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	<title>Nazione Indiana &#187; jean claude michea</title>
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		<title>Radio Kapital: ottimista e di sinistra</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Feb 2011 14:38:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<strong>Intervista a Jean Claude Michéa </strong>(I/III)<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/13/radio-kapital-ottimista-e-di-sinistra/#footnote_0_38158" id="identifier_0_38158" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="qui l&#38;#8217;ntervista in originale e nella sua versione integrale">1</a><br />
Filosofo, Professore presso il Liceo Joffre, Montpellier</p>
<p><strong>Quadro teorico</strong><br />
<em>Le origini della società liberale</em></p>
<p><strong>Traduzione a cura di Edoardo Frezet e Francesco Forlani</strong><br />
Un interrogativo che si pone per un numero sempre più grande di nostri contemporanei, in particolare nelle classi popolari del mondo intero, è come sia possibile che il progresso del mondo materiale e tecnologico generi un mondo in cui si moltiplicano gli eventi moralmente inaccettabili.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/13/radio-kapital-ottimista-e-di-sinistra/">Radio Kapital: ottimista e di sinistra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" width="460" height="289" src="http://www.youtube.com/embed/mpk95LiKF-U" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Intervista a Jean Claude Michéa </strong>(I/III)<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/13/radio-kapital-ottimista-e-di-sinistra/#footnote_0_38158" id="identifier_0_38158" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="qui l&amp;#8217;ntervista in originale e nella sua versione integrale">1</a></sup><br />
Filosofo, Professore presso il Liceo Joffre, Montpellier</p>
<p><strong>Quadro teorico</strong><br />
<em>Le origini della società liberale</em></p>
<p><strong>Traduzione a cura di Edoardo Frezet e Francesco Forlani</strong><br />
Un interrogativo che si pone per un numero sempre più grande di nostri contemporanei, in particolare nelle classi popolari del mondo intero, è come sia possibile che il progresso del mondo materiale e tecnologico generi un mondo in cui si moltiplicano gli eventi moralmente inaccettabili.<br />
In effetti, credo che si debba ritornare alle radici dell’Occidente stesso, e rendersi conto che il suo atto fondatore è il trauma delle guerre di religione; la guerra civile ideologica è la guerra de-socializzante per antonomasia. Fondare una nuova società presuppone che si trovi una soluzione: poiché gli uomini si uccidono a vicenda in nome della morale, della religione e della filosofia, bisognerà trovare un modo per neutralizzare le cause dei conflitti e delle ostilità e fondare la vita in società su tutt’altra base.<br />
<span id="more-38158"></span><br />
 Lo Stato dovrebbe essere neutro in materia di valori. I suoi interventi dovranno limitarsi a garantire che la libertà degli uni non comprometta la libertà degli altri. È questo il principio della modernità, e il liberalismo non è altri che questa corrente della modernità che ha portato al suo compimento estremo e più coerente tale esigenza. L’unico linguaggio comune che possiamo trovare tra gli uomini è la loro attitudine, cosiddetta naturale, a comportarsi, ovviamente, secondo il loro interesse. Quando si tratta di denaro tutti sono della stessa religione; il commercio di tutti con tutti permetterà di porre fine alla guerra di tutti contro tutti. Quando dico che nella soluzione liberale la morale perde il suo ruolo, non intendo dire che  dovrebbe essere avversata o eliminata, ma che  viene privatizzata. Nello stesso modo in cui i liberali privatizzano la distribuzione dell’acqua, dell’elettricità o dell’istruzione, si privatizzano i valori morali; ognuno è sempre libero di dire <em>“penso che lo stipendio dei presidenti delle società quotate in borsa sia scandaloso.</em>” “<em> Cosa è bene? Cosa è male? Se Il modo in cui sfruttiamo le risorse del pianeta corrisponde veramente alla felicità dell’umanità?</em>” Tutte queste domande possono dare luogo a dei convegni animati, nel senso che ognuno vi apporterà la propria concezione privata dell’argomento, ma quel che è sottinteso, è che nessuna di queste soluzioni private, che in quanto tali hanno la sola funzione ornamentale e di distrazione, dovrà fungere da base per una linea politica. È per questo, d’altra parte, che i liberali si presentano sempre come i portatori di un discorso che segna la fine delle ideologie.</p>
<p> Il vero problema è che devono esserci delle elezioni regolari, e che ogni cinque anni bisognerà mettere in campo una retorica elettorale in modo che la base elettorale possa accettare, in forma di destra o di sinistra, la realizzazione del programma liberale; ecco perché durante le campagne elettorali è permesso ai politici liberali di invocare Dio, invocare la morale, invocare l’ecologia, criticare il sessantotto&#8230;Tutto è possibile. Ciò spiega come il presidente Sarkozy, quando un operaio che lavora in un’impresa da più di trent’anni  si ritrova per strada perché quella, in modo disonesto e in base alla sua metafisica della rapacità, avrà tentato di fare profitti scandalosi, possa dire a titolo privato, seppure davanti alle telecamere, che da un punto di vista morale lo capisce; ma che -e qui sta la grandezza sua e del suo senso di sacrificio- deve sacrificare la voce della sua coscienza morale, che resta un affare privato e che quando si torna alle cose serie, quando il potere riprenderà il suo posto, bisognerà mettere tra parentesi tutti i giudizi morali.</p>
<p><strong>Esempio della neutralità liberale: la prostituzione. </strong></p>
<p>Per comprendere l’idea che la società liberale è una società assiologicamente neutra, cioè che non si riferisce a nessun valore religioso, morale o filosofico comune, c’è un esempio molto semplice: in nome di cosa la prostituzione, dal momento in cui è liberamente consentita, non dovrebbe essere un mestiere come un altro? È interessante vedere come in Germania, dove la sinistra è riuscita a imporre l’idea che l’attività di prostituzione, come viene definita, sia un mestiere come un altro, ad alcune operaie tedesche è stato proposto dal sindacato, in modo molto naturale e come un mestiere che dovevano accettare per non perdere il loro sussidio di disoccupazione, quello di escort in un eros-center. Siamo qui all’estremo di una logica liberale libera da ogni tabù;  poichè la prostituzione è un lavoro come un altro, come l’elettricista o il panettiere, non vedo perchè l’educazione pubblica, che ha come principale obiettivo la formazione della gioventù a ogni tipo di mestiere, non debba occuparsi di istituire delle filiere di studio della prostituzione, un master in prostituzione, un corpo insegnanti specifico, gli esami adatti, un corpo ispettori opportuno.<br />
E poichè siamo in una logica liberale la realtà supera sempre l’immaginazione. Dal 2008 in Nuova Zelanda il governo sta studiando l’organizzazione di una filiera di prostituzione, una laurea in prostituzione, un dottorato in prostituzione, e il tutto sarà insegnato all’università; e perchè non già al liceo, visto che è un mestiere come un altro?<br />
Se sono libero di vivere come meglio credo, dal momento in cui mi prostituisco volontariamente e non ledo nessuno, con che diritto si potrebbe limitare questo diritto fondamentale dell’uomo e della donna e impedirmi di vivere? È sempre nel nome dei diritti dell’uomo che avvengono i progressi del capitalismo. </p>
<p><strong>seguono seconda e terza parte</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/13/radio-kapital-ottimista-e-di-sinistra/">Radio Kapital: ottimista e di sinistra</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_38158" class="footnote"><a href="http://dailymotion.virgilio.it/video/xfo6kg_jean-claude-michea-entretien_news">qui</a> l&#8217;ntervista in originale e nella sua versione integrale</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Radio Kapital- Christopher Lasch</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 16:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/das-kapital-bank-copy.jpg"></a></p>
<p><strong>Per finirla con il XXI secolo</strong><br />
(<em>Prefazione all&#8217;edizione francese di The Culture of Narcissism de Christopher Lasch,  Climats, 2000</em><em>)<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_0_30104" id="identifier_0_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="La cultura del narcisismo Christopher  Lasch; trad, M.Bocconcelli, ed. Bompiani">1</a><br />
di<br />
<strong>Jean-Claude Michéa</strong><br />
