<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; Libano</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/libano/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Addio alle armi!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 08:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[missioni di pace]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6328</guid>
		<description><![CDATA[<p>  <a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif'></a>    </p>
<p> di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong>                                                        </p>
<p>                                                                                     <em>Se non dovessi tornare,<br />
                                                                                      sappiate che non sono mai<br />
                                                                                     partito<br />
                                                                                                 Il mio viaggiare<br />
                                                                                   È stato tutto un restare<br />
                                                                                  qua, dove non fui mai. </em></p>
<p>                                                                                               <strong>G. Caproni</strong><br />
                                                                                  Biglietto lasciato prima di non andar via. </p>
<p><em>Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne</em><br />
                                                                                                                                                               Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati sotto la coppola verde e le orecchie infreddolite.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/">Addio alle armi!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>  <a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif" alt="" title="bersagliere" width="165" height="300" class="alignnone size-full wp-image-6329" /></a>    </p>
<p> di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong>                                                        </p>
<p>                                                                                     <em>Se non dovessi tornare,<br />
                                                                                      sappiate che non sono mai<br />
                                                                                     partito<br />
                                                                                                 Il mio viaggiare<br />
                                                                                   È stato tutto un restare<br />
                                                                                  qua, dove non fui mai. </em></p>
<p>                                                                                               <strong>G. Caproni</strong><br />
                                                                                  Biglietto lasciato prima di non andar via. </p>
<p><em>Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne</em><br />
                                                                                                                                                               Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati sotto la coppola verde e le orecchie infreddolite. Neanche il tempo di accendere una sigaretta fuori che la sua voce secca rimbombò lungo il binario preceduto dal solito fischio, come un boato:<br />
“Chiudere!”<br />
Una signora sulla quarantina presa dall’ansia di fumare gettò suo malgrado la cicca appena accesa, e dopo aver bestemmiato salì di nuovo all’interno del treno, poi di nuovo lo strillo.<br />
“CHIUDERE!”<br />
<span id="more-6328"></span><br />
 Il solito Espresso notte. Quante volte l’avrò preso in un anno!? I ricordi dei viaggi passati si mescolano tutti insieme creando una matassa da cui è impossibile venirne a capo. Caserta Bologna Bologna Caserta passando per Roma Tiburtina poi Termini cambio direzione poi scintille sulle rotaie che sfrecciano nella galleria oscura finché il treno non esce dall’oblio come una pallottola da una pistola e finalmente vedi il cielo stellato ed il respiro rallenta insieme al serpentone di vagoni con il battito del cuore irregolare e sfasato&#8230;(troppo veloci, i pensieri nel treno, troppo veloci!). </p>
