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	<title>Nazione Indiana &#187; La Repubblica</title>
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		<title>Il telefono dell&#8217;incendiario</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 15:10:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Oggi su <em>Repubblica</em> è riportata l’intercettazione di una comunicazione di un “globetrotter della violenza” (così il titolo) presente in Piazza San Giovanni, intercettazione nella quale il giovane chiama l’amico rimasto al paesello (nel corso dei fatti stessi, e quindi più che a caldo), per metterlo al corrente delle prodezze alle quali sta partecipando. “Ma come, era già sotto ascolto, prima ancora di commettere il fatto?” si chiede il lettore. Poi arriva la spiegazione, anche se pochissimo convincente: essendo il ragazzo consumatore di spinelli, è incappato in una normale indagine per droga. “Che colpo di fortuna hanno avuto!”, pensa il lettore. Al giornalista non sembra passare per il capo un’altra ben più verosimile ipotesi, e che cioè che il ragazzo fosse già tenuto sott’occhio. Nel qual caso ci sarebbero <span id="more-40467"></span>delle responsabilità per quanto è successo a Roma: se queste persone erano ascoltate, sembra difficile pensare che non si conoscessero nei dettagli le loro intenzioni e le loro strategie, il che avrebbe permesso di reagire, se ci fosse stata la volontà, in modo efficace. Pensandoci a mente fredda, sembra anzi molto probabile, che fossero controllati: in molti casi sono gli stessi soggetti che hanno commesso anche molti altri atti (lo vedo qui in provincia di Trento), e sono conosciutissimi dalle forze dell’ordine e talvolta dagli stessi media. Io non so se questa intercettazione sia veritiera o meno e se sia stata riportata fedelmente (il dubbio in questi casi resta sempre), e non posso certo escludere che non si tratti davvero di una normale inchiesta per droga (mi sembra però pochissimo probabile, visti i milioni di consumatori), e certo non voglio lanciarmi in azzardate dietrologie, dico solo che questo modo acritico di trattare la notizia mi ha fatto venire in mente come venivano riferiti e commentati i fatti violenti sui quotidiani degli anni ’70, quasi che la logica e il buon senso non fossero più di casa. La violenza non solo chiama violenza (e contrazione di democrazia), ma si accompagna sempre a un’involuzione dell’informazione (nel nostro caso non potrebbe essere che ulteriore). È anche per questo che non la vogliamo. Tutto qui.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/23/il-telefono-dellincendiario/">Il telefono dell&#8217;incendiario</a></p>
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		<title>Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 05:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>S’intitola <em>Il pericolo del doppio populismo</em>, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/">Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>S’intitola <em>Il pericolo del doppio populismo</em>, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza finalmente in modo efficace un’atmosfera ideologica che da parecchio aleggiava nel dibattito politico. Lo si potrebbe considerare un’editoriale-matrice: da esso, per ricombinazione e variazione, si possono trarre buoni editoriali per gli incerti tempi a venire. E, d’altra parte, la matrice è a sua volta sintesi produttiva di qualcosa già presente, che ha avuto modo di sedimentarsi. (Un editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa.) La tesi è semplice e subito deducibile mettendo assieme titolo e frase d’inizio: “Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni”. Fino a ieri, ci dice l’autrice, esisteva un solo pericolo per la democrazia: “il populismo di destra”. Noi tutti lo conosciamo bene, è quello che ha avuto un grande successo per quasi un ventennio, con il binomio Berlusconi-Lega, sperimentandone tutte le sfumature. Da oggi, però, c’è una “nuova forma di populismo dal basso e senza leader, che si fa network e fa rimbalzare ai quattro capi del paese e del globo il grido contro la democrazia elettorale”. L’operazione ideologica è compiuta: lineare e grosso modo efficace.<span id="more-40294"></span></p>
<p>Ciò a cui si assiste, nelle piazze, nelle mobilitazioni spontanee, nei movimenti trasversali ai gruppi e alle categorie sociali, non è la reazione tardiva, ma sana e giusta, di una democrazia malata, corrotta, sull’orlo del tracollo economico e sociale. No, quello che si vede è una <em>minaccia</em> per la democrazia. Le classi dirigenti, e chi parla a loro e in nome loro, hanno sempre brillato nella capacità di <em>delegittimare</em> un’azione di natura politica. Si tratta di un’operazione meramente <em>discorsiva</em>: si prende una certa cosa e la si cambia di nome. Ciò che davvero inquieta sempre e comunque le classi dirigenti, e i loro portavoce, sono i gruppi di persone poco disponibili a farsi dirigere. Oggi sappiamo che le classi dirigenti più che dirigere qualcuno, esortano soprattutto a non fare nulla, come a seguito di un violento incidente. “Non toccate nulla, non spostate nulla. Aspettate sul posto. (Qualcosa succederà.)”</p>
<p>Le classi dirigenti hanno contribuito a sfasciare le istituzioni di quello stato democratico di cui erano responsabili, e adesso predicano clemenza, calma, e silenzioso patimento, a coloro che, in prima persona, ogni giorno soffrono per le conseguenze di questo sfascio. Dal momento, però, che non vi è nessun ragionevole motivo per rimanere inermi e paralizzati in una situazione di grande pericolo, le persone si muovono. E si muovono per prime quelle più esposte, i giovani.</p>
<p>In passato, le operazioni discorsive erano diverse a seconda delle circostanze e più o meno crudeli, ma sempre prendevano un certa cosa e le affibbiavano un nuovo nome. Prendevano una rivolta di disoccupati e la trasformavano in un’azione criminale, in vandalismo. Prendevano una rivolta di persone senza partito e la trasformavano in un gruppo di anarchici. Prendevano un gruppo di anarchici e li trasformavano in fuorilegge. Prendevano dei fuorilegge e li trasformavano in terroristi. Le vie della delegittimazione politica sono infinite.</p>
<p>La delegittimazione sancita dall’editoriale di Nadia Urbinati non è neppure delle più crudeli. Trasforma qualcosa di sano e vitale in qualcosa di malato e pericoloso. Trova modo di creare un parallelo tra cose antitetiche: il populismo della destra, che è una delega ancora più incondizionata e cieca all’uomo forte e falsamente vicino al popolo, e la revoca della delega parlamentare, attraverso una sorta di servizio attivo nei confronti della democrazia.</p>
<p>Certo, questi movimenti scarseggiano di capi che possano essere facilmente cooptati. Certo, si respira un’attitudine libertaria, poco propensa all’indottrinamento gerarchico, caro anche a tanta tradizione leninista. Certo, usano forme di democrazia partecipativa che non piacciano ai sostenitori della democrazia liberale. Stranamente poi, ma questo Nadia Urbinati non lo dice, molti di questi movimenti entrano nel merito delle questioni, portano avanti rivendicazioni precise, vivono una fase di discussione ed elaborazione propriamente politica. Ma l’unico ritornello sui cui potrete contare nell’editoriale-matrice è quello relativo alle nuove tecnologie della comunicazione. Il<em> medium </em>da solo riassume un programma politico, un dibattito, una ricerca collettiva. Non si parla mai dei contenuti politici dei movimenti, ma sempre dei social network utilizzati.</p>
<p>Comunque ora lo sappiamo. Siamo avvisati (studenti, sindacati autonomi, immigrati, precari, no TAV, donne, TQ, ecc.). Il nome che ci daranno è questo: “populisti”. E con questo vorranno dire: “Dietro la vostra urgenza di cambiare, non c’è nulla di nuovo: solo un vecchio rifiuto, sterile e improduttivo”.</p>
<p>Nadia Urbinati, però, a bene guardare, non è riuscita ad approntare fino in fondo un oliato e coerente editoriale-matrice. E questo immagino per sua onestà intellettuale.</p>
<p>Dopo aver, infatti, compiuto la delegittimazione politica dei movimenti, definendoli come pericolosi fenomeni populisti, rimane incagliata, nella seconda parte dell’articolo, ad elencare tutti quei diversi (e ormai noti) fattori che hanno portato a questa crisi della rappresentanza politica. Finisce anche con lo scrivere: “Si assiste così alla trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette”. E dopo un compendio di tristissime notizie sullo stato dell’odierna democrazia parlamentare, l’autrice conclude così il suo articolo: “È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni”.</p>
<p>Purtroppo manca lo spazio per un’ulteriore colonna di 6000 battute, dove magari avrebbero potuto essere delineate le costruttive proposte della Urbinati, per realizzare questa benedetta “Restituzione dell’Efficacia” del voto democratico.</p>
<p>Ma anche l’Urbinati, in perfetto stile classe dirigente inizio XXI secolo, preferisce dire: “Non funziona un tubo, dovrebbe invece funzionare tutto. Ma state tutti tranquilli. Non spostate niente.”</p>
<p>Sinceramente, con tutto il rispetto per la competenza degli editorialisti di “Repubblica”, tra il pericolo del “pensiero-zero” – “Tutto crolla, ma voi state fermi” – e quello dell’opposizione “senza collegamento costruttivo con le istituzioni”, preferisco di gran lunga quest’ultimo. Almeno la gente si muove. E qualcosa d’imprevisto, addirittura di democratico, potrebbe accadere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/">Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo</a></p>
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		<title>un&#8217;altra volta</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 16:00:21 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Piero Marrazzo è l’ultimo uomo politico italiano ad aver mancato l’opportunità di diventare eroe nazionale. Con un unico gesto, con il superpotere perduto del senso dello stato e della giustizia, avrebbe potuto uscire da Via Gradoli con la testa alta e la camicia disordinata dal desiderio e dire Sì, sono stato con un transessuale e questo non pregiudica la mia capacità di amministrare una regione, sapete, hanno provato a ricattarmi ma io non ho temuto e al presidente del consiglio che mi ha chiamato per segnalarmi un video scabroso sui miei comportamenti sessuali ho risposto che non bisogna avere paura delle parole dopo che si è ceduto hai fatti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/fantapolitica/">un&#8217;altra volta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39912" title="piero-large" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Piero Marrazzo è l’ultimo uomo politico italiano ad aver mancato l’opportunità di diventare eroe nazionale. Con un unico gesto, con il superpotere perduto del senso dello stato e della giustizia, avrebbe potuto uscire da Via Gradoli con la testa alta e la camicia disordinata dal desiderio e dire Sì, sono stato con un transessuale e questo non pregiudica la mia capacità di amministrare una regione, sapete, hanno provato a ricattarmi ma io non ho temuto e al presidente del consiglio che mi ha chiamato per segnalarmi un video scabroso sui miei comportamenti sessuali ho risposto che non bisogna avere paura delle parole dopo che si è ceduto hai fatti. Avrebbe potuto vantarsi della normalità delle proprie indefinitezze e metterle in comune con le persone che lo avevano votato, restituire, con quel gesto, la fiducia che gli era stata data con la matita copiativa sulla scheda elettorale. E poi scusarsi, infinitamente, per aver usato una macchina che non era per lui ma per la carica che era stato chiamato a ricoprire. Scusarsi perché è perdita di democrazia confondere il singolo col ruolo. Così, quando il giorno di Ferragosto ho visto l’<a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/08/15/news/intervista_marrazzo-20450866/">intervista su Repubblica</a> ho gioito e esultato Vai Marrazzo! E invece, nelle domande belle, incalzanti e politiche di Concita De Gregorio, si è ripresentato uguale a sé stesso. Le giustificazioni tutte virate al piano morale, giovani e droghe, prostitute e famiglia, abitudini sessuali e matrimonio,<em> le Confessioni </em>di Agostino il cui unico messaggio ritenuto è Se hai conosciuto il male non devi più nasconderti. Vorrei chiedere a Marrazzo a quale male allude, alla seduzione d’un desiderio o al malcostume di una classe politica che ha reso la rappresentazione di sé il gagliardetto dell’assenza di democrazia. Solo dal primo non devi più nasconderti.</p>