trad. Francesco Forlani</em></p>
<p>All&#8217;inizio del suo meraviglioso libretto su George Orwell, Simon Leys fa notare, e a ragione, che ci troviamo davanti a un autore che &#8221; <em>continua a parlarci con una chiarezza e una forza di gran lunga superiore alla prosa che  opinionisti e politici ci fanno leggere sui quotidiani ogni giorno</em>&#8221;<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_1_30104" id="identifier_1_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="1 Simon Leys, Orwell ou l&#8217;horreur de la politique -Paris : Hermann, 1984.">2</a> Con le giuste proporzioni del caso, un tale giudizio lo si può applicare perfettamente all&#8217;opera di Lasch e in particolare a <em>The culture of narcissisme,</em> che è indubbiamente il suo capolavoro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/">Radio Kapital- Christopher Lasch</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/das-kapital-bank-copy.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/das-kapital-bank-copy.jpg" alt="" title="das-kapital-bank copy" width="384" height="384" class="aligncenter size-full wp-image-30140" /></a></p>
<p><strong>Per finirla con il XXI secolo</strong><br />
(<em>Prefazione all&#8217;edizione francese di The Culture of Narcissism de Christopher Lasch,  Climats, 2000</em><em>)<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_0_30104" id="identifier_0_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="La cultura del narcisismo Christopher  Lasch; trad, M.Bocconcelli, ed. Bompiani">1</a></sup><br />
di<br />
<strong>Jean-Claude Michéa</strong><br />
trad. Francesco Forlani</p>
<p>All&#8217;inizio del suo meraviglioso libretto su George Orwell, Simon Leys fa notare, e a ragione, che ci troviamo davanti a un autore che &#8221; </em><em>continua a parlarci con una chiarezza e una forza di gran lunga superiore alla prosa che  opinionisti e politici ci fanno leggere sui quotidiani ogni giorno</em>&#8221;<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_1_30104" id="identifier_1_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="1 Simon Leys, Orwell ou l&rsquo;horreur de la politique -Paris : Hermann, 1984.">2</a></sup> Con le giuste proporzioni del caso, un tale giudizio lo si può applicare perfettamente all&#8217;opera di Lasch e in particolare a <em>The culture of narcissisme,</em> che è indubbiamente il suo capolavoro. Ecco, in effetti, un&#8217;opera scritta più di vent&#8217;anni fa<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_2_30104" id="identifier_2_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" Pubblicato negli stati uniti nel 1979">3</a></sup> e che rimane, con tutta evidenza, infinitamente più attuale della quasi totalità di saggi che hanno avuto la pretesa, da allora, di spiegare il mondo in cui abbiamo da vivere.</p>
<p>Grazie alla formazione intellettuale iniziale ( <em>marxismo occidentale</em> e in particolare, la Scuola di Francoforte ) Lasch s&#8217;è ritrovato  assai presto immunizzato contro il culto del &#8220;Progresso&#8221; ( o come si dice ora, della modernizzazione) che costituisce ai nostri giorni, il residuo catechismo degli elettori di Sinistra e dunque uno dei principali catenacci mentali che li trattiene in questa strana Chiesa nonostante il suo evidente fallimento storico. Presentando, qualche anno più tardi, la logica del suo itinerario filosofico, Lasch arriva a scrivere che il punto di partenza della sua riflessione era stata da sempre <em>&#8220;una questione tutt&#8217;altro che semplice: come si spiega che delle persone serie continuino ancora a credere al Progresso quando l&#8217;evidenza dei fatti avrebbe dovuto, una volta e per tutte, portarli ad abbandonare una simile idea?&#8221;</em><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_3_30104" id="identifier_3_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="The True and Only Heaven : Progress And its Critics -New York : Norton, 1991">4</a></sup> .<br />
<span id="more-30104"></span><br />
Ora, il semplice fatto di porre tale sacrilega questione permette non soltanto di riallacciarci ai molteplici aspetti del socialismo d&#8217;origine.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_4_30104" id="identifier_4_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" Se c&amp;#8217;&egrave;, nella storiografia delle rivolte popolari contro l&amp;#8217;industrializzazione capitalista, un episodio che &egrave; sempre stato censurato, ovvero profondamente snaturato vedi demonizzato, &egrave; proprio la lotta dei Luddisti inglesi , all&amp;#8217;inizio del diciannovesimo secolo, contro i fanatici del Progresso Industriale e la sua &amp;#8221; idolatria assassina dell&amp;#8217;avvenire che annienta le specie viventi, abolisce le lingue, soffoca le diverse culture  e rischia perfino di distruggere il mondo naturale tutto intero. &amp;#8211; John Zerzan, Aux sources de l&rsquo;ali&eacute;nation, L&rsquo;insomniaque, 1999. Se si vuole riscoprire il nocciolo razionale di questa rivolta bisogna assolutamente leggere  il notevole studio di Kirkpatrick Sale, Rebels Against the Future &mdash; The Luddites and Their War on the Industrial Revolution. Lessons for the Computer Age -Quartet Books, 1995">5</a></sup><br />
ma contribuisce a togliere un certo numero di divieti teorici che, solidificandosi con il tempo, hanno finito con il rendere praticamente inconcepibile ogni rimessa in causa appena radicale dell&#8217;utopia capitalista. È così che, per esempio, la questione sollevata da Lasch rende nuovamente possibile l&#8217;esame critico dell&#8217;identificazione divenuta ormai classica &#8211; attraverso una qualunque e furbesca forma della teoria dei &#8220;trucchi della ragione&#8221; &#8211; tra il movimento, posto come ineluttabile, che sottomette tutte le società al regno dell&#8217;economia e il processo d&#8217;emancipazione effettiva degli individui e dei popoli.<br />
In altri termini, se si traducono i concetti a priori dell&#8217;intelletto progressista davanti al tribunale della Ragione, se, di conseguenza, si smette di accettare come auto-dimostrata, l&#8217;idea che qualunque modernizzazione di un qualunque aspetto della vita umana costituisca, per la sua natura, un beneficio per il genere umano, allora più niente può venire a  garantire  teologicamente che il sistema capitalista &#8211; grazie al semplice effetto magico dello &#8220;sviluppo delle forze produttive&#8221; &#8211; sarebbe votato a costruire, <em>&#8220;con la fatalità che presiede alla metamorfosi della natura</em>&#8221; (Marx) , la celebre &#8220;base materiale del socialismo&#8221;, o per dirla altrimenti, l&#8217;insieme delle condizioni tecniche e morali del &#8220;<em>suo proprio superamento dialettico</em>&#8220;.<br />
Il che significa, in parole povere &#8211; per riferirsi ad alcune  sfumature ben note- che lo sviluppo di un&#8217;agricoltura geneticamente modificata, la distruzione metodica delle città e delle forme di urbanistica corrispondenti o ancora l&#8217;abbrutimento mediatico generalizzato e i suoi cyberprolungamenti, non possono in alcun modo, essere seriamente presentati come una premessa storicamente necessaria, o semplicemente favorevole, all&#8217;edificazione di una società &#8220;l<em>ibera, egualitaria e decente&#8221;</em>.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_5_30104" id="identifier_5_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&laquo; The free, equal and decent society &raquo;, questa &egrave; la formulazione pi&ugrave; esatta dell&amp;#8217;ideale politico di G. Orwell. Vd  l&rsquo;introduzione di Sonia Orwell a &laquo; Essais, Articles, Lettres &raquo; &amp;#8211; Ivrea-Encyclop&eacute;die des Nuisances, Tome i ; p. 8.">6</a></sup><br />
Scorgiamo qui, al contrario, tanti evidenti ostacoli all&#8217;emancipazione degli uomini e più tali ostacoli si svilupperanno e si accumuleranno ( si pensi per esempio a certe lesioni probabilmente irreversibili dell&#8217;ambiente) più diventerà difficile rimettere a posto le condizioni ecologiche e culturali indispensabili per l&#8217;esistenza di ogni società verosimilmente umana. Il che equivale a dire, essendo il capitalismo quel che è, che il tempo lavora ormai essenzialmente contro gli individui e i popoli, e che più quelli si accontenteranno di perseguire l&#8217;avvento di una società migliore, più il mondo che loro riceveranno in eredità sarà inadatto alla realizzazione delle loro speranze- comprese le più modeste.<br />
