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	<title>Nazione Indiana &#187; Julio Cortázar</title>
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		<title>A Granada, leggendo Bolaño</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><em>Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l&#8217;autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa latinoamericana.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/a-granada-leggendo-bolano/">A Granada, leggendo Bolaño</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l&#8217;autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa latinoamericana. Oltre a Bolaño (di cui si presentava lo scritto postato qui sotto e che ora si trova nella raccolta di scritti saggistici Tra parentesi, in uscita in questi giorni da Adelphi), appaiono molto nomi di sicuro valore: scrittori già classici come Sergio Pitol e Ricardo Piglia, i più giovani Volpi, Fresán, Angel Palou, Paz Soldán&#8230;<br />
Nel maggio del 2005, nel quartiere sufi di Granada, io e il «mio solo fratello» Miguel Gallego Roca leggevamo Bolaño e scoprivamo un&#8217;altra America Latina che stava reinventando l&#8217;Europa del XXI secolo, o almeno la sua tradizione romanzesca. Poi, la radiografia del mondo di Bolaño si trasformò improvvisamente in una sala operatoria dove un chirurgo si dilettava in esperimenti di crudeltà. Ci fu l&#8217;incontro con Osvaldo Lamborghini e la sua opera, di cui si dirà fra un po&#8217; di tempo&#8230;</em></p>
<p>Granada, 13 maggio 2005</p>
<p>[...]</p>
<p>Massimo Rizzante: Quando ho letto i romanzi di Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Jorge Volpi e di altri scrittori latinoamericani (spesso esuli volontari in Spagna, in Europa o negli Stati Uniti) mi sono detto: «Finalmente degli interlocutori!». «Finalmente degli scrittori-lettori che non hanno paura del passato, che dialogano con tutta la tradizione letteraria, europea, americana e latinoamericana, da Rabelais a Borges, da Dante a William Gaddis!». </p>
<p>Miguel Gallego Roca.: E poi, quando hai letto i racconti e i romanzi di Roberto Bolaño, ritenuto da costoro un fratello maggiore e un maestro, che cosa è successo? </p>
<p>M.R.: Nei confronti dell’opera di Bolaño non provo soltanto ammirazione, ma quella felicità attiva grazie alla quale ti senti sciolto da ogni obbligo morale, professionale, e perfino intellettuale. La vera letteratura ti mette le ali. Ti rende più coraggioso.<span id="more-29149"></span> Se non ti nutri del rischio e del fallimento delle grandi opere non potrai mai rischiare e fallire nel tentativo di emularle. Oggi, al contrario, vedo in Italia e in Europa «scrittori» di trenta, quarant’anni che non hanno mai imparato a imitare, a correggersi, quasi non avessero neppure il coraggio di trasformarsi in epigoni. Sfuggono all’epigonismo rincorrendo il feuilleton&#8230;    </p>
<p>M.G. : Credo che questo coraggio, questa percezione del pericolo che ti rende sempre più libero appartenga alle nuove leve della letteratura latinoamericana. Ma, a mio avviso, c’è una spiegazione. Ti ricordi quando discutevamo dell’assenza in Europa di élites intellettuali e artistiche? «Senza élites, affermavi, niente democrazia, e poca vitalità anche nella più democratica delle arti, il romanzo». </p>
<p>M.R.: Sono sempre dello stesso avviso. </p>
<p>M.G.: Anch’io. Negli Stati Uniti la letteratura d’arte e la critica letteraria, ovvero le élites, copulano nei campus universitari producendo talvolta alcuni buoni frutti. Il rischio, semmai, è il «libro in provetta», il romanzo del professore o del critico ad usum delphini. </p>
<p>M.R.: Per fortuna, come dici, ci sono eccezioni alla regola. Chi insegna all’università, affermava Saul Bellow, non sempre è una testa di gesso che prende sul  serio la nobiltà del proprio spirito.</p>
<p>M.G,.: In America Latina, invece, in particolare in Messico e in Argentina, esiste al di fuori delle istituzioni uno scambio concreto di esperienze di lettura tra diverse generazioni di scrittori. Mi dirai che sto idealizzando altrove l’esistenza di un dialogo che qui in Europa è scomparso da almeno due decadi.</p>
<p>M.R.: Non saprei. Ciò che mi sembra importante rilevare è che nozioni come «scambio», «dialogo» non significano né assenza di rivolta né di strategie di rivolta. In fondo, grazie a Bolaño e ai suoi ideali discepoli, esploriamo un’altra America Latina, non quella Kitsch, sciropposa, telecomandata da agenti pubblicitari in incognito, sempre tappezzata di tramonti tropicali, sentimenti assoluti e simpatiche canaglie che si incontra nei best-sellers di Isabel Allende, Luis Sepúlveda, Ángeles Mastretta. Direi che «l’altra America Latina» ha riscoperto la sua vocazione europea, o meglio si è immersa nuovamente nelle acque liberatrici dell’esilio e in quelle più torbide dell’emancipazione dal giogo ideologico, e come all’epoca dei grandi romanzi di Rulfo, García Márquez, Vargas Llosa, Cortázar, Onetti si è rimessa in cammino sulle strade di quella che Carlos Fuentes ha chiamato&#8230; </p>
<p>M.G.: La «tradizione della Mancha»!</p>
<p>M.R.: Precisamente. A differenza di quella di «Waterloo», realista, fondata su un contesto storico, sulla tranche de vie, sull’esperienza – e aggiungerei, per quanto concerne la seconda metà del XX secolo e gli inizi del XXI, comodamente pre-cinematografica, ovvero inutilmente devota a perseguire obiettivi che già la rappresentazione cinematografica persegue, la «tradizione della Mancha» è un invito al gioco, al sogno, al pensiero, all’inesperienza, alla finzione e alla celebrazione consapevole della finzione.</p>
