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	<title>Nazione Indiana &#187; industria culturale</title>
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		<title>L’editore automatico</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/22/l%e2%80%99editore-automatico/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 06:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’editore automatico
<p style="text-align: right;"><strong><em>Raffaele Alberto Ventura</em></strong> [<em>articolo già apparso <a title="l'editore automatico su eschaton" href="http://www.eschaton.it/blog/?p=4711" target="_blank">qui</a></em>]</p>
<p>Questa è una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della <strong>coda lunga</strong>, che (naturalmente) inizia sulle pagine di <strong>Amazon</strong>. Comincia con me che capito su una serie di libri dedicata ai generi musicali e capisco rapidamente, per via di una certa incoerenza nella strutturazione dei capitoli, che si tratta di compilazioni tratte da <strong>Wikipedia</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/22/l%e2%80%99editore-automatico/">L’editore automatico</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: left;">L’editore automatico</h2>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Raffaele Alberto Ventura</em></strong> [<em>articolo già apparso <a title="l'editore automatico su eschaton" href="http://www.eschaton.it/blog/?p=4711" target="_blank">qui</a></em>]</p>
<p>Questa è una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della <strong>coda lunga</strong>, che (naturalmente) inizia sulle pagine di <strong>Amazon</strong>. Comincia con me che capito su una serie di libri dedicata ai generi musicali e capisco rapidamente, per via di una certa incoerenza nella strutturazione dei capitoli, che si tratta di compilazioni tratte da <strong>Wikipedia</strong>. In effetti l’autore indicato è proprio “fonte wikipedia”, in <a href="http://livres.fluctuat.net/blog/46023-des-articles-de-wikipedia-vendus-sur-amazon-pour-10-euros-et-plus.html">apparente</a>infrazione della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Copyright#Condizioni_d.27uso">licenza CC-BY-SA</a> con la quale sono rilasciati i contenuti dell’enciclopedia collaborativa. Digitando il nome dell’editore nel motore di Amazon, capito su altri titoli.<a href="http://www.amazon.it/Agricoltura-Agrosistema-Culla-Civilt-Biodinamica/dp/1153749769/ref=sr_1_32?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334449&amp;sr=1-32"><em>Agricoltura</em></a> (38 pp), <a href="http://www.amazon.it/Abati-Francesi-Bernardo-Chiaravalle-Silvestro/dp/1231725842/ref=sr_1_86?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334558&amp;sr=1-86"><em>Abati francesi</em></a> (54 pp), <em><a href="http://www.amazon.it/Accordi-Diplomatici-Della-Guerra-Mondiale/dp/123172658X/ref=sr_1_124?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334663&amp;sr=1-124">Accordi Diplomatici Della Prima Guerra Mondiale</a></em> (52 pp) o ancora <a href="http://www.amazon.it/Ebraismo-Religioni-Nazione-Filosofia-Ebraica/dp/1153751623/ref=sr_1_38?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334524&amp;sr=1-38"><em>Ebraismo</em></a> (178 pp) o <a href="http://www.amazon.it/Generi-Cinematografici-Fantascienza-Dellorrore-Allitaliana/dp/123199777X/ref=sr_1_2?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334750&amp;sr=1-2"><em>Generi cinematografici</em></a> (126 pp). La grafica di copertina è sempre identica: sfondo colorato e la fotografia d’un fiore. Il prezzo, prima che Amazon li rendesse indisponibili alla vendita in Italia, era di circa dieci euro l’uno.<span id="more-40130"></span></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/41d34qDTprL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></p>
<p>Ok, quindi <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Books_LLC">questi</a> prendono voci di Wikipedia e fanno dei libri. Lo facevano in America, e ora lo fanno anche in Italia. Anzi, a dire il vero lo fanno in <strong>24 lingue</strong>, dall’arabo al cinese. Il meccanismo è trasparente, a leggere quanto scrivono nelle FAQ del loro sito: le versioni cartacee permettono di evitare la fastidiosa lettura a schermo. Anche se poi su Amazon è facile scambiarli per libri “veri”, e qualcuno <a href="http://community.soldionline.it/discussioni-consumatori-tutela/46525-fregatura-books-llc.html">rischia di portarsi a casa</a> una <em>voce</em> sui racconti di Bradbury credendo che si tratti <em>dei</em> racconti di Bradbury. Ma tutto questo, lo ammetto, non è molto bizzarro, né tantomeno affascinante. Infatti la storia non è ancora finita.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/51e38FFUHIL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></p>
<p>Quanti sono i titoli prodotti con questo procedimento? Non tre, né quattro o dieci o cento: sono <a href="http://www.amazon.it/gp/search/ref=sr_nr_seeall_1?rh=k%3ABooks+Llc%5Cc+Wiki+Series%2Ci%3Astripbooks&amp;keywords=Books+Llc%2C+Wiki+Series&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316274620#/ref=sr_pg_3?rh=k%3ABooks+Llc%5Cc+Wiki+Series%2Cn%3A411663031&amp;page=3&amp;keywords=Books+Llc%2C+Wiki+Series&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316275506">quindicimila</a> solo in italiano, a partire da luglio 2011. E come li produce quindicimila libri un editore straniero, in due mesi? <em>A casaccio</em>. No, davvero: a casaccio. Scorrendo la lista dei titoli, appare evidente che gli elenchi di voci sono raccolti <em>automaticamente</em> a partire dalle categorie di Wikipedia, tra le quali persino meta-categorie proprie all’enciclopedia, che non hanno nessuna pertinenza se stampate nella forma di un libro:<a href="http://www.amazon.it/Trasferire-Commons-Wikibooks-Wikinotizie-Wikiquote/dp/1232642266/ref=sr_1_24?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334083&amp;sr=1-24"><em>Da trasferire</em></a> (292 pp), <em><a href="http://www.amazon.it/Pagine-Orfane-Letteratura-Sedicesima-valentina/dp/1232591580/ref=sr_1_18?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334083&amp;sr=1-18">Pagine orfane – Letteratura</a> </em>(32 pp), <a href="http://www.amazon.it/Stub-Atletica-Skyrunner-Maratona-Ostacoli/dp/1232631361/ref=sr_1_23?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316334083&amp;sr=1-23"><em>Stub – Atletica leggera</em></a> (28 pp), <a href="http://www.amazon.it/Pagine-Essere-Aggiunto-Template-Sportivo/dp/1153749750/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316347738&amp;sr=1-1"><em>Pagine a cui deve essere aggiunto il template sportivo</em></a> (182 pp) o lo struggente <a href="http://www.amazon.it/Voci-Mancanti-Fonti-Neuropatia-Poliomielite/dp/1232365386/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316348247&amp;sr=1-1"><em>Voci mancanti di fonti</em></a> (78 pagine dense e poetiche). In modo del tutto automatico dunque, e indipendentemente da ogni competenza semantica, un editore-robot ha prodotto e messo in vendita quindicimila libri, rivolti soprattutto ad acquirenti distratti. Puro <em>Spam</em>editoriale. Ma vediamo: in che senso l’editore ha <em>prodotto </em>questi libri?</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/51JgsXwZstL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></p>
<p>Io non credo che questi libri <em>esistano</em>. <em><a href="http://www.amazon.it/Vincitori-del-National-Book-Award/dp/1232628581/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316335192&amp;sr=1-1">Vincitori del National Book Award</a> </em>(100 pp) o <em><a href="http://www.amazon.it/Episodi-Lost-Stagioni-Attraverso-Specchio/dp/1231984767/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1316335223&amp;sr=1-1">Episodi di Lost</a></em> (54 pp) non sono mai stati stampati né giacciono in alcun magazzino. Perlomeno questa mi pare la spiegazione più sostenibile. La probabilità di vendere <em>un singolo libro</em> tra questi quindicimila è molto bassa, cioè precisamente uno su quindicimila ovvero 0,006%. In fin dei conti, ognuno di questi libri equivale all’altro, e non ha in sé alcun valore intrinseco. Tuttavia, la probabilità di vendere <em>uno qualsiasi di questi libri</em> è già migliore. Ipotizzando che su Amazon ci siano circa trecentomila libri italiani in vendita, <strong>le probabilità salgono attorno a quindici su trecento, ovvero ben 5%.</strong> Tutto sta, dunque, nel stampare questi libri <em><strong>on demand</strong></em>, cosa che la tecnologia ha oramai reso possibile e redditizio.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/412krPc%2BrNL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></p>
<p>Il nostro bizzarro editore automatico ha generato quindicimila esche virtuali e stamperà soltanto al momento dell’incauto acquisto. Nessun essere umano di carne e sangue sceglie e compila, nessun volume di carta attende di essere venduto. L’editore automatico è un catalogo di possibilità. In tutto il mondo, la sua strategia è <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Livres_Groupe">inondare i siti di vendita</a> con la sua merce avariata. E c’è da credere che il suo <strong><em>business model</em> stocastico</strong> funzioni. La legge dei grandi numeri gli garantisce, dove e fino a quando la legge glielo permette, di guadagnare senza muovere un dito, lasciando che i suoi libri si producano e si vendano da soli. Se un milione di scimmie in un milione di anni <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teorema_della_scimmia_instancabile">finiranno per riscrivere Shakespeare</a>, l’incontro tra un milione di patacche e un milione di potenziali acquirenti finirà per generare profitto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Voci di fonti mancanti</h2>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Raffaele Alberto Ventura</em></strong> [<em>articolo già apparso <a title="voci di fonti mancanti su eschaton" href="http://www.eschaton.it/blog/?p=4739" target="_blank">qui</a></em>]</p>
<p><strong>Jorge Luis Borges</strong>, non sei nessuno. <strong>Douglas Hofstadter</strong>, torna a disegnare ambigrammi. Ieri ho scoperto <a href="http://www.eschaton.it/blog/?p=4711">una cosa affascinante</a>, e oggi se ne aggiunge un’altra che compie e corona<em> </em>la vicenda. Dunque c’é questo editore che copia e stampa le pagine di<em>wikipedia</em>, giusto? Wikipedia sapete come funziona: gli utenti collaborano e si correggono tra loro, ma alla fine l’ultima parola ce l’ha la <strong>fonte primaria cartacea</strong>, il testo pubblicato. Ebbene io non so nemmeno come dirvelo, in fondo per raccontare una cosa tanto meravigliosa le parole non ci sono, eppure é tutto vero, commovente, perfetto, simmetrico: <a href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Speciale%3ARicerca&amp;search=books+llc&amp;fulltext=1">in un centinaio di casi</a>,<strong> wikipedia ha usato come fonti primarie proprio quei libri copiati da wikipedia</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo wikipedia un certo fatto é <em>vero</em> perché riportato in un certo libro, nel quale é semplicemente riportata la voce di wikipedia. Questo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Autoriferimento_incrociato"><strong>autoriferimento incrociato</strong></a> é senz’altro dovuto a un’aggiunta <em>automatica</em> del libro alla bibliografia (da parte di un redattore di wikipedia) proprio come <em>automatica</em> era la creazione del libro a partire dalla pagina. Per la precisione, é probabile che il redattore non abbia <em>mai letto</em> il libro in questione ma ne abbia semplicemente trovato il titolo, poiché probabilmente il libro<em>non é mai stato stampato</em> — probabilità di essere stampato e letto che tuttavia aumenta considerevolmente quando il libro inizia ad apparire nella bibliografia di wikipedia… Insomma, nel mondo realmente ricorsivo, la realtà é il risultato di un <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Infinite_loop">loop infinito</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/22/l%e2%80%99editore-automatico/">L’editore automatico</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Classifiche Pordenonenelegge-Dedalus dicembre 2010</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/classifiche-pordenonenelegge-dedalus-dicembre-2010/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/classifiche-pordenonenelegge-dedalus-dicembre-2010/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 11:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Narrativa</strong></p>
<p>1) Walter Siti, <em>Autopsia dell&#8217;ossessione</em>, Mondadori,  p. 81</p>
<p>2) Franco Cordelli, <em>La marea umana</em>, Rizzoli,  p. 68</p>
<p>3) Andrea Bajani, <em>Ogni promessa</em>, Einaudi,  p. 66</p>
<p>4) Gilda Policastro, <em>Il farmaco</em>, Fandango,  p. 38</p>
<p>5) Sandro Veronesi, <em>XY</em>, Fandango,  p.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/classifiche-pordenonenelegge-dedalus-dicembre-2010/">Classifiche Pordenonenelegge-Dedalus dicembre 2010</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Narrativa</strong></p>
<p>1) Walter Siti, <em>Autopsia dell&#8217;ossessione</em>, Mondadori,  p. 81</p>
<p>2) Franco Cordelli, <em>La marea umana</em>, Rizzoli,  p. 68</p>
