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	<title>Nazione Indiana &#187; leonardo palmisano</title>
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		<title>UNO SCRITTORE SOBRIO DI STORIE (STRA)ORDINARIE</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 08:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>Siamo in autostrada. Davanti a noi c’è un ingorgo. Poco fa è avvenuto un incidente e le automobili sono incolonnate per quasi un chilometro. I guidatori e i passeggeri attendono più o meno pazientemente che si torni a viaggiare a velocità sostenuta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/09/uno-scrittore-sobrio-di-storie-straordinarie/">UNO SCRITTORE SOBRIO DI STORIE (STRA)ORDINARIE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>Siamo in autostrada. Davanti a noi c’è un ingorgo. Poco fa è avvenuto un incidente e le automobili sono incolonnate per quasi un chilometro. I guidatori e i passeggeri attendono più o meno pazientemente che si torni a viaggiare a velocità sostenuta. Sulla carreggiata opposta il traffico è quasi normale, se si esclude il fisiologico rallentamento dei curiosi, pronti persino a interrompere un sorpasso pur di gettare uno sguardo inutile oltre il guard rail per (non) vedere ciò che è successo.<br />
La scena è parte di un romanzo.<br />
Dove si trova lo scrittore?<span id="more-38384"></span><br />
Solitamente, in Italia, all’inizio degli anni Dieci del primo secolo del terzo millennio – così come (forse) in qualunque altro paese e in qualunque altra epoca della storia (ma di sicuro qui da noi e in questo tempo per via di ragioni peculiari quali, tra le altre, una estremizzazione pigra dei ruoli, un appiattimento delle visioni e una devitalizzazione acrobatica della lingua), lo scrittore a) si trova in una delle macchine incidentate e 1) sta morendo, quindi passa i suoi ultimi minuti a recitare la parte di Carlito Brigante rievocando gli attimi in cui tutto ha preso una nuova piega e ogni cosa si è rivelata nella propria essenza, 2) ha solo qualche graffio ma, grazie a una combinazione di paura ed eccitazione, è in preda a uno stordimento che si trasforma subito in epifania, oppure b) è a bordo di una vettura che sfreccia sulla carreggiata opposta, guidata da un vitalista cinico al quale non importa nulla di eventuali morti e feriti (li considererebbe comunque dei miserabili, colpevoli di non avere avuto i riflessi di Vettel, di non aver saputo farsi rispettare, di non aver guadagnato abbastanza da potersi permettere una berlina rocciosa, comoda e accessoriata, con un sistema frenante all’avanguardia – insomma, di non essere stati ciò che lui è o crede di essere), e ha il tempo, lo scrittore, dal sedile posteriore dove è seduto, di cogliere l’elemento distintivo dell’italianità contemporanea – su cui verrà presto allestito un illuminante sermone – in un movimento impercettibile del sopracciglio destro di un vigile urbano o nell’espressione statica di rancore sul volto della donna che, rigirando tra le dita le perle della sua collana, sarebbe pronta a dimostrare al mondo intero che l’incedente in questione è stato architettato da suo marito (seduto accanto a lei, al volante) per farle fare tardi alla seduta di riapertura del corso di yoga.</p>
<p>Questa volta, però, sulla carreggiata libera c’è anche un’auto familiare che procede a velocità moderata, nella corsia di marcia, ed è guidata da una donna che non ama violare i limiti di velocità – e nemmeno rallentare il traffico per futili motivi. Lo scrittore è suo marito e le sieda accanto. Guarda dall’altra parte per qualche secondo, si fa un’idea dell’accaduto notando che le auto coinvolte nell’incidente sono danneggiate ma non distrutte, che nessuno piange disperato e che l’ambulanza è ferma e ha il lampeggiante spento. Ci mette un attimo a riportare questi pochi elementi a sua moglie e a sua figlia, dopo di che ricomincia a pensare a ciò che è successo nei giorni scorsi, mentre erano in vacanza in un piccolo paesino dell’Appennino, e si dice che potrebbe decidersi a raccontarlo in un libro, come sa fare lui, senza esibire ferite e cicatrici, rifuggendo le visioni mistiche e i fuochi d’artificio, prestando attenzione solo ai piccoli avvenimenti che si collocano uno accanto all’altro, silenziosamente, e vanno a comporre il palcoscenico su cui faranno la loro apparizione i momenti decisivi delle vite di donne e uomini cosiddetti ordinari, chiedendo di essere trattenuti, descritti e mandati infine incontro ai lettori.</p>
<p>Naturalmente questa sciocca storiellina è inventata a bella posta (come si diceva nei romanzi dell’Ottocento) per incolonnare su un’autostrada, sotto il sole di una domenica di fine estate, gli scrittori italiani e i lettori italiani e gli editori italiani – oppure gli automobilisti italiani, i produttori di automobili italiani (il plurale in questo caso è superfluo) e persino gli urbanisti italiani. Insomma, per parlare male degli italiani. Ma c’è anche qualcosa che non è stato necessario inventare: quella macchina familiare, infatti, esiste davvero, e anche quello scrittore. In libreria trovate i suoi racconti e i suoi romanzi – l’ultimo, <em>Paesaggio con incendio</em>, è appena uscito per minimum fax. Non sono esposti nelle vetrine dei megastore, né inquadrati dalle telecamere dei programmi ai quali noi italiani – o forse LORO! – ci rivolgiamo per rinunciare anche al piacere di scegliere che cosa leggere.<br />
Bisogna cercarli, ma ne vale la pena.<br />
Sono rari. Come un banale tamponamento a cui nessuno presta attenzione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/09/uno-scrittore-sobrio-di-storie-straordinarie/">UNO SCRITTORE SOBRIO DI STORIE (STRA)ORDINARIE</a></p>
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		<title>Una piccola notizia diversa dalle altre</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 12:33:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[coolies delle lettere]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280.jpg"></a>La notizia è che una collaboratrice del Corriere della Sera, <a href="http://www.paolacars.tumblr.com/" target="_blank">Paola Caruso</a>, è in sciopero della fame da due giorni per ragioni che riguardano il suo rapporto di lavoro con la direzione del quotidiano.<br />
A me pare che questa notizia sia un po’ diversa dalle altre e mi sforzerò di dimostrare perché.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/una-piccola-notizia-diversa-dalle-altre/">Una piccola notizia diversa dalle altre</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-37231" title="tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>La notizia è che una collaboratrice del Corriere della Sera, <a href="http://www.paolacars.tumblr.com/" target="_blank">Paola Caruso</a>, è in sciopero della fame da due giorni per ragioni che riguardano il suo rapporto di lavoro con la direzione del quotidiano.<br />
