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	<title>Nazione Indiana &#187; laika</title>
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		<title>Il cane più famoso della storia</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2008 14:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em> &#8220;Il semplice fatto che il mio cane mi ami più di quanto io ami lui è una realtà innegabile, che mi colma sempre di una certa vergogna. Il cane è sempre disposto a dare la sua vita per me.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/10/il-cane-piu-famoso-della-storia/">Il cane più famoso della storia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://celestiasws.free.fr/images/ussr/vignettes/laika640.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em> &#8220;Il semplice fatto che il mio cane mi ami più di quanto io ami lui è una realtà innegabile, che mi colma sempre di una certa vergogna. Il cane è sempre disposto a dare la sua vita per me.  Se fossi stato minacciato da un leone o da una tigre, Ali, Bully, Tito, Stasi e tutti gli altri, avrebbero affrontato senza un attimo di esitazione l&#8217;impari lotta per proteggere, anche solo per pochi istanti, la mia vita. E io?&#8221; </em><br />
KONRAD LORENZ</p>
<p>Ai bambini dovrebbe sempre essere permesso di crescere a contatto con gli animali. Sperimentare un rapporto fraterno, imparando a convivere con un compagno che non giudicherà mai, che resterà comunque una continua sorpresa, indecifrabile, nonostante la reciproca conoscenza. “E’ solo un cane”, “è solo un gatto randagio”, potranno dire al bambino gli adulti o gli altri ragazzi con aria sprezzante, come se questo li rendesse in qualche modo superiori, inattaccabili dalla paura dell’uguaglianza. Il bambino resterà muto, molto spesso, invischiato e senza pelle nella materia dell’infanzia dove tutto è presente, premuto troppo forte sul torace come sullo sterno di un volatile non ancora identificato. Imparerà poi ad essere fatto di linguaggio, a ferire, a distaccarsi dall’altro.   “E tu sei solo un uomo”, saprà rispondere allora.<br />
<span id="more-9365"></span><br />
Nel film <a href="http://www.film.tv.it/scheda.php/film/4312/la-mia-vita-a-quattro-zampe/"><em>La mia vita a quattro zampe</em> (Mitt liv som hund)</a> di <strong>Lasse Hallström </strong> il dodicenne protagonista, Ingemar,  ha un rapporto speciale con il cane Sikkar. La loro amicizia, le giornate di esplorazione per la campagna svedese trascorse insieme, sono l’unico svago da una realtà altrimenti difficile che condivide con il fratello maggiore e la madre da lungo tempo malata. Gli adulti tendono spesso a sottovalutare le risorse dei bambini, a malinterpretarle, confondendole con i segni dell’alienazione o semplicemente dell’inadeguatezza a comprendere. Così  agli occhi di vicini e familiari le stranezze di Ingemar (che a volte abbaia come un cane) sono solo l’allarme di un disagio mentale  che dalla madre potrebbe riflettersi nel figlio. Quando la malattia della donna peggiora i due fratelli vengono divisi, alloggiati presso famiglie di parenti e ad Ingemar viene proibito di portare Sikkar con sé. Nel villaggio dello Småland dove andrà ad abitare presso lo zio, il bambino farà amicizia con una serie di personaggi singolari che lo aiuteranno a scoprirsi parte di una comunità, a superare il doppio trauma della morte della madre e del suo cane,  ristabilendo per così dire un equilibrio tra la propria esistenza interiore, incomunicabile agli altri, e la durezza del quotidiano, dove la morte e la perdita si mescolano alla meschinità di chi ti vuole adatto, <em>adattato</em>, senza esuberanti fantasie. Per tutto il tempo del suo “apprendistato” Ingemar trova i suoi simili nel pensiero di Sikkar e nel sogno di <a href="http://www.moscowanimals.org/laika/laika.html"><strong>Laika</strong> </a>, la cagnolina lanciata nello spazio dai russi nel 1957. Che farà Laika lassù e quanto coraggio deve avere per starsene da sola nel freddo siderale, tra luci che non illuminano nessun volto, nessun animale, nessuna casa all’orizzonte?  Avrà abbastanza cibo? Sarà triste a volte? Paragonato alle difficoltà che deve affrontare Laika (che del mondo degli uomini e delle sue <em>ragioni</em> sa ancora meno di Ingemar), tutto sembra più piccolo, sopportabile &#8211; sente il bambino.   </p>
