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	<title>Nazione Indiana &#187; Intifada</title>
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		<title>Dossier: Israele paese ospite della Fiera del libro di Torino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 00:03:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Il post, cui seguiranno altri nei giorni a venire, nasce dalla felice collaborazione partita da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/ancora-sulla-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> tra redattori di NI ed alcuni commentatori intervenuti a proposito dell&#8217;<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/nel-nome-della-letteratura/">appello al boicottaggio</a> della Fiera del Libro di Torino.</p>
<p><strong>Polemica sulla presenza d’Israele al Salon du Livre di Parigi : intervista in esclusiva con Benny Ziffer.[01/03/08]</strong></p>
<p><em>a cura di Frédéric Martel, traduzione di Francesco Forlani</em></p>
<p><strong>Scrittore, giornalista, blogger, Benny Ziffer è redattore capo del supplemento letterario del più importante quotidiano israelita, Haaretz.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">Dossier: Israele paese ospite della Fiera del libro di Torino</a></p>
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<p>Il post, cui seguiranno altri nei giorni a venire, nasce dalla felice collaborazione partita da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/ancora-sulla-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> tra redattori di NI ed alcuni commentatori intervenuti a proposito dell&#8217;<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/nel-nome-della-letteratura/">appello al boicottaggio</a> della Fiera del Libro di Torino.</p>
<p><strong>Polemica sulla presenza d’Israele al Salon du Livre di Parigi : intervista in esclusiva con Benny Ziffer.[01/03/08]</strong></p>
<p><em>a cura di Frédéric Martel, traduzione di Francesco Forlani</em></p>
<p><strong>Scrittore, giornalista, blogger, Benny Ziffer è redattore capo del supplemento letterario del più importante quotidiano israelita, Haaretz. E’ promotore dell’appello al boicottaggio degli scrittori israeliani al Salon du Livre di Parigi che apre le porte venerdì prossimo (scorso, ndt.)<br />
In esclusiva per <a href="http://www.nonfiction.fr">Nonfiction.fr</a>, ci spiega</strong>:</p>
<p>nonfiction.fr: Come si definirebbe ? Scrittore, redattore capo del più autorevole supplemento letterario israeliano quello di Haaretz, blogger, commentatore della vita dei libri? Allora qual è il suo mestiere?<br />
<span id="more-5534"></span></p>
<p>Benny Ziffer : E’ tutte queste cose e niente di tutto ciò. Sono, in effetti, l’autore di tre romanzi nonostante abbia cominciato a scrivere tardi; ma il titolo di scrittore mi mette un po’ a disagio perché scrittore in ebraico, nel suo significato originario significa « cronista del re », in senso biblico. Ed io non voglio essere il servo di nessun re né di nessun potere politico, preferisco essere definito come il responsabile delle pagine culturali di Haaretz proprio perché il grande pubblico ignora cosa sia questa funzione. Quando mi presento come tale mi chiedono: &#8220;Ma qual è il suo vero mestiere ?&#8221; il che mi fa sorridere.</p>
<p>nonfiction.fr: Qual è allora il suo vero mestiere?</p>
<p>Benny Ziffer : (ride). Ho un <a href="http://www.haaretz.co.il/hasite/pages/ShArtPE.jhtml?itemNo=652024&amp;contrassID=2">blog</a> che ha una popolarità inspiegabile nel mio paese, in Israele. Ma posso andarne fiero? Si tratta per me piuttosto di un passatempo. Sono un critico letterario? Detesto i critici letterari: li trovo spesso pomposi. Si prendono molto sul serio. Allora chi sono io? Mi piace indossare tutte queste maschere a condizione di poterle togliere.</p>
<p>nonfiction.fr: In quali circostanze è stato spinto a dirigere questo prestigioso supplemento letterario ?</p>
<p>Benny Ziffer : Quasi vent’anni fa. Tradizionalmente, il supplemento è stato diretto da letterati e uomini di cultura dell’Europa dell’est, soprattutto da russi . Penso che mi abbiano scelto perché d’origine turca e austriaca, francofilo e germanofilo. E anche perché critico nei confronti della letteratura locale ed è l’immagine che ha Haaretz in generale presso il pubblico con il supplemento letterario in particolare : un’immagine un po’ elitista e allo stesso tempo critica verso le pretese della giovane letteratura israeliana. Il supplemento è sempre stato, e anch’io, innanzitutto interessato ai grandi autori della letteratura mondiale.</p>
<p>nonfiction.fr : Il supplemento letterario d&#8217;Haaretz è un’istituzione antica e singolare. Ce ne dà una definizione ?</p>
<p>Benny Ziffer : E’ un supplemento letterario che ha una storia appassionante . E’ nato prima ancora del quotidiano, in modo indipendente nel 1918, al Cairo ed è un anno dopo che è stato creato il quotidiano. Il supplemento gode di uno statuto speciale: è come se fosse la perla di cui il giornale è la conchiglia.</p>
<p>nonfiction.fr : La lingua- l’ebraico- vi occupa un posto centrale?</p>
<p>Benny Ziffer: Per quel che riguarda lingua, la peculiarità di Haaretz è di difendere l’ebraico letterario e il giornale è dunque la culla d’innumerevoli parole che formano il nuovo vocabolario ebraico. Un gran numero di parole in ebraico sono state inventate o diffuse su Haaretz. Per esempio &#8220;Shoah&#8221;è stata usata per la prima volta su Haaretz per indicare l’olocausto. Ma molti altri termini, spesso più popolari, sono nati sulle pagine di questo giornale. Esiste a proposito un dizionario che riprende tutti i termini inventati da Haaretz, e particolarmente dal mio predecessore, il vecchio responsabile del supplemento letterario.</p>
<p>nonfiction.fr : Vi si pubblicano anche poesie.</p>
<p>Benny Ziffer : Al contrario dei supplementi francesi, seguiamo la tradizione tedesca del feuilleton che consiste nel pubblicare oltre alle critiche propriamente dette, dei testi originali, opere letterarie e saggi che non abbiano per forza una relazione con l’attualità letteraria. Un po’ come nel New Yorker, per esempio. Questo fa parte del nostro progetto linguistico di diffondere questi testi ed è per questo che abbiamo anche un concorso di racconti ogni anno.</p>
<p>nonfiction.fr :Il supplemento si considera come un riflesso della letteratura israeliana?</p>
<p>Benny Ziffer : Il supplemento non è per niente il riflesso della letteratura israeliana, nei cui confronti siamo spesso molto critici. L’idea è di presentare un’alternativa a questa letteratura.</p>
<p>nonfiction.fr : Cosa significa?</p>
<p>Benny Ziffer :La letteratura israeliana attuale non mi sembra sempre molto convincente : manca d’invenzione, è in ritardo sulla forma e sulla tecnica stilistica. E’ forse la ragione per cui ha tanto successo in Europa, e in particolar modo al Salon du Livre in Francia ! Perché è talmente datata, e in ritardo, che dà l’impressione d’essere esotica. In Francia la letteratura israeliana piace per nostalgia! Quasi come se fosse una letteratura del Terzo Mondo…</p>
<p>nonfiction.fr : E’ severo con gli scrittori del suo paese…</p>
<p>Benny Ziffer: Ma è così! Certo, ci sono delle eccezioni. Innanzitutto ci sono i grandi autori canonici, David Grossman, Amos Oz che fanno pienamente parte del nostro patrimonio. E poi qualche giovane autore inventivo.</p>
<p>nonfiction.fr : Per esempio ?</p>
<p>Benny Ziffer : Per esempio, la poetessa Agi Mishol. Per me il più grande scrittore israeliano dei nostri tempi è Yehoshua Kenaz. Mi piace molto anche Yéhuda Koren o ancora Yitzhak Laor, che è una sorta di Céline israeliano.</p>
<p>nonfiction.fr : La letteratura israeliana si distingue da quella della diaspora ? Ci sono legami tra le due? Per esempio Yehuda Amichaï ha scritto poesie in omaggio a Paul Celan.</p>
