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	<title>Nazione Indiana &#187; infanzia</title>
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		<title>Le notti sembravano di luna</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/le-notti-sembravano-di-luna.jpg" alt="" title="le-notti-sembravano-di-luna" width="210" height="318" class="alignnone size-full wp-image-41439" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra. Di tutti i sogni di bambina possibili il suo è quello meno femminile, in un paese che sta scoprendo l’emancipazione portata dall’industria ma che è ancora, culturalmente, contadino nel profondo: Caterina vuole correre in bicicletta, fare agonismo, vuole conoscere e affiancare i campioni del Giro d’Italia.</p>
<p>Leggiamo di continuo storie così. E di continuo ci affascinano, perché ogni volta sono identiche e differenti. Perché ogni volta ci viene riproposta la condizione umana, che è sempre identica e differente. Ogni volta ripercorriamo le stesse ansie e le riscopriamo di nuovo. C’è una età, quella dove il mondo fantastico dell’infanzia e quello inquieto dell’adolescenza si incontrano. Una terra di mezzo, dove cambia la voce, il corpo, la mente. Dove l’universo mitico e liquido della fanciullezza si raggruma, si solidifica in una identità più certa, marcata, dove si segna il carattere delle persone. Che diventano individui. Solidi e al contempo univoci, perciò malinconici. </p>
<p>Laura Bosio ci racconta tutto ciò. Ci racconta le piccole fabbriche di un nord ovest operoso, le moderne case di periferia, templi della nuova ricchezza, gli orti, il lungofiume, la cittadina ostile come un castello medievale, abitata da adulti irrisolti e da ragazzini che scoprono i primi, titubanti, turbamenti erotici. Tutto questo ce lo racconta visto dal sellino della bicicletta di Caterina. Non in velocità, ma con leggerezza, con equilibrio. La scrittura è limpida, anche se screziata da interferenze raffinate (chi dialoga con chi? Chi narra, per davvero, questo romanzo?) e l’affetto che l’autrice ha profuso tratteggiando i suoi personaggi è palpabile. Regalandoci, infatti, profili umani, sconfitti e fragili – come il padre di Caterina &#8211; difficili da dimenticare.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 47 del 22 novembre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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		<title>Soffiando via le nuvole</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 08:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Kelman.jpg" alt="" title="Kelman" width="500" height="230" class="alignnone size-full wp-image-41089" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana. Arrivato con la sorella e la madre, in una periferia urbana difficile, con il padre ancora in Africa, così lontano che al telefono sembra parli da un sottomarino.<br />
<span id="more-41088"></span><br />
Osservare il mondo e scoprirlo magico, come solo lo sguardo stranito dei bambini sa essere. Avere come amico un piccione, dialogare con lui. Aver i primi turbamenti preadolescenziali, i primi amori, essere troppo piccolo e già troppo grande. Vivere pure la morte di un compagno di classe, morte violenta e futile, come l’opportunità di una indagine fra amici, per scoprire il colpevole, proprio come in tv. Questo è <em>Soffiando via le nuvole</em> di Stephen Kelman.</p>
<p>La sfida, cioè, di uno scrittore adulto che al suo primo romanzo decide di immergersi nei pensieri e nelle parole di un bambino. Cercando di farci vedere con i suoi occhi, di pensare come lui. (Piccola nota di merito alla traduzione che ha dovuto ricreare la gergalità infantile dallo slang inglese).</p>
<p>Raccontarci una realtà problematica evitando i sociologismi. Kelman ce la fa. Vero è che forse la lunghezza del libro è eccessiva rispetto la semplicità della storia, cadendo ogni tanto nella ridondanza, ma è anche vero che ci si affeziona subito alla simpatia del protagonista, Harrison, capace di correre come il vento, di annotare ogni modo di dire – nuovo per lui e altrettanto per noi –, di osservare tutto famelico, appassionato di vita. </p>
<p><em>Soffiando via le nuvole</em> è all’apparenza un libro trasversale, facile, che può essere letto a tutte le età. Sembra a sfogliarlo un libro per adolescenti, in realtà è un romanzo, non ostante il tono festoso e magico della scrittura, profondamente malinconico che inchioda l’infanzia di Harri in un eterno presente, rendendolo incapace di spiegare le ali, come i suoi amici piccioni, verso il futuro.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n. 43, del 25 ottobre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 10 &#8211; La mia felice infanzia</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 09:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>a Pauline De Margerie, editrice (in memoria)</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Dubuffet_Smiling_Face-232x300_rid.jpg"></a></p>
<p>Io sono nato senza un pezzetto, ma in fondo poteva andarmi ben peggio. A molti neonati mancano pezzi molto più grandi, o insomma i pezzi presenti funzionano da cani, sono già mezzo marci.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/nuovi-autismi-10-la-mia-infanzia-felice/">Nuovi autismi 10 &#8211; La mia felice infanzia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>a Pauline De Margerie, editrice (in memoria)</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Dubuffet_Smiling_Face-232x300_rid.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40971" title="Dubuffet_Smiling_Face-232x300_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Dubuffet_Smiling_Face-232x300_rid.jpg" alt="" width="116" height="150" /></a></p>
<p>Io sono nato senza un pezzetto, ma in fondo poteva andarmi ben peggio. A molti neonati mancano pezzi molto più grandi, o insomma i pezzi presenti funzionano da cani, sono già mezzo marci. A parte il pezzo mancante io stavo benone. Insomma benone, avevo sempre la febbre. Ma a parte la febbre alta, e il fatto che vomitavo in continuazione, tutto il resto era a posto. Del resto era logico che avessi la febbre e vomitassi, anche se erano tutti troppo presi dalle loro carsiche pastoie individuali per accorgersene. L’ho capito da solo una trentina d’anni dopo, leggendo un libro di psicologia dell’infanzia: quel tomo in una lingua straniera spiegava tutto. Ormai però era tardi per farmi passare la febbre, e i protagonisti principali erano defunti. Ma non è questo di cui volevo parlare: piangevo sempre, tuttavia la mia era un’infanzia felice. All’asilo vomitavo e piangevo, ma ero felice. Prima di rigettare avevo dei mal di testa strazianti, poi di solito liberandomi passavano (la febbre se ne era andata, non era più una questione di febbre). L’ospedale per i bambini della mia cittadina si chiamava “Ospedalino”, e io ero sempre all’Ospedalino: me lo ricordo alla perfezione, a cominciare dall&#8217;odore e dall’attaccaticcio della finta pelle delle sedie metalliche. Quando arrivavo mi salutavano e mi facevano le feste, perché ero un habitué. Mi incollavano gli elettrodi tra i capelli e scuotevano la testa, quasi volessero levarsi l’acqua dalle orecchie.<span id="more-40929"></span> Mi piaceva molto l’Ospedalino, mi sentivo a casa mia. Meglio che a casa. Certe infermiere erano proprio simpaticissime: mi è rimasta una accesa predilezione per le infermiere. Io vomitavo, e avevo questi terribili mal di testa, però ero felice. Proprio felice. Non so perché ero felice, ma lo ero. È per questo che tuttora non riesco a definirla felicità, se manca l’afflato struggente, e forse anche proprio un tocco di femminilità. Del resto non era solo per le emicranie che finivo all’Ospedalino: mi facevo spesso male. Di solito mi spaccavo proprio la testa. Il più delle volte non in modo gravissimo, ma me la spaccavo, e dovevano rimettermela a posto. Il paradosso è che non mi era insopportabile, avere la testa fracassata, quindi per me erano molto più gravi i mal di testa. Qualche volta era colpa mia, molte altre non dipendeva da me: un compagno di giochi mi lanciava un mattone dal primo piano di una casa in costruzione, mio fratello mi dava uno spintone all’indietro e finivo contro una catasta di pietre, il serbatoio di ghisa dello sciacquone si staccava e mi piombava addosso, una macchina mi tirava sotto. Io non mi preoccupavo per la testa fracassata &#8211; uno se lo sente quando le cose non sono davvero gravi &#8211; e nessuno se ne preoccupava. Mi piaceva anzi il sangue caldo che scende sulla faccia. Continuavo a essere felice. Non è una cosmesi a posteriori, come spesso succede: lo dicevano tutti che ero un bambino che sprizzava felicità. Il problema era l’azione: ogni cosa che facevo era uno scacco. Frequentavo per esempio tutto l’inverno un corso di pallacanestro e alla partita finale contro un’altra squadra l’allenatore mi faceva restare tutto il tempo in panchina. Io ci rimanevo male, che discorsi. L’unico che rimane in panchina per tutta la partita finale, la prima vera partita. Ma il peggio aveva ancora da venire: pensandoci a posteriori mi rendevo conto che in realtà io non sapevo giocare a pallacanestro. Gli altri durante il corso avevano imparato, io no. Nemmeno a palleggiare due o tre volte, figuriamo a essere efficace in una partita, anche se di bambini. E quindi era normale che l’allenatore non mi avesse fatto giocare. La cosa stranissima era che non mi ero proprio accorto del mio totale fallimento, non lo avevo anzi nemmeno subodorato. Ma questo è solo un esempio, lo racconto solo per il suo valore paradigmatico: non ero negato solo per tutti gli sport, ma anche per gli strumenti musicali, le lingue straniere, le amicizie, i giochi di società, la scuola, la famiglia. E in un certo modo anche per le cose più banali, quelle di tutti i giorni. Ogni volta era uno scacco, e ogni volta mi rendevo conto che a vedere le cose con un minimo di obbiettività me lo meritavo, anche se prima non avevo intercettato nessuna avvisaglia. Era frustrante. Ero felice, non dico che non fossi felice, però ogni volta era una mazzata. Una batosta che per qualche ragione non arrivava a scalfire la mia felicità. Poi invece d’improvviso le cose sono degenerate. Mi sono ammalato, e quando pensavano che dormissi dicevano che forse sarei morto. Era una malattia enigmatica, nessuno riusciva a darle un nome preciso. Continuavano a farmi iniezioni dolorose e inutili, e mi trattavano con quella falsa allegria che si usa con i bambini che forse moriranno. Un pomeriggio la morte è venuta davvero, ma io ho deciso che non la volevo, l’ho mandata via. Dai e dai sono guarito, ma nel frattempo il clima era diventato fosco, c’erano tanti nemici, tutto era diventato assai pericoloso. I mal di testa erano più agguerriti e più tenaci, ogni prova veicolava tormento. Non vomitavo più, avevo come sempre mal di testa, e non ero più felice. Non potevo nemmeno rifugiarmi all’Ospedalino, perché ormai ero troppo grande. Era successo qualcosa di grave, qualcosa che mi sfuggiva, e gli scacchi s’erano fatti cruenti, impietosi. A scuola mi sarebbe piaciuto essere bravo, ricuperare tutte le cose che non avevo imparato prima, e invece ero molto scarso. Non è che mi bocciassero, ma mi davano sempre sei, anche nelle materie più semplici, guardandomi come quei poveretti che tanto in là non possono arrivare. A me i ragionamenti piacevano, li consideravo per così dire fondamentali, però riconoscevo io stesso che non mi venivano bene. Con la loro parlantina quelli bravi dicevano solo banalità, mi sembrava, ma se provavo a esprimermi io venivano fuori solo garbugli di suoni, gravidanze interrotte di frasi. Beninteso c’erano però scacchi ben peggiori, ben più avvilenti: una sequela ininterrotta. Anche adesso tutto quello che faccio è uno scacco. Ora non voglio entrare nei dettagli, ma tutto quello che intraprendo è uno scacco. Lavoro, ed è uno scacco, scrivo, ed è uno scacco, vivo, ed è uno scacco. È per questo che faccio il meno possibile. O meglio, sono iperattivo, mi dibatto dal mattino alla sera fino a esaurirmi, e nello stesso tempo faccio il meno possibile. Per risparmiarmi il supplizio della disfatta, e il successivo palesamento che quella stessa catastrofe è logica: la cosa peggiore in realtà è quella, la lucidità. Faccio come le tartarughe, che passano più tempo possibile barricate dentro al carapace. Con il terrore che un uccello furbastro mi sollevi alto nel cielo, e mi faccia cadere sulle pietre dure (sono implacabili, certi uccellacci). Non vorrei però dare un’idea distorta: nel complesso adesso comincia a riandare meglio, molto meglio. È già da un po’ di tempo che me ne accorgo. Non dico che sono tornato alla felicità della mia infanzia, sarebbe una falsità. Ma mi sembra che vada nettamente meglio. Guardo fuori dalle aperture del carapace, e mi pare che vada meglio. Nonostante i mal di testa, nonostante il reiterarsi degli scacchi. Credo che siano le avvisaglie della vecchiaia.</p>