<p><span style="color: #008000;">[queste righe sono state pubblicate il 19 Agosto 2011 su l'Unità]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/fantapolitica/">un&#8217;altra volta</a></p>
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		<title>PREGIUDIZIALE DI COSTITUZIONALITA&#8217; ?</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 15:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Piero Russo</p>
<p>Non poteva più sopportare i sorrisetti ironici dei suoi concittadini, gli insulti e le allusioni all&#8217;omosessualità del fratello maggiore. In un eccesso d’ira Pasquale Intellicato, 20 anni, un giovane di Cerignola ha afferrato due coltelli e ha infierito sul fratello: &#8220;Sei il disonore della famiglia&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/05/pregiudiziale-di-costituzionalita/">PREGIUDIZIALE DI COSTITUZIONALITA&#8217; ?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Piero Russo</p>
<p>Non poteva più sopportare i sorrisetti ironici dei suoi concittadini, gli insulti e le allusioni all&#8217;omosessualità del fratello maggiore. In un eccesso d’ira Pasquale Intellicato, 20 anni, un giovane di Cerignola ha afferrato due coltelli e ha infierito sul fratello: &#8220;Sei il disonore della famiglia&#8221;.</p>
<p>Pasquale Intellicato si trovava a casa dei genitori quando ha iniziato a litigare col fratello Antonio, 36 anni,  per futili motivi. Accanto a loro c’erano anche la mamma e un terzo fratello, ignari di quel che stesse per accadere. Tra una parola e l’altra, Pasquale ha pesantemente insultato per l’ennesima volta il fratello maggiore, poi ha afferrato due coltelli da cucina e ha iniziato a colpirlo, perché l’omosessualità di Antonio gli rendeva la vita difficile e disonorava l’intera famiglia. Lo ha fatto per ben 19 volte, soprattutto all’altezza del torace. <span id="more-39696"></span>Non c’era premeditazione nel suo gesto, perché il giovane non aveva portato i coltelli con sé, ma certamente la volontà di uccidere il fratello a sangue freddo non gli è mancata.   Gli altri familiari hanno cercato di dividere i due litiganti e Pasquale ha mollato la presa ed è fuggito.<br />
Sul posto gli agenti delle volanti e i sanitari del 118, che hanno trasportato d’urgenza Antonio Intellicato agli Ospedali Riuniti di Foggia. Ancora cosciente sebbene in una pozza di sangue, la vittima ha indicato ai poliziotti il suo aggressore. Gli agenti del commissariato si sono appostati nei pressi dell’abitazione di Pasquale, che dopo quasi due ore dall’accoltellamento è ritornato in quella zona per prendere la sua Apecar e fuggire. Ma i poliziotti l’hanno arrestato e portato al carcere di Foggia. Nel ciclomotore è stato trovato uno dei due coltelli, sporco di sangue. Nel frattempo il fratello maggiore ha subito un delicatissimo intervento al torace, durato diverse ore. I medici non hanno sciolto la prognosi, le sue condizioni sono gravissime, ma pare non sia in pericolo di vita.</p>
<p>da La Repubblica, 05 agosto 2011</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/05/pregiudiziale-di-costituzionalita/">PREGIUDIZIALE DI COSTITUZIONALITA&#8217; ?</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 38</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 09:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/mappamondo_omini_410.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fmi, Cina e India prendono il comando” titola in prima pagina <em>Repubblica</em> del 7 novembre. Spaventato da questo annuncio sul dilagare del Pericolo Giallo, lo zio Evaristo si è precipitato in agenzia a comprare un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, dove una gentile impiegata gli ha però fatto presente che il più grande creditore dell’America è appunto la Cina e quindi sarebbe caduto dalla padella nella brace.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/01/carta-strampalata-n-38/">carta st[r]ampa[la]ta n. 38</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/mappamondo_omini_410.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/mappamondo_omini_410.jpg" alt="" title="mappamondo_omini_410" width="390" height="292" class="alignnone size-full wp-image-37380" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fmi, Cina e India prendono il comando” titola in prima pagina <em>Repubblica</em> del 7 novembre. Spaventato da questo annuncio sul dilagare del Pericolo Giallo, lo zio Evaristo si è precipitato in agenzia a comprare un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, dove una gentile impiegata gli ha però fatto presente che il più grande creditore dell’America è appunto la Cina e quindi sarebbe caduto dalla padella nella brace.</p>
<p>Lo zio Evaristo se ne è andato dopo aver ordinato alla povera ragazza di trovargli un volo <em>one-way</em> per Vanuatu  e io non sono riuscito a convincerlo a rimanere a largo Fochetti neppure mostrandogli la p. 15 di Repubblica dello stesso giorno: lì c’era la tabella delle nuove quote di Cina e India nel Fondo Monetario: 6,39% la prima, 2,75% la seconda. Totale: 9,14%, un po’ poco per “prendere il comando”. Aggiungiamoci pure il Brasile, che ora ha il 2,32% e si arriva solo all’11,46% che non sembra un pacchetto azionario decisivo.<br />
<span id="more-37349"></span><br />
Anche se la quota americana è calata, infatti, gli Stati Uniti restano i primi azionisti con il 17,41% (quasi il doppio di Cina e India messe insieme), poi c’è il Giappone con il 6,46%, poi Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia che insieme hanno il 17,21%, cioè anche loro un bel po’ di più dei nuovi arrivati. </p>
<p>Altri numeri: in un articolo non privo d’interesse, Raffaella De Santis e Dario Pappalardo intervistano vari scrittori sui loro mezzi di mantenimento, tra cui Antonio Pennacchi, l’autore di <em>Canale Mussolini</em>, che “non dimentica il proprio passato da operaio. «Sono uscito nel &#8216; 99 dalla fabbrica, 50 anni di fabbrica. Fabbrica di cavi elettrici e telefonici di Latina. I primi libri li leggevo la notte ai miei compagni di lavoro»” (<em>Repubblica</em>, 2 novembre 2010, p. 58). </p>
<p>Ora, nessuno è obbligato a conoscere le date di nascita degli scrittori ma si sa che Pennacchi, pur non avendo l’età di Ruby Rubacuori, non è nemmeno Matusalemme; un paio di clic su Wikepedia avrebbero permesso di accertare, senza nemmeno disturbare l’ufficio stampa Mondadori, che Pennacchi è nato il 26 gennaio 1950, cioè ha sessant’anni. Ora, se avesse passato mezzo secolo in fabbrica prima del 1999, come dice, questo ci porterebbe al 1949: in fabbrica fin dalla pancia della mamma? </p>
<p>Un altro tema interessante per i futuri antropologi che studieranno l’Italia berlusconiana è la psicologia dei redattori del <em>Giornale</em>, che hanno ormai assunto la mentalità dei soldati giapponesi dispersi nella giungla in Indonesia e nelle Filippine dopo il 1945: malgrado tutti gli sforzi di far capire che la guerra è finita loro resistono e sparano agli intrusi. Prendete il tema della legge elettorale, per esempio: la legge attuale con il premio di maggioranza non ha difensori in grado di intendere e volere. Al <em>Giornale</em>, invece, si lanciano come kamikaze sul tema delle liste bloccate, sostenendo “E’ così in tutta Europa” (8 novembre, p. 5).</p>
<p>Il breve articolo, tentando di giustificare la legge italiana, cita i casi della Spagna, del Portogallo, della Germania, dell’Inghilterra e della Francia, cioè 5 stati sui 27 che compongono l’Unione Europea: un po’ poco per trarre la conclusione “E’ così in tutta Europa”, giusto?</p>
<p>Ma le affermazioni ballerine sono appena cominciate: “Pure in Germania le liste bloccate sono la regola” sostiene l’articolo, “in un sistema proporzionale puro con sbarramento al 5%”. Ora, un sistema proporzionale “puro” non avrebbe alcuno sbarramento, altrimenti si parla di proporzionale “corretta” perché limita l’ingresso in parlamento ai partiti che raggiungano una certa percentuale di voti. Ma il bello viene dopo: “Al Bundestag sono ammessi due voti, uno per eleggere il candidato nel collegio uninominale, il secondo per esprimere la preferenza per una delle liste (immodificabili)”. Ora, se si vota per un collegio uninominale, il tema delle liste bloccate (anziché con preferenze) c’entra come i cavoli a merenda: i cittadini votano, o non votano per un unico candidato nel collegio, quindi il problema di non-scelta creato dalle liste bloccate della legge italiana attuale non esiste.</p>
<p>Questo sistema di collegi uninominali è appunto quello in vigore in Gran Bretagna, dove non esistono “liste” di alcun tipo: nel collegio di Oxford esiste il candidato conservatore,  quello laburista e quello liberaldemocratico: si vota la persona e il partito contemporaneamente. Dovrebbe essere comprensibile anche per i giapponesi che hanno giurato fedeltà a Feltri e Sallusti ma apparentemente no: “In Inghilterra i cittadini userebbero “un sistema maggioritario a turno unico, caso unico in Europa, con liste però non bloccate”.</p>
<p>Più svarioni che parole: il sistema è basato su collegi uninominali, maggioritario nei suoi effetti, ma di per sé nulla impedisce che percentuali di voto e percentuali di seggi coincidano perfettamente, al contrario di quanto accade in Italia, dove la legge prevede un premio di maggioranza che garantisce almeno 340 seggi alla lista più votata. Quanto alle liste “non bloccate”,  in un sistema di circoscrizioni uninominali non ci sono liste: lo dice la parola stessa (uni-nominale: un nome). Le liste sono una caratteristica dei sistemi proporzionali dove si devono eleggere, supponiamo, 20 deputati in una circoscrizione. In Gran Bretagna ogni cirscoscrizione (650 in tutto) ha un solo deputato, quindi niente liste, né bloccate, né aperte, né compatte,  né fisse, né portatili, né impermeabili, né color fucsia, né a forma di fungo. <em>Claro, Señor?</em></p>
<p>[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.vocidallastrada.com/2010/04/il-fondo-monetario-europeo-e.html">qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/01/carta-strampalata-n-38/">carta st[r]ampa[la]ta n. 38</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.33</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 11:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/black_swan.gif"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il bello dei festival è che sono … delle feste, quindi nessuno si stupisce se Tizio si ubriaca, Caio fa un gavettone agli amici e Sempronio lecca la meringa dal pavimento dove è caduta. Così, sapendo che a Genova, il 29 ottobre, si apre il festival della Scienza a Repubblica  si mettono immediatamente di buon umore e decidono di intrattenere i lettori con un inserto di tre pagine (sia pure confinato tra le pubblicità dei divani e delle cucine).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/28/carta-strampalata-n-33/">carta st[r]ampa[la]ta n.33</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/black_swan.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/black_swan-300x231.gif" alt="" title="black_swan" width="300" height="231" class="alignleft size-medium wp-image-37010" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il bello dei festival è che sono … delle feste, quindi nessuno si stupisce se Tizio si ubriaca, Caio fa un gavettone agli amici e Sempronio lecca la meringa dal pavimento dove è caduta. Così, sapendo che a Genova, il 29 ottobre, si apre il festival della Scienza a Repubblica  si mettono immediatamente di buon umore e decidono di intrattenere i lettori con un inserto di tre pagine (sia pure confinato tra le pubblicità dei divani e delle cucine).<br />