A me pare che questa notizia sia un po’ diversa dalle altre e mi sforzerò di dimostrare perché.<br />
Il Corriere della Sera è uno dei principali quotidiani italiani. Sulle sue colonne trovano posto articoli nei quali si discute di politica, di economia, di spettacolo e talvolta di etica del lavoro. Si parla, naturalmente, anche di precariato, evidenziando le ripercussioni sociali presenti e future di questo fenomeno contemporaneo.<span id="more-37230"></span><br />
Ora, uno dei collaboratori precari (assunti con contratti co.co.co) del Corriere della Sera, in seguito a quella che – a torto o a ragione – reputa un’ingiustizia subita, decide di attuare lo sciopero della fame.<br />
La prima domanda che mi viene in mente è «Come darebbe questa notizia il Corriere della Sera?»<br />
Il precario di cui il giornale dovrebbe raccontare la storia in questo caso lavora per il giornale stesso. Non c’è, quindi, una sorta di cortocircuito tra la posizione che il Corriere assume di solito nei confronti di determinate questioni, prendendo posizione, e i comportamenti che lo stesso quotidiano attua al proprio interno, nei riguardi dei propri collaboratori?<br />
Per chiarire meglio questo punto, ricorro a un esempio.<br />
Se un operaio della Fiat facesse lo sciopero della fame per protesta contro la propria azienda, questo non implicherebbe un cambiamento di giudizio sulla qualità delle automobili: la Croma manterrebbe le proprie caratteristiche, e così la Multipla. Ma “il prodotto” di un giornale sono gli articoli, le idee, la serietà e la coerenza con la propria linea editoriale. Quale autorevolezza può avere un giornalista del Corriere della Sera nel discutere di precariato e di mercato del lavoro, con i toni che assume di solito in queste circostanze, quando uno dei suoi colleghi è in sciopero della fame per questioni relative al suo rapporto col giornale?<br />
So bene che questa domanda può avere tante e diverse risposte, tutte legittime, a seconda che si voglia guardare questa vicenda con gli occhi di chi non può che accettare le regole del mercato o di chi si prefigge di cambiarle e di renderle più eque (e in questa categoria mi pare rientrino anche gli intellettuali che scrivono per il Corriere). Quello che a me interessa, come ho premesso, è il fatto che <em>questo</em> – non un qualsiasi altro – sciopero della fame possa introdurre <em>questo</em> interrogativo.<br />
C’è però un altro aspetto “originale” in questa storia, ed è quello che riguarda la sua rappresentatività.<br />
Paola Caruso – di nuovo, a prescindere dai suoi torti e dalle sue ragioni – è oggi il volto di una generazione di professionisti delle lettere e della cultura che, in questo Paese, vive in una condizione vicina allo schiavismo, soggetta alle regole di una meritocrazia debole sovrastata da una legge della casualità del tutto imperscrutabile, e che si sente vittima – perché lo è – di un’ingiustizia sociale che pare invincibile.<br />
Certo, a me piacerebbe che a portare in primo piano questo problema fossero migliaia di persone consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri e pronte ad assediare palazzo Chigi, palazzo Grazioli, Montecitorio o palazzo Madama, invece che una giornalista precaria del Corriere della Sera – così come immagino sarebbe piaciuto a Martin Luther King che decine di migliaia di cittadini americani rivendicassero davanti alla Casa Bianca i diritti delle persone di colore senza che Rosa Parks fosse costretta a farsi arrestare.<br />
Ma così non è.<br />
In questi anni si sono scritti e si scrivono centinaia di articoli per analizzare e sezionare la condizione dei lavoratori precari nel nostro Paese. Nessuno che proponga un’azione, un’iniziativa collettiva, come potrebbe essere, ad esempio, uno sciopero permanente dei precari (che, in pratica, tenuto conto degli stipendi da fame che prendono, si tradurrebbe in qualche piatto di spaghetti aglio e olio al posto di un paio di pizze, e nella richiesta di un aiuto aggiuntivo a genitori che continuano a ripetere “Ma perché non fate niente? Che vi abbiamo mandati a fare all’università?” e che probabilmente preferirebbero mantenere i propri figli per un altro mese piuttosto che integrare le loro buste paga per non si sa quanti altri anni).<br />
Fermarsi tutti, contarsi e provare a contare, potrebbe forse servire a qualcosa. Quanto meno renderebbe non più necessario uno sciopero della fame che finora ha suscitato le solite forme (spesso scomposte ed esibite) di solidarietà e di dissenso – che non mi pare aiutino a pagare l’affitto o difendere la propria dignità.<br />
Invece di stare tutti a chiederci dove sia la ragione e il torto in questa vicenda specifica, invece di improvvisarci economisti psicologi rivoluzionari e uomini di mondo, troveremmo il tempo per leggere l’articolo 36 della nostra Costituzione, per interrogarci sul suo senso, e magari per accorgerci, qualora dovessimo trovarlo ancora attuale, che, se restiamo ai fatti, i conti non tornano.</p>
<p><em>Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/una-piccola-notizia-diversa-dalle-altre/">Una piccola notizia diversa dalle altre</a></p>
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		<title>Premonizione</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 12:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo palmisano]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>I miei figli sono morti.<br />
Ci penso tutti i giorni, quando cammino lungo il fiume mentre vado in ufficio, e passo davanti alla scuola materna, e vedo i figli degli altri scendere dalle macchine e salutare con un bacio il papà che li ha accompagnati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/25/premonizione/">Premonizione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>I miei figli sono morti.<br />
Ci penso tutti i giorni, quando cammino lungo il fiume mentre vado in ufficio, e passo davanti alla scuola materna, e vedo i figli degli altri scendere dalle macchine e salutare con un bacio il papà che li ha accompagnati.<br />
Li osservo finché qualcuno incrocia il mio sguardo: non mi piace che si accorgano di me. Mi volto verso il fiume e proseguo, e mi pare che nella mia testa tutto diventi freddo, ghiaccio, e che debba essere così in eterno. Poi, lentamente, ogni cosa torna quasi come prima.<br />
Alcuni minuti dopo mi siedo alla mia scrivania e comincio a lavorare.<br />