Ora, questa idea costituisce la negazione stessa del dogma progressista che pone come definizione che la Ragione  finisce sempre  ad imporsi e che così, è cosa ormai acquisita il ventunesimo secolo sarà grande e l&#8217;avvenire radioso. Ecco perché la critica dell&#8217;alienazione progressista deve diventare il primo presupposto di ogni critica sociale. E sfortunatamente, si tratta di una critica che, fino ad oggi, non ha ancora superato lo stadio d&#8217;inizio. <sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_6_30104" id="identifier_6_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" Non c&amp;#8217;&egrave; affatto bisogno di sottolineare l&amp;#8217;interesse politico principale dell&amp;#8217;ipotesi difesa da Lach, che rischiara, per esmpio, di una luce particolarmente crudele il destino di un&amp;#8217;epoca che avr&agrave; visto, senza ridere, la bandiera della rivolta cadere progressivamente dalle mani di  Rosa Luxembourg a quelle di una   S&eacute;gol&egrave;ne Royal.">7</a></sup></p>
<p>Se l&#8217;ammirevole chiaroveggenza di Lasch ha un segreto, non è, di conseguenza, assai difficile da scoprire. Risiede nell&#8217;articolazione originale che ha sempre sottinteso la sua opera tra, da una parte, un&#8217;impermeabilità assoluta alle mitologie moderniste e dall&#8217;altra una fedeltà mai smentita al punto di vista dei lavoratori e delle semplici persone. ovvero di coloro che, giocoforza, hanno l&#8217;abitudine di decifrare una società considerandola dalla sola angolazione appropriata, cioè dal basso verso l&#8217;alto. Il beneficio più tangibile di una tale posizione &#8211; che è insieme politica ed epistemologica- è quello di rendere immediatamente percettibile l&#8217;illusione che affida alla Sinistra moderna, nella sua derisoria &#8220;pluralità&#8221; quel poco di coerenza di cui ha ancora bisogno per assicurarsi la parvenza di autonomia indispensabile alla sua sopravvivenza elettorale.</p>
<p>Questa illusione, per così dire trascendentale, è l&#8217;idea ben nota secondo cui il sistema capitalista rappresenterebbe per natura un ordine sociale conservatore, autoritario e patriarcale, fondato sulla repressione permanente del Desiderio e della Seduzione, repressione che esigerebbe la disciplina del Lavoro e del quale la Famiglia, la Chiesa e l&#8217;Esercito sarebbero gli agenti privilegiati. <sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_7_30104" id="identifier_7_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" Si riconoscer&agrave; , in questa audace analisi, lo scenario filosofico quotidiano che l&amp;#8217;industria del divertimento impone ai differenti settori della cultura &amp;#8220;giovani&amp;#8221; e della ribellione redditizia.">8</a></sup><br />
Una tale rappresentazione è di certo molto tranquillizzante per uno spirito tutto moderno. Pertanto esige che si dimentichi come dal 1848 Marx avesse preso la precauzione di invalidare in anticipo un&#8217;interpretazione dei fatti tanto furiosa che inverosimile. <em>&#8221; La Borghesia</em> &#8211; annotava &#8211; <em>non può esistere senza rivoluzionare costantemente gli strumenti di produzione e dunque i rapporti di produzione, ovvero l&#8217;insieme dei rapporti sociali&#8221; allorché &#8221; detenere senza cambiarlo l&#8217;antico modo di produzione era, al conrario, per tutte le classi industriali anteriori, la condizione prima della loro esistenza&#8221;</em>. <em>Ecco perché </em>- aggiungeva- <em>man mano che il sistema capitalista progredisce &#8221; tutti i rapporti sociali stabili e fissi, con il loro corteo di concezioni e di idee   tradizionali e venerabili, si dissolvono: i rapporti nuovamente stabiliti invecchiano prima ancora di crescere. Ogni elemento di gerarchia sociale e di stabilità si una casta se ne parte in fumo, tutto quello che era sacro è profanato&#8221;.</em></p>
<p>Uno dei più grandi meriti teorici di Lasch è, sicuramente, quello di aver saputo prendere sul serio questa ipotesi di Marx e di aver tentato di provarne il potere chiarificante di tutti gli aspetti della società americana. Naturalmente, a partire dal momento che si riconosce che il sistema capitalista porti in sé &#8211; come le nubi la tempesta- lo stravolgimento perpetuo delle condizioni esistenti, un certo numero di conseguenze indesiderabili o iconoclaste non potranno esimersi dal presentarsi. Su questo rapporto, uno dei passaggi più <em>irritanti</em> della <em>Cultura del narcisismo</em>, rimane, con ogni evidenza, quello in cui Lasch sviluppa l&#8217;idea che la genialità specifica di Sade &#8211; una delle vacche sacre dell&#8217;i<em>ntelligentsia</em> di sinistra- sarebbe di essere giunti, &#8220;<em> in uno strano modo&#8221; ad anticipare fin dalla fine del diciottesimo secolo tutte le implicazioni morali e culturali dell&#8217;ipotesi capitalista, così come era stata formulata per la prima volta da Adam Smith, questo è vero, con spirito assai diverso.  &#8220;Sade — scrive Lasch- immaginava un&#8217;utopia sessuale dove ciascuno  aveva il diritto di possedere chiunque: esseri umani, ridotti ai loro organi sessuali, diventano allora rigorosamente anonimi e intercambiabili. la sua società ideale riaffermava così il principio capitalista secondo cui uomini e donne non sono , in ultima analisi che oggetti di scambio. Incorporava egualmente  e spingeva fino ad una nuova e sorprendente conclusione la scoperta di Hobbes che affermava che la distruzione del paternalismo e la subordinazione di tutte le relazioni sociali alle leggi di mercato avevano spazzato via le ultime restrizioni alla guerra di tutti contro tutti, così come le illusioni pacificatrici che la mascheravano.</em></p>
<p><em>Nello stato di anarchia che ne derivava , il piacere diventava la sola attività vitale, come Sade fu il primo a capirlo- un piacere che si confonde con lo stupro, l&#8217;assassinio e l&#8217;aggressione sfrenata. In una società che avrebbe ridotto la ragione a un semplice calcolo, questa non saprebbe imporre alcun limite al perseguimento del piacere, né alla soddisfazione immediata di un qualsiasi desiderio, per quanto perverso, folle, criminale o semplicemente immorale esso fosse. In effetti come condannare il crimine o la crudeltà , se non a partire dalle norme o criteri che trovano la loro origine nella religione, la compassione o i una concezione della ragione che respinge le pratiche puramente strumentali? Ora, nessuna di queste forme di pensiero o di sentimento hanno un posto logico in una società fondata sulla produzione delle merci&#8221;<br />
</em><br />
Se accettiamo questa analisi, diventa d&#8217;un tratto più facile cogliere i legami metafisici essenziali che uniscono , dall&#8217;origine, seppure in modo evidentemente incosciente, i due momenti teorici dell&#8217;idea capitalista: da una parte l&#8217;esortazione falsamente &#8220;libertaria&#8221; ad emancipare l&#8217;individuo da tutti &#8220;i tabù&#8221; storici e culturali che sono supposti fare da ostacolo al suo funzionamento come pura &#8220;macchina desiderante&#8221; dall&#8217;altra, il progetto liberale di una società omogenea di cui il Mercato auto-regolatore  costituirebbe l&#8217;istanza contemporaneamente necessaria e sufficiente per  ordinare a profitto di tutti, il movimento browniano degli individui &#8220;razionali&#8221;, ovvero finalmente liberarti da ogni altra considerazione oltre a quello del loro interesse ben compreso.  Quello che  Lasch definisce &#8220;individuo narcisistico moderno&#8221; con la sua paura di invecchiare e la sua immaturità così caratteristiche &#8211; di cui l&#8217;americano delle classi medie non ne è stato che la prefigurazione beffarda- non è in definitiva , nient&#8217;altro che l&#8217;espressione psicologica e culturale del compromesso liberal-libertario divenuto col tempo storicamente realizzabile.<br />
