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	<title>Nazione Indiana &#187; lettera</title>
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		<title>Irpinia tumefatta</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/">Irpinia tumefatta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"><img class="alignleft  wp-image-41462" title="latouche_disegno" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno-300x291.jpg" alt="" width="300" height="291" /></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che avevo, oltre alle malattie, per non andare a scuola. Quando nevicava c’era un altro motivo per cui ero contento. La neve bloccava quel poco di vita motorizzata che c’era nel paese. Mi piaceva che la vita si fermasse, perfino il fatto che andava via la corrente mi dava una certa esultanza, perché con la corrente andava via la modernità. Niente televisione, ma chiacchiere e partite a carte davanti al fuoco.<br />
<span id="more-41461"></span><br />
Erano gli anni sessanta. L’Irpinia cominciava a crescere, era una crescita lenta, che non cambiava l’aria dei luoghi. Le cose nuove, le cose moderne, si sistemavano prendendosi solo una parte della scena. Poteva essere la carta da parati, potevano essere i termosifoni o anche solo il cestino di plastica sulla tavola, comunque era un addobbo superficiale, il paese come focolare e grembo di tutti rimaneva ben vivo.</p>
<p>Poi arrivò il terremoto e la ricostruzione. Qui l’idea della crescita fu quanto mai nefasta. La rottamazione del mondo contadino divenne sempre più veloce e il cesto delle comunità cominciò a perdere molti fili. Lo sviluppismo portò a immaginare piani urbanistici assolutamente sovradimensionati. E il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti: ci sono più case che abitanti. E quei pochi che sono rimasti abitano per lo più nelle periferie. I paesi hanno il buco al centro. Da qui la sensazione di vuoto che danno a chi li attraversa e a chi li abita, il loro rianimarsi solo nel mese di agosto o quando c’è qualche funerale. Siamo passati dallo sviluppismo alla desolazione. E i dirigenti politici di allora, che curiosamente sono in gran parte anche quelli di adesso, appaiono come sigillati nelle loro fumose manfrine, tesi a preservare poteri e privilegi.</p>
<p>L’Irpinia di oggi si presenta tumefatta, ammaccata dalla modernizzazione incivile, ma è un luogo molto interessante, perché qui più che altrove si sta provando a dire e a fare qualcosa di diverso. La tua analisi dei guasti prodotti dallo sviluppismo qui trova una palese conferma, ma anche i tuoi ragionamenti sulla necessità di trovare un’altra strada, qui possono trovare un terreno propizio. Magari del mio lavoro parlerò durante la pubblica conversazione che faremo domani. Ora mi preme farti cenno al fatto che a dispetto di tanti sfregi, l’Irpinia è ancora una provincia bellissima. La sua bellezza non è fatta di luoghi famosi e pezzi firmati. Bisogna andarsela a cercare, è una bellezza diffusa sopratutto sui bordi e nelle zone più alte. Penso che ti possa dare belle suggestioni fare un giro in posti come Montefusco, Montaguto, Trevico, Senerchia, Monteverde, Cairano. Proprio in quest’ultimo paese abbiamo fatto per due anni un festival di arti e di pensieri adiacenti all’idea della decrescita. L’Irpinia ha sempre avuto un’economia fragile. E forse questa fragilità ha sempre tenuto viva una certa predisposizione al pensiero. E da questo umore pensoso nascono pericoli e opportunità. Da una parte l’accidia, la maldicenza, e altri prodotti tipici della mentalità provinciale, dall’altra una vena utopica che porta a concepire quello che manca come una risorsa. E allora a Cairano parlavamo di museo dell’aria. E sull’altopiano del Formicoso ci siamo opposti tenacemente a chi voleva esportare i rifiuti in una terra considerata vuota.</p>
<p>Insomma, caro Latouche,<br />
qui ci può essere una significativa ricaduta locale del tuo pensiero.<br />
A questo proposito mi piacerebbe che tornassi in Irpinia per mostrarti quanto sono pieni i nostri vuoti.</p>
<p>Nei prossimi mesi nell’ambito del parco letterario dedicato al grande irpino Francesco De Sanctis, ci saranno una serie di incontri con pensatori ed artisti molto vicini alla tua sensibilità e in generale molto attenti ai luoghi. Non a caso il primo incontro sarà col geografo Franco Farinelli. Mi piacerebbe che l’ultimo incontro fosse con te. Sarebbe incoraggiante che questo tuo primo passaggio irpino ti convincesse a impiantare qui una sorta di laboratorio della decrescita. Non siamo stati bravi a seguire le sirene dello sviluppo, sicuramente saremo meno zoppicanti su una strada in cui si sta bene o si sta male tutti assieme e non ognuno per conto suo.</p>
<p>Io non sono un esperto di economia. La mia critica alla modernità si basa sul malessere che sento in me e che vedo in giro. La dittatura dell’economia mi pare abbia portato a una sorta di autismo corale. Prima era come se la vita di ognuno uscisse da un fondo comune. Adesso questo fondo si è molto assottigliato. Mi viene da pensare a uno zoccolo di luce, consumato dal buio delle infinite transazioni quotidiane per curare i nostri interessi personali. Molti sono riusciti ad affrancarsi dalle miserie materiali anche di un recente passato, ma per tutti adesso c’è lo zoccolo della miseria spirituale. Come se la vita di ognuno, anche quella più ricca, fosse comunque impoverita dallo squallore di fondo in cui girano le cose.<br />
La mia adesione alla decrescita è emotiva prima che intellettuale. Sento la necessità di restare qui, ma di restare contribuendo a inventare nuove comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. E con questa espressione penso alla certezza dei danni che il modello capitalista arreca al pianeta e alle persone che ancora possiamo dire umane. Non altrettanta chiarezza c’è sull’alternativa. Forse ci vuole che maturi proprio un’altra percezione, un’altra idea del nostro stare al mondo. E forse il fallimento del comunismo è stato dovuto al fatto che non era poi un modello veramente alternativo al capitalismo. In attesa che arrivi un nuovo umanesimo, che a me piace immaginare possa venire da posti come questo, forse si possono tracciare strade provvisorie, strade che non sono dirette verso il sol dell’avvenire, ma che permettano almeno di farci un poco meglio compagnia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/">Irpinia tumefatta</a></p>
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		<title>Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 08:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/il-sole-24ore-i-poeti-e-la-poesia/">Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio. Del suo discorso condivido tutto, e le riconosco una pacatezza e ragionevolezza dei toni necessarie, ma che, io, ad esempio, non sarei riuscita ad avere. (f.m.)</em></p>
<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p>Il 3 ottobre scorso, dopo aver letto l&#8217;inserto domenicale del Sole 24ore, scrissi al caporedattore una lettera di protesta/richiesta. Il mio disappunto verteva sul fatto che lo spazio dedicato alla poesia, su tutti i giornali sempre molto ridotto e spesso all&#8217;acqua di rose, fosse da qualche tempo occupato dagli interventi di Davide Rondoni. Ora, la mia lettera non voleva essere un semplice attacco alla persona di Rondoni, che non conosco personalmente e che nulla mi ha fatto, bensì una riflessione che a partire da questo ampliasse un po&#8217; il suo raggio. <span id="more-36983"></span>La presenza di Rondoni <em>anche</em> sul 24ore mi è sembrata insomma qualcosa su cui riflettere. Non perché Rondoni non sia degno di comparire sul più rilevante inserto culturale italiano: egli è figura controversa che non va censurata. Però avendo lui moltissimi altri spazi (tra cui la televisione), ed esprimendo spesso opinioni che comunque hanno un che di allineato a dettami di certo ortodossi (sia verso la Chiesa che verso il Governo) mi è sembrato il caso di segnalare che ci sono in Italia moltissimi altri bravi poeti di certo degni di fare riflessioni e proposte di lettura magari diverse, con altri orizzonti, e che di spazi per far sentire la loro voce ne hanno molti molti meno. Ora, le poche battute che a Rondoni sono affidate non sono in sé quello che fa la differenza, non è solo questo. Dargli o meno spazio non è infatti una questione solo di equilibrio ma proprio di concezione della cultura e della politica culturale. Dare spazio alla poesia ma soprattutto al modo di parlarne, ai temi che apre, alle questioni che solleva, è qualcosa che ha una certa rilevanza e non basta “marcare il cartellino” come se fosse indifferente il libro o i libri che si considerano, e chi li recensisce.<br />
La mia lettera è stata di certo molto appassionata e dai toni accesi, che possono essere letti anche come offensivi, sebbene non fosse questo ciò che desideravo esprimere.<br />
Cosa di cui mi sono scusata personalmente con lui, a cui ho chiesto che la lettera venisse recapitata e che so essere stata da lui letta – in un qualche modo infatti mi ha risposto, tranne sull&#8217;unica domanda che gli ho posto: ma Bondi come “poeta”, le piace?</p>
<p>Ora, penso che più che una sconosciuta come me, sarebbe doveroso ascoltare la voce e l&#8217;opinione dei poeti chiamati in causa e naturalmente anche di tutti gli altri non citati. Magari per essere smentita, per sapere se e dove sbaglio e cercare di andare più a fondo nell&#8217;analisi (mi è stato detto di essere semplicemente ideologica e banalmente anticlericale – vorrei mi si spiegasse di più, se davvero è così). Penso che quando ci sembra che qualcosa non vada sia il caso di iniziare a dirlo, e non fare finta di nulla perché tanto non è importante e niente può essere mutato e poveri noi eccetera. In questo momento mi sembra invece che tutto sia molto importante. Soprattutto sbilanciarsi.<br />
Dunque chiederei a chi voglia farlo, di esporsi e dire se non sia il caso di pretendere che il tiro sia un po&#8217; più alto, che il dibattito intellettuale sia più esigente e accolto nella sua complessità, complessità che non è solo un bianco e nero in cui basta dar voce una volta a un cattolico e un&#8217;altra a un comunista per aver fatto dei passi avanti arricchenti. Penso occorra molto di più e molto più andare a fondo ed entrare molto di più in crisi. Ripeto: non è Rondoni la questione, ma quello che scegliere lui o chi per lui significa.<br />
Ringrazio per l&#8217;attenzione.</p>
<p><strong>La lettera in questione può essere letta <a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150265701655515&#038;id=1538955896&#038;ref=mf">QUI</a>. </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/il-sole-24ore-i-poeti-e-la-poesia/">Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</a></p>
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		<title>Caro Papà</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 16:03:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>una possibile lettera di risposta del figlio di Celli immaginata da</em> <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Caro papà,</p>
<p>grazie dei complimenti per la carriera universitaria che mi fai dalle pagine di uno dei principali quotidiani di questo Paese. È una fortuna non da poco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/30/caro-papa/">Caro Papà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/busta2-240x300.jpg" alt="busta" title="busta" width="240" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-26930" /></p>
<p><em>una possibile lettera di risposta del figlio di Celli immaginata da</em> <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Caro papà,</p>
<p>grazie dei complimenti per la carriera universitaria che mi fai dalle pagine di uno dei principali quotidiani di questo Paese. È una fortuna non da poco. Non tutti i figli hanno il privilegio di leggerli, e non tutti i padri di scriverli. Per esempio il papà del mio compagno di corso Cesare, un metalmeccanico di Latina con tre figli e una moglie casalinga, ha acquistato nelle pagine di cronaca locale del <em>Messaggero </em>un piccolo box di tre righe per la laurea di suo figlio: solo per la soddisfazione di veder comparire il nome del suo pupillo &#8211; e la relativa, brillante votazione &#8211; a pag. 47, nella colonna riservata alla “piccola bacheca”, tra un annuncio di massaggi erotici e un appello per il ritrovamento di <em>Bibo</em>, un cucciolo di Jack Russell scomparso a Vairano Scalo la settimana scorsa.<br />
<span id="more-26926"></span><br />
Ho letto con attenzione la tua <a href="http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/celli-lettera/celli-lettera.html">lettera</a>. Intanto mi chiedo perché tu non me l’abbia lasciata sul tavolo della cucina, o spedita nella mia casella privata di posta elettronica. Che, per caso ti si è impallata di nuovo la rubrica, e il mio nome è andato a finire sotto l’indirizzo della redazione di <em>Repubblica</em>?<br />
Non ti preoccupare; anche se fosse stato un gesto sbadato, non importa. È lo stesso una lettera bellissima. Lo sfogo di un uomo amareggiato, addolorato. Un’invettiva rabbiosa contro i poteri forti di questo Paese. Contro chi questo Paese se l’è mangiato, giorno dopo giorno, ingoiandolo a grossi bocconi o a microscopici pezzi. Contro questa “società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l&#8217;affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.”. Ben detto, papà. Un Paese debole, cinico, falsamente morale ma profondamente moralista, che ama presentarsi al mondo sotto una veste seducente e amabile, salvo poi sapersi vendere in privato al miglior offerente, al più forte, al più aggressivo, al più furbo, al più ricco; un popolo capace di nascondere sotto una coltre di frizzi e lazzi il peggior sangue, le truffe più pericolose, le ribalderie della peggior specie. Bravo papà!<br />
Gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro. <em>Unicredit</em>, <em>Eni</em>, <em>Omnitel</em>, <em>Wind</em>, <em>Rai</em>, <em>Luiss Guido Carli</em>. Tu sì che sei un esperto della materia! In questi anni sei stato immerso fino al collo nel midollo di potere italiano. Ti sei seduto su poltrone che scottavano. Sei stato per ben tre anni al vertice della Rai. Direttore generale, eh! Tre anni son tanti. Chissà quanto ti sei dovuto barcamenare tra lottizzazioni selvagge, tentativi di raccomandazione, bustarelle, intrallazzi, veleni. Non deve essere stato facile per te uscirne talmente pulito da poterti permettere di scrivere a testa alta quella lettera a <em>Repubblica</em>. Papà, che orgoglio mi dà la stesura di questa lettera! Che brivido mi corre lungo la schiena, a leggere il tuo appello a lasciare questo Paese martoriato da gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro all’anno. Ma come hai fatto, mi chiedo?<br />
Hai tenuto gli occhi chiusi per tutti questi anni, papà mio? Il naso turato per non sentire il puzzo che saliva da sotto quelle potentissime poltrone che hai occupato? Quanto hai dovuto tenere stretti i tuoi occhi, papà, per non vedere il marcio che mi indichi nella tua meravigliosa lettera?<br />
Quanto dolore, povero papà mio.<br />
Mica come il papà di Cesare, il metalmeccanico con le ritenute fiscali in busta paga. Lui di questo Paese non sa niente. Tu no, papà. Tu sai tutto.</p>
<p>Ti abbraccio,</p>
<p>tuo figlio</p>
<p>p.s. Mi è arrivata una email anonima. Contiene la scheda editoriale del tuo superbo saggio “Comandare è fottere”.<br />
Dice: &#8220;<em>Ci sono troppe cose che si fanno ed è bene non dire</em>. Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera.<br />
In questo &#8220;piccolo vademecum per bastardi di professione&#8221; l&#8217;ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell&#8217;utopia delle pari opportunità, &#8220;nascere bene&#8221; aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l&#8217;arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.&#8221;</p>
<p>Secondo me è quello stronzo di Cesare. Adesso lo chiamo e gliene dico quattro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/30/caro-papa/">Caro Papà</a></p>
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		<title>La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 15:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>a S.</p>
<p><em>Tulse Hill, dicembre 2007</em></p>
<p>I</p>
<p>Ti scrivo da quest’ultimo mese, in cui ci si raccoglie. Si richiama il freddo dall&#8217;esterno, a palme schiuse, si strizzano gli occhi nel sole di ghiaccio: il vento taglia le bocche, indurito contro il pensiero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/15/la-volpe-15-luglio-1997-15-luglio-2009/">La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.yoganga.com/paul/wp-content/images/Kusma-Fireflies-sm-1.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>a S.</p>
<p><em>Tulse Hill, dicembre 2007</em></p>
<p>I</p>
<p>Ti scrivo da quest’ultimo mese, in cui ci si raccoglie. Si richiama il freddo dall&#8217;esterno, a palme schiuse, si strizzano gli occhi nel sole di ghiaccio: il vento taglia le bocche, indurito contro il pensiero. Ormai vivo di partenza, tra l&#8217;Italia e Londra. Abbandono le montagne tutte attorno alla provincia toscana, il senso di un mondo protetto, per la metropoli di tempi fagocitanti, vertiginosi, che scendono dalla City ai villaggi delle periferie. Nel suo cuore è un raccordo di antico e moderno &#8211; s’infuocano i palazzi di specchi, l’acciaio architettonico proprio accanto alla cattedrale di St. Paul, all’Old Bailey dalla giustizia bendata, dove le folle si accalcavano per vedere gli assassini, i ladri, la miseria ignorante delle streghe tutti esposti nei ceppi tre secoli fa. La domenica gli uffici sono chiusi: mi piace camminare in questo deserto gigante di pietre, colonne, vicoli tra le banche serrate. Non come a Leicester Square con l&#8217;irritazione crescente per i turisti che non sanno mai dove attraversare; sulle scale mobili non stanno sulla destra, discutono allegramente tra di loro, collezionando sfilze di accidenti mentali da chi si affretta nel sottosuolo, per i treni. Poi a volte mi lascio trasportare negli snodi riprodotti, moltiplicati delle strade e della metropolitana – non c’è un altro mondo di paesi e natura, Londra lo divora, ci si inventa sopra. Un treno si blocca per l’uragano, i cavi elettrici sbattuti sui binari, e devo camminare fino alla stazione di Totteridge, all&#8217;estremo nord. Ci sono colline brune e foreste, che svettano sulle case a schiera. Mi fermo in un bar minuscolo, ad ordinare una delle terribili cioccolate inglesi, con troppo poco cacao in una tazza enorme. Penso che comunque la solitudine è anche bella, non devo rendere conto a qualcuno, posso restare lì, semplicemente a osservare le cose, lasciare che la loro storia ignota sia la mia. Le mie giornate sono questo scoprire e chiedere del passato. Uno strascico vago, persistente di informazioni, di fili che si raggiungono nella rete del paesaggio, quasi che niente avesse mai significato di per sé, isolato nell’attimo in cui accade. Incontro di nuovo gli eventi trascorsi, brillano in frammenti estranei, come la neve di Joyce <em>sui vivi e sui morti</em>, smantellano l&#8217;inganno degli anni, del loro spostamento.<br />
<span id="more-19248"></span><br />