<span id="more-37009"></span><br />
Il pezzo forte del supplemento umoristico di domenica 24 è stato affidato non a seri professionisti del genere come Michele Serra o Alessandro Robecchi, bensì al redattore Marco Cattaneo, che titola il suo articolo “Perché scommetto sulla mia ignoranza”, il tutto fra virgolette come se fosse una dichiarazione fresca fresca di Nassim Nicholas Taleb, l’autore di <em>Cigno nero</em>, un libro che potrebbe essere succintamente descritto come una ricerca sull’impossibilità di fare previsioni sulla base di dati statistici perché “alla base, la statistica non può funzionare nel caso di avvenimenti molto rari” (la citazione è tratta dal sito web personale di Taleb, visibile <a href="http://www.fooledbyrandomness.com/">qui</a>.</p>
<p>Io personalmente avrei dei dubbi nel descrivere il lavoro statistico straordinariamente approfondito di Taleb come una “scommessa sull’ignoranza”: l’autore è un devoto discepolo di Benoît Mandelbrot, il matematico francese scomparso il 14 ottobre scorso che ha creato la geometria dei frattali ed è considerato uno dei geni del XX secolo. Ma forse a Repubblica la pensano diversamente.</p>
<p>Cattaneo scrive che gli operatori di Wall Street, “si accontentano mediamente di modesti guadagni, ma non tengono in conto la possibilità di subire invece enormi perdite. Perché non succede mai, o quasi. E’ proprio il comportamento osservato da Daniel Kahneman e Amos Tversky, che ci hanno vinto il Nobel per l’economia nel 2002 con i loro esperimenti sui guadagni e le perdite in denaro: siamo più inclini a correre un rischio quando si tratta di perdite piuttosto che quando si tratta di guadagni”. Diciamo che, come riassunto delle teorie per cui è stato assegnato il Nobel per l’economia a Kahneman (Tversky era morto nel 1996) equivale più o meno a un riassunto dei Promessi sposi che spieghi: “Due giovani lombardi vogliono sposarsi ma incontrano varie difficoltà. Alla fine l’amore trionfa”.</p>
<p>Cominciamo dagli operatori di Wall Street che “si accontentano mediamente di modesti guadagni”: come tutti sanno il problema è piuttosto il contrario. Alla ricerca di guadagni né tranquilli né modesti, ma invece immediati ed enormi, i giovani traders cocainomani si sono lanciati in un’orgia di scommesse sui mutui cosiddetti subprime e sui credit default swaps che hanno fatto fallire Bear Stearns, Lehman Brothers e avrebbero affondato anche il resto della gang delle banche d’affari di New York, se non fosse intervenuto il governo americano con alcuni fantastiliardi di dollari.</p>
<p>Questi comportamenti  sono “il contrario” delle osservazioni compiute da Kahneman e Tversky? No: se gli speculatori di Borsa si accontentassero di “mediamente di modesti guadagni” questo sarebbe perfettamente in linea con quanto i due autori spiegano nel loro volume di 840 pagine Choices, Values and Frames. La loro teoria è appunto quella di una ostilità al rischio “nel campo dei guadagni” e di una “propensione al rischio nel campo delle perdite” (p. 23).</p>
<p>Cosa tutto questo c’entri con Taleb (che, tra parentesi, non insegna all’università del Massachusetts bensì alla New York University) non è del tutto chiaro. Cattaneo si limita a dirci che l’autore del Cigno nero scommette sulla propria ignoranza: “Nel senso che mentre gli altri credono di conoscere l’andamento dei mercati lui crede di non conoscerlo, e dunque di non sapere quando arriverà – arriverà- il cigno nero, il tracollo. Perde un po’ tutti i giorni, acquistando di continuo opzioni finanziarie che quasi mai vanno a buon segno. Ma quando sui mercati arriva un terremoto lui guadagna cifre astronomiche”.</p>
<p>A Repubblica devono avere una sfera di cristallo nuova di zecca in redazione perché queste cose Taleb non gliele ha certo dette: “I am on permanent MEDIA blackout, completely fed up answering the same questions” è la lapidaria dichiarazione che compare come prima riga sulla sua <a href="http://www.fooledbyrandomness.com/">pagina web</a>.  Per quanto riguarda l’affermazione “quando sui mercati arriva un terremoto lui guadagna cifre astronomiche” non sembra che Taleb sia entusiasta dell’arrivo dei terremoti finanziari, almeno se andiamo a vedere cosa scrive nella rubrica <a href="http://www.fooledbyrandomness.com/imbeciles.htm">Quotes &#038; Warnings that the Imbeciles Chose to Ignore</a>: “Globalization creates interlocking fragility, while reducing volatility and giving the appearance of stability. In other words it creates devastating Black Swans. We have never lived before under the threat of a global collapse (…) [banks] all resemble one another. True, we now have fewer failures, but when they occur …. I shiver at the thought.”</p>
<p>“I shiver at the thought”, “Rabbrividisco al pensiero”: non esattamente ciò che direbbe qualcuno che aspetta il terremoto finanziario per “guadagnare cifre astronomiche”</p>
<p>In realtà, Cattaneo ha solo vagamente sentito parlare di cosa fa Empirica LLC, il fondo gestito da Taleb, che si occupa solo di opzioni, cioè di previsioni su un dato andamento delle azioni X o delle obbligazioni Y, del mercato turco o dei cambi tra le valute asiatiche. Se fosse vera la spiegazione che Taleb “perde un po’ tutti i giorni” in attesa del cataclisma, il simpatico libanese sarebbe ridotto in miseria da un pezzo. Quello che fa Empirica è cercare di integrare nelle sue previsioni la possibilità di eventi catastrofici, che è piuttosto diverso dall’aspettarli continuando, nel frattempo, a perdere quattrini.</p>
<p>Forse sarà meglio citare in originale la fonte di Cattaneo e cioè il libro di Malcolm Gladwell What the Dog Saw: Taleb e i suoi colleghi “non credono che cose come il mercato borsistico si comportino nello stesso modo dei fenomeni fisici come le statistiche di mortalità. Gli eventi fisici, che siano i tassi di mortalità o le partite di poker, sono la prevedibile funzione di un gruppo di fattori limitati e stabili, e tendono a seguire ciò che gli statistici chiamano una distribuzione normale, una curva a campana. Ma i su e giù del mercato seguono una curva a campana?” La risposta di Taleb è no perché nei mercati, a differenza che nel mondo fisico, “le regole possono essere cambiate”. </p>
<p>Da qui a vantare le virtù dell’ignoranza…</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/28/carta-strampalata-n-33/">carta st[r]ampa[la]ta n.33</a></p>
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		<title>Cultura fuori dalla cultura</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 13:43:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010)</p>
<p><em>Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza.<br />
Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari<br />
e misurandosi con i temi politici e sociali</em></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?» Così si interroga Christian Raimo sulla Domenica del Sole 24 ore di qualche settimana fa, dando voce al disagio di quanti in Italia svolgono un lavoro intellettuale scontando la colpa singolare di appartenere a una generazione destinata a vivere la frustrazione della propria ininfluenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/24/cultura-fuori-dalla-cultura/">Cultura fuori dalla cultura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; venerdì 22 ottobre 2010)</p>
<p><em>Non solo libri: la «società intellettuale» deve conquistare rilevanza.<br />
Oggi più che mai può farlo uscendo dai confini letterari<br />
e misurandosi con i temi politici e sociali</em></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?» Così si interroga Christian Raimo sulla Domenica del Sole 24 ore di qualche settimana fa, dando voce al disagio di quanti in Italia svolgono un lavoro intellettuale scontando la colpa singolare di appartenere a una generazione destinata a vivere la frustrazione della propria ininfluenza. La ragione di questo stato di cose, secondo Raimo: quel «deserto di cultura» in cui ormai si è tutti calati e che i giornali nella loro noncuranza contribuiscono ad alimentare. Un deserto che – come puntualizza Gianluigi Ricuperati – si nutre di quel genere di risentimento (riversato soprattutto nella blogosfera) legato al sospetto che nulla ormai in questo paese sia conseguito e conseguibile in base al merito.<span id="more-37000"></span><br />
Ora, al di là delle polemiche sull’«esistenza o meno» di un autore come Raimo che mi sembra avviliscano il dibattito (quasi chiunque in fin dei conti «esiste» per cerchie ristrette di estimatori), non c’è dubbio che, se c’è molto di vero in queste e altre considerazioni fatte da due autori che stimo, c’è anche a mio avviso una forma, diciamo, di autismo, una tendenza a orientare lo sguardo in modo selettivo, volgendolo a quegli ambiti in cui alcune intuizioni trovano conferme puntuali, esatte. Mentre sarebbe proprio il caso di dire con Giorgio Vasta (La Repubblica, 19 ottobre) che bisognerebbe davvero «cambiare postura psicologica», non solo però – aggiungerei – cercando di mettere da parte ogni alibi per emanciparsi e affrontare l’impresa di inventare un «codice culturale» non assunto di peso dai padri come un dato ereditario, ma provando anche a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle responsabilità nuove poste, per esempio, dall’odierna frammentazione in cui finiscono per disperdersi ed essere sommerse le diverse voci che, nonostante tutto, oggi di fatto costellano il panorama culturale italiano.<br />
Ora, un bel po’ di tempo fa, il 13 febbraio, proprio sul Fatto Quotidiano pubblicavo un articolo, («Lo scrittore solo», un articolo forse troppo prematuro per i tempi, chissà) in cui, tra le altre cose, mi chiedevo che genere di responsabilità si dovessero assumere gli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento, e come si potesse spezzare la doppia solitudine in cui molti vivono, ora considerati senza discrimine alcuno come intrattenitori, o produttori qualsiasi di un qualsiasi bene di consumo, ora invece concepiti come simboli cui delegare ogni battaglia etica, politica, culturale (come nel caso di Saviano). In questa doppia solitudine coglievo il segno della irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità come sintesi di intelligenza immaginazione e cultura «capace di generare visioni» o di «dar voce a ciò che è senza voce», per dirla con Calvino. Concludevo poi quel pezzo con una considerazione che oggi mi sembra colga appunto i limiti e le potenzialità di questo dibattito.<br />
Quel che infatti potrebbe fare la differenza tra «l’immobilismo» generazionale di cui parla Raimo e una «nuova postura psicologica», come dice Vasta, è forse proprio una nuova postura spirituale, in cui insieme alla necessità di concepire e dar forma a visioni capaci di interrogare il proprio tempo si sentisse fortissimo il dovere di spezzare il proprio solipsismo più o meno egocentrico, collegandosi il più possibile in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, «quel genere di discorsi a più voci – dicevo in quel pezzo – che danno rilevanza a una società letteraria, intellettuale e artistica». Una «rilevanza» che va prima di tutto conquistata.<br />
E va conquistata anche con la capacità di inventarsi luoghi dove tessere trame, riannodare fili dispersi di intelligenze, immaginazioni, saperi. E va conquistata pure – oggi più che mai – con la capacità di innestare l’ordine dei discorsi specificatamente letterari o artistici in altri discorsi scientifici, politici, sociali, identitari, tutti quei discorsi di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, in modo da ricostruirne l’ossatura spirituale.<br />
