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	<title>lavoro precario &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I Bullshit Jobs e l&#8217;Avvelenata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2014 18:53:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Bullshit jobs]]></category>
		<category><![CDATA[David Graeber]]></category>
		<category><![CDATA[John Maynard Keynes]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro precario]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Diciamo la verità, quale genitore oggi direbbe a un figlio di pensare alla pensione? Pensioni? Cosa? Nemmeno alberghi, se è per questo. Quale cantante scriverebbe, in un&#8217;Avvelenata tutta contemporanea, che un laureato conta più d&#8217;un cantante? Eccoci allora a quarantanni e via calando, ad agitare le torbide acque dell&#8217;economia globale, sfogliarne il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/Opera_Nazionale_Dopolavoro.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/Opera_Nazionale_Dopolavoro.jpg" alt="Opera_Nazionale_Dopolavoro" width="250" height="200" class="alignright size-full wp-image-47353" /></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Diciamo la verità, quale genitore oggi direbbe a un figlio di pensare alla pensione? Pensioni? Cosa? Nemmeno alberghi, se è per questo. Quale cantante scriverebbe, in un&#8217;<em>Avvelenata</em> tutta contemporanea, che un laureato conta più d&#8217;un cantante? Eccoci allora a quarantanni e via calando, ad agitare le torbide acque dell&#8217;economia globale, sfogliarne il libro paga dei mestieri due punto zero per capire a quale voce appartenga la nostra e finalmente determinare una volta e per tutte quanto costi e dunque implicitamente quanto valga il nostro darci da fare qui giù. </p>
<p>Quando ho letto il dossier pubblicato su <a href="http://www.marianne.net/Le-blues-des-intellos-precaires_a234423.html">Marianne,</a> settimanale di informazione francese a metà strada tra <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/">il Fatto</a> e il<a href="http://www.ilfoglio.it/"> Foglio</a>,(sic) <em>Le blues des intellos précaires</em>, mi sono detto che una cosa era chiara; all&#8217;economia contemporanea non corrisponde più una morale in grado di interpretare i cambiamenti in atto da decenni e che coinvolge innanzitutto le nostre vite, soprattutto delle generazioni dagli anni settanta in poi. </p>
<p><iframe loading="lazy" width="223" height="167" src="//www.youtube.com/embed/N9cfx-ATVOU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
A parte la traduzione del titolo, che andrebbe cambiato, almeno nel genere musicale, visto che più di <strong>Blues</strong>, in Italia per il mondo del lavoro &#8220;immateriale&#8221; si dovrebbe  parlare di <strong>tarantelle</strong> è un dossier che affronta alcune questioni nuove, come per esempio il ritorno alla manualità e a lavori che impegnino tutto tranne che la mente, come se dopo anni di proletarizzazione dei mestieri intellettuali, gli intellettuali preferiscano dedicarsi ad attività tradizionalmente proletarie. </p>
<p>In definitiva, l&#8217;impressione che ho, è che perfino il paradigma &#8220;precario&#8221; sembra precarizzato dalle trasformazioni in atto della società e mi chiedo se quanto sia stato scritto in questi ultimi dieci anni in Italia, sulla precarietà, sia ancora valido. Qualcosa è cambiato, anzi molte cose e forse sarebbe bene che ne avessimo tutti maggiore consapevolezza. Un posto fisso? Nel dossier si fa riferimento anche a quest&#8217; articolo di David Graeber, a dir poco illuminante, apparso prima su una rivista anarchica <a href="http://www.strikemag.org/bullshit-jobs/">Strike Magazine </a> e poi ripreso in Italia su <a href="http://www.internazionale.it/sommario/1023/ ">Internazionale </a>.Questa è la versione italiana leggibile via <a href="http://levidepapier.tumblr.com/post/65686067565/il-secolo-del-lavoro-stupido">Le vide papier</a>. (effeffe)</p>
<p><strong>Il secolo del lavoro stupido</strong><br />
di <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/02/mauss/">David Graeber</a> </strong> </p>
<p>Nel 1930, John Maynard Keynes prevedeva che entro la fine del secolo la tecnologia sarebbe progredita abbastanza da permettere a paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti di approdare alla settimana lavorativa di quindici ore. Aveva ragione: in termini di tecnologia, saremmo perfettamente in grado di riuscirci. Eppure non è ancora successo. Anzi, semmai la tecnologia è stata arruolata per inventare nuovi modi di farci lavorare tutti di più. A tale scopo sono stati creati lavori che sono di fatto inutili. Enormi schiere di persone, soprattutto in Europa e Nordamerica, trascorrono tutta la loro vita professionale eseguendo compiti che segretamente ritengono inutili. I danni morali e spirituali che derivano da questa situazione sono profondi. È una cicatrice sulla nostra coscienza collettiva. Eppure non ne parla praticamente nessuno. Perché l’utopia promessa da Keynes non si è mai materializzata? La spiegazione standard è che Keynes non aveva preventivato la mole dell’incremento del consumismo. Messi davanti alla scelta tra meno ore di lavoro e più giocattoli e piaceri, abbiamo collettivamente scelto i secondi. Il che porterebbe con sé anche una morale simpatica, non fosse che basta riflettere un attimo per capire che non può essere così.</p>
