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	<title>Nazione Indiana &#187; letteratura italiana contemporanea</title>
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		<title>Le notti sembravano di luna</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Bosio]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/le-notti-sembravano-di-luna.jpg" alt="" title="le-notti-sembravano-di-luna" width="210" height="318" class="alignnone size-full wp-image-41439" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra. Di tutti i sogni di bambina possibili il suo è quello meno femminile, in un paese che sta scoprendo l’emancipazione portata dall’industria ma che è ancora, culturalmente, contadino nel profondo: Caterina vuole correre in bicicletta, fare agonismo, vuole conoscere e affiancare i campioni del Giro d’Italia.</p>
<p>Leggiamo di continuo storie così. E di continuo ci affascinano, perché ogni volta sono identiche e differenti. Perché ogni volta ci viene riproposta la condizione umana, che è sempre identica e differente. Ogni volta ripercorriamo le stesse ansie e le riscopriamo di nuovo. C’è una età, quella dove il mondo fantastico dell’infanzia e quello inquieto dell’adolescenza si incontrano. Una terra di mezzo, dove cambia la voce, il corpo, la mente. Dove l’universo mitico e liquido della fanciullezza si raggruma, si solidifica in una identità più certa, marcata, dove si segna il carattere delle persone. Che diventano individui. Solidi e al contempo univoci, perciò malinconici. </p>
<p>Laura Bosio ci racconta tutto ciò. Ci racconta le piccole fabbriche di un nord ovest operoso, le moderne case di periferia, templi della nuova ricchezza, gli orti, il lungofiume, la cittadina ostile come un castello medievale, abitata da adulti irrisolti e da ragazzini che scoprono i primi, titubanti, turbamenti erotici. Tutto questo ce lo racconta visto dal sellino della bicicletta di Caterina. Non in velocità, ma con leggerezza, con equilibrio. La scrittura è limpida, anche se screziata da interferenze raffinate (chi dialoga con chi? Chi narra, per davvero, questo romanzo?) e l’affetto che l’autrice ha profuso tratteggiando i suoi personaggi è palpabile. Regalandoci, infatti, profili umani, sconfitti e fragili – come il padre di Caterina &#8211; difficili da dimenticare.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 47 del 22 novembre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Altre coppie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 06:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[raymond carver]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Pynchon]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI.jpg"></a></p>
<p>Noi siamo incidenti<br />
in attesa di verificarsi.<br />
<em>Radiohead</em></p>
<p><strong>1. Lui.</strong><br />
E poi?<br />
Poi niente.<br />
Niente?<br />
Niente per anni.<br />
Neanche una volta?<br />
Mai più.<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Io.<br />
Tu, cosa?<br />
Io.<br />
Non fare così, Sara.<br />
Io.<br />
Vieni qui.<br />
Dovevi dirglielo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/">Altre coppie</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/GLI_AMANTI-300x219.jpg" alt="" title="GLI_AMANTI" width="300" height="219" class="alignnone size-medium wp-image-40164" /></a></p>
<p>Noi siamo incidenti<br />
in attesa di verificarsi.<br />
<em>Radiohead</em></p>
<p><strong>1. Lui.</strong><br />
E poi?<br />
Poi niente.<br />
Niente?<br />
Niente per anni.<br />
Neanche una volta?<br />
Mai più.<span id="more-40163"></span><br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Io.<br />
Tu, cosa?<br />
Io.<br />
Non fare così, Sara.<br />
Io.<br />
Vieni qui.<br />
Dovevi dirglielo.<br />
Avevo otto anni.<br />
Dovevi dirglielo comunque.<br />
Sara.<br />
Figlio di puttana.<br />
Era mio padre.<br />
Dovevi spaccargli i denti.<br />
Mi voleva bene, Sara.<br />
Spaccargli la faccia.<br />
Era la persona più buona al mondo.<br />
Per favore.<br />
La più buona.<br />
E noi che c&#8217;entriamo?<br />
Te l&#8217;ho spiegato, Sara.<br />
Cosa c&#8217;entro io?<br />
Niente, Sara.<br />
E allora?<br />
Non posso.<br />
Ma io ti amo.<br />
Non posso, Sara.<br />
Questo bambino lo voglio.<br />
Non fare così.<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Ma ci pensi?<br />
Sara.<br />
A me ci pensi?<br />
Vieni qui.<br />
Io ci penso a te.<br />
&#8230;<br />
Ti ho pensato tutto il giorno.<br />
&#8230;<br />
Ho immaginato la tua faccia, le tue mani.<br />
&#8230;<br />
Ho guidato immaginando le tue mani, la tua faccia.<br />
&#8230;<br />
Sono arrivata a casa, e ho controllato.<br />
&#8230;<br />
Sei la persona giusta, Paolo.<br />
Credi che per me sia facile?<br />
Per favore.<br />
No, dimmelo.<br />
Perché complicare le cose?<br />
Avevo otto anni.<br />
Paolo.<br />
Otto anni, capisci? Ero con mio padre.<br />
&#8230;<br />
Papà la persona più buona al mondo.<br />
&#8230;<br />
Papà il gigante buono con il mondo sulle spalle.<br />
&#8230;<br />
Giocavamo a calcio, te l&#8217;ho detto.<br />
&#8230;<br />
Lui in porta, io tiravo.<br />
&#8230;<br />
Certi tiri da otto anni rasoterra.<br />
&#8230;<br />
Papà parava tutto.<br />
&#8230;<br />
Un&#8217;ora così.<br />
&#8230;<br />
Poi mi lascia segnare, dice andiamo a casa.<br />
&#8230;<br />
Dice andiamo a casa e io dico no.<br />
&#8230;<br />
Mio padre mi trascina, io punto i piedi.<br />
&#8230;<br />
Sono un no moltiplicato per otto anni.<br />
&#8230;<br />
È incredibile la forza a quell&#8217;età.<br />
&#8230;<br />
Punto i piedi e dico no.<br />
&#8230;<br />
Mio padre cerca di convincermi, poi esplode.<br />
&#8230;<br />
Sporco negro, dice.<br />
&#8230;<br />
Dice sporco negro andiamo via.<br />
Ma tu non sei tuo padre.<br />
Allora non capisci.<br />
Tu sei un&#8217;altra persona.<br />
Mio padre era la persona più buona al mondo.<br />
Non è vero.<br />
Giuro.<br />
Non può essere.<br />
Ha voluto lui la mia adozione.<br />
Tu sei diverso, Paolo.<br />
Mio padre, i suoi valori, la sua integrità morale.<br />
Paolo.<br />
E non c&#8217;e riuscito.<br />
Per favore, per favore.<br />
Non ce l&#8217;ha fatta, capisci?<br />
Ma questo bambino è tuo.<br />
Non gli rovinerò la vita.<br />
Non succederà.<br />
Non posso.<br />
Tuo padre era un figlio di puttana.<br />
Mio padre era così buono che si paralizzò.<br />
&#8230;<br />
Mi tenne per mano e non disse più niente.<br />
&#8230;<br />
Da quel giorno cambiò tutto.<br />
&#8230;<br />
Mio padre divenne buonissimo.<br />
&#8230;<br />
Non buono. Buonissimo, capisci?<br />
&#8230;<br />
Non era più papà.<br />
&#8230;<br />
Era uno che riparava la più grande ingiustizia verso un bambino di otto anni.<br />
&#8230;<br />
Anche da grande, non smise.<br />
&#8230;<br />
Non ero più suo figlio.<br />
&#8230;<br />
Ero la più grande ingiustizia da riparare.<br />
&#8230;<br />
Uno schifo, capisci?<br />
&#8230;<br />
Accomodante e progressista fino alla nausea.<br />
&#8230;<br />
A diciotto anni me ne andai da casa.<br />
&#8230;<br />
Lui buonissimo mi lasciò andare.<br />
&#8230;<br />
Sulla porta mi augura tutto il bene possibile.<br />
&#8230;<br />
L&#8217;ho già avuto, dico.<br />
&#8230;<br />
Dico non so che farmene di tutto questo bene.<br />
Proprio un figlio di puttana.<br />
Era buonissimo, Sara.<br />
Uno stronzo in piena regola.<br />
Il più buono.<br />
Tu sei migliore, Paolo.<br />
Non correrò il rischio.<br />
Tu sei te stesso.<br />
Lo immagini soltanto un uomo di colore dire a un bambino di colore sporco negro andiamo via?<br />
Non succederà.<br />
Per favore.<br />
Tu amerai tuo figlio.<br />
Mio padre mi amava e non ce l&#8217;ha fatta.<br />
Ed io non conto niente?<br />
Fallo per me.<br />
Ti aiuterò io.<br />
Fallo per me, Sara.<br />
Sarò al tuo fianco.<br />
Perfino papà capirebbe.</p>
<p><strong>2. Lui Lei.</strong><br />
Si conobbero in metrò. Lui leggeva una copia sgualcita de <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>, lei il rettangolo pulito Di cosa parliamo quando parliamo d&#8217;amore. Si piacquero all&#8217;istante. Lui la raggiunse, lei alzò la borsa – sedettero vicini. Non scesero neanche. Fino all&#8217;ultima fermata parlarono di letteratura. Il metrò giunse al capolinea, ricominciò la corsa. Convennero che il mondo fosse abbastanza triste e deprimente, i romanzi erano più generosi. Lui scriveva, lei pure &#8211; i racconti su una rivista a tiratura limitata per giovani promesse. Lui disse era destino, lei disse il destino non esiste. Si trovarono complementari. Scesero dal metrò, respirarono. Lui disse Thomas Pynchon approverebbe. Lei disse Raymond Carver pure lui. Bruciarono i tempi. Lui girò le chiavi, lei attese alle sue spalle che la porta fosse aperta. Fecero l&#8217;amore con un tale trasporto romanzesco che il tempo si annullò. Passarono i giorni. Lui la accolse, lei venne ad abitare a casa sua. Sistemarono i computer sul tavolo della cucina &#8211; lui da una parte, lei dall&#8217;altra. Scrivevano. Scrivevano di mattina, dopo pranzo, tutto il pomeriggio, qualche ora dopo cena, esausti poi facevano l&#8217;amore. Dopo la prima volta, abbracciati nelle lenzuola, parlavano. Lui descriveva il carattere morale dei suoi personaggi, la struttura rizomatica e ricorsiva del suo romanzo, lei esponeva la natura inconsistente del suo protagonista, la rarefazione della tensione narrativa. Lui e lei s&#8217;identificavano talmente nel proprio racconto e nel racconto altrui che poi le forze tornavano di colpo. Facevano l&#8217;amore tutta la notte. Al mattino riprendevano come nulla fosse. Quando lui completò l&#8217;ultima pagina della spaventosa mole del suo romanzo, lei posò la parola fine sul blocchetto di fogli appaiati con cura sul tavolo della cucina. Non lessero a vicenda i propri romanzi, sapevano già ogni cosa. Lui lo dedicò a lei. Lei lo dedicò a lui. Spedirono i manoscritti. Spedirono i manoscritti e ingannarono il tempo &#8211; mano nella mano lungo i viali alberati parlavano di letteratura contemporanea, di quanto certa letteratura contemporanea fosse triste e deprimente come il mondo intero. Lo stesso giorno, qualche mese dopo, lui e lei ricevettero una telefonata. Pubblicavano i romanzi. Lui disse capisco, lei disse comprendo &#8211; essere scrittori esige misura e gravità al telefono. Corsero a casa, fecero l&#8217;amore. Con gli occhi fissi sulle macchie del soffitto, una macchia uguale ai denti da coniglietto di Thomas Pynchon, una macchia uguale identica alle basette corte di Raymond Carver, lui e lei dissero che bisognava stare attenti. Promozioni, recensioni, critici. La battaglia era appena iniziata. Sulle pagine dei giornali non tardò il vaglio dello stile e della resa narrativa. Entrambi, in giorni differenti, rilasciarono lunghe interviste per il quotidiano più diffuso sulla frastagliata mappa delle province nazionali. I due romanzi spuntarono in cima alle classifiche. Puntuali arrivarono i primi elogi, le cattiverie, le stroncature pesanti, le appassionate dichiarazioni di lettori entusiasti. Lui e lei brindarono. Al ristorante, eleganti e famosi, il viso lucido come sulla quarta di copertina, si promisero amore eterno. Ma una voce circolava in ambiente letterario. La voce diventò tempesta, la tempesta un tornado, neanche le case editrici poterono arginare lo scandalo. Chi aveva letto in rapida successione i due romanzi, senza temere smentita, disse a chiare lettere che in fondo, i due romanzi, nonostante le dovute differenze, vuoi per mole, vuoi per delicatezza sentimentale, raccontavano la stessa storia. Lui non diede peso alle dicerie, lei non ci pensò nemmeno. Di nascosto, però, controllarono. Lui inorridì, lei agghiacciò. Batterono il pugno. Lui sfuriò correndo a casa, lei lo attese camminando in circolo. Quando s&#8217;incontrarono, l&#8217;amore sparì. I fantasmi di Thomas Pynchon e Raymond Carver non poterono nulla. Lui le contestò i colpi di scena, i raccordi narrativi, il finale a sorpresa. Lei impugnò i passaggi, le frasi, la caratura morale dei personaggi. Lui e lei non espressero mai tanta spietata ferocia. Ma allora, proprio perché la storia era la stessa, rimarcarono le differenze. Lui evidenziò quanto fosse stitica e rassegnata la sua visione della letteratura e del mondo. Lei sottolineò la grande confusione morale e narrativa sotto i cieli del suo mondo e della sua letteratura. Si guardarono. Lui immaginò un complotto interplanetario, lei comprese lo squallore della vita contemporanea. Si guardarono ancora. Lui disse esci da questa casa, lei sbatté la porta dietro le sue spalle. Lo scandalo portò lettori nuovi e nuove tirature. I due romanzi rimasero in testa un anno, due anni, guadagnarono una media altezza nella classifica nazionale, e li stagnarono. Lui e lei non s&#8217;incontrarono mai più, né si sentirono il giorno dei rispettivi compleanni per scambiarsi gli auguri. Invecchiarono. Scrissero nuovi libri e mossero le sorti della letteratura nazionale in modo diverso e complementare. Si sposarono. Lui ebbe due bambini da una ragazza con le lentiggini e una tesi di laurea sul suo romanzo più famoso. Lei ebbe un bambino curioso dall&#8217;editor del suo primo romanzo. Lui e lei autografarono copia dei loro romanzi nei punti più disparati del globo. Firmarono contratti vantaggiosi per la trasposizione dei propri romanzi sul grande schermo. Gli anni andarono via come pile promozionali all&#8217;ingresso delle librerie. Poi, un giorno, accadde. Lui, seduto sul metrò, incrociò una ragazza che leggeva <em>Di cosa parliamo quando parliamo d&#8217;amore</em>. Lei, in piedi sul metrò, scorse un ragazzo che sfogliava <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>. Lui e lei ricordarono quanto furono giovani e felici allora. Alzarono gli occhi. Sperarono senza mezze misure che i due ragazzi potessero frequentarsi un giorno. Lui accostò la ragazza, una scusa e attaccò bottone. Lei avvicinò il ragazzo, e chiese cosa stesse mai leggendo. Alla fine, uscendo fuori, lasciando i due ragazzi seduti o in piedi sul metrò, lui e lei dissero quella parola. Arrivederci. Oppure no.</p>
<p><strong>3. Lei.</strong><br />
Eh?<br />
Abbassa.<br />
&#8230;<br />
Abbassa il volume.<br />
Il film, Elena.<br />
Però abbassa.<br />
Ancora?<br />
Abbassa, no?<br />
Elena.<br />
Sta suonando.<br />
Suonava anche prima.<br />
Lo senti, no?<br />
Merda.<br />
Davide, squilla.<br />
Vuoi farmi vedere il film?<br />
Squilla, no?<br />
No che non squilla.<br />
Il cellulare.<br />
Quale cellulare?<br />
Abbassa.<br />
Elena.<br />
Sentito?<br />
Il mio cellulare è qui.<br />
Pure il mio, no?<br />
Allora?<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Sono partita, no?<br />
Elena.<br />
Dici che sono spostata?<br />
Il film, Elena.<br />
Fuori di testa, no?<br />
Stai facendo tutto tu.<br />
Davide.<br />
Calmati, Elena.<br />
Sentito?<br />
Te l&#8217;ho detto.<br />
È mio padre.<br />
&#8230;<br />
Papà mi vuole bene.<br />
&#8230;<br />
Mi chiama tutti i giorni.<br />
&#8230;<br />
Non passa giorno senza che mi chiami.<br />
&#8230;<br />
Sentito, no?<br />
Tuo padre è morto, Elena.<br />
E allora?<br />
Non c&#8217;è più.<br />
Davide.<br />
Proprio non c&#8217;è più.<br />
Mi vuoi bene?<br />
Merda.<br />
Se mi vuoi bene, credimi, no?<br />
Elena.<br />
Squilla.<br />
&#8230;<br />
Papà mi vuole bene.<br />
&#8230;<br />
Lo sai, no?<br />
&#8230;<br />
Sai chi stava chiamando prima dell&#8217;incidente?<br />
&#8230;<br />
Era scritto sul giornale, no?<br />
&#8230;<br />
Aveva selezionato il mio numero sulla rubrica.<br />
&#8230;<br />
Voleva chiedermelo.<br />
&#8230;<br />
L&#8217;ecografia, no? Com&#8217;è andata?<br />
Elena.<br />
Si.<br />
Il film.<br />
Ma papà mi vuole sentire.<br />
&#8230;<br />
All&#8217;inizio pensavo fossi spostata.<br />
&#8230;<br />
Squillava in continuazione.<br />
&#8230;<br />
Fuori di testa, no?<br />
&#8230;<br />
Poi ho capito.<br />
Elena, tuo padre è morto.<br />
E allora?<br />
Non può essere.<br />
Non mi credi?<br />
Non ho detto questo.<br />
Suona in continuazione.<br />
E adesso?<br />
Squilla, no?<br />
Merda.<br />
Papà mi vuole bene.<br />
Ti ha sempre voluto bene.<br />
Era in macchina e mi chiamava, no?<br />
&#8230;<br />
Sempre la stessa macchina.<br />
&#8230;<br />
Da piccola mi accompagnava ovunque.<br />
&#8230;<br />
Non perdeva un saggio.<br />
&#8230;<br />
Danza, danza, danza.<br />
&#8230;<br />
Una volta abbiamo viaggiato di notte.<br />
&#8230;<br />
Mi sono addormentata, no?<br />
&#8230;<br />
Ho aperto gli occhi nella stanza di un hotel.<br />
&#8230;<br />
Svegliati, dice papà la mattina.<br />
&#8230;<br />
Papà dice svegliati, ma ho gli occhi aperti.<br />
&#8230;<br />
Siamo andati alle selezioni per l&#8217;accademia nazionale.<br />
&#8230;<br />
Danza, no?<br />
&#8230;<br />
Papà non entra.<br />
&#8230;<br />
Mi raccomando, dice papà.<br />
&#8230;<br />
Papà dice resto qui sennò ti agiti.<br />
&#8230;<br />
All&#8217;uscita vuole i dettagli.<br />
&#8230;<br />
Il mio numero, no?<br />
&#8230;<br />
Com&#8217;e andata?, dice papà.<br />
&#8230;<br />
Maschio o femmina?<br />
&#8230;<br />
Quando avremo i risultati dell&#8217;ecografia?<br />
&#8230;<br />
&#8230;<br />
Elena.<br />
Lo senti, no?<br />
Mi vuoi bene?<br />
Davide.<br />
Di sicuro me ne vuoi.<br />
Lo sai, no?<br />
Il film, Elena.<br />
Si.<br />
Guardiamo il film.<br />
Va bene.<br />
Ce ne stiamo buoni a guardare il film.<br />
Anche se squilla?<br />
Non mi da fastidio.<br />
Pure adesso?<br />
Deve essere papà.<br />
Suona un casino.<br />
Il film, Elena.<br />
Papà ti ha sempre voluto bene, no?<br />
Tuo padre era una brava persona.<br />
Per questo non la finisce di chiamare.</p>
<p><em>Questo racconto è stato pubblicato su Nuovi Argomenti n.52, ottobre-dicembre 2010.<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/altre-coppie/">Altre coppie</a></p>
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		<title>Paesaggio con incendio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 06:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ernesto aloia]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Ernesto Aloia</strong>, <em>Paesaggio con incendio</em>, Minimum fax, 149 pag.</p>
<p>Il tema del ritorno è uno dei <em>topoi </em>più ricorrenti della letteratura di ogni tempo. Se a questo aggiungiamo il contrasto fra città e provincia, siamo in un terreno limaccioso, per eccesso di produzione narrativa, sul quale viene facile scivolare rovinosamente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/paesaggio-con-incendio/">Paesaggio con incendio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg" alt="" title="aloia" width="200" height="270" class="alignnone size-full wp-image-39630" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Ernesto Aloia</strong>, <em>Paesaggio con incendio</em>, Minimum fax, 149 pag.</p>
<p>Il tema del ritorno è uno dei <em>topoi </em>più ricorrenti della letteratura di ogni tempo. Se a questo aggiungiamo il contrasto fra città e provincia, siamo in un terreno limaccioso, per eccesso di produzione narrativa, sul quale viene facile scivolare rovinosamente. Ernesto Aloia, invece, piedi ben saldi sul territorio letterario, scrive l’ennesima variazione sul tema con grande maestria e qualità. <em>Paesaggio con incendio </em>m’è parso un romanzo che non cerca il dialogo con i miei contemporanei, ma piuttosto con i maestri nel nostro migliore Novecento, vedi Pavese, che del tema ne aveva fatto una ossessione.<br />
<span id="more-39629"></span><br />
Basta leggerne la trama: Vittorio è uno scrittore che vive in città, ma che ogni anno torna nella casa materna, a Castagneto, sugli Appennini, con la moglie Carla e la figlioletta Giulia, in un paese che appare come l’ossessivo eterno ritorno dell’identico. Sembra che nulla accada, anche se è chiaro, fin dalle prime righe, che tutto covi in silenzio, sotto la cenere di un risentimento antico e malcelato. Vittorio in teoria è a Castagneto non solo per una vacanza estiva, ma anche per portare avanti un progetto di libro del quale in realtà non scriverà neppure una riga. Quelli che furono i suoi compagni di gioco infantile ora sono uomini e donne, colmi di rancori e frustrazioni. La colpa sembra stia nel desiderio di emancipazione dall’aria soffocante del paese, ma è solo una scusa per mascherare il fallimento di un’intera generazione. </p>
<p>Carla, a differenza dalle pulsioni di morte di Vittorio, cerca disperatamente una nuova gravidanza. Perché il mondo deve continuare, fuori dall’immobilismo rappresentato dal luogo dove soggiorna e dal quale vuole fuggire al più presto. L’idea stessa del mutamento terrorizza il protagonista, io narrante che possiede una  voce davvero credibile e senza sbavature. Sarà quella inevitabile tragedia che il lettore si aspetta fin dalle prime pagine, come un destino ineluttabile, a rimettere in forse, e in gioco, l’ignavia di Vittorio. Sarà il sacrifico dei più deboli, come al solito.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione, <em>n. 16 del 19 aprile 2001</em>] </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/paesaggio-con-incendio/">Paesaggio con incendio</a></p>
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		<title>La meraviglia e la volontà di dire</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 07:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La meraviglia e la volontà di dire: il senso della scrittura di Michele Zaffarano
<p>Una delle questioni che più urgentemente pone il lavoro di Michele Zaffarano è certo quella della disgiunzione tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore. La sua scrittura, infatti, si muove in uno spazio precedente alla “volontà di dire” che si considera spesso, per annosa tradizione o per semplice pregiudizio, alla base della scrittura poetica (se non della scrittura tout court).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/09/la-meraviglia-e-la-volonta-di-dire/">La meraviglia e la volontà di dire</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>La meraviglia e la volontà di dire: il senso della scrittura di Michele Zaffarano</h2>
