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	<title>Nazione Indiana &#187; kurdistan</title>
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		<title>La società turca tra esercito e partiti islamisti</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 05:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Niels Kadritze</strong>*<strong><br />
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<p><em> Dopo la spettacolare vittoria alle elezioni legislative dello scorso luglio, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp)  ha intrapreso una profonda riforma della Costituzione.  Ma il progetto si scontra  con la volontà dell&#8217;esercito  di mantenere la propria egemonia e con le divisioni della società in tema di definizione di nazionalismo e laicità.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/la-societa-turca-tra-esercito-e-partiti-islamisti/">La società turca tra esercito e partiti islamisti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Niels Kadritze</strong>*<strong><br />
</strong></p>
<p><em> Dopo la spettacolare vittoria alle elezioni legislative dello scorso luglio, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp)  ha intrapreso una profonda riforma della Costituzione.  Ma il progetto si scontra  con la volontà dell&#8217;esercito  di mantenere la propria egemonia e con le divisioni della società in tema di definizione di nazionalismo e laicità. L&#8217;aggravarsi della crisi curda, alla fine del 2007, ha fornito ai militari l&#8217;occasione per riaffermare il loro potere di fronte al nuovo presidente Abdullah Gül. Tratto da <a title="Niels Kadritze sulla Turchia 2008" href="http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2008/pagina.php?cosa=0801lm09.01.html">Le Monde Diplomatique, gennaio 2008</a>.</em><br />
<span id="more-5740"></span></p>
<p id="testo">Ventinove ottobre, giorno della festa nazionale. In Turchia tutto sembra andare per il meglio. In piedi, uno accanto all&#8217;altro, il presidente della Repubblica, Abdullah Gül, e il capo di stato maggiore, Yasar Büyükanit, passano in rivista le truppe. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e la crisi da questo scatenata lungo la frontiera turco-irachena hanno riavvicinato le due anime, civile e militare, dell&#8217;esecutivo. Ma l&#8217;antagonismo cova sotto la cenere. Una foto, pubblicata in prima pagina da tutti i quotidiani appena un mese prima, lo testimonia con chiarezza: mostra l&#8217;accoglienza riservata al presidente Gül di ritorno dal suo primo viaggio ufficiale all&#8217;estero in compagnia della moglie. Nel comitato d&#8217;accoglienza, all&#8217;aeroporto, un generale gira le spalle ai civili; la signora Gül porta un foulard  &#8211;  oggetto del contenzioso. Per non «provocare», spesso non partecipa alle cerimonie ufficiali presenziate dal marito.</p>
<p id="testo">Il conflitto tra il governo di Recep Tayyip Erdogan, il cui Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) non rinnega le proprie radici musulmane, e l&#8217;esercito, che si considera la punta di diamante del campo kemalista risolutamente laico, si è evidenziato a più riprese dall&#8217;autunno 2007. La vittoria elettorale dell&#8217;Akp e l&#8217;elezione alla presidenza dell&#8217;ex ministro degli affari esteri di Erdogan, che i kemalisti volevano a tutti costi evitare, hanno cambiato i rapporti di forza tra le due fazioni. Per la prima volta, l&#8217;Akp controlla i due rami dell&#8217;esecutivo e dunque la presidenza, considerata il baluardo difensivo dell&#8217;eredità di Mustafa Kemal Atatürk. Il predecessore kemalista di Gül, Ahmet Necdet Sezer, un rigoroso giurista, aveva opposto il veto a molti progetti di legge e a diverse nomine del governo. Non stupisce quindi che i militari volessero impedire a Gül di succedergli.</p>
<p id="testo">Il 27 aprile, poco prima del voto di designazione al Parlamento, lo stato maggiore pubblicò su Internet un comunicato in cui si dichiarava che le forze armate, «irremovibili garanti della laicità», erano decise «a proteggere gli irrinunciabili valori della Repubblica».<br />
L&#8217;«intervento militare elettronico» ottenne l&#8217;effetto desiderato: la Corte costituzionale annullò l&#8217;elezione di Gül, con una decisione che la maggior parte dei giuristi ritenne di semplice ubbidienza agli ordini <a class="linke" href="#1">(1)</a><a name="n1"></a>.</p>
<p id="testo">Ma il tiro di sbarramento dello stato maggiore non ottenne l&#8217;effetto sperato: Erdogan reagì convocando, per il 22 luglio, elezioni legislative anticipate, e le stravinse. Con il 46,6% dei voti, l&#8217;Akp aumentava del 12,2% i voti del 2002. Ottenuto questo risultato, rimise in lizza il suo candidato: Gül fu eletto presidente della Repubblica il 28 agosto, al terzo turno di scrutinio.</p>
<h3>Il ruolo determinante dell&#8217;economia</h3>
<p id="testo">Lo stato maggiore, però, boicottò la cerimonia d&#8217;investitura del nuovo presidente. Solo l&#8217;aggravarsi della crisi curda permise di uscire dalla situazione di stallo (si legga l&#8217;articolo di Olivier Piot pagine 10 e 11). Con le sue incursioni transfrontaliere, il Pkk offrì ai militari l&#8217;opportunità di fare pressione sul governo e sull&#8217;Akp. La reazione emotiva della popolazione fu così forte, da non lasciare ad Erdogan alcuna possibilità di opporsi ai piani di mobilitazione dell&#8217;esercito e del suo capo di stato maggiore, Büyükanit. Per impedire che quest&#8217;ultimo occupasse da solo la scena, l&#8217;Akp fece votare al Parlamento una legge che autorizzava azioni militari nel nord dell&#8217;Iraq. La questione fondamentale su chi abbia il potere di decidere in tempo di crisi  &#8211;  il governo controlla o no la direzione dell&#8217;esercito?  &#8211;  resta irrisolta.</p>
<p id="testo">Ciònonostante, l&#8217;equilibrio del potere tra responsabili politici e militari è nettamente cambiato dall&#8217;estate del 2007. Analisti e commentatori politici divergono però quando si tratta di stabilire in che misura il memorandum Internet dello stato maggiore del 27 aprile abbia accelerato la vittoria dell&#8217;Akp. Lo storico Ayhan Aktar ritiene che a decidere siano stati i «voti frustrati»: «in Anatolia, la gente ha vissuto come un insulto le minacce contro Gül, che è originario di Kayseri».</p>
<p id="testo">Il più noto degli analisti elettorali, Tarhan Erdem, è di parere diverso. In tutte le inchieste effettuate dal suo istituto di sondaggi, l&#8217;Akp raggiungeva il 45-50% già dal febbraio 2007. Ritiene quindi che, anche se il 27 aprile ha provocato un sussulto di simpatia in suo favore, tuttavia la vittoria elettorale del 22 luglio è dovuta prima di tutto alla buona condizione economica della Turchia.  Secondo Metin Münir, l&#8217;editorialista economico del quotidiano Milliyet che ha seguito la campagna elettorale a Gaziantep, il fattore economico è stato determinante anche nell&#8217;est del paese. La città, che conta un milione di persone ed è situata vicino alla frontiera siriana, gode di uno sviluppo che gli abitanti attribuiscono al governo. Ma l&#8217;Akp ha registrato un notevole incremento anche nella parte sottosviluppata dell&#8217;Anatolia: Münir racconta che, per la prima volta, gli abitanti hanno ricevuto libri scolastici per i figli e beneficiano di cure mediche gratuite <a class="linke" href="#2">(2)</a><a name="n2"></a>. Tutto ciò ha fatto dell&#8217;Akp il primo partito nelle regioni curde. Tuttavia, il giornalista ritiene che anche l&#8217;esercito abbia contribuito alla vittoria di Erdogan: le minacce del 27 aprile avrebbero nuociuto al Partito repubblicano del popolo (Chp), kemalista, che si sarebbe presentato un po&#8217; troppo come il «braccio civile dell&#8217;esercito».</p>
<p id="testo">Per Erdem, i risultati ottenuti indicano un significativo spostamento delle classi medie e superiori, di cui l&#8217;Akp ha totalmente assorbito il potenziale conservatore. E prevede che, se il partito riuscirà a mantenere questo vivaio di voti, resterà a lungo al potere. Dello stesso parere è anche Münir, che però aggiunge: «Solo se il Partito si muoverà con intelligenza». Dato che la vittoria elettorale ha definitivamente inserito l&#8217;Akp tra i partiti borghesi, si sono di conseguenza indeboliti i suoi legami con l&#8217;elettorato religioso.<br />
Secondo Münir, il primo ministro sarebbe folle a spaventare la sua nuova base elettorale con iniziative a tinte «islamiste».</p>
<p id="testo">Ma il leader dell&#8217;Akp si comporterà in modo razionale? O non seguirà invece un&#8217;«agenda segreta», come sostengono i suoi avversari? I kemalisti ortodossi spargono la voce che lo scopo ultimo di Erdogan e Gül sarebbe quello di istaurare un sistema all&#8217;iraniana. Questa diffidenza spiega perché la «questione del foulard» domina il dibattito politico da quando il governo ha annunciato il progetto di una nuova Costituzione.</p>
<p id="testo">Il problema non riguarda tanto cosa indossa la moglie del presidente né il sacrosanto principio dello stato kemalista, la laicità. Il vero problema è il potere del blocco kemalista. Un blocco che non comprende solo l&#8217;apparato militare in senso stretto, ma ingloba tutto il complesso detto dello «stato profondo» (derin devlet), e dunque include anche i servizi segreti e l&#8217;apparato poliziesco, così come i bastioni del kemalismo nella giustizia, l&#8217;università e la burocrazia.</p>
<p id="testo">Questo «blocco di potere», estremamente complesso, rappresenta gli interessi di un&#8217;élite che ha a lungo dominato il paese. Aktar parla dei «turchi bianchi», che si sentono minacciati dai «negri anatolici», da sempre trattati come i «parenti poveri nella casa dei ricchi».<br />
L&#8217;élite kemalista, ironizza, accetterà Erdogan solo quando «si raderà i baffi, manderà al diavolo la moglie e si farà fotografare al braccio di una modella». Ma, dietro le divergenze di ordine culturale e sociale, lo storico evidenzia puri conflitti d&#8217;interesse: la vecchia classe borghese vede i suoi privilegi minacciati dall&#8217;ascesa dell&#8217;Akp e della «giovane» borghesia anatolica.</p>
<p id="testo">È per questo che i kemalisti, sia militari che civili, fanno della riforma costituzionale un vero test. Tanto più che gli islamisti hanno annunciato di voler sopprimere la proibizione del türban <a class="linke" href="#3">(3)</a><a name="n3"></a> nelle università statali. A fine settembre, il capo dell&#8217;esercito, il generale Ilker Basbug, metteva in guardia contro l&#8217;«anarchia delle idee» e avvertiva: «La laicità è la pietra angolare di tutti i principi e di tutti i valori della Turchia e non può essere oggetto di alcuna discussione <a class="linke" href="#4">(4)</a><a name="n4"></a>».</p>
<p id="testo">Il problema è: di quale margine di manovra dispone l&#8217;esercito? La maggior parte degli osservatori è perplessa. Da una parte, ritiene che dall&#8217;esterno non sia possibile penetrare nei disegni nascosti dello stato maggiore e che le forze armate non abbandoneranno il potere senza combattere. D&#8217;altra parte, molti osservano che «l&#8217;intervento del popolo», cioè il suo voto, dovrebbe aver quanto meno ridotto in modo considerevole la forza dei militari, i quali, del resto, non hanno mai voluto esercitare direttamente il potere. Concepiscono idealmente il proprio ruolo come quello di un&#8217;istanza di tutela che interviene solo quando il popolo, immaturo, non agisce secondo il loro punto di vista.</p>