<p>3) Andrea Bajani, <em>Ogni promessa</em>, Einaudi,  p. 66</p>
<p>4) Gilda Policastro, <em>Il farmaco</em>, Fandango,  p. 38</p>
<p>5) Sandro Veronesi, <em>XY</em>, Fandango,  p. 32</p>
<p>6) Lucio Klobas, <em>Anni luce</em>, Effigie,  p. 25</p>
<p>7) Aldo Nove, <em>La vita oscena</em>, Einaudi,  p. 21</p>
<p>7) Alessandro Piperno, <em>Persecuzione</em>, Mondadori,  p. 21</p>
<p>9) Cristiano de Majo,  <em>Vita e morte di un giovane impostore scritta</em></p>
<p><em> da me, il suo miglior amico</em>, Ponte alle Grazie, p. 17</p>
<p>10) Ugo Cornia,  <em>Operette ipotetiche</em>, Quodlibet,  p. 16<span id="more-37544"></span></p>
<p>11) Umberto Eco, <em>Il cimitero di Praga</em>, Bompiani p. 11</p>
<p>12) Fabio Viola, <em>Gli intervistatori</em>, Ponte alle Grazie  p. 9</p>
<p>12) Giancarlo De Cataldo, <em>I traditori</em>, Einaudi  p. 9</p>
<p>14) Kaha Mohamed Aden, <em>Fra-intendimenti</em>, Nottetempo  p. 8</p>
<p>14) Letizia Muratori, <em>Sole senza nessuno</em>, Adelphi  p. 8</p>
<p>16) Leonardo Bonetti, <em>Racconto di primavera</em>, Marietti  p. 7</p>
<p>17) Marco Bosonetto, <em>Nel grande show della democrazia</em>, Laurana p. 6</p>
<p>17) Cristiano Cavina, <em>Scavare una buca</em>, Marcos y Marcos p. 6</p>
<p>17) V. Delsere-E. Maffioletti, <em>Bisclavret. Storia luminosa di tempi bui</em>,</p>
<p>O.G.E,  p. 6</p>
<p>17) Domenico Di Tullio, <em>Nessun dolore</em>, Rizzoli   p. 6</p>
<p>17) Giuseppe Genna, <em>Discorso fatto agli uomini </em></p>
<p><em> dalla specie impermanente dei cammelli polari</em>, duepunti,  p. 6</p>
<p>17) Piero Pieri, <em>Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili </em></p>
<p><em> di disperazione a Bologna</em>, Transeuropa,  p. 6</p>
<p>17) Enrico Remmert, <em>Strade bianche</em>, Marsilio  p. 6</p>
<p>17) Azzurra Carpo, <em>Romanzo di frontiera</em>, Albatros  p. 6</p>
<p>25) Niccolò Ammaniti, <em>Io e te</em>, Einaudi p. 5</p>
<p>25) Amara Lakhous, <em>Divorzio all&#8217;islamica a viale Marconi</em>, E/O  p. 5</p>
<p>27) Luisito Bianchi, <em>Le quattro stagioni di un vecchio lunario</em>, Sironi  p. 4</p>
<p>27) Veronica Tomassini, <em>Sangue di cane</em>, Laurana p. 4</p>
<p>29) P. Paolo e Massimiliano Di Mino, <em>Fiume di tenebra</em>, Castelvecchi p. 3</p>
<p>29) Gregorio Magini, <em>La famiglia di pietra</em>, Round Robin  p. 3</p>
<p>31) Felice Cimatti, <em>Senza colpa</em>, Marcos y Marcos   p. 2</p>
<p>31) Ivan Cotroneo, <em>Un bacio</em>, Bompiani  p. 2</p>
<p>31) Paolo Nori, <em>A Bologna le bici erano come i cani</em>, Ciclopolis  p. 2</p>
<p>31) Pervinca Paccini, <em>Vuoti a perdere</em>, Autodafè  p. 2</p>
<p>31) Gilberto Severini, <em>A cosa servono gli amori infelici</em>, Playgroud  p. 2</p>
<p>36) Nicola Bonazzi, <em>Ninnaò</em>, Archetipolibri  p. 1</p>
<p>36) Diego De Silva, <em>Mia suocera beve</em>, Einaudi  p. 1</p>
<p>36) Igiaba Scego, <em>La mia casa è dove sono</em>, Rizzoli  p. 1</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Poesia</strong></p>
<p>1) Fabio Pusterla, <em>Corpo stellare</em>, Marcos y Marcos, p. 60</p>
<p>2) Italo Testa, <em>La divisione della gioia</em>, Transeuropa, p. 55</p>
<p>3) Milo De Angelis, <em>Quell&#8217;andarsene nel buio dei cortili</em>, Mondadori, p. 46</p>
<p>4) Francesca Matteoni, <em>Tam Lin e altre poesie</em>, Transeuropa, p. 40</p>
<p>4) Marco Giovenale, <em>Shelter</em>, Donzelli, p. 40</p>
<p>6) Giuliano Mesa, <em>Poesie</em>, La camera verde,  p. 39</p>
<p>7) Carlo Bordini, <em>I costruttori di vulcani</em>, Luca Sossella Editore,  p. 22</p>
<p>8) Marco Ceriani, <em>Memorirè</em>, Lavieri,  p. 21</p>
<p>9) Claudio Damiani, <em>Poesie</em>, Fazi, p. 12</p>
<p>9) Paolo Febbraro, <em>Deposizione</em>, Lietocolle,  p. 12</p>
<p>9) Gian Maria Annovi, <em>Kamikaze e altre persone</em>, Transeuropa, p. 12</p>
<p>12) Mariangela Gualtieri, <em>Bestia di gioia</em>, Einaudi p. 9</p>
<p>13) Elio Pecora, <em>Tutto da ridere</em>, Empirìa  p. 8</p>
<p>14) Matteo Campagnoli, <em>In una notte fortunata</em>, Casagrande   p. 6</p>
<p>14) Rosaria Lo Russo, <em>Io e Anne</em>, d&#8217;If  p. 6</p>
<p>14) Francesco Scarabicchi, <em>L&#8217;ora felice</em>, Donzelli p. 6</p>
<p>14) Ida Vallerugo, <em>Mistral</em>, Il Ponte del Sale  p. 6</p>
<p>18) Giovanna Bemporad, <em>Esercizi vecchi e nuovi</em>, Dedalus  p. 4</p>
<p>18) Alberto Nessi, <em>Ladro di minuzie</em>, Casagrande p. 4</p>
<p>20) Roberto Mussapi, <em>L&#8217;incoronazione degli uccelli nel giardino</em>, Salani p. 3</p>
<p>20) Patrizia Dughero, <em>Le stanze del sale</em>, Le Voci della Luna p. 3</p>
<p>20) Stefano Guglielmin, <em>C&#8217;è bufera dentro la madre</em>, L&#8217;Arcolaio  p. 3</p>
<p>20) Maria Pia Quintavalla, <em>China</em>, Effigie   p. 3</p>
<p>20) Paolo Rumiz, <em>La cotogna di Istanbul</em>, Feltrinelli        p. 3</p>
<p>20) Valentino Zeichen, <em>Aforismi d&#8217;autunno</em>, Fazi p. 3</p>
<p>26) Dina Basso, <em>Uccalamma</em>, Le Voci della Luna p. 2</p>
<p>26) Rosita Copioli, <em>Animali e stelle</em>, Stampa  p. 2</p>
<p>26) Valeria Ferraro, <em>Lettera da Carlsbad</em>, Edizioni Atelier  p. 2</p>
<p>26) Giorgio Mobili, <em>Penelope su Sunset Boulevard</em>, Manni p. 2</p>
<p>26) Renata Morresi, <em>Cuore comune</em>, peQuod  p. 2</p>
<p>26) Alessandro Rivali,<em> La caduta di Bisanzio</em>, Jaca Book p. 2</p>
<p>26) Eva Taylor, <em>Volti di parole</em>, Edizioni L&#8217;Obliquo  p. 2</p>
<p><strong>Saggi</strong></p>
<p>1) Marco Belpoliti, <em>Pasolini in salsa piccante</em>, Guanda,    p. 59</p>
<p>2) Ezio Raimondi, <em>Ombre e figure</em>, Il Mulino,   p. 24</p>
<p>3) Gustavo Zagrebelsky, <em>Sulla lingua del tempo presente</em>, Einaudi,  p. 22</p>
<p>3) S. Luzzatto-G. Pedullà, <em>Atlante della letteratura italiana</em>, Einaudi, p. 22</p>
<p>5) Riccardo Donati, <em>I veleni delle coscienze</em>, Bulzoni,   p. 17</p>
<p>6) Lina Bolzoni, <em>Il cuore di cristallo</em>, Einaudi,  p. 16</p>
<p>7) Paul Ginsborg, <em>Salviamo l&#8217;Italia</em>, Einaudi,  p. 15</p>
<p>8) P. Giovannetti-G. Lavezzi, <em>La metrica italiana contemporanea</em>,</p>
<p>Carocci,  p. 14</p>
<p>9) Pietro Citati, <em>Leopardi</em>, Mondadori, p. 13</p>
<p>10) Elena Buia Rutt, <em>Flannery O&#8217;Connor, il mistero e la scrittura</em>, Àncora, p. 12</p>
<p>10) Maurizio Viroli, <em>La libertà dei servi</em>, Laterza,  p. 12</p>
<p>10) Simone Barillari, <em>Il Re che ride</em>, Marsilio, p. 12</p>
<p>13) Roberto Calasso, <em>L&#8217;ardore</em>, Adelphi p. 11</p>
<p>14) Remo Ceserani, <em>Convergenze</em>, Bruno Mondadori p. 10</p>
<p>15) Stefano Bartezzaghi, <em>Scrittori giocatori</em>, Einaudi p. 9</p>
<p>15) Alberto Varvaro, <em>Adulteri, delitti e filologia</em>, Il Mulino p. 9</p>
<p>17) Giancarlo Alfano, <em>Paesaggi, mappe, tracciati</em>, Liguori  p. 7</p>
<p>18) Silvia Albertazzi, <em>Il nulla, quasi</em>, Le Lettere p. 6</p>
<p>18) A. Baldoni-G. Borgna, <em>Una lunga incomprensione. Pasolini</em></p>
<p><em>tra destra e sinistra</em>, Vallecchi  p. 6</p>
<p>18) Stefano Bartezzaghi, <em>Non se ne può più</em>, Mondadori  p. 6</p>
<p>18) P. Bellocchio-A. Berardinelli, <em>Diario 1985-1993</em>, Quodlibet  p. 6</p>
<p>18) Filippo La Porta, <em>Meno letteratura, per favore</em>, Bollati Boringhieri  p. 6</p>
<p>18) Paola Pallottino, <em>Storia dell&#8217;illustrazione italiana</em>, La Casa Usher   p. 6</p>
<p>18) Walter Pedullà, <em>L&#8217;estrema funzione</em>, Le Lettere  p. 6</p>
<p>18) Luca Rastello, <em>La frontiera addosso</em>, Laterza  p. 6</p>
<p>18) Marco Revelli, <em>Poveri, noi</em>, Einaudi p. 6</p>
<p>18) Farian S. Sabahi, <em>Storia dello Yemen</em>, Bruno Mondadori p. 6</p>
<p>18) Andrea Tagliapietra, <em>Icone della fine</em>, Il Mulino  p. 6</p>
<p>18) Elisa Vignali, <em>Sivlio D&#8217;Arzo, scrittore fra la provincia e il mondo</em>,</p>
<p>Archetipolibri,  p. 6</p>
<p>18) Luigi Zoja, <em>Centauri. Mito e identità maschile</em>, Laterza  p. 6</p>
<p>31) Mario A. Rigoni, <em>Vanità</em>, Nino Aragno Editore  p. 5</p>
<p>31) Massimiliano Panarari, <em>L&#8217;egemonia sottoculturale</em>, Einaudi  p. 5</p>
<p>33) Roberto Alonge, <em>Goldoni il libertino</em>, Laterza p. 4</p>
<p>33) Gianrico Carofiglio, <em>La manomissione delle parole</em>, Rizzoli,  p. 4</p>
<p>33) Maria Pia Donato, <em>Morti improvvise</em>, Carocci p. 4</p>
<p>35) Francesco Erbani, <em>Il disastro</em>, Laterza  p. 3</p>
<p>35) Luca Guerra, <em>Etica della lettura</em>, Carocci  p. 3</p>
<p>35) Giorgio Agamben, <em>La potenza del pensiero</em>, Neri Pozza p. 3</p>
<p>35) Franco Brevini, <em>La letteratura degli italiani</em>, Feltrinelli        p. 3</p>
<p>35) Francesco Bruni, <em>Italia</em>, Il Mulino  p. 3</p>
<p>35) Mimmo Franzinelli, <em>Il Piano Solo</em>, Mondadori  p. 3</p>
<p>35) Rosamaria Loretelli, <em>L&#8217;invenzione del romanzo</em>, Laterza p. 3</p>
<p>35) Guido Viale, <em>Azzerare i rifiuti</em>, Bollati Boringhieri p. 3</p>
<p>43) Roberto Carnero, <em>Morire per le idee</em>, Bompiani p. 2</p>
<p>43) Roberto Esposito, <em>Pensiero vivente</em>, Einaudi  p. 2</p>
<p>43) Antonio Pinelli, <em>Souvenir</em>, Laterza  p. 2</p>
<p>43) Vincenzo Susca, <em>Gioia tragica</em>, Lupetti Editore  p. 2</p>
<p>47) Simona Argentieri, <em>A qualcuno piace uguale</em>, Einaudi  p. 1</p>
<p><strong>Altre Scritture</strong></p>
<p>1) Franco Arminio, <em>Cartoline dai morti</em>, Nottetempo,  p. 88</p>
<p>2) Franco Buffoni, <em>Laico alfabeto in salsa gay piccante</em>, Transeuropa,  p. 51</p>
<p>3) Dino Baldi, <em>Morti favolose degli antichi</em>, Quodlibet,  p. 34</p>
<p>4) Valerio Magrelli, <em>Addio al calcio</em>, Einaudi,  p. 26</p>
<p>5) Eraldo Affinati, <em>Peregrin d&#8217;amore</em>, Mondadori, p. 23</p>
<p>6) Antonio Tabucchi, <em>Viaggi e altri viaggi</em>, Feltrinelli, p. 16</p>
<p>6) Francesco Piccolo, <em>Momenti di trascurabile felicità,</em> Einaudi, p. 16</p>
<p>6) Claudio Parmiggiani, <em>Una fede in niente ma totale</em>, Le Lettere, p. 16</p>
<p>9) Chiara Valerio, <em>Spiaggia libera tutti</em>, Laterza,  p. 12</p>
<p>10) Alessandro Carrera, <em>Librofilia</em>, Cairo,  p. 9</p>
<p>10) Antonella Cilento, <em>Asino chi legge</em>, Guanda, p. 9</p>
<p>12) Claudio Giunta, <em>Il paese più stupido del mondo</em>, Il Mulino p. 8</p>
<p>12) Eugenio Baroncelli, <em>Mosche d&#8217;inverno</em>, Sellerio  p. 8</p>
<p>14) Francesco Bonami, <em>Dal partenone al panettone&#8230;</em>, Electa  p. 6</p>
<p>14) Carlo Azeglio Ciampi, <em>Non è il paese che sognavo</em>, Il Saggiatore p. 6</p>
<p>14) A. Coffami-A. Zabaglio, <em>Sovvertire il cinema</em>, 18:30 edizioni p. 6</p>
<p>14) Lorenza Foschini, <em>Il cappotto di Proust</em>, Mondadori  p. 6</p>
<p>14) Nicola Lagioia, <em>Fine della violenza</em>, duepunti  p. 6</p>
<p>14) Mario Martone, <em>Noi credevamo</em>, Bompiani  p. 6</p>
<p>14) NGN, <em>Mela marcia</em>, Agenzia X   p. 6</p>
<p>14) Antonio Nicaso, <em>La mafia spiegata ai ragazzi</em>, Mondadori  p. 6</p>
<p>14) S. Ronchey-T. Braccini, <em>Il romanzo di Costantinopoli</em>, Einaudi  p. 6</p>
<p>14) Anna Ruchat, <em>Volo in ombra</em>, Quarup  p. 6</p>
<p>24) Cesare Segre, <em>Dieci prove di fantasia</em>, Einaudi  p. 5</p>
<p>25) Claudio Parmiggiani, <em>Naufragio con spettatore</em>, Allemandi p. 4</p>
<p>25) Antonio Pennacchi, <em>Le iene del Circeo</em>, Laterza  p. 4</p>
<p>25) Vitaliano Trevisan, <em>Tristissimi giardini</em>, Laterza  p. 4</p>
<p>28) Marco Giovenale, <em>Quasi tutti</em>, Polimata  p. 3</p>
<p>28) Valerio Magrelli, <em>Magica e velenosa</em>, Laterza  p. 3</p>
<p>28) Francesco Zarzana, <em>Il cimitero dei pazzi</em>, Infinito edizioni   p. 3</p>
<p>31) Gianni-Emilio Simonetti, <em>Fuoco amico</em>, DeriveApprodi  p. 2</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/classifiche-pordenonenelegge-dedalus-dicembre-2010/">Classifiche Pordenonenelegge-Dedalus dicembre 2010</a></p>
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		<title>Rapporto sullo stato dell&#8217;editoria italiana 2010</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/27/rapporto-sullo-stato-delleditoria-italiana-2010/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 09:54:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>È uscito da poco il rapporto 2010 dell&#8217;AIE (Associazione Italiana Editori) sullo stato dell&#8217;editoria italiana che presenta i dati per il 2008 e il 2009. Una sintesi del rapporto è visibile <a title="sintesi rapporto aie 2010" href="http://www.aie.it/LinkClick.aspx?fileticket=v5KGXL4WXPQ%3d&#38;tabid=475" target="_blank">qui</a> ed è la fonte di questo post. La scheda della pubblicazione invece è <a title="rapporto aie 2010" href="http://www.aie.it/VIS/Blu/VIS_Quaderni_Blu.aspx?IDUNI=ci5ifyahodymvtjcknw1uf457501&#38;ModDestId=5792&#38;Skeda=MODIF306-22-2010.9.29" target="_blank">qui</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/27/rapporto-sullo-stato-delleditoria-italiana-2010/">Rapporto sullo stato dell&#8217;editoria italiana 2010</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È uscito da poco il rapporto 2010 dell&#8217;AIE (Associazione Italiana Editori) sullo stato dell&#8217;editoria italiana che presenta i dati per il 2008 e il 2009. Una sintesi del rapporto è visibile <a title="sintesi rapporto aie 2010" href="http://www.aie.it/LinkClick.aspx?fileticket=v5KGXL4WXPQ%3d&amp;tabid=475" target="_blank">qui</a> ed è la fonte di questo post. La scheda della pubblicazione invece è <a title="rapporto aie 2010" href="http://www.aie.it/VIS/Blu/VIS_Quaderni_Blu.aspx?IDUNI=ci5ifyahodymvtjcknw1uf457501&amp;ModDestId=5792&amp;Skeda=MODIF306-22-2010.9.29" target="_blank">qui</a>. Riporto in breve alcune cifre che mi sembrano particolarmente significative.</p>