<p>È vero, dagli anni venti in poi abbiamo assistito alla creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie, ma sono pochissimi quelli che hanno a che vedere con la produzione e la distribuzione di sushi, iPhone o scarpe da ginnastica costose. Allora cosa sono esattamente questi nuovi lavori? Un recente studio che confronta l’occupazione negli Stati Uniti tra il 1910 e il 2000 ci fornisce un’immagine chiara. Durante il secolo scorso, il numero di lavoratori impiegati come domestici, nel settore industriale e in quello agricolo è crollato. Parallelamente, “le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio” sono triplicati, passando da un quarto degli impieghi complessivi a tre quarti. In altre parole, i lavori produttivi, esattamente come previsto, sono stati in gran parte sostituiti dall’automazione (anche calcolando il numero di lavoratori industriali a livello mondiale, comprese le masse che sgobbano in India e in Cina, questi lavoratori non rappresentano neppure alla lontana la stessa percentuale di popolazione mondiale di una volta).</p>
<p>Ma anziché consentire una significativa riduzione delle ore di lavoro per rendere la popolazione mondiale libera di dedicarsi ai propri progetti, piaceri e idee, abbiamo assistito all’esplosione non tanto del settore dei “servizi”, quanto di quello amministrativo, arrivando a comprendere la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, o l’espansione senza precedenti di settori come quello giuridico-aziendale, accademico, della amministrazione sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. E questi numeri non omprendono tutte quelle persone che per lavoro forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza, né – se è per questo – l’esercito di attività secondarie (come i toelettatori di cani o i fattorini che consegnano pizze tutta la notte) che esistono soltanto perché le altre persone passano tanto tempo a lavorare in tutte le altre.Sono mestieri che propongo di definire “lavori stupidi”.</p>
<p>È come se esistesse qualcuno che inventa lavori inutili solo per farci continuare a lavorare. E proprio qui sta il mistero: nel capitalismo, questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere. Certo, nei vecchi stati socialisti inefficienti come l’Unione Sovietica, dove il lavoro era considerato insieme un diritto e un sacro dovere, il sistema si occupava di inventare tutti i lavori necessari (ecco perché nei grandi magazzini sovietici ci volevano tre commessi per vendere un pezzo di carne). Ma questo, naturalmente, è proprio il genere di problema che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Secondo le teorie economiche, perlomeno, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno. Eppure, non si sa perché, succede lo stesso.</p>
<p>È vero, le grandi aziende operano spesso tagli spietati, ma licenziamenti e prepensionamenti colpiscono immancabilmente la classe delle persone che fabbricano, spostano, riparano e mantengono in funzione le cose. Per una strana alchimia che nessuno sa davvero spiegare, ultimamente il numero di passacarte salariati sembra aumentare, e sempre più lavoratori dipendenti si ritrovano, un po’ come i sovietici di una volta, a lavorare in teoria quaranta se non cinquanta ore alla settimana, ma lavorandone di fatto quindici proprio come previsto da Keynes, perché il resto del loro tempo serve per organizzare o partecipare a seminari motivazionali, aggiornare i profili facebook o scaricare roba. Chiaramente la spiegazione non è economica: è morale e politica. La classe dirigente si è resa conto che una popolazione felice, produttiva e con del tempo libero a disposizione è un pericolo mortale (pensate a quel che è cominciato a succedere quando negli anni sessanta ci si è avvicinati a una vaga approssimazione di questa cosa). E d’altra parte, l’idea che il lavoro sia un valore morale in sé, e che chiunque non desideri sottomettersi a un’intensa disciplina lavorativa per la maggior parte delle sue ore di veglia non meriti niente, torna straordinariamente comoda a molti.</p>
<p>Una volta, riflettendo sulla crescita apparentemente infinita degli incarichi amministrativi nei dipartimenti accademici britannici, mi è venuta in mente una possibile visione dell’inferno. L’inferno è un insieme di individui che passano il loro tempo a svolgere un compito che non amano e nel quale non sono particolarmente bravi. Per esempio, sono stati assunti perché bravissimi a fabbricare mobili, dopodiché scoprono di dover passare un sacco di tempo a friggere pesce. E nemmeno quello è un compito necessario: c’è solo un certo numero molto limitato di pesci che vanno fritti. Eppure tutti questi individui sono così ossessionati dall’idea che qualche collega possa passare più tempo di loro a fabbricare mobili, senza sobbarcarsi la sua quota di dovere nella frittura del pesce, che presto nel laboratorio si accumulano innumerevoli montagne di pesce inutile e mal cotto, e nessuno fa nient’altro.<br />
