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	<title>Nazione Indiana &#187; Lea Melandri</title>
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		<title>&#8220;Alfabeta2&#8243; n° 7</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 05:09:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[marzo 2011]]></category>
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		<category><![CDATA[Serge Latouche]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.alfabeta2.it"><strong>«alfabeta</strong><strong>2</strong></a><strong><a href="http://www.alfabeta2.it">»</a> <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/03/03/sommario-del-n°-7-marzo-2011/">numero 07</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>dal 4 marzo in edicola e in libreria</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong>Non poteva mancare un numero sull’Unità d’Italia a rimarcare, indagare e cogliere gli aspetti più variegati, contraddittori e forse meno unitari di questo storico evento.</p>
<p style="text-align: center;">Dall’Inno di Mameli e Novaro, tuttora provvisorio in quanto mai riconosciuto come  ufficiale, alla controversa glorificazione di Garibaldi, dai libri e dal cinema che hanno sempre messo in luce l’incompiutezza e la mancata realizzazione di un reale processo di «cittadinanza», arrivando agli attuali fenomeni di razzismo nei confronti degli immigrati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/04/alfabeta2-n%c2%b0-7/">&#8220;Alfabeta2&#8243; n° 7</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.alfabeta2.it"><strong>«alfabeta</strong><strong>2</strong></a><strong><a href="http://www.alfabeta2.it">»</a> <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/03/03/sommario-del-n°-7-marzo-2011/">numero 07</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>dal 4 marzo in edicola e in libreria</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong>Non poteva mancare un numero sull’Unità d’Italia a rimarcare, indagare e cogliere gli aspetti più variegati, contraddittori e forse meno unitari di questo storico evento.</p>
<p style="text-align: center;">Dall’Inno di Mameli e Novaro, tuttora provvisorio in quanto mai riconosciuto come  ufficiale, alla controversa glorificazione di Garibaldi, dai libri e dal cinema che hanno sempre messo in luce l’incompiutezza e la mancata realizzazione di un reale processo di «cittadinanza», arrivando agli attuali fenomeni di razzismo nei confronti degli immigrati. Al focus, a cura di Omar Calabrese, collaborano Giovanni Curtis, Maurizio Ferraris, Stefano Jacoviello, Francesco Zucconi, Alberto Mario Banti e Tommaso Sbriccoli.</p>
<p style="text-align: center;">Continua l’<strong>Osservatorio Decrescita</strong> con un testo di <strong>Serge Latouche</strong>, <em>Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita</em>.</p>
<p style="text-align: center;">Il sommario comprende un’intervista a <strong>Maurizio Landini</strong>: <em>Da Mirafiori alla nuova alleanza</em>, interventi di Achille Bonito Oliva e Lea Melandri e un <strong>Dossier</strong><em> </em>su Furio Jesi.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Questo numero è illustrato dalle opere di <strong>Carla Accardi</strong>.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>«alfabeta</strong><strong>2</strong><strong>» </strong>è disponibile anche in versione e-book sul sito<a href="http://www.alfabeta2it/ebook/"> www.alfabeta2it/ebook/</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/04/alfabeta2-n%c2%b0-7/">&#8220;Alfabeta2&#8243; n° 7</a></p>
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		<title>La misoginia anche a sinistra</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2005 20:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lea melandri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lea Melandri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Lea Melandri</p>
<p>Il dominio maschile, pur avendo alle spalle una storia millenaria, resta ancora oggi un’ “evidenza invisibile”. Il fatto che il rapporto uomo-donna sia stato posto in secoli vicini a noi come “questione femminile”, e quindi come emancipazione o difesa del “sesso debole” e “svantaggiato”, non sembra aver scalfito più di tanto la “neutralità” dietro cui continua a celarsi il sesso che ha avuto in mano le sorti della specie umana, sotto qualunque cielo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/la-misoginia-anche-a-sinistra/">La misoginia anche a sinistra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Lea Melandri</p>
<p>Il dominio maschile, pur avendo alle spalle una storia millenaria, resta ancora oggi un’ “evidenza invisibile”. Il fatto che il rapporto uomo-donna sia stato posto in secoli vicini a noi come “questione femminile”, e quindi come emancipazione o difesa del “sesso debole” e “svantaggiato”, non sembra aver scalfito più di tanto la “neutralità” dietro cui continua a celarsi il sesso che ha avuto in mano le sorti della specie umana, sotto qualunque cielo. L’idea che le donne appartengano a uno di quei gruppi sociali che, come direbbe Berlusconi, “sono rimasti indietro”, e vanno perciò aiutati, sollecitati, responsabilizzati, è purtroppo più trasversale di quanto si creda ai partiti e ai movimenti politici. Lo dimostra platealmente il fatto che non c’è sinistra, moderata o radicale, che quando nomina le donne (ed è già eccezionale che vengano nominate), non le collochi nel triste corteo dei diseredati e dei bisognosi, vittime o parenti poveri verso cui  indirizzare la solidarietà , o tra quei nuovi “soggetti” che potrebbero, come fecondo integratore di energie, ridare fiato a una politica diventata sempre più sterile.<br />
<span id="more-891"></span><br />
Se negli anni ’70 erano seconde solo agli studenti e ai disoccupati, oggi la sequenza si è riempita di innumerevoli “miserie umane”, per cui è del tutto casuale se compaiono dopo i migranti, gli anziani, i portatori di handicap. C’è anche chi, nominando la variegata composizione delle “violenze”, che uomini esercitano su altri uomini, ignora del tutto le statistiche che riportano i dati crescenti della violenza sulle donne.<br />
Da questo punto di vista, non hanno fatto eccezione le due assemblee, promosse a Roma il 15 e il 16 gennaio 2005, dalla “sinistra radicale”, dove gli unici riferimenti nel merito di queste tematiche sono stati quelli di Lidia Menapace, costretta penosamente a ricordare che “non c’è solo la contraddizione capitale lavoro,ma anche uomo-donna”, e di Rossana Rossanda che ha rimarcato l’indisponibilità delle femministe a entrare attivamente in una politica da loro considerata “maschile”. Dell’ “autoesclusione” delle donne dalla scena politica si è parlato anche alla trasmissione  L’infedele (La7 sabato 22.1.05), ma in quel caso era il politologo Panebianco a sostenere candidamente che le donne sono già contente e realizzate nelle professioni, quasi che la loro “estraneità” alla politica fosse un dato naturale. E’ un miracolo che in questi tempi di spericolato biologismo, insieme al “gene” della gelosia e della timidezza, non  sia stato ancora trovato quello che definisce le attitudini femminili. Nelle metafore politiche correnti va di moda, da un po’ di tempo, dire che “bisogna fare un passo indietro”, oppure, al contrario “uno avanti”. Stando a questa accreditata deambulazione, propongo allora di farne uno “a lato”, e di provare a uscire dall’insopportabile e inutile rimando tra esclusione e autoestraniamento.<br />