Per tutti questi anni ho derubato la vita. Ho incanalato ogni immagine in me stessa con punti di sutura, frasi mandate a memoria, spillate sui buchi di futuro. Mi sono contaminata &#8211; una rocambolesca imitazione di tutto, un assemblaggio che cigola e inciampa per tenersi insieme. Il mio sangue è una colla spalmata, penetrata su tutto ciò a cui mi accorgo di assomigliare. E poi non assomiglio a niente, mi stanco perfino di ciò che difendo come necessario – mi stancano lo stesso lavoro e le stesse facce: posso resistere mesi finché non ho voglia soltanto di starmene senza far nulla, con l’erba nella bocca a guardarmi gli alberi o sulla sabbia in un paese qualsiasi dove finisce l’occidente, non c’è più nessuno. Per alcuni, come scriveva Chatwin, l’irrequietezza è un destino.<br />
Non la si vive la vita, la si sottrae e a nostra volta si è sottratti &#8211; siamo un fuoco dentro un vaso d’argilla: ogni volta che un pezzo si crepa esplodiamo più violenti, più esposti alle intemperie, al soffio bagnato che c’inghiotte.<br />
Lo sai che mi rinfacciano la spontaneità come un vizio sbagliato; mi chiedono la compostezza, di non lasciarmi aperta agli altri, cosicché si mangino il pane su di me, fatta sostegno disadorno. Io non capisco cosa significa questo darsi ridotti, parcellizzati, imbastire la gravità dei tempi, della delusione sui gesti, quest’arroccarsi nei ruoli, non saper più stare seduti sul suolo, sulla poca stabilità certa. Si è comunque una polvere condensata nel desiderio e poi restituita, mischiata ad altra polvere battuta e ruotata più veloce nelle suole. Mi si rimprovera di non soffrire abbastanza, di non serbare troppo a lungo un rancore, nonostante la rabbia, ma la rabbia vera non si esibisce, nella rabbia vera si sta dentro, con l’infinita tenerezza della sconfitta, dell’amore che arriva sempre tardi, che tardi quando è concluso, una foglia secca, smangiata al centro, si fa conoscere, comprendere.<br />
Sono nata nel giorno della conversione di San Paolo e questo vorrà dire qualcosa. La stampa su carta del quadro di Caravaggio la tengo sul muro, accanto al letto. Nella prima versione, invisibile allo spettatore, Paolo reclina il capo all’esterno, fuori dalla tela mostrando tutto il suo terrore. Caravaggio dovette coprire lo scandalo della rivelazione, della luce – addolcire il viso, dipingerlo quasi dentro un sogno. Ma è vero – la luce è terribile. È terribile avvertire con ogni fibra e centimetro di pelle tutto lo stordimento del dolore e della resa, come una mano enorme che ti scaglia sul suolo, ti tiene, così solamente ti sostiene. È terribile allargare le braccia, dire sì, riuscire a vedere, quando l’oggetto è ormai distante, sfolgora nella sua perdita. La mancanza diventa interezza – ci schianta e ci entra nelle ossa, col vigore di un corpo mai avvertito così tenace e forte. Ciò che è morto soltanto sa vivere nelle parole. Paolo accetta e crede e inizia a ripetere la voce del suo dio, dell’amico magnifico sulla via di Damasco: lo riconosce, lo diffonde come i pezzi più concreti di se stesso, ma gli è negato toccarlo, mettere, come Tommaso, le dita nelle piaghe e nel sangue &#8211; gli è negato l’abbraccio. Deve costringere tutta la luce in se stesso. Nella sua gioia è disarcionato, solo.</p>
<p>II</p>
<p>E’ mattina. Fuori dal grande magazzino hanno lasciato il corpo di una volpe investita da un auto nella notte. E&#8217; intatta: gli occhi sono chiusi. Il pelo rossiccio trattiene l’umidità dell’alba, come un cucciolo lavato lungamente dalla madre. La volpe è l’animale timido e saggio del Piccolo Principe che chiede di essere addomesticata per poter conoscere poi la perfetta nostalgia, guardando il colore del grano maturo, che è lo stesso dei capelli del bambino. La volpe è disposta ad aspettare ogni giorno, un passo dopo l’altro vincere la sua paura, e tutto questo per il colore di un’assenza. Mi rivedo a sei anni, con la mia ostinazione per l’uccellino morto, trovato tra le zampe del gatto. La gola minuscola recisa dall’artiglio, incrostata di sangue, moscerini, umori. L’occhio assurdamente aperto davanti a me. “Se l’occhio è aperto, forse è ancora vivo”, mi ripetevo e stavo lì, a smorire nelle voci sbiadite, mentre i bambini tornavano a casa per la cena, correvano sulle biciclette &#8211; il corpo infantile atrofizzato, irrespirabile, aguzzo sul cemento del marciapiede, io stavo lì, conficcata, con gli occhi ipnotizzati nella pupilla vitrea, nera. L’esistenza continua senza pudore, ci marcia addosso, marcia addosso ai nostri morti chiunque essi siano &#8211; sono morti dovuti, se ne nutre. Vorrei toccare la volpe. Vorrei prenderla, se non fosse che è così perfetta, che non la voglio spezzare. Poi verrà la pioggia a scomporla, renderla fluida, come una tela che scolora, una cattedrale di Monet. Perderà odore e consistenza lentamente nella terra. Se questa è una forma del dolore è anche la sua gratuita, totale inappartenenza, l’oblio.</p>
<p>III</p>
<p>Ogni tanto ritorna il settembre dei miei diciotto anni. Presi tutte le pillole. Era stata una giornata normale, quasi felice. A casa la sera, tra le mattonelle rosa del bagno, avevo semplicemente aperto l’armadietto delle medicine, preso una manciata di scatole, di quelle che usavo da bambina per fare i mobili ai pupazzi, e svuotatone il contenuto in gola, con calma, con diversi bicchieri d’acqua. Davanti a me nello specchio non c’era nessuna smorfia di pena o di soddisfazione. Volevo solo che dentro qualcosa smettesse di crescermi come una melma straripante e densa. Volevo solo non sentire più quel male sordo, senza lacrime: dormire, sognare un’altra vita, raggiungerla. Non ha importanza che fosse la fine di una storia, di quelle che si costruiscono più nelle fiabe che nella realtà, dove l’altro è solo lo strumento della propria idea romantica covata per tutta l’infanzia nei libri, nelle pagine dei diari. Qualcuno diverso che finalmente comprenda la nostra diversità. Un volto, un nome, la stretta dei baci, la pelle cavata via nel sesso &#8211; erano solo i residui solidi con cui stipare le tasche e affondare. Il mondo mi commuoveva troppo, era insopportabile come l’invisibilità del mio camminarci dentro, l’incanto spezzato degli anni in cui bastava rifugiarmi sotto il letto e pensare, pregare Dio, essere buona, perché mi tornasse un senso pieno delle cose, perché agli altri io fossi magicamente un senso.<br />
Più tardi la sera, crollai nel prato, in una valle d’eco, senza controllo sulle mie ginocchia e incapace di chiamare mia madre. Non sapevo più la forma delle parole, i suoni come cigni dai colli piegati bizzarramente, sventrati. Una marmellata insipida di consonanti e sputo. Quando arrivai al pronto soccorso ero una corrente prosciugata, mi sentivo sempre meno solida fino ad un <em>no, non ora</em> ripetuto con la forza incrollabile di una voce interna, mia, che mi reclamava. Onde convulse, timide di respiro mi tornavano nel petto. La mattina sveglia nel letto d’ospedale ero dentro questa cappa grigia, una sorta di alba prolungata che non sfociava nel giorno. Non sapevo più cosa dovevo pretendere – se la sera prima tutto ciò che riuscivo a riassumere erano le parole “andare via”, ora mi trovavo in una penombra asettica, infinita, una monotonia senza oggetti né possibilità di desiderio e neppure la consolatoria capacità di arrendermi. Pensavo a restare distesa con le palpebre serrate, perché il bianco degli occhi si vaporizzasse e non vedessi più. Ero tutte le cose che stanno dentro il corpo, d’improvviso piene di rumore, pesantissime. Avevo le braccia indolenzite, le narici scorticate dal tubicino della lavanda gastrica, inserito in malo modo, di fretta nella notte &#8211; l’ago della flebo conficcato nel dorso della mano a ricordarmi il passaggio di un tempo attraverso di me. La pelle gialla come una busta vecchia di camomilla, un involucro inumano, aderente alla mia assenza. Ero schiacciata nel letto con un certo isterico orgoglio per la crosta di sangue sotto il naso a rivendicare un gesto nel vuoto. Mi crescevano sopra le lenzuola e l’aria dalle finestre, come in una poesia di Sylvia Plath, <em>Tulips</em>, ma non c’erano fiori, né fotografie, né il rosso accecante dell’ebbrezza e della salute – solo l’odore di varechina, il verde slavato dei muri, il pavimento acquatico di straccio e catino, un bisogno incomprensibile di pulizia. Mi giudicavano? Le infermiere, i dottori, gli altri pazienti. Non riesco a ricordare un volto. Mi mandarono a colloquio con uno psicologo pieno di riccioli grigi, una formalità dell’ospedale &#8211; ci andai annoiata, rispondendo vaga e strafottente. Neppure lo psicologo aveva questa gran voglia di dialogare. È successo anche a te? So già la risposta. Due anni dopo ti legarono nel letto. I polsi tagliati chiuso nel bagno. Come nell’illustrazione, l’ultima, de <em>Il Corvo</em> di O’Barr, gli avambracci esposti nudi, il sangue a grumi che cola dagli squarci. Le ferite stanno dentro, cucite e appuntite l’una sull’altra, e la gente non aguzza gli occhi per vederle – avresti detto. Poi qualcuno tira via il filo spenzolante e si lascia fuoriuscire.</p>
<p>Avevi questa predilezione per le armi bianche, la purezza dell’acciaio. Collezionavi spade: alcune te le riportava tuo padre dalla Spagna – una, dicevi, era una riproduzione di Excalibur o almeno Excalibur era il suo nome. La prima volta che venisti a casa mia eri un quindicenne strampalato, i capelli neri fin quasi sugli occhi, ti andavi a scovare le persone in cui vedevi qualcosa, un tormento, una singolarità, una disposizione all’ascolto o una qualche tua idea di bellezza. Ti presentavi alla loro porta senza invito, inchiodandole per ore con le tue domande e le tue confessioni. “Questo è un pazzo”, pensai. Mi spiegavi la tua teoria della vita come continua ricerca di una strada, d’invisibili maestri di discipline interiori, che permettessero di agire e difendere come un cavaliere con la spada in un libro fantastico. Per te non erano fantasie: cercavi l’assolutezza, quasi che ai sentimenti dovessero corrispondere corpi ed esistenze piene. Ti appassionavi e ti plasmavi nel fuoco di ogni persona scelta, gettando via tutto quello che ti appariva superfluo, per un frammento di verità e coesione: il mondo avrebbe dovuto risponderti a causa della forza che mettevi nel tuo credere. Forse questo pensavi. Non ti importava della derisione e del fascino che suscitavi a fasi alterne nei tuoi coetanei, restavi sul piano della caparbia idealizzazione, ti ricreavi nel protagonista di una storia colma di colpi di scena. Cos’era per te l’amore? Essere dentro le cose, totale, restare integro. Restare integri e all’unisono: uno scavare a fondo della sete, per riportare il grezzo del cuore in superficie, trovare risarcimento e casa nell’altro.<br />
Spesso condividevamo una stralunata alienazione, uno spaccatura di intolleranza così tipica dell’essere giovani, ma più profonda in noi – tu dicevi che io ero di vetro, io mancavo di cogliere quanto tu fossi andato ben più lontano. Una sera del tardo autunno nel negozio di giocattoli di legno trovai una casetta che stava in una palmo, con le finestre e la porta disegnate in bianco: al suo interno c’erano i tre personaggi di una famiglia ed un abete in miniatura. Ti dissi che era tutto ciò che serviva: una casa molto piccola dove potersi nascondere, con il tetto pieno di neve, la luce bassa dell’inverno, circondati da quello che si ama. Fu il tuo regalo di Natale per me, il più importante nella serie dei miei oggetti infantili, scrigni di significati e segreti. Fuori pioveva. Ti piaceva la pioggia. Ti piaceva camminarci dentro, finché il battito dell’acqua (le nuvole sfatte sull’impermeabile e tra le dita), diventava l’unico suono, una distanza tra te ed il mondo. E ancora succede anche a me, di guardare le gocce sui vetri quando mi sembra insostenibile l’esistere, e sospettare che qualcosa altrove mi vuole bene, se lascia che l’acqua sia un silenzio, un riparo dallo sbaglio in cui cado, quando devo rimmergermi negli altri.</p>
<p>Ti ricordi la gatta, Milù? Era luglio, quando la portasti a casa mia, aveva appena un mese, nera, come l’altra gatta, Amy, che avevamo trovato morta nel prato il giorno prima. Tu non ti eri fermato a riflettere, avevi passato la mattina a cercare figliate di gatti, dove possibilmente ce ne fosse una femmina e nera, abbastanza buffa, le orecchie sproporzionate, grandi da cucciolo, per intenerirmi. Mia madre non ne voleva sapere. In questa casa ci sono sempre stati gatti, padroni assoluti delle scale, delle stanze e del giardino, ma il vedersene una così uguale a quella appena perduta e all’improvviso, faceva tanto male quanto bene. Non so nemmeno perché non ti dissi di no, di riportarla dalla vecchia signora dove l’avevi presa, che qualcuno ne avrebbe senz’altro avuto cura meglio di noi. Era una vita così piccola – ed io mi chiedevo come può un corpo raggelarsi tanto in fretta e duro come una scorza ferrata sotto il pelo, anche nella solarità ad onde regolari, i polmoni gonfi dell’umido e dell’afa, nell’estate. Ma poi c’era questa certezza atroce della gioia, che lei ferisce esattamente dove s’impianta e arrampica, perché ha la stessa impronta della sofferenza ed è più cruda e ostinata della rabbia. Esattamente come in quella poesia di Vittorio Sereni, <em>Appuntamento ad ora insolita</em>, dove il poeta dice che non è affatto rara la gioia, “la si porta come una ferita” o come un coraggio, una tregua esposta su tutto ciò che ha fine. L’amore fa male aprendoci: dove siamo oltraggiati dalla perdita si allarga il posto per una creatura nuova. La gattina nera era il tuo regalo, la mia creatura da accudire. E cosa sappiamo poi dell’amore delle bestie? Quando tornai dall’ospedale, era la gatta a vegliare su di me. A seguirmi, a tenermi d’occhio. Non rientrava in casa se io mancavo. Non mangiava se non ero io a riempire la vaschetta del cibo. Senza il fardello delle parole, la gatta sedeva sul pavimento, fissandomi: era una dignità, il piccolo del mondo fuori da me stessa, riconquistato un pezzetto alla volta.<br />
La gatta Milù se ne è andata, anni fa, per una malattia ai reni, strascicava le anche per le stanze, non riusciva più a nutrirsi, finché non c’era che un atto di pietà per chi non chiede, l’iniezione del veterinario in un pomeriggio di gennaio. È strano decidere la morte, anche se lei è così netta allo sguardo, vicina. Dall’auto, riportando il corpicino a casa, le insegne dei negozi, i lampioncini del ristorante cinese, i fari, sfocavano gli edifici, ricreavano una città liquida, che cola asfissiante nei pori, e tutt’attorno solo cerchi luminescenti e muti restano reali.</p>
<p>La gatta è sepolta nel prato, sotto il vaso della pianta di limone, nel cimitero degli animali.<br />
Era caduta nella buca come un sacco, svuotato dell’umore e dell’aria.<br />
Tu, sono dieci anni che sei morto.</p>
<p>IV</p>
<p>Il giorno in cui sei morto non ho sentito niente, mi sono accorta di quanto sia vuota l’idea di ciò che chiamiamo anima, come si è soprattutto pelle e pesantezza sorda sulle ossa. Il giorno in cui sei morto io sapevo che non era successo nulla di straordinario, non avevi sconvolto nessun copione, lo avevi piuttosto seguito alla lettera, era tutto perfettamente normale. Il giorno in cui sei morto io ero viva e fredda con un viso inutile su cui imprimere la costernazione allo specchio. Il giorno in cui sei morto, avvertivo soprattutto fastidio per questa tua morte avvenuta nell’eccitamento, nello scoperchiamento dell’estate. Il giorno in cui sei morto non ti sopportavo e la cosa più terribile era proprio questa: non poterti dire quanto eri irrimediabilmente insopportabile.<br />
Ero come i manichini nei dipinti di De Chirico circondati da una luminosità impossibile, priva di sorgente; sospesi in piazze deserte d’angoscia per una folla che dovrebbe arrivare come un maremoto; costretti ad impersonare sulle facce di lampadina guasta, di palloncino saturo, le cose che nemmeno riescono a vedere.</p>
<p>Alle sei di mattina del quindici luglio, squillò il telefono: io avevo dormito male, passando rapidamente da un sogno confuso all’altro &#8211; mi alzai per rispondere senza la capacità di riflettere sulla stranezza dell’ora o sul mio poco sonno. All’altro capo c’era tuo padre, con la voce vaga, spezzata, chiese di parlare con mia madre. Non capii subito. Chiamai mia madre e mi misi a sedere sulla poltrona, le gambe ciondolanti dal bracciolo, come facevo da bambina. Se penso a quel momento esatto so che non sono stati più di pochi attimi prima di comprendere che non era di ospedale che mi avrebbe parlato mia madre, riagganciata la cornetta, eppure un flusso di immagini e memoria si espande da tuo padre a te, alla notte trascorsa, al salotto con le persiane chiuse contro il caldo, al nulla completo da dire. Rividi in successione il viaggio a Madrid l’autunno del 1996, io con i capelli molto corti, una giacca verde di pelle acquistata in un negozio dell’usato, ospite nella casa di tuo padre ad Aranguez, stordita per un indefinibile malessere d’amore che tu credevi di curare spedendomi in Spagna, la visita al Prado la testa che mi scoppiava, le lacrime davanti ai quadri di Goya, e poi il lungo ritorno in auto, fermandoci in Catalogna per la notte. Tuo padre che parlava costantemente di te, di quanto tu fossi fuori da ogni schema, di quanto io mi vestissi in modo buffo, di un suo viaggio in Ungheria in case di contadini senza elettricità, dei luoghi della guerra civile, gli anarchici, l’orgoglio di poter credere in un ideale oltre se stessi, il cielo pieno di piombo sull’azzurro, fuori dalla capitale. Rividi te l’anno precedente, steso nel letto, al buio, che non parlavi e guardavi ripetutamente la videocassetta de <em>Il Corvo</em> &#8211; lo avevamo visto al cinema assieme quando uscì, ricordi? Puoi ricordare da ovunque ora tu sia? E avevi lasciato la moto allucchettata da qualche parte su per la collina e non avevi nessuna intenzione di salire con me sul mio motorino per andarla a riprendere. Rividi un’altra estate, la Piazza della Sala dove erano rimasti alcuni grandi pannelli bianchi a coprire dei lavori in corso – iniziasti a disegnare ovunque caricature dei tuoi professori con i miei pennarelli: io stavo seduta sul pozzo a guardare, eravamo un gruppo di quattro o cinque ragazzi e ridevamo e non c’era nessuno attorno. Rividi te la settimana prima, con il cranio rasato a zero di fresco, entrare nel pub dove andavamo sempre, inquieto, scattoso, mi riportasti a casa: quando mia madre ti chiese cosa volevi bere, dicesti che eri di fretta, che dovevi andare via. Non esistevi più. Non riesco a ricordare il volto di mia madre quel giorno. La ricordo di spalle, al telefono, nella camicia da notte a fiori. Si venne a sedere accanto a me con incredulità: io chiesi se ti era successo qualcosa, ma la mia voce era staccata dal corpo, ubbidiva ad un suo ruolo imposto, slegato dalla mente e dalle emozioni. Cosa avevi fatto? La sera prima ti eri allontanato da casa in auto verso le colline semideserte, avevi fissato il tubo di scappamento all’interno dell’abitacolo sigillandolo con lo scotch da pacchi, acceso il motore. Il posto dove sei morto, mi hanno detto poi, te lo sognavi da mesi. Ma non ha molta importanza, si pensano e si dicono queste cose per dare senso all’assurdo, al