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	<title>Nazione Indiana &#187; lavoro</title>
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		<title>Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003.jpeg"></a>Quello che mi piacerebbe sarebbe un lavoro che finisce alle cinque. Uno si dà da fare tutta la mattina, a mezzogiorno fa la pausa pranzo, e poi tra una cosa e l’altra vengono subito le diciassette, e ha finito di sgobbare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/nuovi-autismi-4-il-mio-posto-fisso/">Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-40081" title="shimoda_foto003" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Quello che mi piacerebbe sarebbe un lavoro che finisce alle cinque. Uno si dà da fare tutta la mattina, a mezzogiorno fa la pausa pranzo, e poi tra una cosa e l’altra vengono subito le diciassette, e ha finito di sgobbare. Uscendo dalla sede lavorativa inspirerei profondamente. Guarderei le case e mi direi: questa è la città dove abito, la città dove lavoro. Questa è la mia città, mi direi, ben sapendo che sono io che appartengo alla città, non la città che appartiene a me: in genere le città vivono più a lungo delle persone. Ma si dice così, e allora mi conformerei. L’etimologia del sostantivo <em>lavoro</em> è spudoratamente aristocratica, però io avrei il sentimento di aver devoluto il dovuto alla società, di aver contribuito con la mia dose quotidiana di costruttiva operosità. L’inverno sarebbe già buio, ma l’estate ci sarebbero ancora diverse ore di luce. Del resto anche l’illuminazione artificiale delle serate invernali ha il suo fascino. Le persone avvolgono i loro misteri sotto i cappotti, diventano ancora più attrattive, e i locali pubblici acquistano un’aurea di accogliente rifugio a cui è arduo resistere. <span id="more-40073"></span>E se fosse venerdì sarebbe ancora meglio: avrei la soave cognizione che se ne riparlerebbe solo la settimana seguente. Mi manca parecchio questo senso di libertà dal lavoro. Ma non è che sia contro il lavoro, intendiamoci: penso anzi che l’affaccendarsi lavorativo sia il modo più efficace per non pensare alla morte, che per noi occidentali è il modo più tranquillo per vivere. O meglio, quando si è bambini per non pensare alla morte si gioca, poi quando si è grandi si lavora (da anziani ci si barcamena alla meno peggio, tanto ormai si è un po’ storditi, o comunque rassegnati). Molte persone sono persuase di lavorare solo per guadagnarsi da vivere, ma si sbagliano di grosso. Anch’io come tutti lavoro per togliermi di torno il pensiero ossessivo del mio personale decesso, e anche per dirmi che non sono completamente inutile, che merito che gli altri non mi mettano al bando o addirittura in prigione. Non sono più contro il lavoro, anche se a dire la verità in una fase della mia esistenza lo sono stato: erano altri tempi, l’ingenuità impazzava. Adesso so bene che lavoro per non dare adito ai cattivi pensieri. A ben guardare il problema sta proprio qui: per non correre alcun rischio sgobbo sempre. Invece che alle diciassette finisco alle ventidue, alle ventiquattro, alle due e trenta del giorno dopo. Anche il sabato e la domenica. Ma non mi lamento del lavoro in sé, non è questo. Anche perché come sono organizzato io nessuno mi sta con il fiato sul collo: posso pur sempre incantarmi col naso all’insù, dare una sbirciata nel paesaggio polare del frigo, schiacciarmi un punto nero davanti allo specchio. Però mi piacerebbe pur sempre finire alle cinque, e essere pago di quello ho fatto. Oggi ho sbrigato una bella pila di fragranti incartamenti, mi direi. Oggi ho sfornato un numero tot di lucidi pezzi senza alcun difetto, mi direi se invece fossi impiegato in una fabbrica. Secondo me le persone che si lamentano del lavoro biasimano in realtà la loro strategia per dimenticare la morte. Farebbero meglio a dirsi che devono cambiare tattica: per esempio drogarsi, o suicidarsi. E naturalmente mi delizierebbe avere dei colleghi, che discorsi. A nessuno piacerebbe lavorare in un ufficio in mezzo al deserto, nella più silicatica solitudine. Dei colleghi con i loro difetti, e magari anche un po’ noiosi, se non addirittura importuni, ma pur sempre persone con le quali scambiare quattro chiacchiere solidali. L’uomo ha bisogno di discorsi solidali, ormai lo dicono tutti i libri. A me mancano drammaticamente gli scambi verbali solidali. Come è immaginabile dentro di me solidarizzo con me stesso, ma non è la stessa cosa: da soli è facilissimo cadere nella circolarità, nell’ossessione. Del resto anche la passeggiata mattutina alla volta della sede lavorativa avrebbe la sua suggestività: l’aria che attraverserei sarebbe frizzante e ancora incolume. Entrando dal portone sospenderei i miei pensieri usuali, come si chiude una scatola piena di ragni, mi dedicherei alle preoccupazioni lavorative. Sarebbe ogni giorno un piccolo e festoso funerale di tutti i dubbi esistenziali, di tutte le fissazioni. Il mio naso riconoscerebbe gli odori abituali, pedissequi ma anche schietti (intrinsecamente rassicuranti), la mia bocca esprimerebbe saluti per molti versi rituali. Prenderei posto dietro a una scrivania, o dietro a un bancone, o davanti a uno schermo, quello insomma che mi chiederebbero di fare. Attenderei le diciassette come si attendono le gioie minute, le uniche certe.</p>
<p><em>[l'immagine: Takahiro Shimoda]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/nuovi-autismi-4-il-mio-posto-fisso/">Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</a></p>
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		<title>Ritratti dalla città delle navi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 15:02:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/ritratti-dalla-citta-delle-navi/">Ritratti dalla città delle navi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata. Ai suoi occhi non c&#8217;è niente di più affascinante della costruzione di una nave. I nonni erano maestri d&#8217;ascia e suo padre era fabbro artigiano, artefice dei brevetti tutt&#8217;ora presenti sul veliero Amerigo Vespucci, come i maniglioni, i ganci a scotta, l&#8217;apparato veliero. Peppino è stato il penultimo della sua famiglia a entrare nei cantieri navali. Adesso ci lavora uno dei suoi figli.<br />
Il tempo in cui il cantiere navale di Castellammare era portato avanti da maestranze e galeotti è un&#8217;immagine sfocata nella memoria, eppure i vecchi operai ricordano ancora alcuni aneddoti del recente passato, non dimenticano certi episodi indelebili, come quella volta in cui Mussolini venne in città per visitare il cantiere e restò impietrito dal silenzio assordante colmo di disprezzo delle maestranze schierate ai lati lungo il suo percorso. <span id="more-39221"></span>Il ministro di Ferdinando IV di Borbone Giovanni Acton, nel 1783 trovò finalmente in questa città i requisiti migliori per far nascere un cantiere in grado di fornire la Regia flotta di nuove navi. Boschi alle pendici del monte Faito che assicuravano un ottimo legno, acque sorgive, consolidata competenza dei maestri d&#8217;ascia. La posizione era perfetta e per la costruzione del cantiere furono utilizzati i condannati ai lavori forzati. All&#8217;epoca si costruivano i vascelli, di lì a poco sarebbero uscite le prime navi a vapore e i primi scafi in ferro. Il primo varo fu quello della corvetta Stabia, chiamata così in omaggio alla città.<br />
Da allora cominciò tutta la storia.<br />
La passione per le costruzioni navali a Peppino gli è stata trasmessa sotto forma di storie uscite da quel cantiere insieme alle navi varate nel suo celebre passato. La nave per lui possiede un&#8217;idea di perfezione, è la rappresentazione galleggiante e irraggiungibile di un elemento senza eguali. Vedere una lamiera dritta e poi sagomata, con quelle forme armoniose, talmente incredulo che ti domandi com&#8217;è che il ferro sia diventato così pomposo. «E poi c&#8217;è il famoso principio di Archimede, io l&#8217;ho imparato quando entrai in cantiere. La famosa storia del guscio di noce. Ti chiedi perché la nave non affonda, sei curioso di capire com&#8217;è che il ferro galleggia. Il principio di Archimede, lo dice la storia: Un guscio di noce che cadde dall&#8217;albero e si aprì, poi venne a piovere e in un ruscello il guscio di noce cominciò a galleggiare. Quello è il principio di Archimede».<br />
Tra le tante navi costruite, una di quelle che il padre gli raccontava spesso quando aveva dieci anni era il Giovanni dalle bande nere, un incrociatore requisito durante il conflitto mondiale dall&#8217;Unione Sovietica prima di essere colpito e affondato. Quella nave era talmente lunga e pesante che al momento del varo restò incagliata nello scalo. Furono costretti a iniziare una procedura complicatissima per farlo scendere definitivamente a mare, gli operai lavorarono in acqua per parecchi giorni. «Una delle navi più armate che aveva la Marina Italiana, Giovanni dalle bande nere! Non so quanti cannoni portava e quanti armamenti. Figurati tutte quelle bocche dei cannoni!». </p>
<p>Quando a Castellammare dominava la democrazia cristiana di Antonio Gava, Peppino imparava il mestiere di artigiano tappezziere, s&#8217;incontrava insieme ai coetanei sul lungomare, andava a pescare sulla banchina, e da qualsiasi parte della città riusciva a vedere il profilo imponente del cantiere. Il suo orientamento spontaneo andava sempre a finire verso quella direzione, ne era profondamente attratto. Da quando aveva dodici anni, Peppino non si perdeva neanche un varo. «Ma vuoi sapere quand&#8217;è che rimasi veramente affascinato? Da bambino, quando entrai là dentro da solo. Ho questo ricordo che non si cancella dalla mente mia, di quando venne il presidente della Repubblica Segni a presenziare al varo della Vittorio Veneto, che è stata l&#8217;ammiraglia della Marina militare italiana prima di entrare in forza alla portaerei Garibaldi. All&#8217;ingresso principale del cantiere, ai due lati ci sono due grossi cannoni borbonici poggiati su dei basamenti. Sono enormi. Io tenevo dodici anni, mi misi a cavallo di uno di quei cannoni e vidi entrare il presidente della Repubblica, e lui con il gesto dalla macchina salutò a me che stavo a cavalcioni sui cannoni. Poi ho fatto le assemblee alzandomi là sopra, mettendomi in piedi con il megafono in mano. In tutta la vita che ho passato in cantiere, da operaio e da rappresentante sindacale, per me quei cannoni sono stati un punto di riferimento».</p>
<p>Si chiamava Italcantieri quando è entrato a diciassette anni. Peppino aveva seguito un corso di formazione di tracciatore navale e fu destinato in uno dei raparti eccellenti dell&#8217;epoca, la sala traccia, una sorta di sala parto dei cantieri navali, luogo in cui si sviluppavano i disegni delle navi da costruire in scala naturale. Era un lavoro professionale, vedevi il disegno tracciato su una pavimentazione lunga quanto tutta la nave. C&#8217;erano disegnate le parti strutturali, la poppa, la prua, la sovrastruttura, dai doppifondi fino ai ponti di comando. Prima del suo ingresso ai cantieri c&#8217;era stato un esodo di vecchi lavoratori e Peppino, insieme agli altri operai, rimpiazzò quelli andati via ereditando la loro conoscenza. Da quel reparto vedeva nascere la nave, dal disegno su carta dell&#8217;ufficio tecnico e sulla pavimentazione della sala traccia quell&#8217;idea senza eguali diventava materia a poco a poco, fino a giungere alla composizione dei blocchi, al montaggio, al varo e alla consegna. «Quando entrai in cantiere c&#8217;era in costruzione una nave tutt&#8217;ora in forza alla Marina militare, che oggi sta navigando e fra poco andrà in disarmo: l&#8217;incrociatore Ardito. Quella è stata la prima nave su cui ho lavorato. Durante la sua costruzione morirono un paio di operai, caddero giù dai ponteggi nel bacino in secca. E anche l&#8217;Ardito sta per andare in pensione, si pensa di farne un museo e forse di farla ormeggiare qui a Castellammare. Ma questo è solo un ricordo».<br />
Fu in quegli anni che l&#8217;ufficio tecnico venne trasferito nella sede centrale di Trieste. Dopo un po&#8217; di tempo fu dato in appalto anche il suo reparto e la sala traccia fu smantellata. Era la metà degli anni settanta. Peppino fu destinato in montaggio. Il trasferimento dell&#8217;ufficio tecnico fu un primo danno grave: «Era il “cervello” del cantiere, dove nasceva il disegno. Togliendocelo da Castellammare diventammo già in quell&#8217;occasione dipendenti della sede di Trieste. Ci fu una prima dispersione di tecnici e di ingegneri».<br />
Nei pressi dei cantieri navali c&#8217;era l&#8217;istituto Leonardo Fea, una scuola di formazione teorica e pratica di tecnici e operai aperta ai giovani. «Da quella scuola sono usciti i migliori tecnici. Molti direttori che hanno condotto il cantiere sono stati formati lì e sono andati a fare i dirigenti, i capi sezione. Hanno avuto la soddisfazione di formarsi e poi dirigere il cantiere, ed era un orgoglio per Castellammare. Poi si decise che quell&#8217;istituto andava soppresso poiché non era più possibile reggerlo. E perdemmo pure una fonte di conoscenza e formazione».<br />
Fu un ulteriore danno: decapitazione dell&#8217;ufficio tecnico e chiusura dell&#8217;istituto di formazione. Due fasi che hanno pregiudicato il modo di affrontare tutto ciò che è venuto in seguito, compresa la crisi armatoriale degli anni ottanta. Nel tempo si è persa anche la possibilità di avere una categoria di meccanici e motoristi all&#8217;interno del cantiere, un terzo o quarto potere della nave poiché la sua propulsione è importantissima. «Gruppi elettrogeni, motori, pompe, impianti di raffreddamento, facevamo tutto noi. Oggi ci limitiamo soltanto a vedere altri&#8230; cioè quando avevamo ancora lavoro. I nostri non ci sono più, non si sono formati più quei lavoratori. Le nuove generazioni di operai sono competenti, il cantiere è sempre stato produttivo, ma oggi è cambiata proprio la natura del lavoro. Le parti salienti, scafo, motore e arredi, erano le mansioni importanti che facevamo noi. Le abbiamo perse, non le abbiamo più. Ci siamo ridotti a fare il guscio della tinozza».<br />
Bisognava perseguire la strada dell&#8217;abbattimento dei costi e a partire dagli anni settanta si è cominciato a dare il lavoro in appalto alle ditte esterne. Allora si costruivano le cosiddette “navi dei cento giorni”, le bulk, navi di trasporto delle merci alla rinfusa. Cassoni con le stive, i portelloni, un po&#8217; di prua, la poppa, il motore propulsivo e il ponte di comando con gli alloggi dell&#8217;equipaggio. Quelle navi non richiedevano lavoro aggiunto e gli operai le costruivano in novanta giorni. I vertici dell&#8217;azienda dissero che dopo quelle costruzioni ci sarebbe stato il boom e che Castellammare avrebbe occupato un&#8217;altra volta la posizione che le spettava. Furono firmati accordi ministeriali e aziendali con tutte le parti sociali. Fincantieri s&#8217;impegnava affinché il cantiere di Castellammare diventasse il fiore all&#8217;occhiello del settore cantieristico italiano&#8230;</p>
<p>«Una nave non è fatta di cioccolato, non si tratta di una catena di montaggio di profumi. Si fanno navi? Si fanno col ferro, con i metalli pesanti. Dunque ambienti inquinati, rumorosi, polverosi. Un lavoratore quando tornava a casa per forza d&#8217;inerzia parlava in famiglia, diceva “madonna mia, non sai che giornata ho passato oggi in cantiere, sono stato nel doppiofondo!”. Il doppiofondo è una camera doppia, e per poter andare ad accoppiare i doppifondi bisognava entrare dentro a dei buchi e saldare, rendere tutt&#8217;uno i blocchi, vale a dire i pezzi di nave che venivano assemblati. Per poterci arrivare dentro spesso si moriva di esalazioni, succedevano autocombustioni, esplosioni, incendi. Quando si tornava a casa si parlava, con le mogli, i figli, al bar con gli amici, con la gente, e in città si sapeva che all&#8217;interno del cantiere era pericoloso, che era un ambiente insalubre e insicuro.<br />
«Noi abbiamo avuto a che fare con attività esposte a sostanze nocive, le navi venivano coibentate con la fibra di amianto. Fino agli anni novanta e oltre. Anzi li abbiamo tenuti illegalmente in applicazione oltre gli anni novanta. Nel novantadue fu bandito quell&#8217;uso perché risultò ufficialmente mortale, ma la Fincantieri ha continuato a utilizzare tutte le scorte che aveva a terra nonostante la legge lo vietasse. Questa è stata una delle questioni che il sindacato dovette subito affrontare. Si verificavano le famose malattie professionali, mortalità inaudite a cui nessuno sapeva dare una risposta. Il novanta per cento di quelle malattie era mesetelioma polmonare, cioè fibre di amianto, asbestosi. E ne sono morti parecchi, che poi venivano diagnosticati come un tumore ma non veniva specificata la fonte. Per questa ragione c&#8217;è stato un altro esodo. Gli operai sono andati in pensione anticipatamente, chi di cinque anni, chi di dieci anni. Io sono andato via con otto anni di anticipo nel duemila. Sono uscito dal cantiere dopo trentacinque anni a testa alta. Mi ero messo l&#8217;anima in pace perché l&#8217;avevo lasciato con dieci navi da costruire, in piene assunzioni e con un profitto enorme».</p>
<p>Lo smantellamento dell&#8217;apparato produttivo di Castellammare cominciò verso la metà degli anni ottanta. Prima di allora c&#8217;era Fincantieri, l&#8217;Avis, i cantieri metallurgici. C&#8217;era la Meridbulloni, la fabbrica della Cirio. Intorno al settore metalmeccanico ci giravano circa diecimila operai. Fincantieri ora è l&#8217;unica realtà rimasta, «e dobbiamo difenderla come Rambo. Questi devono capire che la città non può subire un tracollo del genere. Io a Castellammare ci sono nato, la amo, e non posso denigrare quello che è stato il suo passato. Ci sono stati momenti bui, gioiosi, attualmente ci sono dubbi sul futuro, però quello che grava molto è che c&#8217;è un sindaco che non conosce il mare. Non è di Castellammare, non conosce la cantieristica. Questo nientedimeno si è permesso di dire che il cantiere deve diventare un polo crocieristico, di approdo di navi da crociera. Mi auguro che non sia vero niente e che venga smentita sta cosa, ma deve essere smentita da chi l&#8217;ha annunciata. Lui vorrebbe far approdare le navi, far scendere i turisti dove adesso sta il cantiere, metterli nei pullman e portarli nelle zone di Sorrento e della costiera, ma a Castellammare quelli non spendono un euro. Facciamo qua la pezza e qua il sapone! Stiamo a due passi da Sorrento, a due passi da Positano, da Vico Equense. I turisti scendono, si mettono nei pullman e se ne vanno. E questo è venuto fuori dal sindaco di Castellammare».<br />
Peppino si sporge, mi indica la banchina e volge uno sguardo indignato verso il cantiere. La sua voce cambia improvvisamente, s&#8217;infervora. C&#8217;è un traghetto della Tirrenia ormeggiato nello specchio d&#8217;acqua, in stato di abbandono. «Sono via da dieci anni da quella realtà. Mai visto il cantiere in una condizione del genere. Vederlo così, senza stimoli, senza prospettive e senza qualcuno che dice il da fare, vedere il cantiere vuoto&#8230; Un cantiere storico, che ha quasi trecento anni di vita, che ha costruito le navi più famose e più conosciute al mondo. Dal battiscafo Trieste alle navi militari, Giovanni delle bande nere, Vittorio Veneto, Amerigo Vespucci, le navi più prestigiose! La prima nave in ferro. I vascelli, quando erano velieri. La nave Partenope, esposta al museo di Napoli… la nave Partenope! Il primo vascello fatto in legno. Le navi più sofisticate come le navi perforatrici, le navi di ricerca dei fondali marini. Abbiamo fatto navi frigorifero, abbiamo fatto bananiere, abbiamo fatto le migliori navi, le più belle navi. Per non parlare delle ultime serie di navi ad alto rendimento turistico e passeggeri. Dopo aver dato la possibilità a centinaia e centinaia di giovani di fare in modo che venissero inseriti in quel processo produttivo, portando avanti l&#8217;eredità dei loro padri, dei loro antenati. Quando li vedevo entrare nel cantiere ero fiero perché ricordavo quando ero stato assunto io. Vedere oggi un cantiere che nessuno ti sa dire quali prospettive tiene, certo che ti viene un magone! Ti viene angoscia. Ti viene collera». «Basta. Non ne voglio parlare più!». Peppino si alza con uno scatto dal divano e si allontana. Là fuori, una città è rinchiusa nella snervante attesa del silenzio pomeridiano, in quel solco di tempo in cui il futuro non è ancora arrivato e il passato non esiste più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/ritratti-dalla-citta-delle-navi/">Ritratti dalla città delle navi</a></p>
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		<title>Il primo maggio è una festa</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 19:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<em>(il manifesto, 1/5/2011)</em>
<p><strong> </strong>&#8230;</p>
Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/01/il-primo-maggio-e-una-festa/">Il primo maggio è una festa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><em>(il manifesto, 1/5/2011)</em></div>
<p><strong> </strong></p>
<div>Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”. Quindi, su le serrande negozi aperti, e a laurà (del resto nelle sue trasferte ad Arcore avrà pur imparato qualcosa, no?). La libertà dei Renzi assomiglia paurosamente a quella concepita dal nostro Caro Leader. Una libertà indeterminata, vuota, astratta: in un mondo che invece è terribilmente concreto, almeno nel senso dei soggetti che lo determinano. Una libertà del genere, dove non si specifica di chi, da che cosa e per cosa, non può essere altro che la libertà del più forte di fare quel che vuole. E, come correlativo, la necessità per il più debole di fare quel che il più forte vuole. Altro che libera scelta: fuori dall&#8217;astratta e retorica libertà di Renzi, c&#8217;è, in carne e ossa, un esercito di giovani precari sotto ricatto, che non hanno proprio alcuna libertà di scelta nel caso il loro “datore di lavoro” voglia tenere aperto il suo “esercizio”. I soldati andranno al fronte, ordinatamente e disciplinatamente, siccome mercato vuole.</div>
<p><span id="more-38919"></span></p>
<div id="_mcePaste">Di fronte a una realtà dove i soggetti sono determinati da rapporti forza drammaticamente sbilanciati, questi “giovin signori” à la Renzi, mi si perdoni il triviale calembour, sembrano più dei Don Abbondî, che se ne lavano le mani (ma i tiepidi saranno vomitati dalla bocca, e un cattolico come lui dovrebbe pur saperlo). Si lavano le mani di fronte al fatto che il perno di questa società è il ricatto. Ne è il perno strutturale, economico, sociale, emotivo, psichico. Vivere sotto ricatto, col coltello alla gola, è la condizione normale dei precari – comprendendo nella definizione svariate tipologie contrattuali: tutte accomunate dalla perdita dei diritti (propri del cittadino) e dalla riduzione a suddito che implora. Al ricatto non ci si può ribellare, e la scelta è sempre obbligata. La piramide sociale dell&#8217;epoca presente è sempre più vertiginosa, i vettori della sussistenza e della riproduzione personale sono sempre meno orizzontali e sempre più verticali. La dipendenza cresce, e la dipendenza genera ricatto. Il ricatto è lo strumento proprio del capitale che ha libero corso nel selvaggio west del mondo intero, senza più lacci e lacciuoli, moltiplicato e mostrificato nel capitale finanziario che – come ci ricorda Luciano Gallino nel suo recente, mirabile libro Finanzcapitalismo – si sta inghiottendo il pianeta.</div>
<div id="_mcePaste">Quella di Renzi appare allora come una resa senza condizioni all&#8217;imperativo cardine del sistema presente: rendere le persone da una parte lavoratori docili, dall&#8217;altra consumatori senza fine. Rottamatore, allora, ma di cosa? Non certo di una casta politica destinata a epocali sconfitte, ché Renzi appare in questo del tutto simile a coloro che afferma di voler rottamare (quelli, del resto, che hanno introiettato l&#8217;adesione alla “inevitabilità” di questo processo globale, presentato come naturale, quando invece esso è stato reso possibile proprio da una cosciente operazione politica, totalmente artificiale). Rottamatore, invece, di valori che dicono che l&#8217;uomo vale in quanto uomo, e non in quanto consumatore. Oggi che la vita è stata messa al lavoro tutta quanta, asservita ai bisogni e agli imperativi del sistema finanziario-industriale, non ci può essere una festa del/dal lavoro. Non ci deve essere spazio per quella festa  dei lavoratori che rivendicano il diritto a non esaurirsi nel lavoro, e si riconoscono nella dimensione festiva della celebrazione, delle relazioni sociali nella loro interezza, di un&#8217;identità che eccede la dimensione lavorativa. Se ogni festa è rigenerazione e ricominciamento, quella del primo maggio lo è in particolare, visto che si innesta sulla tradizione delle feste del maggio, con tutta la loro carica simbolica del rinnovamento della natura. Ma nel mondo della dittatura finanziaria, e nell&#8217;uso di ogni “cosa” ai fini dell&#8217;estrazione di valore, non c&#8217;è spazio per la rigenerazione. Non c&#8217;è spazio per un tempo altro che dà il senso al tempo ordinario. Il lavoro è un ciclo continuo, anzi una catena continua. E da questa catena non ci deve essere liberazione possibile.</div>
<div id="_mcePaste">Noi, va da sé, non ci stiamo, e difenderemo la festa, con ogni mezzo necessario.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/01/il-primo-maggio-e-una-festa/">Il primo maggio è una festa</a></p>
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		<title>La guerra agli immigrati</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 10:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<p>[<em>Questa riflessione, con cui tento di articolare un discorso complessivo sui vari sensi della servitù migrante (dal piano giuridico al piano economico, con particolare attenzione alle specificità del sistema economico italiano) compare nel numero 8 di </em><a href="http://www.alfabeta2.it">Alfabeta2</a><em>: nelle ultime settimane, abbiamo assistito a un nuovo capitolo della guerra agli immigrati, fatta della negazione dei diritti umani, universali solo per finzione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/06/la-guerra-agli-immigrati/">La guerra agli immigrati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<p>[<em>Questa riflessione, con cui tento di articolare un discorso complessivo sui vari sensi della servitù migrante (dal piano giuridico al piano economico, con particolare attenzione alle specificità del sistema economico italiano) compare nel numero 8 di </em><a href="http://www.alfabeta2.it">Alfabeta2</a><em>: nelle ultime settimane, abbiamo assistito a un nuovo capitolo della guerra agli immigrati, fatta della negazione dei diritti umani, universali solo per finzione. Ci sono persone che, molto semplicemente, non possono spostarsi liberamente su questo pianeta, anche solo per turismo, o per andare a trovare i propri parenti. Per farlo debbono varcare i confini illegalmente. Una delle accuse al realsocialismo era che teneva segregati i propri cittadini, che non gli permetteva di uscire, di viaggiare in Occidente. Poi la cortina di ferro l'abbiamo fatta noi, al contrario, per non lasciare entrare</em> gli altri. mr]</p>
<div>Che la guerra agli immigrati ci sia, è un fatto autoevidente. Si tratta di chiarirne la natura. La guerra agli immigrati non è solo un fatto italiano, né solo europeo: è un fatto globale, parte di quel complesso processo che si semplifica col termine di “globalizzazione”. In questo processo gli immigrati sono oggetto privilegiato di una guerra che però non riguarda solo loro, ma la ridefinizione dei rapporti complessivi tra capitale e lavoro &#8211; laddove però questa polarità deve definirsi mediante il ricorso ad altre coordinate:<span id="more-38647"></span> centro/periferia (le migrazioni tra campagna del “Sud” e città del “Nord” non ricalcano forse su scala globale i processi di urbanizzazione durante la rivoluzione industriale inglese?), flussi/luoghi, rendita finanziaria/profitto produttivo, eccetera. E non si può comprendere la natura delle migrazioni se non le si contestualizzano nel quadro di una ormai trentennale guerra senza quartiere contro i diritti dei lavoratori, che ha portato a una loro erosione progressiva, fino a definire l’era presente come quella del <em>precariato</em>.<!--more--></div>
<div id="_mcePaste">Gli immigrati sono individui dall’identità precaria che subiscono gli effetti di una mega-macchina da guerra, un complesso dispositivo che funziona a diversi livelli: giuridico, politico, culturale e – in <em>ultima</em> istanza, e <em>prima </em>- economico.  Essi vengono esclusi dalle società che dicono di “ospitarli”, esattamente come un aristocratico poteva dire di ospitare nelle sue ville un servo (ma l’atto finale di questa esclusione è l’espulsione, o forse, meglio: la deportazione); e, in termini più generali, vengono esclusi dal novero di coloro che possono godere dei “diritti umani”. E’ solo per l’Occidente infatti, come giustamente argomenta Žižek, che valgono i diritti umani, concepiti del resto insieme all’idea di cittadinanza, concetto che è esso stesso dirimente, esclusivo. Quella dei diritti umani è una falsa universalità, e questa finzione appare in tutta la sua evidenza quando si consideri appunto la condizione degli immigrati (non solo quelli clandestini).</div>