<p>Benny Ziffer : Dagli anni sessanta, la letteratura israeliana si è completamente distaccata dal suo passato ebraico e si è allontanata dalla diaspora. Questa ricca cultura ebrea era essenzialmente religiosa e per questa stessa ragione, ma anche a causa della lingua, non può più stabilire una relazione con il lettore moderno. L’ebraico è paradossalmente una barriera supplementare: a causa della sua evoluzione rapida, è molto difficile comprendere un testo in ebraico del XIXesimo o perfino della prima metà del XXesimo secolo per un israeliano d’oggi. E’ un po’ come il vostro vecchio francese. Per esempio il nostro premio Nobel, Agnon, è purtroppo diventato quasi illeggibile per gli israeliani.</p>
<p>nonfiction.fr : La letteratura israeliana, proprio come Israele, è contemporaneamente giovane e millenaria. Come si inserisce rispetto alla sua eredità, quella della lingua ebraica – lingua della Bibbia- ma anche di tutti i grandi romanzieri ebrei: Franz Kafka, Albert Cohen&#8230; ?</p>
<p>Benny Ziffer : Bisogna dire due cose. La prima, è che contrariamente alla letteratura della diaspora la Bibbia è comprensibile perché è in ebraico puro. C’è dunque un rapporto diretto tra la Bibbia e la letteratura israeliana d’oggi, al di là della letteratura ebraica della diaspora. Poi, la letteratura israeliana è stata molto influenzata da alcuni autori, per la maggior parte tedeschi, come Kafka, non perché ebrei ma solo grandi scrittori.</p>
<p>Nonfiction.fr: E’ una letteratura in piena « rinascita »? Conta numerosi nuovi autori, un dinamismo, delle nuove espressioni ? Pensa che in Francia ci limitiamo a citarne solo i grandi autori, come Amos Oz o David Grossman?</p>
<p>Benny Ziffer : E’ una letteratura in eterna rinascita perché in qualche modo porta-parola di una lingua in rinascita. Generalmente gli scrittori sono quelli che contribuiscono allo sviluppo della lingua e delle parole e sono un rifugio contro i danni della cultura di massa, com’è noto, americana, che ha molta presa in Israele. L’ebraico non letterario, quello che le persone parlano nella loro vita, diventa sempre più una lingua americanizzata ; il ruolo degli scrittori mi sembra essere quello di andare contro un tale movimento laddove ai miei occhi dovrebbero difendere la lingua. Ma ahimè! Non lo fanno. Al contrario, vogliono accompagnare l&#8217;imbastardimento della lingua la sua americanizzazione. La generazione degli anni ‘60 &#8211; Amos Oz, Abraham Yehoshua- , era molto cosciente del suo ruolo nel proteggere la lingua mentre la giovane generazione di scrittori contribuisce al suo impoverimento.</p>
<p>nonfiction.fr : Quali sono i temi che vi sono trattati ? Nascita e divenire dello Stato d’Israele ?</p>
<p>Benny Ziffer : Per molto tempo la letteratura israeliana si è ritrovata, si è costituita intorno alla nascita dello Stato d’Israele e intorno al grande romanzo nazionale. Ma la particolarità della giovanissima letteratura israeliana è al contrario il suo rigetto del nazionalismo, il rifiuto di costruirsi intorno a questa storia.</p>
<p>nonfiction.fr : E’un male ?</p>
<p>Benny Ziffer : No, ma i nostri giovani autori sono caduti nell’eccesso inverso : con il culto dei temi non politici, s’interessano solo vita quotidiana, spesso urbana e ai loro piccoli problemi personali.</p>
<p>nonfiction.fr : Il che la rende molto egocentrica?</p>
<p>Benny Ziffer : E molto mediocre. E’ come se tutti quanti facessero della Christine Angot (equivalente in Italia di una cosa a metà tra Susanna Tamaro e Isabella Santacroce,ndt) !</p>
<p>nonfiction.fr : Agli scrittori israeliani preferisce gli scrittori ebrei americani ? Philip Roth?</p>
<p>Benny Ziffer : Sono molto colpito dal fatto che non ci sia nessun rapporto tra la letteratura ebraica americana e la letteratura israeliana. Ma è vero che è una letteratura di altissima qualità, Saul Bellow o J. D. Salinger (benché non sia “ebreo” nella sua scrittura) sono tra i miei autori preferiti.</p>
<p>nonfiction.fr : Pensa che una migliore conoscenza della letteratura israeliana potrebbe favorire uno sguardo meno caricaturale su Israele, superando gli antagonismi facili e riduttori tra pro israeliani e pro palestinesi? Un libro come Una storia d’amore e di tenebre di Amos Oz offre uno sguardo molto sfumato sulla nascita d’Israele, sottolineando allo stesso tempo la sua legittimità, il suo diritto ad esistere ma anche le sue erranze?</p>
<p>Benny Ziffer : No. Al contrario. Credo che la letteratura israeliana giochi un gioco un po’ perverso con i suoi lettori all’estero.</p>
<p>nonfiction.fr : Ovvero?</p>
<p>Benny Ziffer : In fondo, la letteratura israeliana interessa solo ai lettori stranieri. E’ un successo da curiosità. Il lettore non cerca in questa letteratura delle innovazioni di stile o di lingua : vi cerca l’attualità israeliana. Di fatto, cerca il giornalismo nella letteratura. Gli scrittori israeliani rispondono spesso a questa domanda con un’esagerazione della realtà del paese. Esiste per esempio tutto un filone che racconta la vita delle donne religiose oppure che descrive l’atmosfera all’interno dello Tsahal, l’esercito israeliano, con la solidarietà tra gli uomini, la virilità. E’ molto opportunista. Piace in Francia e negli Stati Uniti. Ma non si fa della buona letteratura volendo piacere ai lettori.</p>
<p>nonfiction.fr : Oltre alla letteratura, c’è una vitalità dei saggi nel campo delle scienze umane , della non finzione in generale (filosofia, storia, sociologia…)? Quali sono i domini di ricerca privilegiati? Le prospettive d’analisi?</p>
<p>Benny Ziffer : Penso che ci sia un impoverimento significativo della vita intellettuale israeliana, la qual cosa si nota nella mancanza di discussione sulle idee e sullo scarso numero di saggi interessanti. Certo c’è il dibattito intorno ai “nuovi storici”, ma mi sembra passato di moda. Mi pare che tutto questo sia il segno della disperazione della sinistra intellettuale israeliana, dopo la seconda Intifada.</p>
<p>nonfiction.fr : Intende la seconda, visto che ora si parla già di una terza Intifada ?</p>
<p>Benny Ziffer : E’ questo che mi piace nella lingua francese, il gioco e la sottigliezza con le parole, come « seconde » (e ultima, ndt) e &#8220;deuxième&#8221;(cui segue una terza, una quarta…). Una tale differenza esiste del resto anche in ebraico, ma in tutto saremo sì e no una decina di persone a saperlo&#8230;</p>
<p>nonfiction.fr : Qual è il posto degli autori, presenti e passati, nella società israeliana? Ci sono delle figure “tutelari”, un po’ come Victor Hugo in Francia, e al contrario degli autori dissidenti, critici? La letteratura- ma anche i saggi- hanno un ruolo nelle prese di posizione politiche d’Israele? Se sì, quali?</p>
<p>Benny Ziffer :Viviamo in una società che ha bisogno di un profeta e in Israele sono i militari e gli scrittori che giocano questo ruolo. Da noi, sono Amos Oz, Abraham Yehoshua, David Grossman, che sono figure politiche oltre alle loro opere letterarie. Ma questi autori sono oggi stanchi e non c’è nessuno che possa permettere un passaggio di testimone. Ed ecco che come figure tutelari sono rimasti solo i militari!</p>
<p>nonfiction.fr : Qual è il posto accordato in Haaretz alla letteratura degli “arabi israeliani”? Li trattate come autori israeliani in tutto e per tutto?</p>
<p>Benny Ziffer : Sì. Faccio di tutto per incoraggiare i giovani arabi israeliani di lingua ebraica a scrivere e cerco di pubblicarli nel supplemento di Haaretz. Allo stesso tempo, ci sono anche numerosi arabi israeliani che pubblicano in arabo, e con cui non abbiamo sfortunatamente quasi alcun contatto . Siccome la traduzione dall’arabo verso l’ebraico è particolarmente difficile, la cosa complica ancora di più gli scambi e le letture incrociate.</p>
<p>nonfiction.fr : Sul supplemento letterario di Haaretz riservate un posto agli autori palestinesi ?</p>