<p>Una delle questioni che più urgentemente pone il lavoro di Michele Zaffarano è certo quella della disgiunzione tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore. La sua scrittura, infatti, si muove in uno spazio precedente alla “volontà di dire” che si considera spesso, per annosa tradizione o per semplice pregiudizio, alla base della scrittura poetica (se non della scrittura tout court). Così facendo, Zaffarano offre la possibilità di un modello diversamente organizzato di letteratura, di testo, di lettura, e permette l’esperienza di quella che potremmo definire una meraviglia radicale, strettamente legata alla dimensione quasi pulsionale, originaria del significato (delle cose, delle parole).<span id="more-38805"></span></p>
<p>Si è soliti pensare alla scrittura come alla sede di esplicazione di una volontà di dire che si origina, più o meno profondamente, nella persona dell’autore. Più specificatamente, si considera la scrittura letteraria o poetica come un luogo dedicato a quella volontà, una delle sedi in cui quella pretesa di formulazione di senso, di produzione di significato, quella propensione al pronunciarsi trova una compiuta implementazione. All’origine di questa volontà, come suo motore primo, si individuano in genere due spinte, sotto diversi aspetti complementari e simmetriche: da una parte, il tentativo di spiegare il mondo, di dare conto di una figura che attraversa le cose, le relazioni e gli eventi di cui l’autore si sente testimone e verso cui sente la responsabilità o il desiderio di una rappresentazione; dall’altra, lo sforzo di spiegare se stessi, di verbalizzare i moti che costituiscono la propria esperienza del mondo, la propria esperienza del suo senso, e che si incanalano verso un’espressione. Comunque sia, le due spinte danno luogo alla volontà di dire le cose per come sono o per come le si sente e questa volontà genera il testo e il suo significato come incarnazione dell’intenzione dell’autore. La stessa esperienza della lettura è condotta, nella maggior parte dei casi, in misura di questa volontà di dire, presupponendo una relazione diretta, se non proprio una coincidenza, tra ciò che è scritto e ciò che “vuole dire” l’autore, una relazione sancita dall’architettura retorica, dal ritmo delle frasi, dalla scansione delle figure. A partire dal senso di ciò che è scritto, si riconduce così l’attività di decodifica, il lavoro ed il piacere semiotico della lettura, alla riproduzione, o addirittura alla riscoperta, dell’intenzione dell’autore, del suo “messaggio”.</p>
<p>Ora, cosa succede quando l’autore non vuole dire niente? Cosa succede al testo? Cosa succede all’esperienza della lettura? A partire da queste domande può essere affrontata, nel suo insieme, la scrittura di Michele Zaffarano.</p>
<p>Il tipo di spinta, infatti, che sta alla base di testi come “Wunderkammer” o “Bianca come neve” non è riconducibile all’una o all’altra delle configurazioni generali della “volontà di dire”. Anzi, il lavoro di Zaffarano è un tentativo esemplare di esulare da questa volontà, di muoversi inaspettatamente rispetto al gioco del messaggio, dello scopo, dell’intenzione. E di conseguenza, facendo saltare l’equilibrio tra l’intenzione dell’autore e il senso del testo, anzi, togliendo al senso del testo (che cosa dice il testo?) la struttura soggiacente dell’intenzione dell’autore (che cosa vuole dire l’autore?), quella scrittura permette al senso di attivare una sua fascinazione originaria, rigenera nella sua fruizione un piacere radicale del senso stesso.</p>
<p>Una delle caratteristiche più marcate della scrittura di Zaffarano, che si ritrova sia negli elenchi che nelle prose come anche in quelle che possono passare per “normali poesie”, è la quasi assoluta mancanza di una teleologica. Non c’è una frase subordinabile ad un’altra, non c’è modulazione, non c’è un filo del discorso. Il flusso del testo, spesso costruito riutilizzando materiali miscellanei e preesistenti, procede in una successione più o meno monotona, più o meno ininterrotta, a seconda dei casi vivace o quasi ipnotica, senza che le argomentazioni, i tropi, le immagini vengano finalizzate non tanto in una tesi ma anche solo in qualche tipo di formulazione, un oggetto semantico, un messaggio che possa equivalere a “quello che vuole dire l’autore”.</p>
<p>E tuttavia si noti che i testi sono del tutto perpiscui, almeno localmente. A differenza di molta scrittura negativa, di molta scrittura che, appunto, non vuole dire niente, la soluzione di Zaffarano non è infatti il “semplice” assurdo, l’incongruente, l’inintelligibile. Il salto sintattico o semantico, anche se presente, non è il motore del testo. Spesso, anzi, Zaffarano non rinuncia neppure alla costruzione retorica, al gusto della callida iunctura o della frase ben tornita. I suoi testi sono forse molto più leggibili di altri. Anche in senso proprio, come vedremo: si fanno leggere molto più compiutamente di altri.</p>
<p>Il punto però è che il materiale testuale, con le sue retoriche, i suoi significati e così via, non è viene mai messo in posa, non è mai orientato. Le stringhe possono essere corrette, trasparenti, le relazioni semantiche mantenute, eppure la sintesi, il succo del discorso viene continuamente rimandato. Tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore viene instaurata, per così dire, una relazione asintotica, una traiettoria di infinito avvicinamento che mai si realizza. L’intenzione non viene mai conseguita ed il senso, non trovando mai la propria compiutezza, subisce una continua riformulazione, una posposizione ininterrotta. E più questa latenza viene mantenuta, più il significato di ogni periodo, di ogni frase, di ogni singola stringa, è ineludibile e irresolubile: non avendo un costrutto semantico più ampio in cui sublimarsi, ogni singola affermazione vale per sé, deve essere letta per sé.</p>
<p>Eccoci arrivati, in questo modo, a quello che sembra essere il motore più profondo della scrittura di Michele Zaffarano e la fonte originaria del piacere che riesce a progettare e generare. Rimandata continuamente la cosa che si vuole dire, rimane in tutta la sua realtà la cosa che è stata detta. La singola stringa, la singola istanza di formulazione, la singola produzione sintattico-semantica occupa il primo piano e ci mostra, senza altro scopo, quella specie di collasso metafisico che è l’uso effettivo del linguaggio, quel “miracolo” che è la generazione di una frase, di un sintagma. Da questa esposizione sorge la meraviglia, che è il cuore dell’operazione poetica messa in atto da Zaffarano: la meraviglia e il piacere del senso, della conoscenza, dell’ordine; il piacere e la meraviglia del lessico, della grammatica, del significato.</p>
<p>Per riprendere un paragone fatto più volte dallo stesso Zaffarano, è come se avessero preso la casa dei fantasmi, quella che sta un po’ isolata dalle altre, cadente, di fronte a cui tutti passano con timore ma anche affascinati, stregati da quegli scorci, dalle facciate, dagli angoli in ombra, e l’avessero fatta a pezzi, dissacrata, dispersa. Di colpo, si potrebbe pensare, il mistero è disfatto, il mostro è scomparso. Ed ecco che ci si accorge che i singoli mattoni, le tegole, le intelaiature delle finestre, i pezzi di intonaco continuano a pulsare di una vibrazione sinistra, arcana. Ogni frammento diventa una specie di reliquia e non cessa di generare fascinazione, meraviglia.<br />
Nello spazio che la strategia testuale di Zaffarano apre, tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore, è proprio questo quello che succede. I brani, i pezzi di scrittura anodini, non cessano di dire quello che dicono e il testo non permette di concludere la lettura, di recepire quello che l’autore vuole dire.</p>
<p>Per concludere, si noti che così come l’intenzione non viene mai conseguita, allo stesso modo anche il punto di vista, la formulazione piena del soggetto che parla (e, si noti, che legge) è continuamente ritardata, riaggiornata. Questo è un aspetto strutturalmente complementare all’idea di testo che Zaffarano porta avanti ed è un tratto che allarga la questione, dal problema estetico, ad una più ampia teoria della letteratura che, secondo queste linee, è sempre etico-politica. Ritardare la formulazione di un soggetto nel testo vuol dire, infatti, anche rendere il testo stesso il luogo di una riformulazione continua della realtà del soggetto nel mondo, come anche della realtà del mondo stesso. A questo progetto generale, avendo scartate le due istanze della rappresentazione e dell’espressione, possiamo forse ricondurre la scrittura di Zaffarano, che non certo nel mero nichilismo o nella mera decostruzione trova le sue radici ma, anzi, nella realtà fenomenica del linguaggio, nella dimensione erotica del senso, nella sua insolubilità.</p>
<p>[<em>una versione ridotta di questo saggio è apparsa <a title="poeti degli anni zero" href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/poeti-degli-anni-zero-allesc-2/" target="_blank">qui</a>. i testi di michele zaffarano apparsi su nazione indiana, insieme ad altre cose, sono <a title="tag michele zaffarano" href="http://www.nazioneindiana.com/tag/michele-zaffarano/" target="_blank">qui</a></em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/09/la-meraviglia-e-la-volonta-di-dire/">La meraviglia e la volontà di dire</a></p>
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		<title>Poeti degli Anni Zero a Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 13:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>giovedì 21 aprile 2011 ore 21<br />
alla <em>Casa della Poesia</em> di Milano<br />
Palazzina Liberty<br />
Largo Marinai d&#8217;Italia 1</strong></p>
Poeti degli Anni Zero (un’antologia)
<p style="text-align: center;"><em>serata a cura di Giancarlo Majorino</em></p>
<p>Saranno presenti Vincenzo Ostuni, Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese, Massimo Sannelli e Paolo Zublena in veste di critico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/poeti-degli-anni-zero-a-milano/">Poeti degli Anni Zero a Milano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>giovedì 21 aprile 2011 ore 21<br />
alla <em>Casa della Poesia</em> di Milano<br />
Palazzina Liberty<br />
Largo Marinai d&#8217;Italia 1</strong></p>
<h2 style="text-align: center;">Poeti degli Anni Zero (un’antologia)</h2>
<p style="text-align: center;"><em>serata a cura di Giancarlo Majorino</em></p>
<p>Saranno presenti Vincenzo Ostuni, Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese, Massimo Sannelli e Paolo Zublena in veste di critico.</p>
<p>L’Illuminista, rivista di cultura contemporanea diretta da Walter Pedullà e pubblicata da Edizioni Ponte Sisto, dedica un numero monografico (anno X, n. 30, febbraio 2011, pp. 352) alla poesia degli autori italiani apparsi nel primo decennio del 2000.</p>
<p>L’antologia, curata da Vincenzo Ostuni, contiene testi di Gian Maria Annovi, Elisa Biagini, Gherardo Bortolotti, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Giulio Marzaioli, Laura Pugno, Lidia Riviello, Massimo Sannelli, Sara Ventroni e Michele Zaffarano.</p>
<p>L’antologia di Ostuni ha suscitato vive polemiche, ma costituisce un lavoro di documentazione e vaglio critico dei poeti emersi dopo il 2000 assai articolato e ricco, tale da costituire uno strumento importante per chiunque voglia ragionare su forme non epigonali di scrittura poetica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/poeti-degli-anni-zero-a-milano/">Poeti degli Anni Zero a Milano</a></p>
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		<title>Il cuore non è una chiatta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/il-cuore-non-e-una-chiatta/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/il-cuore-non-e-una-chiatta/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 07:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg"></a>di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p>Il giorno che vide il corpo di sua madre essere chiuso dentro una cassa di legno, Aldo Oriani decise che ne aveva avuto abbastanza, e prese quindi la ferma decisione che mai e poi mai avrebbe, in futuro, versato ancora lacrime, provato paura, tristezza e rabbia, e, per essere certo di fare le cose bene, senza sbavature e inutili rischi, decise anche che non avrebbe più provato gioia tra i suoi compagni ed amici, che non avrebbe desiderato nessun gioco nuovo né andare al parco, che il minestrone e le patatine fritte avrebbero avuto lo stesso sapore e che perciò non avrebbe fatto differenza mangiare l’una o l’altra cosa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/il-cuore-non-e-una-chiatta/">Il cuore non è una chiatta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg" alt="" title="poltrona" width="216" height="234" class="alignleft size-full wp-image-38462" /></a>di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p>Il giorno che vide il corpo di sua madre essere chiuso dentro una cassa di legno, Aldo Oriani decise che ne aveva avuto abbastanza, e prese quindi la ferma decisione che mai e poi mai avrebbe, in futuro, versato ancora lacrime, provato paura, tristezza e rabbia, e, per essere certo di fare le cose bene, senza sbavature e inutili rischi, decise anche che non avrebbe più provato gioia tra i suoi compagni ed amici, che non avrebbe desiderato nessun gioco nuovo né andare al parco, che il minestrone e le patatine fritte avrebbero avuto lo stesso sapore e che perciò non avrebbe fatto differenza mangiare l’una o l’altra cosa. Niente. Ed era un niente che aveva senso. Così decise Aldo Oriani, maschio, altezza un metro e quarantuno centimetri, anni otto.<br />
- Povero bambino, povero piccolo -, gli disse il prete accennando una mano aperta verso la guancia del bambino, e Aldo, che non aspettò il compiersi della carezza, si voltò verso il padre e con voce limpida domandò, papà questo vuole dire che la mamma è morta con tutti i soldi? <span id="more-38460"></span><br />
La mattina seguente Aldo andò a scuola come tutti gli altri giorni: seduto al suo banco, il quaderno aperto su una pagina bianca, la penna in mano pronta a scrivere; alzò la mano e si fece interrogare, rispose a tutte le domande senza esitazioni.<br />
Maestre e parenti erano convinti che presto il bambino avrebbe dato libero sfogo alle sue emozioni. Ma così non successe, e la morte della madre divenne presto un fatto lontano e nell’ordine delle cose, un evento rispetto al quale, convenivano tutti, il bambino aveva trovato la forza e la maturità di andare avanti. E così fu, senza sprechi né pretese.</p>
<p>Una domenica – era l’ora di pranzo, era una bella giornata di luce chiara &#8211; il padre di Aldo tornò a casa con i pasticcini in una mano e con una donna nell’altra e annunciò:<br />
- Aldo, ora hai una nuova madre -, e Aldo la guardò dal basso all’alto e disse, va bene non c’è problema; anche se il bagno era uno solo e forse era necessario istituire dei turni.<br />
Samantha voleva essere ben voluta da Aldo: presto gli comprò la nuova play-station, da usare quando voleva; gli cambiò il guardaroba con jeans alla moda e nuove scarpe da ginnastica, per essere come gli altri, anzi meglio degli altri; lo portò a cavalcare e incitò il marito affinché andasse con Aldo ad una corsa di formula uno. Aldo rispondeva sempre molto educatamente, grazie è tutto molto bello (in realtà: i cavalli ad Aldo non piacquero molto per via di quegli occhi equini così grandi e lucidi, di una sfericità che Aldo misurò essere, con molta probabilità, aliena; la formula uno, invece, quel corrersi dietro e in tondo, gli parve un gioco per stolti e troppo rumoroso) e teneva le sue nuove cose con molta cura: i vestiti ben piegati nell’armadio, i giochi in ordine sulla mensola. Col tempo le attenzioni di Samantha scemarono, e nello spazio di pochi mesi si riassunsero in una mancia settimanale di trenta euro in aggiunta ai venti che gli dava il padre.<br />
Era una famiglia serena e di raro equilibrio. Avevano pure la colf e due posti auto riservati davanti casa.</p>
<p>In quegli anni, l’unica cosa che procurò fastidio ad Aldo fu svegliarsi la mattina umido e appiccicaticcio tra le gambe. Sapeva benissimo di cosa si trattava, e sapeva che non era una cosa pratica. Decise perciò di risolvere la situazione applicando il metodo insegnatoli dalla sua prima madre per non bagnare il letto: svuotarsi bene prima di andare a dormire. Non era come fare la pipì  &#8211; che spruzzava fuori quasi da sola, bastava spingere un po’ -, ora Aldo doveva muoverselo ripetutamente su e giù; ma il principio era lo stesso e infatti funzionò. Risolto questo, non ci furono altri problemi, e Aldo completò con successo la scuola secondaria.</p>
<p>Poi arrivò una sorella, Sofia. Era piccola e, constatò Aldo nel reparto maternità dove Samantha era ricoverata, molto brutta. Forse, pensò Aldo, non sarebbe sopravvissuta a tanta bruttezza. Invece la bambina lasciò l’ospedale in piena salute e, a detta di tutti i visitatori che seguirono in casa, era: una vera principessa, una bella-ma-proprio-bella, una patatina, una signorinetta, una che farà impazzire gli uomini, una bittibitti-puttiputti. Il giorno che Aldo la vide muovere i primi passi da sola smise di pensare che sarebbe morta.<br />
Ogni tanto suo padre chiedeva ad Aldo di curare la bambina mentre lui e Samantha erano fuori, a cena o al cinema: Aldo non rifiutava mai, non avanzava pretese né rispondeva con piccoli ricatti adolescenziali e diceva, si va bene non c’è problema. Poi, quando i suoi genitori uscivano, Aldo prendeva le grosse cuffie stereo, le metteva sulle orecchie della bambina e accendeva la TV sintonizzata su qualche cartone. La bambina rimaneva tranquilla, e lui poteva andare al suo PC a leggere qualche manuale o a sviluppare qualche programma che risolvesse il problema del sovraffollamento del loro unico bagno, specie in previsione di un’ulteriore crescita di Sofia. Intanto Sofia non emetteva alcun suono e si addormentava. Aldo poi spegneva la TV e le toglieva le cuffie e aspettava, seduto sul divano, il rientro dei suoi genitori.<br />
-	Tutto bene, Aldo? – gli domandava il padre e Aldo rispondeva sempre, certo papà tutto bene.</p>
<p>Arrivò il momento di compiere gli studi universitari: una scelta ovvia, senza dibattimenti e o dubbi di alcun genere.  Aldo si trovò aggregato ad un gruppo di sei ragazzi: sedevano nella sua stessa fila durante le lezioni di statistica, masticavano gomme e il giovedì sera andavano a giocare a calcetto (Aldo accettò l’invito di andare al campo; si assegnò il ruolo di tecnico: dalla panchina teneva il punteggio, su di un blocco a quadretti disegnava gli schemi e calcolava le percentuali di possesso palla).<br />
I suoi compagni parlavano anche di ragazze, ne parlavano sempre, e Aldo pensò che fosse arrivato pure per lui il momento di trovare una femmina con la quale uscire due volte a settimana e della quale prendere in mano i seni specie se voluminosi. O il culo.<br />
Una sera, Aldo entrò in mIRC e iniziò la sua ricerca. Aprì la query di una certa Mitty e così conobbe Rebecca. Non ci volle molto e non fu particolarmente difficile: dopo una settimana di chat, durante la quale Rebecca scriveva profusamente della sua vita tra noiosi libri e la palestra e Aldo per lo più faceva domande che si era preparate e scritte su un foglio di carta, uscirono per la prima volta. Si videro in un piccolo bar su una strada affollata; seduti ad un tavolo di plastica, con fiori finti e un menù avvizzito, un cinese di nome Gianni servì a lei una cioccolata con panna e a lui un’acqua tonica. Quello fu il primo di una lunga serie di appuntamenti, tutti molto tranquilli e senza sorprese di alcun tipo.<br />
Il sabato pomeriggio, dalle ore 14 alle ore 18, studiavano insieme in biblioteca, uno di fronte all’altra; ad ogni ora trascorsa Aldo alzava la testa e bisbigliava, pausa. La domenica pomeriggio, dalle 14 alle 17, invece, uscivano: andavano al cinema o al parco se c’era bel tempo. A settimane alterne prendevano una stanza ad ore nella quale non stavano mai più del necessario.<br />
Alla fine del primo anno di corso, Rebecca lasciò gli studi universitari per andare a lavorare come segretaria in uno studio dentistico associato. Era stufa di perdere tempo sui libri per un lavoro che certamente non avrebbe mai trovato, e poi voleva la sua autonomia, perchè ormai era una donna e aveva anche lei certe esigenze, certi bisogni e istinti primari. Camminava nervosa e gesticolava per la stanza del motel. Aldo, seduto sulla sponda del letto, l’ascoltò attentamente senza interromperla. Quando Rebecca sembrò aver terminato ciò che aveva da dire e domandò solo:<br />
- Che ne pensi, amore, faccio bene o no? -, Aldo si alzò placido e le disse, fai come credi perchè ogni cosa ha i suoi pro e i suo contro e non c’è giusto né sbagliato.<br />
Rebecca lavorava anche di sabato pomeriggio. Aldo aveva deciso che il sabato poteva essere benissimo sostituito con il venerdì: alle ore 19 del venerdì andava a prenderla allo studio e l’accompagnava a casa; sulla porta un bacio leggero e poi, allora ci vediamo domenica alla solita ora. Da casa di Rebecca, Aldo contava i passi fino a casa sua: erano 278 d’estate con le scarpe leggere e la strada libera dalle pozze di poggia o manti di neve; 417 d’inverno quando gli scarponi lo costringevano a fare passi piccoli e più pesanti.</p>
<p>Arrivò il giorno di discussione della tesi. Aldo era preparato. In bagno, poco prima del suo turno, sentì dei ragazzi che parlavano di gambe tremanti e cuori in gola. Mentre si asciugava le mani con la salvietta di carta, Aldo pensò che l’espressione “cuore in gola” fosse inutile e senza senso. Come se il cuore si potesse spostare, così, da solo, da una parte all’altra del corpo. Il cuore non è una chiatta, pensò. Stupidaggini.<br />
La discussione gli valse la lode, e tante strette di mani, anche quella di suo padre:<br />
-	Bravo figliolo, tua madre sarebbe fiera di te –, e Aldo ritirò la mano, non dire sciocchezze papà è ovvio che noi questo non possiamo saperlo. </p>