<p>Per prima cosa, il calo del fatturato del 4,3% rispetto al 2008, che porta il giro d&#8217;affari dell&#8217;industria editoriale nazionale sui 3,4 miliardi di euro. Stando al rapporto, è il secondo calo consecutivo. In questo quadro, tuttavia, c&#8217;è un incremento del cosiddetto canale <em>trade</em> ovvero delle vendite in libreria, nella grande distribuzione, in edicola e on line. Si tratta di un aumento del 3,5%, formato tra le altre cose da un incremento significativo delle librerie di catena, rispetto a quelle cosiddette a conduzione familiare, e da un aumento anche più forte delle vendite on line. C&#8217;è un crollo invece dei collezionabili, ovvero dei fascicoli da edicola, le cui vendite diminuiscono del 31,4%.<span id="more-36993"></span></p>
<p>Un altro dato segnalato è il lieve aumento dei lettori di almeno un libro (non scolastico) all&#8217;anno. Nel 2009 erano 25 milioni, con aumento di 800.000 unità. Di per sé, tuttavia, non arrivano neppure alla metà della popolazione presa in considerazione: equivalgono infatti al 45,1% delle persone con più di 6 anni e, quindi, in grado di leggere. Inoltre, l&#8217;organizzazione interna di questa percentuale rimane costante: solo il 44,9% legge almeno tre libri all&#8217;anno e solo il 15,2% almeno un libro al mese (anche se in questo caso c&#8217;è un aumento di due punti percentuali). I lettori più forti sono i bambini e i ragazzi con percentuali dal 51,6% nella fascia 6-10 anni al 64,7% (venti punti in più rispetto alla media nazionale) della fascia 11-14 e al 57% nella fascia 15-19. Allo stesso modo aumentano le lettrici, che distaccano i lettori di otto punti percentuali (uomini 43,6%, donne 51,6%).</p>
<p>I dati della produzione si fermano al 2008, ultimo anno di cui si possiedono dati definitivi. Si tratta di 58.829 titoli, con un secondo calo consecutivo che porta ad un saldo di 2600 opere in meno in due anni. Tuttavia, è in aumento il numero delle novità: dal 62% del 2007 al 64,3% del 2008. Allo stesso tempo, però, diminuisce il numero di copie per titolo che si attesta a una tiratura media di 3600 copie, 200 copie in meno del 2007. Inoltre, seguendo una tendenza già nota, aumentano fortemente le opere di attualità e dimuiscono le opere di <em>reference</em>. Infine, si contano 7009 case editrici, di cui solo 1600 hanno una presenza diffusa a livello nazionale, e gli addetti della filiera sono circa 36.000.</p>
<p>Gli ultimi dati che mi sembrano interessanti riguardano il mercato estero e quello digitale e degli ebook. C&#8217;è una diminuzione sia nel numero di titoli che in quello di copie relative ad opere non italiane: ovvero vengono tradotti meno libri (20,1% di libri tradotti nel 2008 rispetto al 24,9% del 1997) e di quelli tradotti si producono meno copie (il 36,7% del totale nel 2008 rispetto al 40,3% nel 1997). A rafforzare questa tendenza, c&#8217;è un aumento delle opere italiane vendute all&#8217;estero: sul totale delle novità di autori italiani, il 9,6% è stato venduto all&#8217;estero, segnando la percentuale più alta dal 2001. Il mercato digitale (dai DVD alle banche dati, ai servizi internet e agli audiolibri) copre il 10,7% di quello complessivo. Gli ebook, invece, nel 2009 rappresentavano solo lo 0,03% del mercato si prevede che, per il Natale 2010, toccheranno lo 0,1%, triplicando quindi il proprio mercato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/27/rapporto-sullo-stato-delleditoria-italiana-2010/">Rapporto sullo stato dell&#8217;editoria italiana 2010</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un uomo in rosso</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 06:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[linnio accorroni]]></category>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=36586</guid>
		<description><![CDATA[<p>di<strong> <a href="http://www.uncuoreintelligente.it/" target="_blank">Linnio Accorroni</a><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/raptraoc.jpg"></a>Un uomo in rosso (il critico Andrea Cortellessa) cammina perplesso e meditabondo dalle parti del gasometro a Roma; fuoricampo la sua voce scandisce il più paradossale e geniale dei risvolti di copertina mai scritti: «L’autore, stanco di sentirsi attribuire dai critici (o almeno dai più grossolani tra essi, e in ogni caso da chi poco lo conosce) la paternità o l’ispirazione degli scritti per consuetudine stampati in questa sede (i quali anzi lo trovano bene spesso dissenziente), ha pregato l’editore di sostituirli d’ora in avanti colla seguente dicitura: RISVOLTO BIANCO PER DESIDERIO DELL’AUTORE» (Tommaso Landolfi, <em>Se non la realtà</em>).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/13/un-uomo-in-rosso/">Un uomo in rosso</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> <a href="http://www.uncuoreintelligente.it/" target="_blank">Linnio Accorroni</a><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/raptraoc.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-36589" title="raptraoc" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/raptraoc-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Un uomo in rosso (il critico Andrea Cortellessa) cammina perplesso e meditabondo dalle parti del gasometro a Roma; fuoricampo la sua voce scandisce il più paradossale e geniale dei risvolti di copertina mai scritti: «L’autore, stanco di sentirsi attribuire dai critici (o almeno dai più grossolani tra essi, e in ogni caso da chi poco lo conosce) la paternità o l’ispirazione degli scritti per consuetudine stampati in questa sede (i quali anzi lo trovano bene spesso dissenziente), ha pregato l’editore di sostituirli d’ora in avanti colla seguente dicitura: RISVOLTO BIANCO PER DESIDERIO DELL’AUTORE» (Tommaso Landolfi, <em>Se non la realtà</em>). Da qui comincia il viaggio, scandito in 5 tappe, di questo pseudo Candide dei nostri tempi che s’aggirerà, attingendo a dosi sempre crescenti di cupezza e disincanto, fra le plaghe quasi sempre sconfortanti e disamene dell’editoria italiana, incontrando vis à vis protagonisti e comprimari, dei e demoni, giganti, nani e ballerine del circuito librario. Un docufilm che si lascia apprezzare per il giusto equilibrio fra un montaggio ben organizzato e raffinato e per la qualità delle riflessioni ed interrogazioni di un Cortellessa, qui nelle fiammeggianti vesti inedite di viaggiatore non incantato, ma malinconico.</p>
<p><em>Da che cosa nasce l’idea del film? In esso, quanto appartiene a Cortellessa e quanto, invece, appartiene ad Archibugi?<span id="more-36586"></span></em></p>
<p>Veramente va dato atto che la prima idea è stata del committente, ossia il Presidente di RaiCinema che è anche uno scrittore, Franco Scaglia. (Il che, non avendo lui battuto ciglio sul titolo, può già rispondere a quelle persone non sempre in buona fede che hanno voluto vedere in <em>Senza scrittori</em> un improbabile atto d’accusa nei confronti degli scrittori, appunto.) Io poi ho steso un canovaccio che per la verità in origine prevedeva anche altri episodi e interviste, che non è stato possibile realizzare; mentre di Luca Archibugi sono tutte le idee visive (tranne quella di vestirmi sempre di rosso, ad eccezione che nell’ultimo episodio; quella è stata un’idea mia). Poi c’è una componente di improvvisazione, mia e dei vari interlocutori, che credo sia fra le note più divertenti del film.</p>
<p><em>A distanza di un anno dal film, non ha la sensazione che le cose, se possibile, siano ulteriormente peggiorate?</em></p>
<p>L’esperienza che ho fatto è che questo tipo di “scrittura” “invecchia” più rapidamente di altre. Non solo il premio Strega che documentiamo appartiene già a un passato che ci pare remoto, ma per esempio uno degli interlocutori che personalmente ho trovato più interessante, Alberto Magnani di Demoskopea, nel frattempo è uscito dal mercato delle classifiche dei libri più venduti (ora dominato dagli allora concorrenti di Nielsen). Comunque sì, certo, il meccanismo della produzione in batteria degli esordienti di bell’aspetto – ai quali si pretende anche di appaltare in esclusiva lo Strega, dopo il successo di Giordano – rappresenta un <em>upgrade</em> eloquente della situazione descritta in <em>Senza scrittori</em>. Un esempio degno di riflessione: l’intervista ad Antonio Franchini, durata complessivamente circa due ore, ovviamente nel film è stata montata solo in minima parte; in una risposta che non vi figura, appunto, lui spiega che il meccanismo delle produzione seriale di autori non appartiene alle <em>majors</em> come Mondadori; sono i mediopiccoli, semmai, argomenta anche condivisibilmente Franchini, ad essere coatti all’imitazione dei successi dell’annata precedente; le <em>majors</em>, e in particolare Mondadori che è la più <em>major</em> di tutte, lavorano semmai a imporre il modello dell’annata successiva. Solo che poi, quando ancora stavamo montando il film, nella SIS da Franchini diretta è stato impunemente pubblicato un tale D’Avenia che unanimemente è stato considerato un clone di Giordano…</p>
<p><em>C’è chi ha scritto (mi sembra Gabriele Pedullà nel Domenicale del «Sole 24 ore») che lei in questo Senza scrittori ricorda, sia pur nella evidente differenziazione dei contesti e delle motivazioni creative e cinematografiche, una sorta di avatar di Michael Moore. A me, sinceramente, mi è parsa che nella sua “interpretazione” – se mi si passa il termine – ci sia una specie di omaggio, non so quanto consapevole, a tre grandi archetipi letterari: Candide, Lazzarillo da Tormes, Lucignolo. Quale delle due “letture” le sembra più convincente o le paiono entrambi peregrine (Cortellessa è Cortellessa è Cortellessa)?</em></p>
<p>Cortellessa è solo se stesso, purtroppo. Non c’è dubbio però che il modello di Michael Moore (il quale a sua volta si rifà a un po’ tutti gli archetipi da lei citati, certo) fosse stato inizialmente evocato da Scaglia. Ma lo stile registico di Archibugi è ai suoi antipodi, direi.</p>
<p><em>Lei sa se la Mazzantini, che per l’intera durata del film assomiglia ad una specie di bersaglio fisso su cui si affollano strali velenosi e pungenti, ha visto il docu-film? Reazioni?</em></p>
<p>No, non credo che Margaret Mazzantini abbia visto il film. Ma non vuole essere, né è, un «bersaglio fisso». Una delle logiche del film è che, non potendo essere un trattato esaustivo di sociologia della letteratura né un saggio di critica letteraria, come tutti gli apologhi funziona (se funziona) per esempi e per simboli. E quello incarnato da Mazzantini è appunto il simbolo di una produzione d’intrattenimento che negli ultimi anni si è impalcata a modello di letterarietà (un termine, questo, che nelle polemiche telematiche mi è stato rimproverato – ma che nel film viene impiegato soprattutto da Franchini: appunto per caratterizzare, ai miei occhi in modo del tutto inverosimile, la scrittura di Mazzantini), con esiti implacabilmente <em>kitsch</em>. Come tutti i documentari di questo genere, <em>Senza scrittori </em>procede anche per incontri casuali, non (solo) per teoremi interpretativi più o meno condivisibili; e davvero durante il festival di Mantova ci siamo imbattuti in questa incredibile lettura pubblica di Mazzantini invitata dai volontari del festival; e davvero, quella sera, sono stato preda di una crisi di sconforto. Di recente, nel bellissimo volume di scritti dispersi di Gilles Deleuze <em>Due regimi di folli</em>, ho trovato queste frasi – dall’intervento a una tavola rotonda dei «Cahiers du cinéma», nell’86 – che mi pare si attaglino perfettamente alla situazione in cui ci troviamo (miei i corsivi): «Oggi ci sono molte forze che si propongono di negare ogni distinzione tra il commerciale e il creativo. Più si nega questa distinzione e più si pensa di essere divertenti, comprensivi ed esperti. <em>Di fatto si traduce soltanto un’esigenza del capitalismo, la rotazione rapida</em> [...]. Al contrario, l’arte produce necessariamente qualcosa di inatteso, di non riconosciuto, di non riconoscibile. Non esiste arte commerciale, è un non-senso. Ci sono arti popolari, certamente. Ci sono anche arti che necessitano di maggiori o minori investimenti finanziari, c’è un commercio delle arti, ma non arti commerciali [...]. Si possono mettere in concorrenza i libri d’evasione con un grande romanzo, ma saranno inevitabilmente i libri d’evasione o i bestseller a vincere in un mercato unico a rotazione rapida <em>o, peggio ancora, saranno loro che pretenderanno di avere le qualità dell’altro e lo prenderanno in ostaggio</em>». Ecco: siamo da tempo nella fase in cui la letteratura con le sue istituzioni, belle e meno belle, è «presa in ostaggio» da macchine come Margaret Mazzantini. Per fare un esempio concreto di funzionamento della «macchina» in questione, ricorderò che una volta suo marito Sergio Castellitto, chiamato a presentare il concerto del Primo Maggio, non trovò di meglio che declamare in toni alati stralci da un libro della moglie. Perfetto esempio, questo, di usurpazione di un luogo «popolare» da parte di un meccanismo squisitamente «commerciale».</p>