<p>M.G.: Ma c’è dell’altro. Alfonso Reyes&#8230;</p>
<p>M.R.: Ti sei accorto di quante volte il nome di questo saggista e scrittore messicano, cosmopolita e stilista raffinato, pressoché sconosciuto in Europa, ritorni nelle pagine di Bolaño e Pitol? </p>
<p>M.G.: E nelle pagine di quasi tutti gli scrittori latinoamericani di valore. Era nato nel 1889 e morì nel 1959. Si racconta che qualche anno prima di morire, rischiando la bancarotta, abbia finalmente realizzato il suo sogno: abitare in una casa-biblioteca con più di ventimila volumi come silenziosi compagni di ventura. Pare tuttavia che il suo motto preferito sia sempre stato il goethiano: «Ricordati di vivere»! Bene. Stavo per dirti che Alfonso Reyes affermava in tempi non troppo lontani che «L’America Latina giunge sempre in ritardo al banchetto della civiltà». Come sai il ritardo storico, in arte, significa spesso essere in anticipo. In arte non esiste la nozione di progresso, che domina il sapere della scienza. Quel che continua ad accadere in America Latina ha smesso di avvenire in Europa: Pitol si richiama a Alfonso Reyes; Pedro Angel Palou si richiama a Pitol; Alfonso Reyes si richiama a Goethe; Gombrowicz, esule polacco in Argentina dal 1939 al 1963, si richiama a Rabelais; Ricardo Piglia si richiama a Gombrowicz; Bolaño si richiama a Gombrowicz, a Alfonso Reyes e afferma che bisogna «rileggere da capo Borges». Alfonso Reyes è l’altro Borges. Borges è l’anti-Gombrowicz. O meglio, Reyes, Borges e Gombrowicz continuano ad accadere nelle opere degli scrittori latinoamericani. A chi gli chiedeva notizie sulla sua nazionalità, Bolaño rispondeva di sentirsi europeo e latinoamericano. Io aggiungerei che oggi un autentico scrittore europeo dovrebbe sentirsi latinoamericano&#8230; </p>
<p>M.R.: A proposito di Borges, ho notato come il suo saggio intitolato «Lo scrittore argentino e la tradizione» (in <em>Discusión</em> del 1957) circoli continuamente nelle menti e nelle pagine di diversi romanzieri latinoamericani. Un po’ come il saggio «Tradizione e talento individuale» (in <em>The Sacred Wood</em> del 1920) di T.S. Eliot circolava spesso nelle interviste e negli interventi dei maestri della generazione nata negli anni Venti e Trenta. Bene. Il testo di Borges, scritto quando in tutta Europa imperversavano varianti più o meno ortodosse della tradizione di «Waterloo», se vogliamo usare la definizione di Fuentes, oltre a essere un perfetto e pacato anatema contro ogni nozione di «color locale», si concentra sul rapporto tra gli scrittori argentini e la tradizione.</p>
<p>M.G.:  Hai ragione. Ti ricordi cosa scriveva T.S. Eliot? «Il sentimento dell’arte è impersonale». </p>
<p>M.R.: «La carriera di un artista è un continuo autosacrificio, una continua estinzione della personalità». </p>
<p>M.G.: Quello di Eliot era un invito alla persona dello scrittore a riconoscere il passato nel presente e il presente nel passato e ad abbracciare l’intera tradizione occidentale al di là di ogni colore locale. Borges, nel suo saggio del 1957, è sulla stessa linea: «Non so se è necessario dire che l’idea che una letteratura si debba definire in base ai tratti distintivi del paese che la produce è un’idea relativamente nuova; [...] Credo che Shakespeare si sarebbe stupito se avessero preteso di limitarlo a temi inglesi, e se gli avessero detto che, in quanto inglese, non aveva il diritto di scrivere Amleto, di argomento scandinavo&#8230;». Borges, poi, chiedendosi se esiste una «tradizione argentina», articola un ragionamento che è molto caro agli attuali scrittori latinoamericani: «Qual è la tradizione argentina? [...] Credo che la nostra tradizione sia l’intera cultura occidentale». Anzi, Borges afferma che gli argentini, proprio perché situati alla periferia, proprio perché non legati – come gli ebrei, o gli irlandesi rispetto alla tradizione inglese – con «devozione particolare» alla cultura occidentale sono meglio di altri in grado di rinnovarla. Chi si trova ai margini dell’Europa può trattare tutti i temi europei, «trattarli senza superstizioni, con un’irriverenza che può avere, e ha già, conseguenze felici». </p>
<p>M.R.: Guarda che esattamente negli stessi anni Gombrowicz, nel suo <em>Diario</em>, scritto quasi interamente in Argentina, affermava che la cultura polacca, per emanciparsi dalla propria «polonità», doveva abbandonare il culto della nazione e dei suoi grandi spiriti. Una nazione «matura» non si fa schiacciare dal peso del proprio passato né ha bisogno di innalzarlo liricamente davanti ai volti esterrefatti di uomini e donne di altre nazioni e culture. La «maturità» di un paese è riconoscere la propria immaturità!</p>
<p>M.G.: E non dimenticare che Borges ha scritto racconti memorabili su Averroé, Almotasim o si è inventato Emma Zunz, un’eroina ebrea. Voglio dire che, grazie a Borges, la tradizione islamica ed ebraica sono state rese più accessibili alla cultura latinoamericana, la quale aveva già un ventaglio molto ricco: l’influenza mediterranea attraverso la Spagna e il Portogallo, il retaggio antico, greco e romano, e, naturalmente, le culture precolombiane. </p>
<p>M.R.: Per questa ragione Borges termina il suo saggio del 1957 incitando gli argentini – e i latinoamericani – a non aver paura, a sperimentare tutti i temi, a non limitarsi al «color locale», a comprendere la propria nazionalità come una fatalità, non come un carcere: «Il nostro patrimonio è l’universo». È il richiamo a cui sono più sensibili gli autori come Pauls, Fresán, Volpi e molti altri. Essere uno scrittore argentino, cileno, messicano, latinoamericano è un’occasione, come un’altra, per sfuggire al folklore. E al feuilleton&#8230;</p>