Se dunque si volesse guardare con attenzione a quel che sta accadendo nella cultura chiamiamola così, «militante», di questo paese, si scorgerebbe un filo rosso che forse sarebbe il caso di afferrare e seguire. Un filo rosso con cui da più parti si sta provando a riallacciare un dialogo possibile tra quanti sentono l’urgenza di rifondare in modo laico e problematico il ruolo dell’intellettuale in un tempo e in una circostanza, tra l’altro, in cui si è diffusa la convinzione che si possa fare a meno dell’intelligenza (umanistica e scientifica) o che si debba necessariamente farne a meno per mancanza endemica di intelligenze.<br />
Lo si sta facendo in riviste come Alfabeta 2, per esempio, nel cui secondo numero si ragiona e si dà forma (in una pluralità di punti di vista) a una terza via tra «informazione culturale» e «intervento politico»: la via cioè dell’«intervento culturale», con l’intenzione dichiarata di «annodare fra loro fili discorsivi» perduti tra cultura e contesti (economico, sociale e politico). Lo si sta facendo in blog come Nazione Indiana dove si stanno raccogliendo gli esiti di un’ampia inchiesta sulla responsabilità d’autore che ha visto coinvolti, oltre allo stesso Christian Raimo, una trentina di poeti e scrittori di formazione, generazione ed estrazione diversissima (da Biagio Cepollaro a Marcello Fois, da Marco Giovenale a Laura Pugno a Ginevra Bompiani a Michela Murgia&#8230;) Lo si sta facendo travasando riflessioni o cercando di far riecheggiare discorsi tra blog e siti diversi (Vibrisse, Giap, Lipperatura, Carmilla, Il Primo Amore&#8230;) di quella Rete che sarà pure un «egodromo» ma offre anche, come dice Sergio Escobar, «stimoli formidabili e nuovi spazi per le idee». Lo si sta facendo cercando di riallacciare dialoghi possibili tra autori e critici come Andrea Cortellessa o Domenico Scarpa&#8230; appartenenti più o meno alla medesima generazione di «spaesati». Tutti tentativi (questi e altri) forse di costruire intanto una sorta di cittadella immateriale dove circolino idee capaci di misurarsi tra loro e con i vari contesti di cui è fatto lo spazio pubblico in un paese civile.<br />
Per questo forse non è propriamente un caso, ma l’ulteriore manifestazione di un processo piuttosto, quel che oggi sta succedendo anche sulle pagine della Domenica del Sole 24 ore.<br />
D’altro canto, ci sono processi che accadono insensibilmente, attraverso piccoli smottamenti privati o condivisi, affioramenti episodici, fino a quando non succede che tutto ciò si intrecci in un’esile trama. Ecco, forse siamo qui, a questa esile trama di «una piccola civiltà» possibile (che oggi, in un paese che ha perduto se stesso, non può essere solo e soltanto «letteraria», vorrei dire a Christian Raimo). E sarebbe un peccato che se ne perdesse il filo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/24/cultura-fuori-dalla-cultura/">Cultura fuori dalla cultura</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.30</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Pietro Citati delizia i lettori di <em>Repubblica</em> (20 agosto) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, “uno dei libri di storia più belli e divertenti che abbia letto negli ultimi anni”. Ecco, il libro di Linda Colley sarà anche bello, ma “letto” non sembra l’aggettivo giusto per dare conto del rapporto fra il critico Citati e il volume pubblicato da Einaudi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/01/carta-strampalata-n-30/">carta st[r]ampa[la]ta n.30</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh-197x300.jpg" alt="" title="elizabeth marsh" width="197" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-36480" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Pietro Citati delizia i lettori di <em>Repubblica</em> (20 agosto) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, “uno dei libri di storia più belli e divertenti che abbia letto negli ultimi anni”. Ecco, il libro di Linda Colley sarà anche bello, ma “letto” non sembra l’aggettivo giusto per dare conto del rapporto fra il critico Citati e il volume pubblicato da Einaudi.<br />
<span id="more-36479"></span><br />
Per esempio, Citati scrive che Elizabeth Marsh, una ragazza inglese figlia di un capo falegname della Royal Navy, “imparò il francese, l’aritmetica e la contabilità, la musica e il canto; aveva una cultura come pochissime donne dell’epoca e si muoveva con disinvoltura nel mondo complicatissimo dei commerci marini”.  Il che sarebbe molto interessante se fosse quanto dice il libro.</p>
<p>La Colley (cito dall’edizione originale) scrive che crescere tra Portsmouth, Londra e Chatham, a contatto con gli arsenali della marina inglese, permise a Elizabeth Marsh di acquisire, in un certo senso, “una pseudoeducazione rispettabile” (<em>counterfeit of genteel female education</em>). La ragazza “imparò l’aritmetica e i rudimenti della contabilità dal padre” (quindi non andava a scuola) e prese a interessarsi “di alcuni dei più innocui passatempi diffusi tra i marinai, come leggere, [ascoltare] musica e cantare”. Insomma, la “cultura come pochissime donne dell’epoca” sarebbe consistita nell’aver imparato a leggere e far di conto in casa, oltre ad ascoltare musica e cantare: probabilmente le ballate dei marinai, visto che l’iPod non era ancora stato inventato.</p>
<p>Per essere del tutto onesti con il frettoloso recensore, va detto che a un certo punto la Colley attribuisce a Elizabeth Marsh la conoscenza del francese ma non si sbilancia troppo: “Le visite alla zia Mary e allo zio Duval a Londra <em>sembra</em> abbiano permesso a Elizabeth Marsh di imparare a parlare e a leggere il francese”. Non esattamente una frequentazione della Sorbona: Jean Duval, come precisa il volume, faceva il panettiere e non l’insegnante di lingue , o almeno il precettore.</p>
<p>Quanto alla “disinvoltura nel mondo complicatissimo dei commerci marini” nelle 349 pagine del libro non ce n’è una sola dove si parli di Elizabeth come di una donna con un’attività lavorativa indipendente: chi si occupava di traffici di vario tipo, dal baccalà agli schiavi, era il marito James Crisp mentre l’eroina del libro di Linda Colley poco sembra aver fatto nella vita salvo ballare, bere vini liquorosi e mangiare ostriche (sulla vita mondana i dettagli riferiti da Citati sono esatti) e scrivere uno scarno volumetto sulla prigionia in Marocco, di cui diremo tra un momento. </p>
<p>A questo punto sarà forse utile riassumere il libro, che palesemente è l’opera di uno storico serio ma con l’occhio attento alle vendite, a cui l’editore ha imposto un titolo roboante, <em>The Ordeal of Elizabeth Marsh</em>, su cui gli uffici stampa marciano allegramente. Per inciso, “ordeal” in inglese ha un senso più forte di quello che ha “odissea” in italiano, riferendosi a esperienze orribili ma anche alla pratica del “giudizio di Dio” che consisteva nel sottoporre l’accusato a prove come camminare nel fuoco per accertarne l’innocenza (“ordalia”).</p>
<p>Elizabeth Marsh era la figlia di Milbourne Marsh, un capo falegname della marina inglese, e nacque a Portsmouth nel 1735. Fino a 19 anni fece una vita del tutto normale sulla terraferma, poi seguì i genitori a Minorca, allora una base della Royal Navy nel Mediterraneo, e a Gibilterra. Da lì iniziano le sue avventure, che consistettero essenzialmente nel cadere nelle mani del sultano del Marocco assieme all’equipaggio della nave su cui stava tornando a Londra e al futuro marito James Crisp, che è il protagonista delle parti interessanti del libro. Liberata dal Marocco grazie a diplomatici che sapevano il loro mestiere, si stabilisce a Londra dove fa una vita agiata e per nulla avventurosa mentre Crisp crea un impero commerciale che spazia quattro continenti: ha interessi nel traffico di schiavi tra Africa e America, nella pesca del merluzzo in Atlantico, nella raccolta del corallo nel Mediterraneo, negli scambi con il Baltico e con l’oceano Indiano. La Colley descrive nei dettagli questa fase di protoglobalizzazione dell’economia  e l’ascesa della Gran Bretagna  come potenza mondiale.</p>
<p>Le storie emozionanti che riguardano Elizabeth cominciano quando Crisp fa bancarotta in una crisi che ha le sue radici nella guerra di successione spagnola e, dopo aver sperato di cominciare una nuova vita nelle colonie americane, parte per Dacca, nell’odierno Bangladesh, che era all’epoca un’avamposto della Compagnia delle Indie. Elizabeth, rimasta a Londra, parte per raggiungerlo nel 1770 e ci arriva sette mesi dopo avendo fatto tappa anche a Rio de Janeiro (il Boeing 747 non era ancora stato inventato). A Dacca Crisp riesce ad avviare una nuova attività commerciale ma la moglie sembra apprezzare poco la vita in colonia o i doveri familiari: prima rispedisce la figlia in Inghilterra, poi affida il figlio di 9 anni a un mercante che frequenta l’Iran perché impari il persiano e, infine, lascia il marito per un tour dell’India orientale che dura 18 mesi. Nel 1777 lo abbandona definitivamente per raggiungere la famiglia a Londra e torna a Madras solo dopo la sua morte, probabilmente per occuparsi dell’eredità (in realtà, solo debiti).</p>
<p>Fin qui il volume della Colley, che si basa essenzialmente su un libro scritto dalla Marsh per raccontare le sue esperienze in Marocco, <em>The Female Captive</em>, e su uno scarno diario del viaggio in India (censurato dalla famiglia) da cui appare chiaramente che Elizabeth era una sciocchina principalmente interessata alla vita di società, sia pure capace di affrontare i rischi e le fatiche fisiche dei viaggi settecenteschi (il Club Mediterranée non era ancora stato inventato). Le parti interessanti di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em> sono quelle in cui si parla dell’ascesa della potenza inglese, della spietatezza con cui armi e commercio marciavano insieme, della mobilità sociale nella Londra dell’epoca. </p>
<p>Tutto questo cosa diventa nella paginata di Repubblica del 20 agosto? Un ridicolo “Elizabeth alla conquista del mondo”, illustrato da un quadro dove marito e moglie consultano inseme una carta geografica. Peccato che si tratti palesemente di un dipinto che non c’entra nulla con l’epoca di Elizabeth Marsh perché mostra due coniugi vestiti alla moda di fine Ottocento, o forse inizio Novecento, che studiano quella che sembra essere la carta di un’isola nella sala da pranzo di una comoda villa da qualche parte nel Mediterraneo (si vedono le linee altimetriche). Una “conquista del mondo” che non sembra andare più lontano di Capri, Ibiza o Porquerolles, insomma.</p>
<p>Torniamo a Citati, che non solo cede alle lusinghe dell’ufficio stampa ma ci mette del suo: la madre di Elizabeth Marsh, Elizabeth Bouchier, era “probabilmente una mulatta”. La Colley si limita a dire che la vedova conosciuta da Milbourne Marsh in Giamaica non compariva nelle liste degli immigrati  dalla Gran Bretagna né in quelle dei bambini battezzati in loco, però potrebbe essere stata la figlia di una donna presente nei registri di Port Royal con il nome Margaret Boucher, una grafia leggermente diversa, come abitante nella parrocchia di razza bianca. Oppure, in teoria (<em>conceivably</em>) “potrebbe essere stata una mulatta, la figlia battezzata di un proprietario terriero bianco (&#8230;) e di una madre schiava africana”. La Colley non dà alcun elemento per affermare che Elizabeth Bouchier era “probabilmente una mulatta”: si limita a registrare anche questa possibilità in mancanza di fonti certe.<br />
Passiamo alla Kingston, la nave che riportò in Inghilterra Milbourne Marsh e la moglie. Citati si preoccupa di precisare che “doveva impedire il contrabbando dello zucchero della Giamaica, e gli assalti degli spagnoli alle navi mercantili inglesi” ma omette la parte più interessante della frase, che è: “<em>&#8230;and to suppress any slave rebellions within Jamaica itself</em>”. Un particolare non trascurabile: il motivo della partenza era una rivolta di schiavi, chiamati maroons, nell’interno dell’isola, una rivolta che portò il governatore a proclamare la legge marziale e a chiedere l’invio di sei compagnie di soldati per fronteggiare la situazione. Marsh, lui stesso proprietario di alcuni schiavi, decise di filarsela prima che la situazione precipitasse, o almeno prima di essere arruolato nella milizia che doveva difendere la capitale. Quattro anni dopo, gli schiavi ribelli avrebbero costretto gli inglesi a firmare un trattato per mettere fine alla guerriglia e sarebbero rimasti di fatto indipendenti fino al 1796.</p>