<p>Benny Ziffer : Quasi mai, purtroppo. Certo, Mahmoud Darwich è tradotto e noi lo pubblichiamo sul supplemento. Per esempio abbiamo pubblicato una volta un suo testo, nello stesso giorno, nella stampa araba e su Haaretz. Ma al di là di questi rari casi c’è un fossato tra la letteratura palestinese – costituita spesso sfortunatamente da poesia nazionalista e attivista &#8211; e quella israeliana. Una decina d’anni fa, ho pubblicato un’antologia di poesia palestinese, tradotta in ebraico, ma fu talmente difficile sul piano della traduzione letteraria che da allora non ho ripetuto l’esperienza.</p>
<p>nonfiction.fr : Lei è sicuramente al corrente che Israele sarà, quest’anno, l’invitato d’onore al Salon du Livre di Parigi. E’ nata una polemica sulla selezione ufficiale degli scrittori israeliani. Qual è il dibattito?</p>
<p>Benny Ziffer : Sono stato il primo a lanciare la petizione che promuoveva il boicottaggio del Salon du Livre a Parigi. Da quel momento, ci sono stati molti dibattiti e polemiche</p>
<p>nonfiction.fr : Perché aver lanciato questo appello al boicottaggio?</p>
<p>Benny Ziffer : Ci sono diverse problematiche. La prima è che il nostro governo , la nostra ambasciata, che hanno fatto la selezione, hanno scelto solo scrittori di lingua ebraica escludendo di fatto due terzi della scena israeliana: ora, questa conta un’enorme comunità tanto di lingua russa che di lingua araba. E’ dunque molto riduttivo. La seconda questione è la scelta arbitraria degli scrittori fatta dai burocrati dell’Ambasciata e che hanno escluso grandi figure come quella del nostro poeta nazionale Nathan Zach. Eppure scrive in ebraico! La terza questione è che lo Stato Israeliano considera che gli scrittori siano degli agenti di propaganda. A partire dal momento in cui l’amministrazione finanzia il biglietto aereo, stima che lo scrittore è lì per servire la causa israeliana ed esige ufficialmente questo “fare propaganda” in un contratto che tutti gli scrittori devono firmare. E’ quello che è successo con il Salon du Livre di Parigi e con la Fiera del Libro di Torino.</p>
<p>nonfiction.fr : Dice sul serio?</p>
<p>Benny Ziffer : Assolutamente. Il grande scrittore israeliano Yehoshua Kenaz per esempio non è stato invitato in Francia perché ha rifiutato di firmare questo documento ! Ora, la sua opera è ampiamente tradotta in francese. E scrive in ebraico.</p>
<p>nonfiction.fr : Un Israeliano non può scrivere in yiddish ? In arabo ? In inglese?</p>
<p>Benny Ziffer : Non agli occhi della nostra ambasciata ! E se non scrive in ebraico, non ha diritto di cittadinanza al Salon du Livre. Eppure esiste una letteratura yiddish in Israele, per quanto minoritaria. C’è anche una letteratura di lingua inglese e perfino francese!</p>
<p>nonfiction.fr : Anche lei è stato invitato al Salon du Livre e ha declinato l’invito ?</p>
<p>Benny Ziffer : Non mi hanno invitato!</p>
<p>nonfiction.fr : E’ per questo che ha fatto il suo appello al boicottaggio ?</p>
<p>Benny Ziffer : Sì per vendicarmi ! No, seriamente, la considero una questione essenziale. Ogni scrittore israeliano dovrebbe, nel fondo della propria coscienza, boicottare il Salon du Livre di Parigi.</p>
<p>nonfiction.fr : Quali sono gli autori che rifiuteranno di partecipare ?</p>
<p>Benny Ziffer :Sfortunatamente, soltanto un paio di autori ha boicottato il Salon du Livre : Aaron Shabtaï e Sami Michael. Il che prova che l’elenco fatto dall’Ambasciata era ben compilato. I prescelti non rischiavano di disertare! Li si è scelti proprio per questa stessa ragione .</p>
<p>nonfiction.fr : Ma allora il boicottaggio ha fatto fiasco ?</p>
<p>Benny Ziffer :Il boicottaggio è fallito per il momento, se si tiene conto degli scrittori invitati. Il che si spiega molto facilmente con il fatto che gli scrittori scelti sono dei conformisti e accettano le regole dello stato. Molti altri scrittori o saggisti hanno tuttavia invitato al boicottaggio, per esempio lo storico Ilan Pappe. E questo appello al boicottaggio suscita una viva polemica a Parigi o a Torino e nel mondo intero. E numerosi paesi hanno fatto appello al boicottaggio. Da questo punto di vista è un successo.</p>
<p>nonfiction.fr : I paesi che boicottano il Salon du Livre sono essenzialmente dei paesi arabi come il Libano, lo Yemen, l’Arabia Saudita, il sultanato d&#8217;Oman, o ancora i paesi del Maghreb, il Marocco, la Tunisia, l’Algeria, e ovviamente l&#8217;Iran. Tariq Ramadan è dalla loro parte, così come numerose figure mussulmane. Non si rischia così di accusarvi di fare il gioco dei nemici di Israele?</p>
<p>Benny Ziffer : Penso che i paesi arabi avrebbero comunque fatto appello al boicottaggio. E’ importante che anche gli scrittori israeliani si mobilitino e che non lascino la critica ai soli paesi arabi. E’ il modo migliore per non fare il gioco dei nemici d’Israele, non partecipando a questa carnevalata del Salon du Livre, ma essendo i primi a denunciarla. Devo anche dire che mi sento molto solidale con gli editori e con gli scrittori arabi che, a causa del boicottaggio, saranno privati della possibilità di partecipare al Salon du Livre.</p>
<p>nonfiction.fr : Allo stesso tempo un autore potrebbe rifiutare di partecipare al padiglione ufficiale dello Stato d’Israele, però venire al Salon du Livre come invitato da uno dei numerosi altri stand o da un editore? Lei non potrebbe venire per esempio sullo stand del Centre national du livre, o delle edizioni Gallimard ?</p>
<p>Benny Ziffer : Sì, certamente. E’ quello che hanno fatto taluni autori , per lo scrittore palestinese di lingua ebraica Sayed Kashua, che non è nello stand ufficiale, ma sarà presente come invitato delle éditions de l’Olivier. Numerosi saggisti e giornalisti saranno ugualmente presenti ma non ufficialmente nel padiglione israeliano.</p>
<p>nonfiction.fr : Lei è uno scrittore singolare, atipico, nei suoi romanzi parla della Turchia, di cui la sua famiglia è originaria, dell’Egitto dove le piace viaggiare, dell’omosessualità , tema poco frequente nella letteratura israeliana. E’ inclassificabile?</p>
<p>Benny Ziffer : Sì ! Tutti gli scrittori sono inclassificabili. Ed ecco perché l’amministrazione ufficiale fa fatica a digerire i miei romanzi.</p>
<p>nonfiction.fr : C’è un’altra giornalista di Haaretz, Amira Haas,che come lei è inclassificabile. E’ la sola giornalista israeliana a vivere nei territori palestinesi (ieri a Gaza, oggi a Ramallah). Li legge i suoi articoli? Li apprezza?</p>
<p>Benny Ziffer : Amira Haas è in effetti la sola giornalista israeliana che vive a Ramallah. Prima viveva a Gaza. Rischia molto nella sua vita professionale e privata. E’ estremamente coraggiosa. E’ contemporaneamente una giornalista con un grande talento e una donna scrittrice che ha del resto deciso di prendere un anno sabbatico per scrivere. Anche lei sarà al Salon du Livre, in un dibattito, ma in modo autonomo rispetto agli invitati ufficiali.</p>
<p>nonfiction.fr : Lei possiede un blog tra i più popolari in Israele in parallelo con i suoi articoli su Haaretz. Lei crede all’avvenire della scrittura sul web, all’avvenire della letteratura sul web, alla vita d’una critica letteraria su Internet, come si tenta di fare con nonfiction.fr ?</p>
<p>Benny Ziffer : All’inizio ero ancora troppo refrattario alla rete. Ma a partire dal momento in cui ho avuto il mio blog, ho scoperto che era una fonte infinita di possibilità della scrittura, un nuovo mezzo per essere letti, senza la mediazione dell’editore o del giornale, e questo contatto diretto con i lettori mi piace.</p>
<p>(…)nonfiction.fr : Se nonfiction.fr la invitasse ci verrebbe, per farci piacere, al Salon du Livre questa settimana ?</p>
<p>Benny Ziffer : Ma io ci vengo ! Non come invitato ufficiale ma come giornalista di Haaretz. Devo “coprire” il Salon du Livre. Vengo a raccontare il boicottaggio. .</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">Dossier: Israele paese ospite della Fiera del libro di Torino</a></p>
