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	<title>Nazione Indiana &#187; il giornale</title>
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		<title>Trova le differenze</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 11:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg" alt="" title="001f2944_medium" width="209" height="300" class="alignleft size-full wp-image-40988" /></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO. Il titolo del giorno prima &#8211; GOVERNO CHE CHIAGNE E FOTTE – sembrava copiato dai commenti in rete con cui i contribuenti di sinistra e reddito medio-basso sintetizzavano la loro rabbia. Il rebus <em>Trova le differenze</em> si risolve un po’ meglio leggendo gli editoriali.<span id="more-40985"></span><br />
Belpietro narra di un dipendente che gli ha chiesto come fa a portare i soldi in Svizzera, tuonando che Monti non punisce gli evasori e quanti hanno già spostato i grandi capitali all’estero, mentre costringe alla fuga anche i piccoli risparmiatori. Sallusti parla di macelleria sparando sui palloni gonfiati di Francia, ma si consola che la gente ha già capito l’errore di concedere a Monti ciò che stato negato a Berlusconi. “Senza qualcuno che ci difenda da poteri oscuri e lontani ci sentiamo meno sicuri.”<br />
In realtà è storia vecchia &#8211; riporta a quegli anni ’20-’30, con cui le analogie si fanno sempre più inquietanti. Scagliandosi contro il capitalismo mondiale, l’ideologia fascista neutralizza i conflitti in un nazional-populismo tutto a vantaggio della classe dominante. Ha funzionato allora, per funzionare oggi non deve reinventarsi.<br />
Le alternative di sinistra, invece, sono costrette a guardare oltre i confini per cercare di acciuffare l’evanescente Moloch del capitale finanziario. Per questo sono ancora deboli, sia quelle riformiste, sia quelle più radicali. Solo le divisioni sembrano, come allora, forti e inevitabili.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>8.12.2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Troppo schifo negli armadi</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 08:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Solleva domande la vicenda della lista “outing”, anche se gli elementi che rendono l’operazione ricusabile sono palesi. L’anonimato degli autori, la mancanza di riscontri. Ricorre, anche a sinistra, il richiamo schifato al “metodo Boffo”. Però non è la stessa cosa se un gruppo di militanti rende pubbliche le presunte tendenze sessuali di Caio e Tizio, o se lo fa un giornale nel ruolo di braccio mediatico di Berlusconi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/">Troppo schifo negli armadi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Solleva domande la vicenda della lista “outing”, anche se gli elementi che rendono l’operazione ricusabile sono palesi. L’anonimato degli autori, la mancanza di riscontri. Ricorre, anche a sinistra, il richiamo schifato al “metodo Boffo”. Però non è la stessa cosa se un gruppo di militanti rende pubbliche le presunte tendenze sessuali di Caio e Tizio, o se lo fa un giornale nel ruolo di braccio mediatico di Berlusconi. I primi cercano di combattere l’omofobia, il secondo fa leva proprio sulla diffusione viscerale del pregiudizio. Boffo, Marrazzo, Caldoro – finte informative, video gestiti dal capo in persona, dossieraggio. Qualcuno ha detto che toccherebbe alla stampa cogliere lo spunto che, per timore di querele, gli estensori della lista non potevano approfondire.<span id="more-40208"></span> I giornali d’opposizione? E’ mai pensabile che si mettano a cercare prove sugli amanti di questo o quel politico, mentre già sono alle prese con Lavitola, Tarantini, donne e ruffiani del Cavaliere? Non li distingue, forse, nella battaglia in cui il fango vola alto da entrambe le parti, il fatto di tener agganciata l’informazione-scandalo a elementi di abuso di potere? Non è reato nascondere amanti di qualsiasi sesso. Tirarli fuori dall’armadio, oggi in Italia non può che essere percepito come diffamazione. I pozzi sono avvelenati. “Gay” resta sinonimo di “frocio”. Vendola pecca più di Berlusconi. Possiede una lugubre coerenza politico-culturale, l’uomo di destra che coltiva in segreto i propri vizi cercando di impedire che altri possano vivere alla luce del sole e del diritto i loro amori. <em>Lesson one</em> dell’outing fallito: Non siamo in America. La doppia morale è, anzi, una delle cose più serie e condivise che ci distingue. Una morale profonda e cupa, di cui la parola “ipocrisia” sfiora soltanto la superficie meno corrosiva.</p>
<p>Pubblicato su<em>L&#8217;Unità</em>27 settembre 2011.<em></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/">Troppo schifo negli armadi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Senza immagine</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 07:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg"></a></p>
<p>Gli occhi azzurri della ragazza sono rivolti all’intervistatore, ma le pupille restano una voragine risucchiata dal pomeriggio a cui è sopravvissuta. Il trauma è lì, la perdita di uno sguardo capace di posarsi con implicita fiducia sull’esterno. “Passava da una tenda all’altra, calmo, entrava e ammazzava chi c’era dentro”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/senza-immagine/">Senza immagine</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal-300x200.jpg" alt="" title="television no signal" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39673" /></a></p>
<p>Gli occhi azzurri della ragazza sono rivolti all’intervistatore, ma le pupille restano una voragine risucchiata dal pomeriggio a cui è sopravvissuta. Il trauma è lì, la perdita di uno sguardo capace di posarsi con implicita fiducia sull’esterno. “Passava da una tenda all’altra, calmo, entrava e ammazzava chi c’era dentro”. Anders B. ha fatto le cose con calma e criterio, in ogni fase. Prima il concime per l’autobomba, poi i social network per farsi conoscere: non dagli amici, ma dai media planetari che infatti abboccano tutti agli stessi ami, quelli più facili per trascinare il mostro in prima pagina<span id="more-39671"></span>. Nessuno si è risparmiato un commento su “Modern Warfare”, lo “sparatutto” più diffuso, quello di cui, a nove anni, mio figlio disse:”lo so che la guerra è brutta, ma il gioco è bello”. Le serie tv violente più popolari, i film scontati come <em>300</em>, mentre passa inosservato <em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/">Dogville</a></em> con Nicole Kidman, l’angelo biondo che stermina un’intera corrotta cittadina anni prima che Lars von Trier a Cannes finì per dichiararsi “in fondo nazista”. L’uomo che ha sterminato la gioventù per fede e di fatto multiculturale, ci tiene invece a non essere liquidato come un volgare neonazi. Quanti libri ha voluto elencare! Da Kant a Kafka, persino il povero Dante arruolato come padre di quell’“Europa cristiana” che non è il solo a invocare. Non c’è bisogno di essere traumatizzati come la ragazza fuggita nel mare gelido, per avvertire freddo nelle ossa e l’inadeguatezza delle risposte. Perché? Il male diventa insondabile più si presenta come banale. Le foto scelte per i profili fasulli, eppure così familiari per chi frequenta twitter e facebook. Ammicca secondo convenzione ai suoi futuri fan e imitatori, Anders B., la bestia bionda fotogenica, anzi: photoshoppata.  </p>
<p>Da noi, intanto, ci sono grandi manovre per lo smaltimento delle scorie tossiche venute alla luce con la strage degli innocenti norvegesi. Partendo da Borghezio che trova l’idee di Anders B. condivisibili (premio al coraggio delle proprie opinioni, anche quando puzzano di cadavere), passando per il riflesso di ridurre tutto al buon senso del ”ma quello è uno psicopatico!”, per arrivare alla vetta della malafede:<a href="http://therebelekonomist.blogspot.com/2011/07/peggio-e-piu-peggio.html"> l’editoriale</a> di Vittorio Feltri uscito sullo stesso giornale che, all’indomani delle notizie dalla Norvegia, era riuscito a rimangiarsi solo la metà delle copie con il titolo <em>Sono sempre loro: CI ATTACCANO</em> ( gli islamici, ovviamente).<br />
<em>Quei giovani incapaci di reagire</em>, li chiama Feltri: erano in 500 contro uno, ma in un’ora e mezza di massacro, non hanno saputo far di meglio che scappare. Ragazzi smidollati, vigliacchi. Di più: incapaci di  agire gli uni per gli altri. Fra i giovani laburisti non c’erano eroi disposti al sacrificio, come volevasi dimostrare. Giudizio morale formulato a scopo politico &#8211; niente di nuovo, in fondo. Era una “velina ingrata”, Veronica Lario che non gradiva Noemi e le candidature delle amiche del marito, le donne in piazza sono bacchettone ecc. Predicare bene per razzolare male: il basso continuo di chi fa la morale accusando gli altri di moralismo. La differenza è che qui la materia non sono soltanto una settantina di adolescenti ammazzati, ma anche i compagni che si porteranno addosso per tutta la vita il trauma e il senso di colpa per non essere riusciti a fare esattamente ciò che Feltri rimprovera loro. Serve altro? Un piccolo rinfresco su tutti quegli ebrei che si sono docilmente fatti portare al macello, prova che in effetti si trattava di una genia imbelle? Può bastare una frase, anzi un’ interiezione, della stessa ragazza dagli occhi azzurri sfondati dall’orrore che ripeteva: “è totalmente irreale!”. Come si fa a organizzare una resistenza contro qualcosa che, oltre a essere qualcuno alto un metro e novanta munito di mitraglietta, fucile a pompa e pistola, è soprattutto <em>totalmente irreale</em>?  </p>
<p>Molti giornali hanno pubblicato le foto delle vittime già identificate. Ma di coloro che sono rimasti vivi, il volto rimarrà quasi sempre sconosciuto, com’è giusto. Per rimandare anche a loro, ecco l’elenco provvisorio dei nomi dei ragazzi uccisi. Oltre a un gesto di memoria, forse potrebbe somigliare anche a qualcosa come un minimo atto di resistenza da condividere: perché le regole del gioco, anche di comunicazione, non siano dettate solo dai carnefici.</p>
<p>Alexsander Aas Eriksen, 16 anni</p>
<p>Anders Kristiansen, 18 anni</p>
<p>Adrine Bakkene Espeland, 17 anni</p>
<p>Emil Okkenhaug, 15 anni</p>
<p>Gunnar Linaker, 23 anni</p>
<p>Guro Vartdal Havoll, 18 anni</p>
<p>Hanne Kristine Fridtun, 19 anni</p>
<p>Havard Vederhus,  21 anni</p>
<p>Ismail Haji Ahmed, 19 anni</p>
<p>Johannes Buo, 14 anni</p>
<p>Jamal Rafal Yasin, 20 anni, rifugiata dall’Iraq con la famiglia</p>
<p>Marianne Sandvik, 16 anni</p>
<p>Monica Bosei, 45 anni</p>
<p>Monica Iselin Didriksen, 18 anni</p>
<p>Simon Saebo, 19 anni</p>
<p>Snorre Haller, 30 anni.</p>
<p>Sondre Dale, 17 anni.</p>
<p>Sverre Fleet Bjorkavag, 28 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni.</p>
<p>Torjus Blattmann, 17 anni. </p>
<p>Tarald Mjelde, 18 anni.</p>
<p>Espen Jorgensen, 17 anni.</p>
<p>Even Flugstad Malmedal, 18 anni.</p>
<p>Gizem Dogan, 17 anni.</p>
<p>Hanne Anette Balch Fjalestad, 43 anni.</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni.</p>
<p>Lejla Selaci, 17 anni.</p>
<p>Lene Maria Bergum, 19 anni.</p>
<p>Silje Fjellbu, 17 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni</p>
<p>Tamta Liparteliani, georgiana</p>
<p>Tore Eikeland, 21 anni</p>
<p>Trond Berntsen, 51 ann</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni</p>
<p>Morti per l’autobomba a Oslo:</p>
<p>Hanne Lovlie, 30 anni</p>
<p>Ida Marie Hill, 34 anni</p>
<p>Tove Knutsen, 56 anni</p>
<p>Hanna M. Orvik Endresen, 61 anni</p>
<p>Kai Hauge. 32 anni</p>
<p><em> la prima parte di questo pezzo è uscito su</em> L&#8217;Unità<em>, 25 luglio 2011. Grazie a<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_2386.html"> Andrea Tarabbia</a> e <a href="http://www.giorgiofontana.com/">Giorgio Fontana</a> che mi hanno fatto scoprire l&#8217;editoriale di Feltri.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/senza-immagine/">Senza immagine</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 38</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/01/carta-strampalata-n-38/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/01/carta-strampalata-n-38/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 09:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/mappamondo_omini_410.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fmi, Cina e India prendono il comando” titola in prima pagina <em>Repubblica</em> del 7 novembre. Spaventato da questo annuncio sul dilagare del Pericolo Giallo, lo zio Evaristo si è precipitato in agenzia a comprare un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, dove una gentile impiegata gli ha però fatto presente che il più grande creditore dell’America è appunto la Cina e quindi sarebbe caduto dalla padella nella brace.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/01/carta-strampalata-n-38/">carta st[r]ampa[la]ta n. 38</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fmi, Cina e India prendono il comando” titola in prima pagina <em>Repubblica</em> del 7 novembre. Spaventato da questo annuncio sul dilagare del Pericolo Giallo, lo zio Evaristo si è precipitato in agenzia a comprare un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, dove una gentile impiegata gli ha però fatto presente che il più grande creditore dell’America è appunto la Cina e quindi sarebbe caduto dalla padella nella brace.</p>
<p>Lo zio Evaristo se ne è andato dopo aver ordinato alla povera ragazza di trovargli un volo <em>one-way</em> per Vanuatu  e io non sono riuscito a convincerlo a rimanere a largo Fochetti neppure mostrandogli la p. 15 di Repubblica dello stesso giorno: lì c’era la tabella delle nuove quote di Cina e India nel Fondo Monetario: 6,39% la prima, 2,75% la seconda. Totale: 9,14%, un po’ poco per “prendere il comando”. Aggiungiamoci pure il Brasile, che ora ha il 2,32% e si arriva solo all’11,46% che non sembra un pacchetto azionario decisivo.<br />
<span id="more-37349"></span><br />
Anche se la quota americana è calata, infatti, gli Stati Uniti restano i primi azionisti con il 17,41% (quasi il doppio di Cina e India messe insieme), poi c’è il Giappone con il 6,46%, poi Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia che insieme hanno il 17,21%, cioè anche loro un bel po’ di più dei nuovi arrivati. </p>
<p>Altri numeri: in un articolo non privo d’interesse, Raffaella De Santis e Dario Pappalardo intervistano vari scrittori sui loro mezzi di mantenimento, tra cui Antonio Pennacchi, l’autore di <em>Canale Mussolini</em>, che “non dimentica il proprio passato da operaio. «Sono uscito nel &#8216; 99 dalla fabbrica, 50 anni di fabbrica. Fabbrica di cavi elettrici e telefonici di Latina. I primi libri li leggevo la notte ai miei compagni di lavoro»” (<em>Repubblica</em>, 2 novembre 2010, p. 58). </p>
<p>Ora, nessuno è obbligato a conoscere le date di nascita degli scrittori ma si sa che Pennacchi, pur non avendo l’età di Ruby Rubacuori, non è nemmeno Matusalemme; un paio di clic su Wikepedia avrebbero permesso di accertare, senza nemmeno disturbare l’ufficio stampa Mondadori, che Pennacchi è nato il 26 gennaio 1950, cioè ha sessant’anni. Ora, se avesse passato mezzo secolo in fabbrica prima del 1999, come dice, questo ci porterebbe al 1949: in fabbrica fin dalla pancia della mamma? </p>
<p>Un altro tema interessante per i futuri antropologi che studieranno l’Italia berlusconiana è la psicologia dei redattori del <em>Giornale</em>, che hanno ormai assunto la mentalità dei soldati giapponesi dispersi nella giungla in Indonesia e nelle Filippine dopo il 1945: malgrado tutti gli sforzi di far capire che la guerra è finita loro resistono e sparano agli intrusi. Prendete il tema della legge elettorale, per esempio: la legge attuale con il premio di maggioranza non ha difensori in grado di intendere e volere. Al <em>Giornale</em>, invece, si lanciano come kamikaze sul tema delle liste bloccate, sostenendo “E’ così in tutta Europa” (8 novembre, p. 5).</p>
<p>Il breve articolo, tentando di giustificare la legge italiana, cita i casi della Spagna, del Portogallo, della Germania, dell’Inghilterra e della Francia, cioè 5 stati sui 27 che compongono l’Unione Europea: un po’ poco per trarre la conclusione “E’ così in tutta Europa”, giusto?</p>
<p>Ma le affermazioni ballerine sono appena cominciate: “Pure in Germania le liste bloccate sono la regola” sostiene l’articolo, “in un sistema proporzionale puro con sbarramento al 5%”. Ora, un sistema proporzionale “puro” non avrebbe alcuno sbarramento, altrimenti si parla di proporzionale “corretta” perché limita l’ingresso in parlamento ai partiti che raggiungano una certa percentuale di voti. Ma il bello viene dopo: “Al Bundestag sono ammessi due voti, uno per eleggere il candidato nel collegio uninominale, il secondo per esprimere la preferenza per una delle liste (immodificabili)”. Ora, se si vota per un collegio uninominale, il tema delle liste bloccate (anziché con preferenze) c’entra come i cavoli a merenda: i cittadini votano, o non votano per un unico candidato nel collegio, quindi il problema di non-scelta creato dalle liste bloccate della legge italiana attuale non esiste.</p>
<p>Questo sistema di collegi uninominali è appunto quello in vigore in Gran Bretagna, dove non esistono “liste” di alcun tipo: nel collegio di Oxford esiste il candidato conservatore,  quello laburista e quello liberaldemocratico: si vota la persona e il partito contemporaneamente. Dovrebbe essere comprensibile anche per i giapponesi che hanno giurato fedeltà a Feltri e Sallusti ma apparentemente no: “In Inghilterra i cittadini userebbero “un sistema maggioritario a turno unico, caso unico in Europa, con liste però non bloccate”.</p>
