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	<title>Nazione Indiana &#187; isabella borghese</title>
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		<title>Chat noir Chat</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 17:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Raffaella Nappo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-9.jpg"></a><br />
disegni di <em>Raffaella Nappo</em><br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Schwarze Katz (il gatto nero)</strong></p>
<p><strong>di Francesco Forlani<br />
</strong><br />
<em>a Raul di Isabella<br />
</em><br />
Un nome così a Berlino, a Parigi, non suscita mica ilarità, mica si presta ai doppi sensi, con quella sua pronuncia che sulla seconda parola accentua le zeta con indomita soddisfazione, come succede da noi, mica da voi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/chat-noir-chat/">Chat noir Chat</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-9.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-9-300x258.jpg" alt="" title="gatti-9" width="300" height="258" class="aligncenter size-medium wp-image-36049" /></a><br />
disegni di <em>Raffaella Nappo</em><br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Schwarze Katz (il gatto nero)</strong></p>
<p><strong>di Francesco Forlani<br />
</strong><br />
<em>a Raul di Isabella<br />
</em><br />
Un nome così a Berlino, a Parigi, non suscita mica ilarità, mica si presta ai doppi sensi, con quella sua pronuncia che sulla seconda parola accentua le zeta con indomita soddisfazione, come succede da noi, mica da voi. Da noi se chiami un Pub Schwarze Katz, minimo minimo ti arrestano per oltraggio al comune senso del pudore, oppure, non se ne fa nulla perché da noi tutto è oltraggio. La città moderna è oltraggio alla Reggia che si gira sull’altro fianco della pianura, e a quella antica che si limita a darle un’occhiata dalla Torre impizzata nella collina. E la guarda fare, la sua vita che è oltraggio alla vita. Alessandra Schwarze Katz era la vita. Avevamo pochi anni, ma nell’epica di quei pochi anni diciamo che lei era l’eroina mentre io non contavo un cazzo per nessuno. Per nessuno tranne che per lei, che mi dedicava sempre grandi sorrisi ogni volta che ci vedevamo in comitiva, giganteschi mostri di motorini e braccia che si muovevano lungo un perimetro assai ristretto e che si sviluppava intorno al centro della città lungo un asse che andava dalla sala giochi del Jolly Joker, con il muretto poco distante di una piccola piazza, fino alla fine della centralissima Via Mazzini. In una delle stradine sulla destra c’era appunto lo Schwarze Katz, il gatto nero. Il mio gatto invece era grigio, pelo lungo, persiano, una gatta in verità dal nome imprestato dagli Aristogatti, Minou come qualche anno prima avevamo depredato per il nostro dalmata, il nome Pongo alla carica dei centouno. Avevamo in famiglia di vero borghese soltanto gli animali domestici e dio.<br />
<span id="more-36047"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-5.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/gatti-5-218x300.jpg" alt="" title="gatti-5" width="218" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-36048" /></a></p>
<p>Così mentre Minou mi faceva le feste sempre quando tornavo succhiandomi l&#8217;anima ogni volta che, da sotto al braccio scostava il muso a sporgersi sulla mia faccia per trasformare il mio respiro in un ingranaggio di voce, un motore di fusa regolari in un travaso di vita interrotto soltanto dal risveglio, ritrovavo ogni giorno, subito dopo i compiti l&#8217;amico del cuore e di sigarette Cicciotto dell&#8217;Aquila. Io di borghese avevo il latino del mio liceo, lui tutti i libri del Capitale, e di Lenin, lasciati in giacenza da suo fratello in fuga per l&#8217;italia. E così un giorno tra le braccia del mostro giovinezza si erano sfiorate appena le falangi di una confraternita all&#8217;interno della grande comitiva, confraternita in cui due sorelle avevano varcato la soglia della solitudine autistica di due adolescenti, ed una delle due sorelle era Ale, Alessandra Schwarze Katz. C&#8217;era di mezzo sicuramente il cuore, non mio &#8211; <em>chi non conta un cazzo il cuore se lo sogna appena per dimenticare il resto</em> &#8211; e non so quante settimane si sarebbero susseguite né se quel tempo fosse umano o gattesco, con quella storia di un anno vale sette, un giorno un mese. Un gatto si sa che non fa in tempo a vivere che già muore, e per questo si commuta il computo in un nove vite, nove code, con cui graffiare ogni corpo che respiri, prendere a morsi l&#8217;inarrestabile durare delle cose, fino a sbrecciare il tempo e ridurlo a memoria. Quando non poteva venire andavamo noi da lei, nel piccolo pub di una strada a pochi passi dalla sede di Lotta Continua. Interdetta a Cicciotto più per gesto di autocensura &#8211; le visite domiciliari notturne della Digos si perpetuavano nella volante appostata sotto casa quando il fratello di Ciccio era ancora latitante e si sperava di acciuffarlo al rientro.</p>