L’intuizione per cui il movimento delle donne degli anni ’70 si può a ragione considerare uno di quei rivolgimenti profondi della coscienza storica che accadono raramente –come le “scoperte” di Marx sul rapporto capitale e lavoro, di Freud sul rapporto inconscio e coscienza- è stata quella di spostare l’analisi del sessismo dal versante sociale al terreno tradizionalmente più lontano dalla politica: storia personale, corpo, sessualità. E’ scavando in quelle “acque insondate”, che hanno continuato a scorrere minacciose sotto la pòlis, che si è fatto evidente come l’estensione del dominio maschile vada ben oltre la divisione sessuale del lavoro e il confinamento della donna nella sfera domestica. Maschile è la visione del mondo -incorporata sia nel “vissuto” del singolo che nei saperi, linguaggi e istituzioni della vita pubblica- che ha definito che cosa è “maschile” e “femminile”, dettato gerarchie di potere e configurazioni simboliche. La stessa sorte  -insignificanza storica ed esaltazione immaginativa- è toccata a tutto ciò che col femminile è stato identificato: sessualità, sentimenti, cura della vita, infanzia, dolore, morte, cioè esperienze essenziali degli esseri umani che hanno subìto una “messa al bando”, di cui i linguaggi e le istituzioni sociali non potevano non portare il segno. In primis, la politica che, posta al vertice del controllo e del dettato normativo sulla vita, ha creduto di potersi spogliare del mondo caotico e imprevedibile dell’esperienza soggettiva, mettendo confini tra pubblico e privato, tra il cittadino e l’individuo, quelle barriere che oggi stanno cadendo sotto i colpi del mercato e dell’industria dello spettacolo, ma anche di un processo di allargamento democratico, di individualizzazione e di ripensamento del rapporto vita e politica.<br />
Come disse Rossana Rossanda già più di venti anni fa (Le altre, Feltrinelli, 1989 ) la cultura delle donne non è “una miniera da cui attingere per arricchire una civiltà che finora l’aveva ignorata”, ma “una critica vera, e perciò unilaterale, antagonista, negatrice della cultura altra. Non la completa, la mette in causa. Non si tratta di allargare le maglie della città”.<br />
Questo percorso all’indietro, questa rivisitazione di una storia segnata dal dominio, ma anche dai sogni, dai desideri e dalle paure dell’uomo, dagli adattamenti e dalle resistenze delle donne, è un compito che non può non impegnare entrambi i sessi. Come nell’amore, l’incontro in una prospettiva nuova di impegno politico, ha bisogno che ci si muova incontro, da una parte e dall’altra. E qualcuno, rompendo un separatismo che sta diventando grottesco, ha cominciato a farlo. In un articolo, pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Pedagogika” (n.6, dicembre 2004), Gli uomini, il desiderio e la crisi della politica, scrive Marco Deriu: “Nell’arena politica si affacciano soggetti ‘neutri’ e razionali che si attribuiscono il compito di dirigere o trasformare il mondo. Queste persone immaginano probabilmente di trovarsi di fronte a un mondo esterno, una brutta scenografia che esiste “là fuori” e su cui credono di poter intervenire, cambiandola e modificandola in base ai propri giudizi e calcoli. Invano si cercherebbe nei discorsi degli uomini politici uno sprazzo di consapevolezza riflessiva che riconosca il legame tra sé e il mondo (n.s.), tra la propria esistenza e l’esistenza di altri esseri…In altre parole quello che ci manca più do ogni altra cosa non è un nuovo progetto politico, o una nuova formazione. Ci manca invece una politica che sia il riflesso di un desiderio autentico e radicale di vivere, di vivere insieme con gli altri. Da questo punto di vista, oltre al dualismo tra privato e pubblico e all’opposizione tra sé e mondo, la politica maschile si fonda su un’opposizione tra politica e passioni esistenziali”.<br />
Liberazione 27.1.2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/la-misoginia-anche-a-sinistra/">La misoginia anche a sinistra</a></p>
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		<title>I sonni inquieti dell&#8217;Occidente</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jan 2005 18:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lea melandri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lea Melandri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong></p>
<p>Le immagini e i racconti che ci arrivano attraverso i giornali e la televisione dai luoghi devastati dal maremoto del 26 dicembre 2004 potrebbero essere definiti da chiunque “sconvolgenti”. Ma è questo il nostro stato d’animo di fronte “al dolore degli altri”, o non piuttosto quello, già descritto da Voltaire a proposito del terremoto di Lisbona, nel 1755, di “spettatori tranquilli”, “spiriti intrepidi” che “dalla bonaccia” vanno investigando le cause delle tempeste in cui hanno fatto naufragio i loro fratelli?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/09/i-sonni-inquieti-delloccidente/">I sonni inquieti dell&#8217;Occidente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong></p>
<p>Le immagini e i racconti che ci arrivano attraverso i giornali e la televisione dai luoghi devastati dal maremoto del 26 dicembre 2004 potrebbero essere definiti da chiunque “sconvolgenti”. Ma è questo il nostro stato d’animo di fronte “al dolore degli altri”, o non piuttosto quello, già descritto da Voltaire a proposito del terremoto di Lisbona, nel 1755, di “spettatori tranquilli”, “spiriti intrepidi” che “dalla bonaccia” vanno investigando le cause delle tempeste in cui hanno fatto naufragio i loro fratelli? Chiedersi, come ha fatto Piero Sansonetti su Liberazione (28 dicembre 2004) “come reagiamo a questa tragedia”, se è vero che ci lascia “tristi e del tutto indifferenti”, dovrebbe essere il presupposto, silenzioso o esplicito, di tutti i ragionamenti che ne indagano le cause, naturali e umane.<br />
<span id="more-830"></span><br />
Per quanto sia imbarazzante ammetterlo, la più banale sequenza cinematografica, quando va a toccare ricordi remoti, fantasie infantili dimenticate, può indurci alle lacrime più facilmente di quanto non riesca a fare una realtà straziante, ripresa da una fotografia o da un documentario. L’emotività risponde a spinte sotterranee che non sempre collimano, come vorremmo,con il paesaggio che abbiamo davanti agli occhi e alla mente.</p>