<p id="testo">Aktar, appassionato di basket, ritiene che «lo stato maggiore ha dovuto ripiegare su una difesa a zona», una scelta tattica che dovrebbe spingere l&#8217;avversario all&#8217;errore, cioè ad attaccare apertamente il secolarismo (laiklik). E siccome Erdogan e Gül ribadiscono quotidianamente la loro adesione alla laicità, i militari dichiarano che il solo cancellare la proibizione all&#8217;uso del foulard rappresenta già un attacco ai valori fondanti dello stato kemalista.  Ma, in Turchia, proibire l&#8217;uso del foulard nelle università non è né legale né costituzionale. La svolta risale a una semplice sentenza della Corte costituzionale del 1989, che fa della laicità il «principio supremo della vita sociale e culturale». Diventato così questo principio superiore a tutti gli altri, nessuno può «valersi di una qualsiasi libertà, che non sia compatibile con il principio della laicità».</p>
<h3>Santità di stato</h3>
<p id="testo">Un secondo punto è altrettanto importante: la laicità dei kemalisti non ha a nulla a che vedere con quella dei francesi, tedeschi e inglesi.<br />
Laiklik non vuol dire separazione fra chiesa e stato, ma controllo della religione da parte dello stato. È la ragione d&#8217;essere della direzione degli affari religiosi (Diyanet Isleri Baskanlõgõ, Dib), un&#8217;amministrazione che organizza e sorveglia l&#8217;islam sunnita hanafita.</p>
<p id="testo">Si vuole che sia all&#8217;altezza dell&#8217;ideale di una nazione omogenea nel senso della «sintesi turco-islamica», diventata ideologia di stato dopo il putsch militare del 1980, e propagandata fino ad oggi da tutti i libri scolastici. È con questo spirito che la Dib nomina gli imam e dispensa corsi di religione obbligatori nelle scuole pubbliche.</p>
<p id="testo">Il politologo Sahin Alpay descrive la Dib come lo strumento statale della politica identitaria sunnita. Poiché questa amministrazione è finanziata dalle tasse, tutti i turchi non sunniti, compresi i cittadini ebrei e cristiani, pagano per essere discriminati: considerati alla stregua di «stranieri», sono esclusi dalla funzione pubblica.</p>
<p id="testo">Anche gli alevi, che costituiscono la minoranza musulmana più numerosa, non sono riconosciuti come gruppo religioso autonomo.</p>
<p id="testo">La separazione tra chiesa e stato è dunque un principio altrettanto estraneo allo stato kemalista quanto il diritto di eguaglianza tra le religioni. La laicità non è che un&#8217;illusione, e serve solo a proteggere un&#8217;altra fede: in quasi tutte le aule universitarie sono appesi pii ritratti di Atatürk. Nella Turchia laica, la «religione kemalista» è onnipresente. In ogni villaggio c&#8217;è un busto del fondatore della Turchia moderna, la sua effigie si trova su tutte le banconote. A scuola, la vita di Atatürk è insegnata come quella di un santo. Chiunque metta in discussione questa leggenda rischia una querela per blasfemia, grazie all&#8217;articolo 301 del codice penale turco <a class="linke" href="#5">(5)</a><a name="n5"></a>. E, naturalmente, il «santo di stato» ha anche un suo luogo di pellegrinaggio: il mausoleo di Atatürk nella capitale, Ankara.</p>
<p id="testo">Nella Costituzione, la prima frase del preambolo si richiama al «capo immortale e all&#8217;eroe ineguagliabile» Atatürk, le cui idee sarebbero tanto essenziali per lo stato e la nazione quanto le sue «riforme e principi ». Un modo di immobilizzare la storia per farne un principio costituzionale&#8230;</p>
<p id="testo">Nessuno storico negherà i meriti di Atatürk quando, sulle rovine dell&#8217;Impero ottomano e lottando contro l&#8217;invasore greco, creò, dopo la prima guerra mondiale, prima un esercito di liberazione, poi uno stato, e infine le basi di una nuova nazione. Ma i suoi metodi portano i segni di un&#8217;epoca in cui si sviluppavano in Europa idee nazionaliste ed autoritarie. E quindi, come ha scritto Mustafa Akyol, il nuovo nazionalismo turco aveva anche «caratteristiche fasciste», come, ad esempio, le «affabulazioni sulla superiorità della razza turca <a class="linke" href="#6">(6)</a><a name="n6"></a>».<br />
Fin dall&#8217;inizio, il pilastro istituzionale della tradizione autoritaria è stato l&#8217;esercito. Si considera non solo il salvatore storico del paese, ma anche il garante di una mutazione sociale che, come dice l&#8217;ex capo di stato maggiore Hilmi àzkök, «per la Turchia è stata importante quanto il Rinascimento per l&#8217;Occidente <a class="linke" href="#7">(7)</a><a name="n7"></a>». I militari pensano che solo l&#8217;esercito può garantire la coesione di una società profondamente divisa. È per questo che il corpo degli ufficiali, grazie alla sua formazione nelle accademie militari, si ritiene immune dalle «ideologie esterne» che possono costituire una minaccia per l&#8217;omogeneità dell&#8217;esercito.</p>
<p id="testo">Un modello tanto autoritario può durare ad vitam aeternam. L&#8217;astuzia dei kemalisti sta nel denunciare qualsiasi contestazione come reazionaria, capace di riportare la Turchia al Medio evo.</p>
<p id="testo">Ma le cose sono più complesse. L&#8217;attuale dibattito costituzionale preoccupa molte donne, anche quando sono contrarie alla proibizione di indossare il foulard. Temono una «riturbantizzazione» rampante, la stessa che vede avanzare il sociologo Sherif Mardin: la «pressione sociale» rischia di diventare così forte, in un ambiente musulmano tradizionale, che anche studentesse non religiose si piegheranno.<br />
Come ad esempio a Fener, un poverissimo quartiere di Istanbul sulla riva sud del Corno d&#8217;oro, feudo dei musulmani integralisti. Qui, una donna su due porte il carsaf, un foulard nero integrale che lascia fuori solo il volto, mentre le altre hanno i capelli nascosti dal türban. La maggior parte degli uomini porta lo zucchetto di maglia e la barba tipici dei musulmani osservanti. Davanti alla moschea Ismaïl Aga, si vendono videocassette e cd-rom di predicatori sauditi e combattenti afgani. L&#8217;imam della moschea è stato ucciso un anno fa, in circostanze non ancora chiarite. La polizia turca non ha la minima possibilità di penetrare tutti i misteri del quartiere. Se esiste a Istanbul un «Islamistan» autonomo, è questo. Ma vi si trovano anche posti dove non solo stranieri non musulmani, ma anche uomini turchi, possono mangiare durante il ramadan. Fener dà l&#8217;impressione di un quartiere autistico, ma non ostile.  Luoghi come questo mostrano chiaramente due cose: da una parte, che la forza d&#8217;inerzia dell&#8217;«islam anatolico» non potrà essere spezzata dall&#8217;autoritarismo di stato; dall&#8217;altra, che la questione religiosa ha una dimensione sociale. La trasformazione dei comportamenti e del modo di pensare tradizionale costituisce un&#8217;evoluzione della società che nessuna repressione potrà fermare. Eppure, con le loro paure, i post-kemalisti di sinistra arrivano anche, inconsciamente, a condividere le fantasie autoritarie dei kemalisti, rispetto al possibile successo di un&#8217;accelerazione del «processo di modernizzazione».</p>
<p id="testo">Sono timori che distorcono la percezione della realtà. È quel che dimostra uno studio esteso a tutta la Turchia, finanziato dalla fondazione Tesev: nel maggio 2006, il 65% delle persone intervistate si diceva convinta che un numero sempre maggiore di donne portasse il foulard <a class="linke" href="#8">(8)</a><a name="n8"></a>. Lo stesso studio ha verificato che, dal 1999 al 2006, il numero di donne «velate» è diminuito del 9%. Nel 1999, solo il 27,3% delle donne si mostrava in pubblico senza foulard o türban; nel 2007, erano il 36,5%.</p>
<h3>L&#8217;«agenda nascosta» islamista non esiste</h3>
<p id="testo">Il foulard può anche farsi più raro, ma quelle che lo portano sono sempre più visibili agli occhi dell&#8217;élite cittadina. Le ragioni vanno ricercate nell&#8217;esodo dalle campagne dell&#8217;Anatolia verso le grandi città, nell&#8217;ascesa sociale di molti imprenditori anatolici, nella presenza mediatica di politici dell&#8217;Akp che non nascondono le loro mogli. Non vi è alcun dubbio che alcune paure della sinistra siano giustificate: in un primo momento, la soppressione della proibizione farà aumentare il numero di studentesse con il foulard, in quanto le famiglie tradizionali accentueranno la pressione sulle figlie che studiano. Ma, che la sinistra e le femministe temano a tal punto la «pressione sociale», non è una forma di resa?</p>
<p id="testo">Se l&#8217;attuale dibattito costituzionale è così fortemente monopolizzato dalla questione del foulard e della laicità, la colpa non è solo dei kemalisti puri e duri, ma anche del governo. L&#8217;Akp non ha proposto alla pubblica opinione il nodo storico del dibattito. La società deve pronunciarsi sulle grandi linee di una Costituzione che superi finalmente il kemalismo fossilizzato e predemocratico, e deve rispondere a tre grandi domande: come sottoporre l&#8217;esercito al controllo civile?; come superare il rapporto autoritario tra stato e cittadini?; e, terza domanda, come può una Costituzione tener conto delle differenze etniche, culturali, religiose esistenti nella popolazione?</p>
<p id="testo">La Costituzione del 1982 proclama che lo scopo supremo dello stato è «l&#8217;esistenza perenne, la prosperità e il benessere materiale e spirituale della Repubblica di Turchia». Esalta la «supremazia assoluta della volontà della nazione», presupponendo che questa abbia un carattere omogeneo. I diritti fondamentali dei cittadini sono quindi una semplice funzione dello stato, emanano da questo, uno stato la cui sovranità sul popolo è garantita in ultima istanza dal ruolo tutelare dell&#8217;esercito.</p>
<p id="testo">La differenza con una Costituzione democratica è evidente. Secondo Mehmet Firat, vice presidente dell&#8217;Akp, «mentre la Costituzione attuale è stata proclamata per proteggere lo stato dal popolo, la nuova Costituzione ha lo scopo di proteggere l&#8217;individuo dallo stato». Non a caso Firat formula questa professione di fede davanti agli ambasciatori dei paesi dell&#8217;Unione europea <a class="linke" href="#9">(9)</a><a name="n9"></a>. L&#8217;Akp può e vuole tradurre questo obbiettivo nei fatti? Gli osservatori sono scettici, per due motivi: il governo, sotto lo sguardo diffidente dei kemalisti, non si sentirebbe abbastanza forte da demilitarizzare e liberalizzare il sistema; lo stesso Akp non sarebbe immunizzato contro la «cultura politica nazionalista e autoritaria che lo ha visto crescere <a class="linke" href="#10">(10)</a><a name="n10"></a>».</p>
<p id="testo">Quali siano i progetti del governo, nessuno può saperli meglio di Ergen àzbudun. Professore di diritto costituzionale, egli è stato chiamato a presiedere la commissione incaricata di elaborare il nuovo progetto di Costituzione. àzbudun non è sospetto di inclinazioni islamiste: nel 2001, rappresentava il governo presso la Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo per difendere l&#8217;interdizione del Partito islamista Refah, in cui Erdogan e Gül avevano fatto le loro prime esperienze.</p>
<p id="testo">Ma il professor àzbudun riconosce che tutti e due sono cambiati, e ritiene l&#8217;Akp un Partito conservatore che ha optato in maniera credibile per l&#8217;Unione europea e un sistema democratico. La famosa «agenda nascosta» islamista non è, per lui, che una pura invenzione dei kemalisti.  Nella lettera e nello spirito, il progetto di Costituzione si basa sulla Convenzione europea dei diritti dell&#8217;uomo e sulle sentenze della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo. Questo vale in particolare per la definizione della libertà di pensiero e della libertà di espressione, così come per la priorità del diritto umanitario internazionale sulla Costituzione turca. Per àzbudun è altrettanto importante che le sentenze dei tribunali militari possano essere controllate in ultima istanza da tribunali civili. Si potrebbe infine, a suo parere, proporre una soluzione del problema curdo definendo la lingua turca come «lingua amministrativa», e aprendo così uno spazio per altre lingue «non ufficiali», come il curdo, nei media audiovisivi e nelle scuole.</p>