<p> Ale ci offriva allora da bere e quando non c&#8217;era più gente, in chiusura abbandonava il banco al suo corso per sedersi con noi e tirare su i piedi sul tavolo di noce, dove le punte quadrate dei Camperos si allineavano ai boccali da birra da un litro pesanti e luminosi come lampadari. A Minou venivano spesso dei nodi di pelo che le impedivano di respirare, e nonostante le spazzole e il talco che le davamo a turno, fratello dopo fratello, sorella dopo sorella talvolta bisognava tagliargli dei ciuffi di pelo facendo attenzione a non tagliarle la pelle. E così nonostante quei buchi attraversava la casa fiera e rigonfia come una nuvola, pronta a farsi grattare ogni volta, a carezze che staccando gli occhi dai libri di storia le facevo, con la gratitudine di averla come compagna. Alessandra Schwarze Katz, dai capelli corti che sembrava cantarti e invece parlava sempre sommessamente le note portanti di “ragazza dell’Europa”, con maglioni colorati, le guance rosse da nord e da timida rivolta, era stata compagna di altri, non mia.</p>
<p>Quando finirono quei giorni, un mese, un anno, sarei partito poco dopo per andare in collegio. E allora capitava che durante le libere uscite talvolta incontravo gli amici fraterni di un tempo, ed anche lei, una volta, sul corso principale della città, e dove nonostante i capelli rasi al suolo dalla caserma, e l’uniforme da cadetto, mi dedicò lo stesso sorriso d’un tempo. Nell’epica dei quindici anni non c’è perdono che assolva l’abbandono e l’assenza delle persone che abbiamo amato, ma accade che il tratto di strada che s’era condiviso lasci tracce tanto profonde che per quanto si prendano strade diverse, dell’uno e dell’altro risuonano i passi e le orme, sono cose vive.</p>
<p>Quando un gatto comincia a perdere la vista, te ne accorgi da come si serva delle pareti come un bastone, e così, accasciata lungo lo stipite in basso della porta, mi aspettava ogni fine settimana, durante i permessi della scuola militare. Nulla è più terribile nella vita di un gatto della velocità con cui la parola vita percorre il suo giro. Nella velocità vertiginosa di un giro di giostra, di una giovinezza che bastava a se stessa con la stessa ineluttabilità dei grandi destini compiuti del mondo del Rock. Janis Joplin, Jimi Hendrix, e poi quasi per ultimi John Lennon e Bob Marley. A comunicarmelo era stato un mio compagno di corso Ciccio Panico, amico della migliore amica di Ale. Cioè a dirmi che Alessandra Schwarze Katz, se n’era andata, partita, scomparsa, trasferita, ci aveva lasciati, di merda, quello sì, con un gesto che somiglia a un volo, se non ci fosse il catrame ad accoglierti. Minou, aveva smesso di respirare alla fine di un sogno. Ricordo mio padre, che di tutti l’amava forse meno, raccoglierla da terra con le lacrime agli occhi e una forza che sembrava dire nella mutezza di quei momenti, che a noi sarebbe rimasto solo il dolore astratto della pena di non vedere più, quella nuvola di grazia che saltava, graffiava, scivolava sul tavolo della sala da pranzo riuscendo ogni volta a evitare di rovinare contro il vaso di cristallo innalzato al centro. A noi avrebbe risparmiato il lavoro sporco della sepoltura. Eppure, ogni volta che un gatto nero mi attraversa la strada, penso che sia lei, in una terza o quarta vita rapita alla vita felina. Altrimenti come spiegarsi il fatto che non ci siano cimiteri per gatti? Alessandra Schwarze Katz, una ragazza così a Berlino, a Parigi, non muore mica ogni volta, mica si presta ai dubbi, ai rimorsi, con quella sua andatura di chi sa cosa significhi la vita, di chi sa a chi si debba sorridere e a chi no, e che ti lascia un segno nell’anima ogni volta che pronunci il suo nome e sulla seconda parola accentui le zeta con indomita soddisfazione, come succede da noi, mica da voi.</p>
<p><strong>Racconto che uscirà in un&#8217;antologia curata da Isabella Borghese a fine anno.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/chat-noir-chat/">Chat noir Chat</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>quattuor (passi) fare!</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 23:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[beppe Sebaste]]></category>
		<category><![CDATA[enrico de lea]]></category>
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		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[monica mazzitelli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Quest&#8217;estate, per chi l&#8217;ha visto e per chi non c&#8217;era, ho proposto una rubrica, <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=due+passi+fare">questa</a>. Alcuni contributi sono giunti fuori tempo massimo ( ah le poste d&#8217;un tempo!) così, sperando di fare cosa gradita ai più, ve le propongo con il segreto sogno di portare un giorno in giro per l&#8217;Italia tutta la compagnia di ballo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/quattuor-passi-fare/">quattuor (passi) fare!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Quest&#8217;estate, per chi l&#8217;ha visto e per chi non c&#8217;era, ho proposto una rubrica, <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=due+passi+fare">questa</a>. Alcuni contributi sono giunti fuori tempo massimo ( ah le poste d&#8217;un tempo!) così, sperando di fare cosa gradita ai più, ve le propongo con il segreto sogno di portare un giorno in giro per l&#8217;Italia tutta la compagnia di ballo.</em> <strong>effeffe</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/piedplatregrandcg9.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/piedplatregrandcg9-272x300.jpg" alt="piedplatregrandcg9" title="piedplatregrandcg9" width="272" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-21839" /></a></p>