<p>Più svarioni che parole: il sistema è basato su collegi uninominali, maggioritario nei suoi effetti, ma di per sé nulla impedisce che percentuali di voto e percentuali di seggi coincidano perfettamente, al contrario di quanto accade in Italia, dove la legge prevede un premio di maggioranza che garantisce almeno 340 seggi alla lista più votata. Quanto alle liste “non bloccate”,  in un sistema di circoscrizioni uninominali non ci sono liste: lo dice la parola stessa (uni-nominale: un nome). Le liste sono una caratteristica dei sistemi proporzionali dove si devono eleggere, supponiamo, 20 deputati in una circoscrizione. In Gran Bretagna ogni cirscoscrizione (650 in tutto) ha un solo deputato, quindi niente liste, né bloccate, né aperte, né compatte,  né fisse, né portatili, né impermeabili, né color fucsia, né a forma di fungo. <em>Claro, Señor?</em></p>
<p>[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.vocidallastrada.com/2010/04/il-fondo-monetario-europeo-e.html">qui</a>]</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.37</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 09:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Al soccorso della ridotta berlusconiana, ormai simile al sogno nazifascista di un’estrema resistenza sulle Alpi dopo l’aprile 1945, arriva l’intellettuale di riferimento della destra, Marcello Veneziani, che nell’editoriale del <em>Giornale</em> (15 novembre) spiega a Galli della Loggia: “La guerra è appena cominciata”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/carta-strampalata-n-37/">carta st[r]ampa[la]ta n.37</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg" alt="" title="repubblica_italiana2" width="336" height="355" class="alignnone size-full wp-image-37290" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Al soccorso della ridotta berlusconiana, ormai simile al sogno nazifascista di un’estrema resistenza sulle Alpi dopo l’aprile 1945, arriva l’intellettuale di riferimento della destra, Marcello Veneziani, che nell’editoriale del <em>Giornale</em> (15 novembre) spiega a Galli della Loggia: “La guerra è appena cominciata”. Sallusti, Veneziani e la Santanchè apparentemente aspettano le “armi segrete” di Berlusconi che dovrebbero rovesciare il corso della guerra e far trionfare il Reich per mille anni. Li ritroveremo in Valtellina, armati fino ai denti, in compagnia delle ceneri di Dante, come proponeva il gerarca Pavolini nell’aprile 1945?</p>
<p><span id="more-37278"></span></p>
<p>Gran parte dell’articolo, intitolato “Da quando i comici fanno i politici, gli storici hanno deciso di fare i comici” ha però come bersaglio Paul Ginsborg, lo storico di origine inglese, che ha recentemente pubblicato da Einaudi <em>Salviamo l’Italia</em>, definito da Veneziani un “libretto che dovrebbe far vergognare la categoria degli storici”.</p>
<p>Non è del tutto chiaro quali siano le qualificazioni del nostro Heidegger di Bisceglie per impartire lezioni a Ginsborg, visto che non risulta abbia mai insegnato storia in una università, nemmeno la Vita-San Raffaele di don Verzè, e la sua vasta bibliografia manca di ricerche storiche vere e proprie, pur spaziando da <em>La sposa invisibile</em> fino a<em> Sul destino</em>, passando per <em>La cultura della destra</em>. Il prolifico Veneziani ha trovato il tempo di occuparsi di ’68, di Lega Nord, di filosofi “comunitari”, di fare l’elogio della “tradizione” e di scagliarsi <em>Contro i barbari</em> ma non risulta abbia mai prodotto neppure un Bignami di storia per gli istituti tecnici.</p>
<p>Senza farsi intimidire da quello che definisce lo “storico violaceo che viene dall’Inghilterra”, Veneziani  produce una lunga lista di contestazioni: “Apprendo poi che la Repubblica italiana è nata nel ’48, e dunque il referendum del 2 giugno del ’46 è una bufala e il primo presidente della Repubblica, De Nicola, tra il ’46 e il ’48 era dunque solo un clandestino, un abusivo napoletano”. L’ironia è giustificata da quello che appare un lapsus calami: “la Repubblica italiana, fondata nel 1948…” scrive Ginsborg a p. 14 del suo libro. In realtà, bastava andare a p. 66 per scoprire che l’autore è perfettamente al corrente del referendum del 1946 ma si riferisce ai due anni successivi come ad un “processo di fondazione” che si chiude solo con l’entrata in vigore della Costituzione, il 1° gennaio 1948 e quindi, al massimo, gli si può rimproverare di essere stato sbrigativo e un po’ criptico nello scrivere “fondata nel 1948”. </p>
<p>Veneziani, un cultore del verbo “apprendere” (usato 4 volte nelle 4 mezze colonnine di p. 2), continua così: “Apprendo persino che Dante è sepolto a Firenze e non, come sanno pure i bambini sin dalle elementari, a Ravenna”. Ginsborg ha scritto davvero così, “Dante è sepolto a Firenze”? Non proprio. Questo è il testo originale: “Nella Basilica di Santa Croce a Firenze, trasformatasi col tempo nel Pantheon della grandezza italiana, fra la tomba di Machiavelli e quella di Dante, si trova il sepolcro del drammaturgo e poeta Vittorio Alfieri, oggi certo molto meno noto dei suoi due illustri compatrioti…”. Tutta la pagina riguarda il monumento di Canova, dominato da una figura femminile che rappresenta l’Italia: la tomba di Dante è citata solo en passant. Forse i bambini delle elementari lo ignorano ma gli adulti che hanno a disposizione Wikipedia dovrebbero sapere che il sepolcro in Santa Croce, apprestato per ospitare le ossa di Dante nel 1829, fu una delle tappe della guerra tra Firenze e Ravenna per impadronirsi delle spoglie del poeta, guerra iniziata addirittura nel 1519 e proseguita per secoli (gli ultimi spostamenti dei resti di Dante risalgono alla seconda guerra mondiale) finora a vantaggio di Ravenna. Quindi, se è vero che la “tomba” del poeta fiorentino si trova in Romagna, non è meno vero che Ginsborg mai ha sostenuto che Dante fosse “sepolto” a Firenze. </p>
<p>Veneziani, però, ha ben altre frecce al suo arco: Ginsborg scriverebbe varie sciocchezze, tra cui “che il clientelismo nasce per colpa della Chiesa (ma i clientes, caro storico, esistevano già nell’antica Roma precristiana)”. Infatti, il testo che Veneziani evidentemente non ha letto, a p. 96 spiega: “Nel caso dell’Italia il clientelismo risale ai tempi dell’antica Roma, quando fra patrono e cliente veniva stabilito un patto formale in cui il secondo giurava fedeltà al primo ricevendone in cambio una serie di garanzie giuridiche riguardanti il comnportamento del patrono”. Nel subcapitolo dedicato a questo argomento, lungo sei pagine, esiste un solo paragrafo che parla della Chiesa, per dire che “Esiste un forte legame tra il clientelismo e le prassi sociali a lungo termine della Chiesa, che ha sempre incoraggiato una cultura di sottomissione e docilità nei confronti delle gerarchie sociali, accompagnata da complesse strutture di mediazione, sia spirituali sia mondane, individuali e collettive” (p. 98). Un po’ più complicato di come la fa il nostro censore di Bisceglie, a quanto pare.</p>
<p>Il collaboratore del <em>Giornale</em> non demorde: “Poi apprendo che Gioberti era razzista, confondendo il primato morale e civile degli italiani con il primato biologico e zoologico della razza”. A dire la verità “zoologico”, secondo il mio dizionario Devoto Oli, si riferisce al mondo animale e quindi non si vede cosa c’entri con i ragionamenti di Ginsborg su Gioberti, che era un uomo del suo tempo e non esitava a scrivere: “L’imitazione ci è tanto più interdetta, che il legnaggio pelasgico [la razza italiana] è la stirpe regia della gran famiglia giaipetica del ramo indogermanico; onde la nostra linea [razziale] sovrastando per l’antichità dell’incivilimento e per gli altri privilegi ricevuti dal cielo alle altre schiatte d’Europa, non può essere moralmente ligia a nessuna”. Questa prosa barocca e ampollosa viene definita da Ginsborg “uno di quei deliri di supremazia razziale tanto cari ai nazionalisti di ogni paese”: francamente sembra il minimo che si possa dire, tanto più che l’autore si affretta addirittura ad aggiungere che “l’opera di Gioberti, nonostante gli eccessi, sostiene una tesi che godeva di vasti consensi” nell’Italia di allora.</p>
<p><em>In cauda venenum</em>, l’editoriale cita il passo del libro in cui si dice che Berlusconi usa “poco manganello e niente olio di ricino” e commenta: “mi sono perso le squadracce berlusconiane che manganellano, ma poco, i loro avversari”. Veneziani forse ha rimosso i fatti di Genova nel 2001, quando squadracce di polizia berlusconiana caricarono i manifestanti che protestavano pacificamente, ne ammazzarono uno (Carlo Giuliani) e ne massacrarono alcune centinaia nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, fatti per i quali la sentenza del processo d’appello del marzo 2010 ha chiarito le responsabilità degli agenti. Secondo i pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello, “ragazzi e ragazze arrestati durante le manifestazioni furono picchiati, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori, tra cui la sodomizzazione”. Strano che Veneziani “si sia perso” gli avvenimenti di Genova: quella settimana conduceva “Prima pagina”, la rassegna stampa di Radio Tre e difendeva a spada tratta i poliziotti nelle risposte agli ascoltatori.</p>
<p>[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.arealocale.com/images/cantastoria/repubblica_italiana2.jpg">qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/carta-strampalata-n-37/">carta st[r]ampa[la]ta n.37</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 36</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 09:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Poi c’è il Direttore, alto calvo con gli occhiali d’oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento”. Di fronte a lui i ragazzi “entrano tutti tremanti in Direzione” o “scappano da tutte le parti” quando “appare a una cantonata”: pressappoco così doveva sentirsi Vittorio Feltri l’11 novembre, quando è stato convocato a Roma dall’Ordine dei giornalisti per discutere del caso Boffo, anche se nessuno dei consiglieri dell’Ordine che discutevano i provvedimenti disciplinari contro di lui sembra la controfigura del direttore della scuola di De Amicis nel libro <em>Cuore</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/16/carta-strampalata-n-36/">carta st[r]ampa[la]ta n. 36</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg" alt="" title="feltri_15" width="250" height="347" class="alignleft size-full wp-image-37221" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Poi c’è il Direttore, alto calvo con gli occhiali d’oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento”. Di fronte a lui i ragazzi “entrano tutti tremanti in Direzione” o “scappano da tutte le parti” quando “appare a una cantonata”: pressappoco così doveva sentirsi Vittorio Feltri l’11 novembre, quando è stato convocato a Roma dall’Ordine dei giornalisti per discutere del caso Boffo, anche se nessuno dei consiglieri dell’Ordine che discutevano i provvedimenti disciplinari contro di lui sembra la controfigura del direttore della scuola di De Amicis nel libro <em>Cuore</em>. Peraltro, non risulta che i dirigenti dell’Ordine abbiano mai sfoggiato il cipiglio di Beria, la ferocia di Torquemada o la propensione ai massacri di Pol Pot.<br />
<span id="more-37214"></span><br />
Sta di fatto che Feltri, mentre passeggiava nervosamente in corridoio in attesa della sentenza, ha pensato bene di rilasciare un’intervista  (11 novembre, p. 4) all’ottimo Luca Telese del <em>Fatto Quotidiano</em>, che questa settimana conduce la rassegna stampa del mattino su Radio Tre. Nell’intervista, Feltri si comporta come gli studenti di <em>Cuore </em>di fronte al “maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande capigliatura crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da bombarda; il quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per il collo in Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli”. </p>
<p>Alla domanda di Telese su come nacque il caso Boffo, Feltri risponde: “Mi portò la notizia Sallusti” (allora condirettore, ora direttore responsabile del <em>Giornale</em>). Telese: “Come nacque il titolo Velina ingrata con cui hai sputtanato Veronica?”( corredato da una foto dell’ex moglie di Berlusconi mentre si esibiva a seno nudo in teatro). Feltri: “Qualcuno, anzi … Sallusti, mi mise quella foto sul tavolo”. Telese: “Sallusti ci parla [con Berlusconi]?” Feltri: “E’ un paese libero, questo”. Telese: “Sallusti pensa che si debba fare quadrato [attorno a Berlusconi] tu che vada difesa la libertà [di critica]?” Feltri: “Messa così… sì”.</p>
<p>Per ragioni di spazio, Telese ha dovuto tagliare delle parti ugualmente interessanti dell’intervista, che qui riproduciamo per gentile concessione dell’autore:<br />
D. Il bilancio del giornale è migliorato?<br />
R. Perdevamo 22 milioni di euro, ora siamo a 7. Se non fosse per lo stipendio di Sallusti…<br />
Domanda: Oggi hai il raffreddore?<br />
Risposta: Sì, è Sallusti che lascia sempre la finestra aperta.<br />
D. Il medico cosa ti dice?<br />
R. E’ Sallusti che mi fa venire la pressione alta…<br />
D. Vedo che hai una macchiolina di ketchup sulla giacca<br />
R. Sì, è Sallusti che mi schizza quando andiamo in mensa e lui prende le patatine fritte…<br />
D. E il contratto miliardario che si diceva ti avesse fatto Berlusconi?<br />
R. Macché contratto miliardario! Per andare a sciare ho dovuto ricorrere al Gratta e Vinci.<br />
D. E com’è andata?<br />
R. Sallusti mi ha perso il tagliando vincente.</p>
<p>Evidentemente convinto da questa autodifesa, l’Ordine dei giornalisti ha ridotto la sospensione di Feltri dall’esercizio della professione da sei mesi a tre: come il Direttore deamicisiano che i ragazzi “chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice tante ragioni, che non dovevano far così, e che bisogna che si pentano, e che promettano d’esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse puniti”.</p>
<p>[l'immagine in apice viene da <a href="http://3.bp.blogspot.com/_R7mXhe9MvO8/SAsUr-cS_UI/AAAAAAAAALg/-BUTPg1sU4g/s400/feltri_15.jpg">qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/16/carta-strampalata-n-36/">carta st[r]ampa[la]ta n. 36</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.32</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 08:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/marra_280xFree.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>I giornali bisogna leggerli attentamente. E’ come con le facce: ci vorrebbe una pagina intitolata “Lombroso sei tutti noi” su Facebook. Ai suoi tempi, il criminologo veronese non avrebbe avuto dubbi: vi pare che uno col riporto dei capelli come Alfonso Marra possa fare il presidente della Corte d’Appello di Milano?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/carta-strampalata-n-32/">carta st[r]ampa[la]ta n.32</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>I giornali bisogna leggerli attentamente. E’ come con le facce: ci vorrebbe una pagina intitolata “Lombroso sei tutti noi” su Facebook. Ai suoi tempi, il criminologo veronese non avrebbe avuto dubbi: vi pare che uno col riporto dei capelli come Alfonso Marra possa fare il presidente della Corte d’Appello di Milano? Il CSM si è spaccato a metà ed è dovuta intervenire la P3, la caritatevole associazione di Carboni e Verdini, per farlo nominare: Lombroso lo avrebbe immediatamente fatto accomodare in una stanzetta bianca e con le sbarre alle finestre per studiarlo meglio.<br />
<span id="more-36616"></span><br />
Ora, da qualche giorno sto leggendo attentamente il <em>Giornale</em> di Feltri e devo dire che in cambio di 1,20 euro, meno del prezzo di un cappuccino, ci si diverte più che a Disneyland. Prendete il titolo di prima pagina lunedì: “Fallisce il nuovo attacco di pm e sinistra: cade la pista Berlusconi-P3”. Non so a voi, ma a me “cade la pista Berlusconi- P3” fa subito pensare “restano aperte le altre piste”, non proprio una cosa lusinghiera per il noto trapiantato che compare in camicia nera nella foto sotto il titolo. Anche perché nella foto sembra Al Capone dopo l’arresto (caro Ghedini, prima di querelare Nazione Indiana se la prenda con il foto-editor del <em>Giornale</em>).</p>
<p>Comunque, il “cade la pista P-3” mi fa pensare che i requisiti per governare oggi non siano cose di altri tempi come il senso dello Stato, l’integrità politica e personale, la devozione al bene collettivo, la visione del futuro dell’Italia: dalle parti di Feltri si accontentano dell’insufficienza di prove. Esagero? </p>
<p>Vediamo il numero di sabato della stessa testata, che ha in prima pagina una bella foto di Rubina Affronte, la studentessa accusata di aver lanciato un fumogeno contro Raffaele Bonanni. A p. 8 c’è un articolo basato sulle dichiarazioni del ministro Sacconi che dice “Andava arrestata”. Sorvoliamo sul fatto che neppure nella Russia di Putin o nella Libia di Gheddafi sono i ministri a decidere se un cittadino va arrestato o no (ho aperto su Facebook una sottoscrizione per spedire a Sacconi alcuni trattatelli sulla divisione dei poteri, cominciando da Montesquieu). Per quale motivo, secondo il ministro del Welfare, la Affronte andava arrestata? Attenzione, attenzione.</p>