<p><em>Non ha la sensazione che in questo </em>Senza scrittori<em>, peraltro assai riuscito anche dal punto di vista del montaggio e della “specificità filmica” (?), vi sia una manifesta separazione manicheistica fra le tesi dei “buoni” (Belpoliti, Gelli, i gestori della libreria Tombolini, Montroni, i curatori di Topolò…) e quelle dei “cattivi” (Scurati, Scarpa, Franchini, Mauri, il signor Demoskopea…).</em></p>
<p>Francamente no. Ci sono aspetti assurdi nella conservazione del ruolo da parte degli adorabili gestori della libreria Tombolini, come quando confessano che per soddisfare i loro prestigiosi e affezionatissimi clienti alle volte si vedono costretti a cercare certi libracci al megastore più vicino. Mentre molte delle cose che dicono quelli che lei recepisce come “cattivi” io le trovo pienamente condivisibili, come quello che dice Stefano Mauri sul compito dell’editore di garantire la libertà di espressione degli autori. L’incontro col «signor Demoskopea», persona molto intelligente oltre che com’è ovvio preparata, è stato per me straordinariamente istruttivo, e così quello con Franchini: di quello che dice lui non condivido praticamente nulla, è vero, ma non c’è dubbio che si esprima con acuta intelligenza ed estrema, come dire?, attenzione. Devo anzi dire che personalmente preferisco di gran lunga una posizione “cattiva”, per usare la sua categoria, quando argomentata con chiarezza, a certe posizioni magari in apparenza più “buone” ma che a ben vedere risultano un po’ (o molto) ipocrite. E dunque, <em>pour cause</em>, poco chiare.</p>
<p><em>Per usare una terminologia alla Antonio Franchini, si può senz’altro dire che lei si diverte, a dispetto della sua aria sorniona ed indifesa, ad assegnare dei sonori, terribili ganci (ma non si risparmia anche uppercut, jab, montanti&#8230;) ad una parte vasta e colpevole del mondo dell’editoria italiana. Il “suo” divertimento è davvero reale o un’esigenza di copione? </em></p>
<p>Non mi diverto affatto, in realtà. Il mio stato d’animo prevalente è acutamente malinconico. Luca Archibugi lo ha ben interpretato, mi pare, nella “cornice” del film.</p>
<p><em>Eppure c’è qualcosa che sfugge, alla fine: a dispetto della quantità di addetti ai lavori da lei intervistati, la letteratura appare un universo opaco ed impenetrabile, qualcosa da cui siamo irreparabilmente separati. Lo spettatore alla fine si ritrova estraniato e perplesso, un po’ come lei quando, al festival di Mantova, è diviso da un ultrametaforico, provvidenziale telo bianco che la divide dai fasti celebrati in onore della Mazzantini, incoronata dalla tribù degli adepti alla religione delle Lettere a loro Musa e Regina. Se quelli che amano davvero e sinceramente la letteratura, prescelgono divinità siffatte, se nelle librerie (lei che s’aggira esterrefatto alla Fnac) non ci sono più libri, che cosa resta da fare a chi ancora, a dispetto di tutto, “crede” in essa?</em></p>
<p>La malinconia di Mantova deriva dal fatto che sono i giovani volontari del festival, quelli che hanno preferito Mazzantini ai premi Nobel, i “nuovi credenti” della letteratura. Il futuro del libro appartiene a loro. E dunque fa tanto più tristezza che siano stati educati a riconoscere la letteratura in libri come quelli di Mazzantini. C’è una precisa responsabilità, in questo, non solo del mondo dell’editoria e dell’informazione (e dunque anche nostra) ma anche della scuola e dell’Università, che per lungo tempo hanno evitato – per disinformazione parruccona – la letteratura contemporanea per poi correre frettolosamente ai ripari, senza trovare niente di meglio che organizzare demagogici convegni sul <em>noir</em> all’italiana e il cinema poliziottesco. Ma questo non vuol dire che non si sia più nulla da fare. Se di un prodotto produttivamente microscopico come <em>Senza scrittori </em>si è parlato tanto prima ancora che circolasse, evidentemente i temi che propone sono assai avvertiti, e in molti avvertiamo la necessità di porre un freno al degrado, reagire in qualche modo. Una cosa molto giusta ha scritto Paolo Di Stefano nella sua rubrica sul «Corriere della Sera», e cioè che non si capisce tutto questo scandalo sollevato da un film che semmai dice cose stranote dagli addetti ai lavori. Ecco, il punto è che in questo campo (come in tanti altri) occorre uno sforzo di immaginazione per far arrivare queste «cose stranote» a un pubblico più ampio, che sono poi le migliaia di lettori “forti” che fanno il vero mercato, quello dei longseller, e che oltretutto fanno opinione (perché per esempio si trovano ad insegnare a scuola, appunto), ma che mai come in questo momento sono “deboli” cioè disorientati. Ci sono temi-chiave, come quello della legge sullo sconto in libreria del quale si parla in <em>Senza scrittori</em> con Stefano Salis del «Sole 24 ore», che a lungo sono stati considerati tabù dall’informazione in quanto eccessivamente “tecnici”. Ma l’informazione ha appunto il ruolo di spiegare cose complesse in modi comprensibili e, se possibile, non noiosi. Così che, come è successo nei mesi successivi al completamento del film – ecco un “peggioramento” tangibile della situazione! – un obbrobrio come la legge Levi non passi inosservato dalla pubblica opinione. Più in generale, quello che resta da fare spetta ai lettori, cioè a tutti noi. Una battuta demagogica spesso ripetuta è quella secondo la quale gli scrittori non scrivono per i critici, ma per i lettori. Ma quello che va incoraggiato è il “lettore critico”: occorre che tutti noi, in quanto lettori appunto, ci rimpossessiamo dello “spirito critico” e che così ci mettiamo in grado di demistificare gli inganni di un sistema pubblicitario che al contrario ci vorrebbe tutti appiattire su medie precostituite. In tanti altri ambiti del consumo, penso per esempio all’alimentazione, questo passo avanti è stato fatto da tantissime persone. Serve uno sforzo organizzativo, su base ahimè volontaria (visto che la sede pubblica preposta a questi compiti, il Centro del libro del Ministero dei beni culturali, è stato affidato a Gian Arturo Ferrari, ex patron della Mondadori: che è come mettere lo Slow Food in mano all’ad di McDonald’s…), per compattare le tante energie positive di questo mondo. Confederare gli editori indipendenti, censire e coordinare le librerie di qualità, esplorare forme di acquisto solidale del libro. L’esperimento delle Classifiche di qualità di Pordenonelegge, che con Alberto Casadei e Guido Mazzoni abbiamo lanciato ormai un anno e mezzo fa, ha incontrato per esempio il gradimento delle librerie Coop e del sito Internet Slow Book Farm: è un risultato concreto, che interviene effettivamente sul mercato – sia pure per il momento in misura minima – e che nessuno di noi aveva messo affatto in preventivo. C’è ancora spazio per reagire, molto più di quanto non si creda, ma tocca rimboccarsi le maniche – e farlo subito.</p>
<p><em>O davvero l’ultima uscita possibile, l’ultima Thule che ci rimane è quella specie di Shangri La in miniatura che è il festival Stazione di Topolò? Non le pare un po’ poco?</em></p>
<p>Credo di aver già risposto, su quanto sia urgente fare sul piano pratico. Anche Topolò, come i libri della Mazzantini, è ovviamente un simbolo. O forse piuttosto, come dicono i maestri, una “funzione”. Penso cioè che un bagno minimamente lustrale, nello spirito di Topolò appunto, non farebbe male a nessuno di noi. Intendo dire: ripartire dalla specificità dei testi, dagli autori, da una loro interazione “reale”, non narcisistica, con i lettori. Da quella che dovrebbe essere cioè la “materia prima” dell’industria culturale, ma della quale l’industria sembra sempre più voler prescindere (di qui il titolo <em>Senza scrittori</em>, appunto, che – oltre all’Arbasino di <em>Un paese senza</em> da una cui citazione prendiamo le mosse – deve soprattutto a <em>Editoria senza editori</em> di André Schiffrin, il libro che su questa questione mi ha aperto gli occhi). Ci ha fatto notare un filosofo amico di Archibugi come la storia raccontata dal nostro film in fondo non faccia che illustrare un’inversione di funzioni che pertiene all’intero universo della “tecnica” e alla quale abbiamo assistito, negli ultimi decenni, colpevolmente senza reagire: l’editoria, e in generale la “filiera del libro”, dovrebbe essere in teoria un mezzo funzionale alla migliore circolazione della letteratura; ma da qualche tempo a questa parte anziché un mezzo è essa stessa chiaramente il fine, e i testi che vengono prodotti il suo mezzo. Come tale secondario e perfettamente fungibile.<em> </em>Il mondo della poesia – beninteso tutt’altro che un paradiso, per chi lo conosce – è un mondo che almeno in questo senso può essere preso a modello: proprio perché non funzionale, e anzi anti-funzionale, rispetto alle logiche di mercato. Di recente mi ha colpito molto l’appello dei cosiddetti “autori Einaudi” contro la legge sulle intercettazioni minacciata dal governo Berlusconi; al di là del merito di quella battaglia, mi colpiva constatare come fra gli “autori” firmatari non fosse contemplato neppure un poeta: e sì che proprio Einaudi pubblica una delle collane di poesia più amate e prestigiose! Si conosce l’etimo del termine “autore”, dal latino <em>augeo</em>: autore è “colui che aumenta”, che arricchisce cioè il nostro patrimonio spirituale. Ecco, un segno dei tempi piuttosto eloquente, ai miei occhi, è che oggi “autore” venga considerato sempre chi “aumenta”, sì, ma solo il fatturato del suo editore. Continuiamo così, facciamoci del male.</p>
<p><strong>Una versione più breve di questa intervista è stata pubblicata sul numero di settembre del mensile <a href="http://stilos.it/blog/" target="_blank">«Stilos»</a>.</strong></p>
<p>Dopo l’anteprima nazionale di <em>Senza scrittori</em> allo storico cinema d’essai di Roma Azzurro Scipioni il 28 giugno, e la sua partecipazione al Molisefilmfestival di Casacalenda (CB) l’8 agosto, sono previste ulteriori proiezioni pubbliche con l’intervento di Andrea Cortellessa: giovedì 16 settembre alle 18 al Milano Film Festival nello spazio Frigoriferi milanesi di Via Piranesi 10 (con la partecipazione di Marco Belpoliti); venerdì 17 alle 21 al Centro Marino Marini di Pistoia (Palazzo del Tau, Corso Silvano Fedi 30) con l’organizzazione dell’Associazione Palomar (partecipa Francesca Matteoni); sabato 18 alle 20.30 a Pordenone durante Pordenonelegge (Palazzo Montereale Mantica, con interventi di Luca Archibugi, Francesco Cataluccio e Stefano Salis); lunedì 27 alle 21 a Torino, Cinema Massimo sala Due (Museo nazionale del Cinema), Via Verdi 18 (partecipano Davide Ferrario e Gianluigi Ricuperati); mercoledì 29 alle 20 a Palermo, Cinema Rouge et Noir, Piazza Verdi 8 (con Giancarlo Alfano, Matteo Di Gesù e Domenico Scarpa). L’Azzurro Scipioni di Roma (Via degli Scipioni 82), inoltre, ha inserito <em>Senza scrittori</em> nella sua programmazione regolare (si fa per dire): il primo venerdì di ogni mese, da agosto a dicembre, alle 21.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/13/un-uomo-in-rosso/">Un uomo in rosso</a></p>
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		<title>bgmole’s prêt-à-porter</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 12:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://bgmole.wordpress.com/2009/04/02/il-grand-master/" target="_blank"><strong>Gherardo Bortolotti</strong></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/dallalto.jpg"></a>La notizia è che da un paio di settimane esistono le<strong> t-shirt di bgmole</strong>. So che non vedevate l’ora di presentarvi all’aperitivo, a una serata all&#8217;<a href="http://www.escatelier.net/" target="_blank">ESC</a> o a un improbabile concerto degli <a href="http://www.myspace.com/dumptyhumpty" target="_blank">Humpty Dumpty </a>con la vostra bella maglietta bgmoliana, mostrando la cristallina percezione dello stato delle cose che vi distingue dagli altri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/20/bgmole%e2%80%99s-pret-a-porter/">bgmole’s prêt-à-porter</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://bgmole.wordpress.com/2009/04/02/il-grand-master/" target="_blank"><strong>Gherardo Bortolotti</strong></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/dallalto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-35914" title="dallalto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/dallalto.jpg" alt="" width="271" height="154" /></a>La notizia è che da un paio di settimane esistono le<strong> t-shirt di bgmole</strong>. So che non vedevate l’ora di presentarvi all’aperitivo, a una serata all&#8217;<a href="http://www.escatelier.net/" target="_blank">ESC</a> o a un improbabile concerto degli <a href="http://www.myspace.com/dumptyhumpty" target="_blank">Humpty Dumpty </a>con la vostra bella maglietta bgmoliana, mostrando la cristallina percezione dello stato delle cose che vi distingue dagli altri. Grazie a <a href="http://www.ostix.net/" target="_blank">Ostix </a>ed alla bravura di Davide Bignami, adesso tutto questo è possibile e potete vedere i modelli disponibili <a href="http://www.ostix.net/stampe.php?lang=ita&amp;pag=miniature" target="_blank">cliccando qu</a>i.</p>