<p><em>I ricordi più vividi della mia infanzia sono spesso immersi nella solitudine. Nel giardino della scuola elementare, dove i pini confinavano con uno spazio di prato incolto, c’era una vecchia struttura di ferro rugginoso, un “missile” composto di vari cerchi rossi e blu sui quali potevamo arrampicarci fino alla cima appuntita. Trascorrevo sempre gli ultimi minuti della ricreazione lassù, incurante del miei compagni che continuavano a giocare a “i quattro cantoni”, ad “acchiappino”. In primavera o nel primo autunno la ricreazione era  lunga. La maestra ci lasciava giocare anche per mezzora, prima di tornare in classe ed io avevo tempo per le mie fantasticherie in solitaria. Non era che non mi piacevano i miei amici o avevo un qualche malessere. La maestra per fortuna lo capiva e non mi chiedeva di scendere, di tornare nel gruppo, diceva che ero una sognatrice. Là c’erano solo le chiome degli alberi. Stavo ferma e in silenzio. Sotto di me si agitavano grembiuli neri sporchi di gesso, le tasche gonfie di fazzoletti e residui di gomma da cancellare; le mani lisce, mappate di biro, schiacciate sulle cortecce, mentre qualcuno gridava “casa!” o “bomba libera tutti!”, i capelli brillanti degli altri bambini. Erano così lontani, ignari. Facevo un gioco: se non li guardavo, anche loro non mi avrebbero visto, si sarebbero dimenticati – sarei stata invisibile, non più umana. Dentro di me ascoltavo una serie di domande irrisolvibili – di cosa parlano le foglie? come respira Dio? mi fruga nella testa tutto il giorno? chi vive nella casa con la finestra rotta, il drappo scuro, pesante della tenda oltre la rete di là dal prato? quando il sole filtra in quel modo verso il terreno che tutto sembra d’oro siamo proprio sicuri che sia solo pulviscolo, che non siano ali minuscole e trasparenti, che non sia una strada rivelata per un attimo?  Alla fine dei miei pensieri privati c’era un cane. Un cane immaginario, poiché non ne possedevo uno. Un cane diverso da Toby il nero, che girava libero per il mio quartiere e si faceva accarezzare da tutti e da Dick, il collie dei miei vicini, quanto di più prossimo ad un cane “mio” avessi sperimentato. Era un grosso cane lupo, di cui ancora non sapevo il nome. Era il mio migliore amico ed era amico dei miei gatti; con lui sarei potuta andare ovunque, anche nelle stanze abbandonate dove si nascondevano persone fatte di polvere e vecchi tendaggi scuri e travi di legno spezzate, calce.   Tornavo a casa ogni giorno con la speranza – forse è la volta buona che la mamma si decide, che lo prendiamo davvero, il mio cane.</em></p>
<p><strong>Laika</strong> (colei che abbaia) conosciuta anche come Kudrjavka (codariccia) era un bastardino catturato dagli accalappiacani nelle strade di Mosca, ma invece che al canile o alla soppressione immediata fu destinata dalla vanità umana a diventare il cane più famoso della storia. Lanciata nello spazio il 3 novembre 1957, stretta nel minuscolo satellite dello Sputnik 2, la cagnolina non visse per alcuni giorni, come Ingemar e tutto il mondo credette allora, addormentandosi in una morte indolore, ma morì in breve tempo di paura e solitudine – di incomprensione. Come poteva capire, Laika, il significato del suo destino? Qual era questo significato secondo gli uomini che decisero per lei? Lo spazio angusto, le torture durante l’addestramento, la mancata risposta alla sua fiducia? La vita di un cane vale meno di quella di un essere umano. Doveva essere questa la giustificazione implicita che si ripetevano scienziati e politici. Possiamo rischiarla, sperimentarci su, spaventarla a morte – dalla sua bocca non usciranno condanne né parole.  Ma per cosa? Per quale bene superiore? Per quale potere da ostentare, quale fertile manciata di desolazione attorno al pianeta? </p>
<p>Recentemente <strong>Nick Abadzis </strong> ha riproposto la storia di Laika in un bel <a href="http://www.mangaforever.net/index.php?ind=news&#038;op=news_show_single&#038;ide=2203">graphic novel</a>, dove si intrecciano le motivazioni, i rimorsi, i sogni di tutti i coinvolti, dai primi possibili proprietari del cane (una bambina, anche qui, che non saprà dimenticarla), alla troupe di scienziati, medici e veterinari che lavorarono con lei gettandole addosso il carico delle loro aspettative, dei loro presunti doveri e anche delle emozioni, troppo spesso più forti della pietà o della ragione.  Il senso del dovere è un fenomeno curioso. Diventa una formula vuota, esangue, a cui però ci si attacca sebbene vorremmo o dovremmo obbedire ad altro, a leggi non istituzionalizzate, che minano le nostre sicurezze e crescono dove siamo vulnerabili. Il senso del dovere assomiglia così in modo preoccupante al senso di inclusione,  che ci tempri contro il dubbio di essere come ogni altra creatura viva nel mondo: fragile, esposta alla perdita e al dolore, sola. Agli obblighi di buoni patrioti e sottoposti dei personaggi di Abadzis risponde per contrasto l’immagine di Laika – <em>chissà… se qualcosa la capite davvero? Una cosa qualsiasi…? O reagite solo al tono della mia voce…?</em>, si chiede Yelena, l’ultima padrona, la veterinaria che accudisce Laika ed Albina, le cagnoline selezionate per il progetto.  </p>
