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	<title>Nazione Indiana &#187; il riformista</title>
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		<title>Irene Brin</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 09:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/irene-brin-1.jpg"></a><br />
di <strong>Flavia Piccinni</strong></p>
<p>“Età. Parlatene il meno possibile, non confessate la vostra, non chiedetela agli altri”. Ecco cosa raccomandava Irene Brin, la più snob e internazionale fra le scrittrici e le giornaliste italiane, alle sue lettrici. Chissà cosa penserebbe dell’imminente festeggiamento per il centenario dalla sua nascita, ma ancor di più chissà cosa direbbe del <em>Dizionario del successo e dell’insuccesso</em>, operazione editoriale della palermitana Sellerio che ha pescato un po’ da <em>I segreti del successo</em> e un po’ da <em>Il Galateo</em>, entrambi pubblicati da Colombo Editore rispettivamente nel 1953 e 1954, per creare una sgradevole accozzaglia di lezioni di vita e di stile che al tempo Brin firmò con lo pseudonimo di Contessa Clara.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/17/irene-brin/">Irene Brin</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/irene-brin-1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-40088" title="irene-brin-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/irene-brin-1-991x1024.jpg" alt="" width="342" height="353" /></a><br />
di <strong>Flavia Piccinni</strong></p>
<p>“Età. Parlatene il meno possibile, non confessate la vostra, non chiedetela agli altri”. Ecco cosa raccomandava Irene Brin, la più snob e internazionale fra le scrittrici e le giornaliste italiane, alle sue lettrici. Chissà cosa penserebbe dell’imminente festeggiamento per il centenario dalla sua nascita, ma ancor di più chissà cosa direbbe del <em>Dizionario del successo e dell’insuccesso</em>, operazione editoriale della palermitana Sellerio che ha pescato un po’ da <em>I segreti del successo</em> e un po’ da <em>Il Galateo</em>, entrambi pubblicati da Colombo Editore rispettivamente nel 1953 e 1954, per creare una sgradevole accozzaglia di lezioni di vita e di stile che al tempo Brin firmò con lo pseudonimo di Contessa Clara. Forse risponderebbe con quella pungente ironia tanto cara a Luigi Barzini Jr. che la volle a <em>La Settimana Incom</em>, o forse non farebbe niente perché, lei che del sarcasmo e della superiorità era diventata maestra, sapeva bene rispettare l’etichetta, controllando in pubblico i sentimenti e mostrando sempre un’algida moderazione.</p>
<p><span id="more-40087"></span>Con grande probabilità, sarebbe tanto affranta dalla scoperta della sua vera data di nascita, nonostante i numerosi tentativi di depistaggio che la volevano classe 1914, 1915 e addirittura 1917, quanto orgogliosa di aver mantenuto intorno a sé quel mistero che già in vita aveva faticosamente difeso, perché anche se erano gli anni Cinquanta, e il controllo e l’ansia mediatica erano ben diversi da oggi, considerava la privacy come fondamentale.<br />
Ma chi era veramente Irene Brin? In realtà, non era nessuno. “Io non mi chiamo né Irene, né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi famigliari. Sono nomi inventati da Leo Longanesi. Io sono un’invenzione di Leo Longanesi” confessò, esattamente dopo aver utilizzato per vent’anni il fortunato pseudonimo, nell’articolo Un nome inventato pubblicato nel 1957 sul numero de Il Borghese dedicato alla scomparsa del caro amico Longanesi. Il nome vero era un alquanto banale Maria Vittoria Rossi, sostituito a neppure vent’anni da Marlene per firmare gli articoli sul quotidiano genovese Il lavoro, gli stessi che incuriosirono Longanesi e lo spinsero a invitarla a pubblicare su Omnibus intimandole di insegnare “lo snobismo agli italiani, i quali credono che consista nell’alzare il mignolo quando bevono”, e Oriane, proprio come la duchessa di Guermantes de Alla Ricerca del tempo perduto. Poi venne il tempo di Mariù, utilizzato sempre per scrivere su Il Lavoro, quindi la finta autobiografia della ballerina Bella Otero. Divenne poi Irene Brin e infine, nel 1950, si trasformò in Contessa, nello specifico nella Contessa Clara Ràdjanny von Skèwitch, nobildonna agée che, con numerosi figli e sfortune personali, dispensava brillanti consigli per tutte le età e le stagioni.<br />
