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	<title>Nazione Indiana &#187; lars von trier</title>
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		<title>Depressione</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EKV4gbEAo0I" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico. Non qui. Qui c’è solo lo sguardo ripetuto attraverso il cerchio, lo spread che sale e scende, l’astro che non capisci se sia più lontano o più vicino. Non si chiama <em>Melanchòlia</em>, ma Depressione. Temo non sia casuale che gli economisti stiano ben attenti a usare il termine. Parlano di crisi, recessione, inflazione. Al minimo accenno alla Grande Depressione sembrano spaventarsi. Divenuti auruspici di meccanismi talmente fuori controllo da apparire eventi catastrofici, temono le profezie che si autoavverano. <span id="more-40852"></span></p>
<p>Anche per questo siamo già in depressione. La depressione è un stato della mente collettiva che coincide con una congiuntura economica. E’ il risultato del senso di impotenza con cui ci affacciamo alle aspettative negative, memori anche solo sottopelle di quanta perdita abbiamo già subito. Mandiamo i figli a studiare in scuole sempre più fatiscenti, compilando bollettini postali per consentire l’acquisto di materiali tra i quali c’è la carta ma anche la carta igienica. Paghiamo ticket sempre più alti per le cure mediche, ma se è necessario un esame urgente, raggranelliamo i soldi per la visita privata. Nelle stazioni ferroviarie funzionano spesso solo gli schermi che trasmettono non-stop spot pubblicitari. Le città si allagano con ogni pioggia forte, i tombini non ripuliti si intasano, nel manto stradale malripezzato le pozzanghere si ingrossano a laghi che continuano ad allargare le buche.</p>
<p>Il lavoro è sempre più scarso, sempre meno tutelato, sempre peggio retribuito. La classe operaia, prima di quasi dissolversi, ha fatto sacrifici senza andare in paradiso. E’ stata raggiunta nel limbo quaresimale dalla classe media. I lavoratori atipici stanno sulla soglia, sempre più numerosi. Non hanno voltato le spalle agli operai della Fiat nel braccio di ferro con Marchionne, ma quando uno di loro si trova faccia a faccia con l’impiegato pubblico troppo lento o scazzato, l’insofferenza verso il tutelato brucia, tutto a vantaggio di chi divide e impera. L’umiliazione resta più indicibile del rancore in cui cerca uno sfogo, è il fondo depressivo che atomizza, che entra in casa, che intossica i rapporti più privati. Se hai uno straccio di lavoro, sai che ti tocca tenerlo caro quasi a qualunque costo. Sotto c’è lo strato nero del lavoro in nero, i clandestini che ne abbassano il costo reale, che portano voti alla Lega, perché c’è sempre chi incassa le rendite delle guerre tra poveri. Difficile resistere alle sirene depressive e alla loro capacità di incattivire, spacciando per visione esistenziale lo sguardo oscurato dal malessere subito. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, dice alla sorella bruna in preda al panico, la bionda che trae una forza terminale dalla sua natura melancholica o saturnina .  </p>
<p>L’esito del voto in Spagna indica che la delusione è soprattutto un problema delle sinistre governative. Lo stesso dice, a modo suo, l’altissima fiducia degli elettori del Pd nel governo Monti. Il sollievo e la speranza per la ritirata di Berlusconi sono stati, sin da subito, mescolati al desiderio di affidarsi a un’autorità, come bambini spaventati da una realtà che trascende le loro capacità di comprendere e reagire. Dare la mano a chi dovrebbe guidarli nel buio, chiudendo gli occhi. Ma insieme ad ansia e paura, agisce anche una ragione se non proprio depressiva, almeno disillusa sino al fatalismo. Se l’alternativa alla catastrofe non può che essere ingoiare la minestra austera, che almeno sia preparata da un grande chef che ha imparato la ricetta nei migliori établissment del mondo, in grado – si spera &#8211;  di trattare alla pari con i colleghi dell’Hotel Frankfurter Hof e Hotel Ritz. Nulla di meglio si sarebbero aspettati da un partito che da decenni ha chiesto rinunce con la promessa che si sarebbero tradotte in crescita e dunque benefici, cosa non avveratasi in cui non spera più nessuno. L’ironia del caso italiano fa si che sia stata la destra berlusconiana a imporre, con il voto dei ceti popolari e l’appoggio di Confindustria sino al limite del baratro, il dietrofront sugli slanci liberali di sinistra.  Al “meno tasse per tutti” strombazzato, corrispondeva, nella pratica, il ripristino di ogni privilegio e il “niente tasse per alcuni” molto prammatico, ovvero destinato a tutti quelli in grado di evaderle. Ma quel che sembra arrivato al capolinea in tutta Europa, è il sogno di una società dove capitalismo e socialismo, alla fine di tante lotte, avessero raggiunto un equilibrio soddisfacente per gran parte dei cittadini. Sembrava un’acquisizione così salda che non solo in Italia, inebriata dal nuovo mondo unilaterale, anche la sinistra ha creduto di potersi concedere un po’ di libertinaggio liberale. I danni del New Labour si sono sommati a quelli del thatcherismo, e persino nella Germania graziata dalle casse piene dello Stato, nessuno rivorrebbe più un Gerhard Schröder a capo del Partito Socialdemocratico. Forse anche per questo &#8211; oltre all’assenza di alternative immediate per proteggere il paese dal rischio fallimento &#8211; lo stesso Partito Democratico è stato così pronto e docile nel consegnare delega al governo Monti, malgrado sembrasse certa e addirittura prossima la vittoria elettorale. Pur consapevole che potrebbe pagare carissima la resa delle armi, ha preferito affidare all’outsourcing “tecnico” l’esecuzione della politica economica, nel momento in cui non è stata più un’opzione, ma un’imposizione ineluttabile. Ora si stanno delineando scontri interni tra correnti più liberali e più “sociali”,  ma sempre in una logica binaria e autoreferenziale. Nessuna riflessione dialettica sui propri percorsi che voglia in più – pare impensabile &#8211;  confrontarsi con la base elettorale o con la società. Che i dettati dell’economia abbiano esautorato la politica, pare avvenuto sia per causa che come effetto della sua incapacità di mettersi in discussione e in gioco – non solo in Italia.</p>
<p>Il pianeta, malgrado il nuovo governo, non resta fermo. Forse il collasso europeo è ormai inevitabile, però non ci aspetta nessuna fine ultima, solo il dover andar avanti sempre più incerti, sempre più disillusi, sempre più poveri. L’apocalisse, per le anime depresse, somiglia a una favola consolatoria, almeno nella misura in cui cerca di esorcizzare il malessere, oggettivandolo in una rappresentazione esterna – cosa di cui il film di Lars von Trier è un esempio dei più trasparenti. Non sembra casuale che, in questi anni di crisi, le narrazioni apocalittiche si siano moltiplicate sino all’inflazione: libri, film, videogiochi. L’apocalisse addomestica i demoni rendendoli feroci e grandiosi  &#8211; ma soprattutto esterni. Mistifica il nostro sentirci miserabili, non importa se facendoci combattere battaglie splatter contro alieni, o abbandonandoci in un castello abitato da tre privilegiate anime in pena che attendono il bang finale. Esiste però qualcosa che la narrazione apocalittica non può permettersi. Non può mostrare alcun collegamento con la condizione storica e collettiva che la incrementa o la ingenera, con quella depressione di cui gli economisti temono di fare il nome. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, lo dice, appunto, la stessa splendida donna che nella prima parte manda a quel paese un capo stronzo, ma prodigo di elogi e promozione. Nella favola nera cinematografica è l’eroina che si licenzia perché la depressione le rende intollerabile ogni gioco e finzione sociale, nel mondo grigio della crisi cadono in depressione i licenziati. Castelli e miserie, come diceva il poeta maledetto, simboli e archetipi che mostrano un’essenza per occultare la contingenza da cui possono sgorgare.</p>