<p><strong>Le ragioni per cui mi sono buttato sull’easy fashion</strong> sono diverse ma, oltre a un’adolescenza irrimediabilmente segnata dagli Anni ’80, direi che quelle fondamentali sono due: una, il tentativo di esplorare quel meccanismo del <strong>grand master</strong> che <a href="http://bgmole.wordpress.com/2009/04/02/il-grand-master/">segnalavo qui</a> e le terre di confine tra etica ed estetica che la moda e il brand occupano ormai da anni; due, il fascino che provo per i <strong>palinsesti effimeri </strong>(capi di abbigliamento, post, adesivi, etc. etc.) e la fruizione dei testi sfuggenti, interrotti, anodini che vi si possono trovare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/20/bgmole%e2%80%99s-pret-a-porter/">bgmole’s prêt-à-porter</a></p>
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		<title>Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare. </em><br />
George Orwell</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Se non puoi dire la verità – taci.<br />
Guardati dalle mezze verità.</em><br />
Danilo Kiš</p>
<p>C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come “Il Giornale” o come “Libero”? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a “Libero”, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su “Libero”. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali “Il Foglio” o“Il Domenicale”. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’<em>impegno</em> dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.<br />
<span id="more-29385"></span><br />
Se uno scrittore come Paolo Nori scrive per “Libero”, e così facendo dimostra, alla fine, che non è uno scrittore “di sinistra”, o che non è un cittadino con una consapevolezza politica “di sinistra”, non per questo cessa di essere un valido scrittore. Ma è sempre possibile dire che, sul piano politico, Paolo Nori non sta difendendo gli ideali di sinistra o la lotta politica promossa dalle forze di sinistra. Forse, addirittura, il solo fatto di essere uno scrittore, e di credere nei valori veicolati dalla letteratura, dovrebbe rendere consapevole Nori dell’errore che egli commette fornendo legittimità culturale a un quotidiano la cui linea politica si accorda con i programmi governativi di demolizione della cultura, partendo proprio dalle istituzioni che ne garantiscono la trasmissione e lo sviluppo (la scuola e la ricerca). Ma ripeto, il caso Nori o casi affini, ci impongono di riconsiderare in modo esplicito i rapporti tra letteratura e politica.</p>
<p><em>Scrittori di quale sinistra?</em><br />
Io su letteratura e politica la penso esattamente come George Orwell. Mi sembra, infatti, che settant’anni fa, Orwell, durante gli anni Quaranta, abbia chiarito meglio di chiunque altro i rapporti tra letteratura e politica, in un’ottica di sinistra, ma di sinistra “eretica”. È importante scegliersi i propri autori, le proprie fonti, a maggior ragione quando vige la gran confusione, e diventa difficile tracciare confini politici tra destra e sinistra, ma anche semplicemente definire <em>quale</em> sinistra. In Italia, da un decennio ormai, non sembra essere rimasto più che Pasolini come autore di riferimento, e questo sia per chi parla da destra sia per chi parla da sinistra. Ovviamente è innanzitutto responsabilità degli scrittori, di coloro cioè che hanno una qualche funzione elementare nella circolazione delle idee, porre in primo piano la questione delle eredità ideologiche, dei filoni intellettuali ancora fecondi e da valorizzare. Per parte mia posso solo consigliare di leggere senza particolari apriori i seguenti saggi di Orwell: <em>Perché scrivo</em> (1946), <em>La letteratura e la sinistra</em> (1943), <em>Come mi pare (14)</em> (1944), <em>Gli scrittori e il leviatano</em> (1948). Questi interventi di Orwell potrebbero poi essere correlati ad alcuni articoli dello scrittore ebreo montenegrino Danilo Kiš come <em>Homo poeticus, malgrado tutto</em> o <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> – dall’anno scorso reperibili nell’edizione Adelphi che raccoglie una parte della sua opera saggistica (ahimè solo una parte!).</p>
<p>Perché proprio Orwell e Kiš? Sono due tra i più importanti scrittori del XX secolo. Sono due scrittori d’esperienza: hanno vissuto direttamente i traumi storici della loro epoca (Orwell partecipò alla guerra civile spagnola e Kiš ebbe membri della sua famiglia assassinati nei lager nazisti). Sono due scrittori che hanno messo al centro della loro opera l’orrore totalitario. Sono due scrittori profondamente anti-fascisti e profondamente anti-stalinisti. Sono due scrittori che hanno sempre creduto nella funzione veritativa della letteratura. Sono due scrittori che non hanno mai rinunciato ad un atteggiamento libertario, in grado di preservare la capacità critica del singolo dai conformismi ideologici delle masse (o delle maggioranze del momento).</p>
<p><em>L’articolazione fondamentale</em><br />
In un saggio del 1948 (<em>Gli scrittori e il leviatano</em>), Orwell pone in termini estremamente lucidi il rapporto tra letteratura e politica. Mi limito a riportare di seguito alcuni passaggi chiave.</p>
<p>“La lealtà di gruppo è necessaria, ma è veleno per la letteratura, fintanto che quest’ultima continuerà ad essere prodotta individualmente.<br />
(…)<br />
E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non ‹‹immischiarsi di politica››? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica.”</p>
<p>[Interrompo la citazione. Quando Orwell scrive: “un’epoca come la nostra”, pensa ovviamente al secondo dopoguerra, con alle spalle i milioni di morti della guerra e dello sterminio nazista, e di fronte a sé il fosco delinearsi della guerra fredda. Ma noi, siamo forse in un’epoca definitivamente “normale”, fuoriuscita dai grandi pericoli che hanno devastato il secolo scorso: disoccupazione di massa, crisi economiche e finanziarie, razzismi e nazionalismi esasperati? Io credo che non ci sia bisogno di gridare al pericolo fascista, per constatare, dal nostro osservatorio nazionale, una grave e progressiva degenerazione della democrazia, tanto nelle sue forme di vita culturali che materiali. Un segno di questa degenerazione, anche se molti non l’hanno ancora pienamente inteso, è una triplice battaglia che in questi anni è stata ingaggiata da realtà molto diverse tra loro, una battaglia che non può essere confinata esclusivamente a sinistra. La lotta per il rispetto della costituzione (ossia, salvaguardia della separazione dei poteri, del pluralismo dell’informazione, della laicità dello stato, ecc.), la lotta per il rispetto della legalità e la lotta contro le varie forme di razzismo sono oggi battaglie condivise da persone che sono (o dovrebbero essere) trasversali alle appartenenze politiche. Questo che cosa significa? Che non ci sono più battaglie di sinistra? Io credo che ciò stia solo ad indicare una gerarchia nelle priorità politiche: prima di dividersi su politiche di destra o di sinistra, è necessario difendere – nel rispetto di un comune e condiviso orizzonte istituzionale – le istituzioni stesse da forme di deriva e degenerazione pericolosissime per tutti. Questo non esclude che ci siano battaglie che sono invece propriamente di sinistra, come quelle relative alla garanzia delle minoranze e delle fasce popolare più deboli, e sopratutto quelle contro le varie forme di sfruttamento diffuse nel mondo del lavoro. In ogni caso la nostra epoca richiede una responsabilità <em>anche</em> sul piano politico che lo scrittore, proprio in veste di semplice <em>cittadino</em>, non può ignorare.]</p>
<p>“Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non <em>come scrittore</em>. Non penso che egli abbia il diritto, solo a motivo della sua sensibilità, di sottrarsi alle quotidiane bassezze della politica.”</p>
<p>[In queste due frasi, è individuata l’articolazione decisiva per una discussione odierna sulla responsabilità dello scrittore. Voglio riportare qui un brano di un articolo che scrissi per NI il 14 aprile 2006,<em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/">Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia</a> </em>. Mentre lo scrivevo, avevo in mente Consigli ad un giovane scrittore di Kiš, ma non conoscevo il saggio di Orwell che ho citato più sopra. Eppure sono giunto per una mia strada alla stessa conclusione di Orwell. Da <em>Postumi</em>:</p>
<p>“Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a piè di pagina dei <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> di Danilo Kiš. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra <em>l’homo poeticus</em> e <em>l’homo politicus</em>, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere <em>homo poeticus</em>, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.</p>
<p>Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’<em>homo poeticus</em> che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in <em>homo politicus</em>, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo <em>Special Operations Executive</em> britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.</p>
<p>Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’<em>autonomia</em>. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo<br />
(…)<br />
Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.”]</p>
<p>Torniamo al saggio di Orwell:</p>
<p>“Non c’è alcun motivo per cui [uno scrittore], se lo desidera, non debba scrivere di politica anche nei termini più rozzi. Solo che dovrebbe farlo come individuo, come outsider, al massimo come sgradito guerriero al fianco di un esercito regolare. Questo atteggiamento è pienamente compatibile con l’utilità della politica nel suo uso quotidiano.”</p>
<p>[Si riconosce qui la figura dell’<em>ospite ingrato</em>, da sempre difesa da Fortini, uno dei nostri intellettuali più lucidi. Ed è importante evitare una diffusa confusione: l’ospite ingrato non è lo scrittore di sinistra in casa della destra, l’ospite ingrato innanzitutto è lo scrittore di sinistra a casa sua. Si può certo immaginare la funzione dell’ospite ingrato, come l’ha svolta lo stesso Fortini, ad esempio, sulle pagine del “Corriere della sera”. Ma come si può leggere nel resoconto di questa esperienza, <em>Scrivere per il Corriere</em>, poi raccolto in <em>Extrema ratio</em>, Fortini nei momenti più difficili degli anni della cosiddetta “emergenza” NON scriveva nella pagina culturale, NON scriveva di libri, ma – come già Pasolini su quello stesso quotidiano alcuni anni prima – scriveva di politica, di cronaca, di mentalità. Insomma, si esponeva in termini apertamente politici, ossia metteva davvero in pratica l’ingratitudine dell’ospite – lui marxista eretico sulle pagine del quotidiano della borghesia liberale.]</p>
<p><em>Quale responsabilità?</em><br />
Concludo questa riflessione, con un breve articolo che ho scritto domenica scorsa per “il manifesto”. Lo riprendo qui in una forma più esplicita, non avendo limite di battute. Benedetto Vecchi, sempre sul “manifesto”, in un lucido articolo apparso sabato 23, s’interrogava sulle “forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra” – tema, per altro, affrontato anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">qui</a> da Helena Janeczek. Vecchi ad un certo punto scrive: “per quanto lo si possa auspicare, è impensabile che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream”. Insomma, il compromesso tra lo scrittore e l’industria culturale è spesso <em>obbligato</em>, in quanto le alternative ad essa – rimanendo nell’ambito di un’attività culturale – non offrono le garanzie (economiche, contrattuali) necessarie per vivere decentemente. Insomma Vecchi tocca qui una contraddizione centrale: coloro che come cittadini difendono il pluralismo delle idee, l’autonomia intellettuale, il valore d’uso della cultura si trovano spesso, in quanto scrittori o critici letterari, a dover lavorare per un industria culturale sempre più monopolistica, gerarchica e orientata alla pura mercificazione.</p>
<p>L’unica cosa che non condivido nell’articolo di Vecchi è però il modo in cui mette fuori gioco il principio di responsabilità dello scrittore: “le scelte di un singolo – visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell&#8217;opinione pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici”.</p>
<p>Data la complessità della questione delimiterò il campo al principio di responsabilità dello scrittore nei confronti di un’idea forte di letteratura, nel momento in cui sceglie di scrivere per la pagina culturale di un quotidiano nazionale. Vorrei mostrare come, seriamente inteso, tale principio non debba sfociare in una semplice dissociazione tra sfera culturale e politica, che rende tanto tranquilla la coscienza degli scrittori, quando collaborano alle pagine culturali di certi quotidiani nazionali. Lo scrittore – non il semplice produttore di merce culturale – si trova a casa del nemico nella pagina culturale di qualsiasi quotidiano nazionale, di partito o no, di destra o meno. “Un artista si preoccupa solo di raggiungere una sua perfezione. E alle <em>sue condizioni</em>, sue e di nessun altro”, questo principio espresso da Salinger in <em>Franny e Zooey</em> – che è poi un principio libertario – dovrebbe essere condiviso da ogni scrittore degno di questo nome. (Danilo Kiš: “Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu”.)</p>