<p>“I reati contro la persona non possono avere inferiore dignità rispetto ai reati contro il patrimonio”. Sacconi dice proprio così: vuole la par condicio dei reati contro il patrimonio. Se lasciate a piede libero quelli di Askatasuna, fate uscire anche Carboni, Balducci e alcuni altri amici che non hanno mai indossato la keffiah né lanciato sampietrini. Ora sì che ci capiamo: a noi del governo che facciamo solo reati contro il patrimonio, in genere pubblico, ci arrestate ogni due per tre e ci tocca fare leggi per abbreviare la prescrizione a getto continuo per tentare di scapolarla, quelli dei centri sociali affumicano un sindacalista amico nostro e manco li sbattete in galera. Povero Sacconi, ministro del welfare de noantri: gli resta solo di iscriversi ad Askatasuna e mettersi nelle mani di Giancarlo Caselli (Ghedini, Lei che ne pensa?).</p>
<p>Se a p. 8 si chiede la par condicio, a p. 5 sotto il titolo “Quanti incontri tra Fini e i giudici” si pubblica la prova schiacciante del “tradimento” del presidente della Camera: una foto in cui lo si vede a colloquio con un magistrato. E non un magistrato come Vincenzo Carbone, quello che divenne primo presidente della Corte di Cassazione grazie al TAR del Lazio e poi chiedeva agli amici cosa avrebbe fatto dopo essere andato in pensione. No, a Pescara il voltagabbana Fini osava addirittura parlare con un procuratore capo di provincia, uno di quelli che magari domani ti arrestano per reati contro il patrimonio: Nicola Trifuoggi.</p>
<p>Certo, gli incontri dei nostri ministri e sottosegretari con mafiosi doc, oligarchi russi, ricercati dall’Fbi, preti pedofili irlandesi, narcotrafficanti messicani, pirati somali, truffatori internazionali, magnaccia pugliesi, camorristi napoletani o gangster marsigliesi sono logici e per il <em>Giornale</em> assai commendevoli: se invece Fini viene scoperto a discutere con qualcuno che di professione dà la caccia a queste brave persone la cosa è intollerabile: “flirta con le toghe” (11/9/2011, p. 5). </p>
<p>E cosa si dicevano i due cospiratori Fini e Trifuoggi? “L’uomo [Berlusconi] confonde il consenso popolare con una sorta di immunità”. Ma no! Che idea! Berlusconi non ha mai pensato all’ immunità: infatti le 24 leggi e leggine per depenalizzare il falso in bilancio, creare il “legittimo impedimento”, teorizzare la non processabilità del presidente del consiglio e forgiare scudi giuridici regolarmente cancellati dalla Corte Costituzionale, tutto questo è un’ossessione degli avvocati per estorcere a Silvio parcelle immeritate. Berlusconi, lui, dice “sono innocente” e se ne va a testa alta con la chioma al vento (seguito da Ghedini sempre più disperato).</p>
<p>Lasciamo da parte la politica dove, si sa, è facile farsi prendere la mano e passiamo alle pagine culturali del quotidiano di Feltri. Lunedì 13 settembre, la pagina 23 se la prende con il festival letteratura di Mantova, evidentemente confuso con la “settimana rossa” di cui la città fu protagonista 91 anni fa, nel 1919: “Libri pochi, slogan molti. In piazza il solito show da carrozzone itinerante”.</p>
<p>A giudicare dalle dimensioni del tendone-libreria in piazza delle Erbe e dalle numerose bancarelle nelle strade del centro i libri non erano affatto pochi ma Luigi Mascheroni è granitico nelle sue certezze: “Dovrebbero soprattutto far leggere i libri, invece fannosolo parlare gli autori”. Ora abbiamo capito: far parlare gli autori è notoriamente controproducente, la gente capisce cosa vogliono dire e i libri non li compra più nessuno perché diventano un doppione. Per l’anno prossimo si potrebbe tentare una formula diversa: nessun autore e invece lettura obbligatoria ad alta voce di almeno 300 pagine di Naipaul prima di essere ammessi entro la cinta daziaria della città. E solo dopo aver superato un esame orale di lettura dei cosiddetti diari di Mussolini, tenuto dal noto storico Marcello Dell’Utri, si verrebbe ammessi a Palazzo Ducale.</p>
<p>Mascheroni deplora che quest’anno siano stati “più affollati i dibattiti che i reading” e aggiunge, palesemente disgustato: “Hanno più successo i giornalisti dei poeti”. Infatti, l’intera pagina accanto a quella dove scrive l’inviato a Mantova è dedicata a chi? Al giornalista Pietro Calabrese recentemente scomparso.</p>
<p>I giornali del lunedì sono i più interessanti e, come dicevamo all’inizio, bisogna leggerli attentamente. Se si arrivava a p. 33 del <em>Giornale</em>, infatti, si trovava un lungo articolo sulla seconda giornata di campionato: “Trionfo dei lillipuziani”. Cristiano Gatti commentava così le vittorie del Chievo sul Genoa, del Cagliari sulla Roma, del Cesena sul Milan e del Brescia sul Palermo: “conviene celebrare e festeggiare questo tsunami pauperista senza andare troppo oltre” scriveva l’ammirato redattore che poi, temendo di essersi spinto un po’ in là, ha subito aggiunto di non voler fare del “facile terzomondismo”.<br />
Terzomondismo.</p>
<p>Vincono il Cesena, il Brescia, il Chievo (un quartiere di Verona) e festeggiarli sarebbe “terzomondismo”.<br />
Ma alle pagine sportive del Giornale sono infiltrati bolscevichi o non hanno mai sentito parlare dei confini della Padania? Passi per Cesena, che secondo Bossi fa sempre parte del Nord ma è città infida, vogliamo guardare su Google Maps dove sono Brescia e Verona? Mi par già di sentire le telefonate a Feltri del sindaco di Brescia Adriano Paroli e di quello di Verona Flavio Tosi: il povero redattore rischia di venire incaricato di seguire il campionato promozione della Sicilia occidentale in men che non si dica. </p>
<p>A Sciacca avrà senz’altro molto tempo libero per leggere Frantz Fanon e approfondire la categoria “terzomondismo”. </p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.28</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 09:30:21 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Seppellito Marx. Distrutto Lenin. Incriminato Stalin. Dimenticato Roosevelt. Svergognato Togliatti. Ridimensionato Berlinguer. Cosa resta alla sinistra italiana? Harry Potter e Obama, a quanto sembra. Ma la Rowling non scrive più e Obama precipita nei sondaggi. Era rimasta una sola icona all’internazionalismo proletario, un faro per i progressisti di tutto il mondo, una consolazione per i nostalgici del socialismo: i Beatles.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/17/carta-strampalata-n-28/">carta st[r]ampa[la]ta n.28</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Seppellito Marx. Distrutto Lenin. Incriminato Stalin. Dimenticato Roosevelt. Svergognato Togliatti. Ridimensionato Berlinguer. Cosa resta alla sinistra italiana? Harry Potter e Obama, a quanto sembra. Ma la Rowling non scrive più e Obama precipita nei sondaggi. Era rimasta una sola icona all’internazionalismo proletario, un faro per i progressisti di tutto il mondo, una consolazione per i nostalgici del socialismo: i Beatles. Sì, il quartetto di Liverpool autore di memorabili canzoni di lotta come “Michelle ma belle, these are words that go together well”.<br />
<span id="more-36419"></span><br />
Sostituito l’obiettivo della dittatura del proletariato con quello della dittatura del magistrato, il Minculpop guidato da Eugenio Scalfari, Concita Degregorio e Manu Chao avrebbe cancellato dal repertorio delle (ex) Feste dell’Unità <em>L’internazionale</em>, <em>Bandiera Rossa</em> e perfino <em>Bella Ciao</em>, imponendo che all’inizio e alla fine di ogni giornata di dibattiti sia suonato il nuovo inno unificante e unificatore: <em>Imagine</em> dei Beatles.</p>
<p>E così sabato 14 agosto, mentre noi giocavamo con palette e secchielli,  <em>Il Foglio</em> ha vibrato il colpo mortale contro ciò che rimaneva della cultura di sinistra, definendo “citrullo” John Lennon, “mediocre” Ringo Starr e “copioni senza vergogna” i Beatles. Alla penna sadica di Camillo Langone sono bastate 30 righe in prima pagina per distruggere l’ultimo mito degli antiberlusconiani. Pare che Veltroni, Realacci e la Melandri siano stati visti mentre vagavano in stato confusionale a Capalbio, scoppiando improvvisamente a piangere ogni pochi minuti. </p>
<p>Per il noto musicologo Langone, Imagine “è un testo da centro commerciale, perfetto per favorire gli acquisti”. Guarda, guarda: non sapevamo che al <em>Foglio </em>avessero qualcosa contro i centri commerciali visto che, dalla nascita, il giornale consacra la parte migliore delle sue energie a difendere l’ex proprietario della Standa, un ben noto trapiantato pilifero che ama esibirsi in canzone pseudonapoletane di fronte a fanciulle cresciute in convento.</p>
<p>Ma veniamo al cuore delle accuse contenute nella devastante prosa Langoniana: “Il critico Piero Scaruffi ha analiticamente spiegato come gli Scarafaggi fossero dei copioni senza vergogna e imitassero i Beach Boys in ogni dettaglio, dalle armonie vocali al modo di suonare il basso a quegli arrangiamenti barocchetti che sono arrivati fino a Cesare Cremonini, pari pari. Chi non ci crede ascolti <em>God only knows</em>, pubblicato dai californiani un anno prima di <em>Sergent Pepper</em>, e trasecoli”.</p>
<p>Intanto che noi poveri radical-chic trasecoliamo di fronte a scoperte così originali, vediamo cosa dice il ponderoso dizionario Ragazzini 2011 alla voce “scarafaggi”:  traduzione inglese cockroach. Nel testo di Langone “Scarafaggi” era scritto maiuscolo, quindi non doveva trattarsi di un giudizio spregiativo ma di un riferimento al nome del gruppo: forse che “beatles”, in inglese, sono gli insetti grossi e neri che ossessionavano l’immaginario di Kafka? Non proprio: coleottero e, talvolta, scarafaggio in inglese si dice anche “beetle”, con due “e”, che c’entra con “beatle” quanto “seem”, sembrare, c’entra con “seam”, cucire.</p>
<p>I Beatles copiavano i Beach Boys? La risposta è meglio lasciarla alle fonti: Derek Taylor, il loro addetto stampa, si trasferì a Los Angeles nel 1965 per lavorare proprio per i Beach Boys e, a casa sua, si incontrarono Brian Wilson e Paul McCartney. Ecco cosa scriveva Taylor: “C’era stato, per molti anni, un legame di mutua, calda ammirazione, tra i Beach Boys e i Beatles, uno scambio di esultanza ad ogni nuovo disco degli altri (&#8230;) </p>
<p>Negli anni tra <em>Surfin’ Safari</em> e  <em>Revolver</em>, Lennon/McCartney e Wilson osservarono lo sviluppo del lavoro reciproco con crescente interesse e con una sostanziale influenza sulle loro sperimentazioni” (John Luerssen, <em>The Beach Boys: the essential interviews</em>).</p>
<p>I rapporti erano eccellenti: Lennon definì Brian Wilson, il fondatore dei Beach Boys, “un genio” e Wilson riconobbe lo stimolo dato da <em>Rubber Soul </em> nel creare il loro album di maggior successo, <em>Pet Sounds</em>, la cui canzone più importante, <em>Good Vibrations</em>, era stata suonata da lui in anteprima per Paul McCartney nel 1966 a Los Angeles. Non a caso Paul definì poi <em>Pet Sounds</em> il migliore album che avesse mai sentito, con <em>God only knows</em> la sua canzone preferita. Ma, come i corni che si sentono nell’esordio di <em>God only knows</em> ricordano il secondo atto del <em>Crepuscolo degli dei</em> di Wagner, così <em>Sergent Pepper</em> lascia trapelare molteplici influenze musicali, tra cui quella dei Beach Boys. </p>
<p>Sia Wilson che McCartney erano “dotati per la melodia, arrangiatori istintivi e chitarristi elettrici precoci. Wilson non era al livello di McCartney come cantante o scrittore di liriche ma nello studio di registrazione, dove faceva anche il produttore dei dischi dei Beach Boys, era senza pari” scrive il biografo dei Beatles Jonathan Gould, che ha dedicato un intero libro, <em>Can’t Buy Me Love</em>, al rapporto fra i Beatles e gli Stati Uniti. E proprio Gould non ha remore nello scrivere: “<em>Pet Sounds</em> aprì gli occhi di Paul [McCartney] su un mondo di eclettiche possibilità musicali e fu in base allo standard fissato da questo disco che avrebbe misurato il suo stesso lavoro nell’anno successivo”.</p>
<p>Qualcuno crede davvero che il rapporto di emulazione tra due gruppi famosi in tutto il mondo, e diversissimi tra loro,  possa essere definito “plagio”? Che i Beatles “copiassero” era un segreto così ben difeso che ci voleva <em>il Foglio</em> per scoprirlo, quarant’anni dopo?</p>
<p>Ah già, forse era un complotto della sinistra, che ha censurato queste tremende rivelazioni per preservare la propria identità. Probabilmente c’era anche lo zampino della Procura di Milano.</p>
<p>Conclude Langone: “Io poi, francamente non capisco perché qualcuno si interessi ai Beatles quando esistono gli Stones, i Groove Armada, gli Interpol”. </p>
<p>Quanto agli Stones, il fatto che dei settantenni schiamazzino in pubblico urlando “I can get no satisfaction” sembra una pubblicità per il Viagra più che una performance musicale degna di nota. Per il resto, speriamo che nessuno confonda gli Interpol (uno dei tanti gruppi americani post-punk) con l’Interpol vero e proprio, altrimenti Verdini, Cosentino, Caliendo, Brancher, Scajola e altri beniamini del <em>Foglio</em> potrebbero pensare di essere stati scaricati da Giuliano Ferrara e scappare in Libia col motoscafo di Briatore: da villa Certosa sono al massimo un paio di giorni di navigazione. </p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.27</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 09:30:13 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Una rapida carrellata sulle notizie di sabato: otto medici, fra cui tre donne, uccisi in Afghanistan; in Russia 52 morti per gli incendi, in pericolo alcune centrali nucleari;  Fidel Castro interviene, dopo 4 anni di silenzio, per evocare il pericolo di una guerra atomica; nove miliardi di euro di tasse evase recuperati dalla guardia di finanza nel 2009; sei italiani su dieci non vanno in vacanza perché non ce la fanno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/09/carta-strampalata-n-27/">carta st[r]ampa[la]ta n.27</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Una rapida carrellata sulle notizie di sabato: otto medici, fra cui tre donne, uccisi in Afghanistan; in Russia 52 morti per gli incendi, in pericolo alcune centrali nucleari;  Fidel Castro interviene, dopo 4 anni di silenzio, per evocare il pericolo di una guerra atomica; nove miliardi di euro di tasse evase recuperati dalla guardia di finanza nel 2009; sei italiani su dieci non vanno in vacanza perché non ce la fanno. Insomma, anche senza ricorrere ai temi ferragostani come i vip in vacanza a Capalbio o il cane che, lasciato solo, si “suicida” (<em>Corriere</em>, p. 26 e 27), di notizie per riempire il giornale della domenica ce n’erano.<br />
<span id="more-36373"></span><br />
Infatti, domenica 8 agosto <em>Libero</em> ha un titolo che domina la prima pagina: “I Fini ora chiedono la privacy”, notizia il cui impatto sulla vita di tutti i cittadini non può sfuggire ad alcuno.  Sempre in prima pagina c’è un editoriale dal titolo un po’ criptico, “Basta umor nero. Adesso ha deciso di farci sbellicare”,  un intervento di Mario Giordano di un’obiettività anglosassone, “Bocchino e soci fanno il doppio gioco” e perfino il richiamo a un articolo di Geronimo (al secolo Paolo Cirino Pomicino, la cui carriera fu stroncata dallo scandalo delle mazzette della sanità): “Inutile rinegoziare con i fuorusciti”.</p>
<p>Ai quattro articoli di prima pagina su Fini seguono due articoli a p. 2 (con foto dell’ormai troppo noto appartamento di Montecarlo), due articoli a p. 3 (con foto di Elisabetta Tulliani e del fratello), due articoli a p. 4, tre articoli a p. 6, tre a p. 7, tre a p. 8 e uno a p. 9. Totale 17 pezzi tutti sullo stesso argomento, interrotti solo dalla pubblicità di stivali da polo (tipico sport bergamasco) che occupa tutta la p. 5.</p>
<p>Dimenticavo di segnalare, a p. 10, un commento del noto costituzionalista Stefania Craxi che fa le pulci a Montesquieu: “Ha perfettamente ragione il Presidente Berlusconi quando contrappone la grande quantità di volontà popolare, raccolta da lui e dal suo Governo, agli stop e alle recriminazioni di istituti della democrazia scritta”. Per esempio, quando la banda Bassotti se ne va col malloppo della banca, i poliziotti non dovrebbero gridare: “Stop! In nome della legge fermatevi!” Sarebbe una recriminazione. Se poi si bada alla “democrazia scritta” dove si va a finire? Ridateci la democrazia orale, magari con le mentine per avere l’alito più fresco.</p>
<p>Sempre di fronte al menù di stragi in Afghanistan, catastrofi ecologiche in Russia, appelli di Fidel Castro e altre sciocchezzuole domenicali, il <em>Giornale</em> che fa? Prima di tutto mette una bella foto di Jean Paul Belmondo con la nuova compagna sotto il titolo “Lasciate che i settantenni si godano la vita” (sì, caro Feltri, sappiamo che ne hai compiuti 67, ma insomma&#8230;). Poi, ignorando i 1600 morti per le alluvioni in Pakistan, le previsioni sull’aumento della disoccupazione italiana in autunno e il blocco di esportazioni di grano dalla Russia (che minaccia di far salire i prezzi del pane alle stelle) il quotidiano del Fratello-di-voi-sapete-chi dedica il titolo principale alle case di Alleanza Nazionale: “Dopo il cognato spunta l’amico”. Troviamo poi un intervento dell’Heidegger di Bisceglie, Marcello Veneziani, su Fini ex subacqueo e un’intervista a Giuliano Urbani “Il ribaltone è già fallito”. Questo si che è giornalismo.</p>
<p>A seguire, le pagine 2, 3, 4, 5, 6 e 9 sono dedicate a Fini e al patrimonio di AN, per esempio: “Che fine ha fatto il gatto ereditato?” (p. 2) che si collega  idealmente alla pubblicità di croccantini di p. 8: “Per un’estate che lascia il segno divertitevi con i vostri amici a 4 zampe”. A p. 7 la già citata pubblicità di stivali da polo <em>La Martina</em>, che sicuramente attirerà l’attenzione del popolo della Val Brembana e della Val Seriana, tirato in ballo da una dotta analisi delle pagine culturali: “Come in politica, anche in pittura si allungano le distanze fra i gusti delle élite e quelli popolari”. L’articolo di Luca Beatrice  (p. 19) rivendica orgogliosamente  la passione per “un’arte bella, autentica, ideale fusione fra contemporaneità e tradizione, non generica ma fortemente incline  a considerare le radici locali” perché la sinistra “fin dai tempi di Togliatti non riconosce il bello”. </p>