Leggo e scrivo per otto ore, più o meno. (Non serve entrare nei particolari.) Per farlo mi danno seicento euro al mese. Ho degli amici che per lo stesso lavoro prendono cinquecento o settecento euro. Per i più bravi – e i più fortunati – si arriva a ottocento. Si sentono felici. C’è anche chi non vede un soldo per sei mesi e spera che prima o poi gli facciano un contratto, che non lo caccino per far posto a un altro.<br />
Non sempre la speranza si avvera.<span id="more-37002"></span><br />
Durante la pausa pranzo ci scriviamo delle mail per dirci come stiamo, per raccontarci quello che ci succede al lavoro.<br />
Il capo di Livia è il nostro argomento di conversazione preferito: una pimpante signora acida di quasi sessant’anni (“la vecchia”)  che non capisce niente di filosofia ma è amica dell’editore <em>e quindi</em> dirige una collana sul “pensiero contemporaneo”. Tremila euro al mese. Non le basterebbero per comprare uno solo dei vestiti che indossa per arrivare in casa editrice a mezzogiorno, sedersi alla sua poltrona, inviare un paio di mail e restare fino alle quattro al telefono con le sue amiche, ripetendo “Guarda, oggi è una giornata terribile. Scusami, ma ho solo un minuto, perché qui se non ci penso io…”. Ci piace immaginare che suo marito sia un uomo d’affari ricchissimo, che non le rivolga la parola da prima della caduta del Muro e che abbia una giovane amante, da qualche parte in oriente, per l’esattezza a Shangai. Non ne sappiamo molto, in verità.<br />
Livia è laureata in filosofia, 110 e lode. Poi ha fatto il dottorato. Poi, fino a sei mesi fa, ha lavorato all’università, pagata di tasca propria da un professore. Ha scritto dei saggi che sono stati pubblicati da riviste prestigiose, e lo scorso gennaio l’hanno invitata a un convegno in Canada. Quando è andata dal preside di facoltà per chiedergli se l’università avrebbe potuto pagarle il volo, si è sentita rispondere “Non so che dirle. Faccia una colletta tra i colleghi”.<br />
Quasi ogni giorno ci inviamo dei link che rimandano ad articoli pubblicati sui siti dei più autorevoli giornali nazionali, pieni di refusi, di frasi buffe e di “quant’altro”. Qualche volta ci incontriamo per l’aperitivo e facciamo una specie di inventario. Ridiamo. Beviamo. Chiacchieriamo. A turno, prendiamo un’altra birra. Una sera abbiamo provato a redigere una classifica dei quotidiani con più errori, ma non siamo stati abbastanza costanti. C’è sempre uno di noi che non parla per mezz’ora ma, quando cominciamo ad avere quel tono sprezzante che non possiamo permetterci (e prima che cali un silenzio rivelatore), tira fuori un salutare “Che cazzo ce ne frega!” e cambia discorso.<br />
Anche i figli dei miei amici sono morti.<br />
Gli anni passati lontano da casa ci hanno resi dei cuochi e dei pasticcieri decenti, ma non riusciamo quasi mai a organizzare delle cene: c’è chi ha da tradurre, chi da correggere, chi da scrivere una scheda di lettura.<br />
Di tanto in tanto si aggiunge qualcun altro al nostro aperitivo, ma è gente di passaggio: la cerchia non si allarga mai. Per la maggior parte si tratta di nostri superiori curiosi e invadenti, ai quali piace sentirsi democratici – oppure, più raramente, di fantasmi di antiche amicizie. Persone che parlano di viaggi, case da comprare, matrimoni da preparare. Ci trovano interessanti, simpatici, ci stimano persino, ma non le rivedremo più al nostro tavolo. Forse la colpa è nostra: ogni volta ci inventiamo un motivo divertente per snobbarle e lasciamo che vadano per la loro strada. Non credo che se ne accorgano o se ne rammarichino. Chi sta andando da qualche parte si dimentica subito dei contrattempi.</p>
<p>Prima o poi uno di noi si ucciderà, o ucciderà qualcuno per un refuso. Non credo che sarò io, ma mi piace immaginarlo.<br />
Entrerò nella redazione di un giornale e punterò la pistola al primo che capita. Gli dirò di farmi vedere l’articolo a cui sta lavorando, nel quale troverò l’immancabile “quant’altro”. «Che cosa hai studiato, caro?», gli chiederò. Mi risponderà «Lettere (o filosofia, o scienze politiche, o sociologia)». Senza accorgersene, alzerà la voce, per la paura, e tremando dirà «Ho frequentato anche un master in».<br />
Non saprò mai di che cosa si trattasse.<br />
Il colpo partirà per un riflesso condizionato.<br />
Lo guarderò per qualche secondo, mentre se ne starà per terra, immobile, prima che un suo collega cuor di leone mi salti addosso, mi disarmi e cominci a picchiarmi. Basterà per imprimere per sempre nella mia memoria l’immagine di quel corpo morto.<br />
Quel cadavere sono io. Il suo sangue è il mio sangue. Alcuni anni fa, non so con esattezza quanti, ho avuto la prontezza di comprendere che il mio dovere non si fosse esaurito con lo studio, con lo stage, con l’impegno, con le letture, con l’amore per tutto ciò che avevo imparato, con la certezza di essere ormai in grado di mettere la mia firma in fondo a un articolo, di suggerire la pubblicazione di un libro e di lavorare con l’autore per renderlo migliore. Ho capito che dovevo fare anche altro. Andare a una festa, stringere una mano, sorridere, bussare, insistere, rischiare di diventare molesto – ma mai triste o deprimente, sempre simpatico! Sopprimere in me ogni forma istintiva di generosità, tenere in tasca il numero di telefono che sarebbe servito di più a un mio amico, e usarlo per cercare un lavoro che lui avrebbe svolto meglio di me.<br />
È in quel momento che sono diventato adulto.<br />
Pochi giorni dopo mi hanno convocato per un colloquio, mi hanno offerto un incarico a termine, l’ho accettato. È andato tutto bene. Dopo un anno è arrivato il contratto a tempo indeterminato. Ho chiesto alla mia ragazza di sposarmi. Abbiamo comprato casa. Abbiamo avuto un figlio, Andrea. Presto ne avremo un altro. Se sarà femmina (e vogliamo che lo sia) la chiameremo Sara.<br />
Stamattina, quando ho accompagnato Andrea a scuola, ho notato un uomo che camminava lungo il fiume. Ci osservava.<br />
I suoi figli sono morti, ma io non posso saperlo. Non so nemmeno immaginarlo. Anche i figli dei suoi amici sono morti. Non sono mai stati concepiti, eppure loro li hanno visti morire.<br />
Ero certo che sarebbe venuto ad ammazzarmi.<br />
Ho guardato con i suoi occhi il mio cadavere.<br />
Era il suo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/25/premonizione/">Premonizione</a></p>
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		<title>Riportando tutto a casa / Locorotondo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 10:26:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/locorotondo1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: center;"><em>Riportando tutto a casa</em></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Nicola Lagioia</strong></p>