<p><span id="more-21830"></span></p>
<p><strong>Isabella</strong><br />
Neanche quest’anno è stato l’addio al suo mare<br />
Trascurare radici e lidi di quel giovane amore<br />
Puntare verso sud e scoprire altre maree<br />
Per ricordare non occorre restare ancòra</p>
<p>L(e)i non sapeva accompagnare il suo Amico<br />
Verso Antichi acciottolati, forse d’età romana,<br />
come stordita da una salita e da un belvedere<br />
che sono anni di bouganville senza profumo</p>
<p>Sarà così, è stato così, nel pomeriggio<br />
Si è incantata digitale sulla panoramica<br />
Da lì la vista della villa di famiglia<br />
E della madre –  gli occhi acqua marina</p>
<p>Tra sorrisi umidi e néi di vita in terra<br />
O silenzi, o un amore sopravvissuto<br />
Salvato, nella città che richiama l’eterno -<br />
L’alba dà luce a un nuovo incontro</p>
<p>Il loro sussurrato anche delicato adagio<br />
Il piede di lei involontario su di lui<br />
Presa da un rossore abbassa lo sguardo-<br />
Salva gli amori quando sembrano estinti.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/21.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/21.jpg" alt="2" title="2" width="170" height="159" class="aligncenter size-full wp-image-21840" /></a></p>
<p><strong>Enrico</strong><br />
<em>Incerti passi nel paesaggio</em></p>
<p>Neanche quest’anno è stata la ventura<br />
D’oltrepassare il mondo della vecchia<br />
Strada provinciale e andare all’alto<br />
Sconfessando il cimitero panoramico</p>
<p>Io e l’amico dovevamo andare verso<br />
Antichi acciottolati, forse d’età romana,<br />
Sul crinale dei piccoli dorsi montani<br />
Da decenni divenuti terre ignote</p>
<p>Sarà forse, non è stato, all’alba<br />
Mi sono limitato a incerti passi<br />
Della vista nel paesaggio dei padri<br />
E delle madri – i volti incastonati</p>
<p>Tra gole e macchie di bagolari<br />
O querce, o, a proprio sopravvissuto<br />
Sfarzo, nelle isole argentee degli ulivi –<br />
L’alba posseduta in via esclusiva</p>
<p>Con un mito di luce è stata danza<br />
Della visione e vi ho tracciato volti<br />
Presi da un ergastolo ignoto, da un esilio –<br />
Con le piene essiccate il tempo estinto.</p>
<p>#</p>
<p><strong>Monica</strong><br />
Notte fango a Addis Abeba </p>
<p>Scendono strade dalla collina,  portano all’occidentale albergo come bolo spinto nel digerente.<br />
Buio e freddo, la macchina inciampa lenta su dossi e fratture. Piogge inondano svergognate. </p>
<p>Luci poche da qualche baracca, fari fendono, fischiano il buio.<br />
Sbattono in faccia bambine e bambini soli per strada come branchi di cani; intenti nel buio su qualcosa: mangiare?<br />
Laceri e stinti come cani nel buio bagnato; soli di notte, lune di notte, il faro dell’ingiusto li abbaglia. Solo bolo da spingere, nel digerente.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/1_rd_c1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/1_rd_c1.jpg" alt="1_rd_c" title="1_rd_c" width="170" height="137" class="aligncenter size-full wp-image-21841" /></a></p>
<p><strong>Beppe</strong><br />
Notte Roma impromptu</p>
<p>“Niente è più intatto di una rovina”, dici attraversando, coi pini marittimi disposti come funghi,<br />
il parco archeologico del tardo capitalismo industriale impiegatizio,<br />
hai fame e caldo, puoi mangiare all’ombra e a Ferragosto pulirti con lo stuzzicadenti e<br />
sdraiato guardare la festa dell’Assunta che dal Tevere prende il mare,<br />
uomini &#038; donne tatuati, guardie di finanza, carabinieri, parroci &#038; Santi, insieme barcollano nelle<br />
barche ubriache e i fuochi non solo d’artificio esplodono fuori tempo<br />
come rutti.<br />
La sera i neon e i karaoke, i fili delle baracche attaccati ai pali della luce. Ci divertiamo molto.<br />
Poi torni a casa e guardi le puttane in viale Marconi. La notte ci si dà da fare<br />
la notte.<br />
Eiaculare stanca.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/quattuor-passi-fare/">quattuor (passi) fare!</a></p>
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		<title>Lettore, sveglia!</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 06:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di qui]]></category>