<p>[...]</p>
<p><strong>Roberto Bolaño<br />
Derive della letteratura canagliesca</strong>  </p>
<p>È un fatto curioso che siano stati degli scrittori borghesi a collocare il <em>Martín Fierro</em> di Hernández al centro del canone della letteratura argentina. Questo punto, naturalmente, è discutibile, ma è pur vero che il gaucho Fierro, paradigma del diseredato, del coraggioso (ma anche del fanfarone), si erge al centro di un canone, il canone della letteratura argentina, sempre più delirante. Come poema, il <em>Martín Fierro</em> non è una meraviglia. Come romanzo, invece, è vivo, pieno di significati da esplorare, in altre parole possiede un’atmosfera ventosa, o piuttosto turbolenta, l’odore degli uragani, la predisposizione giusta per i colpi del caso. Tuttavia, è un romanzo di libertà e lordura e non un romanzo sull’educazione e le buone maniere. È un romanzo sul coraggio, non un romanzo sull’intelligenza né, tanto meno, sulla morale.<br />
Ma se il <em>Martín Fierro</em> domina la letteratura argentina e si colloca al centro del canone, allora l’opera di Borges, probabilmente il più grande scrittore che sia mai nato in America Latina, è soltanto una parentesi.<br />
Ed è un fatto curioso che Borges abbia scritto così tanto e tanto bene del <em>Martín Fierro</em>. Non solo il Borges giovane, che talvolta, sul piano puramente verbale, è nazionalista, ma anche il Borges maturo, che a volte rimane estasiato (stranamente estasiato, come se contemplasse le espressioni della Sfinge) davanti alle quattro scene più memorabili dell’opera di Hernández, quello stesso Borges che scrive persino racconti svogliati e perfetti, tematicamente epigonali, dell’opera di Hernández. Quando Borges commenta Hernández non lo fa con l’affetto e l’ammirazione con cui si riferisce a Güiraldes, né con la sorpresa e la rassegnazione che adotta quando evoca quel mostro familiare che fu Evaristo Carriego. Con Hernández, o con il <em>Martín Fierro</em>, Borges dà l’impressione di recitare, seppure alla perfezione, in un’opera teatrale che sin dal principio gli pare, più che detestabile, equivocata. Eppure, per quanto detestabile o equivocata, gli pare anche indispensabile. In questo senso, la sua morte silenziosa a Ginevra è molto eloquente. Non solo eloquente, direi che la sua morte a Ginevra parla fin troppo.<br />
Con Borges vivente la letteratura argentina diventa ciò che la maggior parte dei lettori conosce come letteratura argentina. Vale a dire: c’è Macedonio Fernández, che a volte ricorda un Valéry di Buenos Aires; c’è Güiraldes, ricco e malato; c’è Ezequiel Martínez Estrada; c’è Marechal, che poi diventa peronista; c’è Mujica Láinez; c’è Bioy Casares, che scrive il primo romanzo fantastico e il migliore dell’America Latina, benché tutti gli scrittori latinoamericani si preoccupino di negarlo; c’è Bianco, c’è il saccente Mallea, c’è Silvina Ocampo, c’è Sabato, c’è Cortázar, che è il migliore; c’è Roberto Arlt, il meno considerato di tutti. Quando Borges muore tutto finisce di colpo. È come se fosse morto Merlino, sebbene i cenacoli letterari di Buenos Aires non fossero certamente Camelot. Finisce, soprattutto, il regno dell’equilibrio. L’intelligenza apollinea cede il posto alla disperazione dionisiaca. Il sogno, un sogno spesso ipocrita, falso, opportunista, vigliacco, diventa un incubo, un incubo spesso onesto, leale, coraggioso, che si muove senza rete di protezione: ma pur sempre un incubo e, quel che è peggio, letterariamente angoscioso, letterariamente suicida, letterariamente un vicolo cieco.<br />
Tuttavia, con il trascorrere degli anni, è legittimo domandarsi fino a che punto l’incubo, o la materia dell’incubo, fosse così radicale come sostenevano i suoi fautori. Molti di loro vivono molto meglio di me. In questo senso, posso permettermi di affermare che, mentre io sono un topo apollineo, loro assomigliano ogni giorno di più a gatti d’angora o a gatti siamesi spulciati a dovere grazie a un collare marca Acme o Dioniso, che a questo punto della storia è la stessa cosa.<br />
L’attuale letteratura argentina, purtroppo, possiede tre punti di riferimento. Due di essi sono di dominio pubblico. Il terzo è segreto. Tutti e tre, in qualche modo, costituiscono una reazione antiborgesiana. Tutti e tre rappresentano fondamentalmente un ritorno indietro, sono conservatori e non rivoluzionari, anche se tutti e tre, o almeno due di essi, si pretendono alternativi a un pensiero di sinistra.<br />
Il primo di essi è Osvaldo Soriano, che è stato un buon romanziere minore. Tuttavia, per pensare che con Soriano si possa fondare una corrente letteraria, bisogna avere il cervello pieno di materia fecale. Non voglio dire che Soriano sia un cattivo scrittore. L’ho già detto: è bravo, è divertente, è, fondamentalmente, un autore di romanzi polizieschi o vagamente polizieschi, la cui virtù principale, generosamente lodata dalla critica spagnola sempre molto acuta, fu la sobrietà dell’aggettivazione, una sobrietà che però egli cominciò a perdere dopo il suo quarto o quinto libro. Non è granché per dare inizio a una scuola. Sospetto che l’influenza di Soriano (a parte la sua simpatia e la sua generosità, che si dice siano state grandi) sia motivata dalle vendite dei suoi libri, dal suo facile accesso alle masse dei lettori, anche se parlare di masse di lettori quando in realtà ci riferiamo a ventimila persone è indubbiamente un’esagerazione. Con Soriano anche gli scrittori argentini si rendono conto di poter guadagnare. Non è necessario scrivere libri originali, come Cortázar e Bioy, né romanzi totali, come Cortázar e Marechal, e nemmeno racconti perfetti, come Cortázar e Bioy, e soprattutto non è necessario perdere tempo e salute in una miserabile biblioteca, senza mai ottenere, per colmo, il Premio Nobel. Basta scrivere come Soriano. Un po’ di umorismo, molta solidarietà, amicizia portegna, un po’ di tango, pugili suonati e un Marlowe invecchiato ma ancora saldo. Ma saldo dove? Mi domando in ginocchio, fra i singhiozzi. Saldo nell’olimpo o piuttosto nel cesso del tuo agente letterario? Razza d’idiota, ma credi davvero di avere un agente letterario, povero pezzente?  E, per colmo di sventura, un agente letterario argentino?<br />