<p>Ma forse gli effetti distorsivi della depressione, con il suo bisogno si esternarsi fosse anche in figure di un nero monocromo, possono riflettersi persino sulle letture della realtà che ci incombe addosso. Dal basso della nostra impotenza, la crisi appare come una trama di attori impersonali spregiudicati o almeno un meccanismo perverso quanto ferreo. Non si può fare altro che cercare di disattivarlo in toto, quindi la risposta più radicale sembra l’unica o comunque la migliore. Se c’è una ragione per la quale l’idea del default pilotato come via d’uscita non mi convince, questa risiede soprattutto nel timore che possa essere una reazione opposta e speculare, quasi “euforica”, all’aut-aut di uno scenario catastrofico non messo discussione. Non escludo che in certi casi – forse già in Grecia allo stato attuale – ci sia possa far meno male saltando dalla finestra del fallimento che continuando a mangiare la minestra della miseria. Però le visioni più o meno complottistiche dello strapotere finanziario rischiano di assolvere la corsa individuale alle scialuppe di salvataggio delle nazioni imbarcate sul Titanic, soprattutto all’interno dell’Europa monetaria. Il meccanismo va analizzato e scomposto in ogni sua componente, a cominciare da quelle che appartengono alla responsabilità della politica. Le posizioni di Merkel o Sarkozy, per dire, ma anche l’incapacità dei governi dei paesi mediterranei di contrattare uniti, acquisendo un peso maggiore sul tavolo delle trattative. Lo sforzo di ragionare in maniera differenziata pur nella situazione di pericolo e ricatto, non ha forse utilità pratica, ma esprime in sé un rifiuto dell’introiezione di una subalternità subita.  </p>
<p>La crisi è globale e globali sono le contestazioni che si levano dal basso. Oltre agli slogan che, nella loro evidenza immediata – “siamo il 99%” &#8211; possiedono un potenziale di aggregazione contagioso, forse è anche il volto stesso dei movimenti a strappare la maschera. Traslocare nei luoghi pubblici, accamparsi come zingari nelle tende, dormire nei sacchi a pelo come barboni. Sperimentare una democrazia più diretta, intervenendo nelle assemblee con un codice di gesti che ricorda il linguaggio dei sordomuti. Intervenire, come accade in America, senza amplificazioni, lasciando che le parole dell’oratore vengano trasmesse coralmente. I movimenti, soprattutto in occidente, traducono, per necessità di cose, in corpi e pratiche lo scandalo occultato: la povertà. Si avvalgono anche di strumenti tecnologici e internet, ma questo lo fanno pure i manifestanti in Egitto o in altri paesi dove la libertà era inaccessibile e il pane lo è diventato. Anche con un’antenna sul tetto di una baracca o uno smartphone in tasca si può essere poveri &#8211; sia nel primo che nel secondo e terzo mondo. Dovunque, tuttavia, la povertà non è soltanto quella materiale. E’ tutto ciò che manca o è venuto a mancare: diritti, prospettive, rappresentanza, sponde politiche, risposte alternative complessive che appaiano già formulate e percorribili. Talvolta, a vedere e sentire gli aderenti dei movimenti, capita di sentirsi sconcertati dinnanzi all’impressione che il linguaggio della protesta debba reinventarsi a partire da una sorta di grado zero. Quella povertà è anche debolezza, certo, ma occorre vederla prima per quel che è – lo specchio non falsato di una condizione vera – prima di pensare che se ne possa uscire con scorciatoie. Inutile illudersi: tra la richiesta di una patrimoniale o di una Tobin Tax, o addirittura una riscrittura mondiale delle regole di governance finanziaria e le questioni della crisi strutturale (sostenibilità della crescita, ambiente, occupazione futura ecc.) c’è di mezzo un deserto da attraversare. Un deserto non confinato alle sole democrazie del mondo avanzato, di cui alcuni paesi come il nostro stanno sperimentando per la prima volta cosa significa essere retrocessi in prossimità di quelli meno sviluppati.<br />
Partire da proposte concrete benché già fin troppo osteggiate, non dovrebbe essere un modo per scambiare correzioni di rotta importanti per risposte esaustive. Il percorso, se vuole essere di “democrazia reale” (o qualcosa che vi somigli), sarà lungo e tutto da costruire.</p>
<p>Eppure ci sono nodi e luoghi da cui conviene cominciare. L’Europa può essere un perno. Se in questo continente cominciassero a cambiare alcune regole, questo potrebbe avere un impatto assai più esteso. Probabilmente, causa di forza maggiore, i summit della politica EU troveranno qualche accordo palliativo che consenta una tregua utile per guadagnare tempo. Bisognerebbe sfruttarla anche dal basso per mettere in piedi quel che finora è stato fatto troppo poco. Creare reti &#8211; avere più scambi, informazioni, coordinamento. Giustapporre un’altra politica a quella che impongono le istituzioni monetarie e i governi con il coltello dalla parte del manico. L’Europa è anche quella in cui per secoli uomini e donne hanno lottato per i loro diritti. L’Europa, ancora prima che intorno agli ideali socialisti, comunisti e anarchici si organizzassero partiti e sindacati, è stata il luogo dove si è combattuto insieme perché i singoli paesi potessero diventare nazioni autonome, pari a quella che nel nome di libertà, fraternità e uguaglianza aveva decapitato la monarchia assoluta. Oggi pare di assistere a un processo inverso. Non lasciamo che la moneta diventata immagine e somiglianza di un pianeta minaccioso la disintegri- e noi con essa.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/">Depressione</a></p>
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		<title>VISIONI in TRALICE [V] Lascia ch&#8217;io pianga</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 10:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center">[ "vigils musing the obscure" - <em>veglie</em> - molte - <em>meditando sull'oscuro</em> ]</p>
<p align="center"></p>
<p align="center"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; &#160;&#160;<a href="http://data.tumblr.com/tumblr_lryrk0uoZ81qa6c21o1.mp3">F. Haendel RINALDO [1711] &#8220;<em>Lascia ch&#8217;io pianga</em>&#8220;</a></p>
<p align="center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p align="center">[ <em>a mia madre</em> <a title="testo1" name="testo1" href="#nota1"><strong>[*]</strong></a> <em>- acciaio e cartavelina &#8211; in quiete e memoria &#8211; nulla si perde</em> ]</p>
<p style="padding-left: 260px;">Good and evil we know in the field of this World<br />
grow up together almost inseparably; [...]<br />
&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;<em>John Milton</em> Areopagitica 1644</p>
<p><br />



<em>E l&#8217;infanzia sfuggiva tersa e mite,</em><br />
<em>selvatica di rovi e di ortiche</em><br />
<em>e graffiata di reti arrugginite,</em>
[ <em>in luce cristallina</em> ]<br />
[ <em>in nebbia di pianura</em> ]<br />
[ <em>in stoppie di granturco</em> ]



</p><p><br />
<br />



<em>in chicchere minuscole di bambole</em><em></em><br />
<em>infusi  d&#8217;</em>⇨ <em><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=381,height=646,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/tasso.png" target="_blank"><strong>aghi e arilli di tasso</strong></a>,</em><br />
<em>pozioni ai</em> ⇨ <em><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=375,height=445,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/laburnum.png" target="_blank"><em><strong>grappoli di maggiociondolo</strong></em></a>,</em>
[ <em>in pulviscolo di raggi</em> ]<br />
[ <em>in fragore di tuoni</em> ]<br />
[ <em>in scurirsi di nubi</em> ]



</p><p><br />
<br />
<br />



<em>in pentolini smaltati di verde</em><br />
<em>brode di rose e bacche di sambuco,</em><br />
<em>fragole matte e minestre di terra.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/visioni-in-tralice-v-lascia-ch-io-pianga/">VISIONI in TRALICE [V] <em>Lascia ch&#8217;io pianga</em></a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ "vigils musing the obscure" - <em>veglie</em> - molte - <em>meditando sull'oscuro</em> ]</span></p>