<div id="_mcePaste">Da questa universalità <em>gli altri</em> sono esclusi. Essa per loro non vale, e dunque smette di essere universale per trapassare in finzione. E’, con ogni evidenza, uno stato paradossale: analogamente alla paradossalità pensata con il concetto di <em>eccezione </em>da Giorgio Agamben, dove chi viene messo al bando – <em>eccepito </em>- viene incluso nel diritto mediante la sua stessa esclusione. Chi è oggetto dell’eccezione non si può dire se sia dentro o fuori dall’ordinamento giuridico, dacché il diritto si pone in relazione con lui esattamente abbandonandolo, lasciandolo a sé, alla sua <em>nuda vita</em>, privo di qualsivoglia protezione.</div>
<div id="_mcePaste">In ogni guerra uno schieramento ha i suoi avamposti, le sue torri di guardia. I Centri di detenzione per “clandestini” che costellano l’Europa sono gli avamposti della guerra agli immigrati. Terminali di una politica basata sull’esclusione.  In un libro che ho dedicato ai Centri di detenzione per immigrati li ho chiamati <em>lager</em>: ovvero <em>campi </em>dove il diritto si sospende, e dove perciò la condizione di coloro che sono esclusi dal diritto appare in tutta la sua concretezza. La condizione paradossale dell’escluso era stata del resto inconsapevolmente esibita nel nome che a questi Centri &#8211; che oggi, più brutalmente, si chiamano Centri di identificazione ed espulsione &#8211; era stato dato all’epoca della loro istituzione con la legge Turco-Napolitano: Centri di <em>Permanenza Temporanea</em>.</div>
<div id="_mcePaste">Da un’altra prospettiva quei centri appaiono come are sacrificali. Dove si compie un atto di sacrificio nei confronti di una vittima designata secondo la più classica delle logiche espiatorie. Quei centri, allora, servono a mostrare all’<em>opinione pubblica</em> – concetto quanto mai finzionale, costruito in quanto tale dal sistema dello Spettacolo – ciò che normalmente è occultato: sono i luoghi dove l’invisibilità costitutiva del clandestino si rende visibile. Ma si badi, non è il clandestino a rendersi visibile &#8211; ché i singoli uomini e donne restano occultati alla coscienza degli “spettatori”: ad essi non sono restituiti nome né volto, non diventano mai <em>persone </em>- ma è la condizione di clandestinità stessa, nella sua invisibilità, a essere mostrata. E questa esibizione accade nell’atto sacrificale dell’espulsione. Una mutilazione corporale, un taglio, la restituzione al mondo <em>altro </em>della barbarie, cacciati nell’indistinzione di un mondo ctonio. (Il tempio e il sacro, com’è noto, sono i luoghi della separazione). In questi centri si opera il discrimine radicale tra il dentro e il fuori: tra gli umani e i non-umani. Se una possibile definizione dell’essere umano potrebbe essere: “colui che gode dei diritti che pertengono all’umano”, allora in questi centri, altari sacrificali dell’epoca presente, si sancisce che alcuni esseri non godono dei diritti umani, e dunque umani non sono.</div>
<div id="_mcePaste">Non sono umani, gli uomini neri. Essi <em>servono</em>. Servono in molte guise. Servono, anzitutto, in quanto uomini neri. Che poi è il modo migliore di rendere il senso etimologico del termine “clandestino”. <em>Clam</em>-<em>des</em>-<em>tinus</em>. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell’ombra. L’uomo nero, invisibile, confuso nella notte, privo di figura, di contorni, di volto, di nome, di identità. Una grande massa oscura che viene designata nella sua paurosa alterità. L’uomo nero, eterna macchina da paura. Ed è questo il primo senso del servo: produrre paura. Di come la paura sia una formidabile risorsa politica hanno detto in tanti, e basti ricordare colui che ha pensato la sovranità politica moderna, Thomas Hobbes: l’uomo rinuncia volontariamente ai propri diritti nella misura in cui ha paura dell’<em>altro</em> uomo, fatto lupo. Più si crea l’immagine dell’altro in quanto mostro, tanto più l’individuo rinuncerà ai propri diritti – dunque a se stesso in quanto umano, propriamente – per aver salva la vita. Produrre paura è essenziale in tempi d’emergenza come questi, per il rapporto direttamente proporzionale tra paura e rinuncia ai diritti e rafforzamento del potere sovrano. Il sistema Spettacolare è lì (anche) per questo: produce fantasmi per natura, e quello dell’uomo nero è facile da produrre, è un effetto ottico di moltiplicazione. Basta parlare di immigrazione quando si parla di criminalità e il gioco è fatto, si crea un <em>frame</em> che resta inciso nelle reti neurali vita natural durante.</div>
<div id="_mcePaste">Ma quanto più gli immigrati vengono concepiti/prodotti in quanto uomini neri, tanto più vengono animalizzati e respinti ai margini dell’umano. Vengono resi, sempre di più, cose. E, in particolare, <em>macchine</em> produttive. Il tipo <em>ideale </em>del lavoratore, da sempre desiderato da un sistema fondato esclusivamente sul profitto: in quanto invisibili, essi non hanno nulla da reclamare, da rivendicare, e possono essere usati esattamente come macchine.</div>
<div id="_mcePaste">A questo punto, è necessaria una puntualizzazione: quando dico clandestino, non mi riferisco solo agli immigrati <em>irregolari</em>, senza permesso di soggiorno (“illegali”). Mi riferisco invece all’immigrato<em> tout court</em>. Sì, perché qualsiasi immigrato è un clandestino. Un immigrato regolare, essendo la sua condizione di regolarità legata al possesso di un contratto di lavoro, può in qualsiasi momento essere cacciato nella condizione di clandestinità: un immigrato regolare è sempre un clandestino potenziale. Egli è sempre soggetto a un ricatto costante: o mantiene il lavoro alle condizioni che gli sono offerte o rischia di essere nullificato in quanto persona. Escluso dal novero di coloro che possono godere dei diritti universali. Ma se i diritti universali sono intangibili, il fatto che egli possa perderli implica che nemmeno per lui vige l’universalità del diritto. L’immigrato regolare è già una persona inferiore rispetto al “cittadino”. E questa inferiorità è legata alla sfera del lavoro. E’ nel lavoro dunque che occorre andare a trovare le ragioni ultime di questa produzione di esseri esclusi dall’universalità del diritto.</div>
<div id="_mcePaste">La migliore definizione del clandestino è, da questa prospettiva, quella di “precario assoluto”. Egli è colui che subisce nella propria quotidianità gli effetti devastanti di una precarietà assoluta, in tutti i campi della propria esistenza: lavorativo, giuridico, abitativo, relazionale, affettivo… Il clandestino è allora il punto terminale di un processo – quello della precarizzazione – che riguarda tutti: cittadini e no, garantiti e no. E’ la base di una piramide sociale basata sul ricatto: sopra di lui c’è infatti l’immigrato regolare, clandestino potenziale, che a sua volta deve soggiacere al ricatto lavorativo per non perdere il permesso di soggiorno , e accetterà dunque condizioni che potrebbero essere inaccettabili per un “cittadino” che non ha lo spettro di essere cacciato nella clandestinità e deportato. L’effetto di questa piramide è l’abbassamento complessivo dei diritti di <em>tutti</em> i lavoratori.</div>
<div id="_mcePaste">Così, il lavoratore italiano che vede quello marocchino accettare un salario minore, ritmi e tempi di lavoro più intensi, si scaglia contro la presenza dei lavoratori immigrati: quando invece si tratterebbe di capire che per difendere i propri diritti l’unico modo sarebbe quello di far sì che anche il lavoratore marocchino li abbia, in modo che potrebbe rivendicarli senza essere costretto ad accettare quelle condizioni. Come sempre è stato, la divisione dei lavoratori è il primo nemico per i lavoratori stessi. Del resto, da questo punto di vista la storia italiana lo insegna: i lavoratori meridionali che emigravano al nord nel secondo dopoguerra erano considerati crumiri, all’inizio. Ma poi, nel giro di quindici anni, tra molti di loro si sviluppò un forte processo di sindacalizzazione, di <em>coscienza di classe</em> – e furono in prima fila nelle avanguardie politiche dell’autunno caldo, delle occupazioni, dei picchetti. Erano cittadini, e potevano farlo. Oggi gli immigrati, in quanto esclusi dall’universalità dei diritti, non possono.</div>
<div id="_mcePaste">La guerra agli immigrati non è solo un fatto italiano, dicevo all’inizio. Ma l’Italia, nella sua legislazione sull’immigrazione, combina gli strumenti peggiori escogitati dalla fortezza Europa: ultimo dispositivo, il pacchetto sicurezza. Credo che questo abbia a che fare con un’anomalia di fondo del sistema socioeconomico del nostro paese, che richiede lavoratori servili in misura ancora maggiore degli altri paesi. Due dati. L’Italia è il paese in Europa, che detiene il record, insieme alla Grecia, dell’incidenza dell’economia sommersa sul Pil. Ogni studio dà stime differenti, ma sono tutti concordi nel definire chi guida la classifica: secondo il più recente studio comparativo, effettuato della società di consulenza AT Kerney, il sommerso in Italia conta il 22,2% del Pil, più che in ogni altro paese dei quindici di prima adesione all’Unione Europea.</div>
<div id="_mcePaste">Inoltre, la struttura del sistema economico italiano è in maniera abnorme frammentata, polverizzata. Catene infinite di esternalizzazioni, appalti, subappalti, gare al massimo ribasso – e conseguente necessità primaria di disporre di un serbatoio di lavoratori neri e nerissimi a cui attingere. Come ho già scritto in Servi, il sistema produttivo italiano è un sistema che aumenta profitti e rendite, ma che scarica i costi sui lavoratori autonomi delle microimprese, esposti alla perdita di garanzie e di sicurezze. Le medie e grandi imprese italiane accumulano profitti (mai in misura così grande nella storia del paese come nel decennio 1996/2005, secondo un’indagine di Mediobanca del 2006), riducendo progressivamente l’occupazione. A offrire lavoro sono appunto le piccole imprese e le microimprese, sulle quali è scaricato di fatto, mediante il sistema degli appalti e delle gare al massimo ribasso, il rischio d’impresa (fatto paradossale, visto che esso sarebbe la giustificazione ideologica del profitto capitalistico…). E le microimprese in Italia hanno un peso abnorme rispetto ai paesi dell’Europa “avanzata”. Costituiscono infatti il 94% delle imprese italiane, e offrono lavoro a poco meno della metà di tutti gli occupati nel settore di mercato, per la precisione al 47,8%, una percentuale più che doppia rispetto ai dati francese e tedesco. E se i profitti restano alle parti alte della catena produttiva,  tutto va a scaricarsi su queste imprese, che – lavorando senza capitali e senza sussidi &#8211; in qualche modo devono far fronte agli utili risicati che gli restano. A sua volta questo richiede in maniera quasi necessaria l&#8217;utilizzo di lavoro nero, e nerissimo.</div>
<div id="_mcePaste">Ecco, allora, il perché della guerra. C’è da forgiare un soggetto sempre più privo di diritti da usare: da sfruttare, si dovrebbe dire, se non si avesse paura di un linguaggio troppo chiaro e distinto.</div>
</div>
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		<title>1° marzo, sciopero degli stranieri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/01/1%c2%b0-marzo-sciopero-degli-stranieri/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 09:23:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>A <strong>Roma </strong>&#8220;Siamo tutti libici, siamo tutti egiziani, siamo tutti tunisini&#8221;, corteo alle 16,30 da piazzale Aldo Moro, fino a piazzale Esquilino.<br />
A <strong>Milano </strong>alle 18 in piazza Duca d&#8217;Aosta.<br />
E in <a href="http://primomarzo2010.blogspot.com/2011/02/cosa-succede-il-primo-marzo.html"><strong>cento altre città</strong></a>.<br />
Altre notizie <a href="http://primomarzo2010.blogspot.com">qui</a>.</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/01/1%c2%b0-marzo-sciopero-degli-stranieri/">1° marzo, sciopero degli stranieri</a></p>
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E in <a href="http://primomarzo2010.blogspot.com/2011/02/cosa-succede-il-primo-marzo.html"><strong>cento altre città</strong></a>.<br />
Altre notizie <a href="http://primomarzo2010.blogspot.com">qui</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/01/1%c2%b0-marzo-sciopero-degli-stranieri/">1° marzo, sciopero degli stranieri</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Fabio Franzin. Co’e man monche [Con le mani mozzate]</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/fabio-franzin-co%e2%80%99e-man-monche-con-le-mani-mozzate/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg"></a>
di <strong>Nadia Agustoni&#8230;</strong>
In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/fabio-franzin-co%e2%80%99e-man-monche-con-le-mani-mozzate/">Fabio Franzin. Co’e man monche [Con le mani mozzate]</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-37726" title="5-copertina-franzin-2-rid1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a></div>
<div>di <strong>Nadia Agustoni</strong></div>
<div id="_mcePaste">In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile. Un accumulo rimasto sul terreno, uguale a se stesso. Anche la corruzione del tempo non li cambia. Lascia intatto l’essenziale: quel senso di perdita e di pesantezza, una gravità diversa. Se qualcuno provasse a descrivere una fabbrica come un non-luogo, forse sbaglierebbe. Forse, e dico forse, questi sono i luoghi per eccellenza. Solidi e piantati nella mente prima che nel paesaggio. Una fabbrica costruisce i corpi che la abitano e rimane costruzione anche quando è in disuso. E’ costruita per precedere il tempo e crea una dissonanza che la lingua non può trovare e quindi di fatto pone la difficoltà di dire che cos’è la sua stessa materialità.” (1) Negli ultimi due anni alcuni poeti hanno ripreso a raccontare la “fabbrica” e la realtà del lavoro da punti di vista diversi, ma evidenziando che se esistono fabbrica e lavoro, da tempo non esiste più una classe operaia, ma solo degli operai. Fabio Franzin coglieva già in Fabrica aspetti di quella condizione che Simone Weil sintetizzava in una frase:”Non si può essere coscienti”. (2)<span id="more-37724"></span> Si può esserlo invece, e qualcuno lo è, a prezzo altissimo, dove l’essere coscienti implica vedersi e vedere l’ambiente e ciò che vi accade e quelli con cui si condivide quel tempo di lavoro che è, come tra parentesi quadre, un aprire e chiudere i propri giorni. In Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen libro in cinque sezioni di cui l’ultima in prosa e i testi accompagnati dalle fotografie di Anna Visini (3), Fabio Franzin racconta nel dialetto dell’Opitergino-Mottense cosa c’è dopo la fabbrica, come si vive stando in cassa integrazione e guardando sotto la neve la fabbrica vuota, dove la “calma barbarica” è ora il silenzio delle macchine e l’usura della mente che non si stacca dal luogo perché non sa cosa fare. Il luogo che imprigionava è all’improvviso lo spazio di una resa che tormenta l’uomo, espulso da quel centro, nel suo cercare traccia di sé in quello che per trent’anni è stato il suo mondo. Lo tormenta al punto che gli sembra di avere perduto le mani (come il titolo del libro evidenzia) e la sua stessa casa diventa il posto in cui più acutamente avverte la propria diminuzione nel dovere di un aiuto domestico che gli cade addosso come ulteriore umiliazione, una nullificazione del suo sé. Paradossalmente la “fabrica” diventa allora una non-libertà maschile contrapposta a una libertà che non è mai stata tale (la casa) perché femminile. I segni meno che si leggono tra le righe dell’ultima raccolta di poesie di Fabio Franzin diventano indicativi di ogni “condizione”. Lo si comprende meglio quando leggiamo nella sezione “Mòbii. Mobiità” dei rapporti intercorsi tra gli operai della fabbrica smobilitata: “ ‘dèss che forse/ pa’a prima volta sen davéro tuti/ conpagni, cussì, ligàdhi aa stessa/ sort. Vardéne: se ‘ven anca scanà/ fra de noàntri, e sbarufà… “. I sottintesi e a volte palesi rancori che hanno diviso i compagni di lavoro risaltano ancora più chiaramente nello stringersi insieme da sconfitti e nella paura che traccia come un segno tra loro, una linea che conduce fuori dai cancelli e non a una presa di coscienza per quanto tardiva. La “docilità” di cui Weil parlava, e che pare si impossessi di chi vive la condizione di subalternità, è significativa in quel fare “testamento” che lo stesso autore ci restituisce con il voltarsi nostalgico, un’ultima volta prima di uscire, forse sapendo che quella morsa nel cuore è il peggiore nemico e prefigura il pericolo di farsi statua di sale nel proprio rimpianto per ciò che si è perduto. Un’altra breve nota sulla “condizione” per evidenziare come risulti chiaramente, leggendo questa raccolta, la sconfitta storica dei due veri soggetti protagonisti delle lotte del decennio 1968-1978, ovvero gli operai e le donne, nel presente entrambi non-soggetti, ma corpi declassati a corpo di fatica, “corpo esposto” all’abuso, alle morti bianche, al silenzio impotente di chi è sovrastato da una diffamazione a volte sottile, a volte dura, ma sempre pervicace e  inquietante. (4) Se leggiamo da questa nostra distanza il libro di Tommaso Di Ciaula Tuta blu, pubblicato in prima edizione trent’anni fa, il balzo all’indietro degli operai da soggetto storico a sconfitti, risalta particolarmente: “ Oggi si è avvicinato il capo alla mia macchina. Mi ha indicato lo stipetto e ha detto cosa vuol dire quella scritta. Io facendo finta di non capire: quale scritta? Questa qua, mi dice prendendomi per il braccio: ”W la rivoluzione, dobbiamo cambiare la società, cacciare i ladri, i mostri”. (5)</div>
<div id="_mcePaste">Se altre parole chiede il racconto di una sconfitta che ridisegna, una volta di più, i rapporti sociali nel mondo post-fordista è per una annotazione ulteriore, non certo secondaria, con cui si rileva che la distruzione del paesaggio nelle regioni italiane, più marcato in alcuni luoghi, ma ovunque in atto, è descritto anche da Franzin come uno dei risultati di un modo di intendere la vita e i rapporti tra persone come sottostanti all’unica realtà che incide, quella del capitale e dello sfruttamento a oltranza, fino a cancellare anche geograficamente lo spazio vitale necessario alle comunità. Si delinea ancora di più come le colonizzazioni abbiano bisogno di corpi e territorio per affermarsi e che quando si parla di dominio e sfruttamento si parla sempre di colonizzati.</div>
<div id="_mcePaste">Ai poeti resta forse il compito di: “ Essere appena l’intermediario tra la terra incolta e il campo arato, fra i dati del problema e la soluzione, fra la pagina bianca e la poesia, fra l’infelice affamato e l’infelice che è stato saziato”. (6)</div>
<div id="_mcePaste">E qui apriremmo un altro campo, perché altri abomini si palesano da tempo, altre ferite si sono aperte e i confini attraversano non solo la geografia del mondo, ma gli individui uno ad uno, mostrando la scissione interiore, dove in rapporto alla condizione, la vittima è carnefice, lo sconfitto sta col vincitore e chi a questa logica non cede è superfluo.</div>
<p><span style="font-size: xx-small;"><br />
</span></p>
<div id="_mcePaste"><span style="font-size: xx-small;"><em><strong>Note</strong></em></span></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div id="_mcePaste"><em>1) Nadia Agustoni, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/29/quaderno-di-fabbrica/">Quaderno di fabbrica</a>, in Nazione Indiana 29 maggio 2007</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>2) Simone Weil, La condizione operaia, Se Edizioni 2003. <a href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/weil/albertine.htm">Qui </a>un estratto.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Fabio Franzin, Fabrica, Edizioni Atelier 2009</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Aggiungo qui un paragrafo da un intervento critico di Stefano Colangelo apparso su “L’Ernesto” XIX, n° 3-4 2010, pp. 78-79.e parzialmente riprodotto in quarta di copertina di Co’e man monche [Con le mani mozzate] 2011:</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>“Chi legge per la prima volta i versi di Fabio Franzin &#8211; soprattutto questi inediti tratti da una raccolta in via di pubblicazione presso Le Voci della Luna e intitolata Co&#8217;e man monche (Con le mani mozzate) – chi legge, dicevo, per la prima volta questi versi è un lettore privilegiato. Si ritrova davanti, senza che nessuno gli abbia aperto o distorto lo sguardo, un&#8217;evidenza nuda, incontrovertibile, priva di argomenti, il cui unico sostegno persuasivo è l&#8217;esserci stata e l&#8217;esserci, in quel momento storico e in quei luoghi. Come davanti al diario di Simone Weil sulla condizione operaia, ma alla rovescia, in una salda e coerente inquadratura soggettiva: lo stato di mobilità di ottanta e più lavoratori dell&#8217;industria del mobile, oggi, nel Nordest in crisi. Qui Franzin apre lo scenario, e racconta in sestine, in dialetto, con le trappole e gli spigoli del vocabolario delle sue zone, tra Oderzo e Motta di Livenza, provincia di Treviso; la stessa lingua, lo stesso passo del suo Fabrica, edizioni Atelier, forse il miglior libro di poesia italiana dell&#8217;ultimo decennio. Si sentiva l&#8217;epica delle mani, in Fabrica: l&#8217;elogio della loro arte di esistere e di mettere insieme i pezzi della lavorazione e il sostentamento delle vite, con l&#8217;affanno, il massacro delle tenerezze, delle aspirazioni, delle femminilità, in un budello rumoroso e pieno di polvere, gomito a gomito, dove a forza di star dietro al ritmo dei «tòchi», dei «pezzi», si finiva per diventare pezzi, a propria volta, nel respiro del macchinario.”</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>3) Fabio Franzin, Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen e fotografie di Anna Visini. I titoli delle cinque sezioni sono: PASSÀ EL SANT, PASSÀ EL MIRÀCOEO, MÒBII/MOBIITA’, CO’E MAN IN MAN, EL CORPO DEA CRISI, PROSE DEL TRICOEÓR.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>4) Prendo a prestito il “ Corpo esposto” da Marco Rovelli di cui ricordo “Lavorare uccide” sulle morti da lavoro, Bur 2008.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>5) Tommaso Di Ciaula , Tuta blu, Editore Zambon  (Francoforte) 2002 . Da notare che <a href="http://rebstein.wordpress.com/2009/01/16/per-il-trentennale-di-tuta-blu-omaggio-a-tommaso-di-ciaula/#more-6630">il libro</a> è editato da un editore in Germania.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>6) Simone Weil, L’ombra e la grazia, pag. 85 Bompiani 2002</em></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div style="text-align: center;">**********</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Il lavoro delle mie mani io guardo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>E la pena sofferta a farlo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>Ed ecco è miseria tutto)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(e con voi &#8211; siete i più &#8211; che, disarmati</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>oggi tirate avanti, ma domani,</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>senza saper chi ringraziare, non avrete</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>tra le mani un mestiere</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>né sicurezza, non arte né parte.)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)</em></div>
<div id="_mcePaste">VENDESI, FITASI CAPANONI</div>
<div id="_mcePaste">l’é scrit, te panèi de conpensato</div>
<div id="_mcePaste">scarto, ligàdhi col fil de fèro ae</div>
<div id="_mcePaste">paeàdhe rùdhene, ai cancèi seràdhi,</div>
<div id="_mcePaste">inciodàdhi in fra ‘e mace mìitari</div>
<div id="_mcePaste">dei plateni drio ‘ste contrade contadine</div>
<div id="_mcePaste">stadhe distréti, drio ‘ste strade squasi</div>
<div id="_mcePaste">desmentegàde, sora i fiori de vite òni</div>
<div id="_mcePaste">sabo stuàdhe…VENDESI, FITASI,</div>
<div id="_mcePaste">te un ‘taliàn mis.cià al diaèto petà come</div>
<div id="_mcePaste">vis.cio aa lengua de tuti quanti qua, operai</div>
<div id="_mcePaste">e paroni, leghisti e ciavasanti, VENDESI</div>
<div id="_mcePaste">dopo ‘a furia del cior, dopo ‘ver  sepoì</div>
<div id="_mcePaste">‘a tèra coi CAPANONI, ‘verghe FITÀ</div>
<div id="_mcePaste">el cuòr ai schèi. Te chii cartèi ‘a ‘pigrafe</div>
<div id="_mcePaste">al lavoro, un luto che se sconta tea miseria.</div>
<div id="_mcePaste"><em>VENDESI, FITASI CAPANONI / sta scritto, in pannelli di compensato / scarto, fissati col filo di ferro alla / ruggine delle recinzioni, alle cancellate chiuse, // inchiodati fra le macchie mimetiche / dei platani lungo queste contrade contadine / state distretti, lungo queste strade quasi / dimenticate, sopra i fiori di vite ogni // sabato sera carpite… VENDESI, FITASI, / in un italiano impastato col dialetto appiccicato come / vischio alla lingua di tutti, qui, operai / e imprenditori, leghisti e bigotti, VENDESI // dopo la furia del comprare, dopo aver seppellito / la terra coi CAPANONI, avere AFITATO / il cuore al denaro. In quei cartelli l’epigrafe / del lavoro, un lutto che si sconta nella miseria.</em></div>
<div id="_mcePaste">IV</div>
<div id="_mcePaste">E cussì star qua, co’e man</div>
<div id="_mcePaste">in man, ‘a testa scontrarse</div>
<div id="_mcePaste">contro ‘a mura de ‘sto tenpo</div>
<div id="_mcePaste">scuro, massa lasco, i pensieri</div>
<div id="_mcePaste">far spiràe fra incùo e doman,</div>
<div id="_mcePaste">‘torno un ieri che ‘l par za</div>
<div id="_mcePaste">un passà senza ritorno romài.</div>
<div id="_mcePaste">Star qua, co’e man restàdhe</div>
<div id="_mcePaste">vòdhe, seràdhe su a pugno</div>
<div id="_mcePaste">come te un sgranf de rabia,</div>
<div id="_mcePaste">o a sofegàr l’aria che manca</div>
<div id="_mcePaste">ai suspiri de l’ansia; operai</div>
<div id="_mcePaste">sen, sì, quei che ‘e senpre stat</div>
<div id="_mcePaste">carne da mazhèo, quei che ‘à</div>
<div id="_mcePaste">da tàser, senpre, e basta, schèi</div>
<div id="_mcePaste">che no’ basta mai, tea busta,</div>
<div id="_mcePaste">sbassàr ‘a testa e ringrazhiàr</div>
<div id="_mcePaste">istéss co’a ne casca tee man.</div>
<div id="_mcePaste">Ma ‘dèss quant’eo che costa</div>
<div id="_mcePaste">‘a desgrazhia de ‘ste ore vèrte</div>
<div id="_mcePaste">e spòjie, de passi cussì, tant</div>
<div id="_mcePaste">parché ‘e ore passe, un caffè</div>
<div id="_mcePaste">al tavoìn del bar, el zhùchero</div>
<div id="_mcePaste">da cior su, piàn, co’l cuciarìn?</div>
<div id="_mcePaste"><em>IV</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>E così rimanere qui, con le mani / in mano, la testa sbattere / contro il muro di questo tempo / buio, troppo lasco, i pensieri // far spirale fra l’oggi e il futuro, / intorno a un ieri che sembra già / un passato senza ritorno ormai. / Stare qui, con le mani rimaste // vuote, chiuse a pugno / come in un crampo di rancore, / o a soffocare l’aria mancante / ai sospiri dell’ansia; operai // siamo, sì, quelli che sono sempre stati considerati / carne da macello, quelli che debbono / tacere, sempre, e basta, soldi / che non bastano mai, nella busta, // abbassare la testa e ringraziare / lo stesso quando cade nelle mani. / Ma ora quanto costa / lo spreco di queste ore aperte // e spoglie, di passi così, tanto / perché le ore passino, un caffè / al tavolino del bar, lo zucchero / da raccogliere, lentamente, col cucchiaino?</p>
<p></em><em> </em></p>
</div>
<div id="_mcePaste">V</div>
<div id="_mcePaste">O ‘ndar ‘torno pa’l paese,</div>
<div id="_mcePaste">fermarse a vardàr el fiume</div>
<div id="_mcePaste">passàr, dal pont, el cantièr</div>
<div id="_mcePaste">dea pàeazhina che i ‘é drio</div>
<div id="_mcePaste">butar su, là, drio ‘a piazha,</div>
<div id="_mcePaste">cussì, come vèci pensionati,</div>
<div id="_mcePaste">o come quei che no’à vòjia</div>
<div id="_mcePaste">de far nient &#8211; che si’i vardéa</div>
<div id="_mcePaste">fin ieri, fra disprèzho e un fià</div>
<div id="_mcePaste">de invidia, sen sinceri, noàntri</div>
<div id="_mcePaste">senpre de corsa, in afàno, tii</div>
<div id="_mcePaste">retàji del tenpo dopo ‘l lavoro</div>
<div id="_mcePaste">pa’ndar in posta a pagàr ‘a</div>
<div id="_mcePaste">boéta, ‘na docia veòce e via</div>
<div id="_mcePaste">pa’ no’ far tardi dal dotór, a</div>
<div id="_mcePaste">l’apuntamento co’l dentista –</div>
<div id="_mcePaste">e ‘dess sen qua anca noàntri</div>
<div id="_mcePaste">a farghe compagnia a chii là,</div>
<div id="_mcePaste">qua, anca noàntri, a caminàr</div>
<div id="_mcePaste">su e zó, a vardàr ‘e vetrine</div>
<div id="_mcePaste">dei negozi, a vardàr co’là,</div>
<div id="_mcePaste">quel co’e man in scassèa</div>
<div id="_mcePaste">serà drento ‘l viéro insieme</div>
<div id="_mcePaste">ae scarpe, a majie o siarpe,</div>
<div id="_mcePaste">co’là che ’l varda fiss un</div>
<div id="_mcePaste">calcòssa che no’ l’é, là, fra</div>
<div id="_mcePaste">‘i scafài, e nianca fra ‘l via</div>
<div id="_mcePaste">vai del zhentro; chel senpio.</div>