<p>Ora, un’opera letteraria riscuote l’interesse delle pagine culturali di un quotidiano a condizione di essere convertibile in “merce culturale”. Tutta la letteratura che non è immediatamente riconducibile a questa forma, non ha semplicemente diritto d’accesso alle pagine culturali. È il caso eclatante della poesia, che l’ipocrisia imperante è arrivata a distinguere dalla letteratura (si parla di “letteratura e poesia”, oppure di “scrittori e poeti”). Questo semplice fatto rende lo scrittore nemico dell’industria letteraria e delle sue appendici giornalistiche. Una tale inimicizia implica diverse modalità di convivenza con i principi della convertibilità, ma non può mai estinguersi o passare sotto silenzio. (Qualcuno potrebbe accusarmi a ragione di essere schematico, quando evoco in questi termini le pagine culturali. Ma rimane una prova evidente a favore di questo schematismo: la sparizione della poesia da queste pagine. E non solo in Italia, ovviamente. Uno dei più importanti poeti contemporanei francesi, Jacques Roubaud, che ovviamente quasi nessuno in Italia conosce, essendo “un poeta”, ha scritto un lungo articolo sull’ultimo numero di “Le monde diplomatique”, sostenendo la medesima tesi: la poesia è sparita dai giornali perché priva di valore commerciale. Noi abbiamo da anni, sulla stampa quotidiana, pagine di letteratura amputate. Naturalmente ci si potrebbe mettere il cuore in pace, sostenendo con una notevole faccia tosta che questa è la conseguenza di una totale mancanza di buona poesia in circolazione (problema che sarebbe ovviamente europeo… ). Non solo sarebbe facile mostrare il contrario, ma fin troppo facile riportare giudizi autorevoli (?) che sostengono la stessa cosa per il romanzo. Quanti becchini di romanzo si fanno avanti periodicamente? Eppure non per questo le pagine culturali si svuotano di recensioni, segnalazioni, dibattiti, intorno ad opere narrative anche molto modeste.)</p>
<p>Un secondo motivo d’inimicizia tra letteratura e giornalismo culturale nasce dalla responsabilità che lo scrittore sente nei confronti di una verità possibile. Nonostante certe mode letterarie postmoderne, la maggior parte degli scrittori importanti del secolo scorso hanno creduto nella funzione conoscitiva della letteratura. Ci hanno creduto, come gli scienziati attuali credono nelle loro teorie sulla realtà: non saranno in grado di certificare la loro definitiva adeguatezza, ma hanno ottimi motivi per preferirle a teorie precedenti o antagoniste dal potere esplicativo minore. Lo scrittore insegue la verità attraverso il lungo apprendistato della menzogna individuale e collettiva. La letteratura non è affermativa, la sua strategia sono il dubbio e la domanda, ma anche lo smascheramento e la critica delle identità definite, anche e soprattutto quelle ideologiche. Per questo motivo uno scrittore è nemico innanzitutto della proprie ideologia, così come lo scienziato – in un certo senso – è sempre nemico di ogni teoria vincente. Ma se questo è vero, si può ben capire come lo scrittore sia più di tutto nemico delle ideologie che non si presentano come tali, quelle che passano sotto silenzio, in abiti trasparenti: le ideologie del <em>dopo</em> l’ideologia e della <em>fine</em> dell’ideologia.</p>
<p>A questo punto, però, si fanno avanti direttori di pagine culturali che dicono: “Noi non siamo nemici degli scrittori, cediamo ad essi i nostri spazi, lo facciamo più generosamente di quanto lo facciano altri giornali, lo facciamo noi giornalisti di destra nei confronti degli scrittori di sinistra! E soprattutto NON li censuriamo”. Quasi immediatamente compaiono alcuni individui, presentandosi come scrittori di sinistra, e dicono: “Noi non la pensiamo come voi, non c’entriamo un fico secco con voi, ma veniamo da voi per parlare a un pubblico diverso, e nessuno di voi ci censura!”.</p>
<p>Tutti escludono l’esistenza della censura, ma la forma di censura più diffusa che riguarda i regimi democratici – è risaputo – si chiama autocensura. E l’autocensura, ancor meglio della più efficace censura, non lascia traccia. Bisognerebbe capire poi da dove nasce l’esigenza dello scrittore di sinistra di scrivere per un lettore che legge un quotidiano come “Libero” o “il Giornale”. Di cosa vuole parlare a questo lettore? Di “merce culturale”? Che cosa potrà dire, lui scrittore di sinistra, di <em>diverso</em> da quanto potrebbe dire un buon giornalista culturale di destra, parlando di uno qualsiasi degli ultimi prodotti culturali? Ma lo scrittore di sinistra va su “Libero” perché ha un discorso <em>diverso</em> da fare rispetto a quello che si attendono di leggere i lettori del quotidiano. È allora probabile che questo scrittore – anche se <em>non</em> fosse di sinistra ma semplicemente consapevole del ruolo politico che ha questo centrodestra nel disfacimento delle istituzioni culturali –, vorrà utilizzare quello spazio per denunciare non tanto la mercificazione della cultura, ma la mercificazione dell’odio, della paura, dell’ignoranza che la destra videocratica ha portato avanti, seppure in modo “resistibile”. Riuscirà a fare tutto questo sulle pagine di quei quotidiani? È poco plausibile che glielo si lasci fare. Di certo, che si sappia, nessuno ci ha ancora tentato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 08:07:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/oggi-va-e-domani/">Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va.<br />
	A me è accaduto. Ho inviato il file di un romanzo breve a due editori, che sono anche amici. Mi hanno risposto dopo un paio di settimane, con due giudizi articolati che mi hanno sorpreso perché identici, benché i due editori non si conoscano, appartengano a generazioni diverse e abitino in città lontane l’una dall’altra.<br />
	Il testo era valido, dicevano, e uno, il più anziano, affermava di averlo “bevuto”, di non riuscire più a smettere. Non ho dubitato della sua sincerità. Non aveva alcun interesse a mentire. Però, hanno detto entrambi, purtroppo era impubblicabile perché “troppo datato” (testuale nelle due mail).<span id="more-19605"></span><br />
	Personalmente questa definizione, “datato”, era per me un complimento. E’ una storia ambientata in tempi antichi, ma non antichissimi, inserita negli stili dell’epoca. Il fatto che sia così datata significa che sono riuscito a raccontare una favola nel tempo perduto, con personaggi quasi da sogno, che era il mio obiettivo.<br />
	Ma non è questo il punto. Anche perché è irrilevante la mia opinione, se il testo viene rifiutato perché impubblicabile, e quindi non commerciabile.<br />
	Sono soddisfatto e me lo tengo nel cassetto, anzi, nella memoria del pc. Una soddisfazione magra e frustrante. La soddisfazione della sconfitta, il mito dei “belli e perdenti” di cui molti della mia generazione hanno subito il fascino perverso.<br />
	Intanto ho sospeso le proposte. In questo momento “non va”, ma può darsi che fra tre anni vada. Oggi sappiamo che, in barba alla demagogia sul liberismo e la concorrenza, la qualità del prodotto in sé non costituisce un plusvalore assoluto. Il fotografo Endre Ernő Friedmann a Parigi non batteva chiodo, nessuno gli comprava le foto e faceva la fame. Poi la sua compagna, una ragazza molto sveglia, un giorno disse: è il tuo nome che non va. Nessuno lo ricorda. Ora lo cambiamo. Da questo momento tu sei: Robert Capa. E diventò uno dei fotoreporter più famosi di tutti i tempi.</p>
<p>	Invece un altro romanzo, di taglio del tutto diverso, ha appena avuto la risposta di tre editori. Questo funziona, è dunque un genere che in questo momento “va”. Uno dei tre ha detto che contiene “un’idea” vincente.<br />
	Sto cercando di capire cosa funziona in questo testo secondo il trend della “filiera” editoriale. Come sto ancora cercando di capire cosa non funziona nell’altro.<br />
	Ma credo che rinuncerò. Non ho gli strumenti per questo tipo analisi.<br />
	E poi, ancora una volta, non è questo il punto.<br />
	Qualcuno può obiettare – e di fatto obietta – che questo concetto di letteratura come parte di una catena, di un segmento di filiera, equivale a svilire l’opera, e a fare del libro un “prodotto” da supermarket dell’immaginario, dell’intrattenimento. E minaccia, a lungo andare, la stessa creatività.<br />
	Anche una critica letteraria come Carla Benedetti ha parlato, sull’Espresso (ripreso dal primo amore <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1522.html">qui)</a> in termini critici, del confezionamento dei romanzi come prodotti di un’editoria che ormai è quasi del tutto industriale. E come tale deve puntare alla produzione, all’occupazione degli spazi produttivi attraverso i cataloghi. Il pericolo per la creatività starebbe anche nell’interiorizzazione più o meno consapevole da parte degli autori della figura dell’editor (cioè un ibrido di nuova generazione tra scrittore ed editor), un segmento dell’evoluzione editoriale che in questo momento è soprattutto privato (cioè agenzie letterarie che propongono forme di packaging invasive ai romanzi), ma che ha “propaggini nelle case editrici e radicine sparse fin dentro alle scuole di scrittura”.<br />
	Sull’argomento interviene (<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1528.html">qui</a>) anche uno scrittore che si chiama Vincenzo Latronico, autore di un libro per Bompiani dal titolo <em>Ginnastica e rivoluzione</em>, che scrive (dopo avere portato la sua personale esperienza – positiva – con l’editing): “Ho sentito di autori che si consultano con gli editor (o gli agenti) addirittura sulla trama di ciò che scrivono, così abdicando persino al ruolo, già mesto e ridotto di suo, di fornitori di idee da scrivere in uno stile altrui. In questo caso la metafora industriale trova il suo compimento perfetto”. </p>
<p>Una volta un critico della vecchia guardia, da alcuni giudicato “un trombone”, che andai a trovare nella sua villa in Versilia, mi disse che la letteratura è sempre stata ostaggio dell’industria editoriale. Dostoevskij, disse, era schiavo del mercato, eppure ha scritto <em>I Demoni</em>.<br />
	Però l’anziano critico non era del tutto consapevole, credo, di questa faccenda del “genere che non va” che oggi sembra di pesatura così elevata. Forse il mercato è cambiato, si è come indurito, e oggi si cerca l’idea, la trovata che spacca, il riferimento ai gusti del pubblico che legge, l’attualità, le mode.<br />
	Se questa è una regola, o quanto meno una tendenza maggioritaria, un pensiero si fa strada, un dubbio: non saremo di fronte all’estinzione di un concetto letterario novecentesco, in cui molti di noi hanno creduto, quello della letteratura senza tempo?<br />
	Si credeva nell’esistenza di una interiorità per così dire interclassista e transculturale, sepolta dalle regole sovraordinate, dalle diverse morali, dai vari tipi di Super IO Territoriali indotti e costruiti; questa interiorità è l’IO Non Territoriale, che può venire toccato dalla creazione artistica, e quindi letteraria, quando l’autore riesce a ripulire la sua opera da tutte le scorie generate dalla società, dai pregiudizi, dall’aggressività ecc. Quando questo accade, pensavamo, un’opera letteraria può essere letta e apprezzata da persone molto diverse per cultura, per storia. E quindi non può esistere letteratura “datata”, perché oggi possiamo leggere <em>La certosa di Parma</em>, che è ambientata durante il periodo napoleonico, come se fosse un libro scritto oggi, perché il personaggio di jeune homme creato da Stendhal è senza tempo, viene riconosciuto dagli jeune hommes che sono dentro di noi, uomini e donne del XXI secolo.<br />
	Ci abbiamo creduto, ma è vero?<br />
	Oggi questo concetto sembrerebbe in via di superamento. La letteratura si lega al periodo, ai generi, alle manifestazioni esteriori e temporanee del costume e della storia.<br />
	Forse è questo il punto. Al di là delle considerazioni sul mercimonio letterario, che sono in qualche modo superflue, perché è il sistema che sta a monte – una società post capitalista segnata dalla retorica della meritocrazia – a segnare ogni aspetto della nostra vita, compresa la letteratura, trovo interessante – e inquietante – questo superamento della condivisione di sensazioni espresse dall’IO Non Territoriale. L’immaginario, oggi, sembra spezzettato e diviso in settori, in bande, in subculture dominate dalla pubblicità e dalla retorica; sembra segnato da una ricerca di conferme, di ri-letture, di ri-visioni, di ri-ascolti; cerchiamo libri già letti, film già visti, che ci rassicurino, che ci confermino che le nostre abitudini e i nostri stili sono salvi, protetti e confermati. E questi editor di seconda generazione, tecnici della “fecondazione assistita”, sono lì per confezionare questi prodotti.<br />
	Insomma, saremmo di fronte a un transito dell’IO nel Super Io; l’umanità ancestrale espressa dalla letteratura, che tutto unisce, viene frammentata, temporalizzata.<br />