<p>Gli odori sono sempre gli stessi: quello forte ed aggressivo delle signore che resta incollato alle pareti degli scompartimenti per tutto il viaggio, il sudore mescolato alle imposte di pane mortadella e pomodorini secchi, quello fastidioso e acido che sa di plastica bruciata quando il treno è in fase di frenata,  i fazzoletti intrisi d’olio delle frittatine di maccheroni preparate dalla mamma premurosa, il bagno che emana l’oramai familiare tanfo di pesce andato a male innaffiato dal solito deodorante scadente. In quel dannato treno si muove tutto quello che sta intorno, escluso il treno stesso&#8230;sembra un mondo sigillato dall’esterno. Come posso spiegarla quell’angoscia che provo quando ci salgo su? Che poi non è solo angoscia. E’ inquietudine eccitazione malinconia e speranza. Fastidio e rabbia, quella rabbia innocente che sbuca dal nulla e detta legge ai movimenti, la stessa che mi costringe ad andare via, forse. Lei decide per te e tu resti muto ad assecondarla.  (quando poi non ho il biglietto viaggiare vuol dire soprattutto adrenalina pura, cuore in gola e fuga dal controllore con in testa la delirante musichetta di quei tre in “febbre da cavallo&#8230;”). Una volta mentre guardavo fuori dal finestrino le luci che si disperdevano nel buio come galassie incomprensibili, mi venne come uno svenimento, persi i sensi e mi ritrovai non so quanto tempo dopo (il tempo? E cos’era? Che importanza aveva?) sdraiato  e convinto di essere nella stanza buia di casa mia, completamente spaesato. In quegli istanti il vuoto, totale. Sarà stata la stanchezza delle ore passate allerta e la sbronza della sera prima.</p>
<p>Prima di ogni partenza la testa produce la solita domanda che riecheggia e cade nel sordo silenzio disturbato dal frastuono, una domanda che non trova  risposta, che genera altre domande e pensieri che martellano chiodi nel muro spesso delle immagini accumulate in questi anni lontano da casa: “Ma dove diavolo sto andando? Perché vado via?!”<br />
Ero tranquillamente seduto in uno scompartimento dall’aria pesante e colma dei respiri affannati, pronto ad affrontare la nottata insonne, perché in effetti non riesco quasi mai a prendere sonno nel treno; è un vizio che mi costringe a restare sveglio. Devo perlustrare tutti i vagoni (quando è possibile). Devo guardare i volti, le facce abbronzate e stanche che masticano dialetti incomprensibili e lingue attraenti; mani spesse dei lavoratori abituati a mantenere l’equilibrio sulle impalcature, tutte quelle persone indecifrabili, impenetrabili e misteriose, i cinesi che scendono a Prato centrale. La desolazione delle stazioni dimenticate, le fronti sudate ed ingiallite che salgono sul treno affaticate da bagagli giganteschi; Loro sono pur sempre dei compagni di viaggio che condividono la snervante attesa dell’arrivo a destinazione. Morale della favola, resto sveglio tutto il tempo.</p>
<p>Quella sera il treno non era stracolmo (strano, stranissimo). Nel corridoio c’era un senegalese seduto al seggiolino che russava profondamente. Dal bagno in fondo proveniva ad ondate  un forte odore di marijuana; Due ragazzi uscirono con le mani sullo stomaco per le risate quando videro un vecchio signore in canottiera bianca e pelle scura e braccialetti d’oro e catenina in petto che rifletteva il suo volto rugoso al finestrino e borbottava tra sé parole incomprensibili (fece questo per tutto il viaggio&#8230;) Andai a fumare nel piccolo spazio alla fine del vagone, vicino al bagno, e come al solito restai ipnotizzato dallo spettacolo che si ripeteva all’orizzonte: zone industriali piene di ciminiere che sputavano fumo denso e bianco e luci al neon che illuminavano strade completamente vuote. Poi il buio, fitto e tradito dai fuochi incendiati nelle città in lontananza, con i lampioni giallognoli degli angoli nascosti nelle campagne abbaiate.<br />
Ad un tratto l’aria si impregnò del forte odore di tabacco.</p>
<p>C’era un altro tizio a fumare, che appena mi vide fece un cenno con la testa come a dire “ci tocca aspettare e fumare, poi aspettare ancora e fumare, maledizione!” Un gesto di comprensione, un si con il capo e gli occhi semichiusi, un modo semplice per mostrare la rassegnazione, condividerla.<br />
Un maghrebino con il volto sfregiato aveva la schiena appoggiata alla porta del bagno e spontaneamente se la rideva&#8230;<br />
Il tizio si chiamava Gerardo. La prima cosa che notai era la sua ansia. Non era soltanto per il desiderio di arrivare, c’era di più. Il cranio rasato a zero, la barba appena tagliata, Gerardo mentre parlava portava spesso la sua mano destra sulle palle, come a grattarsi o rassicurarsi che da quelle parti fosse tutto sotto controllo. Era una sorta di tic. Chi si tocca la punta del naso chi scherza con i riccioli dei capelli, Gerardo constatava ogni tre e quattro la consistenza del suo attributo, ma senza malizia. Ci misi poco a capire che Gerardo era un soldato. Un alpino, per la precisione, nato e cresciuto a Nocera Inferiore.<br />