E tutta l&#8217;arte di Lasch è nello stabilire con rigore come questo incontro, a prima vista sorprendente, ha finito col trovare nella metamorfosi del capitalismo contemporaneo le sue condizioni pratiche di possibilità. Quando il consumo è celebrato come una forma vera e propria di cultura &#8211; con il suo immaginario e convenzioni specifiche- niente più si oppone , in effetti, a che le due facce metafisicamente complementari del paradigma liberale- facce che per delle ragioni storiche avevano dovuto, fino ad allora, svilupparsi in modo indipendente ed antagonista- si riconciliano, perfino si fondono, nell&#8217;unità di una sensibilità tanto coerente che moderna.  Naturalmente si capisce,  allora, come  una tale teoria abbia potuto   indignare — tanto negli Stati Uniti che in Europa  — le buone coscienze progressiste. Le costringeva a riconoscere che l&#8217;ingegnosa ipotesi capitalista  — la « commercial society » immaginata da Adam Smith in risposta ai problemi politici del tempo  — non attingeva i propri principi (individuo, Ragione, Libertà) alle antiche barbarie o &#8221; all&#8217;oscurantismo medioevale&#8221; ma proprio all&#8217;assiomatica delle  Lumières, ovvero, se si riflette bene, alla stessa matrice culturale  da cui ha preso origine la Sinistra.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_8_30104" id="identifier_8_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="8 La distinction moderne entre la &laquo; Droite &raquo; et la &laquo; Gauche &raquo; (qui est une transposition fran&ccedil;aise de l&rsquo;opposition, n&eacute;e en Angleterre, des Tories et des Whigs) correspond tout au long du XIXe si&egrave;cle au conflit entre les d&eacute;fenseurs de l&rsquo;&laquo; Ancien R&eacute;gime &raquo; &mdash; c&rsquo;est-&agrave;-dire d&rsquo;une soci&eacute;t&eacute; agraire et th&eacute;ologico-militaire &mdash; et les partisans du &laquo; Progr&egrave;s &raquo;, pour qui la r&eacute;volution industrielle et scientifique (forme pratique du triomphe de la Raison) conduira, par sa seule logique, &agrave; r&eacute;concilier l&rsquo;humanit&eacute; avec elle-m&ecirc;me. Le socialisme originel, au contraire, est, dans son principe, parfaitement ind&eacute;pendant de ce clivage. Il constitue avant tout la traduction en id&eacute;es philosophiques des premi&egrave;res protestations populaires (luddites et chartistes anglais, canuts de Lyon, tisserands de Sil&eacute;sie, etc.) contre les effets humains et &eacute;cologiques d&eacute;sastreux de l&rsquo;industrialisation lib&eacute;rale. On ne trouvera par cons&eacute;quent pas, chez Fourier ou chez Marx, de vibrants appels &agrave; unir un myst&eacute;rieux &laquo; peuple de gauche &raquo; contre l&rsquo;ensemble des forces suppos&eacute;es &laquo; hostiles au changement &raquo;. Et durant tout le xixe si&egrave;cle, les socialistes les plus radicaux sont d&rsquo;abord attentifs &agrave; ne pas compromettre la pr&eacute;cieuse autonomie politique des travailleurs lors des diff&eacute;rentes alliances &eacute;ph&eacute;m&egrave;res qu&rsquo;ils sont oblig&eacute;s de nouer, tant&ocirc;t contre les puissances de l&rsquo;Ancien r&eacute;gime, tant&ocirc;t contre les industriels lib&eacute;raux. Ce n&rsquo;est qu&rsquo;apr&egrave;s l&rsquo;Affaire Dreyfus, &mdash; et non sans d&eacute;bats passionn&eacute;s &mdash; que s&rsquo;op&eacute;rera v&eacute;ritablement pour le meilleur et pour le pire, l&rsquo;inscription massive du mouvement socialiste dans le camp de la Gauche&hellip;/&hellip;d&eacute;fini comme celui des &laquo; forces de Progr&egrave;s &raquo;. Pour valider cette op&eacute;ration historique, &agrave; la fois f&eacute;conde et ambigu&euml;, il sera d&rsquo;ailleurs n&eacute;cessaire (Durkheim jouant ici un r&ocirc;le important) d&rsquo;accentuer autrement la g&eacute;n&eacute;alogie du projet socialiste. On choisira d&rsquo;y voir d&eacute;sormais moins le produit de la cr&eacute;ativit&eacute; ouvri&egrave;re qu&rsquo;un d&eacute;veloppement &laquo; scientifique &raquo; de la philosophie des Lumi&egrave;res, rendu possible par l&rsquo;&oelig;uvre du Comte de Saint-Simon, et import&eacute; ensuite &laquo; de l&rsquo;ext&eacute;rieur &raquo; dans la classe ouvri&egrave;re.">9</a></sup></p>
<p>La sinistra tradizionale, in effetti, nonostante la sua semplicistica  fede nel mito borghese del &#8220;Progresso&#8221; , aveva sempre conservato — notoriamente attraverso il controllo delle burocrazie sindacali e delle numerose municipalità operaie   — un minimo di radicamento nelle fasce popolari e dunque di comprensione verso le loro culture e sensibilità. Ecco perché i suoi programmi politici e talvolta perfino le sue lotte, mantenevano generalmente un certo numero d&#8217;aspetti anticapitalisti che erano residui tangibili dei compromessi storici un tempo realizzati tra Sinistra e socialismo operaio.<br />
A partire dagli anni sessanta, al contrario, la convergenza &#8211; rispettivamente abbastanza logica- dei differenti processi &#8221; modernizzatori&#8221;- che, al momento, potevano sembrare indipendenti gli uni dagli altri- si affrettò a eliminare il poco di spirito anti &#8211; capitalista che ancora animava le istanze dirigenti della vecchia Sinistra. Innanzitutto il declino accelerato delle capacità seduttive dell&#8217; Impero Sovietico, ovvero della triste imitazione di Stato del progresso capitalista; a seguire, e in modo infinitamente più decisivo l&#8217;ingresso dell&#8217;Europa Occidentale nell&#8217;era del capitalismo di consumo, e dunque l&#8217;installazione inevitabile al centro stesso dello spettacolo della Cultura Giovani incaricata di legittimarne l&#8217;immaginario e assicurarne la circolazione senza fine,  in mille imballaggi differenti , della stessa piacevole  pacotille ; infine, e soprattutto, la distruzione dela stessa classe operaia, ovvero non di certo la sparizione reale degli operai ( che è in parte un artificio statistico) ma quella della coscienza di classe che li univa, scomparsa ottenuta da una parte  con la liquidazione metodica dei quartieri popolari e dall&#8217;altra con le nuove forme di organizzazione del lavoro in impresa modernizzata e le tecniche di  management « anti-autoritarie » che hanno permesso di imporle.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_9_30104" id="identifier_9_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="9 Sur cette destruction programm&eacute;e de la classe ouvri&egrave;re, on lira avec int&eacute;r&ecirc;t le livre de St&eacute;phane Beaud et Michel Pialoux, Retour sur la condition ouvri&egrave;re (Fayard, 1999). Cette enqu&ecirc;te minutieuse commence par une question de bon sens (donc, de nos jours, &eacute;minemment subversive) : &laquo; Comment expliquer que les ouvriers constituent toujours le groupe social le plus important de la soci&eacute;t&eacute; fran&ccedil;aise et que leur existence passe de plus en plus inaper&ccedil;ue ? &raquo;.">10</a></sup><br />
Quella che in questi tempi di rifondazione, è stata designata come la nuova Sinistra, non è null&#8217;altro, in definitiva, che l&#8217;eco politica dei differenti processi. Bisogna allora vedere in questa corrente multicolore una delle tradizioni politiche privilegiate della crescita in potenza delle nuove classi medie &#8211; così ben descritte, all&#8217;epoca da Georges Perec- che poiché sono preposte all&#8217;inquadramento tecnico, manageriale o culturale<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_10_30104" id="identifier_10_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Dans la mesure o&ugrave; l&rsquo;imaginaire de la consommation poss&egrave;de une fonction de plus en plus d&eacute;cisive dans le d&eacute;veloppement du capitalisme contemporain, la diffusion et la c&eacute;l&eacute;bration de cet imaginaire deviennent une exigence &eacute;conomique prioritaire. &Agrave; l&rsquo;&egrave;re de la communication de masse, cela signifie donc n&eacute;cessairement que le mensonge m&eacute;diatique, la manipulation publicitaire, et l&rsquo;abrutissement spectaculaire (assur&eacute; par le showbiz et ses artistes citoyens) tendent &agrave; devenir une force productive directe.">11</a></sup> delle forme più moderne del capitalismo sono condannate a far stare seduta la povera immagine di loro stesse  sulla sola attitudine a piegare la schiena davanti a qualunque innovazione , « flessibilità » umana patetica che ne fa la preda sognata di psicoterapeuti e cacciagione elettorale di predilezione di ogni sinistra  « citoyenne » e progressista.  Soltanto con il favore di una tale configurazione culturale così particolare, l&#8217;occasione è potuta finalmente essere offerta ai rappresentanti più ambiziosi della nuova sensibilità liberal-libertaria di confiscare a loro esclusivo uso gli ultimi strumenti di lotta o di influenza che le classi popolari avevano ancora a disposizione.</p>