<div id="_mcePaste"><em>V</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>O vagare per il paese, / fermarsi a osservare il fiume / scorrere, dal ponte, il cantiere / della palazzina che stanno // edificando, là, dietro la piazza, / così, come vecchi pensionati, / o come quei fannulloni / &#8211;  che guardavamo // sino a ieri, fra disprezzo e un po’ / di invidia, siamo sinceri, noi / sempre di corsa, in affanno, nei / ritagli di tempo dopo il lavoro // per andare in posta a pagare la / bolletta, una doccia veloce e via / per non far tardi dal dottore, / all’appuntamento col dentista &#8211; // ed ora siamo qui anche noi / a far loro compagnia, / qui, anche noi, a passeggiare / su e giù, a guardare le vetrine // dei negozi, spiare quello lì, / quello con le mani in tasca / prigioniero dentro il vetro insieme / alle scarpe, a maglie e sciarpe, // quello che scruta fisso un / qualcosa che non è, lì, fra / gli scaffali, e neppure fra il via / vai del centro; quel fallito.</em></div>
<div id="_mcePaste">X</div>
<div id="_mcePaste">Prova ‘ndarghe ‘dèss, prova</div>
<div id="_mcePaste">- magari parché te sì de nòvo</div>
<div id="_mcePaste">in zherca de un lavoro – farte</div>
<div id="_mcePaste">un giro drio i capanóni, ‘torno</div>
<div id="_mcePaste">‘sti labirinti de stradhèe drete</div>
<div id="_mcePaste">e ‘ste muréte… da videozògo.</div>
<div id="_mcePaste">Prova a vardàr tute chee tasse</div>
<div id="_mcePaste">de bancài rebaltàdhi, de nàili</div>
<div id="_mcePaste">verdi che sèra su scarti, ròba</div>
<div id="_mcePaste">che no’ va via, rùi o machine</div>
<div id="_mcePaste">da salvàr daa rùdhene, prova;</div>
<div id="_mcePaste">biìci, o motrice parchejàdhi</div>
<div id="_mcePaste">drio ‘e paeàdhe, fra ‘e spine</div>
<div id="_mcePaste">dee righe come mostri morti,</div>
<div id="_mcePaste">ribandonàdhi dae commesse,</div>
<div id="_mcePaste">dai autisti; e sinti, come che</div>
<div id="_mcePaste">se ‘a snasa, te l’aria ‘sta crisi,</div>
<div id="_mcePaste">e come che ‘a se disegna, po’,</div>
<div id="_mcePaste">te ‘sti liòghi. ‘E carte che core</div>
<div id="_mcePaste">tel ‘sfalto, no’ le ‘é pì i schèi</div>
<div id="_mcePaste">che ‘à cronpà anca l’ànema;</div>
<div id="_mcePaste">tase ‘e vose che comandéa:</div>
<div id="_mcePaste">tel siénzhio che resta se passa</div>
<div id="_mcePaste">come in mèdho ai rovinàzhi.</div>
<div id="_mcePaste"><em>X</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Prova ad andarci ora, prova / &#8211; magari perché sei di nuovo / in cerca di un lavoro – a farti / un giro lungo i capannoni, intorno // a questi labirinti di stradine dritte / e perimetri murarî… da videogame. / Prova a osservare tutte quelle pile / di bancali rovesciate, di teli // verdi ad avvolgere scarti, prodotti / non più richiesti, rulli o macchinari / da proteggere dalla ruggine, prova; / bilici, o motrici parcheggiate // lungo il recinto, fra le lische / delle righe come mostri morti, / abbandonati dalle commesse, / dagli autisti; e senti come // si avverte, nell’aria, questa crisi, / e come si disegna, poi, / in questi luoghi. Le cartacce che corrono / sull’asfalto, non sono più i soldi // che comprarono anche l’anima; / tacciono le voci che impartivano gli ordini: / nel silenzio che rimane si cammina / come sopra alle macerie.</em></div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste">Qua, ae vie che daa statàe</div>
<div id="_mcePaste">mena drento ‘e fìe de capanóni</div>
<div id="_mcePaste">- stradhèe strente, ‘ndo’ che</div>
<div id="_mcePaste">i càmii fadhìga a far manovra -</div>
<div id="_mcePaste">i ghe ‘à dat nomi de rejón: via</div>
<div id="_mcePaste">Lazio, o Caeàbria, Basiìcata…</div>
<div id="_mcePaste">‘A zona industriàe, cussì, ‘a ‘é</div>
<div id="_mcePaste">come ‘na Italia cèa, conpagna</div>
<div id="_mcePaste">squasi de quea che l’é a Rimini:</div>
<div id="_mcePaste">co’l Coeossèo grando ‘fa ‘na</div>
<div id="_mcePaste">vasca da bagno, ‘a tore de Pisa</div>
<div id="_mcePaste">pa’e foto, ‘e pose da Èrcoe che</div>
<div id="_mcePaste">prova a indrezhàrla fracàndo…</div>
<div id="_mcePaste">E mì, che incùo dovée ‘ndar</div>
<div id="_mcePaste">in Val D’Aosta da ‘na fabrica</div>
<div id="_mcePaste">che zherca operai, me son pers</div>
<div id="_mcePaste">fra i boschi de l’Aspromonte,</div>
<div id="_mcePaste">vae ‘torno ‘torno drio ‘e coste</div>
<div id="_mcePaste">dea Sardegna, e no’ son bon</div>
<div id="_mcePaste">de véder el mar, el faro del silo.</div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste"><em>Qui, alle vie che dalla statale / portano dentro le file di capannoni / &#8211; stradine strette, dove / i camion faticano a far manovra &#8211; // hanno dato nomi di regioni: via / Lazio, o Calabria, Basilicata… / Il distretto industriale, così, è / come una Italia in miniatura, quasi // simile a quella che c’è a Rimini: col Colosseo grande come una / vasca da bagno, la torre di Pisa / per le foto ricordo, le pose da Ercole che // cerca di raddrizzarla spingendo… / Ed io, che oggi dovevo recarmi / in Valle d’Aosta in un’azienda / che richiede operai , mi sono perso // fra i boschi dell’Aspromonte, / giro e ripasso lungo le coste / della Sardegna, e non sono capace / di scorgere il mare, il faro del silo.</em></div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/fabio-franzin-co%e2%80%99e-man-monche-con-le-mani-mozzate/">Fabio Franzin. Co’e man monche [Con le mani mozzate]</a></p>
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		<title>In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/in-ricordo-di-pietro-mirabelli-minatore-calabrese/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/in-ricordo-di-pietro-mirabelli-minatore-calabrese/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 18:41:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Gli amici di Pietro in Toscana insieme al Teatro Corsini Barberino di Mugello (FI) organizzano<br />
7 dicembre 2010 ore 21.00<br />
In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese</strong></p>
<p><strong>Ingresso: 8 euro (studenti e disoccupati 5 euro). L’incasso sarà devoluto in un fondo a memoria di Pietro Mirabelli per azioni e studi per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/in-ricordo-di-pietro-mirabelli-minatore-calabrese/">In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli amici di Pietro in Toscana insieme al Teatro Corsini Barberino di Mugello (FI) organizzano<br />
7 dicembre 2010 ore 21.00<br />
In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese</strong></p>
<p><strong>Ingresso: 8 euro (studenti e disoccupati 5 euro). L’incasso sarà devoluto in un fondo a memoria di Pietro Mirabelli per azioni e studi per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.</strong></p>
<p><strong><br />
Info: Teatro Corsini 055/ 841237 055/ 331449. </strong></p>
<p><a href="http://www.pietromirabelli.it"><strong>www.pietromirabelli.it</strong></a></p>
<p>Lo scorso 22 settembre è morto sul lavoro Pietro Mirabelli, un operaio, un minatore. <span id="more-37440"></span>Stava costruendo, per conto di una ditta italiana, quello che sarà un primato mondiale: il progetto Alptransit del San Gottardo, la galleria più lunga del mondo. Pietro Mirabelli e&#8217; stato un delegato RSURLS della FILLEA CGIL, addetto alla formazione e al controllo della sicurezza nei cantieri e aveva più di trenta anni di esperienza. Lavorando per il consorzio CAVET, era stato per oltre dieci anni sul fronte di scavo della costruzione dei tunnel dei Treni ad Alta Velocità che passano sotto il Mugello e collegano Bologna a Firenze e prima di patire per la Svizzera, anche nei cantieri della Variante di Valico con la ditta TOTO. Negli anni che ha trascorso in Toscana, Pietro ha lottato con tutte le sue forze contro turni di lavoro a ciclo continuo che davano pochissima tregua ai lavoratori spesso scontrandosi anche con i sindacati e con la politica. Pur soffrendo della lontananza da casa, una delle caratteristiche salienti di questo tipo di lavoro, Pietro ha però lottato anche contro le distanze culturali che ancora dividono l’Italia veloce del Nord da quella lenta e quasi immobile del Sud. La sua forza stava nel trascinarsi dietro persone tanto diverse tra loro, come scrittrici e scrittori, giornalisti, registi, studenti, ricercatori universitari, lavoratori di altri settori, perfino comitati e associazioni per la tutela dell’ambiente: Pietro infatti capiva le preoccupazioni delle popolazioni che vedevano sventrati i loro territori, ma credeva che soltanto saldando i diritti di chi lavora nelle gallerie con la tutela del territorio su cui si insiste, si poteva far progredire sia i diritti degli abitanti che quelli dei lavoratori. La sua umanità era travolgente e non lasciava mai indifferente chi l’ascoltava. Parlava malvolentieri della n&#8217;drangheta, il cancro della sua terra. Ma non si nascondeva dietro a un dito e sapeva che ogni migrante è sempre l&#8217;esito di una battaglia persa dallo Stato contro la criminalità organizzata. Eppure questo minatore pur spesso deluso da tanti, credeva nelle istituzioni. Nel Presidente della Repubblica vedeva il simbolo di un’Italia unita, solidale, giusta. Capiva che era il massimo rappresentante della Repubblica fondata sul lavoro. Come uomo, come cittadino italiano, come lavoratore e come calabrese conosceva e amava la Costituzione italiana, si riconosceva in quel testo chiaro, limpido e tagliato sui bisogni concreti di milioni di uomini e donne, argine sul quale poggiare per costruire, in democrazia, un benessere per tutti. Aveva letto le lettere dei “condannati a morte” della Resistenza, di quei partigiani che poco prima di morire vergarono in poche righe il senso di tutta la loro vita. Da una di quelle lettere aveva tratto ispirazione per scrivere la frase che si trova ora ai piedi della statua del minatore, che fu lui a far edificare nella piazza dei “Caduti del lavoro” di Pagliarelle unendo la provincia di Crotone con il Mugello. Il monumento è fatto di pietra serena di Firenzuola. Pietro ha rappresentato e rappresenta l&#8217; uomo di un Sud che non vuole perdere la speranza, ma anche di un’Italia che vuole ritrovare negli esempi di uomini semplici e giusti dei modelli a cui guardare senza paura, capaci di unire i cittadini nel nome della dignità del lavoro e del coraggio per difendere i diritti dei lavoratori. Per tutto questo il 7 dicembre 2010 lo ricordiamo in una serata al teatro di Barberino di Mugello, paese dove avrebbe voluto abitare. Una storia per unirne tante: &#8220;Questa non è la mia storia. E&#8217; anche la mia storia, ma è la storia di tutti quelli che fanno la vita che faccio io&#8230;&#8221;. È la voce di Pietro Mirabelli nei quindici minuti della video intervista che verrà proiettata, dopo lo spettacolo “Lavorare da morire” testo e regia di C. Rombi, con Jacopo Gori. Durante la serata sarà lanciata una raccolta firme per una lettera da inviare al Presidente della Repubblica, nella quale, oltre a raccontare la storia di Pietro e delle sue lotte, si chiederà a Napolitano una pubblica presa di posizione che riconosca l’impegno di Pietro in nome della sicurezza sui posti di lavoro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/in-ricordo-di-pietro-mirabelli-minatore-calabrese/">In ricordo di Pietro Mirabelli, minatore calabrese</a></p>
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		<title>Appunti per un&#8217;indagine sui minatori</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/16/appunti-per-unindagine-sui-minatori/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Oct 2010 08:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Simona Baldanzi mi manda questo pezzo, nel giorno, come lei stessa mi ha fatto notare, dell'apertura del tunnel del Gottardo. Fatto a cui è stata data ampia evidenza dai giornali. Non altrettanta evidenza è stata data al fatto che pochi giorni fa, in quel tunnel, ha perso la vita Pietro Mirabelli.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/16/appunti-per-unindagine-sui-minatori/">Appunti per un&#8217;indagine sui minatori</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Simona Baldanzi mi manda questo pezzo, nel giorno, come lei stessa mi ha fatto notare, dell'apertura del tunnel del Gottardo. Fatto a cui è stata data ampia evidenza dai giornali. Non altrettanta evidenza è stata data al fatto che pochi giorni fa, in quel tunnel, ha perso la vita Pietro Mirabelli. Ultimo di un serie. La foto mostra la cappella che ricorda gli otto minatori morti nel tunnel prima di Pietro. E leggo adesso, mentre sto per pubblicare, di un'altra esplosione in una miniera in Cina: venti minatori morti, diciassette intrappolati. mr]</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/gottardo-cappella-memoria-senza-Pietro.jpeg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36904" title="Switzerland World's Longest Tunnel" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/gottardo-cappella-memoria-senza-Pietro-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p>Quando ho letto che i 33 minatori del Cile erano ancora vivi dopo 17 giorni dal crollo della miniera ho interrotto i miei appunti. Da aprile mi stavo segnando le notizie apparse sulla stampa internazionale con al centro il lavoro in miniera.<br />
<em>Aprile 2010. Crolla miniera di carbone in Virginia. Venticinque morti e dieci dispersi. Aprile 2010. Cina, trovati cinque cadaveri nella miniera del &#8220;miracolo. I soccorritori hanno miracolosamente estratto vivi 115 minatori, sopravvissuti a una settimana sottoterra mangiando corteccia e bevendo acqua lurida. Maggio 2010. Siberia, esplosioni in una miniera. Trenta morti, decine di feriti e dispersi. Maggio 2010. Russia. Esplode miniera di carbone. Dentro 312 minatori, 12 morti. Maggio 2010. Turchia, scoppio in miniera. 28 minatori morti, 2 dispersi. Giugno 2010. Nigeria. Strage di bambini tra i minatori. 111 morti nella corsa all&#8217;oro illegale.</em><br />
Non stavo tenendo la lista delle stragi. Stavo prendendo appunti per il libro che sto scrivendo sui lavoratori dei cantieri delle grandi opere in Mugello. Fra le tute arancione ci sono i minatori, quelli che scavano le gallerie di strade e ferrovie. Minatori di infrastrutture moderne che lavorano nelle pance delle montagne. Pur tenendo presente la differenza di mansioni, di contratti, di diritti, di condizione di vita e di salute, sia per i minatori in Mugello che per quelli americani, cinesi, cileni, russi, turchi, nigeriani pensiamo siano solo fotografie del passato, fantasmi che vagano in qualche angolo della memoria e che ci scuotono dal torpore solo quando muoiono in massa o si salvano per miracolo. Invece ci sono, emigrano per lavorare in miniera o in galleria, vivono in baracche o campi base, non vedono crescere i loro figli, si ammalano di silicosi. Vicino a noi e nel silenzio. <span id="more-36903"></span><br />
Sono ancora attuali le considerazioni di Orwell quando indagò sui minatori, su quelli che ai suoi occhi sono statue di ferro battuto “con la liscia polvere di carbone che si appiccica loro dalla testa ai piedi”. Nel 1937 scriveva infatti: “uno può vivere una vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza preferirebbe addirittura non sentirne parlare. (…) La stessa cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in vita e noi ci dimentichiamo che esistono”.<br />
Mi ha colpito molto il messaggio dei 33 minatori cileni, scritto su un foglio con una penna rossa, intrappolati, ma salvi a 700 metri di profondità. Volevano avvertire familiari e parenti che stavano bene. Attraverso la lettera di Mario, hanno scritto anche che è giusto far sapere come hanno passato gli ultimi mesi, che problemi avevano in galleria, la mancanza di sicurezza. I trentatre minatori cileni hanno mandato un messaggio al mondo globalizzato. Siamo ancora vivi. Anche se vi dimenticate spesso di noi e del lavoro che facciamo. Noi siamo qua a ricordarvi della nostra presenza e questa volta non vi potete girare da un’altra parte. E quella televisione e quei giornali che parlavano solo delle morti in miniera hanno iniziato a raccontare le loro storie, le loro famiglie in attesa, le promesse di matrimonio, i figli. Quella vita che c’è sempre stata, ma di cui nessuno parla. L’attenzione per il grande evento. Settanta giorni di grande fratello in miniera, diritti acquistati dalle tv, migliaia di giornalisti accampati nella valle di ACATAMA. Strumentalizzazione, spettacolo, commercio? Sì, ma proprio tutta quell’attenzione, gli occhi del mondo su di loro, ancora sottoterra, ma vivi, tutti quei soldi smossi dalle tv, li hanno salvati. Il silenzio e l’indifferenza li avrebbe uccisi come succede ogni giorno nel mondo del lavoro. Uno ad uno che escono dal buio e dalla gola della terra ci ricordano quante vite e quante storie e quanti nomi ci stanno dentro il lavoro. Ci dicono che sono MINEROS e non stelle, regalano pietre e anche se ringraziano e abbracciano quel presidente che ha bocciato il piano sulla sicurezza nel lavoro, ripetono chiaramente &#8220;incidenti così non devono più accadere&#8221;. Per una volta, vedere un paese che festeggia perchè salva dei lavoratori, a me fa brillare gli occhi. Inutile negarlo. E spero che questa attenzione la utilizzino al meglio per quello che sono: minatori. E lo sono stati là sotto minatori, dandosi un’organizzazione, ruoli e compiti, tenendosi su il morale, sentendosi solidali e uniti, continuando a vivere, a comunicare, a giocare, dando a tutti una lezione di vita, di comunità, di civiltà, di tenuta di nervi e di cuore. Da quando è crollata la miniera duecento sono senza stipendio. Ai 33 promettono regali da nababbo e loro rispondono ancora da gruppo, pensando alla loro condizione che li ha ingoiati nella terra e poi risputati, che vogliono fare una fondazione per i minatori. Le operazioni di salvataggio con uomini e donne di tutto il mondo, competenze e macchinari, esperienze di altri minatori, di ingegneri, geologi, tecnici, scienziati ha dimostrato che la sicurezza sul lavoro si può attuare. Se siamo andati sulla Luna, possiamo andare anche sottoterra, possiamo impedire che ogni giorno muoiano lavoratori di tutto il mondo in tanti lavori. Volontà e intenti di tutti. Anche con le bandiere di un paese a festeggiare come avesse vinto la nazionale a calcio e invece, per un giorno, ha vinto il lavoro.<br />
Il 22 settembre è morto un amico in galleria. Pietro era un minatore calabrese delegato sindacale e alla sicurezza che per tutta la vita si è battuto per far conoscere la loro condizione di lavoratori migranti. Figli d’arte perché figli di altri minatori. È morto in Svizzera. Oggi sarebbe stato contento, ma avrebbe ricordato a quelli che scrivono, che filmano, che fotografano, che raccontano di non smettere. Ci sono gallerie e miniere vicine, in Italia, in Europa, buie e oscure ai più con condizioni di lavoro inaccettabili. Lavori e lavoratori che ci tengono in vita e che ci dimentichiamo che esistono.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto<em>, 17/10/2010)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/16/appunti-per-unindagine-sui-minatori/">Appunti per un&#8217;indagine sui minatori</a></p>
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		<title>Dentro il lavoro. Alfabeta2 e Senza scrittori a Pistoia promosso dall&#8217;associazione Palomar.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/15/dentro-il-lavoro-alfabeta2-e-senza-scrittori-a-pistoia-promosso-dalla-neonata-associazione-palomar/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 11:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB.jpg"></a> <strong>Venerdì 17 settembre</strong><br />
Centro Marino Marini,<br />
Palazzo del Tau<br />
Corso Silvano Fedi, Pistoia</p>
<p><strong>Ore 17.30 </strong>incontro<br />
<strong>LAVORO, CONOSCENZA, DIRITTI</strong><br />
a partire dalla presentazione della rivista <a href="http://www.alfabeta2.it"><strong>alfabeta 2</strong></a></p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, redattore della rivista, critico letterario<br />
<strong>Eleonora Pinzuti</strong>, ricercatrice di Italianistica e Gender Studies<br />
<strong>Elizabetta Epifori</strong>, direttore del Polo Tecnologico di Navacchio (PI)<br />
<strong>Vincenzo Valori</strong>, docente di Matematica Università di Firenze, (associazione Palomar)</p>
<p><strong>Ore 21.30</strong> proiezione<br />
<strong>SENZA SCRITTORI</strong><br />
documentario sul mondo dell&#8217;editoria italiana, di A.Cortellessa, L.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/15/dentro-il-lavoro-alfabeta2-e-senza-scrittori-a-pistoia-promosso-dalla-neonata-associazione-palomar/">Dentro il lavoro. Alfabeta2 e Senza scrittori a Pistoia promosso dall&#8217;associazione Palomar.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36643" title="Palomar logoCMYK" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB-258x300.jpg" alt="" width="168" height="210" /></a> <strong>Venerdì 17 settembre</strong><br />
Centro Marino Marini,<br />
Palazzo del Tau<br />
Corso Silvano Fedi, Pistoia</p>
<p><strong>Ore 17.30 </strong>incontro<br />
<strong>LAVORO, CONOSCENZA, DIRITTI</strong><br />
a partire dalla presentazione della rivista <a href="http://www.alfabeta2.it"><strong>alfabeta 2</strong></a></p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, redattore della rivista, critico letterario<br />
<strong>Eleonora Pinzuti</strong>, ricercatrice di Italianistica e Gender Studies<br />
<strong>Elizabetta Epifori</strong>, direttore del Polo Tecnologico di Navacchio (PI)<br />
<strong>Vincenzo Valori</strong>, docente di Matematica Università di Firenze, (associazione Palomar)</p>
<p><strong>Ore 21.30</strong> proiezione<br />
<strong>SENZA SCRITTORI</strong><br />
documentario sul mondo dell&#8217;editoria italiana, di A.Cortellessa, L. Archibugi</p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, autore del video, critico letterario,<br />
<strong>Giacomo Trinci</strong>, poeta e traduttore, redattore della rivista Pioggia Obliqua<br />
<strong>Francesca Matteoni</strong>, poetessa, (associazione Palomar)</p>
<p>Organizzazione a cura dell&#8217;associazione <strong>Palomar</strong>, Via Mazzini 28, Pistoia</p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Locandina-dentro-il-lavoro-1.pdf">Locandina -dentro il lavoro-</a><span id="more-36639"></span></strong></p>
<p>*********************************<br />
<strong>PALOMAR<br />
o del sogno di edificare Lalage</strong></p>
<blockquote><p>“Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e <em>Le città invisibili </em>sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili”<br />
I. Calvino, Le città invisibili, Presentazione</p>
<p>“E&#8217; il suo stesso peso che sta schiacciando l&#8217;impero, pensa Kublai, e nei suoi sogni ora appaiono città leggere come aquiloni, città traforate come pizzi, città trasparenti come zanzariere, città nervatura di foglia, città linea della mano, città filigrana da vedere attraverso il loro opaco e fittizio spessore.<br />
- Ti racconterò cosa ho sognato stanotte, &#8211; dice Marco. &#8211; In mezzo a una terra piatta e gialla, cosparsa di meteoriti e massi erratici, vedevo di lontano elevarsi le guglie d&#8217;una città dai pinnacoli sottili, fatti in modo che la Luna nel suo viaggio possa posarsi ora sull&#8217;uno ora sull&#8217;altro, o dondolare appesa ai cavi delle gru.<br />
E Polo: &#8211; La città che hai sognato è Lalage. Questi inviti alla sosta nel cielo notturno i suoi abitanti disposero perchè la Luna conceda a ogni cosa nella città di crescere e ricrescere senza fine.<br />
- C&#8217;è qualcosa che tu non sai, &#8211; aggiunse il Kan. &#8211; Riconoscente la Luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza.”<br />
I. Calvino, Le città invisibili</p></blockquote>
<p><strong><em>Se Lalage è l’obiettivo, Palomar è lo strumento, il punto di vista, la strada che abbiamo deciso di percorrere.</em></strong></p>
<p>“Il signor Palomar, forse perché porta lo stesso nome di un famoso osservatorio, gode di qualche amicizia tra gli astronomi, e gli viene concesso d’avvicinare il naso all’oculare d’un telescopio da 15 cm., cioè piuttosto piccolo per la ricerca scientifica, ma che, paragonato ai suoi occhiali, fa già una bella differenza.”</p>
<p>GLI STRUMENTI DI CUI DISPONIAMO OGGI NON BASTANO. NE SERVONO DI NUOVI, PIU&#8217; PRECISI E POTENTI. QUELLI POSSIBILI.</p>
<p>“Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: &#8211; Devo andare a guardare le stelle -. Dice proprio : &#8211; Devo, &#8211; perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione.”</p>
<p>PALOMAR APPREZZA SU TUTTO LA SOBRIETÀ ED È PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO, UN EQUILIBRATO E RISPETTOSO RAPPORTO TRA GLI ESSERI UMANI, GLI ALTRI ESSERI VIVENTI E LA NATURA. LO SENTE COME UN DOVERE.</p>
<p>“I nomi delle stelle per noi orfani d’ogni mitologia sembrano incongrui e arbitrari; eppure mai potresti considerarli intercambiabili. Quando il nome che il signor Palomar ha trovato è quello giusto, se ne accorge subito, perché esso dà alla stella una necessità e un’evidenza che prima non aveva; se invece è un nome sbagliato, la stella lo perde dopo pochi secondi, come scrollandoselo di dosso, e non si sa più dov’era e chi era.”</p>
<p>LE PAROLE SONO IMPORTANTI. BISOGNA SEMPRE CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME. SBAGLIARE I NOMI SIGNIFICA SMARRIRSI.</p>
<p>“Così ragionano gli uccelli, o almeno così ragiona, immaginandosi uccello, il signor Palomar. ‘Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, &#8211; conclude, &#8211; ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile’.”</p>
<p>PALOMAR NON AMA L&#8217;OSCURITÀ E PENSA CHE MISURARE L&#8217;EVIDENZA DELLA REALTÀ PER COM&#8217;È, E MISURARCISI, SIA IL SUO PRIMO COMPITO. PALOMAR PENSA CHE DA TROPPO TEMPO, PER LA SINISTRA, “SOTTO IL LAMPIONE NON C&#8217;E&#8217; LUCE&#8217;.</p>
<p>“Cosa vede? Vede la  specie umana nell’era dei grandi numeri che s’estende in una folla livellata ma pur sempre fatta d’individualità distinte come questo mare di granelli di sabbia che sommerge la superficie del mondo … Vede il mondo ciononostante continuare a mostrare i dorsi di macigno della sua natura indifferente al destino dell’umanità, la sua dura sostanza irriducibile all’assimilazione umana.”</p>
<p>PALOMAR SA CHE PER L&#8217;ESSENZIALE GLI INDIVIDUI NON SONO OMOLOGABILI E  IL MONDO NON È MANIPOLABILE INDEFINITAMENTE DAGLI UMANI.</p>
<p>“Il signor Palomar pensa che ogni traduzione richiede un’altra traduzione e così via. […] Eppure sa che non potrebbe mai soffocare in sé il bisogno di tradurre, di passare da un linguaggio all’altro, da figure concrete a parole astratte, da simboli astratti a esperienze concrete, di tessere e ritessere una rete d’analogie. Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.”</p>
<p>INTERPRETARE IL MONDO GLI È INDISPENSABILE, PERCHÉ PENSARE È NECESSARIO.</p>
<p>“In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto.”</p>
<p>PALOMAR DEPRECA IL VANILOQUIO E LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO CHE RIDUCE LA REALTÀ A CHIACCHIERICCIO INSIGNIFICANTE.</p>
<p>“In tempi di generale silenzio, il conformarsi al tacere dei più è certo colpevole. In tempi in cui tutti dicono troppo, l’importante non è tanto dire la cosa giusta, che comunque si perderebbe nell’inondazione di parole, quanto il dirla partendo da premesse e implicando conseguenze che diano alla cosa detta il massimo valore.”</p>
<p>PALOMAR AMA LA COERENZA TRA QUELLO CHE SI DICE E QUELLO CHE SI FA E PENSA EVANGELICAMENTE CHE GLI ALBERI SI RICONOSCONO DAI FRUTTI.</p>
<p>“Il signor Palomar si limita a rimuginare tra sé sulle difficoltà di parlare ai giovani. Pensa: &#8216;La difficoltà viene dal fatto che tra noi e loro c&#8217;è un fosso incolmabile. Qualcosa è successo tra la nostra generazione e la loro, una continuità d&#8217;esperienze si è spezzata: non abbiamo più punti di riferimento in comune&#8217;.”</p>
<p>PALOMAR AVVERTE CHE DOVERE  DI OGNI SINCERO DEMOCRATICO È TORNARE A PARLARE UN LINGUAGGIO COMPRENSIBILE DAI PIU&#8217; GIOVANI.</p>
<p>“Ma se per un istante egli smetteva di fissare l&#8217;armoniosa figura geometrica disegnata nel cielo dei modelli ideali, gli saltava agli occhi un paesaggio umano in cui le mostruosità e i disastri non erano affatto spariti e le linee del disegno apparivano deformate e contorte.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE NOVECENTESCHE NON HA RESO MIGLIORE IL MONDO.</p>
<p>“Egli si limitava a immaginare un giusto uso di giusti modelli per colmare l&#8217;abisso che vedeva spalancarsi sempre di più tra la realtà e i principi. [...] Di queste cose s&#8217;occupano abitualmente persone molto diverse da lui, che ne giudicano la funzionalità secondo altri criteri: come strumenti di potere, soprattutto, più che secondo i principi o le conseguenze nella vita della gente.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE HA PRODOTTO, TRA GLI EFFETTI COLLATERALI, UN CETO POLITICO DEDITO SOLO ALL&#8217;AMMINISTRAZIONE DELL&#8217;ESISTENTE, ED ALLA GESTIONE DEL POTERE.</p>
<p>“Palomar che dai poteri e contropoteri si aspetta sempre il peggio, ha finito per convincersi che ciò che conta veramente è ciò che avviene <em>nonostante</em> loro: la forma che la società va prendendo lentamente, silenziosamente, anonimamente, nelle abitudini, nel modo di pensare e di fare, nella scala dei valori. Se le cose stanno così, il modello dei modelli vagheggiato da Palomar dovrà servire a ottenere dei modelli trasparenti, diafani, sottili come ragnatele; magari addirittura a dissolvere i modelli, anzi a dissolversi.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE NON SIGNIFICA LA FINE DELLE  IDEE E DEGLI IDEALI. PALOMAR È PER DARE VALORE ALLA VITA DELLE PERSONE SEMPLICI CHE HANNO VALORI. PALOMAR È LAICO E SOSTIENE LA NECESSITÀ DELLA TRASPARENZA.</p>