rumore dello sparire. Morire per il monossido di carbonio è quasi senza sofferenza, rapido. Tu dovevi averci riflettuto chiuso nell’auto. C’era una lettera di tuo pugno, scritta prima di collegare il tubo. Se avessi atteso ancora un po’ avresti visto comparire tuo padre, che si era insospettito e aveva tentato di seguirti, arrivando troppo tardi, sfondando con un piede il vetro del finestrino, tirandoti fuori che ti muovevi ancora, con una smorfia esilarata, incosciente, già incapace di riconoscere, di espellere il veleno e respirare. È questo che succede, dunque. Se ti avessi parlato, cercato, se io avessi voluto vedere, se io ti avessi fermato. Nella penombra della stanza il tuo suicidio era ogni cosa scheletrita: la pianta del beniamino plastificata nelle foglie verso il basso, il telo sgualcito sul divano dove l’anno precedente ci eravamo scattati una foto per il tuo compleanno (il tuo compleanno che veniva d’agosto, se solo tu avessi aspettato), il pavimento macchiato di epidermide dove sbattere i piedi, poi stendere le gambe, il busto, l’orecchio piantato sul marmo. Tu eri ovunque e non vivevi, beffardo e irraggiungibile come la noia dell’astro solare, la sua alterigia. Mi vestii per andare a casa tua senza di te. C’erano i tuoi disegni, i due amanti-pipistrello abbracciati l’uno all’altra, i tuoi animali buffi dagli occhi strabuzzati, le spade dentro l’armadio, la poesia per tuo fratello più piccolo dove gli chiedevi di essere ricordato, perché ti accompagnava sempre quest’idea della morte, ti ci cullavi. C’era la gatta che avevi preso al canile, uno straccio rinsecchito di animale, che si era trasformato con le cure di una famiglia, era ingrassata: il pelo folto e lungo di leone domestico. Credo di aver quasi pianto quando ho visto la tua gatta. Tuo fratello aveva raccolto un po’ di cose sul tavolino, i tuoi diari, stampate di fogli. Tra le tue poesie c’era quella sulle patate fritte, scritta con la forma di una patatina infilzata dallo stuzzicadenti, l’unico piatto, dicevi sempre, che tua madre cucinasse alla perfezione, ma anche quello che mangiavamo noi, nei pub, ad ore insolite. Chi non sa niente dei suicidi se li immagina depressi da lungo tempo, lugubri, poco inclini all’euforia, con un’infelicità ostentata e lamentata o un’esagerata timidezza che li ingrigisce sul fondo delle strade. Certo questo non è un ritratto di te – il suicida ha una disperata brama di vivere e un entusiasmo chiuso a cerniera sulla sua fragilità. Avevo nella testa più di tutto parole elementari come <em>strano, impossibile, vuoto</em>. Non era questione di soffrire, ribellarsi &#8211; era più che altro un problema di presenza, di concezione del tempo: non potevo distinguere sequenze temporali, sembrava di muoversi in un disegno infantile, senza prospettiva, dove tutto è indistintamente in primo piano. E i sentimenti perdono la loro invisibile consistenza interiore: si formano all’esterno, negli oggetti, sono la vista e il tatto, sembrano non provenire da noi, ma investirci per essere identificati in qualche modo – i mobili, le pareti, le chiavi, il portone che non si chiude troppo bene, questa volta, sul mondo. Così tutto improvvisamente mi colpiva, come attratto dalla mia gravità, ma non riuscivo a percepire le contusioni, i tagli.</p>
<p>V</p>
<p>L’ossessione della morte è l’ossessione del corpo. Quando è buio all’interno, eppure cattura tutta la luce su di sé, gli occhi meravigliati dei vivi, il sospetto abbagliante dell’ossario in emersione. Nella stanza mortuaria ti riaffiorava lentamente un livido sotto l’occhio sinistro, la memoria di un incidente di moto, avvenuto qualche anno prima. Era l’unico segno di attività nella tua persona, l’esalazione dei vasi sanguigni mai completamente riparati, nonostante lo strato chiaro, riformato, di pelle sullo zigomo. Anni dopo trovai alcuni versi che una poetessa veneta, Giovanna Frene, aveva scritto nella fine di quel 1997 &#8211; <em>Luce della luce dei corpi senza luce/ luce dell’essere dei corpi senza essere/ essere del tempo dei corpi senza tempo </em>– seppi subito che le parole scontavano un suicidio, la violenza di una verità, più che di un dolore, la perdita quale gesto invece che accadimento. Se tu ci fossi ancora, forse l’avresti copiata da qualche parte, messa in una di quelle buste misteriose dove archiviavi i ritagli di cronaca che parlavano di morti volontarie. Invece sei anche tu poco più di un ritaglio di giornale, la fotografia piccola in bianco e nero, sul quotidiano locale, ogni anno, non destinata ad invecchiare.<br />
Su di una mano c’era appena il segno di un graffio. Eri il punto solido in quel fluttuare di persone e di odori floreali, sudore, aria claustrofobica sui divanetti e le sedie di plastica. Da vivo io non ti toccavo, non ti accarezzavo, mi ritraevo spesso dai tuoi gesti d’affetto. Ora tenevo l’inerzia gelida delle tue mani sotto il mio palmo. L’unica cosa che si poteva fare, che avesse senso, era questo guardarti, salutare i conoscenti e gli amici, automaticamente, a volte con sollievo, ancora guardarti. Perché alla fine ti avrebbero chiuso, sigillato di legno e metallo, saresti sfrigolato nella combustione del fuoco, come avevi chiesto, intero, annullato in sbuffi rossastri, reperto d’ossa frantumate nell’urna.</p>
<p>Dei due giorni della tua morte non so rammentare un sentimento: soltanto azioni e volti e tentativi di nutrirsi all’ora dei pasti, lo scorrere meccanico del quotidiano, oltre te. Le camere del commiato si trovano proprio davanti alla fumetteria dove compravamo le avventure del Sandman, il signore del sogno, il tuo Morfeo scuro e inquieto, allampanato nel trench nero, con gli occhi fondi come due frammenti di spazio interstellare. Non hai fatto in tempo a leggerne la conclusione. Anche Morfeo muore nella storia. Muore la sua dimora crepuscolare, di visioni appassionate e tristi che fanno sperare nella notte per tornare ancora ad una vita preclusa. Il suo regno di malinconia, di languore e di amori infelici, affondati nel desiderio. Ma poiché muoiono i personaggi e non le cose che li animano e fra di tutte il sogno è certo la più duratura, il signore della sabbia rinasce ad altra forma, in un individuo di chiarore e innocenza, questa volta. Per la più strana delle coincidenze aveva il tuo nome, Daniel. Non Morfeo, ma Daniele, salvato dalle fauci dei leoni, colui che si rende a Dio, che da Dio solo è giudicato. Pensai che avrei voluto comunicartelo e non potevo. Sono ancora così tanto impastata di terra, dello spazio angusto e feroce del mondo e degli affetti.</p>
<p>Poi ti chiusero. Prima della messa, di quel dio in cui non credevi, ma a cui ostinatamente chiedevi risposte, vennero a saldarti nella tua fissità, a portarti via, a lasciare che si potesse piangere. Dopo la morte l’assenza. Dopo la decompressione dell’anima, un vagabondaggio brancolante nelle parole.<br />
Il suicida contrariamente all’opinione diffusa, crede moltissimo, crede più di tutto alla salvezza e tenta un dio o l’esistenza, la provoca fino al non ritorno. Il suicida non si tira fuori, sta dentro, impastoiato nella sua esperienza, crede con forza, ma ottusamente, senza sporgere gli occhi ai confini. Come chi ha gli occhi colmati di foglie e non sa tendersi al movimento del cielo o al residuo delle pietre, delle tracce sul terreno impolverato. Allora io provavo rabbia e quasi ti detestavo e sentivo che tu volevi essere salvato, nonostante mi ripetessi quasi per tranquillizzarmi che era un destino segnato, il tuo, data la convivenza intensa col suicidio, che per te equivaleva allo stare sempre al centro di ogni cosa. Ma il convivere con il suicidio, non è detto, porti alla sua scelta.<br />
Scelte, sì. Una scelta è sempre un’esclusione, qualcosa che infine si svincola perfino dagli affetti. Avevi dovuto far tacere gli affetti in te, prima di lanciare la tua moneta. Ci avevi escluso, ricordandoti di noi a posteriori, con non so quale lucida apprensione, spiegando nella tua lettera cosa avremmo dovuto fare del tuo corpo, delle tue cose, delle tue poesie.<br />
Chissà se ci vedevi radunati nella chiesa, se ti pentivi, se eri soddisfatto, se tentavi dalla bolla irreale del tuo essere di toccarci, portarci conforto.<br />
Di tutte le cose che potevo dire, quando io ed altri fummo invitati a parlare, mi urgeva specificare che la tua assenza era un numero di telefono a cui non avrebbe più risposto la tua voce. Che perderti non consisteva soltanto nel non incontrarti più fisicamente, per caso, per appuntamento, per strada, in un bar, sotto casa tua &#8211; ma non avere più in alcun modo un segnale da te, nemmeno rarefatto, immaginato dai suoni, dalle sillabe, da scampoli di conversazione a distanza.</p>
<p>Nell’ultima pagina del diario di Cesare Pavese, il 18 agosto, nove giorni prima la data del suo suicidio, il poeta si dibatteva tra la sua decisione e un segno invisibile di pietà, che venisse da un altrove, verso chi con se stesso è implacabile. “Basta un po’ di coraggio”… diceva per darsi determinazione. E poi il compimento del proprio dire &#8211; “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”. Non scrivere più, non lasciare più segni, una lacerazione che schioda dagli schermi dove stiamo impressi. La vita tutta sospinta in un gesto, la scrittura o l’amore, e nel suo violento scalciare in un altro che ne è l’opposto. Come chi concludendo un’opera, una tela enorme di colori e fatica, non provasse almeno per un attimo l’impulso di squarciarla con una lama e con le dita, scorticare il proprio lavoro, quasi urlando <em>tu non sei me né io te</em>, non c’è misura tangibile che possa contenermi. Io sono niente. Sono un io davanti cui il resto del mondo si stupisce e non afferra.<br />
Era questo? Era questo dimmi, nella volontà di essere arso, ridotto alla cenere svolazzante, alle farfalle tossiche di fumo, all’asfissia dei polmoni e poi delle pupille di chi era costretto ad accompagnarti fino al fuoco? Era questo che ti schiantava dentro e ti spezzava i bracci per farne remi nel forno crematorio?<br />
Un cadavere per consumarsi completamente in circa un’ora necessita di 1300 gradi centigradi. Un’ora di sarcasmo e crudeltà e spossatezza sotto il sole, tra le margherite storte, l’erba, la ghiaia del camposanto. Un’ora in cui ti dissolvevi e prendevi uno spazio nei nostri corpi, sostavi sulle nostre spalle, scendendo per i muscoli, nella residenza del tempo a venire.</p>
<p>VI</p>
<p>Ti sei fatto immagine bidimensionale in una fotografia e ti sei fatto fiume taciturno, resistenza, cosicché non comprendo spesso se sto raccontando di te o di me, noi due ci mescoliamo, il poco della tua esistenza terrena è nutrito da ogni mio dubbio o raggiungimento, tu non ti dilegui, ma scendi nella mia sete. Io non ti posso mai abbandonare. Sei un monologo dialogante in me, che mi fa sopportare un po’ di più, come se avessi due destini paralleli da compiere e non uno, se fossi insieme l’ombra e la chiarezza che ne scaturisce in un abbraccio, una durata certa dell’esistere.<br />
Anche ora che ti scrivo, come se un morto da dieci anni potesse leggere e prendere una penna per rispondermi, o farlo in un segno del tempo, un cambiamento atmosferico, un messaggio notturno bisbigliato in sogno – è a me che scrivo, ti seppellisco e ti chiedo un’altra volta di restare.<br />
Poi più che a te, penso ai simboli &#8211; alla volpe appena lasciata, quella morta in Effra Road, e quella fantastica del nostro legame, di tutti i legami, dei nodi che mi arrestano e tengono profondamente, anche se le persone che li hanno stretti se ne sono andate da lungo tempo.</p>
<p>Ho questo ultimo ricordo che ritorna. Non ne abbiamo mai parlato quando vivevi. Era una sera fresca di giugno, non so da dove tornavamo, con la tua moto. Avevi imboccato una strada dietro casa mia, che procede tra abitazioni sempre più rare verso gli uliveti, i prati incolti di fiori selvatici, trifoglio e soffioni, pezzi di bosco, recinti naturali di rovi. C’era questo odore forte d’erba sprigionata, che amavo nella mia infanzia, mi faceva sentire sola e libera. All’improvviso tu rallentasti e iniziarono a scendere le lucciole: una folla intermittente e luminosa che nessuno aveva intenzione di cacciare, chiudere a partorire spiccioli sotto un bicchiere. Così tante e grandi e bianche non credo di averne mai più viste. Ci esplodevano addosso come stelle.</p>
<p><em>Immagine: Yayoi Kusama Fireflies on Water</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/15/la-volpe-15-luglio-1997-15-luglio-2009/">La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)</a></p>
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		<title>Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese. I rappresentanti dell’attuale governo insistono nel parlare di strumentalizzazione politica da parte della sinistra dei ragazzi che oggi occupano scuole e università, fanno l’autogestione o manifestano nei cortei. Sono inoltre uscite affermazioni piuttosto imbarazzanti nel loro contenuto riguardo all’anomalia del sodalizio tra docenti del corpo insegnante e studenti. Nello specifico il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni su Il Giornale:</p>
<p>“Che le posizioni di studenti e docenti convergano, è una cosa mai capitata prima. Una contraddizione in termini visto che hanno obbiettivi diversi”.<br />
<span id="more-10345"></span><br />
Viene da chiedersi quali dovrebbero essere questi obiettivi diversi. Un’ipotesi: gli insegnanti mirano alla formazione culturale e scientifica degli studenti, mentre gli studenti a sfangarla facendo il meno possibile, sbeffeggiando il sistema scolastico?</p>
<p>Ma anche viceversa: studenti che hanno sete di sapere e professori insipienti che mirano solo alla busta paga di fine mese?</p>
<p>Se questi due esempi riflettono un modello tutto italiano dove è il furbo e non il meritevole, l’arroganza e non il dialogo ad avere la meglio, resta pur triste che un esponente del governo “difenda” la scuola come organismo che divide invece che lavorare nell’ottica di un bene comune, di un sapere da trasmettere. Perché l’obbiettivo della scuola, ci sembra, dovrebbe essere soltanto uno, condiviso da tutti: formare individui per un futuro migliore, dare loro più strumenti possibili perché siano un giorno le unità fondanti di una società più equa, perché si riapproprino di quella giustizia sociale che oggi sembra minata e che consapevolezza e istruzione possono renderci. Far sentire a professori e studenti il peso e la responsabilità di essere liberi.</p>
<p>Queste considerazioni non vengono da membri di un sindacato o di un partito, ma da noi genitori della provincia di Pistoia, che circa un mese fa ci siamo ritrovati per discutere insieme di ciò che succederà con l’approvazione del decreto 137 e con la messa in atto della legge finanziaria 133.</p>
<p>Tutto questo putiferio scatenato dalla Gelmini alla fine torna utile, almeno per smuovere le coscienze di alcuni italiani, coscienza che in un paese normale sarebbero già state smosse da tempo.<br />
È un’occasione unica di stimolo: noi genitori siamo toccati su una corda sensibile, il futuro dei nostri figli. Questa riforma torreggia sul loro avvenire come l’ombra di una nuvola nera. Vuoi soffocare la vita di una pianta? Mettila in un vaso più piccolo di quello dove è sempre stata, non darle mai sole se non una parvenza luce riflessa, dalle pochissima acqua. Non morirà, ma crescerà stentata.</p>
<p>Da noi genitori è nata la volontà di aggregarsi per dare una risposta positiva ad una situazione intollerabile. A coloro che la vivono accanto agli insegnanti, la scuola appare già allo stremo delle forze. Quante collette abbiamo dovuto fare per le cose più disparate, in una scuola spoglia, abbellita solo dai disegni dei bambini; i servizi di pre-scuola erano già ridotti all’osso, prima della Gelmini, sotto gli occhi di tutti. Già ci aveva insegnato l’esperienza della Moratti , e già eravamo scesi in piazza, anche se non con la stessa determinazione.<br />
Siamo tuttavia stati etichettati subito come “genitori comunisti”, pur non avendo espresso nessuno schieramento ideologico né esserci appoggiati ai sindacati. Al di là del fatto che ci lascia perplessi il modo in cui l’attribuzione di un pensiero di “sinistra” debba coincidere con il riconoscersi comunisti, ci stupisce ancora di più come non sia comprensibile che il singolo, il comune cittadino si indigni per qualcosa che non trova affatto giusto e che cerchi scambio e collaborazione con altri cittadini come lui. I nostri governanti hanno un’opinione così bassa di noi e dei nostri figli da non riconoscerci la capacità di leggere, ascoltare, riflettere senza un mediatore? Credono forse che come nel teatrino di Mangiafuoco abbiamo bisogno di fili e mani altre per muoverci? È piuttosto avvilente se è davvero così. Tanto più che nei momenti delle campagne elettorali siamo invitati a votare proprio secondo coscienza, prendendo atto dei malestri dell’uno o dell’altro (a seconda di chi fa il comizio), a non farci menare per il naso… Allora decidetevi siamo o non siamo capaci di intendere e pensare da soli? Forse la risposta è che l’autonomia del pensiero fa paura. Va soppressa alla radice, negando la sua stessa possibilità (finché non torna comodo il contrario). Forse succede che nel paese del popolo delegatore è inammissibile che i cittadini chiedano alla politica di tornare tale, assumendosene il carico in modo attivo. Si è dimenticato in ultima istanza il senso dell’essere politico, che pure figura chiaramente nel primo articolo della nostra Costituzione:</p>
<p><em>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</em></p>
<p>I partiti ci devono rappresentare. Devono rispondere alle nostre richieste legittime, ai nostri bisogni, perfino al nostro dissenso. Noi, oggi, uniti per i nostri figli, ma anche per i figli altrui, perché non si perda del tutto il senso sociale (non patriottico) di un paese, siamo fortemente politici. E tuttavia apartitici. In attesa che il potere non sia ad uso e consumo dei governanti, che non si confonda lo Stato con un’azienda privata.</p>
<p>I fatti sono accessibili a tutti: chiunque attraverso la Rete può informarsi, può risalire direttamente alla fonte. Ed il quadro è desolante: l’ultima finanziaria di Tremonti risalente approvata significativamente nel mese di agosto quando l’attenzione del popolo italiano, già di per sé dormiente, è minima, sancisce l’inizio della fine dello stato sociale, e lo fa con un colpo tremendo sia alla scuola pubblica che alla sanità. Il nostro blog ha ricevuto critiche stato perché non riportava i riferimenti diretti alle leggi e ai decreti: abbiamo subito corretto l’errore. Ma sorge spontanea una domanda: perché la gente non cerca di informarsi in modo autonomo?</p>
<p>Una prima riflessione la merita il progetto di classi separate per stranieri. Preso in sé, è chiaro che non può funzionare perché va contro al concetto stesso di integrazione: un alunno straniero inserito in una classe di italiani nel giro di pochi mesi impara la lingua e stabilisce relazioni di amicizia con gli altri compagni, e questo aiuta anche l’integrazione della sua famiglia. E’ un fatto provato dalla nostra esperienza. Inoltre se si stabiliscono barriere, si impedisce ai ragazzi italiani di stabilire un contatto con lo straniero e la sua cultura, allora si perde una grande ricchezza, un contributo fondamentale per tutti. Ci sembra una sorta di autogol in un mondo che si definisce villaggio globale. Se invece vogliamo toccare il punto centrale, che è la mentalità che sta dietro al progetto, la domanda è: perché si vogliono seguire modelli razzisti che già si sono dimostrati deleteri nella nostra Storia e recentemente nell’esperienza di altri Paesi europei, come la Francia? Dobbiamo ripetere all’infinito gli stessi errori? Siamo davvero un popolo senza memoria?</p>