<p align="center"><iframe src="http://player.vimeo.com/video/26424174?title=0&amp;byline=0&amp;color=ffffff&amp;autoplay=1&amp;loop=1" width="640" height="360" frameborder="0" webkitAllowFullScreen allowFullScreen></iframe></p>
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<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">di <strong>Orsola Puecher</strong></span></p>
<p align="center"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ <em>a mia madre</em> <a title="testo1" name="testo1" href="#nota1"><strong>[*]</strong></a> <em>- acciaio e cartavelina &#8211; in quiete e memoria &#8211; nulla si perde</em> ]</span></p>
<p style="padding-left: 260px;"><span style="font-size:9pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Good and evil we know in the field of this World<br />
grow up together almost inseparably; [...]</span><br />
<span style="font-size:8pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>John Milton</em> Areopagitica 1644</span></p>
<p><center><br />
<table border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" width="80%">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="67%" ><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>E l&#8217;infanzia sfuggiva tersa e mite,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>selvatica di rovi e di ortiche</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>e graffiata di reti arrugginite,</em></span></td>
<td width="33%" ><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in luce cristallina</em> ]</span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in nebbia di pianura</em> ]</span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in stoppie di granturco</em> ]</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; text-align: right;"><span id="more-40160"></span></span><br />
<center><br />
<table border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" width="80%">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="67%" ><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>in chicchere minuscole di bambole</em><em></em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>infusi  d&#8217;</em></span>⇨ <span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=381,height=646,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/tasso.png" target="_blank"><strong>aghi e arilli di tasso</strong></a>,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>pozioni ai</em></span> ⇨ <span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=375,height=445,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/laburnum.png" target="_blank"><em><strong>grappoli di maggiociondolo</strong></em></a>,</em></span></td>
<td width="33%" ><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in pulviscolo di raggi</em> ]</span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in fragore di tuoni</em> ]</span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in scurirsi di nubi</em> ]</span></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<br />
<center><br />
<table border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" width="80%">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="67%" ><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>in pentolini smaltati di verde</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>brode di rose e bacche di sambuco,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>fragole matte e minestre di terra.</em></span></td>
<td width="33%" ><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in profumo di fuochi</em>]</span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in frescura di cedri</em> ]</span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in sapore di more</em> ]</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #000000;">[ <em>Cuoci la pappa pentolino! Fermati pentolino!</em> ]</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/small-Colazione_di_Amalia_Lindegren_1866.png"/><br />
<br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ <em>Colazione</em> di ⇨ <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Amalia_Lindegren" target="_blank"><strong>Amalia Lindegren</strong></a> 1866 ]</span> </p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong><em>La pappa dolce</em></strong><br />
&nbsp;<br />
C&#8217;era una volta una povera fanciulla pia, che viveva sola con sua madre; e non avevano più nulla da mangiare. Allora la fanciulla andò nel bosco e incontrò una vecchia che già conosceva la sua povertà, e che le regalò un pentolino. Doveva dirgli: -Cuoci la pappa, pentolino!- e il pentolino cuoceva una buona pappa dolce di miglio; e quando diceva: -Fermati, pentolino!- il pentolino smetteva di cuocere. La fanciulla lo portò a casa a sua madre: la loro miseria e la loro fame erano ormai finite, ed esse mangiavano pappa dolce ogni volta che volevano. Un giorno che la fanciulla era uscita, la madre disse: -Cuoci la pappa, pentolino!-. Quello fa la pappa ed ella mangia a sazietà; ora vuole che il pentolino la smetta, ma non sa la parola magica. Così quello continua a cuocere la pappa, e la pappa trabocca e cresce e riempie la cucina e l&#8217;intera casa, e l&#8217;altra casa ancora e poi la strada, come se volesse saziare tutto il mondo, ed è un bel guaio e nessuno sa come cavarsela. Infine, quando non restava una sola casa intatta, ritorna a casa la fanciulla e dice: -Fermati, pentolino!- e il pentolino si ferma e smette di fare la pappa; e chi volle tornare in città, dovette farsi strada mangiando.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Jacob e Wilhelm Grimm</strong> [KHM 103 - 1857 ]</span></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/clouds.gif" style="border:2px solid #ffffff;"/></p>
<p>
<center><br />
<table align="center" border="0" cellspacing="9" cellpadding="9" width="70%">
<tbody>
<tr>
<td>
<p align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E prima di aver visto <strong>la volpe morta</strong>, tutto era ancora così ordinato. Non servivano immagini per dire le cose con altre cose: non similitudini, né metafore ad affiorare dallo stupore e dalla paura, dal mutarsi della qualità gentile [<em>prosaica</em>] e luminosa dei sentimenti in soggettive [<em>liriche</em>] esperienze d&#8217;ombra. Il cielo con le nuvole e il sole ancora al loro posto. Non c&#8217;erano grinze sulla superficie della Terra. Era un lenzuolo di lino ad asciugare al sole sul prato, quattro pietre a fermarlo, da piegare tenendolo teso in due, in giocoso <em>balancé</em>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;<script type="text/javascript" src="http://mediaplayer.yahoo.com/js"></script><script type="text/javascript">var YMPParams ={autoadvance:false,}</script><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/tiratira-e-molla.mp3" target="_blank"><em>Tira tira e molla&#8230;</em></a> <em>molla molla<br />
e tira&#8230; tira tira tira&#8230; molla!</em></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center></p>
<p align="center"><img alt="Tellurio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/tell.jpg" title="Tellurio"/></p>
<p><center><br />
<table align="center" width="70%" cellspacing="9" cellpadding="9">
<tbody>
<tr>
<td align="justify">
<p align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">La Terra era ancora la sfera rigata di meridiani e paralleli con i continenti emersi color acquarello, in pallide sfumature gialle, rosa e verdino: ogni cosa, nel celeste fondo di oceani e mari, stava quieta sul vecchio Tellurio brunito, che la maestra Adele <em>nome di miele</em> faceva ruotare intorno alla candela, brillante e tranquilla nella classe scura, il cono d&#8217;ombra sempre alle spalle, con la Luna vicina e appesa al filo di ferro della sua orbita regolare. E noi, sicuri, magnete e calamita, ancorati in giostra alla sua buccia.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/john-cage-imaginary-landscape-no-1-1939.mp3" target="_blank"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>John Cage</strong> [ 1912 - 1992 ]<br />