Saremmo di fronte al tramonto dell’idea – o la speranza – che non è sempre la società a generare Edipo, e quindi la sovrastruttura che condanna l’individuo a sottostare fin dalla nascita alle sue regole e alle sue follie, ma può avvenire il contrario: con un processo rivoluzionario sarà il sociale a essere generato da Edipo.<br />
	Ma se tutto questo è perduto, a chi apparterrà il futuro?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/oggi-va-e-domani/">Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</a></p>
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		<title>Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Dec 2008 07:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<blockquote><p>[Il brano che segue è stato pubblicato su <a href="http://vibrisse.wordpress.com/" target="_blank">Vibrisse </a>il 24.12]</p></blockquote>
<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>[In relazione all'articolo di Demetrio Paolin <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2008/12/23/cosa-fa-di-uno-scrittore-uno-scrittore-a-proposito-dello-sciopero-dellautore/">Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore</a>, a sua volta riferito all'articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana <a href="../2008/12/18/siamo-i-fangio-della-cultura-che-non-paga/">Siamo i Fangio della cultura che non paga</a>, che a sua volta si riferiva a un articolo sulla proposta di <a href="../2008/12/01/sciopero-dellautore/">Sciopero dell'autore</a> - pubblico questo testo che è, al momento, più o meno il primo capitolo del romanzo al quale sto lavorando da anni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>[Il brano che segue è stato pubblicato su <a href="http://vibrisse.wordpress.com/" target="_blank">Vibrisse </a>il 24.12]</p></blockquote>
<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>[In relazione all'articolo di Demetrio Paolin <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2008/12/23/cosa-fa-di-uno-scrittore-uno-scrittore-a-proposito-dello-sciopero-dellautore/">Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore</a>, a sua volta riferito all'articolo di Franz Krauspenhaar in Nazione indiana <a href="../2008/12/18/siamo-i-fangio-della-cultura-che-non-paga/">Siamo i Fangio della cultura che non paga</a>, che a sua volta si riferiva a un articolo sulla proposta di <a href="../2008/12/01/sciopero-dellautore/">Sciopero dell'autore</a> - pubblico questo testo che è, al momento, più o meno il primo capitolo del romanzo al quale sto lavorando da anni. Il titolo del romanzo è: <em>Discorso attorno a un sentimento nascente</em>. Il capitolo non ha titolo. Ovviamente il testo va letto per quello che è: un brano di romanzo, nel quale parla un personaggio la cui biografia e le cui opinioni sono frutto di pura invenzione. gm]</p>
<p>Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi. Ne ho un bisogno disperato. Io non sono mai stato attaccato ai soldi. È per questo, forse, che non ne ho. Non sono mai stato capace di mettere i soldi in cima ai miei pensieri. Non credo di avere mai buttati via i miei soldi. Ho sempre pensato che se avessi sempre lavorato, avrei avuti sempre i soldi. Ho sempre risparmiato. Sono stato educato al rigore. Ho accettata l’educazione al rigore che mi è stata impartita. Ho sempre pagate le tasse. Ho sempre pagati i contributi volontari. Mi sono fatto un’assicurazione sulla vita. Ho regolarmente comperati i Buoni di Risparmio Postale. Non sono mai vissuto alla giornata. Mi sono sempre sentito tranquillo. Lavoravo, guadagnavo, pagavo le tasse i contributi l’assicurazione, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. A volte andava meglio, a volte andava peggio.<span id="more-12890"></span> Ci sono stati degli anni nei quali ho guadagnato molto e degli anni nei quali ho guadagnato poco. Non sono mai stato veramente in difficoltà. Quello che ho risparmiato è sempre bastato a tenermi al sicuro. Non mi era mai successo di dare fondo a tutti i miei risparmi. I risparmi stavano lì. Lavorare mi piace. Nella vita non so fare altro che lavorare. Non sono mai stato avido. Il lavoro mi interessa più del guadagno. Gli amici mi hanno sempre detto che certe volte mi faccio pagare troppo poco. Lo ammetto. A volte mi piace lavorare gratis. Quello che mi dà soddisfazione è il lavoro. Non il guadagno. Il guadagno non è mai stato in cima ai miei pensieri. Lavoravo, avevo lavoro, venivo pagato, risparmiavo, pagavo le tasse, pagavo i contributi, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. Provvedevo alle mie necessità. Il lavoro non mancava, il lavoro veniva pagato regolarmente, quanto guadagnavo bastava a provvedere alle mie necessità, perché avrei dovuto preoccuparmi? Mi è sempre mancata la voglia di concentrarmi sul guadagno. Se qualcuno tardava a pagarmi, aspettavo. Magari sollecitavo. Non mi sono mai preoccupato. I soldi arrivavano, prima o poi. Dentro dei tempi accettabili. La situazione era comunque sempre gestibile. Non mi era mai successo di dover liquidare i Buoni di Risparmio Postale. Invece adesso non è più così. Tutto l’anno scorso ho lavorato. Da alcuni, che mi avevano affidati dei lavori importanti, non sono stato pagato. Ho sollecitato. Ho aspettato un anno. Ho sollecitato di nuovo. Ho aspettato ancora qualche mese. Non sono stato pagato. Nel frattempo ho dovuto fare delle spese di una certa importanza. Non mi sono più sentito al sicuro. L’altro giorno ho telefonato a uno di questi soggetti. Intendo soggetti per dire persone, società, aziende, enti pubblici, università, associazioni. Non ne faccio il nome per timore di ritorsioni. Ho telefonato e ho detto:</p>
<p>«Voglio i miei soldi, me li dovete da quattordici mesi».<br />
«Non li abbiamo».<br />
«Ma io ho bisogno di soldi».<br />
«Non sappiamo cosa farci, non li abbiamo».<br />
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.<br />
«Voglio i miei soldi, me li dovete da un anno».<br />
«Abbiamo già pagato».<br />
«Quando, dove, come».<br />
«Abbiamo già pagato».<br />
«Datemi gli estremi di un bonifico, la fotocopia di un assegno».<br />
«Senta, abbiamo già pagato».<br />
La conversazione è finita lì. Sono andato in banca a controllare. Non sono stato pagato. Potrebbero avermi spedito un assegno circolare. Potrebbe averlo intascato il postino. Ne dubito. Ho ritelefonato di nuovo:<br />
«Guardate che i soldi non ci sono, sono stato in banca, non c’è nessun bonifico».<br />
«Se non abbiamo già pagato, pagheremo».<br />
«Sì, ma quando? Io il lavoro lo ho fatto un anno fa».<br />
«E che cosa vuole che sia, un anno? Pensi che noi…».<br />
«Voi non mi interessa. Io voglio essere pagato. Se non ora, almeno in una data certa. Voglio sapere in quale data sarò pagato».<br />
«Pagheremo, non si preoccupi».<br />
«Come faccio a non preoccuparmi? Prima non pagate, poi mi dite che avete già pagato, poi mi dite che pagherete ma non si sa quando».<br />
«Senta, non rompa. Guardi che non è l’unico ad avere certi problemi».<br />
Hanno messo giù. Allora ho telefonato a un altro soggetto.<br />
«Voglio i miei soldi, me li dovete da dieci mesi», ho detto.<br />
«Sì, non si preoccupi», mi hanno detto.<br />
«Certo che mi preoccupo», ho detto, «me li dovete da dieci mesi».<br />
«Eh, non si preoccupi».<br />
«Io posso anche non preoccuparmi, ma intanto che non mi preoccupo, di che campo?».<br />
«Senta, non si preoccupi, questi sono tempi normali per noi».<br />
«Ma non sono normali per me, e io voglio i miei soldi».<br />
«Senta, non sono stati pagati neanche tutti gli altri che hanno fatto il lavoro con lei».<br />
«Questo non vuol dire che non pagare sia una cosa giusta».<br />
«Ma noi paghiamo. E lei non deve preoccuparsi».<br />
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.<br />
«Voglio i miei soldi, me li dovete da nove mesi», ho detto.<br />
«Quali soldi?», mi hanno detto.<br />
«Quelli per il lavoro tale, un corso di formazione, l’ho cominciato un anno e mezzo fa, l’ho finito nove mesi fa».<br />
«Qui non ci risulta niente».<br />
«Come sarebbe che non vi risulta niente? Vi ho mandata la nota di addebito il giorno tale, poi vi ho telefonato il giorno tale e il giorno talaltro, mi avete detto che avreste provveduto, come sarebbe che adesso non vi risulta niente?».<br />
«Con chi ha parlato?».<br />
«Con Tizio».<br />
«Tizio non lavora più qui».<br />
«E allora come facciamo?».<br />
«Tizio l’abbiamo mandato via perché faceva strane cose con i soldi».<br />
«Ho capito, ma io che cosa posso fare, che cosa devo fare per avere i miei soldi?».<br />
«Eh, è possibile che i suoi soldi se li sia presi Tizio».<br />
«Ma a me non mi interessa se Tizio si è preso dei soldi, io voglio i miei soldi e li voglio da voi, perché io ho fatto un lavoro per voi, e aspetto il pagamento da nove mesi».<br />
«A noi non ci risulta niente».<br />
«Cercate Tizio. Fatevi dire da Tizio».<br />
«Eh, sì, Tizio, chi lo ricupera più, quello».<br />
«Ma nella vostra documentazione, il lavoro che ho fatto ci sarà da qualche parte».<br />
«Può darsi».<br />
«Era un corso di formazione, c’erano venti iscritti, ho le loro email, li posso rintracciare, posso dimostrare che il lavoro l’ho fatto, loro hanno anche pagata una quota».<br />
«Questo non cambia niente. Il problema è contabile».<br />
«Mi sta dicendo che ve ne lavate le mani?».<br />
«Guardi che anche noi siamo parte lesa».<br />
«Ma io sono leso personalmente. Voi siete una grande organizzazione, io sono uno che di quei soldi ci campa. E per fare quel corso, tra viaggi e altre cose, sono uscito di un bel po’ di soldi».<br />
«Senta, non stia a rompere, che abbiamo più guai di quelli che lei si immagina. Anche a noi mancano  soldi».<br />
La conversazione è finita lì. Io sono al punto di prima. Ho bisogno di soldi. Non ce la faccio con le spese fisse. Devo pagare due affitti, l’appartamento e lo studio, le bollette, la spesa quotidiana. Per fare il mio lavoro devo viaggiare, devo pagare i biglietti dei treni, devo pagare le camere di pensione, devo pagare i pasti fuori casa. Se non ho soldi non posso lavorare, se non lavoro non faccio soldi. Non sono uno sprecone. Quando sto fuori vado in pensioni a due stelle, tre stelle, spendo quaranta euro. Pranzo con un gelato, due euro. Ceno al kebab, tre euro e mezzo. Ho con me la bottiglia dell’acqua, la riempio ai rubinetti. Sono cresciuti i prezzi dei treni, non vado più a Milano con l’Eurostar. Vado a Roma col treno notturno, dormendo sul sedile. Non mi compro da vestire da un anno. Ho cominciato a usare la carta di credito. Si prendono i soldi il quindici del mese. Ho una collaborazione, ogni ultimo giorno del mese mi arriva lo stipendio. Se il quindici ci sono sul conto i soldi che bastano per la carta di credito, fino al trenta successivo sono salvo. Adesso che non ne ho, tutti i giorni penso ai soldi. Il mio lavoro è un lavoro nella cultura. Per fare il mio lavoro devo mantenere la mia cultura. Devo leggere libri, andare al cinema e a teatro, ascoltare musica, visitare esposizioni. Sono sei mesi che non faccio più niente. Vado in libreria e guardo i libri. Mi faccio raccontare i film dagli amici. La musica della radio non serve a niente. Si è rotto qualcosa in bagno. Colava l’acqua dal soffitto del vicino del piano di sotto. Ho chiamato l’idraulico. L’idraulico ha fatto il lavoro. Ho pagato l’idraulico, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Quando il soffitto del vicino del piano di sotto si è asciugato, ho chiamato i pittori. I pittori hanno fatto il lavoro. Ho pagato i pittori, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Ho liquidati i Buoni di Risparmio Postale. Mi sono arrivati dei pagamenti. Ero contento. Tre pagamenti nel giro di una settimana. Avevo ottomilatrecento euro sul conto. Mi hanno clonato il bancomat. Avevo vista una cosa strana, nell’estratto conto, ero a Milano per lavoro, ho telefonato alla banca. La banca mi ha detto di non preoccuparmi, che era uno storno dalla carta di credito. Che siccome avevo speso molto con la carta di credito, si erano presi una fetta dei soldi con un po’ d’anticipo. Considerato che ultimamente, in effetti, qualche volta al momento di rimpolpare la carta di credito i soldi sul conto corrente non c’erano. Una misura prudenziale. Ormai ero un cliente inaffidabile. Comunque mi sono messo tranquillo. Da Milano sono andato a Reggio Calabria, poi in Olanda. Il mio lavoro si potrebbe misurare in chilometri. Poi un giorno sono a Verona, in casa di una scrittrice, stavamo discutendo del suo romanzo futuro, la banca mi ha telefonato.<br />
«Signor Mozzi, lei è sotto di duemila euro».<br />
«Non è possibile».<br />
«Negli ultimi quindici giorni lei ha fatto continui prelievi, ora è sotto di duemila euro».<br />
«Non saprei neanche come fare a farlo. Avevo ottomilatrecento euro sul conto, ho dei limiti al prelievo e alla spesa, come potevo prelevare tutti quei soldi?».<br />
«Lei ha fatto continui prelievi da 750 euro ciascuno».<br />
«Il mio limite di prelievo è 500 euro».<br />
«Può passare da noi?».<br />
Sono andato alla banca. Abbiamo verificato tutto. Il mio bancomat era stato clonato. Mentre io giravo per l’Italia e l’Olanda, un ignoto signore si era presi tutti i miei soldi, a 750 euro a botta, prelevandoli in banche di Roma e di Ostia.<br />
«Mi avevate detto che potevo stare tranquillo, che si trattava di uno storno della carta di credito».<br />