<p>Si potrebbe discutere a lungo sull’affermazione di Salgado (Repubblica 2.1.2005) che le fotografie di una tragedia come quella del Sud Est asiatico hanno il potere di portare alla luce, in quanto “linguaggio comune” che “passa per i sensi”, una verità che già sappiamo: l’appartenenza di tutti gli uomini alla stessa “tribù”. Tra il riconoscere in un gesto, in un volto, in un paese distrutto il codice comprensibile a tutti del dolore umano, e il dire “potremmo essere noi”, passano lo stesso divario e la stessa lontananza che separano privilegio e miseria, turisti occidentali in cerca di svago e “nativi” messi a servizio. Le foto riportate dai giornali, le riprese televisive, gli stralci da video amatoriali provenienti dai luoghi della catastrofe, scelti con cura, non senza qualche concessione al senso estetico, dicono di una devastazione inafferrabile, di una sofferenza muta, e dello sforzo impotente con cui la nostra ragione tenta, da luoghi sicuri, di fissarne almeno l’ombra.</p>
<p>La presenza di occidentali tra le vittime, il fatto che si trattasse di luoghi noti come crocevia di vacanze, interessi economici, disponibilità di “merce” umana a basso costo, sono sicuramente il motivo primo di un’attenzione così duratura e di una gara mondiale di solidarietà che non si era mai vista. Le fosse comuni, dove è stata data anonima sepoltura a corpi spogliati della loro storia, dei loro diversi destini e appartenenze, hanno assunto di per se stesse, per i significati profondi e simbolici che possiamo attribuirvi, il peso che vorrebbero avere le immagini e le cronache giornalistiche.</p>
<p>Gli abitanti delle zone devastate, privati di tutto tranne che della vita, ripresi in lunghe processioni per il cibo o per l’acqua, o vaganti come spettri tra le macerie e i cadaveri, messi a confronto con i sopravvissuti dell’Occidente che raccontano compostamente nei salotti televisivi lo scampato pericolo, ci riportano dentro un quadro che già conosciamo e su cui la calamità naturale ha operato soltanto come aggravamento di ferite già aperte da uomini su altri uomini. Come ha scritto con una sintesi molto efficace Sabina Morandi (Liberazione 28.12.2004): “la morte per acqua si infila nei dislivelli sociali e nei conflitti irrisolti moltiplicando la forza del suo potere distruttivo, lambisce le ville e spazza via le baraccopoli, precipita nel caos equilibri naturali resi instabili da anni di sfruttamento”.</p>
<p>Più che l’identificazione con le figure di una povertà che va ben oltre il passaggio violento di uno tsunami, più che l’effetto emotivo di paradisi marini trasformati in scenari da incubo, si può pensare che sia allora un groviglio oscuro di sentimenti a tenere alto l’interesse e la solidarietà per il disastro del Sud Est asiatico. Pur riconosciuto come evento catastrofico di estrema gravità, non si è potuto isolarlo né come effetto esclusivo della potenza della natura né come destino di una zona ininfluente del pianeta. Da subito si è parlato di un’  “emergenza” imparentata con altre non meno gravi calamità  -i milioni di morti per fame, malattie, guerre-, dove la responsabilità umana è predominante, anche se molti continuano ancora a considerarle “naturali”. Sono state messe a confronto le risorse economiche, tecnologiche, umane con cui l’Occidente, senza danno per i suoi abitanti, potrebbe risarcire sia pure tardivamente gli effetti di una secolare colonizzazione del resto del mondo. Il divario tra ricchi e poveri, proiettato sull’orizzonte dei grandi poteri mondiali e su quello più domestico dello scambio ineguale tra chi lascia le sue spiagge ai turisti  per venire a lavorare da emigrato nelle loro case, è diventato il punto focale di una riflessione che ormai attraversa posizioni politiche, differenze culturali, coscienze ideologicamente restie a lasciarsi cadaveri di famigliari morti, sono immagini ricorrenti nei servizi giornalistici e, proprio per questo, come ha scritto Susan Sontag, capaci di produrre alla lunga l’effetto contrario: inaridire la compassione.</p>
<p>Più imprevedibile e più difficile da dimenticare è invece lo scenario che ha tenuto inconsapevolmente agitati i sonni della parte privilegiata del mondo, e che ora emerge dal fango, che ha ricoperto le spiagge tailandesi  e indonesiane, come l’altra faccia delle nostre “libertà”: gli alberghi a cinque stelle dei turisti e, a fianco, le capanne dei pescatori locali, travolti allo stesso modo da una forza naturale che non fa distinzioni, ma che lascia allo scoperto, una volta acquietata, la nudità imbarazzante dei rapporti di dominio, sfruttamento, cattiva coscienza, che li ha tenuti insieme. Le “isole dei famosi” , reali o fittizie, non potranno più essere la meta o lo spettacolo di consumatori “innocenti”, né sarà più lo stesso, ignaro e sognante lo sguardo che poseremo sul volto   della ragazza indiana che ci sorride dalle pareti di un’agenzia di viaggio.</p>
<p>L’uscita da un’indifferenza complice dei mali che si vorrebbero attribuire alle leggi immodificabili della natura o della volontà di un dio può cominciare anche così, con la scoperta di un lato inquietante in tutto ciò che ci è famigliare, nelle abitudini, nelle relazioni, nelle scelte della vita quotidiana. Qualcuno ha fatto notare che “catastrofe” vuol dire, etimologicamente, anche “trasformazione”. Si può sperare che un rivolgimento delle coscienze riesca a dare convincere ma non così barricate da sfuggire a un diffuso, inconfessabile “senso di colpa”.</p>
<p>La massa anonima dei senza casa in cerca di cibo, dei bambini abbandonati, delle donne ricurve sui se non un “senso” al disastro, quanto meno un buon motivo per continuare ad agire in vista di un mondo migliore.</p>
<p>___________</p>
<p>da <em>Liberazione</em>, 9.1.2005</p>
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		<title>Storie di ordinaria ipocrisia</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2004 17:39:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lea melandri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong></p>
<p>In vicinanza del Natale si va generalmente alla ricerca di storie edificanti, per potersi convincere, almeno in quella occasione, che la bontà esiste. Quest’anno tuttavia la cronaca non sembra offrire alcun appiglio: catastrofi naturali, da cui è sempre più difficile escludere responsabilità umane, morte e violenze di ogni specie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/28/storie-di-ordinaria-ipocrisia/">Storie di ordinaria ipocrisia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong></p>