<p><em>“E Polo: &#8211; L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/15/dentro-il-lavoro-alfabeta2-e-senza-scrittori-a-pistoia-promosso-dalla-neonata-associazione-palomar/">Dentro il lavoro. Alfabeta2 e Senza scrittori a Pistoia promosso dall&#8217;associazione Palomar.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 07:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg"></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a>, foto <a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></p>
<p>A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648" target="_blank">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-36488" title="afgani-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg" alt="" width="450" height="306" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a>, foto <a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></p>
<p>A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648" target="_blank">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.<span id="more-36487"></span></p>
<p>E poi<strong> Zaidullha</strong>, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. <strong>Amir</strong>, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi <strong>schiavi</strong>.</p>
<p>Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo <strong>in Italia</strong>, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/operaio_senegalese_muore_sul_lavoro_a_campi-6390518/index.html?ref=search" target="_blank">un lavoratore senegalese</a>, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?</p>
<p>E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i <strong>nuovi barbari</strong>, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostre<strong>politiche sull’immigrazione</strong>. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.</p>
<p>Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni<em> sono</em> il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso <strong>orientalismo</strong> strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su <a href="http://www.cineresie.info/torture-cinesi/" target="_blank">questo stesso blog</a>.</p>
<p>Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande <strong>giustificazione</strong>. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml" target="_blank">Corriere della Sera</a> un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?</p>
<p>Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il <strong>relativismo</strong>dei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce i<strong>limiti dello sviluppo cinese </strong>non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo <strong>sfruttamento</strong>, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.</p>
<p>[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/marco-rovelli/" target="_blank">Marco Rovelli</a>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788807171772/rovelli-marco/servi-il-paese-sommerso.html" target="_blank"><em>Servi</em></a>, edito da Feltrinelli - IF]</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.cineresie.info">Cineresie</a>: <a href="http://www.cineresie.info/nuova-schiavitu-italia-cina-relativismo/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
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		<title>Un bilancio della giornata senza immigrati: I mandarini e le olive non cadono dal cielo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 06:05:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/1manifesto.png"></a>di <strong><a href="http://it.globalvoicesonline.org/author/davideg/">Davide Galati</a></strong><br />
Lo scorso lunedì 1° marzo si è svolta la prima giornata di sciopero dei lavoratori stranieri nella storia d&#8217;Italia. Analoghe manifestazioni di protesta non violente hanno avuto luogo nello stesso giorno in <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/02/francia-la-giornata-senza-immigrati-in-programma-per-il-1-marzo-2010/">Francia</a>, <a href="http://1demarzo-todossumamos.blogspot.com/">Spagna</a> [sp] e <a href="http://protimartiou2010.blogspot.com/">Grecia</a> [gr].&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/un-bilancio-della-giornata-senza-immigrati-i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">Un bilancio della giornata senza immigrati: I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/1manifesto.png"><img class="alignleft size-full wp-image-31898" title="1manifesto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/1manifesto.png" alt="" width="218" height="310" /></a>di <strong><a href="http://it.globalvoicesonline.org/author/davideg/">Davide Galati</a></strong><br />
Lo scorso lunedì 1° marzo si è svolta la prima giornata di sciopero dei lavoratori stranieri nella storia d&#8217;Italia. Analoghe manifestazioni di protesta non violente hanno avuto luogo nello stesso giorno in <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/02/francia-la-giornata-senza-immigrati-in-programma-per-il-1-marzo-2010/">Francia</a></span></span>, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://1demarzo-todossumamos.blogspot.com/">Spagna</a></span></span> [sp] e <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://protimartiou2010.blogspot.com/">Grecia</a></span></span> [gr].</p>
<p>In Italia, il comitato organizzatore <em>Primo Marzo 2010</em> (costituito da attivisti della società civile, giornalisti e imprenditori immigrati) ha diffuso la proposta attraverso gli strumenti online sin dal novembre scorso, attraverso un  <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.primomarzo2010.it/">blog</a></span></span> dedicato e numerosi gruppi locali su <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/search/?q=sciopero+degli+stranieri&amp;init=quick">Facebook</a></span></span>. Così il comitato ha presentato l&#8217;evento:</p>
<p>“<em>Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? Primo marzo 2010 si propone di organizzare una grande manifestazione non violenta per far capire all&#8217;opinione pubblica italiana quanto sia determinante l&#8217;apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Questo movimento nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli. Il colore di riferimento di Primo marzo 2010 è il giallo. Lo abbiamo scelto perché è considerato il colore del cambiamento e per la sua neutralità politica: il giallo non rimanda infatti ad alcuno schieramento in particolare.”</em></p>
<p><strong>Peggioramento delle relazioni</strong></p>
<p>Nel corso dell&#8217;ultimo anno le condizioni di vita dei migranti che risiedono in Italia o che cercano di entrarvi sono peggiorate. Si sono verificati diversi episodi emblematici. In maggio, il <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/speciale-libia-cosa-aspetta-i-227.html">rifiuto di accettare</a></span></span> 227 africani che, attraverso il Canale di Sicilia, cercavano di sbarcare a Lampedusa. In luglio viene <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/politica/09_luglio_02/voto_sicurezza_senato_563d6780-66e3-11de-9708-00144f02aabc.shtml">approvato dal Parlamento</a></span></span> un severo decreto legge sulla sicurezza, con l&#8217;introduzione del reato di clandestinità.<span id="more-31894"></span></p>
<p>Sulla percezione comune degli immigrati in Italia, Mauro Biancaniello <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=272560079403">scrive su Facebook</a></span></span>:</p>
<p>“<em>L&#8217;Istat conferma dei dati di cui molti di noi erano già convinti: l&#8217;immigrato non è il criminale che lo si dipinge, ovvero che, come abbiamo visto, il reato principalmente commesso è la violazione sulla legge dell&#8217;immigrazione […]. L&#8217;immigrato (regolare o non), non è un santo. Ebbene sorpresa: nemmeno l&#8217;italiano è pronto per la beatificazione.”</em></p>
<p>Il momento più difficile coincide probabilmente con la cosiddetta <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rosarno#Scontri_di_Rosarno">rivolta di Rosarno</a></span></span>, in Calabria, tra il 7 e il 9 gennaio 2010: dopo l&#8217;assalto a tre braccianti africani da parte di sconosciuti, scatta la furiosa reazione degli immigrati con conseguenti, violente, rappresaglie dei residenti locali. Dietro agli avvenimenti si può intravedere la mano della ‘ndrangheta, mentre il governo egiziano ha ufficialmente <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.afrik.com/article18468.html">protestato</a></span></span> (fr) con l&#8217;Italia per l&#8217;episodio.</p>
<p>Questo il documentario <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=mRY49ue5ZL0"><em>Rosarno: il tempo delle arance</em></a></span></span>, di Nicola Angrisano:</p>
<p><iframe width="700" height="394" src="http://www.youtube.com/embed/mRY49ue5ZL0?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://civati.splinder.com/tag/regione+straniera">Giuseppe Civati</a></span></span>, blogger e politico, pubblica invece un&#8217;<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.civati.it/mapparegionestraniera.jpg">infografica</a></span></span> che mostra attraverso una mappatura la dipendenza del Nord Italia dai migranti. E che illustra la domanda che si pongono molti: è possibile immaginare un&#8217;Italia senza i lavoratori immigrati?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/2infografica.png"><img class="size-full wp-image-31900 aligncenter" title="2infografica" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/2infografica.png" alt="" width="300" height="229" /></a></p>
<p><strong>I cittadini si uniscono</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/3inbetween.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-31901" title="3inbetween" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/3inbetween.jpg" alt="" width="135" height="195" /></a>Un documentario della rivista <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.carta.org/">Carta</a></span></span>, dal titolo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.carta.org/radio/57">In Between</a></span></span>, ha avuto larga diffusione in vista dell&#8217;evento. E’ interpretato da giovani di sei diverse nazioni europee che raccontano le proprie esperienze, la quotidianità in cui devono fare i conti, tra la cultura del Paese in cui vivono e quella del Paese da cui provengono le loro famiglie:</p>
<p>“<em>Nove città europee di sei differenti Paesi. In ognuna di queste città, alcuni giovani, figli di migranti, raccontano le proprie esperienze, le proprie sensazioni e ricordi, il loro modo di percepirsi e di essere percepiti, la loro quotidianità e le sue sfide. Italia, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Spagna. Nonostante le diversità, tutti i protagonisti del video si raccontano in una situazione che li accomuna: persone che si trovano nel mezzo, portatori di un’identità di confine che li colloca fra il paese da cui provengono i loro parenti e quello dove vivono, seconde e poi terze e poi enne-esime generazioni, sempre ri-conosciuti solo a partire dalla loro provenienza.”</em></p>
<p>Attivisti e cittadini della Rete si sono impegnati nella preparazione dell&#8217;importante manifestazione e il primo marzo hanno finalmente avuto luogo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.globalproject.info/it/tags/1marzo2010/community">grandi e piccoli eventi</a></span></span> in tutto il Paese. Questa <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://maps.google.it/maps/ms?ie=UTF8&amp;hl=it&amp;t=h&amp;source=embed&amp;msa=0&amp;msid=105053191790905728742.00047c44047b09a6db298&amp;ll=42.875964,12.700195&amp;spn=12.877841,12.084961&amp;z=5">mappa Google</a></span></span> predisposta dal comitato organizzatore evidenzia quanto siano stati numerosi i comitati locali; una <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://boninopannella.it/24hsenzadinoi">Web-TV ha trasmesso</a></span></span> uno speciale di 24 ore concentrato sull&#8217;evento.</p>
<p>I musicisti sono stati invitati a comporre in maniera collaborativa una colonna sonora per il primo marzo. La band <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.globalproject.info/it/resources/12999/">Reagenti Limitanti</a></span></span> ha ad esempio presentato un nuovo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=WVoQN5Nt688">video su YouTube</a></span></span>, e tanti altri artisti si sono impegnati in esecuzioni dal vivo.</p>
<p>A Roma si è tenuta in piazza Montecitorio un incontro aperto sulla ‘geografia dell&#8217;esclusione&#8217; durante la crisi economica, con le <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Roma-P-Montecitorio-Lezioni-di-clandestinita/4107">Lezioni di clandestinità</a></span></span>. Con questi obiettivi:</p>
<p>“<em>Fare della nostra clandestinità la nostra ricchezza, rivendicare la nostra eccedenza e mettere in comune le nostre esperienze e i nostri saperi [per] renderci visibili e prendere parola contro le politiche e le retoriche razziste, contro lo svilimento del mondo della formazione, contro la precarizzazione delle vite.”</em></p>
<p><strong>Come si racconta il primo marzo</strong></p>
<p>La prima giornata senza immigrati è ormai alle nostre spalle: come si può raccontare cos’è successo il primo marzo? L’evento è stato un successo: l’immagine più significativa è quella del mercato di Porta Palazzo a Torino, rimasto pressochè deserto; ma in tutta Italia, specialmente al Nord, sono <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://lavoromigrante.splinder.com/post/22383599/Coordinamento+sciopero++Elenco">decine</a></span></span> le aziende, le cooperative e i cantieri che sono rimasti chiusi. Mentre le piazze di molte città si sono colorate riempiendosi di migranti come pure di italiani che hanno deciso di stare al fianco dei più deboli.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/4manifestazione.png"><img class="alignnone size-full wp-image-31902" title="4manifestazione" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/4manifestazione.png" alt="" width="500" height="334" /></a></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.flickr.com/photos/rhymes/4401870307/in/set-72157623543342990/">Foto</a></span></span> su Flickr di <em>neropercaso</em>, su licenza CC.</p>
<p>Ma alcuni giorni sono passati e i problemi degli immigrati non sono scomparsi con la manifestazione. Sul blog del comitato organizzatore si può leggere <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.primomarzo2010.it/2010/03/come-si-racconta-il-primo-marzo.html">quanto scrive</a></span></span> il Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante:</p>
<p>“<em>Il primo marzo è successo di tutto, quindi ora è un successo di tutti. Sono successe cose bellissime. Tranne il primo sciopero diffuso su una vasta regione di migliaia di migranti e di italiani contro lo sfruttamento del lavoro migrante. Non è un caso che quanto è successo a Brescia -50 aziende in  sciopero e quindi una piazza colma di 10.000 persone &#8211; sia stato quasi assente tanto dalle cronache giornalistiche quanto dalle analisi politiche. (…) Questo sciopero mantiene così il marchio di fuoco di evento letterario o folkloristico che gli avevano impresso alcuni sindacalisti di professione.</em></p>
<p><em>Rimangono le piazze bellissime e colorate nella cui grande novità tutti possono riconoscere il trionfo delle parole d&#8217;ordine che usavano già prima.”</em></p>
<p>Ci dimostreremo capaci di saper accogliere chi può aiutarci a crescere? Sapremo fare nostro l’appello <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.terrelibere.org/terrediconfine/3950-rosarno-i-mandarini-non-cadono-dal-cielo">diffuso</a></span></span> dai lavoratori africani di Rosarno?</p>
<p>“<em>Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.”</em></p>
<p>Per il momento gli eventi che si sono susseguiti in questi giorni, dalle mobilitazionie gli <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.meltingpot.org/articolo15296.html">scioperi della fame</a></span></span> in tanti Cie italiani, alla cosiddetta <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2010/03/04/news/l_ultima_beffa_agli_immigrati_spunta_la_sanatoria_trappola-2499728/">sanatoria trappola</a></span></span>, fino alla recente sentenza della Corte di Cassazione sull’espulsione delle famiglie irregolari anche in presenza di figli che vanno a scuola, ci obbligano a mantenere alta la nostra soglia di attenzione.</p>
<p>Il <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.globalvoicesonline.org/">team Lingua di GV in italiano</a></span></span> ha contribuito a questo post, in particolare: Beatrice Borgato, Bernardo Parrella, Tamara Nigi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/un-bilancio-della-giornata-senza-immigrati-i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">Un bilancio della giornata senza immigrati: I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Metropoli locali</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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<p align="center">[ immagini © Copyright Daniele Maurizi (<a href="http://www.danielemaurizi.it/" target="_blank"><strong>www.danielemaurizi.it</strong></a>) ]</p>
<p>&#160;<br />
&#160;&#160;&#160;&#160;di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong><br />
&#160;<br />
&#160;&#160;&#160;&#160;È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto <strong>Il mondo in una regione</strong>, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/23/metropoli-locali/#footnote_0_30590" id="identifier_0_30590" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&#38;#8220;Ediesse &#232; la Casa editrice della Cgil costituita nel dicembre del 1982 trasformando la denominazione sociale della Editrice sindacale italiana (Esi), nata nel 1952. Con pi&#249; di 1000 volumi in catalogo e una media di 70 novit&#224; editoriali all&#8217;anno, Ediesse si caratterizza per una marcata attenzione rivolta ai cambiamenti economici e sociali in corso, di cui si analizzano le tendenze, i contenuti, i riflessi sulla societ&#224; e, in particolare, sul mondo del lavoro.&#8221;[Dal sito Ediesse]">1</a>, Roma, 2009). I racconti sono di <strong>Angelo Ferracuti</strong>, le foto di <strong>Daniele Maurizi</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/23/metropoli-locali/">Metropoli locali</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="visibility:visible;"><object type="application/x-shockwave-flash" data="http://widget-96.slide.com/widgets/slideticker.swf" height="400" width="450" style="width:450px;height:400px"><param name="movie" value="http://widget-96.slide.com/widgets/slideticker.swf" /><param name="quality" value="high" /><param name="scale" value="noscale" /><param name="salign" value="l" /><param name="wmode" value="transparent"/><param name="flashvars" value="cy=ms&#038;il=1&#038;channel=2449958197319633302&#038;site=widget-96.slide.com"/></object></p>
<p align="center"><small>[ immagini © Copyright Daniele Maurizi (<a href="http://www.danielemaurizi.it/" target="_blank"><strong>www.danielemaurizi.it</strong></a>) ]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto <strong>Il mondo in una regione</strong>, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/23/metropoli-locali/#footnote_0_30590" id="identifier_0_30590" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&amp;#8220;Ediesse &egrave; la Casa editrice della Cgil costituita nel dicembre del 1982 trasformando la denominazione sociale della Editrice sindacale italiana (Esi), nata nel 1952. Con pi&ugrave; di 1000 volumi in catalogo e una media di 70 novit&agrave; editoriali all&rsquo;anno, Ediesse si caratterizza per una marcata attenzione rivolta ai cambiamenti economici e sociali in corso, di cui si analizzano le tendenze, i contenuti, i riflessi sulla societ&agrave; e, in particolare, sul mondo del lavoro.&rdquo;[Dal sito Ediesse]">1</a></sup>, Roma, 2009). I racconti sono di <strong>Angelo Ferracuti</strong>, le foto di <strong>Daniele Maurizi</strong>. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione – ‘l’arte dell’avvicinamento’ – viene fuori da una domanda ‘sulla fotografia’ [in particolare sulla differenza fra il bianco e nero con quel che “di poetico” che il b/n aggiunge alle foto, e una immagine ‘a colori’, ma priva “di qualsiasi valore aggiunto”] che Maurizi rivolge a Dondero, e alla quale egli risponde: “Le cose che riguardano la tecnica fotografica sono secondarie rispetto alla sostanza, che poi è l’arte dell’avvicinamento. Il senso più grande è introdursi in mondi che per noi sembrano impenetrabili.” In coda alla conversazione Ferracuti ricorda la prima delle epigrafi del libro: “Come epigrafe del libro ho messo una frase di Max Frisch che ti ho sentito citare tante volte.” E allora Dondero dice: “Aspettavamo delle braccia, e invece sono arrivati degli uomini”. E Ferracuti dice: “Proprio quella”.  “<strong>Il mondo in una regione</strong>” si “avvicina” e ci racconta – benissimo – molte cose che ci allietano e insicurezze drammatiche, individuali e comuni. E forse è proprio per questo che a pag. 74 Ferracuti trascrive queste parole di Robert Castel: “Una società di individui non sarebbe più, propriamente parlando, una società ma uno stato di natura, cioè uno stato senza legge, senza diritto, senza costituzione politica e senza istituzioni sociali, in preda a una concorrenza sfrenata degli individui tra di loro, alla guerra di tutti contro tutti.”<br />
<strong><span id="more-30590"></span></strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il primo racconto del libro si chiama ‘Babele House’. Siamo nelle Marche, a Porto Recanati, e nelle Marche resteremo con gli altri sette racconti. ‘Babele House’ è un palazzo conformato a Y: 17 piani, 480 mini appartamenti; “ci vivono in più di duemila”. In realtà il palazzo si chiama ‘Hotel House’, ‘Casa hotel’: “Il passaggio è continuo”, “trentadue etnie diverse, manca l’Oceania e poi ci sarebbero tutti i continenti.” Non tutto va nel migliore dei modi in questa ‘Babele House’, ma “Oggi è venerdì, è giorno di preghiera.” Ferracuti allora inizia a raccontarci di questa preghiera e del “silenzio cupo, profondo” che essa produce nel “grande garage sottostrada” dove i fedeli sono raccolti, “vecchi e giovani, barbuti e con i cappellini a visiera, pakistani e marocchini, nigeriani ed egiziani, bengalesi, senegalesi, tunisini.” In coda al racconto arrivano 21 foto, fra le quali quella di un bambino di <em>seconda generazione</em>. È ripreso contro una parete perfettamente pittata, con le braccia piegate ad L, appoggiate contro la parete e insieme alzate. Ha il viso mite di un bambino. Ha lo sguardo fulgido.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il secondo racconto è la storia di Bruno Cozzi “che di mestiere fa il barbiere a Sant’Elpidio a Mare”. Bruno da sempre ha la passione della boxe, “è un uomo semplice ma molto sensibile, dice le parole anche estremamente disarmate della vita senza nessuna vergogna”; “alla fine degli anni sessanta” Bruno mette su una società pugilistica. Fra gli atleti, dallo Zaire, arriva Kalemba Kumba. “All’inizio Kalemba Kumba non sa dove metterlo, poi lo piazza da una vecchia signora che gli offre un alloggio in cambio di compagnia, un <em>badante</em> ante litteram, e gli trova lavoro in una sala giochi.” Tra alti e bassi la storia della palestra di Bruno va avanti, ma “C’è un buco nero in questa storia”: “Kalemba Kumba, quello che lui [Bruno] chiamava ‘il nostro attore’ un giorno morì in circostanze drammatiche”. Era tornato intanto nella sua terra. Era nato il primo figlio che Kalemba aveva chiamato Yuri, come il figlio di Bruno, poi era accaduta la tragedia: ”Kalemba aveva trovato un diamante. È morto perché per portarglielo via gli hanno dato fuoco, bruciandolo vivo”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per terza arriva la storia di Dulal, Bangladesh, “ma sta ad Ancona da più di vent’anni”. Dulal è stato il primo rappresentante sindacale all’interno dei cantieri navali della città dorica, lo è stato per sette anni, poi ha aperto un ristorante che si chiama “L’India”. Ferracuti lo intervista proprio nel suo ristorante. Non tralascia nessuna delle parole che gli vengono dette e delle cose che intanto accadano intorno a lui. E chi legge così capisce quanto viene detto e quanto sta anche accadendo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La quarta storia è quella del sindacalista Muhammad. Il distretto è quello calzaturiero, ‘crisi produttiva e occupazionale’, ‘insicurezza sociale’. “Può succedere che all’improvviso uno possa perdere tutto, prima il lavoro, e poi la casa (…) Che poi se sei trasandato, se hai un aspetto da miserabile da fare schifo è anche difficile presentarsi ai colloqui e convincere i padroni a darti un altro posto di lavoro”. Ferracuti non ha nessun dubbio se dire parole ‘forti’ come queste sopra, no, perché sono queste le parole che magari staranno ‘non dette’ in quel ‘colloquio’, nel quale da una parte c’è una persona che deve guadagnarsi da vivere e dall’altra parte c’è una persona a cui non interessa questo fatto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel quinto racconto la prosa di Angelo Ferracuti si mette insieme alla poesia di Filippo Davoli, insegnante d’italiano di ragazzi stranieri “minorenni e clandestini, abbandonati a se stessi”. Per classe i divani all’aperto del Bar Mercurio o le stanze della sua stessa casa. “Una raccolta di Davoli, <em>Gli incendi</em>, è costruita proprio da queste voci”, “Il suo libro – scrive Ferracuti – è una specie di coro, un parlatorio, un insieme di voci. Alì la cosa che è scritta in questa poesia l’ha detta per davvero:<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><em>Un anno fa sono partito da casa<br />
e non posso chiamare se non ho soldi<br />
da mandare a mia madre. Che le dico?<br />
Ma non ci torno, non ci tornerò più<br />
a salutare i miei nonni – lei, che pensava<br />
che in tutto il mondo si parlava persiano.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
Questo ha detto Alì, questo ha reinventato Filippo con una lingua <em>altra</em>, lui che è un poeta vero, con l’idioma della letteratura.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quasi inevitabilmente il sesto racconto &#8211; siamo a Macerata, e il colle delL’infinito è lì, a due passi &#8211; si chiama “Sabato del villaggio”: “Siamo al centro di un grande parcheggio, dietro lo stadio comunale di Civitanova Marche, una periferia qualunque fatta di brutti palazzi di cemento che dire triste è poco. Un pezzo di mondo uguale a tanti altri.” Ma fra poco la tristezza passerà, sta per inziare la partita di cricket. Non lontano “sono parcheggiate in uno spazio vuoto” “Le roulotte di un gruppo nomade”, “Lungo il cordolo che delimita la parte sud, prima del canale fognario che corre verso il mare, scorgo una croce con in cima dei fiori variopinti”, “a tre quarti della croce scopro la targhetta col nome, Paul Caldares, nato nel novembre del ’93 e morto il 23 febbraio 1999”, “Già da sola, questa tomba povera in un posto così assurdo è qualcosa che fa accapponare la pelle”, ”E mentre vedo i giovani pakistani correre allegri lungo queste piste di asfalto, mi viene improvvisamente in mente una cosa: tornerò qui il prossimo 23 febbraio, devo tenere a mente questa data. Qualcuno dovrà pur raccontarmi la storia di Paul Caldares, vorrei proprio conoscerla.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le penultima storia del libro si chiama “Storie dell’altro mondo” e racconta della “scuola elementare di San Tommaso di Fermo, su due allievi che assistono alle lezioni uno è straniero. Fra i molti bambini tutti impeccabilmente <em>ripresi</em> nelle loro parole e nei loro gesti c’è anche Alex, “un moscovita vero”; andava a giocare fuori delle mura di Mosca, a fare il bagno nel Volga. ‘Ci stavano dei ponti, e dei campi dove potevamo giocare a pallone. Lì ho imparato a nuotare, da solo, insieme a un cane. I miei amici, siccome non sapevo nuotare, mi hanno buttato nell’acqua e mi hanno detto: adesso devi arrivare a riva. Allora siccome vicino a me ho visto un cane, ho guardato come nuotava, e ho provato a fare come faceva lui. È così che ho imparato. Era un pastore tedesco.’”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’ultimo reportage-racconto è sul ‘tempio dei Sik di Morrovalle’, ‘una casa colonica come tante spersa nella campagna, a pochi passi dalla strada’; ‘è il giorno della preghiera’; “C’è molto movimento perché dopo il rito si ritroveranno tutti insieme per mangiare, come una comunione, anche se non è una comunione, ma la condivisione dello stesso identico pasto.”; fra i ragazzi che accolgono Ferracuti e Maurizi c’è Harneck; “parla perfettamente italiano, anzi: dialetto marchigiano elpidiense”. Si chiama “Tu, prega” il racconto-reportage, e termina con &#8220;una frase bellissima&#8221; della Prima lettera ai Corinzi, la quale termina così: “L’amore non avrà mai fine”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo racconto ci è data anche notizia che a Morrovalle si svolge annualmente il <em>Campionato nazionale dei giochi indiani</em>. Fra i giochi di cui Maurizi con le sue foto dà conto è il tiro alla fune. A pag 138 c’è una foto di un giovane che tira la fune, la foto taglia a metà la fune, non si vede chi è dall’altra parte, però in quella foto è rimasta per intero impressa ‘la tensione’ con cui quella fune è tratta. A pagina 171, l’ultima pagina &#8211; e dispiace molto a chi legge che il libro non continui ancora &#8211; c’è la foto di una danza tradizionale, a Macerata, un 28 di luglio, quando la comunità peruviana si riunisce per festeggiare l’indipendenza del paese d’origine.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 350px;"><em>febbraio</em> 2010</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/23/metropoli-locali/">Metropoli locali</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_30590" class="footnote">&#8220;Ediesse è la Casa editrice della Cgil costituita nel dicembre del 1982 trasformando la denominazione sociale della Editrice sindacale italiana (Esi), nata nel 1952. Con più di 1000 volumi in catalogo e una media di 70 novità editoriali all’anno, Ediesse si caratterizza per una marcata attenzione rivolta ai cambiamenti economici e sociali in corso, di cui si analizzano le tendenze, i contenuti, i riflessi sulla società e, in particolare, sul mondo del lavoro.”[Dal sito Ediesse]</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>L&#8217;estate di Simone sbarca a Lecce con la CAROVANA ANTIMAFIA</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 13:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="null"></a> </p>