<p>Trovò presto un lavoro in una grande e solida azienda e, dopo un anno all’ufficio logistica – Aldo era un impiegato sempre puntuale e rispettoso delle regole -, ottenne un aumento di stipendio. Agli occhi dei suoi colleghi l’aumento dato ad Aldo fu una vera sorpresa: quelli infatti erano tempi duri, si diceva che l’azienda avrebbe tagliato i costi e i lavoratori si stavano organizzando con i sindacati. Aldo aveva visto e letto qualche volantino, nella bacheca della sala mensa. Un giorno, a pranzo, un suo collega gli chiese cosa ne pensava e se voleva unirsi anche lui alla manifestazione di protesta. Aldo rispose che lui non si occupava di politica e che l’unica cosa da fare affinché le cose andassero lisce era che ciascuno pensasse a fare bene il proprio lavoro.<br />
Poche settimane dopo la promozione, Aldo fu convocato dal Direttore. Aveva per lui un nuovo incarico: registrare e riferire in direzione ogni malcontento delle truppe, perchè l’azienda non poteva permettersi nessuno spreco di energia. Era un venerdì. Prima di assumere il nuovo incarico, e per la prima volta e in via del tutto eccezionale, Aldo chiese e ottenne il pomeriggio libero.<br />
Quel pomeriggio andò in una gioielleria e comprò un anello di fidanzamento, sobrio ma elegante. Perchè andava fatto ciò che andava fatto, senza troppi pensieri né moine. Quando arrivò allo studio dentistico gli dissero che Rebecca era dovuta tornare a casa a prendere dei documenti importanti ma che sarebbe tornata prima della chiusura. Per non perdere tempo, Aldo decise di andarle incontro.<br />
Bussò alla porta. Bussò ancora. Nessuno venne ad aprire. Pronto ad andarsene – forse Rebecca aveva cambiato percorso ed era già in strada di ritorno allo studio -, Aldo gettò un occhio alla finestra della sala, alla tenda non completamente chiusa. Rebecca si stava stringendo in vita una vestaglia e un uomo a torso nudo si muoveva in fretta dal divano alla cucina.<br />
Quando Rebecca, trafelata, aprì la porta e farfugliò:<br />
-Oh, sei tu&#8230;, io stavo giusto per &#8230; -, Aldo le sorrise e le disse, sì sono io. Poi si voltò e se ne andò.<br />
Tornò a casa. Mise l’anello nell’ultimo cassetto del comò, estrasse lo scontrino dal portafoglio e lo posò vicino alla scatola: lo avrebbe restituirlo al negoziante o rivenduto. Ma presto si dimenticò anche dell’anello, e tutta quella storia gli tornò in mente, per un attimo, solo quando, un giorno di molti mesi dopo, rivide l’anello al dito di Sofia che civettava in salotto con le sue amiche e lo mostrava come fosse un trofeo.<br />
- Non ti dispiace vero se lo tengo io? – e Aldo rispose, è solo un oggetto.</p>
<p>Gli anni che seguirono furono calmi e prevedibili, anche nella malattia di suo padre che piano lo fece morire, e dopo la quale Samantha decise che in quella casa non poteva più starci e lei e Sofia se ne andarono. Per il funerale del padre Aldo non si fece cogliere impreparato: già da tempo aveva preso contatti con l’agenzia funebre, ed ebbe pure l’occasione di pensare anche a se stesso, vale a dire di usufruire di uno sconto del 25% sul prezzo di due bare.<br />
Nella casa ora vuota la vita di Aldo non avvertì grossi cambiamenti: lavorava sempre molto e spesso cenava in ufficio o, al rientro, faceva una sosta in autogrill.<br />
Una sera il Direttore lo convocò e gli disse che era licenziato. L’azienda stava attraversando una profonda crisi e necessitava di giovani leve con le quali rafforzare i ranghi.<br />
-	Ma lei è sempre stato un uomo tranquillo – aggiunse il Direttore – perciò tenga, tenga questa lettera di referenze, sono certo che troverà un altro posto con cui arrivare alla pensione, e Aldo disse, capisco signor Direttore lei è stato un ottimo Direttore e sono contento di essere cresciuto in questa azienda se adesso permette allora io andrei.<br />
Tornò alla scrivania a raccogliere le sue cose: una calcolatrice, l’agenda, e il piano ferie che aveva  pronto da sei mesi e che avrebbe dovuto consegnare tra dieci giorni lavorativi. Lasciando l’ufficio, Aldo fece due calcoli: il primo che gli mancavano tre anni per la pensione; il secondo che, nel frattempo, i risparmi accumulati nel corso degli anni gli avrebbero permesso di vivere dignitosamente senza dove per forza impiegarsi in un altro lavoro. E così fece: e i tre anni passarono e arrivò la pensione.</p>
<p>Un sabato mattina, mentre si apprestava a mangiare la sua colazione (caffé solubile e quattro fette biscottate), suonarono alla porta.<br />
Un giovane in salopette blu si presentò con il nome di Jonathan e disse che lavorava per una ditta che raccoglieva tutto ciò che la gente voleva buttare via. Il ragazzo precisò con enfasi che la raccolta era effettuata gratis e, a voler proprio ben vedere, chi si liberava di cose vecchie guadagnava spazio per cose nuove. Per tutto il tempo di quel discorso di presentazione, il ragazzo tese il collo e lo sguardo all’interno della casa.<br />
-	Se vuole le posso anche togliere la carta da parati visto che non va più di moda. Non sarebbe gratis ma se vuole le posso fare un buon prezzo.<br />
Aldo non rispose subito.<br />
-	Le propongo una cosa – disse al ragazzo.<br />
Il ragazzo sorrise e si fece attento.<br />
-	Lei venga qui una volta al giorno, diciamo ogni sera alle sette. Le farò trovare due pacchi con delle cose da portare via. Due pacchi al giorno per trenta giorni.<br />
-	Cosa? lei vuole veramente che io vengo qui tutti i giorni per un mese?<br />
-	La pagherò.<br />
-	Oh, beh, io&#8230; va bene. E quando dovrei iniziare?<br />
-	Inizierà domani. E le lascerò un paio di chiavi, così se non sarò in casa lei potrà entrare a prendere i sui pacchi.<br />
-	Affare fatto. Allora a domani, signor&#8230;?<br />
-	A domani.<br />
Il giorno seguente Aldo si svegliò all’alba e iniziò subito a lavorare. La prima stanza fu la cantina: c’erano vestiti e scarpe di sua madre e che suo padre si era ostinato a conservare. Mise tutto nelle scatole senza soffermarsi troppo sui contenuti – intravide molte lettere e foto alcune in bianco e nero – e portò le prime due scatole in sala da pranzo.<br />
Jonathan arrivò alle sette in punto. Aldo, pronto sulla porta, con le scatole gli diede anche un pugno di banconote.<br />
-	A domani – gli disse.<br />
Il ragazzo stava per dire qualcosa ma Aldo aveva già chiuso la porta.<br />
I giorni seguenti furono più o meno tutti uguali.<br />
-	Se io non rispondo, è sicuro di avere le chiavi per entrare? chiese Aldo una sera.<br />
-	Certo, signore, le tengo sempre con me anche se&#8230;<br />
-	Allora a domani.<br />
Terminata la cantina passò alla stanza del padre e della matrigna. Sul comò intravide la foto di un bambino e si riconobbe solo perchè qualcuno aveva scritto sulla cornice “Aldo a sei mesi”. I vestiti di suo padre erano ancora tutti nell’armadio e quando Aldo aprì l’anta si sentì schiaffeggiato dalla puzza di vecchio. Trovò anche qualche abito da donna e un pacco di lettere affrancate ma mai spedite. C’erano molte cose in quella stanza, cose di ogni tipo, ma Aldo inscatolò tutto senza perdere il ritmo, velocemente e con ordine.<br />
Jonathan arrivava sempre puntuale e il lavoro procedeva liscio; ancora pochi giorni e le scatole sarebbero state complete e la casa finalmente pronta.<br />
Dopo la camera del padre, Aldo passò alla stanza di Sofia. Era la stanza di una ragazzina, con qualche poster ingiallito sui muri e un orsacchiotto sotto il letto. Aldo si chiese come avesse fatto a vivere nella stessa casa con una bambina. Nella manciata dei secondi necessari a sigillare un primo scatolone con il nastro adesivo, Aldo constatò che non si ricordava le sembianze di questa Sofia, e si disse, si vede che non era importante. In quella camera non c’erano molte cose, e due scatoloni furono più che sufficienti.<br />
Raccolto tutto dalla stanza di Sofia, Aldo andò in cucina: dal tostapane alle tovaglie, pentole e pentolini, piatti, bicchieri e posate. Dopo la cucina, la sala: quadri e quadretti, mobili, la TV, la radio. Fece portare via pure il divano, e al centro della sala rimase solo una poltrona.<br />
Un giorno Aldo disse a Jonathan che invece dei pacchi, quasi ultimati, si sarebbe dovuto occupare di rimuovere tutta la carta da parati. L’avrebbe pagato di più.<br />
Per rimuovere la carta da parati fu necessario modificare gli orari di lavoro: Jonathan ora doveva iniziare alle nove del mattino e lavorava tutto il giorno. Terminato il lavoro della carta da parati, era da intendersi il ripristino dell’orario normale, cioè alle sette di sera. Aldo gli apriva la porta e poi andava in camera sua dove rimaneva fino a quando, a sera, Jonathan dalle scale diceva, a domani, e sentiva la porta chiudersi. Quando arrivò il giorno di togliere la carta dalle pareti della camera da letto di Aldo, Aldo uscì – andò prima in banca e poi in chiesa &#8211; e quando fece rientro Jonathan era già andato via e la sua stanza era senza pelle.</p>
<p>Arrivò il trentesimo giorno. Poco prima delle sette, Aldo Oriani si sedette sulla poltrona.  Sentiva di avere un po’ il fiato corto, ma guardò soddisfatto la stanza vuota, il nulla che era rimasto da fare: il senso di oppressione al petto non fu poi così doloroso né spaventoso. E quando sentì quel pugno di dolore – un minuscolo sole che rotola e brucia – irradiarsi dallo sterno fino alle spalle, Aldo era convinto che mai, specie in quell’attimo, avrebbe provato ogni cosa di quel niente, che mai potesse esistere un tale riflusso di rabbia e paure e umilianti solitudini, di desideri e gioie abortite; e quando il dolore dalle spalle corse lungo il braccio sinistro – una liscia bolla, piccina piccina &#8211; Aldo Oriani si lasciò impregnare dallo strazio di fronte al corpo morto di sua madre e dal pensiero di quanto fosse bella, la sua mamma, così perfetta nell’immobile respiro, così bianca di cera.<br />
Jonathan chiamò l’ambulanza; gli chiesero il nome dell’uomo che stavano portando via e il suo grado di parentela: il ragazzo rispose svelto: nessuno.</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Essere narratori cosmologici</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/28/essere-narratori-cosmologici/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 07:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/pincio.jpg"></a> di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p>La scienza mineraria ci insegna che la coerenza è una condizione caratterizzata da una fortissima coesione interna. L’incoerenza, viceversa, è connotata da scarsa o nulla coesione. Nell’incoerenza, a prevalere è il detrito non cementato, la scheggia, il frantumo, la deriva verso il granulo, la polverizzazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/28/essere-narratori-cosmologici/">Essere narratori cosmologici</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/pincio.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/pincio-221x300.jpg" alt="" title="pincio" width="221" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38261" /></a> di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p>La scienza mineraria ci insegna che la coerenza è una condizione caratterizzata da una fortissima coesione interna. L’incoerenza, viceversa, è connotata da scarsa o nulla coesione. Nell’incoerenza, a prevalere è il detrito non cementato, la scheggia, il frantumo, la deriva verso il granulo, la polverizzazione.<br />
Raccontare il presente – ma forse raccontare tout court – vuol dire dare coerenza all’incoerenza, radunare i frammenti esplosi e plasmarli in una forma, recuperare tutto ciò che è scoria espulsa dal senso, connetterla ad altre scorie ugualmente insensate e costruire quella scultura di parole – il romanzo e i racconti – in grado di risignificare l’insignificante. <span id="more-38260"></span><br />
<em>Lo spazio sfinito </em>di Tommaso Pincio, appena ripubblicato da minimum fax a una decina d’anni dalla sua prima apparizione per Fanucci, è un romanzo che ha la capacità di sintetizzare la difficoltà e la necessità di fabbricare sculture di questo genere e al contempo ci permette di risalire la corrente della narrativa italiana contemporanea facendoci comprendere che tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo all’immaginazione degli scrittori italiani è accaduto qualcosa, un sommovimento tellurico, una contorsione capace di riformare l’idea di romanzo mettendo in chiaro che la disgregazione non era più soltanto <em>del</em> tempo di cui si faceva esperienza ma anche – e soprattutto – <em>dentro</em> i diversi singoli sguardi letterari.<br />
Perché nel momento in cui il gioco degli “-ismi”, dei “post” e dell’epigonalità a tutti i costi si è esaurito, quando cioè si è smesso di essere i figli dei padri e i nipoti dei nonni e una serie di tradizioni culturali sono definitivamente implose (sono, finalmente, <em>sfinite</em>), prendere atto della natura dispersa ed entropica delle propria immaginazione è diventato imprescindibile. Traumatico, sicuramente, ma anche una grande occasione.<br />
Ed è in quel momento che Tommaso Pincio scrive un romanzo seminale, una scrittura che attingendo a una specie di vitalità originaria – condizione impressionante di alcune opere letterarie – ha la capacità di <em>aprire</em> se non di <em>spalancare</em> prospettiva e profondità di campo, di far guadagnare alla narrazione una forma che fino ad allora non c’era.<br />
Attraverso l’esplorazione della volta celeste compiuta da un Jack Kerouac perplesso e, alla lettera, <em>stralunato</em> – un personaggio che insieme a Neal Cassady, a Marilyn Monroe, a Norma Jeane e ad Arthur Miller è una buccia intenzionalmente svuotata della polpa e del nocciolo – Pincio dà forma a un romanzo che accoglie al proprio interno, non come guasto bensì come condizione ineludibile, la coscienza del fatto che da un certo momento in avanti <em>comprendere</em> contiene al proprio interno una quota di <em>incomprensione</em> delle cose (“Stelle parole…/ Stelle che mi parlate/ Non vi capisco” recita l’haiku che Kerouac compone mentalmente) e che, tutt’altro che costituire questo un problema, le logiche narrative possono essere antigravitazionali e la trama nella quale i non-personaggi galleggiano deve necessariamente essere autoironica, deve simulare se stessa, alludersi, fingersi senza mai sopravvalutarsi, senza mai farsi struttura cartesiana o calcolo perfetto.<br />
Forte di tutta questa vulnerabilità Pincio scaglia piano il suo Kerouac nello spazio dove, per conto della Coca-Cola Enterprise Inc., è incaricato di fare il controllore di orbite. Affrontare la solitudine siderale “a mani nude”, immerso in una sostanza “nero cosmo” per nulla dissimile dalla famigerata bibita dissetante, sarà il suo destino e la sua prigione. Il suo personale “space oddity”.<br />
Ma in un romanzo fondato sull’andirivieni – dei segni, dei nomi, delle forme, del senso –, un romanzo nel quale l’anomalia è la regola e la regola è una ghirlanda di immagini dove coesistono bocche specchianti, detriti di materia spaziale, bottigliette all’interno delle quali è incapsulata una “bolla” cometa, librerie strategicamente senza libri e mugolii animali che risuonano laddove nulla potrebbe o dovrebbe risuonare, l’unica prigione inespugnabile è il vuoto. Anzi, il Vuoto.<br />
<em>Lo spazio sfinito</em> è continuo, letterale, <em>sprigionamento</em> delle diverse possibili (e impossibili) accezioni della parola ‘vuoto’, della cosa ‘vuoto’, della sua percezione e della sua esperienza. Come in un vacuometro o in un catalogo dell’assenza di materia, in questo romanzo il vuoto (il Vuoto) è attesa, delusione, invisibilità e visione, presentimento e mancanza; il vuoto è arcaico, è classico ed è pop, riguarda Democrito ma anche James Dean, Torricelli, la meccanica quantistica e Cary Grant. Quel che è certo è che non è mai quello che sembra (“Se il Vuoto non è vuoto, perché lo chiamiamo così?”)<br />
<em>Lo spazio sfinito</em> è stato – è ancora – un libro in grado di ricapitolare il futuro nel momento in cui il futuro cominciava, un libro che ha intuito che quando tutto è sfinito non resta altro da fare che accettare la dispersione, accoglierla, scrivere nella dispersione. Raccontare il cielo, le contrazioni e i riverberi, gli spasmi le increspature i vortici. Essere narratori cosmologici. Dare coerenza all’incoerenza.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il manifesto <em>il 7 gennaio 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/28/essere-narratori-cosmologici/">Essere narratori cosmologici</a></p>
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		<title>Felicità</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/06/felicita/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 05:07:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[graziano dell'anna]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Graziano Dell&#8217;Anna</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/hockney.jpg"></a></p>
<p>Da quando l’anno prima si era trapiantato dal suo paesino del sud a Padova, non gli sembrava di ricordare un mattino così. Il sole batteva alla finestra proiettando un rettangolo sbilenco sul pavimento della stanza; un cinguettio indistinto – una taccola?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/06/felicita/">Felicità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Graziano Dell&#8217;Anna</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/hockney.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-37118" title="Woldgate Woods, 4,5 &amp; 6 December 2006" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/hockney-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a></p>
<p>Da quando l’anno prima si era trapiantato dal suo paesino del sud a Padova, non gli sembrava di ricordare un mattino così. Il sole batteva alla finestra proiettando un rettangolo sbilenco sul pavimento della stanza; un cinguettio indistinto – una taccola? una ghiandaia? – veniva dall’esterno. Forse era per questo che Tobi, lo spaniel color terra che aveva preso con sé per le battute di caccia (la sua più grande passione dopo formule e provette), era particolarmente su di giri. O che in qualche modo le narici del suo amico avvertissero l’odore del sole, l’imminenza della bella giornata?<span id="more-37117"></span></p>
<p>Paolo fece una doccia, si preparò un caffè e mando giù tre biscotti al malto; poi andò in bagno a lavarsi i denti. Fece attenzione a strofinare a fondo quelli di sotto, dove da qualche mese il bisogno di rimettere in riga tre incisivi affollati lo costringeva a tenere ventidue ore al giorno un apparecchio Invisalign. Il suo riflesso nello specchio gli sorrise. Quindi tornò in camera e indossò un completo di cotone blu-royal: una sciccheria e uno spreco, considerando che tra pochi minuti sarebbe quasi del tutto scomparso sotto il camice bianco d’ordinanza del Centro di Crioconservazione dei Gameti Maschili.</p>
<p>Ma era un tipo meticoloso, lui. Di una precisione ossessiva. D’altronde era il suo lavoro a imporglielo. E non era per questo che il direttore del Centro, dottor Boschi, che con piglio da eterno studente Paolo si ostinava a chiamare «il Professore» come ai tempi dell’università, gli aveva chiesto di entrare nella sua équipe di lavoro? Ricordava come fosse ieri il giorno in cui il docente l’aveva preso in disparte in un corridoio della facoltà di medicina per fargli la sua proposta. «Il Centro» aveva detto col tono neutro e monocorde di un bottegaio che mette in mostra la sua merce, «è un laboratorio all’avanguardia in tutta Europa. Naturalmente la maggior parte dei nostri pazienti è di origine italiana, ma vengono qui da noi fin dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna, dagli Stati dell’Est e, inutile che te lo dica, si tratta per lo più di coppie affrante, infelici o sull’orlo dell’annientamento, che hanno votato il resto della loro vita a un unico obiettivo: avere un figlio. Ora, il nostro lavoro consiste nel darglielo, questo figlio, o quantomeno nel tenere accesa nelle loro vite la fiammella della speranza; ma dal punto di vista strettamente medico la cosa è molto più prosaica. Provette. Noi facciamo provette. Le riempiamo, le analizziamo, le cataloghiamo, le conserviamo, le impiantiamo. Nessuna possibilità di errore è ammessa. Perché… dì un po’, hai idea di quanto possa arrivare a costare una causa civile con risarcimento per una coppia con problemi di fertilità che dopo anni di disperazione, viaggi, esami, operazioni e una spesa di migliaia di euro, per un futile scambio di materiali dovuto alla distrazione di un attimo si ritrova col figlio… <em>di un altro</em>? Un lavoro del genere» aveva concluso la transazione, «richiede una mente scrupolosa, senza cedimenti, esatta. Per questo la mia scelta è caduta su di te.» Paolo si era sentito sollevare mezzo metro da terra. Un lavoro, e che lavoro! E per di più in un momento come quello, con tutti i suoi amici e ex compagni di università che si dibattevano tra l’eterna promessa di un assegno di ricerca e le cuffiette microfonate dei call-center! Stentava a crederci. La felicità gli sembrava qualcosa di solido, corporeo – una biglia, un’arancia, un fiocco da regalo.<em> È lì</em>, pensò Paolo, <em>puoi toccarla. Basta che allunghi il braccio.</em></p>
<p>Guardò l’orologio: venti minuti alle otto, in perfetto orario. L’attacco di un’aria di Čajkovskij si diffuse dalla tasca destra dei pantaloni. Tirò fuori il cellulare; sullo schermo lampeggiava il logo della busta da lettere. <em>Già sveglio? Pronto per la partenza?</em> <em>Buona giornata, amore</em>. Digitò in fretta la risposta e salutò Tobi con un’energica, ruvida carezza sulla nuca; un minuto dopo le suole delle sue scarpe si affannavano sui pedali della bici in direzione del Centro.  </p>
<p>L’azzurro lindo, disteso del cielo era impensierito appena da qualche nube in transito; macchie di sole sulla rètina. Sotto il ponte di Riviera Paleocapa, tra i ciuffi d’erba alta, le acque del Bacchiglione si accendevano di cupi bagliori. Pedalò per via Canaletto e oltre fino a sbucare all’ombra di Porta Pontecorvo; sulla scalinata d’ingresso del Centro, in anticipo sull’orario di apertura, un gruppetto di pazienti.</p>