<p>In vicinanza del Natale si va generalmente alla ricerca di storie edificanti, per potersi convincere, almeno in quella occasione, che la bontà esiste. Quest’anno tuttavia la cronaca non sembra offrire alcun appiglio: catastrofi naturali, da cui è sempre più difficile escludere responsabilità umane, morte e violenze di ogni specie. Ma dal vasto repertorio di mali che affliggono ormai in modo endemico la nostra civiltà, emergono con giusta, anche se spesso male interpretata rilevanza, episodi che, pur nella loro particolarità di “fatti di vita”, appaiono sintomatici di un decadimento profondo del senso di giustizia, amore, solidarietà, rispetto dell’altro. Mi riferisco a tre notizie che, proprio perché fortemente contrastanti con l’edulcorata atmosfera natalizia, sono arrivate nei giorni scorsi alle prime pagine dei giornali, e che provocatoriamente mi verrebbe da chiamare “storie di ordinaria ipocrisia”.<br />
<span id="more-804"></span><br />
Circa dieci giorni fa, nei pressi di Roma, viene scoperto un ospizio dove venti anziani, quasi tutti malati di alzheimer e demenza senile, erano tenuti in condizione di sporcizia, denutrizione, maltrattamenti vari, nessuna assistenza medica. La responsabile, al momento dell’arresto, dà una spiegazione che può suonare cinica solo se si prendono per buoni lo stupore e l’esecrazione di carabinieri, parenti, cronisti, di fronte a una barbarie che emerge periodicamente, a cadenze quasi regolari, cosicché nessuno può dire non averla già vista o immaginata. “Io faccio solo del bene a questi poveretti. Senza di me  –dice-  sarebbero in mezzo alla strada”. Non è una giustificazione, certo, ma forse meriterebbe di essere presa indirettamente come una scrollata a quel muro di ipocrisia che permette alle famiglie, alla collettività, alle istituzioni, di liberarsi di vecchiaie ingombranti, fingendo di non sapere cosa accade dietro i cancelli di una promettente “Villa Elisa”.</p>
<p>Se è vero, come hanno scritto i giornali, che i parenti visitavano i ricoverati una volta  al mese, e che in quelle occasioni nessuno di loro si è accorto, per lungo tempo,  dell’effetto dei sedativi e dei segni lasciati da lacci ai polsi e alle gambe, vuol dire che l’orrore ha quanto meno due volti connessi: l’abbandono e lo sfruttamento di persone bisognose e indifese, quali sono gli anziani non più autosufficienti, un residuo di popolazione mal tollerato e crescente, che va in qualche modo “rimosso”, in attesa che tolga il disturbo.</p>
<p>Un’intolleranza analoga colpisce tutti quei gruppi sociali che, agli occhi di una maggioranza produttiva, benestante e in salute, rischiano di apparire, per usare una bella espressione di Virginia Woolf, dei “disertori”, e cioè i poveri e i malati terminali. Sulla giovane rumena, che è stata trovata morta nel quartiere milanese di Niguarda, schiacciata dal coperchio di un cassonetto della Caritas contenente abiti usati, si è profuso da più parti un pietismo sentimentale colorato, per l’occorrenza, di venature favolistiche: il freddo di una notte prenatalizia, una “piccola fiammiferaia” povera e senza fissa dimora che, invece di spiare dentro le case dei ricchi l’intimità degli affetti, annaspa disperatamente tra i loro rifiuti. Una storia lacrimevole, che forse avrebbe fatto sorridere anche la protagonista, vittima due volte: dell’emarginazione ingiusta da parte delle istituzioni, e della disumana indifferenza di chi, avendola sentita gridare quella notte, non ha ritenuto di doverla aiutare, giustificandosi forse col pensiero, espresso pubblicamente dall’assessora milanese Tiziana Maiolo, che “era una ladra”.</p>
<p>Quasi negli stessi giorni è uscita la notizia che, in un ospedale di Lecco, un’infermiera ha provocato la morte, neanche tanto “dolce” stando agli effetti di iniezioni di aria in vena, a un numero di malati gravi che si sta aggiornando in modo impressionante: forse diciotto. Anche in questo caso, l’ “orrore” è di quelli che si rinnovano di tanto in tanto, e i giornali infatti ne danno con precisione un promemoria a lato della notizia. Ma la memoria evidentemente non aiuta, quando il gesto omicida, o se si preferisce la patologia individuale, interpreta alla lettera fantasie, desideri inconfessabili di tutti coloro  -medici, infermieri, famigliari, amici- che sono chiamati ad aver cura di un malato, su cui pesa una sentenza di morte: affrettarne la partenza, rendergli più “dolce” un passaggio ormai inevitabile, strapparsi dal cuore un peso che la civiltà dei palestrati, delle “veline”, delle chirurgie estetiche pret-a-porter, dei “sopravvissuti” famosi di improbabili naufragi televisivi, hanno reso, se non giustificabile, comunque “comprensibile”. Nella raccolta di giudizi “clinici” più o meno attendibili sulla protagonista  -bisogno di mettersi al centro dell’attenzione, di rendersi utile-, spicca quella del criminologo: si tratta, dice, di un’onnipotenza che si accanisce sui più deboli. Ci può essere una definizione più calzante per un sistema di vita che va dai massimi poteri economici, militari, politici del mondo fino allo sguardo che il più modesto dei cittadini getta sul mendicante di strada, augurandosi che quella vista inquietante possa essergli una mattina miracolosamente risparmiata? Come è possibile che in un ospedale passi così a lungo non vista una sequenza di morti “inspiegabili”, sebbene contrassegnate tutte vistosamente dagli stessi sintomi? Come può essere sfuggito allo sguardo premuroso di un parente l’improvviso aggravamento del malato?</p>
<p>Il Natale vicino accende nelle città luminarie annebbiate da uno strato denso di smog, rischiara le notti buie della campagna con alberi di lampadine, ma dove e quando non si vuole vedere, non c’è luce naturale o artificiale che conti.</p>
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		<title>Condoleezza Rice</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Dec 2004 07:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lea melandri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong></p>
<p>Dietro la nomina di Condoleezza Rice a Segretario di Stato negli Usa, si è tentati di vedere il riscatto da una duplice o triplice emarginazione: Condoleezza è donna, è nera, e viene da una modesta classe sociale. Inoltre, è nata e cresciuta in quel “profondo Sud” dell’America, l’Alabama, che gli intellettuali, i liberal, hanno sempre snobbato e guardato con diffidenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/12/24/condoleezza-rice/">Condoleezza Rice</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/condorice.jpg" border="0" alt="condorice.jpg" hspace="4" vspace="2" width="137" height="195" align="left" />Dietro la nomina di Condoleezza Rice a Segretario di Stato negli Usa, si è tentati di vedere il riscatto da una duplice o triplice emarginazione: Condoleezza è donna, è nera, e viene da una modesta classe sociale. Inoltre, è nata e cresciuta in quel “profondo Sud” dell’America, l’Alabama, che gli intellettuali, i liberal, hanno sempre snobbato e guardato con diffidenza. Nella sua parabola di “ragazza prodigio”, che passa dall’esperienza della segregazione razziale a una delle cariche di maggiore potere nel mondo, saranno in molti a trovare la conferma del sogno americano, l’opportunità concessa a tutti di arrivare con le proprie forze ai gradini più alti della scala sociale. Ma è proprio questo alone di favola, potenziato, dopo la rielezione di Bush, dal fanatismo messianico dei suoi sostenitori, che rischia di far passare in secondo piano, o di oscurare del tutto, gli aspetti più inquietanti di questa ascesa “eccezionale”.<br />