<p id="testo">Quanto ai corsi di religione, che i militari hanno introdotto nel 1982 come materia obbligatoria, sarebbero ora opzionali, e la Costituzione garantirebbe il diritto di qualsiasi cittadino a cambiare religione.</p>
<p id="testo">Per il giurista, la proibizione del foulard nasce da una «concezione distorta della laicità» che porterebbe a ledere i diritti della persona.<br />
La commissione propone una soluzione elegante: dichiarare inammissibile qualsiasi «discriminazione legata al tipo di abbigliamento (&#8230;) finché ciò non contravviene ai principi e alle riforme di Atatürk».</p>
<p id="testo">Una tattica che testimonia con quante infinite precauzioni la commissione si muova nel negozio di porcellane della repubblica kemalista. Quanto poi a sapere quali idee della commissione àzbudun verranno riprese nel testo della Costituzione che il governo dell&#8217;Akp presenterà questo inverno in Parlamento, è un&#8217;altra questione. La versione definitiva deve essere votata dal Parlamento nella primavera 2008, poi approvata da un referendum.</p>
<p id="testo">È poco verosimile che alla fine la Costituzione risponda integralmente agli ideali laici del professor àzbudun. Il professor Ali Bardakoglu, il grande controllore della direzione degli affari religiosi, ha già richiesto con forza il mantenimento dei corsi di religione obbligatori.<br />
Il motivo invocato è rivelatore: dei corsi facoltativi non farebbero che «rafforzare le differenze tra gli studenti <a class="linke" href="#11">(11)</a><a name="n11"></a>»  &#8211; , come a dire che se cade il monopolio della dottrina maggioritaria sunnita, è l&#8217;omogeneità nel suo complesso ad essere minacciata. C&#8217;è poi una terza posizione, a ugual distanza da kemalisti e Akp, che si esprime, anche se con prudenza. Giuristi di sinistra, rappresentanti delle minoranze religiose e sostenitori di una «laicità democratica» esigono che sia formulato un quadro giuridico per il pluralismo religioso.<br />
Si tratta insomma di mettere fine alle discriminazioni nei confronti di musulmani non sunniti e credenti di altre religioni.</p>
<p id="testo">In questo contesto, intellettuali che hanno difeso Erdogan e l&#8217;Akp contro la vecchia guardia kemalista si mostrano critici verso il governo. Il politologo Sahin Alpay, rispettato editorialista del giornale Today&#8217;s Zaman, vicino al governo, critica il comportamento dell&#8217;Akp nei confronti degli alevi, i quali, peraltro, a luglio avevano votato in maggioranza per il Chp kemalista in quanto vedevano in Erdogan il capo di un partito sunnita. Per Alpay, una «laicità democratica» può essere garantita solo se la nuova Costituzione prevede eguaglianza di diritti per gli alevi.</p>
<p id="testo">Il procuratore militare Ümit Kardas consiglia, invece, lo smantellamento totale della Costituzione del 1982. Il testo è per lui uno «strumento non emendabile» in quanto già il preambolo rinvia a un&#8217;epoca superata in cui l&#8217;esercito definiva la nazione a suo uso e consumo. La sua posizione si fonda sull&#8217;esperienza: in quanto giudice militare, dopo il putsch del 1980 ha vissuto da vicino la repressione contro la popolazione curda, fino a dare le dimissioni dalle sue funzioni.</p>
<p id="testo">Kardas sostiene il principio di una laicità sul modello di alcuni paesi europei. Vuole sopprimere completamente la direzione degli affari religiosi, la Dib, e con essa il controllo dello stato sulle religioni. Queste ultime non sarebbero più finanziate dalle tasse, ma solo da donazioni e fondazioni che dovrebbero poter esercitare le loro attività fuori dal controllo statale.</p>
<p id="testo">Gli ideali costituzionalisti di Kardas offrono una sorta d&#8217;impronta «in negativo» di una Legge fondamentale che si potrebbe definire «post kemalista». Una Costituzione in cui le libertà individuali e i diritti civili non sarebbero più limitati in riferimento a una definizione autoritaria dello stato. Con il diritto all&#8217;obiezione di coscienza e la creazione di un servizio civile sostitutivo, egli vuole anche attenuare l&#8217;influenza coercitiva dell&#8217;esercito sulla società civile. Arriva perfino a sognare un esercito e una polizia che, ripensando la propria formazione secondo principi democratici e rispettosi dei cittadini, non funzionino più come «i due cani mastini dello stato» la cui prima funzione sia quella di tenere sotto controllo la popolazione.</p>
<p id="testo">Kardas non pensa affatto che l&#8217;Akp riprenderà tali e quali idee così radicali. Si chiede anche se l&#8217;atteggiamento difensivo di questo partito non risponda ad una tattica prudenziale nei confronti del blocco kemalista, o a tendenze autoritarie che Erdogan ha già lasciato intravedere in vari momenti. Ad esempio, quando ha sporto querela per diffamazione contro dei caricaturisti che, prendendo a bersaglio le debolezze del primo ministro, avevano fatto solo il loro mestiere.</p>
<p id="testo">Se si chiede a democratici sinceri come Kardas quali siano le forze politiche che possono realizzare una Costituzione post-kemalista, si ha in risposta un&#8217;alzata di spalle rassegnata. Sì, certo, una sinistra indipendente, post-kemalista, è necessaria, ma non la si vede da nessuna parte. Nelle elezioni dell&#8217;estate 2007, si era sperato che alcuni candidati, che si presentavano come «indipendenti», conquistassero qualche seggio. Ma il candidato indipendente non è riuscito ad imporsi neppure nella liberale Istanbul.<br />
I problemi sociali e i conflitti politici che di norma dovrebbero permettere ad un partito di sinistra di avere il vento in poppa, sono più esasperati che mai. L&#8217;Akp persevera con costanza in una politica economica neoliberista. Il divario tra ricchi e poveri aumenta.<br />
I progressi di una politica sociale degna di questo nome sono sporadici.</p>
<p id="testo">La gente più povera è spesso pesantemente indebitata. E la stabilità economica alla quale Erdogan deve la vittoria elettorale si basa su un afflusso costante di capitali stranieri. Tuttavia, nessuno a sinistra si sentirebbe di augurare una crisi economica: con una popolazione fortemente eccitata dalla «crisi curda», solo il Partito d&#8217;azione nazionalista (Mhp), di estrema destra, ne uscirebbe avvantaggiato.</p>
<p id="linke"><strong>note:</strong><br />
* Giornalista, Berlino , inviato speciale di Le Monde Diplomatique.</p>
<p><a name="1"></a> Si legga Ignacio Ramonet, «Elezioni decisive», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2007.</p>
<p><a name="2"></a> L&#8217;Akp ha ottenuto più del 50% dei voti in Anatolia e nella regione del mar Nero, mentrenell&#8217;est dell&#8217;Anatolia è arrivato anche al 56%.</p>
<p><a name="3"></a> Il termine turco türban indica il foulard stretto attorno alla testa e che copre tutta la capigliatura.</p>
<p><a name="4"></a> Turkish Daily News, Ankara, 25 settembre 2007.</p>
<p><a name="5"></a> Questo articolo punisce «l&#8217;offesa all&#8217;identità turca»; ma, per i procuratori kemalisti, «identità turca» e Atatürk sono una sola e unica cosa.</p>
<p><a name="6"></a> Turkish Daily News, 7 ottobre 2007.<br />
<a name="7"></a> Cfr. Ersel Atdinli, Nihat Ali àzcan e Dogan Akyaz, «The Turkish military&#8217;s march toward Europe», Foreign Affairs, Londra, gennaio-febbraio 2006.</p>
<p><a name="8"></a> Ali Carkoglu e Binnaz Toprak, Religion, Society and Politics in a Changing Turkey, Tesev Publications, Istanbul, 2007, p. 63.</p>
<p><a name="9"></a> Today&#8217;s Zaman, Istanbul, 20 settembre 2007.</p>
<p><a name="10"></a> Dogu Ergil, Today&#8217;s Zaman, 23 settembre 2007.</p>
<p><a name="11"></a> Turkish Daily News, 26 settembre 2007.</p>
<p id="linke">(Traduzione di G. P.)</p>
<p><!-- testo fine --> <!-- qui finisce il testo --></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/la-societa-turca-tra-esercito-e-partiti-islamisti/">La società turca tra esercito e partiti islamisti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Turchia: I curdi di Istanbul</title>
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		<pubDate>Tue, 06 May 2008 05:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la seconda parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">la prima parte</a> e un approfondimento a seguire.]</em></p>
<p></p>
<p>Dal suo arresto in Kenia nel 1999, Abdullah Öcalan, il presidente del PKK (Partiya Kerkeran Kurdistan: il Partito, clandestino, dei Lavoratori del Kurdistan) non perde occasione per chiedere la fine della lotta armata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">Turchia: I curdi di Istanbul</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la seconda parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">la prima parte</a> e un approfondimento a seguire.]</em></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/007_istanbul_hb.jpg" alt="007_istanbul_hb.jpg" /></p>
<p>Dal suo arresto in Kenia nel 1999, Abdullah Öcalan, il presidente del PKK (Partiya Kerkeran Kurdistan: il Partito, clandestino, dei Lavoratori del Kurdistan) non perde occasione per chiedere la fine della lotta armata. Nell’ottobre del 2006 i dirigenti del PKK hanno proclamato il cessate il fuoco. Tuttavia nei territori turchi del sud-est, abitati prevalentemente da curdi e confinanti con il nord dell’Irak (precisamente con il Kurdistan iracheno, che è una regione a statuto speciale), gli scontri tra guerriglieri ed esercito turco non sono mai finiti.<span id="more-5758"></span></p>
<p>Lo scorso 18 dicembre, il presidente Abdullah Güll e il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, messi sotto pressione dalle richieste dell’MHP e del capo di stato maggiore Yaşar Büyükanid, hanno autorizzato l’esercito turco a effettuare incursioni aeree in territorio irakeno per colpire i campi di addestramento del PKK. Si è innescata così una spirale di violenza: per le strade delle maggiori città turche, quasi ogni notte vengono incendiate intere file di macchine, e quasi ogni settimana vengono ritrovati, o esplodono, piccoli ordigni dimostrativi. Il 3 gennaio, invece, una potente bomba è esplosa a Dyarbakir, la più grande città dei territori del sud-est. L’obiettivo era un veicolo militare, ma la deflagrazione ha investito anche la popolazione civile: erano civili i cinque morti, di cui due erano bambini, e trentasette dei sessantasette feriti. Questo ha offerto all’esercito il pretesto che stava aspettando per intensificare le operazioni militari. Il 22 febbraio è iniziata l’offensiva di terra: diecimila militari turchi hanno varcato i confini dell’Irak. In una settimana hanno compiuto una carneficina: 240 guerriglieri curdi uccisi, a fronte di 27 militari turchi. Il 29 febbraio uno scarno comunicato dell’esercito ha annunciato il ritiro delle truppe, motivandolo con “il raggiungimento degli obiettivi” – è probabile, in realtà, che le vere ragioni del ritiro siano state le pressioni degli USA e le cattive condizioni atmosferiche, e non è irragionevole prevedere una prossima ripresa delle ostilità. Nel frattempo in Turchia le manifestazioni di protesta dei curdi non vengono più autorizzate, e a Siirt un corteo pacifico si è concluso con pestaggi e arresti.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/008_istanbul_hb.jpg" alt="Quartiere di Fener" /></p>
<p><em>Quartiere di Fener</em></p>