<p><em>(immagine: J. Dubuffet, La bouche en croissant, 91&#215;72 cm, 1948]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/nuovi-autismi-10-la-mia-infanzia-felice/">Nuovi autismi 10 &#8211; La mia felice infanzia</a></p>
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		<title>Trenini elettrici, dinosauri, pianeti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/15/trenini-elettrici-dinosuari-pianeti/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 07:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Che cosa davvero vi interessava da bambini?</em></p>
<p>1)      TRENINI</p>
<p>2)      DINOSAURI</p>
<p>3)      PIANETI</p>
<p>Quelli dei trenini tedeschi, con i plastici e centinaia di accessori, costosissimi, pignoli fino alla morte, precisi negli orari, nella numerazione, nell’impiantistica, nelle tecniche di montaggio, pazienti, laboriosi, quelli non li ho mai sopportati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/15/trenini-elettrici-dinosuari-pianeti/">Trenini elettrici, dinosauri, pianeti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/22-twombly.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/22-twombly-300x210.jpg" alt="" title="22 twombly" width="300" height="210" class="aligncenter size-medium wp-image-31883" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Che cosa davvero vi interessava da bambini?</em></p>
<p>1)      TRENINI</p>
<p>2)      DINOSAURI</p>
<p>3)      PIANETI</p>
<p>Quelli dei trenini tedeschi, con i plastici e centinaia di accessori, costosissimi, pignoli fino alla morte, precisi negli orari, nella numerazione, nell’impiantistica, nelle tecniche di montaggio, pazienti, laboriosi, quelli non li ho mai sopportati. Trovavo indecente la voglia di riprodurre l’ordinaria realtà delle ferrovie, già abbastanza caotica e noiosa, in un teatrino scarno e ripetitivo, dove tutto ciò che è già accaduto nella vita, con maggior gusto o disgusto, si ripete indefinitamente, in modo macchiettistico e insipido, acquisendo grazie alla miniaturizzazione quella fisionomia leziosa e innocua dei larvati totalitarismi: treni funzionanti, energia che passa, eterno ritorno dell’uguale, nessun imprevisto, nessuna crepa metafisica, nessun deragliamento. E qualche trillo idiota, un pino imbiancato di finta neve, un alpinista incollato a una roccia di cartapesta, nulla che possa davvero crollare.</p>
<p><span id="more-31820"></span></p>
<p>Quelli dei dinosauri non li ho mai capiti. Così animalisti e nostalgici, di un mondo del tutto invivibile, dove non ci sono uomini, ma solo pachidermi incazzati, carnivori giganti e scontrosi, o i placidi mastodonti delle acque, dal corpo immane, il collo indefinitamente allungabile, e la testa minima, offuscata, di gallinella. Quali storie si possono elucubrare, partendo da tali monotematiche premesse: rettiloni acquatici, rettiloni terrestri, rettiloni alati, bestioni che brucano, bestioni che azzannano, intontiti e micidiali erbivori, ossessivi e scalpitanti carnivori? Vulcani, grotte, cascate, gimnosperme, glaciazioni e disgeli. Una noia mortale. Nessun intrigo di palazzo. Nessuna specie davvero intelligente. Nessuna guerra organizzata e dotata di tecnologie raffinate, nessun inganno, smascheramento, cavallo di Troia, Elena adescatrice, scatenante.</p>
<p>Quelli dei pianeti, sono i miei favoriti. Ne ho fatto parte, dal momento in cui i nonni mi hanno regalato <em>I segreti dell’astronomia</em>. Avevo nove anni. Ero già stato instradato alla meditazione astro-fanta-metafisica da <em>2001</em> e da <em>Il pianeta delle scimmie</em>. Tre anni dopo avevo anche i testi sacri: tre volumi rilegati in finta pelle, con un acquarello azzurro in copertina (un’ingenua visuale del nostro sistema solare con Saturno in primo piano). Questi erano i miei libri di <em>chevet</em>, assieme al Vangelo naturalmente, più noioso, ma con il supereroe in calzari e tunica a rammendi, che ripeteva “in verità in verità vi dico”, una mano irraggiante bene tutt’intorno e l’altra austera, chiusa a pugno, con il dito indice sollevato, in stile Bin Laden.</p>
<p>Secondo alcuni venditori di Ebay, <em>I segreti dell’astronomia</em> apparterrebbero al genere paranormale, altri lo includono nella letteratura scientifica e nell’astronomia. In realtà si tratta di un’opera inclassificabile che, come <em>2001: odissea nello spazio</em>, appartiene alla scienza ma non solo. La progressione dei volumi è anche una progressione dalla scienza alla sua elaborazione fantastica, o dalla scienza al suo prolungamento ipotetico, attraverso l’audacia immaginativa, che ogni scienziato di talento deve possedere.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>EDIZIONI FERNI </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>GINEVRA 1976</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>I SEGRETI DELLA ASTRONOMIA</em></strong><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>3 VOLUMI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VOLUME I: GLI ASTRI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VOLUME II: LA SCIENZA DEGLI ASTRI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VOLUME III: AL DI LA&#8217; DELLA SCIENZA</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong>Quest&#8217;opera è stata realizzata dalle Edizioni Ferni di Ginevra</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>e stampata su carta a mano di lusso. </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Le illustrazioni sono state fornite da le Ricerche Iconografiche De Cesare.</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong>i volumi sono in copertina rigida cartonata con costola in materiale &#8220;tipo pelle&#8221; con fregi dorati</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>la  pubblicazione risale al 1976, lo stato di conservazione è buono,</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>le copertina sono integre con qualche segno di usura, il III volume presenta la costola opaca,</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> un leggero ingiallimento delle pagine ai bordi</strong><strong> </strong></p>
<p>La grande partizione psicologica delle menti infantili, mai davvero considerata da Bettelheim né da Piaget, si realizza nei primi cinque-sei anni di vita soprattutto intorno ad una questione, per così dire, <em>onomastica</em>:quali sono i nomi propri in grado di suscitare più stupore, elucubrazioni, fantasticherie, derive paranoiche, sprofondi catatonici, angosce primordiali, allucinazioni uditive, visioni di piramidali orge tra specie zoologicamente incompatibili?</p>
<p>È sufficiente leggere un brano tratto da <em>Il manuale base del plasticista </em>o da<em> L’irretimento elettrico: trenini e circuitazione in scala “H0”</em>, per rendersi conto della tipologia della prosa e degli effetti cromatici – grigio prevalenti &#8211; della nomenclatura. Cito da <em>Il manuale</em>: “Il modello di plastico “monoanellare”, detto anche <em>ciambellone</em>, consente la circolazione di un treno sull&#8217;anello di binario e la sosta – nel tratto a 2 binari vicino alla stazione – di un altro treno o di eventuali carri o carrozze non utilizzati. È possibile quindi avere sia carri merci che carrozze-viaggiatori, da alternare dietro la locomotiva come treno in circolazione, lasciando gli altri in ricovero appunto sull&#8217;altro binario della stazione. Mettendo 2 semafori (come indicato, con binario sezionato) è possibile far girare alternati 2 treni, uno per volta, in senso contrario, per esempio uno merci ed uno passeggeri, come succede spesso al vero dove la ferrovia ha 1 solo binario. Nulla vieta di creare anche 2 anelli concentrici di binario, collegati da scambi, per far funzionare 2 treni separatamente, come succede al vero sulle linee a doppio binario”.</p>
<p>La categoria di fanciullo che riesce ad appassionarsi a questa malevola riproduzione delle peggiori e più ossessive inclinazioni della specie umana, è lo stesso che oggi, adulto, riesce a intavolare una conversazione di un’ora e mezza sulla sua nuova agenda elettronica, ha appreso a memoria come inserirsi docile nell’ingranaggio dell’apparire sociale ed è fuoriuscito già all’età di venticinque anni dal circuito del sesso gratuito, rimanendo confinato per il resto della vita al mercato multiforme ma dispendioso della prostituzione autoctona o immigrata.</p>
<p>I fanciulli appassionati di dinosauri sono caduti facilmente nella trappola del <em>Giurassico</em> e di nomi affini, che hanno straordinari poteri ipnotici piuttosto che evocativi. Nessuno può dire davvero come sia un ettaro di superficie terrestre del Giurassico. Se il fanciullo dei trenini elettrici è minuzioso e assillante, cataloga con perizia da geometra gli accessori – dal “Binario finale paraurti con massicciata, lunghezza 100  mm” al “Morsetto prendicorrente bipolare per binari” – , il fanciullo dei dinosauri è privo di ogni feticismo, ma anche di reale comprensione del fenomeno; egli, in fondo, è alla ricerca di un zoo sufficientemente animato e vasto, dove gli animali sappiano stupire per le loro fogge carnali eccessive e compiere canagliate davvero sorprendenti, al cui confronto le corse dei cani e i combattimenti dei galli appaiono rituali di vegliardi in pigiama. L’amatore di dinosauri non fa distinzione tra Triassico e Giurassico, considera i due nomi intercambiabili, così come le epoche che essi denominano. Ma non solo: egli non saprebbe indicare, neppure a fronte di una illustrazione colorata, quale bestione appartenga ai Saurischi e quale agli Ornitischi. (Provate poi a fargli pronunciare, anche sotto anfetamina, il nome <em>Arkcaeopteryx</em>!) A lui piace la sacrale vuotezza del nome, opaco e martellante, e il carisma forsennato dei grandi involucri, dotati di ganasce, unghioni, code scagliose. Ama questa fragorosa ghenga di pachidermi, che vivono gregari e rissosi, sempre intenti a sbranare, o a farsi sbranare, presi nei grandi incendi, nei terremoti, nelle glaciazioni, nelle esplosioni vulcaniche. Ha bisogno di immaginare un mondo confuso, in continuo rimescolamento, in cui sia impossibile sedersi da qualche parte, su di un pietrone all’ombra, a meditare in relativa calma e silenzio per più di cinque minuti. Diventati adulti, gli appassionati di dinosauri vanno in palestra quattro volte alla settimana, salgono solo su automobili provviste di ferro antibufalo, e si accaniscono con grande efficacia in monumentali ed inutili lavori domestici, come abbattere pareti portanti, ripiastrellare bagni privi di acqua corrente, montare catene da neve anche in piena estate.</p>
<p>Noi bambini dei pianeti abbiamo semplicemente più propensioni poetiche, meditative, artistiche: siamo degli aggregati atomici di vibrante sensibilità e immaginazione: non grezzi e attaccabrighe come i partigiani del dinosauro, non contabili e zelanti come i partigiani dei trenini elettrici. Ciò che ci affascina sono le foto un po’ vaghe, vacillanti, ma coloratissime, dei pianeti, delle nubi stellari, delle magnetosfere e, <em>simultaneamente</em>, il radioso potere evocativo di nomi propri quali:</p>
<p style="text-align: center;">Phobos II, Nozomi, Mars Global Surveyor [sonde spaziali]</p>
<p style="text-align: center;">Eta Aquaridi, Draconidi, Tauridi meridionali [sciami meteorici permanenti]</p>
<p style="text-align: center;">Alioth, Becrux, Mintaka, Mira Ceti, Vindemiatrix, Alsuhail, Sirrah, Thuban [stelle]</p>
<p style="text-align: center;">Oberon, Pasifae, Encelados, Miranda, Lisitea, Dione [satelliti]</p>