“Un posto di merda!” esclamò, mentre i rumori delle rotaie sui binari invadevano le voci, e per comprenderci dovevamo gridare. Aveva voglia di parlare, doveva confidarsi con qualcuno, sfogare. Forse per la necessità di vedere il tempo passare chiacchierando, anzi urlando.<br />
Se ne tornava a Bolzano dopo una settimana di congedo, e per attaccare bottone  mi mostrò la foto sul telefono di una donna mezza nuda:<br />
“Mi sta aspettando, Deborah, bella eh!?. Non vede l’ora che arrivi. A me neanche me ne frega, tanto io fra poco mi sposo; giusto il tempo di un&#8217;altra missione. Intanto a Bolzano quando posso vado da lei, devi sentire come parla, con quell’accento mezzo tedesco! A me fa impazzire!”<br />
Nel frattempo accese altre quattro sigarette, il maghrebino sorridente andò via e restammo soli, imprigionati dal fumo. Gerardo portava la sigaretta tra le labbra serrate come uno schizofrenico, se ne stava lì a gesticolare e ad urlare per farsi capire. Le mie orecchie erano confuse dalla sua voce rauca, che graffiava la gola.<br />
“Sono cresciuto nel buco di culo dell’Italia meridionale” disse. “Quando avevo la tua età facevo tante di quelle cazzate che adesso se ci ripenso mi sembra di guardare allo specchio un’altra persona. Le alternative di chi nasce in certi paesini sono poche. Io ad una certa età dovevo soltanto scegliere: affiliarmi in uno dei clan della zona, fare soldi con lo spaccio insieme ai Maiale.. altrimenti il militare. Di studiare non se ne parlava neanche. Alla fine decisi di arruolarmi ed andare via, anche perché mio padre mi implorava di partire. Tanto una guerra vale l’altra! E poi non ero fatto per mettermi con qualcuno, ero troppo fuori con la testa, pensavo solo alle femmine alle droghe alla discoteca.. avevo bisogno di scappare via di casa, allontanarmi da quella fogna.”<br />
“L’esercito mi ha cambiato, ma le missioni sono state la cosa più allucinante.. Kosovo Macedonia e poi Bosnia&#8230;quante ce ne sono capitate! Una volta ero di pattuglia a Mostar, di notte. Ad un certo punto vedo arrivare un gippone. Scendono in quattro di loro con i kalashnikov in mano; immagina una paranza come da noi. Era un gruppo di uomini armati, e ci stava pure il capo che si avvicina verso di me e dice che deve parlare con il colonnello. Io all’inizio non capivo, vuoi per la paura ma anche per la lingua.. In poche parole era successo che il colonnello aveva scopato una ragazza che apparteneva a loro, e così gli dissero di sposarla. Non aveva troppe scelte, il colonnello. Doveva sposarla altrimenti sarebbe scoppiato l’inferno. Adesso il colonnello è sposato con questa ragazza e ha tre figli. Se l’è portata in Italia..”<br />
Avevo praticamente la bocca secca, senza più saliva.<br />
“Fra un pò me ne vado in Afghanistan” disse, mentre il viso mutò espressione in una frazione di secondo;  “dicono che è pericoloso, che per qualsiasi cosa devi avere il permesso dagli americani. Non puoi sparare un colpo senza una loro autorizzazione. Un altro pò e se vuoi andare al cesso devi chiederglielo agli americani, mentre loro fanno quello che vogliono, quei bastardi!. Tutti me ne parlano male di Kabul, dicono che è pericoloso, ma io se non vado a vedere con i miei occhi non posso saperlo! E’ inutile lasciarsi prendere dal panico prima, è inutile..<br />
Giuro che dopo l’Afghanistan levo mano, lo giuro!”<br />
Continuavo ad ascoltare Gerardo, anzi fui rapito dalle sue gesticolazioni frenetiche, la fretta di parlare; il modo in cui mangiava le parole con quel dialetto rivelavano in realtà una disperazione dissimulata. Avevo gli occhi annebbiati dalla stanchezza. Iniziai a martoriare le unghie delle mani sudate, mentre lui se ne stava lì a fumarne una dopo l’altra e raccontava ancora nascondendo il suo nervosismo addestrato. Di Deborah e delle parole sacrosante di suo padre in punto di morte, del suo desiderio di sposarsi e mettere su famiglia, la voglia di tornare a casa, abbandonare quella Bolzano così fredda e triste.. dopo tutto quello che mi svelò restammo senza dire niente, in un silenzio quasi imbarazzante, complice, con il sottofondo delle rotaie che picchiavano violentemente sui binari. </p>
<p>Finchè non arrivai a Bologna, come per magia. Tutto il tempo a bestemmiare contro l’attesa e la sete, poi le parole di un soldato ansioso lasciano al tempo lo spazio per passare nello spiraglio.. Ricordo che appena il treno si fermò alla stazione di Bologna Gerardo mi guardò scendere con i suoi occhi gelidi e stanchi. Mi aiutò a prendere il bagaglio pesante salutandomi con una tenerezza repressa insolita e sfigurata. Adesso sarà a Kabul cosparso di granelli di sabbia a implorare contro gli americani oppure a sud del Libano o magari avrà deciso all’ultimo minuto di non partire, chissà.<br />