Se lo scrittore argentino risponde affermativamente a quest’ultima domanda possiamo essere sicuri che non scriverà come Soriano, ma come Thomas Mann, come il Thomas Mann del <em>Faust</em>. Oppure, ormai storditi dall’immensità della pampa, direttamente come Goethe.<br />
La seconda corrente è più complessa. Inizia con Roberto Arlt, anche se è molto probabile che Arlt sia totalmente estraneo a quest’equivoco. Diciamo, modestamente, che Arlt è Gesù Cristo. L’Argentina, naturalmente, è Israele e Buenos Aires Gerusalemme. Arlt nasce e vive un vita piuttosto breve. Se non sbaglio, quarantadue anni. È un contemporaneo di Borges. Questi nasce nel 1899 e Arlt nel 1900. Ma, contrariamente a Borges, la famiglia di Arlt è una famiglia povera e quando è adolescente, invece di andare a Ginevra, si mette a lavorare. Il mestiere più praticato da Arlt è il giornalismo, che ne rivela molte virtù, ma anche numerosi difetti. Arlt è rapido, audace, malleabile, un sopravvissuto nato, ma anche un autodidatta, sebbene non un autodidatta nel senso in cui lo fu Borges: l’apprendistato di Arlt si svolge nel caos e nel disordine, nella lettura di traduzioni pessime, nelle fogne e non nelle biblioteche. Arlt è un russo, un personaggio di Dostoevskij, mentre Borges è un inglese, un personaggio di Chesterton, di Shaw o di Stevenson. Talvolta, suo malgrado, Borges sembra persino un personaggio di Kipling. Nella guerra fra i circoli letterari di Boedo e Florida, Arlt sta con Boedo, anche se ho l’impressione che il suo fervore guerresco non sia mai stato eccessivo. La sua opera è formata da due libri di racconti e da tre romanzi, anche se, a onor del vero, i romanzi sono quattro e i racconti che uscirono su giornali e riviste senza mai confluire in una raccolta, e che Arlt era capace di scrivere mentre parlava di donne con i colleghi di redazione, bastano per almeno altri due libri. È anche autore di alcune Aguafuertes porteños (Acqueforti portegne), nella miglior tradizione impressionistica francese, e di alcune Aguafuertes españoles (Acqueforti spagnole), stampe di vita quotidiana della Spagna degli anni Trenta, con grande profusione di gitani, povera gente e persone generose. Cercò di diventare ricco con affari che non avevano niente a che vedere con la letteratura argentina di allora, bensì con la fantascienza: fallì sempre e sempre in modo irrimediabile. Morì a quarantadue anni e, come avrebbe detto lui, tutto finì.<br />
Ma non proprio tutto, perché come Gesù Cristo, Arlt ebbe il suo San Paolo. Il San Paolo di Arlt, il fondatore della chiesa, è Ricardo Piglia. Spesso mi domando: che cosa sarebbe successo se Piglia, invece di innamorarsi di Arlt, si fosse innamorato di Gombrowicz? Perché Piglia non s’innamorò di Gombrowicz e invece s’innamorò di Arlt? Perché Piglia non si dedicò a pubblicare la buona novella gombrowicziana e non si specializzò in Juan Emar, quello scrittore cileno che assomiglia a un monumento al milite ignoto? Mistero. Ma è Piglia che in ogni caso innalza Arlt disteso nella bara, mentre sorvola Buenos Aires, a un’immagine molto pigliana o molto arltiana, ma che in verità è solo frutto dell’immaginazione di Piglia e non corrisponde alla realtà. Non fu una gru a calare la bara di Arlt, la scaletta era abbastanza larga per la manovra e il cadavere di Arlt non era quello di un campione di pesi massimi.<br />
Con ciò non voglio affermare che Arlt sia un cattivo scrittore, anzi, è bravissimo; né pretendo di dire che lo sia Piglia, al contrario, Piglia mi sembra uno dei migliori narratori dell’America Latina oggi in circolazione. Il punto è che mi diventa difficile sopportare il delirio – un delirio canagliesco, miserabile – che Piglia tesse intorno ad Arlt, probabilmente l’unico innocente in tutta questa storia. Non posso in alcun modo approvare i cattivi traduttori dal russo, come disse Nabokov a Edmund Wilson mentre preparava il suo terzo martini, e non posso accettare il plagio come se fosse una delle belle arti. La letteratura di Arlt va bene se la consideriamo un armadio o un sotterraneo. Se la consideriamo il salotto di una casa è invece uno scherzo macabro. Se la consideriamo una cucina ci avvelenerà certamente. Se la consideriamo un lavandino finirà per attaccarci la scabbia. Se la  consideriamo una biblioteca ci garantirà la distruzione della letteratura.<br />
In altre parole: una letteratura canagliesca deve esistere, ma se esiste solo questa, allora la letteratura è finita.<br />