<p>Se <em>La Culture du narcissisme</em> appare come un libro così profetico, lo è dunque, in verità, perché descrivendo con magnifica precisione , sulla base dei dati empirici già disponibili all&#8217;epoca , le forme di individualizzazione richieste dal capitalismo di consumo ( quest&#8217;uomo  psicologo del nostro tempo che è l&#8217;ultimo <em>avatar </em>dell&#8217;individualismo borghese)  Lasch<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_11_30104" id="identifier_11_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Lasch ovviamente non poteva, all&amp;#8217;epoca, prendere in conto i nuovi vincoli politici, economici e tecnologici ( Posti sotto il nome della mondializzazione) che il Capitale avrebbe imposto ben presto al pianeta nel tentativo di contrastare , allargando brutalmente il campo e le modalit&agrave; della guerra economica, la tendenza al ribasso del suo tasso di profitto. diventato manifesto alla fine degli anni settanta. Tuttavia, da un punto di vista filosofico, queste modifiche sono, in fin dei conti, relativamente secondarie. Contro il discorso positivista ambientale, bisogna in effetti ricordare che le &amp;#8220;nuove tecnologie&amp;#8221; non possono sviluppare i loro effetti principali sui rapporti umani, che in un mondo che &egrave; gi&agrave; preparato culturalmente a riceverli. Il principio della macchina a vapore, per esempio, era perfettamente noto nell&amp;#8217;Alessandria del II secolo. Eppure, nelle condizioni culturali dell&amp;#8217;epoca, nessuna rivoluzione industriale poteva conseguirne ; e il telefonino ha potuto generalizzare tutti i suoi effetti d&amp;#8217;incivilt&agrave; solo in un mondo in cui le forme autistiche dell&amp;#8217;individualismo, insieme alla cancellazione delle frontiere della vita privata   (&laquo; tutto &egrave; politica &raquo;) avevano gi&ugrave; raggiunto un grado di sviluppo apprezzabile per delle ragioni assolutamente indipendenti dalla tecnologia moderna, per quanto questa, certamente, non potr&agrave; che amplificare in ritorno gli effetti che la precedono. Il lettore che desideri completare utilmente l&amp;#8217;analisi di Lasch su questi punti trover&agrave; una miniera di informazioni precise e di analisi intelligenti nell&amp;#8217;opera, imprescindibile, di Luc Boltanski et Eve Chiappello, Le Nouvel esprit du capitalisme (Gallimard, 1999">12</a></sup> delimitava alla stesso tempo, in anticipo, la cornice psicologica e intellettuale molto stretta al cui interno si sarebbero dovuti dibattere i militanti &#8221; plurali&#8221; di ogni Sinistra moderna, e in modo più generale i rappresentanti delle nuove classi medie la cui falsa coscienza è divenuta lo spirito del tempo. Così si chiarisce il curioso destino . che non è, sia chiaro, paradossale che in apparenza-  di una Sinistra occidentale che ha, dappertutto, modernizzandosi &#8221; rinunciato all&#8217;emancipazione sociale e si accontenta di sistemare un&#8217; infermeria per accogliere i feriti della guerra economica&#8221;<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/#footnote_12_30104" id="identifier_12_30104" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Selon la formule de Philippe Cohen, Prot&eacute;ger ou dispara&icirc;tre -Gallimard, 1999.">13</a></sup>, quando, ancora, non prende su di sé il compito di dirigere questa guerra con l&#8217;entusiasmo dei neofiti e lo zelo dei parvenus. Da parte loro, per essersi lasciati espropriare del poco di autonomia politica che gli rimaneva, da questi tutori benevolenti dalla mentalità così aperta ( e dunque va da sé &#8211; la maggior parte di loro s&#8217;era fatta le osse sul lato buono delle barricate), i vinti del mondo moderno- ovvero, come sempre, i lavoratori e le semplici persone- finiscono con il ritrovarsi, per delle ragioni simmetriche , nella stessa situazione d&#8217;impotenza degli operai del diciannovesimo secolo , quando non erano ancora dotati di organizzazioni politiche indipendenti.  « <em>A questo stadio , </em>-  scriveva Marx ( che non immaginava che teorizzando in tal modo il passato avrebbe teorizzato anche il futuro) &#8211; <em>gli operai formano una massa disseminata attraverso il paese e atomizzata dalla concorrenza. Se accade che gli operai si sostengano in un&#8217;azione di massa, non ci troviamo ancora di fronte al risultato della loro unione, ma di quella della borghesia che, per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in movimento l&#8217;intero proletariato, e che possiede ancora, provvisoriamente il potere di farlo. Durante questa fase, i proletari non combattono affatto i loro nemici , ma i nemici dei loro nemici, ovvero le vestigia della monarchia  assoluta, proprietari terrieri, borghesi non industriali, piccolo borghesi. Tutto il movimento storico è in tal sorta concentrato tra le mani della borghesia; ogni vittoria  ottenuta in questo modo è una vittoria borghese. </em>« Manifeste communiste »)<br />
Questa è la ragione storica principale del fatto che da vent&#8217;anni, ogni vittoria della Sinistra  corrisponde obbligatoriamente a una disfatta del Socialismo.</p>
<p>Giunto a questo punto, immagino che il tipo di rivoluzione intellettuale alla quale ci invita l&#8217;opera di Lasch nn potrà essere che mal accolta dal pubblico &#8221; illuminato&#8221; , ovvero da quanti si ritengano, per diritto divino, nel campo del bene e della Verità. Per un lettore che sia preoccupato di quanto le sue idee politiche  siano corrette  (indubbiamente perché, per lui, un&#8217;idea non è tanto un modo di comprendere il mondo quanto di sedare le proprie inquietudini) non potrà, in effetti, avere alcun dubbio su quello che da un senso all&#8217;epoca attuale: la sfida titanica tra, da una parte le deboli forze  che tentano di riunire a malapena i guerriglieri eroici della modernità e dall&#8217;altra, le orde  dilaganti e potentemente organizzate della Reazione e del terribile passato. In questa visione, a colpo sicuro molto toccante, della Storia va da sé che coloro che si ostineranno a pretendere che esistono sempre delle classi dirigenti ( in più mondializzate) e che queste hanno come prima loro preoccupazione quella di costruire una nuova umanità conforme ai loro interessi egoistici, devono essere considerati come le vittime di una evidente predisposizione alla paranoia.  Quanto a volere combattere la dominazione di queste potenze appoggiandosi sulla dignità e la virtù delle classi popolari, ecco che testimonia al meglio di una nostalgia mal posta per un mondo scomparso , al peggio di un fascino colpevole per quel populismo  il cui ventre, come i media unanimi hanno il buon gusto di ricordarci, quotidianamente, è gravido di chissà quale bestia immonda.  Prendendo il rischio di  ripubblicare   <em>La Culture du narcissisme </em>non rientrava nelle nostre intenzioni &#8211; nè di certo nelle nostre possibilità- di rovinare il sonno intellettuale di quella parte  di pubblico. Non è impossibile, nonostante tutto, che perfino tra quei lettori se ne trovi qualcuno in grado di riconoscere al libro di Lasch la virtù di disturbare le loro abitudini intellettuali (il che per ogni modernista è normalmente una qualità)  e dunque di richiamare, per il suo carattere provocatorio, la refutazione che merita.  Bisognerà che tali lettori abbiano anche il coraggio di giungere alla seguente questione. Com&#8217;è possibile che un&#8217;opera così stimolante &#8211; e per questo discussa in tutto il mondo- sia stata pubblicata in Francia dal 1981, fino a  trovarsi rapidamente esaurita  grazie al passaparola &#8211; samizdat dei regimi liberali—  tutto questo senza che la perspicace critica ufficiale abbia sentito il bisogno di dedicargli una sola analisi degna di questo nome, ovvero all&#8217;altezza dei reali propositi del libro- per non dire nulla, evidentemente, della pur chiacchierona sociologia di stato?</p>
<p>Vero è che un tale modo di operare è, da tanto tempo, il marchio di fabbrica del paesaggio intellettuale francese e che ogni libro che rompa realmente l&#8217;ordine costituito e la sua buona coscienza « citoyenne », è condannato, ordinariamente, ad essere accolto sia con un silenzio di piombo sia sotto un diluvio di calunnie. Ma questa è a giusto titolo una ragione supplementare  perché ciascuno si interroghi su questo strano  stato di fatto e si sforzi  almeno di poterne trarre le implicazioni principali. Ciò significherebbe, per esempio, che a furia di modernizzarsi, gli intellettuali ufficiali e i mediatici siano ritornati alle abitudini di un&#8217;epoca  in cui — secondo le parole di Marx — « ormai non si tratta più di sapere se tale teorema è vero, ma se suona bene o male, se sia gradito alla polizia o meno,&#8221; e, in cui proprio per questo  «<em> la ricerca disinteressata lascia il posto al pugilato pagante, l&#8217;investigazione coscienziosa alla cattiva coscienza, ai miserabili sotterfugi dell&#8217;apologetica  » ?</em> (Marx, Postfazione alla seconda edizione tedesca del Capitale). Se tale fosse il caso, la situazione sarebbe, certamente, qualcosa di profondamente scoraggiante. A meno che, al contrario, non vi si legga, come già fece Hegel, il segno irrefutabile che &#8220;tutto continua&#8221; e che , di conseguenza, nessuno sia ancora in grado di pretendere che la vecchia talpa scavi le sue gallerie invano.  Scegliere la buona interpretazione non è forse, dopo tutto, che una questione di temperamento. Ma quel che è certo, è che qualsiasi cosa possa accadere,  Christopher Lasch sarà stato sicuramente di quelli che hanno aiutato più di tutti questo simpatico mammifero ad assolvere l&#8217;ingrato compito. Di questi, strani, tempi, non conosco modo migliore per raccomandare un libro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/radio-kapital-christopher-lasch/">Radio Kapital- Christopher Lasch</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_30104" class="footnote">La cultura del narcisismo Christopher  Lasch; trad, M.Bocconcelli, ed. Bompiani</li><li id="footnote_1_30104" class="footnote">1 Simon Leys, Orwell ou l’horreur de la politique -Paris : Hermann, 1984.