«Con chi ha parlato?».<br />
«Con un uomo. Un maschio».<br />
«Qui dentro lavorano quarantacinque maschi».<br />
Il mio conto è all’agenzia centrale della banca.<br />
«Che numero ha chiamato?».<br />
«Questo numero qui».<br />
«Se lei chiama questo numero, le rispondono dallo sportello. Che giorno ha chiamato? A che ora? Perché ha chiamato invece di venire qui?».<br />
«Era il giorno tale, stavo a Milano, dovevo andare a Reggio Calabria e poi in Olanda, ho guardato l’estratto conto al bancomat, ho vista la cosa strana e ho chiamato. Saranno state le nove di mattina».<br />
«Controlleremo. Intanto lei è sotto di duemila euro, come facciamo?».<br />
«Non lo so. Altri soldi non ne ho».<br />
«Preferisce un prestito o un fido?».<br />
«Credo che sia più pratico il fido».<br />
«Allora le posso fare un fido da duemilacinquecento euro. Le condizioni sono queste».<br />
«Mi scusi. Io vi affido la custodia dei miei soldi. Voi ve li fate inculare. E io, perché voi vi siete fatti inculare i miei soldi, devo pagare questi interessi qui?».<br />
«Le condizioni sono queste. Non possiamo mica prestare i soldi a gratis».<br />
Poi sono stato in Questura, ho fatta la denuncia, eccetera. Il problema era che i miei soldi erano stati rubati in Italia. Se mi avessero fatto dei prelievi in Romania, mi avrebbero subito bloccato il bancomat. Invece ora dovevo provare che il tale e il talaltro giorno, mentre un ignoto signore si prendeva i miei soldi a Roma o a Ostia, io non stavo né a Roma né a Ostia. Agenda, nomi e cognomi di persone, telefoni.<br />
«Ma quanti prelievi le hanno fatto?», si stupiva l’agente.<br />
«Una quindicina. Di vari importi».<br />
«E lei non si è accorto di niente?».<br />
«Mi ero accorto. Ho telefonato alla banca. Un cretino mi ha detto che non mi dovevo preoccupare, che era uno storno della carta di credito».<br />
«Ah».<br />
Ho portato in banca la copia della denuncia.<br />
«Si può sapere, allora, chi è quel cretino che al telefono mi ha detto di non preoccuparmi, quindici giorni fa?».<br />
«Mi spiace, non siamo in grado di identificarlo. Lei è sicuro di aver telefonato?».<br />
«Mi prende per scemo?».<br />
«Signor Mozzi, lei è sicuro di aver telefonato? Non è che, magari, ne aveva l’intenzione, ci ha pensato, e poi si è dimenticato di farlo?».<br />
Sono andato da quelli dell’assicurazione. All’assicurazione pago centonove euro al mese. Il capitale accumulato è ormai di quattordicimila euro. Più gli interessi. Sono soldi.<br />
«Cosa vuole che siano, centonove euro al mese».<br />
«Guardi, ho una situazione disperata, ho bisogno di liquidità».<br />
«Ma pensi al suo futuro. Sono già undici anni, tra quattro anni avrà terminato il programma».<br />
«Ho bisogno di soldi. Adesso. Sono pieno di crediti che non riesco a esigere. Mi hanno clonato il bancomat. Mi hanno portato via diecimilatrecento euro».<br />
«Ma lei lavora, è un intellettuale, una persona famosa».<br />
«Senta, quello che voglio è chiudere l’assicurazione e portarmi a casa quello che posso».<br />
«Ma così ci rimette».<br />
«Nel lungo periodo sì. Ma il mio è un problema di breve periodo».<br />
«E lei è sicuro che non avrà problemi nel lungo periodo?».<br />
Ho cominciato a non dormire di notte. Io ho sempre dormito come un sasso. Non tanto, cinque o sei ore, ma come un sasso. Basta che io mi stenda sul letto, e parto. Mi sveglio quando suona la sveglia o quando entra la luce. Non è più stato così. Durante il giorno facevo il mio lavoro, stavo anche abbastanza bene, avevo la mente dedicata al mio lavoro. Appena mi stendevo sul letto, mi prendeva la paura. Non riuscivo a dormire. Digrignavo i denti. Mi girava la testa. Avevo paura. Allora mi alzavo, guardavo la televisione. Era un po’ meglio. Due ore di televisione, almeno. Poi ero così stanco che riuscivo ad addormentarmi. Però avevo gli incubi. Mi svegliavo alle quattro di mattina. Dormivo due ore, due ore e mezza. Durante il giorno avevo un rombo nella testa. Non riuscivo a concentrarmi. Allora ho trovato un altro sistema. Andavo all’Alexander Pub con un libro. Una birra, due birre. Alta gradazione. Così riuscivo a dormire. Non avevo gli incubi. Mi svegliavo con un mal di testa feroce. Prendevo la polverina contro il mal di testa. Spendevo i soldi del fido per pagare le birre e la polverina contro il mal di testa, così potevo dormire e lavorare e guadagnare i soldi per uscire dal fido. Per riavere i soldi rubati avrei dovuto aspettare tre mesi, quattro mesi. Così mi avevano detto. Dovevo tenere duro per quei mesi. Ho rinunciato a qualche lavoro perché non ero in grado di pagare le spese che servivano per farlo. Avevo bisogno di più birre. Il mal di testa mi veniva prima ancora di andare a letto. Avevo bisogno di più polverina contro il mal di testa. Non riuscivo a lavorare tanto. Qualche giorno non facevo niente. Stavo lì. Questo succedeva sempre più spesso. Se ero in giro, riuscivo a lavorare. A casa, non facevo niente. Ogni tanto andavo in banca a sentire dei miei soldi.<br />
«Quando me li ridate?».<br />
«Guardi che non ce li siamo mica presi noi».<br />
«Fa lo stesso. Quando me li ridate?».<br />
«Non si preoccupi, la procedura è in corso».<br />
«Io non mi preoccupo, ma mi servono i soldi, non riesco neanche più a lavorare, sto male».<br />
«Se sta male vada dal medico».<br />
Ho cominciato a perdere dei pensieri. Me ne sono accorto perché un giorno ho visto sul mio tavolo dei fogli con una cosa scritta da me, per un lavoro che avevo in corso, e non mi ricordavo di avere scritta quella cosa. Dentro il computer non c’era niente. Un altro giorno mentre sono al supermercato mi chiama una persona:<br />
«Senti, quand’è che mi mandi quella cosa lì, che mi serve».<br />
«Te l’ho mandata per posta elettronica».<br />
«Non l’ho vista».<br />
«Sono al supermercato, appena torno a casa te la rimando».<br />
Il giorno dopo mi chiama di nuovo quella persona:<br />
«Senti, e quella cosa lì? Guarda che non ho visto niente».<br />
«Ma te l’ho rimandata».<br />
«Non discuto. Ma a me non è arrivata».<br />
Io abito a Padova, lui appena fuori.<br />
«Senti, ci sarà un problema, faccio un cd e te la porto stasera».<br />
«Va bene».<br />
Guardo nel computer, quella cosa non c’è. Controllo nella posta, non c’è traccia delle spedizioni. E allora ieri che cosa gli ho spedito? Ma gli ho spedito qualcosa? Mi concentro, cerco di ricostruire il momento esatto della spedizione. Non mi ricordo. Era ieri, no? E comunque, quel testo che gli ho spedito, o che non gli ho spedito, dov’è? Ma l’ho scritto? Questo dubbio mi viene. Adesso so che cosa succede. Succede che faccio delle cose e me ne dimentico. Succede che non faccio delle cose e sono convinto di averle fatte. Provate a lavorare, se vi succede questo. Avrei bisogno di andare in vacanza, di stare tranquillo. E invece, siccome non ho i soldi, siccome quelli che avevo me li hanno rubati – e mi saranno restituiti, ma campa cavallo – sono costretto a prender su una quantità di lavori, anche lavori del tubo, sperando che qualcuno mi paghi. Dovrei essere una scheggia, lavorare quindici ore al giorno. Invece finisce che con tutti questi lavori presi al volo, anche minimi, anche lavori da cinquanta euro, tanto per avere dei soldi liquidi in tasca, mi incasino ancora di più. In questo preciso momento – nel momento in cui scrivo questo – non ho soldi. Non ne ho proprio. Domani dovrei andare a Milano. Per lavorare, per far su dei soldi. Ma non ho i soldi. Se cerco di usare il bancomat me lo bloccano. La carta di credito l’ho usata tutta. Ho dodici euro liquidi. Andare e venire da Milano costa trentasei euro. Posso provare l’andata. Faccio un biglietto non per tutta la tratta, me lo faccio controllare, poi quando passa il controllore e dice «Biglietti non visti» faccio finta di niente. Oppure faccio come gli africani, che si nascondono. Sono anni che viaggio in treno. Ho visto come fanno. Ho imparato come si fa. Gli africani sono bravissimi. Se mi beccano è un casino. A Milano ci devo andare per forza. In un modo o nell’altro ci provo. A Milano ho la collaborazione, da lì viene un fisso mensile. Non posso fare a meno del fisso mensile. Qualche volta ho chiesta un’anticipazione. Me l’hanno concessa. Ma non posso chiederne un’altra, ora. Non posso chiedere un’anticipazione. E’ troppo pericoloso. Uno che chiede un’anticipazione una volta, va bene. Ci può essere il dentista da pagare, la macchina da cambiare, un’urgenza qualsiasi. Uno che la chiede due volte, è sospetto. Un’anticipazione, chiederla due, volte, è già un sistema. Andrò a Milano domani in qualche modo. Magari domani succede qualcosa. Magari mi arriva un piccolo bonifico, magari trovo dei soldi per terra. Non mi era mai successo di pensare: «Qualcosa succederà domani». Come dire: «Qualche santo provvederà». I fiori nei campi vivono e si riproducono e muoiono. Non si curano del futuro, eppure portano vesti splendide. Non lavorano, non si affannano, non trafficano con le carte di credito. Sono ridotto come un’erba di campo. Però non sono capace. Dovrei dormire tranquillo, tanto qualche santo provvederà. Oppure non provvederà, e succederà qualcosa d’altro, e la mia vita se dovrà cambiare cambierà. Non ho mai fatto piani precisi nella vita. Non ho mai perseguito obiettivi di lungo termine. Tutto ciò che di buono c’è nella mia vita, è capitato. Che è come dire: mi è stato donato da altri. Ho colto delle occasioni. Non ho creato occasioni. E se oggi capita che vada così, che mi tocca vivere senza i soldi, non è niente di diverso. Non sono bravo a volere. Io non voglio. Non ho desideri. Non sono bravo a desiderare. Mi pare che in quasi tutte le persone che frequento ci sia un dispositivo del desiderio. Io non capisco come si fa a desiderare. Posso aver voglia di una pera o di una mela. Se ho voglia di una pera e ho una mela, sono contento della mela. Non mi metto lì a trafficare per avere a ogni costo una pera. Quando avevo i soldi fumavo. Non ho mai fumato tanto. Non sono mai uscito di casa apposta per comperare le sigarette. Questo intendo dire. Ho dei desideri, ma non sono così importanti. Non sono capace di agire con determinazione e costanza per realizzare un desiderio. Ho sempre lavorato. Non mi è mai mancato il lavoro. Non mi sono mai mancati i soldi. Questa è la prima volta. Dura da un anno e mezzo. Se consegno questo romanzo mi danno diecimila euro lordi. Non è questo il romanzo che dovevo scrivere. Mi ero impegnato a scrivere un romanzo che, quando lo raccontai a voce, sembrava una storia molto divertente. Una specie di commedia cattiva. Di commedia all’italiana. Un romanzo come Signore e signori. Una storia di provincia. «Questa storia ce l’ho in mente da sei anni», avevo detto all’editore, «ho proprio voglia di raccontarla». Ma se in sei anni che ce l’avevo in mente non l’avevo mai scritta, ci sarà stata una ragione. E infatti. Ho firmato il contratto. Ho ricevuto dei soldi. La prima parte dell’anticipo. La seconda parte, quella grossa, alla consegna del testo finito. Questo il contratto. Non mi sono neanche messo a scrivere. Non ci ho nemmeno provato. Quella storia non mi importava. Non avevo nessun’altra storia. E’ passato del tempo. L’editore mi ha inseguito. Ho fatto quello che si fa di solito. Non ho risposto al telefono. Ho risposto, dicendo cose vaghe. Abbiamo concordato nuove scadenze. Mi sono impegnato per agosto, poi per fine anno, poi per giugno, poi per settembre. I soldi intanto finivano. L’editore aveva pagato, la parte piccola dell’anticipo, non ricevevo altri pagamenti. Lavoravo sempre di più. Non avevo proprio il tempo di pensare al romanzo. Mi è venuto un male. Sono stato all’ospedale. Mi hanno tolto un pezzo di un osso, nella bocca, che era andato a male. Adesso c’è un buco. Per qualche settimana solo cibi liquidi. Acqua e zucchero per stare in piedi. Poi cautela nella masticazione. Avrei dovuto smettere di lavorare per un po’. Ma mi mancavano i soldi. Una volta sono svenuto in treno. Mi hanno tirato su gli altri viaggiatori. Mi hanno fatto sedere, mi hanno portato un caffè.<br />
«Scusate, sono svenuto per fame, mi hanno operato qui in bocca, non posso mangiare cibi solidi, dovrei starmene tranquillo a casa, ma non ho resistito, dovevo lavorare, ho bisogno dei soldi, ho preso il treno per Milano, non mi ricordo più che cosa devo fare a Milano».<br />
«Dovrebbe prendersi una vacanza».<br />
«Lo so, lo so».<br />
«Per lavorare c’è sempre tempo».<br />
«Eh, ha ragione».<br />
«Mai fare oggi quello che puoi rimandare a domani».<br />
Cercavano di farmi ridere. Di alzarmi il tono. Ci hanno provato. Ho fatto finta che funzionasse. Quattro settimane dopo l’operazione ho ricominciato a mangiare. I soldi continuano a non arrivare. Ogni tanto mi dimentico una cosa. Non sono capace di scrivere il romanzo che ho promesso. Ho scritto dei capitoli, o almeno mi pare di averli scritti. Però non so dove sono. Se scriverò il romanzo, mi arriveranno diecimila euro lordi. Se arriveranno i diecimila euro lordi, la mia vita sarà salva. Ho bisogno di questo romanzo, ho bisogno dei soldi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/scrivo-questo-romanzo-perche-ho-bisogno-di-soldi/">Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi</a></p>
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