<p>Fu una mattina intensa. Intensa e gratificante. Per la prima volta il Professore gli concesse di praticare una biopsia testicolare. Un caso di oligozoospermia come ne vedeva ogni giorno; ma fino ad allora si era limitato ad assistere con gli altri colleghi il direttore del Centro o il suo assistente più vecchio, mentre stavolta fu proprio lui a eseguire l’operazione. La sua maniacale puntigliosità, il rischio di sbagliare e deludere il Professore sulle prime gli annodarono i muscoli e i tendini, ma la tensione si sciolse magicamente nell’istante esatto in cui incise  lo scroto col bisturi; tra le sue mani inguantate il taglio della lunghezza di una palpebra si schiuse in una riga di sangue e si allargò deponendo un uovo lattiginoso sul quale praticò un’altra incisione e da cui estrasse con una pinzetta un ciuffo di polpa; lo adagiò su una lastrina di vetro e da lì aspirò uno a uno gli spermatozoi, un mazzetto di larve danzanti. Tutto questo, chissà perché, gli mise addosso una specie di febbre. <em>Senti la vita, la sua nuda sorgente agitarsi sulla punta dei tuoi polpastrelli.</em></p>
<p>Alle 13.01 esatte andò in pausa come tutti i giorni. Tramezzino speck e brie e mela biologica. Nella sala d’attesa il televisore a parete trasmetteva il tiggì del secondo canale. Il Premier annunciava che la situazione economica era raggiante e la tenuta del governo fuori discussione; Paolo osservò che il discorso trionfale e il sorriso da réclame di dentifricio del Presidente contrastavano con l’accenno di blefarospasmo che gli sbatacchiava la palpebra destra e un bozzo più che sospetto sulla fronte (pseudoaneurisma?) grosso come una moneta da due euro. Risuonarono un’altra volta le note di Čajkovskij. <em>Tutto pronto, amore? Si parte? La tua Adri non sta più nella pelle. Baci.</em></p>
<p>Adriana era una studentessa di Bergamo al terzo anno di medicina. A catapultarla nella vita di Paolo era stata una conferenza sugli effetti nocivi della sauna sulla fertilità maschile tenuta qualche mese prima ad Abano. A quel tempo Paolo aveva chiuso da poco con Monica, un rapporto di amicizia dei tempi del liceo che era degenerato in un rapporto d’amore che, sotto un’incredibile mole di incomprensioni e accuse reciproche, era degenerato in un rapporto finito. Si erano lasciati a ridosso dell’ultimo Natale con lui che sbatteva la porta di casa sua e Monica che sbraitava alle sue spalle che tanto prima o poi sarebbe tornato da lei, che non ce l’avrebbe fatta a dimenticarla, che&#8230; <em>Ma a quanto pare è andata diversamente</em>. Così il giorno della conferenza quella specie di sesto senso che ha il destino aveva depositato Adriana sul posto accanto al suo. Sulle prime Paolo non l’aveva neanche notata, immerso com’era nell’ascolto del discorso di apertura del Professore. Poi una battuta scambiata con la studentessa al suo fianco, e una risatina chioccia e trillante come la caduta di un cucchiaino, avevano stuzzicato la sua attenzione. Da lì in poi sempre più spesso aveva spiato con la coda dell’occhio il profilo della ragazza accanto a lui: i lunghi capelli castani che arrivavano a carezzarle le spalle, la bocca piccola ma carnosa come l’infiorescenza di una pianta tropicale, la curva gentile del naso. Finché aveva cercato di rompere il ghiaccio chiedendole come trovava la conferenza. «Una barba!» era stata la risposta. «Voglio dire, tutti questi salamelecchi, queste smancerie, per non parlare delle arie da gran luminari che si danno i relatori. Come se in fin dei conti non fossero qui a parlare di… <em>cazzi</em>!» Di nuovo lo scampanellio di quella risata infantile. «Voglio dire, sono tutti un po’ troppo lei-non-sa-chi-sono-io, non trova?» Ma l’altoparlante scandì il nome di Paolo in sala: era il suo turno. Alzandosi, lui aveva rivolto un sorriso alle guance in fiamme della sconosciuta.</p>
<p>La sera stessa scoparono a casa sua. Selvaggiamente, con furia animale: morsi, schiaffi, unghie piantate nella carne; come se lo facessero dopo essersi desiderati per anni. Seguirono altri incontri e altre notti infuocate. Poi, di settimana in settimana, Adriana finì col lasciare il letto di Paolo ogni mattina più tardi. Gli dava la sveglia per il lavoro. Dava da mangiare a Tobi. Lo aiutava a pulire il fucile da caccia. A volte, anche dopo che lui era uscito, rimaneva lì per un pezzo a studiare per il prossimo esame; al terzo mese gli spazzolini da denti nel bagno di Paolo erano diventati due. Così un giorno – una domenica mattina di fine marzo, erano entrambi in camera mezzi svestiti e intontiti dal poco sonno – Paolo aveva chiesto ad Adriana di spegnere per favore il caffè di là in cucina, di abbassare il volume della tele e di diventare sua moglie. Lei aveva avuto un attimo di smarrimento, poi aveva risposto sì. Due giorni dopo, di comune accordo, avevano deciso di fare un salto al paese di Paolo, dove la futura moglie avrebbe conosciuto i suoi.</p>
<p><em>Tranquilla, tutto pronto. Pantaloni, magliette, ricambio di biancheria. La valigia è chiusa da ieri sera. Resta solo da preparare la borsa termica per il viaggio. </em></p>
<p><em>Non vedo l’ora! Che felicità! Non è vero che siamo felici?</em></p>
<p><em>Sì. </em></p>
<p>Il pomeriggio passò senza grandi sussulti; i soliti prelievi del seme e analisi di routine. Unico evento di qualche rilevanza un tizio che non riusciva a farsi bastare la propria immaginazione e il campionario di riviste osé che il Centro metteva a disposizione dei pazienti. Paolo decise di fare uno strappo alla regola e concesse alla moglie di entrare nel camerino del marito per «dargli una mano a concentrarsi». Quando lo raccontò ai colleghi – non al Professore, naturalmente – ne risero insieme. Alle 15.05 si sfilò il camice e lo appese all’attaccapanni della sala analisi.</p>
<p>Stranamente, nonostante le otto ore di lavoro, Paolo sentiva nelle gambe un’insolita energia. Pedalava per Prato della Valle – le statue sonnacchiose nel tepore dell’aria – quando una BMW gli tagliò la strada. Inchiodò con entrambi i freni, e il blocco istantaneo della ruota davanti fu lì lì per ribaltare la bici e farlo volare a testa in giù sull’asfalto. <em>Razza d’imbecille!</em> Gli ci volle più di qualche secondo per riprendersi dallo choc e imprecare contro la nube di gas di scarico dell’auto ormai scomparsa in fondo a Corso Vittorio.</p>
<p>Quando aprì la porta di casa, Tobi gli saltò addosso uggiolando. Paolo posò la valigetta di lavoro in soggiorno, poi andò in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Quindi si diresse nella stanza da letto con Tobi che insisteva nel suo assedio – <em>che cos’hai, bello? che c’è? perché non mi molli un po’?</em>  – ma s’irrigidì con la mano sulla maniglia della porta. Tornò in fretta sui suoi passi, in cucina. Prese dal tavolo le due mattonelle di ghiaccio chimico per la borsa termica e le infilò nel congelatore. Poi riattraversò il corridoio ed entrò in camera, caricò il fucile – un Beretta sovrapposto calibro .12 – e, inginocchiatosi nell’angolo tra lo scrittoio e la libreria, appoggiò la canna alla gola.</p>
<p><em>Non è vero che siamo felici?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>(dipinto della serie </em>&#8220;Looking at the Woldgate Woods&#8221; <em>di David Hockney</em>)</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>OLTREilMARginE : 11-14 novembre 2010</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 06:02:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/oltre_logo_head.jpg"></a><strong> </strong></p>
<p><strong>Festival di letteratura e migrazione</strong></p>
<p><em>Brescia, Borgosatollo, Castenedolo<br />
11-14 novembre 2010</em></p>
<p><a title="oltre il margine" href="http://www.5e6.it/oltreilmargine" target="_blank">http://www.5e6.it/oltreilmargine</a></p>
<p>a cura di Simone Brioni</p>
<p>Il Festival ‘OLTREilMARginE’ nasce con l’intento di presentare a Brescia, una delle città e provincie italiane con la più alta popolazione di immigrati, i principali protagonisti di quella che è stata chiamata ‘scrittura migrante’.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/04/oltreilmargine-11-14-novembre-2010/">OLTREilMARginE : 11-14 novembre 2010</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/oltre_logo_head.jpg"><img class="size-full wp-image-37064 alignnone" title="oltre il margine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/oltre_logo_head.jpg" alt="oltre il margine" width="282" height="300" /></a><strong> </strong></p>
<p><strong>Festival di letteratura e migrazione</strong></p>
<p><em>Brescia, Borgosatollo, Castenedolo<br />
11-14 novembre 2010</em></p>
<p><a title="oltre il margine" href="http://www.5e6.it/oltreilmargine" target="_blank">http://www.5e6.it/oltreilmargine</a></p>
<p>a cura di Simone Brioni</p>
<p>Il Festival ‘OLTREilMARginE’ nasce con l’intento di presentare a Brescia, una delle città e provincie italiane con la più alta popolazione di immigrati, i principali protagonisti di quella che è stata chiamata ‘scrittura migrante’.</p>
<p>La letteratura scritta da immigrati in Italia esiste da oltre vent’anni eppure ha ricevuto attenzione solo di recente nonostante l’evidente contributo dato da questi autori al panorama culturale contemporaneo italiano. Oggi molti di questi scrittori non sono più immigrati, ma risiedono da tempo nel nostro paese, occupandosi con impegno delle tematiche sociali e politiche più urgenti.</p>
<p>La prima edizione del Festival ‘OLTREilMARginE’ è dedicata al Corno d’Africa e precisamente a scrittori provenienti da ex-colonie italiane, quali Etiopia, Eritrea e Somalia. NeI corso dei quattro appuntamenti del Festival, che si svolgeranno dal 11 al 14 novembre tra Brescia, Castenedolo e Borgosatollo, si parlerà di letteratura, immigrazione e colonialismo attraverso incontri con scrittori e studiosi di questi temi, la proiezione di due documenti video e uno spettacolo teatrale.<span id="more-37063"></span></p>
<p>Il Festival verrà aperto giovedì 11 novembre alle ore 20.30 presso la Casa del popolo E. Natali a Brescia dalla proiezione della videoinchiesta del giornalista del settimanale “L&#8217;Espresso” Fabrizio Gatti <em>L’amico Isaias</em> alla quale seguirà un incontro con il professor Antonio Morone dell&#8217;Università di Verona, il sociologo Giovanni Franco Valenti e lo scrittore eritreo Hamid Barole Abdu.</p>
<p>Venerdì 12 alle ore 20.30 presso il Centro Saveriano di Brescia interverranno le scrittrici Ribka Sibhatu, Erminia Dell&#8217;Oro e Carla Macoggi, introdotte dalla sociologa Ramona Parenzan.</p>
<p>Per sabato 13 è invece previsto presso il Teatro Comunale di Borgosatollo alle ore 21 lo spettacolo teatrale <em>Regina di Fiori e di Perle</em>, scritto e interpretato dalla scrittrice italo-etiope Gabriella Ghermandi, che sarà accompagnata dal contrabbassista Edoardo Chiaf.</p>
<p>Il Festival si conclude nella serata di domenica 14 presso la Sala Civica dei Disciplini di Castenedolo con la proiezione alle ore 21 del documentario <em>La Quarta Via</em> di Simone Brioni e Graziano Chiscuzzu, dedicato alla scrittrice di origine somala Kaha Mohamed Aden, seguirà un incontro con un autore, la protagonista e la scrittrice Shirin Ramzanali Fazel.</p>
<p>Tutti gli incontri sono a ingresso gratuito.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/04/oltreilmargine-11-14-novembre-2010/">OLTREilMARginE : 11-14 novembre 2010</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Piccoli orsi polari crescono</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 12:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/orso-polare-1.jpg"></a>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Sono io, ho venticinque anni, e la laurea cento dieci e lode in scienze della comunicazione con tanto di stretta di mano finale per la tesi sulla fenomenologia dei reality show non impedisce al ragazzo in maglietta sudata di continuare a scaricare davanti a me scatole e scatole di cartone sul pavimento di una casa di produzione televisiva milanese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/">Piccoli orsi polari crescono</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/orso-polare-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36772" title="orso polare 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/orso-polare-1-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Sono io, ho venticinque anni, e la laurea cento dieci e lode in scienze della comunicazione con tanto di stretta di mano finale per la tesi sulla fenomenologia dei reality show non impedisce al ragazzo in maglietta sudata di continuare a scaricare davanti a me scatole e scatole di cartone sul pavimento di una casa di produzione televisiva milanese. Il ragazzo impila le scatole, le tira fuori dal furgoncino e viene ad accatastarle una sulle altre. Ed io guardo la geografia stropicciata della maglietta sudata del ragazzo, lo stato nazione della fatica che si espande sulle spalle, il tetris della muraglia di scatole allineate, ma ci ricavo niente, sebbene la tesi partisse da una citazione di Don DeLillo, un paio di righe sottolineate qualche mese prima sul romanzo <em>Underworld</em>: per capire il proprio tempo bisogna <em>guardare i cartelloni pubblicitari e le scatole di fiammiferi, i marchi di fabbrica sui prodotti, i segni particolari sul corpo, il comportamento degli animali domestici. Le cose sotto il nostro naso.<span id="more-36771"></span></em></p>
<p>Non dovrei, ma firmo la ricevuta di consegna, poi accompagno il ragazzo fuori dalla sede.</p>
<p>Il cielo di metà luglio è pulito, la testa rasata del ragazzo scintilla come una moneta. Alza una mano, restituisco il saluto. Sfrecciano le macchine con i finestrini chiusi, i palazzi tremano nell’aria bruciata, io sento nei polmoni la brace dell’aria di Milano, intrappolato qui per fare curriculum, uno stage con rimborso di otto euro al giorno pagato ogni due mesi.</p>
<p>Torno dentro, e Chiara ha la gonna cortissima, e nonostante i trentacinque gradi trattenuti fuori dalla spinta dei condizionatori, potrebbe essere maggio, un giorno di fine aprile, la dimostrazione che tutti i condizionatori non lavorano sulla temperatura ma sul tempo, introducono stagioni remote dentro il cuore infuocato di altre stagioni, e mentre le gambe lucide ormai abbronzate di Chiara infilano le scale e spariscono di sopra, potrebbe scoccare ancora il giorno della laurea, le promesse di un avvenire radioso contenute sotto la giacca elegante, la foto di gruppo con altri rappresentati di questa generazione che ancora non sanno nulla degli stage, del rimborso spese, delle gambe di Chiara, la luce dei loro occhi è quella delle grandi imprese, discutono la tesi con foga e una punta di commozione davanti al plotone annoiato dei professori in toga ed ermellino sulle spalle, non ci sarà un’altra volta per pronunciare con cognizione di causa il nome di Michel Foucault, Gilles Deleuze fuori da qui sarebbe un pilota di formula uno, Roland Barthes non è neppure contemplato, e il mondo sta arrivando, noi siamo il mondo, le gambe di Chiara è quello che rimane.</p>
<p>Serve una mano, chiede Andrea. Preferisco di no.</p>
<p>Andrea e gli altri stagisti sciamano lungo l’open space, tutta una fila di block notes, cellulari, jeans a vita bassa, magliette colorate di gruppi metal, capelli lunghi o corti, piercing sulla lingua per alcuni, i sopraccigli curati e lineari per tutti quanti, l’ombra del conformismo sotto l’aureola occidentale del Giovane Creativo, gli occhi rossi per le ore piccole fuori dal recinto dello stage.</p>
<p>Hai una cartina, mi chiede Rossella con i capelli sciolti. Mai fumato, dico io. Poi si accoda a tutti gli altri.</p>
<p>Sollevo la prima scatola, e li vedo chiudersi dentro la saletta tutta vetri dell’open space. Credo allora che Michel Foucault avrebbe versato lacrime amare sopra il maglioncino esistenzialista a collo alto, i suoi libri prevedevano già la forma pervasiva e totalitaria del controllo sociale, nell’open space tutti guardano tutti, ognuno è il piccolissimo arbitro del gioco altrui, una miriade di cartellini gialli e rossi alzati ogni momento, ma con la prima scatola tra le mani non ne faccio un dramma, nella saletta tutta vetri gli stagisti fanno <em>brainstorming</em>, una tempesta di cervelli che stenderà le linee guida per una nuova serie televisiva e/o per la più incontrollabile e virale delle campagne pubblicitarie, anche se da qui, muti e boccheggianti come pesci, sembrano tutti allegri e spericolatamente creativi, le idee più assurde coagulate sul block notes, la lista dei desideri immaginari.</p>
<p>Salgo le scale, porto la scatola da me. Poi torno ancora giù, e salgo infinite volte con altre scatole in mano, accatastando le scatole davanti alla mia postazione.</p>
<p>Prendo il taglierino, incido il ventre della prima scatola. Il parto cesareo funziona, e con delicatezza sollevo nell’aria condizionata il primo esemplare di una lunga serie di beta grigi e incellofanati. Sul beta, una specie di videocassetta dalle dimensioni maggiori, c’è scritto <em>La vita degli orsi polari</em>.</p>
<p>Il lavoro mi è stato affidato ieri. È arrivato il regista, e mi ha lasciato una copia della sceneggiatura. Dietro gli occhiali appannati per il sudore, dice Facilissimo, troppo facile. Sarà il documentario numero uno, il primo della mia vita.</p>
<p>Giorni fa, il regista, la troupe e un noto Personaggio Televisivo atterrano al Polo Nord. Truccano il Personaggio Televisivo e accendono la camera con il grandangolo, in modo da catturare la fortezza spaccata del ghiaccio, le infinite e impercettibili sfumature del ghiaccio incrinato.</p>
<p>Il Personaggio Televisivo parla degli orsi polari, indica gli orsi, puntualizza sugli orsi, sussurra Che teneri gli orsi!, si impressiona fino ai lucciconi davanti ai piccoli cuccioli bianchi appena partoriti da mamma orso, inorridisce per la ferocia predatoria degli orsi, si gira di schiena con le mani alle orecchie quando gli orsi macchiano di rosso il pelo bianco, ma di orsi non ce ne sono, non ci sono mai stati, quella non è terra per orsi polari.</p>
<p>In una mattina hanno girato solo <em>lanci</em> e <em>raccordi</em>. Poi spengono la camera, struccano il Personaggio Televisivo, prendono il volo di ritorno. Il regista arriva qui, e mi consegna la sceneggiatura.</p>
<p>Chiara passa davanti, e io capisco ogni cosa, le gambe di Chiara, le braccia di Chiara, le unghie laccate di Chiara, la fatalità che non c’erano soldi né tempo per girare con rigore scientifico la sequenza evolutiva degli orsi polari, così toccherà a me guardare più di cento documentari già esistenti sugli orsi, leggere la sceneggiatura e rovistare nei documentari, cercando le scene che il Personaggio Televisivo ha già commentato sulla crosta scricchiolante e ghiacciata del Polo Nord.</p>
<p>Infilo il primo beta nel lettore, metto le cuffie. Ruoto la manopola verso destra, e le immagini veloci e scomposte attraversano il televisore.</p>
<p>Nel primo giorno di visione faccio fuori <em>La vita degli orsi polari</em>, <em>Orsi e licheni</em>, <em>I lemming hanno le ore contate</em>, <em>Dura la vita degli orsi</em>, <em>Qua la zampa</em>, <em>Piccoli orsi polari crescono</em>, <em>Dove osano gli orsi</em>, <em>Il signore dei ghiacci</em>, <em>Cosa fare con l’orso quando l’orso è passato a miglior vita</em>, <em>Corteggiamento e riproduzione al polo nord</em>, <em>L’orso polare e le donne eschimesi</em>.</p>
<p>Tre giorni di visione forzata, e ho scovato, schedato, catalogato tutte le scene che il montatore dovrà poi legare ai lanci e raccordi del Personaggio Televisivo. Il regista sgrana un sorriso, mi chiede cosa manca ancora.</p>
<p>Sai la sequenza in cui l’orso polare esce dall’acqua e sale sul lastrone di ghiaccio fluttuate sul Mare glaciale artico, dico io. Quello.</p>
<p>Ci metto altri due giorni buoni. Guardo di nuovo i documentari archiviati, l’orso che sale sul ghiaccio è irreperibile. Scarto i beta uno a uno, e schiaccio play sul lettore.</p>
<p>Qualche giorno ancora e divento la leggenda dello stagista di ghiaccio fluttuante nelle chiacchiere da open space. Anche Chiara a un certo punto chiede che fine abbia fatto l’orso, e io rispondo come farebbe la sua rivista di riferimento, Non ho l’oroscopo favorevole.</p>
<p>Quando tutti se ne vanno, io rimango ancora lì, sebbene Chiara mi abbia mandato un messaggio, e il messaggio crepiti di una generosità illimitata.</p>
<p>Torno ai beta, e metto le cuffie. Dietro il televisore appaiono e mi guardano Michel Foucault, Gilles Deleuze, Roland Barthes, tutto il gruppo di giovani laureati con il completo elegante e la tesi stretta tra le mani. Infilo ancora un beta nel lettore e resto a guardare.</p>
<p>Per un attimo sembra sia passato qualcosa, il pelo bianco, gli occhi due bottoncini neri, tutta la forza scatenata e indolenzita dell’orso. Fermo il nastro, torno indietro, niente da fare.</p>
<p>Così, in una sera di metà luglio, seduto sull’iceberg incrinato dello stage, illuminato dal bagliore artificiale del televisore, trovo finalmente il coraggio per chiedermi dove sia finito l’orso, su quale lastrone di ghiaccio fluttui il giovane orso polare e la mia generazione, se l’orso polare e la mia generazione stiano ancora bene, quanto ne sa l’orso e la mia generazione della terra ferma, cosa intuisce l’orso polare e la mia generazione nello scricchiolio sinistro del lastrone di ghiaccio.</p>
<p>Vado avanti ancora, la serata finisce senza risultati. Il televisore mi restituisce innumerevoli distese ghiacciate, lastroni di ghiaccio spezzati sul Mare glaciale artico.</p>
<p>L’orso starà nuotando sott’acqua, i polmoni gonfi, il muso puntato chissà dove. Da qui non è possibile vedere oltre.</p>
<p><em>Questo racconto è stato pubblicato su &#8220;Il mese &#8211; supplemento mensile di Rassegna Sindacale&#8221; nel numero di maggio 2010</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/">Piccoli orsi polari crescono</a></p>