Qualsiasi destino abbia abbracciato, qualunque scelta abbia preso, ricordo benissimo la sensazione che provai quando scesi dal treno. Di una rabbia infantile, istintiva e terribilmente viscerale, accompagnata da una fitta all’imboccatura dello stomaco, un forte bruciore. Mi incamminai nella nebbia del primo mattino verso la città vuota, con solo gli spazzini che sbadigliavano facendomi compagnia, e non riuscivo a togliermi dalla testa quel soldato. Dannazione! Gerardo lasciò dentro di me (te lo giuro) <em>una rabbia, che mai si sazierà</em>!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/">Addio alle armi!</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/06/il-tempo-e-scaduto/' rel='bookmark' title='Il tempo è scaduto!'>Il tempo è scaduto!</a> <small> di  Andrea Bottalico. Fotografie di Alessandro De Filippo. Raccontare...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/' rel='bookmark' title='Paradise Lost'>Paradise Lost</a> <small> Una certa luce sulla storia non può essere gettata,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/' rel='bookmark' title='Il rifiuto permanente'>Il rifiuto permanente</a> <small>di Andrea Bottalico “..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2003/09/22/una-democrazia-in-offerta-paghi-uno-prendi-due/' rel='bookmark' title='Una democrazia in offerta (paghi uno prendi due)'>Una democrazia in offerta (paghi uno prendi due)</a> <small>di Benedetta Centovalli Dopodomani è di nuovo l’11 settembre. Ma...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2003/06/10/le-guerre-dei-poveri-e-lamnesia-dei-ricchi/' rel='bookmark' title='Le guerre dei poveri e l&#8217;amnesia dei ricchi'>Le guerre dei poveri e l&#8217;amnesia dei ricchi</a> <small>&#8220;Afghanistan, Argentina: cosa è successo dopo? Quello che ci hanno...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Paradise Lost</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 May 2008 19:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Ron Leshem]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/</guid>
		<description><![CDATA[<p>                                                                                                                 <em>Una certa luce sulla storia<br />
                                                                                                                  non può essere gettata,<br />
                                                                                                                 ne sono persuaso, altro che<br />
                                                                                                                 dalla creazione letteraria.</em><br />
                                                                                                                                         <strong> Victor Serge</strong></p>
<p><strong>Se esiste il paradiso</strong><br />
di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Sono parole infuocate. Parole che vanno masticate lentamente, come quando mastichi un fungo, impaurito eccitato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/">Paradise Lost</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/sistcom_elmetto.jpg' alt='sistcom_elmetto.jpg' />                                                                                                                 <em>Una certa luce sulla storia<br />
                                                                                                                  non può essere gettata,<br />
                                                                                                                 ne sono persuaso, altro che<br />
                                                                                                                 dalla creazione letteraria.</em><br />
                                                                                                                                         <strong> Victor Serge</strong></p>
<p><strong>Se esiste il paradiso</strong><br />
di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Sono parole infuocate. Parole che vanno masticate lentamente, come quando mastichi un fungo, impaurito eccitato. Devi gustare il sapore amaro, disgustoso, e devi farlo fino in fondo perchè l’effetto è un’allucinazione. E non permetterti di sputare; ingoia. Piuttosto pensa al luogo in cui sei stato, alla voragine in cui sei inciampato per colpa di quelle frasi infami, e chiediti se esiste l’inferno, perchè è proprio quello che viene descritto nel libro di <strong>Leshem</strong>. Zitlawi per incoraggiare gli altri lo ripeteva spesso: “I soldati non finiscono mai all’inferno”. Di certo Zitlawi non potrà dirlo mai più.<br />
<span id="more-5862"></span><br />