</li><li id="footnote_2_30104" class="footnote"> Pubblicato negli stati uniti nel 1979</li><li id="footnote_3_30104" class="footnote">The True and Only Heaven : Progress And its Critics -New York : Norton, 1991</li><li id="footnote_4_30104" class="footnote"> Se c&#8217;è, nella storiografia delle rivolte popolari contro l&#8217;industrializzazione capitalista, un episodio che è sempre stato censurato, ovvero profondamente snaturato vedi demonizzato, è proprio la lotta dei Luddisti inglesi , all&#8217;inizio del diciannovesimo secolo, contro i fanatici del Progresso Industriale e la sua &#8221; <em>idolatria assassina dell&#8217;avvenire che annienta le specie viventi, abolisce le lingue, soffoca le diverse culture  e rischia perfino di distruggere il mondo naturale tutto intero</em>. &#8211; John Zerzan, <strong>Aux sources de l’aliénation, L’insomniaque, 1999.</strong> Se si vuole riscoprire il nocciolo razionale di questa rivolta bisogna assolutamente leggere  il notevole studio di Kirkpatrick Sale, <strong>Rebels Against the Future </strong>— The Luddites and Their War on the Industrial Revolution. Lessons for the Computer Age -Quartet Books, 1995</li><li id="footnote_5_30104" class="footnote">« The free, equal and decent society », questa è la formulazione più esatta dell&#8217;ideale politico di G. Orwell. Vd  l’introduzione di Sonia Orwell a « Essais, Articles, Lettres » &#8211; Ivrea-Encyclopédie des Nuisances, Tome i ; p. 8.</li><li id="footnote_6_30104" class="footnote"> Non c&#8217;è affatto bisogno di sottolineare l&#8217;interesse politico principale dell&#8217;ipotesi difesa da Lach, che rischiara, per esmpio, di una luce particolarmente crudele il destino di un&#8217;epoca che avrà visto, senza ridere, la bandiera della rivolta cadere progressivamente dalle mani di  Rosa Luxembourg a quelle di una   Ségolène Royal.</li><li id="footnote_7_30104" class="footnote"> Si riconoscerà , in questa audace analisi, lo scenario filosofico quotidiano che l&#8217;industria del divertimento impone ai differenti settori della cultura &#8220;giovani&#8221; e della ribellione redditizia.</li><li id="footnote_8_30104" class="footnote">8 La distinction moderne entre la « Droite » et la « Gauche » (qui est une transposition française de l’opposition, née en Angleterre, des Tories et des Whigs) correspond tout au long du XIXe siècle au conflit entre les défenseurs de l’« Ancien Régime » — c’est-à-dire d’une société agraire et théologico-militaire — et les partisans du « Progrès », pour qui la révolution industrielle et scientifique (forme pratique du triomphe de la Raison) conduira, par sa seule logique, à réconcilier l’humanité avec elle-même. Le socialisme originel, au contraire, est, dans son principe, parfaitement indépendant de ce clivage. Il constitue avant tout la traduction en idées philosophiques des premières protestations populaires (luddites et chartistes anglais, canuts de Lyon, tisserands de Silésie, etc.) contre les effets humains et écologiques désastreux de l’industrialisation libérale. On ne trouvera par conséquent pas, chez Fourier ou chez Marx, de vibrants appels à unir un mystérieux « peuple de gauche » contre l’ensemble des forces supposées « hostiles au changement ». Et durant tout le xixe siècle, les socialistes les plus radicaux sont d’abord attentifs à ne pas compromettre la précieuse autonomie politique des travailleurs lors des différentes alliances éphémères qu’ils sont obligés de nouer, tantôt contre les puissances de l’Ancien régime, tantôt contre les industriels libéraux. Ce n’est qu’après l’Affaire Dreyfus, — et non sans débats passionnés — que s’opérera véritablement pour le meilleur et pour le pire, l’inscription massive du mouvement socialiste dans le camp de la Gauche…/…défini comme celui des « forces de Progrès ». Pour valider cette opération historique, à la fois féconde et ambiguë, il sera d’ailleurs nécessaire (Durkheim jouant ici un rôle important) d’accentuer autrement la généalogie du projet socialiste. On choisira d’y voir désormais moins le produit de la créativité ouvrière qu’un développement « scientifique » de la philosophie des Lumières, rendu possible par l’œuvre du Comte de Saint-Simon, et importé ensuite « de l’extérieur » dans la classe ouvrière.</li><li id="footnote_9_30104" class="footnote">9 Sur cette destruction programmée de la classe ouvrière, on lira avec intérêt le livre de Stéphane Beaud et Michel Pialoux, Retour sur la condition ouvrière (Fayard, 1999). Cette enquête minutieuse commence par une question de bon sens (donc, de nos jours, éminemment subversive) : « Comment expliquer que les ouvriers constituent toujours le groupe social le plus important de la société française et que leur existence passe de plus en plus inaperçue ? ».</li><li id="footnote_10_30104" class="footnote">Dans la mesure où l’imaginaire de la consommation possède une fonction de plus en plus décisive dans le développement du capitalisme contemporain, la diffusion et la célébration de cet imaginaire deviennent une exigence économique prioritaire. À l’ère de la communication de masse, cela signifie donc nécessairement que le mensonge médiatique, la manipulation publicitaire, et l’abrutissement spectaculaire (assuré par le showbiz et ses artistes citoyens) tendent à devenir une force productive directe.</li><li id="footnote_11_30104" class="footnote">Lasch ovviamente non poteva, all&#8217;epoca, prendere in conto i nuovi vincoli politici, economici e tecnologici ( Posti sotto il nome della mondializzazione) che il Capitale avrebbe imposto ben presto al pianeta nel tentativo di contrastare , allargando brutalmente il campo e le modalità della guerra economica, la tendenza al ribasso del suo tasso di profitto. diventato manifesto alla fine degli anni settanta. Tuttavia, da un punto di vista filosofico, queste modifiche sono, in fin dei conti, relativamente secondarie. Contro il discorso positivista ambientale, bisogna in effetti ricordare che le &#8220;nuove tecnologie&#8221; non possono sviluppare i loro effetti principali sui rapporti umani, che in un mondo che è già preparato culturalmente a riceverli. Il principio della macchina a vapore, per esempio, era perfettamente noto nell&#8217;Alessandria del II secolo. Eppure, nelle condizioni culturali dell&#8217;epoca, nessuna rivoluzione industriale poteva conseguirne ; e il telefonino ha potuto generalizzare tutti i suoi effetti d&#8217;inciviltà solo in un mondo in cui le forme autistiche dell&#8217;individualismo, insieme alla cancellazione delle frontiere della vita privata   (« tutto è politica ») avevano giù raggiunto un grado di sviluppo apprezzabile per delle ragioni assolutamente indipendenti dalla tecnologia moderna, per quanto questa, certamente, non potrà che amplificare in ritorno gli effetti che la precedono. Il lettore che desideri completare utilmente l&#8217;analisi di Lasch su questi punti troverà una miniera di informazioni precise e di analisi intelligenti nell&#8217;opera, imprescindibile, di Luc Boltanski et Eve Chiappello, Le Nouvel esprit du capitalisme (Gallimard, 1999</li><li id="footnote_12_30104" class="footnote">Selon la formule de Philippe Cohen, Protéger ou disparaître -Gallimard, 1999.</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Io, Marilyn Monroe, Shakespeare, Francis Bacon e la bellezza, dopo l’annuncio del grande onanista</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che “Happy days”, la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij, o a stabilire che una ballad dei Pink Floyd, grazie alla quale i nostri desideri immaturi si accendevano per qualche minuto come falò benigni in mezzo alle sparatorie del Belpaese della Politica, abbia avuto allora lo stesso peso della nostra lettura di una tragedia di Shakespeare… <br />
Vorrei sapere chi è stato quel bellimbusto, quel figlio di puttana, quel genio incompreso e frustrato che per farsi largo tra i palinsensti infernali del paradiso della comunicazione o forse solo per farsi perdonare una lunga striscia di ore passate alla TV a strofinarsi davanti al corpicino della piccola Heidi, ha dettato all’umanità futura la Suprema Equazione: Tutto è uguale a Tutto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/01/io-marilyn-monroe-shakespeare-francis-bacon-e-la-bellezza-dopo-l%e2%80%99annuncio-del-grande-onanista/">Io, Marilyn Monroe, Shakespeare, Francis Bacon e la bellezza, dopo l’annuncio del grande onanista</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che “Happy days”, la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij, o a stabilire che una ballad dei Pink Floyd, grazie alla quale i nostri desideri immaturi si accendevano per qualche minuto come falò benigni in mezzo alle sparatorie del Belpaese della Politica, abbia avuto allora lo stesso peso della nostra lettura di una tragedia di Shakespeare… <span id="more-25472"></span><br />