Già allora Irene Brin era un mistero, e non bisogna stupirsi se lo resta anche oggi. Neppure chi la conosceva bene, come Maria Bellonci che le dedicò un ritratto nel suo <em>Pubblici Segreti</em> (Mondadori) o Leonardo Sciascia, neppure Indro Montanelli potevano affermare di aver compreso la sua vera natura.<br />
“C’è una Irene Brin bionda, diafana e trasparente come una guaina di cellofan e ce n’è un’altra bruna, compatta e notturna come un’ala di corvo. Ce n’è una classicheggiante, rotonda e compiuta come una quaglia; e ce n’è un’altra gotica, sottile e ritorta come un serpente. La Irene bionda parla, si veste e perfino pensa in maniera molto diversa dalla Irene bruna; la Irene rotonda si muove, si pettina e perfino scrive in maniera molto diversa da quella sottile” raccontava proprio Montanelli. Forse questa donna poliglotta e perennemente costretta dalle diete a una vita di sottrazione, affascinata dall’arte e dalla letteratura, che leggeva almeno un libro al giorno e seguiva le mode per anticiparle, era semplicemente una trasformista capace di modulare se stessa a seconda delle situazioni. Un camaleonte all’ennesima potenza in grado di adattarsi agli eventi e alle disgrazie della vita. La più snob fra gli snob nei salotti di Parigi come di New York, la più silenziosa e frugale in quei tempi di guerra che attraversò da protagonista: prima a Roma e poi in Jugoslavia con suo marito, il generale dell’esercito Gaspero del Corso, conosciuto durante un ballo della cavalleria al Gran Hotel di Roma nel febbraio del 1935, e mai più lasciato.<br />
Irrequieta, sensibile quanto arrogante, drammatica e appassionata, Irene Brin è senza dubbio un modello femminile di determinazione e rigore in un momento, quello attuale, in cui i modelli scarseggiano. Prima di lei il giornalismo di costume non esisteva, all’interno delle redazioni dell’epoca veniva liquidato con la spiacevole perifrasi di cani schiacciati, e le donne spesso avevano un ruolo marginale e superficiale. Lei però fu capace di passare con disinvoltura dal giornalismo di moda, scrivendo per vent’anni per la prestigiosissima Harper’s Baazar, a quello culturale, inventando due seguitissime rubriche come Libri morti e I libri che ho letto. Appassionata d’arte, nel 1946, grazie all’eredità del padre generale, aprì con il marito una galleria in Via Sistina al 146. Si trattava della Galleria dell’Obelisco, che con rapidità si impose come centro nevralgico dell’arte capitolina promuovendo giovani artisti italiani del calibro di Burri e Afro, nonché maestri al tempo pressoché sconosciuti in Italia come Dalì, Magritte e Bacon. Era l’ennesima avventura in una vita costellata da scoperte e ambizioni tanto concentrate e numerose da rischiare di schiacciare Irene Brin nella sua profondità, restituendo ai posteri solo la vuota immagine di una malinconica apparenza. Forse è per questo che la chiave per capire chi lei fosse veramente è quella sotterranea e poco conosciuta racchiusa in Olga a Belgrado, un diario di guerra in cui Brin racconta la Jugoslavia dei primi anni Quaranta con una sensibilità e una precisione rara.<br />
Nel maggio del 1941 era partita per raggiungere il marito, non doveva restare con lui che per pochi mesi, ma si trattenne tre anni. Ed esplorando Belgrado e Lubiana, incontrando città distrutte, località di vacanza abbandonate e campagne aride riuscì a scrivere il suo libro più bello che, pubblicato nel dicembre del 1943 da Vallecchi, come racconta la stessa Brin “fu sequestrato quasi dovunque perché il titolo e il contenuto sembravano troppo favorevoli ai partigiani jugoslavi”. A febbraio il romanzo sarà ripubblicato da Elliot. Sono passati quasi settant’anni, ma come Brin ricordava sovente “ciascuno non ha l’età che dimostra, ma l’età che cerca di dimostrare”. E la sua opera è ancora giovane, giovanissima.</p>