<p style="text-align: center;">Ratan 600, Mullard, Mount Palomar, Molonglo, Roque de los Muchachos [osservatori]</p>
<p style="text-align: center;">Gaspra, Ida, Berulia, Fetonte, Bamberga [pianetini]</p>
<p style="text-align: center;">Nube di Oort, Nubi di Magellano, nube molecolare di Orione [nubi]</p>
<p style="text-align: center;">Ofiuco, Volpetta, Cane Maggiore, Idra, Levrieri, Chioma di B. [costellazioni]</p>
<p style="text-align: center;">
<p>Con un manciata di nomi propri così fastosi si possono costruire poemi cavalleresco-siderali con straordinaria facilità. “La sonda <em>Nozomi</em>, attraversando le <em>Nubi di Oort</em>, diretta alla costellazione di <em>Cane Maggiore</em>, si trova schiacciata tra <em>Bamberga</em> e lo sciame dei <em>Draconidi</em>, ed è quindi costretta, grazie alle indicazioni provenienti da <em>Mount Palomar</em>, ad imboccare la traiettoria che conduce a <em>Mira Ceti</em>.”  A questo punto la fantasia non ha quasi più nulla da fare; si è già estenuata nelle circonvoluzioni fonetiche dei nomi, e può limitarsi a sfruttare circostanze di rito: atterraggi nel nebbione gassoso, guasti ai motori, tafferugli a bordo, complotti di robot e calcolatori, apparizione di esseri invertebrati, ma petulanti e nocivi al genere umano. Un discorso molto diverso andrebbe fatto, per chi volesse ambientare una qualsiasi storia nella provincia di Milano. La toponomastica sconsiglia generi cavallereschi e nobili, oltreché ogni forma di <em>romance<strong> </strong></em>o intrigo goticheggiante. Nessuna fantasticheria può alimentarsi di sonorità aspre quali <em>Giussago</em>, <em>Mulazzano</em>, <em>Casorezzo</em>, <em>Vertemate con Minoprio</em>, <em>Bottanuco</em>, <em>Vittuone</em>, <em>Biassono</em>, <em>Triuggio</em>. (O meglio, le uniche consentite sono visioni raccapriccianti e medievali, attinenti a demoni danteschi quali Draghignazzo e Libicocco). Ma tra Mulazzano e Triuggio è possibile ambientare epopee neo-realiste, dove tossici, a cavallo di panchine crivellate, s’iniettano dosi di roba tagliata con il gesso, e affondano, le palpebre socchiuse, nella mattina lugubre dei parchetti. Oppure lo stesso sfondo può ospitare il tragico d’appartamento, con il geometra <em>Cazzaniga </em>che stermina moglie, suoceri e figli, introducendoli nel nuovo tagliaerba a gasolio, e poi va a rilassarsi al mobilificio di Bottanuco.</p>
<p>[Tutto questo brano andrebbe ovviamente confutato, cancellato e riscritto dal punto di vista delle bambine. A quali universi immaginativi, concorrenziali al solito quotidiano in prosa, maestre e genitori, possono accedere le bambine? Quali fantasmagorie miniaturizzate, onomastiche, fotografiche sollecitano il loro moto di sganciamento dalla vischiosa realtà familiare e scolastica? Bastano davvero le Barbie, il caravan di Kent, il plasticoso neonato da tenere in grembo, le melanzanine da infilare nel forno freddo, senza fiamma? Forse, le bambine, mentre i bambini si perdono dietro a locomotive, tirannosauri, e nebulose a manubrio, le bambine, loro, si perdono dietro ai bambini… Le bambine fantasticano non sugli oggetti vicini o lontani, sui loro simulacri maneggevoli, ma sui rapporti, le relazioni, i legami comunitari, intimi, di gruppo allargato o di piccola banda, i rapporti tra due, paritari o asimmetrici, le bambine sognano universi sociali, utopie relazionali, forme avanguardistiche di amicizia, consanguineità, amore, convivialità.]</p>
<p>(Da <em>Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001</em>)<br />
(Immagine: Cy Twombly)</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>da &#8220;Prati&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 08:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Prati]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/00000014.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em><br />
Prato n° 147 (magnetofono e proiezione super otto)</em></p>
<p>Cerchiamo di farla noi, in tutta tranquillità, così ravvicinati, confidenti, un&#8217;infanzia, senza drammatizzare. In qualsiasi momento, è di grande utilità, rimbocchiamoci le maniche, un&#8217;infanzia nuova, con rigore. È ovvio che ci va di mezzo un bambino, soluzioni alternative non ne esistono, ci andrà di mezzo, anzi mettiamocelo subito, meglio un maschio allora, che le bambine sono più difficili, se si sdraiano sull&#8217;erba, e sollevano i loro vestiti leggeri, a fiori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/da-prati/">da &#8220;Prati&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/00000014.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/00000014-207x300.jpg" alt="" title="00000014" width="207" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-30457" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em><br />
Prato n° 147 (magnetofono e proiezione super otto)</em></p>
<p>Cerchiamo di farla noi, in tutta tranquillità, così ravvicinati, confidenti, un&#8217;infanzia, senza drammatizzare. In qualsiasi momento, è di grande utilità, rimbocchiamoci le maniche, un&#8217;infanzia nuova, con rigore. È ovvio che ci va di mezzo un bambino, soluzioni alternative non ne esistono, ci andrà di mezzo, anzi mettiamocelo subito, meglio un maschio allora, che le bambine sono più difficili, se si sdraiano sull&#8217;erba, e sollevano i loro vestiti leggeri, a fiori. Come quelle fotografate da Lewis Caroll, dai vestiti logori e le facce adulte, per via delle gonnelline quasi rovesciate, di quella pelle troppo dolce, ma le labbra gonfie, come disegnate sopra, del tutto false, da donna matura, nessuno sa come gestire le labbra adulte, sulle gambe dolci, con il gonnellino tirato su, che poi uno le fotografa, come Lewis Carroll, queste bambine, e non sa più perché va a fotografare tutta questa infanzia, proprio tra le bambine, sui loro corpi, appena si sdraiano, e sceglie le facce più adulte, le labbra mature.<br />
<span id="more-30455"></span><br />
Se facciamo un bambino maschio, poi lo piazziamo in mezzo, dentro la sua infanzia, in campagna per forza, lasciamogli quest&#8217;opportunità, che ci siano le galline, l&#8217;aia polverosa per giocare a pallone, il cane disteso sotto il sole, la montagna di fieno, le cantine e i solai, con dentro i bauli, e nei bauli le divise dell&#8217;ufficiale fascista, le scale a pioli poggiate sui muri, la serra in disuso, con molte ragnatele e vetri rotti, i fossi con dentro le rane, i prati con le lumache o le cavallette, i prati con l&#8217;erba così alta che uno ci si tuffa, si mette a pancia in giù, con gli steli che pungono la faccia, e dà grandi bracciate, nuotando in mezzo al polline, alle spighe, schiacciando qualche margherita, mangiando addirittura erba, e tirandosi dietro una bambina, vediamo di lasciargli questa opportunità, basta che non si metta sopra di lei a cavalcioni, tirandole i capelli, mordendole il collo, gridando che la farà annegare, mentre un&#8217;eccitazione gli scoppia in testa, e non capisce più nulla, sentendo come la bambina si abbandona alle sue sevizie, con la faccia che è divenuta rossa ad entrambi, lui con la schiuma di saliva agli angoli delle labbra, lei delle lacrime lungo le guance, i piccoli ematomi azzurri che le sbocciano sulle spalle, tra le scapole, dove lui tira colpi, con il palmo della mano aperto, o dove lui arriva con la bocca, per poi mordere, questa opportunità è così pericolosa, in fondo, qualche vecchia deve farsi vedere, o cominciare un lamento, o mettersi a gridare davanti alla cucina, che è pronto. Qualcosa deve salvarli dalla loro infanzia, facciamo in modo che ne escano bene, diciamo non così malconci, che lei non sanguini dalla bocca, che lui non si sia di nuovo tolto i pantaloni, per sdraiarsi come morto, tenendola ferma per un braccio, entrambi supini, il sole che ferisce gli occhi, il sesso di lui teso, lei che non parla, straordinaria bambina muta, sempre, perfettamente, come un animale, sotto ogni prova e sevizia, ma capace di calciare a volte, di sottrarsi di colpo alla presa, di fuggire via dal prato. Bisogna moderare questa infanzia, spingendo avanti la vecchia, che esca dalla cucina, la vecchia non vuole avvelenarli, o rapirli, come nelle favole nordiche, ma è bene che siano poco presenti padre e madre, anche perché il padre è morto, il bambino ha un assoluto bisogno di un padre morto, a volte si alza di notte e danza come sul cadavere del padre, ma il padre non è mai esistito, non è quello morto, sono tutte false piste, il bambino è stato messo nell&#8217;ignoranza, è nella menzogna che bisogna tenerlo, il padre è lontano o morto, non lo sa bene, gli danno notizie vaghe, la vecchia per lo più dorme o taglia ortaggi, la bambina si fa mordere ma non apre bocca, non riesce neppure a gridare, quando lui davvero perde il controllo, nell&#8217;erba, le tira forte i capelli, prova a strangolarla, e lei pare diventare ancora più morbida, tutta più molle, come fosse già slogata, un corpo disossato, di gomma, quando arrivano quelli più grandi qualcosa viene a sapere, diamogli quest&#8217;opportunità, senza drammatizzare, qualche sevizia anche passiva, non solo il piccolo torturatore del prato, sei un figlio di bastardo gli dicono, tua madre è una cagna puttana, ma non si deve prendere ciò alla lettera, lui per primo lo sa, nell&#8217;infanzia, tutti riversi nell&#8217;erba, o si lotta in silenzio, con la testa scoppiata dall&#8217;eccitazione, o si dicono cose apparentemente tremende, lasciamoli fare, sono ferite che prima arrivano prima rimarginano, lui neppure ascolta le frasi alla lettera, è lo spirito che conta, è che si calano i calzoni, e lui senza dispiacere ingoia i loro sessi, lo fanno per gioco, non l&#8217;hanno mai forzato, anzi si distendono nel prato, in mezzo alle cavallette e ai soffioni, come se nuotassero a dorso, vieni con noi bastardo, prenditi in mano l&#8217;uccello, pensa a tua madre, ma scherzano, ognuno impegnato col proprio sesso, e dura molto il pomeriggio, il prato sembra prendere fuoco, allora lui ingoia un sesso, poi l&#8217;altro, vuole che gli altri facciano lo stesso, ma è troppo piccolo il suo, loro poi cantano la canzone del bastardo, tuo padre ne riempie un&#8217;altra, gli dicono, ma quando arriva Jusuff, che è turco, allora lo fanno nuotare loro, tutti assieme  nell&#8217;erba, gli fanno mangiare le cavallette e, quando riescono a catturarle, le lucertole, anche Jusuff non parla, lui neppure piange, grida moltissimo, come se gli stessero strappando la pelle, sputa tutto, sputa addosso a tutti i pezzi d&#8217;erba, di cavalletta, di lucertola, nell&#8217;infanzia le cose vanno veloci, è come se precipitassero, si caricano durante la notte, si accumulano di mattina, come tante sorprese, e poi esplodono nel pomeriggio, il prato sembra prendere fuoco, sarà che l&#8217;infanzia è solo d&#8217;estate, non possiamo anticiparla o posporla, è proprio nella combustione che bisogna mettere di mezzo il bambino, dove la fiamma è più fitta, alta, tentano di fargli mangiare tutte le cose del prato, a Jusuff, e il bambino fa la sua parte, va a cercare i gusci, le radici, i piccoli sassolini che Jusuff deve inghiottire, anche se quello grida, la vecchia, e tutti gli adulti, anche loro vecchi, sono in cucina, dormono, sono al fresco dietro le persiane chiuse, lasciano che l&#8217;infanzia faccia il suo corso, che l&#8217;incendio si propaghi, e che tornino a sera, ormai combusti, senza più luce negli occhi, il bambino, sopravvissuto alla sua infanzia, lasciamolo lì, a mangiare la minestra, a buttare a terra i pezzi di carne che non riesce a inghiottire, lasciamo che la vecchia gli parli della madre, dei lunghi viaggi della madre, e del padre, di come il padre è morto giovane e bello, quanto era elegante il padre, e quanto viaggia lontano lavorando sempre la madre, lasciamo che la vecchia gli parli, gli dica qualche parola dolce anche, provi a fargli una carezza, gli posi le mani leggere sui capelli, al bambino, ormai tutto consumato, combusto, che non sa più di esistere, dimentico di sé, avendo tutto bruciato nel prato, a contatto con i sessi degli amici, mordendo la nuca alla bambina, facendo ingoiare fango a Jusuff, si è così ben arroventato, nel nuoto d&#8217;erba, perdendo tutto quanto, non avendo più qualcosa da difendere, un proprio nome, una parte sacra del corpo, dei ricordi dolci, nulla gli è rimasto, tutto è stato messo dentro, divorato, violato, non ha più vergogna, nel prato ha perso ogni vergogna, non drammatizziamo, è così che si fa spazio l&#8217;infanzia, che fa il suo corso, poi quando finisce, il prato viene sepolto, si getta molta ombra sul prato, manciate di ombra, al posto delle urla afone, si mettono in bocca alla bambina delle frasi semplici, una canzone di coccodrilli, agli amici si mette in mano un pallone, invece dei loro sessi, sempre gonfi, tumefatti, sotto il sole, a Jusuff si dà un sorriso allegro, e si ricordano i dolci che portava di pomeriggio, avvolti in un fazzoletto, quei dolci da mangiare sull&#8217;erba, rompendoli in tanti bocconi, per ognuno. In questo modo è finalmente finita, possiamo mettergliela alle spalle, tutta ricordata, mai esistita, la sua infanzia.</p>