<span id="more-801"></span><br />
L’uscita da una condizione di schiavitù o di marginalità non è mai stata univoca: ha comportato ribellioni, ma anche adeguamenti, quando non è stata entrambe le cose insieme. Se l’emancipazione femminile non ha avuto gli effetti sperati  -scriveva già Sibilla Aleramo all’inizio del ‘900-  è perché la donna “si è adattata a piacere all’uomo, non solo fisicamente ma anche moralmente, o gli si è ribellata copiandolo, entrando nell’azione come un suo misero inutile duplicato”.<br />
Di Condoleezza, giocando sul significato del nome, alcuni commentatori e commentatrici hanno messo in evidenza la combinazione di tratti opposti e complementari: la dolcezza e l’ “animo combattivo”, l’  “ideale per un paese in guerra”, come ha detto Bush, quel misto di “forza, grazia e decenza” che renderà accettabile al mondo “la faccia dell’America”, e meno odiosa l’esibizione della sua forza. Condoleezza sembra incarnare, per questa investitura che le è stata data, quell’ “uomo-femmina” che Paolo Mantegazza, un erudito vissuto tra ‘800 e ‘900, già prefigurava come conquista massima per la donna, rimasta da millenni ai margini della famiglia sociale. Scriveva Mantegazza:</p>
<p><em>“Questo nuovo liberto della società moderna è tollerato, non eguagliato a noi; è come un orfano raccolto per la via, che vive coi membri di una famiglia senza farne parte integrante. Se da concubina è diventata madre, un gran passo rimane a farsi perché diventi donna, o, dirò meglio, uomo-femmina, una creatura mobilissima e delicatissima, che pensi e senta femminilmente e completi così in noi l’aspetto delle cose”.</em></p>
<p>Condoleezza faceva già parte della famiglia Bush nella posizione di una sorta di “moglie politica”, consigliera, aiuto nei momenti difficili, legata da fedeltà e riconoscenza. Mettendola al centro della politica estera, Bush ottiene, per usare un’espressione oggi di moda, una “femminilizzazione della politica” destinata, almeno all’apparenza, a dare alle sue scelte politiche e militari un volto più famigliare, più “umano”. Se del Presidente gli elettori hanno potuto dire “E’ uno di noi”, per come parla e come si muove, l’identificazione con la figura di una donna, afroamericana e “tosta” come un uomo non può che allargarsi e consolidarsi. Chi pensa che, essendo donna, Condoleezza sia comunque portatrice di una “differenza”, che presto o tardi finirà per mostrarsi, si affida implicitamente a un determinismo biologico più volte smentito. Dimentica che il “femminile” ha assunto, storicamente e immaginariamente, un significato che va al di là dell’individuo-donna: “femminile” è tutto ciò che la vita pubblica ha messo al bando, controllato e dominato; è la vita nel suo radicamento biologico, che la politica ha in vario modo ingabbiato nelle sue norme giuridiche, proteggendola e distruggendola nel medesimo tempo; è tutto quel magma di pulsioni, sentimenti, sogni, che oggi, nella crisi della politica, della democrazia, dei confini nazionali, riprende una centralità che sembrava cancellata insieme allo “stato di natura”. La “fede”, la “famiglia”, la “patria”, territori idealmente collegati al femminile, si sono sempre sposati con la guerra, con l’appartenenza, con la difesa identitaria a oltranza, con la logica amico-nemico.</p>
<p>Negli stessi giorni in cui è stata nominata Condoleezza, Putin ha annunciato una nuova stagione di riarmo per la Russia, decisa a restare una grande potenza militare. Sperando di non essere profeti di sventura, come si può dimenticare che Condoleezza Rice deve il suo successo proprio al fatto di essere una delle più attente studiose dell’ “Impero del Male”?</p>
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		<title>L&#8217;inconscio è reazionario (e la narrazione pure)</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2004 14:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Codebò]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Melandri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giuliomozzi.com">giulio mozzi</a></strong></p>
<p> Mi hanno incuriosito due articoli di commento ai risultati delle elezioni presidenziali statunitensi, firmati da Lea Melandri e Antonio Codebò e apparsi nei giorni scorsi nel quotidiano <em><a href="http://www.ilmanifesto.it">il manifesto</a></em>; mi hanno incuriosito perché entrambi tirano in ballo la narrazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/linconscio-e-reazionario-e-la-narrazione-pure/">L&#8217;inconscio è reazionario (e la narrazione pure)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giuliomozzi.com">giulio mozzi</a></strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/amish.jpg" alt="amish.jpg" align="left" border="0" height="109" hspace="4" vspace="2" width="109" /> Mi hanno incuriosito due articoli di commento ai risultati delle elezioni presidenziali statunitensi, firmati da Lea Melandri e Antonio Codebò e apparsi nei giorni scorsi nel quotidiano <em><a href="http://www.ilmanifesto.it">il manifesto</a></em>; mi hanno incuriosito perché entrambi tirano in ballo la narrazione. (L&#8217;articolo di Lea Melandri <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000780.html"> si legge anche qui</a> in Nazione Indiana, pubblicato da Carla Benedetti, ed è stato ampiamente <a href="http://www.nazioneindiana.com/cgi-bin/mt/mt-comments.cgi?entry_id=780">commentato</a>). Io vorrei solo abbozzare qualche riflessione. Non ho idee precise, invito a considerare le cose che dico come tentativi maldestri di formulare un problema.<br />
<span id="more-721"></span><br />
L&#8217;articolo di Lea Melandri, uscito il 12 novembre 2004, s&#8217;intitola: <em>Valori e interessi / Quando l&#8217;inconscio è reazionario</em>. A un certo punto si legge:</p>