<p><strong>&#8220;L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO. Cioè?&#8221;<br />
Rappresentazione Teatrale operai cassintegrati Radicifil di Pistoia &#8220;L&#8217; ESTATE DI SIMONE&#8221; </strong></p>
<p><strong>venerdì 4 dicembre 2009<br />
ore 19.30<br />
</strong></p>
<p>sabato 5 dicembre 2009<br />
ore 09:30 riservato agli studenti</p>
<p>Lecce &#8211; Cineteatro Don Bosco, Via dei Salesiani, 4<br />
tel.+39 0832 390 557   <br />
</p>
<p align="justify"> &#8220;L&#8217;estate di Simone&#8221;, spettacolo teatrale scritto e diretto da <strong>Marta Quilici </strong>e <strong>Lorenzo Gori</strong> e interpretato dagli <strong>operai della Radicifil di Pistoia </strong>, sbarca a Lecce presso il Cineteatro Don Bosco all&#8217;interno della manifestazione <strong><a href="http://www.arci.it/news.php?id=11833">Carovana Antimafie</a></strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/lestate-di-simone-sbarca-a-lecce-con-la-carovana-antimafia/">L&#8217;estate di Simone sbarca a Lecce con la CAROVANA ANTIMAFIA</a></p>
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<p><strong>&#8220;L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO. Cioè?&#8221;<br />
Rappresentazione Teatrale operai cassintegrati Radicifil di Pistoia &#8220;L&#8217; ESTATE DI SIMONE&#8221; </strong></p>
<p><strong>venerdì 4 dicembre 2009<br />
ore 19.30<br />
</p>
<p>sabato 5 dicembre 2009<br />
ore 09:30 riservato agli studenti</p>
<p>Lecce &#8211; Cineteatro Don Bosco, Via dei Salesiani, 4<br />
tel.+39 0832 390 557   </strong><br />
<span id="more-26973"></span></p>
<p align="justify"> &#8220;L&#8217;estate di Simone&#8221;, spettacolo teatrale scritto e diretto da <strong>Marta Quilici </strong>e <strong>Lorenzo Gori</strong> e interpretato dagli <strong>operai della Radicifil di Pistoia </strong>, sbarca a Lecce presso il Cineteatro Don Bosco all&#8217;interno della manifestazione <strong><a href="http://www.arci.it/news.php?id=11833">Carovana Antimafie</a></strong>.<br />
<strong>Alfredo Bani </strong>filatore, <strong>Marco Begliuomini </strong>elettricista, <strong>Leonardo Mati </strong>informatico, <strong>Simone Zini</strong> cernitore, dipendenti Radicifil in cassa integrazione a zero ore dallo scorso primo maggio interpretano &#8220;L&#8217;estate di Simone&#8221;, che invita a riflettere su una situazione economica e finanziaria nazionale e globale i cui risvolti sono tuttora presenti nella vita quotidiana di chiunque. Il lavoro, la crisi, le lotte sindacali e anche i problemi locali del lavoro in nero e le angosce personali per la perdita dell&#8217;occupazione. <strong>Punto di forza dello spettacolo, il fatto che a rappresentare il problema della cassa integrazione siano gli stessi operai che la vivono in prima persona</strong>. Elaborati nello studio della Cucca e Racha, gli effetti sonori hanno la firma di <strong>Marco Fioretti</strong>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/lestate-di-simone-sbarca-a-lecce-con-la-carovana-antimafia/">L&#8217;estate di Simone sbarca a Lecce con la CAROVANA ANTIMAFIA</a></p>
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		<title>Shangai</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2009 06:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p><strong>1</strong><br />
Mio figlio ha detto: buona festa del papà. Il gioco che mi ha regalato si chiama Shangai. Un astuccio di legno con dentro tanti bastoncini colorati. Ci siamo messi seduti sul tappeto del salotto a giocare. Mio figlio mi ha spiegato le regole contento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/01/shangai/">Shangai</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/shanghai.jpg" alt="shanghai" title="shanghai" width="432" height="228" class="alignnone size-full wp-image-20998" /><br />
di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p><strong>1</strong><br />
Mio figlio ha detto: buona festa del papà. Il gioco che mi ha regalato si chiama Shangai. Un astuccio di legno con dentro tanti bastoncini colorati. Ci siamo messi seduti sul tappeto del salotto a giocare. Mio figlio mi ha spiegato le regole contento. Probabilmente mi ha regalato qualcosa che piacesse anche a lui. I bastoncini vanno fatti cadere tutti insieme e poi sfilati uno alla volta. Se nel groviglio si muove qualcosa oltre al bastoncino che stai sfilando devi passare la mano. Ogni colore rappresenta un punteggio diverso. Il bastoncino nero dà un sacco di punti. Una roba da chirurghi. Se perdi la concentrazione è quasi sicuro che passerai la mano. Alla tivù parlano di globalizzazione. Mio figlio dice: tocca a te. <span id="more-20997"></span>Ogni tanto mia moglie viene a dare un’occhiata e poi torna di là. Sento lo sciabordio dei piatti nell’acqua insaponata. Cerco di sfilare un bastoncino rosso. Mio figlio m’incalza: sei troppo lento. Io dico: mi trema la mano. Prendo la sigaretta dal posacenere e do una boccata. Il fumo mi va negli occhi. Fumare durante una partita di Shangai non è una buona idea. Poggio la sigaretta sul bordo del posacenere e torno a concentrarmi sul bastoncino rosso. Non è semplice prenderlo ma mi sembra di non avere alternative. Mia moglie torna in salotto. Dico: questo gioco mi snerva. Poco dopo lei dice: è l’ora. Io annuisco con la testa. Poi però dico: non è ancora presto? Mia moglie mi guarda come se lo facessi apposta. Mi dice: dai, sbrigati. A quel punto il mio bastoncino rosso tocca un altro bastoncino. Mio figlio esulta e io gli dico che dobbiamo interrompere la partita. Fa un po’ di storie e allora dico: lasciamo tutto com’è, adesso preparati per andare a letto. Fa ancora un po’ di storie. Sottolineo: è la festa del papà, stasera facciamo a modo mio. Mi accorgo che la sigaretta nel posacenere non è finita. Mia moglie mi accompagna alla porta. Mi dice: andrà tutto bene. Io annuisco con la testa. Anche se avrei preferito il lavoro sul mare. Tre mesi di manutenzione in uno stabilimento, fino all’apertura della stagione. Troppo poco, tre mesi. In strada butto il filtro della sigaretta in un tombino.         </p>
<p><strong>2</strong><br />
L’albergo l’avevo già visto durante il colloquio. Dietro la reception c’è una specie di back-office, e dentro a questa specie di back-office ci sono due bagni. Uno per le donne, uno per gli uomini. Entro in quello per gli uomini. Il collega dalla reception mi dice: l’hai trovata? Io rispondo di sì. Mi tolgo i vestiti e li appendo sulle grucce. Alzo la voce: non credevo che anche il portiere di notte avesse una divisa. Il collega ridacchia. Giacca e pantaloni sono neri, di vigogna (pura lana 100%). La camicia color crema, di popeline (puro cotone 100%). La cravatta è di seta scura. Leggo velocemente le etichette all’interno. In generale credo di stare bene. Mi rimetto le scarpe e raggiungo la reception. Io e il collega parliamo. Gli dico che la pelletteria dove lavoravo ha chiuso i battenti. Che ci hanno dato tre mesi di preavviso. Che adesso lavoro al nero. Che nessuno vuole più fare certi lavori. Viene fuori che la divisa che indosso la usava un tizio che adesso fa lo scrittore. Un tizio che ha vinto dei premi letterari importanti e che adesso è osannato dalla critica. Il collega alza le spalle: di colpo gli è girata bene. Io mi guardo la giacca. Noto alcuni dettagli. Ha tre bottoni, spacchi laterali, due tasche e un taschino. La taglia è perfetta, comunque. Il collega mi ripete cosa devo fare per forza e cosa posso tralasciare. Gli sembrano molto importanti le cose che posso tralasciare. Come se a me interessassero soltanto quelle. Forse è vero, però penso che abbia dei pregiudizi. Alla fine della tirata il collega fa ok con la mano e dice: ok? Io gli rispondo: ok. Rimango solo, finalmente. Mi sento emozionato. Fisso la macchinetta delle bibite proprio davanti a me. Sopra c’è l’immagine di una cascata che sgorga cristallina da una roccia. Ce l’hanno messa per far venire sete. Aspetto di essere battezzato dal mio primo cliente. Ma non arriva ancora nessuno. Il collega me l’ha detto che di solito rientrano più tardi. Fuori passa qualche macchina. Dentro c’è il ronzio dei monitor e dei neon. Noto che quando il tempo non passa mi concentro sui rumori. Torno nei bagni del back-office. Mi prende la curiosità di aprire quello delle donne. Sulle grucce ci sono le divise delle mie colleghe. Non ne conosco neanche una, però posso familiarizzare con le divise. Anche loro hanno giacche e gonne di vigogna (pura lana 100%). E camicette color crema di popeline (puro cotone 100%). Al posto della cravatta hanno dei foulard molto eleganti. Passo la mano sui tessuti. Esterno e interno. Quando passo la mano sotto le gonne ho un fremito di eccitazione. Poi sento squillare il telefono del centralino. Dico: buonasera. Una voce femminile chiede informazioni. Il prezzo di una camera matrimoniale, l’indirizzo dell’albergo. Concludo dicendo ancora: buonasera. Torno a fissare la cascata d’acqua bianca sopra la macchinetta delle bibite. Mi chiedo quante volte sarò costretto a guardarla. Mi viene in mente anche il lavoro allo stabilimento che non ho potuto accettare. Il mare a due passi. D’improvviso mi sento stanco, e non ho fatto ancora nulla. Ho caldo infagottato nella vigogna e nel popeline. L’emozione si trasforma in una leggera ansia. Anche il fatto che la mia divisa fosse di uno scrittore non mi mette a mio agio. Cerco di trovare spazio e aria, mi allento il nodo della cravatta.  </p>
<p><strong>3</strong><br />
Aspetto un’ora, forse di più, prima che arrivi un cliente. Chiedo il documento per la registrazione. Apro il programma sul computer. Forse sono un po’ impacciato, perché il cliente mi squadra dall’alto in basso. Come se non si fidasse, o non mi trovasse all’altezza. Decido di ammetterlo: mi scusi, è la prima notte. Il cliente dice: si figuri. Lo dice solo per educazione, è lampante. Ha un aspetto corpulento e un papillon al collo. Le guance rubizze. Ha l’aria di essere un tenore o qualcosa del genere. Il passaporto non si esprime al riguardo. Siamo quasi coetanei, di questo ho la certezza. Gli porgo la chiave con sussiego e indico la strada per la camera. Il tenore domanda: posso avere la sveglia? Fisso tutti i pulsanti del centralino. Mi è stato spiegato come fare. Devo farlo. Dico: certamente. Mi appunto l’orario su un post-it. Se non riuscirò a programmare la sveglia del centralino potrò sempre chiamare la camera all’ora indicata. Sono una maschera di sudore. Mi chiedo chi me lo faccia fare e penso a mia moglie e a mio figlio. Penso anche allo Shangai sul tappeto del salotto. Alla partita che dovrò riprendere e che probabilmente perderò. Mi tolgo la giacca, poi me la rimetto. Chissà com’è la vita di uno scrittore di successo. Uno scrittore che ha vinto premi importanti e che è osannato dalla critica. La scrittura dev’essere come lo Shangai. Un lavoro di pazienza per estrarre la frase giusta dal groviglio delle frasi possibili. Chi becca il bastoncino nero ce la fa. Rientrano parecchi clienti, uno dopo l’altro. Consegno le chiavi. A volte dico: buonanotte. Altre volte non dico niente. Sorrido e mi sforzo di essere gentile con tutti. Penso ancora allo scrittore che indossava la divisa prima di me. Ci penso costantemente. Quando metto la carta nella stampante o mi accorgo che un cliente mi guarda in maniera insistita. Penso che anche lo scrittore metteva la carta nella stampante o era guardato in maniera insistita da un cliente. Poco dopo il tenore torna alla reception. Si fruga in tasca e inserisce una moneta nella macchinetta per le bibite. Me l’hanno detto che non c’è il frigobar in camera. I clienti di un posto del genere non dovrebbero permettersi di guardare con sufficienza il portiere di notte. Il tenore sorseggia una Coca-Cola. Forse non riesce a prendere sonno. Dico: non riesce a prendere sonno? Il tenore è soddisfatto della domanda. Risponde: magari lei vorrebbe dormire e invece non può. Ci guardiamo. Alla fine del turno mancheranno quattro o cinque ore. Non sono neanche a metà dell’opera. Il tenore parla ancora: a parte questo, si occupa di qualcos’altro? Continuo a guardarlo. Neanch’io dovrei guardarlo così. Sistemandomi le maniche della giacca, come un artista che guarda un altro artista.           </p>
<p>[<em>Racconto incluso nell’antologia</em> Attenzione! Uscita Operai, <em>No Reply, 2007</em>]</p>
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		<title>Un mondo a parte</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 17:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati.jpg"><br />
</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/">Un mondo a parte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati-300x225.jpg" alt="" title="pomodori-ammassati" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-13239" /><br />
</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo. E’ morto, in qualche modo, perché ignorava il legame antico che unisce guerre e lavoro.<br />
Ne serba invece memoria una vedova che andando tutti i giorni al cimitero, una volta capita davanti a un rettangolo di terra segnato solo da una croce di ferro con scritto sopra SCONOSCIUTO.<span id="more-13237"></span> La donna ha fatto la bracciante per tutta la vita, i figli sono immigrati al nord, ma in quel momento deve essersi resa conto di essere privilegiata. Possiede un indirizzo che corrisponde a una casa del suo paese e un nome registrato all’anagrafe. Così Incoronata di Nunno va a scoprire quel che può su quel ragazzo venuto a faticare nei campi come faceva lei, trovato morto sul bordo di una strada, la testa – soltanto quella- cancellata dalle ruote di un camion passato sopra. Una fine sospetta, però in mesi nessuno si è presentato all’obitorio, per cui ogni possibile verità su quella morte va a finire sottoterra.<br />
Ma tanto basta a Incoronata per andare a trovare anche quel morto e poi decidere di commissionargli una tomba a proprie spese. Per l’iscrizione, la sua pietà le suggerisce il sinonimo che dà la giusta dimensione storica a quella fine: IGNOTO m 20-9-2006.<br />
Dopo circa un anno, alcuni connazionali fanno saltare fuori una foto e un nome. Il morto si chiamava Miroslaw, veniva da una cittadina vicino a Lodz, però non sanno più di questo neppure loro. Quindi il ragazzo polacco resta nel involontario monumento ai caduti nei campi di pomodoro offerto da una vecchia pugliese che lo ha adottato in morte .<br />
Si apre così <em>Uomini e Caporali</em> di Alessandro Leogrande (Strade Blu, Mondadori, p.253). Passato e presente, vicende globali e memorie locali si intrecciano come avviene in modo esemplare nell’incontro fra Incoronata e il ragazzo morto. Il libro è qualcosa in più di una semplice indagine su una realtà economica e sociale di vergognosa attualità come la nuova schiavitù globalizzata che prolifera nelle campagne meridionali. Si situa quasi all’estremo opposto dei reportage di Fabrizio Gatti,  camuffato da “negro bianco” per poter raccontare dall’interno l’esperienza dei braccianti africani nelle stesse terre. Leogrande invece visita cimiteri e casolari sequestrati dove ormai non si accampa più nessuno, calca le orme sicure di inchieste sfociate in processi e sentenze, parla con familiari di persone morte, con testimoni che viene spontaneo definire superstiti. Anche la parte più di inchiesta (come la vicenda dei braccianti polacchi nel Tavoliere fra il 2000 e il 2006 e il centinaio di <em>desaparecidos</em> cui la polizia polacca ha dedicato un<a href="http://www.policja.pl/portal/pol/221/Zaginieni_we_Wloszech.html"> sito</a>), si declina al passato.<br />
Ma proprio questa riduzione del campo di indagine, con il suo distacco dai fatti ricostruiti, consentono uno sguardo che raggiunge una profondità diversa. E questo per Alessandro Leogrande sembra più facile perché a quelle terre e alle sue memorie lui stesso appartiene. Reduce dalla Grande Guerra, il suo bisnonno, diventato da poco proprietario di una masseria, era stato implicato in modo oscuro in una ritorsione violenta contro i braccianti di allora. A Massafraglia, gli stessi proprietari terrieri avevano aperto il fuoco contro i cafoni raccolti nell’aia con la promessa della paga, dato la caccia ai fuggitivi, infierito sui cadaveri dei sei uomini che avevano ucciso. La ricostruzione di quell’episodio corre come un contrappunto alla vicende delle odierne “vite di scarto” imprigionate in mezzo alle distese di campi in cui non sanno orientarsi.<br />
Perché quei polacchi, sottolinea Leogrande, – oggi i romeni- non sono gli ultimi della terra, i più miseri, i più disperati. La loro povertà è di altra natura. Sono reclutati in ogni angolo del loro paese grazie ad annunci in rete o sui giornali, partono spesso da soli. Non hanno legami fra di loro, non vogliono nemmeno mettere radici nella terra dove si trovano, ma solo svolgere un lavoro temporale, concedere uno scarto di tempo e spazio per racimolare un po’ di soldi e ritornare. Tutto questo li rende più vulnerabili e spiega come mai al livello più basso dello sfruttamento si trovino oggi non i clandestini africani, ma i braccianti bianchi, europei, perfino comunitari. Loro prendono – se li prendono, visto che spesso non vedono un centesimo di paga- 3.50 all’ora o anzi più spesso a cassone che prevedono una sottrazione dai cinquanta agli ottanta centesimi per i loro caporali; gli africani un euro in più. Loro finiscono per essere consegnati direttamente dai pullman nei casolari mefitici dove si trovano sotto il controllo costante dei loro caporali connazionali che li sorvegliano persino quando vanno a fare la spesa. Gli africani spesso riescono ad offrire giorno per giorno le loro braccia agli angoli delle strade, come prevede il caporalato classico, e a trovare alloggi miseri, però non vigilati.<br />
Nelle intercettazioni seguite alle denunce dopo un blitz dei carabinieri in un maxi accampamento allestito in un ex ristorante-discoteca dal nome sinistro “Paradise”, i caporali polacchi si riferiscono a se stessi col termine “kapò”.<br />
“Ci sono stati dei controlli a San Severo. Nei confronti dei kapò, di quelli che…li chiamavano così ad Auschwitz, no?”<br />
I caporali incontrati in questo libro sono un’accozzaglia di gente strana. Alcuni corrispondono perfettamente al tipo dell’avanzo di galera, al criminale comune che rivestiva un rango di preminenza nelle gerarchie capovolte dei lager sia nazisti che staliniani. Altri, specie i veri capi, presentano l’aspetto algido, curato e ben vestito di è diventato imprenditore di vite umane. Altri ancora sembrano sdoppiati, come Jacek che sta a un grado intermedio fra il bracciante e il caporale e in preda a una crisi di coscienza telefona disperato alla madre.<br />
“Mamma, io voglio scappare di qua, perché qui sono come i maiali…”<br />
[…]<br />
“Torna, Jacek”.<br />
“Mamma qui hanno picchiato così tanto un ragazzo che stava qui con me che l’ambulanza ha dovuto portarlo via. Prima gli hanno detto che non l’avrebbero pagato per il lavoro fatto[…] Alla fine ha guadagnato solo 300 euro, ma dopo aver sottratto tutte le spese volevano dargli soltanto 50 euro. Lui si è arrabbiato e ha dato una spinta a quell’ucraino, quello di cui ti ho parlato, presso il quale lavoriamo. Siccome il ragazzo è alto e grosso, l’ucraino non ha potuto fare niente, così ha chiamato degli altri, Erano bulgari o albanesi…Sono venuti qui in quattro con i bastoni e l’hanno picchiato di brutto.”<br />
Ma Jacek non scappa, non torna, continua a svolgere il suo ruolo. Così come pure Andrzej Wnuk, il primo pentito del moderno caporalato, decide di collaborare con la giustizia solo dopo essere stato arrestato.<br />
Le vicende dei polacchi in Puglia così come sono ricostruite in questo libro, evocano l’ombra dell’universo concentrazionario facendo balenare l’ipotesi di un qualche nesso privilegiato fra la modernità “solida” totalitaria e quella “liquida” descritta dal loro connazionale Zygmunt Bauman. L’autore ne è consapevole e, a differenza di qualche giornalista locale che, toccando il nervo scoperto dell’opinione pubblica polacca, in un articolo aveva usato la parola “lager”, si limita a un più cauto e incontestabile “campi di lavoro”. Ma ritradotto in gergo nazista pure quel termine diventerebbe Arbeitslager, ovvero la forma di schiavismo cui milioni di polacchi erano stati assoggettati durante l’occupazione.<br />
Tra le rovine benjaminiane che Leogrande scruta nella postmodernità globalizzata approdata alla propria terra d’origine, sembrano compresenti alla rinfusa, ripetuti come le canzoni di epoche diverse presenti nel medesimo jukebox, diverse forme storiche di schiavitù. La tradizione autoctona che ratifica l’esistenza di “sovrastanti” e di cafoni, lo schiavismo colonialista dove sorveglianti “arabi” controllano la forza lavoro di braccianti neri e soprattutto quello totalitario con la sua disumanizzazione che passa non solo attraverso la violenza arbitraria, ma anche la dissoluzione di ogni legame fra uomo e uomo.<br />
Eppure quell’ordine carcerario è più fragile di quanto appare. Per romperlo, per trarre addirittura in giudizio gli aguzzini, ci è voluto relativamente poco. Qualche ragazzo col coraggio di scappare nella terra incognita che è per lui la Puglia e soprattutto la presenza di una figura capace di intermediare fra le autorità italiane e i braccianti schiavizzati. Colui che nel libro viene ricordato come una sorta di Schindler dei polacchi sfruttati nel Tavoliere, si chiama Domenico Centrone, è titolare di un’azienda che produce sottolii e sottaceti e riveste la carica di console onorario di Polonia a Bari. Ma se è vero che &#8211; insieme alla grande attenzione mediatica suscitata in Polonia- questo è stato sufficiente per ridurre la presenza dei polacchi oggi sfruttati in Puglia a poche centinaia, non basta certo a sconfiggere il modello economico che funziona su uomini e caporali.<br />
Per questo ci vuole una cosa sola: che l’applicazione delle norme si ripercuota sulla legge dell’economia. Che, in pratica, non convenga più far raccogliere i pomodori dagli schiavi, ma dalle macchine, come in questi ultimi anni sta cominciando ad avvenire grazie a maggiori controlli e sanzioni.<br />
Una sessantina di anni prima di quando l’IGNOTO sepolto ad Orta Nova veniva scempiato dalle ruote di un camion, 50.000 soldati polacchi sbarcarono a Taranto per dare il loro contributo alla liberazione dell’Italia. Anche quegli uomini erano stati schiavi, anche loro venivano da <em>Un mondo a parte </em>come si intitola il libro sulla prigionia nei gulag di Gustaw Herling che era uno di quei soldati. Avere memoria e coscienza di ciò che è stato non basta a evitare che la sopraffazione si rigeneri in sempre nuove forme. Ma senza averne più, si rischia di vedere solo la parte emersa di quel che il fiume lavico della storia vomita fuori a intermittenza e a frantumi. Mentre sotto, innaffiate dalla logica del profitto, alimentate dalla matrice eterna che, come giustamente osserva Leogrande, è la violenza e non la povertà, restano intatte le radici. Seguendo le tracce di chi è finito sottoterra o di chi è sparito senza nemmeno approdarvi, Alessandro Leogrande cerca di afferrarle, compiendo con questo libro un gesto analogo a quello della sua anziana conterranea che ha offerto un piccolo mausoleo a un morto senza nome e senza volto.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 11.1.2009.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/">Un mondo a parte</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Morti da lavoro: crimini e porcate</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2009 05:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_11/taranto_operaio_morto_ilva_cf38b65e-c75a-11dd-a4b9-00144f02aabc.shtml">La notte scorsa</a> il rosario di morte dei cosiddetti “infortuni” sul lavoro ha visto sgranare una nuova vittima sacrificale, Jan Zygmunt Paurowicz, 54 anni, polacco; stavolta, ancora, in quella specie di tempio satanico per gli esseri umani e per l’ambiente circostante che risponde al nome di stabilimento siderurgico Ilva di Taranto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/01/palmisano/">Morti da lavoro: crimini e porcate</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_11/taranto_operaio_morto_ilva_cf38b65e-c75a-11dd-a4b9-00144f02aabc.shtml">La notte scorsa</a> il rosario di morte dei cosiddetti “infortuni” sul lavoro ha visto sgranare una nuova vittima sacrificale, Jan Zygmunt Paurowicz, 54 anni, polacco; stavolta, ancora, in quella specie di tempio satanico per gli esseri umani e per l’ambiente circostante che risponde al nome di stabilimento siderurgico Ilva di Taranto.</p>
<p>Ancora un dipendente dell’appalto, come gli ultimi due poveri sventurati che lo hanno preceduto quest’anno, vera e propria carne da macello immolata sull’altare di un’inarrestabile catena di montaggio a due linee parallele: profitti esorbitanti per l’azienda da una parte (878 milioni di utili nel solo 2007), morti e feriti per i lavoratori dall’altra (tre morti nel solo 2008, per l’appunto).<br />
<span id="more-12934"></span><br />
Ovviamente, anche tenendo conto della mattanza dei giorni scorsi su tutto il territorio nazionale, oggi la locuzione più ricorrente in chiave bipartisan è la solita: “basta, mai più” ecc… Durerà poco; solo per i canonici due – tre giorni di raglio.</p>
<p>Se mai, infatti, in capo a qualche anima bella, per quanto non estremamente perspicua, fossero residuati dubbi sulla reale volontà delle parti padronali, o quantomeno delle loro più alte rappresentanze di categoria, di rimuovere o almeno di provare a contrastare seriamente le cause più profonde del massacro quotidiano di loro dipendenti, l’articolo pubblicato sul Manifesto di venerdì 5 u.s., a firma di Sara Farolfi, spazza il terreno da ogni equivoco.</p>
<p>Vi si legge, infatti, di una “ipotesi di avviso comune sulla sicurezza” a firma di tutte, diconsi tutte, le sigle dei “sindacati dei padroni” (loro per definizione bipartisan), da Confindustria alla Lega delle cooperative, per sabotare, letteralmente, le parti più innovative ed incisive del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro.</p>
<p>Non tanto quella sulle sanzioni detentive, già per loro conto votate ad un sistematico autosabotaggio di fatto, stante la natura meramente contravvenzionale delle stesse che le rende, per l’appunto, quasi fatalmente destinate ad estinguersi per prescrizione, prim’ancora che desolantemente inadeguate nel merito rispetto all’entità dei valori in campo, ossia la vita e l’incolumità dei lavoratori e delle lavoratrici; ma alcune fondamentali previsioni precettive.</p>
<p>Tra queste c’è proprio la norma dell’art. 26 del Testo Unico che stabiliva (a questo punto l’imperfetto è quasi d’obbligo) l’obbligo per il datore di lavoro committente, nel caso di lavori affidati in appalto all’interno della propria azienda, di redigere il cosiddetto “documento di valutazione dei rischi da interferenza esterna”, i rischi, cioè, che derivano dalla presenza di imprese e di lavoratori diversi, anche molto diversi tra loro, nello stesso sito produttivo, con conseguente attribuzione di responsabilità allo stesso datore committente nel caso in cui quella valutazione dei rischi non fosse stata fatta sul serio, o non fosse stata fatta per niente.</p>
<p>E c’è (c’era?) un’altra importantissima previsione legale, sempre disposta all’art. 26 del T.U., ossia quella per cui “<em>nei contratti di appalto o di subappalto e di somministrazione [….] devono essere specificamente indicati a pena di nullità ai sensi dell&#8217;articolo 1418 del codice civile i costi relativi alla sicurezza del lavoro con particolare riferimento a quelli propri connessi allo specifico appalto</em>”.</p>
<p>Ebbene, gli estensori dell’“avviso comune” pare non gradiscano particolarmente queste disposizioni; più precisamente, vogliono sbarazzarsene, liberarsi da questi ennesimi lacci e laccioli nei quali s’impigliano le ali benemerite dell’italica libera iniziativa economica individuale; quella mirabilmente rappresentata dalla presidente di Confidustria, Emma Marcegaglia, già capitana coraggiosa Cai, il cui gruppo industriale, pochi mesi fa, ha patteggiato una condanna per corruzione al Tribunale di Milano a proposito di una tangente pagata nel 2003 a un manager dell’Enipower in cambio di un appalto: pena pecuniaria 500 mila euro e 250 mila di confisca alla Marcegaglia Spa, pena pecuniaria di 500 mila euro e 5 milioni di confisca alla controllata NE Cct Spa, 11 mesi di reclusione patteggiati dal vicepresidente Antonio Marcegaglia (fratello di Emma). Il padre della presidente, invece, Steno, è stato condannato dal Tribunale di Brescia a 4 anni per la bancarotta Italcase-Bagaglino.</p>