Vorrei sapere chi è stato quel bellimbusto, quel figlio di puttana, quel genio incompreso e frustrato che per farsi largo tra i palinsensti infernali del paradiso della comunicazione o forse solo per farsi perdonare una lunga striscia di ore passate alla TV a strofinarsi davanti al corpicino della piccola Heidi, ha dettato all’umanità futura la Suprema Equazione: Tutto è uguale a Tutto. O, se si preferisce, nell’autorevole traduzione da uno dei tanti manuali per giovani onanisti di uno dei tanti apparatnik della critica degli inizi del XXI secolo: «Il problema del valore è un problema ormai superato dalla cancellazione effettiva e irreversibile delle divisioni tra cultura alta e cultura bassa, postulata e messa in opera nell’epoca massmediologica postmoderna».<br />
Subito dopo l’annuncio del grande onanista, a una gran fetta dell’umanità non è parso vero di giustificare la propria impotenza, la propria disfatta, il proprio nodo alla gola: Basta con l’Arte, con la Cultura! Basta con l’ardua difficoltà dell’Opera Moderna! Evviva la New Epic Salsa! Evviva la Lap Poetry!<br />
Si è scatenata così una gara, che ancor oggi è in pieno svolgimento, a minimizzare le vette, a innalzare i deretani alle cosiddette pressioni editoriali; a mostrare, di performance in performance, freneticamente i muscoli; a scandagliare, a suon di riflessioni sociologiche, gli abissi recitativi di apolli recuperati sul marciapiede del tramonto da un genio tarantolato del cinema americano; a celebrare sui palchi e in prestigiose riunioni di affiliati all’espressionismo pop i creatori di celebri motivetti su quattro accordi; ad esaminare con i bisturi della neuroestetica «l’apporto esperienziale» della ricezione dei Manga; a coprire con i veli di Maya del <em>New Historicism</em>, per il quale documento e monumento sono la stessa cosa, le vergogne desnude di una letteratura incarcerata nell’ideologia, sia essa yankee, orientalista o Inuit…<br />
Insomma si è scatenata una gara a rinsaldare i bassi ranghi.<br />
Un amico mi parla di <em>Bianca</em>, il film di Nanni Moretti: «Ti ricordo che era il 1983, solo qualche anno prima del grande annuncio».<br />
La scuola in cui insegna il protagonista si chiama “Marilyn Monroe”. Un istituto tanto sperimentale quanto surreale. Chi insegna che cosa? Un professore di storia tiene lezioni sulla musica leggera vicino a un juke-box. Il segretario Edo, un prodigio che non sa né leggere né scrivere, delizia il corpo insegnante al pianoforte. Il preside con piglio manageriale terrorizza un mite professore poco aggiornato con una formula profetica: «Qui non si forma, ma si informa». L’insegnamento della matematica è un’opzione tra una partita a flipper, la pista elettrica e una slot-machine. In ogni classe al posto della foto del Presidente della Repubblica c’è quella di Dino Zoff, allora portiere della nazionale italiana, che l’anno prima, al culmine degli “anni di piombo”, aveva vinto in Spagna i mondiali di calcio.<br />
Ho detto istituto surreale, perché all’epoca si rideva delle enormità che accadevano in quel posto. Si rideva perché si percepiva che la realtà era stata deformata. Deformata e perciò comica. Si rideva e si criticava l’Arte, la Cultura, come quando, tra una puntata e l’altra di “Happy days”, si sfogliavano le avventure di Rabelais e dei suoi personaggi alle prese con quei sorbonardi a cui non riusciva di entrare in testa perché mai qualcuno, invece di studiare i sacri testi, venisse in mente di pisciare da un campanile o di scagliare in mare aperto un intero gregge di pecore.<br />
Ma oggi, dopo il grande annuncio, oggi che le serigrafie di Marilyn Monroe, opera del più influente artista del secondo Novecento, sono appese alle pareti degli hotel a cinque stelle dove s’incrociano di sfuggita i futuri Nobel, oggi che la scuola e l’università, con l’avvallo di eminenti pedagoghi e cognitivisti, sono diventati luoghi di animazione culturale dove si «insegna l’ignoranza» (Jean-Claude Michéa) con tanto di psicoterapeuti di sostegno – proprio come nel film di Moretti –, oggi in cui molti studenti sono convinti che Dino Zoff sia stato Presidente della Repubblica, oggi che a nessuno, nemmeno al «cattivo maestro» Vasco Rossi è stata negata dagli insigni sorbonardi italici una Laurea honoris causa, oggi che il Surrealismo è diventato Doc-Fiction, diventa difficile ridere. E di che cosa?<br />
E diventa persino difficile immaginare che qualcuno di nome Will esattamente quattro secoli fa si sia immaginato nei suoi <em>Sonetti</em>, seguendo a sua volta un’idea immaginata da Platone venti secoli prima, un’esperienza dell’amore e dell’amicizia capace di cancellare – attraverso una nozione di bellezza (<em>beauty</em>), una nozione sessuale ma anche mentale, drammatica ma anche ironica, non solo estetica ma anche etica, in guerra con il tempo ma anche in pace con la perfezione (<em>When I consider every thing that grows/Holds in perfection but a little moment</em>) – le frontiere tra l’amore e l’amicizia, tra l’inclinazione amorosa verso una donna (non importa se bionda o bruna) e quella verso un uomo: <em>A woman’s face with nature’s own hand painted/Hast thou, the master mistress of my passion</em>. Diventa difficile immaginare che una nozione così ricca della bellezza – una parola che oggi pronunciamo temendo di essere colti in flagranza di reato o sprofondando, in mancanza di meglio, in uno dei tanti orfismi d’assalto – abbia potuto concepire un atollo emotivo al di là del genere maschile e femminile (<em>ultrasessuale</em>, come ha affermato una volta Claudio Guillén), oggi che invece che con dei lettori abbiamo a che fare con schiere di procuratori militanti presi a rivendicare l’eccezionalità del loro sesso, come se questo potesse difenderci dall’omofobia, dal machismo, come se questo potesse essere una prova della nostra libertà, quando in realtà è solo la testimonianza della nostra impotenza ad aprire una breccia attraverso il silenzio del passato.<br />
<em>What is your substance, whereof are you made,/that millions of strange shadows on you tend?</em> Qual è la sostanza di un individuo che è allo stesso tempo uno e molti, che può dare vita a tante immagini (<em>And you, but, one, can every shadow lend</em>)? Fino a che punto «l’ombra» dell’essere amato, uomo o donna che sia, può essere colta?<br />
Sono le stesse domande, ad esempio, che i quadri di Francis Bacon, ci pongono attraverso la «distorsione organica» dei loro corpi. E non è un caso che Bacon, nei suoi dialoghi, dove non c’è traccia, né tanto meno rivendicazione, delle sue preferenze sessuali, si rifaccia quasi unicamente a Shakespeare quando parla della bellezza. Bacon, per quanto si sia sentito isolato, non ha mai pensato di giudicare la sua arte come qualcosa di autonomo rispetto all’intera storia della sua arte. Così come la sua nozione di bellezza si richiama a quella di Shakespeare, allo stesso modo per lui l’arte moderna non può risparmiarsi il confronto (lo so, un confronto spesso difficile da accettare) con tutta l’arte precedente. Non che egli abbia rinunciato ad essere un uomo del suo tempo, ad accogliere gli insegnamenti di altre arti, la fotografia, il cinema, a interessarsi della scienza, ad apprendere da quello che gli succedeva intorno.<br />
Solo che Bacon, morto nel 1992, non ha semplicemente dato ascolto all’annuncio del grande onanista che a un certo punto della Storia ha decretato la Grande Equazione, Tutto è uguale a Tutto, privando così l’artista del suo vero rovello: cercare una sua personale gerarchia nel caos degli oggetti e dei temi del mondo. Non si è piegato al ricatto del grande onanista che ha reso l’arte puro <em>décor</em>, uno spazio arbitrario (non ludico, non artificiale, ma arbitrario), dove non è più in gioco la vulnerabilità della condizione umana. Né ha dato ascolto alla logorroica ostentazione degli apparitnik della critica nel presentarci questo ricatto come un dato acquisito, irreversibile, epocale.<br />
Anche Francis Bacon dava importanza all’istinto (parola che torna spesso nei suoi dialoghi), e, come il suo maestro Shakespeare, sapeva bene che non si dà bellezza senza essersi mescolati ai propri umori, senza aver compreso l’essenziale e cruda organicità della vita: «A diciassette anni. Lo ricordo molto chiaramente. Vidi uno stronzo di cane sul marciapiede e d’un tratto capii: ecco cos’è la vita. Mi tormentai per mesi, poi finii per accettarlo».<br />