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		<title>L&#8217;Italia che non è in me</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 10:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia.gif"></a>di <strong>Tommaso Pincio</strong></p>
<p>La questione è un terreno minato. Pertanto si preferisce eluderla o ammantarla d&#8217;altro. È che ne siamo troppo intrisi. È quello che siamo. A prenderla di petto, ci vedremmo costretti a gettare il bambino prima ancora dell&#8217;acqua sporca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/litalia-che-non-e-in-me/">L&#8217;Italia che non è in me</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-36558" title="Italia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia-223x300.gif" alt="" width="223" height="300" /></a>di <strong>Tommaso Pincio</strong></p>
<p>La questione è un terreno minato. Pertanto si preferisce eluderla o ammantarla d&#8217;altro. È che ne siamo troppo intrisi. È quello che siamo. A prenderla di petto, ci vedremmo costretti a gettare il bambino prima ancora dell&#8217;acqua sporca. Nondimeno, è giusto rammentare la verità vera di quando in quando. Quella sepolta dai tanti strati di verità di comodo. Di cosa sto parlando? Ma della causa primigenia, naturalmente. Di ciò che precede la televisione scosciata e caciarona dei tronisti e delle veline, la tivvù a cui siamo soliti imputare gran parte delle responsabilità dell&#8217;attuale degrado. Non che il più vituperato fra gli elettrodomestici sia esente da colpe, intendiamoci, ma se è riuscito a tanto è perché esistevano i presupposti, le condizioni ideali, il terreno giusto per fare di noi un paese civicamente irredimibile.<span id="more-36557"></span><br />
So bene che calcando la mano su un simile tasto mi accodo alla pletora strabocchevole dei grilli parlanti. Ma posso farmene una ragione, sono in nobile compagnia. Dall&#8217;Italia «non donna di province, ma bordello» di dantesca memoria al «tugurio i cui proprietari sono riusciti a comprarsi il televisore», che è come Pasolini vide l&#8217;Italia in un&#8217;intervista del 1963, l&#8217;invettiva contro il proprio paese è un genere di discorso antichissimo e mai caduto in disuso. Probabilmente, il genere italiano per antonomasia. È a tal punto italiano che neppure chi riveste cariche pubbliche sa resistere alla tentazione, fregandosene che il ruolo presupponga altro contegno.</p>
<p>Recente il caso di un ministro messo nell&#8217;angolo per via del putiferio scatenato del maldestro tentativo di appellarsi al legittimo impedimento. Qualcuno ricorderà: raggiunto telefonicamente da un&#8217;emittente televisiva, il ministro rilasciava la testuale e per nulla edificante dichiarazione: «È una cosa indecente. Non ho mai visto l&#8217;Italia, dopo che ha perso i mondiali, che se la prenda con me!» Mettere sullo stesso piano la squallida esternazione di quel ministro e i versi del sommo poeta potrà apparire blasfemo, nondimeno vi prego di seguirvi nel mio ragionamento, prestando attenzione alla lingua.</p>
<p>Preso dalla foga, mosso dall&#8217;indignazione, al ministro si è accartocciata la sintassi. Nelle sue accalorate parole, il soggetto della frase ha finito per comprendere ogni cosa. Nella parola Italia si sono trovati a convivere la nazionale di calcio e il popolo dei tifosi. Ma non solo, quel pronunciare «Italia» comprendeva pure il popolo tutto, e la parte di popolo che punta il dito contro un servitore dello Stato che vorrebbe tanto impegnarsi nel proprio dovere. L&#8217;Italia era poi anche la gente in senso ideale (ideale per il ministro, ovviamente), la gente che dovrebbe stare al suo posto e badare ai fatti propri o al massimo a quelli del calcio. L&#8217;Italia era infine la premessa per cui una tale considerazione degli italiani e della cosa pubblica, benché sconfortante, rientra nella normalità; la normalità italiana. Col suo pasticcio di grammatica l&#8217;ex ministro ha involontariamente espresso la ragione per cui ormai non ci indigniamo più, il motivo per cui diamo per scontato il degrado. Ed è la voglia di assoluzione, il motivo.</p>
<p>Quando noialtri sapientoni del ceto pensante ci scagliamo sui guasti prodotti dalle cosiddette armi di distrazione di massa denunciamo certamente uno stato di cose. Facciamo però anche altro. Sebbene non sia questo il fine cui tendiamo e sebbene sentiamo di non averne bisogno, facciamo in sostanza quel che ha cercato di fare il nostro: rivendichiamo il diritto di assolverci. Perché quando diamo del bordello o del tugurio all&#8217;Italia di fatto marchiamo un confine tra noi e il paese in cui viviamo. Al di qua ci siamo noi, che non siamo come voialtri. Al di là ci siete voialtri, che (purtroppo per noi) siete come siete. Non che manchi un fondo di verità. Se mancasse, una simile semplificazione non avrebbe potuto affermarsi tanto agevolmente. Il guaio è che nell&#8217;affidarci a spiegazioni di questa natura ci scordiamo di soppesare l&#8217;importanza dei simboli. Stigmatizzare un andazzo riprovevole, ricorrendo a metafore forti come quella di bordello, in sé non sarebbe un problema, anzi. Devastante è il modo in cui tendiamo a esprimerci, il riferirci al nostro paese in terza persona. È il dire, o meglio il premettere «Italia», il problema. L&#8217;Italia è un bordello, l&#8217;Italia è un tugurio, l&#8217;Italia se la prende con me.</p>
<p>«L&#8217;Italia è un&#8217;espressione geografica» diceva Metternich. Anche qui sussiste un fondo di verità, ma può andare bene per lo straniero che vede l&#8217;Italia come un luogo fisico, colmo di bellezze naturali e siti monumentali, degno di interesse a dispetto dei suoi abitanti. Noi che ci viviamo siamo costretti a una prospettiva diversa. Pur accettando e alimentando l&#8217;idea del Belpaese, dobbiamo fare i conti con ciò che che non va. E a forza di fare i conti, ci siamo abituati a pensare l&#8217;Italia come un luogo retorico, una metafora per mezzo della quale, a torto o a ragione, dare voce a ciò che, di volta in volta, avvilisce, indispone, indigna. La facilità con cui ci abbandoniamo all&#8217;invettiva scaturisce proprio dalla nefasta abitudine di usare l&#8217;Italia come un contenitore di immagini di ogni sorta. Ma un vaso che contiene di tutto può diventare tutto fuorché un simbolo. E infatti l&#8217;Italia non è simbolo di nulla o quasi. Quando la si nomina è sempre necessario precisare quale Italia: se l&#8217;Italia in quanto Stato, se l&#8217;Italia in quanto malcostume, se l&#8217;Italia in quanto nazionale di calcio e così via. Sottinteso e pleonastico resta però un punto: l&#8217;Italia non siamo noi.</p>
<p>Avete presente il modo in cui i protagonisti di Lost parlano dell&#8217;isola in cui hanno avuto la sventura di precipitare? Non ne parlano come di un semplice luogo in cui sono finiti, non la vedono come un pezzo di terra conficcato nel nulla dell&#8217;oceano. La chiamano l&#8217;Isola e si rivolgono a lei in terza persona. L&#8217;isola è questo, l&#8217;Isola fa quello. E quello che l&#8217;Isola è e fa è invariabilmente di natura malevola o comunque ambigua, sfuggente, anche quando sembra fare del bene ai suoi ospiti. L&#8217;isola è aliena agli isolani per caso. Ebbene, la maniera in cui noi ci rivolgiamo al nostro paese non è tanto diversa. Similmente ai naufraghi di Lost che si affannano alla ricerca di un sistema per andarsene, la Penisola è un luogo solo in apparenza abitabile e ubertoso, tant&#8217;è che abbiamo eletto a dimensione quasi eroica una categoria molto particolare di persone, quella dei navigatori, dei migranti, dei cervelli in fuga, di coloro che cercano il proprio destino altrove. Discorso a parte meriterebbe poi la figura dell&#8217;exul immeritus che da Dante a Craxi (mi si perdoni l&#8217;ennesimo accostamento urticante) è un altro filo rosso della nostra Storia e incarna il perenne conflitto tra l&#8217; individuo e le istituzioni avverse, ingiuste, inquisitorie.</p>
<p>Esiste una minoranza, peraltro esigua, poco propensa ad accettare di buon grado che nei luoghi in cui si svolgono attività fondamentali per la comunità, quali la trasmissione del sapere o l&#8217;amministrazione della giustizia, campeggi inamovibile qualcosa che con uno Stato di diritto ha poco da spartire: il crocefisso. Dubito fortemente però che abbiamo il diritto di dolerci se la nostra identità nazionale è rappresentata da un simbolo religioso. Le nostre sono lacrime di coccodrillo. Il parlare in senso figurato, così connaturato alla nostra lingua, al nostro pensare, ci ha reso certamente arguti e machiavellici. Ci ha però anche predisposti allo scetticismo, privandoci di simboli credibili, di luoghi in cui riconoscersi. Può forse Dante identificarsi in un bordello o Pasolini in un tugurio o un ministro in un paese che se la prende con lui?</p>
<p>Capita che il malessere per lo stato in cui versa la nostra parola emerga in quella frangia del ceto pensante che più è sensibile al problema, gli scrittori. In un molto discusso memorandum di qualche tempo fa, Wu Ming 1 affermava la necessità di rigettare il «perdurante abuso» dell&#8217;ironia, tipico di un certo tipo di letteratura. Ancor prima, in occasione del convegno Scrivere sul fronte occidentale, Tiziano Scarpa prendeva le distanze da atteggiamenti ironici e autoironici. In entrambi i casi (e non sono gli unici), il ripudio dell&#8217;ironia scaturiva da una contingenza precisa, l&#8217;esautoramento della cosiddetta metafiction di stampo postmodernista. In senso più ampio, ed è questo l&#8217;aspetto più interessante, ripudiando l&#8217;ironia si reclamava un parlare più vivo e partecipe, meno anaffettivo. Empatico, per dirla con una parola che, malgrado mi risulti indigesta, rende bene l&#8217;idea. L&#8217;esigenza era e resta motivata. Ma il bersaglio non è del tutto centrato. Contingenze a parte, l&#8217;ironia non è mai stata un piatto forte della nostra cultura. Dal Pasticciaccio di Gadda a Niccolò Ammaniti, che comunque lo si voglia considerare è tra gli autori più rappresentativi di questo tempo, il vero tratto dominante è il grottesco, al massimo velato di sarcasmo. Una nota di colore che ritroviamo a profusione pure nel cinema, in quel genere specificamente nostrano, nonché l&#8217;unico vero sopravvissuto alla moria del grande schermo, noto come commedia all&#8217;italiana. L&#8217;ironia è cosa diversa. Scarseggia ed è poco tollerata.</p>
<p>Dietro la grande diffusione del grottesco, che è poi l&#8217;altra faccia dell&#8217;invettiva contro l&#8217;Italia, è per l&#8217;appunto acquattato il male che ci ammorba, la morale cattolica. E qui poco c&#8217;entrano Chiesa e fede religiosa, giacché, ripeto, è solo all&#8217;etica che mi riferisco, alla morale che ha intriso tanto credenti che laici e di cui entrambi hanno imparato a servirsi per uso personale, in spregio all&#8217;interesse comune. E in soldoni, la morale è questa: il libero arbitrio assoluto non esiste. Ci è concesso soltanto un arbitrio di tipo condizionato perché per natura (oserei dire, per costituzione) siamo peccatori. Il riscatto passa perlopiù per la strada dell&#8217;Ego me absolvo: ammetto alcune colpe (quelle che io considero tali), ma ammettendole le faccio anche mie, ovvero le spiego e le giustifico, elevandole di fatto al di sopra del comune peccare, al peccare dell&#8217;Italia che non sono io e che nonostante le mie colpe seguito a biasimare.</p>
<p>Ma se davvero sono un peccatore, quanto può valere la mia condanna del male? E quanto il mio pentimento? In pochissimi paiono porsi il problema, ma la nostra stupefacente abilità nell&#8217;inventare figure retoriche deriva proprio dal fatto che siamo noi stessi i primi a dubitare della nostra parola. È questo scetticismo che ci rende allergici all&#8217;ironia e al contempo malati di grottesco. Finché seguiteremo a parlare della Penisola come i naufraghi di Lost, il destino è segnato. Ed è un destino poco rassicurante: ha il volto rabbioso di un novello crociato che urla all&#8217;Italia, raccolta nel proprio tugurio davanti al televisore. «Possono morire, possono morire, possono morire, il crocifisso resterà nelle aule delle nostre scuole» strepita il crociato dimenticandosi dei tribunali, anch&#8217;essi addobbati col crocefisso. O forse no. Magari lui e i suoi amici hanno in programma di chiuderli. In fondo, in un paese di peccatori disposti ad assolversi sono uno spreco di denaro pubblico. E lo dico senza ironia.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Manifesto&#8221;, 1 settembre 2010.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/litalia-che-non-e-in-me/">L&#8217;Italia che non è in me</a></p>
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		<title>La ricostruzione non finisce qui</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 05:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=35632</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/umberto1.jpg"></a></p>
<p>Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini, i monumenti, le linee dei palazzi. Le generazioni, le moltitudini, le comunità internazionali. Scioglie i minuti ed i millenni. Le gru immense sulle spianate da ricostruire e ripopolare. Scioglie il tardissimo impero e i campi rom.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/">La ricostruzione non finisce qui</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/umberto1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-35653" title="umberto1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/umberto1-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<p>Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini, i monumenti, le linee dei palazzi. Le generazioni, le moltitudini, le comunità internazionali. Scioglie i minuti ed i millenni. Le gru immense sulle spianate da ricostruire e ripopolare. Scioglie il tardissimo impero e i campi rom. Gli americani sotto i cappelli di paglia, i bambini nelle carrozzine, il trucco delle ragazze romane. Scioglie i vecchi con la camicia aperta, gli uomini nella pozza elegante del completo scuro, i pakistani con le rose in mano e il fazzoletto bagnato in testa. La riga di formichine rosse sull’asfalto fuso. E anche io mi sciolgo. Io sono questa cosa che galleggia nell’aria, la scintilla che arde e brucia mentre aspetta il 36 o il 90 Express, questa piccola pozza umana che gocciola ed evapora davanti una fermata sulla via Nomentana, dimenticato nell’estate nucleare ed atomica del 2009. Nessuna ombra. <span id="more-35632"></span>Neanche ricordo cosa sia l’ombra e il riparo. Il miraggio è via Capraia, i giardinetti rinsecchiti, l’appartamento in affitto, il frigorifero dove infilare la testa e congelare i pensieri. Custoditi a quattro gradi centigradi, in ordine per intensità e incidenza sulla storia universale, i pensieri attendono il loro turno. Nel tremolio dell’aria, si avvera il 36. Ci salgo su, ci salgono tutte le mie molecole sciolte nell’aria, una per una ci salgono, ricompattandosi e prendendo forma in questa cosa che sono io, nei miei jeans e nella mia maglietta, una cosa unica e seriale nell’aria condizionata del 36. Chiude le porte, trema e riparte. L’autobus crepita. Le molecole dei passeggeri appena saliti scalano l’aria, ruotano e luccicano. Gli esseri viventi sono questo pulviscolo, questo movimento discontinuo e disordinato, il calore ed il movimento nella luce dorata. Si sta schiacciati, e l’unica fuga è impennare lo sguardo, guardare il pulviscolo scendere sulle teste e sulle mani, sulla plastica a cui appendersi, nell’aria rovente quando le porte si aprono. Una fermata, la gente scende. L’autobus scarica i passeggeri e la libertà delle molecole. Scarica tutti tranne lui. Dentro i miei jeans, nelle mie All Stars consumate, non ci credo. Stento a crederci mentre le porte si chiudono, la folla si dirada, e lui appare nell’aria condizionata del 36. Non lo avevo notato prima, ora è davanti a me. È un fantasma. L’Italia che non sparisce e ritorna. La copia a colori del protagonista del film girato a Roma da Vittorio De Sica nel 1952. È Umberto D.. Non ha il cappello, né il cane Flik al guinzaglio. Non è esattamente lui, ma è come se lo fosse. Il neorealismo è questa piccola figura in giacca e cravatta, la miniatura umana in cui l’Italia si rispecchiò un tempo, questa creatura solitaria che osserva la città sciogliere e svanire dal finestrino. Mi chiedo quanti anni abbia. Immagino quest’uomo girare sotto il sole, lungo le strade romane, contando i sanpietrini e annotando nella memoria i tatuaggi dei ragazzi. Immagino la copia a colori di Umberto D. tornare a casa, senza parlare con nessuno, gli occhi grandi e inconsapevoli, troppo antico e vero per comprendere la manifestazione sotto l’ambasciata dell’Iran o le urla dei ragazzi in coda per un casting televisivo. Una figura cinematografica e preistorica, inconsapevole del mondo e di Giulio Andreotti, delle parole del Presidente del Consiglio che lo valutarono come una carie sul sorriso luminoso e progressista dell’Italia, “<em>la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale</em>”. Non ha i capelli bianchi, i baffi non sono virgole sul discorso muto delle labbra. Mentre le porte si aprono, e le persone rimangono incantate dall’aria confezionata dal 36, guardo i suoi capelli radi, la desertificazione sulla testa, il piccolo riporto che Il Nuovo Umberto D. liscia di continuo, come se la sua esistenza e la sua onorabilità dipendessero da questo gesto furtivo, dalla cura degli ultimi capelli trattenuti, piccole vedette del destino di quest’uomo e di questa nazione. Lo guardo nella sua divisa da funzionario ministeriale in pensione. Il completo stirato, la cravatta e la giacca tra il grigio e il verde, la borsa di cuoio consumato. Lo guardo nella sua piccola e placida e inconsapevole esistenza. Vorrei mettergli le mani al collo. Immagino me stesso, nei miei jeans e nella mia maglietta, scendere dove scende il vecchio e aggredirlo alle spalle. Stringergli le mani al collo urlando perché è ancora qui, perché non ci lascia in pace. Stringo le mani e vedo la bocca del 1952 spalancarsi, gli occhi del neorealismo uscire dalle orbite. Non è un fantasma. È vivo, è qui, il collo trema sotto le mie mani. Schiaccio la sua testa contro il muro. Sento l’inno di Mameli scendere dal cielo, i piatti e la fanfara risuonare nell’aria. Sollevo lo sguardo al cielo. La copia a colori di Umberto D. è l’Italia, l’Italia del dopoguerra da ricostruire, l’Italia che non è mai stata ricostruita davvero, il paese dei fantasmi che girano per strada e salgono sugli autobus. Scendo in via Capraia, rimango a guardare il 36 filare via, Umberto D. dietro il finestrino. Io sono questa scintilla dell’Italia che arde e brucia. Nel 1952, un attimo prima che si espanda sullo schermo la parola fine, il protagonista del film di De Sica tenta il suicidio. Non ci riesce. Il cagnolino neorealista Flik, l’unico essere vivente che lecca Umberto D., scodinzolando trascina fuori l’uomo dalle secche del peccato capitale. Nell’estate del 2009 è Umberto D. a girare per le strade romane, con un ossicino in tasca, chiamando a voce alta il suo cane, inseguendo e valutando i cani che incontra nei giardini. Flik non tornerà a casa. Flik si è lasciato andare nel Tevere. Non ne poteva più della mano neorealista che lo accarezza, dell’Italia mai finita di ricostruire che ritorna sempre, di questa Italia inconsapevole del mondo che cammina per strada sognando il suicidio. Salgo a casa. Mi spoglio. Infilo la testa nel frigorifero. Tutti i miei pensieri, freddi e in ordine, mi guardano.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Questo racconto è risultato finalista al concorso “Roma, la violenza che viene”, organizzato dalla rivista “Accattone” e da “minimum fax live”</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-ricostruzione-non-finisce-qui/">La ricostruzione non finisce qui</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La bacchetta magica</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 07:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/san-siro.jpg"></a><br />
di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p>Io per sei giorni su sette inscatolo nella ditta di stoccaggio dove mi hanno assunto, vicino ai Navigli, un posto di merda siamo in tre quando uno si ammala si lavora in due però il numero di inscatolamenti rimane quello.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/15/la-bacchetta-magica/">La bacchetta magica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/san-siro.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/san-siro.jpg" alt="" title="san siro" width="454" height="323" class="alignnone size-full wp-image-31685" /></a><br />
di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p>Io per sei giorni su sette inscatolo nella ditta di stoccaggio dove mi hanno assunto, vicino ai Navigli, un posto di merda siamo in tre quando uno si ammala si lavora in due però il numero di inscatolamenti rimane quello. Ma quei sei giorni lì, a inscatolare nella ditta di stoccaggio, non contano nulla, io esisto solo un giorno alla settimana, il settimo, alla domenica che vado allo stadio a tifare per il Milan.<br />
All’inizio scavalcavo, che non è difficilissimo. Tu te ne vai dietro, punti un piede sul basello della remata, ti tiri su, e sei dall’altra parte. Poi corri. I controllori e la sicurezza lo sanno, lo mettono in preventivo che ogni cento duecento paganti c’è il portoghese. Se ne sbattono di rincorrerti. Non ti cagano proprio. Io andavo nella sud e lo stadio mi si apriva di fronte e mi sentivo il re del mondo. In realtà non contavo un cazzo di niente perché me ne stavo per tutta la partita schiacciato nella mia cesta, non mi ritenevo neanche buono a cantare.<br />
<span id="more-31684"></span><br />