<p><span style="color: #808080;">Per il centenario della nascita di Irene Brin, Sasso di Bordighera organizza oggi una festa che inizierà alle 16.30 con un convegno in Piazza Caprera e si concluderà con l’inaugurazione di un giardino e di una piazza dedicati alla scrittrice.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">[questo intervento è stato pubblicato su Il Riformista di sabato 17 Settembre 2011]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/17/irene-brin/">Irene Brin</a></p>
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		<title>rosso Taranto</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 09:02:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Tubo_ilva_taranto.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Flavia Piccinni</strong></p>
<p>Taranto vista da lontano è un cumulo di fuoco e polvere. Esce dalle ciminiere dell’Ilva per allungarsi verso il cielo e colorarlo di rosso, rosso Riva. Esce dalla raffineria dell’Eni che, quando si blocca, come è successo venerdì 29 luglio, fa tutto nero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/14/rosso-taranto/">rosso Taranto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Tubo_ilva_taranto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-39842" title="Tubo_ilva_taranto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Tubo_ilva_taranto.jpg" alt="" width="395" height="253" /></a></p>
<p>di <strong>Flavia Piccinni</strong></p>
<p>Taranto vista da lontano è un cumulo di fuoco e polvere. Esce dalle ciminiere dell’Ilva per allungarsi verso il cielo e colorarlo di rosso, rosso Riva. Esce dalla raffineria dell’Eni che, quando si blocca, come è successo venerdì 29 luglio, fa tutto nero.<br />
<span id="more-39840"></span><br />
Quello era un guasto temporaneo all’impianto che lo ha fermato improvvisamente e ha sprigionato una fiamma densa, alta, spessa e tanta polvere che si liberava dalla torre centrale a formare nubi lunghe e inquietanti tutto intorno. Un imprevisto che ha mandato in tilt il centralino dei vigili del fuoco e in angoscia la popolazione convinta che fosse successo qualcosa di grave, qualcosa di molto più grave, perché se abiti a Taranto, casomai vicino al porto che è dominato dalla più grande acciaieria d’Italia, qualcosa di grave può sempre succedere. E anche io per un attimo, mentre dalla Statale 172 e dall’immacolata Martina Franca arrivavo verso la città dell’acciaio e delle cozze, e le campagne coltivate con ulivi e viti, con sterminati campi d’anguria e di insalata, si mescolavano con il Mar Piccolo, per un attimo ho pensato a un incidente. Ho pensato a quello che era successo a Seveso, alla nube tossica carica di diossina che era fuoriuscita dalla ICMESA di Meda il 10 luglio 1976 e aveva invaso tutta la Brianza. Allora non c’erano stati morti, ma solo 250 intossicati, e la decontaminazione era stata lunga, con conseguenze per la popolazione ancora non del tutto comprese. Perché se il tuo corpo respira la diossina più pericolosa, la TCDD, se sei un cane puoi morire, ma se sei un uomo porti sotto la pelle, in quegli alveoli che sono come spugne e che formano il corpo e il respiro, i segni per tutta la vita.</p>
<p>Lo sanno proprio bene i tarantini che quotidianamente, da quasi quarant’anni, sono sottoposti al “fuoco amico” della diossina che l’Ilva, da sola, produce in quantità mostruose: il 92% di quella italiana e il 10% di quella europea è firmata dal gruppo Riva a Taranto. Lo sanno bene quelli che abitano a ridosso dell’acciaieria nel quartiere Tamburi, dove un’ordinanza del sindaco dal 2010 impedisce ai bambini di giocare nei parchi per il rischio di contaminazione con sostanze tossiche come il pbc (policlorobifenili) e berillio, e quelli che fanno pascolare le bestie nelle campagne poco distanti l’ex Italsider. L’anno scorso sono stati costretti a uccidere 700 pecore che, pur vegetando entro il limite deciso dalla Regione Puglia di 20 km, erano cariche di diossina. Erano pericolose. Erano letali.</p>