È così anche per la letteratura solipsista, così di moda in Europa oggi che il giovane Henry James è tornato a imperversare. È naturale che debba esistere una letteratura dell’io, della soggettività estrema, ma se esistessero soltanto letterati solipsisti, allora tutta la letteratura finirebbe per diventare un servizio militare obbligatorio del mini-io o un fiume di autobiografie, di libri di memorie, di diari privati che non impiegherebbe molto a trasformarsi in canale di scolo, momento in cui anche la letteratura cesserebbe di esistere. Perché a chi diavolo interessano le vicissitudini sentimentali di un professore? Chi può dire, senza mentire spudoratamente, che è più interessante la quotidianità, per quanto solenne, di un triste professore madrileno degli incubi e dei sogni dell’insigne e ridicolo Carlos Argentino Daneri? Onestamente, nessuno. Ma attenzione: non ho nulla contro le autobiografie, a condizione che chi le scrive abbia un pene in erezione di trenta centimetri. A condizione che la scrittrice abbia fatto la puttana e in vecchiaia sia discretamente ricca. A condizione che l’inventore di un simile ordigno abbia avuto una vita singolare. Inutile dire che fra i solipsisti e i cattivi ragazzi io sto con questi ultimi. Ma solo come male minore.<br />
La terza corrente in gioco della letteratura argentina attuale o post-Borges è quella che ha inizio con Osvaldo Lamborghini. È questa la corrente segreta. Segreta come la vita stessa di Lamborghini, che morì a Barcellona nel 1985, se non ricordo male, nominando esecutore del suo testamento letterario César Aira, discepolo prediletto, in altre parole come se un topo nominasse esecutore testamentario un gatto affamato.<br />
Se Arlt, che come scrittore è il migliore dei tre, è la cantina di quella casa che è la letteratura argentina, e Soriano è un vaso nella stanza degli ospiti, Lamborghini è una scatoletta su una credenza abbandonata in cantina. Una scatoletta di cartone, piccola, con la superficie coperta di polvere. Ebbene, se si apre quella scatoletta, dentro ci si trova l’inferno. Scusatemi per questo tono melodrammatico, ma con l’opera di Lamborghini non riesco a evitarlo. Non c’è modo di descriverla senza cadere nel tremendismo. La parola crudeltà le calza come un guanto. Anche la parola durezza, ma soprattutto la parola crudeltà. Un lettore poco accorto può intravedervi un gioco sadomaso tipico dei laboratori letterari che le anime caritatevoli e con vocazione pedagogica organizzano nei manicomi. È possibile, ma non è abbastanza. Lamborghini è sempre due passi avanti (o indietro) rispetto ai suoi inseguitori.<br />
È strano pensare oggi a Lamborghini. Morì a quarantacinque anni, il che significa che io, ora, sono quattro anni più vecchio di lui. Talvolta apro uno dei suoi libri, pubblicati da Aira – si fa per dire, perché avrebbe potuto benissimo pubblicarli il linotipista o il portiere del palazzo dove si trovava la casa editrice Serbal, a Barcellona – e a mala pena riesco a leggerlo, non perché mi paia cattivo, ma perché mi fa paura, soprattutto il romanzo <em>Tadeys</em>, un romanzo insopportabile che leggo (due o tre pagine, non di più) solo quando mi sento particolarmente coraggioso. Di ben pochi libri posso dire che odorino di sangue, di viscere aperte, di fluidi corporei, di atti senza remissione.<br />
Oggi che è così di moda parlare dei nichilisti, sebbene quando si parla di loro la gente si riferisca ai terroristi islamici che di nichilista non hanno proprio un bel niente, non guasterebbe visitare l’opera di un vero nichilista. Il problema di Lamborghini è che aveva sbagliato mestiere. Gli sarebbe andata meglio se avesse fatto il sicario o la troia, oppure il becchino, mestieri meno complicati che dedicarsi a tentare di distruggere la letteratura. La letteratura è una macchina blindata. Non si dà pensiero degli scrittori. Talvolta non si accorge neppure se sono vivi. Il suo nemico è un altro, molto più grande, molto più potente, e alla fine finirà per sconfiggerla. Ma questa è un’altra storia.<br />
Gli amici di Lamborghini sono condannati a plagiarlo fino alla nausea, una cosa che forse renderebbe felice Lamborghini, se potesse vederli vomitare. Sono anche condannati a scrivere male, in modo pessimo, eccetto Aira, che possiede una prosa uniforme e grigia che talvolta, quando è fedele a Lamborghini, si cristallizza in opere memorabili, come il racconto <em>Cecil Taylor</em> o il romanzo breve <em>Cómo me hice monja</em> (Come mi feci monaca), ma che nella sua deriva neoavanguardistica e rousselliana (e totalmente acritica) è, il più delle volte, soltanto noiosa. Prosa che divora se stessa senza soluzione di continuità. Un dogmatismo che si traduce in accettazione, ovviamente non priva di sfumature, di quella figura tropicale che è lo scrittore latinoamericano di professione, sempre disposto a regalare un elogio a chi glielo chiede. </p>
<p>Di queste tre correnti, le correnti più vive della letteratura argentina, i tre punti di partenza della letteratura canagliesca, temo che vincerà quella che più fedelmente rappresenta la canaglia sentimentale, per dirlo con Borges. Quella canaglia sentimentale che non è più la destra (in gran misura perché la destra è dedita alla propaganda e ai piaceri della cocaina, nonché a pianificare la fame e a bloccare i conti correnti dei cittadini, e in materia di letteratura è un’analfabeta funzionale cui basta recitare i versi del <em>Martín Fierro</em>), bensì la sinistra, quella che ai suoi intellettuali chiede soma, esattamente ciò che riceve dai suoi padroni. Soma, soma, soma. Soriano, perdonami, tuo è il regno.<br />
Arlt e Piglia sono un capitolo chiuso. Diciamo che la loro è una relazione sentimentale e che è meglio lasciarli in pace. Entrambi, Arlt senza alcun dubbio, sono parte importante della letteratura argentina e latinoamericana e il loro destino è cavalcare in solitudine per la pampa popolata di fantasmi. Dove, comunque,  non c’è scuola possibile.</p>