<em>Imaginary Landscape No. 1</em> [ 1939 ]</span></a></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center><br />
<table border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" width="80%">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="65%" ><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em><strong>La volpe morta,</strong> trippa per le mosche,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>s&#8217;alza a rincorrerti dietro le spalle,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>piccola strega di querce e nocciuòli.</em></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>Suona con fili d&#8217;erba un canto fine,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>succhia il cuore dolce ai fiori dei glicini</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>e delle acacie dalle lunghe spine,</em></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>fata, bacchetta, stellina e straccetti,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>dormi cent&#8217;anni se ti punge un fuso,</em></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>chiudi occhi e naso e bocca e sei morta.</em></span></span></td>
<td width="35%" ><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in ronzio di elitre</em> ] </span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in fruscio di zampe</em> ] </span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in scalpiccio di passi</em> ] </span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in stormire di foglie</em> ] </span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in carezze di vento</em> ] </span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in umido di fratte</em> ] </span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in cantilene di sonno</em> ] </span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in silenzio di albe</em> ] </span><br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>in lampi di palpebre</em> ] </span></td>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
<center><br />
<table align="center" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" width="70%">
<tbody>
<tr>
<td align="justify">
<p align="center"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #000000;">[ <em>terra in bocca e sapore di formiche</em> ] </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>La volpe morta</strong> stava a metà del sentiero, fra le <em>viole</em> e le foglie <em>verdi</em> a cuore delle <em>viole</em>, con il ventre aperto <em>rosso</em> e slabbrato e grosse mosche <em>verdi</em> e larve <em>bianche</em> che ne uscivano lente dalle viscere esposte, in quell&#8217;odore.</span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/22.gif"/><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/33.gif"/><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/22.gif"/><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/33.gif"/><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/44.gif"/><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/33.gif"/><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/22.gif"/><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/33.gif"/><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/22.gif"/></p>
<table align="center" border="0" cellspacing="10" cellpadding="10" width="80%">
<tbody>
<tr>
<td align="justify">
<p align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E siamo tornati, attratti, a rivederla. Con le ⇨ <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=192,height=263,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/LUCCIOLA.png" target="_blank"><strong>pile Lucciola</strong></a>, lucciole nella notte. E poi scappati via correndo forte. Senza guardare indietro: per paura che si potesse alzare, così, marcia e squarciata, a inseguirci.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>Non avevamo mai sentito prima<br />
le spalle così piene di buio e morte.</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">E anche la Luna, lassù,</span> <span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>era un pezzo di legno marcio</em>.</span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center></p>
<blockquote><p>
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>NONNA</strong><br />
C’era una volta un povero bambino che non aveva né padre né madre, erano tutti morti e non aveva più nessuno al mondo. Tutti morti, e allora lui se ne andò, vagando giorno e notte. E siccome sulla terra non c’era più nessuno, decise di andare in cielo, la luna lo guardava affabilmente e quanto alla fine ci arrivò,</span> <span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;"><em>era un pezzo di legno marcio</em>,</span> <span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">allora andò sul sole, e quando ci arrivò, era un girasole appassito e quando arrivò sulle stelle erano mosche d’oro stecchite come quelle che l’averla infilza sulle spine del prugnolo e quando volle tornare sulla terra, la terra era una pentola rovesciata, e allora si sedette e pianse e sta ancora là seduto, tutto solo.</span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">da <strong><em>Woyzeck </em></strong><br />
di <strong>Georg Büchner </strong><br />
[scena 19]<br />
Traduzione Giuliano Corti<br />
Garzanti Editore</span></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<center>_____________ *** _____________</center><br />
<a title="nota1" name="nota1"></a><strong>*</strong></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/1936-Berlino-Olimpiadi-della-danza.gif" style="border:4px solid #E7E7E7;"/><br />
<span style="font-size:9pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>*</strong> [ Berlino - Olimpiadi della Danza - 1936]</span></p>
<p align="center"><script type="text/javascript"> var YWPParams = { termDetection: "on", theme: "silver",autoadvance:false,volume:1.0,defaultalbumart:'http://25.media.tumblr.com/tumblr_lsu6d6ULsK1qa6c21o1_100.png' }; </script><script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Ildebrando-Pizzetti-Concerto-del-lestate-Mattutino-frammento.mp3"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">ILDEBRANDO PIZZETTI [1928] &#8220;<em>Mattutino</em>&#8220;</span></a></p>
<p><a title="torna su" href="#testo1"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; text-align: right;"><strong>[torna all'inizio]</strong></span></a><br />
<center>_____________ *** _____________</center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ scena inziale di <em>Antichrist</em> &nbsp;LARS VON TRIER ]</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center>_____________ *** _____________</center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Lascia ch&#8217;io pianga<br />
Mia cruda sorte,<br />
E che sospiri<br />
La libertà.<br />
Il duolo infranga<br />
Queste ritorte,<br />
De&#8217; miei martiri<br />
Sol per pietà.</em></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">F. Haendel RINALDO [1711]<br />
<em>Lascia ch&#8217;io pianga</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center>_____________ *** _____________</center><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Good and evil we know in the field of this World grow up together almost inseparably; and the knowledge of good is so involved and interwoven with the knowledge of evil, and in so many cunning resemblances hardly to be discerned, that those confused seeds which were imposed upon Psyche as an incessant labour to cull out and sort asunder, were not more intermixed. It was from out the rind of one apple tasted that the knowledge of good and evil, as two twins cleaving together, leaped forth into the world. And perhaps this is that doom which Adam fell into of knowing good and evil, that is to say of knowing good by evil.<br />
&nbsp;<br />
da ⇨ <a href="http://www.gutenberg.org/files/608/608-h/608-h.htm" target="_blank"><strong><em>John Milton</em> Areopagitica [1644]</strong></a></span> </p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<center>_____________ *** _____________</center><br />
