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	<title>Nazione Indiana &#187; liberismo</title>
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		<title>Noi siamo i giovani del surf</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 14:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/">Noi siamo i giovani del surf</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.<br />
Matteo Renzi è un uomo pericoloso, e così il suo progetto politico. Partiamo dalla persona. Renzi è pericoloso perché di cartapesta. Come quei mostri dei fumetti che li colpisci e si sgonfiano, ché dentro non c&#8217;era nulla. E&#8217; proprio questa la sua massima pericolosità: dentro Renzi c&#8217;è il nulla. Ma il nulla, se messo bene in scena, risulta simpatico. E&#8217; adattivo. Scivola, si dà la forma che il contesto richiede. Il Renzi, quando parla, recita la parte del furbetto, ma è una parte serena. Non si scompone mai, sorride, ammicca, è un muro di gomma che evita ogni tipo di rappresentazione del conflitto – inscrivendosi così in quella che è la sua vera <em>heimat</em>, quella democristiana. (Ciò che mise clamorosamente in scena con il gesto politico – che poteva suonare come omaggio feudale – dell&#8217;andare ad Arcore).<span id="more-40588"></span><br />
Renzi può risultare simpatico anche per la sua toscanità: che ahimé non richiama quella sanguigna e verace dei vecchi toscani, ma quella ruffiana, morbida e di facile consumo di un Pieraccioni.<br />
Facciamo dei fermo immagine, quando parla: aggrotta la fronte, in un troppo palese sforzo retorico, volto a compiacere l&#8217;interlocutore – ma pare un attore da soap. Socchiude gli occhi bogartianamente, a voler ammaliare l&#8217;interlocutore – ma la sua faccia non è quella di Bogart, e suona posticcio. Sono trovate da piazzista. Opposte a quelle di Berlusconi (il quale si offre a portata di mano, ma sempre nella sua inattingibile distanza), ché Renzi cerca di instaurare una complicità casalinga, empatica ma con quella leggerezza da amico al tavolo del bar. Ma siamo pur sempre nel campo dei piazzisti. E, inutile negarlo, funziona.<br />
In questo senso, è davvero l&#8217;anti-Berlusconi per eccellenza. Come lui, si basa su una serie di tormentoni di cui il consenso che riscuotono è noto dalle indagini di mercato. L&#8217;archi-tormentone è quello della logica binaria nuovo contro vecchio. Una ripresentazione dello schema di Berlusconi, prima della sua consunzione: stavolta la retorica del nuovo si commuta in chiave generazionale, e l&#8217;utilizzo la logica dell&#8217;antipolitica viene piegata alle strategie della politica. I giovani, i giovani &#8211; tutto pro domo sua, s&#8217;intende, discorso smaccatamente finalizzato alla propria carriera di leader. Questa retorica emerge anche nei discorsi del convegno della Leopolda, tutta un&#8217;esaltazione del merito (dove l&#8217;esaltazione del merito senza il valore dell&#8217;uguaglianza è un tema retorico ben maneggiato a destra, in quanto oggettivamente di destra), tutto un fiorir di temi da new economy all&#8217;insegna di più deregulation (tanto che è stato facile per Bersani dire che non è il caso di ripescare l&#8217;usato vintage di stampo liberista che ha già fatto troppi danni), manco fossimo negli anni del fiorente clintonismo; e dunque i temi “giovani” come la banda larga, il fotovoltaico, una manciata di spirito anticasta&#8230; Ma mai che si vada alle questioni decisive: e infatti si sta con Marchionne senza se e senza ma. L&#8217;ovazione tributata a Chiamparino – che oltre a schierarsi con Marchionne è un ultras pro-Tav e ha nel corso degli anni esternato ferocemente contro i “clandestini”, fino a invocare una Ellis Island europea &#8211; è in questo senso molto significativa, così come la presenza di Ichino. E, se vogliamo, anche il parallelo con l&#8217;era clintoniana ci può far capire una serie di cose, se è vero che fu Clinton ad abolire il Glass-Steagall Act, il quale cancellando la distinzione tra banche d&#8217;investimento e banche commerciali diede il via libera al dominio assoluto e letale della finanza: parlare del disastro presente significherebbe parlare di temi (la finanza, i beni comuni&#8230;) di cui alla Leopolda non c&#8217;è traccia (del resto Renzi, coerentemente, non era un sostenitore del referendum per l&#8217;acqua pubblica).<br />