<p>Corollario. Bisogna rileggere Borges un’altra volta. </p>
<p>(traduzione di Francesca Saltarelli)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/a-granada-leggendo-bolano/">A Granada, leggendo Bolaño</a></p>
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		<title>Ora pro Anobii</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 12:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">Ora pro Anobii</a></p>
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<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura. Le considero come delle quarte &#8220;personali&#8221; di copertina e mi è venuta così la voglia di condividerle &#8211; si tratta ovviamente di una seleção-  anche con i non anobiani.</em><br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg" alt="" title="image_bookphp3" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7306" /></a></p>
<p><strong>Sillabari</strong> (89 lettori su Anobii)<br />
Di <strong>Goffredo Parise</strong></p>
<p><em>della serie: L come Libro</em></p>
<p>Me ne aveva parlato per la prima volta Silvio Perrella, critico e curatore dell&#8217;opera di Parise. A Parigi &#8211; Paris/Parise- durante una lunghissima passeggiata (tra l&#8217;altro menzionata nel libro<em> Giù Napoli</em>) .<br />
<span id="more-7296"></span><br />
Avevo da poco letto l&#8217;Abecedaire di Gilles Deleuze, e devo dire che mi ha sempre affascinato la divisione in voci, della vita. Ci sono dei dizionari che mi porto dietro da sempre e che ogni volta perdono una pagina, la copertina, una voce appunto, ed allora sembra quasi che la vita ti serva a ritrovare quella voce perduta.La pagina smarrita.<br />
La voce A come amicizia, nei Sillabari è di quanto più lucido abbia mai letto sulla vita e sulla letteratura.<br />
Sulla letteratura, quando dopo aver descritto uno ad uno, lungamente, i personaggi della discesa in pista &#8211; siamo in montagna ed il gruppo di amici ha deciso di passare la giornata a sciare- non si attarda sul narratore, se stesso perché lui è presente soltanto per raccontare. Mai così superflui quanto necessari, gli scrittori!!<br />
Sulla vita, quando di fronte al dubbio del narrante se valesse la pena o meno ritentare l&#8217;impresa di quella prima &#8220;discesa&#8221; tutti insieme, qualche anno dopo, gli fa dire che per quanto spesso sia così, ovvero che la magia della prima volta non si ripete mai, delle volte capita anche il contrario, che non ci sono regole.In definitiva.<br />
Quello che sembra un diario minimo in realtà non lo è, e se c&#8217;è un autore che ha fatto della leggerezza l&#8217;arma con cui entrare più in profondità,nell&#8217;essere umano e nella storia, quello è sicuramente Goffredo Parise.</p>
<p><strong>La notte della cometa </strong>(147)<br />
<em>Il romanzo di Dino Campana</em><br />
Di <strong>Sebastiano Vassalli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg" alt="" title="image_book-1php1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7309" /></a></p>
<p><strong>Canti orfici</strong> (389)<br />
Di <strong>Dino Campana</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg" alt="" title="image_bookphp4" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7310" /></a></p>
<p><em>della serie: libro chiama libro</em></p>
<p>Nella vecchia soffitta del Marais che dividevo con l&#8217;amico Massimo c&#8217;erano libri e letti. Si mangiava raramente e quasi sempre pasta. La biblioteca di Massimo, era un inquilino in più. Al punto che, col senno di poi, mi dico che avrebbe dovuto pagare la sua parte d&#8217;affitto. Una sera anzi in poche sere, credo di aver letto tutta l&#8217;opera, quasi, di Sebastiano Vassalli. Un libro però mi sconvolse. Era forse il tema, maledetta poesia, il racconto di città letterarie -proprio come quella che vivevamo di prima mano- i tuoni di Papini, la voce del maestro. Questo, sicuramente, ma non solo. La notte della cometa, mi affascinò per il fascino che poteva esercitare il più visionario scrittore che l&#8217;Italia avesse mai dato alle lettere. E così mi andai a rileggere i Canti Orfici che avevo letto, e perfino ascoltato, da un amico cantante, quando i viaggi te li fai da solo, da mente a mente. Riprenderli poi, quando il viaggio si era fatto vero e ti sporcava le scarpe, ti cambiava la pelle, era significato davvero dialogare con l&#8217;autore. Con le sue prose veloci, telegrammi poetici, visioni fantastiche, e viaggi appunto, sospesi tra verità e immaginazione. Quando uscì l&#8217;edizione sonora dei Canti, a cura di Carmelo Bene l&#8217;ho ascoltata mille volte. Come il racconto che il geniale drammaturgo fa di come Campana passò dei decenni in manicomio a tentare di ricomporre il manoscritto originale dei Canti, sottoposto all&#8217;Editore Vallecchi e da quelli, distrattamente perduto. &#8220;Fare e disfare. Ecco quello che so fare&#8221; scrive in una cartolina all&#8217;amata Sibilla Aleramo. Un opera come un letto disfatto, dunque, memoria viva del fatto che vita vi fosse. Grande letteratura</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg" alt="" title="image_book-2php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7314" /></a></p>
<p><strong>Canti del caos</strong> (52)<br />
Di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che bruciano</em></p>