&nbsp;<br />
<script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script></p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>VISIONI in TRALICE</strong></span></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/tralice.png"/></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/15/visioni-in-tralice-i-cant-hide-you-the-rock-cried-out/" target="_blank">VISIONI in TRALICE [I] <em>I can’t hide you the rock cried out</em></a><br />
⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/24/visioni-in-tralice-ii-but-doth-suffer-a-sea-change/" target="_blank">VISIONI in TRALICE [II] <em>But doth suffer a sea-change…</em></a><br />
⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/visioni-in-tralice-iii-e-abito-sempre-nel-mio-sogno/" target="_blank">VISIONI in TRALICE [III] <em>&#8230; e abito sempre nel mio sogno&#8230;</em></a><br />
⇨ <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/visioni-in-tralice-iv-cum-dederit-dilectis-suis-somnum/" target="_blank">VISIONI in TRALICE [IV] <em>Cum dederit dilectis suis somnum </em></a></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/visioni-in-tralice-v-lascia-ch-io-pianga/">VISIONI in TRALICE [V] <em>Lascia ch&#8217;io pianga</em></a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>AntiLars [cinema sho(r)t #1]</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/11/antilars/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/11/antilars/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 10:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[antichrist]]></category>
		<category><![CDATA[carlo mazza galanti]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[lars von trier]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=18736</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Carlo Mazza Galanti</strong></p>
<p>Ossigenato il cervello e sciacquati gli occhi in un bagno di sana luce estiva, le vibrazioni apocalittiche dei titoli di coda che ancora filtrano dalla vicina sala di proiezione suscitano un sorrisetto pietoso.<br />
<br />
Che dire della dedica conclusiva a Tarkovskij ?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/11/antilars/">AntiLars [cinema sho(r)t #1]</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/antichrist2_n-300x168.jpg" alt="antichrist2_n" title="antichrist2_n" width="300" height="168" class="aligncenter size-medium wp-image-18739" /></p>
<p>di <strong>Carlo Mazza Galanti</strong></p>
<p>Ossigenato il cervello e sciacquati gli occhi in un bagno di sana luce estiva, le vibrazioni apocalittiche dei titoli di coda che ancora filtrano dalla vicina sala di proiezione suscitano un sorrisetto pietoso.<br />
<span id="more-18736"></span><br />
Che dire della dedica conclusiva a Tarkovskij ? (“come si è permesso!” non ha potuto trattenersi il mio vicino di sedia), che dire dell’emissario diabolico dalle sembianze volpine che con voce tonante annuncia il trionfo del caos? (qualcuno in sala è scoppiato francamente a ridere &#8211; con grande sollievo del sottoscritto &#8211; ma non fosse stato per la extrasistole dovuta allo spavento della sequenza appena precedente, credo che a ridere ci si sarebbero messi proprio tutti), cosa dire infine del primo piano su un pene che eiacula sangue o della mutilazione a tutto schermo di una clitoride sforbiciata via, come una capocchia? (in sala, questa volta, nessun commento, nessuna risata).</p>
<p>Il minimo, e forse anche il massimo, che si possa riconoscere a Von Trier è il merito della coerenza, sempre che la coerenza meriti a priori. L’ossessione del martirio femminile che dalle Onde del destino fino a Dancer in the Dark e a Dogville ha riempito di eroine incredibilmente infelici i film del regista danese dovrebbe trovare, in Antichrist, la sua formulazione più radicale e (se non fraintendo le intenzioni dell’autore) la sua scena primaria : una scena antica, solenne, sulfurea. Inquisizione, Caccia alle streghe, Storia. </p>
<p>Così scopriamo, tra un sussulto e l’altro, che ci troviamo davanti niente di meno che alla Natura Umana, quella natura – come spiega la protagonista femminile (Gainsbourg), che prima di impazzire completamente stava preparando una tesi sul ginocidio – quella natura « che spinge gli uomini a desiderare di fare del male alle donne ». </p>
<p>Senza entrare nel merito del filosofico assunto, è difficile non muovere una semplice critica all’ultimo capitolo della lunga (e coerente) ricerca di Von Trier. La sceneggiatura di questo film pare poco più di un cocktail, neanche troppo abilmente composto, di clichè gotico-horror-psico-satanisti e delle ormai scontate idiosincrasie del regista, il tutto pimentato dall’inevitabile surplus di attenzione che riceve chiunque scelga, avendone la possibilità, di mostrare le cose di cui sopra nelle sale cinematografiche di mezzo mondo. Si sa, chi ancora riesce a scioccare passa per un grande creatore. Soprattutto se a giustificare la violenza dell’immagine viene in soccorso la suggestione psicanalitica (il protagonista maschile, interpretato da Willem Defoe, è un terapeuta, ma dubito che suoi colleghi utilizzino veramente piramidi massoniche per mappare l’inconscio dei loro pazienti). I critici francesi saranno andati in brodo di giuggiole davanti al clito-fallo evirato, come gli emo-adolescenti davanti ai disegni delle torture medievali e ai cadaveri femminei dalla pelle bianchissima. </p>
<p>L’estetismo patinato delle immagini di Antichrist non vola molto più in alto. La musica di Haendel aggiunge il giusto tocco di lusso barocco e di finezza da degustatore di preziose nature putrefatte witkiniane. Non vorrei fare una critica moralista, non è, il mio, un partito preso contro i lati oscuri e le pulsioni distruttive di cui l’arte indubbiamente si nutre, a volte con grandi risultati. E’ proprio la qualità complessiva dell’opera che fa problema, banalmente. Dopo una notte di sonno disturbato e alcuni vaghi tentativi di dare peso e unità all’universo simbolico del film, mi sembra questa l’unica conclusione sensata. Semplicemente il male, qualunque cosa esso sia, meriterebbe di meglio. Certamente qualcosa di più complesso e meditato di questa fastidiosa via di mezzo tra una liturgia caricaturale e scomposta, una riflessione filosofica piuttosto semplicistica, e un deliberato scuotimento di mente e budella.</p>
<p>La lunga depressione da cui l’autore sarebbe da poco uscito e che lui stesso si preoccupa di comunicare ad ogni intervistatore, ha tutta l’aria di una giustificazione preventiva. O peggio, di un tentativo di valorizzare autobiograficamente la sua discutibile impresa di terrorismo psichico. </p>
<p>Se potessi consiglierei a Von Trier di riguardarsi con maggiore attenzione tutta la filmografia di Tarkovskij, invece di citarlo, e prima di dichiarare la prossima inutile guerra « umanitaria » contro le sue fobie.<br />
Trama (per chi proprio non può farne a meno): uno splendido bambino biondo, dopo avere osservato i genitori copulare in un mare di fiocchi di neve, si affaccia alla finestra e cade dal quarto piano, forse perché aveva il piede caprino. La giovane madre non regge il lutto ed il marito psicanalista la convince ad affrontare un’immersione reichiana nei luoghi delle proprie ossessioni. La capanna nel bosco è flagellata da una pioggia di ghiande e tre fiere si presentano con una certa frequenza ad annunciare l’apocalissi. Nella soffitta, il padre scopre le immagini inquietanti che la moglie utilizzava per la propria tesi sul ginecidio. La terapia deraglia in follia sanguinaria ed allucinazioni sataniche. Se il terapeuta non deve andare a letto con le proprie pazienti, come fare nel caso di una paziente che è anche la propria moglie? Forse per punirsi di un’emorragia provocata alle gonadi del partner, la giovane donna recide i propri genitali. Morirà, ma per altre ragioni, e in nome del genere femminile.</p>