<p style="text-align: center;">Sabato 7 agosto, <strong>ore 20</strong><br />
piazza Vittorio Emanuele, <strong>Locorotondo</strong></p>
<p style="text-align: center;">Con l&#8217;autore interverrà <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=leonardo+palmisano">Leonardo Palmisano</a></p>
<p style="text-align: center;">La presentazione è organizzato dal mensile Largo Bellavista</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/06/riportando-tutti-a-casa-locorotondo/"><em>Riportando tutto a casa</em> / Locorotondo</a></p>
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<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>Riportando tutto a casa</em></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Nicola Lagioia</strong></p>
<p style="text-align: center;">Sabato 7 agosto, <strong>ore 20</strong><br />
piazza Vittorio Emanuele, <strong>Locorotondo</strong></p>
<p style="text-align: center;">Con l&#8217;autore interverrà <a href="http://www.nazioneindiana.com/?s=leonardo+palmisano">Leonardo Palmisano</a></p>
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		<title>Padroni Delle Libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2009 15:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>Un giorno, tra cento anni, gli esseri umani che godranno di una Terra meravigliosa e che vivranno esistenze felici e spensierate, ricorderanno Silvio Berlusconi come colui che per primo mostrò al mondo, a cavallo tra due millenni, tutta la verità sulla natura della dottrina politica economica e sociale uscita vincitrice dai conflitti grotteschi e sanguinosi del ventesimo secolo: il liberismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/04/padroni-delle-liberta/">Padroni Delle Libertà</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>Un giorno, tra cento anni, gli esseri umani che godranno di una Terra meravigliosa e che vivranno esistenze felici e spensierate, ricorderanno Silvio Berlusconi come colui che per primo mostrò al mondo, a cavallo tra due millenni, tutta la verità sulla natura della dottrina politica economica e sociale uscita vincitrice dai conflitti grotteschi e sanguinosi del ventesimo secolo: il liberismo.<br />
&#8220;Egli&#8221;, diranno, &#8220;incarnò alla perfezione l&#8217;idea che, in totale assenza di avversari, l&#8217;arroganza del vincitore non potesse continuare a essere giudicata come l&#8217;espressione di un imminente tentativo di aggressione ai contendenti, ma meritasse di essere considerata e percepita  per quello che era: il mezzo migliore per far capire a tutti che nessuna contesa sarebbe più stata possibile&#8221;.<span id="more-19047"></span></p>
<p>Mentre in questi giorni, i capi della più grandi democrazie occidentali si affannano a parlare di riforme e di trasparenza del sistema finanziario, il nostro presidente del consiglio tiene ovunque delle lezioni spontanee sulla libertà di stampa, illuminandoci con dei sillogismi inattaccabili: &#8220;La stampa è libera di dire ciò che piace a suoi padroni&#8221;. Insomma, &#8220;se io tengo in vita un giornale comprando degli spazi pubblicitari, di fianco al mio marchio o subito dopo lo spot del mio prodotto non può esserci una notizia sulla pericolosità della crisi economica. Ci dev&#8217;essere una bel trafiletto ottimista sulle virtù terapeutiche dello shopping compulsivo. O tuttalpiù la foto di una bella ragazza!&#8221;<br />
Anche i giudici appartengono ai loro padroni.<br />
Anche i parlamentari.<br />
E, naturalmente, i cittadini.<br />
Confutare questa posizione, oggi, vuol dire mettere in discussione i pilastri dei nostri regimi democratici &#8211; o quanto meno ostinarsi ad anteporre, in maniera anacronistica, il bon ton alla sfacciata evidenza dei fatti.<br />
Se l&#8217;unico principio condiviso dalla totalità degli esseri umani evoluti è quello secondo cui ogni individuo ha il diritto di perseguire il proprio interesse personale e immediato; se viene considerata legittima e, anzi, virtuosa ciascuna azione volta a raggiungere il maggior profitto e il maggior potere possibile [e non esiste persona dotata di una minima dose combinata di razionalità e sincerità capace di negare queste due ipotesi] allora è inutile fingere di scandalizzarsi quando qualcuno, persino in un periodo di crisi e di rischio recessione, si ostina ad attenersi, alla lettera, alle inconfutabili leggi del mercato.<br />
È arrivato quindi il momento di smettere di considerare l&#8217;Italia come il luogo in cui, da venti (anzi, no, da trenta&#8230;, anzi, no, da quaranta&#8230;, anzi no, insomma, da troppi) anni si vive in una sorta di imponderabile anomalia, e di cominciare ad accorgersi che il nostro Paese è, in verità, un&#8217;avanguardia, un esperimento teso a dimostrare che, liberando l&#8217;umanità dalle ragnatele dell&#8217;etichetta democratica, si potrà finalmente intraprendere un percorso di ritorno verso una comoda e appagante oligarchia. Se, insomma, per Marx la dittatura del proletariato era il preludio del comunismo, per i governi moderni la parentesi democratica è stata solo una necessità, un modo per allontanarsi una volta per tutte &#8211; e con l&#8217;approvazione unanime dei cittadini &#8211; dall&#8217;ipotesi di stato socialista, e incamminarsi verso la forma di governo che pacificherà la storia: la plutocrazia.<br />
Nessuna chiesa e nessuna ideologia è oggi in grado di opporsi a questo processo. Anche i papi hanno i loro padroni. Non c&#8217;è alternativa. E l&#8217;arroganza di chi persiste nell&#8217;esprime questo concetto non è che l&#8217;espressione naturale del concetto stesso: è il suo abito, tagliato su misura. Anzi, la sua pelle.</p>
<p>Ma la pelle trema.<br />
Perché c&#8217;è un piccolo inatteso ostacolo a questa marcia trionfale. Ed è la crisi economica scaturita da un sistema che, arrivato a questo punto, non può rischiare di mostrarsi meno che perfetto. È qui che si gioca la partita. (O forse, senza paura, bisognerebbe dire che qui si gioca il destino della nostra specie.)<br />
La guerra che Silvio Berlusconi combatte contro la parola crisi, contro l&#8217;idea stessa che questa parola contiene è, in verità, la guerra del liberismo in difesa della propria potenza, della propria vittoria, del proprio diritto a proclamarsi religione universale.<br />
<em>Crisi</em> vuol dire ricominciare a guardarsi nelle tasche, a contare i soldi, vuol dire smettere, anche solo per un attimo, di essere consumatori di massa e ritornare a gestire le proprie spese, consapevolmente, secondo la categoria della priorità. Vuol dire, quindi, tornare a essere classe, vuol dire persino accorgersi di non aver mai smesso di esserlo. E allora vuol dire risveglio di coscienze e di idee, di mondi alternativi, di antagonismi &#8211; di contendenti!<br />