A dire il vero, questa mi sembra una descrizione piuttosto precisa delle dinamiche morali che governano la nostra economia.<br />
Mi rendo conto che simili argomenti possono suscitare alcune obiezioni, tipo: “Chi sei tu per stabilire quali lavori siano necessari? Ma poi cosa vuol dire necessario? Tu che insegni antropologia, che necessità soddisfi?” (in effetti un sacco di persone considererebbero l’esistenza del mio lavoro come la definizione stessa di “spesa sociale inutile”). Da un certo punto di vista, questo è ovviamente vero. Non esiste un modo per misurare oggettivamente il valore sociale.</p>
<p>Non avrei mai la presunzione di dire a una persona convinta di dare un contributo importante al mondo che, sotto sotto, non lo dà. Ma come la mettiamo con le persone convinte di fare un lavoro stupido? Qualche tempo fa ho riallacciato i contatti con un compagno di scuola che non vedevo da quando avevamo dodici anni. Mi ha sbalordito scoprire che nel frattempo lui era diventato prima un poeta, poi il cantante di un gruppo rock alternativo. Avevo sentito alcune sue canzoni, senza avere la minima idea di conoscere il cantante. È chiaramente una persona brillante, innovativa, il cui lavoro ha indiscutibilmente ravvivato e migliorato la vita di tante persone in tutto il mondo. Ciò nonostante, dopo un paio di album andati male, ha perso il suo contratto discografico e, sommerso dai debiti e con una figlia appena nata, ha finito, sono parole sue, per “imboccare la strada che sceglie in automatico tanta gente che non sa dove andare: la facoltà di giurisprudenza”. Oggi lavora come avvocato aziendale per un importante studio di New York. Lui per primo ammette di fare un lavoro del tutto privo di senso, che non fornisce nessun contributo al mondo e che, secondo lui, in realtà non dovrebbe esistere.</p>
<p>A questo punto ci si potrebbero fare tante domande, cominciando da: che cosa dice della nostra società il fatto che riesca a generare una domanda estremamente limitata di poeti-musicisti talentuosi, a fronte di una domanda apparentemente infinita di specialisti in diritto aziendale? (Risposta: se la maggior parte della ricchezza disponibile la controlla l’1 per cento della popolazione, allora quello che definiamo “mercato” riletterà ciò che loro, e nessun altro, considerano utile o importante). Ma ancor di più dimostra che di solito chi fa questi lavori alla in fine si rende conto che sono stupidi. Anzi, credo di non aver mai conosciuto un avvocato aziendale che non pensasse di fare un lavoro stupido. Lo stesso vale per quasi tutte le nuove industrie descritte poco sopra. Esiste un’intera classe di lavoratori salariati che, se li incontri a una festa e ammetti di fare un mestiere considerato interessante (l’antropologo, per esempio), si rifiuta anche soltanto di dirti che lavoro fa. Fategli bere due o tre drink, e si lanceranno in vere e proprie tirate su quanto inutile e stupido sia in realtà il loro lavoro.</p>
<p>Stiamo parlando di una violenza psicologica profonda. Come si può anche solo cominciare a parlare di dignità del lavoro, quando in cuor suo una persona ritiene che il proprio lavoro non debba esistere? Come può un fatto del genere non creare una rabbia e un risentimento profondi? Tuttavia, il talento tutto particolare della nostra società sta nel fatto che i suoi governanti hanno escogitato un modo, come nel caso dei friggitori di pesce, per garantire che questa rabbia venga indirizzata contro chi invece fa un lavoro sensato. Per esempio: nella nostra società sembra vigere una regola generale per cui più l lavoro di un individuo giova palesemente ad altre persone, minori sono le probabilità che questo lavoro venga pagato. Ripeto, è difficile individuare un parametro di misurazione oggettivo, ma per farsi un’idea basta semplicemente chiedersi: che succederebbe se quest’intera classe di persone scomparisse? Dite quel che volete di infermieri, spazzini e meccanici: è palese che, se dovessero sparire in una nuvola di fumo, gli effetti sarebbero immediati e catastrofici. Un mondo senza insegnanti e scaricatori di porto finirebbe presto nei guai, e anche un mondo senza scrittori di fantascienza o musicisti ska sarebbe evidentemente peggiore. Non è però del tutto chiaro in che modo l’umanità soffrirebbe se dovessero svanire allo stesso modo tutti gli amministratori delegati di società d’investimenti, i lobbisti, gli addetti alle pubbliche relazioni, gli analisti assicurativi, i lavoratori del telemarketing, gli ufficiali giudiziari o i consulenti legali (molti sospettano che potrebbe significativamente migliorare). Eppure, fatta salva una manciata di stimatissime eccezioni (i medici), la regola resiste sorprendentemente bene.</p>