A quei tempi il mio coro preferito era: FORTE DESAILLY, FORTE DESAILLY, FORTE DESAILLY. Io zitto, ai margini della curva, fuori dal rebelot. Però inizio a conoscere tutto: facce, atteggiamenti, gruppi. Una volta mentre corro su per le scale, dopo aver scavalcato, mi sento trattenere per la collottola del giubbetto, cazzo è dico, che qui lasciano sempre passare, mi volto c’è uno enorme che controlla i biglietti mi tiene appeso per il giubbetto, allora io gli faccio un nome e lui mi lascia andare. Perché se conosci i nomi giusti entri sempre. E dentro c’era la squadra più forte del mondo mica cazzi, che nel 1993 s’è fatto anche il double scudetto-champions, trovamene un’altra di squadra italiana che c’è riuscita in tempi recenti. Poi alla fine di una partita mi arriva un calcio in culo. Mi giro e impallidisco. Mi dice cazzo fai il mio nome a quelli giù. Io zitto. Lui altro calcio in culo, che ho pensato adesso mi massacra perché capitava spesso che i capi ammazzassero di botte qualcuno, punirne uno per educarne cento dicevano. Mi dice porcozzio, non ti conosco nemmeno. Porcozzio, non t’ho mai visto a una trasferta e a malapena t’ho visto qui. Ho beccato altri calci in culo poi m’hanno detto o prendi la tessera della Fossa o se torni ti ammazziamo di botte. Ho preso la tessera ma ho continuato a saltare le trasferte. Cioè ogni tanto andavo, ma a me mi piaceva soprattutto il Milan a Milano nella Scala del calcio. A me il calcio non mi piace, per me starei girato tutto il tempo dando le spalle alla partita, come fanno loro, i capi curva, ma il problema è che non contavo un cazzo e dovevo guardare la partita e cantare. Adesso, con la tessera, che poi era la tessera del gruppo ultras storico della sud, e c’avevo anche un regolare abbonamento grazie alla tessera ultras, cantavo a squarciagola. Intanto il Milan s’era seduto sugli allori, si guardava allo specchio, un anno non arrivammo neppure in UEFA. Cantavamo: DONNE E MOTORI GLI UNICI VALORI. Marcel Desailly si mise a piangere e Capello, quello che infilò quattro petardi nel culo al Barcellona di Cruijff, se ne andò dalla nostra vita.<br />
Faccio 1800 scatole al giorno circa. Cosa ci sia dentro neanche mi preoccupo di saperlo. Potrebbero essere surgelati, schede integrate per pc, profilattici. La roba ci arriva già inscatolata. Noi dobbiamo mettere la scatola dentro a un’altra scatola. Proprio così, da non crederci che cazzo di lavori esistano. Vabbè c’è anche la parte del raggruppamento, fissaggio e stoccaggio, ma essenzialmente io faccio 1800 scatole al giorno per sei giorni e il settimo vado allo stadio.<br />
Però da quando c’avevo la tessera ultras e l’abbonamento alla sud io anche lì era tutto un obbedire, un servire una causa che non mi apparteneva. E canta, e salta, e segui le trasferte. E i ragazzi di qua e i ragazzi di là, che i calciatori li chiamano ragazzi. Quello non sta bene, quello ancora non rientra dall’infortunio al crociato, quello sta sul cazzo allo spogliatoio, quello ha messo incinta la donna del capitano. Si doveva sapere tutto, tenersi aggiornati. Ma io allo stadio mica ci andavo per quello porcoddio. Io ci andavo per sentirmi libero, per guardare l’erba dall’alto e pisciarci sopra e loro invece volevano comandarmi a bacchetta. Cioè io già ero un operaio, che gli operai esistevano ancora solo che non andavano più di moda, tutti parlavano dei call center o dei giargianesi clandestini che volavano giù dai tetti dei cantieri, e dovevo fare l’operaio anche alla partita?<br />
Non esiste mi sono detto. Allora ho respirato bene e mi son chiesto cosa volessi veramente dalla mia domenica e mi sono fatto due conti in tasca. Mi sono fatto ancora un paio di stagioni in curva perché dovevo mettere da parte i soldi, ma la mia decisione l’avevo già presa. L’abbiamo messo nel culo alla Juventus in coppa campioni, che noi l’Europa ce l’abbiamo nel dna, e poi ancora abbiamo vinto uno scudetto facendo mangiare la polvere a Totti e compagnia. Cantavamo ai romani trucidi: SIETE VOI SIETE VOI LA VERGOGNA DELL’ITALIA SIETE VOI. Dopo, mi sono messo da parte abbastanza soldi, praticamente non avevo più speso niente, andavo avanti ad arance e avevo un paio di pantaloni soltanto. Insomma, io mi sono fatto l’abbonamento nei distinti. Primo anello, poltroncine rosse. Vaffanculo. La prima volta che ci sono entrato, invece di passare dalla sud che mi tornava meglio ho fatto il giro lungo, sono passato dalla nord perché avevo paura qualcuno mi riconoscesse. Avevo tagliato le basette, che io per tutta la curva ero Fulmine per via che una domenica mi ero presentato con la basetta tagliata aggressiva a punta, e poi mi ero comprato dei vestiti nuovi. Roba leggera, lino quelle robe lì. C’avevo riflettuto, mica potevo andare al primo anello rosso vestito come un pezzente. Solo le partite casalinghe, fanculo le trasferte da poveri sfigati a puzzare di treno e a beccarsi le bombe carta negli stadi e le manganellate nelle stazioni. Potevo sentire l’odore del prato appena tagliato tanto ero vicino al campo. Primo anello rosso, settore R, roba da 150 € a partita, 2000 € all’anno. D’inverno mi son preso un paltò di lana blu, da signore, mi son messo una sciarpetta argento al collo e l’ho abbinata a maglioncini, camicettine e pantoloncini tutti di pregio, velluto, cashmere.<br />
Lo stadio è lo specchio delle classi sociali. Ci sono i poveracci stipati nelle curve verde e blu che non vedono un cazzo, c’è la gradinata arancio di fronte che vorrebbe ma non può, per vedere vedono bene, ma gli manca il nostro lusso, la tribuna stampa e autorità. Il tutto diviso su tre anelli, quelli del terzo, non c’è colore che tenga, son tutti degli stronzi minorati mentali. Cazzo ci vai a fare allo stadio per recitare consapevolmente la parte del gregario. Non lo sai, che è proprio grazie a te, anello terzo del cazzo, che la gente come me quando va alla partita si sente bene perché si guarda intorno prima del fischio d’inizio e pensa io sto al primo non al terzo? Quelli del terzo pagano per dare piacere a noi del primo. Pagano per essere inferiori e per farci sentire superiori. Ma alla fine anche i curvaioli, o quelli di gradinata, son tutti lì in questa messinscena del cazzo per noi gente abbiente, di un certo livello.<br />
Allora ho preso una botta, sembravo drogato. Mi son fatto l’orologio d’oro, che quando mancavano pochi minuti dovevo farlo vedere ai miei vicini con cui ogni tanto scambiavo qualche parola scazzato, scazzato perché fa snob. Sono sempre da solo, penseranno che mia moglie la domenica preferisce andare a qualche vernissage, o starsene sul divano con le sue amiche ricche altrettanto troie delle ragazze in curva, ma a cui bisogna dare del lei. Anche mentre le chiavi magari. Non so com’è, non ci sono mai andato forte con la figa. Niente dané niente figa. In curva c’era una, puffetta si chiamava, che la dava a tutti dicevano. Dicevano che se tu le mettevi una mano sul culo durante la partita, alla balaustra della curva, lei ci stava con tutti. Puffava con tutti, dicevano, a presa di culo. Una volta gliel’ho messa anch’io la mano sul culo. Puffetta s’è girata e ha detto oh cazzo fai, vedi di filare. Meno male che doveva puffare con tutti. Ce n’era un’altra che mi piaceva. Si chiamava Sheva perché quando Sheva prima di andarsene al Chelsea venne in curva, riuscì ad abbracciarlo e grazie a quel gesto andò anche sui giornali. Ma non mi ha mai cagato zero. Puntava in alto Sheva. Voleva andare coi capi, non le importava niente delle mezze seghe come me, soldati semplici. Se solo ora potesse vedermi la domenica, ma le nostre zone sono troppo distanti per distinguere le facce. Sheva non può vedere la nuova versione di Fulmine, la gente sogna in piccolo cazzarola, a lei le basta farsela coi vertici della curva di merda, non capisce, forse non sa, che oltre quella curva c’è tutto un mondo di gente superiore. Vaffanculo.<br />
Poi ho voluto esagerare. Mi son detto ma perché accontentarsi del primo anello rosso quando posso andare in tribuna? Un piccolo sforzo economico in più, la cinghia tirata per tutta la settimana e si può fare. E l’ho fatto, una cosetta da più o meno 3500 € a stagione. E poi non basta pagare. Devi conoscere bene, devi aver frequentato bene. Io non conoscevo nessuno e non avevo frequentato nessuno perché tranne che per quelle due ore allo stadio io quella gente lì potevo vederla solo col binocolo, ma ho avuto una botta di culo che quelli vicino a me volevano fare il passaggio allora praticamente io mi sono accodato ho detto sempre con quel fare scazzato che fa snob ma ci pensate voi?, loro hanno detto eh sì ci pensa la Giulia, che la Giulia era la moglie di quello vicino a me. Son riuscito a entrare nelle alte, altissime sfere. Lì in quella tribuna c’ho visto tutti. Il mago Oronzo, Antonella Elia, Diego Abatantuono, Emilio Fede, Valentino Rossi, Teo Teocoli. Ogni volta che vedevo qualcuno d’importante mi veniva da ridere e pensavo alla ditta di stoccaggio. Inscatolami sto cazzo, pensavo tra me e me. E pensavo la stessa cosa quando l’anno scorso quei coglioni della sud stavano al gelo sotto casa di Kakà a urlare: NON SI VENDE KAKA NON SI VENDE KAKA. E lui s’era anche affacciato dalla finestra sventolando una sciarpa rossonera, neppure il Papa avrebbe osato tanto. Ma non lo vedevano quelli della sud che andando oltre l’apparenza di essere tutti milanisti, Kakà era ricco e loro erano poveri? Kakà è un fighetto di buona famiglia avrebbe potuto fare il dentista con lo stesso successo del calciatore, stare lì a San Paolo a fare le pulizie dei denti e a dare a tutti la fattura.<br />
Poi ho raggiunto il top. Quando sei nel giro anche se effettivamente non conosci nessuno, non parli con nessuno e nessuno ti parla, basta vedersi, così, tutte le domeniche. E allora ho fatto richiesta, perché bisogna proprio far richiesta, di passare alla tribuna d’onore rossa con parcheggio interno nel ventre di San Siro. Uno scherzo da 4000 € l’anno. E poi ci voleva la macchina ma per quella ho risolto in maniera brillante. Prendo a nolo mezza giornata una mercedes color canna di fucile, vetri oscurati, tutti i comfort, super accessoriata, non si va oltre i 100 € di solito. Al noleggio c’è un amico di un mio collega che inscatola insieme a me e allora ho strappato un prezzo di favore. Non spiego che ci devo fare con una mercedes la domenica pomeriggio sono cazzi miei, il mio collega e il suo amico pensano che ci vada a caricare le troie, o i trans, o i viados. Che voglia fare il bauscia con le mignotte, che teste di cazzo, che mente limitata hanno. Non la noleggio tutte le domeniche, la maggior parte delle volte vado ancora in tram, vestito bene ma in tram, però è bello arrivare in macchina per le partite di cartello, i postici notturni, con quelli di Sky che hanno una troupe anche nel parcheggio. Oppure una volta che dietro di me c’era Massimo Moratti e io gli ho fatto il gesto dell’ombrello, anche se non penso m’abbia visto.<br />
Così col mio arrivo nella tribuna d’onore rossa sono entrato di diritto nell’orbita della dirigenza. Che quando la dirigenza entra, Braida, Galliani e Berlusconi, senti come una vibrazione di tutti gli altri. Non so che cazzo è, se ammirazione, invidia o altro. So che tutti anche se fanno finta di nulla si girano a guardarli, e sono orgogliosi del fatto che nella vita sono arrivati a tanto così da loro. Il massimo mi è successo qualche settimana fa, nell’intervallo della partita contro la Roma. Stavamo perdendo 2 a 0, una brutta prestazione davvero dei ragazzi, sugli spalti e anche lì da noi erano solo musi lunghi, tirava aria di contestazione. Il più sconvolto di tutti sembrava proprio Galliani. Allora non ci crederete, lo vedo farsi largo tra la gente, stringere la mano a uno, fare un autografo a un altro. Poi ce l’ho praticamente davanti, mi guarda una frazione di secondo, mi stima all’altezza di raccogliere una sua domanda, e io mi dico che dovrò rispondere più scazzato che posso perché fa chic ma intanto penso inscatolatemi tutti questo cazzo, insomma è proprio Galliani in persona, con la cravatta gialla porta fortuna delle grandi occasioni, che mi chiede: Lei ce l’ha la bacchetta magica?</p>
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		<title>La giovinezza non è mai servita a nessuno</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 07:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>Non ho nessuna colpa da redimere. Nessun delitto cui far seguire un castigo. Non so a che punto esattamente le nostre strade si siano divise.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/19/la-giovinezza-non-e-mai-servita-a-nessuno/">La giovinezza non è mai servita a nessuno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/riccicopertina.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/riccicopertina.gif" alt="riccicopertina" title="riccicopertina" width="189" height="283" class="alignleft size-full wp-image-26386" /></a><strong> Credo di un bestsellerista</strong><br />
[estratto da <em>Come scrivere un bestseller in 57 giorni</em>, Editori Laterza, collana Contromano, pagg. 112]</p>
<p>di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p>Non ho nessuna colpa da redimere. Nessun delitto cui far seguire un castigo. Non so a che punto esattamente le nostre strade si siano divise. Si potrebbe dire, volendo usare un po’ di dolcezza, che tu hai continuato a bere e io mi sono distratto. La tua sete era pressoché inesauribile. Non riuscivi a colmare con l’alcol il tuo senso d’inadeguatezza.<br />
Eppure Albert Camus aveva scoperto che, dal momento che ci apparteneva, quel senso d’inadeguatezza poteva essere fonte di vitalità e non solo d’angoscia. Dopo aver scritto per centoquarantanove pagine un libro nichilista, <em>Lo straniero</em> si concludeva alla centocinquantesima pagina con questa capitale affermazione: «Mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo». Da quando in qua l’indifferenza poteva essere <em>dolce</em>? Da dopo Albert Camus. <span id="more-26382"></span><br />
Ma i libri non andavano capiti, vero? Bastava impararli a memoria, erano semplicemente dei salmi da recitare. Erano la bibbia di noialtri, cani sciolti e senza Dio. E ti ostinavi a bere. Più bevevi più eri incontentabile e più eri incontentabile più ti veniva da bere. L’incontentabilità era il tuo manifesto programmatico. Forse perché la <em>saison en enfer </em>che avresti voluto vivere non era alla tua portata. Preciso: non era alla portata di nessuno. Ci era toccato in sorte un secolo infernale di per sé.<br />
Di che epoca si trattava? Gli anni del cosiddetto riflusso ideologico ci alitavano sul collo. C’erano i videoregistratori con le cassette Vhs, e i tostapane ci sembravano ancora invenzioni all’avanguardia della tecnologia. Avremmo dovuto scansarle come la peste, invece cercavamo torri d’avorio (e spesso non disdegnavamo qualche pinnacolo di seconda mano). Parigi non ci aiutava. Per anni facemmo più o meno i turisti nella nostra città. Vedemmo una mostra di Francis Bacon al Centre Pompidou, e ti scattai una fotografia davanti alla porta di casa di Emil M. Cioran, in rue de l’Odéon, a due passi da qui. Eravamo scrittori che invece di scrivere collezionavano souvenir.<br />
Ti ricordi quando ci ubriacammo lungo la Senna? Raggiungemmo il Pont-Neuf, il dicastero degli innamorati. Tu sei stato sempre più bello di me. E quella sera lo eri ancora di più. Avevi un ciuffo di capelli che ti andava sulla faccia e che ti soffiavi via di continuo. Eri magro, quasi femmineo. Indossavi un giubbotto di pelle logoro e un paio di jeans stretti (per noi contava l’immaginario degli anni Settanta, il look degli Ottanta era appannaggio degli yuppie). Ti misi le mani sul sedere, vidi il tuo volto avvicinarsi. Eravamo giovani, e non sapevamo che la giovinezza non è mai servita a nessuno. Mi baciasti. Mentre lo facevi riflettevo che baciare un uomo era come baciare una donna. Portava la stessa carica sessuale. Mi stavo già giustificando. Che diavolo ti è saltato in mente? </p>
<p>Passavamo il tempo a infangare i lettori. Ti ricordi le bestialità che dicevamo? Quasi tutti leggevano per addormentarsi. I libri non erano centri nevralgici di esperienze conoscitive, ma ninne nanne. O, tutt’al più, la maggior parte leggeva perché era un segno di <em>rispettabilità</em>. Sembrava che leggessero. Si lasciavano trasportare dalla storia e avevano una cultura per sentito dire. Leggevano meccanicamente e acriticamente, e tutto quello che riuscivano a cavare dai libri era acritico e meccanico. Ma chi gli garantiva, senza la conferma di loro stessi, che quei libri fossero buoni o cattivi? Leggevano i primi dieci libri in classifica, indistintamente, qualunque cosa fossero, perché c’era da scommettere che molti altri li avessero letti visto che erano i dieci libri più venduti. Un bel libro era quello di cui si poteva parlare a una cena&#8230;<br />
Non eravamo che apprendisti, eppure mettevamo già le mani avanti, assolvevamo i nostri presunti flop editoriali. Nella nostra visione manichea un’opera esisteva a prescindere dal pubblico (fuori catalogo, a prescindere!), mentre è vero esattamente il contrario: un libro esiste soltanto se il pubblico lo legge. Uno scrittore è felice di farsi leggere, non ne prova di certo vergogna, e sa che il destinatario è più importante del mittente.<br />
Poi ci fu quella brutta storia del furto. In quel frangente capii fino a che punto eravamo diventati paranoici. Mi portasti un foglietto stropicciato con su scritto i <em>Principi fondativi del racconto nel XXI secolo</em>. Per lo più si trattava di qualche aforisma di cui, francamente, non rammento granché. A fine serata – eravamo al tavolo di sempre –, quel foglietto sparì, non si trovava più. Cominciasti a cercarlo febbrilmente, farfugliasti che non ne avevi fatto una copia, e allora mi misi ad aiutarti. Poi, all’improvviso, i tuoi movimenti rallentarono. Mi guardasti con disprezzo e formulasti la tua accusa. Arrivasti a pensare che me l’ero intascato io. Avevo rubato qualcosa che non esisteva, l’articolazione teorica del niente. Mi fecero così male quelle tre parole: sei-stato-tu. Non avevi finito di pronunciarle che il mio schiaffo era già partito. Non ci avevo riflettuto. Partì in automatico, dovevo colpirti per tentare di restituire, almeno in parte, il male che stavo provando. E poi ti colpii come un adulto che punisce un ragazzino. Evidentemente stavo crescendo. </p>
<p>Al caffè letterario era sempre tutto uguale a se stesso. Io non potevo più accalorarmi e partecipare come un tempo. Ormai ero un idiota letterario a mezzo servizio. Vivevo in uno stadio ibrido, in una fase transitoria di cui era impossibile non lamentarsi. Avevo accantonato la vecchia scrittura, il vecchio modo di procedere, ma non sapevo minimamente dove sarei andato a parare. Brancolavo nel buio, né più né meno. Sentivo che ero arrivato a un punto cruciale per ritrovarmi o sperdermi definitivamente. Smisi di frequentarti. Fui un po’ brusco, è vero. Ma non si può inaugurare una vita nuova senza lasciare dei cadaveri sul campo. Tu sei stato il prezzo che ho dovuto pagare per concludere il mio periodo di follia autoreferenziale. Il mio morto sul campo. Del resto avresti potuto intuire come sarebbe andata: non si può giocare a Rimbaud e Verlaine con la testa altrove.<br />
D’improvviso, autori come Tristan Tzara o René Crevel diventarono figurine di un album che non volevo più completare. Si svuotarono di senso. L’idea di crogiolarmi nel dolore – l’impotenza creativa nella quale, per vezzo del paradosso, ci esaltavamo –, smise di esercitare il suo fascino perverso su di me. In qualche modo – anche se ancora non riuscivo a mettere in fila due parole, organizzare un discorso, spiegare un concetto, imbroccare un’immagine –, avvertii la meta di una scrittura professionale più vicina, più a portata di mano.<br />
Credimi, non furono tutte rose e fiori. La tentazione di ricominciare a scrivere partendo dal mio ombelico a volte era fortissima. Resistetti, non ci cascai. Chiusi il rubinetto metafisico, estirpai ogni prurito sperimentale. Presi coraggio, buttai tutto nel cestino, mi liberai del passato e approdai all’età adulta. Questo mi emozionò a tal punto che per qualche settimana non sarei stato capace nemmeno di apporre la mia firma su un bollettino postale. Buttai persino un tema che avevo scritto alle elementari. Avevo scritto così: «le nuvole sono spezzatino bianco». Ricordo che la maestra mi lodò davanti al resto della classe e alla riunione dei genitori citò il passo come esempio della smodata creatività dei bambini. Come mai avevo voluto insistere su quel registro? Come mai l’innocenza nel mio caso si era protratta così a lungo?<br />
Poi un giorno successe. Sarei tentato di dire che successe per caso, non sapessi quanta fatica mi era costato guadagnarmi la mia nuova attitudine. Ero buffo. La scrittura al computer rendeva spartani i movimenti. L’eccessiva velocità si tramutava in lentezza apparente. Sembravo un figurante del teatro No¯. O uno che indossava una camicia di forza invisibile. Andava alla grande. E anche quando non andava alla grande, nei momenti in cui la testa s’annebbiava e arrivavo alla fine del periodo con il fiatone, mi costringevo alla scrivania. E soprattutto non mi toccavo. Prima, quando ero un velleitario della narrazione e la mia scontentezza cronica dava l’esatta dimensione del mio abbaglio, bastava un niente per farmi desistere. Allora mi masturbavo freneticamente, <em>eiaculavo bile</em>&#8230;<br />
Se ti dicessi che non mi sei mancato sarei un bugiardo. Ma ormai avevo segnato un confine, per quanto labile potesse apparire. In ogni questione letteraria rilevante, io stavo da una parte, e tu dall’altra. Bisognava fare il verso alla vita, e tu non volevi. Bisognava accettare con umiltà il ruolo di burattinai – altro che profeti, cantori o sciamani –, e tu non volevi. Bisognava abbandonare la perversione di scrivere <em>contro </em>la scrittura, per il semplice motivo che mettersi a scrivere era di per sé un gesto rivoluzionario, contro natura, e tu non volevi. Sei tu che hai abbandonato me, in un certo senso. Una sera mi sono alzato dal tavolo, e non ti sei neppure accorto che me ne stavo andando per sempre. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/19/la-giovinezza-non-e-mai-servita-a-nessuno/">La giovinezza non è mai servita a nessuno</a></p>
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		<title>L&#8217;ubicazione del bene</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 06:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giorgio Falco, <em>L&#8217;ubicazione del bene</em>, 141 pag., Einaudi, 2009</strong></p>