<p>Riguardo al tentativo di reintrodurre il maestro unico nella scuola primaria, il concetto stesso di “necessità di una figura unica di riferimento “ per i bimbi nell’età della scuola elementare è se preso in buonafede, piuttosto ridicolo. Pensiamo a come vivono oggi i nostri figli: i genitori lavorano, quasi sempre entrambi altrimenti non c’è modo di mandare avanti la famiglia, ed i ragazzi sono continuamente sballottati tra nonni , zii, genitori, maestri, insegnanti del pre-scuola.<br />
Se invece di due maestri ne avranno uno solo, cambierà qualcosa?<br />
Il maestro unico si dovrebbe sostituire alla figura del genitore? Ma via! No, i nostri ragazzi saranno solo meno seguiti, avranno solo meno istruzione. E poi, dobbiamo pensare che il mondo cambia e la scuola deve adeguarsi. Le esigenze per l’istruzione dei ragazzi oggi non sono le stesse di trent’anni fa, quando eravamo ragazzi noi. La scuola è importante perché si sobbarca l’onere di dare ai ragazzi quello che i modelli culturali e comportamentali della società di oggi non danno loro. Oggi ogni individuo è costantemente investito da un flusso di informazione che è enorme rispetto a trent’anni fa: questa esposizione continua ci leviga, ci rende scivolosi e insensibili, e ci corrode dentro.<br />
Per questo, gli insegnanti oggi si trovano a fare un lavoro immenso, perché la capacità di concentrazione dei ragazzi è tremendamente ridotta, anche se hanno più mezzi e opportunità rispetto al passato. Il bagaglio di nozioni che un ragazzo deve possedere per avere una formazione completa è aumentato rispetto a quando c’era il maestro unico, ed è per venire incontro a queste esigenze che è stato introdotto l’insegnamento differenziato fin dalle scuole elementari.</p>
<p>Poi c’è la questione del tempo pieno. Sebbene il ministro Gelmini provi a rassicurare, dicendo che le ore resteranno le solite ci sembra difficile credere che con il passaggio al maestro unico il tempo pieno sia garantito per tutti. Tanto più che le ultime dichiarazioni del ministro suonano come una contraddizione in termini dato che nel decreto-legge 137 si parla chiaramente di una riduzione dell’orario scolastico settimanale a 24 ore. Il fatto di leggere anche che si lavorerà ad una “più ampia articolazione del tempo-scuola” secondo le esigenze delle famiglie, non ci rassicura. Quanto questa suddetta articolazione inciderà sulle spese familiari? E le famiglie che non potranno permetterselo? E l’alternativa al tempo pieno non rischierà di essere un parcheggio per i nostri ragazzi? Non si rischia di tornare paurosamente indietro ad ogni livello con la ricomparsa dell’angelo del focolare, uno stereotipo da cui si credeva la donna contemporanea occidentale fosse uscita? Non è piuttosto che questo tagliare ore e personale ha come unico fine il risparmio economico?</p>
<p>E allora, se c’è bisogno di risparmiare, perché non iniziare dagli stipendi dei parlamentari, dalla serie di servizi di lusso (cuochi, parrucchieri, segretarie…) di cui usufruiscono mentre compilano decreti alle nostre spalle, in piena estate, approvandoli in meno di dieci minuti?</p>
<p>Sono domande forse semplici le nostre, di persone che si sentono considerate alla stregua di inetti, a cui il governo paternalista mette una mano calda sul capo dicendo: “non vi preoccupate, manifestate, fate i vostri striscioni, litigate guardando la televisione… fate i monelli tranquillamente che alle cose serie ci pensiamo noi”.</p>
<p>Ebbene noi genitori vogliamo che lo Stato ci sia, che esista e che sia forte e sano, che soprattutto sia disposto al dialogo con i cittadini.</p>
<p>Ci siamo riuniti il 29 ottobre scorso alle 21 per una manifestazione di piazza a Pistoia in cui è stata coinvolta buona parte della città, comprese le istituzioni che ci hanno ospitato. Genitori, ricercatori, insegnanti, studenti, anziani affacciati ai balconi ad incoraggiarci. È stato un momento bello e forte di condivisione. Vogliamo che sia il primo di tanti incontri, tesi a sensibilizzare la cittadinanza ed eventualmente ad aprirci ad altri movimenti simili in altre città. Il decreto è passato, ma noi non possiamo arrenderci.<br />
Certo ci rendiamo conto che la nostra è una realtà privilegiata: a Pistoia, come altrove in Toscana, il problema dell’integrazione ad esempio non è così drammatico come nel nord e così le tensioni sociali. Ma forse proprio per questo possiamo diventare un punto di riferimento per altri genitori di altre città, possiamo portare la nostra esperienza come mezzo di confronto.</p>
<p>Non dobbiamo rammaricarci inoltre se i nostri propositi e dubbi per ora non hanno risposte: c’è un tempo in cui è più importante porsi delle domande. E dobbiamo chiederci come mai abbiamo permesso ad un <em>pinche tirano </em>di sostituirsi alle nostre coscienze: non c’è altra possibile spiegazione per giustificare come vengano accettati passivamente certi provvedimenti. Quello che noi genitori di Pistoia dobbiamo fare per il bene di noi stessi e dei nostri figli è far rinascere e mantenere alto il livello di attenzione verso questa società, perché questa società siamo noi che la facciamo: se abbiamo un certo governo, esso è espressione di quello che noi siamo. E allora se il governo non ci piace più, se le misure che esso prende ci sembrano assurde, dobbiamo prima di tutto guardarci dentro. E il primo concetto che dobbiamo riesaminare è quello che ci fa sentire tanto italiani: l’idea di Libertà, ricordandoci che l’unica libertà possibile è quella che viene dall’autodeterminazione e si può raggiungere solo attraverso la consapevolezza.</p>
<p>Dopo tante domande, perlomeno una risposta: se vogliamo che i nostri figli crescano liberi, dobbiamo educarli insieme con la scuola, strumento indispensabile da potenziare e non da soffocare come vuol fare questo governo. L’ignoranza è schiavitù. In Italia l’ignoranza si esprime particolarmente verso tutte le questioni politiche. Pur essendo facilitata e alimentata dall’ignoranza generale, questa sfiducia o voglia di delegare sempre ad altri le fatiche di gestione della cosa pubblica è per noi assai pericolosa, e alla fine rischiamo di diventare come un cane che si morde la coda, perché il potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti ed è sempre più detenuto a sua volta da ignoranti.<br />
Noi genitori attraverso il confronto reciproco vogliamo ravvivare il nostro spirito critico ed estendere la discussione non solo alla scuola, ma anche agli altri problemi: oltre alla sanità, un altro tema da risolvere è quello dell’informazione. Non sarà possibile che questo Paese possa crescere se l’informazione non sarà riportata su toni di civiltà e correttezza. Per questo dobbiamo seguire i modelli anglosassoni: prima si divulgano i fatti, e poi si commentano.<br />
In questo panorama buio, noi abbiamo iniziato la nostra lotta civile.<br />
Non sappiamo quale sarà l’esito, ma la lotta ci fa sentire vivi e ci dà gioia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2008 08:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti. I glutei, tuttavia, non sono vecchi e cadenti ! E neppure solo femminili! Sono glutei giovani e nonostante ciò alla ricerca di se stessi.<br />
Come spiegare il mistero dei giovani glutei perduti?<br />
Nuotando in solitudine, la risposta mi pare semplice: il tempio della salute (<em>salus per aquam</em>, dicevano gli antichi Romani), che fino a dieci anni fa era frequentato da un pubblico di moribondi o da persone mature e annoiate, è diventata la cattedrale del <em>wellness</em>, la casa della bellezza fisica, <em>The Beauty Farm</em>.<br />
In una verde vallata circondata dalle montagne, alla frontiera tra Italia e Austria (non lontano dal castello del grande alpinista Reinhold Messner), dove, secondo la leggenda, Ötzi, l’uomo primitivo, ha trascorso il suo tempo a urlare il proprio nome per notti e notti– ottenendo come unica risposta una triste eco – si trova il Centro di benessere «Paradiso». <span id="more-7769"></span><br />
Si tratta di un’oasi per giovani coppie in viaggio di nozze, per giovani coppie con prole (la Beauty Farm «Paradiso» è dotata di un <em>baby-club</em> e di graziose animatrici bilingui) desiderose di dimenticare il loro status di genitori, per neomamme che aspirano, <em>post partum</em>, a snellire i loro lombi, per giovani manager in fuga dai loro computer, per studentesse alla ricerca di giovani manager in fuga dai loro computer desiderose di continuare a vestire Gucci, Louis Vitton, Dolce &amp; Gabbana, per single la cui incertezza sessuale è proporzionale a quella del loro avvenire: persone tra i diciotto e i trent’anni che possono diventare qualsiasi cosa: omosessuali, eterosessuali, bisessuali, transessuali, o tutte e quattro le cose insieme e che cercano un rifugio, una pausa, una «camera del silenzio», un trattamento per capelli, un lettino dove riposare o meditare in compagnia del loro Ipod.<br />
Di solito, nuoto prima dell’ora della cristalloterapia, prevista per le dieci.<br />
La cristalloterapia si basa su un unico principio: tutto ciò che esiste nell’universo è energia solidificata in strutture precise e apparentemente chiuse in se stesse. Apparentemente. L’energia, infatti, non si può imprigionare. Si agita continuamente, secondo una frequenza vibratoria particolare che dipende dai corpi in cui s’imbatte durante il suo percorso. Il cristallo, che possiede una vibrazione costante, una volta posato su un corpo umano (di preferenza su un dorso completamente rilassato), le cui vibrazioni sono purtroppo molto più instabili, perviene a stabilire uno stato d’armonia. Secondo i fondamenti della cristalloterapia, tutte le malattie dell’uomo derivano da un blocco energetico che invia vibrazioni negative sul piano fisico, emotivo e mentale. Perciò, se si vuole neutralizzare la nostra consustanziale mancanza d’armonia e reintegrare il flusso positivo dell’energia universale, bisogna assolutamente provare la cristalloterapia.<br />
Quindi passare direttamente all’aromaterapia, poi al massaggio al miele, successivamente a quello al cioccolato, poi al trattamento alle alghe marine, quindi alle immersioni nel fieno – molto indicate per la cura di ogni indurimento sia epidermico che spirituale –, poi sottomettersi a una doccia nebulizzante, poi immergersi in una vasca di latte ricoperta di ciclamini, quindi, usciti dal latte, scivolare delicatamente in un’altra vasca riempita di scorze di mela «Vitalis».<br />
Infine bisogna assolutamente provare la terapia del «Cau».<br />
«Cau» significa «lavorare con il fuoco senza la fiamma». La terapia unisce il calore alle essenze arboree. Si fonda sull’uso dell’artemisia, una pianta dalle proprietà divine. Il «Cau» può prolungare la vita in quanto il suo principio è il calore. Tutto nell’universo nasce dal calore. Perciò, quando le foglie ardenti dell’artemisia, dopo un’accurata manipolazione destinata a dar loro una forma conica, si posano sul vostro corpo già candeggiato e reso pressoché trasparente dai numerosi trattamenti e immersioni precedenti, voi cominciate a urlare.<br />
La massaggiatrice bilingue dal seno invadente conosce alla perfezione il vostro urlo. Il vostro, infatti, non è un urlo di dolore. Il calore non provoca dolore, crea l’amore, la vita. Il vostro urlo non è che il primo vagito di un neonato. Un novello Ötzi è nato, restituito dai ghiacciai della preistoria alla civiltà del benessere.<br />
Nel pomeriggio, dopo un pranzo frugale a base di mele «Vitalis» e foglie di artemisia, vado nella hall del «Paradiso». L’atmosfera è effervescente, conviviale. La gente è a suo agio, disponibile. La mattinata deve aver purificato i corpi e le anime. I pori della pelle si devono essere talmente dilatati da aprirsi anch&#8217;essi al dialogo. Tutti sembrano in vena di confidenze.<br />
Ne approfitto per abbordare una donna sulla quarantina alle prese con uno specchio.<br />
«Che ne direbbe di una breve passeggiata nella valle?».<br />
«D’accordo – risponde. Sono sempre attratta dalla natura. Eppure, sa, a volte la natura non è all’altezza dei nostri desideri».<br />
Usciamo. La luce, per effetto dei raggi solari che si riflettono sulle rocce delle Dolomiti che ci circondano è di un rosa confetto. Osservo l’incarnato del suo volto: anch’esso è rosa confetto. Ho un dubbio: si tratta di un’illusione ottica? O siamo davvero ridiventati dei neonati dalla pelle immacolata? La donna continua la sua riflessione:<br />
«Giunta a quarant’anni, una donna è obbligata a estendere il suo potere d’azione fino alla propria intimità. Comprende quel che voglio dire? La natura, terminato il suo compito, ci abbandona a noi stesse. A questo punto una donna deve pensare a un ringiovanimento estetico delle sue zone intime. Le ragioni che la spingono a sottomettersi a una “modernizzazione” della sua vagina possono essere le più disparate: piccoli problemi d’incontinenza; liposuzione del grasso che con il tempo si è concentrato nella regione pubica; correzione dell’orifizio che una ventina d’anni di attività sessuale ha allargato o reso asimmetrico. Tuttavia, come afferma uno dei più grandi specialisti di questo genere di interventi chirurgici, il professor Carlo Alberto Balla d’Oro, la funzione più importante della vaginoplastica è quello di offrire nuovamente alla donna la gioia del suo primo orgasmo. O, come il professor Balla d’Oro dice più precisamente, usando una metafora musicale: farle riscoprire “la tonalità ardente della prima nota acuta del vero godimento”».<br />
L’ultima frase della donna dalla vagina rifatta mi fa tornare in mente l’urlo che al mattino avevo lanciato sotto lo sguardo bonario della massaggiatrice dal seno invadente. Secondo l’antica terapia orientale del «Cau», tutto è calore. Noi, dunque, dobbiamo bruciare. Corpo e anima. Per questa ragione la frontiera tra il corpo e l’anima, cioè la nostra pelle, deve dilatarsi grazie a trattamenti estetici e terapeutici fino a diventare una pellicola invisibile. O fino a essere recisa da un bisturi. Così il professor Balla d’Oro raggiunge l’antica saggezza, proprio mentre io e la mia confidente raggiungiamo le soglie del «Paradiso».<br />
Prima di entrare nel Centro, dopo averla ringraziata per le sue rivelazioni, la saluto il più intimamente possibile. Mi accomodo su una poltrona. Prendo un giornale. Un articolo desta il mio interesse. Si parla dell’«Indiana Jones del Sud Tirolo». Visto che sono da queste parti, voglio saperne di più. Si raccontano le avventure dell’ufficiale, alpinista e vulcanologo francese Déodat de Dolomieu, fondatore della geologia alpina, la cui vita, scrive la giornalista, è stata più romanzesca di quella del celebre personaggio del ciclo cinematografico. Dal 1789, anno in cui scopre la composizione della roccia dal color rosa (la «dolomie»), che fa di questa regione un paradiso, il suo prestigio s’impone per l’eternità: il nome delle Alpi dolomitiche viene infatti da Dolomieu. Sembra che al momento della scoperta, abbia lanciato un urlo ancestrale, simile a quello di Ötzi, l’uomo primitivo e leggendario che, secondo gli abitanti di questi luoghi, si può ancora udire durante certe notti d’inverno. Il viaggio sulle Dolomiti, nella vita di Dolomieu, non è tuttavia che una tappa. La sua sete inesauribile di ignoto lo conduce alle soglie della morte alla fine di quattro anni di prigionia nella fortezza di Messina, dove, di ritorno da una spedizione napoleonica in Egitto, era naufragato. Nella sua biografia intitolata <em>Le avventure del cavaliere geologo Déodat de Dolomieu</em>, l’autrice, Thèrèse de la Vallée d’Or, racconta come, una volta liberato dai Borboni, Dolomieu, novello cavaliere dell’Ordine di Malta, ricominci a solcare il Mediterraneo combattendo contro i Turchi. Rientrato in Sicilia, esplora l’isola in lungo e in largo, studia la sua stratificazione geologica, scala l’Etna. Nel corso della sua terza scalata al vulcano prende la decisione più difficile e più bizzarra della sua vita: si dà al libertinaggio. Dolomieu, come si può verificare grazie a un ritratto eseguito dalla pittrice tedesca Diotima Kaufmann che si trova a Villa Borghese, era un tipo affascinante. Vulcanologo di fama, si ricorda del suo vecchio compagno d’armi Choderlos de Laclos, l’autore de <em>Le relazioni pericolose</em>. Gli scrive una lunga lettera nella quale, fra gli innumerevoli aneddoti sulla sua vita di donnaiolo scientifico, si può leggere questo passaggio: «L’avventura erotica in sé non è interessante. Quel che rende interessante un’avventura erotica sono i dettagli. Se ho avuto l’imperdonabile mancanza di tatto di compromettere molte donne, ho anche avuto l’abilità di salvarne altrettante. Ciò lo devo soprattutto alla mia natura scrupolosa di vulcanologo, da sempre attenta a scoprire le minime fonti di calore, anche in terreni e corpi all’apparenza glaciali (cosa che ho dimostrato nell’inverno del 1789 in occasione del mio viaggio sulle Alpi delle Venezie).<br />
Sono rapito dal Valmont dei vulcani, quando un uomo sulla cinquantina, calvo e tarchiato, avviluppato in un accappatoio bianco e attraversato da un continuo fremito di vitalità, mi rivolge senza mezzi termini la grande domanda:<br />
«Hai mai avuto rapporti sessuali con un automa?».<br />
Sorpresa. Sconcerto. Calcolo. Sebbene, soprattutto in gioventù, abbia scopato molte volte con ragazze il cui corpo rigidamente immaturo sembrava quello di un cadavere e che al momento del godimento emettevano un flebile «Uhhhh&#8230;» (niente a che vedere con l’urlo primitivo di Ötzi né con quello di Dolomieu alla scoperta della sua roccia), non ho mai copulato con un automa.<br />
«No» – rispondo.<br />
«Mi chiamo Deodato Siciliano. Sono un ingegnere specializzato in cibernetica e robotica e presidente dell’<em>IEEE ROBOTICS AND AUTOMATION SOCIETY</em>. Le annuncio che le sue ore sono contate. Da qui a tre anni ciascun rappresentante della civiltà del benessere avrà il suo <em>Intelligent and Sex Toy</em>, un androide in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. Sono appena rientrato dall’<em>Euron Roboethics Atelier</em> di Ginevra dove per cinque giorni si è discusso di robotica sessuale, una delle ultime frontiere della tecnica. Qualsiasi altro oggetto sessuale – vibratore, bambola gonfiabile, pene in plastica o in vetro soffiato – sarà ben presto obsoleto. Lo sa, l’automazione della vita sessuale renderà la civiltà del benessere estremamente morale! Basta con i sexy-shop, basta con i video pornografici, basta con le chat-line. Non è straordinario?»<br />
«Basta anche con la masturbazione?» – domando con un velo di tristezza<br />