<p>[Bortolotti, Broggi, Giovenale, Inglese, Raos, Zaffarano, <em>Prosa in prosa</em>, Le Lettere, 2009]</p>
<p>[Foto da <em>Lewis Carroll Album II - Princeton University Library</em> (libweb2.princeton.edu)]</p>
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		<title>L&#8217;arte della dimenticanza</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 05:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dscf3549.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi. Uno non sceglie di avere ricordi, perché i ricordi sono già sempre lì, nelle pieghe del presente, strani e imprevedibili flussi che ci allontanano dagli oggetti e dalle persone che ci stanno più vicine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/larte-della-dimenticanza/">L&#8217;arte della dimenticanza</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dscf3549.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-12497" title="dscf3549" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dscf3549-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi. Uno non sceglie di avere ricordi, perché i ricordi sono già sempre lì, nelle pieghe del presente, strani e imprevedibili flussi che ci allontanano dagli oggetti e dalle persone che ci stanno più vicine. Ci sono molti più ricordi che oggetti reali: il mondo ne è infestato. Sottrarsi al ricordo è un lavoro, ma diventa alla fine un&#8217;abitudine, uno splendido e inquietante automatismo. Uno comincia come me, con dei ricordi precisi di cui vuole dimenticarsi. Un bel po&#8217; di ricordi, innanzitutto dei ricordi d&#8217;infanzia. Uno può aver passato un&#8217;infanzia infernale. Anche solo parzialmente infernale. L&#8217;infanzia non va mai liscia, non è per nulla un periodo facile, ma delle volte può essere il peggiore periodo che ad un essere umano capiti di vivere.<br />
<span id="more-12491"></span><br />
La mia infanzia è stata solo parzialmente infernale: più che con genitori amorosi ho avuto a che fare con pazzi sadici. Non sempre, per carità. Infatti non posso dire che l&#8217;infanzia sia stato un perfetto inferno. Ci sono ampie zone amene, alcune davvero luminose, piene di gioia e anche di amore. Ciò non toglie che il mio compito principale sia stato quello di distruggere grandi quantità di ricordi risalenti a quel periodo. Bisogna subito precisare una cosa. C&#8217;è una parola tecnica che descrive questo tipo di strage: “rimozione”. Questa bella parola, però, non copre l&#8217;intera esperienza di colui che deve sbarazzarsi dei ricordi. La “rimozione” sembra evocare una sorta di pio meccanismo, che in modo automatico e in un batter d&#8217;occhio inabissi nel nulla qualche zona infernale del nostro passato. Posto che ognuno possa usufruire di una certa dose di rimozione, rimane sempre una quantità di ricordi che si devono cancellare in modo consapevole e con una certa fatica. Questa cancellazione volontaria si chiama dimenticanza. Dimenticare è un&#8217;azione attiva, implica sforzo, esercizio, talento. Il problema di chi voglia dimenticare un&#8217;infanzia parzialmente infernale, ad esempio, è quello poi della difficoltà della scelta. Quando uno si abitua a dimenticare, ossia diventa abile nel respingere tutta quella pullulante massa di ricordi che sorge ad ogni istante, incontra poi seri problemi nel selezionare ricordi “buoni” per conservarli. Per chi si esercita nell&#8217;arte di dimenticare, in definitiva non esistono ricordi buoni.</p>
<p>La memoria rappresenta un deposito caotico dove ricordi orribili e radiosi sono sempre inestricabilmente legati tra loro. Per questo motivo, dimenticare significa dimenticare tutto. Per questo motivo, io non ho quasi ricordi dei miei quarantun anni di vita. Ho fissato alcuni immobili scenari ed episodi del passato più lontano, ma degli eventi che sono venuti dopo non ho quasi ritenuto nulla. La mia memoria sono i miei amici, sono le donne che ho amato. Una memoria che mi guardo bene dal consultare, anche solo perché avrei vergogna di farlo. Chi si ricorda tutto ha sempre buone ragioni per vergognarsi di fronte a sé, ma chi dimentica tutto si vergogna di fronte agli altri, amici ed amori, per la sua incapacità di condividere pezzi di passato. Vi è un biasimo costante nei confronti di colui che dimentica episodi divertenti e pittoreschi di un&#8217;amicizia, per non parlare di dimenticanze che riguardano eventi dell&#8217;intimità amorosa. Ma quando l&#8217;arte della dimenticanza è stata appresa in tenera età e poi praticata con sempre maggiore dimestichezza, è davvero difficile pensare di invertire la rotta. Togliersi da dosso i ricordi, neutralizzarli, renderli innocui, vaghi, fumosi, imprecisi, quasi impercepibili, questi sono gli obbiettivi che una persona come me si pone. E questo avviene in particolar modo per ciò che riguarda i ricordi dell&#8217;amore passato, degli amori passati. In questo caso bisogna essere drastici: la nostalgia infatti è un&#8217;esperienza assolutamente deleteria e detestabile. Non c&#8217;è nulla di più velenoso, di più insano della nostalgia. Questa tensione ad abitare il passato, a vivere in esso, a preferire la sua dimensione irreale ed onirica alla noia e agli urti del tempo presente, io la giudico un&#8217;attitudine malsana. Forse questo rifiutarmi alla nostalgia nasce dal fatto che i ricordi, quando s&#8217;impossessano di me, i ricordi di un amore in particolar modo, rischiano di uccidermi. La nostalgia è un tipo di esperienza che non posso permettermi: essa mi consumerebbe, produrrebbe dolori morali tali da ricadere disastrosamente sul mio fisico. La nostalgia vissuta, coltivata, profusa, mi porterebbe in poco tempo a stati di paralisi e di cecità. Di questo sono assolutamente convinto.</p>
<p>Dimenticare tutto è comunque una condanna. La vita senza ricordi è una vita a due dimensioni. È una sfera angusta, priva di spessore e profondità, un cammino per corridoi in ombra, dove si scorgono solo gli oggetti contro cui si finisce per sbattere. Vivere senza ricordi significa spostare l&#8217;irrealtà del passato nell&#8217;irrealtà del futuro. Ma il passato, per irreale che sia, ha una densità di colori, suoni, odori. Il futuro è invece un orizzonte esangue, in cui evolvono profili accennati, lungo scenari astratti, di un bianco ospedaliero e burocratico. Chi dimentica sempre di continuo dissangua la propria vita, ha poca identità, è l&#8217;ombra di qualcuno, un&#8217;ipotesi che ogni volta dovrà essere verificata nei giorni, nelle ore a venire. Quando si rende conto di questo, il campione della dimenticanza, lo sterminatore di ricordi, il gran talento del nulla alle spalle, sente l&#8217;esigenza di correre ai ripari. È spesso così che nascono le ossessioni per la scrittura. La pagina scritta diventa il luogo in cui intrappolare qualcosa del proprio presente. Non si scrive infatti al passato, ma solo al presente. Non si collezionano evocazioni nostalgiche, racconti retrospettivi, restauri di magnifici o terribili eventi. Si cerca di dare consistenza al presente, a quel cerchio ristretto che getta una luce su cose e persone sempre prossime ad essere dimenticate, a sparire. La scrittura qui non cerca le cose e le persone, una volta che esse sono diventate ricordo, e ci raggiungono dal passato, in modo sempre imprevedibile e secondo un ritardo variabile. Qui chi scrive acciuffa sopratutto quanto rimane al margine degli eventi e delle situazioni, ossia ciò che non diventerà materia di ricordo, e che di conseguenza non subirà la cancellazione per volontaria dimenticanza.<br />
<strong><br />
Georges Perec</strong> ha parlato di questo nesso tra oblio e scrittura. Ma lo ha fatto in modo ancora ingenuo. Perec era uno a cui la rimozione non bastava. Perec era uno che aveva un&#8217;infanzia parzialmente infernale da dimenticare (entrambi i genitori morti durante la seconda guerra mondiale, il padre al fronte e la madre ad Auschwitz). Perec era un gran talento della dimenticanza. Talentuoso a tal punto, da ignorare che la dimenticanza era un suo prodotto, l&#8217;effetto di una sua arte, e non una necessità imposta da un destino avverso. In un testo del 1977, intitolato <em>Les lieux d&#8217;une ruse</em>, Perec tocca direttamente la questione della scrittura intesa come barriera contro l&#8217;oblio. E scrive:</p>
<p>“E nello stesso tempo s&#8217;instaurò come un fallimento della memoria: ho cominciato ad avere paura di dimenticare, come se, a meno di registrare tutto, non riuscissi a trattenere nulla della vita che fuggiva. Ogni sera, scrupolosamente, con una coscienza maniacale, presi a scrivere una specie di diario: era tutto il contrario di un diario intimo; non vi consegnavo che ciò che mi era accaduto di «oggettivo»: l&#8217;ora del risveglio, l&#8217;uso del tempo, gli spostamenti, le compere, il progresso – valutato in righe o pagine – del mio lavoro, le persone che avevo incontrato o semplicemente visto, il dettaglio dei pasti che facevo la sera in questo o quel ristorante, le letture, i dischi che avevo ascoltato, i film che avevo visto, ecc. Questo panico di perdere le mie tracce s&#8217;accompagnò con il furore di conservare e di classificare.&#8221; [Traduzione mia, da <em>Penser/Classer</em>, Seuil, 2003].</p>
<p>Il fallimento della memoria è in realtà un successo nell&#8217;arte della dimenticanza. Ma questo successo atterrisce: rende l&#8217;esistenza un&#8217;esperienza puntuale, minore, evanescente. Da qui il salvataggio non attraverso la memoria, che ormai è stata bandita, ma attraverso la registrazione di ciò che non è memorabile: le ore del risveglio, i menu delle cene ordinarie, gli acquisti giornalieri, ecc. Ma è in questo modo che nasce una “seconda memoria”, una memoria di quello che <strong>Paul Virilio</strong> (compagno di strada di Perec) chiamava l&#8217;<em>infraordinario</em>, ossia ciò che si trova tra gli eventi che richiamano la nostra attenzione e il nostro interesse narrativo. Questa “seconda memoria” non può che essere un prodotto della scrittura, suo prolungamento spontaneo. “Interrogare ciò che sembra aver cessato per sempre di stupirci”, scrive in un&#8217;altra occasione Perec.</p>
<p>Oggi 16 ottobre, verso le 18.30 in via Volturno a Milano, vedo per il secondo giorno consecutivo centinaia di uccelli fermi a cinguettare sul braccio orizzontale di un&#8217;immensa gru rossa. Sciami di altri uccelli creano forme fluide nel cielo come nubi d&#8217;atomi che si aggregano e si disfano. Anche i due carrozzieri siciliani sono usciti sulla soglia dell&#8217;officina a guardare questo spettacolo. Ho buttato via un portachiavi rettangolare e lungo, in finta pelle. Era diventato di un verde slavato, come quello di una rana schiacciata sull&#8217;asfalto. Ne ho comprato uno nuovo da 15 euro (color nero, vera pelle). Sembra meno interessante, e ha un “v” impressa su uno dei risvolti. Altre cose sono successe e stanno accadendo, cose forse memorabili, eventi più importanti, che si preparano a bagnarsi nella sostanza onirica del ricordo, ma la “seconda memoria”, quella esclusivamente scritta, è interessata ad altro, a tutto quanto non ha sufficiente forza per foggiare un aneddoto.</p>
<p>(Questo articolo è stato scritto per il numero 20 del novembre 2008  di <strong>Qui. Appunti dal presente</strong>, <a href="http://www.quiappuntidalpresente.it/">www.quiappuntidalpresente.it/</a>)</p>