<p><em>L&#8217;ubicazione del bene</em> è un piccolo libro di racconti che va letto in apnea, cercando di uscirne senza sentirsi troppo frantumati dentro. Cortesforza è lo scenario dove si svolgono le storie narrate: immaginario e perciò più vero del vero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/18/lubicazione-del-bene/">L&#8217;ubicazione del bene</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/l_ubicazione_del_bene1.jpg" alt="l_ubicazione_del_bene" title="l_ubicazione_del_bene" width="180" height="279" class="alignnone size-full wp-image-22389" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giorgio Falco, <em>L&#8217;ubicazione del bene</em>, 141 pag., Einaudi, 2009</strong></p>
<p><em>L&#8217;ubicazione del bene</em> è un piccolo libro di racconti che va letto in apnea, cercando di uscirne senza sentirsi troppo frantumati dentro. Cortesforza è lo scenario dove si svolgono le storie narrate: immaginario e perciò più vero del vero. Un sobborgo come tanti che costellano le uscite della tangenziale milanese: un luogo che pare l&#8217;emulazione fallita dei sobborghi americani, un po&#8217; <em>Truman show</em>, un po&#8217; <em>Desperate housewives</em>.<br />
<span id="more-22385"></span><br />
Ma non c&#8217;è nulla da ridere, in queste pagine. Giorgio Falco racconte le sue storie con una durezza, con una assoluta mancanza di trasporto, di pietas, che toglie, anzi taglia, il fiato. Un Carver in salsa lombarda, che si fa osservatore lucido dell&#8217;orrore, di quella continua speranza di una vita perfetta, immobile, e perciò irragiungibile. Una sorta di matematica delle illusioni, una specie di limite che tende all&#8217;infinitamente piccolo: più mi avvicino al sogno di realizzazione oleografica di una vita piccolo borghese e più la vita va riducendosi a una insignificanza senza uscita. Così è per tutti i suoi protagonisti, cristallizzati dentro tipologie comportamentali standard: un “tipo maschile” destinato a una carriera irrisolta, il “tipo femminile” a una maternità fallimentare.</p>
<p>Protagonista vero è Cortesforza: col suo voler essere la città ideale di ogni operatore immobiliare, si dimostra una non-città, il vero non-luogo del contemporaneo, dove nessuno passeggia sui marciapiedi, dove senza autovettura non sei degno di cittadinanza, dove la cura del prato sembra di vitale necessità, dove il vicino di casa è uno sconosciuto, un nemico, come lo sono i tuoi colleghi di lavoro, le mamme casalinghe, la tua stessa famiglia. Un mondo glaciale e ferino, disperato, dove si dimostra la sconfitta esistenziale di un&#8217;intera generazione, quella di chi oggi ha circa quarant&#8217;anni e, escluso dalla Storia, ha cercato un senso nell&#8217;illusione di un mito familiare e insediativo che era già falso quando nacque, negli anni Cinquanta, quelli dove sembra si stia tutti regredendo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n. 29 del 14 luglio 2009</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/18/lubicazione-del-bene/">L&#8217;ubicazione del bene</a></p>
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		<title>C&#8217;è molto di vivo ma non ha vita facile</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/31/ce-molto-di-vivo-ma-non-ha-vita-facile/</link>
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		<pubDate>Mon, 31 Aug 2009 09:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p><em>Eccovi, a grande e giustissima richiesta, il misterioso ur-testo della <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/28/critica-letteraria-di-nomi-e-cose/">polemica</a> (e poi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/29/la-gilda-del-romano/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/29/unaltra-critica-e-possibile-videorisposta-a-gilda-policastro/">qui</a>) ritrovato non a Zaragoza, ma su<a href="http://vibrisse.wordpress.com/"> Vibrisse</a> (come <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/08/19/tentativo-di-descrizione-di-una-tendenza-in-atto-nella-narrativa-italiana-ovvero-come-liberarsi-dellinutile-categoria-dellautofiction/">Giulio Mozzi</a> ci ha segnalato in un commento).</em></p>
<p>Le recenti e sgradevolissime polemiche sul premio Strega mi hanno convinto a stendere questo panorama della narrativa italiana contemporanea senza fare neanche un nome.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/31/ce-molto-di-vivo-ma-non-ha-vita-facile/">C&#8217;è molto di vivo ma non ha vita facile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p><em>Eccovi, a grande e giustissima richiesta, il misterioso ur-testo della <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/28/critica-letteraria-di-nomi-e-cose/">polemica</a> (e poi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/29/la-gilda-del-romano/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/29/unaltra-critica-e-possibile-videorisposta-a-gilda-policastro/">qui</a>) ritrovato non a Zaragoza, ma su<a href="http://vibrisse.wordpress.com/"> Vibrisse</a> (come <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/08/19/tentativo-di-descrizione-di-una-tendenza-in-atto-nella-narrativa-italiana-ovvero-come-liberarsi-dellinutile-categoria-dellautofiction/">Giulio Mozzi</a> ci ha segnalato in un commento).</em></p>
<p>Le recenti e sgradevolissime polemiche sul premio Strega mi hanno convinto a stendere questo panorama della narrativa italiana contemporanea senza fare neanche un nome. Si potrebbero invocare moventi e precedenti più nobili, dalla storia dell’arte senza nomi ipotizzata da Wölflin a quella della letteratura «senza che nemmeno un nome sia pronunciato» sognata da Paul Valéry, invece di affannarsi a protestare contro l’insopportabile tendenza a ridurre il discorso sulla letteratura a un chiacchiericcio malevolo a base di tabelline, classifiche, chi vince e chi perde, i promossi e i bocciati, chi è amico di quello e nemico di quell’altro. E come sarebbe bello poter dire invece: chi se ne frega, la letteratura è un’altra cosa. Non è così, purtroppo. Quella chiacchiera, quella nube di maldicenza, quel voyeurismo senile, quella foia delatoria («poche chiacchiere, i nomi, fammi i nomi», manco fossimo in questura) non è fuori dalla letteratura. È’ la letteratura, la letteratura in quanto istituzione, habitus, ambiente di vita, se non vogliamo ridurla a una mera esperienza di fruizione individuale (la «poesia» crociana, magari), cosa che la letteratura non è mai stata nemmeno al bel tempo che fu – quello di Dante, di Molière, di Calvino.<br />
<em>continua <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/08/22/ce-molto-di-vivo-ma-non-ha-vita-facile/#more-3811">qui</a></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/31/ce-molto-di-vivo-ma-non-ha-vita-facile/">C&#8217;è molto di vivo ma non ha vita facile</a></p>
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		<title>Il bambino che sognava la fine del mondo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/17/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 06:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Antonio Scurati</strong>, <em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em>, Bompiani, 295 pag.</p>
<p><em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em> è la storia di una pandemia dello spirito. È la narrazione stupefatta di una psicosi collettiva, che come una lebbra, peggio, come la peste, infetta una città, Bergamo e fa credere ai suoi abitanti che il Male è giunto fin dentro le loro case.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/17/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo/">Il bambino che sognava la fine del mondo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/scurati.jpg" alt="scurati" title="scurati" width="215" height="300" class="aligncenter size-full wp-image-19242" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Antonio Scurati</strong>, <em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em>, Bompiani, 295 pag.</p>
<p><em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em> è la storia di una pandemia dello spirito. È la narrazione stupefatta di una psicosi collettiva, che come una lebbra, peggio, come la peste, infetta una città, Bergamo e fa credere ai suoi abitanti che il Male è giunto fin dentro le loro case.<br />
<span id="more-19241"></span><br />
Tutto nasce dall&#8217;ossessione di una donna, dalla paura che la propria figlioletta sia stata violata nella sua sessualità. Da lì in poi, senza una prova certa, senza un riscontro oggettivo, ma solo col propagarsi irrazionale della paura, del terrore, si fa strada la certezza che la sacralità dell&#8217;infanzia, il nostro ultimo inviolabile tabù collettivo, sia stata infangata. Perciò l&#8217;infamia, il segnare a marchio di fuoco una scuola elementare, le sue insegnanti, un prete, le istituzioni, un&#8217;intera comunità.</p>
<p>L&#8217;osservatore della tragedia in atto è, nelle sue fattezze, identico al narratore del romanzo: è Antonio Scurati, “come tutti”, verrebbe da dire. Siamo tutti testimoni impotenti, spettatori fragili di fronte al propagare dell&#8217;infezione. La voce più che disincantata appare fiaccata, incapace di combattere contro la spettacolarizzazione delle informazioni operata dal mezzo televisivo, vero consapevole untore contemporaneo.</p>
<p>Scurati ci narra tutto ciò, questo sprofondare nell&#8217;attualità, nella cronaca di avvenimenti né veri né falsi, non come fosse accaduto ora, da poco, ma come fosse un dramma antico, rammentato dall&#8217;unico testimone ancora capace di farne memoria. Perché il Male è adesso, ma allo stesso tempo è eterno. Quella che invece appare assolutamente perdente, e perduta, è la forza della ragione collettiva, il sentimento di aderenza alla verità. Tutti perdono in questo romanzo. Ciò che salva (e si salva) è proprio l&#8217;infanzia, il luogo del vero mistero della vita. Le reminiscenze del passato dell&#8217;autore, i ricordi dei suoi stessi incubi notturni, e la paura di diventare padre oggi, da adulto, sono come la freccia scoccata nel passato che cerca un centro oggi. Cerca, cioè, un futuro pieno di speranza. </p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione, <em>n. 21, del 19 maggio 2009</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/17/il-bambino-che-sognava-la-fine-del-mondo/">Il bambino che sognava la fine del mondo</a></p>
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		<title>L&#8217;infanzia delle cose: un estratto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/03/linfanzia-delle-cose-un-estratto/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/03/linfanzia-delle-cose-un-estratto/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2009 06:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[<em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/10/lanima-mia-e-morta-per-colpa-tua/">Alessio Arena </a>ci dona alcune pagine estratte dal suo nuovo romanzo, <a href="http://www.mannieditori.it/puntog/puntog_arena.htm">L'infanzia delle cose</a>, manni editore</em>]</p>
<p><br />
di <strong>Alessio Arena</strong></p>
<p>Sopra al marciapiede della Piazza di Cascorro i gitani hanno sistemato una coperta a terra e si sono messi a vendere i meloni rossi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/03/linfanzia-delle-cose-un-estratto/">L&#8217;infanzia delle cose: un estratto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/10/lanima-mia-e-morta-per-colpa-tua/">Alessio Arena </a>ci dona alcune pagine estratte dal suo nuovo romanzo, <a href="http://www.mannieditori.it/puntog/puntog_arena.htm">L'infanzia delle cose</a>, manni editore</em>]</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/arena.jpg" alt="arena" title="arena" width="227" height="320" class="aligncenter size-full wp-image-19227" /><br />
di <strong>Alessio Arena</strong></p>
<p>Sopra al marciapiede della Piazza di Cascorro i gitani hanno sistemato una coperta a terra e si sono messi a vendere i meloni rossi.<br />
È domenica pomeriggio, e il mercato finisce sempre qua dove è iniziato alle prime ore della mattina.</p>
<p>I gitani sono così: tengono i capelli lunghi.<br />
I gitani tengono le catene d’oro con la Virgen del Rocío o altri santi che non si capiscono.<br />
I gitani si vestono sempre poco: le femmine stanno con la canottiera pure se è il mese di gennaio. <span id="more-19226"></span><br />
I gitani alluccano fuori ai balconi e in mezzo alla strada: i maschi tengono i capelli lunghi e i peli sopra al petto.<br />
I gitani tengono tutti quanti un naso importante: le femmine sputano a terra quando passano fuori alla salumeria di Manoli, e solo quando il freddo è davvero troppo freddo si mettono delle pellicce che sembrano i cani morti.<br />
I gitani fanno le feste fino alle quattro di notte dentro al circolo gitano che sta in un palazzo sulla Calle del Ave María.<br />
I gitani si sono accoltellati l’altro ieri con un gruppo di gitani della periferia che sono venuti a vendere la droga a dei ragazzi gitani che stavano in una Seat Marbella parcheggiata fuori al teatro della Latina.<br />
I gitani cantano sempre, urlano come i pazzi e si mettono a suonare la chitarra fuori alla chiesa di San Cayetano per la messa del Rocío.<br />
I gitani fanno la musica con le mani, e i bambini pure, quelle mani nere che si lavano dentro alla fontana di Tirso dove mia madre ha detto che, solo se si avvicina, uno si può prendere la tibbiccì.<br />
I gitani sbattono continuamente le mani anche se ti stanno dando il resto della spesa.<br />
I gitani sono i padroni del mercato.<br />
I gitani sono i padroni di tutti i negozi di Lavapiés.<br />
I gitani sono i padroni di Lavapiés.</p>
<p>Mezz’ora fa in mezzo ai giardinetti di Curtidores e dentro al vicolo di Santa Ana ci stavano fiumi di gitani con le bancarelle, le sedie, i tavolini, le coperte: si vendono tutto quello che uno può immaginare, tutto quello che tengono nella casa, e secondo me, se uno va vedendo, si vendono pure a loro.<br />
Il mercato attraversa tutta la zona alta di Lavapiés, si arrampica sulle salite e sulle discese di quella parte del quartiere dove i balconi delle case sembrano le cappelle dei santi e dei morti che stanno a Napoli, piene di cose appese che sembrano d’oro, e di fiori spennati.<br />
I generi della merce cambiano a seconda dei posti di vendita lungo il cammino verso la porta di Toledo, dove sta la sede della Polizia Locale, e il mercato vecchio, quello ufficiale, con il tetto a spiovente, che puzza di baccalà e di altre cose pure a cento metri di distanza.<br />
Più stanno sotto sotto alla Polizia più i gitani diventano doci ’e sale, nel senso che se ne stanno più tranquilli, si nascondono gli orologi d’oro, le collane, vendono solo bambole mezze scassate, cose per la casa che non servono a niente, e fiori, soprattutto gerani e piante di basilico.<br />
Sul marciapiede di Cascorro si sono messi a vendere i meloni rossi e il cane stava giocando con un melone, ha provato ad azzannarlo e io gli ho dato due calci ma non potevo fare niente.<br />
«El perro! Es tuyo?»<br />
«Sì, sì, è mio.»<br />
«Coje al perro, joder!»<br />
Io allora ho dato cento e uno strilli, e il cane ha girato finalmente la testa, mi ha guardato come se mi stava dicendo che devo fare sempre l’esagerato, e di scatto si è messo a correre solo lui, mi ha fatto cadere il guinzaglio da tutte e due le mani.<br />
Se n’è andato per la chiesa di San Cayetano, ha girato all’angolo del Mesón de Paredes quando una macchina saliva dalla piazza e per poco non gli schiattava la testa.<br />
Io questa strada la odio perché ci stanno i cinesi e quando passi devi fare lo slalom in mezzo alle sputazze dei cinesi che si mettono seduti fuori ai negozi presi in gestione dai gitani.<br />
Non so perché i cinesi sputano sempre, ma la cosa brutta è che se stai correndo per acchiappare al cane può darsi pure che non fai in tempo a scansarti.<br />
Ho fatto una corsa quasi con gli occhi chiusi fino alla Calle del Olmo, dove ci stava il figlio più grande di Manoli che era appena uscito dal barbiere, e puzzava di dopobarba quando ha alzato il braccio per dirmi dove era andato quell’animale esaurito.<br />
Mi ha fatto girare per la Piazza di Agustín Lara dove sta quella chiesa bombardata che adesso ci devono fare una biblioteca, e sulla discesa del parcheggio sotterraneo il cane stava con le zampe alzate sopra al cofano della ipsilon dieci di Birra Peroni.<br />
«Questo cane di merda!»<br />
«È una femmina Antonio, la devi capire.»<br />
«Ciao zio.»<br />
Birra Peroni mi ha dato due baci che hanno fatto un sacco di rumore.<br />
«Te la fai scappare sempre» ha detto.<br />
«È uscita pazza questa cagna maledetta, te lo giuro, secondo me si è ricordata che stavi arrivando.»<br />
«Eh sì, sì, quella che non si è ricordata è mia sorella, che non mi ha fatto trovare neanche due foglie di insalata.»<br />
Però l’ha detto col sorriso sulla bocca.<br />
«Quella mamma sta tutta esaurita, lo sai» gli ho detto, e allora lui mi ha fatto una carezza, ha aperto lo sportello, è sceso dalla macchina.</p>
<p>È più di un mese che non lo vedo.<br />
È ingrassato, ha cominciato a prendere chili sopra al petto e sulle gambe, è successo dopo l’incendio del Golfo che lui stava chiuso dentro a discutere con Castravelli e altri suoi colleghi del magazzino.<br />
Il fuoco lo ha abboffato come un Super Santos, un pallone con tutti quei puntini sopra alla pelle che forse gli fanno pure male ma nessuno lo sa.<br />
Birra Peroni si è messo in viaggio l’altro ieri, si è fatto tutto lo stivale, e poi è passato per la Francia, ha dormito quelle poche ore di notte in qualche autogrill, e poi ha ripreso a fare il viaggio di Gulliver: strada facendo si è preso al ragazzo che deve venire a lavorare nel Golfo di Napoli, quel cugino di Castravelli che stava facendo gli orologi a Barcellona.<br />
«Ma stai solo tu?»<br />
«Sì, a Sandokan l’ho già accompagnato dentro al ristorante.»<br />
«E tu perché stai vestito così elegante?»<br />
«Quanti cazzi vuoi sapere» ha detto. «Prenditi questa mille pesetas, e vai a comprare qualche cosa di buono nel negozio di quella di fronte.»</p>
<p>È bello Birra Peroni, perché somiglia a mia madre.<br />
Tiene gli occhi piccoli come lei, con la coda degli occhi che sembra disegnata con il trucco, e poi tutte quelle lentiggini in faccia, sopra alle guance e sopra al naso che è la cosa più piccola che tiene.<br />
Perché Birra Peroni è enorme, c’ha la faccia di un bambino, però è alto, è tutto un pezzo, e tiene sempre le stesse braccia della foto di quando ha fatto il militare a Reggio Calabria.<br />
Però adesso c’ha la giacca con la camicia a righe la cravatta e tutto.<br />
«Gesù» penso io. «Ma sei sicuro che stai venendo da Napoli?»<br />
«Sì, ’o scè, però alla frontiera do meno nell’occhio se sto più sistemato, e non sembro uno gitano.»<br />
«E dove l’hai preso questo vestito?»<br />
«Eh, è bello eh?»<br />
«No, sembra di carta.»<br />
«Overo? Si vede proprio assai?» mi ha chiesto preoccupato, mentre si puliva i segni che gli ha fatto June Christy sopra al pantalone, quando gli è saltata addosso per salutarlo.<br />
«È un pacco del magazzino di Calimero» ha detto.<br />
«Sì? Quelli che devi vendere tu?»<br />
«Non proprio, questo è uno dei pacchi, poi ci sta altra roba.»<br />
«Allora lo fai pure tu il magliaro, eh?»<br />
Birra Peroni mi ha fatto un’altra carezza: forse ha capito che me la vedo un poco brutta a stare solo io a casa con quelle due vipere.<br />
Io lo so che Birra Peroni mi vuole più bene da quando non tengo più a mio padre.<br />
«Vieni pure tu a lavorare, ti guadagni qualche cosa in più e ti apri una libretta.»<br />
Io ho cambiato discorso: «A te ti piacciono i lupini?» </p>
<p>Sono andato nel negozio di Manoli perché mi volevo prendere un chilo di lupini.<br />
Manoli è la madre della famiglia dei gitani che vivono di fronte a noi, al terzo piano.<br />
Sono una famiglia grandissima, e soprattutto la domenica a casa loro ci sta la gente fino a fuori al palazzo.<br />
Il figlio più grande è quello più antipatico: tiene una ciglia sola, bella chiatta come la coda di una zoccola.<br />
Io l’ho sentito un sacco di volte parlare con Erika da fuori al balcone, e allora sono andato pure io e ho visto che lui stava affacciato mezzo nudo, solo con un paio di mutandine bianche.<br />
Il figlio di Manoli è una specie di scimpanzé che la collana con la Madonna non si vede in mezzo ai peli del petto. Tiene il collo sempre rigido con qualche vena ben in vista, le spalle larghe, e quel poco di pancia che basta a fare schifo.<br />
Sta sempre fuori al balcone a fumare mezzo nudo, ma a volte si mette seduto su una sdraio e si appoggia un piatto sopra alla pancia, un piatto pieno di lupini che lui prende a quattro cinque alla volta, e poi sputa le scorze giù.<br />
Io vado pazzo per i lupini, ci stanno poche cose che mi piacciono così, forse perché i lupini non sanno quasi di niente però tengono una consistenza importante sotto ai denti, e poi questo fatto che devi sputare la scorza ti fa passare un po’ di tempo.<br />
Insomma sì, la verità è che mi piacciono proprio assai e starei pure ore a mangiarmeli, solo che mia madre non li ha trovati da nessuna parte, e non sa come si chiamano.<br />
L’altro giorno allora mi sono fatto coraggio a chiedere al figlio di Manoli che stava lì, spaparanzato sopra alla sdraio come sempre, con la bocca piena, i peli lucidi di sudore sopra alle braccia.<br />
«Come si chiama?» ho detto.<br />
Lui ha fatto finta di non sentirmi, ma poi ha visto che lo stavo guardando, e che non me ne andavo.<br />
«David.»<br />
«No tu, i lupini… lupinos?»<br />
Ha fatto una faccia scema, drammatica, quando ha detto «Italiani… piccolini… piccolini».<br />
Mi stava sfottendo, però non sembrava divertito.<br />
«Vafammocca» ho detto.<br />
E lui allora si è messo in piedi, si è grattato con una mano un punto della sua schiena pelosa che sembrava che stava facendo una capriola all’indietro per arrivarci.<br />
E si è ricordato.<br />