<p>Ecco, noi saputelli che invece ci accontentiamo di un’arte brutta, falsa,  generica e priva di radici  come quella di Francis Bacon subiremo il giusto contrappasso: studiare l’opera omnia di Erica il Cane, il Caravaggio  dei nostri tempi, secondo il <em>Giornale</em>. Un’opera alquanto vasta, trattandosi di giganteschi murales, opere per definizione “radicate” nei muri dove sono state dipinte.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/09/carta-strampalata-n-27/">carta st[r]ampa[la]ta n.27</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.26</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 15:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>È tutta una questione di numeri. Sabato 31 luglio, il <em>Giornale</em> spara un titolo a tutta pagina: “Il nuovo gruppo nasce con il pallottoliere” (p.5). I deputati che hanno seguito Fini sono 33, numero  che è stato immediatamente dichiarato illegale da Cicchitto, come le intercettazioni della Procura di Palermo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/06/carta-strampalata-n-26/">carta st[r]ampa[la]ta n.26</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>È tutta una questione di numeri. Sabato 31 luglio, il <em>Giornale</em> spara un titolo a tutta pagina: “Il nuovo gruppo nasce con il pallottoliere” (p.5). I deputati che hanno seguito Fini sono 33, numero  che è stato immediatamente dichiarato illegale da Cicchitto, come le intercettazioni della Procura di Palermo. Il Sudoku, che sul <em>Giornale</em> stava a p. 33, d’ora in poi sarà ribattezzato “Sumontekarlo” e la pagina sarà numerata come 32bis.</p>
<p>In effetti, al <em>Giornale</em> si fanno gli straordinari: azzannare i polpacci di Gianfranco Fini, mordere le chiappe di Italo Bocchino e addentare le caviglie  di Fabio Granata è fatica. Le carte della casa a Montecarlo di qua, le sorti del  governo  di là, le interviste a celebri pensatori liberali come Pino Rauti e Francesco Storace, le “dieci domande” al presidente della Camera in stile Repubblica de noantri: per riempire le 36 pagine Feltri ha dovuto mobilitare pure le donne delle pulizie.<br />
<span id="more-36361"></span><br />
Comprensibile che, in tutto questo ambaradan, qualcuno abbia dimenticato la calcolatrice e, sotto il titolo di cui dicevamo, abbia pubblicato una tabella che non necessariamente sarebbe stata approvata dalla mia maestra delle elementari. Il Senato, secondo il <em>Giornale</em>, è composto da 322 senatori, la maggioranza necessaria , secondo la tabella, sarebbe 158. Ohibò! 137 senatori rimangono fedeli a Berlusconi e 26 appartengono alla Lega, totale 163, quindi il centrodestra avrebbe un confortevole margine di sicurezza di cinque voti.</p>
<p>Vediamo di risolvere, sia pure senza l’aiuto del matematico russo Grigori Perelman, la complessa equazione da cui dipendono gli equilibri parlamentari: 322 fratto 2 più 1. Ovvero: la maggioranza di un’assemblea legislativa richiede la metà dei componenti più uno e la metà dei 322 senatori quant’è? 161 dice la mia matita Faber Castell. Più uno, quanto sarebbe? 162 e non 158. Sorpresa: al Senato, Berlusconi avrebbe 163 voti, cioè si troverebbe nella stessa condizione di Prodi, con un solo voto di maggioranza.  Se si desse retta a Repubblica, che attribuisce a ciò che rimane del Pdl 161 seggi, il governo sarebbe già sotto.</p>
<p>È tutta una questione di numeri: a fianco dei conti su Camera e Senato, il Giornale sostiene in un colonnino che “La squadra di Fini costa ai cittadini 35 milioni di euro per cinque mesi”. Trentacinque milioni, mica noccioline. Poi uno legge l’articolo e scopre che i 35 milioni di euro corrispondono ai trasferimenti dal bilancio della Camera ai gruppi per l’intero 2010 e per tutti i gruppi parlamentari. Cioè Pdl, Lega, Pd, Italia dei Valori e quant’altro. La parte che toccava ai 271 parlamentari di Berlusconi e Fini era 11.684.296 euro. I 33 scissionisti, quindi, quanto incasseranno? Circa 1,4 milioni per 12 mesi, ovvero 580.000 euro da agosto a dicembre. Arrotondiamo pure a 600.000: si tratta di circa 58 volte di meno di quanto dichiari il titolo sui 35 milioni, senza contare che i parlamentari vengono pagati indipendentemente dal gruppo a cui appartengono, quindi che i 33 giuda seguano Fini, si iscrivano a Scientology o si dichiarino seguaci di Fidel Castro nel bilancio costano uguale.</p>
<p>È tutta una questione di numeri:  contro l’ipotesi un governo tecnico che escluda Berlusconi, Umberto Bossi (cito dal <em>Giornale </em>di domenica 1 agosto) “mostra i denti: «La Lega ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine, se non c’è democrazia nel Paese la riportiamo noi»”. E’ l’inflazione: se il padano Mussolini, nel 1940, favoleggiava  di 8 milioni di baionette, il padano Bossi, nel 2010, vanta ben 20 milioni di uomini pronti a seguirlo. Da dove verranno? Il conto è presto fatto: nelle presumibili aree di reclutamento della Lega -Piemonte, Lombardia e Veneto- abitano circa 19 milioni di persone, quindi grosso modo 9 milioni di maschi (che vivono tanticchia meno delle femmine). I nove milioni non sono tutti in età militare: comprendono neonati, iscritti alle elementari, teenager avvezzi a maneggiare la playstation più che il kalashnikov, oltre a una discreta quota di ultrasettantenni con l’artrosi, di residenti nelle cliniche “Anni azzurri” e altri fedelissimi bisognosi del pannolone. A essere molto generosi, di uomini in grado di marciare  su Roma ne restano 4 milioni, gli altri 16 milioni Bossi li recluterà fra gli extracomunitari? Certo che lo spettacolo delle colonne di camice verdi riunite al casello di Melegnano, inquadrate da Calderoli con le braghe corte, pronte a imboccaare l’autostrada dietro lo striscione “No al governo tecnico” sarebbe degno di Almodovar.</p>
<p>È tutta una questione di numeri: sempre domenica, al bar della spiaggia siamo la metà di mille e io cerco invano di ordinare due ghiaccioli. Poi il vicino di tavolo, che di solito parcheggia il SUV nero, blindato e con i vetri fumé in quarta fila, si mette a snocciolare le cifre: “Berlusconi sta in carrozza: al Senato la maggioranza è 158 e lui ha 163 fedelissimi”. Gli chiedo di prestarmi il <em>Giornale</em>, dove sta leggendo un articolo  intitolato “Ribaltone impossibile”. A fianco, p. 4, la stessa tabella del giorno precedente: senatori 322, maggioranza 158. Torno sotto l’ombrellone e cerco di rileggere  <em>Il mago dei numeri</em> di Hans Magnus Enzesberger, promettendo alle nipotine pesaresi 33 ghiaccioli a testa se riescono a risolvere da sole l’equazione da cui dipendono le sorti dell’Italia: 322 fratto 2 più 1.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/06/carta-strampalata-n-26/">carta st[r]ampa[la]ta n.26</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.24</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 09:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del <em>Foglio</em>, del <em>Giornale</em> e di <em>Libero</em>, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/19/carta-strampalata-n-24/">carta st[r]ampa[la]ta n.24</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1-300x225.jpg" alt="" title="charles_aznavour_jarg_and_danny" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-36126" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del <em>Foglio</em>, del <em>Giornale</em> e di <em>Libero</em>, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa. Per esempio, il <em>Giornale</em> di domenica 18 luglio dedicava un enorme titolo in prima pagina, seguito dalle intere pagine 2 e 3, a un’intervista con Fedele Confalonieri, l’alter ego di Silvio fin da quando andavano dai salesiani. Titolo: “Vi racconto il vero Berlusconi”.<br />
<span id="more-36118"></span><br />
E cosa racconta il fedele Fedele? Che Berlusconi amava più “ballare con le ragazze” che suonare e cantare nella band di cui entrambi facevano parte; che comunque “è un uomo di spettacolo nato”; che “è sempre stato molto sorprendente”; che “alla fine alla base di tutto c’è la fortuna”. Che originalità! Che creatività! Che rivelazioni! Uno scoop che segue quello della prima pagina di venerdì 16, sotto il titolo “E Berlusconi se la canta”, illustrato da un fotomontaggio in cui compaiono insieme il Nostro e Charles Aznavour. che deve esibirsi lunedì 19 a Milano.</p>
<p>Il cugino di campagna del <em>Giornale</em>, il mitico <em>Libero</em>, decide che la crisi economica, le quotidiane novità sugli allegri compari Carboni, Verdini e Cosentino, la manovra di Tremonti, il chiacchiericcio sui governi di unità nazionale, gli attacchi in Afghanistan e la marea nera in Louisiana sono quisquilie, pinzillacchere, notizie vecchie e sbadigliose. Quindi dedica l’intera prima pagina a: “<em>Libero</em> 10 e gode”, ovvero un’autocelebrazione dei propri dieci anni di vita. Per l’occasione, a <em>Libero</em> rispolverano gli ex direttori come (L)ittorio Feltri, i collaboratori di lungo corso come Mario Giordano e perfino l’immancabile Betulla, al secolo Renato Farina, unico scribacchino italiano che sia riuscito a combinarla talmente grossa da farsi espellere dall’Ordine dei giornalisti (faceva lo spione di magistrati, il che nel PDL è risultato opera talmente meritoria da mandarlo in parlamento). Seguono sei pagine dedicate ai memorabili fasti giornalistici del quotidiano “popolar-scapigliato”, come lo stesso si autodefinisce a p. 3.</p>
<p>Sabato, <em>il Foglio</em> (“tendenza Veronica”) affida invece a Umberto Silva un’interessante riflessione sull’attualità politico-giudiziaria: “Quanti sono gli italiani che pensano che il paese sia governato da una Banda Bassotti capeggiata dal premier? Tutti. Lo pensa l’opposizione, lo pensa il terzo polo, lo pensano i finiani.”</p>
<p>Roba forte, come si vede. Ma questo Silva da dove sbuca? Sarà mica un fratellastro della Boccassini, un cugino di Travaglio, un nipote di Padellaro, uno pseudonimo di Valentino Parlato?<br />
Non bastasse, l’articolo continua così: “Lo pensa la puritana Lega, che gli è alleata solo per ottenere quel federalismo con cui lo scalzerà, e lo pensano anche i suoi seguaci, che anche per questo lo ammirano. Naturalmente lo penso anch’io e sono sicuro che lo pensa anche lui, il Cavaliere, quando la mattina legge i giornali”. Ullallà, una confessione in piena regola, che poi l’autore rafforza sostenendo che comunque gli italiani amano Silvio “perché il bandito piace, lui che si permette di tutto senza piegarsi a malinconici compromessi con le buone maniere della civiltà”. Dal che si deduce che Berlusconi starebbe “fuori” non solo dalle buone maniere ma perfino dalla “civiltà” stessa, tesi che neppure Maurizio Viroli nel suo recente saggio <em>La libertà dei servi</em> (Laterza), aveva osato avanzare.</p>
<p>Naturalmente, è possibile che Silva abbia rispolverato il suo manuale del liceo e scoperto l’esistenza dell’antifrasi, una figura retorica che consiste nell’affermare qualcosa intendendo l’esatto opposto. Il manuale riporta vari esempi, come l’esclamare “Che bella macchina!” di fronte a un orrendo catorcio. Il problema, però, nasce se qualcuno dice “Che catorcio!” di fronte a un autentico catorcio: il manuale non prevede, in questo caso, che il vero senso della frase sia “Che bella macchina!”</p>
<p>Lo sa bene l’Heidegger di Bisceglie, ovvero Marcello Veneziani, che il giorno dopo risponde fulmineamente sul <em>Giornale</em>: “Quella tesi ridicola sul Cav malavitoso”. L’onnipresente giornalista-filosofo tempesta: “Mi offende leggere la riduzione di questa fase della nostra vita politica al disegno criminale. Offende l’intelligenza, la dignità, il nostro senso morale. Ma offende soprattutto la percezione della realtà, dei fatti e delle circostanze” (p. 4). Certo, l’invettiva sarebbe stata più convincente se avesse scritto “la realtà” invece che “la percezione della realtà”, concetto leggermente diverso, ma passons…</p>
<p>Insomma, nei giornali di famiglia si litiga? O siamo noi intellettuali da strapazzo che cerchiamo conferma ai nostri preconcetti giacobini? Per dirimere la questione siamo andati a vedere se, nelle questioni non politiche, nelle notizie di cronaca che non toccano Berlusconi, gli house organ del centrodestra sono politicamente compatti e ideologicamente puri. Prendiamo la notizia di due genitori di Reggio Emilia, la cui bambina, due anni fa, era stata affidata a un istituto dal Tribunale dei minori che aveva deciso di togliere loro la patria potestà. Per <em>Libero </em>non ci sono dubbi: “Coppia di ex tossici rapisce la figlia dal centro di accoglienza” e il giornalista rincara la dose: “E’ la seconda volta che ci provano” (18 luglio, p. 21). In cella, e buttate via la chiave, non ci sono dubbi.</p>
<p>La stessa notizia ha l’onore della prima pagina sul <em>Giornale</em>, ma Annamaria Bernardini de Pace la pensa diversamente: “Riprendersi i figli è un diritto se il giudice è lento a decidere”. Mica scherzi. La commentatrice tuona: “L’attesa della parola definitiva di un Tribunale è in Italia, sempre ingiustamente e insopportabilmente, oltre il segno dell’umana pazienza. Soprattutto quando si tratta della vita di un bambino” (p. 13). E, per chi non avesse proprio capito, il redattore delle Cronache sovrappone all’articolo della Bernardini un titolo a tutta pagina: “Quando rapire un figlio è un diritto”. In galera, in galera! I giudici, naturalmente.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[L'immagine in apice è tratta da <a href="http://www.sleeveface.com/">Sleeveface</a>]</span></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.22</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su <em>Nazione Indiana</em> la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/05/carta-strampalata-n-22/">carta st[r]ampa[la]ta n.22</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-36032" title="foto pertini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg" alt="" width="336" height="486" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su <em>Nazione Indiana</em> la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.<br />
<span id="more-36030"></span><br />
Le Firme sono il fiore all’occhiello del giornale, gli intellettuali che il direttore vuole assolutamente far scrivere e (un tempo) arruolava con contratti milionari. Ora sono piuttosto loro, le Firme, che andrebbero ogni settimana a farsi cavare un litro di sangue pur di apparire a <em>Domenica In</em> o di firmare 50 righe nelle auguste pagine del <em>Corriere</em> o dell’inserto domenicale del <em>Sole </em>(<em>il foglio</em> e <em>il manifesto</em> riscuotono un successo di stima ma sono considerate solo come tappe per essere promossi in serie A). Solo che una volta le Firme erano Montale, Buzzati, Volponi, Pasolini; adesso sono Gianluca Nicoletti, Mina e Simona Ventura.</p>
<p>Anche <em>il Giornale</em> ha le sue Firme, in particolare Marcello Veneziani, la cui produzione editoriale è sterminata: ha collaborato praticamente a tutti i giornali d’Italia, compreso il fascistissimo <em>Borghese</em>, ha scritto libri con tutti gli editori, per esempio Ciarrapico, quello accusato di aver arraffato contributi pubblici per 20 milioni di euro con giornali di forte impronta culturale come <em>Ciociaria Oggi</em>. Sul suo sito web, Veneziani, afferma di essere posseduto dalla “inquietudine del viandante” : infatti è passato dalle edizioni Settimo Sigillo alla più redditizia Mondadori, dalla scomparsa SugarCo alla frizzante Fazi.</p>
<p>Al <em>Giornale</em>, Veneziani si occupa di un po’ di tutto ma mercoledì 30 giugno (p. 34) si cimentava con un pezzo di storia intitolato, niente meno, “Così i camalli affondarono la democrazia dell’alternanza”. Congratulazioni al caporedattore che ha messo la parola “camalli” nel titolo, difficilmente comprensibile per i suoi lettori in quanto desueta: oggi i portuali genovesi vengono probabilmente chiamati “operatori alle banchine” o qualcosa di simile. Ma vediamo quali sono le tesi del giornalista-scrittore-filosofo sugli avvenimenti del luglio 1960.</p>
<p>Ce lo dice il sottotitolo: “Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero Genova a ferro e fuoco”. Belìn, “a ferro e a fuoco”. La foto su tre colonne che illustra l’articolo mostra gruppetti di persone in mezzo ai tavolini rovesciati di un bar, non precisamente un’immagine tipo Baghdad. E’ vero che ci furono scontri per varie ore tra la Celere e i giovani che manifestavano contro il congresso dell’Msi ma non ci fu nemmeno un morto, né tra i poliziotti né tra i dimostranti, e l’episodio più grave fu il caso di un dirigente degli odiati celerini gettato dai “feroci camalli”, come li definisce l’autore, nella fontana di piazza De Ferrari. Suvvia Veneziani, “a ferro e a fuoco”: guarda che gli archivi dei giornali dell’epoca adesso sono disponibili anche on line, non si possono sparare balle troppo grosse.</p>
<p>La tesi dell’articolo è che il governo Tambroni , “il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi” era “legittimamente uscito dalle urne” e fu rovesciato “da un vero e proprio golpe di piazza” organizzato  dai portuali comunisti e dal “violento” Sandro Pertini.</p>
