327" /></a></p>
<p>di<strong> Cristina Babino</strong></p>
<p><em>Fortuna</em> è ciò che porta il caso. Né buona né cattiva. Per gli antichi voleva dire tanto evento lieto che tempesta, tanto ricchezza che pericolo. <em>Fortune</em> sono quelle che accadono ogni giorno, insieme ai giorni, un po’ contemplate e un po’ subite, accettate con rassegnata sospensione del giudizio.<span id="more-6325"></span><br />
De Marchi racconta tali ordinarie <em>fortune</em>, proseguendo con questa plaquette il percorso intrapreso con <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/01/16/igor-de-marchi-resoconto-su-reddito-e-salute/"><em>Resoconto su reddito e salute</em></a> (Nuova Dimensione, 2003): un libro importante di cui non si è parlato abbastanza.<br />
<em>Fortune </em>è una raccolta inedita. O meglio, stampata in casa in una prima, limitatissima tiratura. Quarantotto esemplari numerati, assegnati <em>ad personam</em>.<br />
Se è il gesto poetico (artistico) che conta ancora qualcosa, se è la scelta di rendere pubblico, condiviso, quanto si è prodotto, offrendolo alla lettura altrui, indipendentemente dalla vastità potenziale della platea, allora non sono i codici isbn, o i bollini siae, o l’apposizione di marchi e loghi di editori, o l’inserimento in collane più o meno altisonanti a fare la rilevanza di un’opera letteraria.<br />
Ci sono urgenze che vanno oltre il fascino della confezione, l’appartenenza a scuderie letterarie più o meno dichiarate, la rincorsa del riconoscimento. E’ la necessità della sostanza, e di raccontarla, quella sostanza, chiamando le cose col loro nome, alla ricerca della parola esatta, del significante che aderisca al significato con umana perfezione, che lo rivesta e lo riveli a un tempo: <em>«Ma la crescita è certa / e certo che i desideri realizzati / nascono male, handicappati.»</em> Non c’è paravento ideologico, nella poesia e nell’etica di De Marchi, non c’è salvagente <em>politically correct</em>. Le cose hanno un nome, e va usato. Le cose, intorno e dentro a noi, altro non  sono che uno </p>
<p><em>Stato di natura</em></p>
<p>Non mi ha mai convinto il discorso<br />
del leone e della gazzella:<br />
quello che azzanna al collo e strappa<br />
quell’altra che scalcia e si sottrae.<br />
La necessità vitale dei comportamenti,<br />
la disanima legale,<br />
la giustificazione, specie del primo.</p>
<p>L’uomo che si alza la mattina<br />
come ogni mattina apre il suo commercio<br />
e prova un odio forcaiolo<br />
per lo squattrinato che tenterà<br />
ore più tardi armato<br />
di rapinare il suo negozio<br />
e non potrà difendersi.<br />
E che venga preso, preso<br />
e ucciso, gli pare bello. Giusto.</p>
<p>De Marchi riprende in quest’ultima raccolta quell’<em>etica del castoro </em>di cui aveva scritto nel <em>Resoconto</em>: l’operosità un po’ miope e però per sé salvifica del piccolo borghese, la prudenza asfittica della classe media, la morale spicciola e frettolosa del viaggiatore di commercio.  Il venditore, nella versione mobile del rappresentante o in quella stanziale del bottegaio, già ritratto in <em>Resoconto</em> alle prese con molesti eppure pregiatissimi clienti, con la rinegoziazione del mutuo sulla casa o della polizza d’assicurazione sulla vita, lo osserviamo ora, nelle diciotto poesie che compongono la plaquette, proseguire idealmente la giornata, sorpreso nella sua intimità, in un ambito domestico e di coppia che diventa quinta di qualsiasi condivisibile e fin troppo familiare claustrofobia: <em>«La domenica di solito in silenzio / agli altrui bisogni / rispettando traiettorie senza toccarsi / come macchine nuove agli incroci (…)». </em><br />
I gesti quotidiani, la routine rassicurante, e i meno rassicuranti pensieri che l’accompagnano, il lavoro e l’ozio dei giorni di riposo spesi a rassettare il giardino: l’esistenza comune di una persona comune, una che può rappresentarne mille altre.<br />