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		<title>Nuovo cinema paraculo: C&#8217;è del marcio registrato in Danimarca</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2004 18:04:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Longo</strong></p>
<p><br />
Quanti (come me) dopo aver visto <em>Festen </em>hanno creduto che nel cinema contemporaneo qualcosa si fosse finalmente rinnovato? E quanti, rinati coi Lars von Trier si arrendono ancora oggi con facilità, se vedono nel cast di un film in uscita un mazzetto di ø ø ø nei nomi degli attori?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/16/nuovo-cinema-paraculo-ce-del-marcio-registrato-in-danimarca/">Nuovo cinema paraculo: C&#8217;è del marcio registrato in Danimarca</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Longo</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/gruppo.jpg" alt="gruppo.jpg" align="left" border="0" height="262" width="394" /><br />
Quanti (come me) dopo aver visto <em>Festen </em>hanno creduto che nel cinema contemporaneo qualcosa si fosse finalmente rinnovato? E quanti, rinati coi Lars von Trier si arrendono ancora oggi con facilità, se vedono nel cast di un film in uscita un mazzetto di ø ø ø nei nomi degli attori?  Quanti insomma, sulla spinta di un’euforia poco alimentata, hanno pensato di pagare, per vedere il nuovo film del  cosiddetto cinema-scandinavo: <em>L’eredità </em>di Per Fly?<br />
<span id="more-388"></span><br />
L’eredità è un film che vuole convincerci di qualcosa. Questo è chiaro. La presenza ossessiva della tecnica è talmente ingombrante (movimenti della camera, luci e audio versione Dogma light) che il film ogni secondo ci ricorda: ehi spettatore, non fissarti su quello che sto raccontando, ci sono pure io, l’Autore, e con me la mia Idea, tu-spettatore stai sì vedendo film e personaggi, ma ricorda sempre che ci sono pure io (anzi soprattutto Io), ed io (mi vedi-sono-questo che ti fa venire il mal di mare) ho un messaggio per te!<br />
Quali sono questi messaggi dell’autore? Non li ho capiti tutti, ma qualcuno sì. <strong>Una cosa che ho capito è che il film vuole convincerci che la borghesia è una cosa brutta. Che sotto uno stile di vita borghese si nasconde sempre il marcio: stolto è, chi si ferma alle apparenze. Il film ci insegna che le camicie inamidate, bianchissime, appena stirate, (tenute sbottonate su petti muscolosi), prima o poi si macchiano di sangue, sempre</strong>.</p>
<p>Il film cerca di convincerci che se sei ricco le cose andranno male, che un giorno una telefonata ti comunicherà che tuo padre si è impiccato (e tu risponderai “Sì. Sì. Certo”, e riattaccherai.). Che se hai una moglie adorabile e bella, finirai a sbraitare contro di lei pronunciando frasi impossibili, e così via: se una domestica laverà il bordo della tua piscina ti verrà voglia di violentarla, se avrai bottiglie di J&amp;B dentro casa, finirai per ubriacarti e distruggere i soprammobili del tuo appartamento.<br />
Tuttavia, quando un messaggio è debole (vecchio più dei Lumière, sciatto più del luogo comune che vuole sostituire) o il film è narrativamente scarso (e spesso le due cose vanno insieme), il risultato può ribaltarsi nell’esatto contrario.</p>
<p>Mentre assistiamo a questo film non proviamo mai disgusto per i riti borghesi. Non odiamo le cenette a base di astici e foie gras, né i brindisi con calici di vetro sottile, rimboccati di vino rosso: <strong>proviamo solo fastidio per quei personaggi (non per la loro condizione) perché si comportano loro in modo stupido (e francamente poco credibile), e quello che vorremmo non è eliminare il loro stato sociale (combatterlo o sabotarlo), ma anzi, sfruttarlo meglio: sostituirci a loro e godere di quello che loro rovinano senza motivo</strong>. L’eredità, secondo film (dopo The Bench) di una trilogia di Fly dedicata alle “divisioni sociali”, strapremiato e plurirecensito, riesce perfettamente in una cosa sola: indurre ai comportamenti da cui vuole distogliere. Chi guarda questo film (o forse solo io) pensa che se si potesse pasteggiare con gamberetti e vino non si farebbe altro che convocare i propri amici e farli ciccare dentro i calici in serate godibilissime. Ognuno di noi utilizzerebbe al meglio quella piscina, riempiendola di decine di figli mocciolosi di amici, e ognuno di noi starebbe tutto il tempo mano nella mano con la nostra moglietta bionda, a fare viaggi incantevoli, in quelle auto sofisticate e ammortizzate.</p>
<p><strong>Usciti dal film, mi pare, non si ha altro sogno se non accedere gli agi della borghesia. Un desiderio profondo come mai abbiamo avuto: di soldi, di lussi, di potere.</strong> E qui, sul potere, bisogna ancora soffermarsi. Il film vuole guardare il capitalismo rovesciando la prospettiva rispetto a quella di Ken Loach, farci vedere che esiste non solo il male dello sfruttato (Loach), ma anche il dolore dello sfruttatore-capitalista (Fly). La storia infatti racconta di un rampollo che, morto il padre, diventa capo di un’acciaieria in via di fallimento. Per risollevare le sorti dell’industria, deve licenziare gli operai, ciò è doloroso, va contro coscienza del protagonista . L’idea, forse, è interessante. E il film questa idea vuole dire. Ma cosa fa il film? Chiama tutto il tempo gli operai con dei numeri. Novecento persone di cui è in ballo la vita, <em>Trecentoquarantuno </em>(dico per dire) vanno licenziate, Centoventisei vanno riassunte. Gli operai compaiono solo in scene di massa (non sono persone, ma numeri, folla che compie solo gesti collettivi) in cui si levano gli elmetti colorati in segno di lutto per la morte del padrone. Se ci fosse anche solo una scena di un minuto, a raccontare la vita privata di un operaio, che in una macchina incidentata con gli abiti lisi litiga, ma sta bene con la moglie, e fischietta nonostante tutto, allora il discorso sarebbe diverso (o c’è qualcuno che crede che i soldi facciano la felicità?). Qui invece il capitalista anche nel momento di maggiore crisi dell’azienda partecipa a battute di caccia. <strong>Che dolore vorreste avere voi? Soffrire sotto un cappellino arancione in balia di decisioni arbitrarie, o soffrire sul divano di pelle, dopo la battuta di caccia nel bosco, sapendo che la decisione che in quel momento prendete (sul divano) sarà senza appello?</strong> A me è venuta voglia di fare il direttore d’azienda e licenziare a mio piacimento la gente. Non l’avevo mai avuta. Ora un pensierino ce l’ho fatto.</p>
<p>Film brutti si possono fare. Capita a tutti di partire da una intuizione buona (quella del Dogma di riportare il cinema ad uno stato primitivo) di eccedere, o sottrarsi all’intento, e alla fine mancare il bersaglio. Non solo è lecito sbagliare film, ma lo trovo anche, in un certo senso, doveroso. Quello che però rimprovero al film di Fly sono tre cose.<br />
Primo, è il fatto di confermare che questo inverosimile filone di cinema scandinavo esista veramente (tutto oggi si fa filone: il cinema iraniano, il cinema mucciniano, il cinema fratello-di-muccino).<br />
Secondo, a parità di delusione, all’uscita della sala, mi ha fatto rimpiangere Hollywood: lì almeno un bel paesaggio in due ore lo si vede sempre, le attrici sono ancora più belle, due note di colonna sonora ti accompagnano di sicuro il giorno dopo, e il finale è preparato con calma, non ti coglie mai di sorpresa come può avvenire qui, mentre ti sei appena distratto.<br />
Terzo, rimprovero a Fly (che ha scritto e diretto il film, pur prodotto, guarda caso, da Von Trier) di aver continuato ad infondere dentro di me l’idea che esista una Scandinavia che so che non esiste, ma che col tempo vado considerando come esistente. Un Nord Europa (che non so più se è Danimarca, Svezia o Norvegia) che gira a vuoto, in cui famiglie non marce ma velenosissime, si riuniscono ogni domenica per pranzi mortiferi, in cui si urla e basta (o peggio si sussurra, o peggio, si sta in silenzio coi sorrisi), in città mezze vuote e invivibili in cui non piove mai ma le strade sono sempre bagnate, in cui madri (vedove) sono corruttrici e tramano le peggiori congiure, in cui ogni lavoro ti distrugge la vita (ricordate <em>Le onde del destino</em>?) e in cui ogni matrimonio preannuncia soltanto catastrofi a lungo raggio. Io questa idea (falsa) della Scandinavia non la voglio avere. Grazie, tenetevela per voi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/16/nuovo-cinema-paraculo-ce-del-marcio-registrato-in-danimarca/">Nuovo cinema paraculo: C&#8217;è del marcio registrato in Danimarca</a></p>