<p>Ora anche le cozze, frutto simbolo della città che da sola ne produce ogni anno 30000 tonnellate, si sono scoperte contaminate. Dopo l’allarme lanciato a più riprese fin da gennaio da PaceLink e Fondo Antidiossina, il 22 luglio l’Azienda sanitaria locale ha emesso un’ordinanza che blocca il prelievo e la vendita dei mitili allevati nel primo seno del Mar Piccolo: la somma dei valori medi di pcb e diossina è risultata superiore agli 8 picogrammi per grammo previsti dalle norme. E così circa un terzo della produzione della zona è stata messa al bando e 24 mitilicoltori, sul totale dei 103 operanti, hanno dovuto consegnare le coltivazioni da distruggere all’Amministrazione Comunale, che ha messo volontariamente a disposizione dei danneggiati un fondo da duecentomila euro.</p>
<p>Il provvedimento ha causato un immediato calo dei prezzi, ha generato diverse proposte &#8211; spostare parte dell’allevamento nel Mar Grande, istituire un marchio di qualità, creare un sigillo di tracciabilità – e una polemica notevole, senza dubbio non inferiore a quella sul perché sia stata concessa all’Ilva l’AIA, l’Autorizzazione integrata ambientale, nonostante i recenti rilievi del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce che attestano “attività illecite”.<br />
Eppure fra Via di Palma e Via d’Aquino, il cuore della città tirato a lucido dalla berlusconiana Rosanna di Bello, sindaco dal 2000 al 2006, artefice anche di un milionario buco nel bilancio che ha portato al fallimento Taranto, non c’è traccia di ribellione, ma piuttosto sopportazione. Fra i lampioncini francesi e la strada bianca, corre lenta la vita di una città di mare che con l’estate si riscopre godereccia e consuma il tempo fra le spiagge selvagge del Salento e aperitivi sul canale che guarda dritto verso le colonne doriche dell’antico tempio di Poseidone, le uniche testimonianze dell’antica grandezza della città. Di quando i Parteni arrivarono, era il 705 a.C., e fondarono la prima colonia di tutta la Puglia. Quella che senza difficoltà sarebbe diventata la capitale della Magna Grecia.</p>
<p>Solo una scritta vicino al più bel bar del corso, apparecchiato con tavolini immacolati e camerieri dai grembiuli blu, grida a caratteri cubitali su un muro di calce <em>A quando il registro tumori?</em> Il realtà, il registro tumori esiste ed è stato presentato alla città a fine luglio insieme ai dati elaborati dalla Asl locale che arrivano al 2006. Dati che raccontano quello che, per molti, qui è ovvio: Taranto, con i suoi 3303 casi, è la capitale meridionale dei tumori.</p>
<p>Le ragazze però continuano a passeggiare lente e sinuose con i loro pantaloni attillati, i bambini si rincorrono e le madri provano a fermarli, ma loro si liberano e corrono ancora. Taranto, silenziosa e rassegnata, sembra di nuovo lo specchio dell’Italia, come quando lanciò il telepredicatore Giancarlo Cito molto prima che Telemilano 58 e Berlusconi si trasformassero nel presente, e nel futuro. Solo un gruppo di ottantenni con i capelli cotonati e vestiti lunghi appena sotto le ginocchia parlano animatamente. E intanto sorridono. E intanto respirano.</p>
<p>Forse discutono del nuovo ospedale pubblico che verrà gestito in collaborazione scientifica con il San Raffaele di Milano e comporterà un investimento da 210 milioni. Il Presidente Vendola lo ha annunciato come “la più grande struttura sanitaria pubblica del Sud e tra le più grandi del Mediterraneo”. Sarà.</p>
<p>Per ora, Taranto continua solo a bruciare all’ombra dell’Ilva, che produce il 70% del pil della provincia e occupa direttamente 11.500 persone, senza contare il vastissimo indotto. Continua ad essere schiava di quel mostro, come viene comunemente chiamato qui, che nel 1995 venne privatizzata dal governo Dini a 1700 miliardi di lire e adesso è in mano al gruppo bresciano Riva. Da quell’Ilva che è una metastasi d’acciaio ancorata alle primitive membra della città: 15 chilometri quadrati di superficie, binari ferroviari per 200 km e strade per 50, 190 km di nastri trasportatori e 5 altiforni. Da quell’Ilva cui non sembra riuscire a dare risposta, e che vista da lontano assomiglia a un buco nero. È impossibile percepirla nella sua sterminata grandezza, nella sua agghiacciante imponenza. Ci hanno provato tanti scrittori tarantini a raccontarla, da Giancarlo De Cataldo a Cosimo Argentina, passando per Vito Bruno e Mario Desiati, eppure lei è sempre lì, con le sue infinite ciminiere e la E 312, la più alta di tutta Europa, che misura 220 metri. Lei è sempre lì, perché a Taranto il lavoro e la salute sono in una bilancia perenne che non permette di trovare l’equilibrio. E intanto le famiglie si indebitano &#8211; dal 1° gennaio 2002 al 31 dicembre 2010 hanno visto una crescita del debito del 197,8% &#8211; e i mitilicoltori sono costretti a sgomberare il loro mare e parte di quel porticciolo che dà sul Mar Piccolo, dove l’acqua tocca la banchina e le cozze ora costano un euro.</p>