<p><em>[Immagine di A. I.]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/larte-della-dimenticanza/">L&#8217;arte della dimenticanza</a></p>
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		<title>Disequazioni e scuola: l’ultimo appello</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Dec 2008 11:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><em>«1<br />
Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione:<br />
ci renderemo passabilmente odiosi</em>.<br />
Ezra Pound</p>
<p><em>La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente.<br />
Se era stata una passione spontanea, l&#8217;attimo, fatale in ogni vita, del &#8220;generale orrore&#8221;, del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/12/disequazioni-e-scuola-l%e2%80%99ultimo-appello/">Disequazioni e scuola: l’ultimo appello</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm2.static.flickr.com/1410/1441453165_18633efb11.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><em>«1<br />
Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione:<br />
ci renderemo passabilmente odiosi</em>.<br />
Ezra Pound</p>
<p><em>La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente.<br />
Se era stata una passione spontanea, l&#8217;attimo, fatale in ogni vita, del &#8220;generale orrore&#8221;, del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione. In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinese condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all&#8217;uno e all&#8217;altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore per la vita.<br />
E&#8217; prudente dimenticare che, secondo la cronaca, quell&#8217;uomo dovette a ciò la sua testa: l&#8217;ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E&#8217; decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: &#8220;Io so che ogni rigo letto è profitto&#8221;. E&#8217; lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto</em>.»</p>
<p><strong>Cristina Campo</strong>, <em>Gli Imperdonabili</em>, Adelphi, pp. 73-74</p>
<p>A quell’uomo con il libro in mano di fronte alle lame del patibolo ho paragonato <a href="http://www.uniroma1.it/home/culturadellarazza.php">l’alto consesso di luminari</a> riunitosi quasi un mese fa, 14 novembre, in un’università romana resa deserta dalla lotta contro lo scellerato disegno di demolizione della cultura che si perpetra, ormai sistematicamente, da dieci anni, in questo nostro povero paese. Mi è parso un presagio.<span id="more-12140"></span><br />
Il convegno era stato programmato già dall’estate in vista dei settant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia.  Sonia Gentili e Simona Foà lo hanno ideato e curato fin nei più minuti dettagli, dal titolo all’immagine che commenta il filo che tiene il gioco delle perle dei discorsi, fino alla presenza di studiosi rappresentativi delle varie aree di ricerca che concorrono a far luce sull’argomento con cui la nostra storia non ha ancora voluto fare i conti fino in fondo: il razzismo nella cultura italiana.<br />
Laura Ricci, linguista all’università di Siena, quasi conclude i lavori del convegno con l’inquietante testimonianza sulle poco montessoriane metodologie didattiche utilizzate nell’imperiale Corno d’Africa, nostra fu onorata colonia, per insegnare la lingua italiana ai bambini del luogo “negligenti”. Basta dire che il vocabolario di base era un nerbo di pelle d’ippopotamo o qualcosa del genere: la mia mente si è rifiutata di ritenere le caratteristiche dell’oggetto in questione.<br />
<a href="http://www.girodivite.it/Lia-Levi-Una-bambina-e-basta.html">Lia Levi</a> racconta di essere stata invitata a raccontare la sua storia di scolara ebrea in una scuola intitolata a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Pende">Nicola Pende</a>, tristemente noto per le sue teorizzazioni razziali pseudoscientifiche: si è rifiutata di entrarvi. Il pubblico mormora solidale. Corre di bocca in bocca quel che si sa da sempre: i razzisti, specie se accademici, sono stati restituiti ai loro incarichi quando si sono chetate le acque. E così si fa in Italia, tanto che mi sembra di sentir dire, proprio qui e adesso, sulla mia spalla, al fantasma del Gattopardo che parla con quello del funzionario monarchico torinese: caro Chevallier, qui tutto cambia perché nulla cambi.<br />
Dunque, oggi non deve stupire chi, dietro le stentoree gote della bambola mariastellare, osa pretendere nelle scuole le classi “adatte” agli “stranieri”: l’intero paese è malato cronicamente dalla paura dell’ “altro”: il vicino, lo zingaro, l’omosessuale, lo straniero. Delle donne ci curiamo poco o niente, sono abituate e non ci preoccupano.<br />
Il sonno della storia genera mostri!: questo mi diceva il presagio.<br />
Dunque, mentre gli studenti accerchiavano il palazzi dell’odierna dittatura e a Firenze si riuniva l’assemblea generale della scuola convocata da insegnanti e genitori per lottare contro la “legge”* 169, la cultura della razza veniva imperdonabilmente studiata e spiegata nei più riposti orrori al cospetto di studiosi e ricercatori determinati ma per lo più, ahimè, senza futuro.<br />
Imperdonabili le ideatrici e guide del convegno, decise, e a ragione, a proseguire lungo la via imboccata: altra via non ci è data, senza conoscenza. Perché un popolo privato dei luoghi e dei tempi della conoscenza, pieni e gratuiti, è solo un popolo destinato alla schiavitù, foss’anche semplicemente intellettuale, e posto per assurdo che il piano intellettuale possa essere distinto dal piano materiale. Eppure &#8230;<br />
La &#8220;legge&#8221; <a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/08169l.htm">169</a> colpisce con un taglio profondo e inesorabile il cuore della scuola pubblica italiana, eliminando, di concerto con il decreto legislativo 133, la metà delle risorse umane nelle classi per bambini e bambine tra i 6 e i 10 anni. Di più, vuole mascherarsi da &#8220;riforma&#8221; e istituisce quella bella trovata dell&#8217;esame di lingua per i non italofoni (gli immigrati ben presenti nelle memorie leghiste e non solo), destinati alle classi-ponte in caso di insuccesso. Rompe infine con la migliore riflessione pedagogica cresciuta faticosamente in Italia dagli anni Settanta del secolo scorso ad oggi, in particolar modo nell&#8217;Emilia Romagna e in Toscana, ed esige, senza se e senza ma, che il giudizio su ciò che gli scolari apprendono sia espresso, anche nel segmento scolare dell&#8217;obbligo, da un voto numerico non solo nelle discipline insegnate ma pure in condotta.<br />
Chi ha lottato in Italia per una scuola pubblica aperta a tutti non può rimanere in silenzio di fronte a cotale scempio. Per tre ragioni.<br />
Se è vero che l&#8217;apprendimento in Homo sapiens sapiens è un processo lento e faticoso che viene guidato in funzione esemplare dalla vicinanza prossimale costante di esemplari adulti, allora privare la scuola di elementi umani lo mina alla radice.<br />
Se è vero che per apprendere una lingua diversa dalla lingua madre bisogna vivere un certo lasso di tempo immersi nell&#8217;ambiente linguistico dove quella nuova lingua venga parlata costantemente, allora l&#8217;esame di lingua viatico per essere esclusi dai gruppi di scolari italiani è strumento esclusivo di discriminazione.<br />
Se è vero che la cultura è un bisogno secondario e che è compito della scuola dell&#8217;obbligo eliminare tutti quegli ostacoli, che sono primariamente di tipo materiale ed affettivo, che minano alla base ogni percorso di apprendimento nei bambini e nelle bambine tra i 6 e i 13 anni, allora il voto numerico che per sua natura giudica operando tagli netti, ancorché ciechi, è funzionale a escludere tutti quelli che la sorte ha calato in una esistenza miserabile e affettivamente deprivata.<br />
In buona sostanza il Ministero della Istruzione (si badi bene all&#8217;onesta scomparsa dell&#8217;aggettivo &#8220;pubblica&#8221;), concordemente con il Parlamento italiano e con il Presidente della nostra onorata Repubblica, ha decretato e poi legiferato la seguente affermazione:<br />
L&#8217;Italia non può permettersi una scuola dell&#8217;obbligo aperta a tutti.<br />
In considerazione di questo mi sono decisa a scrivere queste due righe di appello, l’ultimo io credo prima di un lungo periodo buio di cui forse io stessa non vedrò la fine: una lettera aperta ai lettori di un blog letterario come Nazione indiana, votato per statuto e costituzione a una imperdonabile e sottile partecipazione diffusa attraverso la scrittura e consegnata al tempo che non conta i passi di un essere umano, infinitesimi &#8230;<br />
E’ tuttavia un appello imperdonabilmente perdonabile: a tutti coloro, uomini e donne, spero e soprattutto, che capiscano questa semplice dis-equazione: <em>il tempo pieno non è il tempo-scuola.</em><br />
Il tempo pieno è un progetto pedagogico che per essere realizzato necessita di una serie di processi di insegnamento che devono essere svolti sinergicamente su ogni singola classe da due insegnanti (uno dei quali non può essere l’insegnante di religione, con buona pace del mondo cattolico italiano) nell’arco di quaranta ore settimanali. Un progetto pedagogico all&#8217;interno del quale anche il semplice pranzare insieme alle bambine e ai bambini diventa per gli insegnanti parte di un preciso percorso didattico. Un progetto didattico in cui due insegnanti che hanno programmato insieme il piano delle esperienze educative, si alternano a turno a guidare un gruppo di bambini e bambine nel lento percorso di apprendimento a essere umani e colti, garantendone l&#8217;arco di tempo quotidiano necessario e funzionale.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare entrerebbe in una classe con, al più, altri 24 bambini e avrebbe a sua disposizione due insegnanti: uno per le discipline scientifiche e uno per quelle linguistiche; sarebbe guidata sulla strada della conoscenza umana secondo un percorso studiato e ristudiato da entrambi i suoi maestri insieme, di settimana in settimana, in perfetto accordo se non in armonia con i suoi tempi di apprendimento.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare e avesse qualche difficoltà, sarei sicura che potrebbe contare sul fatto che i suoi maestri potrebbero programmare un certo numero di attività didattiche per aiutarla, e che potrebbero farlo in virtù di una manciata di ore (sei circa) in cui i due insegnanti lavorano contemporaneamente sulla stessa classe e possono dividersi i bambini in modo da seguirli più da vicino singolarmente.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare, sarei sicura che frequenterebbe la scuola pubblica e che la realtà attorno a lei rispetterebbe il principio costituzionale (utopia?) del &#8220;non uno di meno&#8221;!<br />
La “legge” 169 distrugge questo meraviglioso progetto pedagogico che ci invidiano e copiano in tutto il mondo: sinergicamente con il decreto legislativo 133 (la finanziarietta del pubblico impiego), dimezza gli insegnanti in tutte le classi elementari del paese e riduce il tempo scuola &#8220;normale&#8221; da 40 a 24 ore settimanali.<br />
Quando mia figlia si iscriverà alla prima elementare sarà dopo la distruzione del tempo pieno e della scuola pubblica.<br />
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria (il famoso primo ciclo d&#8217;istruzione), troverà un insegnante unico e ferratissimo in ogni area del sapere umano, che le insegnerà a leggere, scrivere e far di conto alla perfezione assieme ad altri 27, 28, e perché no, 30 bambini. Ovviamente se mia figlia non ce la farà a star dietro a tutti gli altri, si beccherà dal cinque in giù e l&#8217;unico suo insegnante, magari consultandosi con il precettore religioso, dovrà (perché potrà) decidere se bocciarla o meno, con buona pace di tutti i don Milani e Danili Dolci passati e presenti, i quali giustamente ritenevano che &#8220;bocciare&#8221; qualcuno lungo la strada della cultura significasse bollarlo e respingerlo (come al gioco delle bocce), escludendolo.<br />