<p>Il nostro viaggio nella Istanbul curda inizia a Tarlabaşi, un quartiere abitato in maggioranza da curdi. Appena vi mettiamo piede, siamo investiti da un odore acre che fa bruciare gli occhi e la gola. L’inverno di Istanbul è freddo e a Tarlabaşi la maggior parte delle case è riscaldata con stufe a legna. La legna però è costosa e nelle stufe viene bruciato un po’ di tutto, compresi materiali plastici. Da quelli che sembrano più tubi di scappamento che comignoli escono fumi di diverso colore che anneriscono le facciate e feriscono l’olfatto. Del resto Tarlabaşi non è il peggiore dei quartieri di Istanbul. A Fener e Kasimpaşa abbiamo respirato la stessa aria irrespirabile. E ci siamo imbattuti anche nei cosiddetti gecekondu, le “case costruite in una notte”: baracche edificate con materiali di recupero. A colpirci è stata non solo la miseria, ma anche la creatività di chi ci abita: la capacità di far fronte alle necessità della vita con il poco che si ha a disposizione. Gli abitanti di questi quartieri, curdi, zingari e turchi indigenti, ci hanno dato l’impressione di un’attività febbrile: donne (velate oppure no) intente a fare la spesa in coloratissimi mercati, uomini dediti a vendere, costruire, riparare qualsiasi cosa a ogni angolo di strada. L’operosa miseria di Tarlabaşi a Istanbul non è un’eccezione, ma la regola.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/009_istanbul_hb.jpg" alt="Carroarmato della Polizia nel quartiere di Tarlabaşi" /></p>
<p><em>Carroarmato della Polizia nel quartiere di Tarlabaşi</em></p>
<p>A Tarlabaşi, sulla stessa via di un’inquietante stazione di polizia davanti al cui ingresso campeggia un carroarmato bianco, si trova la sede del DTP (Demokratim Toplom Partisi), il Partito legale curdo “per una Società Democratica”, che alle ultime elezioni ha ottenuto 20 rappresentanti in Parlamento, e che recentemente è stato dichiarato anch’esso anticostituzionale, come L’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo attualmente al governo). I militanti del DTP ci accolgono amichevolmente, ci offrono çay, ci chiedono chi siamo, che cosa vogliamo. Fissiamo un appuntamento e poi torniamo sull’Istiklal.</p>
<p>Il nostro obiettivo è il Navenda Çanda Mezopotamya (il Centro Culturale della Mesopotamia). Qui conosciamo un gruppo di ragazzi sui vent’anni, tutti studenti universitari. Ci presentiamo come membri del “Partito comunista italiano”. E loro, dopo poche nostre parole di spiegazione, bollano subito quella che noi chiamiamo “sinistra antagonista” come “revisionista”. Li appassionano di più i nostri racconti sulla resistenza italiana, sui nostri partigiani. Perché questi ragazzi “vogliono andare sulle montagne”, cioè nei campi di addestramento del PKK.<br />
Hüsnü, uno dei più timidi, occhi azzuri e sorriso innocente, è stato in carcere otto mesi: “Eravamo un centinaio. Manifestavamo per la liberazione di  Öcalan. Abbiamo lanciato molotov alla stazione di polizia [quella col carroarmato davanti], ma i poliziotti hanno risposto sparando ad altezza d’uomo. Un mio compagno è stato ferito alla spalla. Lui, io e altri tre compagni siamo stati arrestati. Una volta in cella ci hanno pestati. Calci, pugni, manganelli. Poi otto mesi infernali”. Mi fa toccare la cicatrice sotto il mento.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/010_istanbul_hb.jpg" alt="Hüsnü, studente universitario curdo di İstanbul, nella sede del Centro Culturale della Mesopotamia" /></p>
<p><em>Hüsnü,  studente universitario curdo di İstanbul, nella sede del Centro Culturale della Mesopotamia</em></p>
<p>Impariamo due parole in curdo: heval, compagno, e caş. Caş significa “somarello”, ed è il termine con cui i militanti del PKK chiamano i curdi che scelgono la via dell’integrazione piuttosto che della lotta. Erhan ci spiega: “Sono almeno 20 milioni i curdi in Turchia [su un totale di 70 milioni di abitanti], ma chi non rivendica la propria identità curda vive di fatto come un turco, senza problemi. Per noi è caş. Sono caş ad esempio i curdi ricchi, ma soprattutto quelli che lavorano nell’amministrazione statale e occupano posizioni di potere”. Erhan sostiene che i caş non sono “veri” curdi, che non sono “puri”. Ma Hasan lo corregge: “Non si può essere caş se non si è curdi. Un caş è un curdo che sbaglia, ma che può ravvedersi”. Chiediamo loro se sono caş i settanta dirigenti di origine curda dell’AKP. “Sì”. Non lo sono invece i membri del DTP, a cui rimproverano soltanto una mancanza di radicalità.</p>
<p>Hasan è il più autorevole del gruppo. A lui gli altri si rivolgono quando non sanno che cosa rispondere. Chiediamo a lui qual è l’atteggiamento di giovani intellettuali curdi come loro rispetto alla religione islamica (sunnita) professata dalla maggioranza del loro popolo: “Noi siamo socialisti e laici, ma come intellettuali dobbiamo cercare di cambiare la società curda gradualmente, senza entrare in conflitto con la gente comune”. Gli domandiamo che cosa pensa del femminismo: “La politica del PKK si basa su tre pilastri: la democrazia, l’ecologismo e il femminismo. Nel PKK esiste un movimento delle donne, e non mancano donne nella guerriglia. I diritti delle donne per noi sono fondamentali, ma le lotte femministe da sole non sono sufficienti”. Gli chiediamo allora anche un’opinione a proposito del gay pride: “Sosteniamo anche le rivendicazioni delle persone omosessuali, ma non possiamo partecipare alle loro manifestazioni, perché basterebbe la nostra presenza a scatenare una reazione violenta da parte della polizia”.</p>
<p>A questo punto raccontiamo loro della conferenza stampa contro la polizia del collettivo studentesco di sinistra a cui abbiamo assistito. Domandiamo se ci sono ragazzi turchi solidali con le lotte dei curdi. Risponde: “Ci sono turchi di sinistra che difendono a parole i diritti dei curdi, ma in caso di scontri con la polizia non sono con noi”. Erhan corregge questa affermazione: “In realtà Duran Kalkan, uno dei leader del PKK, è turco. Anche i martiri Haci Karer e Kemal Pir erano turchi. A dire il vero lo sono anch’io”. “E anch’io” gli fa eco Yusuf. Non ce lo aspettavamo. Evidentemente la questione curda ha un valore ideale che trascende l’appartenenza etnica. Del resto non solo ci sono leader turchi nella guerriglia curda, ma anche generali curdi nell’esercito turco. Sulle montagne del sud-est non solo ci sono giovani turchi che combattono con il PKK, ma anche curdi soldati di leva che combattono contro il PKK. Da generazioni e generazioni turchi e curdi si sposano e fanno figli: c’è anche chi discende da una famiglia curda e neppure lo sa.</p>
<p>Si è fatto tardi. I ragazzi ci salutano esultanti: “La prossima volta ci incontreremo in un Kurdistan libero. Vi aspetteremo lì!” Ci congediamo con una certa commozione: una parte di me vorrebbe consigliare loro di aver cura delle proprie vite e di non rendersi copevoli dello spreco di vite altrui. Di non scegliere la via della montagna e di continuare le loro lotte da intellettuali, sul piano dell’opinione pubblica. Ma qualcosa mi trattiene. Il loro coraggio e il loro entusiasmo mi hanno confuso. La violenza chiama sempre violenza, ma mi è difficile in questo momento capire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Mi tornano in mente le sagge parole di Aysegul, la giovane donna che abbiamo incontrato nella sede dell’associazione Amargi: “Come femminista non posso che essere pacifista, e condannare la violenza degli uomini. La violenza dei bombardamenti dell’esercito nel nord dell’Irak, la violenza delle bombe del PKK. Però non posso non registrare l’asimmetria dei rapporti di forza in campo”.</p>
<p>Il giorno successivo un’amica ci procura un incontro con un altro giovane curdo. Mustafa è nato a Malatya, una città del sud-est, ventisette anni fa. Ora vive a Istanbul e lavora per la casa editrice indipendente Doz. Suo fratello, coinvolto nella guerriglia, ha ottenuto asilo politico in Francia. Anche lui qualche anno fa avrebbe voluto unirsi al PKK. A trattenerlo ora non sono convinzioni pacifiste, ma un amaro senso di disillusione: “I dirigenti del DTP per me sono caş. Öcalan è peggio: Öcalan è un traditore! Dopo l’arresto ha abbandonato le rivendicazioni indipendentiste solo per aver salva la vita. Io continuo a sognare un Kurdistan libero, ma fino a quando il PKK resterà assoggettato alla tirannia di Öcalan ogni lotta sarà inutile. Sempre meno giovani partono per le montagne: e sono per lo più giovani di Istanbul, o di Ankara. Chi vive nei territori curdi non si unisce più alla guerriglia, perché sa come stanno veramente le cose”.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/011_istanbul_hb.jpg" alt="Polizia sulla İstiklâl Caddesi" /></p>
<p>Mustafa ha accettato di parlare con noi a condizione di restare per strada. Teme che nella casa in cui abitiamo possano essere nascosti dei microfoni. Ci porta però alla sede di Doz. “Pubblichiamo per lo più in turco, ma anche in curdo. Ma non troverete i nostri libri al Navenda Çanda Mezopotamya”. Ci mostra testi di Selim Çürükkaya e Memet Şerif Şener, ex leader del PKK rifugiati all’estero. Entrambi hanno denunciato le stragi di curdi oppositori di Öcalan eseguite dal PKK. Mustafa fa i nomi di altri ex leader del PKK, che hanno avuto destini diversi: “Osman Öcalan e Nizamettin Taş hanno lasciato il PKK e si sono rifugiati nei territori curdi dell’Irak. Invece Kani Yilmaz, Kemal Sor, Hikmet Fidan sono stati uccisi per ordine di Öcalan”.</p>
<p>Con una grande confusione in testa torniamo alla sede del DTP. Ci accoglie Mehemet Samil Altan, un bell’uomo sulla cinquantina, i cui modi sono al tempo stesso bruschi e gentili. È un membro del Comitato esecutivo centrale del Partito. Fa portare del çay, e racconta: “Il DTP esiste dal 2005. Solitamente nel giro di 3-5 anni tutti i partiti curdi vengono chiusi dal governo. Tra poco toccherà anche a noi. Ci accusano di attentare all’unità nazionale turca e di sostenere il PKK. Ma il DTP non ha rapporti diretti con la guerriglia. Siamo un partito democratico che si batte per le libertà di tutti i popoli della Turchia, compresi i turchi. Anch’io, del resto, sono turco”.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/012_istanbul_hb.jpg" alt="Mehemet Samil Altan, membro del comitato esecutivo del DTP" /></p>
<p><em>Mehemet Samil Altan, membro del comitato esecutivo del DTP</em></p>
<p>Non ci stupiamo più. Ormai sappiamo che per chi milita per la causa curda l’identità politica conta più di quella etnica. Gli chiediamo invece un’opinione sulla storia degli armeni: “Dopo il crollo dell’impero ottomano, il popolo armeno ha subito un sistematico genocidio, ma in Turchia non se ne può parlare. Non è proibito esplicitamente dalla legge, ma a chi parla pubblicamente del genocidio degli armeni viene applicato l’articolo 301, che punisce per vilipendio alla nazione turca. Lo stesso capo di accusa che è stato rivolto anche a me per aver utilizzato il titolo onorifico ‘sayin’ [un modo più rispettoso di ‘bey’ per dire ‘signore’] a proposito di Ocalan durante un comizio”.<br />
Ci informiamo sulle posizioni del DTP a proposito delle rivendicazioni delle donne e delle persone omosessuali. “Nel programma del partito è dedicato spazio ad entrambe le questioni. Il DTP ha una doppia presidenza: abbiamo un presidente uomo, Nurettin Demirtaş, e una presidente donna, Emine Ayna”. A proposito del türban è lapidario: “Semplicemente, ognuno dovrebbe avere il diritto di vestire come vuole”.</p>
<p>Riusciamo poi ad entrare nei dettagli della questione curda. “Il DTP non chiede l’indipendenza del Kurdistan. Non la chiede più neppure il PKK. Non chiediamo neppure una regione curda a statuto speciale, come il Kurdistan irakeno. Però rivendichiamo il diritto, per un popolo che non è turco, di affermare la propria identità e di coltivare le proprie tradizioni. Ad esempio chiediamo l’istituzione di insegnamenti di curdo nelle università”.</p>
<p>Nel 1980, in seguito a un colpo di stato militare, fu imposto il divieto di dare nomi curdi ai propri figli e di parlare la lingua curda; dal 2002 è possibile scegliere liberamente il nome dei propri figli, non solo parlare ma anche pubblicare testi in lingua curda, e festeggiare Newroz, il capodanno curdo, il 21 marzo. Ma per Altan queste libertà non sono sufficienti: “Sono concessioni che l’AKP ha fatto per ingraziarsi l’opinione pubblica europea, non sono l’inizio di un vero cambiamento. Vi faccio un esempio: le televisioni private possono trasmettere in lingua curda solo per 45 minuti al giorno, e sono comunque obbligatori i sottotitoli in turco. Lo stato non può controllare le tv satellitari, perché trasmettono dall’estero. Però nelle regioni del sud-est da due anni l’esercito turco ha trovato il modo di disturbare il segnale. Qui a İstanbul non lo fanno”.</p>