<p><font color="#114477">E&#8217; vero che i cosiddetti &#8220;valori morali&#8221; sono in realtà dei &#8220;non valori&#8221;, dei &#8220;valori pessimi&#8221; e, quanto meno, contraddittori: la difesa della vita contro l&#8217;aborto e la pena di morte, il via libera alle leggi di mercato e la chiamata all&#8217;altruismo cristiano, il richiamo al bisogno di sicurezza e l&#8217;uso spregiudicato di una forza militare che non ha confronto. Ma è anche vero che le spinte da cui questi &#8220;valori&#8221; morali muovono e di cui appaiono come una risposta deformata, sono dati di quella vita psichica che la razionalità illuministica e l&#8217;economicismo di gran parte della sinistra hanno cancellato dalla loro visione del mondo, consegnandoli di fatto alla religione o all&#8217;interiorità. Penso, per nominarne solo alcune, alla paura del diverso, sentito, per un riflesso arcaico come nemico, e, in particolare, a quel <em>primo</em> diverso che è il corpo femminile da cui l&#8217;uomo è generato, visto come potenza capace di dare la vita e la morte; penso all&#8217;omofobia, struttura portante di una società di soli uomini che si costituisce, non solo immaginariamente, come &#8220;fuga dal femminile&#8221;; penso al bisogno di protezione e quindi di di appartenenza, che porta ad identificarsi col più forte.<br />
Oggi si scopre che <strong>l&#8217;inconscio collettivo, che si è espresso &#8220;democraticamente&#8221; nel voto di una maggioranza silenziosa, è reazionario</strong>. Non era poi così difficile da immaginare: tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare <strong>ha bisogno innanzitutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato</strong>, restituito alla cultura e alla politica con cui è sempre stato in rapporto, sia pur un rapporto alienato, strumentale, distruttivo della politica stessa e delle sue conquiste democratiche.</font></p>
<p>Il giorno successivo, 13 novembre, sempre nel <em>manifesto</em> è uscito un <a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/13-Novembre-2004/art80.html">articolo di Marco Codebò</a> intitolato: <em>Valori e interessi / Le glosse di Kerry al racconto di Bush</em>. Lo ritaglio un po&#8217; (chiedo scusa per la lunghezza delle citazioni, ma <em>il manifesto</em> tiene gli articoli in rete solo per una settimana, e non potevo cavarmela con un rinvio).</p>
<p><font color="#114477">Sul mercato della cultura, l&#8217;offerta della destra religiosa, sapientemente articolata a seconda della clientele, è quella che ha più successo. Usando un&#8217;altra metafora, i supercristiani americani hanno piazzato il loro <strong>racconto del mondo</strong> in cima ai bestsellers. [...] Durante la campagna elettorale Kerry non ha mai trasformato le sue idee in un racconto leggibile, né mai ha identificato con sicurezza un pubblico di potenziali lettori. Ha cercato di vendere una serie di provvedimenti tampone, coltivare meglio le alleanze, espandere la copertura sanitaria, correggere il Patriot Act e così via, che erano però solo variazioni della storia narrata dal suo avversario. In sostanza, Kerry è quasi sempre rimasto all&#8217;interno dello spazio narrativo proposto e delimitato da Bush. [...] Non è che Kerry non avesse valori, li aveva eccome. Ma non riusciva a parlarne perché il suo racconto avanzava a frammenti, era illeggibile. Sulla questione della ricerca sulle cellule staminali, per esempio, Bush si è detto contrario a &#8220;sacrificare una vita per un&#8217;altra vita&#8221;. Durante il terzo dibattito, Kerry gli ha opposto le ragioni della scienza. Ma avrebbe dovuto opporgli un&#8217;altra cultura della vita, una che considera il diritto di un anziano a non affondare nell&#8217;Alzheimer più importante di quello di un embrione a sopravvivere. [...] Ma Kerry questo discorso non l&#8217;ha fatto, perché <strong>un racconto del giusto e dell&#8217;ingiusto</strong>, intorno al quale aggregare le tante storie particolari delle nostre vite di popoli, classi e persone, non lo possedeva. Sembra che questo racconto, a sinistra, non lo sappia più fare nessuno. Almeno negli Stati Uniti. Nel resto del mondo, direi che qualche capitolo comincia ad essere scritto.<br />
Quel racconto era cominciato col manifesto di Marx e le barricate del &#8217;48. E&#8217; diventato impossibile da narrare negli ultimi decenni del Novecento, con la fine del comunismo e la frantumazione della classe operaia dell&#8217;occidente. E&#8217; chiaro che la sinistra tornerà a raccontare quando ritroveremo sia una storia sia un protagonista che abbiano una forza narrativa comparabile a quella del manifesto marxiano e dell&#8217;operaio di fabbrica. Ai due lati dell&#8217;Europa si sono solidificati due mostri narrativi che hanno piegato la speranza religiosa verso <strong>l&#8217;attesa, se non l&#8217;attiva ricerca, dell&#8217;apocalisse</strong>. [...]<br />
E&#8217; certo però che l&#8217;unico modo per imparare a raccontare è quello di provarci. Anche se pochi segmenti della trama sono a posto, potranno dar vita a un insieme coerente solo grazie a narratori che non si accontentino di frammenti ma provino a disegnare una storia di grande respiro, laica ma non per questo acefala o incompleta. E nel far questo, impariamo dall&#8217;avversario, in questo caso la destra americana. Il nucleo generativo di un racconto del mondo non si costruisce al centro dello schieramento politico, ma nel cuore, anche estremo, di una delle sue ali. [...]</font></p>
<p>Ho letti dunque questi due articoli, in due giorni successivi, entrambi mentre viaggiavo in treno, e ho pensate disordinatamente delle cose. Ho pensato che entrambi gli articoli esprimono una richiesta di narrazione, ma che Melandri e Codebò chiedono narrazioni ben diverse. Codebò chiede una &#8220;storia di grande respiro&#8221;, di un respiro paragonabile a quella cominciata &#8220;col manifesto di Marx e le barricate del &#8217;48&#8243;. Però non vuole una storia che dia forma all&#8217;attesa, se non alla speranza, di una &#8220;apocalisse&#8221;.<br />
Ora, non capisco bene che cosa voglia intendere Codebò, in questo articolo, con la parola &#8220;apocalisse&#8221;. &#8220;Apocalisse&#8221; significa, letteralmente, &#8220;rivelazione&#8221;; s&#8217;intitola <em>Apocalisse</em>, come tutti sanno, l&#8217;ultimo libro della <em>Bibbia</em>, che si propone come ricapitolazione finale di tutta la storia narrata nella <em>Bibbia</em> stessa. Anche per questo la parola &#8220;apocalisse&#8221; è stata associata all&#8217;idea di fine del mondo, e quindi di devastazione.<br />
Ho il sospetto che una &#8220;storia di grande respiro&#8221; non possa esistere se non come storia che viaggia verso una &#8220;ricapitolazione finale&#8221;. La stessa storia cominciata &#8220;col manifesto di Marx e le barricate del &#8217;48&#8243; doveva molto della sua forza, credo, al suo promettere una ricapitolazione finale e una fine della storia (o al suo essere recepibile/recepita dalle masse come promessa di una ricapitolazione finale e di una fine della storia: il che, per il discorso che sto facendo, mi pare più o meno lo stesso).</p>
<p>Ho il sospetto che tra i &#8220;dati della vita psichica&#8221; espulsi dalla visione del mondo della &#8220;razionalità illuministica&#8221;, come scrive Melandri, ci si anche, per l&#8217;appunto, il desiderio apocalittico: il desiderio della ricapitolazione finale e della fine della storia.<br />
