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	<title>Nazione Indiana &#187; la città dei ragazzi</title>
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		<title>Rialzarsi e ripartire con gli illegittimi</title>
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		<pubDate>Sat, 10 May 2008 13:40:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>di Stefano Gallerani</p>
<p>Tra i suoi coetanei, cioè dei nati negli anni cinquanta, probabilmente Eraldo Affinati è lo scrittore che più degli altri – e sin dall’esordio, nel 1992, con <em style="font-weight: bold">Veglia d’armi</em>. <em style="font-weight: bold">L’uomo di Tolstòj</em> (Marietti) &#8211; è andato costruendosi un mondo in tutto e per tutto riconoscibile, l’immagine rifratta di un’idea di letteratura, e dunque di vita; o meglio, insieme a Michele Mari e Gabriele Frasca è sicuramente quello che ha praticato con più accanimento, anche assumendosi il rischio di esiti alterni, la coerenza a un’idea come forma di ricerca, ossia come strumento di conoscenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/10/rialzarsi-e-ripartire-con-gli-illegittimi/">Rialzarsi e ripartire con gli illegittimi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/eraldo_affinati.JPG" title="eraldo_affinati.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/eraldo_affinati.thumbnail.JPG" alt="eraldo_affinati.JPG" /></a></p>
<p>di <span style="font-weight: bold">Stefano Gallerani</span></p>
<p>Tra i suoi coetanei, cioè dei nati negli anni cinquanta, probabilmente Eraldo Affinati è lo scrittore che più degli altri – e sin dall’esordio, nel 1992, con <em style="font-weight: bold">Veglia d’armi</em><span style="font-weight: bold">. </span><em style="font-weight: bold">L’uomo di Tolstòj</em> (Marietti) &#8211; è andato costruendosi un mondo in tutto e per tutto riconoscibile, l’immagine rifratta di un’idea di letteratura, e dunque di vita; o meglio, insieme a <span style="font-weight: bold">Michele Mari</span> e <span style="font-weight: bold">Gabriele Frasca</span> è sicuramente quello che ha praticato con più accanimento, anche assumendosi il rischio di esiti alterni, la coerenza a un’idea come forma di ricerca, ossia come strumento di conoscenza.<span id="more-5880"></span> Era evidente nella raccolta di scritti pubblicata nel 2006 per Fandango, <em style="font-weight: bold">Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em>, che di questa ricerca rappresenta, per così dire, il carnet di studio, e lo è tanto più ne <span style="font-weight: bold; font-style: italic">La città dei ragazzi</span>, appena uscito per Mondadori (“Scrittori italiani e stranieri”, pp. 210, € 17,00). Tornando a praticare, quattro anni dopo <em style="font-weight: bold">Secoli di gioventù</em>,  la forma di scrittura a lui più congeniale – una sorta di autobiografismo ibrido in cui la prima persona tracima dal piano personale a quello più propriamente emblematico, e dunque etico -, Affinati sviluppa ora, tra romanzo e diario, due modalità ricorrenti  nei suoi libri, due leitmotiv: da un lato, come in <em style="font-weight: bold">Bandiera bianca</em> (1995), c’è il ritratto di un ambiente chiuso, delimitato, còlto nei suoi attimi di cedimento alla realtà: la romana “Città dei ragazzi” fondata nel ’53 dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing per accogliere, secondo quanto recita oggi il sito ufficiale dell’istituzione, “giovani in particolare stato di disagio sociale, che, privi di un valido sostegno familiare per i più svariati motivi e di un adeguato supporto delle strutture pubbliche, versano in grave rischio di devianza”; dall’altro viene stilato il resoconto del viaggio compiuto in Nordafrica assieme a Omar e Faris, due “cittadini”, nel segno di un’insanabile contraddizione: «scoprire l’enigma delle origini» e confermarsi nella convinzione che «un fatto, al di là della sua flagranza, si riduce alla visione di chi lo riporta». Ma la circoscrizione di un luogo, la sua clausura eccentrica, o il pellegrinaggio verso un altrove fortemente simbolico (in <em style="font-weight: bold">Campo del sangue</em>, del ’97, si trattava di Auschwitz, qui è il Marocco) non testimoniano, come pure potrebbe sembrare, di un