C&#8217;è invece il fiorire di un individualismo collettivo, dove la lezione di don Milani (sortire insieme) è totalmente dimenticata. In questo senso, renzismo è dire Io. Il più lurido di tutti i pronomi, scriveva Gadda. Significa, di fatto, rinunciare alla politica. Lo ha ben enunciato Arturo Parisi: &#8220;la parola che conta è “io”. Un pronome. C’è un ambito dove questo pronome ci sta stretto: la politica, e in maniera particolare il centrosinistra. Si dice “noi”, si dice “loro”, si dice “si è pensato”.  Così nessuno di assumerà delle responsabilità. Così è successo che a  dire “io” c’è solo Berlusconi. Così è successo che Matteo Renzi risulta antipatico prima ancora di sentire cosa ha da dire, solo perché ha detto “io”. Se tutti torniamo a dire “io” riusciremo a parlare del nostro futuro&#8221;.<br />
Un individualismo di massa è quanto si propone: l&#8217;Io, realtà monadica e compatta, che viene prima del noi. In che cosa si scarta dal pensiero unico berlusconiano? (Del resto lo schema è questo: Berlusconi dice io, anche noi dobbiamo farlo). Altro è invece parlare di tante storie che s&#8217;incrociano, soggettività che interagiscono da sempre, un ecosistema dove ogni singolo è da sempre in relazione con ogni altro singolo. E&#8217; questa l&#8217;unica via d&#8217;uscita: pensarsi in relazione costante, e pensare la propria salvezza sempre all&#8217;interno di questa relazione.<br />
La chiave per uscire da questo vicolo cieco è Renzi stesso a darcela. E&#8217; lui stesso a dire che bisogna superare l&#8217;antiberlusconismo. Ne consegue inevitabilmente che bisogna superare anche Renzi. Il quale, in fin dei conti, è rimasto sempre quel diciannovenne che era andato alla Ruota della fortuna di Mike Bongiorno, sperando nel giro giusto della ruota. A diciannove anni si possono fare certi sbagli. A trentasei no. Noi puntiamo sul Passa la mano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/">Noi siamo i giovani del surf</a></p>
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		<title>SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 06:07:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Questa volta ci sarebbe da dire che non tutte le statistiche vengono per nuocere, perché  a differenza di molte che sembrano essere nate solo per conferire un’alea di verità aritmetica all’opinione dominante, quella diffusa dall’OCSE sul legame tra i guadagni dei padri e dei figli presenta alcuni elementi di grande interesse.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/soldi-dei-padri-scuola-dei-figli/">SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Questa volta ci sarebbe da dire che non tutte le statistiche vengono per nuocere, perché  a differenza di molte che sembrano essere nate solo per conferire un’alea di verità aritmetica all’opinione dominante, quella diffusa dall’OCSE sul legame tra i guadagni dei padri e dei figli presenta alcuni elementi di grande interesse. In breve si tratta di una statistica, apparsa su <em>Repubblica</em>, sulla mobilità della posizione stipendiale dei figli rispetto a quella dei genitori in ogni nazione membro dell’OCSE: se la testa della classifica, ovvero i paesi in cui vi è una maggiore mobilità stipendiale e quindi sociale, non riserva particolari sorprese perché occupata dai paesi scandinavi e l’Austria, ossia quelle nazioni nelle quali lo stato sociale è ancora forte, al fondo delle classifica vi sono alcuni dati meno prevedibili perché i paesi meno mobili risultano essere la Gran Bretagna, l’Italia, gli Stati Uniti e la Francia.<br />