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		<title>L’uomo comune: viaggio in Palestina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/01/l%e2%80%99uomo-comune-viaggio-in-palestina/</link>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2008 11:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/03/01/l%e2%80%99uomo-comune-viaggio-in-palestina/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-bambino.jpg" title="hebron-bambino.jpg"></a></p>
<p>(<em>Giangiacomo Degli Esposti è un ragazzo pistoiese di 33 anni. Fa l’ educatore in un centro socio-educativo gestito dalla cooperativa Pantagruel di Pistoia in un quartiere popolare con forte presenza di immigrati. Al polso porta vari braccialetti, di filo, cuoio, perline: ogni braccialetto è un luogo che ha visitato, un paese che porta con sé come un affetto, una persona.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/01/l%e2%80%99uomo-comune-viaggio-in-palestina/">L’uomo comune: viaggio in Palestina</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-bambino.jpg" title="hebron-bambino.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-bambino.thumbnail.jpg" alt="hebron-bambino.jpg" /></a></p>
<p>(<em>Giangiacomo Degli Esposti è un ragazzo pistoiese di 33 anni. Fa l’ educatore in un centro socio-educativo gestito dalla cooperativa Pantagruel di Pistoia in un quartiere popolare con forte presenza di immigrati. Al polso porta vari braccialetti, di filo, cuoio, perline: ogni braccialetto è un luogo che ha visitato, un paese che porta con sé come un affetto, una persona. Paesi europei, ma soprattutto il nord ed il sud del Chiapas, dove è stato  tramite associazioni non governative come osservatore internazionale; il Guatemala, esplorato autonomamente girando in autobus, ancora il Messico. Nell’agosto del 2006 si è recato in Palestina: al suo ritorno abbiamo trascorso un’intera serata (e mezza nottata) a vedere fotografie, a parlare, a ritornare su certe immagini. La Palestina entra nelle nostre case con cadenza più o meno quotidiana. Siamo talmente abituati, anestetizzati dai media riguardo l’esistenza di un conflitto arabo-israeliano, da rischiare di perdere il senso di realtà su quanto succede. Ma quando a raccontare l’evidenza è un amico, qualcuno che appartiene alla nostra storia personale, un comune occidentale  proprio come noi, verità ed ignoranza si fanno consistenti: immagini di carne e sangue nel nostro presente. Per mesi mi sono rimaste impresse alcune fotografie di Giangiacomo: la spazzatura di Hebron, il bambino minuscolo sotto l’occhio del mitra, le catapecchie grigie, di terra inaridita sulle colline, come le case di cartapesta di un presepe di quarant’anni fa. Insieme abbiamo provato a raccontare la sua esperienza, nel modo più lucido e ordinato possibile, così che le parole diventassero anche il mio ricordo, la  parte di memoria di qualcuno che non c’era, ma vuole ascoltare, come se vedesse.   f.m.</em>)<span id="more-5430"></span></p>
<p><em>Ciao Giangiacomo. Per prima cosa vorrei chiederti come è maturata la decisione di un viaggio in Palestina, se è stata meditata a lungo, se hai avuto modo di parlarne con qualcuno e  infine a quali enti ti sei rivolto.</em></p>
<p>Molte delle mie esperienze si radicano negli insegnamenti, l’atmosfera, le storie del mio ambito familiare. Mio nonno materno era autodidatta e partigiano. Venne in Italia dall’ex Jugoslavia nel 1947 e visse nei campi profughi per quasi due anni a La Spezia. In seguito al boom della Fiat si trasferì per lavoro a Torino, dove è morto quattro anni fa. Fin da quando ero piccolo la mia famiglia mi ha trasmesso la necessità di uno sguardo critico e possibilmente autonomo sul nostro mondo. Mio nonno da socialista vecchio stampo mi raccontava dei popoli sottomessi o dimenticati e la Palestina è sempre stata centrale, fin dai tempi della prima Intifada negli anni Ottanta. Io poi ho coltivato questo interesse, cercando di documentarmi, ma anche frequentando certi luoghi dell’associazionismo laico pistoiese. Libri per me fondamentali sono stati I bambini dell’intifada di Marisa Musu e Ennio Polito (Editori Riuniti, 1991), <em>La rabbia del vento</em> dell’israeliano S.Yizhar (Einaudi, 1989), <em>Jenin. Un campo palestinese</em> (Bompiani, 2002) del marocchino Tahar Ben Jelloun.<br />
Dopo il Messico avevo voglia di fare un altro viaggio simile, al centro di certe realtà: e così eccola, la Palestina della mia memoria e delle mie letture. È stato anche un modo per ricordare mio nonno. Nel 2006 ho preso contatti con varie associazioni italiane che operano in Palestina (CGL, Arci di Firenze, Assopace di Padova) per ricevere più informazioni possibili. Volevo viaggiare all’interno dei territori occupati della Cisgiordania, cercando di entrare in contatto con la popolazione e con i villaggi palestinesi. Infine ho trovato l’associazione cattolica Comunità Papa Giovanni XXIII  di Rimini che ha dato vita all’Operazione <a href="http://www.operazionecolomba.org">Colomba</a> , (cfr. anche  <a href="http://www.operationdove.org">Corpo Non Violento di Pace</a>). Aver scelto questa particolare associazione ha un significato estremamente personale: io sono ateo e mi sono ritrovato tra volontari cattolici praticanti. Quindi è stata una sorta di sfida, ma l’esperienza si è rivelata un forte collante tra di noi, capace di superare le reciproche e permanenti divergenze.<br />
C’è stato un incontro preliminare con il responsabile del progetto ed un corso di formazione di tre giorni per volontari a breve e lungo termine che si è svolto a giugno 2006, dove abbiamo discusso la motivazione, il concetto di non-violenza, questioni storiche ed abbiamo preso parte a varie simulazioni di interposizione non violenta durante eventuali scontri. Il primo agosto sono partito dall’aeroporto di Fiumicino con la compagnia di bandiera israeliana <em>El-Al</em>.<br />
Ho optato per questa compagnia perché era la più economica, ma la scelta si è rivelata nefasta :infatti questa compagnia è stata la più bersagliata dagli attentati negli anni Ottanta e dunque vige un controllo capillare fin dal <em>check-in</em> in territorio italiano.</p>
<p><em>Continuando su quanto hai appena raccontato, puoi dirci qualcosa sui controlli all’aeroporto in Israele e sulla diffidenza di fondo verso i volontari diretti in Palestina di cui mi parlasti al rientro?<br />
</em><br />
Prima di tutto devo specificare che ufficialmente io non ero un volontario, ma un pellegrino. Questo perché durante il corso di formazione ci avevano spiegato che se non c’è il supporto di una delegazione “importante”, è vivamente sconsigliato presentarsi come singolo e volontario, se non si vuole rischiare la non ammissione come soggetto indesiderato, a causa dei controlli antiterrorismo del governo israeliano.<br />
Per quanto mi riguarda ho avuto una particolare sfortuna: sono diventato quasi un soggetto campione dei controlli! Prima di fare il check-in, sono stato interrogato in italiano per 2 ore da due diversi addetti israeliani alla sicurezza della compagnia aerea, che mi hanno fatto le solite domande per vedere se cadevo in contraddizione. Dopo questo primo interrogatorio sono stato accompagnato in un locale dove in presenza di un poliziotto italiano armato di mitra, sono stato perquisito interamente e lasciato in mutande. Mi hanno poi chiesto di aprire il mio bagaglio per una minuziosa perquisizione. In seguito mi sono accorto che, contravvenendo alle norme internazionali, hanno loro stessi riaperto e ricontrollato i miei oggetti personali. Ugualmente, nonostante sia proibito, hanno portato il mio passaporto in una stanza diversa da quella in cui mi trovavo. Alla fine di tutto questo hanno attaccato sullo zaino e sulla mia agenda personale un bollino di colore arancione che poi ho saputo essere un segno distintivo che indica la presunta pericolosità del soggetto viaggiatore. L’arancione significa soggetto sospetto… Dopo il bollino sono stato accompagnato in bagno da un altro addetto che ha controllato addirittura la carta igienica che ho usato e che alle mie perplessità ha risposto che ciò avveniva per la mia sicurezza. Non ho fatto il check-in, ma sono stato accompagnato direttamente dal solito addetto dentro il velivolo. E sono partito!  Aggiungo solo che all’aeroporto Ben Gourion di  Tel Aviv i controlli sono durati 5 ore nelle quali sono stato interrogato da tre persone diverse in inglese e spagnolo (essendo il mio inglese scarso a differenza dello spagnolo), ma per lo meno non sono stato nuovamente perquisito!</p>