<p>Domandiamo come mai anche nei territori curdi alle ultime elezioni l’AKP ha ottenuto la maggioranza dei voti: sappiamo ad esempio che durante il primo governo dell’AKP per la prima volta nelle regioni curde sono stati distribuiti manuali nelle scuole e la popolazione ha potuto beneficiare di cure sanitarie gratuite. ”L’AKP è un partito islamico, e ha giocato la sua campagna elettorale sui sentimenti religiosi della gente. Inoltre si è presentato come un partito europeista e modernizzatore in contrasto con l’esercito. Una volta vinte le elezioni, l’AKP ha però dimostrato la sua subalternità al blocco nazionalista e alle forze armate e la sua ostilità al popolo curdo. L’attacco militare nel nord dell’Irak non è stato soltanto un attacco alla guerriglia. Rappresenta anche un tentativo di dividere turchi e curdi, di impedire una lotta comune contro le oligarchie al potere.”</p>
<p>Gli chiediamo se a suo avviso i curdi che proseguono la lotta armata non facciano il gioco dell’esercito. “Non si può confondere la causa con l’effetto. Vi assicuro che il popolo curdo è stanco di questa guerra, di questa violenza. Ma al tempo stesso è esasperato”. Gli raccontiamo allora della nostra conversazione con i ragazzi al Navenda Çanda Mezopotamya. Commenta: “Non posso biasimare i giovani che scelgono la via delle montagne. È normale che i giovani vogliano cambiare il mondo senza accettare mediazioni. Il DTP non sostiene la guerriglia, ma non la condanna. Perchè è soltanto grazie al sacrificio di tante giovani vite che ora esiste il DTP”.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/013_istanbul_hb.jpg" alt="Sede del DTP nel quartiere di Tarlabaşi" /></p>
<p>Altan ci ha fornito molte importanti informazioni, ma nessuna riesce a giustificare ai nostri occhi la violenza di questi giorni: i bombardamenti  e l’invio di truppe di terra nell’Irak del nord, le auto bruciate e le bombe dimostrative a Istanbul, la strage di Dyarbakir. Comunque ci congediamo anche da lui, e lui ci accompagna all’uscita. Sulla soglia, ci stringe la mano. Fuori nevica. Mentre scendiamo i primi gradini, la porta ancora aperta dietro di noi, dalla strada una voce festosa ci chiama per nome: “Lorenzo! Giovanni!”. Riconosciamo gli scintillanti occhi neri di Hasan, quello che, nel gruppo dei ragazzi al Navenda Çanda Mezopotamya, ci era parso godere di maggiore autorità. Ci sorride, ci abbraccia, ci bacia. Altan, dietro di noi, commenta: “Vi siete già fatti degli amici qui”. Così Hasan si accorge della sua presenza. Subito si irrigidisce, si fa scuro in volto. Abbassa lo sguardo e prende a salire le scale. Ci liquida con un “ci vediamo”, entra nella sede del partito, chiude la porta dietro di sé.</p>
<p>Non sappiamo come interpretare questo repentino cambiamento del suo atteggiamento, ma questo viaggio ci ha insegnato che non si può pretendere di capire tutto. L’enigmatica espressione di Hasan è l’ultimo ricordo dei curdi di Istanbul che portiamo con noi.</p>
<p><em>Fine. </em></p>
<p>Lorenzo Bernini (<a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it"> lorenzo.bernini@unimi.it</a>), libero pensatore (e pensatore libertario), milita nel movimento lgbtq* (lesbico-gay-bisessuale-transessuale-transgender-queer*) ed è attualmente assegnista di ricerca in Storia della Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Milano.<br />
Tra le sue pubblicazioni:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4210"><em>La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal freudomarxismo alle teorie transgender</em>,</a> in Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità, a cura di Marco Inghilleri ed Elisabetta Ruspini, Napoli, Liguori, 2008, pp. 49-70.</li>
<li><a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833917894"><em>Il dispositivo totalitario, in Forme contemporanee di totalitarismo</em>,</a> a cura di Massimo Recalcati, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 141-155.</li>
<li><a href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000642.html"><em>Contro la liberazione sessuale, per un libero uso dei piaceri. Pensieri in movimento</em>,</a> in We will survive! Lesbiche, gay, trans in Italia, a cura di Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, Milano, Mimesis, 2007, pp. 43-58.</li>
<li><em>Le logiche del potere. Sovranità e biopolitica in Hobbes e Foucault</em>, in Storia dei concetti, Storia del pensiero politico. Saggi di ricerca, a cura di Sandro Chignola e Giuseppe Duso, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006, pp. 141-164.</li>
<li><a href="http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_fascicolo.php?isbn=11188&amp;ilmulino="><em> Una libertà senza liberalismo. A proposito dei corsi di Foucault al Collège de France (1977-1979)</em>,</a> in «Filosofia politica», n° 1, 2006, pp. 129-141.</li>
<li>Si veda anche: <a href="http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-new/modules/news/article.php?storyid=771">L&#8217;aborto, il caso di Napoli e i &#8220;ragazzi XXY&#8221;</a></li>
</ul>
<p>Foto: © <a href="mailto:sanoi@email.it">Giovanni Hänninen</a> 2008 all rights reserved</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">Turchia: I curdi di Istanbul</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Turchia: Le donne di Istanbul</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 05:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">la seconda parte</a> e un approfondimento a seguire.]<a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi"><br />
</a></em></p>
<p></p>
<p>Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">Turchia: Le donne di Istanbul</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it">Lorenzo Bernini</a>, fotografie di <a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><em>[NdR: questa è la prima parte di un reportage di viaggio in Turchia nell'inverno del 2007; leggi anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">la seconda parte</a> e un approfondimento a seguire.]<a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi"><br />
</a></em></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/001_istanbul_hb.jpg" alt="001_istanbul_hb.jpg" /></p>
<p>Negli ultimi anni Istanbul è diventata una meta molto battuta dai turisti italiani, attratti dallo splendore del Topkapi, il palazzo del sultano, della Moschea blu e di Santa Sofia. A Istanbul siamo stati anche noi, ma la nostra visita ha soltanto sfiorato le mete turistiche. Il nostro scopo era sondare l’opinione pubblica turca attorno a due problemi scottanti, dalla cui soluzione sembra dipendere l’ingresso della Turchia nell’unione Europea: il velo femminile e la questione curda. Il nostro viaggio si è svolto quindi in due tempi, attraverso di una realtà politica complicata e violenta. È stato un viaggio che ci ha riservato molte sorprese e durante il quale ci siamo dovuti sbarazzare di non pochi pregiudizi.<span id="more-5757"></span></p>
<p>Bastano pochi giorni a Istanbul per rendersi conto che globalizzazione e postmodernità non sono concetti astratti, ma categorie interpretative che esercitano una forte presa sulla realtà. In questa città, da sempre ponte tra oriente e occidente, si intersecano non solo temporalità multiple (chiese del sesto secolo e moschee del sedicesimo, palazzi art nouveau del primo ‘900, edifici modernisti degli anni cinquanta e recenti grattacieli), ma anche “dimensioni di vita” parallele. Per le strade del centro, percorse da venditori ambulanti di çay (tè) e di nohut pilav (riso e ceci), Mc Donald, Starbucks Coffee e Simit Sarayi (una catena turca di fast food) si affiancano a ristoranti tradizionali e chioschi di Kebab. La musica techno dei locali si alterna al canto dei muezzin diffuso dagli altoparlanti dei minareti. Abbiamo bevuto çay in salette fumose frequentate da un pubblico esclusivamente maschile dedito al gioco delle carte e della tavla (backgammon), e siamo stati a una festa in un locale all’ultimo piano di un edificio sull’Istiklal Caddesi (il viale dell’indipendenza, il corso centrale), la cui clientela di giovani uomini e donne alla moda avrebbe potuto trovarsi indifferentemente a Berlino, Londra o New York. In una situazione così complessa, non sempre al visitatore è facile capire come comportarsi per non offendere il proprio interlocutore, che cosa si può dire e su che cosa è meglio tacere. Ma come regola generale possiamo affermare che, quando abbiamo tentato di parlare di religione e di politica, la reazione più comune è stata un’imbarazzata reticenza che tradiva un sentimento di paura. Per non apparire maleducati o provocatori, talvolta abbiamo chiesto scusa giocando la parte dei turisti ingenui. Ma in alcuni rari casi ci è stato utilie dichiararci ricercatori universitari, giornalisti, e ancora di più militanti di sinistra, attivisti del movimento gay, membri del “Partito Comunista Italiano”.</p>
<p>Una cartina tornasole per sondare la complessità della società turca è la questione del velo femminile. La repubblica turca fondata da Mustafa Kemal (Atatürk, il padre dei turchi) nel 1923, era uno stato non solo laico, ma laicista. E tale è rimasta per lungo tempo. Nel 1989 una sentenza della corte costituzionale proibì alle donne di indossare il velo negli uffici pubblici e nei luoghi istituzionali, come nelle università. Di conseguenza, ancora qualche anno fa il presidente Ahmed Necdet Sezer evitava di invitare alle cerimonie ufficiali Emine Erdoğan, la moglie del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, per la sua abitudine di indossare il türban (il foulard che copre soltanto i capelli). E la deputata Merve Kavakçi, che voleva prestare giuramento velata, fu  privata dell’immunità parlamentare e perseguita per legge. Ma oggi anche Arunnissa Gül, la moglie del nuovo presidente Abdullah Gül, porta il türban. E lo scorso 7 febbraio il parlamento ha approvato degli emendamenti costituzionali che di fatto consentono di indossarlo nelle università &#8211; ufficialmente a godere di questa nuova libertà saranno però soltanto le studentesse, e non le professoresse: la nuova norma recita che “nessuno può essere privato del diritto a un’educazione superiore”.</p>
<p>L’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi), il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere da cinque anni e di nuovo vincitore alle scorse elezioni, a cui appartengono sia Gül sia Erdoğan, è infatti al tempo stesso un partito riformista, liberista e modernizzatore che promette di condurre la Turchia all’interno dell’Unione Europea, e un partito islamico sunnita moderato. Questo spiega (o giustifica ideologicamente) i conflitti tra il governo e l’esercito, ancorato all’eredità di Atatürk e garante della laicità dello Stato. È importante precisare che per laicità (laiklik) il blocco nazionalista, che oltre all’esercito comprende i cosidetti “lupi grigi” dell’MHP (Milliyeteçi Harcket Partisi, il Partito del Movimento Nazionalista), i servizi segreti, la polizia e buona parte della burocrazia e dell’università, intende non tanto la separazione tra stato e moschee, quanto il controllo della religione da parte dello stato. Del resto lo stesso culto di Atatürk, la cui effige è impressa su ogni banconota e la cui immagine ricorre in ritratti, fotografie, busti, monumenti sparsi nelle vie e nelle piazze di tutta la Turchia, assomiglia molto a una religione civile nazionalista. Anche la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella bianche è onnipresente, e quasi ogni mese le scuole festeggiano una ricorrenza della vita repubblicana.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/002_istanbul_hb.jpg" alt="Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu" /></p>