«Niente di niente. Immagini la gioia e l’eccitazione che ciascuno di noi potrà sperimentare quando possederà un robot praticamente identico a un essere umano (già oggi ne esistono, ma su scala mondiale ridotta), un robot in grado di abbracciarla, di dirle delle parole d’amore, delle oscenità, capace di darle un godimento completo. L’<em>Intelligent Sex Toy</em> è il perfezionamento assoluto dell’interattività. Ne abbiamo abbastanza dell’interumanità&#8230; No? Ad ogni movimento del suo possessore corrisponderà una reazione del robot. Ad ogni emozione umana un dispositivo tecnico in grado di assecondarla. Ciascuno sarà libero di scegliere le caratteristiche fisiche del suo androide. Un po’ come oggi siamo liberi di scegliere i vari prodotti sul Web».<br />
«Le donne, immagino, saranno molto contente di utilizzare questa macchina sessuale. Gli uomini, a sentire i commenti delle mie colleghe, eiaculano sempre più precocemente. Non riescono quasi mai a renderle felici» – gli dico con una certa prudenza.<br />
«È naturale. Le principali beneficiarie di questa nuova tecnologia saranno le donne. Una macchina può garantire una performance sessuale illimitata. Esiste già un <em>Tommy Lee</em>, un «Real Guy» (gli automi femminili sono chiamati «Real Dolls»). Si può comprarlo per diecimila dollari (www.orgasmtronics.com). È dotato di un cuore artificiale che accelera i battiti durante la copulazione, di un radiatore a nido di vespe che aumenta la temperatura corporea al fine di stimolarne l’eccitazione, di una voce sintetizzata che produce dei gemiti in modo proporzionale al ritmo dell’amplesso, di un sistema elettronico che secreta un liquido molto simile a quello seminale (si tratta, in realtà, di un acido sintetico creato in laboratorio del tutto inoffensivo che si può senza alcun rischio leccare o ingurgitare), e infine di un microchip nascosto dietro l’orecchio sinistro: basta che la donna pronunci una frase standard, come “Tommy, più forte”, perché l’automa risponda “D’accordo”. Quindi passa dalle parole ai fatti, cosa che un uomo in carne ed ossa non riesce il più delle volte a fare».<br />
«E le puttane? – gli chiedo. Anche loro spariranno quando il mondo della civiltà del benessere sarà popolato da milioni di androidi sessuali? Non posso immaginare un mondo senza puttane. È una delle mie debolezze. Come poeta, mi piacerebbe che sopravvivessero a tutto ciò. Poeta e puttana, dopotutto, sono i due mestieri più antichi del mondo. Mi sentirei un orfano senza quelle sorelle e madri dell’ispirazione e del dolore umani&#8230;».<br />
«Mi dispiace molto. Anch’io, le confesso, quando avevo quattordici anni ho scritto alcune poesie erotiche. Tuttavia, recenti studi di psicologia applicata e di sociologia del corpo umano – continua Deodato che non ha perso un milligrammo della sua vitalità – indicano che le persone frequentano le prostitute soprattutto perché desiderano avere un’attività sessuale priva di ogni implicazione emotiva. Perciò, quale miglior soluzione di quella di copulare con delle macchine?  Siamo alle soglie di un affrancamento definitivo dalla nostra idea di trasgressione in quanto sospensione dei tabù. Dopo la coppia eterosessuale, dopo la coppia omosessuale, dopo la trasformazione dell’uomo in donna e della donna in uomo, dopo il sesso cibernetico, c’è il sesso con gli androidi, che non è, del resto, l’ultimissima frontiera del sesso. Si tratta, al contrario, dell’inizio di una nuova era, altamente sessualizzata e al contempo emancipata una volta per tutte da ogni specie di pornografia. Non ci sarà più nessuna violazione della morale, nessuna censura, nessun conflitto tra i generi della specie umana. Tutte le prostitute, tutti i gigolò, tutti i transessuali, tutte le pornostar saranno destinati a diventare una classe di invisibili, di intoccabili, di zombie. Un po’ quello che oggi succede ai veri artisti e ai veri poeti».<br />
Non so come spiegare quel che dopo le ultime parole di Deodato – che nel frattempo si è allontanato per ordinare due succhi di mela «Vitalis» – si svolge al di là della grande vetrata che mi sta di fronte.<br />
Ai margini della verde vallata tre personaggi se ne stanno seduti sull’erba: una donna e due uomini. La donna, nuda, mi guarda con voluttà. Forse è una puttana. Gli uomini sembrano conversare tra loro. Ignorano la donna. Forse sono omosessuali. O forse si tratta di un ménage a tre. Sullo sfondo vedo un’altra donna, vestita di un abito leggero che si sta immergendo in una vasca colma di latte e foglie di artemisia. Mi ignora come sembra ignorare quel che accade poco lontano da lei. L’atmosfera è radiosa. La luce che si riflette sui volti dei personaggi è rosa, come la dolomite. Tuttavia, i colori della scena non sono costanti. Nei corpi si possono notare alcune vibrazioni instabili. Si direbbe un dipinto pornografico di un’epoca passata. Forse il capolavoro pornografico di un artista che, dopo averlo esposto, ha perduto tutto il suo prestigio, tanto da diventare invisibile agli occhi dei suoi contemporanei.<br />
È noto: la pornografia di un’epoca è l’arte più autentica di un’altra. Ma mi chiedo: se, come afferma Deodato, l’automazione sessuale e il suo potere moralizzatore riusciranno nel giro di pochi anni a sradicare ogni forma di pornografia, l’arte avrà ancora qualche speranza di sopravvivere?<br />
Provo un soprassalto di nostalgia nei confronti del mio moribondo universo pornografico destinato ben presto a entrare nell’invisibile.<br />
Una nuvola bianca e instabile si avvicina. Intravedo un frammento del corpo tozzo, liscio e rosa di Deodato che ritorna dal bar. Sorseggiamo in silenzio i nostri succhi di mela «Vitalis».</p>
<p>Nota<br />
Il testo è un capitolo di un romanzo in fieri intitolato &#8220;Lo stato delle cose in Occidente&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>L&#8217;emozione della politica</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 11:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/lemozione-della-politica/">L&#8217;emozione della politica</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so. Ma io le devo scrivere questa lettera, è un obbligo che mi sono dato, dopo un ventennio di silenzio nelle parole e nei pensieri. Ne è passata di acqua sotto i ponti della politica, in questo paese; prima tumultuosa, poi sempre più sudicia e lenta. Molte cose non sono più le stesse. E allora, non essendoci comunque niente da festeggiare, si può, quasi a cuor leggero, commemorare. Un mondo che non c’è più. Figure sparite nel buio di quello che tanti chiamano <em>nulla</em>. </p>
<p><span id="more-4666"></span>Altre figure sono divenute manichini vecchi e impolverati che si muovono in scena come automi. Lei, onorevole, lo chiamava teatro. La politica è un teatro. Montecitorio è un teatro, coi suoi gironi infernali d’un inferno quasi sempre spento, acceso solo quando c’è da far finta di litigare. Lo ricordo bene, con la nettezza delle cose perdute ma che ci hanno affascinato, che sopravvivono nel galleggiamento estremo dei ricordi. Quando Gerardo, il mio amico bevitore accanito, da me chiamato Onorevole Ciccioli per via di quella canzone di Jannacci, <em>Silvano</em> – e adesso, onorevole, lo sa lei che esiste veramente un onorevole Ciccioli? Si chiama Carlo Ciccioli, l’ho trovato su Internet, ed è, guardi un po’, nelle liste di Alleanza Nazionale !-; ecco, quando Gerardo mi regalò la sua <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> (con quelle virgolette ben strette addosso a quella parola infamante) capii che quel libro per la mia vita sarebbe stato importante. La seguivo da anni sa? Mi piacevano le Tribune Politiche soltanto quando vi compariva lei, con l’eleganza innata che la contraddistingueva. Sembrava un militare inglese di vecchio rango, un ex diplomatico. Sapeva parlare come nessuno. E sapeva scudisciare l’avversario, ridurlo in poltiglia con una battuta, con una staffilata dialettica. Non aveva pietà. Soprattutto del povero Pannella, il sopravvissuto digiunatore. Lei quelle ridicole diete non le avrebbe mai fatte. Sicuramente, non le avrebbe giudicate degne di sé.<br />
Sono passati vent’anni e mi ricordo ben poco. Strappi della memoria, spizzichi, bocconi appena accennati, d’assaggio. Se non, nettamente, un servizio del TG, con la bara che esce dalla chiesa portata a spalla da camerati che piangono come vitelli <em>neri</em>. E anch’io, sì che sono lì – mi ricordo davanti al televisore, mio padre incredulo –, incollato al video, piangente a calde lacrime per la sua morte. Inconcepibile, oggi. Non mi riconoscerei di certo, se mi rivedessi in quel ragazzo di allora. E non sarebbe una gran cosa, perché invece, in barba a tutti, mi piacerebbe riconoscermi. Non piansi per Moro, che finì dentro quella Renault 4 rossa, trovato lì, come un cadavere di morto ammazzato qualsiasi, assassinato dalle Brigate della morte d’ogni dignità; ed alcuni di quegli assassini ne sono usciti a testa alta, e con buone <em>chances</em> per il loro futuro. Non piansi nemmeno per Moro. Mentre per lei buttai fuori dagli occhi lacrime di dolore autentico, che vennero via sgorganti come se lei fosse stato un parente stretto, uno di famiglia. Oggi non mi riconoscerei nemmeno in quel ventiseienne dolente, e la cosa mi fa un po’ male. Perché allora un ideale lo avevo. Perché, grazie a lei, onorevole, credevo ancora nella politica. Non tanto nel suo partito, o movimento: quello per me era più o meno un accessorio solido, era il soppalco che teneva in piedi la sua figura per me e per molti altri svettante. Lei rappresentava la voce calda, ferma e rassicurante di una protesta estrema. La voce di chi protesta contro tutti, e protesta ancora più forte, se possibile, contro chi protesta. La voce di chi non sopportava il bailamme urgente – e per me a quel tempo incomprensibile – delle classi operaie spiegate per la città, a tambureggiare la protesta assieme agli studenti di buona famiglia che non piacevano a Pasolini. Io, onorevole, ero tra quelli che non capivano perché in Italia ci si poteva chiamare comunisti senza essere presi a calci. Non lo capivo e non lo digerivo. Ero <em>perdutamente</em> giovane. Un ragazzo tutto sommato fortunato. Scuole regolari, anche se mal frequentate, sempre sul filo del rasoio della bocciatura; e poche amicizie, tutte di estrema destra, come quel Franco, al liceo, che si proclamava nazionalsocialista. <br />
Ora, onorevole, sposto l’asse del discorso direttamente su me stesso, come se mi stessi puntando addosso un teatrale occhio di bue:<em> mi do del tu</em>, per entrare ancora di più in intimità con questa storia, per andare più a fondo, perché l’uomo di oggi possa parlare con più intensità all’adolescente dell’altro ieri del cuore di tutto il discorso.<br />
E dunque <em>tu</em>, ragazzo piccolo e rabbioso, stavi lì a sentire il tuo amico Franco, che scriveva anche lui – tutti scrivevano – e alcuni della tua scuola sono diventati scrittori e critici, te compreso; e insomma, lo sapevi che Hitler era stato quello che era stato, come tutti avevi visto un sacco di documentari in bianco e nero alla televisione; e non fosse bastato quello c’era stato tuo padre, ex soldatino diciassettenne della Wehrmacht, coi suoi tremendi racconti di prima linea, fronte russo 44/45. Ma tu niente, duro e impuro, simpatico e un filo bugiardo, sognatore e sinistro goliarda t’eri dato alla macchia dalla buona ragione e avevi speso parole d’idolatria idiota e ben poco convinta per quel massacratore vigliacco; finché – avevi 14 anni, ragazzo biondo e gracile – avevi vergato con la BIC nero di china punta fine, una di quelle pennette di plastichina gialla che scrivevano così così e con le quali buttavi giù i tuoi primi racconti, una svastica sul muro del soggiorno, e tuo padre ti aveva mollato una sberla che ti aveva lasciato la guancia viola per un’ora, ricordandoti che lui, per colpa di quel segno crociato di morte, ci aveva perso la patria e quasi la vita, nonché la salute fisica e  mentale di ragazzo tedesco prima ricco e poi divenuto povero, profugo e disperato. Era stata un’umiliazione pesante, per te, ragazzo che eri; e forse allora ti convincesti senza volerlo di qualcosa, nella tua testa prese nebulosa forma la reazione che sempre ti ha accompagnato. Tuo padre ti picchiava per una svastica segnata sul muro del soggiorno? E tu lo colpivi d’incontro, maturando dentro di te uno stranissimo riscatto. <br />
Più avanti avevi frequentato un liceo privato, pieno di ragazzi abbienti, nel pieno centro della tua città, protetto dalla guerriglia fratricida fatta da giovani di opposte fazioni che infestava le scuole pubbliche del nostro <em>regno repubblicano</em>; e così avevi continuato la tua vita pigra, annoiata, inutile. Scrivevi, questo sì. Avevi trovato un’insana passione, e vi ci dedicavi i sogni e qualche nebulosa speranza. T’infliggevi dei piccoli <em>tour de force</em> notturni con la tua pennetta gialla in mano, facevi leggere i tuoi racconti e le tue poesie solo a pochi amici, che scrivevano anche loro. Persi tra i deliri di Nietzsche, gli americani del modernismo e Beckett, col suo purgatorio in terra. E poi una notte leggesti <em>Il giovane Holden</em> come tanti ragazzi della tua età, e vedesti un miracolo tra tutte quelle righe, trovasti la vita in un impasto irresistibile di scrittura. Stavi protetto non perché avevi paura dello scontro fisico, ma perché l’ansia di tua madre aveva avuto la meglio su tutto; lei non avrebbe resistito a saperti in balia delle tue emozioni negative, della tua rabbia innata. Tuo padre aveva sentenziato “liceo linguistico”, e così tutti sarebbero stati contenti, perché imparare le lingue era importante per il futuro, per il lavoro, per la famiglia che avresti costruito seguendo proprio il suo virtuoso esempio. Con qualche amico della scuola si parlava di politica, si comprava a volte il <em>Candido</em> – rivista nella quale anni dopo avresti scritto qualche articolo di critica televisiva con lo pseudonimo preso a prestito da un funzionario della RAI che aveva lasciato la collaborazione –; si discuteva con un cinismo annoiato e col sarcasmo tenero e irrecuperabile di chi non ha provato nulla, di chi non ha ancora fatto i conti con niente. Franco, il nazionalsocialista, trovava ovviamente il M.S.I. troppo moderato, tu non eri d’accordo. Ma i vostri discorsi – soprattutto i tuoi, ragazzo che eri – erano in definitiva disimpegnati. La vostra politica era un accessorio estetico. Vi piacevano le divise mortuarie del passato belligerante, vi piacevano i perdenti di lusso o di successo, i suicidi, i pazzi, gli indemoniati. Come possono piacere a dei ragazzini dei personaggi cinematografici, degli eroi del noir, come può piacere Machinegun Kelly, Al Capone, Peter Kuerten il mostro di Duesseldorf. Fondaste, tu, Franco e Paris &#8211; un triestino col pallino della Germania &#8211; una specie di gruppo terroristico di estrema destra che avevate battezzato <em>Oder-Neisse Gruppe</em>, pensando alla Linea Oder-Neisse, fatta dal fiume Oder e dall’affluente Neisse che dopo la guerra ridefinirono le frontiere tra Polonia e Germania. Come dire: riprendiamoci quello che ci è stato tolto. Si progettò l’acquisto di due o tre flobert, e qualche attentato dimostrativo da effettuarsi nelle cabine telefoniche. Le avreste fatte bruciare di notte, e poi avreste mandato ai giornali una lettera nella quale rivendicare l’attentato. Niente spargimenti di sangue, niente vere motivazioni. E nelle cabine telefoniche, invece, ci pisciaste a turno una sera, dopo una sbronza di birra colossale. Eravate dei ragazzini borghesi ai quali non mancava nulla, affetto compreso. Si finì alcune volte a casa di Paris, al pomeriggio, a mangiare panini al burro e salame e a bere la solita birra tedesca – Paulaner di Monaco – facendo il saluto romano a ogni piè sospinto. Goliardia bella e buona. Mi fai quasi tenerezza, ragazzo che eri. La tua vita non era un romanzo, era un cortometraggio in bianco e nero dell’Istituto Luce. Lottavi contro quella noia e quell’apatia terribile che ti prendevano stretto alla gola. Cercavi qualcosa, e non trovavi che birra, partite di calcio violente, politica da teatrino. Entravi in una chiesa la domenica e ne uscivi cambiato: non credevi più, i riti ti parevano insensati, su Dio non avevi più alcuna opinione. Per non rischiare di sbagliare – ché già sbagliavi a metraggio su troppe cose – ti consegnavi all’agnosticismo, e <em>amen</em>. Anni dopo Franco ti portò in via Mancini, a Milano, a parlare con l’allora capo del Fronte della Gioventù; era convinto che avresti fatto bene, e per un po’ anche tu ci avevi creduto, perché cercavi qualcosa da farne, dei tuoi vent’anni, e continuavi a capire poco di tutto, e la politica faceva sempre parte di quel tutto. Andasti a un paio di riunioni di quegli scalmanati, che parlavano per slogan per ore e ore: qualcuno indossava la camicia nera, come in un film di guerra sui gerarchi fascisti, qualcuno era in jeans sotto impataccate tute mimetiche; tutti che blateravano di giustizia e libertà e uguaglianza, così che ti sembrò quasi uno scherzo. I toni erano gli stessi di quelli dell’altra parte, era stessa l’età, la provenienza, tutto, erano stati fatti tutti uguali, come con lo stampino, a sinistra e ora all’estrema destra, lo stavi sentendo con le tue orecchie in quella tua presenza passiva ma attenta, era tutto un vomito di rabbia e confusione. Parlasti col capo e con sua moglie, lui non ti fece una buona impressione, lei la trovasti simpatica. Ma non ti convinsero, anche perché non ti promisero nulla, né insistettero più di tanto, tu non eri nessuno; sorridesti cordiale, sei sempre stato rabbioso ma anche cordiale, dicesti che ci avresti pensato, li ringraziasti con sincerità, ti sentisti addirittura onorato, eri rimasto incredulo per quell’offerta. Ma non dovesti pensarci troppo, la risposta l’avevi già serrata nei tuoi pugni morbidi assieme alla tua cordialità non di facciata, ché di facciata in te non c’era nulla, e dicesti a Franco, già il giorno dopo, che avresti lasciato perdere, che quello era un branco di chiacchieroni e basta così.<br />
E così, onorevole Almirante, torno alla terza persona, riparlo nuovamente a<em> lei</em> &#8211; dopo aver spento quel teatrale occhio di bue su me stesso- con la voce fatta dei segni di questo mio inchiostro ancora vivacissimo d’oggi. Io ero uno dei tanti ragazzini ignoranti di quasi tutto, anch’io sballottato in mezzo ai quei tempi feroci del post contestazione, verso la fine degli anni Settanta, quegli anni segnati dal sentimento dell’assoluto, da un’energia scomposta, vitale e mortale allo stesso tempo.<br />