		<category><![CDATA[tullio pironti editore]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/davide-vargas/">Davide Vargas</a> è un autore che i lettori di NI conoscono. Gianni Biondillo ed io abbiamo pubblicato proprio qui alcuni dei suoi racconti. Collabora a Sud da un paio d&#8217;anni e ha scritto <a href="http://www.ibs.it/code/9788879374545/vargas-davide/racconti-qui.html">un libro</a>,<em> Racconti di qui </em>(Tullio Pironti Editore) che vale la pena leggere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/07/lettore-sveglia/">Lettore, sveglia!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/davide-vargas/">Davide Vargas</a> è un autore che i lettori di NI conoscono. Gianni Biondillo ed io abbiamo pubblicato proprio qui alcuni dei suoi racconti. Collabora a Sud da un paio d&#8217;anni e ha scritto <a href="http://www.ibs.it/code/9788879374545/vargas-davide/racconti-qui.html">un libro</a>,<em> Racconti di qui </em>(Tullio Pironti Editore) che vale la pena leggere. In occasione della sua uscita sarà presentato a Roma venerdì 8 maggio 2009 al tuma&#8217;s book bar in via dei Sabelli, 17 alle ore 20,00. Isabella  Borghese lo ha intervistato. <strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001.jpg" alt="001" title="001" width="400" height="404" class="alignnone size-full wp-image-17384" /></a></p>
<p><strong>Dialogo con l&#8217;autore</strong><br />
di<br />
<strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>Davide Vargas: un architetto di professione che fa uso della parola per passione. Quanto influisce il tuo lavoro nella scrittura? </p>
<p><em>L’architettura è presente nella struttura del libro. Io ho sempre immaginato i  13 racconti come una sequenza di tracce verticali nello spazio, tenute insieme dalla linea orizzontale dei frammenti che di volta in volta ricompaiono e si ricompongono alla fine nel racconto “finalmente scappo”. Anche la scelta del corsivo, il carattere tipico della voce narrante, ne fa una specie di ossatura che rende unitaria la narrazione. Quindi capirai che non ho inteso isolare il “mio pensare da architetto”, piuttosto ho preso da esso l’attitudine ad osservare minuziosamente e a comporre. Il resto poi lo fa la scrittura, ed è un resto ben più denso, la parte principale.<br />
<span id="more-17383"></span><br />
 Se no, avrei fatto un progetto. La bellezza poi è al centro del libro, o meglio la ricerca della bellezza. La vita delle cose coincide con il suo nucleo “interno”. Anche per gli uomini è così. E la realtà si mostra sempre nell’ambivalenza: bello/brutto, gioia/dolore. Nella mia terra è ancora più evidente, la bellezza si trascina dietro una bava che la nasconde. Io ho cercato di penetrare negli anfratti della realtà per riscoprirne il senso ancora vivo. Sono più interessato a questo “vivente” per quanto residuale sia, piuttosto che alla denuncia del degrado. Non so se ci sono riuscito, so per certo che cercando la bellezza ho dipanato il filo sensibile delle esperienze personali.</em></p>
<p><strong>Racconti di qui</strong>. Qualche parola per presentare il qui di questa raccolta.</p>
<p><em>Il qui è la mia terra, l’area tra Caserta e Napoli, dall’entroterra fino al mare. Ma voglio ricordare una pagina di V. Havel in cui l’autore dice di “abitare” con il proprio “io” una serie di anelli concentrici che contengono tutto, dalla sua camera al suo condominio, ma anche dalla sua cella fino alla nazione alla lingua alla cultura al cosmo. Io credo che nessuno possa tirarsi fuori dalle condizioni in cui questa terra è precipitata né che si possa parlare più soltanto di un lembo di Italia. Perciò “le crepe, le cicche, i tappi di bottiglia ingoiati come fossili, i dislivelli del cammino, la ragnatela come di vetro fratturato che si apre nell’asfalto”, le cose che cita Giuseppe Montesano nella prefazione al libro e che sono una piccola parte delle cose che ho incontrato nel mio viaggio, non appartengono più soltanto ai miei luoghi ma sono ovunque. Il qui si allarga negli stessi cerchi concentrici di Havel, diventa un “luogo dell’anima”, come lo ha definito  Riccardo Dalisi in una recensione di qualche giorno fa. Almeno questa era la mia intenzione. </em></p>
<p>Come nasce questa raccolta in cui le parole più che narrare fatti e questioni sembrano voler rappresentare una sequela di immagini donate al lettore con delicatezza e una dovizia di dettagli incantevoli?</p>
<p><em>I fatti sono questi. Nasce da una passeggiata con Luigi Spina sul litorale domizio il 26 dicembre 2006. Cercavamo immagini di mare e capivamo che nell’occupazione dello spazio che ci scorreva davanti avremmo potuto trovare al massimo immagini di varchi verso il mare. Mi servivano per illustrare un’intervista che avevo in preparazione per “d’Architettura” una rivista con la quale collaboro da qualche anno e l’intervista era in realtà una conversazione a più voci tra me e Giuseppe Montesano, Gianni Biondillo e Antonio Pascale. Così giravamo per quei luoghi e quando ormai non ci sembrava di aver incontrato nulla di interessante apparve un lungo muro a pelo di sabbia che correva verso il mare e deragliava alla fine. Questa immagine è rimasta dentro di me chiedendomi con forza di essere trasformata nel racconto con cui inizia il libro. E così sono andato avanti per più di un anno, cogliendo un dettaglio un colore uno sguardo e facendo affiorare da essi tutto il magma delle sensazioni delle nostalgie del dolore dei sogni della malinconie che è diventato poi il libro. Naturalmente non si è trattato di una folgorazione ma dell’evoluzione di una lunga preparazione,  io scrivo e soprattutto leggo da molti anni, è la mia passione; come sai ho collaborato con Sud, una rivista a cui sono legato perché si fa nella mia terra e Nazione Indiana ha pubblicato alcuni miei racconti.</em></p>