L&#8217;arroganza torna a essere il tono della minaccia, non più della consacrazione. L&#8217;oratore tossisce.<br />
La frase che sta per urlare l&#8217;ha ripetuta tante altre volte. Ma mai con questo tono.<br />
&#8220;Sempre voi, soliti c- &#8211; - &#8211; - &#8211; - -!&#8221;</p>
<p>E il resto dipende da noi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/04/padroni-delle-liberta/">Padroni Delle Libertà</a></p>
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		<title>Una (possibile) ragione della tristezza del pensiero</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/09/04/una-possibile-ragione-della-tristezza-del-pensiero/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Sep 2008 15:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[Pubblichiamo una risposta di Leonardo Palmisano all'articolo di Camon uscito oggi su <em>La</em> <em>Stampa</em>.]</p>
<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<blockquote><p><em>Un coro di condanne accoglie la frase di George Steiner sui giamaicani: «Sono profondamente anti-razzista &#8211; dice in sostanza -, ma non mi piace che dei giamaicani vengano ad abitare vicino a me».</em></p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/04/una-possibile-ragione-della-tristezza-del-pensiero/">Una (possibile) ragione della tristezza del pensiero</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;">[Pubblichiamo una risposta di Leonardo Palmisano all'articolo di Camon uscito oggi su <em>La</em> <em>Stampa</em>.]</span></p>
<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<blockquote><p><em>Un coro di condanne accoglie la frase di George Steiner sui giamaicani: «Sono profondamente anti-razzista &#8211; dice in sostanza -, ma non mi piace che dei giamaicani vengano ad abitare vicino a me». Dunque: rispetto per gli altri, apprezzamento per i loro usi e costumi, ma finché non vengono a contatto con me: se mi toccano, mi riservo di far scattare la mia reazione di rigetto. Perché loro, vivendo la loro vita, m’impediscono di vivere la mia.<br />
Temo, purtroppo, che Steiner abbia ragione.</em></p></blockquote>
<blockquote><p>Ferdinando Camon, La Stampa, 04.09.2008 [leggi l'<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/articolo.pdf">articolo</a>].</p></blockquote>
<p>Gentile Camon,<br />
mi permetta di dirle che le parole razzismo e anti-razzismo sono state usate in maniera impropria tanto da lei quanto, eventualmente, da Steiner.<br />
Sarebbe bastato che Steiner dicesse che non può sopportare la musica ad alto volume dei suoi vicini, senza sottolineare che si tratta di giamaicani, e tutto sarebbe stato più chiaro e onesto.<span id="more-8015"></span></p>
<p>Fino a due anni fa ho vissuto in via Villari, a Napoli, e in quella strada, dalle prime ore del mattino fino a notte fonda, c&#8217;era sempre qualcuno che ascoltava canzoni neomelodiche e vecchi successi degli anni &#8217;80 ad altissimo volume. Era l&#8217;usanza del luogo, la normalità. Era, come direbbe lei, &#8220;casa loro&#8221;. Ero io, lì, l&#8217;anomalia.<br />
Secondo la sua tesi &#8211; e quella, mi pare, di Steiner (che apprendo &#8220;di seconda mano&#8221; dal suo articolo) &#8211; in quel contesto io avrei dovuto 1) diventare &#8220;razzista&#8221; nei confronti dei napoletani, a causa dei loro modi che, nel nostro paese e nell&#8217;Occidente tutto, sono comunemente giudicati incivili, e, allo stesso tempo, 2) accettare la situazione in quanto intruso in una sorta di riserva selvaggia, in un luogo le cui tradizioni consolidate erano diverse dalle mie.<br />
Non le pare assurdo?</p>
<p>Si tratta semplicemente di affermare che esistono delle regole di convivenza e di rispetto reciproco &#8211; senza tirare in ballo razzismo e antirazzismo. Se a Steiner dà fastidio la musica ad alto volume, è di quello che, a ragione, deve parlare, non del fatto che chi la ascolta sia un giamaicano. E se la sua casa perde di valore a causa del vicinato, dovrebbe appurare se il problema è il volume della musica o il colore della pelle dei vicini, e regolarsi di conseguenza &#8211; prima come individuo e poi come intellettuale.<br />
A me pare che tanto lei quanto Steiner adoperiate, con dei modi quanto meno discutibili, gli stessi argomenti che i miei vicini napoletani usavano per parlare degli immigrati singalesi: &#8220;io non sono razzista, però quelli puzzano&#8221;.<br />
Da parte mia auguro a Steiner di trascorrere qualche giorno in via Villari, a Napoli (o in qualunque vicolo del centro storico partenopeo), e di guardare attentamente il colore della pelle e la cittadinanza degli impianti stereo che lo infastidiranno, così come auguravo ai miei vicini di trovarsi in prossimità di qualche maleolente napoletano, per accorgersi che anche i bianchi puzzano.<br />
È imbarazzante, e forse triste, che uomini come lei e Steiner diano modo ai loro lettori di credere che ascoltare la musica ad alto volume sia una intollerabile usanza dell&#8217;intero popolo giamaicano, e che dei non meglio specificati &#8220;extracomunitari&#8221; abbiano importato sul nostro suolo l&#8217;insana abitudine di fare &#8220;pipì e popò&#8221; lì dove si trovano. A questo siamo arrivati, a usare la propria firma e la propria indiscussa fama di uomini di cultura e di benefattori dell&#8217;umanità per giustificare una strana forma di egoismo xenofobo, in nome della tranquillità domestica, quasi a dire &#8220;I discorsi sono una cosa, la vita vera è un&#8217;altra&#8221;, mettendo addirittura insieme pena di morte e razzismo, come se il fastidio patito dal sommo Steiner per il rock-reggae potesse essere assimilato soltanto al dolore di un padre la cui unica figlia è stata stuprata e assassinata.<br />
Mi viene in mente un breve saggio di Immanuel Kant, «Sul detto comune: &#8220;questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica&#8221;».<br />
Magari potrà ri-dargli un&#8217;occhiata, e suggerirne la ri-lettura al suo illustre maestro &#8211; se avrete tempo, è chiaro, e se i vostri vicini chiassosi e concimanti vi concederanno un attimo di tregua.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/04/una-possibile-ragione-della-tristezza-del-pensiero/">Una (possibile) ragione della tristezza del pensiero</a></p>