Personalmente sono convinto che perfino il popolo cattolico (al quale appartengo) abbia sostanzialmente espluso dalla propria visione del mondo il &#8220;desiderio della fine&#8221;. La Chiesa-istituzione, un po&#8217; terrorizzata e un po&#8217; affascinata dalla &#8220;razionalità illuministica&#8221;, ha cominciato poco più di un secolo fa un lento (contrastato, contraddittorio ecc.: tutto quello che volete) cammino verso la propria laicizzazione; e per &#8220;laicizzazione&#8221; intendo la riduzione del proprio orizzonte al mondo umano. Oggi la Chiesa-istituzione è un&#8217;eccellente (cioè: molto ben funzionante) agenzia di servizi morali, ma non si può proprio dire che la sua occupazione principale sia quella di ricordare la Grande Promessa: che è, per l&#8217;appunto, la ricapitolazione finale, la fine del mondo, il giudizio universale, la fine della storia (ha molti nomi, questa cosa). La fine del mondo è diventata roba per teologi, l&#8217;escatologia è diventata una disciplina specialistica.<br />
E il popolo cattolico ha ben recepita questa trasformazione.</p>
<p>Lea Melandri scrive: &#8220;Tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare ha bisogno innanzitutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato&#8221;.<br />
Penso: quante volte, da quarantaquattro anni che sto al mondo, ho sentito rivendicare il diritto alla <strong>liberazione del desiderio</strong>? Quante volte ho sentito dire da persone &#8220;di sinistra&#8221;, ho letto in libri e riviste &#8220;di sinistra&#8221;, che era cosa buona e giusta (anzi, era proprio un <em>dovere</em>: è esistito un vero e proprio conformismo della liberazione del desiderio) liberare ciò che era stato &#8220;sepolto nella zona più oscura della mia vita&#8221;, liberare ciò che era stato cancellato, oppresso, espluso, forzosamente rimosso da Dio, dalla Chiesa, dalla Famiglia, dalla Patria e così via?<br />
Ma Lea Melandri scrive: &#8220;riconosciuto, narrato e analizzato&#8221;. La liberazione di cui ho appena parlato, invece, andava direttamente, immediatamente <em>agita</em>.</p>
<p>Per anni ho lavorato in un&#8217;associazione di imprenditori artigiani. Il contenuto politico più forte che gli associati esprimevano era: &#8220;Copàrli tuti!&#8221;, &#8220;Ammazzarli tutti!&#8221;. I politici, gli operai, i sindacalisti, le guardie di finanza, i ragionieri, i negri, i sindaci, quelli che avevano studiato: tutti coloro che apparivano come &#8220;diversi&#8221;, appartenenti a un&#8217;altra cultura o a un altro ceto, a un&#8217;alterità qualunque, dovevano essere fatti fuori.<br />
L&#8217;associazione nella quale lavoravo (filodemocristiana, ovviamente) era ben consapevole che uno dei propri compiti era: contenere questa esplosione di &#8220;dati psichici&#8221;, fornire delle narrazioni sostitutive, lottare contro l&#8217;imbarbarimento.<br />
(In questo momento ho una fantasia ridicola. La Dc mi appare come una sorta di gigantesca psicoanalista. La rottura del patto terapeutico, avvenuta negli anni Novanta, ha avuto questo effetto: che tutti i fantasmi contenuti nelle menti dei votanti Dc sono fuoriusciti, e oggi si aggirano per il mondo).</p>
<p>E&#8217; possibile riconoscere e narrare questi &#8220;dati psichici&#8221; di cui parla Melandri? E&#8217; possibile che riconoscerli e narrarli sia uno dei <strong>compiti della letteratura</strong>? Mi rispondo: sì, sì.<br />
E&#8217; possibile ricondurre le narrazioni di questi &#8220;dati psichici&#8221; di cui parla Melandri alla costruzione di una &#8220;storia di grande respiro&#8221; quale la invoca Codebò? Mi rispondo: no.</p>
<p>Sospetto che, oggi, la letteratura sia tanto più politica quanto più impolitica riesce ad essere. Sospetto che, oggi, il compito della letteratura non sia tanto quello di tentar di <em>dire verità sgradevoli</em>, quanto di <em>essere sgradevole</em>: il dire verità sgradevoli è ormai un lavoro politico fin troppo codificato e retoricizzato. Sospetto che, oggi, la letteratura dovrebbe cercar di essere quanto più reazionaria possibile.</p>
<p>Ora io, che sono un cosiddetto <em>scrittore</em>, individuo in Codebò il mio più grande nemico. Ho capito che cosa lui vuole: vuole delle narrazioni che siano &#8220;di grande respiro&#8221;, holliwoodiane, antidalemiane, prive di ricapitolazione finale, e robustamente pedagogiche. Il suo sentimento prevalente è la nostalgia, e della nostalgia io francamente non so che cosa farmene.</p>
<p>Fine delle riflessioni, dei maldestri tentativi di formulare un problema (così maldestri che non ho offerta nessuna formulazione del problema). Di argomenti connessi con questi ho scritto nel mio diario il <a href="http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/04/19/politica_un_pe.html">19.04.04</a> (ripreso <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000448.html">qui</a> in Nazione Indiana da Tiziano Scarpa e discusso <a href="http://www.miserabili.com/archives/014796.html">qui</a> in <a href="http://www.miserabili.com">Miserabili</a> da Giuseppe Genna).</p>
<p>[<a href="http://www.nazioneindiana.com/cgi-bin/mt/mt-comments.cgi?entry_id=794">commenti</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/15/linconscio-e-reazionario-e-la-narrazione-pure/">L&#8217;inconscio è reazionario (e la narrazione pure)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Quando l&#8217;inconscio è reazionario</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2004 22:35:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Melandri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong><br />
Quando scoppiò in America lo scandalo <strong>Clinton-Lewinsky</strong>, molti intellettuali si chiesero come era possibile che una squallida storia privata di sesso potesse diventare più importante della guerra che sconvolgeva in quel momento i Balcani. Oggi, di fronte all’esito delle elezioni americane, lo stupore è analogo, anche se sono cambiati i termini della contrapposizione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/14/quando-linconscio-e-reazionario/">Quando l&#8217;inconscio è reazionario</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lea Melandri</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/bush_borg.jpg" alt="bush_borg.jpg" align="left" border="0" height="178" hspace="4" vspace="2" width="180" />Quando scoppiò in America lo scandalo <strong>Clinton-Lewinsky</strong>, molti intellettuali si chiesero come era possibile che una squallida storia privata di sesso potesse diventare più importante della guerra che sconvolgeva in quel momento i Balcani. Oggi, di fronte all’esito delle elezioni americane, lo stupore è analogo, anche se sono cambiati i termini della contrapposizione.<br />