<p><em>Quali luoghi hai visitato? Per quanto tempo?<br />
</em><br />
Sono rimasto in Palestina per trentacinque giorni complessivi. Ho trascorso i primi tre giorni a Gerusalemme Est dove ho conosciuto il resto del gruppo: eravamo in tutto quattro persone, tre uomini e una donna di età compresa tra i venticinque ai trentaquattro anni. Ho visitato diversi territori occupati… parlerò di quelli che più mi sono rimasti impressi. Il primo è senz’altro Hebron, dove si trova la presunta tomba di Rachele, attorno alla quale è stato costruito un muro. Hebron è una delle città più grandi e popolose a maggioranza arabo-palestinese. Appare subito come una città occupata:  all’interno della città vecchia e del suk (il mercato), ai piani alti degli edifici sono situate le postazioni militari israeliane. La cosa che non dimenticherò sono le reti: grandi reti metalliche posizionate dai palestinesi tra una casa e l’altra nei vicoli a protezione dei passanti e delle abitazioni sottostanti. In alcune vie infatti dai piani alti delle case, tolte ai palestinesi e occupate dai coloni, come gesto di totale disprezzo vengono gettati rifiuti di ogni sorta e dimensione. Dal tampax alla lavatrice guasta. Di tutti forse questo è il gesto più disumanizzante che ho visto.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-spazzatura-3.JPG" title="hebron-spazzatura-3.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-spazzatura-3.thumbnail.JPG" alt="hebron-spazzatura-3.JPG" /></a><br />
È come dire ai palestinesi: non siete nemmeno bestie, siete spazzatura. Tutto questo sottintende inoltre una precisa volontà strategica: il mercato arabo, il cuore economico, viene spostato sempre di più verso la periferia, lasciando la città vecchia, con tutto quello che culturalmente e storicamente significa, ai coloni. A Hebron inoltre siamo stati vittime di una sassaiola di bambini israeliani, degli insulti di una colona, abbiamo assistito alle minacce subite da una bambina palestinese da un soldato per essere semplicemente uscita di casa durante il passaggio di una pattuglia. Si respira l’occupazione, la rabbia, l’assurdo dell’uomo contro l’uomo fin dall’età più innocente. Vorrei ricordare che non a caso Hamas qui è molto forte.<br />
Sono stato anche a Haifa in Galilea, a nord. È una città industriale, la Mestre israeliana.<br />
Ho soggiornato là durante il conflitto tra gli <em>hezbollah</em> libanesi e Israele. L’atmosfera era quindi surreale: strade parzialmente deserte, ogni attività interrotta, gli uffici chiusi. Durante la nostra presenza Haifa è stata raggiunta dai razzi Katiusha dal Libano ed in due occasioni siamo stati coinvolti in azioni di guerra, dovendoci nascondere e rifugiare: una volta nei sotterranei di un ufficio postale, un’altra ci siamo semplicemente sdraiati dietro un muro. Il rumore delle sirene d’allarme antimissile è sconvolgente per chi non ha mai conosciuto la guerra – se ci penso non riesco ancora a capacitarmi che questo esista. Così come il volto delle donne israeliane con noi nel rifugio. La loro paura. E allo stesso tempo l’ottusa fierezza dei cittadini israeliani, con cui ho parlato a Haifa, nell’ammettere la necessità della distruzione dell’altro per preservare lo stato, rischiando le vite dei loro stessi figli. Ho attraversato il quartiere arabo con le case bombardate. Sono stato nell’ospedale dei reduci israeliani, dove mentre venivano ricoverati i feriti, altri cantavano canzoni inneggiando all’amor di patria e all’eroismo.<br />
Naturalmente c’è poi il passaggio obbligato per Ramallah, il muro ed il famoso <em>check-point</em> di Kalandia. Un episodio: una donna è stata fatta scendere da un pullman sotto il sole cocente e durante la perquisizione con il fucile puntato le è stata sollevata la gonna per vedere se aveva esplosivi. Sono stato anche nel deserto del Nagev: qui ci sono i beduini, in teoria cittadini israeliani riconosciuti, che combattono contro i palestinesi, ma nell’effettivo cittadini di serie B. Nessun finanziamento per le attività, compresa la scuola, condizioni sanitarie molto scarse, e lo scandalo dell’acqua, che qui assume connotati paradossali. Infatti i beduini non hanno provviste d’acqua che pure è presente nel sottosuolo, ma viene sottratta dallo stato israeliano. Dunque gli israeliani rubano l’acqua ad altri israeliani.</p>
<p><em>Puoi descriverci le persone e le famiglie che ti hanno ospitato, le loro condizioni di vita quotidiana, per quanto hai potuto vedere, i rapporti con te e gli altri volontari ed eventualmente qualcuno che ti è rimasto particolarmente impresso?<br />
</em><br />
Ho trascorso la maggior parte del mio tempo in Palestina nel villaggio di At-Tuwani a sud-est di Hebron. Nel villaggio vivono circa centocinquanta persone, suddivise in cinque clan familiari. Provengono da stirpi di pastori di origine beduina. At-Tuwani è un luogo simbolo della situazione palestinese perché in tempi recenti a cinquecento metri è sorto un outpost israeliano, ovvero un insediamento di coloni che gradualmente si espande e viene riconosciuto dallo stato, sottraendo terra e risorse agli autoctoni. Ad At-Tuwani non esistono energia elettrica e reti fognarie: c’è solo un generatore a gasolio che fornisce energia per tre ore al giorno. Io ero ospite insieme ad altri tre volontari in una baracca presso una famiglia composta da marito, moglie e quattro figli maschi di età compresa tra uno e sei anni. Il capofamiglia Nasser ha la mia età, ha lavorato a lungo come manovale, ma dopo lo scoppio della seconda intifada non ha più ottenuto il permesso dall’autorità militare israeliana di entrare liberamente in Israele, perdendo il lavoro. Quando l’ho conosciuto io quindi faceva il pastore aiutato dai suoi bambini. È un personaggio di rilievo nella comunità: una persona estremamente consapevole ed equilibrata nonostante i limiti della sua istruzione. È stato arrestato e picchiato dall’esercito diverse volte a causa dell’opposizione all’occupazione e alla costruzione del muro. Mi preme sottolineare che in villaggi simili la resistenza non è armata, ma viene applicata la formula della resistenza passiva e della non violenza. Durante le manifestazioni, a cui partecipano tutti, i palestinesi preferiscono lasciarsi picchiare o portare via di peso che non lanciare sassi o attaccare. Tutte le sere siamo stati ospiti a cena della famiglia di Nasser: al compleanno del bimbo più piccolo abbiamo pure cantato Bella ciao… cercando di spiegare, grazie ad una volontaria che parla un po’ d’arabo, il significato della canzone per noi italiani. Noi accompagnavamo quotidianamente i pastori nel loro lavoro per garantire loro una qualche tutela: infatti spesso l’esercito impedisce l’accesso al pascolo, con la scusante della “zona militare”, mentre non è raro che i coloni sparino alle pecore o le avvelenino. A volte sparano anche ai pastori o fanno rincorrere i bambini dai cani. Questa è quella che viene definita “guerra a bassa intensità”. Nei mesi precedenti il mio arrivo anche alcuni volontari sono stati percossi: uno in particolare ha riportato gravi lesioni ad un rene.  Mentre i pastori erano al pascolo noi ci sistemavamo in alto, con il ruolo di vedette, controllando i movimenti della vicina colonia. È stato durante queste giornate che abbiamo fatto la conoscenza di un personaggio singolare, di<br />