<p>I Marsh si imbarcano e, scrive Citati, la moglie “passava le giornate sul ponte della Kingston”. Forse sulle navi passeggeri di oggi  i turisti passano le giornate “sul ponte” nel senso di stare all’aperto a guardare il mare ma su una nave da guerra inglese del ‘700 il ponte era un luogo alquanto affollato di marinai addetti alle vele, che sicuramente non volevano donne impiccione tra i piedi (la Costa crociere non era ancora stata inventata). La signora Marsh, scrive la Colley, “si riposava sul ponte inferiore (orlop deck) il posto più tranquillo, buio e riparato [che ci fosse] a bordo”. </p>
<p>Nasce Elizabeth che, come abbiamo visto, ha una vita senza emozioni fino a 19 anni, poi segue i genitori a Minorca e, nel 1756, a Gibilterra, dove il padre è incaricato di ispezionare le fortificazioni e proporre miglioramenti in vista di un possibile attacco francese o spagnolo. La guerra, e le epidemie, convincono immediatamente la ragazza che non è un posto per lei e decide di tornare in Inghilterra, facendosi catturare dalle navi del sultano del Marocco.</p>
<p>La permanenza a Marrakech di Elizabeth Marsh dura pochi mesi e James Crisp, il compagno di prigionia fatto passare per marito allo scopo di frenare l’interesse virile del sultano, chiede la sua mano nel 1757 e la ottiene. Seguono dieci anni di vita tranquilla e agiata a Londra, in cui Elizabeth dà alla luce due figli e non pensa affatto alla “conquista del mondo” (i marines amricani non erano ancora stati inventati). Nel 1767 Crisp fa bancarotta, a causa della perdita della sua base commerciale sull’isola di Man, indipendente fino al 1765, e di una crisi commerciale nel Mediterraneo: a Genova le sue navi cariche di granaglie vengono sequestrate per fronteggiare l’emergenza carestia. Citati preferisce sottolineare che Elizabeth “rimase sola con due figli di nemmeno sette anni, senza casa, senza danaro e senza un lavoro di qualsiasi genere”.<br />
Per quanto riguarda il “lavoro”, dal libro della Colley non risulta che Elizabeth abbia mai fatto nulla in vita sua, se non chiamare la servitù per farsi servire il tè, o portare in palanchino quando era in India. E’ vero che nel 1767 l’intraprendente Crisp non aveva più quasi nulla ma nel frattempo la famiglia della moglie aveva fatto strada, in particolare lo zio George Marsh, che era diventato Clerk of the Acts, il funzionario più alto in grado della marina: Elizabeth non rischiò mai di restare senza un tetto. Infatti, quando il marito partì per l’India in cerca di fortuna lei rimase tranquillamente a casa dei genitori a scrivere <em>The Female Captive</em> per occupare il tempo e anche guadagnare qualche soldo (il libro vendette 750 copie, una tiratura rispettabile per l’epoca, ma non fu ristampato). Poi, come si è detto, raggiunse il marito con una navigazione non facile nell’Atlantico, ma nulla di più avventuroso di quel che capitava a mercanti, soldati e marinai che a decine di migliaia andavano e venivano per mare all’interno dell’Impero britannico. </p>
<p>Quanto alla scoperta dell’India sconosciuta (il viaggio di 18 mesi in India, “per terra e per mare” su cui Citati si dilunga) basterà dire che la nostra esploratrice definisce “moschee” i templi indù e manifesta ad ogni tappa la sua pocaggine: “Era l’ignoranza il maggior ostacolo per lei” scrive onestamente la Colley. E’ sempre l’autrice inglese a spiegare che gran parte della cosiddetta odissea consistette in visite alle città e alle basi commerciali della Compagnia delle Indie in compagnia di tale George Smith, che Elizabeth presentava come suo “cugino”. Durante queste tappe, alcune delle quali durarono per settimane o mesi, Elizabeth Marsh si dava al ballo, ai party e in generale ai piaceri della vita coloniale : non precisamente un safari nella giungla, né l‘esplorazione dell’Antartide in solitario (le spedizioni polari non erano ancora state inventate). </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/01/carta-strampalata-n-30/">carta st[r]ampa[la]ta n.30</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.9</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello </strong></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/ALLBAIONETTA.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-32085" title="ALLBAIONETTA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/ALLBAIONETTA.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello </strong></p>
<p>Questa settimana avremmo voluto occuparci del noto pensatore Antonio Socci che, dall&#8217;alto della sua cattedra di ex conduttore televisivo di Excalibur, rimbrotta il teologo Hans Küng spiegandogli che non ha capito nulla dell&#8217;importanza del celibato dei preti. (leggere per credere: <em>Libero</em> 19/3/2010, p. 19).</p>
<p>Socci dovrà aspettare perché Pietro Del Re, su <em>Repubblica</em> di venerdi scorso, lancia una notizia clamorosa: &#8220;La guerra è cambiata, addio alla baionetta&#8221;. E l&#8217;occhiello aggiunge: &#8220;La svolta dopo secoli di combattimenti all&#8217;arma bianca&#8221; (p.54).<br />
<span id="more-32082"></span><br />
Come tutti sanno, nel 2003 l&#8217;Iraq è stato invaso dai marines che hanno attraversato il deserto di corsa, baionette inastate, e hanno travolto la resistenza degli iracheni, inchiodati nelle loro posizioni con inutili armi come cannoni, carri armati e gas velenosi.</p>
<p>Né va dimenticato il ruolo che ebbero le baionette israeliane nella guerra del Kippur (1973) quando accerchiarono le divisioni corazzate egiziane, costringendole ad arrendersi: solo la diplomazia fermò il generale Sharon che stava per aprirsi la via verso il Cairo e Damasco sbudellando tutti i soldati arabi che incontrava, uno per uno.</p>
<p>Il buon Del Re ci informa che l&#8217;esercito americano &#8220;archivia quest&#8217;arma bianca diventata un accessorio secondario per via del progressivo diffondersi di armi automatiche, bazooka e kamikaze&#8221; (qualcuno potrebbe obiettare che il &#8220;progressivo diffondersi di armi automatiche &#8221; come la mitragliatrice inizia con l&#8217;anno di grazia 1880, ma non facciamo i sofistici).</p>
<p>La baionetta, continua l&#8217;articolo, ebbe &#8220;un ruolo decisivo&#8221; nella guerra di Secessione americana, così come nelle trincee delle Fiandre nel 1916 o ancora sulle spiagge della Normandia nel 1944 o, più recentemente, nei combattimenti corpo a corpo contro i Vietcong nella giungla tropicale&#8221;. Ma ora &#8220;alcuni corpi dell&#8217;esercito hanno cominciato a sostituire le baionette agganciando in punta dei loro fucili altre armi, quali una rivoltella o un machete&#8221;.</p>
<p>Certo, dev&#8217;essere pratico avere una pistola agganciata in punta a un fucile: chissà come si farà per premere il grilletto…</p>
<p>Parliamo dai &#8220;combattimenti corpo a corpo contro i Vietcong&#8221;: qualsiasi amante del cinema ricorderà che i soldati americani arrivavano nei villaggi vietnamiti su elicotteri (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=vHjWDCX1Bdw">Apocalypse Now</a>) e che si facevano strada sparando raffiche dai loro M-16, lanciando bombe a mano, incenerendo tutto ciò che trovavano sulla loro strada con i lanciafiamme. I vietnamiti rispondevano per le rime: il generale Giap, nella giungla tropicale, aveva delle divisioni corazzate non i fantaccini con una baionetta fissata sulla punta del moschetto.</p>
<p>Spiagge della Normandia: rimandiamo per informazione ai testi classici come Antony Beevor (D-Day) dove in 608 pagine le baionette sono citate nemmeno una dozzina di volte, compresi episodi in cui vengono usate sul corpo di tedeschi uccisi (p. 68). Oppure si potrebbe riguardare la scena iniziale di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=gZgKo46X8CI&amp;feature=related">Salvate il soldato Ryan</a>, dove i marines vengono fatti a pezzi dalle mitragliatrici tedesche e non si vedono baionette, picche o alabarde da nessuna parte.</p>
<p>Fiandre nel 1916: effettivamente francesi e inglesi iniziarono la guerra ignorando il problema centrale della baionetta, un oggetto inventato per trarre profitto della lentezza e della difficoltà con cui si caricavano i fucili fino a 60 anni prima. Questo costò loro alcune centinaia di migliaia di morti, ma si sa che i generali sono un po&#8217; lenti a imparare.</p>
<p>Prima dell&#8217;invenzione della cartuccia moderna, a metà Ottocento, <a href="http://www.dhr.virginia.gov/Armor/images/Musketeer.jpg">i fucili si caricavano versando la polvere da sparo nella canna</a>, o in un apposito alloggiamento, e introducendo poi una pallottola tonda. Questa operazione era così lunga che nessun soldato addestrato poteva sparare più di un colpo al minuto, due se era particolarmente abile e fortunato.</p>
<p>Schioppi e moschetti del XVIII secolo avevano una precisione decente solo fino a 80 metri circa. Ora, poiché un fantaccino ben allenato poteva percorrere 80 metri in circa 30 secondi, avere un lungo pugnale fissato sotto la canna del fucile permetteva, appena arrivati alla distanza giusta, di scattare in avanti dopo l&#8217;ultima salva dei nemici, con una ragionevole speranza di arrivare al corpo a corpo prima di essere bersagliati di nuovo dalle pallottole.</p>
<p>Nel 1831, i polacchi insorsero contro la dominazione zarista e il poeta francese Casimir Delavigne scrisse la Varsovienne su musica di Karol Kurspinski; il ritornello faceva: &#8220;Polonais, à la baïonnette ! C&#8217;est le cri par nous adopté, Qu&#8217;en roulant le tambour répète ! Vive vive la liberté ! Vive vive la liberté !&#8221;. Le baionette, però, poterono poco di fronte alla superiorità dei russi in uomini e armamenti.</p>
<p>La fine delle baionette come arma militarmente significativa avvenne durante la guerra di Secessione americana, quando entrarono in scena fucili che usavano cartucce dette &#8220;a percussione anulare&#8221; (brevettate dai celebri Smith &amp; Wesson) permettendo di ricaricare molto più velocemente e di avere un tiro utile per alcune centinaia di metri. Le due cose insieme rendevano un suicidio qualsiasi carica di fanteria in campo aperto, come scoprirono i sudisti a Gettysburg <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Edwin_Forbes_Pickett%27s_Charge.jpg">cercando di sfondare il centro dell&#8217;esercito unionista, trincerato su una collinetta.</a></p>
<p>L&#8217;offensiva voluta dal generale Lee, con 15.000 uomini ammassati su un fronte ristretto, con oltre un chilometro da percorrere in salita era chiaramente una pazzia, come disse il generale James Longstreet, ma gli ordini erano ordini. La divisione di George Pickett, 7000 uomini, perse i suoi 3 brigadieri, 13 colonnelli e quasi 5000 uomini nel giro di mezz&#8217;ora. Le cariche con la baionetta inastata mostrarono di essere una sicura ricetta per la sconfitta già quel giorno, 3 luglio 1861, un secolo e mezzo fa. Forse non era proprio una notizia di giornata …</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/baionetta1.jpg"><img class="size-full wp-image-32087  aligncenter" title="baionetta1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/baionetta1.jpg" alt="" width="280" height="208" /></a></p>