<p>È questa quintessenza di imprenditori schumpeteriani che oggi pretende che quelle previsioni presunte giugulatorie per le imprese, per definizione libere e belle (le imprese, naturalmente), si applichino solo negli “<em>appalti di una certa</em> (sic!) <em>consistenza, economica e temporale.</em>”</p>
<p>Così, secondo lorsignori e signorotti, si combattono le morti da lavoro: abbattendo, anzitutto, quelle norme che realmente sarebbero in grado di porre un argine alla strage quotidiana.</p>
<p>Magari credono che queste siano pessimistiche, ed oggi, com’è noto, il pessimismo è uno dei reati che genera maggiore allarme sociale. O, addirittura, che portino male, quasi una sorta di profezia che, alla fine, si autoavvera; dunque, esorcizzando le norme, essi credono, o vogliono far credere, che così si scongiurino anche le morti.</p>
<p>A volte, in presenza di una porcata, si dice, quasi per consolarsi: “è un elemento di chiarezza”.<br />
L’“ipotesi di avviso comune” è indubbiamente un elemento di chiarezza; cionondimeno, o forse proprio per questo, resta un’indubitabile porcata.</p>
<p>Sarebbe bello, ma prim’ancora minimamente dignitoso, se qualcuno tra i partiti e i movimenti che una volta, in qualche modo, recavano nel loro statuto più volte le parole “lavoro” e “lavoratori”; tra gli intellettuali che una volta quelle parole le ripetevano come intercalare; oltreché, soprattutto, tra i sindacati i cui vertici non si intrattengono in incontri clandestini con il presidente del consiglio – operaio, cercasse un modo, uno solo, purché serio, per far sapere che non è dello stesso avviso.</p>
<p>Ma, soprattutto, sarebbe doveroso che lo facesse sapere chiunque ancora si riconosce in quella Carta, tanto nobile quanto svillaneggiata, il cui principio fondativo è quello che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Fasano, 12.xii.2008</em></p>
<p>“La tragicommedia della storia umana fa sì che si erigano monumenti celebrativi ai morti in guerra con i quali il potere che ha pianificato le guerre costruisce e alimenta un patriottismo che gli fa comodo, ma i detentori del potere non hanno mai fatto erigere monumenti a coloro che sono stati sacrificati sul lavoro per garantire e aumentare i loro profitti.” (R. Tomatis)</p>
<p> </p>
<p><small><em>[Pubblico con ritardo questo pezzo (già apparso in forma ridotta su <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/13/le-tragedie-sul-lavoro-quelle-norme-aggirate.html">"La Repubblica"</a> del 13 dicembre 2008, edizione di Bari) e me ne scuso con l'Autore. Tuttavia, non credo che ciò ne diminuisca l'attualità e la pertinenza. a. r.]</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/01/palmisano/">Morti da lavoro: crimini e porcate</a></p>
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		<title>Banco di gratuito credito</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[banca]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[indebitamento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Questo articolo si pone come il proseguimento di</em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l’interesse-e-usura/ ">L'interesse è usura</a>]</p>
<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Da tempo vado studiando la possibilità di fondare una Banca di gratuito credito. Con questo scritto avanzo (depurata dalla gran parte dei retropensieri teorici) l’idea e spero di raccogliere, oltre alle critiche e ai suggerimenti, le prime adesioni in modo da definire lo studio di fattibilità e procedere alla costruzione pratica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/04/banco-di-gratuito-credito/">Banco di gratuito credito</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo si pone come il proseguimento di</em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l’interesse-e-usura/ ">L'interesse è usura</a>]</p>
<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Da tempo vado studiando la possibilità di fondare una Banca di gratuito credito. Con questo scritto avanzo (depurata dalla gran parte dei retropensieri teorici) l’idea e spero di raccogliere, oltre alle critiche e ai suggerimenti, le prime adesioni in modo da definire lo studio di fattibilità e procedere alla costruzione pratica.<br />
1) Eravamo abituati all’idea che i poveri fossero i disoccupati, ma nella contemporaneità è il lavoro vivo che sopporta le condizioni di impoverimento. Tale impoverimento deriva in misura cospicua dall’indebitamento al quale ogni lavoratore è costretto per avere una casa e quant’altro è indispensabile o è ritenuto tale nella società contemporanea. Il debito non è cosa mala in assoluto. Nel debito c’è una grande attesa di futuro, un segno di speranza e di vitalità, la decisione di godere di beni che la propria ricchezza al momento non garantirebbe. Il debito in una certa misura è proporzionale alla ricchezza attesa. Chi contrae un debito si impegna fattivamente a diventare più ricco, a migliorare la propria condizione.<br />
<span id="more-11752"></span><br />
2) Ma anche quest’altro luogo comune dell’economia sta diventando desueto. La distruzione del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi ha fatto sì che il debito, gravato dagli interessi, sia diventato in misura cospicua espressione della miseria. Gli interessi che gravano sul debito sono una specie d’ergastolo a cui sono sottoposti centinaia di milioni di persone nel mondo. Non solo, ma la schiavitù del debito usurato diventa una condizione fondamentale della caduta dei salari e del peggioramento delle condizioni di lavoro. Infatti, più alta è la funzione del debito, minore è la disponibilità al conflitto.<br />
Il caso dei mutui <em>subprime</em> ha scosso il pianeta, ma in ciascun paese fuori dall’America si è tentato di dimostrare che gli Usa sono un caso a sé. Ciò è falso, l’Italia procede come il resto del mondo a ritmo serrato a produrre fenomeni assimilabili.  </p>
<p>Una quota rilevante dei redditi da lavoro viene impegnata nel debito. Al debito classico del mutuo-casa si sono affiancati i debiti da consumo. Tra i vari debiti, la quota degli interessi passivi che i redditi da lavoro devono sopportare è micidiale. </p>
<p>Vi sono migliaia di singoli o di famiglie che sopportano debiti pari o superiori alla metà del loro reddito e una quota di questo debito, a volte superiore al 50%, è impegnata nel pagamento degli interessi passivi. </p>
<p>I redditi da lavoro sono usurati dal debito. Sembra una condanna senza riparo; appartiene alla storia dell’umanità. Nonostante il severo divieto d’usura sia stato pronunciato anche dalle religioni il pagamento degli interessi non è stato mai eliminato. Con gli interessi del debito si conduce la guerra infinita tra capitale lavoro, tra rendite e salari. In questa guerra infinita c’è sempre il solito vincitore al quale tutte le nobili lotte del movimento operaio hanno solo fatto il solletico. </p>
<p>Non c’è proprio nulla da fare?</p>
<p>Contro tutte le prove della storia, cocciutamente, continuo a pensare che c’è sempre qualcosa da fare. Il qualcosa da fare in questo caso è semplice e immediato: creare una <strong>Banca di gratuito credito</strong>. In molti penseranno che è una follia e in un certo senso avranno pienamente ragione. L’idea è certamente folle o comunque così apparirebbe a ogni calcolo del raziocinio economico imperante. </p>
<p>Il proposito è creare un mezzo che possa concorrere a risolvere uno dei  problemi economici principale di tutti i diseredati: poter essere indebitati senza essere usurati. Pagare la ricchezza fruita anticipatamente senza contribuire con il pagamento degli interessi sul debito ad arricchire chi è già ricco di suo. Gli interessi sul debito trasferiscono i redditi da lavoro alle rendite e concorrono in maniera determinante a creare una schiavitù che rende più docili e più ricattabili.</p>
<p>L’impresa che qui si propone di fondare dovrebbe funzionare come segue (ma ogni miglioria nel solco dell’idea madre è benvenuta):<br />
La Banca di gratuito credito funziona avendo a modello le banche di mutuo soccorso. </p>
<p>Ogni socio della Banca versa una quota di sottoscrizione minima mensile di 15 euro.</p>
<p>La Banca raccoglie i risparmi dei soci. </p>
<p>Per ottenere crediti dalla Banca occorre essere iscritti e versare la quota minima di sottoscrizione da almeno due anni.</p>
<p>La Banca si finanzierà con le quote d’iscrizione dei soci, con eventuali donazioni e con prestiti infruttiferi e utilizzerà i depositi di risparmio dei soci per concedere prestiti gratuiti ad altri soci.<br />
Soci della Banca possono essere singoli, famiglie, associazioni, cooperative, società.</p>
<p>I prestiti verranno attribuiti, in casi di indisponibilità per tutti i richiedenti, in ragione delle disponibilità della Banca, del tempo in cui si è soci e dell’ammontare del prestito richiesto con priorità per le somme minori. I primi sottoscrittori della Banca potranno ottenere per primi i prestiti. Le somme richieste possono essere pari al massimo del 30% del reddito disponibile e per una durata massima di dieci anni. Quote superiori di debiti e per un tempo superiore sono da osteggiare: bisogna abolire la condanna all’ergastolo dei debiti. </p>
<p>Le spese organizzative della Banca di gratuito credito possono essere pari al massimo alle quote di iscrizione versate dai soci. Per ridurre (con tendenza all’azzeramento) i costi dell’organizzazione della Banca saranno utilizzate quote di gratuita attività fornite dai soci della Banca.  </p>
<p>I prestatori di gratuità attività saranno di diritto soci della Banca anche qualora non potessero versare le quote d’iscrizione a condizione che abbiano versato già due anni di sottoscrizione o di aver prestato sempre per almeno due anni quote di gratuita attività. </p>
<p>La Banca di gratuito credito, in funzione del capitale di cui disporrà, potrà avere anche la funzione di 1) Banca dei beni comuni. Con questo ramo d’attività, la Banca potrà acquisire i beni donati ad essa o da essa comprati e disporli in usufrutto ai soci i quali potranno godere dei beni comuni in cambio di un affitto pari al 10% del proprio reddito;</p>
<p>2) Banca della proprietà comune; con i soci che intendano ottenere prestiti per investimenti di carattere imprenditoriale la Banca potrà condividere quote proprietarie. </p>
<p>Per finire, rispondo, come usa fare in questi casi, alla domanda più comune riservandomi di rispondere ad altre che eventualmente mi saranno rivolte.<br />
D. Perché qualcuno dovrebbe depositare risparmi che non fruttano nulla? R. Perché i risparmi versati nelle banche già non fruttano nulla. Gli interessi attivi pagati dalle banche sono di media dello 0,1%, da cui occorre sottrarre il 27% delle ritenute fiscali mentre gli interessi passivi che i correntisti pagano per fido di cassa sono mediamente del 9.50%, ma raggiungono il tasso effettivo annuo del 12,551%. Continuando a depositare i propri risparmi in una banca si perpetua un meccanismo a proprio sfavore che esprime chiaramente la sproporzione presente tra chi offre denaro e chi lo chiede; depositando i risparmi nella Banca di gratuito credito il denaro non genera profitto certo, ma nel caso si richiedesse un prestito alla Banca di credito gratuito vigerebbe la perfetta uguaglianza tra chi presta e chi richiede denaro. La mancanza di profitto si rivela un enorme guadagno al momento in cui il depositante richiede un prestito ed è un atto a costo zero virgola uno depurato dalle ritenute fiscali di sottrazione alla sfera degli interessi costituiti.  </p>
<p>Commenti, suggerimenti e critiche possono essere inviate anche a <strong>tripodix@tiscali.it</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/04/banco-di-gratuito-credito/">Banco di gratuito credito</a></p>
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		<title>Avviso agli studenti / 3</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/</link>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO

<p></p>
<p align="justify">Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/">Avviso agli studenti / 3</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<h2>SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO</h2>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea. Così l&#8217;architettura si impegnava a sorvegliare le trasgressioni con la rettitudine di un&#8217;austerità spartana.</p>
<p></span></p>
<p>Fin negli anni sessanta, l&#8217;istituzione educativa rimase impastata delle virtù guerriere che prescrivevano di andare a morire alle frontiere piuttosto che dedicarsi ai piaceri dell&#8217;amore e della felicità.<span id="more-10256"></span></p>
<p> </p>
<p>Una tale ingiunzione cadrebbe oggi nel ridicolo ma, a dispetto della mutazione cominciata nel maggio &#8217;68 e del discredito nel quale è caduto l&#8217;esercito di un&#8217;Europa senza conflitti (ad eccezione di qualche guerra locale in cui disdegna di intervenire), sarebbe eccessivo pretendere che sia caduta in desuetudine la tradizione dell&#8217;ingiunzione vociferata, dell&#8217;insulto abbaiato, dell&#8217;ordine senza replica e dell&#8217;insubordinazione che ne è la risposta appropriata. <!--more--></p>
<p>L&#8217;autorità quasi assoluta di cui è investito il maestro serve piuttosto all&#8217;espressione di comportamenti nevrotici che alla diffusione di un sapere. La legge del più forte non ha mai fatto dell&#8217;intelligenza altro che una delle armi della stupidità. Molti arricciano il naso, sicuramente, per il fatto di non avere che il diritto di tacere. Ma finchè una comunità di interessi non situerà al centro del sapere le inclinazioni, i dubbi, i tormenti, i problemi che ciascuno risente giorno dopo giorno &#8211; cioè quel che forma la parte più importante della sua vita -, non vi sarà che l&#8217;obitorio e il disprezzo per trasmettere dei messaggi il cui senso non ci riguarda veramente in quanto esseri di desiderio.</p>
<p>&#8220;Prima lavora, ti divertirai in seguito&#8221; ha sempre espresso l&#8217;assurdità di una società che ingiungeva di rinunciare a vivere per meglio consacrarsi a una fatica che distruggeva la vita e non lasciava ai piaceri che i colori della morte.</p>
<p>Ci vuole tutta la stupidità dei pedagoghi specializzati per stupirsi che tanti sforzi e fatiche inflitti agli scolari portino a risultati così mediocri. Che cosa aspettarsi quando il cuore è assente? Charles Fourier, nel corso di un&#8217;insurrezione, osservando con quale cura e quale ardore gli agitatori disselciavano i sanpietrini di una strada e alzavano una barricata in qualche ora, notava che per la stessa opera ci sarebbero voluti tre giorni di lavoro ad una squadra di sterratori agli ordini di un padrone. I salariati non avrebbero trovato altro interesse nella faccenda che la paga, mentre la passione della libertà animava gli insorti. Solo il piacere di essere sé e di appartenersi darebbe al sapere quell&#8217;attrazione passionale che giustifica lo sforzo senza ricorrere alla costrizione.</p>
<p>Perché diventare ciò che si è esige la più intransigente delle risoluzioni. Ci vuole costanza e ostinazione. Se non vogliamo rassegnarci a consumare delle conoscenze che ci ridurranno al miserabile stato di consumatori, non possiamo ignorare che, per uscire dall&#8217;imbroglio in cui si è impantanata la società del passato, dovremo prendere l&#8217;iniziativa di una spinta nel senso opposto. Ma come? Vi si vede pronti a battervi e a schiacciare gli altri per ottenere un impiego ed esitereste ad investire le vostre energie in una vita che sarà tutto l&#8217;impiego che farete di voi stessi?</p>
<p>Noi non vogliamo essere i migliori, noi vogliamo che il meglio della vita ci appartenga, secondo quel principio di inaccessibile perfezione che abolisce l&#8217;insoddisfazione in nome dell&#8217;insaziabilità.</p>
<h2><strong>FARE DELLA SCUOLA UN CENTRO DI CREAZIONE DI VITA, NON L&#8217;ANTICAMERA DI UNA SOCIETA&#8217; PARASSITARIA E MERCANTILE</strong></h2>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Nel dicembre 1991 la Commissione europea ha pubblicato un memorandum sull&#8217;insegnamento superiore. Vi si raccomandava alle università di comportarsi come imprese sottoposte alle regole concorrenziali del mercato. Lo stesso documento auspicava che gli studenti fossero trattati come dei clienti, incitati non ad apprendere ma a consumare.</p>
<p>I corsi diventavano così dei prodotti, i termini &#8220;studenti&#8221;, &#8220;studi&#8221;, lasciavano il posto ad espressioni più appropriate al nuovo orientamento: &#8220;capitale umano&#8221;, &#8220;mercato del lavoro&#8221;.</p>
<p>Nel settembre 1993 la stessa Commissione recidiva con un <em>Libro verde sulla dimensione europea dell&#8217;educazione</em>. Vi si precisa che, sin dalla scuola materna, bisogna formare delle &#8220;risorse umane per i bisogni esclusivi dell&#8217;industria&#8221; e favorire &#8220;una maggiore adattabilità di comportamento in maniera da rispondere alla domanda del mercato della manodopera&#8221;.</p>
<p>Ecco come lo zoom insudiciato del presente proietta come futuro radioso la forza esaurita del passato!</p>
<p>Una volta eliminato quel che sussisteva di mediocremente redditizio nella scuola di ieri &#8211; il latino, il greco, Shakespeare e compagnia -, gli studenti avranno finalmente il privilegio di accedere ai gesti che salvano: equilibrare la bilancia dei mercati producendo dell&#8217;inutile e consumando della merda.</p>
<p>L&#8217;operazione è sulla buona strada perché per quanto si dicano diversi, i governi aderiscono all&#8217;unaminità al principio: &#8220;L&#8217;impresa deve essere impostata sulla formazione e la formazione sui bisogni dell&#8217;impresa.&#8221;</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Delle nuove leve per gestire il fallimento</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Non è inutile precisare, per aiutare alla comprensione della nostra epoca, attraverso quale processo lo sviluppo del capitalismo sia sfociato in una crisi planetaria che è la crisi dell&#8217;economia nel suo funzionamento totalitario.</p>
<p>Ciò che ha dominato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, l&#8217;insieme dei comportamenti individuali e collettivi, è stata la necessità di produrre. Organizzare la produzione tramite il lavoro intellettuale e il lavoro manuale esigeva un metodo direttivo, una mentalità autoritaria, se non dispotica. Erano i tempi della conquista militare dei mercati. I paesi industrializzati depredavano senza scrupoli le risorse delle nuove colonie.</p>
<p>Quando il proletariato iniziò a coordinare le sue rivendicazioni, subì, a dispetto della sua spontaneità libertaria, l&#8217;influenza autocratica che la preminenza del settore produttivo esercitava sui costumi. Sindacati e partiti operai si danno una struttura burocratica che avrebbe finito per ostacolare le masse laboriose con il pretesto di emanciparle.</p>
<p>Il potere rosso si stabilisce tanto più facilmente perché riesce a strappare alla classe sfruttatrice porzioni dei benifici, tradotte in aumenti salariali, miglioramenti del tempo lavorativo (la giornata di otto ore, le ferie pagate), vantaggi sociali, (sussidio di disoccupazione, mutua).</p>
<p>Gli anni &#8217;20 e &#8217;30 spingono al suo stadio supremo la centralizzazione della produzione. Il passaggio del capitalismo privato al capitalismo di Stato avviene brutalmente in Italia, in Germania, in Russia, dove la dittatura di un partito unico &#8211; fascista, nazista, stalinista &#8211; impone la statalizzazione dei mezzi di produzione.</p>
<p>Nei paesi in cui la tradizione liberale ha salvaguardato una democrazia formale, la concenrazione monopolistica che attribuisce allo Stato una vocazione padronale si compie in modo più lento, sornione, meno violento.</p>
<p>E&#8217; negli Stati Uniti che si manifesta per la prima volta un nuovo orientamento economico, votato ad uno sviluppo che trasformerà sensibilmente le mentalità e i costumi: l&#8217;incitamento al consumo infatti diventa più forte della necessità di produrre.</p>
<p>A partire dal 1945 il piano Marshall, destinato ufficialmente ad aiutare l&#8217;Europa devastata dalla guerra, apre la via alla società dei consumi, identificata ad una società del benessere.</p>
<p>L&#8217;obbligo di produrre a qualunque prezzo cede il posto ad un&#8217;impresa addobbata con gli ornamenti della seduzione, sotto la quale si nasconde nei fatti un nuovo imperativo prioritario: consumare. Consumare qualunque cosa, ma consumare.</p>
<p>Si assiste allora ad un&#8217;evoluzione sorprendente: un edonismo da supermercato e una democrazia da self-service, propagando l&#8217;illuzione dei piaceri e della libera scelta riescono a minare &#8211; in modo più sicuro di quanto lo avrebbero sperato gli anarchici del passato &#8211; i sacrosanti valori patriarcali, autoritari, militari e religiosi che un&#8217;economia dominata dagli imperativi della produzione aveva privilegiato.</p>
<p>Si misura meglio oggi quanto la colonizzazione delle masse lavoratrici, attraverso l&#8217;incitamento pressante a consumare una felicità secondo i propri gusti, abbia rallentato la stretta dell&#8217;economia sulle colonie d&#8217;oltremare e abbia favorito il successo delle lotte di decolonizzazione.</p>
<p>Se la libertà degli scambi e la loro indispensabile espansione hanno contribuito alla fine della maggior parte dei regimi dittatoriali e al crollo della cittadella comunista, hanno svelato assai rapidamente i limiti del benessere consumabile.</p>
<p>Frustrati da una felicità che non coincideva propriamente con l&#8217;inflazione di gadgets inutili e di prodotti adulterati, a partire dal 1968, i consumatori hanno preso coscienza della nuova alienazione di cui erano fatti oggetto. Lavorare per un salario che si investe nell&#8217;acquisto di merci di un valore d&#8217;uso aleatorio, suggerisce meno lo stato di beatitudine che l&#8217;impressione spiacevole di essere manipolati secondo le esigenze del mercato. Coloro che subivano l&#8217;officina e l&#8217;ufficio durante la giornata ne uscivano solo per entrare nelle fabbriche meno coercitive ma più menzognere del consumabile.</p>
<p>I falsi bisogni prevalendo su quelli veri, questo &#8220;gadget qualunque&#8221; che bisognava comprare ha finito per generare a sua volta una produzione sempre più aberrante di servizi parassitari, orditi intorno al cittadino con il compito di rassicurarlo, inquadrarlo, consigliarlo, sostenerlo, guidarlo, in breve di inglobarlo in una sollecitudine che lo assimila a poco a poco a un handicappato.</p>
<p> </p>
<p>Si sono visti così i settori prioritari sacrificati a vantaggio del settore terziario, che vende la prorpia complessità burocratica sotto forma di aiuti e portezioni. L&#8217;agricoltura di qualità è stata schiacciata dalle lobbies dell&#8217;agroalimentare che producono in eccesso surrogati di cereali, carni e verdure. L&#8217;arte di abitare è stata sepolta sotto il grigiore, la noia e la criminalità del cemento che assicura le entrare dei gruppu di affari.</p>
<p>Per quanto riguarda la scuola, essa è chiamata a servire da riserva per gli studenti d&#8217;élite ai quali è promessa una bella carriera nell&#8217;inutilità luvrativa e nelle mafie finanziarie. Il circolo è chiuso: studiare per trovare un impiego, per quanto aberrante sia, si è riallacciato con l&#8217;ingiunzione di consumare nel solo interesse di una macchina economica che si blocca da tutte le parti in Occidente &#8211; anche se gli specialisti ci annunciano ogni anno la sua trionfale ripresa.</p>
<p>Ci impantaniamo nelle paludi di una burocrazia parassitaria e mafiosa in cui il denaro si accumula e circola in circuito chiuso anziché investirsi nella fabbricazione di prodotti di qualità, utili al miglioramento della vita e del suo ambiente.</p>
<p>Il denaro è ciò che manca di meno, contrariamente a quello che vi rispondono i vostri deputati, ma l&#8217;insegnamento non è un settore redditizio.</p>
<p>Esiste tuttavia un&#8217;alternativa all&#8217;economia di deperimento e al suo impossibile rilancio. Allontanandosi dal fossato che si scava sempre di più tra gli interessi della merce e l&#8217;interesse di ciò che vive, l&#8217;alternativa propone di riconvertire al servizio dell&#8217;umano una tecnologia che l&#8217;imperialismo luvrativo ha disumanizzato, fino a farne &#8211; nel caso della fissione nucleare e della sperimentazione genetica &#8211; delle temibili nocività. Essa esige di accordare la priorità alla qualità della vita e a quelle attività di base che l&#8217;assurdità del capitalismo arcaico condanna precisamente a cadere a pezzi sotto i colpi di continue restrizioni di bilancio: l&#8217;abitazione, l&#8217;alimentazione, i trasporti, l&#8217;abbigliamento, la salute, l&#8217;educazione e la cultura.</p>
<p>Una mutazione si mette in moto sotto i nostri occhi. Il neocapitalismo si prepara a ricostruire con profitto ciò che il vecchio ha rovinato. A dispetto delle resistenze del passato, le energie naturali finiranno per sostituirsi ai mezzi di produzione inquinanti e devastanti.</p>
<p>Come la rivoluzione industriale ha suscitato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, un numero considerevole di inventori e di innovazioni &#8211; elettricità, gas, macchina a vapore, telecomunicazioni, trasporti rapidi -, così la nostra epoca esprime una domanda di nuove creazioni che prenderanno il posto di ciò che oggi serve la vita solo minacciandola: il petrolio, il nucleare, l&#8217;industria farmaceutica, la chimica inquinante, la biologia sperimentale&#8230; e la pletora di servizi parassitari dove prolifera la burocrazia.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">La fine del lavoro forzato inaugura l&#8217;era della creatività</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Il lavoro è una creazione abortita. Il genio creatore dell&#8217;uomo si è trovato preso in trappola in un sistema che l&#8217;ha condnnato a produrre potere e profitto, non lasciando altro sfogo al suo rigoglio che l&#8217;arte e il sogno.</p>
<p>Ora, questo lavoro di sfruttamento della natura, cos&#8217; spesso esaltato come la potenza prometeica che trasforma il mondo, ci consegna oggi il suo bilancio definitivo: una sopravvivenza confortevole le cui risorse ed il cui cuore si consumano nel circolo vizioso del profitto.</p>
<p>Come potrebbe un lavoro cos&#8217; inutile e così nocivo alla vita non esaurirsi a sua volta? Ieri procurava l&#8217;automobile e la televisione, al prezzo dell&#8217;aria inquinata e dei palliativi di una vita assente. Oggi resta solo un salvagente aleatorio di una società paralizzata dall&#8217;inflazione burocratica, dove niente è più garantito, né il salario, né la casa, né i prodotti naturali, né le risorse energetiche, né le conquiste sociali.</p>
<p>In un&#8217;atmosfera resa oppressiva dalla rarefazione degli affari, la diminuzione del lavoro è evidentemente sentita come una maledizione. La disoccupazione è un lavoro svuotato. Una stessa rassegnazione vi fa attendere un&#8217;elemosina come il lavoratore attende il suo salario dedicandosi ad un&#8217;occupazione che lo annoia (anche se ormai giudica imprudente confessarlo).</p>
<p>Mentre tutto va alla malora sul fulo di una disperazione ispirata dall&#8217;autodistruzione planetaria economicamente programmata, un mondo è là, lasciato all&#8217;abbandono, un mondo che bisogna restaurare, spogliare delle sue nocività e ricostruire per il nostro benessere, come se, spezzandosi, lo specchio delle illusioni consumistiche avesse messo la felicità alla nostra portata, dopo averne mostrato il falso riflesso.</p>
<p>Diminuire il tempo di lavoro per meglio distribuirlo? Sia pure. Ma in quale prospettiva e con quale coscienza? Se l&#8217;obbiettivo dell&#8217;operazione è, per i più, aumentare la produzione di beni e di servizi utili al mercato e non alla vita., in cambio di un salario che ne pagherà il consumo crescente, allora il vecchio capitalismo non avrà fatto altro che recuperare a suo profitto ciò che finge di abbandonare al profitto di tutti.</p>
<p>Al contrario, se la stessa pratica ubbidisce alle sollecitazioni di un neocapitalismo che cerca nell&#8217;investimento ecologico un&#8217;arma contro l&#8217;immobilismo di un padronato senza immaginazione, mancherà soltanto una resa di coscienza perché il salario garantito e il tempo di lavoro ridotto aprano a ciascuno il campo di una libera creazione e la libertà di ritrovarsi ed essere infine se stessi.</p>
<p>Perché, a dispetto dell&#8217;occultazione che intrattengono intorno ad essa le burocrazie della corruzione e le mafie affariste, esiste una domanda economico-sociale che va controcorrente rispetto alle grida di soccorso del disastro ordinario. Essa reclama un ambiente che migliori la qualità della vita, una produzione senza oppressione né inquinamento, dei rapporti autenticamente umani, la fine della dittatura che la redditività esercitt sulla vita. Sta a voi &#8211; e alla nuova scuola che inventerete &#8211; impedire che la creatività, obiettivamente stimolata dalla promessa di impieghi di utilità pubblica, si inrappoli nell&#8217;alienazione economica, tagliandosi fuori dalla creazione di sé.</p>