disagio verso il presente (era così, invece, nella dislocazione temporale de <em style="font-weight: bold">Il nemico negli occhi</em>, 2001), bensì esprimono una precisa volontà di comprensione e un accorato sentimento di indulgenza. Ma indulgenza per cosa? In primo luogo, nei confronti dei ragazzi cui Affinati insegna a compitare in italiano, a loro modo tutti illegittimi &#8211; che lo siano davvero oppure no, gettati comunque in pasto alla vita illegittimamente, col solo bagaglio, poco più che decenni, di un’esistenza già segnata da un prefisso costante: <em>ri</em>alzarsi, <em>ri</em>partire, <em>ri</em>crescere. E poi, appunto, verso la condizione stessa di illegittimità, quella dei suoi allievi, certo, ma anche quella vissuta dal padre dello scrittore, e a questi trasmessa quasi fosse un’eredità biologica, il dramma non redimibile di una famiglia e il suo beffardo stemma araldico. Ecco, dunque, nel legame tra destino e arbitrio, il nucleo intorno a cui il libro si addensa approssimandosi al suo tema effettivo: ovvero, non la paternità – tradita, illegittima, perduta -, che ne è piuttosto la foggia, l’abito, ma la responsabilità dei gesti che compiamo e delle parole che scriviamo avanzando «a testa bassa negli entusiasmi e nei tranelli di cui è tessuto il mondo». Eppure, il senso del dovere, che della responsabilità è il contrafforte morale, difficilmente si coniuga con quello del divenire, il quale, scrive Affinati chiosando <em>L’adolescente</em> di Dostoevskij, «si esprime nell’identità paterna. Se essa risulta alterata, come in Arkadij, diviso fra due padri, quello naturale, Versilov, e quello putativo, Makarij, entra in crisi il nesso causa-effetto, cioè la stabilità della condizione umana. Dostoevskij studia questa rottura. Vuole comprendere come reagisce l’uomo quando perde i suoi puntelli. Lo scrittore sa che in quella reazione troverà il massimo di verità possibile, qui e ora». Così nasce la volontà di comprensione di cui si diceva, e in questo modo si spiega anche, ne <em style="font-weight: bold">La città</em><span style="font-weight: bold">,</span> l’ossessione con cui lo scrittore romano annota nomi e redige cataloghi caratteriali e tipologici: «Tu Gianni e la tua ironia profonda. Tu Nabi e la tua balbuzie percussiva. Tu Faris e il tuo rigore morale», e via di seguito in un moltiplicarsi non indistinto di destinatari. Per puntellare la propria esistenza, innanzitutto, e per ricomporre il rapporto eziologico di quella dei ragazzi &#8211; amati come farebbe un padre e protetti come farebbe un fratello &#8211; Affinati sceglie la forza testimoniale dell’espressione nonché l’inconfondibile, e ambigua, individualità di un nome. Nello specchio di una pagina a tratti fortemente incisa da periodi secchi, perentori e a tratti frastagliata da inserzioni e puntualizzazioni si riflettono, senza soluzione di continuità che non sia quella tipografica dei paragrafi che tramano le sezioni del libro &#8211; tre corredate da un epilogo e da un prologo &#8211; il “settore privato” dell’uomo Affinati e il presente del narratore. A tenere insieme i due piani &#8211; e sono, unitamente alle lettere degli scolari, col loro italiano imbastardito,  tra i momenti più toccanti del libro -, le parole con cui, dal passato, la voce del padre torna per spiegare quanto troppo a lungo è rimasto sepolto nella memoria e tuttavia quanto solo il tempo poteva dirimere «eseguendo un compito le cui ragioni non lo riguardano». Parole a cui l’autore di <em style="font-weight: bold">Soldati nel 1956</em> (1993) affida per se stesso le speranze che, immaginiamo, sono consegnate anche ai ragazzi della Città perché il loro esempio non si cancelli e perché un domani di loro si possa dire, come Don Lorenzo Milani scriveva alla madre in una lettera datata 30.7.1962, che «col libro alla mano improvvisamente tutti hanno imparato a stare a galla e i più agili anche a nuotare».</p>
<p><em><span style="font-weight: bold">L&#8217;articolo è apparso su Alias n. 15 del 19 aprile 2008.</span></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/10/rialzarsi-e-ripartire-con-gli-illegittimi/">Rialzarsi e ripartire con gli illegittimi</a></p>
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