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria, dovrà uscire presto, alle 12.30 e pranzare a casa. E se io mi ostinerò a voler lavorare, e se l&#8217;istituto scolastico dove mia figlia sarà iscritta potrà organizzare un dopo-scuola variamente animato, allora e solo in quel caso potrà restare nell&#8217;edicifio a svolgere qualche attività attraente (musica con metodo orff, lezioni di tip-tap, aikido per bambini?). E io dovrò pagare perché mia figlia possa rimanere in quella che non potrò più chiamare &#8220;scuola&#8221;.<br />
Se la &#8220;legge&#8221; 169 chiama questa formula di istruzione, privata in luogo pubblico, &#8220;tempo pieno&#8221; lo fa mistificando i fatti e in perfetta malafede, ossia in piena contraddizione con la nostra Costituzione, in particolare con l&#8217;articolo 3 e 34:</p>
<p>&#8220;Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.</p>
<p>È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese&#8221;;</p>
<p>&#8220;La scuola è aperta a tutti.</p>
<p>L&#8217;istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.</p>
<p>I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.</p>
<p>La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.&#8221;</p>
<p>Togliere anche uno soltanto degli strumenti pedagogici che connotano il tempo pieno significa farlo a pezzi nelle sue fondamenta costitutive. Significa consegnare alla barbarie pre-barbiana il segmento migliore della scuola italiana: quella che davvero frequentano tutti.</p>
<p>Sinceramente, a fronte di questo, m’importa poco che mia figlia abbia il grembiule o meno.</p>
<p>I piani dei nostri piccoli dittatori da repubblica di banane riguardano le studentesse e gli studenti d’ogni età. Nel giro di poche decine di anni questo paese sarà piombato irrimediabilmente nella più completa scompagine culturale: se spegniamo una centrale elettrica fa buio subito, se invece spegniamo una scuola farà buio tra cinquant’anni.<br />
Il mio appello è dunque e semplicemente questo: spegnete i video di stato e tornate per le strade: bussate alla porta della scuola più vicina che trovate e chiedete che vi sia aperta.</p>
<p><code><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2eP-JcEXkuU&amp;hl=it&amp;fs=1" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/2eP-JcEXkuU&amp;hl=it&amp;fs=1" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></code></p>
<p>*<em>Le virgolette danno ragione di un dubbio che mi si impone quando considero la legittimità degli atti di un Parlamento eletto grazie a un sistema che è stato usato malgrado fosse sottoposto alla verifica referendaria.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/12/disequazioni-e-scuola-l%e2%80%99ultimo-appello/">Disequazioni e scuola: l’ultimo appello</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Amore</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/09/01/amore-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Sep 2008 21:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/feature_492_story2.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ho letto, uno dopo l&#8217;altro, due libri di Clarice Lispector, senza saperne niente. Trovati in libreria, sfogliando. Uno è &#8220;Legami familiari&#8221;, una raccolta di racconti. L&#8217;altro è &#8220;Vicino al cuore selvaggio&#8221;, che la Lispector scrisse a 19 anni – e mentre lo leggi ogni tanto ti meravigli di come qualcuno possa scrivere così a 19 anni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/01/amore-2/">Amore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/feature_492_story2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7862" title="clarice" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/feature_492_story2-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ho letto, uno dopo l&#8217;altro, due libri di Clarice Lispector, senza saperne niente. Trovati in libreria, sfogliando. Uno è &#8220;Legami familiari&#8221;, una raccolta di racconti. L&#8217;altro è &#8220;Vicino al cuore selvaggio&#8221;, che la Lispector scrisse a 19 anni – e mentre lo leggi ogni tanto ti meravigli di come qualcuno possa scrivere così a 19 anni. Ho scoperto, poi, che è considerata la più grande scrittrice brasiliana del dopoguerra – e anche se le mie parole non aggiungeranno nulla, e forse non coglieranno neppure il punto dell&#8217;autrice, data l&#8217;esiguità del materiale che ho letto &#8211; non posso fare a meno di scriverle.</p>
<p>Anzitutto, a rapirti è la scrittura esplosa, materica, che segue piste misteriose guidandoti con gli odori come un animale. Un delirio trasparente come un guanto rovesciato: la scrittura si fa direttamente sulla pelle interiore dell&#8217;autrice. <span id="more-7861"></span>Che racconta il suo sguardo arrovesciato, e dunque la sua distanza dalle cose del mondo. Una distanza quasi mistica, in un&#8217;adesione radicale a quella pelle interiore. Ma è proprio per questo che le è permesso di vedere, senza più diaframmi, il cuore selvaggio delle cose. Le cose di disfano, si confondono, trapassano l&#8217;una nell&#8217;altra. E l&#8217;autrice le rivela per quel che sono: ovvero, la sua scrittura te le fa toccare, annusare, nella loro essenza più profonda di ente – di qualcosa che esiste. E che, esistendo, trapassa in altro &#8211; qualcosa che è sempre sul punto di scivolare fuori dalla propria esistenza (l&#8217;essere è <em>glissant</em>, scivoloso/scivolante, diceva Bataille).</p>
<p>Talvolta, quello sguardo che vede il disfacimento delle cose, come se le cose si mischiassero e perdessero i contorni, ricorda lo sguardo di Dick, la sua ossessione del <em>putrio</em> &#8211; il dissolvimento delle cose nell&#8217;impossibile Uno/Nulla. Accade, questa esplosione dello sguardo-e-delle-cose, in un racconto come &#8220;Amore&#8221; (non so, sull&#8217;onda dell&#8217;emozione mi viene da dire: questo è il racconto perfetto. Se andate su googlebooks lo trovate, è il secondo racconto di &#8220;Legami familiari&#8221;, a pagina 16: <a href="http://books.google.it/books?hl=it&amp;id=oYc5lCoILyYC&amp;dq=%22legami+familiari%22+lispector&amp;printsec=frontcover&amp;source=web&amp;ots=i-Fpv5xTA5&amp;sig=Q2GoTS1R9bD2M2gbYwKyZ_1JwGU&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;resnum=10&amp;ct=result#PPA25,M1">qui</a>). Dove è una disgustosa epifania che consente a Ana, la protagonista del racconto, di sentire finalmente la &#8220;salda radice delle cose&#8221; quella radice che aveva sempre avuto bisogno di sentire. E&#8217; un uomo cieco che mastica una gomma, un dettaglio inerte che Ana riceve come insulto, e che in lei risveglia quel bisogno di radice – e allora la vita esplode ai suoi occhi, e alla radice Ana scopre l&#8217;urlo, il male, il rovescio. Un&#8217;oscura bramosia. &#8220;La crudezza del mondo era tranquilla. Profondo era l&#8217;assassinio. E la morte non era quel che si pensava&#8221;. Appunto, ancora, quel cuore selvaggio delle cose – che poi è la purezza dell&#8217;Amore &#8211; che l&#8217;autrice pare conoscere da sempre. E il miracolo è che quel cuore sembra e-scritto in un solo movimento dal gesto scritturale di Clarice.</p>
<p>Del resto, all&#8217;inizio – nel primo capitolo del primo libro, quello appunto dei 19 anni – c&#8217;è una bambina che non s&#8217;accontenta della pelle superficiale delle cose. Non ho niente da fare, si lamenta. E quella bambina, non trovando altro, si mette a scivolare sulla propria pelle interiore – una pelle ancor più superficiale, dove s&#8217;immagina mondi, dove visione e pensiero sono tutt&#8217;uno, e creano musiche inudibili perché già da superare appena immaginate. A volte Clarice (nei suoi personaggi; ma anche nelle sue foto, in quell&#8217;algida e traslucida distanza) appare come una bambina mai cresciuta – meglio: Clarice appare <em>quella</em> bambina mai cresciuta. Che vive come monade nei suoi infiniti mondi, e proprio per questo pare conoscere ogni cosa.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/claricelispector1.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7863" title="clarice1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/claricelispector1-243x300.jpg" alt="" width="243" height="300" /></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/cl.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7864" title="clarice2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/cl-300x294.jpg" alt="" width="300" height="294" /></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/3faac.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7865" title="clarice3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/3faac-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/clarice_lispector.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7866" title="clarice4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/clarice_lispector-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/01/amore-2/">Amore</a></p>
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		<title>Ruota degli esposti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/08/ruota-degli-esposti/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Jun 2008 06:05:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fabiano alborghetti]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[ruota degli esposti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/3-china-di-gianni-bolis0001.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabiano Alborghetti </strong></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Poi il figlio s’era perso, d’improvviso nella piazza<br />
tra la gente nasce il vuoto dove prima stava in piedi:<br />
e nessuno che sapesse, mai nessuno che abbia visto</p>
<p>la maglietta a righe viola, il cappello rosso in testa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/08/ruota-degli-esposti/">Ruota degli esposti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/3-china-di-gianni-bolis0001.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6054" title="3-china-di-gianni-bolis0001" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/3-china-di-gianni-bolis0001-174x300.jpg" alt="" width="174" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Fabiano Alborghetti </strong></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Poi il figlio s’era perso, d’improvviso nella piazza<br />
tra la gente nasce il vuoto dove prima stava in piedi:<br />
e nessuno che sapesse, mai nessuno che abbia visto</p>
<p>la maglietta a righe viola, il cappello rosso in testa.<br />
Che ne sai dello spavento gli gridava in pieno viso<br />
che ne sai di quel dolore di una madre resa monca</p>
<p>che ne sai gli ripeteva delle ipotesi più infami<br />
e con le mani sulle spalle come merce lo scoteva.<br />
Che ne sai delle rinunce</p>
<p>del dolore che nel parto ti divarica la fede<br />
che ne sai del corpo a corpo che nei mesi si fa spazio<br />
per lo spazio che reclami, che ne sai<br />
<span id="more-6050"></span></p>
<p>che non sai niente: della vita come cambia e del tempo<br />
che smarrisce<br />
si restringe per sparire e sparendo ti risucchia</p>
<p>si travasa in ogni anno che ti vede diventare.<br />
Che ne sai che non sei niente<br />
la mia vita che frantuma genuflettere ogni giorno</p>
<p>quella vita che depredi perché tu ne sei presenza…<br />
Tu non sai della fatica che comporta il proseguire<br />
tu non sai che per averti ho rinunciato a tutto il resto</p>
<p>e rientriamo ora è meglio<br />
tieni stretta la mia mano che ti guido fino a casa.<br />
Proseguiva poi più calma: ogni madre è la memoria</p>
<p>di quel Cristo che si dice, ma nel fatto è quella madre<br />
che nell’ombra resta e muore<br />
che patisce la scomparsa</p>
<p>ferma ai piedi di ogni monte…</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>Non facevano la festa, nessun bimbo s’invitava<br />
a festeggiare il compleanno niente coca e salatini<br />
né la torta coi regali niente giochi fino a tardi</p>
<p>con le grida nel salotto<br />
che una buona educazione viene data dal controllo<br />
e la casa non è un posto dove fare confusione.</p>
<p>Non sei tu che ripulisci gli diceva per spiegare<br />
non sei tu che spendi i soldi non sei tu<br />
che curi il gruppo quei bambini scalmanati</p>
<p>e sai dirmi che succede se qualcuno si fa male?<br />
Non sei tu che li controlli dal mangiare come bestie<br />
stando attento all’aranciata che fa fare congestione</p>
<p>non sei tu che a fine giorno deve dare spiegazione<br />