<p>Nella raccolta l’uomo sembra decisamente legato ai luoghi/non-luoghi che attraversa e osserva. A un certo punto sembra divenire un tutt’uno con le cose stesse. C’è anche qui un legame con la professione? O un modo di vedere e sentire il rapporto tra l’uomo e le cose?</p>
<p><em>Direi di più “un modo di vedere e sentire il rapporto tra l’uomo e le cose”. Io credo che il punto di contatto con la realtà debba essere diretto, ripulito da pregiudizi. Per fare questo è necessario “guardare” e non è così scontato che “guardiamo” sempre, né che siamo abituati e educati a farlo. Ci vuole allenamento e persistenza.  Poi è necessario “nominare” le cose, una ad una con i termini precisi fino a scoprire che esiste sempre una ed una parola soltanto per descrivere una realtà. E forse in quel momento più che descrivere si “crea” realtà. </em></p>
<p>Come nasce l’idea di New smoke lago Patria? Perché invertire i ruoli dei protagonisti di Smoke?</p>
<p><em>Nasce dal fatto che realmente per molti anni, dieci forse, ho disegnato nello stesso periodo dell’anno e più o meno alla stessa ora e con gli stessi strumenti, un paio di penne e niente altro, lo stesso paesaggio, un lago con una grande quercia, le canne i gelsi le robinie i fili d’erba… E’ un altro lago, sicuramente più pulito e meno assediato dall’incuria, ma l’esperienza è la stessa descritta nel racconto. Ho raccolto cento disegni che custodisco come una cosa preziosa. Ho invertito i ruoli perché volevo che a disegnare e a scrivere fosse la stessa persona, un po’ come faccio io.</em> </p>
<p>Come ci si sente a esser pubblicati nella stessa collana di Raymond Carver?</p>
<p><em>Carver è uno dei miei autori preferiti, anche se non voglio leggere questo inedito che è attualmente in libreria, temo di trovare le parole in più che pare il suo editore tagliasse in dosi massicce. In verità ho una grande passione per tutta la narrativa americana, da Melville a Faulkner agli scrittori di oggi. Certo con i miei amici mi do delle arie per questa vicinanza con Carver, solo con i più stretti però. E non posso che scherzarci su.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/07/lettore-sveglia/">Lettore, sveglia!</a></p>
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		<title>Per non lasciare le penne</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2008 06:02:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[pene d'amore]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/penne.jpg"></a></p>
<p><strong>Passaggio all’atto</strong><br />
di<br />
<strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>La tua telefonata. <em>Sei tu, vero?</em> Era lui l’ Editore, sì, il caro Mio Editore. Doveva dirmi che avevano in mano la copertina. Invece, No. Lui c’era ma a dirmi che saltava la pubblicazione, chiudeva la collana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/01/per-non-lasciare-le-penne/">Per non lasciare le penne</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/penne.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/07/penne.jpg" alt="" title="penne" width="369" height="332" class="alignnone size-full wp-image-6749" /></a></p>
<p><strong>Passaggio all’atto</strong><br />
di<br />
<strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>La tua telefonata. <em>Sei tu, vero?</em> Era lui l’ Editore, sì, il caro Mio Editore. Doveva dirmi che avevano in mano la copertina. Invece, No. Lui c’era ma a dirmi che saltava la pubblicazione, chiudeva la collana. E così mentre  la sua voce stronza gracchiava a esortarmi di uscire dalle mie storie, da Glavaise, da Angel, da Sofia e di scrivere di me senza costruzioni e di tornare da lui dopo un anno poiché mi avrebbe letto, io concludevo, <em>Credimi pure, stronzo!, non tornerò mai da te, </em>clic, e andavo a strappare il mio contratto.<br />
Ho lanciato il cellulare sulla scrivania accanto al letto dove ha dormito Jacques in quella notte romana. Mi son persa per ore in quello schermo bianco a percepirlo quasi ingombrante, a sentirmi ai tempi di scuola quando rimanevo per momenti infiniti nell’incipit di un tema. Quello schermo, ora, non l’avrei mai riempito con la mia vita. Era il mio pensiero fisso alla sua eco, caro Mio Editore, intende?<br />
<span id="more-6746"></span></p>
<p><em>Tra i glitter e gli abiti del camerino una sera che Mme Vanesia ripassava l’interpretazione di I will survive, mentre in sottofondo dalla grande sala rossa giungeva la Valentino di Comprami, Sofia che si muoveva alle spalle di Mme Vanesia, prestava attenzione a una sua ustione, le porgeva il boa rosso con le piume dorate, e lei si soffermava pochi minuti a raccontare a Sofia di quando viveva ancora a Cuba. Di quel pomeriggio in cui a sedici anni un’uscita in bici, una corsa sfrenata, una sgommata brusca per evitare un cane randagio, e poi, di lì a pochi attimi il suo precipitare a terra, sulla ghiaia e pezzi di vetro.</em></p>