cui preferisco non dire il nome per una sorta di rispetto per la sua condizione di rischio quotidiano, ancora più estrema di quella degli altri abitanti di At-Tuwani. Questo pastore di età indecifrabile, ma credo attorno alla quarantina, vive isolato dalla comunità, dentro ad una grotta, insieme alla moglie e ai tre figli. Ogni mattina ci portava il taboon (il pane arabo cotto su braci e sassi ardenti), i fichi, il formaggio. La sua famiglia vive di pastorizia da generazioni: nonostante le violenze subite dai coloni lui ha scelto di restare sulle colline e non trasferirsi nel villaggio, dove sarebbe più protetto, perché, come ci ha ripetuto, quella è la sua casa. Molti altri pastori invece hanno deciso di spostarsi in villaggi, città e campi profughi. I pastori vivono quasi in simbiosi con i loro animali, ne assumono le caratteristiche. Non sono fatti per la guerriglia o la ribellione. L’aggressività degli israeliani insediati in queste terre li spinge sempre più ai margini, ad abbandonare terra e mestiere, causandone la distruzione identitaria. Il 25% dei coloni appartengono a correnti religiose estremiste che vedono la riconquista della terra  legittimata da dio: non è raro trovare cartelli in inglese con su scritto “Land and Redemption”. Le città o i villaggi palestinesi che entrano nel raggio di questa mappatura, perdono i loro nomi: cosicché attraverso la toponomastica si sferra un altro attacco alla sopravvivenza di una cultura.  Il “mio” pastore è indimenticabile non solo per questo suo coraggio di restare, ma anche per l’umanità e la sorprendente allegria che ci ha regalato. Ho vari scatti fotografici di lui che gioca a fare il colono, imitandone le pose o l’abbigliamento… parlava arabo, però con i suoi quattro vocaboli di inglese riuscivamo a dialogare per ore, scambiandoci la lingua (l’italiano, l’arabo, l’inglese), attraverso l’ambiente attorno. Così una discussione basata sulla parola “collina” o “arbusto” o “pecora”, nei tre diversi idiomi, ci portava l’uno più vicino all’altro. Nella carrellata di straordinari “sfigati del villaggio” (considerando che lo sono tutti…), c’è poi “la famiglia dagli occhi verdi”. Questa famiglia abitava nella casa più isolata del villaggio e la più vicina all’insediamento israeliano. Il capofamiglia si chiama Yuma, anche lui ha poco più di quarant’anni. La sua casa è stata più volte oggetto di incursioni da parte dell’esercito e dei coloni: lui stesso oltre ad essere stato picchiato e minacciato frequentemente,  ha subito attacchi con armi da fuoco mentre era al pascolo con il figlio di circa dieci anni, che fu ferito di striscio. Il bambino gli sta sempre attaccato, parla pochissimo &#8211; per via dello shock subito, dice il padre. Yuma a differenza degli altri personaggi di cui ho parlato è imponente, trasmette autorità, tanto che nel villaggio girano storie leggendarie che lo vedono protagonista di una rivolta contro i coloni…</p>
<p><em>Non tutti gli israeliani appoggiano il loro governo o lo subiscono in silenzio. Mi dicevi di associazioni israeliane che operano all’interno delle comunità palestinesi. Che rapporti hai avuto con loro, che impressioni? Un ricordo particolare di qualcuno?<br />
</em><br />
All’interno del villaggio di At-Tuwani ho avuto modo di conoscere alcuni membri dell’associazione pacifista israeliana <a href="www.taayush.org">Ta’ayush</a>, che collabora con l’Operazione Colomba e con la popolazione palestinesi all’interno dei territori occupati. Gli appartenenti lavorano a difesa dei diritti umani, organizzano manifestazioni contro la costruzione del muro e soprattutto fanno opera di sensibilizzazione presso la comunità palestinese, fornendo anche servizi gratuiti di assistenza legale. Tra di loro ho conosciuto Ezra, un ebreo iracheno, arrivato in Israele a metà degli anni Sessanta. Dopo aver svolto il servizio militare nei territori occupati ha iniziato a conoscere la realtà palestinese, cominciando il suo impegno di lotta e informazione. Durante la sua militanza per i diritti del popolo palestinese è stato più volte minacciato di morte ed è stato costretto ad allontanarsi dal paese per tutelarsi, vivendo per qualche tempo nell’isola di Cipro. Ezra di professione fa l’idraulico e dà lavoro a molti palestinesi. Essendo israeliano può viaggiare liberamente sulle strade, così di volta in volta si porta sul camioncino diversi palestinesi: alcuni sono veramente suoi operai, altri sono semplici cittadini che devono raggiungere i centri abitati per fare commissioni di vario tipo e che altrimenti non saprebbero come fare. Ma per i militari dei posti di blocco sono tutti suoi dipendenti… E’ stato anche in Italia e infatti mi cantava sempre brani di motivetti sanremesi! Ezra è la memoria storica vivente del conflitto arabo-palestinese nella regione di Hebron, poiché oltre a fare attivismo là da anni è l’unico israeliano ad averci comprato una baracca dove trascorre ogni momento libero dal lavoro.</p>
<p><em>So che hai partecipato a due manifestazioni. Puoi raccontarcele?<br />
</em><br />
Poco dopo il mio arrivo da Gerusalemme ci siamo spostati ad Alkhader, un piccolo paese dove abbiamo preso parte alla prima manifestazione non violenta contro la costruzione del muro intorno a Gerusalemme. Qui c’è stato il primo contatto reale con il conflitto e la resistenza palestinese. Infatti la manifestazione era organizzata dal comitato cittadino palestinese ed appoggiata dalle varie realtà pro-Palestina della società israeliana (tra cui Ta’ayush e Rabbini per la Pace), e la disposizione dei manifestanti corrispondeva ad uno schema tipico che prevede i bambini in prima fila, per scoraggiare una reazione violenta dell’esercito. La manifestazione si è conclusa dopo un tragitto di nemmeno cinquecento metri: le forze di sicurezza israeliane avevano infatti sbarrato il passaggio e divelto l’impiantito della strada con i bulldozzer. Dalle retrovie dei manifestanti sono partiti alcuni sassi dopo la provocazione verbale dei militari e dalla parte opposta i lacrimogeni, ma non ci sono stati feriti. Questa è ordinaria amministrazione.<br />
L’altro episodio è avvenuto a sud di Gerusalemme a Bilin. Questa manifestazione si ripete tutti i venerdì: il ritrovo è la mattina, all’uscita dalle moschee. L’antefatto: il venerdì precedente era stato ferito gravemente un attivista israeliano, raggiunto alla testa da un proiettile di gomma. I proiettili di gomma sono considerati proiettili antisommossa e dunque legali: ma non per questo fanno meno male. Ho visto le fotografie dell’attivista: credo che sia rimasto paralizzato. C’era quindi un clima di timore. La manifestazione non solo era, come tutte, contro la costruzione del muro, ma anche per impedire lo sradicamento di alcuni ulivi secolari che si trovano proprio dove il muro dovrebbe sorgere. Dopo meno di seicento metri dalla partenza siamo stati fermati da uno schieramento imponente di militari i quali prima ci hanno minacciato e dopo ci hanno caricato spaccando un ginocchio ad un volontario della mia associazione e ferendo altri manifestanti. Io me la sono cavata bene: ho preso solo un calcio nella schiena, mentre cercavo di portare via il mio amico. Da lì è iniziata un’accesa sassaiola con uso di fionde. Ho potuto sentire la rabbia di queste persone, per lo più bambini e giovani palestinesi, e non saprei come biasimarla. I confini tra violenza e difesa diventano molto labili in questo paese: quando si è a casa, guardando la televisione, è molto facile immaginare categorie come palestinesi-vittime, israeliani-usurpatori, palestinesi-terroristi e israeliani-pacifisti o vittime a loro volta… ma quando si è qui tutto svanisce. È comunque impressionante la differenza tra difesa e offesa: se i palestinesi tiravano sassi, l’esercito rispondeva sparando ad altezza uomo. In quel momento ho sentito solo la scarica adrenalinica: ero in una posizione privilegiata di osservatore, trovandomi dalla parte dell’esercito, vicino all’auto-ambulanza della Mezzaluna (la Croce Rossa araba) dove stavano medicando l’altro volontario.  Ho riflettuto dopo, quando ero nel pullman, su quanto era accaduto, accorgendomi che stavo tremando.</p>