se qualcuno si ferisce se qualcuno cade a terra<br />
io non faccio l’infermiera</p>
<p>e se qualcuno si ferisce poi mi vanno a denunciare.<br />
Non ho mai avuto feste e ti pare che ne soffra?<br />
E’ una cosa per la gente che non ha alcun valore</p>
<p>sono solo genitori incapaci di educare…</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>Sei contento di venirci gli diceva fermo in cassa<br />
con la coda della gente per salire sulla giostra<br />
e le spalle gli teneva per non farlo allontanare</p>
<p>mentre attorno le attrazioni, tutti i suoni della fiera.<br />
Non capisco la tua scelta gli chiedeva a mezza voce<br />
il volere roba ferma mentre altro da provare:</p>
<p>guarda invece il <em>tagadà</em> o il <em>vascello della morte </em><br />
quelle sono cose vere non la smorfia dei cavalli<br />
non la musica da donna</p>
<p>ma il brivido del vuoto. Indicava l’orizzonte<br />
gli mostrava il <em>thunderbird</em> insistendo<br />
che da uomo certe cose sono meglio</p>
<p>non le giostre da donnette e chiedeva<br />
vuoi che andiamo?<br />
Il bambino non diceva ma scoteva un po’ la testa</p>
<p>ricordava l’anno addietro perché c’era già salito<br />
e quel vuoto nella pancia quella forza che ti svuota<br />
mentre tutto attorno cambia e non sai dove aggrappare</p>
<p>mentre il vuoto va aumentando e continua l’oscillare<br />
mentre l’aria va mancando e iniziava a vomitare<br />
e suo padre che gridava, lo portava ai gabinetti</p>
<p>per lavare la vergogna, rimpiangendo un figlio uomo…</p>
<p><strong>IV</strong></p>
<p>Le rotelle aveva tolto dalla bici per andare<br />
<em>come i grandi</em> gli diceva mentre il bimbo pedalava<br />
col manubrio stretto forte, l’equilibrio traballante</p>
<p>di chi cerca d’andar dritto senza nulla cui appoggiare&#8230;</p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>Spiegazione era dovuta per quel livido sull’occhio<br />
non normale si diceva nel bambino a quell’età.<br />
Ripeteva la caduta, l’incidente per le scale</p>
<p>nel rientro al pomeriggio<br />
ma il vicino le sentiva certe urla<br />
e la madre qui negava: è bambino e poco attento</p>
<p>sfida gli angoli giocando.<br />
Le braccia azzurre giù in piscina<br />
si mischiavano con l’acqua</p>
<p>e nessuno le vedeva e nessuno ne parlava<br />
che un bambino è poco attento<br />
e l’estrema conseguenza è normale</p>
<p>se palesa in altre forme…</p>
<p><strong>VI</strong></p>
<p>Abbassando poi la voce confessava i suoi peccati<br />
come fosse una bestemmia gli diceva <em>faccio i sogni</em>:<br />
è un qualcosa che risucchia</p>
<p>vedo i piedi dentro il suolo ma è diverso mi capisce?<br />
Sogno spesso un camino che dal basso mostra il cielo<br />
e una mole di persone con la faccia di mio figlio:</p>
<p>è <em>mio figlio</em> che ripete, è mio figlio<br />
che moltiplica come fosse più una folla<br />
e lo chiamo e lo respingo</p>
<p>e non so se faccio bene<br />
e non so se miei gli ognuno<br />
e risponde se lo chiamo, mi rispondono quei tutti</p>
<p>non capisco e mi confondo e resto ferma mentre piango<br />
e si affolla <em>quella gente </em>contro il corpo e me lo schiaccia<br />
mi spintona ed è mio figlio è mio figlio i tutti quanti</p>
<p>e gli chiedo <em>ma perché hai fatto bua</em>? Ma perché<br />
non vieni a mamma vieni a mamma e lui avvicina<br />
s’avvicinano quei tutti e mi stringono sul corpo</p>
<p>fino a quando non respiro, fino a quando manca l’aria<br />
e il camino ch’era in cima s’è richiuso e non dà l’aria<br />
e non posso fare niente che restare tra quei corpi, tra mio<br />
[ figlio</p>
<p>che spintona che mi stringe e cerca un varco<br />
e mi spingono in tremila, vanno avanti per passare<br />
e trascinano anche l’aria e sono in mezzo e vado anch’io</p>
<p>senza altra alternativa, sono un corpo che confonde<br />
sono un corpo dentro i corpi e quei tutti vanno avanti<br />
e li chiamo col suo nome ma nessuno che risponde</p>
<p>mentre vanno avanti insieme e non so la direzione<br />
perché intanto ho roteato perché sono messa dentro<br />
e non posso che restare ed ognuno che mi spinge</p>
<p>e poi sveglio che respiro<br />
come fossi ritornata dopo un tuffo senza fiato e sono sola<br />
dentro il letto con accanto mio marito e respiro a pieno<br />
[ fiato</p>
<p>e sto bene in quel silenzio col respiro che ritorna…</p>
<p><strong>VII</strong></p>
<p>Non tra cose da città ma tra quiete da giardini<br />
tra la quiete da famiglie coi parcheggi in ogni dove<br />
con il centro commerciale</p>
<p>con il corso che è uno sputo dove andare a passeggiare<br />
in provincia accade il fatto ed ognuno è testimone<br />
prima o dopo ognuno ha visto ma nessuno nel durante</p>
<p>mai nessuno che sospetti che qualcosa va fermato.<br />
E’ successo l’omicidio e questo scuote le famiglie<br />
la coscienza più cristiana:</p>
<p>lo dicevano in paese che qualcosa non andava.<br />
Sai qualcosa di diverso chiede ognuno accanto assorto:<br />
come accade che la madre uccida il figlio.</p>
<p><em>Cosa dice la tivù?</em></p>
<p>La <em>ruota degli esposti </em>nasce grazie a papa Innocenzo III a Roma attorno al 1204 ma è quella della Chiesa dell’Annunziata in Napoli &#8211; nata nel XV secolo (…).E’ stata in uso sino al giugno 1875 ma dal febbraio 2007 è stata reintrodotta al Policlinico Casilino di Roma. Si pensa ora di dotarne altri ospedali, per scoraggiare la pratica di sopprimere i figli indesiderati.</p>
<p><strong>Fabiano Alborghetti </strong>nasce a Milano nel 1970, vive in Paradiso (Lugano). Ha pubblicato <em>Verso Buda </em>(LietoColle, 2004), <em>L’opposta riva </em>(LietoColle, 2006) e la plaquette d’arte <em>lugano paradiso </em>(Pulcinoelefante, 2008).<br />
<em>Ruota degli esposti </em>appare per le Edizioni Fuoridalcoro di Mendrisio nel 2008 in edizione d’arte con tiratura limitata a 60 copie.</p>
<p><em>(Nell&#8217;immagine una china di Gianni Bolis)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/08/ruota-degli-esposti/">Ruota degli esposti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le rimembranze</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2008 08:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[compleanno]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
[<em>oggi pranzerò fuori con la famiglia. So che mi stanno organizzando una festa a sorpresa, dovrò quindi stupirmi, forse anche spegnere candeline. La cosa mi ha fatto venire in mente alcuni versi di qualche anno fa.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La notte ha movimenti tellurici<br />
che scoprono la vena pura,<br />
illesa, della memoria sepolta;<br />
sono come il geranio scosso<br />
dal folle<br />
nel mio mese più crudele<br />
abbarbicato come sto<br />
al mio futuro vergine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/">Le rimembranze</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/level42.jpg' alt='level42.jpg' /><br />
[<em>oggi pranzerò fuori con la famiglia. So che mi stanno organizzando una festa a sorpresa, dovrò quindi stupirmi, forse anche spegnere candeline. La cosa mi ha fatto venire in mente alcuni versi di qualche anno fa.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La notte ha movimenti tellurici<br />
che scoprono la vena pura,<br />
illesa, della memoria sepolta;<br />
sono come il geranio scosso<br />
dal folle<br />
nel mio mese più crudele<br />
abbarbicato come sto<br />
al mio futuro vergine.<br />
<span id="more-5267"></span><br />
Dei campi di pannocchie virili<br />
che rubavamo canaglie<br />
nulla rimane in questo<br />
cavalcavia urbano dove<br />
in fondo si apriva un quartiere<br />
di baracche e cartongesso<br />
e di nuovi prefabbricati<br />
che il Comune regalava<br />
(civile concessione a meridionali invadenti)<br />
ai senza tetto e agli sfrattati.<br />
I nostri padri li occuparono<br />
in una bestiale corsa notturna<br />
e furono anni d&#8217;infanzia e di povertà.</p>
<p>Qui mi hai portato stanotte<br />
Virgilio domestico:<br />
vivo dei tuoi ricordi<br />
(sono un pessimo poeta)<br />
affido il mio passato<br />
al racconto degli amici.</p>
<p>Perfetti tuffatori<br />
ci si lanciava indomiti<br />
da un castello ad un matrimoniale<br />
che il mare mai<br />
avevamo visto<br />
eppure ne sapevamo<br />
già il sapore.</p>
<p>Avevo quattro anni e mio padre<br />
(come nelle favole) si vendette<br />
una radio o un nonsoché,<br />
per portarmi alla sera una torta<br />
con le quattro fiammelle<br />
(non ricordo se<br />
vendeva angurie<br />
o faceva il rottamaio);</p>
<p>non rimpiango nulla<br />
del mio passato se non<br />
<em>quelle </em>quattro fiammelle,<br />
<em>quella </em>gioia incontenibile<br />
di <em>quel </em>bambino<br />
che non riusciva a toccare<br />
per terra quand&#8217;era seduto<br />
sulla sedia di legno<br />
frusta e dignitosa&#8230;</p>
<p>(ho meno ricordi<br />
che se avessi un giorno)</p>
<p>ma a volte l&#8217;infanzia<br />
si presenta a brani, a tracce<br />
allunga il conto<br />
e chiede il resto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/">Le rimembranze</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Battersea power station</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/11/04/battersea-power-station/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/11/04/battersea-power-station/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Nov 2007 04:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[appennino]]></category>
		<category><![CDATA[battersea power station]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
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		<category><![CDATA[londra]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/04/battersea-power-station/">Battersea power station</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.thumbnail.jpg" alt="jh-battersea.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City. La centrale elettrica in disuso è un castello abbandonato della modernità. Spesso invento storie fantastiche sul suo conto: in una è la fabbrica da cui escono liquidi, e poi a sbuffi di vapore, i sogni e gli incubi di Londra; in un’altra è il rifugio dell’unicorno, non più incatenato sullo stemma reale. Le rovine industriali sono il selvatico delle grandi città, i nuovi spazi impervi, spiritati: il cigolio della ferraglia, del becco mostruoso delle gru, l’acciottolarsi dei detriti sul vento. <span id="more-4707"></span>Come una forma tangibile del cielo – spesso mi accorgo del mondo superiore, sollevando gli occhi tra le sue ciminiere, bianche di nuvolaglia e ossame. Giganteggiano sull’acqua opaca, la riva di scarti, gabbiani, pesci solidificati in fango del Tamigi. Le osservo in lontananza, quasi umanizzate dalla mia solitudine. Vedo le mura interne decomposte, volgersi all’erba, allo scandirsi cronometrico dell’acqua in una palude urbana: la ruggine si schianta mostrando le radici. L’assenza della vegetazione ed il suo inizio. L’intero della vita che torna, quasi irriconoscibile, ma sempre con lentezza, sempre senza troppo rumore.</p>
<p>Accanto alla centrale c’è un parco che si apre in recinti, giardini e prati, tutto attorno ad un lago abitato da cigni, anatre, folaghe. La mia passeggiata è piuttosto abitudinaria: mi infilo in uno dei cancelli che danno sulla terra rialzata, sulla natura incolta affacciata sull’acqua, mi dirigo ad un albero, di cui non riconosco la specie, dai rami robusti, scuri, piegati verso la riva. Non c’è quasi mai nessuno. Mi arrampico, mi siedo appoggiata al tronco e inizio a leggere &#8211; ad esempio The Virgin Suicides di Eugenides l’ho letto quasi tutto tra questo luogo e l’appartamento in Deeley Road, dove abitavo nel 2004 – una strada di palazzi come caserme, da cui venivo a piedi. Ci sono parti nel libro sugli olmi del quartiere, sul loro respiro, sul manto fitto dell’autunno nei cortili, che per me sono indissolubilmente legate al mio albero di Battersea Park. Oppure vago nei pensieri, dondolando i piedi liberi, guardando il lago, il sole che ne fa quasi una carta stagnola, le battaglie degli uccelli per il cibo gettato dai passanti.</p>