<p>Me l&#8217;aveva prestato un&#8217;amica carissima, Gabriella, senza una nota d&#8217;accompagnamento, una parola che potesse preparare il terreno, del tipo, &#8220;sai, (o vedrai) sono sicuro che ti piacerà.&#8221; O ancora: &#8220;qui c&#8217;è tutto quello che vuoi sapere&#8221;. Come se uno leggesse per sapere e non per conoscere. Ci sono dei libri che si porgono in silenzio e che restituisci in silenzio. Sono un atto di meditazione, ti massacrano per le emozioni che suscitano in te, come quando ti ecciti e non vorresti, ridi, e in fondo sai che la tua (ma anche la sua, del personaggio) è disperazione. E sono libri che non dimentichi di aver letto, di cui, ogni frase, cerchi di dimenticare.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg" alt="" title="image_bookphp" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7297" /></a></p>
<p><strong>Vite di uomini non illustri </strong>(113)<br />
Di <strong>Giuseppe Pontiggia</strong></p>
<p><em>della serie: un libro con diciotto storie</em></p>
<p>Perché in fondo per gli scrittori (e i libri) valgono le regole dell&#8217;atletica, a seconda delle discipline. Ci sono autori che possono correre i duecento o i quattrocento metri alla grande, e che messi alla dura prova della marcia longa, delle maratone non reggono. Il respiro incespica sulle gambe,il fiato si spezza, la vista si appanna, la lingua sventola come una bandiera bianca di resa a molti metri dal traguardo.<br />
Pontiggia, a differenza di Calvino, Buzzati, è uno scrittore di fondo. Corre, cammina, marcia, assecondando nel ritmo lo slancio vitale dei suoi personaggi, del lettore. Vite di uomini non illustri non ha nulla dello scatto fulmineo del velocista, né dello stacco &#8211; e della rincorsa- del saltatore. Ti porta attraverso tempi e voci che ti arrivano come un rumore di fondo. Tempi e voci che da sempre ti accompagnavano, ma che non &#8220;sentivi&#8221;. Il silenzio del narratore, con il suo tenersi in disparte, discreto, fa emergere quanto c&#8217;era prima, al punto che hai come l&#8217;impressione di averle già lette quelle storie, e in taluni casi di averle, forse, vissute.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg" alt="" title="image_book-1php" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7300" /></a></p>
<p><strong>La lettera di Lord Chandos </strong>(38)<br />
Di <strong>Hugo Von Hofmannsthal</strong></p>
<p><em>della serie: un libro che è contro ogni libro</em></p>
<p>Nella storia della letteratura esistono tantissimi esempi di diserzione dal campo di battaglia della scrittura che provengono, nella maggior parte dei casi, dai suoi più illustri protagonisti. Senza prendere in considerazione i suicidi illustri che costellano quella tradizione- smettere di vivere significa anche interrompere ogni scrittura sul mondo- basterà pensare a quanti hanno appeso la penna al chiodo per fare tutt&#8217;altro. E la cosa avviene in silenzio, come fece Rimbaud, che seppure promesso alla gloria abbandonò tutto giovanissimo, come se avesse avuto consapevolezza della propria fortuna letteraria. La sua opera, compiuta in un pugno di anni, lo aveva già reso immortale. Nella lettera a Lord Chandos il protagonista non annuncia la propria &#8220;mancanza d&#8217;ispirazione&#8221; né risveglia il fantasma della &#8220;pagina bianca&#8221;. In questo libro che è più che un&#8217;opera, si compie una vera anatomia del rapporto problematico che la scrittura instaura con la realtà. Quando le cose si chiamano da sole,un rastrello, un tavolo, un secchio, e non hanno bisogno di essere chiamate dalle chiare lettere della scrittura, che inciampa in esse, come su pietra che ti fa cadere, allora lo scrittore deve poter dire di no, confessare la propria resa alla realtà. Un libro che non lascia scampo alla scrittura con un conflitto che si risolve nel silenzio dell&#8217;autore della lettera. Silenzio che però solo la scrittura rende possibile salvando così vita e sogni dei lettori</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg" alt="" title="image_bookphp1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7302" /></a></p>
<p><strong>Storia dell&#8217;occhio</strong> (63)<br />
Di <strong>Georges Bataille</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;con la coda&#8221;</em></p>
<p>Ho conosciuto Bataille attraverso i saggi. Illuminanti le considerazioni sul taglio originario, la ferita, la coupe che rende uomini e donne colpevoli (coupables) puri. La storia dell&#8217;occhio lo considero come uno dei massimi capolavori della letteratura erotica, in cui ogni forma di amore non può prescindere dall&#8217;idea di dio. I protagonisti incarnano una delle figure più inquietanti e vere ( forse l&#8217;inquietudine è proprio legata alla verità che la sostiene) della vittima e del carnefice. La rivolta dei protagonisti è assoluta, e l&#8217;uovo/ occhio/ sesso traduce in parole la bellissima immagine girata da Bunuel in Chien Andalu (su You Tube è possibile rivederla) dell&#8217;occhio come una luna tagliata dal rasoio. La perversione di Bataille &#8211; a Clermont Ferrand sua città natale non c&#8217;è un cartello, una placca che lo ricordi- è stata nel tentativo di proporre una vera metafisica del corpo e questo non gli è stato mai perdonato.<br />
Una scrittura che ti accarezza e ti graffia al punto che non sai se i segni che ti ritrovi sulle gambe ce li avevi anche prima, di leggere.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg" alt="" title="image_bookphp2" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7304" /></a></p>
<p><strong>Il mistero dell&#8217;inquisitore Eymerich</strong> (481)<br />
Di <strong>Valerio Evangelisti</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;fantastique&#8221;</em></p>