Ron Leshem non c’è mai stato in Libano. Non ha mai perso un amico durante quella guerra. Eppure racconta, descrive nel suo primo libro <strong>tredici soldati </strong>(<em>Rizzoli)</em>, attraverso lo sguardo incattivito di Erez, la condizione dei soldati israeliani nell’ultimo avamposto rimasto sulle alture del Libano meridionale dopo l’occupazione del 1982: Il Beaufort. I soldati che Erez si trova a comandare sono poco più che ventenni. Costretti a condividere paure impossibili da esprimere, loro aspettano il ritiro imminente, assediati. Alcuni crepano sotto i colpi di mortaio di Hezbollah, che in silenzio ascolta il respiro di Tsahal, prepara l’attacco finale, costringe il nemico a starsene rintanato senza mettere il naso fuori dal bunker. Ai soldati non resta altro che sperare e sopportare il tremendo destino, contando i granelli di sabbia che scivolano giù da una clessidra di piombo.</p>
<p>La scrittura di Leshem non cerca nessuna elevazione. Piuttosto un continuo, costante inabissamento nei meandri della disperazione, una cinica constatazione della disfatta imbrigliata a momenti di sacra vitalità che frusta lo stomaco, prende alla gola, provoca e disarma il lettore. E’ metallo puro. Il ritmo incalza come le botte e le risposte al gioco della morra. Un mondo intero fatto di storie personali, sogni futuri, incubi, scherzi. Nel Beaufort regna la sincerità tra ragazzi che non sanno neanche il motivo assurdo di quella guerra, obbligati a diventare uomini, a mostrare i denti ad un ombra; sono bambini che continuamente si domandano il perché:</p>
<p><em>Beaufort è Oshri. Lui si rotola verso di me, mi si sdraia addosso, mi spacca le palle a furia di brontolare. E’ sempre così, un attimo prima che il buio svanisca e noi ci ritiriamo, gli viene un attacco. “Scusa, Erez, ma ho bisogno che mi spieghi come ho fatto a finire qui” mi chiede. “Che diavolo ci faccio travestito da cespuglio? Perché mi dipingo la faccia? Cos’è, sono un bambino? Cosa ci sto a fare in una roccaforte dei crociati, dimmelo, brutto stronzo. Cosa vivo, ai tempi della Bibbia? Sono un coglione, a pisciare in una bottiglia? Cosa cazzo ci sto a fare in mezzo alla neve, temperatura sotto lo zero, in attesa di seccare un arabo che ha avuto la brillante idea di uscirsene dal letto alle tre del mattino? Ti pare logico? E ritornare nel fetente secchio della spazzatura in cui dormo, su nell’avamposto, ti pare logico? Ma l’hai visto, dove dormo? Ci sto male qui, ci sto malissimo. E’ una follia, è troppo una follia. Apri gli occhi. Sono mille anni che la gente muore su questa montagna, non è arrivato il momento di piantarla? Giuro, non è mica ragionevole, non ha senso che esista, un posto del genere, ‘sto Beaufort. Dai retta a me, non esiste. Siamo rimasti tutti bloccati in un incubo, per sbaglio. Da tutto il mondo si può, in questo preciso momento, telefonare in tutto il resto del mondo; io sono l’unico che non ha speranza di fare una chiamata. A sei minuti di volo da qui –Dio evidentemente non esiste- in un centro commerciale, una figa con il tanga che le spunta fuori dai pantaloni se ne va in giro preoccupata solo di scegliere fra uno shampoo al mandarino, zenzero ed essenza di tè verde, e un sapone liquido al gelsomino, rose ed essenze di orchidea. Un dilemma pazzesco. Dio, ti prego, mandami un dilemma del genere. E tutti giù a scopare. In questo momento a Tel Aviv stanno allargando le gambe a una ragazza, in piedi, nel cesso di un club. Come faccio a resistere a questa tortura, con tutte le regole che s’inventano ogni giorno, sempre ordini, basta, mi tirano scemo, sto andando fuori di testa. Devo essere matto per accettare di restare qui, non c’è altra spiegazione. Perché non mi chiedo cosa ci sto a fare? Ci penso mai a quello che faccio? Non ho abbastanza rispetto verso me stesso da evitare l’atteggiamento da pirla che hai tu, fratello? Basta, te lo giuro è finita.”<br />
</em></p>
<p>Nelle parole incise trasuda il volto del soldato israeliano, il disprezzo, la sua umanità disumanizzata dalle costanti aberrazioni della guerra. La totale incomprensione, l’inutilità, il non senso. Un mondo di carnefici e vittime, abituati a vedere l’orrore e incapaci di dimenticarselo una volta tornati a casa. Come i marines inseguiti da quel folle di Michael Herr nel Vietnam pieno di giungle rasate a zero dalle bombe al napalm. Una capacità descrittiva simile, due guerre diverse, certo, ma una visione cinica e disillusa, contraddittoria conflittuale. Dita che affondano nelle piaghe, con una differenza: Michael Herr decise di andare in Vietnam ad inseguire i battaglioni di marines; è lui che racconta, è lui che vede quelle facce imbastardite. Sguardi increduli che magari un tempo sorridevano. Umiliati. Laggiù in fondo a tutto, negli abissi scavati da mani scaltre, in quell&#8217;oceano di anime destinate all&#8217;oblio, laggiù Michael Herr andò a vedere se era vero –“Verità cui neppur la dignità resiste”- La prima volta che si trovò nel Vietnam aveva ventiquattro anni, pochi in più rispetto ai soldati che perplessi gli continuavano a domandare cosa diavolo ci facesse lì. Scrutare le cicatrici della storia o semplice masochismo? Deve avere ancora quell&#8217;orrendo sapore di razioni C inchiodato sotto al palato. Il giovane corrispondente dell&#8217;esquire magazine decise di andare a guardare da vicino. Il motivo lo spiega in poche parole, nel figlio illegittimo partorito al ritorno dalla guerra, i suoi &#8220;dispacci&#8221;:</p>