<span id="more-31654"></span><br />
E’ davvero curioso che a contendersi il primato dell’immobilismo sociale sia un paese come il nostro, roccaforte del familismo amorale e della raccomandazione, insieme ai paesi anglosassoni all’avanguardia della modernità economica, spesso citati come modello per uscire da questa nostra arretratezza. In particolare perché i tipi di scuola di questi paesi sono profondamente diversi e secondo l’ideologia dominante è la scuola a essere responsabile principale della mobilità sociale di una nazione.</p>
<p>  Nell’ultimo ventennio a più riprese sono  intervenuti esponenti politici, commentatori e economisti illustri a spiegare che tra le cause dell’immobilismo sociale del nostro paese c’era, oltre al peso del fisco e a una burocrazia folle, una scuola inadeguata al mondo del lavoro. Per esempio mi ricordo che quando l’allora ministro Moratti andò in televisione per spiegare la sua riforma della scuola, quella i cui decreti applicativi sono stati approvati tra l’anno scorso e quest’anno e sono chiamati comunemente riforma Gelmini, disse che gli USA avevano una mobilità sociale molto maggiore dell’Italia grazie al tipo di scuola che avevano più immediatamente vicino ai bisogni dell’economia nazionale. Quella della signora Moratti non era un’uscita individuale, ma al contrario corrispondeva all’opinione corrente anche nello schieramento rivale  perché  una  delle linee guida dell’ideologia liberista afferma che la possibilità di mobilità sociale dipende quasi esclusivamente dalla qualità dell’istruzione di un paese. </p>
<p>Naturalmente è vero che la qualità della scuola, specie se pubblica e in grado di fornire livelli di prestazione relativamente omogenei, è un’occasione per la mobilità sociale, ma da sola serve a poco se tutta la politica economica di un paese non è indirizzata in tal senso.  Nel dibattito pubblico dominato dal liberismo, e quindi nelle opinioni dei tecnici, dei politici e dei grandi giornalisti, invece la scuola diventa  l’unico garante della mobilità sociale. Questo discorso sulla scuola ha una funzione fondamentale perché deve nascondere,con la sua insistenza sui meriti dell’individuo all’interno di un’istituzione che da sola garantirebbe la promozione lavorativa, il fatto che la mobilità sociale in realtà dipende da quanti diritti collettivi uno gode e non solo a scuola. </p>
<p>  Ma questi dati gettano anche una luce inedita sul caso italiano perché in fondo sembrano testimoniare che le storture più tipiche del nostro paese e che ne costituiscono l’arretratezza, come i mali che derivano dal familismo amorale, producono effetti generali  sulla società  non troppo diversi da quelli delle politiche liberiste grazie alle quali, secondo un’idea dominante, i mali italiani dovrebbero essere curati. Anzi si potrebbe dire che queste logiche arcaiche  hanno trovato un terreno perfetto di adattamento nel contesto della globalizzazione neoliberista perché il liberismo con il suo attacco allo stato sociale favorisce diverse forme di privilegio, sia quelle che assumono vesti moderne e tecnocratiche sia quelle nepotistiche più tradizionali. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/soldi-dei-padri-scuola-dei-figli/">SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</a></p>
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		<title>Padroni Delle Libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2009 15:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>Un giorno, tra cento anni, gli esseri umani che godranno di una Terra meravigliosa e che vivranno esistenze felici e spensierate, ricorderanno Silvio Berlusconi come colui che per primo mostrò al mondo, a cavallo tra due millenni, tutta la verità sulla natura della dottrina politica economica e sociale uscita vincitrice dai conflitti grotteschi e sanguinosi del ventesimo secolo: il liberismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/04/padroni-delle-liberta/">Padroni Delle Libertà</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p>Un giorno, tra cento anni, gli esseri umani che godranno di una Terra meravigliosa e che vivranno esistenze felici e spensierate, ricorderanno Silvio Berlusconi come colui che per primo mostrò al mondo, a cavallo tra due millenni, tutta la verità sulla natura della dottrina politica economica e sociale uscita vincitrice dai conflitti grotteschi e sanguinosi del ventesimo secolo: il liberismo.<br />