<p>Ho trascorso un intero pomeriggio su Pene d’amore. Il titolo ha un doppio senso che diverte parecchio, tra l’altro, e quei racconti erotici in un’antologia tutta al maschile sono una novità: lo sguardo degli scrittori sul nostro universo. Mi soffermavo su un racconto in particolare, un fare curioso il mio, anche morboso, forse. Perché mi scoprivo appassionata nel leggere le parole di quell’autore e a compiacermi nel credere che questo bastasse a farmelo sentire vicino.<br />
Qual è la domanda, Se l’intimo rapporto fra il narratore e il lettore è profondamente erotico?</p>
<p><em>Poi, con cinque centimetri di zeppa e dieci di tacco diventava statuaria Mme Vanesia e mentre Sofia restava a guardare e a sorridere sfiorava con un gesto rapido quei suoi tre centimetri a rocchetto, che la facevano restare pur sempre una donna in miniatura.<br />
Indossate anche le scarpe Mme Vanesia abbandonava la sedia, sistemava il petto, che si vedesse bene intendo e cercava la conferma di Sofia che il rossetto non risultasse troppo poco evidente; l’eleganza e la sobrietà non costituivano di certo il suo stile, e se Sofia arricciava il naso, Mme Vanesia apriva il cassetto della toletta, ne estraeva un lucidalabbra rosso passion, brillantinato e luminoso e impugnava varietà di polvere bianca, anche dalla sua pochette, per ritoccare occhi e umore.</em></p>
<p>Io restavo piuttosto orgogliosa, caro il Mio Editore, su Glavaise, Angel, Sofia, facendo tesoro di altri consigli che conservavo invece come preziosi.<br />
Poi decidevo di chiudere il pc.<br />
Sceglievo di distrarmi e puntavo Pene d’amore ancora una volta e a soffermarmi, io, sulle mie <em>pene</em> d’amore, e sul pene d’amore del cavaliere, quello sconosciuto.<br />
E restavo per ore a ricordare che per comprendere il mio atto d’amore per anni ho raggiunto Anna come fosse un oracolo. Il mio. </p>
<p>Mi sedevo lì, di fronte al suo sguardo, al suo timbro, a volte indulgente, altre severo, altre ancora interrogativo. E ci restavo un’ora intera anche quando il silenzio era l’unico racconto che sapessi proferire. Anche quando le parole c’erano, ma non trovavano forma e consistenza effettiva. Una volta mi sono arrabbiata con Anna. Le ho sputato addosso rabbia e tremori, o forse solo insicurezza e paura, le mie. Decideva che ero pronta a proseguire da sola, un altro paziente avrebbe preso il mio posto. Doveva essere qualcuno di bisognoso, mi dicevo. Ma non mi importava, l’egoismo era il mio portabandiera. Le ho gridato che per quell’abbandono io non ci stavo. Le ho rimproverato la sua freddezza, la sua scelta impertinente, amara, inappropriata, anche incompetente. Sì, io a prendermi il lusso di qualificarla un’incompetente nel lasciarmi andar via in quel modo. In quattro e quattro otto.  </p>
<p><em>Allora Sofia la guardava nella sua completezza e come capitava sempre in questi loro incontri, in quel preciso istante l’ammirava «Sei bella Madame!» si pronunciava solare, e Mme Vanesia puntuale, piegava le ginocchia a pareggiare l’altezza di Sofia e: «Bella sarai tu Sofia! &#8211; diceva, &#8211; Io sono fa-vo-lo-sa!».</em></p>
<p>Il mio sembra un andirivieni di pensieri morbosi, sciocchi, ma finanche deliziosi, per me.<br />
Perché poi lo ammetto, sì, dopo la lettura di quelle pene c’ero io a perdermi nel mio atto d’amore.<br />
L’atto d’amore è una faccenda bizzarra della mia vita. Sembra cresciuto a seguito di un’educazione sessuale, o anche solo di esperienze che non hanno avuto nulla di coerente. Quando dura un’intera notte, quando vive in pochi minuti che sanno bastare, quando manca, quando sembra insipido e quando risulta straordinariamente armonioso. L’atto d’amore che richiede raffinatezze e variazioni assai distanti dall’eleganza. Quando poi i rapporti chiaramente torbidi e insani imbrogliano ancor di più la questione, quasi a farmi inciampare.<br />
E quando l’atto d’amore desidera e capita anche questo: un cavaliere ancora sconosciuto mi avvicina a una sessualità che so sì bramare, ma l’ho scoperto per caso, proprio così, solo con le sue parole che erano anche bende, corde e sevizie.</p>
<p><em>L’abito di Mme Vanesia, in quella mancanza di stoffa sul fianco destro, lasciava intravedere parte di quell’ustione e Sofia cadeva così nell’impulso di un commento fugace, «Juana, chi ha bruciato Mme Vanesia? Non è frutto di una caduta quella…».(…)<br />
</em></p>
<p>Cristo! Ad Anna avevo da poco messo sul piatto d’argento la mia verità: non mi scopavo più Enrico da un anno e da cinque eravamo fidanzati. Mi faceva schifo il suo corpo addosso, a sentirlo sopra di me scaturivano se non fiotti di rivoli un forte senso di nausea; ma lo capirebbe lei, che mi esorta a raccontare? Ma che ne sa lei, caro Mio Editore, di quel senso di nausea fastidioso? Un cazzo! Allora sì che dovrebbe ascoltarmi, poiché dopo vorrei vedere Io vomitare Lei. </p>
<p><em><br />
Paolo aveva quarantatré anni, Angel ancora ventidue.<br />
L’italiano riusciva a conoscere Angel a Cuba in un modo così personale da restarci in contatto anche al suo rientro in Italia.<br />