Leggevo molti romanzi, pochissimo i libri di scuola, ero un furetto timido, picchiavo sodo durante interminabili partite di calcio (un paio di volte m’ero scontrato anche con due avversari in una volta sola, senza badare al fatto, molto più che possibile, che le avrei prese di brutto, come appunto successe). Ed era per me un perverso godimento andare a piedi uniti su avversari che si proclamavano, pensi lei, socialisti. Ma come, nemmeno comunisti, nemmeno di Democrazia Proletaria! Adolescenti socialisti, con tutto quel carico di proterva, calcolata, ben scelta meschinità. Perché l’essere della sinistra estrema era pur sempre una scelta vera e sentita, era comunque una scelta abbracciata nel cuore. Era mettersi da una parte, perseverare sì nell’errore, dare di certo del tu al diavolo, tutto quel che lei vuole; ma comunque si trattava di un passo importante, coraggioso, vero, da uomini. Ma avere neanche vent’anni e proclamarsi ai quattro venti socialisti (preparandosi così a fruttuose carriere nel mondo del lavoro) era cosa  meschina e ridicola. Io e i miei amici volevamo qualcosa di diverso. Era chiaro, almeno per me: quel tambureggiare e quello sventolare di bandiere rosse era a vuoto. Capivo che l’uguaglianza delle classi era una impostura, che l’Unione Sovietica era un inferno. E si sentivano bene, anche da qui e per chi le voleva sentire, le campane a morto dei gulag che dindondavano cupe per tutta Europa. Era tutto successo invano. Una guerra mondiale, col suo carico d’infamia e soprattutto di vittime e di superstiti condannati a una grigia sopravvivenza non era bastata, eravamo tuttora pieni di quell’odio che s’era perpetuato attraverso le generazioni. C’era ancora tra noi, rimasta nella sua crudezza fratricida, la caccia al fascista, perché la caccia al fascista, dai giorni della Liberazione (oggi scrivo questa parola con la maiuscola, allora non l’avrei proprio fatto) non era ancora terminata. L’odio. Attraverso gli anni e le generazioni. Di padre in figlio. Qualsiasi bruttura della vita e della morte, qualsiasi genere di falsità, qualsiasi ingiustizia, era di genere, diciamo così, fascista. Fascista era una parola feticcio, che voleva dire male, sporcizia, infamia. Un fascista era un delinquente politicizzato. <em>Sparare a un fascista non è reato!</em> Così si gridava alle manifestazioni. E allora leggere quel suo libro, nel quale lei raccontava con quella sua penna aguzza d’ingegno gli anni della fine della guerra e della clandestinità, fino a quando riprese l’attività politica in mezzo alla scarsità di mezzi e ai rischi fisici, fu un’esperienza importante. Com’era possibile che lei, fascista che mai aveva rinnegato il fascismo, parlasse tranquillamente di pace, di vita civile, di non belligeranza? Forse ci prendeva tutti in giro? Non l’ho mai creduto. Io credo invece che le sue lotte contro il famigerato pentapartito, quell’accozzaglia pentagonale di partiti politici che governavano l’Italia col metodo mafioso della spartizione delle cariche e dei conseguenti poteri, erano lotte anticipatrici; basta rileggere <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> e vi troviamo cose che soltanto parecchi anni dopo furono dette e ridette da tutti, come prescrizioni naturali, di buon senso, ma che soltanto allora lei aveva avuto il coraggio di dire e ribadire nel vuoto quasi totale di consensi.<br />
E ora, onorevole, le racconto una strana storia: in un caldo pomeriggio di due anni fa, in piena campagna elettorale, camminando per il mio quartiere m’imbattei in un camper pieno di manifesti targati Alleanza Nazionale; e fin qui niente di nuovo. Ma cosa c’era scritto sotto il premiato logo del partito di Fini? “Almirante”, ecco cosa c’era scritto. Sono passati quasi vent’anni dalla sua morte; e ora il vecchio leader defunto del M.S.I. viene a dar man forte al suo delfino dall’aldilà o dal nulla, viene cioè a dare man forte da morto al leader vivo e vegeto di un partito che più democristiano non si può?<br />
Ci penso ancora a quel maledetto camper, e a tutti quei manifesti con la scritta surrealista “Almirante” appiccicati su tutti i fronti. E nel 2005. E mi viene da ridere davvero amaro. E mi viene anche da pensare che, in poco meno di 20 anni, è proprio cambiato tutto, e non si salva proprio nessuno. (Ecco ritornarmi in mente l’onorevole Ciccioli! Su Internet ci sono alcuni suoi interventi alla Camera. Da quanto ho capito è uno che interrompe sempre. Livia Turco proprio non lo regge. Ma sì, meglio lasciar perdere, onorevole, già ho capito, sento che lei non sa, o forse – più probabile – non vuole sapere).<br />
E io sono diventato un elettore della sinistra per disperazione: e forse di sinistra – anche se soltanto nello sgabuzzino elettorale – così è giusto diventare: per disperazione, per rabbia, per mai doma sete di giustizia.<br />
Non mi faccio illusioni nemmeno sulla sinistra, me ne guardo bene; non so più dove posizionarmi politicamente da tanti anni, glielo confesso; e la destra come l’ho sognata io da ragazzo a causa sua non esiste più da almeno, guardi un po’, un ventennio. Anzi, è molto probabile che non sia mai esistita. S’è proprio trattato d’un sogno giovanile, è così; è stata tutta un’illusione, anzi è stata proprio un’allucinazione. E’ però anche vero che quella sua destra targata M.S.I., che di difetti e di zone d’ombra ne aveva più di mille, che era indietro su di un sacco di questioni e “non rinnegava” le sue origini, era un partito che faceva pur sempre opposizione. Faceva ostruzionismo, combatteva a suo modo contro il sistema. Non era davvero poco, ripensandoci oggi. Un sistema, quello di allora, che somigliava tanto a quello attualmente in auge. Forse era un sistema un po’ meno impresentabile dell’attuale. Ed era fatale, per certi giovani idealisti che maledettamente a ragione non credevano nella truffa del comunismo, e che disprezzavano il democattolicume di regime, andare a cercare un ideale rifugio “di protesta” nel M.S.I. Niente nostalgie, per quanto mi riguarda, glielo voglio dire a chiare lettere, confidando in quella chiarezza – perlomeno espositiva – che era il suo marchio di fabbrica e che è stato sempre il mio modo di espormi: tanto meno per quel vecchio motto che lei ripeteva, e che oggi, voglio dirle anche questo, mi suona piuttosto sinistro: “Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai”. Buono per un orgoglio giovanile tutto da costruire, in sostanza. Buono per i merli ignorantotti che eravamo.<br />
Io invece credo nell’esempio di un altro vecchio uomo di destra, in fondo un moderato; uno che soprattutto alla fine della sua lunga vita un buon esempio di ragionevole anticonformismo ce lo ha dato. Parlo di Indro Montanelli: <em>puoi fare qualcosa per te stesso solo in cabina elettorale; e là dentro turati il naso con tutta la forza che hai e vota per l’accozzaglia di lanzichenecchi meno orribile presente sulla piazza della nostra sciagurata politica.</em> Ecco, onorevole. Ho chiuso ricordando un altro grande vecchio di questa nostra Italia che si dibatte tra la gloria, la generosità, l’infamia, la meschinità, un utile spargersi di menzogna, un’inutile sincerità; un grande vecchio italiano passato come lei dall’altra parte del fiume. Dobbiamo voler bene ai nostri vecchi di un bene fermo, dobbiamo tenere in vita con orgoglio ciò che ci hanno lasciato. E ancora di più dobbiamo voler bene a quelli grandi, che un <em>prezioso</em> straccio di esempio ce lo hanno dato con la loro forza, la loro intelligenza, il loro coraggio. Pur negli errori dei fatti e dei caratteri mai facili, e nei difetti spesso imperdonabili. Spero di non averla stancata coi miei ricordi, con le mie rabbie che mi tengono però sempre giovane e vigile nella trincea della vita. Io la ricordo sempre con un strano affetto, che è dovuto a qualcuno che, volente o nolente, ci ha regalato delle emozioni, ci ha fatto sentire vivi. Come un amore lontano. Non è stato un maestro, per me, non posso certo dirlo. Ma per un tratto non breve mi è stato vicino come un personaggio ideale, come una specie di padre politico. Ho abbandonato forse tutti i suoi insegnamenti, ma non ho dimenticato l’emozione forte di un suo comizio, giusto o sbagliato che fosse ciò che lei andava dicendo con evidentissima forza e capacità oratoria eccezionale. Perché é quella, forse, l’unica cosa bella della politica che ci rimane. Il ricordo di un’emozione.</p>
<p><em>(Tratto dall&#8217;antologia &#8220;I nostri ponti hanno un&#8217;anima, voi no &#8211; Lettere ai politici&#8221;, Fazi, 2007.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/lemozione-della-politica/">L&#8217;emozione della politica</a></p>
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		<title>Fuori stagione</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Oct 2007 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong><br />
                                                   </p>
<p>Amarilli,</p>
<p>dal tuo nome solo può cominciare questa lettera, perché mi ha colpito sulla lista, perché un nome così non l’avevo mai sentito. Deriva dal fiore? Dall’Amarillis? Come è che ti hanno dato questo nome?<br />
Questa è stata la prima cosa che mi son chiesta, sfogliando il giornale la mattina sull’autobus prima di arrivare a lavoro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/24/fuori-stagione/">Fuori stagione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg"><img width="495" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg" height="635" style="width: 148px; height: 171px" /></a> </p>
<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong><br />
                                                   </p>
<p>Amarilli,</p>
<p>dal tuo nome solo può cominciare questa lettera, perché mi ha colpito sulla lista, perché un nome così non l’avevo mai sentito. Deriva dal fiore? Dall’Amarillis? Come è che ti hanno dato questo nome?<br />
Questa è stata la prima cosa che mi son chiesta, sfogliando il giornale la mattina sull’autobus prima di arrivare a lavoro. E poi ho cercato il tuo volto su internet e l’ho trovato. Mi ha colpito la tua pelle fresca e bianca, gli occhi chiari, il tuo non sorriso, il bavero rialzato a circondare il collo, i capelli un po’ mossi, le tue sopracciglia perfettamente curate. Un angelo, ho pensato, inquadrata in una foto che ti hanno scattata senza tante cerimonie il 12/02/07 alle ore 17.00, che ha già tarpato le tue ali con quella scritta intorno <em>Polizia Scientifica MI</em>. Un angelo può annunciare il terrore?<span id="more-4654"></span></p>
<p>Il Manifesto oggi mostra una foto di un cofano di una panda con sopra una stella a cinque punte. Ogni volta che ne vedo una, penso a quando da piccola, imparai a farla non lasciando mai la punta della penna dal foglio. Ne ero soddisfatta perché ogni punta veniva perfetta e avevo trovato un modo semplice e rapido di fare una stella, che veniva anche meglio del cuore. Una stella che mi serviva per appuntarmi il cielo, o per riempire un angolo sul diario. Anche tu da piccola le facevi così le stelle?</p>
<p>Poi ne ho viste altre di stelle. Non mi piacevano quelle sulle medaglie o sui distintivi militari. Mi piaceva quella vicino alla falce e martello. La curva della falce un po’ alla luna ci assomiglia, ma non mi ha mai affascinato l’uomo sulla luna. La falce e il martello le ho sempre viste come simbolo della terra e della fabbrica, della schiena che si piega a fatica sui campi e sull’incudine. E quella stella, in alto, permetteva di rialzare la testa, a guardare splendere e sentire pulsare una speranza. Però non ho mai immaginato il comunismo come una notte stellata, perché al buio non si vede, perché nelle notti stellate son sempre nati miti e leggende e non cose concrete. Me lo son sempre immaginato come una giornata assolata, il sol dell’avvenire. Ci hai mai pensato a certe sciocchezze?</p>
<p>E poi quella stella è stata come strappata e quelle punte conficcate intorno a un cerchio e attaccata alla storia sulla fine degli anni settanta, come la ceralacca alle buste. Buste con dentro gli anni di piombo e la lotta armata e gli omicidi e i sequestri e le contestazioni e il movimento e lo stato dell’ordine e le stragi di stato. Tu e io non lo abbiamo vissuto. Bambine. Che potevano fare due bambine allora?<br />
Quando è crollato il muro di Berlino avevi 9 anni e io 12. Che muri ogni giorno crescendo hai dovuto affrontare? Quali son crollati, quali son rimasti? È così difficile oggi costruire o anche distruggere, non pensi?</p>
<p>E ora come stai? Ora che sei là dentro da sola, che ti hanno privato di una cosa così preziosa come la libertà, la tua. Non voglio sapere cosa pensi della libertà, vorrei sapere cosa pensi dell’ingiustizia, di cosa senti ingiusto. Io la sento sai e l’ho sentita, per tanti anni addosso, un’idea di ingiustizia. I miei erano operai e io sua figlia. Un continuo senso di soffocamento, di disfatta, di fatica di vivere. Ne hai portato il peso anche tu? Hai mai visto tua madre piangere di ritorno dalla fabbrica con le mani perennemente macchiate e doloranti e urlarti in faccia la sua rabbia?</p>
<p>E poi cosa è per te la classe operaia, la massa, il popolo? Me lo chiedo mentre guardo il tuo volto, che anche tu sei un volto come gli altri, come gli operai, come la massa, come il popolo, come me. Vieni da Padova e poi sei andata a lavorare a Milano e sei stata anche nel sindacato e all’università e nei centri sociali, è quel poco che ho potuto leggere e non so altro della tua storia. Che mentre tutti sbraitano e accusano e si difendono e parlano e dichiarano io son qua in silenzio davanti al computer e vorrei sapere, vorrei capire. Quale è la tua idea politica che stanno imprigionando nel febbraio del 2007? Che mondo vorresti? Come si cambia il mondo Amarilli?</p>
<p><em>Fuori stagione</em>, rileggo il titolo de Il Manifesto. È un inverno stranamente mite, ho visto un ciliegio in fiore, fuori stagione. La Chiesa entra nelle decisioni dello Stato ed è fuori stagione. I figli stanno peggio dei genitori ed è fuori stagione. Abbiamo ancora le basi militari americane sul nostro territorio ed è fuori stagione. Nessun colpevole per Ustica ed è fuori stagione. I clandestini che annegano in mare son fuori stagione. Forza Nuova in piazza è fuori stagione. L’operaio dalle tue parti che vota Lega Nord è fuori stagione. La Palestina è più di cinquant’anni che è nella stessa sanguinosa stagione. Siamo precari stagione dopo stagione. La terra si sta surriscaldando e manda all’aria tutte le stagioni. Ma tu che stagione senti di vivere? Quali cose avverti fuori stagione?</p>
<p>Sabato andrò a manifestare a Vicenza.<br />
Dopo i vostri arresti ci vorrebbero a casa.<br />
È uno dei miei modi per essere in questa stagione e non starne fuori.</p>
<p>Non so se risponderai, ma io certe domande mi sentivo di fartele. Certe domande bisogna farcele.</p>
<p>Ciao<br />
Simona</p>
<p>p.s. Leggo ora da Internet che il tuo nome ha origini greche, quello di una pastorella cantata dai poeti Teocrito e Virgilio. Significa <em>brillante</em>.</p>
<p><em>(Tratto dall&#8217;antologia: &#8220;I nostri ponti hanno un&#8217;anima, voi no - Lettere ai politici&#8221;, edita da Fazi, 2007. Immagine: Georg Baselitz, Die Hand, das brennende Haus, 1969)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/24/fuori-stagione/">Fuori stagione</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Amare contro</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 22:06:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-4624" href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/16/amare-contro/joyce-lussu/" title="Joyce Lussu"></a></p>
<p>Ci sono pidocchi attorno a me, e muri. Ci sono ginocchia che si incriccano a ogni piè sospinto e occhi pesti e ricuciti per le cadute. Ci sono schiavitù e vecchiaia sotto il mio cielo: maledetto istinto alla sopravvivenza!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/16/amare-contro/">Amare contro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-4624" href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/16/amare-contro/joyce-lussu/" title="Joyce Lussu"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/joycelussu.thumbnail.jpg" alt="Joyce Lussu" /></a></p>
<p>Ci sono pidocchi attorno a me, e muri. Ci sono ginocchia che si incriccano a ogni piè sospinto e occhi pesti e ricuciti per le cadute. Ci sono schiavitù e vecchiaia sotto il mio cielo: maledetto istinto alla sopravvivenza!</p>
<p>Che posso fare? E&#8217; così. E’ la legge delle cose qui sulla Terra.</p>
<p>E però &#8211; ché c&#8217;è sempre un però da qualche parte -, se davvero potessi dire a cuore aperto quello che penso, allora dovrei dire, necessariamente, che questa legge mi fa uscir di senno dalla rabbia.</p>
<p>Tuttavia &#8211; ché c&#8217;è sempre un briciolo di strada già percorso &#8211; mi avvio ad avere un&#8217;incerta età, mi accorgo che questa legge vale per questa cosa che sono io e vale per le cose che mi accadono.</p>
<p>E la legge dice: c&#8217;è un inizio e c&#8217;è una fine; c&#8217;è un tempo per tutte le cose.</p>
<p>Ma allora &#8211; ché c&#8217;è sempre una mano tesa contro da qualche parte &#8211; anche per me cosa c&#8217;è un tempo. Forse anche tre. Stiamo a vedere.</p>
<p>Ancorché la rabbia resti. E si accovaccia tra le mie mani. E l&#8217;urlo in gola diviene sordo: pesa dall&#8217;alto sul mio torace, polmoni e cuore si fanno piccoli piccoli.</p>
<p>Che posso fare contro il dolore?</p>
<p>Le mie mani si sciolgono da culla della rabbia e si chiudono in un pugno a sostenere il cuore. E il respiro prende e va, liberamente.<span id="more-4623"></span></p>
<p>Adesso l&#8217;urlo è di nuovo a portata di mano: la pura energia del dolore sordo. E io l&#8217;afferro e ci modello sopra una parola e poi un&#8217;altra, ancora una e una ancora.</p>
<p>E&#8217; così che il mio dolore trova la mia voce e si sprigiona: mi cibo di radici e le scaglio contro la legge delle cose qui sulla Terra.</p>
<p>Che altro potrei fare?</p>
<p>Vediamo.</p>
<p>Forse &#8211; ché c&#8217;è sempre un dubbio nascosto fra i cespugli &#8211; posso invitarvi a leggere una lettera. E magari mi scriverete che ve ne pare. Un modo come un altro per perdere questo tempo che ci è dato per nulla. Se vi piace.</p>
<p>Lettera di Nâzım Hikmet a Joyce Lussu:</p>
<p>Cara Joyce,</p>
<p>Mi domandi perché scrivo delle poesie?</p>
<p>Sarebbe più giusto porre la domanda in un altro modo: Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.</p>
<p>Cerco di ricordare.</p>
<p>Avevo tredici anni. Abitavamo a Istanbul: Mio nonno era poeta, ma ancora oggi non capisco le sue poesie. Il suo linguaggio: scriveva in un turco che si chiama ottomano, ossia formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane; anche le regole grammaticali erano arabe e persiane. Le poesie di mio nonno erano dogmatiche, didattiche, religiose. Non le capivo ma ero il nipote di un nonno poeta.</p>
<p>Mia madre era innamorata di Baudelaire e di Lamartine, e li leggeva in francese, perché in quei tempi le traduzioni in turco erano in ottomano, e molto rare. Mia madre conosceva benissimo il francese, ma l&#8217;ottomano lo sapeva meno ancora di me.</p>
<p>Mio nonno, Nâzım Paşa, era poeta e apparteneva alla setta dei Mevlevé, dervisci vagabondi che derivavano il loro nome dal poeta Mevlana. Mia madre adorava Lamartine e Baudelaire, e la poesia, a casa nostra, era sugli altari.</p>
<p>Scoppiò un incendio di fronte alla nostra casa. Era la prima volta che vedevo un incendio. Ne fui stupito ed ebbi paura. Mio nonno, affinché l&#8217;incendio non arrivasse a casa nostra, si mise in piedi davanti alla finestra, brandendo il Corano aperto. L&#8217;incendio si spense, ma non per la forza del Corano, e nemmeno per quella dei pompieri; si spense da solo, dopo aver incenerito la casa che bruciava di fronte a noi. E io, due ore dopo, scrissi la mia prima poesia: <em>L&#8217;incendio</em>. Il ritmo della mia poesia imitava quello della metrica chiusa arabo-persiana che si chiama “aruz&#8221;: mi è restato nelle orecchie sentendo recitare mio nonno. L&#8217; &#8220;aruz&#8221; comporta delle cesure obbligate, che però non sono né sillabiche né toniche; non sapevo allora che vi fossero altri ritmi, o che esistessero i versi liberi. Anche il mio linguaggio era un&#8217;imitazione dell&#8217;ottomano.</p>