La poesia di De Marchi mi riporta alla mente le immagini fotografiche di <a href="http://www.masters-of-fine-art-photography.com/02/artphotogallery/photographers/august_sander_01.html">August Sander</a>. Uno che andava in giro, tra il 1910 e la fine degli anni Trenta, nella sua Germania, a fotografare i suoi compaesani, per farne un censimento iconografico, per dimostrare quanto erano diversi tra loro, quanto scarto, quanta sorprendente varietà di tipi c’era nella razza umana, e quindi anche in quella razza che si voleva “pura”. Sander i modelli non li metteva in posa, lasciava che si offrissero all’obiettivo come volevano loro. Li ritraeva tali e quali erano: la contadina dalle faccia rugosa e cotta, il soldatino e il gerarca, il muratore e il ferroviere, il pittore e la segretaria, il nano e la ballerina. Ognuno a suo modo un archetipo, un campione, esaltato nella sua tipicità esemplare &#8211; e per questo tanto più riconducibile a un numero infinito di suoi simili altri da sé &#8211; da una luce fredda, oggettiva, dalla schiettezza dell’occhio che lo guarda e dall’onestà del soggetto, solo a volte un po’ stemperata nell’occasione inconsueta del ritratto. De Marchi usa nei suoi componimenti quella medesima lama di luce: la rivolge verso gli altri, senza dubbio, ma anche e forse soprattutto verso di sé, in un autoritratto moltiplicato all’infinito, una sequenza di scatti che, sovrapposti, creano un archetipo tutto contemporaneo, di una medietà fatta di consuetudini e certezze ricercate per ovviare alla pressione di domande che, scomode, fanno comunque capolino tra un’azione quotidiana e l’altra. Così che ognuno può rivedersi in un modo in questi scatti, in queste istantanee ravvicinate ognuno, se ha il coraggio, può riconoscersi.<br />
Rispetto ai testi del <em>Resoconto</em>, qui la dimensione domestica, intima, individuale, viene ancora più in superficie, e con questa, anche un mettersi in gioco più scoperto da parte dell’io-autore.<br />
C’è un torcersi dichiarato e doloroso in queste pagine, nuovo: una solitudine ammessa e denunciata in un grido soffocato di pudore, gutturale. Il sogno di bambino purtroppo s’è avverato, l’ adulto è diventato </p>
<p><em>Invisibile</em></p>
<p>Diventare invisibile.<br />
non per sempre, solo quando si vuole.<br />
stare nelle stanze dove c’è gente<br />
era il suo sogno da bambino.<br />
Vegliarla abbracciata ai ginocchi<br />
mentre dorme, e ascoltarla respirare<br />
con l’orecchio alla bocca.<br />
Guardarla scrivere parole<br />
avvalorate a mezza voce.<br />
Perciò ha sofferto perché<br />
non si poteva realizzare.<br />
Ma la crescita è certa<br />
e certo che i desideri realizzati<br />
nascono male, handicappati.</p>
<p>Diventato grande ha assistito<br />
a quelli che lo hanno saltato in fila,<br />
a quello che ha invitato gli altri,<br />
a quella che non lo vedeva<br />
quando la corteggiava.<br />
Diventare invisibile<br />
ora sa, non è questa gran cosa.<br />
Quello che succede veramente<br />
ha luci e ombre. </p>
<p>Un uomo invisibile che ha smesso il costume dell’eroe del fumetto – che mai, lo ammette, l’ha indossato &#8211; che rientrato al sicuro del suo guscio casalingo conta le abrasioni lasciate dalle lotte esangui coi nemici di ogni giorno. Vale a dire coi suoi pari. Anche oggi, deve ammetterlo, ha imparato la lezione:</p>
<p><em>debole</em></p>
<p>Passano giorni e sembra che nessuno<br />
si accorga di niente, si accorga di te.<br />
E allora va bene. Stai tranquillo,<br />
lavori alle tue cose tranquillamente.<br />
Poi come niente fosse all’improvviso<br />
sembra che tutti un giorno<br />
ti vogliano far fuori.<br />
Allora ti fai da parte di nuovo,<br />
chiedi scusa, rimetti giù le cose,<br />
infili le mani nelle tue tasche.<br />
Lì ritrovi il fazzoletto per soffiarti il naso,<br />
pulire gli occhiali, in una nell’altra<br />
il mazzo di chiavi di casa.<br />
Ciò che prendi con le buone ricorda<br />
non è mai veramente tuo.</p>
<p>**</p>
<p>Altri testi tratti da <em>Fortune</em>, <a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article475">qui</a>.</p>
<p><em>Fortune</em>, di Igor De Marchi (giugno 2007)<br />
La plaquette può essere richiesta a libreriafenice@tele2.it (www.libreriafenice.it)</p>
<p><em>Igor De Marchi è nato a Vittorio Veneto nel 1971. Ha pubblicato le raccolte poetiche “La Terra del Fuoco” (Campanotto, 1996), “Resoconto su reddito e salute” (Nuova Dimensione, 2003). Sue poesie sono state inoltre pubblicate nelle antologie “L&#8217;Opera Comune” (Atelier, 1999) e “Transiti” (Amos, 2001). E’ stato tra i vincitori del premio Cetonaverde 2005.</em></p>
<p><em>Immagine: August Sander, Pittore (Anton Räderscheidt), 1926.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/10/racconti-di-un-uomo-invisibile-su-fortune-di-igor-de-marchi/">Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune, di Igor De Marchi</a></p>
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