E Paolo con la sua attività commerciale ben avviata e assai produttiva e qualche casa di proprietà pure, decideva di potere e voler mantenere uno sguardo più attento e reale sulla storia di Angel, giacchè lui ne era a conoscenza da quella vacanza cubana. Chiedeva così un visto turistico e di lì a un anno Angel arrivava a Roma.</em></p>
<p>Enrico poteva spogliarmi sì, certo, nessun problema, lo faceva da anni, ma da tempo e d’improvviso quando il suo corpo cercava di sdraiarsi sul mio e si avvicinava la penetrazione, cristo! Che schifo! D’un tratto ho cominciato a vedere un altro corpo su di me e nemmeno mantenere gli occhi aperti liberava i miei pensieri, no, perché anche le mani di Enrico che toccavano la mia pelle mi riportavano al tatto dell’altro. Quell’uomo malato  a cui ho dovuto per anni prestare il mio corpo per sdraiarcisi sopra, accogliere le sue lacrime, la sua disperazione, il suo amore malato, cazzo! Caro Mio Editore, perché affacciarsi alla mia vita? Che ne può sapere lei di queste ossessioni? Della morbosità? Sì, io conoscevo e studiavo nero su bianco la malattia di quell’uomo, per farmene una ragione, allora sceglievo di giustificare quel suo fare perché inconsapevole. E la comprensione e la conoscenza diventavano negli anni la mia forza.<br />
E dio solo lo sa quanta fatica e quanto fa male anche guardare l’uomo che si ama dritto negli occhi, non presentargli i tuoi fantasmi,  ma implorarlo di scoparsi qualcun&#8217;altra perché  per il sesso non c’era più posto adesso.<br />
(…)</p>
<p><em><br />
E Angel al suo nome affiancava quasi nell’immediato quello di Mme Vanesia.<br />
Paolo metteva a disposizione di Angel il suo monolocale sulla Tiburtina dopo il raccordo. Lo aiutava nell’integrazione facendolo lavorare tramite conoscenze e così Angel viveva di giorno insegnando balli caraibici privatamente, e Mme Vanesia di notte lavorando come cameriera in un ristorante omosessuale della capitale e aprendo poi  le danze con qualche spettacolo drag nelle serate programmate.</em></p>
<p>Ogni martedì come un automa alle 14.00 qualsiasi cosa stessi facendo e ovunque stessi  raggiungevo Anna, un appuntamento inderogabile il mio. Entravo da lei in quella stanza, io a poggiare la borsa sulla sedia vicino alla finestra e ad accomodarmi su quella di fronte a lei. Anna mi diceva puntuale, Allora, come stai? E io dicevo sempre bene, poiché mi piace proprio dire Sto bene, è un bel suono, un buon inizio pure. Sì, mi piace parecchio. Poi però partivo da un sogno e ogni volta io a perdermi tra mille domande e infinite sfaccettature che vedevo nelle questioni e nei ricordi in cui mi sembrava di inciampare. E Anna si pronunciava sempre pronta a dirmi di rallentare e focalizzare le cose com’era giusto che dovessero essere viste dal mio sguardo e come io non riuscivo a vederle, mai. Poi andavo via, con una forte stretta di mano e un grazie ad accompagnarla, ogni volta, e le sue parole da conservare.<br />
Ecco, mi confidavo con Anna in quegli anni che il mio atto d’amore assumeva sfaccettature assai complesse.<br />
E lei dopo pochi mesi dal mio confidarmi voleva congedarmi. Senza chiedermi, senza lasciarmi il tempo di capire, avvertire il distacco nei tempi che volevo mi spettassero.<br />
Ma poi Anna incassava le mie parole, anche gli insulti, e mi accoglieva ancora. Erano giorni di sole quando percorrevo la mia via, poi il lungo viale alberato e la piazza che ogni volta sceglievo di attraversare da un punto differente e dopo pochi metri in salita la svolta a sinistra. E lì a raggiungere Anna tiravo un respiro di sollievo, maturavo la consapevolezza che le ombre della mia vita dovevano essere solo un accessorio, seppur scomodo, ma che non facevano l’intera mia vita.<br />
Anna diventava la parola che mi portava a un pensiero positivo, era una riflessione che mi faceva vedere le cose da una prospettiva e un’angolatura differente, era la voce che sapevo ascoltare e le orecchie che volevo mi sentissero, a cui sapevo confidarmi.<br />
E per parlare bisogna trovare orecchie che sappiano ascoltare a dovere, caro Mio Editore, perché mai dovrei credere che uno come lei abbia tale propensione? Mi fa ridere, mi creda pure! </p>
<p><em>Mme Vanesia esisteva davvero per pochi e per poche realtà: per le sue amiche drag, per gli uomini della notte che a sfiorasi di giorno sceglievano di non riconoscerla, e per i banchi del mercato rionale, sua mèta quotidiana. E lì, raccontava rassegnata Juana che anche lei conosceva bene certe dinamiche, a incontrare Mme Vanesia erano sempre sguardi curiosi, sì, ma sapevano anche sorriderle. Come le signore anziane dei banchi storici: quelle che la osservavano curiose a non capire chi ci fosse davvero in quel corpo e con la voglia di scoprirlo, ma l’imbarazzo che non fa proferir parola e quelle che invece bofonchiavano incuriosite, sì, ma con il fare di chi vivendo una vita di soli sacrifici e lavoro, ignorava l’esistenza di molte questioni, anche della diversità. Allora su Mme Vanesia poggiavano sopra il loro sguardo, con gli unici strumenti che possedevano a commentare, ma senza alcun piglio malevolo ad accompagnarle.  </em></p>
<p>Quando la terapia da Anna terminava e per davvero era fine luglio, un luglio che mi scopriva serena, armoniosa, solare.<br />