<p>Pier Paolo Pasolini e Cesare Brandi per raccontare Taranto non usarono parole gentili, eppure alzare gli occhi al cielo, nei giorni giusti, qui è meraviglioso. Il tramonto è un cumulo di colori e di striature. Quando però, come oggi, le ciminiere dell’Ilva squarciano le nuvole il pensiero corre ancora a Seveso e alla canzone che Venditti per lei scrisse e che strillava: “Voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti,/che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti/allora, allora ammazzateci tutti”. Già, allora ammazzateci tutti.</p>
<p><span style="color: #800000;">[questo intervento è stato pubblicato su <em>Il Riformista</em> di domenica 14 Agosto 2011]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/14/rosso-taranto/">rosso Taranto</a></p>
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		<title>Che cos&#8217;è un classico?</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 09:24:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Carlo Carabba </strong></p>
<p><em>Resistenza del classico</em> è il titolo del primo Almanacco BUR, nuova pubblicazione periodica, in uscita a sessant’anni dalla nascita della collana.</p>
<p>Ha quasi quattrocento pagine, sette sezioni più una breve introduzione e raccoglie i contributi di ventisei autori, ventotto se si contano Valerio Magrelli e Edoardo Sangunineti, intervistati da Federico Condello e Gilda Policastro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/">Che cos&#8217;è un classico?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-27778" title="anonimo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/anonimo-251x300.jpg" alt="anonimo" width="251" height="300" /></p>
<p>di <strong>Carlo Carabba </strong></p>
<p><em>Resistenza del classico</em> è il titolo del primo Almanacco BUR, nuova pubblicazione periodica, in uscita a sessant’anni dalla nascita della collana.</p>
<p>Ha quasi quattrocento pagine, sette sezioni più una breve introduzione e raccoglie i contributi di ventisei autori, ventotto se si contano Valerio Magrelli e Edoardo Sangunineti, intervistati da Federico Condello e Gilda Policastro. E, com’è fatale, è fatto di cose belle e cose brutte. Splendida la sezione “Officina di traduzione”, in cui vengono ritradotti alcuni classici latini – davvero incredibili le poesie di Catullo e la morte di Turno nella versione di Alessandro Fo che mantiene il ritmo della metrica latina. Sono intelligenti e utili i due saggi conclusivi, di Ivan Tassi e Daniele Giglioli, che tracciano una mappa della critica italiana, dal 1949 a oggi e leggere la riflessione di Seamus Heaney sulla poesia pastorale fa bene alla mente e al cuore.<br />
<span id="more-27773"></span><br />
Certo, in tanta abbondanza, non mancano le note stonate, come la mediocre intervista di Gilda Policastro a Edoardo Sanguineti, in cui il Maestro evita sistematicamente di rispondere alle domande dell’intervistatrice, preferendo raccontare aneddoti autobiografici e autoincensanti.</p>
<p>Ma le perplessità maggiori riguardano i momenti in cui viene preso di petto quello che doveva essere il tema dell’Almanacco: il classico e la sua resistenza.</p>
<p>Innanzitutto il lettore si trova davanti a un’ambiguità non chiarita sul doppio significato di classico, che in letteratura può indicare un’opera scritta in epoca greco-latina ma anche, genericamente, un testo molto importante e molto letto, appartenente a un imprecisato canone della letteratura universale.</p>