<p>Cosa ancor più perversa, sembra circolare la difusa convinzione che sia giusto così. Ecco qual è uno dei punti di forza segreti dei populisti di destra. Lo si vede quando fomentano il rancore contro i dipendenti della metropolitana che paralizzano Londra per il rinnovo del contratto: il fatto stesso che i dipendenti della metropolitana siano in grado di paralizzare Londra è la riprova che il loro lavoro è necessario, ma a infastidire la gente sembra sia proprio questo. È ancora più evidente negli Stati Uniti, dove i repubblicani stanno riuscendo con molto successo a mobilitare il risentimento contro gli insegnanti o contro gli operai dell’industria dell’automobile (e non, dettaglio significativo, contro chi amministra le scuole o contro i dirigenti che crea no i problemi) a causa di stipendi e benefit che sembrano eccessivi. È come se gli stessero dicendo: “Ma voi insegnate ai bambini! O costruite le macchine! Fate dei lavori veri! E avete anche la faccia tosta di aspettarvi delle pensioni e un’assistenza sanitaria da classe media?”.<br />
Se qualcuno avesse progettato un sistema del lavoro fatto su misura per salvaguardare il potere del capitale, non avrebbe potuto riuscirci meglio. I lavoratori veri, quelli produttivi, vengono spremuti e sfruttati implacabilmente. Gli altri si dividono tra un atterrito strato di disoccupati, disprezzato da tutti, e un più ampio strato di persone che in pratica vengono pagate per non fare nulla, e che ricoprono incarichi progettati per farle identificare con i punti di vista e le sensibilità della classe dirigente (manager, amministratori eccetera) – in particolare con le loro personificazioni economiche – ma che al tempo stesso covano un segreto rancore nei confronti di chiunque faccia un lavoro provvisto di un chiaro e innegabile valore sociale. Non è un sistema progettato in modo conscio: è emerso da quasi un secolo di tentativi empirici. Ma è anche l’unica spiegazione del perché, nonostante le nostre capacità tecnologiche, non lavoriamo tutti quanti solo tre o quattro ore al giorno.</p>
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		<title>(Vero) dialogo (rubato) tra un imprenditore (impr) e l’addetta di un’agenzia interinale (int)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Aug 2012 11:03:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[esmeralda rizzi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro precario]]></category>
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					<description><![CDATA[di Esmeralda Rizzi INT:  &#8220;Ciao, come stai. Già andato in vacanza?” IMPR:  &#8220;Be’, ho fatto una settimana fuori, all’estero, con la famiglia nella prima metà di luglio. Sai com’è, poi c’è troppo casino. Ora loro sono alla casa al mare, io viaggio nel weekend, se posso, poi chiudiamo due settimane ad agosto.” INT: &#8220;Volevo chiederti di Piero, il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-43126 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/beuys-e1343992205992.jpg" alt="" width="428" height="446" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/beuys-e1343992205992.jpg 428w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/beuys-e1343992205992-287x300.jpg 287w" sizes="(max-width: 428px) 100vw, 428px" /></p>
<p><strong>di Esmeralda Rizzi</strong></p>
<p><strong>INT</strong>:  &#8220;Ciao, come stai. Già andato in vacanza?”</p>
<p><strong>IMPR</strong>:  &#8220;Be’, ho fatto una settimana fuori, all’estero, con la famiglia nella prima metà di luglio. Sai com’è, poi c’è troppo casino. Ora loro sono alla casa al mare, io viaggio nel weekend, se posso, poi chiudiamo due settimane ad agosto.”</p>
<p><strong>INT</strong>: &#8220;Volevo chiederti di Piero, il ragazzo che vi abbiamo mandato per il settore commerciale. Come vi trovate? Ho visto che ha fatto parecchie assenze.”</p>
<p><strong>IMPR</strong>: “Piero? Mah, mi sembra bene, nessun problema.”</p>
<p><strong>INT</strong>: &#8220;Ma sei proprio sicuro? Ho visto che è mancato diversi giorni. Che facciamo, te lo cambio? Lo mandiamo via e ne prendiamo uno nuovo?”</p>
<p><strong>IMPR</strong>: “Mah, non saprei. Ti ripeto, a me non ha creato problemi, mi sembra vada bene, che si sia integrato bene col resto del gruppo. Però, dai, mi faccio una chiacchierata col responsabile del suo reparto e chiedo a lui. Eventualmente ti faccio sapere.”</p>
<p><strong>INT</strong>: “Ma sì, sono sicura che ci deve essere qualche problema perché è mancato troppo spesso negli ultimi mesi. Ascolta un consiglio, meglio se lo cambi. Oppure, se non vuoi mandarlo via, al prossimo rinnovo gli accorciamo la durata del contratto. Quando gli scade?</p>
<p><strong>IMPR</strong>: “Ora, per le ferie. Rientra il 1° di settembre.”</p>
<p><strong>INT</strong>: ”Facciamo così: il contratto glielo facciamo ripartire dal 20 e poi glielo accorciamo a 4 mesi, così lo teniamo un po’ sotto pressione. Piuttosto, hai già trovato il rimpiazzo per la Sabrina?”</p>
<p><strong> IMPR</strong>: “No, però vorrei evitare di spendere troppo o di trovarmi con le mani legate. Chessò,  un tirocinio, uno stage… E comunque deve usare a meraviglia il computer e parlare bene inglese e spagnolo, e avere un po’ di esperienza.”</p>
<p><strong>INT</strong>: “Guarda, partiamo con uno stage gratuito. Poi, se è il caso,  facciamo un contratto di apprendistato, che risparmi bei soldini. E se non ci piace, se vediamo che alza troppo la testa, la mandiamo  via e ne cerchiamo un’altra. Sai che fame di lavoro c’è ora? Farebbero qualunque cosa per un posto.”</p>
<p>da <a href="http://inthestreet.blog.rassegna.it/">http://inthestreet.blog.rassegna.it/</a></p>