Io e Anna ci siamo riviste a settembre e per la prima volta non eravamo in quella stanza, ma davanti a un caffè, a condividere una mia gioia. Poi l’ho incrociata in autobus, a novembre, poche parole Tutto bene? Sì, Anna, tutto bene; e lei a scendere di corsa, la sua fermata era arrivata, sùbito.<br />
E poi? Adesso Anna non c’è più, non c’è più dal 10 dicembre, un infarto, e io solo a gennaio l’ho saputo e quando gennaio era quasi febbraio e mi scendevano rivoli incontrollabili mentre ripercorrevo i miei anni con lei. Tutti.<br />
Il cuore tremava poiché capivo che non l’avrei più potuta cercare, né incrociare casualmente.<br />
Il peso della sua assenza quest’inverno restava qualcosa di insormontabile. Poi col tempo mi soffermavo sulle miriadi di parole che ci siamo scambiate e si sono incastrate a dovere nel corso degli anni. E maturavo che la loro consistenza nella mia vita doveva avere un peso maggiore di quello dovuto all’assenza fisica di Anna. Così a poco a poco accompagnata da questo pensiero mi riscoprivo serena e oggi quando un ricordo mi riporta ad Anna nessuna malinconia sembra più appartenermi. </p>
<p>Mi delizierebbe solo la possibilità di incontrarla almeno una volta per sentire la sua voce chiedermi Come stai? E poterle dire ancora una volta, e che sia pure l’ultima se così dev’essere, Anna sto bene.<br />
Questo, sì, mi incanterebbe.</p>
<p>Come m’incanta soffermarmi su Glavaise, Angel o Sofia. Del resto, lo scrivevo in Angel, il figlio che era davvero: scrivere è un’attività solitaria in cui il lettore esiste come una speranza e un incanto. </p>
<p><em>La storia di Angel a Sofia la raccontava   Juana mentre sul palco passavano le interpretazioni di Material girl, Pedro e Somewhere Over the Rainbow.<br />
Oggi Mme Vanesia non vive più nel monolocale di Paolo, condivide un bilocale a Tor Pignattara con delle amiche, ma sono in sei a viverci dentro e con un unico bagno cieco.<br />
</em></p>
<p>Notte romana, caro il Mio Editore., sono certa però che le stiamo dedicando due sguardi molto distanti l’uno dall’altro.<br />
Ogni cosa da me adesso sembra riposare: il mio cellulare, l’antologia erotica, anche l’atto d’amore. Quello che giorni fa mi teneva sveglia quasi l’intera notte deliziandomi di sensazioni rare e care con quell’uomo che conosco da tempo.<br />
E l’atto d’amore di questa notte, che prima di vedermi riposare, accompagnato dal pensiero di quella lettura pomeridiana verrà nella mia mano mancina e con la passione per quel cavaliere che invece non ho mai incontrato.<br />
E immagino di sì, allora, è anche profondamente erotico il rapporto tra il narratore e il lettore.</p>
<p><em>Quella notte nel locale Mme Vanesia spariva statuaria, un’andatura che pareva voler rivelare dell’orgoglio ad accompagnarla e mutava ritmo solo appena saliva su quel palco di pochi metri riscaldato e illuminato da fari che riportavano agli anni Ottanta e incorniciato dalla voce di Gloria Gaynor.<br />
Sofia e Juana partecipavano alla sua esibizione sempre insieme, silenziose, aspirando una camel light e sorseggiando una un long island, l’altra un cosmopolitan. E quel degustare  non durava che il tempo di un’interpretazione, quella sera sulle note di I will survive, sei minuti e venti secondi.</em></p>
<p>Allora, carissimo il Mio Editore che non tornerò mai da lei, sono al punto di credere, e da anni ormai, che bisognerebbe essere dentro la testa della gente per capire ogni questione, ma la testa non sempre funziona a ragione, siamo anche tutti così comprensibilmente differenti. E se certe menti sragionano a dismisura diventa assai più difficile cercare delle risposte che sappiano soddisfarci a dovere, donandoci chiarezza.<br />
Del resto la verità, per essere unica, bianca o nera, se unica e sola dev’essere necessita di un lungo percorso, soffermarsi anche sulle sfumature, il grigio. Ecco. Sembra banale ma anche piuttosto umano tutto questo. E la mia verità rispetto a lei, caro Mio Editore, oggi  è unica, sebbene mi sia interrogata più e più volte quasi a desiderare di riconciliarmi con lei. Tentativo vano: se non avessi firmato nemmeno il contratto e avessi avuto anche solo la sua parola per la pubblicazione, mi creda, non avrei compreso lo stesso la sua telefonata. Allora mi delizierei IO a leggere un suo racconto per scoprire cos’è il rispetto e l’onore nella sua vita, se esistono, intendo.<br />
Sono tornata al lei, so che non la disturberà, ma faccia conto che sto rispettando la sua veneranda età. Del resto è necessario per me poiché ormai non so assegnarle un posto più vicino.</p>
<p><em>Il passato di Angel era l’orrore che alberga nelle piaghe della vita familiare, il presente di Mme Vanesia restava invece incastrato in uno sguardo che a voler chiedere un riscatto alla vita non conosceva però le parole per farlo.<br />
E oggi nei suoi occhi noisette non ritrovo ancora una luce differente.<br />
</em></p>
<p>E domani riprenderò le mie storie con le parole che so usare, mentre qualche raggio di sole taglierà la tenda gialla della mia stanza a cambiarne la luce.<br />
E sto bene. Un bel suono, un buon inizio.</p>
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