<p><em>Pannello luminoso con fotografia Atatürk su una parete nel distretto di Beyoğlu</em></p>
<p>Per pressioni dell’esercito, la scorsa primavera, la corte costituzionale aveva annullato l’elezione di Güll: Erdoğan ha reagito indicendo per il 22 luglio nuove elezioni legislative che l’AKP ha vinto con il 46,6% dei voti, ottenendo 341 seggi su 550. Con una tale maggioranza Güll è stato confermato alla presidenza il 28 agosto, e il governo ha presto annunciato la sua volontà di elaborare la riforma costituzionale ora approvata. La questione del velo è così diventata il simbolo dei conflitti tra l’AKP e il blocco nazionalista, che per il momento sembrano essersi risolti con una mediazione. Gli emendamenti alla costituzione sono passati infatti con 404 voti a favore e 92 contrari (era necessaria un maggioranza di almeno due terzi): a votarli sono stati non solo i parlamentari islamisti del’AKP, ma anche i “lupi grigi” nazionalisti dell’MHP. Segno di un preoccupante compromesso, che ha avuto contraccolpi significativi (il più evidente è stato l’invio dell’esercito nel Kurdistan iracheno), ma non sufficienti a chiudere definitivamente il contenzioso: una sentenza della corte costituzionale ha recentemente dichiarato l’AKP incompatibile con la costituzione turca. Per il momento l’esercito non sembra intenzionato a occupare il parlamento, ma è difficile prevedere come potrà evolvere una situazione tanto intricata.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/003_istanbul_hb.jpg" alt="Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione" /><br />
<em>Quartiere di Çarşamba. Una delle zone più conservatrici della città, negli ultimi anni ha vissuto un forte processo di islamizzazione</em></p>
<p>In alcuni quartieri, come a Carşamba, non sono poche le donne che per strada si coprono con il carsaf, il foulard nero integrale. Per motivi legati non alla laicità ma alla sicurezza dello Stato, non possono però occulatare il volto fino a rendersi irriconoscibili: ricorrono allora all’escamotage di appuntare una spilla al velo al di sotto del naso, in modo da ripararsi dagli sguardi maschili senza infrangere la legge. In questo quartiere, davanti alla moschea di Sultan Selim, abbiamo visto una teenager così abbigliata a braccetto di una coetanea dai capelli bicolori, in jeans attillatissimi e tacchi alti: una coppia di amiche a passeggio che, ci è sembrato, nessuno trovava stravagante. In altre zone della città, del resto, le donne integralmente velate sono una rarità.</p>
<p>A Benazid, davanti all’Università di Istanbul (una delle quasi-trenta università della città), abbiamo assistito alla conferenza stampa convocata da un collettivo di studenti socialisti (saranno stati una ventina) per protestare contro la polizia. Secondo il volantino che hanno distribuito, pochi giorni prima avevano subito un attacco degli studenti “fascisti”: la polizia aveva dato sostegno a questi ultimi e picchiato loro. A leggere il comunicato, di fronte a una cinquantina di giornalisti e fotografi e a più di cento poliziotti schierati in assetto anti-sommossa, era Dilan, una bella ragazza dai capelli fulvi sciolti sulle spalle.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/004_istanbul_hb.jpg" alt="Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all’Università di Istanbul" /><br />
<em>Dilan durante la manifestazione contro la polizia davanti all&#8217;Università di Istanbul</em></p>
<p>Tre anni fa anche il corteo dell’8 marzo è finito con un pestaggio che ha scosso l’opinione pubblica. Le associazioni femministe hanno organizzato altre manifestazioni di protesta, e l’8 marzo 2006 le forze dell’ordine hanno inviato soltanto poliziotte donne con in mano mazzi di fiori anziché manganelli e mitra. Il 2007 è stato invece l’anno del primo gay pride di Istanbul, organizzato dall’associazione Lambda, a cui ha portato sostegno con la sua presenza anche la nostra Vladimir Luxuria. In questo caso il corteo, poche centinaia di metri lungo l’Istiklal, è stato concordato con la polizia e non ha dato luogo a disordini – come, del resto, nessuno scontro è stato provocato dalla manifestazione dell’8 marzo 2008. Ma questo non significa necessariamente che si sia inaugurato un nuovo corso nei rapporti tra polizia e manifestanti.</p>
<p>A spiegarci perché è Aysegul, una dinamica trentenne militante nell’associazione femminista Amargi (il nome deriva da una parola sumera, che significa “libertà” ma anche “ritorno alla madre”). Ci racconta che nessuno in Turchia si fida della polizia, che tutti ne hanno paura. Ci descrive i poliziotti, di solito provenienti dalle classi meno abbienti, come violenti e corrotti: come detentori di un potere arbitrario e imprevedibile. I mazzi di fiori alla manifestazione dell’8 marzo 2006, a suo avviso, altro non sono stati se non un esempio della schizofrenia delle forze dell’ordine. Per questa ragione lei e le sue compagne li hanno rifiutati. Aysegul ci racconta dell’associazione Cumartesi Anneleri, “le madri del sabato” che ogni sabato protestano davanti al monumentale liceo Galatasaray, sull’Istiklal, per i propri figli o fratelli “scomparsi” nelle carceri turche. E che quasi ogni sabato vengono malmenate dalla polizia.</p>
<p>Amargi esiste dal 2001, e dalla metà del dicembre scorso ha aperto anche la prima libreria femminista della città che è anche uno spazio per conferenze e seminari: tra gli scaffali si trovano classici del femminismo, da Simone De Beauvoir a Luce Irigaray, ma anche testi delle più aggiornate queer theories, a partire da Judith Butler. Al momento nessuna donna velata fa parte di Amargi, ma Aysegul ci spiega che l’associazione non esprime giudizi sul türban e cerca un dialogo con le donne islamiche: “Portare il türban può essere una libera scelta, e solo una donna che ha fatto questa scelta può spiegarla alle altre”. Aysegul ritiene che per la società turca esercito e polizia costituiscono un pericolo molto più grave dell’Islam: un tempo sperava nelle riforme modernizzatrci di Güll ed Erdoğan, e nell’ingresso della Turchia in Europa, ma in seguito a quello che giudica un brutto compromesso tra AKP e blocco nazionalista, l’Europa le appare sempre più lontana. Perentoriamente Aysegul condanna l’intervento militare in Irak, da cui ritiene non possa venire nulla di buono per la Turchia e per i suoi rapporti internazionali.</p>
<p>Aysegul non è l’unica donna a parlarci della questione curda. In una traversa dell’Istiklal ci imbattiamo in una giovane writer col capo coperto: non dal türban, ma da un berretto di lana decorato con un motivo di fiamme. Con la mano destra impugna una bomboletta spray, nella sinistra porta una mascherina di cartoncino: Cins, questo il suo pseudonimo di street artist, sta decorando (o a imbrattando, a seconda dei punti di vista) un muro con la tecnica dello stencil. È lei a invitarci alla festa sull’Istiklal. Ma prima ci permette di fotografare i suoi lavori, non il suo volto. Ci mostra dapprima una galleria di ritratti sorridenti: “Questi sono i miei amici”. “Ma il mio primo ritratto è stato questo”: il volto di Deniz Gezniş, un giovane di sinistra ucciso dalla polizia in seguito a una manifestazione. Infine ci indica un altro stencil. Ritrae un bambino in lacrime. Sotto una scritta: “o şimdi ırakta asker” (ora è soldato in Irak). Cins, come Aysegul, è contraria non solo all’intervento dell’esercito turco contro i guerriglieri del PKK, a anche alla permanenza di truppe turche in Irak.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/005_istanbul_hb.jpg" alt="Gli stencil di Cins" /><br />
<em>Gli stencil di Cins</em></p>
<p>Ma non tutte, naturalmente, la pensano come Aysegul e Cins. Deniz ha trantacique anni ed è proprietaria di un elegante ristorante italiano sul Bosforo. Vive tra Istanbul e Londra e porta un cognome importante: Kalafat. Suo nonno Emin Kalafat, un parlamentare democratico, finì in prigione nel 1960 in seguito a un colpo di stato militare. Deniz si presenta con queste parole “Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Mi considero una donna democratica, laica, liberale e ritengo che tanto l’AKP quanto i lupi grigi dell’MHP costituiscano un pericolo per la democrazia. La storia della mia famiglia ha suscitato da sempre in me un’accesa avversione per l’esercito, però credo che nell’attuale situazione politica l’esercito sia l’unica istituzione che possa proteggere la Turchia tanto dall’islamismo radicale, quanto dal terrorismo curdo”. Le chiediamo di argomentare meglio: “Nei primi cinque anni di governo, l’AKP non ha sollevato la questione del velo, e i suoi rappresentanti in parlamento si sono occupati soltanto di questioni economiche. Ma dopo la nuova vittoria l’AKP ha rivelato la sua vera natura: si maschera da partito europeista, ma è un partito islamico che rischia di condurre la Turchia in una situazione simile a quella iraniana. Personalmente ritengo che ogni donna dovrebbe avere il diritto di vestire come vuole. Ma nessuno può presentarsi a un controllo dei documenti con il volto coperto dal carsaf! Da laica, ritengo anche che non si dovrebbero indossare simboli religiosi nelle istituzioni pubbliche, e che una professoressa non dovrebbe fare lezione col türban perché non dovrebbe fare proselitismo religioso presso i propri studenti”.</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/006_istanbul_hb.jpg" alt="Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra" /><br />
<em>Deniz Kalafat, imprenditrice turca residente a Londra</em></p>
<p>Sulla questione curda è lapidaria: “L’opinione pubbica europea nutre forti simpatie per il popolo curdo, e sembra non capire che il PKK è semplicemente un partito di terroristi, come l’IRA in Irlanda e l’ETA nei paesi baschi. Sono stata favorevole all’intervento militare nel nord dell’Irak. Era l’unica soluzione possibile.”</p>
<p><em>Fine della prima puntata. </em></p>
<p>Lorenzo Bernini (<a href="mailto:lorenzo.bernini@unimi.it"> lorenzo.bernini@unimi.it</a>), libero pensatore (e pensatore libertario), milita nel movimento lgbtq* (lesbico-gay-bisessuale-transessuale-transgender-queer*) ed è attualmente assegnista di ricerca in Storia della Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Milano.<br />
Tra le sue pubblicazioni:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4210"><em>La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal freudomarxismo alle teorie transgender</em>,</a> in Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità, a cura di Marco Inghilleri ed Elisabetta Ruspini, Napoli, Liguori, 2008, pp. 49-70.</li>
<li><a href="http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833917894"><em>Il dispositivo totalitario, in Forme contemporanee di totalitarismo</em>,</a> a cura di Massimo Recalcati, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 141-155.</li>
<li><a href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000642.html"><em>Contro la liberazione sessuale, per un libero uso dei piaceri. Pensieri in movimento</em>,</a> in We will survive! Lesbiche, gay, trans in Italia, a cura di Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, Milano, Mimesis, 2007, pp. 43-58.</li>
<li><em>Le logiche del potere. Sovranità e biopolitica in Hobbes e Foucault</em>, in Storia dei concetti, Storia del pensiero politico. Saggi di ricerca, a cura di Sandro Chignola e Giuseppe Duso, Napoli, Editoriale Scientifica, 2006, pp. 141-164.</li>
<li><a href="http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_fascicolo.php?isbn=11188&amp;ilmulino="><em> Una libertà senza liberalismo. A proposito dei corsi di Foucault al Collège de France (1977-1979)</em>,</a> in «Filosofia politica», n° 1, 2006, pp. 129-141.</li>