<p><em>Qual è per te, se c’è, il simbolo della tua esperienza in Palestina?<br />
</em><br />
Sì, ce n’è uno, che mi è particolarmente caro non solo per la Palestina, ma perché come sai ho sempre lavorato con i bambini ed i minori in situazioni di disagio. È Handala, un bambino palestinese “piccolo, spelacchiato, a piedi nudi e dai vestiti rattoppati” che dà la schiena allo spettatore. Lo ha disegnato Naji al Alì, un artista palestinese, ucciso a Londra da un sicario nel 1987. Questo simbolo l’ho visto rappresentato molte volte sul muro di Ramallah, nell’atto di orinare e al check-point di Kalandia. Handala viene da una terra dove la dignità della vita è negata, ma conserva la forza irriverente ed ostinata della coscienza palestinese e umana.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/handala_muro-kalandia.JPG" title="handala_muro-kalandia.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/handala_muro-kalandia.thumbnail.JPG" alt="handala_muro-kalandia.JPG" /></a></p>
<p><em>Una domanda strettamente personale: quanto ha inciso in te quest’esperienza? Hai continuato a documentarti in seguito? Pensi di tornare in Palestina?</em></p>
<p>Mi domando ancora se le cose che ho visto sono vere, se possono davvero esistere. E tuttavia mi ripeto che ne ho conosciuto solo una minima parte… Non è tanto la violenza a generare questa sorta di sentimento dell’assurdo, ma il fatto che essa sia la dimensione quotidiana: qualcosa di lontano e pressoché incomprensibile per noi occidentali. Mi sconvolge come nell’informazione globale tutto questo insieme di vite e disperazioni (palestinesi, ma anche israeliane) possa essere risolto ed allontanato nella parola “terrorismo”. Continuo a leggere tutto ciò che posso di autori palestinesi ed israeliani, vedere film, cercare notizie, ed ho mantenuto i miei contatti con Operazione Colomba. Nel futuro, anche se non so ancora quando sarò pronto, vorrei tornare in Palestina e recarmi nei campi profughi della striscia di Gaza, la più grande prigione a cielo aperto attualmente esistente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/01/l%e2%80%99uomo-comune-viaggio-in-palestina/">L’uomo comune: viaggio in Palestina</a></p>
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		<title>Ebrei americani dissidenti e politica israeliana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/22/ebrei-americani-dissidenti-e-politica-israeliana/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/22/ebrei-americani-dissidenti-e-politica-israeliana/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2007 05:35:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[Intifada]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Parizzi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Il passato continua ad accadere</strong> </p>
<p>di <strong>Massimo Parizzi</strong></p>
<p>(<em>Apparso in “L’indice”, XXIII, 12, dicembre 2006, p. 34</em>)</p>
<p>Una recente raccolta di “conversazioni con ebrei critici verso Israele” curata da Seth Farber inizia così: “Ebrei critici verso Israele? Per l’americano medio suonerà come un ossimoro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/22/ebrei-americani-dissidenti-e-politica-israeliana/">Ebrei americani dissidenti e politica israeliana</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il passato continua ad accadere</strong> </p>
<p>di <strong>Massimo Parizzi</strong></p>
<p>(<em>Apparso in “L’indice”, XXIII, 12, dicembre 2006, p. 34</em>)</p>
<p>Una recente raccolta di “conversazioni con ebrei critici verso Israele” curata da Seth Farber inizia così: “Ebrei critici verso Israele? Per l’americano medio suonerà come un ossimoro. L’istinto di molti americani <em>ebrei</em> è di tacciare gli ebrei che criticano Israele di ‘traditori’ in mezzo a loro, ‘ebrei che si odiano’, che si vergognano della loro ebraicità, addirittura di ebrei antisemiti” (caso di “uso improprio dell’antisemitismo e abuso della storia”, come recita il sottotitolo di un polemico studio di Norman Finkelstein).<br />
<span id="more-3171"></span><br />
Lo scontro interno al mondo ebraico americano è violento, e contribuisce a far parlare Marc Ellis, teologo ebreo, di “guerra civile ebraica”, titolo di un suo saggio pubblicato in un’antologia di “risposte ebree-americane progressiste al conflitto israelo-palestinese” a cura di Tony Kushner e Alisa Solomon (saggio tradotto in “Qui &#8211; appunti dal presente”, 12, ottobre 2005). “Guerra civile” è, certo, un’espressione smodata per definire uno scontro fra, da un lato, una stragrande maggioranza di ebrei che con Israele si identificano e, dall’altro, un’esigua minoranza di “dissidenti” (in America quasi inesistenti fino alla prima invasione del Libano, 1982, come quasi inesistente era il sionismo fino agli anni Trenta). Non lo è, però, in riferimento alla “rottura nella storia ebraica” prodotta da “il sionismo e lo Stato di Israele” (Rabkin). “Benché molti vedano nella guerra civile ebraica uno scontro politico”, lo scontro, per Ellis, è “sulla memoria ebraica e ciò a cui essa chiama gli ebrei nel presente”: “La memoria è del passato, ma il suo recupero avviene sempre nel presente. Entrambi puntano a un futuro in cui la giustizia, prima negata, sarà abbracciata. Tale modello ha inizio nell’Esodo, in cui Dio, ricordando l’ingiustizia e la promessa dell’Alleanza, forgiò un futuro di giustizia ancorato nel ricordo. […] La distruzione della vita palestinese a opera di ebrei è ora una parte della storia ebraica che anch’essa va ricordata” (<em>Out of the Ashes</em>). </p>
<p>Il tema della memoria nel suo legame con la giustizia e il rapporto ebrei-palestinesi ricorre anche nella raccolta di Kushner e Solomon, dove sono ricordate le parole dello storico dell’ebraismo Yosef Hayim Yerushalmi: “L’antonimo di dimenticare non è ricordare, bensì giustizia”. Ma si legga soprattutto, nello stesso libro, il bel saggio di Jonathan Boyarin, antropologo, sulle “rovine palestinesi in un paesaggio israeliano”: “Il doppio carattere delle rovine […] è colto nel titolo prosaico di un’enciclopedia di villaggi palestinesi distrutti: <em>Tutto ciò che rimane</em>. Queste pietre, capiamo dapprima, sono le uniche cose che restano; questo è tutto ciò che rimane. E tuttavia la stessa possibilità di un’enciclopedia implica una pienezza: tutto ciò rimane… nella memoria”, e “ogni vera riconciliazione fra ebrei israeliani e arabi palestinesi dovrà fare spazio alle differenti modalità delle perdite e commemorazioni che sono al cuore delle rispettive identità”. Fino ad allora “il passato [della “espropriazione palestinese”] che non è ancora dominato non è finito. Continua ad accadere”. </p>
<p>Ecco un (apparente) paradosso: la storia degli ultimi sessant’anni in Israele-Palestina non si configura come Storia. È, piuttosto, un continuo e ripetuto presente. Un movimento in cerchio o a spirale, cioè, rispetto alla direttrice passato-futuro, un movimento fermo. Una impasse della Storia. Ed è un altro paradosso, perché “uno degli obiettivi del sionismo” fu di “riportare gli ebrei nella storia” (Rabkin). Ora, è tra i critici più radicali del sionismo e di Israele <em>com’è oggi </em>che tale compito ritrova la sua urgenza per “procedere oltre l’attuale impasse” tramite “una comprensione più profonda dei dilemmi cui gli ebrei come popolo si trovano di fronte” (Ellis in Kushner-Solomon). Che passato ha lo Stato di Israele? E che futuro può avere? </p>