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		<title>Autoritratto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/autoritratto/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/autoritratto/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 08:56:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[bastardo]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo palmisano]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/gainsborough-mr-and-mrs-andrews.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>Io non ho un lavoro. Non ho i soldi per fare la spesa. Non ho i soldi per fare benzina, e quando ce li ho aspetto la sera per andare al distributore, perché dopo le otto la benzina costa meno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/autoritratto/">Autoritratto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/gainsborough-mr-and-mrs-andrews.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6407" title="gainsborough-mr-and-mrs-andrews" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/gainsborough-mr-and-mrs-andrews-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a></p>
<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>Io non ho un lavoro. Non ho i soldi per fare la spesa. Non ho i soldi per fare benzina, e quando ce li ho aspetto la sera per andare al distributore, perché dopo le otto la benzina costa meno.<br />
Io non ho una casa mia, e non potrò mai averla. Non ho i soldi per comprarmi dei vestiti nuovi, nemmeno adesso che ci sono i saldi. Non posso più prendere il pesce in pescheria o la carne in macelleria perché costano troppo, e così guardo su internet le offerte dei supermercati e aspetto che le spigole scendano a cinque euro al chilo, oppure mangio pollo perché è meno caro.<br />
Io non ho speranze di vivere in un paese migliore, e non sono d&#8217;accordo con nessuno. I miei amici stanno tutti meglio di me e sono felice per loro, ma a volte li invidio, e forse è anche per smettere di invidiarli che spero di avere anch&#8217;io, prima o poi, una vita decente.<span id="more-6406"></span><br />
Io non sto con chi manifesta contro il governo, né con chi vuole dialogarci, dice, &#8220;per il bene del paese&#8221;. Non voterò più, e non credo più nella democrazia, perché è uguale a tutte le altre forme di governo.<br />
Io non sto con chi protesta contro le discariche e gli inceneritori perché non credo che chi lo fa sia animato da un senso di giustizia. Non credo più nella giustizia, né nella legge, e nessuno potrà mai convincermi che farsi picchiare per impedire la costruzione di una discarica e poi tornare a casa buttando per terra il pacchetto delle sigarette sia un modo per difendere il futuro dei propri figli.</p>
<p>Io voglio avere una vita indifferente.</p>
<p>Quando avrò uno stipendio che me lo permetterà, prenderò in affitto una casa di campagna e andrò a viverci da solo. Non leggerò più i giornali e parlerò con la gente del più e del meno. Comprerò il pesce da un pescatore e i pomodori da un agricoltore. Non m&#8217;importerà niente di nessuno e sarò contento se a nessuno importerà niente di me.<br />
Protesterò quando tenteranno di costruire una discarica sotto casa mia; mi arrabbierò quando il governo mi aumenterà le tasse, o quando l&#8217;assicurazione della mia macchina costerà troppo. Se mia sorella sarà violentata da un algerino, odierò tutti gli africani, ma nessuno potrà dire di me che sono un razzista. Se mia madre sarà derubata da un siciliano, odierò i terroni, e se il mio migliore amico la ucciderà per rubarle la collana e andare a farsi una pera, allora odierò tutti i tossici bastardi pezzi di merda. Se mio fratello resterà in coma per vent&#8217;anni, scriverò al presidente della repubblica per chiedere che sia lasciato morire, e se il prete del mio paese non sarà d&#8217;accordo smetterò di andare in chiesa &#8211; ma in caso contrario non mi dispiacerà partecipare alle giornate della gioventù e ricevere gli sms di papa B. XVI: «Dio e il suo popolo si aspettano molto da te». Forse, di tanto in tanto, mi capiterà anche di invocare la pena di morte.<br />
Non crederò in niente.<br />
Non avrò idee, quindi non dovrò mai litigare con nessuno. Quando prenderanno le mie impronte digitali per la carta d&#8217;identità, non penserò a Orwell, alle bestie marchiate, ad Auschwitz, ma al carabiniere che ieri sera, in televisione, spiegava il provvedimento del governo e godeva come se la giornalista lo stesse masturbando. Mi ricorderò che ogni mia impronta gli farà una sega, e sarò contento per lui.<br />
Quando mi capiterà tra le mani un giornale e vedrò in prima pagina la foto di un calciatore e in ventitreesima quella di un uomo torturato in una prigione cinese, cubana, o statunitense, mi sembrerà una cosa normale. E quando in un film, in un libro, in una canzone, o in una storia che mi racconteranno, sentirò parlare di un uomo diverso da me, che credeva in qualcosa e che ha combattuto per quello in cui credeva, penserò che lo ha fatto per interesse personale, o per protagonismo, o per tutte e due le cose insieme, e saprò di avere ragione.</p>
<p>E se tutto questo non accadrà mai, se non saprò mai conquistarmi una camera con vista sul mondo, allora morirò di fame da qualche parte, o sarò arrestato per aver rubato un&#8217;aragosta o per aver attentato alla vita di un uomo importante, oppure mi darò fuoco in un garage o mi impiccherò in piazza san Pietro, sotto il colonnato del Bernini &#8211; qualunque cosa, pur di non dar fastidio al cittadino medio, all&#8217;uomo che avrei voluto essere, quello che prende duemila euro al mese, paga il mutuo, si lamenta del governo, e la domenica pomeriggio, insieme agli amici, prepara il barbecue nel suo piccolo giardino. Il bastardo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/autoritratto/">Autoritratto</a></p>
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		<title>I numeri, la pancia, la ricostruzione</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Apr 2008 04:11:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm"> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/malevic.jpg" title="malevic"></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/malevic.jpg" title="malevic"></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm"><strong>di Leonardo Palmisano </strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm">Per una settimana ho smesso con la politica.<br />