<li>Si veda anche: <a href="http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-new/modules/news/article.php?storyid=771">L&#8217;aborto, il caso di Napoli e i &#8220;ragazzi XXY&#8221;</a></li>
</ul>
<p>Foto: © <a href="mailto:sanoi@email.it">Giovanni Hänninen</a> 2008 all rights reserved</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/turchia-le-donne-di-istanbul/">Turchia: Le donne di Istanbul</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il lato oscuro della forza</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/04/06/il-lato-oscuro-della-forza/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 06 Apr 2003 14:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Questa guerra palesa una cosa che non avevo mai visto prima. Non l’avevo mai vista così.In tutte le occasioni precedenti in cui mi era capitato di interpretare le notizie e le immagini pervenute da una guerra, di rifletterci o di riflettere su guerre passate, di cercare informazioni su una delle molte guerre invisibili che si trascinano in ogni parte del mondo senza arrivare nei mezzi di comunicazione di massa più di massa a partire dalla tv, questo aspetto, questa cosa che si manifesta nella guerra, mi era sfuggita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/06/il-lato-oscuro-della-forza/">Il lato oscuro della forza</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Questa guerra palesa una cosa che non avevo mai visto prima. Non l’avevo mai vista così.In tutte le occasioni precedenti in cui mi era capitato di interpretare le notizie e le immagini pervenute da una guerra, di rifletterci o di riflettere su guerre passate, di cercare informazioni su una delle molte guerre invisibili che si trascinano in ogni parte del mondo senza arrivare nei mezzi di comunicazione di massa più di massa a partire dalla tv, questo aspetto, questa cosa che si manifesta nella guerra, mi era sfuggita. Ripeto volutamente la parola guerra, perché la guerra è guerra e questa guerra, considerata nella sua sostanza, verrebbe a dire nella sua materia cruda di guerra, è una delle molte. Però solo questa guerra mi ha fatto saltare all’occhio la sua malvagità.<br />
<span id="more-12"></span><br />
Ma guarda cosa scopre questa, direte voi, sembra  arrivata ieri dalla luna. Mai visto quadri intitolati <em>Guernica </em>o <em>Desastres de la guerra</em>? Mai letto <em>Johnny get your gun</em>, <em>Niente di nuovo in Occidente</em>, le poesie di Robert Owen<em>? Apocalype Now </em>dice niente? <em>Full Metal Jacket</em>? Neanche de Gregori quando canta “che la guerra è bella anche se fa male”, con l’ironia che capisce pure un cretino, perché la guerra non è bella, è orrenda, è orrenda e fa male, è orrenda perché fa male. E questa, per giunta, è una guerra unilaterale, fuori dalla legalità internazionale, una guerra d’aggressione, una guerra ingiusta.</p>
<p>Il fatto è che anch’io mi sono sempre mossa fra questi termini: la ferocia, la brutalità, l’orrore della guerra e  poi le considerazioni sulla sua legittimità o illegittimità, sempre tenendoci vicino l’altro lato, quello che afferma che la guerra, anche la più giusta della guerre,  è orribile e fa male.</p>
<p>Non sono mai stata una pacifista in senso stretto, cioè una persona che rifiuta la guerra in modo assoluto e non lo sono neanche ora, neanche se ora mi ritrovo con lo sguardo fisso sul male  mostrato da questa guerra. Che è il male presente in tutte le guerre. Però di solito quel male si nasconde. Si camuffa dietro esattamente questi due volti: quello della guerra che fa male e quello della guerra giusta o ingiusta.</p>
<p>Il male di cui parlo è un&#8217;altra cosa. Non coincide con la quantità di distruzione e morte disseminata, né con l’ingiustizia e l’illegalità. Non ha nemmeno, in senso stretto, i nomi e le facce di Bush e dei suoi strateghi, generali, ideologi e alleati. Tantomeno è l’America.<br />
E allora attenzione! Stiamo lasciando il territorio ragionevole della politica, geopolitica, storia ed economia globale! Qui si  parte per la metafisica del Male!</p>
<p>Di solito, e anche in questo caso, si riempiono la bocca della retorica del Male quelli che ne sono gli agenti. Non ne parlano gli intellettuali e gli specialisti autorevoli, con l’eccezione, questa volta, del papa, al quale si riconosce la qualifica di specialista autorevole, autorizzato a ricorrere alla parola “male”. Il papa si oppone a questa guerra con il suo linguaggio, per le ragioni espresse con quel linguaggio e per altre non espresse, così come con altri discorsi ritagliati sulle loro competenze, i loro ruoli e orientamenti fanno Cacciari, Chomsky e Chirac. Il che, nell’economia globale della divisione dei saperi e delle competenze, relativizza l’uso di quella parola facendo della nozione del male un sapere parziale, un punto di vista come un altro.</p>
<p>Fra i tanti campi del sapere specialistico trascurati da quelli che vengono definiti intellettuali c’è anche quello del male. E’ giusto, o perlomeno inevitabile che sia così, che del male possa parlare solo un papa notoriamente non progressista, i suoi vescovi più decrepiti e i suoi esorcisti, e semmai, in termini molto più generici, qualche dottore in teologia e in filosofia? E’ possibile ragionare sul male, sul male che emerge in una concreta circostanza storica, da non specialisti? Da non aderenti ai dogmi di una o di un’altra religione? Non dico da “laici”, perché è un termine di cui mi sfugge sempre di più il senso.</p>
<p>Oggi è necessario, anche se un ragionamento del genere non può approdare a nessuna spiegazione, perché il male comincia a manifestarsi precisamente nel punto dove non reggono più le spiegazioni.<br />
Perché il governo americano ha scatenato questa guerra?<br />
Per il petrolio? .<br />
Per vocazione imperiale o imperialista?<br />
Per controllare i Turchi e i Sauditi più da vicino?<br />
Per la sicurezza nazionale che sarà tutelata solo quando si sarà agito in modo analogo contro altri Stati Canaglia quali, a secondo delle priorità e preferenze del momento, sono Corea del Nord (che non c’entra col terrorismo islamico), Siria e Iran?<br />
Che razza di conti ci sono dietro all’ultima di queste possibili spiegazioni, quella più accreditata dai discorsi e piani e teoremi filogovernativi americani e dei loro alleati?<br />
Li avranno fatto i loro wargames preliminari calcolando il <em>worst possible scenario </em>del quale cerco di riprodurre solo alcuni aspetti, dal <em>loro </em>punto di vista:</p>
<p>1) ulteriore aumento dell’odio nel mondo islamico con sicurissimo incremento delle reclute al  terrorismo.<br />
2) indebolimento di tutti i governi musulmani amici, variabile a seconda della durata e in genere dell’andamento della guerra con un rischio che va dalle rivolte all’allargamento del conflitto a tutta l’area, con necessità di mandare anche lì i propri soldati.<br />
3) impossibilità di poter calcolare le perdite fra le proprie truppe dal momento in cui si decide per un invasione da terra.<br />
4) calo dei consensi in relazione alla difficoltà di conseguire la vittoria e al numero di morti fra i civili iracheni e, soprattutto, dei propri soldati durante questa guerra, per non parlare di quelle ancora “programmate” per completare il piano.<br />
5) impossibilità di controllare l’informazione ai livelli della guerra del ’91 per la diffusione globale di reti arabe, di internet ecc.<br />
6) possibilità di contraccolpi con qualche rimasuglio delle famose armi non convenzionali e altissima probabilità che quegli arsenali siano stati smembrati con spostamenti fuori dall’Iraq finendo nelle mani di Al Quaeda e simili, ovunque essi abbiano le loro coperture e le loro basi, cioè possibilmente in tutto il mondo islamico e non solo.<br />
7) conflitto turco-curdo: o la Turchia si prende una parte di Kurdistan iracheno e continua a reprimere i curdi del suo territorio o l’autonomia dei curdi iracheni rivitalizza il nazionalismo curdo e crea problemi all’alleato turco.<br />
8) costi della guerra e della ricostruzione, peso di questi costi sull’economia americana, contraccolpi dell’andamento bellico sulle borse e sull’economia in generale.<br />
9) amministrazione del paese conquistato, dei suoi conflitti etnici e religiosi oltre a quelli elencati al punto precedente. Legami e aiuti fra sciiti iracheni e Iran.<br />
10) il rischio che se veramente si arrivasse a un sistema democratico, questo potrebbe far vincere la corrente che gode di maggiore consenso nell’area, cioè quella islamista. Quindi probabile impossibilità di mantenere una promessa fatta all’opinione pubblica in cerca di consenso per la guerra.</p>
<p>Tutti questi rischi e molti ancora che non mi vengono in mente o che non conosco, quelli che hanno deciso per questa guerra li conoscevano e hanno deciso di correrli o di ignorarli, così come hanno deciso di non modificare i loro piani in reazione all’opposizione dell’ONU, dell’Europa, del parlamento turco, del papa, dei centinaia di milioni di oppositori occidentali a questa guerra, inclusi quelli del loro paese. Perché?</p>
<p>Perché sono i soliti americani ignoranti e strafottenti, che standosene lontani sul loro mezzo continente e avendo visto troppi dei loro film non capiscono un accidente del resto del mondo? Questi luoghi comuni sembrano incarnarsi alla perfezione nel testimonial più in vista del campo americano, ovvero in George Bush, ma l’evidenza che il presidente abbia quell’aspetto da fantoccio poco intelligente e poco istruito, rende anche più visibile il fatto che la guerra non l’abbia decisa lui da solo.</p>
<p>Dietro alla decisione concreta c’è un gruppo di persone, un gruppo di persone <em>finito</em>, anche se non se ne conoscono probabilmente tutti i componenti – magari è importantissima la mamma di Rumsfeld &#8211; né il loro peso e le sfumature delle loro singole motivazioni. E dietro a questo gruppo fra cui non mancano quelle di intelligenza e di cultura o di competenza specifica c’è tutto l’apparato di servizi segreti, esperti, consiglieri e così via che messi insieme avranno fornito e continuano a fornire informazioni sovrabbondanti, non univoche e persino erronee, che però le forniscono senz’altro.</p>
<p>Ma sostenere che la guerra è stata decisa da un gruppo di persone significa qualcosa in più. Significa scavalcare, in questo ragionamento, ogni interpretazione di tipo complottistico per cui – faccio le esempio più rozzo e più lampante- la guerra la farebbero le compagnie petrolifere. Perché anche se tre quarti dell’attuale governo vi sono effettivamente implicati, non sono quelle ad aver dato l’ordine di attacco. E significa pure ritenere che l’impossibilità di stabilire quale fra le ragioni per la guerra sopra elencate sia quella “vera”, non costituisca un ostacolo per rifletterci sopra, visto che ognuno di quelli coinvolti nella decisione avrà avuto le sue “priorità”. La sola cosa importante che questa opacità di motivi fa vedere è il fatto che non si tratta di un azione completamente razionale, se includiamo nel razionale anche le ragioni più abiette e predatorie, quelle che tradizionalmente sono all’origine delle guerre: accapparrarsi le risorse del paese x, conquistare uno sbocco a mare ecc.</p>
<p>La figura che in questi anni ha più di ogni altra rappresentato il male per l’immaginario collettivo è una creazione della letteratura e del cinema americano che si chiama serial-killer. Certo che esiste nel mondo qualche maniaco solitario e compulsivo, ma basta guardare alle modalità con cui in ogni parte vengono commessi molti dei crimini, inclusi gli assassinii, di stampo pedofilo (sempre per stare in un campo ritenuto emblematico del male) e ci si accorge che il serial-killer è un mito che copre una realtà molto più diversificata e inquietante. La gran parte della violenza più terribile nasce da azioni di gruppo. Per l’esattezza: non sorgerebbe nemmeno senza una collettività, dalla più elementare dei gruppi paragonati al “branco” alle più sofisticate e strutturate organizzazioni..</p>