«Chocho, chocho» ha detto. «Como tu hermana, Erika… chocho grande.»<br />
Se parlava di mia sorella ero sicuro che mi aveva detto una cosa sporca, però mi sono stato zitto, gli ho riso in faccia, e gli ho fatto capire che Erika teneva la febbre a quaranta e stava morendo.</p>
<p>«Si sono messi a ridere tutti i gitani di sfaccimma dentro al negozio.»<br />
«E perché?»<br />
«Perché i lupini sono una parola sporca.»<br />
«Ah sì?» mi ha detto Erika dentro al letto, con la voce in mezzo ai denti. «Lo so che significa… quello che non ti piace a te.»<br />
«Statti zitta, devi morire.»</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/03/linfanzia-delle-cose-un-estratto/">L&#8217;infanzia delle cose: un estratto</a></p>
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		<title>Classifiche Pordenonelegge-Stephen Dedalus, giugno 2009</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/18529/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/18529/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 04:22:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[altre scritture]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche giugno 2009]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[saggistica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[Si pubblicano le classifiche estese del Pordenonelegge-Stephen Dedalus]</p>
<p><strong>NARRATIVA</strong></p>
<p>1. Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere 					        p. 78<br />
2. Gabriele Pedullà, Lo spagnolo senza sforzo, Einaudi 				        p. 32<br />
3. Vitaliano Trevisan, Grotteschi e arabeschi, Einaudi 				        p. 27<br />
4. Giorgio Falco, L&#8217;ubicazione del bene, Einaudi, 					        p.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/18529/">Classifiche Pordenonelegge-Stephen Dedalus, giugno 2009</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[Si pubblicano le classifiche estese del Pordenonelegge-Stephen Dedalus]</p>
<p><strong>NARRATIVA</strong></p>
<p>1. Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere 					        p. 78<br />
2. Gabriele Pedullà, Lo spagnolo senza sforzo, Einaudi 				        p. 32<br />
3. Vitaliano Trevisan, Grotteschi e arabeschi, Einaudi 				        p. 27<br />
4. Giorgio Falco, L&#8217;ubicazione del bene, Einaudi, 					        p. 20<br />
Antonio Moresco, Canti del caos, Mondadori 				                p. 20<br />
6. Daniele Del Giudice, Orizzonte mobile, Einaudi 				        p. 16<br />
7. Peppe Fiore La futura classe dirigente, minimum fax 				p. 14<br />
<span id="more-18529"></span><br />
8. Andrea Carraro,  Il gioco della verità, Hacca 					        p. 12<br />
Gabriele Frasca, Dai cancelli d’acciaio, luca sossella editore 		        p. 12<br />
Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo, Bom.	        p. 12<br />
11. Antonella Cilento, Isole senza mare, Guanda					        p. 7<br />
Jadelin M. Gangbo, Due volte, E/O						p. 7<br />
13. Antonia Arslan, La strada di Smirne, Rizzoli					        p. 6<br />
Davide Barilli, Le cene di Baracoa, Mursia					p. 6<br />
Paolo Bianchi, Per sempre vostro, Salani					p. 6<br />
Andrea Camilleri, Il sonaglio, Sellerio					        p. 6<br />
Mario Fortunato, Certi pomeriggi non passano mai, Nottetempo	p. 6<br />
Ferruccio Parazzoli, Il tribunale dei bambini, Mondadori		        p. 6<br />
Vauro Senesi, Kualid che non riusciva a sognare, Piemme		p. 6<br />
Mattia Signorini, La sinfonia del tempo breve, Salani			p. 6<br />
Franco Stelzer, Matematici nel sole, Il Maestrale			p. 6<br />
Hans Tuzzi, La morte segue i magi, Bollati Boringhieri			p. 6<br />
David Vargas, Racconti di qui, Tullio Pironti				p. 6<br />
24. Filippo Bologna, Come ho perso la guerra, Fandango				p. 5<br />
Davide Brullo, Il lupo, Marietti						        p. 5<br />
26. Nicolas Bendini, Solo per una notte, Playground			                p. 4<br />
Gianfranco Franchi, Monteverde, Castelvecchi				p. 4<br />
Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca, Fazi		p. 4<br />
Letizia Muratori, Il giorno dell’indipendenza, Adelphi			p. 4<br />
Enrico Pandiani, Les Italiens, Instar Libri					p. 4<br />
Valeria Viganò, La scomparsa dell’alfabeto, Nottetempo		p. 4<br />
32. Ugo Barbara, In terra consacrata, Piemme					        p. 3<br />
Leonardo Bonetti, Racconto d’inverno, Marietti				p. 3<br />
Roberto Cazzola, La delazione, Casagrande				p. 3<br />
Sandro Lombardi, Le mani sull’amore, Feltrinelli				p. 3<br />
Gaia Manzini, Nudo di famiglia, Fandango					p. 3<br />
37. Marco Archetti, Gli asini volano alto, Feltrinelli				        p. 2<br />
Andrea Camilleri, Il cielo rubato, Skira					p. 2<br />
Raffaele La Capria, America. 1957, Nottetempo				p. 2<br />
Elio Lanteri, La ballata della piccola piazza, Transeuropa		p. 2<br />
Mauro Pagani, Foto di gruppo con chitarrista, Rizzoli			p. 2<br />
Gianluca Polastri, In viaggio con Martha, Ananke edizioni		p. 2<br />
Maurizio Torchio, Piccoli animali, Einaudi					p. 2</p>
<p>*</p>
<p><strong>POESIA</strong></p>
<p>1. Umberto Fiori, Voi, Mondadori 							p. 57<br />
2. Fabio Pusterla, Le terre emerse, Einaudi 					p. 54<br />
3. Giampiero Neri, Paesaggi inospiti, Mondadori 					p. 37<br />
4. Luigi Trucillo, Darwin, Quodlibet 						        p. 26<br />
5. Ottavio Fatica, Le omissioni, Einaudi 						p. 23<br />
6. Franca Grisoni, Poesie, Morcelliana 						p. 19<br />
7. Vincenzo Frungillo, Ogni cinque bracciate, Le Lettere			p. 18<br />
8. Jolanda Insana, Satura di cartuscelle, Perrone 			        p. 16<br />
9. Roberto Amato, Il disegnatore di alberi, Elliot				        p. 14<br />
10. Cesare Viviani, Credere all’invisibile, Einaudi					p. 11<br />
11. Massimo Sannelli, L’aria, Puntoacapo						p. 10<br />
12. Jolanda Insana, Frammenti di un oratorio, viennepierre			p. 9<br />
13. Riccardo Held, La Paura, Scheiwiller						p. 7<br />
14. Pietro Berra, Notizie sulla famiglia, Stampa					p. 6<br />
d’Avec-Sommeils, Oblò, Lietocolle						p. 6<br />
Bruno Galluccio, Verticali, Einaudi						p. 6<br />
Marco Giovenale, Soluzione della materia, La Camera Verde		p. 6<br />
Umberto Piersanti, Tra alberi e vicende, Archinto			p. 6<br />
Michele Zaffarano, Bianca come neve, La Camera Verde	        p. 6<br />
20. Emilio Coco, Il dono della notte, Passigli					p. 5<br />
Fabio Franzin, Fabrica, Atelier						        p. 5<br />
Stefano Massari, Serie del ritorno, La Vita Felice			p. 5<br />
23. Giorgio Manacorda, Scrivo per te, mia amata, Scheiwiller		p. 4<br />
24. Guido Ceronetti, Le ballate dell’angelo ferito, Il Notes magico		p. 3<br />
Francesca Genti, Poesie d’amore per ragazze kamikaze, Purple P.	p. 3<br />
Gilda Policastro, Stagioni, La Luna						p. 3<br />
Giancarlo Pontiggia (a c. di), Il miele del silenzio, Interlinea		p. 3<br />
Sergio Zavoli, La parte in ombra, Mondadori				p. 3<br />
29. Mia  Lecomte, Terra di risulta, La Vita Felice				p. 2<br />
Giulio Marzaioli, Suburra, Perrone						p. 2<br />
Marco Munaro, Nel corpo vivo dell’aria , il 	Ponte del Sale		p. 2<br />
Gabriella Sica, Le lacrime delle cose, Moretti e Vitali			p. 2<br />
33. Renato Pennisi, La cumeta, L’Obliquo						p. 1</p>
<p>*</p>
<p><strong>SAGGI</strong></p>
<p>1. Marco Belpoliti, Il corpo del capo, Guanda 					p. 57<br />
2. Corrado Stajano, La città degli untori, Garzanti 				p. 22<br />
3. Giorgio Agamben, Nudità, Nottetempo 						p. 20<br />
Enrico Deaglio, Patria 1978-2008, Il Saggiatore				        p. 20<br />
5. Massimo Fusillo, Estetica della letteratura, Il Mulino 		        p. 16<br />
6. Edoardo Sanguineti, Ritratto del Novecento, Manni 				p. 15<br />
7. Michela M. Sassi, Gli inizi della filosofia: in Grecia, Bollati Bor. 	       p. 13<br />
8. Federico Francucci, La carne degli spettri, OMP				p. 12<br />
9. Wu Ming, New Italian Epic, Einaudi						p. 11<br />
10. Stefano Jossa, Ariosto, Il Mulino						p. 9<br />
Alberto Sebastiani, Le parole in pugno, Manni				p. 9<br />
Enrico Testa, Eroi e figuranti, Einaudi					p. 9<br />
13.  Lorenzo Barani, Derrida e il dono del tutto, Anterem			p. 6<br />
Stefano Bartezzaghi, L’elmo di Don Chiosciotte, Laterza			p. 6<br />
Oliviero Beha, I nuovi mostri, Chiare Lettere				p. 6<br />
Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza					p. 6<br />
Claudio Fava, I disarmati, Sperling &amp; Kupfer				p. 6<br />
Giulia Galeotti, In cerca del padre, Laterza				p. 6<br />
Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi				p. 6<br />
Rino Genovese, Trattato dei vincoli, Cronopio				p. 6<br />
Andrea  Giardina, Le parole del cane, Le Lettere				p. 6<br />
Mapelli-Margiotta, Dal blog al social network, Diabasis			p. 6<br />
Anna Masecchia, Al cinema con Proust, Marsilio				p. 6<br />
Emiliano Morreale, L’invenzione della nostalgia, Donzelli		p. 6<br />
Giovanni Ragone, Classici dietro le quinte, Laterza			p. 6<br />
Alberto Salza, Niente, Sperling &amp; Kupfer					p. 6<br />
Antonio Spadaro, L’altro fuoco, Jaca Book					p. 6<br />
27. Felice Cimatti, Il possibile e il reale, Codice					p. 5<br />
Rita Levi-Montalcini, Cronologia di una scoperta, BCDe			p. 5<br />
Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa, Bollati Boringhieri		p. 5<br />
30. Luca Canali, Fermare Attila, Bompiani						p. 4<br />
Andrea Cavalletti, Classe, Bollati Boringhieri				p. 4<br />
Daniela Marcheschi, Pier Luigi Bacchini, Zona Franca			p. 4<br />
Pietro Millefiorini, Provando e riprovando, Jaca Book		        p. 4<br />
Michele Smargiassi, Un’autentica bugia, Contrasto			p. 4<br />
35. Linnio Accorroni, 69 posizioni, Cattedrale					p. 3<br />
Annamaria Bernardini De Pace, Diritti diversi, Bompiani		        p. 3<br />
Andrea De Benedetti, Val più la pratica, Laterza				p. 3<br />
Demichelis-Leghissa (a c. di), Biopolitiche del lavoro, Mimesis	p. 3<br />
Di Vito-Gialdroni, Lipari 1929, Laterza					p. 3<br />
Elio Gioanola, Svevo’s Story, Jaca Book					p. 3<br />
Elisa Guzzo Vaccarino, Danze plurali, ephemeria				p. 3<br />
Paolo Lagazzi, La casa del poeta, Garzanti			        p. 3<br />
Luigi Moccia, Il diritto in Cina, Bollati Boringhieri			        p. 3<br />
Emanuele Narducci, Cicerone, Laterza					p. 3<br />
Mario Pezzella, La memoria del possibile, Jaca Book			p. 3<br />
Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy, Donzelli				p. 3<br />
Aldo Schiavone, L’Italia contesa, Laterza					p. 3<br />
Trevi-La Capria, Letteratura e libertà, Fandango				p. 3<br />
Gianfranco Viesti, Mezzogiorno a tradimento, Laterza			p. 3<br />
50. Domenico Dante, Il tempo interrotto, Palomar				p. 2<br />
Giulio Ferroni, Prima lezione di letteratura, Laterza			p. 2<br />
Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti, Mondadori	p. 2<br />
Paolo Giulisano, Il ritratto di Oscar Wilde, Ancora			p. 2<br />
Loretta Napoleoni, La morsa, Chiare Lettere				p. 2<br />
Mario Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi	p. 2<br />
Stefano Rodotà, Perché laico, Laterza					p. 2<br />
Marco Senaldi, Arte e televisione, Postmedia books			p. 2<br />
Luigi Zoja, La morte del prossimo, Einaudi					p. 2</p>
<p>*</p>
<p><strong>ALTRE SCRITTURE</strong></p>
<p>1. Walter Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli 						p. 43<br />
2. Franco Buffoni, Zamel, Marcos y Marcos 					p. 29<br />
Andrea Zanzotto-M. Breda, In questo progresso scorsoio, Garz. 	        p. 29<br />
4. Eraldo Affinati, Berlin, Rizzoli 							p. 23<br />
5. Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri 			p. 18<br />
6. Gianfranco Bettin, Gorgo. In fondo alla paura, Feltrinelli 			p. 17<br />
7. Valerio Magrelli, La vicevita, Laterza						p. 16<br />
8. Francesco Permunian, Dalla stiva di una nava blasfema, Diabasis	        p. 15<br />
9. Angelo Ferracuti, Viaggi da Fermo, Laterza 					p. 12<br />
10. Nicola Gardini, I baroni, Feltrinelli  						p. 10<br />
11. Paolo Di Paolo, Questa lontananza così vicina, Perrone			p. 9<br />
12. Gianluigi Ricuperati, La tua vita in trenta comode rate, Laterza		p. 7<br />
13. Capossela-Costantino, In clandestinità, Feltrinelli				p. 6<br />
Ascanio Celestini, Lotta di classe, Einaudi					p. 6<br />
Nando Dalla Chiesa, Album di famiglia, Einaudi				p. 6<br />
Luca Delli Carri, Solo in battaglia, Fucina					p. 6<br />
Lo Bianco-Rizza, Profondo nero, Chiare Lettere				p. 6<br />
Salvatore Mannuzzu, Cenere e ghiacchio, Edizioni dell’Asino		p. 6<br />
Montanari-Fabbri, 2^ D, Longo						p. 6<br />
Antonio Pascale, Ritorno alla città distratta, Einaudi			p. 6<br />
Darwin Pastorin, I portieri del sogno, Einaudi 				p. 6<br />
Michele Perriera, I nostri tempi, Sellerio					p. 6<br />
Debora Pietrobono (a cura di), Senza corpo, minimum fax		p. 6<br />
Susani-Stancanelli, Mamma o non mamma, Feltrinelli			p. 6<br />
25. Vittorio Arrigoni, Gaza. Restiamo umano, ilmanifesto libri			p. 4<br />
Franco Marcoaldi, Viaggio al centro della provincia, Einaudi		p. 4<br />
27. Blueangy, Come fare del bene agli uomini, Einaudi				p. 3<br />
Martini-Sporschill, Colloqui notturni a Gerusalemme, Mondadori	p. 3<br />
Giovanni Nadiani, Spiccioli, Moby Dick					p. 3<br />
S.onyaOrfalian, La cucina d’Armenia, Ponte alle Grazie			p. 3<br />
Massimo Rizzante, Non siamo gli ultimi, Effigie				p. 3<br />
32. Mara Cerri, Via Curiel 8, Ed. Orecchio Acerbo				p. 2<br />
Mario Desiati, Foto di classe, Laterza					p. 2<br />
Carlo Lucarelli, G8, Einaudi							p. 2<br />
Davide Reviati, Morti di sonno, Cocorino Press				p. 2<br />
36. Marco Innocenti, C’è un libro su Marcel Duchamp, Iepòmene		p. 1</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/18529/">Classifiche Pordenonelegge-Stephen Dedalus, giugno 2009</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lettore, sveglia!</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 06:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[isabella borghese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/davide-vargas/">Davide Vargas</a> è un autore che i lettori di NI conoscono. Gianni Biondillo ed io abbiamo pubblicato proprio qui alcuni dei suoi racconti. Collabora a Sud da un paio d&#8217;anni e ha scritto <a href="http://www.ibs.it/code/9788879374545/vargas-davide/racconti-qui.html">un libro</a>,<em> Racconti di qui </em>(Tullio Pironti Editore) che vale la pena leggere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/07/lettore-sveglia/">Lettore, sveglia!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/davide-vargas/">Davide Vargas</a> è un autore che i lettori di NI conoscono. Gianni Biondillo ed io abbiamo pubblicato proprio qui alcuni dei suoi racconti. Collabora a Sud da un paio d&#8217;anni e ha scritto <a href="http://www.ibs.it/code/9788879374545/vargas-davide/racconti-qui.html">un libro</a>,<em> Racconti di qui </em>(Tullio Pironti Editore) che vale la pena leggere. In occasione della sua uscita sarà presentato a Roma venerdì 8 maggio 2009 al tuma&#8217;s book bar in via dei Sabelli, 17 alle ore 20,00. Isabella  Borghese lo ha intervistato. <strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/001.jpg" alt="001" title="001" width="400" height="404" class="alignnone size-full wp-image-17384" /></a></p>
<p><strong>Dialogo con l&#8217;autore</strong><br />
di<br />
<strong>Isabella Borghese</strong></p>
<p>Davide Vargas: un architetto di professione che fa uso della parola per passione. Quanto influisce il tuo lavoro nella scrittura? </p>
<p><em>L’architettura è presente nella struttura del libro. Io ho sempre immaginato i  13 racconti come una sequenza di tracce verticali nello spazio, tenute insieme dalla linea orizzontale dei frammenti che di volta in volta ricompaiono e si ricompongono alla fine nel racconto “finalmente scappo”. Anche la scelta del corsivo, il carattere tipico della voce narrante, ne fa una specie di ossatura che rende unitaria la narrazione. Quindi capirai che non ho inteso isolare il “mio pensare da architetto”, piuttosto ho preso da esso l’attitudine ad osservare minuziosamente e a comporre. Il resto poi lo fa la scrittura, ed è un resto ben più denso, la parte principale.<br />
<span id="more-17383"></span><br />
 Se no, avrei fatto un progetto. La bellezza poi è al centro del libro, o meglio la ricerca della bellezza. La vita delle cose coincide con il suo nucleo “interno”. Anche per gli uomini è così. E la realtà si mostra sempre nell’ambivalenza: bello/brutto, gioia/dolore. Nella mia terra è ancora più evidente, la bellezza si trascina dietro una bava che la nasconde. Io ho cercato di penetrare negli anfratti della realtà per riscoprirne il senso ancora vivo. Sono più interessato a questo “vivente” per quanto residuale sia, piuttosto che alla denuncia del degrado. Non so se ci sono riuscito, so per certo che cercando la bellezza ho dipanato il filo sensibile delle esperienze personali.</em></p>
<p><strong>Racconti di qui</strong>. Qualche parola per presentare il qui di questa raccolta.</p>
<p><em>Il qui è la mia terra, l’area tra Caserta e Napoli, dall’entroterra fino al mare. Ma voglio ricordare una pagina di V. Havel in cui l’autore dice di “abitare” con il proprio “io” una serie di anelli concentrici che contengono tutto, dalla sua camera al suo condominio, ma anche dalla sua cella fino alla nazione alla lingua alla cultura al cosmo. Io credo che nessuno possa tirarsi fuori dalle condizioni in cui questa terra è precipitata né che si possa parlare più soltanto di un lembo di Italia. Perciò “le crepe, le cicche, i tappi di bottiglia ingoiati come fossili, i dislivelli del cammino, la ragnatela come di vetro fratturato che si apre nell’asfalto”, le cose che cita Giuseppe Montesano nella prefazione al libro e che sono una piccola parte delle cose che ho incontrato nel mio viaggio, non appartengono più soltanto ai miei luoghi ma sono ovunque. Il qui si allarga negli stessi cerchi concentrici di Havel, diventa un “luogo dell’anima”, come lo ha definito  Riccardo Dalisi in una recensione di qualche giorno fa. Almeno questa era la mia intenzione. </em></p>
<p>Come nasce questa raccolta in cui le parole più che narrare fatti e questioni sembrano voler rappresentare una sequela di immagini donate al lettore con delicatezza e una dovizia di dettagli incantevoli?</p>
<p><em>I fatti sono questi. Nasce da una passeggiata con Luigi Spina sul litorale domizio il 26 dicembre 2006. Cercavamo immagini di mare e capivamo che nell’occupazione dello spazio che ci scorreva davanti avremmo potuto trovare al massimo immagini di varchi verso il mare. Mi servivano per illustrare un’intervista che avevo in preparazione per “d’Architettura” una rivista con la quale collaboro da qualche anno e l’intervista era in realtà una conversazione a più voci tra me e Giuseppe Montesano, Gianni Biondillo e Antonio Pascale. Così giravamo per quei luoghi e quando ormai non ci sembrava di aver incontrato nulla di interessante apparve un lungo muro a pelo di sabbia che correva verso il mare e deragliava alla fine. Questa immagine è rimasta dentro di me chiedendomi con forza di essere trasformata nel racconto con cui inizia il libro. E così sono andato avanti per più di un anno, cogliendo un dettaglio un colore uno sguardo e facendo affiorare da essi tutto il magma delle sensazioni delle nostalgie del dolore dei sogni della malinconie che è diventato poi il libro. Naturalmente non si è trattato di una folgorazione ma dell’evoluzione di una lunga preparazione,  io scrivo e soprattutto leggo da molti anni, è la mia passione; come sai ho collaborato con Sud, una rivista a cui sono legato perché si fa nella mia terra e Nazione Indiana ha pubblicato alcuni miei racconti.</em></p>
<p>Nella raccolta l’uomo sembra decisamente legato ai luoghi/non-luoghi che attraversa e osserva. A un certo punto sembra divenire un tutt’uno con le cose stesse. C’è anche qui un legame con la professione? O un modo di vedere e sentire il rapporto tra l’uomo e le cose?</p>
<p><em>Direi di più “un modo di vedere e sentire il rapporto tra l’uomo e le cose”. Io credo che il punto di contatto con la realtà debba essere diretto, ripulito da pregiudizi. Per fare questo è necessario “guardare” e non è così scontato che “guardiamo” sempre, né che siamo abituati e educati a farlo. Ci vuole allenamento e persistenza.  Poi è necessario “nominare” le cose, una ad una con i termini precisi fino a scoprire che esiste sempre una ed una parola soltanto per descrivere una realtà. E forse in quel momento più che descrivere si “crea” realtà. </em></p>
<p>Come nasce l’idea di New smoke lago Patria? Perché invertire i ruoli dei protagonisti di Smoke?</p>
<p><em>Nasce dal fatto che realmente per molti anni, dieci forse, ho disegnato nello stesso periodo dell’anno e più o meno alla stessa ora e con gli stessi strumenti, un paio di penne e niente altro, lo stesso paesaggio, un lago con una grande quercia, le canne i gelsi le robinie i fili d’erba… E’ un altro lago, sicuramente più pulito e meno assediato dall’incuria, ma l’esperienza è la stessa descritta nel racconto. Ho raccolto cento disegni che custodisco come una cosa preziosa. Ho invertito i ruoli perché volevo che a disegnare e a scrivere fosse la stessa persona, un po’ come faccio io.</em> </p>
<p>Come ci si sente a esser pubblicati nella stessa collana di Raymond Carver?</p>
<p><em>Carver è uno dei miei autori preferiti, anche se non voglio leggere questo inedito che è attualmente in libreria, temo di trovare le parole in più che pare il suo editore tagliasse in dosi massicce. In verità ho una grande passione per tutta la narrativa americana, da Melville a Faulkner agli scrittori di oggi. Certo con i miei amici mi do delle arie per questa vicinanza con Carver, solo con i più stretti però. E non posso che scherzarci su.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/07/lettore-sveglia/">Lettore, sveglia!</a></p>
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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/18529/' rel='bookmark' title='Classifiche Pordenonelegge-Stephen Dedalus, giugno 2009'>Classifiche Pordenonelegge-Stephen Dedalus, giugno 2009</a> <small>[Si pubblicano le classifiche estese del Pordenonelegge-Stephen Dedalus] NARRATIVA 1....</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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