<p>Ecco i primi versi</p>
<p><em>Brucia brucia con terribile fracasso</em></p>
<p><em>quel nemico dell&#8217;umanità</em></p>
<p><em>che stringe fra le braccia</em></p>
<p><em>le case le madri gli orfani&#8230;</em></p>
<p>E&#8217; tutto quello che ricordo: sembra quasi che abbia presentito la guerra atomica. E riscrivendo queste righe, mi accorgo tutt&#8217;a un tratto che ero influenzato, più che dalla poesia di mio nonno, da quella di Tefik Fikret. Perché? Non lo so. Forse perché mio padre, che di letteratura non capiva nulla, leggeva qualche volta Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, forse anche un po&#8217; socialista utopista: il nostro primo poeta che scrisse versi contro la guerra e contro la religione. Ma scriveva anche lui in ottomano, per quanto un po&#8217; modernizzato.</p>
<p>La mia seconda poesia la scrissi, mi pare, a quattordici anni. C&#8217;era la Prima guerra mondiale. Mio zio era caduto ai Dardanelli. Ero molto patriota e scrissi un poema sulla guerra. E&#8217; strano. Ricordo benissimo di aver scritto quella poesia, ma non mi viene in mente un solo verso: Ricordo anche che non era scritta in ottomano, bensì in un turco purificato in parte dalle parole arabe e persiane ma ancora molto impacciato; e che scrivevo sotto l&#8217;influsso del poeta Mehmet Emin, il primo che abbia scritto in turco e con metriche tradizionali turche, sillabiche. Mehmet Emin era considerato il poeta del nazionalismo turco.</p>
<p>A sedici anni, credo, scrissi la mia terza poesia. In quell&#8217;epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura. Aveva inventato una lingua poetica tutta nuova e si chiamava Yaya Kemal. Penso che fosse innamorato di mia madre: a casa leggevamo le sue poesie e all&#8217;accademia navale era il mio professore di storia. La poesia aveva per argomento il gatto di mia sorella. Perché? Ora che ci penso, credo che sentissi il bisogno di approfondire le questioni di forma, e per questo avevo scelto un tema neutro, astratto. Feci vedere la poesia aYaya Kemal, e lui volle vedere il gatto. Era un gattino rognoso, di colore incerto. Il grande poeta mi disse: &#8220;Se puoi fare poesia su quella sudicia bestiola, puoi diventare un grande poeta&#8221;.</p>
<p>Adesso capisco che si trattava di tutto un modo di concepire la poesia. C&#8217;era una differenza così grande tra la realtà e quello che avevo scritto:</p>
<p><em>Aveva gli occhi verdi come le onde del mare</em></p>
<p><em>con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve&#8230;</em></p>
<p>Pubblicai la prima poesia a 17 anni. Era stata corretta largamente da Yaya Kemal. Suonava così:</p>
<p><em>Ho sentito un lamento sotto i cipressi</em></p>
<p><em>mi son chiesto, c&#8217;è qualcuno che piange qui?</em></p>
<p><em>o è il vento che si ricorda di un amore passato</em></p>
<p><em>in quel luogo solitario?</em></p>
<p><em>Un tempo pensavo che i morti ridessero</em></p>
<p><em>quando le nere cortine cadon sugli occhi</em></p>
<p><em>ma ora mi chiedo se i morti che amaron la vita</em></p>
<p><em>piangono ancora sotto i cipressi.</em></p>
<p>Nel linguaggio e nella metrica era, almeno formalmente, una poesia che esprimeva le nuove tendenze.</p>
<p>Poi mi sono innamorato follemente di varie ragazze e ho scritto per loro dei versi; poi le questioni che riguardano la coscienza, l&#8217;onore, l&#8217;eternità mi hanno interessato e ho scritto su queste cose. Poi gli Alleati occuparono Istanbul, e io scrissi delle poesie contro l&#8217;Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia.</p>
<p>A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Lottava con i suoi cavalli magri, con le sue armi preistoriche, in mezzo alla sua fame e alle sue cimici, contro l&#8217;esercito greco sostenuto dagli inglesi e dai francesi. Ero tutto stupito, ebbi paura, lo amai, lo adorai, compresi che bisognava scrivere tutto ciò in un altro modo. Ma non ne fui capace. Per trovare il modo giusto era necessario, a quanto pare, che passassi nell&#8217;Unione Sovietica.</p>
<p>Era la fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e sentii un amore e un&#8217;ammirazione cento volte più forti, perché avevo scoperto, in quel 1921-1922, una carestia cento volte più terribile, e delle cimici cento volte più feroci, e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e una immensa speranza, un&#8217;immensa gioia di vivere, di creare.</p>
<p>Ho scoperto tutta un&#8217;altra umanità.</p>
<p>E cominciai a scrivere in un altro modo.</p>
<p>E da allora, non posso non scrivere delle poesie.</p>
<p>Nâzım Hikmet</p>
<p>Stoccolma, 20 dicembre 1961</p>
<p>da Nâzım Hikmet, <em>Poesie d’amore</em>, trad. di Joyce Lussu, fotografie di Robert Doisneau, Mondatori, Milano 2006, pp. 273-277.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/16/amare-contro/">Amare contro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mio caro Josif</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/30/mio-caro-josif/</link>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2007 17:29:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[linnio accorroni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/brodsky2.jpg" title="brodsky2.jpg"></a></p>
<p>Mio caro Josif,<br />
dunque, ieri, t’ho sognato.<br />
T’ho sognato perchè, <em>magna cum voluptate</em>, m’è accaduto di rileggere il tuo amato Orazio. È accaduto un po’ perché l’ininterrotta frequentazione del ‘novismo’, pur nella mutevolezza delle sue forme (film nuovi, dischi nuovi, libri nuovi), genera in me sempre più spesso sazietà e noia piuttosto che entusiasmo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/30/mio-caro-josif/">Mio caro Josif</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/brodsky2.jpg" title="brodsky2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/brodsky2.thumbnail.jpg" alt="brodsky2.jpg" /></a></p>
<p>Mio caro Josif,<br />
dunque, ieri, t’ho sognato.<br />
T’ho sognato perchè, <em>magna cum voluptate</em>, m’è accaduto di rileggere il tuo amato Orazio. È accaduto un po’ perché l’ininterrotta frequentazione del ‘novismo’, pur nella mutevolezza delle sue forme (film nuovi, dischi nuovi, libri nuovi), genera in me sempre più spesso sazietà e noia piuttosto che entusiasmo. E poi perché, riordinato lo scaffale dei Meridiani, ne è uscito fuori quel volumetto rosso delle opere di Orazio, ancora intonso nonostante l’avessi comperato qualche mese fa. Dire ‘rileggere’ significa voler autoemendarsi da un peccatuccio di gioventù, significa far rientrare una miserabile pratica di sopravvivenza scolastica in una categoria, quella della lettura, che, nonostante tutto, considero ancora non del tutto surrogatoria o vacua, anche se non gli attribuisco più la sovrana decisività di un tempo. Debbo confessarti, peraltro, che quella disdicevole condotta, ai tempi del liceo, riesce a farmi vergognare tuttora perché ero e sono consapevole di quanto essa fosse imperdonabilmente ladresca e menzognera. <span id="more-4529"></span>Voglio dirti insomma che Orazio l’ho ‘letto’, ai tempi del liceo, come ho ‘letto’ Virgilio, Lucrezio, Catullo e gli altri, ovverosia li ho manipolati con superficiale pressapochismo, consultati con foga cursoria, tra una sbirciatina e l’altra alle gambe e alle tette delle compagne, solo per raggiungere l’agognata sufficienza, attraverso uno sforzo minimo e cialtronesco.<br />
Chissà come andavi tu a scuola e chissà come erano le scuole ai tempi tuoi nella fredda terra iperborea?<br />
E qui, subito, per l’insorgenza di una di quelle scorie aneddotiche che ormai, quasi inevitabilmente, affastellano la mia mente e di cui, ti avviso, sarà piena questa lettera lunga e malinconica come un’influenza in pieno inverno, mi è venuto in mente ciò che scrivi a questo proposito. Parole che sono lì come un atto d’accusa, che evidenziano l’abissale differenza tra i miei e i tuoi comportamenti da studente ad aumentare quel senso postumo di vergogna di cui sopra: “Piantai la scuola a quindici anni, e per quel che ne ricordo non fu tanto una scelta cosciente quanto una reazione viscerale. Semplicemente non potevo sopportare certe facce della mia classe – facce di compagni, ma specialmente di insegnanti. E così una mattina d’inverno, senza un motivo apparente, mi alzai in piedi nel mezzo della lezione e feci la mia melodrammatica uscita dal cancello della scuola, sapendo chiaramente che indietro non tornavo. Delle emozioni che mi dominavano in quel momento ricordo soltanto un generico senso di disgusto verso me stesso, perché ero troppo giovane e mi lasciavo mettere i piedi addosso in tante occasioni. C’era anche quella vaga ma beata sensazione di fuga, di una strada senza fine e tutta in pieno sole.” (<em>Fuga da Bisanzio</em>)</p>
<p>Mi sono buttato sulle <em>Epistole</em> di Orazio, scartando le <em>Satire</em>, le <em>Odi</em>, gli <em>Epodi</em> perché pensavo che attraverso esse ci fosse modo di rinfrescare quelle vaghe informazioni sulla sua esistenza che, nonostante la dolosa diseducazione di cui ti ho riferito sopra, mi circolavano ancora in testa: la nascita a Venosa da un padre ex-liberto affrancato, tanto appassionato dalla cultura da spingere suo figlio a studiare in Grecia, a prezzo di enormi sacrifici (qualcosa che oggi pare incomprensibile e inaudito, ma che, invece, se penso a ciò che mio padre ha fatto per me, pochi decenni fa non era neppure tanto scandalosamente eccentrico), la sua amicizia con Mecenate. Ma la scelta delle <em>Epistole</em> è avvenuta anche perché, attraverso esse, potevo soddisfare quella morbosa curiosità, con sedimenti voyeuristici, che mi induce spesso a frugare tra le vicende biografiche degli autori che amo. Per amore della metafisica e dei pettegolezzi, come diresti tu. Perché penso che quelle illuminano di luce diffusa l’opera e viceversa, dico io, assai meno liricamente.</p>
<p>Ieri l’altro era una dolcissima giornata di settembre: in quelle due ore passate fuori, sdraiato al sole, sembrava davvero di essere un beniamino degli dèi, unico a godere, oltre che di quel sole meraviglioso, delle corse cubiste del cane sull’erba ancora umida per cui le zampe separate dal resto del corpo si muovevano convulsamente vicino alla siepe di gelsomini, mentre la coda si abbassava, invece, dalle parti della cuccia e, con il muso, lo vedevo ancora annusare a fianco del gelso. Ma godevo soprattutto per la scrittura vivace e calibratissima di Quinto Orazio: per quel suo humour balzano e contagioso che si muoveva agilmente fra disincanto e cinismo, per la sua capacità di intessere un dialogo fitto di riferimenti e sottintesi con il destinatario, sapendo però, contemporaneamente, interessare altri ‘sconosciuti’ e potenziali lettori anche di secoli dopo, come il sottoscritto, per quella sequenza di apologhi e aneddoti, magari riassunti in una sola riga, sul filo di una colloquialità mai banale o sciatta. Tu, caro Josif, definendo il suo stile, voli ovviamente molto più alto di quanto faccia io: scrivi infatti che leggerlo è come “camminare sui vetri rotti, zoppicando e saltellando” riferendoti alla sorprendente imprevedibilità dei suoi versi che vanificano ogni tentativo di congetturarne esito e soluzione.</p>
<p>Ovvio che, fra le tante, vista la mia attuale condizione, non poteva non trafiggermi la quarta <em>Epistola</em> del I libro, quella dedicata ad Albio Tibullo, nonostante alcuni critici divergano su chi sia il reale destinatario. Di lui poche notizie: la morte in giovanissima età (nel 19 a.C., nato tra il 55 ed il 50) e quella <em>voluptas dolendi</em> che davvero è la cifra più autentica del suo elegiaco corpus poetico. Orazio usa per questo suo amico, che si è praticamente seppellito in campagna in sdegnosa solitudine misantropica e che non dà da tempo sue notizie, parole e suggerimenti che mi piacerebbe girare al mio amico F. Anche lui, come Tibullo, nonostante stiano dalla sua parte intelligenza, bellezza, ricchezza e arte di goderne, è appestato da una immarcescibile acedia (ma chiamala come vuoi: spleen, ennui, depressione…) da cui non riesce (non sa, non vuole, non può) risollevarsi. Orazio vorrebbe recidere questa specie di ‘tumore psichico’ che guasta la vita del suo amico, usando un bisturi filosofico a due lame. La prima è quello della saggezza epicurea, secondo la quale dovremmo saper muoverci “tra collere e timori, tra speranze ed affanni, fa’ conto/ che ogni nuova alba segni quello che è per te l’ultimo giorno:/ quanto meno attesa, tanto più gradita spunterà quell’ora”. L’altra lama poi Flacco la rivolge inopinatamente (ecco un pezzo di ‘vetro rotto’ su cui ci tagliamo volentieri, Josif…) contro se stesso quando così ironicamente si autoritrae: “Grassottello, con la pelle lucida, curata, sembro un porcellino del branco d’Epicuro”. Se il suo amico lo andasse a trovare sicuramente trarrà un qualche sollievo e conforto da quella ‘visione’ di gusto rabelaisiano. Assegnando a F. le vesti di Tibullo, ho anche pensato a come i ruoli, in questo caso, fossero intercambiabili: Ho pensato, cioè, che io ero contemporaneamente il mittente e il destinatario, che cioè L. poteva essere F., Orazio e Tibullo, il porcellino epicureo e il melanconico in riserbo misantropico.</p>
<p>Ma perché mi sei venuto così prepotentemente alla memoria, mentre leggevo Orazio e mi scaldavo al suono di quegli esametri ritmati e musicali, a quel dolcissimo scorcio settembrino? Perché, per quel gioco di casuali accostamenti che, spesso poi, si rivelano fatali, assopendomi al sole per pochi minuti, sono riuscito a sognarti. Eravamo in qualche albergo di lusso a Venezia e tu eri invischiato in qualche inestricabile <em>affaire</em> amoroso. Io che dovevo essere il tuo factotum, messaggero d’amore, portaborse (sai che in sogno riusciamo con somma disinvoltura ad assolvere più ruoli contemporaneamente) t’aspettavo fuori, un po’ scocciato e un po’ lusingato. In fondo ero il Leporello di Brodskij, mica il portaborse di un miserabile politicante qualsiasi. Mi sono svegliato di scatto forse ridestato dalle urla in dialetto veneto del padrone dell’albergo che ce l’aveva su con te, per motivi che mi rimarranno per sempre oscuri. È curioso pensare poi che l’unico autentico indizio per cui ero certo di essere a Venezia, in quel sogno, era, oltre ad un inconfondibile macchia di marrone che aleggiava sullo sfondo e che doveva essere l’ectoplasma di un enorme ponte di legno, proprio quel dialetto che sa raggiungere, a seconda delle circostanze, punte inusitate di dolcezze o di grevità. Ma forse questo vale per tutte le lingue-madri, in una specie di trasposizione, sul piano linguistico, di ciò che le madri fanno e sono nella loro e altrui vita: esseri di struggente dolcezza, ma anche di inusitata crudeltà. Ovvio poi che nell’inconscio galleggiavano, con la stessa consistenza filamentosa delle alghe che affiorano qua e là sui bordi dei canali, le atmosfere liquide e ultraromantiche del tuo <em>Fondamenta degli incurabili</em>, il ricordo di certi miei rendez-vous al ponte dell’Accademia, la nostalgia struggente che sempre nutro per quella città,…</p>
<p>L’epistola che Orazio scrive al suo malinconico amico e collega è di appena 16 delicati esametri che si leggono in un unico <em>flatus vocis</em>. Tu ne indirizzi a lui una che, nella versione italiana, è lunga più di 30 pagine. Ma anch’essa, forse agevolata dalla consistente grandezza dei caratteri Adelphi, pare brevissima.<br />
Su di essa, prima di riprenderla in questi giorni ingarbugliati, avevo ricordi confusi quanto quelli oraziano-scolastici: tre o 4 parole eteroclite e desuete, quelle che rendono necessario il ricorso al Battaglia (<em>guttaperca, logaedo, resilienza</em>), l’immagine di una stanza fredda e piena di libri, le facce degli scrittori latini paragonate a famosi attori, l’etimologia di <strong>Leptis Magna</strong>, un mancata polluzione notturna per raggiunti limiti d’età.<br />
Ma procediamo per ordine.<br />
Tu, a 54 anni, scrivi a Orazio, morto a 57 nell’8 a.c., senza aver visto il nuovo millennio. Questa tua lettera è del 1995: qualche mese dopo, più precisamente nel gennaio 1996, sei morto. Io, in quello stesso mese, a gennaio, quasi cinquant’anni, fa sono nato. Anche tu, come Orazio, hai mancato, per pochi mesi, l’appuntamento con il millennio. Io, per quanto sta in me, sono certo che non potrò scorgere né nuovi millenni, né nuovi secoli (ma questa mi pare più una consolazione che una jattura). Di che cosa sia morto Orazio non lo so; di che cosa sei morto tu posso immaginarlo. Lo posso desumere mettendo insieme i tuoi accenni, un po’ sornioni, un po’ esorcistici, su una condotta di vita quale la tua che suscitava sicuramente la riprovazione di quei salutisti tristanzuoli e puritani che risiedevano nella nuova patria che ti era toccata in sorte. Sei sempre stato molto ‘indulgente’ (ecco un perfetto esempio di eufemismo) verso il piacere dell’alcol e del fumo e, soprattutto, hai sempre pessimamente gestito un cuore che già, durante gli anni iperborei, aveva già dato preoccupanti segnali di instabilità e di bizzarria. La tua vita sentimentale, poi, dovrebbe essere stata arabescata e volatile quanto quella delle spire di fumo che si alzavano da quella sigaretta che tenevi sempre fra le dita e che, per miracolo, non si spegneva mai. Molto spesso ho pensato, ma forse pure questo l’hai già scritto tu da qualche parte, che determinante fosse stata proprio una celebre foto del tuo venerato Auden a farti cimentare, con ottimi risultati, in quel metodico, prolungato esercizio da tabagista incallito. Certo che quei complicati <em>affaires</em> amorosi (più o meno come quelli che stavi inutilmente tentando di sbrogliare in quell’albergo veneziano del sogno) e le dita gialle di nicotina non avranno giovato granché a quel cuore matto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/figure3.jpg" title="figure3.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/figure3.jpg" alt="figure3.jpg" /></a></p>
<p>Quante sono le foto che ti raffigurano con la sigaretta accesa?<br />
Ce n’è però un’altra di cui vorrei parlarti oggi, perché è più una dichiarazione di poetica che una attestazione d’esistenza. Una didascalia in bianco e nero di come, in certi magnifici momenti, la tua vita riusciva a depistare quell’incombenza del Tragico che su di essa aleggiava. Essa riusciva addirittura a sembrare meravigliosa, almeno in quel senso che il porcellino del branco d’Epicuro e io stesso avremmo volentieri sottoscritto.<br />
Sei appena uscito, a passo svelto, da qualcosa che doveva essere una qualche conferenza o lectio magistralis. Tu, come al solito, hai la capacità di far parere leonina una capigliatura tutt’altro che folta (e anche questo ti invidio segretamente), in virtù di amicali, misterici accordi che sembravi aver preso con il vento; un patto segreto per farti sembrare comunque più giovane e ‘scapigliato’. Vestito tra il négligé e il blasé, con cravatta byroniana, ma con un magistrale tocco da maestro che risiede nella borsa di cuoio, stazzonata e rigonfia. Ce la immaginiamo piena di libri, carte, sigarette, penne, appunti, caramelle per smorzare sedimenti tabaccosi e alcolici nell’alito… Al tuo fianco una donna bellissima e compiacente. Non si capisce bene chi abborda chi, ma si può immaginare come sia piacevolmente proseguita la serata. Troppa complicità, troppa affinità, troppo sfoggio di reciproche intelligenze in quell’incontro fra sconosciuti tanto intimi.</p>