<p>La prima definizione è chiara e, al più, si può discutere sulle date in cui racchiudere la classicità, la seconda, nella sua vaghezza, pone non pochi interrogativi: chi decide l’ampiezza del canone? Quali testi vanno inclusi e quali esclusi? Ci si deve limitare alla letteratura occidentale? E soprattutto: un classico è tale per propria virtù innata o è stato un circuito di lettori e critici a farne un classico? E in questo caso chi conta di più, lo specialista o il lettore medio?</p>
<p>Per farla breve tutte queste domande potrebbero essere racchiuse nel dubbio fondamentale: “Cos’è un classico?” che è il titolo di una celebre conferenza di T.S. Eliot del 1944, ma anche della prima sezione dell’Almanacco.</p>
<p>L’introduzione di Roberto Andreotti, che è anche il curatore del volume, invece di venirci in soccorso, complica la situazione.</p>
<p>Andreotti cita un pensiero di Sanguineti: “I classici ci interessano perché sono da noi radicalmnente diversi. Sono radicalmente esotici”. E ancora: “Importano perché additano forme di esperienza da noi remote, anche impraticabili, e anche, non di rado, incomprensibili”. Il bersaglio polemico di Andreotti e Sanguineti è quella che Andreotti stesso definisce “malintesa attualizzazione” dei classici, contro il quale contrappone questa idea dell’esotismo del classico e una concezione che lui stesso chiama, forzando un concetto espresso da Heaney, “lettura agonistica” dei classici, l’idea che essi siano dei “formidabili antagonisti” da sfidare. Le idee di Andreotti di per sé sono brillanti e non prive di interesse. Ma si scontrano inevitabilmente con l’esperienza che ogni lettore fa quando prende in mano un classico. Nessuno, tranne forse qualche scrittore particolarmente egotico, legge Guerra e pace per sfidare Tolstoj.</p>
<p>La cosa più curiosa è che i tre autori dei saggi che compongono la sezione (Mario Lavagetto, Alessandro Serpieri e Valerio Magrelli, lascio da parte la già citata intervista a Sanguineti perché non dà contributo alcuno alla questione), arrivano ad affermare esattamente il contrario di quello che è scritto nell’introduzione.</p>
<p>Tutti e tre partono dalla confutazione dell’idea di Eliot secondo cui il classico è esclusivamente il prodotto di una civiltà matura, giudicata unanimemente troppo angusta e colpevole di escludere dall’insieme dei classici un gran numero di indubitabili capolavori. E tutti e tre arrivano, dopo lunghi ragionamenti, a una definizione piuttosto generica e intuitiva di classico. Lavagetto sottolinea il carattere instabile della patente di classicità, così che ciò che è classico per una stagione può non esserlo per l’epoca successiva: “i classici sono i libri che si rileggono e che fanno parte di una biblioteca ideale”, “ si prestano a essere reinterrogati e non sono mai privi di risposte”. Serpieri passa in rassegna una serie di definizioni sull’essenza del classico, tra cui questa, di Hans-Georg Gadamer: “Classico è così una specie di presente fuori dal tempo, che è contemporaneo ad ogni presente”. E Magrelli arriva ad affermare: “La letteratura esiste nella misura in cui si crea un arco voltaico fra lettore e autore – poco importa che l’autore sia vissuto mille anni prima, o abiti dall’altra parte della strada”. L’idea di Andreotti di una distanza del classico, di una sua dimensione esotica, sembra definitivamente confutata. Con buona pace di Sanguineti e dei nemici del senso comune, il concetto di classico che esce dai tre saggi è legato all’attualità perenne, a quella capacità dei grandi testi di farci sentire immediatamente intime e prossime le pene di Saffo, i dubbi di Amleto e i tormenti di Raskolnikov.</p>
<p>Eppure l’idea ovvia e evidente dell’attualità del classico, nella sua genericità, non riesce a soddisfare a pieno. Per fortuna, per sollevare il lettore e risolvere il dissidio apparentemente insanabile tra attualità e inattualità del classico, viene in soccorso Carmine Catenacci, autore di uno dei saggi più belli dell’Almanacco, che difende con argomenti assai validi il tanto bistrattato <em>300</em> di Zack Snyder. Scrive Catenacci: “Quando si ha a che fare con un classico, ogni sua ripresa è, a mio parere, tanto più feconda e innovativa, se proprio sfruttando la forza del racconto e dell’immaginario, sa coinvolgere il pubblico e attrarlo dialetticamente verso i significati storici originali e non, al contrario, se semplicemente appiattisce il passato sulla dimensione ovvia del presente. L’arricchimento è nel dialogo, non nell’annullamento di un interlocutore nell’altro”.</p>