<p>Fantastique! Fantasia urlante e crudele, lontana anni luce dall&#8217;idea &#8220;accomodante&#8221; che la parola suscita nel nostro immaginario, ora. Un viaggio attraverso tempi e modi del tempo che si annuncia alla fine del viaggio, con le memorie dei personaggi alla ricerca di nuove ed antichissime eresie.<br />
Valerio Evangelisti produce un vero choc nel lettore risvegliando la sua ancestrale sete di giustizia, l&#8217;atavica curiosità verso tutto quello che &#8220;sta&#8221; nel mondo, l&#8217;immondo, animale immortale che abita la storia.<br />
La Storia dell&#8217;allievo più brillante di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, colui che già prima della guerra aveva &#8220;predetto&#8221; fascismo e crisi del &#8220;piccolo&#8221; uomo moderno. Ricordato per la sua rivoluzione sessuale, e che verrà trascinato in tribunale dai suoi detrattori e condannato a morire in cella. L&#8217;inquisitore Eymerich abita i suoi sogni, le sue notti mentre il futuro, lontano quanto il passato, si popola di bambini. Tre storie in una, tre vite, forse trecento o tre milioni di voci che a libro finito inseguono il lettore come un creditore a ricordargli che il prezzo da pagare per la libertà, per quanto insostenibile, vale pur sempre la pena pagarlo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg" alt="" title="image_book-3php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7316" /></a></p>
<p><strong>La vita agra </strong>(404)<br />
Di<strong> Luciano Bianciardi</strong></p>
<p><em>Della serie: i libri che ritornano (e non solo loro)</em></p>
<p>Ho amato Bianciardi da solo, ovvero scoprendolo da un bouquiniste a Parigi, in un&#8217;edizione antica e malandata. La vita agra è stato per anni il mio &#8220;libro di non ritorno&#8221; ovvero il tracciato da avere a mente ben chiaro prima di prendere alcuna decisione che prevedesse il ritorno in Italia. Per vent&#8217;anni. Poi ritorni, te ne vai, e ti rendi conto che quella lezione di stile, di libertà, l&#8217;avevi imparata ancor prima di prendere il rischio del &#8220;tornare sui propri passi&#8221;. Una scrittura con personaggi la cui umanità trasuda da ogni frase, situazione. Quando poi ho scoperto, da solo, consultando l&#8217;edizione italiana di Tropico del Capricorno di Henry Miller, che il traduttore del più ribelle degli scrittori americani era stato proprio lui, Bianciardi, l&#8217;ho amato ancora di più. Qualcuno in Italia si degnerà di dedicare a uno dei nostri scrittori migliori l&#8217;attenzione che merita?</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg" alt="" title="image_book-5php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7320" /></a></p>
<p><strong>Tanto amore per Glenda</strong> (41)<br />
Di <strong>Julio Cortázar</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che hanno cambiato la mia vita</em></p>
<p>Dei dieci racconti regalatimi vent&#8217;anni fa due mi sono chiari come se li avessi appena letti. perchè non è vero che tutti i libri si dimenticano &#8211; altrimenti perché rileggerli?- come se si sistemassero in chissà quale segreto anfratto dell&#8217;anima, nascosti al punto di non lasciare nessuna traccia di sé, un segno che ce li faccia rivenire in mente. Eppure&#8230;<br />
&#8220;Disegni sui muri&#8221; e &#8220;Testo in un taccuino&#8221; potrei recitarveli a memoria, magari a parole mie, cambiando qui e lì le frasi, i tempi &#8211; ma l&#8217;originale varrà sempre di più- soffermandomi su una scena, un rumore, quello delle porte scorrevoli di una metropolitana, o dell&#8217;obliteratrice quando morde il biglietto. Forse il tratto del pennello sul muro, come un Tapiès, cui del resto il primo racconto era stato dedicato, o la sinistra sirena dei cellulari che percorrono la città assediata. Sicuramente il pallore di chi abita il sottosuolo, che non scordi mai, come la dedica sul libro fatta da un&#8217;amica che non c&#8217;è più, nel senso che è diventata altro</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg" alt="" title="image_book-4php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7319" /></a></p>
<p><strong>Narciso e Boccadoro</strong> (3469)<br />
Di <strong>Hermann Hesse</strong></p>
<p><em>della serie:il libro con le pagine ingiallite</em></p>
<p>Avevo letto tutto Herman Hesse a diciassette anni, quando si legge tutto, di un autore. quasi tutto, perchè in quel caso ricordo che mi lasciai da leggere per vent&#8217;anni dopo il gioco delle perle di vetro. lo avrei letto quando il lupo della steppa in me sarebbe invecchiato, il pelo ingrigito e rado, quando Peter Camenzind si sarebbe lasciato andare veramente all&#8217;ultimo bicchiere sul tavolo e Siddharta abbandonato al piacere della carne. Ma Boccadoro che mi abita non cessa di correre e la vita &#8211; con le sue sorprese e miserie- non accenna a fermarsi né a sedare la sete di vita. Come ora.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg" alt="" title="image_book-6php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7321" /></a></p>
<p>I<strong> viaggiatori folli (</strong>5)<br />
<em>Lo strano caso di Albert Dadas</em><br />
Di <strong>Ian Hacking</strong></p>
<p>Perché il turismo di massa nasce con l&#8217;invenzione della bicicletta? Perché la bicicletta ebbe il massimo sviluppo nella regione di Bordeaux? Come mai i migliori cartografi erano francesi? Che cosa fa di un fenomeno la realtà delle leggi della ragione o del sogno. della follia. A Napoli follia è pazzia e un giocattolo si chiama pazziella. Leggere questo libro vi darà le vertigini come quando perdeste le rotelle della vostra bici.</p>
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