<p>Il filosofo di Bisceglie dichiara <a href="http://www.marcelloveneziani.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=47&amp;Itemid=29">sul proprio sito</a> che “non pretende di scoprire verità che nessuno finora aveva mai pensato o conosciuto” e quindi è necessario dargli un piccolo aiuto sulla faccenda del governo Tambroni “legittimamente uscito dalle urne”. Nella primavera 1960 non c’erano affatto state elezioni: il 24 febbraio si era dimesso il governo Segni per contrasti interni alla DC, come spesso accadeva a quei tempi, e ci furono vari tentativi di comporre un nuovo esecutivo, tra cui un incarico a Fanfani, che rinunciò il 22 aprile. Solo allora il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi diede l’incarico a Ferdinando Tambroni, che il 29 aprile ottenne la fiducia con i voti missini. Non c’era stata alcuna campagna elettorale di un “centrodestra” contro un “centrosinistra” e la “democrazia dell’alternanza” era di là da venire: furono le varie correnti democristiane a dilaniarsi tra loro e la reazione di Genova fu contro il congresso dell’Msi, allora guidato da un gerarca della repubblica di Salò, un fascista fatto e finito come Giorgio Almirante.</p>
<p>Sempre il filosofo di Bisceglie, che non troppo tempo fa era alla ricerca della sposa invisibile “che si nasconde dietro mille volti: il primo amore, la madre perduta, l’autrice celata, la prostituta, la dea…” , continua nella sua opera storiografica sull’anno 1960: “Anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita”. Vediamo, vediamo, il 30 giugno 1960: Krusciov e Kennedy cosa facevano? Il primo si preparava alla famosa seduta del 12 ottobre alle Nazioni Unite quando, infuriato dall’intervento del delegato filippino, si tolse una scarpa per sbatterla più volte sul banco dietro cui stava: un momento in cui, ai diplomatici occidentali, non apparve affatto tiepido. Quanto al compianto Kennedy, doveva ancora diventare presidente perché in giugno 1960 alle elezioni mancavano parecchi mesi e Richard Nixon era un avversario formidabile: JFK sarebbe stato eletto (con un forte sospetto di brogli) solo in novembre e sarebbe entrato in carica solo nel gennaio 1961. Tra l’altro, in politica estera, il candidato democratico, aveva una posizione estremamente bellicosa, accusando l’amministrazione Eisenhower di aver lasciato i russi prendere un vantaggio nella produzione di missili (l’inesistente missile gap di cui molto si discusse in quei mesi). Altro che “intiepidimento”.</p>
<p>Veneziani conclude che “quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’italia tra il ’64 e il ’70 (…) si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia”. Magari le idee di un golpe (di Freda, Ventura, Rauti, Valerio Borghese e qualche altra decina di missini o ex missini) furono un po’ più di una “tentazione”: il piano di colpo di Stato del generale De Lorenzo arrivò allesoglie della realizzazione, le bombe a Milano del 1969 facevano parte di una strategia della tensione che doveva provocare la nascita di un governo autoritario, così come gli attentati sui treni per cui fu condannato Mario Tuti negli anni ’70 e la bomba di Bologna nel 1980. Per fortuna che il nostro filosofo, ammorbidito dall’età nonostante l’aspetto giovanile, scrive, con magnanimità, che a Genova “forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco”. Almeno nel 1960: cosa fece nel 2001 (con l’entusiastica approvazione di Veneziani) lo sappiamo bene.</p>
<p><span style="color: #00ccff;">[ndr. avrete tutti riconosciuto nell'immagine in apice un fotoritocco, su pacifico fondo azzurro, del "violento Sandro Pertini"]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/05/carta-strampalata-n-22/">carta st[r]ampa[la]ta n.22</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.21</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 08:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mica facile. No, sul serio: la vita dei giornalisti delle pagine culturali è un inferno. Uno va in redazione la mattina e si propone di scrivere su qualche tema  semplice semplice, come “Dio e l’Uomo”, “Chiesa e Stato”, “Autorità e Libertà” o magari “Capitalismo e Democrazia”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/28/carta-strampalata-n-21/">carta st[r]ampa[la]ta n.21</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1-300x239.jpg" alt="" title="habeas_corpus_1" width="300" height="239" class="aligncenter size-medium wp-image-35932" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mica facile. No, sul serio: la vita dei giornalisti delle pagine culturali è un inferno. Uno va in redazione la mattina e si propone di scrivere su qualche tema  semplice semplice, come “Dio e l’Uomo”, “Chiesa e Stato”, “Autorità e Libertà” o magari “Capitalismo e Democrazia”. Il caporedattore neppure vi bada, il direttore è chiuso nella sua stanza, e fino alle sei del pomeriggio vi tocca fare un solitario sul computer, telefonare agli amici della testata concorrente per scambiare un po’ di gossip e, alla fine, consultare il sito di <em>Nazione Indiana</em>. Meglio fare il cronista di nera: un omicidio è un omicidio mentre l’epistemologia chissà cos’è.<br />
<span id="more-35897"></span><br />
Poi i capoccioni del giornale hanno “un’idea” per le pagine del giorno dopo. Una polemica Cavour-Garibaldi? I diari segreti di Togliatti? Rivelazioni scabrose su De Gasperi? No, temi già sfruttati. Il caporedattore vorrebbe un pezzo sulle diatribe tra i giurati del premio Strega, mentre il direttore, che vola alto, pensava a un’inchiesta su “Gianfranco Fini e Hannah Arendt”. Intanto si sono fatte le 18,30 e alle 20,00 bisogna chiudere le pagine.</p>
<p>Passa per caso un vicedirettore che pensa al futuro (il proprio) e butta lì: “Se affrontassimo il tema della privacy? Intercettazioni, libertà personale, rapporto pubblico/privato, libertà di stampa: tutto passa di lì”. Silenzio. Poi il direttore esplode: “Ottima idea! Marina occupatene tu.”</p>
<p>E fu così che la povera Marina Valensise, che di mattina ingolla café-au-lait, a pranzo si concede solo una ficelle con un po’ di Brie e a cena si accontenta di crudités, fu messa al lavoro su concetti  decisamente anglosassoni come la privacy. Come far giocare i francesi a cricket e gli inglesi alla bélote.</p>
<p>Il risultato, sbrodolato su quattro-pagine-quattro del Foglio di sabato 12 giugno, mostra tutta l’antica saggezza del proverbio milanese “Ofelè fa ‘l tò mestè”, che tradotto dal mio sherpa lombardo suonerebbe pressappoco: “Ciascuno faccia il suo mestiere” (e non quello degli altri). Il minestrone comprende infatti il console romano Lucio Quinzio insieme al saggista Edmund Burke, San Paolo insieme a Montesquieu, Sant’Agostino in compagnia di Benjamin Constant, il monarchico Royer-Collard a braccetto con Milan Kundera.</p>
<p>Per esempio, tutti sanno che la <em>Glorious Revolution</em> inglese non è del 1689 bensì del 1688 (quando il re Giacomo II fuggì in Francia il 23 dicembre e Guglielmo d’Orange si insediò al suo posto, il 28 dicembre) ma non importa. Lascia perplessi, invece, il fatto che l’idea del governo rappresentativo “di John Locke, che nella Rivoluzione inglese 1689 aveva difeso l’habeas corpus e la dottrina della tolleranza, rielaborata attraverso la teoria di Montesquieu della separazione dei poteri…”. Certo, le cose britanniche sono complicate, e l’italiano della frase è piuttosto zoppicante ma quel riferimento all’habeas corpus appare alquanto fuori luogo, visto che nell’indice analitico di <em>Two Treatises of Government</em> non compare (sto usando l’edizione critica curata da Peter Laslett per la Cambridge University Press, 1999). Nell’indice si citano Adamo ed Eva, la torre di Babele, il cannibalismo, le concubine, don Chisciotte della Mancia, il profeta Geroboamo e l’arca di Noè, ma non l’<em>habeas corpus</em>. Come mai?</p>
<p>Sarà forse perché  il concetto era presente già nella Magna Charta, imposta nel 1215  dai baroni a re Giovanni, detto Senza Terra? (Per chi volesse approfondire la questione, se ne parla anche nel <em>Robin Hood</em> di Ridley Scott che, secondo l’ANSA, <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cinema/2010/05/18/visualizza_new.html_1793917266.html">cerca di raccontare le verità storicamente accertate</a>).  Oppure perché già dieci anni prima del 1689, nel 1679, il parlamento aveva votato un Habeas Corpus Act che codificava il diritto di ogni persona arrestata ad essere presentata davanti a un giudice il più rapidamente possibile? Insomma, Locke certamente era per l’Habeas Corpus e contro gli arresti arbitrari, ma nella sua opera principale si occupava d’altro.</p>
<p>Valensise ha tradotto Benjamin Constant e Alain Finkielkraut ma di questo la si può perdonare. Quando si avventura nella storia della Grecia antica ha le idee un po’ confuse: il cittadino, scrive,  “aveva  l’obbligo di prendere partito, di schierarsi per una fazione in lotta, [il] dovere [di] partecipare alla vita della polis, difendere le sue idee. E il pazzo che avesse voluto tenersi a distanza dall’agone politico, ostentando magari una calma imperturbabile, andava incontro all’ostracismo, alla perdita dei diritti politici, decretata dal potere pubblico”.</p>
<p>In realtà, il cittadino comune era tanto poco disturbato nel suo “tenersi a distanza dall’agone politico” che Atene lo pagava per frequentare l’agorà o prendere parte alle giurie popolari. Quanto all’ostracismo, la redattrice del <em>Foglio</em> avrebbe potuto utilmente consultare le opinioni di un ex ambasciatore  di nome Alberto Indelicato sull’altro organo della famiglia, il <em>Giornale</em>, dove si sosteneva  che l’ostracismo  ad Atene fu “estremamente limitato” e diretto solo “nei confronti di dirigenti politici troppo popolari e che avevano successo”. Secondo Indelicato, “dal 443 al 416 a.C. fu eseguito una sola volta” (20 agosto 1999).</p>
<p>Dirigenti politici troppo popolari, com’è ovvio: la procedura, che richiedeva una votazione dell’assemblea, non era certo usata per privare il cittadino qualsiasi dei suoi diritti politici, ma veniva usata per esiliare dei leader che minacciassero di instaurare un potere personale, come avvenne con Alcibiade. Una visitina alla biblioteca Sormani avrebbe poi permesso di consultare un autorevole testo dello storico inglese Moses Finley, che sull’ostracismo scriveva: “L’ostracismo venne introdotto nel momento in cui gli ateniesi introdussero un sistema democratico, dopo i decenni della tirannide pisistratide. (…) Si decise che il rischio di un’altra tirannide poteva essere ridotto espellendo per dieci anni un leader troppo fortunato e popolare, se si raggiungeva un minimo di 6000 voti in un procedimento formale di votazione” (<em>La politica nel mondo antico</em>, Laterza 1985, p. 82).</p>
<p>Dalla Grecia a Roma: leggendo un po’ frettolosamente Fustel de Coulanges, Marina Valensise scrive che: “Il civis romano apparteneva allo stato anima e corpo: era votato alla sua difesa, a Roma doveva prestare servizio militare fino a 46 anni, i suoi beni erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori tenuti, in caso di necessità, a cedere l’olio prodotto allo stato. Di privacy, dunque, nessuna traccia”.</p>
<p><em>A vrai dire</em>, non è del tutto chiaro cosa c’entri il servizio militare con la privacy: se l’esistenza della leva significa che la privacy scompare, evidentemente questo prezioso bene non è mai esistito nei secoli, e in particolare in nessuna democrazia occidentale. Fino a ieri, infatti gli eserciti di coscritti erano la base della difesa nazionale in tutto il mondo e solo molto recentemente sono stati sostituiti da truppe volontarie o professionisti.</p>
<p>Con buona pace dell’autrice, la descrizione “i beni del cittadino romano] erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori” si attaglia di più all’economia cambogiana sotto Pol Pot che a quella della Roma antica, peraltro difficile da sintetizzare in una frase visto che il periodo da prendere in considerazione supera i mille anni. Durante la repubblica, Roma era uno stato militarizzato? Certo, la percentuale di maschi adulti che  prestavano servizio militare era molto elevata. Che questo significasse un’economia di guerra permanente e un egualitarismo simile a quello della Corea del Nord è una tesi che farebbe bocciare qualsiasi studente all’esame di maturità.</p>
<p>Per esempio, Livio ci dice che nel 214 a. C., durante il conflitto con Cartagine, i consoli ordinarono un prelievo fiscale straordinario sui contribuenti più ricchi, ai quali fu richiesto di fornire l’equipaggiamento e la paga per piccoli gruppi marinai, fino a un massimo di 8: “Fu questa <em>la prima volta</em> che una flotta romana venne equipaggiata a spese dei privati”. C’era Annibale alle porte, il provvedimento non sembra particolarmente staliniano.</p>
<p>Per <em>il Foglio</em>, “i beni [dei cittadini] erano a disposizione dello stato”. La verità è piuttosto il contrario: élite politica ed élite economica largamente coincidevano: “Gli aristocratici possedevano molta parte della ricchezza” (Finley, op. cit., p. 20). “Quasi tutti i senatori venivano da ricche famiglie di proprietari terrieri. I loro vasti profitti come generali e governatori venivano investiti quasi interamente in terre, e il prezzo della terra andò alle stelle” (<em>The Columbia History of the World</em>, 1981, p. 195). E per quanto riguarda “i gioielli delle donne”, Tito Livio riferisce nelle sue <em>Storie </em>(34, 1-8) che, nell’anno 195 a. C., una legge suntuaria (cioè sul lusso) che limitava l’uso di carrozze e ornamenti fu abolita di fronte alle energiche proteste delle signore ingioiellate.</p>
<p>Non vorremmo pensare che queste cupe descrizioni della repubblica romana debbano servire a giustificare poco nobili preoccupazioni per la privacy telefonica di ministri, sottosegretari e appaltatori della “cricca”… </p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 19</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 10:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Quando erano più  piccole, le mie nipotine pesaresi adoravano far impazzire i grandi che le interrogavano sui numeri: “Quanto fa 10 più 10?” chiedeva, melenso, l’adulto sorridente. “Undici”, rispondeva implacabile Teresa. “Ma no, sono sicura che lo sai, 10 più 10, come le dita, quanto fa?” “Quindici”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/carta-strampalata-n-19/">carta st[r]ampa[la]ta n. 19</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Quando erano più  piccole, le mie nipotine pesaresi adoravano far impazzire i grandi che le interrogavano sui numeri: “Quanto fa 10 più 10?” chiedeva, melenso, l’adulto sorridente. “Undici”, rispondeva implacabile Teresa. “Ma no, sono sicura che lo sai, 10 più 10, come le dita, quanto fa?” “Quindici”. “Su, non fare la sciocchina”, sospirava la nonna, “guarda le due mani: quante dita ho”? “Quattro” era la risposta. Di solito, il benevolo esame finiva lì e si andava comprare il gelato (fuori casa i piccoli mostri capivano perfettamente la differenza tra “2 palline”, “3 palline” e “4 palline con panna”).</p>
<p>Qualcosa del genere succede probabilmente anche al <em>Giornale</em> dove, il 9 giugno, Feltri ha lanciato la sua campagna per tagliare i fondi alle associazioni come l’Anpi, commissionando un articolo intitolato “Pochi fondi agli ex soldati: fanno incetta solo i partigiani”. Qualcuno potrebbe magari obiettare che i partigiani <em>erano </em>soldati, visto che il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia era un organismo riconosciuto non solo dal governo dell’Italia liberata ma anche dalle potenze alleate, che mandavano armi, uomini e istruzioni. Il comandante<br />
militare era Raffaele Cadorna, generale dell&#8217;esercito regolare italiano. Ma forse è troppo chiedere che “Littorio” Feltri (come lo ha soprannominato Marco Travaglio) si sia accorto di queste cose a soli 65 anni dal 25 aprile 1945 e a 62 anni dall’approvazione della Costituzione (che il suo datore di lavoro vuole cancellare perché è “un inferno”).<br />
<span id="more-35668"></span></p>
<p>Sorvolando sul fatto che la distinzione “ex soldati/partigiani” è fasulla e puzza di apologia del fascismo, un piccolo sforzo avrebbe almeno potuto essere fatto per far quadrare le tabelline. Scrive infatti Fausto Biloslavo: “Nel 2009 oltre 600mila euro sono andati a finire nella casse di sodalizi come l’Associazione nazionale partigiani d&#8217;Italia (165.500 euro), l’Associazione nazionale dei martiri caduti per la libertà della patria (65.000), l’Associazione reduci della prigionia, dell’internamento e della guerra di liberazione (81.500), l’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate (80.500). La frammentazione delle associazioni legate alla Resistenza favorisce la divisione sbilanciata della torta. Per cui anche la Federazione italiana delle associazioni partigiane si è beccata 28mila euro. La Difesa da soldi pure all’Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini (i partigiani «rossi»), alla Federazione italiana volontari della libertà (96.500) e altri ancora.”</p>
<p>Beh, una calcolatrice tascabile, di quelle che una volta davano in omaggio con Amica, avrebbe permesso di scoprire che 165,5+65+81,5+80,5+96,5 non fa affatto “oltre 600mila euro” ma, semmai,  489.000, che in realtà sono 408.500 se si depenna il contributo alla l’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione <em>inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate</em>, che dovrebbero essere cosiderati soldati perfino dal ministro La Russa; un totale che diminuisce ulterormente se si sottrae almeno metà dei contributi (81.500) che riceve l’Associazione dei reduci della prigionia e dell’internamento, la maggioranza dei quali erano soldati dell’esercito di Mussolini internati dai tedeschi in Germania dopo l’8 settembre 1943.</p>