<p>Nessuno? Così sembra pensare oltre la metà dei suoi cittadini. “Un sondaggio riferitomi da un israeliano: più del 50% degli israeliani non pensano che Israele esisterà fra 50 anni ” scrive Ellis nel suo diario da Israele il 21 marzo scorso (in “Qui &#8211; appunti dal presente”, 14, giugno 2006). Che gli israeliani vivano una profonda crisi non stupisce. “A partire dallo scoppio della seconda Intifada [2000], la società israeliana è entrata in una crisi di disperazione. La potenza militare di Israele non sembra portare la pace e la sicurezza” (Rabkin). Ma, se lo Stato di Israele non permette di immaginare un futuro che non sia una “trappola sanguinaria” (Rabkin), ha un passato? Sì e no. No perché il suo passato è un progetto, cioè inscindibile dal suo futuro, così che l’azzerarsi di questo è come se azzerasse quello. Il progetto sionista <em>è</em> e, insieme, <em>ha costruito </em>il passato israeliano. “Costruito” in più sensi, fra cui “dato espressione” (all’ebraicità laica nata in Europa dall’Emancipazione voluta da Napoleone), “interpretato” (leggendo “tutta la storia degli ebrei” come diretta “verso la fondazione dello Stato di Israele”, Rabkin), fino a “artefatto”: tacitando voci che, dal suo interno, dicevano possibile un futuro diverso. Ad alcune di esse si richiamano, in nome di un altro passato e un altro futuro, sia Ellis sia Kushner e Solomon: sono, in particolare, quelle di “Judah Magnes, primo rettore dell’Università ebraica [di Gerusalemme], Martin Buber, il grande studioso biblico e teologo, e Hannah Arendt”; in loro “il dissenso ebraico contemporaneo trova la sua tradizione e il suo radicamento” (Ellis). </p>
<p>Il primo capitolo di <em>Wrestling with Zion</em> fa precedere a loro testi una prefazione dal titolo eloquente: “Quello che abbiamo sempre saputo”. Che cosa “abbiamo sempre saputo”? Che “a meno che l’intera meta del sionismo non cambi, non ci sarà mai pace” (Magnes, 1929). Che “se [i sionisti] continuano a ignorare i popoli mediterranei e si curano solo delle grandi potenze lontane, appariranno loro meri strumenti. […] Gli ebrei che conoscono la propria storia devono essere consapevoli che un tale stato di cose porterà inevitabilmente a una nuova ondata di odio per l’ebreo, l’antisemitismo di domani” (Arendt, 1945). Magnes, Buber e Arendt “erano contrari a uno stato ebraico in Palestina” e a favore di una “federazione di ebrei e arabi” (Ellis).</p>
<p>A differenza di molti antisionisti “in nome della Torah” di cui parla il libro di Rabkin (<em>Au nom de la Torah</em> è il titolo della sua edizione originale, canadese), che, vedendo nel ritorno in massa degli ebrei in Palestina “un’usurpazione della prerogativa divina”, pregano per “la scomparsa dello Stato di Israele”, Ellis, che rifiuta la definizione di antisionista, reagisce al sondaggio citato sopra annotando nel suo diario: “La realtà o la speranza che Israele possa scomparire non va accarezzata. Che cambi, certo. Che si trasformi, sì. […] La scomparsa di Israele, no”. Piuttosto, scrive in <em>Out of the Ashes</em>, occorre perseguire, a partire da e dentro la storia israelo-palestinese, “una nuova identità e un nuovo futuro, […] un destino politico comune. Qui la cittadinanza &#8211; il riconoscimento di uno spazio all’interno di una cultura sociale e politica democratica non legato ad alcuna identità etnica o religiosa &#8211; è cruciale. […] La cittadinanza disciplina le rivendicazioni politiche, culturali e religiose e crea un luogo neutrale in cui ad avere la priorità è il perseguimento della vita normale. […] Essa comprime le storie di ingiustizia e l’autolegittimazione che cresce nel loro seno affinché sia possibile dare inizio a una nuova storia”, a un futuro “né ebraico né palestinese nel modo in cui questi popoli sono conosciuti oggi”. Il pensiero di Ellis è “ossessionato” dal futuro. Al suo centro è il “profetico” con la sua tensione etica, “il nostro grande dono al mondo”: “Questo concetto di oltre […] non è semplicemente né innanzi tutto trascendente. […] Esso rappresenta la possibilità della svolta, di un nuovo inizio nel mezzo della vita”. </p>
<p>Ellis è un uomo religioso, in cui risuonano motivi dell’antisionismo “in nome della Torah” come la visione dello Stato di Israele quale nuovo “vitello d’oro” e della diaspora quale “missione” nel mondo, una missione che si fa in lui, tuttavia, ecumenica e universalistica: il suo invito è a che “ebrei, cristiani e musulmani di coscienza” confluiscano insieme a non credenti in una nuova “diaspora che onori la particolarità al servizio dell’universale” (in Farber). Nel suo pensiero il religioso si apre allo storico e al politico e viceversa, e la “presenza palestinese” è vista come inscindibile dall’ebraismo e dal mondo ebraico, oltre che sul piano geopolitico, su quello teologico: “abbracciarla” è la condizione perché la tradizione ebraica abbia “un futuro degno di essere lasciato in eredità ai nostri figli” (<em>Out of the Ashes</em>). Ma mentre gli argomenti teologici degli antisionisti “in nome della Torah” restano “largamente immutati dal loro primo uso polemico alla fine del XIX secolo” e si spiegano “in parte con il rifiuto […] della modernità” (Rabkin), la teologia di Ellis lo avvicina agli ebrei laici, agnostici o atei che parlano dai libri di Kushner-Solomon e Farber, come Finkelstein e Noam Chomsky, dal cui intervento Farber cita a esergo in copertina le parole: “La tradizione profetica è oggi vivissima. Solo, la chiamiamo dissidenza”. O come i figli di famiglie ebree <em>liberal</em> giunti alla solidarietà attiva con i palestinesi anche perché educati a credere “nei diritti civili” da genitori che, tuttavia, “non estendevano il loro concetto di giustizia sociale fino a includere i palestinesi” (Farber). </p>
<p>Oggi che persino l’obiettivo di “due popoli, due stati” sembra un’utopia e ogni speranza affidata a muri e tregue, la distanza di queste voci dal presente non potrebbe apparire più grande. Anche per questo, forse, Kushner e Solomon hanno voluto riportare fra i “documenti storici” che aprono la loro raccolta un saggio del 1954 di Isaac Deutscher che così termina: “Gli ebrei sono ancora troppo a fondo inebriati dallo stato-nazione da poco acquisito, e gli arabi troppo invasi da un rancore senza limiti per guardare molto avanti. Ogni organizzazione sovranazionale, come una federazione mediorientale, è per entrambi pura <em>Zukunftsmusik</em>. Ma a volte è soltanto la musica del futuro che vale la pena di ascoltare”.</p>
<p>massimoparizzi@alice.it<br />
Massimo Parizzi, traduttore, dirige la rivista “Qui &#8211; appunti dal presente”</p>
<p><strong>I libri</strong><br />
Marc Ellis, <em>Out of the Ashes. The Search for Jewish Identity in the Twenty-First Century</em>, pp. 198, $ 22.50, Pluto Press, Sterling, Virginia, 2002<br />
Seth Farber (ed.), <em>Radicals, Rabbis and Peacemakers. Conversations with Jewish Critics of Israel</em>, pp. 252, $ 19.95, Common Courage, Monroe, Maine, 2005<br />
Norman Finkelstein, <em>Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History</em>, pp. 332, £ 16.99, Verso, London, 2005<br />
Tony Kushner e Alisa Solomon (eds.), <em>Wrestling with Zion. Progressive Jewish-American Responses to the Israeli-Palestinian Conflict</em>, pp. 378, $ 12.95, Grove, New York, 2003<br />
Yakov Rabkin, <em>Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo</em> (ed. orig. 2004), trad. dal francese di Sara Ottaviani, pp. 286, € 19.50, Ombre corte, Verona, 2005 </p>
<p>*<br />
(Sul tema della politica israeliana vedi anche: <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/07/22/un-dogma-culturale-sulla-critica-alla-politica-israeliana/">Un dogma culturale</a>, di Andrea Inglese)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/22/ebrei-americani-dissidenti-e-politica-israeliana/">Ebrei americani dissidenti e politica israeliana</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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