<p>Anche in questa tua <em>Lettera ad Orazio </em>(anche se, leggendola, si capisce che tutte le tue preferenze vanno per Ovidio per motivi che giustifichi con mirabile chiarezza) c’è una storia che finisce a letto “in una stanza da letto dove ogni avventura somiglia ad una rovina, per via delle lenzuola, dei guanciali e anche delle membra diverse e affastellate”. Molti specchi, invece, assistevano alle storie d’amore d’Orazio, se dessimo retta invece a quella chiacchiera svetoniana secondo cui il nostro amico Flacco, sfoggiando un gusto da miliardario eccentrico che contrastava con le sue origini ruspanti e provinciali (e chissà che cosa ne avrebbe pensato il padre…), s’era fatto riempire l’alcova di specchi per contemplare i propri godimenti coitali da ogni angolo. Questo scialo di vetri, riflessi e membra nude fa scattare in te la memoria di un antico amore romano (la Suburra la chiami), cioè di un’ennesima fibrillazione cardiaca. Ma qui era solo un minuscolo appartamento, pieno di libri, con un solo grande specchio, ma appeso in modo tale da impedire ogni timida imitazione della sorprendente <em>imagerie</em> libidica oraziana.<br />
L’altra cosa che mi pare straordinaria in questa tua lettera è quella di assegnare a ogni autore latino un volto particolare, riprendendoli dall’iconografia del cinema americano più popolare. Sarà che ho una specie di fissazione per quella che Levinas chiama l’‘Ontologia dei volti’, ma immaginarsi, come fai tu, connettendo indizi e cenni degli storici con la consumata perizia e fantasia con la quale un’ archeologa ricostruisce mosaici frantumati, Ovidio con un volto fra James Mason e Paul Newman, Properzio come un incrocio fra William Powell e Zbigniew Cybulski, Orazio un ibrido tra Montale e il Chaplin di <em>Un re a new York </em>e Virgilio come Anthony Perkins, mi fa impazzire, anche perché sembri lasciare a noi la dolce incombenza della prosecuzione. Allora, se m’è permesso giocare, Catullo me lo immagino come Sean Penn, Marziale come Daniel Day Lewis, Lucrezio melanconico e magro come Kim Rossi Stuart, Giovenale come Al Pacino in <em>Profumo di donna</em>, ma non cieco, etc…</p>
<p>Davvero ormai si è fatto tardi e la preoccupazione di averti tediato è davvero grande: mi sarebbe piaciuto anche parlare con te della lussureggiante etimologia di Leptis magna e di quanti incendi fantastici scaturiscono dall’incrocio di questo sostantivo e di questo aggettivo. Anche a me sarebbe piaciuto, come a te, esserci andato e non solo per ammirare, in un bagno, un mosaico pavimentale che contiene l’unico ritratto di Virgilio giunto fino a noi, per di più eseguito mentre lui era in vita&#8230; Ma forse è meglio così: andandoci, avremmo magari visto, con le lenti deformate della realtà, il vero volto dell’autore dell’<em>Eneide</em> e appreso con angoscia che la presunta somiglianza con l’interprete di <em>Psyco</em> era solo una tua magnifica <em>boutade</em> e poco altro. Poi lì, a Leptis magna, non riesco a immaginarmi padroni d’hotel irascibili e incazzosi, né alghe marcescenti, nè ponti di legno scuro, sospesi sull’acqua, né baci e carezze… Non riuscirò neppure più a parlare di quelle lenzuola che, come dici tu, se non si sono bagnate non è perché all’epoca della lettera che hai scritto a Flacco avevi 54 anni, ma per colpa delle rime e degli specchi. Ci vorrebbe troppo tempo per spiegare tutto e non ne ho voglia. In fondo, tu sei entrato in tutto questo solo perché, leggendo Orazio, ho pensato alla malinconia del mio amico F. e a quella mia.<br />
Il sole, il subconscio e le corse del cane poi hanno fatto il resto.<br />
Un abbraccio dovunque tu sia.<br />
L.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/tombabrodskij1.jpg" title="tombabrodskij1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/tombabrodskij1.jpg" alt="tombabrodskij1.jpg" /></a></p>
<p>ps. Un bel libro che ho appena terminato di leggere termina con un invito che, così riportato, parrebbe peregrino: bisogna portare rose rosse sulla tomba di Baudelaire e sputi su quella del suo patrigno, il famigerato generale Aupick. Spero solo che davvero la tua tomba a Venezia non sia ancora nelle condizioni di questa foto perché davvero vorrei portarci, quanto prima, rose. Rose rosse.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/30/mio-caro-josif/">Mio caro Josif</a></p>
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		<title>A Karen</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/04/a-karen/</link>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2007 06:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[karen lancaume]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="karen_lancaume_093.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/karen_lancaume_093.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Mia cara,<br />
fino a pochi giorni fa non sapevo nemmeno chi tu fossi. In un pomeriggio di agosto, nel marasma di una vita sempre indietro e in ritardo, nella ricerca di qualcosa che allontanasse per un poco la grigia noia, ho visto un film porno, <em>Fuga dall’Albania</em>, nel quale apparivi proprio tu.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/04/a-karen/">A Karen</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="karen_lancaume_093.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/karen_lancaume_093.jpg"><img style="width: 188px; height: 290px;" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/karen_lancaume_093.jpg" alt="karen_lancaume_093.jpg" width="188" height="290" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Mia cara,<br />
fino a pochi giorni fa non sapevo nemmeno chi tu fossi. In un pomeriggio di agosto, nel marasma di una vita sempre indietro e in ritardo, nella ricerca di qualcosa che allontanasse per un poco la grigia noia, ho visto un film porno, <em>Fuga dall’Albania</em>, nel quale apparivi proprio tu. <span id="more-4390"></span>Facevi la parte di una giovane che lascia clandestinamente quel paese per sfuggire alle violenze del padre, finisce in Italia e qui diventa una prostituta per gente ricca e influente. Ecco, di albanese e di slavo non avevi proprio niente, così che pensai tu dovessi essere di un altro paese d&#8217; Europa, molto più occidentale. Il tuo viso dai tratti raffinati e dai colori scuri mi fece subito pensare alla cugina Francia. Quando alla fine del film vidi scritto il tuo bel nome, Karen Lancaume, ne fui certo senza controlli, eri francese. Non eri proprio una delle solite facce magiare o ceche, belle ma plastificate, che circolano a tonnellate nel porno d&#8217;ogni provenienza e ordine e grado. Eri un bel corpo estraneo. Bella di una bellezza ben diversa. Karen Bach, o Angel Paris, o Carene Lancome, o Karen Lancom, insomma sempre tu con tanti nomi diversi ma tra loro simili, e in trenta film, ho saputo poi, su internet - che ogni volta che un volto d’attore o l’intelligenza di uno scrittore o di un regista mi colpiscono m’informo, affamato di vita e di vite come sono – e ragazza di Lione, della buona borghesia, vissuta spesso in campagna. Che si sposa presto con un dj e sempre presto si divide. Che si dà al porno per pagare i troppi debiti. Bum. Una vita buttata in pasto ai cani dalla bava lunga, sporchi, cattivi. Eri un corpo estraneo. Con quel viso di una dolcezza disperata; e il corpo certo lo avevi bello, ma come mille altri corpi di quell’ambiente, dove è il mezzo di sussistenza dell’essere. Così, quando ho letto su Wikipedia che eri morta – nata nel gennaio del 73, morta a Parigi nel gennaio del 2005 – sono rimasto molto male, colpito duro, sì. Eri morta a 32 anni appena, giovane e per me molto bella, e anche se avevi lasciato quei mattatoi a luci rosse e adesso non sapevi bene più che fare, in fondo eri sempre giovane e avresti potuto rifarti bene, la tua grande partita in fondo era solo iniziata. Nel 2000, col tuo vero nome di Karin Bach, avevi partecipato a quel film &#8220;normale&#8221;, <em>Baise-moi</em>, che aveva anche avuto successo. E forse avresti potuto tentare persino strade molto alternative a quella del cinema - che comunque tu avevi studiato, da ragazza, comunicazione. Ma insomma, difficile entrare nella vita di chi ha scelto il suicidio per terminarla, come tu avevi fatto. Sonnifero in una dose ingente, in un  weekend a casa di amici, in pieno inverno, a Parigi, tutta sola. Hai detto infine basta al cinema del mondo, a questo spettacolo mortale, anche alla speranza che è davvero alla portata di tutti, inclusi i moribondi. Tu hai detto un enorme no, dolce, splendida Karen. Hai preferito chiudere nel sonno più profondo, hai voluto cadere nel sonno del sempre, di prima che tu nascessi, nel sonno prenatale. Sei tornata ad essere stella dopo la caduta. Tu, tesoro, non ce l&#8217;hai fatta a sopportare il tuo obbrobrio di fronte alla grandezza della tua stessa vita. E’questo.</p>
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		<title>La commovente lettera del marchese de Sade alla venditrice di pistole</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2007 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro ansuini]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="de_sade.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/de_sade.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Ansuini </strong></p>
<p>Carissima, avrei bisogno di pistole in numero di tre, pagamento alla consegna con l’aggiunta della serie di maschere asiatiche che le avevo promesso e non portato l’ultima volta, mi permetta di offenderla con questo dono che non compensa minimamente il servigio che lei offre a noi tutti, anche adesso, che la immagino sdraiata a testa in giù sul letto come un pipistrello; avrei bisogno di pistole in numero tre, una, per ogni indugiante e caramellosa bimbetta che avrò la cura di allestire con così tanta parsimonia dentro di me, la pistola in questo caso offrirà un servigio diverso da quelli che lei di solito coopta per i suoi avventori, immagino ometti calvi e tipi ossuti dallo sgargiante abbigliamento che tossiscono dentro a fazzoletti con le loro iniziali ricamate a mano, bisognosi di metter fine a qualche tediosa situazione riguardante miseri scopi quali mancanza di denaro, eccesso di denaro, ne conviene, oppure l’onore e altre minuscole faccende riguardanti l’amore, la passione, l’invidia, lei mi comprende immagino, se la mia memoria non m’inganna lei da tempo è conscia che uno più uno da sempre uno, non è così?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/01/la-commovente-lettera-del-marchese-de-sade-alla-venditrice-di-pistole/">La commovente lettera del marchese de Sade alla venditrice di pistole</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="de_sade.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/de_sade.jpg"><img style="width: 260px; height: 338px;" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/de_sade.jpg" alt="de_sade.jpg" width="260" height="338" /></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Ansuini </strong></p>
<p>Carissima, avrei bisogno di pistole in numero di tre, pagamento alla consegna con l’aggiunta della serie di maschere asiatiche che le avevo promesso e non portato l’ultima volta, mi permetta di offenderla con questo dono che non compensa minimamente il servigio che lei offre a noi tutti, anche adesso, che la immagino sdraiata a testa in giù sul letto come un pipistrello; avrei bisogno di pistole in numero tre, una, per ogni indugiante e caramellosa bimbetta che avrò la cura di allestire con così tanta parsimonia dentro di me, la pistola in questo caso offrirà un servigio diverso da quelli che lei di solito coopta per i suoi avventori, immagino ometti calvi e tipi ossuti dallo sgargiante abbigliamento che tossiscono dentro a fazzoletti con le loro iniziali ricamate a mano, bisognosi di metter fine a qualche tediosa situazione riguardante miseri scopi quali mancanza di denaro, eccesso di denaro, ne conviene, oppure l’onore e altre minuscole faccende riguardanti l’amore, la passione, l’invidia, lei mi comprende immagino, se la mia memoria non m’inganna lei da tempo è conscia che uno più uno da sempre uno, non è così?<span id="more-4381"></span><br />
Metta la testa diritta, che l’universo si gira da solo durante la notte e lei rischia di trovarsi dalla parte giusta senza averlo desiderato.<br />
Dicevamo pistole in numero di tre, e un fucile a pompa che potrò altresì adattare a scopi diversi prima d’adoperarlo come gli si conviene, scavatrice di profondità, apportatore di luce in posti dove luce non esiste. Mi piacerebbe un giorno invitarla ad assistere ad uno dei numerosi banchetti che io e la mia consorte siamo soliti tenere in casa nostra e non dubito che lei si sappia presentare con la grazia con cui l’uccello del paradiso mima facce invisibili col suo piumaggio per adescare la femmina, o le estenuanti carezze dell’octopus che paiono mimare l’estasi delle onde, col loro ottuso infinito andirvieni. Mi scusi se mi permetto queste divagazioni, ma il regno animale sortisce un notevole fascino su di me, che sono altresì conscio che non ci sia depravazione maggiore che di sottrarsi ciò a cui si tende. Bloccare lo spasmo, inficiare la causa, ogni bellezza nasce da una scelta, ogni inizio è già una fine, bocche senza fame, tremenda mancanza di ciò che non si possiede, di ciò che non si desidera.<br />
Pensa che non sappia che non è prendendo che si ottiene?<br />
Torture, sevizie, stupri, incesti e altre oscenità sono mezzi per mimare la copula di dio col mondo. Teatro dell’estasi per utopisti mancati. Aspirare a dio è gioco da scimmie. Esserlo è più facile che dimenticarselo. Guardi lì fuori quanti uomini gridano alla rivolta. Li guardi, i loro figli sono seviziati, a loro stessi vengono strappati i denti e le unghie ogni giorno, non vedono l’ora di arrecare il perpetuo danno, capovolgere il tappeto, e sdraiarsi dalla parte opposta. Ora anche lei può sdraiarsi nuovamente a testa in giù. Il mondo si sta capovolgendo proprio in questo momento, mentre viene buio. Lo sa che al Polo Nord il sole non si abbassa ma oscilla come una mano desiderosa di toccare qualcosa che non sfiorerà mai? Per sei mesi l’anno. Lentezza e velocità sono denti di una stessa bocca. In realtà, è rimanendo fermi che si arriva alla trasformazione assoluta, che si sfiora la metamorfosi. Un secondo di perfettissimo silenzio potrebbe aprirle la testa in due.<br />
Necessito di pistole in numero di tre, (e di un fucile a pompa) una per ogni bimbetta caramellosa con la quale esplorerò gli atti pratici del divenire una stucchevole divinità.<br />
Il tragico è la consapevolezza della farsa, il ghigno della maschera veneziana, poiché noi non siamo nemmeno qui, nessuna mano divaricatrice dalle punte metalliche ha mai tirato fuori nulla oltre la nostra immaginazione.<br />
Non mi parli del dolore per favore, lo esprima.<br />
Non compia un atto osceno, lo divenga.<br />
Certamente vendere pistole è un’arte onorevole, ma a me sembra che lei ancora non si manchi abbastanza, poiché si desidera. Desidera essere la venditrice di pistole, dicono che indossi guanti di pizzo e minuziosissime veline per coprire i suoi abissi, ho sentito dire di partite intere d’armi consegnate da lei avvolte in contenitori dalle stravaganti fattezze quali scheletri di animali o preziosi manufatti in avorio o legno indiano. Lei, mi permetta, ha la presunzione della bellezza e il peccato dell’eleganza, ha, come dire, già cominciato a piagnucolare prima di nascere, quando bisognerebbe fare un passo prima della scelta e vedere che si ha bisogno esattamente di tre pistole, e di non usarle, per evidenziare l’infinita distanza fra un atto e il suo compimento &#8211; mentre finisco di scrivere questi dialoghi destinati all’educazione delle giovani fanciulle le scrivo e la immagino, estemporanea, addirittura violetta nell’ora mediocre, genuflessa sul limitare del letto, le braccia ali di colomba, le mani divaricatici dalle punte metalliche – ripassare verso sera la venditrice non c’è, tornare durante la notte la venditrice sta rappezzando i buchi nelle pagine leccandoci addosso organi per tenere insieme le parti – ma questo si chiama “vedere attraverso” e, ne convengo, si dovrebbe quantomeno rispettare la sua caparbietà; a proposito, sento parlare malissimo di lei in fila per il pane o mentre due ragazzine confabulano in un angolo dopo essere state redarguite indugiando e maledicendo l’autorità con il sorriso sulle labbra – ragazzine di pioggia, scatole sepolte dentro al giardino, verranno da lei a chiedere il fulmine dentro il quale specchiarsi, la voce del tuono, non si usa chiamare così adesso il baluginante ringhiare delle armi? Lei è così voluttuosamente separata dall’opinione pubblica da render pazienza e una viscosa colla unta ogni rapporto orale o scritto con la sua fabbrica di uragani e intemperie da meritare il mio assoluto rispetto e la mia profondissima stima, oltre alla conferma dell’ordine di pistole in numero di tre e di un fucile a pompa. Al tempo stesso caramente, internamente, carnalmente la saluto rendendo questa nostra separazione un ostacolo immenso al più cieco e idiota, e dunque più puro, dio in circolazione.<br />
Sarà mia cura inviare un messo di fiducia che avrà l’impegno di ritirare per mio conto i preziosi orpelli che intendo adoperare ovviamente senza usarli, per il compimento di questa mia iniziativa volta alla sperimentazione e conseguente descrizione del “come si diventa un dio attraverso il corpo”, manualetto volto alla diseducazione dall’ordine morale, che ho intenzione di far girare per i salotti di Francia per il semplice intento di farmi parlar addosso, possibilmente male, da chiunque ancora non si sia lasciato andare alle più naturali e per questo disumane virtù. D’altronde, per diventare veri repubblicani bisogno prima immaginarlo.<br />
Nell’attesa di non vederla mai, mia sublime, caldamente le raccomando puntualità nell’esecuzione dell’ordine, esortandola, almeno lei, a non cercare dio né nella carne né nello spirito: insultarlo o baciarlo sono espressioni della stessa schiavitù, ma semplicemente, con la caparbietà che le ho riconosciuta – a dimenticarlo giorno dopo giorno, ora dopo ora, fino a renderlo con questa minuziosa opera di diseducazione totalmente indifferente, per arrivare al fine ultimo, farlo scomparire alla coscienza: quando esso sarà totalmente scomparso, non pensato, non ricordato, non immaginato, non desiderato, non insultato, noi non sapremo di lui e in quel momento preciso avremo la sua esatta percezione, vedremo come lui vede noi, e potremo così ottenere ciò che ci è precluso, e che invece è così preciso e netto in ogni altro animale ad eccezione dell’uomo: l’ignoranza.<br />
Conoscenza suprema e assoluta di tutte le cose.</p>
<p>Per sempre suo, approdo mancato, in corpo e carne.</p>
<p>Donatien-Alphonse-François de Sade</p>
<p><em>(Immagine: Man Ray &#8211; Ritratto immaginario di D.A.F. de Sade)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/01/la-commovente-lettera-del-marchese-de-sade-alla-venditrice-di-pistole/">La commovente lettera del marchese de Sade alla venditrice di pistole</a></p>
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