<p>Il totale corretto è quindi 367.750 euro: che differenza c’è tra 367.750 e “oltre 600.000”? Circa il 40%: il <em>Giornale</em> ha gonfiato del 40% la somma delle cifre che lui stesso pubblica (evidentemente contando sul totale analfabetismo matematico dei propri lettori, che poi si lamentano di pagare troppe tasse).</p>
<p>Per promuovere gli umori bellicosi delle signore impegnate nello shopping in via della Spiga, l’autore prosegue scrivendo di “Briciole a paracadutisti e alpini”. In effetti: i primi hanno diritto solo a 15.500 euro, mentre l’associazione nazionale alpini ne ottiene 27.000, i bersaglieri meno di 20.000 e i fanti sono fermi a 10.500. Occorre però fare le somme dei contributi maggiori  che qualche malevolo caporedattore ha inserito nella tabella incorporata nell’articolo: Associazione nazionale combattenti e reduci, 212.000. Lega Navale, 44.000. Opera nazionale dei figli degli aviatori, 28,500. Ex carabinieri, 13.000 euro,e via distribuendo.</p>
<p>La tabella permette di fare rapidamente i conti di quanto le tradizionali associazioni combattentistiche care ai nostalgici dell’impero ricevono ogni anno (in migliaia di euro). 212+80,5+44+28,5+27+20+15,5+13+10,5+4, a cui va aggiunta metà dei contributi che riceve l’Associazione dei reduci della prigionia e dell’internamento, cioè 40.750 euro. Il totale fa 495.750 euro, che è parecchio di più dei 367.750 euro destinati ai “partigiani” che “fanno incetta”.</p>
<p>Sempre il 9 giugno, in un’altra pagina del <em>Giornale</em>, Giuseppe Bedeschi attacca, con 65 anni di ritardo, il governo Parri, che avrebbe voluto –orrore!- epurare i fascisti: nel 1945, il partito d’azione, scrive l’articolista, esigeva “un’epurazione radicale contro tutti coloro che avessero collaborato in qualche modo col fascismo o avessero occupato cariche, piccole o grandi, nell’Italia fascista: il che significava epurare una grossa parte del popolo italiano”. Anche qui con i numeri non ci siamo; chi avrebbe dovuto essere allontanato dalla vita pubblica erano i dirigenti del fascismo, gli alti funzionari, i magistrati e i poliziotti: qualche decina di migliaia di persone. Una “grossa parte del popolo italiano” avrebbero dovuto essere 10 o 15 milioni di persone, una frottola colossale.</p>
<p>Bedeschi e tutti i nostalgici, naturalmente, dimenticano di precisare che l’epurazione <em>non si fece</em>, nemmeno in minima parte: il 22 giugno 1946 l’odiatissimo Togliatti, ministro della Giustizia, fece promulgare l’amnistia con cui si metteva fine anche ai pochi processi in corso contro i criminali fascisti. </p>
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		<title>La barbarie</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 12:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.16</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 10:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Travolti dalla crisi greca, due settimane fa abbiamo dovuto rinviare alcune benevole considerazioni sulla lungimiranza e la capacità di analisi dimostrate dai quotidiani italiani nel riferire delle elezioni inglesi, cominciando dal <em>Corriere della sera</em>.<br />
<br />
Si avvicina il giorno delle elezioni e il <em>Corriere</em> del 6 maggio manda Michele Farina a realizzare un reportage da Hampstead intitolato: “Vacilla anche il regno di «Glenda la rossa»”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/carta-strampalata-n-16/">carta st[r]ampa[la]ta n.16</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/glenda-jackson-c1968-1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-34844" title="glenda-jackson-c1968-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/glenda-jackson-c1968-1-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Travolti dalla crisi greca, due settimane fa abbiamo dovuto rinviare alcune benevole considerazioni sulla lungimiranza e la capacità di analisi dimostrate dai quotidiani italiani nel riferire delle elezioni inglesi, cominciando dal <em>Corriere della sera</em>.<br />
<span id="more-34795"></span><br />
Si avvicina il giorno delle elezioni e il <em>Corriere</em> del 6 maggio manda Michele Farina a realizzare un reportage da Hampstead intitolato: “Vacilla anche il regno di «Glenda la rossa»”. Il riferimento è alla celebre attrice Glenda Jackson, dal 1992 deputato laburista. L’incipit dell’articolo è in presa diretta, come nelle migliori tradizioni dei cronisti montanelliani: “«Votavo laburista. Ma vincevano i conservatori. Poi è arrivata Glenda, con i suoi due Oscar, la famiglia operaia&#8230;». Nancy Kumalo, 60 anni, infermiera dello Zimbabwe, guarda la dimessa vetrina della sezione Labour su Kilburn High Road…”.</p>
<p>Infermiera <em>dello Zimbabwe</em>? Se erano gli africani senza diritto di voto a sostenere i laburisti, per forza vincevano i conservatori. O forse Nancy <em>originariamente</em> veniva <em>dallo</em> Zimbabwe e <em>poi </em>è diventata cittadina inglese?</p>
<p>Quisquilie. Pinzillacchere. Ciò che importa è l’analisi politica che l’inchiesta sul luogo comunica al lettore: si vede che si tratta di un pezzo scritto come si faceva una volta, consumando le suole delle scarpe per vedere la realtà con gli occhi del cronista. Adesso, scrive Farina, è Glenda Jackson “secondo i sondaggi e le puntate dei bookmaker dal William Hill all&#8217; angolo, ad arrancare al terzo posto. Con il suo cappottino rosso e la faccia tirata, incarna l&#8217; incubo lab: scalare terzi, sorpassati pure dai LibDem”.</p>
<p>Il “cappottino rosso e la faccia tirata…” il concetto è chiaro: Glenda si prepara a darsi al giardinaggio. Risultati della circoscrizione di Hampstead e Kilburn, 24 ore dopo? Prima Glenda Jackson, secondo il candidato conservatore, terzi i LibDem, in calo del 6% rispetto alle elezioni precedenti.</p>
<p>Farina può giustificarsi sostenendo di essere in buona compagnia: non solo i quotidiani italiani ma perfino il rispettato <em>Le Monde</em> ha talvolta ceduto alla tentazione di pubblicare stravaganti previsioni sul voto inglese. Per restare da noi, il<em> Giornale</em> spiegava (15 aprile, p. 17) che “Gordon Brown festeggia l’inarrestabile rimonta”. L’inarrestabile si è poi arrestata, ma questi sono incidenti che capitano.</p>
<p>Sempre lo stesso quotidiano ricorreva poi a un collaboratore presumibilmente britannico, William Ward, per illustrare ai suoi lettori il funzionamento del sistema politico della Gran Bretagna: “La Camera Alta (…) non detiene il potere esecutivo della Camera dei Comuni” (20 aprile, p. 15). Il potere esecutivo… mi precipito in cantina per estrarre dal baule una copia ingiallita di Montesquieu e faccio un rapido ripasso su ciò che l’illustre teorico francese diceva sulla separazione dei poteri oltre Manica. A quanto pare, il “potere esecutivo” dovrebbe essere del governo di Sua Maestà, mentre al parlamento (Camera dei Comuni e Camera dei Lord) spetterebbe il potere <em>legislativo</em>. Ma forse a Londra qualcosa è cambiato e noi sciocchini non ce n’eravamo accorti.</p>
<p>Torniamo al <em>Corriere</em>. Il 30 aprile, a p. 19, Fabio Cavalera riferisce dell’incontro tra Gordon Brown e una elettrice laburista, incontro che aveva provocato una gaffe del primo ministro, sorpreso dai microfoni mentre definiva la sua sostenitrice Gillian Duffy una “fanatica”. Il corrispondente, sotto un titolo in cui si dice che la pensionata “potrebbe affondare il partito” fa una storia della sua famiglia, di tradizioni assolutamente proletarie e scrive: “Il papà di Gillian era un tipo con le idee chiare. Lo ricorda al mattino quando canticchiava sempre e solo una canzone: «Avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa&#8230;». Orgoglio di famiglia il laburismo”.</p>
<p>L’originale signor Duffy doveva certo essere un emigrato italiano, forse si chiamava Duffi, o Tuffi, perché <em>Bandiera rossa</em> ha la caratteristica di essere un prodotto più lombardo che inglese, dato che la melodia si ispira a un testo che fa così:</p>
<p><em>Ciapa on sass, pica la porta,<br />
o bruta porca, ven giò de bass<br />
</em>(rivolgersi a via Solferino per la traduzione).</p>
<p>E il signor Duffi (o Zuffi, o Puffi), prima di anglicizzare il proprio nome, certo non ignorava che il ritornello di <em>Bandiera rossa</em> si ispira un’altra canzone, più bergamasca che scozzese, che fa così:</p>
<p><em>Ven chi Nineta sota l’ombrelin<br />
Ven chi Nineta te darò un basin<br />
Ven chi Nineta te darò un bel fior<br />
Ven chi Ninetache farem l’amor.</em></p>
<p>La melodia che il signor Duffy (o Buffi, o Guffi) canticchiava sotto la doccia prima di leggere il <em>Daily Mirror</em> ha anche una versione che ancora oggi si può ascoltare a Zogno (Bergamo) e fa così:</p>
<p><em>Al suna la campanèla, ghé né ciar né scür<br />
povere filandere, pichi l’cö nel mür<br />
al suna la campanèla, ghé né ciar né scür<br />
povere filandere, pichi l’cö nel mür</em></p>
<p>Le strofe “Avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa…” sono registrate in molte versioni e non è impossibile che il signor Duffy (o Nuffi, o Fuffi), arrivato a Victoria Station e in attesa di prendere la carrozza per Piccadilly Circus ne abbia sentita una nata durante la prima guerra mondiale che faceva così:</p>
<p><em>Avanti popolo, alla stazione<br />
Gh’è rivà ‘l carbone gh’è rivà ‘l carbone<br />
Avanti popolo, alla stazione<br />
Gh’è rivà ‘l carbone n‘duma a piàl.</em></p>
<p>Esiste, in realtà, una versione della canzone nata all’estero. Forse ci siamo: il signor Duffi (o Ruffi, o Muffi) l’aveva appresa in Bosnia da una colonia di montanari della Valsugana emigrati laggiù nel 1884 e da allora rimasti senza più contatti con l’Italia, come scrive Cesare Bermani nel suo saggio <em>Le</em> <em>origini di “Bandiera rossa”.</em></p>
<p>Ah, la coscienza di classe dei laburisti inglesi! Forse Cavalera, che la sera va a letto leggendo a lume di candela <em>La situazione della classe operaia in Inghilterra</em> di Engels, si è lasciato un po’ prendere la mano.</p>
<p><span style="color: #888888;">[l'immagine è di verdoux.wordpress.com]</span></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.10 &#8211; La paura fa 90, anzi 98.67</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 13:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Grande progresso della ricerca scientifica in Italia: i quotidiani di centrodestra, ieri, sono riusciti a provare scientificamente il detto popolare “La paura fa 90”. Il risultato della ricerca è stato pubblicato sul sito on line del Giornale nella notte fra lunedi e martedì, quando si poteva leggere che il candidato del Pdl in Calabria, Giuseppe Scopelliti aveva ottenuto il 98,67% dei voti validi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/carta-strampalata-n-10/">carta st[r]amp[al]ata n.10 &#8211; La paura fa 90, anzi 98.67</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Nicolae_Ceausescu.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-32531" title="Nicolae_Ceausescu" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Nicolae_Ceausescu-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Grande progresso della ricerca scientifica in Italia: i quotidiani di centrodestra, ieri, sono riusciti a provare scientificamente il detto popolare “La paura fa 90”. Il risultato della ricerca è stato pubblicato sul sito on line del Giornale nella notte fra lunedi e martedì, quando si poteva leggere che il candidato del Pdl in Calabria, Giuseppe Scopelliti aveva ottenuto il 98,67% dei voti validi. Prima di interrogarci se Scopelliti avesse assunto Nicolae Ceausescu buonanima come manager della sua campagna elettorale siamo andati a vedere <a href="http://www.ilgiornale.it/elezioni2010/regionali.pic1?regione=calabria">il risultato </a> (consultato alle 10,20 del 30 marzo) degli altri candidati, scoprendo che Agazio Loiero aveva ottenuto un ottimo 54,49%, più che sufficiente per essere rieletto, e l’altro candidato di centrosinistra, Filippo Callipo, un solido 16,79%. Attendiamo notizie sul riconteggio di questo complessivo 169,95% di voti validi in Calabria.<br />
<span id="more-32341"></span></p>
<p>Gli stanchi compilatori delle statistiche elettorali del quotidiano di Feltri (che non dovrebbe essere lì, essendo stato sospeso dall’Ordine dei giornalisti) hanno qualche buona scusa: dovevano giustificare il titolo di prima pagina “Berlusconi e Bossi volano”. Il riepilogo del voto su scala nazionale registra il Pdl al 26,8%, contro il 35,3% dell’anno scorso alle europee, e il 37,4% delle politiche 2008, che dà un bilancio di dieci punti secchi persi in due anni dal “partito dell’amore”. Un altro paio di vittorie così e Berlusconi si ritroverà a fare il nonno ad Arcore, sostituito a Palazzo Chigi da Renzo Bossi, meglio noto come “Trota”.</p>
<p>Facciamo un passo indietro.  Tutto inizia lunedì mattina, quando <em>il Giornale </em>sparava (è il caso di dirlo) un titolo che chiama i cittadini alle barricate (“Poche ore per fermare la sinistra”), spiegando che l’alternativa al centrodestra sarebbero stati degli amministratori “che mantengono l’amante con i soldi pubblici”. Scritto da qualcuno che prende lo stipendio dal noto “utilizzatore finale” di Noemi, Patrizia e altre showgirl portate con un autobus a due piani a palazzo Grazioli (perché cento taxi tutti insieme avrebbero dato nell’occhio) non è mica male. Ah già, dimenticavamo Villa Certosa,  le performance di Topolanek in piscina e i voli di stato con Apicella.</p>
<p>L’incipit dell’articolo a firma di Salvatore Tramontano è memorabile e senza dubbio verrà incluso nella prossima edizione del Giornalismo italiano (i “Meridiani” sono di Mondadori, anch’essa parte delle proprietà di famiglia). Tramontano, intingendo la penna d’oca nel proprio sangue di cui aveva preventivamente riempito il calamaio, scriveva: “Non è ancora finita. Queste elezioni devono ancora cominciare” (nessuno gli aveva detto, poverino, che si votava  già domenica mattina). E proseguiva: “Ogni regione sembra un quadrato di terreno da non perdere”, chiaramente pensando ai quadrati delle giubbe rosse del duca di Wellington a Waterloo che sconfissero Napoleone. Nel 1815, le cariche dei corazzieri del maresciallo Ney si infransero di fronte al sangue freddo e alla mira micidiale degli inglesi, il dubbio era se gli artiglieri di Renata Polverini o i fucilieri di Roberto Cota sarebbero all’altezza dei loro gloriosi predecessori.</p>
<p>Nelle redazioni del Giornale, di <em>Libero</em>, del <em>Foglio</em>, del <em>Resto del Carlino</em>, della <em>Nazione</em> e del <em>Messaggero</em> i consigli regionali di Lazio e Piemonte diventavano la fattoria di Hougomont e l’incrocio di Quatre Bras, dove invano le ondate dei francesi erano andate a infrangersi. Quando lunedì notte sono arrivate le notizie delle ultime sezioni scrutinate, che portavano in vantaggio Cota e Polverini, per i giornalisti è stato come udire le trombe dei battaglioni prussiani che mettevano in fuga la Vecchia Guardia e chiudevano per sempre l’era di Napoleone.</p>
<p>Così, il titolo del sito web del <em>Messaggero</em> proclamava: “Regionali al centrodestra, da 11-2 a 7-6”. peccato che, se il soggetto era il centrodestra, il risultato passava da 2-11 a 6-7, un miglioramento, ma la maggioranza delle regioni restava, tabelline permettendo, amministrata dal centrosinistra. <em>Libero</em>, che in prima pagina comunicava al mondo “Che goduria!”, a p. 2 continuava con “Successo travolgente”. Talmente travolgente che, come ricordava, alquanto imbarazzato,  il Sole-24 Ore, il Pdl ha ottenuto meno voti di quelli presi nel 2005: per la precisiione, in Piemonte -6,8%,  in Lombardia -2,9%, in Veneto -6,1%,  in Emilia Romagna -2,7% e in Toscana -1%. Ancora meglio <em>il Resto del Carlino</em>, che a p. 1 scrive “Valanga Lega e Pdl” e poi, a p. 2, pubblica un riepilogo dove si legge: “Pdl 26,7%; europee 2009: 35,3%; regionali 2005: 29,1%. </p>
<p>Da generali che ben sanno quand’è il momento di approfittare dello sbandamento del nemico, quelli di <em>Libero</em> stamattina hanno un titolo a tutta pagina: “Forza Silvio, ora o mai più!”. Alla baionetta, naturalmente.</p>
<p>Forse è meglio non abusare della resistenza psicofisica dei lettori, già traumatizzati dalla  riapparizione di Bondi e Gasparri nei talk show di lunedi notte, e abbandonare gli strafalcioni post-elettorali, per una tiratina d’orecchie a Giorgio dell’Arti, il cui <em>Foglio </em>del lunedì è sempre di piacevole lettura, se lo si avvicina dotati di apposite forbici per ritagliare il taglio basso di prima pagina dove il celebre elefantino pubblica i suoi sproloqui bigotti. </p>