<p>Nel nostro bosco, sull’Appennino, quello dietro il campo di calcio, c’era un tronco caduto di castagno, arcuato come un ponte vegetale sul terreno. Ora è completamente distrutto, dalle piogge, il passaggio dei cervi, il peso invernale delle nevi. Amavamo quel resto d’albero: ci potevamo sedere sopra nell’ombra della radura, sotto la parete di roccia ed il muschio che risalivano fino al tetto aperto delle fronde, tra i sassi. Quando le mie sorelle erano piccole lasciavo i regali sparsi, sulla corteccia, come se fossero doni dei folletti.<br />
Un pomeriggio, gli ultimi giorni d’agosto del 1997, me ne ero venuta nel bosco con il mio vecchio flauto di legno, in uno dei miei attacchi di insofferenza.<br />
Stavo lì nei pantaloni di tela sbrindellati di pezze giallo e arancio e suonavo per gli sterpi. Dopo un po’ arrivò la tua voce, dal sentiero. Eri allegro. Mi chiamavi: “O cugina pifferaia, hai finito l’esilio? A casa c’è l’Ofelia che ci ha preparato la merenda”. Ofelia, la compagna di mio padre, ci preparava ancora la merenda come se fossimo due ragazzini, scordandosi volutamente che tu avevi vent’anni ed io ventidue. La pasta fritta con lo zucchero o il sale di cui facevamo indigestione, i bomboloni, la torta di panna e mirtilli, o anche, non meno apprezzato, il solito gigantesco barattolo di Nutella, con il pane pronto sulla tavola. Era proprio quest’ultimo che ci aspettava in cucina. La Nutella, se ci penso bene, è stata quasi un vincolo adolescenziale tra cugini nel paese di Torri. Io ed Elisa rientravamo ad ore impossibili nella notte, nei nostri sedici, diciassette anni, godendoci tutta la libertà dell’estate, e continuavamo a parlare sedute al tavolo con i cucchiaini intinti nella cioccolata, per finire a dormire nello stesso letto, ad una piazza, come quando eravamo bambine. Nella tarda mattinata, quando ci svegliavamo, Ofelia con aria fintamente minatoria ci diceva: “Vi ho sentito tornare cosa credete… erano le quattro”. Ma poi aggiungeva un barattolo extra nella spesa. Sara e Benedetta, le mie sorelle, ripetono questo rito con gli amici, ora che hanno la nostra età di allora, ed io che resto alzata a leggere o a scrivere quando vado in montagna, le ascolto raccontarsi, con un misto di nostalgia e stupore.</p>
<p>“Sei venuto a piedi o in motorino?”, ti chiesi.<br />
“In motorino”.<br />
“Sfaticato! Hai fatto bene… senti perché non facciamo merenda qui? Dai, Matteo. Ti aspetto, vai a prendere il pane?”. Che sfacciata. Ma tu non dicevi di no: mi guardasti con aria ironica e rassegnata, riavviandoti verso casa, per accontentarmi. Erano anni che non trascorrevamo qualche giorno insieme, d’agosto a Torri. Che non consumavamo i pomeriggi a giocare a carte al bar con gli altri ragazzi, che mi insegnavi per l’ennesima volta il gioco del tressette, sapendo che di lì a un mese me ne sarei scordata completamente. Che ascoltavi con eroica pazienza i miei sfoghi sentimentali o ti offrivi di coprirmi, se restavo a dormire fuori, dicendo che passavo la notte da te, in mansarda.<br />
Di che parlavamo con il pane stracolmo di Nutella, seduti sulla trama delle foglie?<br />
Mi chiedesti di dirti ancora dei miei spiritelli, di cui leggevo le storie ai bambini del paese in piazza, imitandone le voci. Da piccolo tu avevi paura di Dracula. Mio padre, ti illustrava il film di Nosferatu, facendo smorfie e gesti mostruosi con tutto il corpo, spengendo la luce d’improvviso. Tu scappavi nell’altra stanza, ti nascondevi sotto il tavolo, finché lui non iniziava a ridere, molto più bambino di noi. Io non glielo permettevo. Gli dicevo in anticipo che di vampiri e castelli rumeni non ne volevo sapere un bel nulla.<br />
“Ti ricordi quando dormivamo assieme nel lettone a casa della nonna, io te ed Elisa? Tu eri insopportabile, lì nel mezzo. Prendevi tutto il posto e noi ci stringevamo sugli angoli. E protestavi, anche!”<br />
“Ma avevo cinque anni… voi eravate più grandi”, ridevi.<br />
Ti eri impuntato, quella volta, che ti escludevamo perché eri maschio, che anche tu avevi diritto di passare la notte con noi, dalla nonna. Dormire assieme da bambini ha un suo potere speciale – è un’alleanza nel momento più sconosciuto della giornata, quando tutto diventa inquieto e sfuggente. Gli alberi all’esterno, il loro lamento di vocali, di misteriosi suggerimenti contro la finestra.<br />
Con Elisa avevamo questo progetto: aspettare che tutti dormissero nella casa: poi scendere giù nel prato, a controllare se c’era qualcuno. Non sapevamo chi o cosa sarebbe dovuto venire. Avevo delle idee al riguardo e finivo sempre con lo spaventarla, come quando le raccontai dell’impiccagione di Pinocchio, di cui avevo letto a scuola. Pinocchio era un libro terribile, per me, crudele. Lo leggevo avidamente e lo detestavo con uguale passione. Ero arrabbiata con Pinocchio per come ammazzava il grillo e per come vendeva il suo abbecedario: una tale preziosa parola fatta di sillabe lente e ghirigori, come puoi venderla Pinocchio? Ma poi mi dispiaceva molto di più per tutti gli animali che morivano nel libro: Melampo, i ciuchini, i pesci nella padella d’olio bollente dove finiva il burattino. Un libro esemplare della tortura.<br />
Pensando agli assassini incappucciati, alle corse a perdifiato per i fossi pieni di bisce, rospi ed orbettini, decidemmo che forse era meglio declinare, restarcene nel sicuro delle coperte.</p>
<p>“ E le bolle di sapone, te le ricordi? Quelle con il Nelsen piatti, dentro i bricchi di smalto?”</p>
<p>Se dovessi scegliere un ultimo ricordo, sceglierei quel pomeriggio, in cui ci immergevamo nel nostro passato, enumerando i giocattoli, le piccole liti, come se anche Elisa, che non veniva più in montagna, fosse lì seduta con noi. Il mondo dell’esperienza epurato dalla carne, una crosta staccata, esangue &#8211; così inconsistente sulla nostra formidabile infanzia. Avevi questo volto morbido, quest’aria gentile mentre da ragazzo diventavi uomo. Conservo ancora in un diario, la poesia che mi scrivesti quella sera, seduto sulla finestra. Mi consegnasti il foglio quasi imbarazzato.<br />
“Ti ho scritto una poesia… lo sai, però io non sono bravo come te. Non ho nemmeno studiato”.<br />
Era una poesia su Torri, sulla tua montagna. Su come potevamo fermare tutto quassù, dimenticare. Il nostro minuscolo paese dei fiori, nel comune più boscoso di tutta l’Italia. “A te cugina, che credi nei folletti”, riporta la dedica.<br />
Il mio migliore amico si era ucciso in luglio, con il gas di scarico dell’auto. Negli anni a seguire ne avrei riversato così tanto nelle poesie, nei racconti, nei diari, nei monologhi interiori mai trascritti, sorprendendomi a fissare qualcuno che avrebbe potuto essere lui, in una strada cittadina, su di un treno, eppure mi sarebbe restata dentro la sorpresa, di quando ti spiegai, in cucina, come sviscerando il cuore di un estraneo. Soprattutto avrei tenuto dentro il dubbio di un futuro alternativo, non intaccato dalla sua morte, dal rischio indulgente della mitizzazione – i dispersi dissolti in stati d’animo,  beatificati rifugi dell’ego, quando si è assediati dai timori, resi mediocri, insufficienti: i giorni e gli altri percepiti come una sentenza.<br />
Come avrei ricordato? Come avrei spogliato dalla nostalgia la mia esigua giustizia?<br />
Lo raccontavo a tutti ciò che era successo quell’estate, con una foga maniacale, inquisitoria, malcelando la paura in un grossolano distacco. Tu dicesti semplicemente che lo rispettavi. E che lo rispettavi tanto più a fondo perché non riuscivi affatto a capirlo &#8211; tu che trovavi il lato piacevole di ogni cosa, perfino del tuo lavoro in fabbrica, quando per ovviare alla noia, ti raccontavi da solo fiabe assurde. C’era questa gioia serena che mettevi nei rapporti, senza giudizi di sorta, che calmava il mio modo carnale, impulsivo di agire. La parola per dirti è bontà, un vocabolo ingiustamente schernito nel sinonimo di un fare ingenuo, approssimativo, che non scalfisce la pelle degli eventi, il nostro bisogno di ferire, di pose inautentiche di disprezzo. In te riacquisiva tutto il suo genuino valore: lo stare da pari a pari con gli altri e con l’esistenza, lo stare aperti. Non ha importanza che tu lo comprendessi: era nel tuo non saperlo che si radicava più forte. Eri mio cugino. Eri buono.</p>
<p>Non concepivo ancora la precarietà che ci compone, né credo si comprenda del tutto finché si è dentro la fiumana dei sogni e degli affetti. Temiamo la perdita di coloro che amiamo &#8211; un incubo diurno da scacciare &#8211; ma ne facciamo ugualmente figure immortali, cardini di direzioni estemporanee, illusi nel nostro egoismo di poter tornare, quando ci sembra opportuno, ai loro volti conosciuti, i loro gesti di consolazione.<br />
Ma la vita è molto più sbrigativa, disattenta.<br />
La vita è un inventario sbagliato, procede per accumulo, per repentine detrazioni. Come il segno primo dello scrivere, lei è spinta per sua natura continuamente a colpire e colpisce di fretta, nauseata e assolta – e lascia agli astanti, agli involontari complici, agli strumenti, l’affondo irregolare dell’impronta.</p>
<p>Ti rividi un’altra volta, nel mese di settembre. A gennaio una nostra comune conoscenza mi portò i tuoi saluti: sarei passata a trovarti, risposi, alla sala giochi dove ti fermavi qualche volta la sera. Ma non accadde. La notte del quattordici febbraio, ti ricoverarono d’urgenza a Firenze, per un incidente d’auto – avevi perso il controllo, rientrando dalla discoteca, eri stato sbalzato fuori dall’impatto con un muro. Con una fiducia disperata nella tua forza sperammo per quindici giorni che tornassi. Avresti avuto danni irreversibili, una paralisi, un occhio perduto, ma saresti stato vivo, e mio zio, quando venni in ospedale mi disse di non entrare, di non vederti sfigurato dallo schianto. La tua pelle di bambino. Che tu sapevi comunque che noi c’eravamo, che saresti stato a casa in poche settimane, non poteva che essere così. Poi l’aneurisma nel centro del cervello. Una bacca, una pallottola di sangue. Ti dichiararono clinicamente morto, pronto per l’espianto, come avresti voluto. Lo avevi detto una volta a tua madre, commentando la notizia della donna che aveva partorito un feto gravemente menomato, per poter donare gli organi. Un affermare astratto, che diventa d’improvviso spietato testimone.<br />
Non ricordo il funerale; non ricordo nulla.<br />
Non sapevo come guardare i miei zii, come chiedere un’altra possibilità, una soltanto, come non odiare il mio dolore, come combattere l’impossibile, come non fare delle preghiere che uscivano inutili, una maledizione.</p>
<p>Occorre tanto tempo per accettare, far sì che la pena d’intensità immutabile scopra la fibra di un punto d’approdo, una nuova partenza. Occorre esserne travolti, con l’asfissia ermetica del vuoto, senza spiegazioni esaustive, vergognandosi invece, molto, della meschinità accentratrice della propria sofferenza.<br />
Il mondo ha le sue vie atroci, insospettabili per renderci l’amore, la dignità delle storie private.</p>
<p>A distanza, nella mia vita londinese, appena fuori dal parco, io non so se sia un suono o un odore o l’aria desolata dalle ciminiere &#8211; rivedo tutto con chiarezza, ci ascolto nel bosco: sei tu, la mia epifania, che scivola nella mente, s’ispessisce, s’irradia tutto d’intorno &#8211; il mio attimo di rivelazione.<br />
Quanto calore c’è nelle lacrime represse? Quanta verità da indagare nei vissuti trascorsi? E quanto davvero di comune, di tralasciabile, negli sguardi scambiati, i dialoghi familiari, il silenzio perfino del sonno nella solita stanza?</p>
<p>Camminando verso la centrale elettrica posso piangere non vista. Piango il tuo nome teso dentro la gola. Piango la rabbia, Matteo, il molto male che ho inferto a me stessa, come per punirmi per ciò che non riuscivo a salvare, non potevo; piango la mia rigida coerenza del non dire finché non si è marchiati incandescenti e poi si è pietra, secrezione esposta delle ossa. Piango gli appuntamenti mancati, i tuoi organi in altre persone, come codici ignoti della memoria, manoscritti sporcati di arterie, e la morte che esiste e le poesie scritte sui davanzali delle finestre. Ti lascio andare. Supero l’eco del traffico nel fiume, nella benevola indifferenza del paesaggio, la sua notturna, quieta pulizia.</p>
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