Dopo aver passato i giorni a cavallo tra il 12 e il 14 aprile in treno (Torino-Fasano e ritorno, per complessive 21 ore) a correggere le bozze di un manuale di storia moderna per licei, a chiacchierare con elettori migranti e a litigare con passeggeri arroganti (convinti di avere il diritto di guardare l&#8217;ultimo film di Verdone al computer con il volume al massimo, in mezzo a settanta persone del tutto disinteressate &#8211; ma anche del tutto prive del coraggio di difendere i propri diritti!), ho deciso che mi meritavo qualche giorno di riposo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/26/i-numeri-la-pancia-la-ricostruzione/">I numeri, la pancia, la ricostruzione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm"> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/malevic.jpg" title="malevic"></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/malevic.jpg" title="malevic"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/malevic.thumbnail.jpg" alt="malevic" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm"><strong>di Leonardo Palmisano </strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm">Per una settimana ho smesso con la politica.<br />
Dopo aver passato i giorni a cavallo tra il 12 e il 14 aprile in treno (Torino-Fasano e ritorno, per complessive 21 ore) a correggere le bozze di un manuale di storia moderna per licei, a chiacchierare con elettori migranti e a litigare con passeggeri arroganti (convinti di avere il diritto di guardare l&#8217;ultimo film di Verdone al computer con il volume al massimo, in mezzo a settanta persone del tutto disinteressate &#8211; ma anche del tutto prive del coraggio di difendere i propri diritti!), ho deciso che mi meritavo qualche giorno di riposo.<br />
Non sono però riuscito a smettere di chiedermi &#8220;Perché di nuovo Berlusconi?&#8221;, &#8220;In che Paese viviamo?&#8221;, e dato che le possibili risposte si rincorrevano e si sovrapponevano l&#8217;una all&#8217;altra, qualche giorno fa ho deciso che l&#8217;unico vero rifugio potevano essere i numeri.<span id="more-5775"></span><br />
Così, sono andato a prendere i resoconti elettorali delle elezioni politiche dal 1994 ad oggi e ho riportato su due fogli di carta ciò che mi interessava: da una parte i voti di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega; dall’altra quelli dell’ex PCI e dei Verdi. Non ho tenuto conto né delle alleanze (se Rifondazione o la Lega correvano da sole o in coalizione) né delle leggi elettorali, ma solo del numero di voti che posso definire di destra o di sinistra.<br />
Per semplificare, ho limitato l’indagine alla Camera e, per gli anni in cui il sistema era misto (uninominale e proporzionale), ho considerato i dati del proporzionale, che mi sembravano i più significativi.<br />
Il risultato dell&#8217;indagine è questa <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/tabella.rtf" title="tabella voto">tabella</a>.</p>
<p>Ora, la prima considerazione da fare è che in Italia, dal 1994 ad oggi, c’è SEMPRE stata una maggioranza relativa di destra (perché considerare la Lega un partito di sinistra populista è come dire che il Partito Fascista era un partito socialista un po’ troppo autoritario!).<br />
Le vittorie elettorali del centro-sinistra, quindi, non hanno mai coinciso con un effettivo cambio di rotta da parte degli elettori, ma piuttosto con una perdita di consensi di Berlusconi, e con una crescita, nei due schieramenti prodiani, più della sinistra che del centro.</p>
<p>La seconda considerazione significativa è che i risultati di Rifondazione e Lega, fino al 2006, sono perfettamente paralleli: se si confrontano i dati, si vedrà che quando cresce o cala la Lega cresce o cala anche Rifondazione, e che per entrambe l’anno migliore è il 1996 (poi il 1994, il 2006, e infine il 2001). Se si considera, inoltre, che nel 2006 e nel 2001 c’erano anche i Comunisti Italiani, allora si capirà che non c’è MAI stato quel travaso di voti, di cui molti parlano, da sinistra a favore della Lega – almeno fino a quest’anno.<br />
Gli operai che votavano Lega, insomma, ci sono sempre stati ma, fino ad oggi, non venivano né da Rifondazione né dai Comunisti Italiani: erano semplici elettori della Lega che andavano a votare o se ne stavano a casa.</p>
<p>Infine, un altro dato eloquente riguarda le astensioni: gli anni di minore affluenza alle urne, il 2001 e il 2008, sono quelli immediatamente successivi ai governi di centro-sinistra. Soltanto che, mentre nel 2001 hanno perso voti tutti i partiti di sinistra, nel 2008 i voti ex DS sono saliti quasi ai livelli del 1996 (questo sempre secondo una mia stima basata sulla verosimile impossibilità che la Margherita, con Veltroni candidato premier, abbia portato al PD gli stessi voti dei DS).</p>
<p>Fin qui i numeri.<br />
Il punto adesso è: che ce ne facciamo?, da dove vogliamo cominciare?<br />
Per come la vedo io, bisogna capire prima di tutto che cosa porta un paese in cui la maggioranza delle persone diventa sempre più povera e perde progressivamente dignità e diritti, a votare per un uomo che diventa sempre più ricco e potente calpestando la legge e le istituzioni, e che si ripromette pubblicamente di continuare su questa strada.<br />
La risposta che mi do, numeri alla mano, è questa: la capacità di quest’uomo di “allevare” degli elettori che non abbiano la minima capacità critica, e di riuscire, nello stesso tempo, a portare i propri antagonisti sul proprio campo di battaglia, costringendoli a una guerra al ribasso in ogni settore – dalla cultura ai diritti dei lavoratori, dall’informazione all’ecologia, dalla ricerca scientifica alla laicità dello stato. Non c’è uno solo di questi ambiti politici – le cui regole sono, cioè, stabilite dal potere legislativo – nel quale negli ultimi quindici anni non ci sia stato un peggioramento tanto forte da apparire irreversibile o peggio ancora assuefacente.<br />
Se ci sono, oggi, in un piccolo comune come il mio, dei genitori che permettono alle proprie figlie di non andare a scuola per settimane e di passare la giornata nella sede di un comitato elettorale a distribuire bigliettini per pochi spiccioli; se si sorride, non al bar o allo stadio ma sui quotidiani e nei telegiornali, di una disputa tra Alessandra Mussolini e Daniela Santanché su chi abbia il diritto di definirsi fascista, e di sognare l’uomo che ha emanato le leggi razziali in Italia e che ha perseguitato le donne e gli uomini grazie ai quali viviamo in un paese democratico (alcuni ancora vivi!); se il popolo italiano non ha più memoria né senso civico; se si girano film come “L’allenatore nel pallone 2”, “Eccezziunale Veramente 2”, “Grande, grosso e Verdone”, in una sorta di eterno ritorno al qualunquismo e allo yuppismo; se i programmi televisivi cosiddetti “colti” sono quelli in cui, invece di parlare con Gennarino e Maristella di quando si sono fidanzati, si parla con Antonio Scurati di fellatio e con Walter Veltroni di look, sorseggiando birra; se l’encomiabile Beppe Grillo raccoglie consensi da cittadini che, spesso, nei loro commenti sul suo blog, si dimostrano molto più incompetenti e irresponsabili dei politici di cui si lamentano – i quali sono già irrimediabilmente incompetenti e irresponsabili –; se accade tutto questo è perché c’è una classe politica e dirigente che, in maniera consapevole, con costanza e premeditazione, ha deciso di forgiare il proprio elettorato (già di per sé predisposto alla superficialità) per poterlo adoperare ogni volta che ne avesse avuto bisogno, e perché c’è un’altra classe politica che si è illusa che l’intellettualismo accademico da un lato e la povertà precaria dall’altro potessero compensare il suo rifiuto di imbarcarsi in una guerra culturale necessaria, che andava dichiarata davvero, combattuta davvero, e forse anche persa davvero, ma che avrebbe quanto meno creato le condizioni per ricostruire, un giorno, una società fondata su valori altri rispetto a quelli imposti dal “principale esponente dello schieramento a noi avverso”.<br />