Solo che il suo istinto, accettati i bassi istinti e il fondo escrementizio di ogni bellezza, restò fino alla fine della stessa sostanza dei sogni. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/01/io-marilyn-monroe-shakespeare-francis-bacon-e-la-bellezza-dopo-l%e2%80%99annuncio-del-grande-onanista/">Io, Marilyn Monroe, Shakespeare, Francis Bacon e la bellezza, dopo l’annuncio del grande onanista</a></p>
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		<title>Della distruzione delle città in tempo di pace</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2005 06:17:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Jean Claude Michea</strong></p>
<p>traduzione di Francesco Forlani e Alessandra Mosca</p>
<p>Un difetto classico di certe analisi radicali è quello di considerare ogni decisione presa da un governo avvezzo alle idee capitalistiche (il che dei nostri giorni è un pleonasma) come se fosse dettata dalla sola preoccupazione di accrescere il margine di profitto delle società o delle istituzioni che di solito le finanziano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/09/08/della-distruzione-delle-citta-in-tempo-di-pace/">Della distruzione delle città in tempo di pace</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/aitkenPlateau.jpg" /></p>
<p>di <strong>Jean Claude Michea</strong></p>
<p>traduzione di Francesco Forlani e Alessandra Mosca</p>
<p>Un difetto classico di certe analisi radicali è quello di considerare ogni decisione presa da un governo avvezzo alle idee capitalistiche (il che dei nostri giorni è un pleonasma) come se fosse dettata dalla sola preoccupazione di accrescere il margine di profitto delle società o delle istituzioni che di solito le finanziano.<br />
<span id="more-1285"></span><br />
Ciò significa dimenticare che tutte le decisioni hanno necessariamente un’altra dimensione. Devono, in effetti, sempre potersi accordare con le condizioni politiche generali del mantenimento della dominazione capitalista(1). Può perfino succedere che tale dimensione politica vinca ogni altra considerazione e spieghi per se stessa, la natura delle decisioni prese(2). Ed è così che la distruzione presente delle città è un fenomeno che sarebbe assai poco comprensibile se ci si limitasse a vedervi un effetto delle sole leggi della speculazione immobiliare, completata, qui e lì dalle varianti locali della megalomania degli eletti.</p>
<p>In verità l’urbanismo moderno è per definizione inseparabile da un progetto politico autonomo. E man mano che il sistema capitalista estende il suo regno, tale progetto deve necessariamente includere sempre più chiaramente la necessità di spaccare la vecchia capacità politica delle classi popolari, assicurando le condizioni materiali della loro atomizzazione (che esige d’altronde, tutta una politica culturale) e in maniera conseguente lo smantellamento – abitualmente battezzato rinnovamento – dei loro quartieri tradizionali e delle forme di vita corrispondenti (è qui, lo si sa, che sono richiamati a ricoprire il loro ruolo le differenti tribù di <em>writers</em>, <em>taggers</em>, <em>zonards</em> e altri spacciatori, tutto come i loro difensori associativi patentati).</p>
<p>Quanto alle ragioni precise che costringono i poteri moderni ad accelerare la distruzione delle città, esse tengono a una contraddizione assai semplice. Da una parte, in effetti, questi poteri sono costretti, nel quadro della loro missione modernizzatrice, ad organizzare l’urbanizzazione generale della vita, con tutto quello che essa comporta specialmente in materia di distruzione ambientale e di automobilismo. Dall’altra, tale universalizzazione programmata della forma urbana non genera in alcun caso l’estensione e la diffusione di quegli effetti emancipatori che, dal Rinascimento in poi, erano legati allo spirito cittadino – tradizionalmente di fronda – e alle differenti forme di civiltà generate dalla vita di quartiere. Da questa contraddizione risulta allora lo strano obbligo moderno di produrre allo stesso tempo sempre più spazio urbano (del centro, della periferia, della tecnopoli, e ancora d’altre meraviglie che gli esperti non mancheranno d’inventare), e sempre meno città nel senso che la parola aveva mantenuto fino a tempi recenti e che ne aveva fatto un sinonimo magnifico di libertà(3).</p>
<p>*</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>1 Se nessun governo non ha ancora preso, in Francia, la decisione di abolire le ferie pagate, non è come si pensa, perché nessun ministero ci abbia pensato o perché il mondo degli affari vi si opporrebbe fermamente. Ma perché, per il momento nessun potere si può permettere di suggerire – perfino in forma di voci di corridoio – una tale giudiziosa abolizione senza mettere automaticamente in pericolo le condizioni politiche della dominazione del Capitale. Si noterà, in compenso, che per quanto attiene le pensioni e la previdenza sociale, le cose si presentano sotto una luce migliore.</p>
<p>2 Si sa così che nel contesto della guerra fredda, i governi americani sono stati spesso portati a subordinare i calcoli dell’economia a quelli della geopolitica, e questo talvolta anche sul piano degli scambi commerciali.</p>
<p>3 Si può trovare dal diciottesimo secolo, in un testo di <strong>John Millar</strong> – uno dei principali rappresentanti con <strong>Adam Smith</strong>, della Scuola economica scozzese – una descrizione rimarchevole dell’urbanismo moderno:<br />
«… Quando un gruppo di magistrati e di governanti si trova investito di un’autorità consacrata dai costumi antichi e che appoggia forse una forza armata, non ci si può aspettare che il popolo, solo e disperso, sia in grado di resistere all’oppressione di quelli che lo governano; e la sua capacità di unirsi a tal fine dipende necessariamente, in larga misura, delle condizioni proprie al paese […].</p>
<p>Nei grandi regni, dove la popolazione è dispersa su una vasta superficie, è stata raramente capace di sforzi prodigiosi. Abitanti di frazioni lontanissime le une dalle altre e non disponendo che di imperfetti mezzi di comunicazione, il popolo si mostra spesso poco  sensibile alle dure prove che la tirannia del governo può imporre a un gran numero dei suoi; e una ribellione può vedersi sedata in tal luogo prima che abbia il tempo di scoppiar altrove. […] ma il progresso del commercio e delle manifatture ha per effetto di modificare poco a poco, a tal riguardo, la situazione di un paese. Man mano che si accresce, con la facilità di assicurare la sussistenza, il numero di abitanti, questi si raggruppano in grandi comunità per esercitare più comodamente i propri mestieri.</p>
<p>I paesini si trasformano in borghi; e questi, molto spesso, in città popolose. In tutti questi luoghi di abitazione, si vedono formare delle grandi truppe di manovali e artigiani che, per il fatto di avere la stessa occupazione, e d’intrattenere stretti rapporti, arrivano perfino a trasmettersi molto rapidamente sentimenti e passioni; tra loro emergono dei capi che sanno infondere ai loro compagni un certo spirito ed assegnargli uno scopo. I forti incoraggiano i deboli, i coraggiosi animano i timorosi, i risoluti rinvigoriscono gli esitanti e i movimenti di tutta la massa si effettuano con l’uniformità di una macchina e una forza che si fa irresistibile.</p>
<p>In tale situazione, una grande frazione della popolazione si lascia facilmente eccitare da qualsiasi argomento di scontento popolare, e può e non meno facilmente coalizzarsi per esigere la riparazione di un torto. In una città il benché minimo motivo di lamentela dà luogo a un moto popolare; e propagandosi da una grande città a un’altra, le fiamme della sedizione si espandono in insurrezione generale».<br />
(Citato in <strong>Hirschman</strong>, Le passioni e gli interessi, Milano Feltrinelli 1990)</p>
<p>(apparso sulla rivista <em>Sud</em>)</p>
<p>*<br />
<strong>Jean-Claude Michéa </strong>insegna filosofia in un liceo di Montpellier. È autore di saggi, tra cui <em>Orwell, anarchiste tory</em> (1995); <em>Les Intellectuels, le peuple et le ballon ronde </em>(1998) e <em>Impasse Adam Smith</em>, che è apparso in traduzione italiana con il titolo <em>Il vicolo cieco dell’economia</em> (Elèuthera, Milano 2004). In traduzione italiana è anche disponibile <em>L’insegnamento dell’ignoranza </em>(Metauro, Pesaro 2004).</p>
<p>(immagine di Aitken)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/09/08/della-distruzione-delle-citta-in-tempo-di-pace/">Della distruzione delle città in tempo di pace</a></p>
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