<p>Se vi dimenticate di ciò che siete e in quale vita volete essere, non sperate in un altro destino che quello di una merce buona da buttare appena superata la cassa.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Privilegiare la qualità</p>
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<p>A forza di obbedire al criterio della quantità, la corsa al profitto scade nell&#8217;assurdità della sovrapproduzione. Produrre molto aumentava ieri il plusvalore dei padroni, che non esitavanop a distruggere le eccedenze di caffé, di carne, di grano per impedire un abbassamento dei pressi sul mercato.</p>
<p>Lo sviluppo del consumo, toccando un più vasto settore della popolazione, ha permesso di assorbire in una certa misura una cescente quantità di merci concepite piuttosto a scopo di guadagno che per il loro uso pratico. La qualità di un prodotto è stata considerata con tanta più disinvoltura in quanto non era questa a determinare il livello delle vendite, ma la menzogna pubblicitaria di cui era rivestita per sedurre il cliente. Ma a forza di lavare sempre più bianco anche la menzogna finisce per logorarsi. Offesa dall&#8217;eccesso di disprezzo, la clientela ha finito per recalcitrare. Si è mostrata critica, ha rifiutata di ingoiare ciecamente quello che il cucchiaino dello slogan gli infilava ad ogni momento negli occhi, in bocca, nelle orecchie, in testa.</p>
<p>Molti hanno dunque deciso di non lasciarsi più consumare da un&#8217;economia che se ne infischia della loro salute e della loro intelligenza. Esigendo la qualità di ciò che viene loro proposto, scoprono o riscoprono la loro qualità di esseri, la loro specificità di individui lucidi, che era stata occultata da quella riduzione allo stato gregario provocata e intrattenuta dalla propaganda consumistica.</p>
<p>Ma, mentre gli organismi di difesa dei consumatori organizzano il boicottaggio dei prodotti snaturati da un&#8217;agricoltura che inonda il mercato di cereali forzati, di ortaggi concimati, di carni provenienti da animali martirizzati in allevamenti-lager, sembra che nelle scuole ci si rassegni a vedere la cultura avviarsi sulla stessa strada della peggiore agricoltura.</p>
<p>Se gli uomini politici nutrissero nei riguardi dell&#8217;educazione le buone intenzioni che proclamano a ogni piè sospinto, non dovrebbero mettere in opera tutto per garantire la qualità? Tarderebbero forse a decretare le due misure che determinano la condizione <em>sine qua non</em> di un apprendimento umano: aumentare il numero di insegnanti e diminuire il numero di allievi per calsse, in modo che ciascuno sia trattato secondo la sua specificità e non nell&#8217;anonimato di una folla?</p>
<p>Ma, apparentemente, l&#8217;interesse ha per loro una connotazione più economica che semplicemente umana. Se i governi privilegiano l&#8217;allevamento intensivo di studenti consumabili sul mercato, allora i principi di una sana gestione prescrivono di stivare nello spazio scolastico più piccolo la quantità minima di teste, modellabili dal minimo personale possibile. La logica è pefetta e nessuna società protettrice degli animali insorgerà contro il consumo forzato di conoscenze sottoposte alla legge della domanda e dell&#8217;offerta, né contro gli usi da mercanti di cavalli che regnano sulla fiera del lavoro.</p>
<p>Rassegnatevi dunque al partito preso della stupidità che implica lo stato gregario, perché per educare una classe di trenta allievi non vedo che la sferza o l&#8217;astuzia.</p>
<p>Ma non invocate l&#8217;impossibilità materiale di promuovere un insegnamento personalizzato. Gli sviluppi delle tecniche audiovisive non potrebbero permettere ad un grande numero di studenti di ricevere individualmente ciò che un tempo apparteneva al maestro di ripetere fino a memorizzazione (ortografia, grammatica elementare, vocabolario, formule chimiche, teoremi, solfeggio, declinazioni&#8230;)? Oppure di verificare come in un gioco il grado i assimilazione e di comprensione?</p>
<p>Così liberato di un&#8217;occupazione ingrata e meccanica, l&#8217;educatore non avrebbe più che da dedicarsi all&#8217;essenziale del suo compito: assicurare la qualità delle informazioni globalmente ricevute, aiutare alla formazione di individui autonomi, dare il meglio del suo sapere e della sua esperienza aiutando ciascuno a leggersi e a leggere il mondo.</p>
<p>Informazione al massimo numero di soggetti possibili, formazione per piccoli gruppi. Al centro di una vasta rete di irrigazione che dreni verso ogni allievo la molteplicità delle conoscenze, l&#8217;educatore avrà finalmente la libertà di diventare ciò che ha sempre sognato di essere: il rivelatore di una cretività di cui non vi è nessuno che non possieda la chiave, per quanto nascosta essa sia sotto il peso delle passate costrizioni.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/">Avviso agli studenti / 3</a></p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
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<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sul ponte sventola bandiera bianca [scuola /3]</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 05:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"></a><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Comunque sia, adesso il pianeta è saturo. Ciò significa, fra l’altro, che i processi tipicamente moderni, come la costruzione di ordine e il progresso economico, si svolgono ovunque: quindi i “rifiuti umani” sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio e al loro potenziale riciclaggio</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/14/sul-ponte-sventola-bandiera-bianca/">Sul ponte sventola bandiera bianca [scuola /3]</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img class="alignnone size-medium wp-image-9495" title="batteriocine1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/batteriocine1.jpg" alt="" width="293" height="319" /></a><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Comunque sia, adesso il pianeta è saturo. Ciò significa, fra l’altro, che i processi tipicamente moderni, come la costruzione di ordine e il progresso economico, si svolgono ovunque: quindi i “rifiuti umani” sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio e al loro potenziale riciclaggio</em>.<br />
Z. BAUMAN, Vite di scarto</p>
<p><em>Marginalizzazione dalla attività lavorativa?</em><br />
In effetti sì.</p>
<p><em>Svuotamento delle mansioni?</em><br />
Abbastanza, ma nemmeno rosso di sera… come si dice?</p>
<p><em>Mancata assegnazione dei compiti lavorativi con inattività forzata?</em><br />
Sì, si può dire così…</p>
<p><em>Mancata assegnazione degli strumenti di lavoro?</em><br />
Eh! Mica da oggi! Perdoni l’euforia…</p>
<p><em>Ripetuti trasferimenti ingiustificati?</em><br />
Beh… ingiustificati… comunque sì, sì…</p>
<p><em>Prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto?</em><br />
Mi fa ridere sa dottore? Mi perdoni, Mi fa ridere e mi perdoni… ha mai compilato una domanda di immissione in una graduatoria per le supplenze scolastiche?</p>
<p><em>Impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie?</em><br />
Mi sta chiedendo se mi fido del sindacato?</p>
<p><em>Esclusione reiterata del lavoratore rispetto a iniziative formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale?</em><br />
Su questo in particolare avrei qualche parolina…</p>
<p><em>Dottoressa, mi dispiace, lei ha il mobbing…</em><br />
È molto grave?<br />
<span id="more-9491"></span><br />
Prima di contrarre il mobbing non avevo mai avuto nemmeno un raffreddore. Non uno starnuto buono bianco e senza muco di quelli da far esclamare a uno sconosciuto in treno Salute signorina! tanto da prendermi sulle guance, come un buffetto nonno, la benevolenza e gli auguri del mondo. Niente, sono andata all’università sono rimasta all’università e adesso insegno a scuola. Il passaggio non è stato immediato però. Se il mobbing fosse una malattia a trasmissione sessuale io non l’avrei presa durante quegli anni perché studiavo troppo né devo averla contratta oggi perché il dottore continua a ripetere preoccupato che la malattia ha già fatto grossi danni ai canali lacrimali, alle nocche e all’amor proprio.</p>
<p>Il dottore sembra una brava persona e non si perde in metafore e infatti quando gli ho chiesto Dov’è l’amor proprio? mi ha domandato Da quanti giorni non ha un momento per pensare a sé?. Io dovrei avere quasi tutti i pomeriggi per pensare a me perché insegnare a scuola è un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie. Non è un contributo necessario alla formazione di una classe di donne e uomini pensanti e critici, non un divertimento, non un arricchimento e nemmeno un mestiere, no. È un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie pagate. Questo è quello che tutti sanno, che i giornali e la televisione raccontano, che mi rinfacciano talvolta gli studenti con genitori che sfoggiano arte e parte, e che tutto sommato, ma senza nessuna accezione saprofita o ansie classificatorie, è.</p>
<p>Se avessi contratto il mobbing in un’aula scolastica l’allarme avrebbe suonato più forte e coperto il trillo della campanella delle tredici e trenta. Perché io ascolto molto. Ma no, poi l’insegnamento è troppo recente per i danni che elenca il dottore e infatti ha supposto che io abbia contratto il mobbing in quel periodo al quale mi ero riferita con <em>il passaggio non è stato immediato</em>.</p>
<p>La scuola di specializzazione in didattica.<br />
È pur vero che io ci sono arrivata in età da ripetente, perché avevo investito quattro anni in un dottorato di ricerca a tasso di interesse meno quattro virgola cinque, e la maggior parte dei colleghi da imberbi laureati, ma è altrettanto che quando si parla di studio e riflessione e insegnamento la curiosità, la trasversalità e la competenza dovrebbero essere addendi da mettere a fattor comune e a beneficio di tutti. Cosa che non è semplice in un posto dove sei costretto ad attestare la presenza con una firma e dove le firme false, per necessità o malavoglia, sono più importanti di quello che puoi imparare.</p>
<p>Se in parlamento ci sono i pianisti perché in altre aule dovrebbe essere diverso? Mi dica dottore!. Comunque, mi sono trovata a dover vivere nascostamente ogni nozione appena sopra la media. Anche qualche altro. E non per il solito malcelato, e a volte posticcio, understatement mi creda dottore!, Le credo, ora continui.</p>
<p>I docenti della scuola dei specializzazione sono quasi tutti professori universitari. Anche questo dovrebbe essere un valore e lo sarebbe se non vivessimo in una società nominalista. Che significa?, Che se io la chiamo dottore penso che lei possa curarmi, La ringrazio per la fiducia, Non è fiducia, è alfabetizzazione, sto leggendo sul suo badge, Oh!, è vero.</p>
<p>Il (pregio e il) difetto principale dell’università è quello di lavorare alacremente perché tutto rimanga esattamente com’è. E infatti solo un paio di docenti, in due anni di scuola, hanno rimodulato i corsi accademici su quelle che potevano essere le esigenze di una platea che l’indomani, non immediato, avrebbe insegnato a scuola. Entravano in classe e ripetevano le lezioni universitarie. I professori universitari non considerano l’insegnamento come un fenomeno da studiare in sé, affatto. Questo è quando andava bene. Quando andava male il tempo era perso in senso proprio, nemmeno nelle inani ripetizioni. Ma non voglio fare polemica, non so come avrei reagito io se fossi stata ex cathedra, so come ho reagito tra i banchi, cioè, il dottore lo sa. Mi ha detto che il mobbing è un batterio che vive gregario nelle sacche di coscienza di tutte le indoli versate all’interpretazione, come la mia, come una taenia, e che si sviluppa quando percepisce eccessiva diversità tra il sé e il mondo e divora i canali lacrimali, le nocche e l’amor proprio, come è successo a me. La diversità che io ho percepito durante quegli anni, che ora so di incubazione, riguardava la loro mancanza di curiosità intellettuale e il mio avercela in eccesso, il mio non capire che avrei dovuto sfoderare misericordia e il mio continuo accanirmi a far arrossire relatori e assistenti di laboratorio e colleghi furbi o solo intenti a preservarsi in una struttura oscura e più potente del singolo. Il dottore mi ha detto che la prima conseguenza dell’essere infettati dal mobbing è l’inibizione del concetto di Noi e la conseguente mancata secrezione linguistica del pronome.</p>
<p>Il Noi non esiste più, ci sono, sempre più presenti e contrapposti l’Io e il Loro. In decenni di aggregazione, anche di tipo banda armata come i settanta, in effetti c’era terrorismo politico ma non mobbing. Anche se spesso da quando l’ho contratto mi viene voglia di colpirne uno per educarne cento. Il dottore dice che è molto anomalo perché l’interpretazione è un fattore di sviluppo del mobbing almeno quanto è un vaccino per il terrorismo. O se non di colpirlo almeno di farlo saltare in aria. Il dottore dice che nonostante la nostra democrazia sia rappresentativa, il rappresentante del sistema non è il sistema. Mah. Che intrico. Io ho preso il mobbing quando loro, quelli che sapevano come me qualcosa più del luogo comune, hanno cominciato a dire Ma perché te la prendi così tanto?, Pensa alla salute!, Ma che ti frega che abbiamo pagato e dovrebbe essere una scuola professionalizzante?, Ma tu ci pensi che ce ne andiamo a lavorare?, È l’ultimo brandello di posto statale!, A me piace insegnare e lo farò a ogni costo e senza perderci la testa come te!. Io ho preso il mobbing quando le persone intelligenti che mi stavano intorno si sono vestite da stupide per andare avanti e la qualità s’è trasformata in sopravvivenza. E questo è tutto dottore mio.</p>
<p>[a latere] <strong>Insegnare stanca (chi segue) </strong></p>
<p>DICOTOMIA: <em>Divisione in due parti | (filos.) Divisione di un concetto in due concetti contrari che ne esauriscono l’estensione</em>.<br />
IL NUOVO ZINGARELLI, Vocabolario della Lingua Italiana</p>
<p>Se chi sa fa e chi non sa insegna… chi insegna a insegnare… che fa?</p>
<p>All’inizio di questo anno accademico e di questa nuova avventura nella scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario mi divertivo appena snobisticamente a glossare il vecchio insulso detto. Stare tra i banchi a studiare e leggere è la seconda cosa che vorrei fare nella vita e me la tengo di solito ben stretta come un velocista che sappia di poter correre i cento metri in non più di undici secondi. Non un campione ma un buon diavolo da corsia otto. Così ascoltavo e glossavo, e ne ridevo con gli altri nella stessa barca. Anche se la barca non è mai la stessa. Prendevo appunti ligia come uno studentello imberbe che comunque beccheggia tra il curioso e lo sdegnato. Penna nera e matita. Ogni pomeriggio dalle quattro alle cinque ore intenta a corsi di area specialistica che quando è andata bene erano ripetizioni accurate di lezioni accademiche e solo in tre o quattro casi, cicli di interventi mirati a sviluppare curiosità e competenze nei discenti a uno e a due gradi di separazione. Io e la mia aula a venire insomma. La scuola di specializzazione si paga e cara, e le due sensazioni preponderanti, sibilanti tra i malumori e gli snack tampona-ansia, sono quelle di comprarsi l’accesso a un posto fisso malpagato e socialmente molto femminile e molto mal visto ma che comunque consente due mesi interi di ferie, e la sensazione di spreco. Le motivazioni per cui ci si iscrive non sono importanti perché l’obiettivo comune è lavorare.</p>
<p>Il Cincinnatus di Nabokov suggeriva che il senso dello spreco, la tragedia dello spreco, è il sintomo primo ed evidente del trovarsi in un regime di tirannide.<br />
La scuola di specializzazione a Napoli, specialmente nei corsi di area comune- luogo comune (insegnamenti di pedagogia e varie), ti lascia addosso un senso di spreco che ha dell’immorale. Se categorie come morale ed etica ed estetica hanno ancora valore in un posto dove le cattedre di area comune capitano sotto le mani nervose di individui privi di qualsiasi spessore culturale e di qualsiasi attitudine all’interlocuzione e al dibattimento.<br />
Qualunquismo e improvvisazione.</p>
<p>Ci sarà un bando ci saranno titoli ci saranno motivazioni. Ma c’è anche da ammettere Visti i soggetti figuriamoci il resto.</p>
<p>Scrivo questo senza astio, con molto senso della realtà e ancora senso di spreco. E appena di impotenza perché chiunque di essi, il più millantatore, potrebbe schermare la sua difesa con un Lei non sa di cosa sto parlando come può discriminare su contenuti che non appartengono al suo cursus studiorum. La platea alla quale questi loschi figuri si rivolge è fatta di persone laureate in discipline scientifiche, il linguaggio con cui qualcuno di essi si rivolge è offensivo e costituito da non più di cinquecento parole con la scusa Altrimenti non capite. Supporre la stupidità e l’ottundimento linguistico nell’interlocutore è pericoloso e molto gramo. Io mi sono iscritta perché mi piace insegnare, non che sia significativo o lodevole ma è la terza cosa che vorrei fare nella vita e spesso mi ci aggrappo con la pervicacia borghese piccola piccola di voler contribuire con qualcosa di produttivo per me stessa e per gli altri intorno.</p>
<p>A scuola non c’è posto sulla cattedra ma tra i banchi pare di sì. In uno di questi corsi, il giorno della registrazione dell’esame, il professore mi ha detto Le ho messo ventisei perché ha grossi problemi con la grammatica.</p>
<p>Io ho sorriso incredula e forse supponente all’uomo che pochi secondi prima aveva detto Dicotomia significa contraddizione.</p>
<p>[Questo racconto è stato scritto per <a href="www.bloggers.it/farelibri/index.cfm?blogaction=archive&#038;file=blog_4_2007.xml "> Fare Libri, Laboratorio di tecniche</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/14/sul-ponte-sventola-bandiera-bianca/">Sul ponte sventola bandiera bianca [scuola /3]</a></p>
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		<title>Omicidi bianchi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 14:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi&#8230;</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-9504" title="img01" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01-150x150.jpg" alt="" width="105" height="105" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili quelle morti. Una sinistra che davvero fosse tale porrebbe in essere una serie di dispositivi che andassero alla radice di quei motivi, e chiamassero davvero in causa i soggetti responsabili.</span></div>
<p><span>Le morti sul lavoro sono sempre &#8220;sovradeterminate&#8221; da cause interne al modello di sviluppo del nostro paese: la frammentazione del processo produttivo e dell&#8217;organizzazione del lavoro, la catena infinita di appalti e subappalti, la condizione precaria dei lavoratori e la loro conseguente ricattabilità, l&#8217;abbassamento del costo del lavoro, la preminenza abnorme della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221; nel tessuto produttivo italiano. </span><br />
Ma allora come contrastare questa piaga, se non è un fatto contingente ma una piaga implicata dalla struttura stessa dell&#8217;economia?<span id="more-9503"></span> E&#8217; necessario un cambiamento culturale – ma nel senso più ampio del termine &#8220;cultura&#8221;. Dove &#8220;cultura&#8221; è tutto l&#8217;insieme di pratiche materiali che formano l&#8217;umano, a partire dal suo essere uomo produttore. Cambiamento culturale, allora, significa prendere coscienza di quelli che sono i meccanismi di un intero sistema sociale ed economico che produce, e io credo non possa non produrre, le sue vittime sacrificali. Significa comprendere che la vera cura del problema sarebbe: &#8220;lavorare con lentezza&#8221;. Sono le necessità della produzione, dei suoi ritmi e dei suoi tempi – del profitto, dunque &#8211; che inducono a trascurare la sicurezza, che fanno intensificare ritmi e tempi di lavoro, che impediscono una formazione adeguata dei lavoratori. Se si deve fare in fretta, finire i lavori in tempi strettissimi, incrementare la produzione – la sicurezza diventa un impiccio. Ma la società – e il centrosinistra su questo non fa attrito &#8211; va in tutt&#8217;altra direzione: la detassazione degli straordinari, a livello italiano; e la decisione dell&#8217;Unione europea di abbattere il limite delle 48 ore conquistato nel 1917 (quando è ben noto che aumentando i tempi di lavoro cresce esponenzialmente la possibilità di infortuni e morti). Il lavoro, dunque, prima di tutto, e sopra ogni altra considerazione.</p>
<p><span>L&#8217;Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto agli altri paesi europei sia in termini assoluti che in termini relativi (mi riferisco all&#8217;indice di morti ogni 100mila occupati, escludendo le morti in itinere, ovvero nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa: e questo nonostante i trucchi retorici che Confindustria ha usato a piene mani negli ultimi anni, senza che nessuno svelasse mai i suoi artifizi). Questo picco italiano di omicidi bianchi deve essere messo in relazione con un&#8217;altra specificità del sistema produttivo, che è la frammentazione abnorme del processo produttivo e la presenza della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221;, la cui assoluta centralità nel tessuto produttivo italiano viene fatta rilevare in particolare dagli studi di Sergio Bologna.</span><br />
<span>Dai dati Istat dell&#8217;ottobre 2006 risulta che su circa 16 milioni e mezzo di lavoratori nel settore di mercato, 8 milioni e mezzo sono impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti (dunque senza le tutele dello Statuto dei lavoratori), e 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Si tratta di imprese familiari, o addirittura di &#8220;ditte individuali&#8221; (un vero e proprio paradosso logico), che costituiscono il cuore dell&#8217;economia italiana. Un dato che emerge da un&#8217;indagine di Mediobanca del 2006 appare decisivo: nel decennio 1996/2005, le medie e grandi imprese (quelle sopra i cinquanta occupati) hanno ridotto ininterrottamente la forza lavoro, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così grande nella storia del paese (e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il più grande dell’Unione Europea ). Nonostante il fatto che. dopo l&#8217;accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati siano rimasti quasi fermi, caso unico nell&#8217;Unione Europea, le medie e grandi imprese non hanno scelto di investire in tecnologie o in ricerca, per ingrandirsi e creare occupazione, ma hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare. Perciò è stato l’universo delle &#8220;imprese&#8221; al di sotto dei 10 dipendenti a creare la maggiore domanda di lavoro, tenendo alta la dinamica occupazionale. Piccole e piccolissime &#8220;imprese&#8221; che devono spesso far fronte a bassi margini di profitto, che lavorano senza capitali, che hanno difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, che non hanno sussidi come la cassa integrazione. Non a caso è in questo settore che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi. E questo, è evidente, ha effetti immediati anche quanto alla sicurezza. Intervenire in questa questione sarebbe dunque essenziale. Incentivare la ricerca e colpire le rendite. Riformare un capitalismo malato. </span><br />
<span>Nel frattempo, si potrebbe impedire per quanto possibile la pratica generalizzata degli appalti al massimo ribasso. Che è una causa diretta di morte. Eppure messa in atto normalmente anche dagli enti locali e pubblici (un esempio tra i mille? I lavori per l’allargamento della terza corsia del Grande raccordo anulare a Roma, dove per quindici chilometri di strada da realizzare sono stati utilizzati più di centocinquanta subappalti). Lo si capisce facilmente: se una azienda appaltatrice vince un appalto con un ribasso del 50%, il margine di profitto non potrà che scaturire dal taglio del costo del lavoro, dall&#8217;incremento di tempi e ritmi di lavoro, dal taglio dei costi sulla sicurezza. E&#8217; così in tutti i settori produttivi, e massimamente in quello dell&#8217;edilizia. Che è il settore che tira il Prodotto Interno Lordo nazionale. Nell&#8217;ultimo decennio l&#8217;edilizia residenziale ha toccato la maggior produzione nella storia del paese, e dal 2001 al 2007 gli investimenti nazionali sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro, con un incremento del 23 per cento. Senza il contributo del settore edile, il Pil avrebbe avuto segno negativo. Ma questa crescita significa morte. Nell&#8217;edilizia accadono quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. E cinque infortuni su cento denunciati producono menomazioni permanenti. (&#8220;Denunciati&#8221; è necessario aggiungerlo, ché se l&#8217;Italia è il paese in Europa che ha il più alto tasso del sommerso &#8211; circa il 18% del Prodotto Interno Lordo -, sono moltissimi gli infortuni non registrati perché non denunciati. Secondo le stime della stessa Inail,l&#8217;Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, sono stimabili in duecentomila l&#8217;anno.) </span>L&#8217;esperienza della ricostruzione in Umbria dopo il terremoto del 1997 lo testimonia: se si stabiliscono dei parametri corretti (ovvero una sorta di pavimento sotto il quale non si possa scendere per l&#8217;assegnazione degli appalti) e ci sono controlli sufficienti, le morti nei cantieri calano in maniera drastica.</p>
<p><span>Occorre rimettere dunque mano all&#8217;organizzazione del lavoro, e ai motivi che la determinano. Ma come? Io credo vi sia una sola strada: la creazione di un nuovo legame solidale tra i lavoratori, che sconfigga quel diffuso senso di solitudine sociale ormai generalizzato. Sono i lavoratori a doversi difendere. Nessuno può farlo per loro. E questa azione non può che passare per una pratica sindacale reticolare, dove sindacato significa proprio questo: autodifesa dei lavoratori, e rivendicazione dei propri diritti. Non dunque il sindacato sterilizzato, chiuso nelle sue camere iperbariche – non quel sindacato che tende a mediare i conflitti, o che tende a diventare patronato. Ma un sindacato che vive sui luoghi di lavoro, giorno dopo giorno. Ovvero, i lavoratori stessi che si difendono, in virtù dei comuni interessi che li uniscono. Lo dicono gli stessi tecnici della prevenzione – i dipendenti Asl che dal 1978 controllano la sicurezza sul lavoro (per quanto riguarda i cantieri vige anche il controllo degli ispettori del lavoro) -: occorre un rapporto privilegiato tra i tecnici e i lavoratori, attraverso la figura dell&#8217;Rls, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – figura che a sua volta deve essere difesa e valorizzata.</span></p>
<p><span>Certo, anche qui si tratterebbe di porre questioni di ampio respiro. Porre insomma la questione di un cambiamento radicale. Culturale, ancora, nel senso più ampio di cui sopra. Uscire dalla società del precariato. Dove precari non sono solo quelli che hanno un contratto e tempo determinato, ma precaria è la percezione soggettiva del lavoro. Precario è, etimologicamente, colui che prega, colui che implora una grazia (<em>gratia gratum faciens</em>). E la nostra è una società precaria perché il lavoro non viene più vissuto soggettivamente come un diritto da rivendicare, ma come una grazia da avere, una privilegio di cui occorre essere grati. E chi è grato è debitore, e non rivendica alcunché. China la testa – lavora e zitto.</span><br />
<span>Figura paradigmatica di questa china discendente del lavoro sono i migranti – figura precaria per eccellenza. Gli immigrati in genere si infortunano, secondo i dati Inail, il 50% più degli altri lavoratori. Nel 2006, ad esempio, gli infortuni denunciati dai lavoratori immigrati erano 116.305, contro i 798.720 degli italiani; quelli mortali, 141 contro i 1140 degli italiani. La maggior parte rumeni. E&#8217; evidente la sproporzione tra la percentuale del numero di lavoratori immigrati sul totale degli infortunati (circa il dodici percento) e la percentuale del numero degli immigrati che risiedono regolarmente in Italia (poco più del sei percento, secondo il rapporto Caritas 2007). Si consideri poi che tra gli immigrati non denunciare l&#8217;infortunio è prassi normale. Prassi indotta dalla legge sull&#8217;immigrazione – il cui scopo è produrre clandestinità (dove appunto la clandestinità è la figura estrema della precarietà, essendo assoluta assenza di diritti). Poiché il contratto di lavoro è essenziale per la permanenza in Italia, l&#8217;immigrato non vorrà certo rischiare di perderlo, e dunque, a norma di legge, il lavoratore immigrato tenderà a causare quante meno frizioni possibili con il suo datore di lavoro. Sarà, per usare un termine caro a Foucault, più &#8220;docile&#8221;. I lavoratori immigrati sono quelli più deboli, più ricattabili, più silenziosi. Le figure più moderne, dunque, del mondo del lavoro.</span><br />
<span>Un discorso a parte meriterebbe la questione delle sanzioni. In una società che reclama a gran voce più carcere per tutti, gli unici che si sentono immuni sono gli imprenditori. Sul tipo di sanzioni da comminare – penali, economiche, inibizioni personali all&#8217;attività – la discussione è aperta, e da fare. Ma è certo che finché ci sarà, come ora, la certezza dell&#8217;impunità, l&#8217;imprenditore non avrà alcun interesse a garantire la vita dei lavoratori.</span><br />