Quello che ora ci tocca, quindi, è ripartire da qui &#8211; vale a dire da quindici anni fa.<br />
Se non lo facciamo; se non recuperiamo la dignità e il senso civico che furono dei nostri nonni, dei vecchi che ora aspettano di morire per potersi sottrarre allo spettacolo della macellazione dello Stato per il quale hanno combattuto; se non ci costringiamo a sorridere di meno, a smettere di innalzare la pseudo-ironia a canone di esistenza (ché la vera ironia non è mai imparentata con la pavidità, con la superbia e con l’indifferenza), a riprendere con maggior forza quei discorsi che quindici anni fa reputavamo necessari e che ora spesso vengono giudicati “pesanti” e “vecchi”; se non decidiamo, noi, indipendentemente dalla classe politica, di re-interpretare in modo corretto la democrazia, affermando che ciascun cittadino ha il dovere di prendersi cura, ogni giorno, dei propri diritti; se non ci sforziamo, una volta per tutte, di porci davanti al mondo con la curiosità e con l’umiltà di chi è disposto a ripensare al proprio modo di vivere – e di combattere –, in nome dell’unico fine possibile, che è quello di rimettere in piedi un concetto di progresso che contenga in sé il valore della giustizia; se non ci impegniamo, quindi, a trasformare questa ennesima e dura sconfitta (la peggiore, io credo, della nostra vita di elettori) in un’occasione per tornare a scegliere liberamente, senza vincoli tattici o atti di fede, le ragioni per le quali lottare, allora ci restano soltanto l’omologazione, la posa cinica o la pazzia – l’ingenuità, ormai, non ce la possiamo più permettere.<br />
La sinistra di cui facciamo parte è quella che si è tappata il naso per assecondare una mai riuscita e infruttuosa rincorsa al centro – che tra l’altro, se fosse riuscita, avrebbe portato frutti che non ci sarebbero piaciuti. Il risultato è stato la scomparsa di una qualsiasi voce vagamente “di sinistra” – discutibile e screditata ma forse ancora necessaria – dal parlamento, e l’aumento dell’astensionismo.<br />
L’unica ricostruzione possibile, adesso, è perciò una ricostruzione dal basso, che tenga conto dell’esigenza di un cittadino di sinistra di poter votare per un partito di sinistra; che coinvolga le voci libere, le teste pensanti, capaci di convertire il disagio sociale in forza propositiva; e infine che comprenda e interpreti le ragioni degli astenuti, per recuperarli alla vita politica.<br />
Prima, però, dobbiamo essere noi a dichiarare conclusa, con il 2008, l’epoca dei nasi tappati, degli occhi chiusi e della rassegnazione a un indistinto magma politico lontano dalla realtà, e dobbiamo farlo non per stabilire dei confini invalicabili, o per rinfacciare delle colpe – il gioco preferito dalle nomenklature veterocomuniste – ma per difendere le nostre idee e per evitare di svenderle ancora, in futuro, in nome di una sempre meno onorevole sconfitta.</p>
<p>Le prossime elezioni si svolgeranno tra cinque anni, e Berlusconi, per la prima volta, non sarà candidato. Veltroni dovrà capire che non è al centro che il PD potrà costruire la sua vittoria, sia perché il centro, in Italia, respinge ogni tentativo di rinnovamento (lo dicono i numeri), sia perché i suoi avversari saranno una destra logorata dall’esperienza di governo e un centro “originario”, “indigeno” affamato di riscatto e appoggiato dalle gerarchie cattoliche. L’unico bacino sicuro sul quale Veltroni potrà contare sarà quello della sinistra, e sono i voti della sinistra quelli di cui, d’ora in avanti, dovrà prendersi cura, affinché siano sempre più forti e consapevoli.</p>
<p>La mia idea – forse dovrei dire la mia necessità –, quindi, è quella di dare vita a un laboratorio permanente dal quale vengano fuori proposte che portino, entro pochi mesi, alla stesura di un manifesto in cui si esplicitino le posizioni, le esigenze – le identità – dei cittadini che si considerano “di sinistra” e che si propongono di lavorare alla creazione di un partito o di uno schieramento che sia loro “corrispondente” &#8211; in ogni senso.<br />
Bisogna stanare e coinvolgere “le menti migliori della nostra generazione” che abbiano delle idee vive riguardo la strada da percorrere in ogni ambito della vita pubblica – dall’economia all’ambiente al diritto alla politica alla cultura al cinema alla letteratura all’architettura&#8230;<br />
Facciamo quello che sappiamo fare meglio: discutiamo, appassioniamoci, pensiamo, e infine schieriamoci – senza vanità, senza presunzioni, senza pose e autocompiacimenti.<br />
E vediamo che cosa ne viene fuori.<br />
Forse è arrivato il momento di smettere di cercare altrove – sui giornali, nei libri, al cinema e persino in parlamento – i nostri Voltaire, i nostri Rousseau, i nostri Diderot e i nostri Robespierre. Forse è a noi che tocca provare a capire se siamo davvero capaci di guardare in faccia la realtà e di prenderci la responsabilità di cambiare almeno un pezzo del nostro futuro.</p>
<p>“Non abbiamo bisogno di buoni politici, ma di buoni cittadini”.<br />
(Jean-Jacques Rousseau)</p>
<p>“Non si giunge mai tanto oltre come quando non si sa più dove si vada”.<br />
(Johann Wolfgang von Goethe)</p>
<address><strong>Leonardo Palmisano ha trentatré anni. Si è laureato in Filosofia con una testi su &#8220;Delitto e castigo&#8221; di Dostoevskij. Lavora come redattore free-lance per alcune case editrici, ed è stato per due anni web editor per minimum fax. Ha terminato un romanzo, non pubblicato, dal titolo &#8220;il soggetto&#8221;.</strong></address>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm">&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm"><o> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 0cm"><o> </o></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/26/i-numeri-la-pancia-la-ricostruzione/">I numeri, la pancia, la ricostruzione</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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