<p>Edizione di lunedì  29 aprile, p. 1, colonna Delitti: “Angela Podda, 80 anni. Di Gavoi in provincia di Foggia…” Foggia? Avete proprio scritto FOGGIA? Dell’Arti, quando ammazzano una che si chiama Podda, che vive con qualcuno di nome Contu, in un paese dove i maschi si chiamano Gavino e le femmine Ninuzza, tutto questo può avvenire nel tavoliere delle Puglie? Alla Sardegna, terra di minatori e di emigrazione, volete togliere pure i suoi paesi? Qual è il prossimo passo? Dare a Cossiga il certificato di residenza a Torino, a Berlinguer un atto di nascita a Palermo e a Gramsci la cittadinanza postuma di Milano?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/carta-strampalata-n-10/">carta st[r]amp[al]ata n.10 &#8211; La paura fa 90, anzi 98.67</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.8</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 09:50:37 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p><em>Il Giornale </em>di lunedì 15 marzo, riferendo in una corrispondenza da Parigi sul risultato delle elezioni regionali, scrive: “In vista delle presidenziali del 2012, Sarkozy deve insomma darsi molto da fare. Rischia seriamente di perdere il posto”. E anche la moglie, aggiungiamo noi:  documenti in possesso di Nazione Indiana rivelano che ben presto la compagna Carla Bruni tornerà in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/carta-strampalata-n-8/">carta st[r]amp[al]ata n.8</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carla-bruni-nicholas-sarkozy.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carla-bruni-nicholas-sarkozy.jpg" alt="" title="carla-bruni-nicholas-sarkozy" width="404" height="350" class="aligncenter size-full wp-image-31989" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p><em>Il Giornale </em>di lunedì 15 marzo, riferendo in una corrispondenza da Parigi sul risultato delle elezioni regionali, scrive: “In vista delle presidenziali del 2012, Sarkozy deve insomma darsi molto da fare. Rischia seriamente di perdere il posto”. E anche la moglie, aggiungiamo noi:  documenti in possesso di Nazione Indiana rivelano che ben presto la compagna Carla Bruni tornerà in Italia. Per fare cosa? Ebbene, sembra che Pierluigi Bersani (supplente di matematica nel liceo svizzero dove la giovane Carla studiava) l’abbia convinta a prendere la guida della Commissione Femminile del Partito Democratico.<br />
<span id="more-31988"></span><br />
Ciò  spiega anche la criptica battuta riservata ai fotografi lunedì  sera da Gilberta (questo il suo vero nome), a cena da sola in un bistrò  di Belleville, il quartiere più proletario di Parigi. Ai fotografi che scattavano foto da tutte le angolazioni ha detto, palesemente emozionata: “Finitela, non sono un oggetto sessuale! Aspettate qualche giorno e potrete fotografarmi in Italia, in compagnia delle mie amiche, le mondine di Lugo che sono all’avanguardia nella lotta per difendere i diritti della donna”.</p>
<p>I paparazzi francesi pensavano che “Mondine” fosse un nuovo marchio di moda, e che Carla annunciasse la sua partenza per l’Italia al fine di lanciare una collezione: nessuno è stato però in grado di rintracciare il ristorante “l’Ugo” a Milano, dove si aspettava che l’evento avesse luogo. </p>
<p>A mezzanotte, abbassata la serranda del bistrot, gestito da Vladimiro Bordiga, conosciuto da tutti come “Robespierre”, Carla ha accettato di aprirsi con Nazione indiana: “Con i giornali borghesi ci ho parlato anche troppo, ora voglio scambiare quattro chiacchere fra compagni”. E così, di fronte a un bicchiere di grappa (una bottiglia speciale inviata da Montebelluna) Carla ci ha detto perché torna in Italia e cosa intende fare nel suo nuovo ruolo.</p>
<p>“Non potevo restare a Parigi, men che meno con quel mostro che in un momento di pazzia avevo deciso di sposare e che, fortunatamente ora ha perso le elezioni. Come politico, Sarkozy è quanto di peggio la Francia abbia prodotto dai tempi del governo Thiers e del massacro dei comunardi. Come uomo è un maniaco, che mi ha fatto venire un principio di scoliosi costringendomi a camminare curva tutto il tempo perché non sopportava che, senza tacchi, fossi 10 centimetri più alta di lui”</p>
<p>E l’Italia? “Quando ho visto cosa stava facendo il governo Berlusconi mi ha preso l’indignazione e ho deciso che dovevo fare qualcosa. Sono molto grata alle mondine di Lugo di Romagna e al compagno Bersani che ha deciso di riportare il partito al suo ruolo di opposizione intransigente: mi batterò con tutte le mie forze per difendere i diritti delle donne. Ho sfilato per vent’anni sulle passerelle della moda, d’ora in poi sfilerò tutti giorni nelle piazze italiane. Mi sono comprata delle scarpe comode.”</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/carta-strampalata-n-8/">carta st[r]amp[al]ata n.8</a></p>
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		<title>Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare. </em><br />
George Orwell</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Se non puoi dire la verità – taci.<br />
Guardati dalle mezze verità.</em><br />
Danilo Kiš</p>
<p>C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come “Il Giornale” o come “Libero”? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a “Libero”, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su “Libero”. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali “Il Foglio” o“Il Domenicale”. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’<em>impegno</em> dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.<br />
<span id="more-29385"></span><br />
Se uno scrittore come Paolo Nori scrive per “Libero”, e così facendo dimostra, alla fine, che non è uno scrittore “di sinistra”, o che non è un cittadino con una consapevolezza politica “di sinistra”, non per questo cessa di essere un valido scrittore. Ma è sempre possibile dire che, sul piano politico, Paolo Nori non sta difendendo gli ideali di sinistra o la lotta politica promossa dalle forze di sinistra. Forse, addirittura, il solo fatto di essere uno scrittore, e di credere nei valori veicolati dalla letteratura, dovrebbe rendere consapevole Nori dell’errore che egli commette fornendo legittimità culturale a un quotidiano la cui linea politica si accorda con i programmi governativi di demolizione della cultura, partendo proprio dalle istituzioni che ne garantiscono la trasmissione e lo sviluppo (la scuola e la ricerca). Ma ripeto, il caso Nori o casi affini, ci impongono di riconsiderare in modo esplicito i rapporti tra letteratura e politica.</p>
<p><em>Scrittori di quale sinistra?</em><br />
Io su letteratura e politica la penso esattamente come George Orwell. Mi sembra, infatti, che settant’anni fa, Orwell, durante gli anni Quaranta, abbia chiarito meglio di chiunque altro i rapporti tra letteratura e politica, in un’ottica di sinistra, ma di sinistra “eretica”. È importante scegliersi i propri autori, le proprie fonti, a maggior ragione quando vige la gran confusione, e diventa difficile tracciare confini politici tra destra e sinistra, ma anche semplicemente definire <em>quale</em> sinistra. In Italia, da un decennio ormai, non sembra essere rimasto più che Pasolini come autore di riferimento, e questo sia per chi parla da destra sia per chi parla da sinistra. Ovviamente è innanzitutto responsabilità degli scrittori, di coloro cioè che hanno una qualche funzione elementare nella circolazione delle idee, porre in primo piano la questione delle eredità ideologiche, dei filoni intellettuali ancora fecondi e da valorizzare. Per parte mia posso solo consigliare di leggere senza particolari apriori i seguenti saggi di Orwell: <em>Perché scrivo</em> (1946), <em>La letteratura e la sinistra</em> (1943), <em>Come mi pare (14)</em> (1944), <em>Gli scrittori e il leviatano</em> (1948). Questi interventi di Orwell potrebbero poi essere correlati ad alcuni articoli dello scrittore ebreo montenegrino Danilo Kiš come <em>Homo poeticus, malgrado tutto</em> o <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> – dall’anno scorso reperibili nell’edizione Adelphi che raccoglie una parte della sua opera saggistica (ahimè solo una parte!).</p>
<p>Perché proprio Orwell e Kiš? Sono due tra i più importanti scrittori del XX secolo. Sono due scrittori d’esperienza: hanno vissuto direttamente i traumi storici della loro epoca (Orwell partecipò alla guerra civile spagnola e Kiš ebbe membri della sua famiglia assassinati nei lager nazisti). Sono due scrittori che hanno messo al centro della loro opera l’orrore totalitario. Sono due scrittori profondamente anti-fascisti e profondamente anti-stalinisti. Sono due scrittori che hanno sempre creduto nella funzione veritativa della letteratura. Sono due scrittori che non hanno mai rinunciato ad un atteggiamento libertario, in grado di preservare la capacità critica del singolo dai conformismi ideologici delle masse (o delle maggioranze del momento).</p>
<p><em>L’articolazione fondamentale</em><br />
In un saggio del 1948 (<em>Gli scrittori e il leviatano</em>), Orwell pone in termini estremamente lucidi il rapporto tra letteratura e politica. Mi limito a riportare di seguito alcuni passaggi chiave.</p>
<p>“La lealtà di gruppo è necessaria, ma è veleno per la letteratura, fintanto che quest’ultima continuerà ad essere prodotta individualmente.<br />
(…)<br />
E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non ‹‹immischiarsi di politica››? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica.”</p>
<p>[Interrompo la citazione. Quando Orwell scrive: “un’epoca come la nostra”, pensa ovviamente al secondo dopoguerra, con alle spalle i milioni di morti della guerra e dello sterminio nazista, e di fronte a sé il fosco delinearsi della guerra fredda. Ma noi, siamo forse in un’epoca definitivamente “normale”, fuoriuscita dai grandi pericoli che hanno devastato il secolo scorso: disoccupazione di massa, crisi economiche e finanziarie, razzismi e nazionalismi esasperati? Io credo che non ci sia bisogno di gridare al pericolo fascista, per constatare, dal nostro osservatorio nazionale, una grave e progressiva degenerazione della democrazia, tanto nelle sue forme di vita culturali che materiali. Un segno di questa degenerazione, anche se molti non l’hanno ancora pienamente inteso, è una triplice battaglia che in questi anni è stata ingaggiata da realtà molto diverse tra loro, una battaglia che non può essere confinata esclusivamente a sinistra. La lotta per il rispetto della costituzione (ossia, salvaguardia della separazione dei poteri, del pluralismo dell’informazione, della laicità dello stato, ecc.), la lotta per il rispetto della legalità e la lotta contro le varie forme di razzismo sono oggi battaglie condivise da persone che sono (o dovrebbero essere) trasversali alle appartenenze politiche. Questo che cosa significa? Che non ci sono più battaglie di sinistra? Io credo che ciò stia solo ad indicare una gerarchia nelle priorità politiche: prima di dividersi su politiche di destra o di sinistra, è necessario difendere – nel rispetto di un comune e condiviso orizzonte istituzionale – le istituzioni stesse da forme di deriva e degenerazione pericolosissime per tutti. Questo non esclude che ci siano battaglie che sono invece propriamente di sinistra, come quelle relative alla garanzia delle minoranze e delle fasce popolare più deboli, e sopratutto quelle contro le varie forme di sfruttamento diffuse nel mondo del lavoro. In ogni caso la nostra epoca richiede una responsabilità <em>anche</em> sul piano politico che lo scrittore, proprio in veste di semplice <em>cittadino</em>, non può ignorare.]</p>
<p>“Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non <em>come scrittore</em>. Non penso che egli abbia il diritto, solo a motivo della sua sensibilità, di sottrarsi alle quotidiane bassezze della politica.”</p>
<p>[In queste due frasi, è individuata l’articolazione decisiva per una discussione odierna sulla responsabilità dello scrittore. Voglio riportare qui un brano di un articolo che scrissi per NI il 14 aprile 2006,<em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/">Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia</a> </em>. Mentre lo scrivevo, avevo in mente Consigli ad un giovane scrittore di Kiš, ma non conoscevo il saggio di Orwell che ho citato più sopra. Eppure sono giunto per una mia strada alla stessa conclusione di Orwell. Da <em>Postumi</em>:</p>
<p>“Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a piè di pagina dei <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> di Danilo Kiš. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra <em>l’homo poeticus</em> e <em>l’homo politicus</em>, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere <em>homo poeticus</em>, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.</p>
<p>Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’<em>homo poeticus</em> che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in <em>homo politicus</em>, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo <em>Special Operations Executive</em> britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.</p>
<p>Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’<em>autonomia</em>. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo<br />
(…)<br />
Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.”]</p>
<p>Torniamo al saggio di Orwell:</p>
<p>“Non c’è alcun motivo per cui [uno scrittore], se lo desidera, non debba scrivere di politica anche nei termini più rozzi. Solo che dovrebbe farlo come individuo, come outsider, al massimo come sgradito guerriero al fianco di un esercito regolare. Questo atteggiamento è pienamente compatibile con l’utilità della politica nel suo uso quotidiano.”</p>
<p>[Si riconosce qui la figura dell’<em>ospite ingrato</em>, da sempre difesa da Fortini, uno dei nostri intellettuali più lucidi. Ed è importante evitare una diffusa confusione: l’ospite ingrato non è lo scrittore di sinistra in casa della destra, l’ospite ingrato innanzitutto è lo scrittore di sinistra a casa sua. Si può certo immaginare la funzione dell’ospite ingrato, come l’ha svolta lo stesso Fortini, ad esempio, sulle pagine del “Corriere della sera”. Ma come si può leggere nel resoconto di questa esperienza, <em>Scrivere per il Corriere</em>, poi raccolto in <em>Extrema ratio</em>, Fortini nei momenti più difficili degli anni della cosiddetta “emergenza” NON scriveva nella pagina culturale, NON scriveva di libri, ma – come già Pasolini su quello stesso quotidiano alcuni anni prima – scriveva di politica, di cronaca, di mentalità. Insomma, si esponeva in termini apertamente politici, ossia metteva davvero in pratica l’ingratitudine dell’ospite – lui marxista eretico sulle pagine del quotidiano della borghesia liberale.]</p>
<p><em>Quale responsabilità?</em><br />
Concludo questa riflessione, con un breve articolo che ho scritto domenica scorsa per “il manifesto”. Lo riprendo qui in una forma più esplicita, non avendo limite di battute. Benedetto Vecchi, sempre sul “manifesto”, in un lucido articolo apparso sabato 23, s’interrogava sulle “forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra” – tema, per altro, affrontato anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">qui</a> da Helena Janeczek. Vecchi ad un certo punto scrive: “per quanto lo si possa auspicare, è impensabile che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream”. Insomma, il compromesso tra lo scrittore e l’industria culturale è spesso <em>obbligato</em>, in quanto le alternative ad essa – rimanendo nell’ambito di un’attività culturale – non offrono le garanzie (economiche, contrattuali) necessarie per vivere decentemente. Insomma Vecchi tocca qui una contraddizione centrale: coloro che come cittadini difendono il pluralismo delle idee, l’autonomia intellettuale, il valore d’uso della cultura si trovano spesso, in quanto scrittori o critici letterari, a dover lavorare per un industria culturale sempre più monopolistica, gerarchica e orientata alla pura mercificazione.</p>
<p>L’unica cosa che non condivido nell’articolo di Vecchi è però il modo in cui mette fuori gioco il principio di responsabilità dello scrittore: “le scelte di un singolo – visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell&#8217;opinione pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici”.</p>
<p>Data la complessità della questione delimiterò il campo al principio di responsabilità dello scrittore nei confronti di un’idea forte di letteratura, nel momento in cui sceglie di scrivere per la pagina culturale di un quotidiano nazionale. Vorrei mostrare come, seriamente inteso, tale principio non debba sfociare in una semplice dissociazione tra sfera culturale e politica, che rende tanto tranquilla la coscienza degli scrittori, quando collaborano alle pagine culturali di certi quotidiani nazionali. Lo scrittore – non il semplice produttore di merce culturale – si trova a casa del nemico nella pagina culturale di qualsiasi quotidiano nazionale, di partito o no, di destra o meno. “Un artista si preoccupa solo di raggiungere una sua perfezione. E alle <em>sue condizioni</em>, sue e di nessun altro”, questo principio espresso da Salinger in <em>Franny e Zooey</em> – che è poi un principio libertario – dovrebbe essere condiviso da ogni scrittore degno di questo nome. (Danilo Kiš: “Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu”.)</p>
<p>Ora, un’opera letteraria riscuote l’interesse delle pagine culturali di un quotidiano a condizione di essere convertibile in “merce culturale”. Tutta la letteratura che non è immediatamente riconducibile a questa forma, non ha semplicemente diritto d’accesso alle pagine culturali. È il caso eclatante della poesia, che l’ipocrisia imperante è arrivata a distinguere dalla letteratura (si parla di “letteratura e poesia”, oppure di “scrittori e poeti”). Questo semplice fatto rende lo scrittore nemico dell’industria letteraria e delle sue appendici giornalistiche. Una tale inimicizia implica diverse modalità di convivenza con i principi della convertibilità, ma non può mai estinguersi o passare sotto silenzio. (Qualcuno potrebbe accusarmi a ragione di essere schematico, quando evoco in questi termini le pagine culturali. Ma rimane una prova evidente a favore di questo schematismo: la sparizione della poesia da queste pagine. E non solo in Italia, ovviamente. Uno dei più importanti poeti contemporanei francesi, Jacques Roubaud, che ovviamente quasi nessuno in Italia conosce, essendo “un poeta”, ha scritto un lungo articolo sull’ultimo numero di “Le monde diplomatique”, sostenendo la medesima tesi: la poesia è sparita dai giornali perché priva di valore commerciale. Noi abbiamo da anni, sulla stampa quotidiana, pagine di letteratura amputate. Naturalmente ci si potrebbe mettere il cuore in pace, sostenendo con una notevole faccia tosta che questa è la conseguenza di una totale mancanza di buona poesia in circolazione (problema che sarebbe ovviamente europeo… ). Non solo sarebbe facile mostrare il contrario, ma fin troppo facile riportare giudizi autorevoli (?) che sostengono la stessa cosa per il romanzo. Quanti becchini di romanzo si fanno avanti periodicamente? Eppure non per questo le pagine culturali si svuotano di recensioni, segnalazioni, dibattiti, intorno ad opere narrative anche molto modeste.)</p>