<span>Infine: anche ai mass media – nella produzione di un nuovo senso comune &#8211; toccherebbe di articolare discorsi che facciano senso di eventi che potrebbero apparire casuali. Parlare di morti sul lavoro non come vuota ritualità, come enumerazione di tragiche fatalità significherebbe mantenere alta l&#8217;attenzione sulla vicenda, impegnarsi a dar conto come vanno avanti i procedimenti giudiziari. Non il plastico della villetta di Cogne, insomma, e nemmeno solo meri loculi anagrafici: ma inchieste, e l&#8217;impegno a seguire ogni singolo caso – che di solito finisce nel nulla. Non dimenticarsi delle morti il giorno dopo, lasciando nel vago ogni responsabilità. Fare di ogni morte sul lavoro quel che, per una serie forse casuale di eventi, il sistema mediatico ha fatto (e in alcuni casi ha <em>dovuto</em> fare) per la ThyssenKrupp.</span><br />
<span>Fermare gli omicidi bianchi è la cosa più difficile. E&#8217; utopia, oggi. (E, in quanto utopia, è necessaria). Perché stiamo parlando di vittime sacrificali di un sistema tutto intero. E solo scardinando dalle fondamenta quel sistema potremmo immaginare un mondo dove lavoro non significa morte.<br />
</span></p>
<p><span>Dal libro <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5001119">Sinistra senza sinistra &#8211; Idee plurali per uscire dall&#8217;angolo</a></em> (Feltrinelli, euro 14).</span></p>
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		<title>Noi, buoni a nulla</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 11:43:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto.jpg"></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p align="right">Barberino di Mugello, 3 ottobre 2008</p>
<p align="justify">Sono stata a luglio e settembre 2008, nei tre campi base dei cantieri della Variante di Valico di Barberino di Mugello, per una ricerca condotta dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’uso di sostanze.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/03/noi-buoni-a-nulla/">Noi, buoni a nulla</a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9158 aligncenter" title="foto-viadotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto-viadotto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p align="right">Barberino di Mugello, 3 ottobre 2008</p>
<p align="justify">Sono stata a luglio e settembre 2008, nei tre campi base dei cantieri della Variante di Valico di Barberino di Mugello, per una ricerca condotta dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’uso di sostanze. Mi avevano chiamata perché sette anni fa feci una tesi sui lavoratori della Tav, sul loro rapporto con la comunità locale e quindi avevo esperienza come ricercatrice sociale o come &#8220;ragazza dei questionari&#8221;, come mi chiamavano i lavoratori.</p>
<p>Ieri tre operai sono precipitati da un pilastro del viadotto dell’A1, lotto 13 della Variante di Valico proprio a Barberino. Due erano della ditta Toto e uno di una ditta subappaltatrice. A casa ho la lista dei loro nomi, a fianco mettevo una X e la data quando mi restituivano il questionario, solo per fare i conti di quanti li compilavano, perché poi le loro risposte erano anonime.</p>
<p>Quando ieri mi hanno chiamato al telefono per chiedere a me cosa fosse successo e io non ne sapevo nulla, ho rivisto le facce dei lavoratori quando salgono a squadre sui furgoni e ti salutano dal finestrino. Ho pensato a quell’elenco, ho pensato al mio paese, ho pensato alle imprese e ai sindacati, ho pensato al mio lavoro. Ho pensato che tutti quanti siamo dei buoni a nulla. <span id="more-9157"></span></p>
<p>Il campo base della ditta Toto si trova dentro al cantiere. Quando ci sono stata la prima volta ho faticato a crederlo: come è possibile permettere che i lavoratori mangino, dormano, vivano sotto l’imbocco della galleria 24 ore su 24 nella polvere, nel rumore, nel lavoro nel 2008? Ho avuto subito la percezione che fosse peggio dei cantieri dell’Alta Velocità: se credevo che i cantieri della Tav fossero il punto di partenza per migliorare, mi ero sbagliata. Qua si torna indietro, si perdono diritti come cadono le foglie d’autunno, solo che poi i rami seccano e non nasce più niente.</p>
<p>Le ditte che hanno in appalto i lavori sono BTP (Baldassini Tognozzi Pontello), Todini e Toto. Per l’Alta velocità il committente era unico, il CAVET (Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana). Sebbene per entrambe le opere ci siano miriade di subappalti, è chiaro che la frammentazione dei lavori in lotti e conseguenti ditte, rende più difficile anche una gestione unitaria della sicurezza: occorrono più controlli, si ha a che fare con più responsabili e con organizzazioni diverse.</p>
<p>La Variante di Valico è un’opera ritenuta ormai necessaria da tutti, non ha opposizione dalle forze politiche, non c’è conflitto intorno al progetto per cui non ci sono riflettori accesi, discussioni, informazione. Sull’Alta velocità non era così, soprattutto all’inizio dei lavori. Difatti, col proseguire dell’opera e l’attenzione diminuita, i turni sono peggiorati, la frammentazione del lavoro in subappalti cresciuta e le morti pure.</p>
<p>I lavoratori dell’Alta Velocità facevano turni che già ritenevo durissimi: il cosiddetto quarto turno con 6 giorni di lavoro e uno di riposo, 6 giorni di lavoro e due di riposo, 6 giorni di lavoro e tre di riposo, facendo così 48 a settimana in galleria. Già dal primo giorno di distribuzione dei questionari sulla variante di valico, ho capito che i turni qua erano ancora più duri: i lavoratori mi hanno parlato di 11, 12, 13 ore nei cantieri come orari &#8220;normali&#8221;. Alle 14 a mensa aspettavo le squadre dei turnisti che dovevano smontare. Non ne ho mai vista arrivare una. Nel questionario si chiede quante ore di lavoro fai mediamente al mese di straordinari. Alcuni lavoratori mi guardavano ridendo: la verità? Io li esortavo dicendo loro che il questionario era anonimo. Mi scrivevano 40, 50, 60 ore. Qualcuno mi ha confessato che oltre alla ditta dell’appalto lavora anche per la ditta in subappalto a nero e allora lì le ore si fa fatica anche a contarle.</p>
<p>Ho trovato lavoratori sempre più cinici, rassegnati e con uno sguardo crudo: cosa ci fai tu qui? Sicurezza? Un questionario a cosa può servire? E poi perché chiedete degli straordinari? Gli straordinari sono una cosa nostra, che c’entra con la sicurezza? Oppure: devi lavorare, se io riempio il questionario e dico la verità, poi che mi succede? Che la mia famiglia poi non mangia? Veniamo da paesi che di lavoro non ce n’è, almeno che non lavori per la mafia, quindi ci dobbiamo lamentare?</p>
<p>Ho trovato lavoratori sempre più nomadi e precari: lavorano per l’opera e poi alla ricerca di un altro cantiere. Lavoratori per la stragrande maggioranza dal Meridione e questo come alla TAV. &#8220;Sai di dove sono io? Sicuramente dalle mie parti non ci sei stata?&#8221; e io: &#8220;Perché?&#8221; e lui: &#8220;Sono di Casal di Principe, capisci?&#8221; e poi aggiungeva &#8220;A casa ho lasciato la mia famiglia. Non ho un figlio, ho una preoccupazione&#8221;</p>
<p>Compilavano il questionario forse più per sollecitazione della ditta, che noi sollecitavamo ogni volta, che non per l’interesse sulle conseguenze dei turni, sulle sopraffazioni dei capi, sull’abuso di alcol, sull’isolamento nei campi lontani da casa, dalle famiglie e dai paesi. Perché ieri mi chiedevo anche questo: io sono di Barberino, sono toscana, gli operai morti sono due calabresi e un campano. Di chi sono? Il lutto lo esprimono tutti, ma poi sarà delle loro famiglie e nient’altro. A Barberino non li conosceva nessuno o forse li hanno visti passare nei furgoni, in Piazza per un caffè, con quel loro accento di fuori, per qualche minuto. E quando tornano a casa, sono forse dei loro paesi? Non più, se ne vanno, perdono le radici, perdono territorialità e con questo le difese, familiari, sociali, politiche, di solidarietà. Anche questo c’entra con l’organizzazione del lavoro e con la sicurezza. E dopo la Tav che aveva fallito l’integrazione, non abbiamo imparato nulla per accoglierli, per andare a vedere chi fossero e di cosa avevano bisogno. Un lavoratore mi ha ringraziato tre volte perché gli ho dato indicazioni per dove andare in piscina, dopo il turno.</p>
<p>Quando eravamo un’infermiera e io a far compilare i questionari, ogni tanto arrivavano i funzionari dei sindacati. A volte erano gli stessi che venivano nei campi base della TAV, spesso ho dovuto io salutarli per ricordare loro chi fossi. Che ero di nuovo in giro nei cantieri, che poi ci avrei scritto, studiato, forse dava fastidio. Qualcuno so che ha fatto carriera, è passato di grado, nel sindacato, ma ho visto anche loro più spenti, grigi, senza nessun bagliore di conflitto, come fosse una cosa di cui vergognarsi e non una pratica di conquista, di messa in discussione del sistema. Un solo sindacalista mi parlava volentieri, mi ha detto che la sua organizzazione sindacale lo ha relegato nei cantieri perché dava fastidio da altre parti, era lì come una sorta di punizione. Lui è quello che ho visto più presente, che mi raccontava quello che vedeva, che ci provava, ecco, a difenderli quei lavoratori. Il resto un gran vuoto, tanta polvere e occhi nudi. Perché i lavoratori ti guardano come i bambini: non hanno timori a fissarti, quando arrivi, quando parli loro, quando gli dai una penna in mano, quando gli spieghi del questionario, quando ti raccontano il loro lavoro. Bisognerebbe trovare noi (tutti: ASL, sindacati, amministratori, politici, ricercatori, scrittori, altri lavoratori, cittadini) lo stesso coraggio di ricominciare a guardarli in faccia. Quando gli occhi sono stanchi, arrossati, brillanti, non quando sono spenti. Non quando sono morti. Altrimenti loro continueranno a lavorare e morire e noi a rimanere quello che siamo, buoni a nulla.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><font face="Arial" size="2"></font><font face="Arial" size="2"><span lang="IT"> </p>
<p></span></font></span><font face="Arial" size="2"></font></span></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/03/noi-buoni-a-nulla/">Noi, buoni a nulla</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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		<title>Breve escursione nei CPT del lavoro elettronico</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 11:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Call-center. Tutt’altro che una parola magica, che una formula per la scoperta di qualcosa di utile. Un solo significato pregnante, che ne nasconde qualsiasi altro: sfruttamento elettronico.<br />
“Operai telefonici, ecco quello che siamo”, mi dice un ragazzo che forse non è più un ragazzo, a guardarlo con attenzione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/breve-escursione-nei-cpt-del-lavoro-elettronico/">Breve escursione nei CPT del lavoro elettronico</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/call20center.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/call20center-300x196.jpg" alt="" title="call20center" width="300" height="196" class="alignnone size-medium wp-image-6341" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Call-center. Tutt’altro che una parola magica, che una formula per la scoperta di qualcosa di utile. Un solo significato pregnante, che ne nasconde qualsiasi altro: sfruttamento elettronico.<br />
“Operai telefonici, ecco quello che siamo”, mi dice un ragazzo che forse non è più un ragazzo, a guardarlo con attenzione. Indossa una maglietta nera con su stampato il nome di una rock band degli anni Ottanta. Ecco, mi trovo davanti a un esemplare non raro di essere umano di sesso maschile fuori tempo massimo. Una specie di pugile suonato del mondo del lavoro, di reperto funzionante.<br />
I turni sono serrati, giovani e meno giovani si pigiano alle loro postazioni. Uomini e donne, più o meno in parti uguali. C’è di tutto: dallo studente di buona famiglia che raggranella i soldi per la vacanze in Spagna allo studente che viene da fuori – spesso da molto fuori – e lavora al call center per pagarsi l’esoso affitto. E poi il disoccupato, di età indefinita, di indefiniti gusti e inclinazioni, che le ha provate tutte, e alla fine è arrivato qui, all’ultima stazione, un luogo teoricamente di transito che alla fine è diventato definitivo, o quasi. C’è l’ex manager licenziato che non riesce a ricollocarsi e in attesa di una chiamata propizia sconta la sua pena al call center. E c’è la pensionata, che distribuisce caramelle ai giovani per ingraziarseli, che parla con spiccato accento milanese e ha vissuto la sua vita lavorativa in fabbrica e ora è qui perché i soldi non bastano mai.<span id="more-6340"></span><br />
Turni serrati, pause brevi. L’operaio telefonico esce dal suo gabbiotto tutt’altro che insonorizzato, dopo aver chiamato per ore e ore a numeri telefonici sputati a raffica dal computer che ha davanti, cercando di vendere spesso un prodotto telefonico, spesso facendo domande rigorosamente prefissate per un sondaggio che ha come tema quasi sempre i molteplici servizi di una compagnia telefonica, e va a fumarsi una sigaretta in un altro gabbiotto pronto all’uso. Al ritorno alla postazione, di nuovo voci laconiche dall’altra parte, spesso seccate, a volte ostili. L’operaio telefonico non deve lottare contro una lastra o una lamiera riottose a contorcersi, non deve lottare contro un nastro trasportatore sempre troppo veloce, da <em>Tempi moderni</em>: no, deve lottare contro delle voci, voci di persone che non conosce e non conoscerà mai, estranee, lontane, assenti.<br />
Il ragazzo non più ragazzo ha dismesso il sorriso. E’arrivato alla maturità assaggiando soltanto l’amaro della precarietà. Nell’azienda di sondaggi telefonici dove lavora viene ormai pagato a cottimo, spesso viene lasciato a casa perché il lavoro manca. I supervisori, ragazzi o ex ragazzi come lui che prendono poco più di lui e controllano il lavoro suo e dei suoi colleghi, sono diventati dei cerberi senza cuore, spie a buon mercato della direzione. I controlli telefonici s’infittiscono. Dai piani alti, gli esperti di sondaggi pagati a peso d’oro vivono nella loro camera iperbarica. Prendono a piene mani i dati grezzi forniti dagli operai e li manipolano senza che le due parti prendano mai contatto, come se da una fabbrica della Siberia provenisse la materia prima che la fabbrica in Italia lavora.<br />
E’ il trionfo della spersonalizzazione, non ancora giustamente descritto da libri e film; in Italia il fenomeno dei call center, sorta di CPT del lavoro, è stato finora trattato col bonario umorismo da “poveri ma belli 2000” che non fa giustizia di una situazione ingovernabile nella quale regna il sopruso: paghe ai minimi termini, nessuna garanzia per il presente e per il futuro, nessuna regolamentazione che minimamente abbia un occhio pensante per la professionalità. Un mondo di passaggio, una terra di nessuno nella quale ai piani bassi sono tutti mediamente utili, ma sostituibili nel giro di un minuto. Polli d’allevamento parlanti, dentro cuffie usate da chiunque, che ripetono a mantra assurdo sempre le stesse frasi che perdono senso sempre di più, a ogni giro lento e drammatico di questa corsa inutile. </p>
<p><strong>Fermi nei box, come polli d’allevamento</strong></p>
<p>Forse dobbiamo andare ai tempi per l&#8217;appunto andati per trovare, nel cinema e nella letteratura, suggestioni importanti sul tema del lavoro.<br />
Certo, nei decenni passati i call-center non esistevano. Ma esistevano già le catene di montaggio (regalo all’umanità di Henry Ford negli anni ’20), le catene di negozi, grandi magazzini, banche (la prima fu quella della Bank of America dell’italoamericano A.P. Giannini). Esistevano gli autogrill, luogo del consumo in serie: nei primi anni Sessanta il fantasioso regista cinematografico e televisivo Ugo Gregoretti dirige il cortometraggio <em>Polli d’allevamento</em>, con Ugo Tognazzi, all’interno del film a episodi <em>RoGoPaG</em>, nel quale a un certo punto sostituisce l’immagine della domenicale famigliola tognazzesca, che mangia il suo pranzo standardizzato all’autogrill in mezzo a lunghe file di altre persone, con la visione di una grossa batteria di polli d’allevamento che spingono i loro colli in un movimento sussultorio nel prendere spasmodicamente il becchime nei loro box.<br />
Ecco, questa visione grottesca e allo stesso tempo orrorifica, è quella che mi viene in mente quando penso al lavoro nei call-center, dove ci sono appunto dei box, o postazioni, nelle quali gli operatori telefonici prendono il loro becchime muovendo collo e ganasce e insomma tutta la bocca per approvvigionarsi del cibo. E’ una lotta per la sopravvivenza che si consuma attorcigliandosi nei cavi a groviglio della tecnologia. Lungo le linee telefoniche i moderni polli d’allevamento del terziario avanzatissimo sprecano la loro triste vita di animali precari, di vittime del sistema pronti ad essere divorati. Lo scandalo dei call-center sta nel dare un lavoro a chi lo cerca senza alcuna assistenza, in un tempo sprovvisto di ogni determinatezza. Un pollo ucciso e mandato al consumo sui nastri trasportatori ha uguale, poco valore e nessun diritto di un altro. Siamo all’abuso per principio di una qualsiasi proposta di dignità umana.<br />
Sbagliano coloro che vedono in questo tipo di occupazione a strapiombo sull’indigenza una per così dire “pezza” messa dal sistema piuttosto che il nulla. Forse, posso azzardare, è meglio il nulla della fine anche ingloriosa di questa presa in giro su scala industriale, nell’illusione che la giovinezza – e la sua costitutiva indeterminatezza – non abbia mai fine: è l’età adulta quella definitiva, e ogni essere, cittadino adulto, in una società non dico sana ma meno malata della nostra, dovrebbe avere il diritto a un’occupazione che dia non solo pane, ma anche dignità per il presente e per il futuro.<br />
Altrimenti, se questo è il baluardo che ci propone la società a un mondo di delitti, non passerà molto tempo che certa gente, forse molta, preferirà l’azzardo della delinquenza piuttosto che la sicurezza molto virgolettata di una simile sussistenza, squallida e senza onore.</p>
<p><strong>Gli schiavi elettronici della “new economy”</strong></p>
<p>Nella aziende che usano il sistema di call-center esistono sistemi di controllo molto rigidi ed efficaci. Un sistema informativo direzionale è capace di calcolare le chiamate effettuate, i tempi medi di attesa e di servizio, le pause degli operatori, le chiamate perse. Questo tipo di sistemi aiutano la direzione a verificare la performance data dal lavoratore del “piano basso&#8221;.<br />
Nonostante sia moralmente ben poco raccomandabile, la direzione di simili aziende si avvale spessissimo del metodo dell’intercettazione telefonica, oltre all’uso di telecamere sul posto di lavoro. Questo dovrebbe andare in opposizione all’art.4 dello Statuto dei Lavoratori, che però non prevede i call-center – e dunque è possibile, per queste aziende, aggirare la norma – ma preferisco dire “farla franca”.<br />
E’ cosa nota a chiunque presti attenzione alle problematiche del mondo del lavoro che le nostre norma di regolamentazione sono farraginose. All’inizio del 2006 il ministero del Lavoro ha tentato di fare chiarezza nel settore, invitando al controllo dei co.co.pro: investigare se essi abbiano un progetto determinato da portare a termine e siano davvero lavoratori autonomi, quindi senza orari né giorni prestabiliti. Secondo questa nuova direttiva questo tipo di lavoro precario sarebbe dovuto sparire, ma questo non è avvenuto. Usare lavoratori con contratti a progetto che non progettano nulla. La foglia di fico che tutto nasconde, innanzitutto l’impegno da parte delle aziende. Gli schiavi elettronici della new economy continuano a spezzarsi ma non s’impiegano, per parafrasare il titolo di un libro dello scrittore torinese Andrea Bajani.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna &#8211; 30.06.2008.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/breve-escursione-nei-cpt-del-lavoro-elettronico/">Breve escursione nei CPT del lavoro elettronico</a></p>
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		<title>Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 10:49:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230;</strong></p>
<p>Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di <em>Birdland</em>, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini <em>glamour </em>della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/05/dalla-milano-da-bere-a-quella-da-vomitare-1/">Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti-300x225.jpg" alt="" title="ramazzotti" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-6337" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230;</strong></p>
<p>Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di <em>Birdland</em>, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini <em>glamour </em>della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes. Se negli anni Sessanta c’era stata l’anticipazione – proprio l’aperitivo immaginifico &#8211; del grande attore teatrale e televisivo Ernesto Calindri, che beveva il suo Cynar in mezzo a una piazza (Piazza Siena, vicinissimo a casa mia, dove nel settembre del &#8217;67 vidi sfrecciare la Fiat 1100 scura della banda Cavallero inseguita a pistolettate da due Gazzelle Alfa Romeo della polizia) , mentre le auto, nel bianco e nero della pellicola d’antan, sfrecciavano non solo simbolicamente attorno all’attore che placidamente sorbiva il suo aperitivo “contro il logorio della vita moderna”, vent’anni dopo tutto era cambiato, a parte la speranza di un nuovo rinascimento all’ombra della Rinascente. Milano si ripresentava nell’immaginario degli italiani non più come il mulo da traino dell’intera economia nazionale, ma come dispensatore di mode, vezzi, abitudini. L’aperitivo non veniva più sorbito in Galleria, come da decenni di tradizione, ma per il lungo e il largo di una metropoli pulsante, una specie di piccola mela rilucente, che aveva allontanato da sé tutte le nebbie propagate dagli anni di piombo. Gli anni Ottanta furono gli anni di Milano, questa <em>Milano da bere </em>che, a partire da uno slogan felice e di successo, riprese a rappresentarsi agli occhi dell’opinione pubblica e dell’immaginario collettivo come simbolo di durata nel successo, di velocità, arditezza, anche di gioia di vivere.<span id="more-6336"></span><br />
Erano finiti i tempi della Milano antonioniana disarcionata da se stessa, quella de <em>La notte</em>, una Milano che si spegne malinconicamente la sera, lasciando andare i propri personaggi verso l’oblio di una festa per ricchi, e defluire verso un addio. Ora, dopo l’intervallo da coprifuoco degli anni Settanta – anni di lotte politiche, di camionette della Celere posizionate notte e giorno in Piazza San Babila, covo dell’estremismo di destra – il rinascimento di una città verticalizzava una spinta propulsiva che sembrava inarrestabile; in concomitanza e serrando le fila, i socialisti di Craxi facevano il bello e il cattivo tempo amministrando la città con una disinvoltura inedita anche per un paese già abbastanza disinvolto nel governare come l’Italia, e poi il made in Italy della moda, che finalmente usciva allo scoperto andando a conquistare mercati in tutto il mondo, sicché la zona più centrale della città, a due passi dal Duomo e sede delle vie dell’incontestabile <em>glamour nazionale </em>venivano battezzate &#8220;Triangolo della moda.&#8221;<br />
Era il neoboom, era il ritorno di fiamma di una speranza di progresso che nella città, al di là delle folgorazioni pubblicitarie, era palpabile a ogni ora del giorno e della notte. I locali erano di nuovo presi d’assalto, si suonava il jazz per tutta la città, si riempivano i ristoranti e i menu diventavano più internazionali, dando spazio alle leggere voluttà della <em>nouvelle cuisine</em>. E le discoteche, che sparavano per le sale la musica tipica di quegli anni, tra la disco e la elettronica, il tambureggiare asfissiante di motivi che celebravano la trasgressione gay come <em>Relax </em>dei Frankie Goes To Hollywood, e che in locali come il Divina – famoso per la clientela gay e lesbo tranquillamente mischiata a quella etero – diventavano inni di un’ era nuova, di un periodo nel quale la prosperità economica coesisteva  con una disillusione da ultimo spettacolo che gli anni Sessanta, più ingenui e impreparati al peggio, non avevano avuto.<br />
Milano viveva al di sopra della proprie possibilità in una specie di apnea della felicità, facendo finta di non aver capito quello che sarebbe successo, in una finta ingenuità che da Tangentopoli in poi la città e poi il resto del paese avrebbe pagata cara.</p>
<p><strong>2. Come la realtà quotidiana divenne un mito   </strong></p>
<p>Marco Mignani era un pubblicitario illuminato. Se ne è andato nell’aprile di quest’anno, stroncato a 64 anni da un tumore al colon. Era una specie di simbolo ignoto ai più di una città, Milano, che è stata e forse è ancora un modo di essere. Era un periodo florido per la pubblicità, quello degli anni Ottanta: Carosello aveva lasciato il campo ai “commercial” d’impronta statunitense, fatti di brevi spot – proprio macchie filmiche straordinariamente compresse e complesse, nelle quali esistono, nello spazio a volte di pochi secondi, luci, ombre, suoni e dialoghi propri di un vero film, soltanto enormemente “infeltriti” nel tempo. Mignani era un uomo saggio e tranquillo, soprattutto un uomo di grande creatività. Il pubblicitario è una specie di scrittore a tema, che deve trovare, più che uno svolgimento, una chiave. Al contrario di uno sceneggiatore cinematografico o di un romanziere, deve partire da uno sviluppo, fatto dalla sua osservazione della realtà, per arrivare a un’idea nodale, a un nucleo sintetizzante, che deve racchiudere uno slogan e soprattutto una filosofia. E’ un lavoro tutto di compressione e di sintesi, difficile perché bisogna sfrondare, cercare quasi l’assoluto, cercare la fiamma dell’idea primigenia.<br />
Mignani divenne famoso per lo slogan sulla Milano da bere dell’Amaro Ramazzotti, a metà anni Ottanta. Uno slogan che uscì dal comparto pubblicitario e dalla società dello spettacolo e dei suoi fruitori, e divenne simbolo, prima positivo e poi irrimediabilmente negativo, allo scoccare dell’ora terribile di Tangentopoli, di una speranza disattesa ferocemente.<br />
Ma quest’uomo, che non aveva nulla del pubblicitario avido e cinicamente temerario che proprio certa pubblicistica ha rappresentato, è stato lo scopritore – come un cercatore d’oro lo è della vena aurifera che lo farà ricco – di altri slogan felici e passati alla storia: come quello dei &#8220;dieci piani di morbidezza&#8221; per Scottex, o &#8220;più buono proprio non ce n&#8217;è&#8221; per Beltè. Si potrebbe andare avanti a lungo: Mignani davvero faceva il mestiere del cercatore d’oro, se crediamo alla suggestione che ogni buona idea c’è sempre stata; bisogna soltanto farla venire magicamente alla luce.<br />
Certo, lo slogan del Ramazzotti era stato trovato dal pubblicitario milanese proprio da una precisa osservazione di come la città in quel periodo stava velocemente cambiando: Mignani osservò le modelle che arrivavano a frotte in città, come se Milano fosse divenuta una sorella  di New York, osservò il cambiamento del rito dell’aperitivo, i ristoranti del centro che cominciarono a inventarsi piatti nuovi per tempi nuovi, come il carpaccio con la rucola. E in effetti, se andiamo a rivedere quello spot, ritroviamo convulsamente ritratti i momenti di una giornata tutti reali, tutti vissuti, tutti visti da tutti. La rappresentazione mitizzata di una realtà che allora era tangibile.</p>
<p><strong>3. Tutto e solo impegno</strong></p>
<p>”Si, Milano è la città dell’amaro Ramazzotti, l’amaro di chi vive e lavora, l’amaro della vita, di una giornata che non è mai finita, che è nato qui 170 anni fa e che ancora oggi porta dovunque questa Milano da vivere, da sognare, da godere; questa Milano da Bere.” Questo era il testo del famoso spot pubblicitario che annunciò gli anni dello splendore meneghino. Era un amaro, una bevanda ad alta gradazione alcolica che serve alla digestione di “piatti forti”. In pochi minuti i capisaldi della città venivano mostrati da una macchina da presa famelica, che sembrava ingurgitare senza pietà, con la follia di tutti i dopoguerra, strade, piazze, situazioni, momenti di lavoro e di relax. Era come se non ci fosse separazione tra un atto e l’altro della giornata. A Milano tutto era impegnativo, ma con successo, come se si andasse al lavoro fischiettando su quelle note americane, su quella colonna sonora da film hollywoodiano. Una città americanizzata, un po’ <em>Wall Street </em>di Oliver Stone, un po’ <em>Vacanze di Natale </em>dei Vanzina, sussiegosa e clamorosa, plastificata e impellicciata. Una città ubriaca di quell’amaro che divenne appunto calice da sorbirsi all’indomani del crollo verticale, quando tutto quel tormentoso abbandono all’ottimismo divenne dopo sbornia annunciato  mille volte, divenne chiusura definitiva del dopoguerra e delle sue illusioni e delle sue speranze, divenne l’oggi.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna &#8211; 30.06.2008. Continua.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/05/dalla-milano-da-bere-a-quella-da-vomitare-1/">Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</a></p>
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