<p><span style="color: #333333;">p.s. Una rapida ricerca nell&#8217;archivio di Repubblica avrebbe permesso a Del Re di accertare che n</span><span style="color: #333333;">el 1985, ovvero un quarto di secolo fa, la sua collega Laura Laurenzi aveva scitto un articolo intitolato <strong>Addio Baionetta e grazie, non sei più un&#8217;arma da guerra</strong>. La Laurenzi commentava una sentenza della Cassazione, secondo la quale &#8220;la baionetta non può essere qualificata arma da guerra non ricorrendo nè il requisito della potenzialità offensiva &#8220;spiccata&#8221;, nè quello della destinazione, attuale o potenziale, al moderno armamento di truppe per l&#8217; impiego bellico&#8221;. Se n&#8217;era accorta la Cassazione nel 1985, ma il quotidiano romano ci annuncia nel 2010: &#8220;La svolta dopo secoli di combattimenti all&#8217;arma bianca&#8221;.</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/32082/">carta st[r]amp[al]ata n.9</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.6</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 09:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Brady Campaign to Prevent Gun Violence]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bonnieandclyde460.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello </strong></p>
<p>Al Capone? Un chierichetto. Bonnie e Clyde? Due dilettanti. I film di Quentin Tarantino? D’ora in poi li trasmetteranno nei programmi per bambini, al posto di <em>Melevisione</em>. Sì, perché la realtà supera di molte lunghezze la fantasia: secondo <em>la Repubblica </em>di giovedì scorso, negli Stati Uniti ci sono stati, dal 1 gennaio al 24 febbraio di quest’anno, 16.354 omicidi con arma da fuoco (più strangolamenti, accoltellamenti, botte in testa, annegamenti nella vasca da bagno e altro arsenico e vecchi merletti).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/01/31109/">carta st[r]amp[al]ata n.6</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bonnieandclyde460.jpg"><img class="size-full wp-image-31108  aligncenter" title="bonnieandclyde460" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bonnieandclyde460.jpg" alt="" width="460" height="300" /></a> </p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello </strong></p>
<p>Al Capone? Un chierichetto. Bonnie e Clyde? Due dilettanti. I film di Quentin Tarantino? D’ora in poi li trasmetteranno nei programmi per bambini, al posto di <em>Melevisione</em>. Sì, perché la realtà supera di molte lunghezze la fantasia: secondo <em>la Repubblica </em>di giovedì scorso, negli Stati Uniti ci sono stati, dal 1 gennaio al 24 febbraio di quest’anno, 16.354 omicidi con arma da fuoco (più strangolamenti, accoltellamenti, botte in testa, annegamenti nella vasca da bagno e altro arsenico e vecchi merletti).</p>
<p>Mamma mia!<br />
<span id="more-31109"></span><br />
Tutto nasce, come al solito, con un articolo del <em>New York Times </em>che l’inviato a New York Angelo Aquaro decide di scopiazzare: <em>Fearing Obama Agenda, States Push to Loosen Gun Laws</em>. Nella versione italiana diventa: <em>Obama si arrende alle lobby/l’America riprende la pistola</em>. Il titolo originale sembrerebbe un po’ dire il contrario di quello italiano, e cioè che temendo le restrizioni di Obama alcuni Stati stanno liberalizzando la regolamentazione delle armi. Ma non soffermiamoci sulle quisquilie.</p>
<p>L’articolo di Ian Urbina (NYT) non riporta cifre e si vede che a <em>la Repubblica</em> hanno deciso che ci voleva un po’ di infografica, così hanno confezionato una mappa degli Stati Uniti sotto la quale campeggiano questi numeri: <em>16.354 le persone uccise con arma da fuoco negli Usa nel 2010</em> e <em>109.518 le persone uccise da colpi di arma da fuoco ogni anno negli Usa</em>. Fonte: Brady Campaign to Prevent Gun Violence.</p>
<p>Ora, per quanti spaghetti-western i redattori abbiano visto da piccoli, 16.354 morti in 55 giorni (dal primo gennaio al 24 febbraio) fa 297,34 morti al giorno, cioè 108.531 morti l’anno: neanche nei film di Joe Dante proiettati a nastro 24 ore su 24. E questi sarebbero, per di più, solo gli omicidi con armi da fuoco: il pensionato che ammazza a martellate la moglie, il nipote che avvelena la nonna per ereditare e il ragazzotto portoricano che accoltella il rivale in amore non sono conteggiati.</p>
<p>Guardiamo all’altro numero, cioè alle 109.518 persone <em>uccise da colpi di arma da fuoco </em>ogni anno in America. Ogni anno? Non succede mai che ne ammazzino 109.517 o 109.519? No, caschi il mondo, i regolarissimi americani si sparano sempre nella stessa misura (quest’anno siamo un po’ in ritardo perché, come dicevamo sopra, le vittime nei primi 55 giorni dell’anno darebbero un totale di soli 108.531 morti nei dodici mesi; a meno che non ci sia una tredicesima di ammazzamenti in dicembre, of course).</p>
<p>Già sento le obiezioni del povero Aquaro: <em>Questi sono i numeri del Brady Campaign to Prevent Gun Violence, che volete da me?</em>. Effettivamente, esiste un rapporto di questa organizzazione, molto critico verso Obama per i cedimenti alla lobby delle armi. Peccato che in nessuna delle 29 pagine del rapporto compaiano i numeri citati da Repubblica.</p>
<p>Il rapporto Brady, a dire la verità, non è un modello di precisione, ma le cifre che offre sono queste: 30.000 morti l’anno per le armi da fuoco e 110.000 sparatorie. Ma i 30.000 morti sono la somma approssimativa dei suicidi (16.883) e degli omicidi (12.785) commessi con armi da fuoco e il dato si riferisce al 2006, ultimo anno disponibile. Quindi, gli omicidi di questo tipo negli Stati Uniti sono poco più di 12.000 in un anno, e non 109.518, nove volte di meno di quanto fanfaroneggi Repubblica.</p>
<p>Malgrado accurati sforzi, non sono riuscito a trovare statistiche per il 2010, che dubito esistano vista la lentezza con cui un paese di dimensioni continentali come gli Stati Uniti raccoglie e aggrega le sue statistiche criminali. Però possiamo ragionevolmente ipotizzare che, se la media annuale rimane stabile, siano stati circa 2.000 e non 16.354, otto volte di meno.</p>
<p>Come si è detto, la Brady Campaign parla anche di 110.000 sparatorie, ma questa cifra (simile al precisissimo 109.518 di Repubblica) comprende tutti gli episodi in cui sono state usate armi da fuoco, sia che ne sia risultato un omicidio, un suicidio o un incidente. Soprattutto, l’episodio può essersi concluso con morti, o solo feriti, o nessun danno. Sempre per il 2006, sappiamo che ci sono stati 48.676 feriti da armi da fuoco, il che è un po’ diverso dal parlare di 109.518 uccisioni.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/telefono.jpg"><img class="size-medium wp-image-31119  aligncenter" title="telefono" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/telefono-249x300.jpg" alt="" width="249" height="300" /></a></p>
<p>Passiamo da <em>la Repubblica</em> a <em>la Stampa</em>, dove pure troviamo un <em>100.000</em> bello tondo. Si tratta della proposta di Luca Ricolfi, stimato professore di Metodologia della ricerca psicosociale all’università di Torino, di mettere un tetto alle intercettazioni. Il punto di partenza è che <em>forse le intercettazioni sono davvero troppe</em> perché nel 2001 <em>i bersagli intercettati erano 32.000, da allora il loro numero è aumentato sempre, a un ritmo medio del 23% all’anno. Così, in 7 anni, dal 2001 al 2008, sono più che quadruplicati</em>. A suo avviso, i magistrati devono essere liberi di intercettare ma il Parlamento potrebbe <em>riportare gradualmente il numero totale delle intercettazioni a un livello più ragionevole di quello di oggi</em>, appunto 100mila (ora sarebbero 140.000).</p>
<p>Da queste cifre, il lettore è autorizzato a pensare che ci siano 140.000 cittadini i cui telefoni sono sotto controllo e forse gli verrà il dubbio che i magistrati-spioni ascoltino le conversazioni di tutti, magari per curiosità morbosa. Peccato che le cose non stiano esattamente così: sono 140.000 le utenze telefoniche su cui, in un momento o nell’altro dell’anno, è stato esercitato un controllo e questa cifra è il frutto dell’abitudine di mafiosi e camorristi di cambiare continuamente le schede dei cellulari, al limite usandole una volta sola, proprio per evitare di essere intercettati. Quindi le persone ascoltate sono un numero assai più ristretto e le portinaie di via Po non devono temere per la loro privacy.</p>
<p>Ma, si chiede Ricolfi, <em>com’è possibile che in un distretto di corte d’appello il rapporto fra bersagli intercettati e procedimenti penali sia 15 volte più alto che in un altro</em>? Già: com’è possibile che a Taormina si faccia il bagno 15 volte di più che a Madonna di Campiglio?</p>
<p>Così, partendo dalla premessa che <em>le intercettazioni sono davvero troppe</em> il nostro commentatore arriva facilmente a una proposta di questo tipo: fissare <em>uno stock di intercettazioni nazionale affidando al Consiglio superiore della magistratura o a un organismo indipendente il compito di ripartire tale stock fra i 29 distretti giudiziari</em>.</p>
<p>Facile immaginare cosa succederebbe in Procura a Palermo:<br />
<em>- Dottore, in città si dice che Totò O’ Assassin&#8217; abbia sciolto nell’acido la figlia di Beppe O’ Animal&#8217;: uno sgarro. Avviamo le intercettazioni</em>?<br />
- <em>Maresciallo, scherziamo? Abbiamo già consumato quasi tutto lo stock dell’anno e siamo solo in giugno. Ho dovuto chiedere in prestito alla procura di Aosta un pacchetto da un mese di intercettazioni, promettendo di restituirle l’anno prossimo. No, no, niente intercettazioni: veda se salta fuori qualche testimone oculare, piuttosto</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/01/31109/">carta st[r]amp[al]ata n.6</a></p>
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		<title>Censura Bibliotecaria (Lettera ad un Sindaco)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/22/censura-bibliotecaria-lettera-ad-un-sindaco/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/22/censura-bibliotecaria-lettera-ad-un-sindaco/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 06:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=24872</guid>
		<description><![CDATA[<p><em>[A Musile di Piave, un paesino del veneto, il sindaco ha vietato la presenza de "La repubblica" in biblioteca in quanto giornale politicizzato (<a href="http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&#038;sez=NORDEST)">www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&#038;sez=NORDEST</a>). Ringrazio Gherardo Bortolotti che mi ha segnalato questo ulteriore caso di "civiltà" settentrionale. A I]</em></p>
<p>Il Presidente dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche<br />
Prof.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/22/censura-bibliotecaria-lettera-ad-un-sindaco/">Censura Bibliotecaria (Lettera ad un Sindaco)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[A Musile di Piave, un paesino del veneto, il sindaco ha vietato la presenza de "La repubblica" in biblioteca in quanto giornale politicizzato (<a href="http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&#038;sez=NORDEST)">www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&#038;sez=NORDEST</a>). Ringrazio Gherardo Bortolotti che mi ha segnalato questo ulteriore caso di "civiltà" settentrionale. A I]</em></p>
<p>Il Presidente dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche<br />
Prof. <strong>Mauro Guerrini</strong></p>
<p>Spett.le Sig. Sindaco,<br />
sono venuto a conoscenza dalla stampa (&#8216;Il Gazzettino&#8217;, sabato 10<br />
ottobre 2009, Cronaca di Venezia, p. 1) delle disposizioni impartite<br />
alla biblioteca del Comune da Lei amministrato, tendenti a eliminare<br />
dalle raccolte bibliotecarie la presenza di pubblicazioni periodiche<br />
ritenute &#8216;politicizzate&#8217;.<br />
<span id="more-24872"></span><br />
Questo tipo di provvedimenti è in netto contrasto con le finalità della<br />
biblioteca pubblica, che è strumento essenziale per la democrazia solo<br />
se viene garantita la pluralità delle opinioni e l&#8217;accesso senza filtri<br />
o pregiudiziali ideologiche &#8216;a ogni genere di conoscenza e<br />
informazione&#8217;, come recita il <a href="http://www.aib.it/aib/commiss/cnbp/unesco.htm">Manifesto Unesco per la biblioteca<br />
pubblica</a>.</p>
<p>Le raccolte di ogni biblioteca che voglia realmente essere al servizio<br />
della comunità locale dovrebbero riflettere tutti gli orientamenti<br />
attuali e l&#8217;evoluzione della società , così come la memoria<br />
dell&#8217;immaginazione e degli sforzi dell&#8217;uomo, senza essere soggette ad<br />
alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa, né a pressioni<br />
commerciali. In realtà si assiste sempre più spesso a forme di malinteso spoil system, in base al quale chi prevale si sente in diritto di imporre la propria visione del mondo cancellando le opinioni della parte<br />
avversa.</p>
<p>Le Sue disposizioni sembra mettano in luce la sfiducia che la Sua<br />
amministrazione nutre nei confronti dei concittadini, che evidentemente<br />
non sono ritenuti in grado di formarsi un giudizio critico e che quindi<br />
devono essere messi sotto tutela, al riparo dall&#8217;informazione di parte o<br />
politicizzata, un concetto peraltro assai discutibile in sé. Credo che<br />
qualsiasi amministratore pubblico non possa che convenire sulla<br />
necessità opposta, ovvero ampliare la dotazione di quotidiani di tutte<br />
le tendenze e provenienze, per garantire il pluralismo e consentire a<br />
chiunque di formarsi liberamente un&#8217;idea sui fatti del mondo.</p>
<p>La tutela del bene comune rappresentato dall&#8217;accesso alle opinioni &#8211; a<br />
tutte le opinioni &#8211; è il presupposto che mette tutti noi in condizione<br />
di formarci in proprio convinzioni e idee. Questo diritto, sancito<br />
dall&#8217;art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo,<br />
dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni di ogni amministratore<br />
locale che desideri il bene della comunità che l&#8217;ha eletto.</p>
<p>Le biblioteche sono l&#8217;emblema stesso della libertà e della democrazia,<br />
sono un patrimonio di tutti. La censura è la negazione delle ragioni per<br />
cui le biblioteche vengono finanziate dalla collettività : i problemi si<br />
risolvono affrontandoli con il dialogo e il confronto fra i diversi<br />
punti di vista sul mondo e sulla vita, ma non apponendo divieti e<br />
minacciando sanzioni.</p>
<p>Per queste ragioni l&#8217;Associazione Italiana Biblioteche (AIB) si oppone<br />
e denuncia ogni tentativo di censurare, limitare e sviare la loro<br />
funzione culturale e sociale.</p>
<p>A nome dell&#8217;AIB, la invito a riconsiderare le sue decisioni e a<br />
guardare con fiducia al ruolo delle biblioteche pubbliche, che sono e<br />
devono restare luoghi per il libero confronto delle idee e per la<br />
formazione delle opinioni, non terreni di scontro ideologico.</p>
<p>Il pluralismo, come ha ricordato proprio oggi il Presidente della<br />
Repubblica, Giorgio Napolitano, celebrando la giornata<br />
dell&#8217;informazione, &#8220;è un valore insostituibile&#8221;.</p>
<p>Il Presidente dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche<br />
Prof. Mauro Guerrini</p>
<p>Roma, 16/10/2009</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/22/censura-bibliotecaria-lettera-ad-un-sindaco/">Censura Bibliotecaria (Lettera ad un Sindaco)</a></p>
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		<title>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/la-mano-sulla-scuola-scuola5/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 10:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: left;"></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong>
</p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p>Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori.</p>
<p>È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/la-mano-sulla-scuola-scuola5/">La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter" title="maestrina" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/maestra.jpg" alt="" width="396" height="477" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong>
</p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p>Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori.</p>
<p>È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina. Io so perché. L’esperienza scolastica è l’unica esperienza sociale condivisa da ogni cittadino italiano o no. Tutti almeno una volta, tra i sei e i diciotto anni, sono andati a scuola. La scuola quindi non è di destra, non è di sinistra, non è di centro e nemmeno federalista. L&#8217;unico colore della scuola è il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria si va a scuola per imparare. La prima prova contraria viene dai rapporti OCSE PISA che collocano i nostri quindicenni al trentatreesimo posto per competenze di lettura e al trentottesimo posto per competenze matematiche. La seconda, dalle percentuali bulgare di studenti rimandati nelle ultime estati in latino e matematica, senza citare poi le statistiche occulte, che pure ogni docente può stilare, sui rimandati in disegno tecnico e storia dell’arte. Le indagini statistiche non sono la verità. Sono come le stelle per i romani. <em>Inclinant non necessitant</em>. Anche se, in questo caso, inclinant verso il baratro. La terza prova contraria è la precarizzazione della figura del docente che si infrange contro la continuità didattica, che per quanto non esistano certezze, è un valore quasi assoluto.<br />
<span id="more-10599"></span><br />
Anche il ministro della pubblica istruzione è andato a scuola. L’oggettività di aver condiviso almeno una esperienza con tutti i connazionali non autorizza tuttavia il ministro della pubblica istruzione, chiunque egli sia, a strutturare proposte di miglioramento della scuola che siano di mero senso comune.</p>
<p>Io sono certa che nessun docente, più o meno precario, che possa dirsi tale, riesca a scagliarsi contro una riforma nella quale galleggiano indistintamente, come la storiella sul porto di Palermo, proposte coerenti e sagge e proposte infide e deleterie. La riforma della scuola è ancora così vaga e varia che il peggior risultato è lasciare indifferenti, silenti, i professori di ruolo e (s)mobilitare i precari. Di rendere evidente, in questa scissione, il suo non essere esattamente una riforma a scopo culturale quanto piuttosto una manovra a sfondo finanziario. Tuttavia, io sono certa che nessun docente, che possa dirsi tale riesca a serrare le fila insieme a un sindacato che osteggia qualsiasi cosa tranne l&#8217;assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, che inibisce l&#8217;introduzione di un criterio meritocratico di selezione del corpo docente. Io ne sono certa perchè mi sono vista chiedere delucidazioni a colleghi che stavano a scuola da più tempo di me o che ne sapevano di più su un argomento specifico. Perché ho visto colleghi domandarmi su questioni sulle quali mi ero dimostrata più ferrata. Io ne sono certa perchè chi sta a scuola sa più degli altri che non si smette mai di imparare. E che quindi i professori dei professori o i professori più bravi vanno pagati perchè insegnino. Ma non domani. Già ieri. Tutto questo, anche al costo infernale, di dover ridimensionare il corpo docente. Quindi al costo della mia cattedra.</p>
<p>Il gioco insomma è quello della torre. Solo che nessuno cade e nessuno muore. Non subito almeno. La domanda suona Che colore ha la tua scuola?. Io rimango interdetta, guardo lo strapiombo e penso che se sotto ci fosse il mare il gioco della torre sarebbe una attrazione turistica. Come tutto in questo paese. Poi alzo gli occhi e, qualsiasi cosa io abbia risposto nel millenovecentonovantasei, gli effetti, le mancanze, i danni al tessuto connettivo e produttivo del paese sono evidenti solo adesso. conosco la risposta. Se la scuola avesse un colore sarebbe il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria a scuola ci si va per imparare.</p>
<p>Io ho finito la scuola superiore il tre luglio del millenovecentonovantasei. Avevo una gonna aragosta a trapezio, una polo color crema e forse un paio di sandali. Dietro una fila di banchi stretti, uno accanto all’altro eppure irregolari, stavano il presidente e i commissari esterni. A fianco a me la mia professoressa di matematica, membro interno di quell’anno. Le mie materie orali erano italiano e fisica. Fuori dalla finestra del mio piccolo liceo di provincia c’era il mare di luglio, con i primi bagnanti senza ombrellone e i teli stesi, a insabbiarsi le cosce o a sotterrarsi i piedi. Non faceva caldo e c’era il vento. Il mare mi è sembrato un lago per tutta l’interrogazione tanto era silenzioso.</p>
<p>La prima volta che sono entrata in un’aula scolastica per una supplenza annuale è stato il duemilasei. Esattamente dieci anni dopo. Dieci anni in cui mi sono laureata in matematica, concluso un dottorato quadriennale e abilitata all’insegnamento. Dieci anni in cui non sono mai uscita dalla scuola in senso stretto. Quella dove si va per imparare fino a prova contraria. L’esperienza in classe è stata scioccante. I miei studenti di quinto anno non avevano il bagaglio linguistico dei miei diciotto anni, non avevano il mio (allora scarno) bagaglio di conoscenze matematiche, non erano di certo molto più stupidi o molto più intelligenti di quanto lo fossi io, non avevano nemmeno il mio livello di semplice scolarizzazione. Si parla uno alla volta, i cellulari in classe si tengono spenti, non si mangia in aula, non si beve in aula, non si dorme in aula, non si picchia il compagno. Non in generale, almeno quando il professore ti guarda. E giacché non è più scuola dell’obbligo se non si è interessati si resta a casa o si va a lavorare.</p>
<p>Quando è suonata la campanella mi sono chiesta cosa fosse successo alla scuola in dieci anni. E dopo due anni di insegnamento l’idea che mi sono fatta è che, non avendo la scuola nessun colore o vessillo politico, tenere una posizione di una ideologia qualsiavolgia, fosse pure quella del <em>Kalos kai Agathos</em>, è una iattura, che perciò le cattive riforme, in quanto approssimazioni, sono meglio di nessuna riforma, che i sindacati hanno abdicato a qualsiasi reale possibilità di interlocuzione tra corpo docente precario e (cattive) riforme disinteressandosi alla qualità dell&#8217;insegnamento per concentrarsi sulla quantità delle immissioni in ruolo disponibili anno per anno, che l’infamia italiana dove un laureato medio, al primo impiego, percepisce un compenso mensile di mille euro con contratti dai tre ai sei mesi, ha tinto d&#8217;oro le cattedre scolastiche e persone, che mai avrebbero considerato l’insegnamento come un mestiere decente, si sono riversate nelle scuole di specializzazione per assicurarsi uno stipendio di milleduecento euro al mese, permessi per malattia o senza assegni, diritto alla disoccupazione con e senza requisiti ridotti, vacanze di Natale e Pasqua assicurate, orari umani. Insegnare a scuola, di questi tempi, è diventato quasi uno scopo di lucro e questo la dice lunga sullo stato effettivo del paese. Insegnare a scuola è diventato l&#8217;ultimo brandello di posto statale da prendere a ogni costo in un paese con un mercato del lavoro flessibile ma lavoratori immobili.</p>
<p>Lo scorso anno è apparso su <em>La Repubblica</em> un articolo di Citati sullo stipendio dei professori e dei maestri. Era pieno di osservazioni accurate scritte benissimo e argomentate meglio. La proposta era raddoppiare lo stipendio ai docenti perché, a oggi, costituiscono una specie di sottoproletariato. Mi ha stupito molto che un intellettuale di quella risma, un letterato raffinato e tutto il resto abbia avuto l’esigenza di parlare di soldi, della borghesia torinese che non si preoccupava che gli educatori dei loro figli venissero pagati meno dei loro autisti, della convinzione che questa indifferenza implicasse la coscienza che i professori non appartenevano a nessuna classe sociale. Io sospetto che Citati quando scrive elite intellettuale parli di persone ben pagate. Come se l&#8217;elite intellettuale fosse una conseguenza e quasi non si fosse accorto che i professori, al primo incarico, sono meglio pagati dei ricercatori universitari, degli ingegneri e degli architetti al primo impiego. Pare che le elite vadano scomparendo. In effetti però se gli intellettuali parlano di soldi i professori di scuola sono il sottoproletariato.</p>