<strong>Bush  </strong>-ha scritto Rossana Rossanda (Il Manifesto 5.11.04)-  sta scombinando il nostro lessico e i nostri riferimenti”: diventano “valori forti e caldi” sentimenti, emozioni, fobie sessuali che avrebbero dovuto restare dentro i confini del vissuto personale, mentre si eclissano, facendosi “deboli e freddi”, quegli “interessi materiali” che una ragione illuminata ha considerato la struttura portante della vita pubblica (lavoro, stato sociale, emarginazione, limitazione delle libertà, ecc.).<br />
<span id="more-717"></span><br />
Un elenco di <strong>dualismi </strong>così dettagliato  -caldo/freddo, materiale/immateriale, cuore/ragione, maschile/femminile, ecc- non si vedeva nella cultura occidentale da quando Pitagora dettò la sua famosa “tavola” degli opposti, con la differenza che la gerarchia non è più la stessa: le viscere, il cuore, la vampa emotiva, la fragilità, l’egoismo, la vincono oggi sull’ordine che ha istituito la pòlis e che ha dato poi forma alle moderne democrazie. L’effetto di capovolgimento è eclatante: la provincia, la campagna, le piccole città trionfano sulle metropoli, le comunità religiose mobilitano più della sinistra laica, la fede fa prendere più voti che il ragionamento, la paura premia le scelte politiche che sono destinate ad accrescerla, l’aborto e i matrimoni gay spaventano più della disoccupazione e del terrorismo. <strong>Osama Bin Laden</strong>, nel suo appello alla responsabilità dei cittadini americani, non sapeva (o forse malignamente sapeva) che da quel “cuore” profondo dell’America si sarebbe risvegliata una potenza a lui opposta, ma speculare: il fondamentalismo cristiano, quel “cielo e inferno dei valori morali”, per usare un’espressione di <strong>Massimo Cacciari</strong>, a cui la sinistra ha guardato sempre con diffidenza, tenendoli separati dalla politica. La vittoria di <strong>Bush </strong>si configura in modo evidente come un terremoto la cui faglia si è aperta l’11 settembre 2001: l’irruzione dell’altro da sé, del lontano, del nemico sul suolo proprio.</p>
<p>Ma quella che appare come una “regressione”, un ritorno al Medioevo, a una virilità rozza “da Frontiera”, forse ha bisogno di una lettura meno semplificatoria, fuori da facili e tradizionali contrapposizioni. E’ vero che i cosiddetti “valori morali” sono in realtà dei “non valori”, dei “valori pessimi” e, quanto meno, contraddittori: la difesa della vita contro l’aborto e la pena di morte, il via libera alle leggi di mercato e la chiamata all’altruismo cristiano, il richiamo al bisogno di sicurezza e l’uso spregiudicato di una forza militare che non ha confronto. Ma è anche vero che le spinte, da cui questi “valori” muovono e di cui appaiono come una risposta deformata,  sono dati reali di quella “vita psichica” che la <strong>razionalità illuministica </strong>e l&#8217;<strong>economicismo </strong>di gran parte della sinistra hanno cancellato dalla loro visione del mondo, consegnandoli di fatto alla religione o all’interiorità. Penso, per nominarne solo alcune,  alla paura del diverso, sentito, per un riflesso arcaico come nemico, e, in particolare, a quel primo diverso che è il corpo femminile da cui l’uomo è generato, visto come potenza capace di dare la vita e la morte; penso all’omofobia, struttura portante di una società di soli uomini che si costituisce, non solo immaginariamente, come “fuga dal femminile”; penso al bisogno di protezione e quindi di appartenenza, che porta ad identificarsi col più forte. Oggi si scopre che l&#8217;<strong>inconscio collettivo</strong>, che si è espresso “democraticamente” nel voto di una maggioranza silenziosa, è reazionario.</p>
<p>Non era poi così difficile da immaginare: tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato, restituito alla cultura e alla politica con cui è sempre stato in rapporto, sia pure un rapporto alienato, strumentale, distruttivo della politica stessa e delle sue conquiste democratiche. L’”immensa esperienza negativa” che si è accumulata nelle “viscere della storia” nel corso dell’ultimo secolo, come conseguenza del fatto che sono stati considerati condizione quasi esclusiva del cambiamento i rapporti di produzione, oggi esce allo scoperto attraverso la retorica populista delle destre occidentali. Ma, se non ne abbiamo paura e, soprattutto se non abbiamo fretta di cancellarla o imitarla, forse è l’occasione per dare finalmente cittadinanza a “esperienze essenziali del vivere umano”.</p>
<p>In una vicenda drammatica e carica di conseguenze come <strong>l’11 settembre</strong>, quando si vanno a raccogliere “le parole dei testimoni”, la prima constatazione, come ha scritto <strong>Ida Domijanni </strong>(Il Manifesto 2.11.2004) è che la “varietà dei vissuti” non  ha né una “rappresentazione pubblica” né una “rappresentanza politica” che possano reggere al confronto con quella ufficiale. Ma quante altre esperienze “impresentabili” per i linguaggi codificati della politica restano sepolte nel magma indifferenziato di pensieri e sentimenti “che si è ancora tentati di appiattire sulle leggi immodificabili della natura, o di  leggere semplicemente come fenomeni antropologici? In tempi in cui la “<strong>biopolitica</strong>” sembra voler penetrare fin dentro la cellula prima della vita  -proclamando la personalità giuridica dell’embrione- è quasi incredibile che chi si batte per la giustizia sociale e per l’umanizzazione dei rapporti tra diversi, non si renda conto che sottrarre all’”insignificanza” storica le pulsioni e le componenti più elementari della “vita psichica” è il passo indispensabile per non esserne pesantemente condizionati e ostacolati nello sforzo di costruire  “un altro mondo possibile”.</p>
<p>La giusta preoccupazione, a cui fa spesso riferimento <strong>Rossana Rossanda</strong>, di non fare della politica una totalità inglobante, normativa, regolatrice dei rapporti sociali ma anche della “persona” nella sua interezza, sentimenti compresi, non sembra tener conto che è proprio l’idea di una politica ristretta alla sua funzione”calcolatrice e amministrativa” a costituire una minaccia di assimilazione, e a lasciarsi perciò ai margini una vasta area di “impoliticità”, resistente a farsi omologare o anche soltanto tradurre nei suoi linguaggi e nelle sue leggi. Finchè questo “residuo” immenso di sapere, energie e risorse creative resterà tale, le democrazie non potranno dormire sonni tranquilli e le rivoluzioni perderanno un apporto indispensabile per togliere consenso alle logiche del dominio e della guerra.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
Pubblicato su &#8220;il manifesto&#8221; del 12.11.2004</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/14/quando-linconscio-e-reazionario/">Quando l&#8217;inconscio è reazionario</a></p>
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