<p><em>L&#8217;immagine ritrae un&#8217;opera di Joseph Beuys conservata presso l&#8217;Hamburger Bahnhof &#8220;Museum für Gegenwart&#8221; di Berlino.</em></p>
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		<title>Perciò veniamo bene nelle fotografie, romanzo in versi di Francesco Targhetta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[francesco targhetta]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro precario]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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		<category><![CDATA[silvia de march]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia De March Diciamo subito i meriti prima di prendere le distanze dal mainstream acclamatorio. Francesco Targhetta si inserirà serenamente in un filone di letteratura originariamente industriale, che risale a Ottonieri, Bianciardi, Parise, e che trova poi forme di aggiornamento rispetto ai cambiamenti economici, con esiti alterni, con Aldo Nove, Murgia, Venturini, etc. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia De March</strong></p>
<p>Diciamo subito i meriti prima di prendere le distanze dal mainstream acclamatorio.</p>
<p><a href="http://isbnedizioni.it/catalogo/narrativa/percio-veniamo-bene-nelle-foto/"> Francesco Targhetta</a> si inserirà serenamente in un filone di letteratura originariamente industriale, che risale a Ottonieri, Bianciardi, Parise, e che trova poi forme di aggiornamento rispetto ai cambiamenti economici, con esiti alterni, con Aldo Nove, Murgia, Venturini, etc. Il suo romanzo in versi è una <em>fotografia</em> precisa di alcuni status generazionali, riconducibili all&#8217;evidente attrito tra una <em>forma mentis</em> impreparata e l&#8217;attuale mercato del lavoro e del consumo. Registra una mutazione antropologica, colta con maggior visibilità dal punto di vista di una provincia estrema dell&#8217;impero: la geografia si ritaglia tra una città provinciale come Treviso, la sua profonda periferia e un polo (Padova) di una metropoli diffusa che di metropolitano ha soltanto il cemento. In questo triangolo il passaggio repentino da una civiltà contadina all&#8217;industrializzazione e poi la piroetta alla terziarizzazione e alla finanza creativa hanno innescato dinamiche a velocità parallele, generando scompensi di immaginari e valori: le contraddizioni urbanistiche, ben descritte dallo sguardo in moto perpetuo di un pendolare ferroviario, sembrano riflettere paesaggi interiori profondamente dissociati. O perlomeno frammentari, quanto individualizzata è l&#8217;esperienza di ciascuno, estromesso da un qualsiasi tessuto comunitario, se non aggregazione amicali temporanee o legami familiari preconfezionati. A tratti Targhetta sembra anche assumere le vesti di un Pasolini dei giorni nostri, condizionato da un&#8217;educazione cattolica che ha perpetuato modelli di rigidità morale controproducenti, anacronistici rispetto alla secolarizzazione freudiana. Il senso di colpa segue come un&#8217;ombra il protagonista, una sorta di percezione persecutoria che istituisce un ruolo vittimistico, in quanto eredità tanto del catechismo, quanto dei <em>padri</em>. Questi ultimi, astratti e incombenti da una loro diversità ontologica e paradigmatica, sono una presenza latente, contigua come un&#8217;altra era ma non comunicante, eloquente in sé senza un dialogo possibile.<span id="more-42583"></span></p>
<p>Si può parlare di <em>Bildungsroman</em>: il protagonista subisce alcune svolte che ne focalizzano l&#8217;identità. Per concludere il dottorato di ricerca, si trasferisce a Padova prendendosi in carico un appartamento condiviso; al termine rientra in famiglia emigrando dal mondo della ricerca a quello dell&#8217;insegnamento. In questi passaggi le esigenze dell&#8217;adultità – uno spazio proprio, l&#8217;autonomia economica, la realizzazione delle proprie capacità – emergono scontrandosi con limiti materiali ben noti ma tuttavia vissuti con verginità adamitica.</p>
<p>La narrazione si svolge in soggettiva e prevalentemente su un piano introspettivo. <em>Si parva licet componere magnis</em> (ed è tutto da dimostrare), coi grandi nomi (Parise, Pagliarani) Targhetta condivide questo atteggiamento osservativo, apparentemente straniante, nella sostanza attento a quegli elementi realistici attraverso i quali la realtà si mostra così com&#8217;è: di un grottesco naturale, un&#8217;ironica e imbarazzante serietà, una goffaggine imperante travestita da sicurezza di sé. Eppure, si misura un&#8217;incapacità di sdrammatizzare autenticamente ciò che viene percepito come offesa: l&#8217;umorismo delle situazioni si limita a smorzare gli spigoli ma nulla più, non schiude una consapevolezza o un distacco diversi, acuisce soltanto il risvolto negativo della sopportazione.</p>