<p>Nel primo caso i fatti appaiono semplici: le singole persone si fondono in un&#8217;unica forza d’aggressione, in cui letteralmente l’unione fa la forza, senza residui, senza premeditazione. Ma ripensando ad alcuni dei più celebri delitti italiani recenti, si vede che le cose spesso non vanno proprio così: gli assassini della ragazza di Leno avevano deciso prima che dovevano “darle una lezione”; Erika e Omar rimuginavano da anni su come risolvere il problema della mamma oppressiva; le ragazze che hanno ammazzato la suora di Sondrio erano incollate da certi loro interessi satanisti anche solo musicali. In breve, tutti si erano creati una qualche sovrasstruttura collettiva, per quanto debole o delirante.</p>
<p>Questa digressione valga per sottolineare due aspetti che rendono più pericolose le azioni di gruppo.<br />
Il primo – banalissimo &#8211; è che in gruppo ci si sente, anzi si è più forti.<br />
Il secondo è più interessante perché è all’apparenza all’opposto del primo. Per programmare lo scatenamento della forza in gruppo, per agire come un branco, esseri umani distinti devono mettersi d’accordo, devono trovarsi delle “ragioni” condivise. Una volta raggiunto questo consenso, diventa difficile tirarsi indietro perché è stato fondato un soggetto collettivo.</p>
<p>Questa digressione non vuole stabilire un paragone piatto fra governanti americani e assassini adolescenti italiani, tantomeno fungere da espediente retorico per una condanna morale. Che chi ha la facoltà di mandare degli esseri umani a uccidere e farsi uccidere, possa essere definito “assassino”, è la scoperta dell’acqua calda. Sono assassini anche i predecessori di Bush, Blair e compagni che decisero lo sbarco in Normandia, anzi assassini più feroci perché le atomiche su Hiroshima e Nagasaki e i bombardamenti a tappeto delle città tedesche e quelli meno terrificanti delle città italiane furono azioni deliberate. Infatti non si giustificano, perché i mezzi non giustificano il fine, ma il fine obiettivo di quell’entrata in guerra resta un altro. Mia madre sarebbe morta in un campo di sterminio, io non sarei mai nata senza l’intervento americano. E’ solo un esempio, scusate se è personale. Però aiuta a ribadire meglio: io devo la vita agli americani, ma neanche ai soldati di allora devo l’adesione semplice, la giustificazione assoluta.</p>
<p>Non sono antiamericana: non solo per il debito di sopra, non per il consueto apprezzamento di non so quanti prodotti della cultura americana, dalla Coca-Cola a Don de Lillo, ma perché distinguere, valutare distinguendo è possibile e importante. Fino a quando è possibile: è importante puntare il dito sulle vittime tedesche e giapponesi deliberatamente bruciate nelle loro città, mentre il fatto che Hitler, prima di scatenere la guerra, aveva risolto il problema della disoccupazione, non ha più peso. C’è una quantità di male che rende ogni residuo del suo contrario talmente piegato e asservito da risultare irrilevante, di fatto, non solo nel giudizio morale. Il mio discorso non avrebbe alcun senso se non fossi convinta che Bush non è Hitler, né l’America di oggi la Germania del ’33. Anche nelle elaborazioni più preoccupanti non c’è traccia di un’ideologia simile a quella nazista, né piani che vi corrispondono, e il popolo americano, per quanto pattriotico, non mostra collettivamente segni di fanatismo. Guardando solo alle vittime civili, potremmo anche concludere che questi americani sono in realtà più buoni e più leali di quelli mai visti prima, perché cercano effettivamente di limitarne il numero e mandano il loro esercito ad agire apertamente, col rischio di sacrifici, anziché affidare i propri interessi a una giunta o a un tiranno senza scrupoli, fra cui figura chiaramente lo stesso Saddam Hussein. Ma quanto sta emergendo prepotentemente con questa guerra è allarmante, più del maccartismo, più del Vietnam, più del mezzo secolo abbondante di porcherie in politica estera, più di tutto questo messo insieme: l’idea e la prassi del dominio esercitato attraverso la forza, di un dominio ritenuto legittimo e virtuoso, tende per sua natura a strangolare lentamente ogni idea e prassi di libertà, di svuotare dall’interno la democrazia, di pervertire l’America .</p>
<p>L’immagine più compatta e complessa dell’America che io abbia in mente è quella mostrata di recente da <em>Gangs of New York</em>, che rivela la violenza nuda e cruda della lotta per il controllo di un piccolo pezzo di territorio cittadino fra i newyorkesi venuti prima e gli immigrati venuti dopo. Questa violenza sta alla base non dello spirito del West dove i cowboys ammazzano gli indiani, ma della città per noi tutti sinonimo della America cosmopolita, colta, multietnica e urbana. Martin Scorsese ha fatto questo film perché ha riconosciuto la propria esperienza di adolescente italo-americano del Bronx nel libro di Herbert Ashbury che ritraeva la città un centinaio di anni prima, perché ha riconosciuto che la sua esperienza non era che la riproduzione di un’esperienza pregressa, la ripetizione di una violenza originaria, anzi fondativa. Secondo René Girard, che ne ha coniato l’espressione, la raffigurazione, lo svelamento della violenza fondativa, la sua rappresentazione piena, è già l’inizio della crisi del suo funzionamento basato invece sull’occultamento mistificatorio.</p>
<p>Oggi un figlio di immigrati molisani gira a Cinecittà un epos che si misura e in tal modo relativizza i classici <em>La nascita di una nazione </em>e <em>La conquista del West</em> girati da registi WASP. Scorsese modella il suo racconto epico – e qui sta un&#8217;altra complicazione- sia sui canoni più aggiornati del kolossal hollywoodiano (la battaglia trucolentissima iniziale, obbligatoria ca. dai tempi di <em>Braveheart </em>e del Soldato Ryan; la citazione di un mondo da <em>Conan il Barbaro</em>) che sui capolavori feuilleton del ottocento, creando un film pomposo, ripetitivo, povero di finezze psicologiche e privo, pur con tutta la sua spettacolarità, di coperture estetiche, sociologiche, storicistiche ecc. alla  violenza che è l’unico suo contenuto. Non si vedono buoni e cattivi da nessuna parte: polizia ed esercito ammazzano i poveracci in rivolta contro la leva i quali impiccano ogni negro trovato per strada, colpevole di trascinarli in guerra. In questo, è molto diverso dal cinema di denuncia degli anni settanta che rifaceva il western dalla parte degli indiani o di molti grandi film sul Vietnam: non, in senso stretto, un’opera di denuncia, ma semplicemente una dimostrazione di ciò che è stato. Proprio per questo è un segnale importante, un segno che riflette in maniera precisissima l’ambiguità dei potenziali di una società capace di rappresentarsi in questo modo. Noi, in Europa, non saremmo stati in grado di produrre qualcosa di analogo non tanto perché ci mancano i maestri del cinema ex-teppisti, ma perché, anche se li avessimo, l’origine violenta del nostro mondo non la tocchiamo più. Inutile precisare che siamo diventati pacifici da poco.</p>
<p>Secondo Girard la crisi che permette lo svelamento della violenza fondativa non coincide affatto con una  sua diminuzione, anzi: quando il sangue che garantiva una certa stabilità non la garantisce più, ce ne vuole altro e altro ancora. Forse l’America è entrata in questo tipo di fase e tutta la sua parte libertaria, autocritica, e egalitaria, una parte che dal tempo del movimento per i diritti civili, pur con qualche contraccolpo, non ha fatto altro che crescere e consolidarsi, vi è tragicamente implicata.  Ma è ancora una partita ambigua, una partita aperta, in cui bisogna entrare e lottare perché si tratta anche di noi. Se Bush, i suoi compari e padrini e il loro humus alla lunga vincessero non solo in Iraq o in altri luoghi remoti, ma nel loro paese – dove stanno già ampiamente demolendo le tradizionali libertà &#8211; , subiremmo tutti una perdita così terrificante da rendere obsoleta ogni postura d’orgoglio antiamericano. Stiamo ragionando sul nostro futuro e sulla nostra pelle.</p>
<p>Torniamo al punto di partenza. Qual è il male che si manifesta in questa guerra? E’ il disegno degli ideologi <em>neoconservative</em>, è la scoperta di piani per l’egemonia americana nel mondo che prevedono l’invasione in Iraq e che sono stati elaborati anni prima dell’undici settembre dallo stesso gruppo di persone che, trovandosi oggi al potere, ha cominciato a metterli in atto?</p>
<p>Secondo me è qualcosa che si trova ancora un po’ più sotto, qualcosa di molto semplice e banale, come è il male definito da Hannah Arendt. Se non fosse così banale nei suoi meccanismi, farebbe meno danni.<br />
Da quando assisto sgomenta ai notiziari quotidiani della guerra, mi ronza in testa una stranota espressione che deriva da uno dei film-mito del cinema americano: il lato oscuro della forza.<br />
In <em>Guerre Stellari </em>(il cui titolo non a caso fu ripreso per battezzare uno dei più costosi progetti di riarmo statunitense) si combattono il Bene e il Male ben distinti, con trionfo finale del Bene; solo che i signori del Male un tempo erano anch’essi campioni del Bene, cavalieri Jedi. Ma a un certo momento sono stati pervertiti, come direbbe il papa, dal lato oscuro della forza. La forza, quella sempre invocata – “che la forza sia con te!” – è una sola. Il suo lato oscuro – sarebbe meglio dire: parte oscura – si manifesta quando sfugge al controllo di chi la esercita, quando cerca di imporre un dominio infinito, fine a se stesso.</p>
<p>Lo so che è banale sostenere che il motore dell’attuale politica americana, il collante del gruppo al potere, il sostrato sotto la coperture ideologica delle teorie <em>neoconservative </em>sia “il lato oscuro della forza.“ Ma appare altrettanto evidente come tutti coloro abbiano creduto eccessivamente, quasi misticamente – non a un <em>God On Our Side </em>cristiano fondamentalista – ma alla loro forza: militare e tecnologica in primo luogo, poi economica e politica. E’ lo strapotere della loro forza che li ha convinti tutti a passare dal piano della teoria e dei giochi preliminari all’azione, dalla fantasia alla realtà, con la disinvoltura alienata che di solito si attribuisce ai ragazzini rintronati dai videogame, facendo apparire trascurabile fino all’inconsistenza ogni altro aspetto, a cominciare dalla mortalità e vulnerabilità psicologica dei propri soldati.</p>
<p>Robert Kagan, uno dei teorici di area <em>neoconservative </em>a mia saputa non coinvolto con l’amministrazione Bush e tutt’altro che un ignorante e cretino in un intervista di confronto con Daniel Cohn-Bendit allo <em>Spiegel </em>diceva più o meno così, perfettamente serio: “se uno ha un bel martello forte, gli viene da picchiarlo sui chiodi e per forza poi qualcuno non lo colpisce bene o gli entra storto”.<br />
Quel martello citato in rappresentanza degli armamenti più sofisticati e costosi del pianeta mette in luce come non ci sia nemmeno da avere troppo timore reverenziale della tecnologia, perché il mito tecnologico non si rivela altro che una copertura per il solito meccanismo d’espansione della forza.<br />
Quelli che credono di dominarla per dominare ne sono a loro volta dominati.  E’ un’altra costatazione per niente nuovo, ma tenerla d’occhio sotto l’armatura pesantissima e terrificante di tecnologia e ideologia, aiuta a <em>sentire meglio </em>il pericolo in cui ci troviamo, noi esseri umani né dominatori né dominati.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/06/il-lato-oscuro-della-forza/">Il lato oscuro della forza</a></p>
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