<p><img alt="" src="http://goodcomics.comicbookresources.com/wp-content/uploads/2007/09/laika420.jpg" class="alignnone" width="320" height="495" /></p>
<p>Nel disegno del cane è raffigurata l’ambiguità dell’espressione animale: sembra sorriderci a volte dalla pagina, altre storcere la bocca come per piangere, soffrire, poi tornando a guardarla non vediamo niente, gli stessi tratti elementari del muso, impassibili. Chiunque abbia un animale domestico capirà lo sforzo infantile del padrone di vedere un segno di riconoscenza, tenerezza, perfino timore negli occhi del proprio gatto o cane. Un segno che non c’è o che resta oltre la nostra comprensione. Sappiamo che l’altro animale è capace di soffrire, provare gioia e gratitudine. Ma è un linguaggio comune non immediato quello a cui dobbiamo ricorrere, fatto di troppa pazienza, umiltà – e allora possiamo permetterci di ignorarlo, di stare in pace come davanti ad una bambola di pezza a cui diciamo noi cosa sentire, quando smettere di parlarci. </p>
<p>La storia di Laika è per me faticosa per la pena che mi suscita la morte inutile di un animale per mano dell’uomo, ma soprattutto per un’idea di giustizia che va oltre l’imbarazzo di certi sentimenti, del loro ingarbugliarsi: umani, animali, reali, presunti. È un’idea semplice, la cui verità mi aveva sorpreso proprio a dodici anni, l’età di Ingemar, dalle pagine di un libro. Il libro è <a href="http://books.google.it/books?id=Yaw15ico7v0C&#038;dq=il+buio+oltre+la+siepe&#038;pg=PP1&#038;ots=jsUT4r9P7a&#038;sig=-lrZD8Xv-rznO4AnLRXKCHPC8ds&#038;hl=it&#038;sa=X&#038;oi=book_result&#038;resnum=4&#038;ct=result"><em>Il buio oltre la siepe</em></a>, di <strong>Nelle Harper Lee</strong>. Lo leggevo come compito estivo per la seconda media. Il titolo italiano è una metafora per indicare quanto spesso sono le cose  più vicine, appena oltre la siepe leopardiana che preclude la vista e apre l’immaginazione, ad esserci ignote, ad avere un carico di rivelazione. Ma il titolo inglese è assai più significativo: <em>To Kill a Mokingbird</em>, Uccidere un passero. È il divieto che Atticus Finch pone ai suoi figli, quando regala loro dei fucili ad aria compressa:</p>
<p><em>Un giorno Atticus disse a Jem: “Preferirei che sparaste ai barattoli in cortile, ma so già che andrete dietro agli uccelli. Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è peccato uccidere un passero.”<br />
Era la prima volta che udivo Atticus dire che era peccato fare una data cosa, così andai ad informarmi da miss Maudie.<br />
“Tuo padre ha ragione”, disse. “I passeri non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio niente, solo cinguettano. Per questo è peccato uccidere un passero.”</em></p>
<p>Saggio Atticus Finch. Uno dei personaggi più cari delle mie letture adolescenziali, nonché, e questo mi sembra un sollievo, un uomo realmente vissuto, il padre della scrittrice. Il male è connaturato all’essere. Speriamo sempre che non sopraggiunga, ma prima o poi si manifesterà, anche solo in un gioco violento. Tuttavia non tutte le vittime sono uguali. Fare il male a chi non ha difesa o a chi non ha nessun sospetto di cosa siamo capaci, è questo ciò che non possiamo perdonarci. Possiamo accettare il pensiero dell’offesa, della crudeltà, quando la sua fonte è parte di noi – come un parente stretto e scomodo, chiuso in soffitta. È la consapevolezza che il male si dirige con più determinazione verso l’ignaro, colui che non rientra nel gruppo e non ha parità d’armi, che può esserci attratto e poi tradito ed annientato, ad essere insopportabile quando ci investe. </p>
<p>L’ignaro non ha lo strumento per dirci basta.<br />
Negli occhi di Laika, quando cerco di immaginarli, c’è questo ignaro dietro il terrore, spedito il più possibile lontano, oltre la barriera del suono, per non udire nemmeno l’eco delle parole che in qualche modo non smette di ripeterci: “Ho fiducia in te”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/10/il-cane-piu-famoso-della-storia/">Il cane più famoso della storia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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