<p>Attorno al protagonista ruotano personaggi che rappresentano varie di forme di precarizzazione e di rifunzionalizzazione del proprio ruolo, prevalentemente nell&#8217;ambito della conoscenza: il ricercatore fuggito all&#8217;estero, l&#8217;aspirante attrice di fatto cameriera, l&#8217;addetto alle risorse umane, la studentessa di psicologia, la neolaureata orientata alla pesca di qualche fantomatica certificazione di editor. Tutti con un enorme punto di domanda sulle possibilità di inserimento nel mondo lavorativo e quindi di reale padronanza del proprio futuro, della propria indipendenza, della sostenibilità delle proprie relazioni. Rappresentano il ritratto di una generazione in scacco, nel mezzo, né giovane, né adulta, o meglio, non considerata tale e al tempo stesso incapace di autolegittimarsi e di emanciparsi dai condizionamenti. Colpisce questo prolungamento del fare “generazione a sé” in compartimenti stagni: <em>noi</em> versus <em>voi</em>, gli <em>altri</em>, una solidarietà apparente di una generazione disgregata che sta nel perno di una forbice tra i padri e i propri alunni, alimentando lo slegamento e slogamento di una comunità tutta da ricostruire.</p>
<p>Viene da chiedersi, in particolare per il protagonista di cui lo scavo interiore è più approfondito, se non sia il caso di parlare di cronico disadattamento in base al quale essere esclusi o essere contro diventa un&#8217;abitudine pregiudiziale. Ogni volta che il protagonista rientra in una struttura sociale più ampia sembra esclusa a priori la possibilità non tanto di integrarsi o essere assimilati quanto di trovare una propria serena ed autonoma collocazione. Emblematico è l&#8217;ingresso nel mondo scolastico: sbocco all&#8217;assenza di sbocchi nella ricerca, vissuto con iniziale (diffusa) accettazione svilente e infine rivalutato per i risvolti redentori che conferiscono indirettamente un ruolo al protagonista. Alla professione dell&#8217;insegnante, in definitiva, non viene riconosciuta la dignità nel ruolo della trasmissione della cultura, anzi, proprio la difficoltà dell&#8217;operazione ne conferma l&#8217;inutilità in tal senso; si afferma, di contro, una funzione da operatore sociale che redime sia la coscienza stessa di essere sprecato, sia gli ultimi, gli esclusi, gli incompresi con cui il protagonista si sente solidale. La generazione dei perdenti, dal ritratto che ne viene dato, non è tale solo per una restrizione di possibilità ma innanzitutto per l&#8217;incapacità di convertire una continua frustrazione nella valorizzazione dell&#8217;esistente – possibilità che forse farebbe l&#8217;autentica differenza e che confuterebbe il terrore di essere uguali o peggiori a chi è preceduto. Non è una generazione priva di aspettative o di ambizioni: continua a dichiararsi tale e a dimostrare invece di averle alimentate, sulla scorta di promesse – genitoriali in senso lato – disattese, e semmai di arrendersi a deporle, con amarezza rinunciataria, non con un&#8217;accettazione strumentale. Il protagonista, in particolare, passa per un esempio di mansuetudine, più che arrendevolezza: non è vera abdicazione, semmai incapacità esprimere sia la sua rabbia che passioni autentiche, di imprimervi un orientamento. Lo sfogo in atteggiamenti prevedibilmente alternativi – la musica punk o dark, il dilettantismo col basso, il rifiuto delle griffe – risulta datato e piuttosto conformistico, dichiaratamente inetto alla coerenza: il sabotaggio dei trend appare risucchiato dalla comodità e il consumismo amplifica dinamiche più intimistiche di coazione a ripetere senza affrontare un autentico cambiamento.</p>
<p>Finora si è detto del “romanzo”. Sono i “versi” soprattutto a non convincere. L&#8217;insistenza su marche lessicali contemporanee o colloquiali ha una densità che si fa pesante e che annulla il suo potenziale differenziale: ricorda certa letteratura splatter o cannibale che ha fatto il suo tempo e che fallisce nell&#8217;intento di restituire il parlato, sia pure slang. Evidente è il calco – spacciato per originale – da certi esempi cantautoriali che stanno cambiando la scena della musica italiana e di cui Targhetta è attento osservatore, essendo critico stabile del sito <a href="http://www.storiadellamusica.it/">www.storiadellamusica.it</a>. Il riferimento più esplico va a Luci della centrale elettrica, il <em>nuovo Vasco</em> (Brondi) alluso nel testo stesso: analogo è il meccanismo di germinazione di interminabili catene associative. Un polimorfismo consecutivo che occupa periodi lunghi capitoli interi, che se al secondo album del cantautore faceva discutere sull&#8217;originalità dello stilema, qui al trentesimo capitolo risulta ostentato e pretestuoso. Non è questione di apertura digressiva come in un Jonathan Swift, un Joyce, il Berto di <em>Il male oscuro</em> (anch&#8217;esso citato); ma di un gusto per l&#8217;elencazione che da una parte testimonia una percezione generalizzata di una parificazione del reale e dell&#8217;esperienza, senza discriminazioni valoriali e prioritarie; dall&#8217;altra riprende modalità crepuscolari meno selettive. La dilatazione finisce per essere monocorde e sfuocata. A ciò si aggiunge qualche apertura liristica di stampo vedutistico o sentimentale circoscritta, superficiale, priva di esplorazione.</p>