<p>All’inizio di questo settembre Citati è ancora intervenuto, sempre da <em>La Repubblica</em>, sull&#8217;esigenza di aumentare lo stipendio ai professori per consentire loro di comprare almeno i giornali, dunque di tenersi informati, e buoni libri da leggere e un golf nuovo di tanto in tanto per apparire rispettabili. Lo so che la tesi di Citati, pur con qualcosa di classista, è giusta. Ma l&#8217;implicazione del golf non mi convince in nessuno dei due interventi. Anche se amo molto golf.</p>
<p><strong>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo</strong></p>
<p>Signor Ministro della Pubblica Istruzione,<br />
anzi signora. Le scrivo perché sono una docente precario che non si fida né dei giornali né dei sindacati e che per qualsiasi cosa consulta la sezione comunicati stampa sul sito del suo ministero. Solo di prima mano. Le parole girano per l’aria e prendono strane pieghe. Che poi a toglierle ci si impiega tempo. Lei mi dirà che il tempo, per me che insegno a scuola, non è un problema, e io le rispondo che non è esattamente così perché in questa scuola di oggi ci sono le riunioni per materie, i corsi di aggiornamento obbligatori, i corsi di recupero in itinere, gli sportelli didattici, i programmi pomeridiani che sono stati finanziati e quindi bisogna farli così gli studenti maturano crediti scolastici, i consigli di classe, i collegi dei docenti, e due volte all&#8217;anno il ricevimento genitori. Pensi a me che quest’anno ho avuto le mie diciotto ore frontali spezzettate in tre scuole e moltiplichi per tre le righe sopra. Lungi da me volerle insegnare le moltiplicazioni ma converrà, che, a seconda dell&#8217;editor di testo che possiede, le righe sopra arriverebbero a sei o a nove e anche solo a leggerle, senza interessarsi di cosa significhino, ci si impiegherebbe un poco.</p>
<p>Le scrivo perché all&#8217;inizio di questo anno scolastico avverto un poco di stanchezza che, le assicuro, non è una sensazione che mi accompagna nel mio lavoro. Io penso che insegnare sia il mestiere più bello del mondo. Si rimane per sempre giovani, si affilano i concetti fino a farne stuzzicadenti con i quali impedire alle stupidaggini di addensarsi in carie, ci si confronta con persone il cui cruccio quotidiano medio è capire quanto elastico delle mutande lasciar sporgere dalla cintola dei pantaloni. Non è un giudizio, mi creda, è una meraviglia. Insegnare alle scuole superiori, e forse anche alle scuole medie, e all&#8217;università e alle elementari, e ai corsi di formazione aggiungerà lei, è il mestiere migliore del mondo perché l&#8217;ambiente lavorativo è quasi sempre spensierato. Io non sono un docente da Capitano mio capitano, sono uno che entra in classe il primo giorno di scuola con un test di ingresso tarato sui contenuti minimi dell&#8217;anno o del ciclo scolastico precedente, segna l’orario di inizio sulla lavagna e quello di consegna, si appoggia alla cattedra, incrocia le mani sul petto e guarda gli studenti ingobbirsi tra i banchi per crucciarsi o sorridere ma comunque confrontarsi con qualcosa che non è scontato, non è imprevisto ma nemmeno programmato, e che comunque, è una piccola sfida. O un ostacolo. O una pozzanghera nella quale battere i piedi, giocare a interpretare Narciso o da saltare per proseguire il cammino.</p>
<p>Mi perdoni se mi dilungo ma non so quando mi ricapiterà di avere un pomeriggio da dedicarle, qui ogni anno si cambia cattedra e classe e bisogna studiare tutto da capo. Non per imparare le cose, o non solo, non si spaventi, ma per capire come insegnarle, quale concetto viene un attimo prima di un altro e quale invece va taciuto e costruito piano piano. Non è che una persona che insegna si spaventi di studiare, assolutamente no, solo cerca di canalizzare le energie, ripartire il tempo, e farlo fruttare. Lei signor Ministro, anzi signora, così concentrata sulle migliorie doverose da apportare a questa scuola saprà pure che l&#8217;impatto che ha un docente di scuola superiore su uno studente non ce l&#8217;avrà più nessuno. Lei lo sa che certi colleghi rimangono in una classe per duecento ore l’anno?. Lei ricorda signor Ministro, anzi signora, che nemmeno un corso universitario annuale di qualche anno fa ammontava a duecento ore?. Lei immagina con tutti gli strumenti per lavorare, numero di persone congruo, laboratori, biblioteche e cineteche accessibili, preparazione solida ed etica, cosa potrebbe fare un professore in duecento ore?.</p>
<p>Ma non le scrivo per questo, lo so che ne è a conoscenza e che per questo ci vuole pagare di più.</p>
<p>Ci sono molte cose che nella sua riforma prossima ventura mi piacciono e molte altre che non capisco. Ma non voglio scriverle una lettera di elogi perciò le indicherò solo ciò che non mi convince. Per esempio, secondo me, meno professori vuol dire pure classi più numerose. Visto che lei dichiara di voler ascoltare i consigli di chiunque, il mio primo consiglio in questa lettera è di entrare in un&#8217;aula e cercare di tenere l’attenzione di trenta ragazzi per venti minuti. Ci vuole fatica e mestiere. Se fossero trentacinque ci vorrebbe un miracolo e come notava Saramago ne <em>Il Vangelo secondo Gesù</em>, <em>Il miracolo non è una cosa tanto buona se bisogna piegare la ragione intima delle cose per renderle migliori</em>. Io mi rendo conto, signor Ministro, anzi signora, che giustappunto la scuola non ha bisogno di miracoli ma di ritrovare la ragione intima delle cose. Tipo che ci si va per imparare.<br />
Io la ammiro molto signor Ministro, anzi signora, quando dice cha la scuola deve essere prima di tutto per gli studenti. Ma mi segua, come è possibile fare una scuola per gli studenti senza professori? Qualcuno, signor Ministro, anzi signora, vuole prendersi la briga di insegnare, di fare questo benedetto e vilipeso mestiere?. Come può esistere una scuola per gli studenti senza i professori?.</p>
<p>Non si può, glielo assicuro io, poi sarebbe assurda, noiosa, sarebbe come una partita a tennis senza la rete. Senza nessun interesse, e nemmeno un imprevisto, e nemmeno il necessario confronto che c&#8217;è tra gli studenti e un docente che non va loro a genio. Nessuno avrebbe più l&#8217;opportunità di imparare nonostante.</p>
<p>Quindi i professori sono necessari alla scuola come i piloni in cemento ai ponti, siamo d&#8217;accordo. Il preside è necessario, gli amministrativi sono fondamentali, i bidelli, e mi perdonino quelli che lavorano, non sempre e gli studenti sono linfa. Che cosa dobbiamo tagliare allora?. Per rispondere a questa domanda, bisogna avere il cuore puro signor Ministro, anzi signora, bisogna osservare che meno professori e meno amministrativi è giusto se però ci sono meno studenti. Non parlo della scuola dell’obbligo, dell’alfabetizzazione ottima che il nostro paese è stato in rado di offrire fino a quindici anni fa. Parlo del triennio delle scuole superiori. Lei lo saprà meglio di me che a scuola si iscrivono persone che per vero non hanno nessun interesse per lo studio. Si iscrivono a scuola con il concetto che chi studia fa una vita migliore. Ovviamente se lo chiede a me che sono crocifissa ai libri, già adesso, senza l’auspicato raddoppio dello stipendio, le dico che è ovvio che chi studia ha una vita migliore ma è una mia opinione, non una verità di stato. Mentre è verità di stato che molte persone che non hanno terminato gli studi lavorano nelle trafile industriali e hanno termini pensionistici pari a quelli dei professori, o degli impiegati, ed è chiaro che questo è un assurdo perché esistono, a non volersi coprire dietro a un dito, lavori più logoranti di altri. Perché tutti si iscrivono a scuola anche quando non è più per legge. Per curiosità mi dirà lei. E io, che ho la curiosità come motore primo della mia piccola vita, le dirò che non è così, non tutti gli studenti sono curiosi, molti studenti arrivano per prendere il pezzo di carta. Dicono proprio, con una certa baldanza, Io voglio prendermi il pezzo di carta perché altrimenti qui non si può nemmeno andare a pulire i cessi. Mi perdoni la parola cesso, ce pure è italiano, ma ha un suono violento, ma dicono proprio questo. E io ho insegnato sia al nord che al sud signor Ministro anzi signora. Che cosa voglio dire?.<br />
Che se la situazione scolastica è grama, è colpa degli studenti? No, no signor Ministro anzi signora, gli studenti sono la parte migliore della scuola, voglio solo dire che bisogna orientare le persone, riproporre una cultura del lavoro e dello studio come lavoro. Come tutti gli altri.</p>
<p>Voglio dire che la scuola è subissata di persone che aumentano il numero degli studenti senza essere studenti. È come se aumentassero il quorum di tutti quei sondaggi sulla qualità senza tenere conto che qualcuno alle domande non risponde proprio, segna una x qualsivoglia. Come per passatempo.<br />
Lo ripeto signor Ministro, anzi signora, che lei pensasse che io ritenga colpevoli gli studenti dei mali della scuola. No, non signor Ministro anzi signora, ribadisco, io adoro gli studenti. Anche quelli che mentre parlo sorridono alle finestre o parlottano dietro le miei spalle con i compagni di banco o scrivono sul quaderno sotto al testo dell&#8217;esercizio, Io conquisterò il mondo.</p>
<p>Se il mio fosse un mestiere di contenzione li terrei lì per conoscerli per catechizzarli per dirgli che leggere e sapere salva la vita. E ovviamente sarebbe sbagliato perché ognuno di noi ha una vita diversa. La mia signor Ministro, anzi signora, è diversa dalla sua.</p>
<p>Ma torno in me e le scrivo chiaramente che il male della scuola è esser stata identificata come un luogo in cui, intanto, puoi guardarti intorno e scegliere. Che è anche vero fino a un certo punto. Ma poi? Perché non c’è nessun orientamento serio sulle possibilità di lavoro al di fuori del pezzo di carta? Perché nessuno dice a chiare lettere che chi studia non è una persona migliore di chi non studia, o diversa, ma fa semplicemente un altro lavoro?.</p>
<p>Nessuno signor ministro, anzi Signora, e poi da quando gli atenei hanno cominciato a farsi pubblicità come la cocacola, non potendo vantare per altro la medesima tenacia mercantile, si leggono cose del tipo studia qui e ti assicuri un podio nella vita. Questo è solo l’unico che ho visto, ma nemmeno il peggiore, il sottotesto di tutti è chi studia è migliore.</p>
<p>Che sinceramente signor Ministro, anzi signora, è veramente una stupidaggine enorme come il ministero dell&#8217;istruzione!.</p>
<p>Se ci fosse un orientamento precoce e non ideologico, se ci fosse un sistema pensionistico che permettesse a certe categorie di lavoratori d’altoforno di andare in pensione con venti o venticinque anni di lavoro, e di recuperare quindi, con un poco d&#8217;aria, la consunzione di quei lustri, se ci fosse qualcuno che dicesse, ma più chiaramente di quanto immagini, che certi operai specializzati percepiscono stipendi favolosi, che cere sarte si intendono di questioni di lanacaprina assai meglio di valenti filosofi, se qualcuno, lo stato, le signor Ministro anzi signora, togliesse questa aura mistica allo studio, le classi di secondaria sarebbero assai men numerose e lei potrebbe tagliare i professori allora sì sovrabbondanti e passare a una istruzione migliore. Una istruzione che corteggi pure a conoscenza delle cose. Ma cominciare a tagliare i professori, senza aver detto chiaramente che cose è e per chi è la scuola, cioè per coloro che la scelgono come lavoro,è forse azzardato.<br />
Lei ha ragione ma è fuori tempo signor Ministro, come possiamo fare?</p>
<p>Queste riflessioni sono uscite, in versione appena modificata, su Nuovi Argomenti  [#44, V serie] <em>Concordia Nazionale</em> attualmente in libreria. Il primo articolo di Pietro Citati, <em>Raddoppiamo lo stipendio ai professori</em>, si trova <a href="http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2007-cinque/raddoppiare-stipendi/raddoppiare-stipendi.html">qui</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/la-mano-sulla-scuola-scuola5/">La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</a></p>
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