<p>In altre parole, il classico si fonda su un movimento dinamico che congiunge attualità e inattualità e, sospeso in modo mirabile tra eternità e caducità, gioca sul senso del tempo, mostrando ciò che del passato si perde irreversibilmente e, nello stesso momento, quelle passioni e pulsioni umane che si ripeteranno finché esiste la specie umana.</p>
<p>L’immagine che viene in mente è quella di un classico della poesia: l’urna greca dell’ode di Keats, le sue figure sospese tra un passato perduto e un eterno presente, al suono di melodie mai ascoltate, note sempre uguali e sempre nuove.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-27779" title="9788817035842" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/9788817035842-211x300.jpg" alt="9788817035842" width="211" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Resistenza del Classico (a cura di R. Andreotti), Almanacco Bur 2010, € 24,50. </strong></p>
<p>[da <em>Il Riformista </em>- 18 dicembre 2009, l'immagine in apice è di Dino Valls]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/30/che-cose-un-classico/">Che cos&#8217;è un classico?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Citare le fonti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/citare-le-fonti/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2008 14:06:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[il riformista]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>nota di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Denis (il gestore di <a href="http://diderotblog.blogspot.com/">questo</a> blog) mi ha appena riferito, via MSN, un fatticello assai curioso, ma per nulla nuovo dell&#8217;atteggiamento che la carta stampata ancora ha quando &#8220;usa&#8221; il vasto serbatoio di internet. E&#8217;, questo argomento, molto caro anche a <a href="http://georgiamada.splinder.com/post/15688996#comment">Georgia</a>, e quindi so che apprezzerebbe.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/citare-le-fonti/">Citare le fonti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>nota di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Denis (il gestore di <a href="http://diderotblog.blogspot.com/">questo</a> blog) mi ha appena riferito, via MSN, un fatticello assai curioso, ma per nulla nuovo dell&#8217;atteggiamento che la carta stampata ancora ha quando &#8220;usa&#8221; il vasto serbatoio di internet. E&#8217;, questo argomento, molto caro anche a <a href="http://georgiamada.splinder.com/post/15688996#comment">Georgia</a>, e quindi so che apprezzerebbe.<br />
Per farla breve, su <a href="http://www.ilriformista.it">Il riformista</a>, Luca Mastrantonio ha testè pubblicato un divertito articolo dove sbertuccia Veltroni e la sua mania a introdurre ad ogni pie&#8217; sospinto tomi e tomi. (Denis me l&#8217;ha fatto leggere <a href="http://dagospia.excite.it/articolo_index_37606.html">qui</a>).<br />
Cosa che <strong>Christian Raimo</strong> ci ha fatto notare a suo tempo, nel suo divertente <em>quiz editoriale</em> pubblicato <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_753.html">qui</a> e poi commentato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/20/un-quiz-editoriale/">qui</a>.<br />
Ma di Raimo, nell&#8217;articolo di Mastrantonio, neppure l&#8217;ombra. Solo un generico &#8220;Da giorni gira per internet, con successo di pubblico (&#8230;) un quiz bibliografico.&#8221;</p>
<p>Bene. Questa è la stampa italiana. Questo è il paese dove vivo.<br />
Ormai è chiaro: devo in stretto giro di posta mettere a punto per la mia vita un <em>piano B</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/citare-le-fonti/">Citare le fonti</a></p>
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