<p>Un secondo motivo d’inimicizia tra letteratura e giornalismo culturale nasce dalla responsabilità che lo scrittore sente nei confronti di una verità possibile. Nonostante certe mode letterarie postmoderne, la maggior parte degli scrittori importanti del secolo scorso hanno creduto nella funzione conoscitiva della letteratura. Ci hanno creduto, come gli scienziati attuali credono nelle loro teorie sulla realtà: non saranno in grado di certificare la loro definitiva adeguatezza, ma hanno ottimi motivi per preferirle a teorie precedenti o antagoniste dal potere esplicativo minore. Lo scrittore insegue la verità attraverso il lungo apprendistato della menzogna individuale e collettiva. La letteratura non è affermativa, la sua strategia sono il dubbio e la domanda, ma anche lo smascheramento e la critica delle identità definite, anche e soprattutto quelle ideologiche. Per questo motivo uno scrittore è nemico innanzitutto della proprie ideologia, così come lo scienziato – in un certo senso – è sempre nemico di ogni teoria vincente. Ma se questo è vero, si può ben capire come lo scrittore sia più di tutto nemico delle ideologie che non si presentano come tali, quelle che passano sotto silenzio, in abiti trasparenti: le ideologie del <em>dopo</em> l’ideologia e della <em>fine</em> dell’ideologia.</p>
<p>A questo punto, però, si fanno avanti direttori di pagine culturali che dicono: “Noi non siamo nemici degli scrittori, cediamo ad essi i nostri spazi, lo facciamo più generosamente di quanto lo facciano altri giornali, lo facciamo noi giornalisti di destra nei confronti degli scrittori di sinistra! E soprattutto NON li censuriamo”. Quasi immediatamente compaiono alcuni individui, presentandosi come scrittori di sinistra, e dicono: “Noi non la pensiamo come voi, non c’entriamo un fico secco con voi, ma veniamo da voi per parlare a un pubblico diverso, e nessuno di voi ci censura!”.</p>
<p>Tutti escludono l’esistenza della censura, ma la forma di censura più diffusa che riguarda i regimi democratici – è risaputo – si chiama autocensura. E l’autocensura, ancor meglio della più efficace censura, non lascia traccia. Bisognerebbe capire poi da dove nasce l’esigenza dello scrittore di sinistra di scrivere per un lettore che legge un quotidiano come “Libero” o “il Giornale”. Di cosa vuole parlare a questo lettore? Di “merce culturale”? Che cosa potrà dire, lui scrittore di sinistra, di <em>diverso</em> da quanto potrebbe dire un buon giornalista culturale di destra, parlando di uno qualsiasi degli ultimi prodotti culturali? Ma lo scrittore di sinistra va su “Libero” perché ha un discorso <em>diverso</em> da fare rispetto a quello che si attendono di leggere i lettori del quotidiano. È allora probabile che questo scrittore – anche se <em>non</em> fosse di sinistra ma semplicemente consapevole del ruolo politico che ha questo centrodestra nel disfacimento delle istituzioni culturali –, vorrà utilizzare quello spazio per denunciare non tanto la mercificazione della cultura, ma la mercificazione dell’odio, della paura, dell’ignoranza che la destra videocratica ha portato avanti, seppure in modo “resistibile”. Riuscirà a fare tutto questo sulle pagine di quei quotidiani? È poco plausibile che glielo si lasci fare. Di certo, che si sappia, nessuno ci ha ancora tentato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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		<title>Pubblicare per Berlusconi?</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 11:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente? Chi lavora dentro o per quelle case editrici è ancora più stigmatizzabile? Sarebbe il caso di boicottare la produzione di queste aziende per far valere economicamente il proprio dissenso?<br />
Ho visto tornare con insistenza queste domande nelle discussioni che si sono svolte su questo blog, ma anche altrove- in rete soprattutto. Le ho viste rimbalzare sia da sinistra che da destra, lì soprattutto negli articoli apparsi sui sopranominati giornali, dove più volte Evelina Santangelo, membro di <em>Nazione Indiana </em>e insieme editor Einaudi, è stata bersagliata come chi sputa nel piatto dal quale mangia. Dato che faccio press’a poco lo stesso lavoro con posizione analoga &#8211; quella del collaboratore a progetto &#8211; e come Evelina ho pubblicato con l’editore per il quale presto servizio, mi è venuta spontanea la voglia di rispondere. Quel che avrei voluto ribattere di pancia è un concetto elementare: “ce lo dicano loro se non siamo più gradite per ragioni di dissenso, se siamo a questo punto ci sbattano fuori loro”. Cosa che nel mio caso e pure in quello di Evelina sarebbe, tra l’altro, molto semplice.<span id="more-29002"></span></p>
<p>Però le cose ovviamente sono più complicate di così e quindi meritano un po’ più di riflessione. Riflessione che credo diventa credibile solo dopo aver chiarito alcuni preliminari personali. Sono quindici anni che lavoro per la casa editrice che ormai è diventata per antonomasia “di Berlusconi”: identificata con la proprietà al punto che c’è persino chi pensa che sia stato il cavaliere ad aver creato la Mondadori.<br />
Ricordo che presentandomi al primo colloquio a Segrate, c’era una di quelle rare nebbie talmente fitte che il palazzo di Niemeyer con le sue arcate ogivali assumeva un aspetto gotico. Non ero entusiasta di finire in quel cattedrale di cemento difficilmente raggiungibile, per giunta espugnata da Berlusconi non da moltissimo. Venivo dall’Adelphi che stava a due passi dal Castello Sforzesco, dalla quale con Renata Colorni ce ne eravamo andate per motivi di dissenso con la linea editoriale. Avevamo ravvisato nella pubblicazione del pamphlet di Leon Bloy <em>Dagli Ebrei la Salvezza</em> una sorta di sdoganamento nobilitante dell’antisemitismo, anche se la posizione dell’autore ultracattolico poteva essere intesa di contorta simpatia per il verminoso popolo biblico attraverso il quale si propaga suo malgrado la redenzione. Cerco di sintetizzare, giusto perché mi pare che la questione con quella che sto per affrontare c’entri qualcosa. Non tanto per darmi credenziali di persona capace di compiere scelte coerenti, ma soprattutto per mostrare un’altra differenza. Una casa editrice come Adelphi aveva una linea editoriale: culturale, e in questo senso anche politica. Linea che non bisognava abbracciare in toto, ma almeno apprezzare e condividere fino a un certo punto. Sennò continuare a relazionarsi al suo direttore editoriale significava rinunciare a far valere le proprie idee, passare sotto silenzio la propria storia, accettare la propria subalternità intellettuale. E’ per questo, soprattutto, che non ho mai messo in discussione la mia scelta di allora.</p>
<p>In Mondadori le cose si presentavano diversamente, anche quando Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo. Forse è inutile dire che in quindici anni non l’ho mai visto nemmeno da lontano. Il massimo cui sono arrivata è Bruno Vespa. Con le persone che lì sono diventati i miei interlocutori e diretti superiori, mi sono subito trovata benissimo. Manco uno che avesse- abbia- simpatie per Forza Italia, cosa che varie volte è pure stata sottolineata dai giornali di cui sopra. Come a dire: guardate che bravo Silvio che fa lavorare tutta sta banda di comunisti.<br />
In Mondadori si pubblicava – e si pubblica &#8211; dai <em>Meridiani </em>al libro degli <em>Amici </em>di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.</p>
<p>Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. Non che manchi del tutto questo tipo di interferenza. Difficile immaginare che possa uscire un libro virulentemente contro Berlusconi. Mentre dall’altra parte vengono pubblicati alcuni libri scritti da ministri, giornalisti di una certa parte e pure da qualche “amico” puro e semplice. Ah, vedi! forse direte voi a questo punto. Ma è davvero qualcosa di così rivelativo, di così specifico? Non tocca prima scremare i titoli che possiedono una loro dignità di libro, anche se rispecchiano certe idee – quelli di Tremonti per esempio &#8211; da quelli che spiccano soprattutto per zelo militante o, peggio ancora, sono in odor di raccomandazioni? E da altre parti non esistono marchette e mezze marchette, favori e favoritismi, il far passare il libro di qualcuno più per rango ricoperto altrove o affiliazione politica che per merito? Si è mai visto che il gruppo Rizzoli pubblichi un saggio feroce sugli Agnelli o un’indagine sulle malefatte del <em>Corriere della Sera</em>? Non è l’Italia nel suo insieme che funziona così?</p>
<p>Salvo le eccezioni nominate sopra, in Mondadori in questi anni vigeva grosso modo la libertà del liberismo. Perché? Perché non hanno torto quelli di “Libero” e del “Giornale” ad affermare che Silvio ci tiene tanto a questo tipo di libertà? E se in questo ambito fosse – o fosse stato- più o meno così, riconoscerlo inficerebbe ogni ragionamento critico su Berlusconi e sul berlusconismo?</p>
<p>Bisogna allargare lo sguardo per capire dove si colloca l’editoria di libri nella strategia di comunicazione e persuasione dell’Italia berlusconiana. Il berlusconismo è stato propagato attraverso altri canali, soprattutto quello che arriva – come l’interessato ripete sempre &#8211; nelle case di tutti gli italiani. Non soltanto nelle poche che affiancano all’altare televisivo una libreria usata come tale, tantomeno in quelle dove i libri si espandono dappertutto. Tenendo conto che centomila, duecentomila, trecentomila copie per un libro sono un risultato enorme, mentre sulla scala del consenso di massa si tratta di una cifra trascurabile, non stupisce che come strumento abbia contato molto più il Milan della Mondadori.<br />
Infatti, quel che di prepotentemente “berlusconiano” Mondadori ha prodotto,- da Bruno Vespa al libro di “Amici” ecc,- nasce quasi sempre dal principale calderone che ha cucinato il suo populismo. Il fenomeno dei bestseller televisivi però non è solamente italiano. Pure in Germania – paese che conosco meglio &#8211; oggi le classifiche sono invase da libri scritti da comici, conduttrici, giornalisti televisivi ecc. Il nostro specifico non è quantitativo, ma qualitativo anche se alcuni aspetti delle nostra tv “videocratica” non si prestano a diventare libro. Comunque l’equivalente tedesco o francese di Bruno Vespa non è uguale a Bruno Vespa, né come conduttore tv né come autore di libri. Ma tocca al tempo stesso ricordare che Vespa o gli “Amici” di Maria de Filippi, autori premiati dal mercato in seguito alla loro popolarità, non avrebbero difficoltà a trovare un altro editore.</p>
<p>Vorrei tornare ora alla questione di prima. La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione &#8211; era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività &#8211; senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.<br />
Poi accade che un esordio come <em>Gomorra </em>stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. Ma a parte questo esempio clamoroso, cambiano i tempi. Cambiano, in modo evidente, con l’ultima legislazione.</p>
<p>Nelle televisioni sia pubbliche che private le trasmissioni critiche sono sempre più ridotte a mo’ di riserve indiane, il resto gestito secondo il criterio che più un programma è popolare, più è richiesto l’allineamento (provare a confrontare il Tg1 di Minzolini a uno di Rai Sat). Dà più fastidio chi è moderato e quindi all’opinione pubblica appare oggettivo come Enrico Mentana che lascia Mediaset che chi è apertamente “da quella parte lì” come Santoro.<br />
Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero”, oltre a Saviano, anche altri autori Einaudi e Mondadori che hanno firmato l’appello in difesa della libertà di stampa di Repubblica: Paolo Giordano, Andrea Camilleri, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammanniti, Carlo Lucarelli. Vale a dire: i più popolari. E anche: quelli che contribuiscono di più agli utili aziendali. Ma evidentemente la libertà liberista non è più così scontata.<br />
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo &#8211; si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.</p>
<p>Sembra anzi un indizio non indifferente per mettere in discussione la libertà e neutralità di quelle pagine culturali, in apparenza non dissimile a quella delle case editrici di proprietà del premier. Senz’altro va detto che in origine molti scrittori hanno deciso di mandare recensioni e altri pezzi di cultura a questi giornali, perché quelli maggiori sono inaccessibili e quelli molto a sinistra pagano poco o niente. Non è che un testo sia meno bello perché esce su &#8220;Libero&#8221;, su &#8220;il Giornale&#8221; o su &#8221; il Domenicale&#8221;, e non è neppure detto che non possa trovare dei lettori in grado di apprezzarlo. Però mi sembra una falsa analogia. Perché anche di fronte alla più profonda disquisizione sul nuovo saggio di Harold Bloom o alla più brillante recensione del nuovo romanzo di Nicola Lagioia, le prime, seconde e terze pagine con i loro contenuti, i loro metodi, e i loro toni non svaniscono nel nulla.<br />
Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino- direi &#8211; sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori. Dove l’aspetto – per me &#8211; più sconcertante non era che venissero aditati tutti i comunisti e persino un “commissario politico”, ma che il collaboratore di “Libero” venisse ostentato con fotografia come “il nostro Paolo Nori”.<br />
Aggiungo che l&#8217;aver cercato di far passare la discussione di ieri a Roma come un processo stalinista, portando lo stesso Nori a chiarire sul suo blog come è stato organizzato quell&#8217;incontro, mi sembra una dimostrazione ulteriore che credere in una neutralità possibile sia illusorio. E’ illusorio cercare di chiamarsi fuori da una linea editoriale che ormai è assai più propagandisticamente pervasiva e aggressiva di una normale linea politica con la quale potersi confrontare: pur dissentendo e ritenendo che la cultura rappresenti davvero uno spazio a parte in qualche modo inviolabile.</p>
<p>Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.<br />
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.<br />
La logica normale del capitalismo di mercato vorrebbe che tu azienda mi paghi per il prodotto che ti fornisco e sul quale vorresti ricavarci il tuo guadagno, così come mi retribuisci se ti fornisco una prestazione lavorativa. Il contratto dovrebbe stare in questi termini: senza prevedere fedeltà o gratitudine al padrone, né da parte del dipendente, tantomeno dell’autore, ossia da chi non entra in nessun ruolo subordinato.<br />
L’accusa da parte opposta spesso ripete lo stesso schema. Altre volte, giustamente, lo rovescia. Ossia critica che chi pubblica per la tal casa editrice, contribuisce ad arricchire il suo “padrone”. Questo è indiscutibile. Mentre già più bisognoso di interpretazione è l’idea che una simile scelta lo legittimi. Legittima chi rispetto a che cosa? Legittima il azionista di maggioranza perché l’azienda sforna prodotti di persone che sono con lui in disaccordo politico? Legittima Berlusconi perché non richiedendo dichiarazioni di voto per il Pdl alle persone che lavorano in editoria o che pubblicano con le “sue” case editrici, si dimostra tanto generoso e buono? Com’è possibile che una persona “di sinistra” o anche solo “democratica” avalli un simile ragionamento che rispecchia una visione autoritaria e padronale?</p>
<p>Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile <em>cocopro</em>, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo. Se questo invece non avviene, ma diventa comunque chiaro che è richiesta fedeltà e sottomissione padronale, sarò io stessa ad andarmene il prima possibile.<br />
Ma l’idea del boicottaggio di Mondadori o l’invito agli scrittori di abbandonare le case editrici del premier non mi convince, perché non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché il catalogo Mondadori, quello dei classici Oscar, di Einaudi, Frassinelli e di altre case editrici continua a rispecchiare molto più il lavoro che autori e “editoriali” hanno fatto nei decenni per i lettori, che qualsiasi altra istanza. Credo che ogni danno inferto peserebbe assai meno sulle tasche e tantomeno sul potere di un certo azionista che sugli assetti della cultura di questo paese. E’ altamente irrealistico che possa esserci qualcosa che somigli a un travaso senza perdite. Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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		<title>Inchiostro Simpatico!</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 10:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p></p>
<p>&#8230;e io canto.<strong> effeffe</strong><br />
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