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		<title>Nuovo cinema paraculo: Come ti smonto e rimonto un&#8217;umanità da cani</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2003 09:40:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Dogville di Lars Von Trier</strong></p>
<p>di <strong>Paolo Pecere </strong></p>
<p>«<em>Dogville</em> è un geniale apologo sulla malvagità umana. La Grazia (una struggente e bellissima Nicole Kidman, riconsacrata al cinema d’autore dopo l’<em>affaire</em> Kubrick) venuta a dare un’ultima occasione alla Comunità umana-americana, si scontra con la comune crudeltà e ipocrisia, per tramutarsi infine in violenza distruttiva e&#8230;  purificazione o provocazione?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/">Nuovo cinema paraculo: Come ti smonto e rimonto un&#8217;umanità da cani</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dogville di Lars Von Trier</strong></p>
<p>di <strong>Paolo Pecere </strong></p>
<p>«<em>Dogville</em> è un geniale apologo sulla malvagità umana. La Grazia (una struggente e bellissima Nicole Kidman, riconsacrata al cinema d’autore dopo l’<em>affaire</em> Kubrick) venuta a dare un’ultima occasione alla Comunità umana-americana, si scontra con la comune crudeltà e ipocrisia, per tramutarsi infine in violenza distruttiva e&#8230;  purificazione o provocazione? &#8230; Il geniale regista danese mette ancora una volta in scacco i nostri&#8230; toccare le corde più&#8230; trasparente e feroce come nessun altro&#8230; a nudo le nostre&#8230; » ecc. – così, forse, Lars Von Trier avrà immaginato la prima recensione al suo ultimo film.<br />
<span id="more-238"></span><br />
<strong>In effetti, <em>Dogville</em> si presenta come un apologo tragico, con premessa, climax e catarsi, e rinuncia a qualunque altro strumento cinematografico che ritiene superfluo alla percussiva trasmissione dello choc morale, dallo scenario alla steady camera, dalla verosimiglianza psicologica alla credibilità dei dialoghi</strong>. L’operazione si snuda fino all’essenziale, uno schema in cui a violenza inferta corrisponde, nel finale, violenza corrisposta. Ricorda il procedimento di mio figlio che 1) ti dice «tu hai fatto qualtosa di cattivo!», puntando un dito accusatorio e cominciando a caricare la rincorsa e 2) ti mira col pugno e sentenzia: «Ci penso io a te!», 3) carica e suscita gratuita e divertente lotta.<br />
Qui nel film di Von Trier, l’imputato,  è inequivocabilmentre qualcosa come l’Uomo, ma presentiamo nei dettagli gli elementi del film:</p>
<p><strong>Plot</strong>: Grace (Nicole Kidman) arriva nella cittadina (Dogville), popolata da una ventina di persone, che nella presentazione che ce ne fa la voce narrante e il cicerone-filosofo che ospiterà la stessa Grace si dividono in 1) peccatori impenitenti (“quello va al bordello”, “quelli del negozio sono tirchi” ecc.); 2) handicappati (“quello è cieco, ma non lo ammette e non esce di casa”, “quella è storpia”, “quello è ritardato”); 3) bambini con nomi mitici (Giasone, Teseo ecc.); 4) il giovane-filosofo stesso, inquieto e insicuro, mille volte più insopportabile di Zeno Cosini, che, incontrando Grace, decide di mettere alla prova le virtù dei suoi concittadini con un esperimento. Grace, che è in fuga dai gangster, e dunque manifestamente innocente (cosa mai messa in discussione dagli homines non sapientes che popolano il paesino) si nasconderà qui per qualche tempo. Il problema, di fronte a questa scandalosa proposta (?!) sarà: sono o non sono i dogvillesi (Cittadicanesi? Cagneschi? Accaniti? Canopoletani?) una Comunità davvero odiosa e ributtante di vizio, o colgono essi l’occasione per assolversi? <strong>Il teorema Von Trier, senza fornircene ragione, comincia con la conclusione</strong>. Che Grace possa restare nella comunità, presso la casa del giovane che desidera ospitarla, è questione da sottoporre al Gran Consiglio della Parrocchia; la discussione sarà aspra, e risulterà, grazie alla vis retorica del filosofo morale, nel conciliante verdetto: sì, ma deve lavorare come sguattera per tutti gli abitanti. Ergo: <strong>Dogville è fin dall’inizio la peggiore fogna umana dove uno sventurato possa capitare, peggiore della peggiore cittadina di provincia ipocrita della storia letteraria e non</strong>: isolate e distillate i vizi e le violenze di Aci Trezza, della periferia romana-pasoliniana, del bassofondo newyorkese di scorsesesca memoria, di Twin Peaks, della New York 1999 di Carpenter o di quella sprangatutti dei Guerrieri della notte, agitate con zelo e otterrete un luogo più abitabile e gentile di questo perfido e invelenito agglomerato di abitazioni, che senza dubbio è votato fin dall’inizio e ingoiare Grace nella sua merda e a restare in malora.</p>
<p>Eppure i personaggi discutono, vociferano, esitano, provano fugaci simpatie, dunque, pare, l’Autore ci vuole presentare simulacri di esseri umani,  non una surreale nidiata di demoni nel rapido antefatto di un inseguimento con la motosega. <strong>Esseri umani colpevoli fin dall’inizio, se si pensa che nessuno lascia il paese e che ospitare Grace viene presentata come una prova da superare, dunque l’espiazione di una comunità cui manca ancora la patente di vivere</strong>.</p>
<p>Ma i vuoti psicologici del microcosmo di Von Trier (forse messi dallo sceneggiatore sul conto della rinuncia a ogni realismo) emergono anche altrove, nelle scene in cui Grace dapprima si accattiva gli abitanti della cittadina, poi all’improvviso si scontra con la loro crudeltà senza scurpoli. La bella servetta conquista il cieco, che, lo ricordiamo, nega la sua cecità, aprendo le tende della sua stanza e commentando la bellezza del paesaggio. Lui: “tu capisci molte cose, vero?”. E ancora: Grace diventa simpatica al ritardato aiutandolo a fare i compiti (lo vediamo infine mangiare tre dame con un sola mossa al filosofo allibito!), piace al caminionista puttaniere perché sa capirlo (“Ognuno deve prendersi i proprio piaceri”, se lo ingrazia: e lui, che sorride con uno sguardo inequivocabilmente infantile, ricambierà stuprandola), e in generale suscista l’interesse dei maschi di ogni età, che poi la stupreranno a catena di montaggio, maschi dei quali sappiamo solo che: 1) hanno la mente di bambini; 2) sono sessualmente repressi e dunque perversi – sadici e masochisti – a cominciare dal bimbo Giasone (così, vedete?, Grace sarà come la furiosa Medea! – eroina dell’omonimo film  &#8211; 1988 &#8211; di Von Trier) che, per quello che sembra un desiderio frustrato verso la bella straniera, le implorerà di batterlo, per poi denunciarla con la madre e cominciare a infangarne la reputazione.<strong>Insomma, a Dogville nascono come legni storti e non crescono mai.</strong></p>
<p>Così, l’inevitabile inversione. La polizia porta sempre più annunci di ricompense per la cattura di Grace, il denaro dunque invita già a vendere la domestica ai suoi probabili aguzzini; poi il piccolo Giasone (bambini immorali è proprio l’ultimo trend del più hollywoodiano cinema indipendente) sputtana Grace, il burbero contadino, padre di Giasone,  vuole da lei “rispetto” (=scopata) durante la raccolta delle mele, e la violenta, poi racconta alla moglie di essere stato tentato, e la moglie stessa fracassa le statuette che Grace aveva faticosamente comprato con i suoi risparmi (“che rappresentano per Grace il legame tra lei e gli abitanti di Dogville”, ci chiarisce la voce narrante a scanso di equivoci), poi Grace tenta di scappare corrompendo il mansueto camionista e convincendolo a farla nascondere tra le mele da portare fuori paese, ma quello la tradisce, prima la violenta poi la restituisce alla popolazione incagnita, che decide di incatenarla a una pesante ruota di metallo; Grace viene tradita anche dal sensibile filosofo, che la accusa di un proprio furto (immotivato, forse frutto di cleptomania): finisce così che Grace viene considerata meretrice e ladra, così tutti che tutti i maschi in età virile si sentono infine liberi di stuprarla. Il filosofo non si oppone, sta al gioco dell’amore platonico, ma infine, siccome sotto sotto è geloso, la vende ai gangster.<br />