<p><em>&#8220;Io ero là per guardare. Si parla di impersonare un&#8217;identità, di rinchiudersi in un ruolo, di ironia: andai lì  per seguire la guerra e fu la guerra ad inseguire me; una vecchia storia, sempre che, naturalmente, tu non l&#8217;abbia mai sentita. Ci andai con la convinzione, grossolana ma seria, che si deve essere capaci di guardare qualsiasi cosa, seria perché agii di conseguenza e partii, grossolana perché non sapevo, ci volle la guerra per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi&#8221;.<br />
</em><br />
Ron Leshem invece muove da un delirio diverso, non essendo mai stato in Libano. Nella postfazione intitolata “fra realtà ed immaginazione” si intravede l’alchimia. Tutto ebbe inizio nella striscia di Gaza, dove nell’autunno del 2000 il giovane scrittore incontrò per puro caso Rotem Yair, un ufficiale della brigata Ghivati. E’grazie a questo incontro che conosce il Libano, raccontato da un uomo che ha vissuto lassù al Beaufort molte stagioni con il suo battaglione. Dai racconti del soldato e dopo altri incontri, Ron Leshem scopre un mondo a lui sconosciuto un attimo prima. Proprio lui, un tipico imboscato da ufficio di Tel Aviv, inesperto, decide di raccontarlo spinto da un impulso creativo eccezionale, ispirato dalle storie di Rotem, che il Libano deve averlo visto bene. Da quell’incontro la guerra ce l’ha in testa. Tutti i personaggi descritti nel libro sono frutto dell’immaginazione. Il riferimento agli ultimi anni dell’esercito israeliano in Libano è lo sfondo lugubre su cui spazia la creazione di un mondo ancora più afferrabile, dove non esistono né vincitori né vinti, dove l’odio nasconde i sorrisi e le amarezze. Non si tratta di un documento storico, è molto di più. E’ un’immagine paradossalmente reale, affogata all’interno della realtà stessa. E’ dolorosa e nello stesso tempo vera la voce di Erez, capace di penetrare nei gangli dell’immaginario e rapinare l’attenzione come un ladro di sogni. Ma la voce che sussurra all’orecchio non è la stessa di Rotem; è pura invenzione.  Una sorta di superiorità della verità letteraria che sviscera, colma un vuoto indefinito, riuscendo addirittura a prevedere un “inevitabile” ritorno dell’esercito israeliano in Libano, come è avvenuto nel 2006. </p>
<p>Sono parole infuocate! Dopo l’ultima pagina un brivido irrompe lungo tutta la spina dorsale, la pelle inizia a contrarsi gli occhi diventano umidi. Avresti voglia di ridere. In fondo a tutto, domanda a te stesso se si può vivere senza pietà. Domandatelo. Forse l’inferno esiste davvero. Non sputare per terra. Piuttosto ingoia; e pensaci. Come la frase ricordata da qualcuno tempo fa, una specie di preghiera che i marines ripetono sempre:<br />
“<em>Dio non giudica i soldati!</em>”</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/">Paradise Lost</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/02/02/paradise-lost-2/' rel='bookmark' title='Paradise Lost'>Paradise Lost</a> <small> di Helena Janeczek Al campus di Gerusalemme andava forte...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/' rel='bookmark' title='Addio alle armi!'>Addio alle armi!</a> <small> di Andrea Bottalico Se non dovessi tornare, sappiate che...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/23/riflessioni-su-un-documentario-israelo-palestinese/' rel='bookmark' title='Riflessioni su un documentario israelo-palestinese'>Riflessioni su un documentario israelo-palestinese</a> <small>di Andrea Inglese Mi sono rivisto una parte del documentario...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/10/gaza-chi-ha-iniziato/' rel='bookmark' title='Gaza, chi ha iniziato?'>Gaza, chi ha iniziato?</a> <small>[Ieri sul Corriere della Sera ho letto la risposta di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/' rel='bookmark' title='Il rifiuto permanente'>Il rifiuto permanente</a> <small>di Andrea Bottalico “..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”....</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 0.618 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 21:24:03 -->
<!-- Compression = gzip -->