<p>Insomma, si tratta complessivamente di un&#8217;operazione ammiccante per contenuti e forma. In essa si sono sfogate ansie generazionali anche denunciatarie. Alcuni retroscena da gossip dei dipartimenti universitari sono stati accolti con clamore e plauso, mettendo in secondo piano una chiarezza di cui Targhetta si è fatto portavoce, il meccanismo che sta sopra e che alimenta il baronato: ovvero che la valutazione della ricerca è subordinata all&#8217;intermediazione delle strutture proponenti e dei referenti stessi; un meccanismo che, fosse estinta pura l&#8217;attuale congrega baronale, continuerebbe a eludere il confronto e la selezione diretta dei singoli talenti. La pubblicazione può essere colta anche per una nuova riflessione sui riverberi del marketing di una casa editrice ben posizionata come Isbn, capace di lanciare – scavalcando il ruolo di mediazione della critica – il Baricco di turno.</p>
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		<title>Breve escursione nei CPT del lavoro elettronico</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 11:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar Call-center. Tutt’altro che una parola magica, che una formula per la scoperta di qualcosa di utile. Un solo significato pregnante, che ne nasconde qualsiasi altro: sfruttamento elettronico. “Operai telefonici, ecco quello che siamo”, mi dice un ragazzo che forse non è più un ragazzo, a guardarlo con attenzione. Indossa una maglietta nera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/call20center.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/call20center-300x196.jpg" alt="" title="call20center" width="300" height="196" class="alignnone size-medium wp-image-6341" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Call-center. Tutt’altro che una parola magica, che una formula per la scoperta di qualcosa di utile. Un solo significato pregnante, che ne nasconde qualsiasi altro: sfruttamento elettronico.<br />
“Operai telefonici, ecco quello che siamo”, mi dice un ragazzo che forse non è più un ragazzo, a guardarlo con attenzione. Indossa una maglietta nera con su stampato il nome di una rock band degli anni Ottanta. Ecco, mi trovo davanti a un esemplare non raro di essere umano di sesso maschile fuori tempo massimo. Una specie di pugile suonato del mondo del lavoro, di reperto funzionante.<br />
I turni sono serrati, giovani e meno giovani si pigiano alle loro postazioni. Uomini e donne, più o meno in parti uguali. C’è di tutto: dallo studente di buona famiglia che raggranella i soldi per la vacanze in Spagna allo studente che viene da fuori – spesso da molto fuori – e lavora al call center per pagarsi l’esoso affitto. E poi il disoccupato, di età indefinita, di indefiniti gusti e inclinazioni, che le ha provate tutte, e alla fine è arrivato qui, all’ultima stazione, un luogo teoricamente di transito che alla fine è diventato definitivo, o quasi. C’è l’ex manager licenziato che non riesce a ricollocarsi e in attesa di una chiamata propizia sconta la sua pena al call center. E c’è la pensionata, che distribuisce caramelle ai giovani per ingraziarseli, che parla con spiccato accento milanese e ha vissuto la sua vita lavorativa in fabbrica e ora è qui perché i soldi non bastano mai.<span id="more-6340"></span><br />
Turni serrati, pause brevi. L’operaio telefonico esce dal suo gabbiotto tutt’altro che insonorizzato, dopo aver chiamato per ore e ore a numeri telefonici sputati a raffica dal computer che ha davanti, cercando di vendere spesso un prodotto telefonico, spesso facendo domande rigorosamente prefissate per un sondaggio che ha come tema quasi sempre i molteplici servizi di una compagnia telefonica, e va a fumarsi una sigaretta in un altro gabbiotto pronto all’uso. Al ritorno alla postazione, di nuovo voci laconiche dall’altra parte, spesso seccate, a volte ostili. L’operaio telefonico non deve lottare contro una lastra o una lamiera riottose a contorcersi, non deve lottare contro un nastro trasportatore sempre troppo veloce, da <em>Tempi moderni</em>: no, deve lottare contro delle voci, voci di persone che non conosce e non conoscerà mai, estranee, lontane, assenti.<br />
Il ragazzo non più ragazzo ha dismesso il sorriso. E’arrivato alla maturità assaggiando soltanto l’amaro della precarietà. Nell’azienda di sondaggi telefonici dove lavora viene ormai pagato a cottimo, spesso viene lasciato a casa perché il lavoro manca. I supervisori, ragazzi o ex ragazzi come lui che prendono poco più di lui e controllano il lavoro suo e dei suoi colleghi, sono diventati dei cerberi senza cuore, spie a buon mercato della direzione. I controlli telefonici s’infittiscono. Dai piani alti, gli esperti di sondaggi pagati a peso d’oro vivono nella loro camera iperbarica. Prendono a piene mani i dati grezzi forniti dagli operai e li manipolano senza che le due parti prendano mai contatto, come se da una fabbrica della Siberia provenisse la materia prima che la fabbrica in Italia lavora.<br />
E’ il trionfo della spersonalizzazione, non ancora giustamente descritto da libri e film; in Italia il fenomeno dei call center, sorta di CPT del lavoro, è stato finora trattato col bonario umorismo da “poveri ma belli 2000” che non fa giustizia di una situazione ingovernabile nella quale regna il sopruso: paghe ai minimi termini, nessuna garanzia per il presente e per il futuro, nessuna regolamentazione che minimamente abbia un occhio pensante per la professionalità. Un mondo di passaggio, una terra di nessuno nella quale ai piani bassi sono tutti mediamente utili, ma sostituibili nel giro di un minuto. Polli d’allevamento parlanti, dentro cuffie usate da chiunque, che ripetono a mantra assurdo sempre le stesse frasi che perdono senso sempre di più, a ogni giro lento e drammatico di questa corsa inutile. </p>