Ma i gangster erano peggio di loro.<br />
<strong>Il finale ci mostra Grace, che è la figlia del grande capo-gangster, che decide di assumere il potere finora rifiutato. Voleva vedere se l’umanità merita la crudeltà di una vita gangster che lai mal accettava: e ancora esita se assolvere i microcefali di Dogville. Ma infine, rimuginando sulle violenze subite, si risolve (“meritano di morire più di ogni altra cosa”) e ordina di sterminarli tutti e bruciare il paese. Il filosofo, che lei amò di amore platonico, cade per sua mano. Sopravvive solo il cane &#8211; Mosé! ! &#8211; che abbaia la sua disperazione allo spettatore.</strong><br />
E ora alcuni cenni su altri aspetti del film.</p>
<p><strong>Scenario</strong>.<br />
Von Trier desidera che lo spettatore sappia che il suo film è una finzione. La cittadina è disegnata col gesso su un pavimento, e frequentissimamente inquadrata dall’alto come il tabellone di un gioco. Non ci sono pareti, ma gli attori aprono porte invisibili, con tanto di doppiaggio. I margini della cittadina sono indistinti, bianchi o neri a seconda dell’ora del giorno. Von Trier ha probabilmente letto Beckett, ma la sua intenzione sembra nientemeno che quella di evitare un coinvolgimento dello spettatore, e concentrarne l’attenzione sull’azione, sull’apologo.</p>
<p><strong>Dove si svolge il dramma? </strong><br />
In un nessundove, ma nello stesso tempo in un isolato paesino americano. È il primo film di una trilogia sull’America, pare, e Von Trier desidera ricordarcelo con una sigla finale in cui si celebra il suo geniale e visionario distacco provocatorio, con canzone sulla <em>Young Americans </em>su foto in bianco nero di americani homeless. La comunità si riunisce in parrocchia per deliberare le scelte comuni, ma l’unico rito cui si assiste è l’allestimento di festoni per il 4 luglio, giorno in cui cui Grace viene stuprata dal RACCOGLITORE di MELE (!!!!!!!, !!, !). Dopodiché, il posto potrebbe essere anche una campagna ibseniana o checoviana, con i suoi storpi e il suo giovane intellettuale frustrato innamorato della giovane borghese. Ma<br />
<strong>Perché, innanzi tutto, il film fallisce?</strong><br />
Concesso lo scenario astratto – le velleità brechtiane di alienazione e apologo teatrale, l’affannante e dogmatica camera a spalla, i titoletti e il narratore barrilyndoniano disgraziatamente doppiato da un Albertazzi volutamente irrochito, i personaggi-tipo – resta il fatto che la sceneggiatura ridicola non incide mai, tantomeno a quel livello di shakespeareana universalità da cui vorrebbe vulnerare l’umanità tutta. <strong>I personaggi sono inverosimili e piatti, ma vabbé, siamo o non siamo sul tabellone di un gioco? (che magari è un “play” come la Vita), ma anche le loro frasi, i loro drammi, le loro crudeltà, non sembrano che i gesti nervosi con cui Von Trier rovescia i pezzi della partita che sta giocando.</strong> Ne risultano scatti improvvisi nell’azione, che se colpiscono lo fanno esclusivamente sotto la cintura, con i consueti espedienti della crudeltà mostrata, dell’umiliazione inflitta e subita, da un personaggio che non reagisce per lasciarne maturare il frutto allegorico in vista della catarsi finale. Si è parlato, fin dal martirologico Le onde del Destino, di cristianesimo. <strong>Se lo è, è quella versione inviperita e marcia di cristianesimo che dapprima apparecchia la rappresentazione del mondo in modo tale da sottolinearne i vizi, con pesanti pennellate di trucco, lividi, ceffoni su guance bagnate di lacrime e piacevolmente arrossate, accalca i suoi rifiuti umani in un cul de sac infernale, per poi lamentare la loro irrevocabile perdizione, indicando così la sola luce di una trascendenza purificata col filtro</strong>.<br />
Ma secondo me queste sono parole grosse. La verità su Von Trier la dice tutta un suo vecchi film &#8211; forze il più riuscito -: <em>The Kingdom </em>(1994). Polpettone televisivo contro le regole, un po’ il Twin Peaks svedese, divertentissimo anti-ER. Vi si raccontano gli episodi surreali di un gruppo di medici, tra cui un norvegese paranoico e aggressivo, appena arrivato, che odia gli svedesi come razza, e un primario accannato somigliante a Hannibal Smith dell’A-team: la vicenda procede per accumulo, tra flirt incredibili, fecondazioni di corridoio, casi clinici dominati da patologie psichico-cerebrali, e l’immancabile momento splatter-viscerale del futuro autore di <em>Idioti</em>, con la bambina resa demente da un intervento alla testa che dondola e sbava per lunghi secondi in primo piano, mentre il chirurgo colpevole urla e se ne lava le mani. Ci sono poi i down lavapiatti nel sotterraneo, che ovviamente conoscono la storia dell’edificio (tipo <em>Pet cemetery</em>) e ne discutono con voci lynchiane, finché compare il fantasma della bambina che fu uccisa, e si procede verso il paranormale-splatter. Lo stesso regista, dopo che la sua testa viene partorita nell’ultima seguenza, viene a informarci di averci preso per il culo, come se non si fosse capito. <strong>Il genere potrebbe battezzarsi, citando Schrader, “trascendente da baraccone”, ed è uno stile verso cui convergono, senza mai toccarne però questa vanificante purezza, i vari Lynch, Coen e altri nipotini di Kubrick. Il regista ama toccarci lo stomaco, tamburellare sul cervello stimolando voci come “Morte”, “Aldilà”, “Deformità”, “Provocazione”, “Malignità”, “Vanitas vanitatum”, “Camera a spalla”, e dunque la seducente coppia “Vero/Falso”.</strong> Il risultato non lascia traccia, né l’autentico malessere di alcuni film di Lynch (primo di tutti l’ultimo, finalmente capace di trovare la chiave giusta), né il divertito compiacimento e la vena commovente di alcuni dei Coen, né tantomeno la potenza e la ricchezza di tutti i film di Kubrick. Rispetto a questi, Von Trier mostra più iperconsapevolezza tecnica e più radicale volontà metacinematografica, e nella stessa misura perde in capacità visiva e tecnica, per non parlare delle sceneggiature.</p>
<p>In conclusione, Dogville si può collocare a mezza strada tra due analoghi film apologo, anch’essi bipartiti, aperti e chiusi dalla violenza (in quanto violenza-della-società) e certo noti al metaregista svedese: <em>Arancia Meccanica</em> di Kubrick e <em>Decalogo 5</em> di Kieslowski (uscito in sala come Breve film sull’uccidere). Il primo fa anche ridere, al rischio del coinvolgimento e dell’identificazione entusiasta con il giovane protagonista Alex, e se enuncia lo fa con il paradosso, avvelenando le stesse risate che suscita e mutandole in sorrisi raggelati; il secondo è rigorosissimo e cupo, e afferma la sua tesi a chiare lettere nell’ultima sequenza. In entrambi i casi, siamo invitati a riflettere sull’origine e sulla gestione della violenza nella nostra società (ben riconoscibile anche nell’iperbole kubrickiana). <strong>Dogville dice che l’uomo e il potere sono maligni, liquida le ambivalenze kubrickiane (come la simpatia estetico-erotica per le stesse gesta di Alex) in un tautologico e antitragico “Foul is Foul”, ma in definitiva lo fa alzando la voce in modo tale che scorgiamo i pugni stretti del suo autore: il film, rispetto agli altri due, non è rigoroso e non fa ridere: infine si autodistrugge come un petardo senza scherzo.</strong><br />
(Forse saranno colpevoli anche i tagli per l’edizione italiana: o sono solo scene di stupro e altri bambini chiamati Isacco che vengono sgozzati?).</p>
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