<p><strong>Fermi nei box, come polli d’allevamento</strong></p>
<p>Forse dobbiamo andare ai tempi per l&#8217;appunto andati per trovare, nel cinema e nella letteratura, suggestioni importanti sul tema del lavoro.<br />
Certo, nei decenni passati i call-center non esistevano. Ma esistevano già le catene di montaggio (regalo all’umanità di Henry Ford negli anni ’20), le catene di negozi, grandi magazzini, banche (la prima fu quella della Bank of America dell’italoamericano A.P. Giannini). Esistevano gli autogrill, luogo del consumo in serie: nei primi anni Sessanta il fantasioso regista cinematografico e televisivo Ugo Gregoretti dirige il cortometraggio <em>Polli d’allevamento</em>, con Ugo Tognazzi, all’interno del film a episodi <em>RoGoPaG</em>, nel quale a un certo punto sostituisce l’immagine della domenicale famigliola tognazzesca, che mangia il suo pranzo standardizzato all’autogrill in mezzo a lunghe file di altre persone, con la visione di una grossa batteria di polli d’allevamento che spingono i loro colli in un movimento sussultorio nel prendere spasmodicamente il becchime nei loro box.<br />
Ecco, questa visione grottesca e allo stesso tempo orrorifica, è quella che mi viene in mente quando penso al lavoro nei call-center, dove ci sono appunto dei box, o postazioni, nelle quali gli operatori telefonici prendono il loro becchime muovendo collo e ganasce e insomma tutta la bocca per approvvigionarsi del cibo. E’ una lotta per la sopravvivenza che si consuma attorcigliandosi nei cavi a groviglio della tecnologia. Lungo le linee telefoniche i moderni polli d’allevamento del terziario avanzatissimo sprecano la loro triste vita di animali precari, di vittime del sistema pronti ad essere divorati. Lo scandalo dei call-center sta nel dare un lavoro a chi lo cerca senza alcuna assistenza, in un tempo sprovvisto di ogni determinatezza. Un pollo ucciso e mandato al consumo sui nastri trasportatori ha uguale, poco valore e nessun diritto di un altro. Siamo all’abuso per principio di una qualsiasi proposta di dignità umana.<br />
Sbagliano coloro che vedono in questo tipo di occupazione a strapiombo sull’indigenza una per così dire “pezza” messa dal sistema piuttosto che il nulla. Forse, posso azzardare, è meglio il nulla della fine anche ingloriosa di questa presa in giro su scala industriale, nell’illusione che la giovinezza – e la sua costitutiva indeterminatezza – non abbia mai fine: è l’età adulta quella definitiva, e ogni essere, cittadino adulto, in una società non dico sana ma meno malata della nostra, dovrebbe avere il diritto a un’occupazione che dia non solo pane, ma anche dignità per il presente e per il futuro.<br />
Altrimenti, se questo è il baluardo che ci propone la società a un mondo di delitti, non passerà molto tempo che certa gente, forse molta, preferirà l’azzardo della delinquenza piuttosto che la sicurezza molto virgolettata di una simile sussistenza, squallida e senza onore.</p>
<p><strong>Gli schiavi elettronici della “new economy”</strong></p>
<p>Nella aziende che usano il sistema di call-center esistono sistemi di controllo molto rigidi ed efficaci. Un sistema informativo direzionale è capace di calcolare le chiamate effettuate, i tempi medi di attesa e di servizio, le pause degli operatori, le chiamate perse. Questo tipo di sistemi aiutano la direzione a verificare la performance data dal lavoratore del “piano basso&#8221;.<br />
Nonostante sia moralmente ben poco raccomandabile, la direzione di simili aziende si avvale spessissimo del metodo dell’intercettazione telefonica, oltre all’uso di telecamere sul posto di lavoro. Questo dovrebbe andare in opposizione all’art.4 dello Statuto dei Lavoratori, che però non prevede i call-center – e dunque è possibile, per queste aziende, aggirare la norma – ma preferisco dire “farla franca”.<br />
E’ cosa nota a chiunque presti attenzione alle problematiche del mondo del lavoro che le nostre norma di regolamentazione sono farraginose. All’inizio del 2006 il ministero del Lavoro ha tentato di fare chiarezza nel settore, invitando al controllo dei co.co.pro: investigare se essi abbiano un progetto determinato da portare a termine e siano davvero lavoratori autonomi, quindi senza orari né giorni prestabiliti. Secondo questa nuova direttiva questo tipo di lavoro precario sarebbe dovuto sparire, ma questo non è avvenuto. Usare lavoratori con contratti a progetto che non progettano nulla. La foglia di fico che tutto nasconde, innanzitutto l’impegno da parte delle aziende. Gli schiavi elettronici della new economy continuano a spezzarsi ma non s’impiegano, per parafrasare il titolo di un libro dello scrittore torinese Andrea Bajani.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna &#8211; 30.06.2008.)</em></p>
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