&#8220;Egli&#8221;, diranno, &#8220;incarnò alla perfezione l&#8217;idea che, in totale assenza di avversari, l&#8217;arroganza del vincitore non potesse continuare a essere giudicata come l&#8217;espressione di un imminente tentativo di aggressione ai contendenti, ma meritasse di essere considerata e percepita  per quello che era: il mezzo migliore per far capire a tutti che nessuna contesa sarebbe più stata possibile&#8221;.<span id="more-19047"></span></p>
<p>Mentre in questi giorni, i capi della più grandi democrazie occidentali si affannano a parlare di riforme e di trasparenza del sistema finanziario, il nostro presidente del consiglio tiene ovunque delle lezioni spontanee sulla libertà di stampa, illuminandoci con dei sillogismi inattaccabili: &#8220;La stampa è libera di dire ciò che piace a suoi padroni&#8221;. Insomma, &#8220;se io tengo in vita un giornale comprando degli spazi pubblicitari, di fianco al mio marchio o subito dopo lo spot del mio prodotto non può esserci una notizia sulla pericolosità della crisi economica. Ci dev&#8217;essere una bel trafiletto ottimista sulle virtù terapeutiche dello shopping compulsivo. O tuttalpiù la foto di una bella ragazza!&#8221;<br />
Anche i giudici appartengono ai loro padroni.<br />
Anche i parlamentari.<br />
E, naturalmente, i cittadini.<br />
Confutare questa posizione, oggi, vuol dire mettere in discussione i pilastri dei nostri regimi democratici &#8211; o quanto meno ostinarsi ad anteporre, in maniera anacronistica, il bon ton alla sfacciata evidenza dei fatti.<br />
Se l&#8217;unico principio condiviso dalla totalità degli esseri umani evoluti è quello secondo cui ogni individuo ha il diritto di perseguire il proprio interesse personale e immediato; se viene considerata legittima e, anzi, virtuosa ciascuna azione volta a raggiungere il maggior profitto e il maggior potere possibile [e non esiste persona dotata di una minima dose combinata di razionalità e sincerità capace di negare queste due ipotesi] allora è inutile fingere di scandalizzarsi quando qualcuno, persino in un periodo di crisi e di rischio recessione, si ostina ad attenersi, alla lettera, alle inconfutabili leggi del mercato.<br />
È arrivato quindi il momento di smettere di considerare l&#8217;Italia come il luogo in cui, da venti (anzi, no, da trenta&#8230;, anzi, no, da quaranta&#8230;, anzi no, insomma, da troppi) anni si vive in una sorta di imponderabile anomalia, e di cominciare ad accorgersi che il nostro Paese è, in verità, un&#8217;avanguardia, un esperimento teso a dimostrare che, liberando l&#8217;umanità dalle ragnatele dell&#8217;etichetta democratica, si potrà finalmente intraprendere un percorso di ritorno verso una comoda e appagante oligarchia. Se, insomma, per Marx la dittatura del proletariato era il preludio del comunismo, per i governi moderni la parentesi democratica è stata solo una necessità, un modo per allontanarsi una volta per tutte &#8211; e con l&#8217;approvazione unanime dei cittadini &#8211; dall&#8217;ipotesi di stato socialista, e incamminarsi verso la forma di governo che pacificherà la storia: la plutocrazia.<br />
Nessuna chiesa e nessuna ideologia è oggi in grado di opporsi a questo processo. Anche i papi hanno i loro padroni. Non c&#8217;è alternativa. E l&#8217;arroganza di chi persiste nell&#8217;esprime questo concetto non è che l&#8217;espressione naturale del concetto stesso: è il suo abito, tagliato su misura. Anzi, la sua pelle.</p>
<p>Ma la pelle trema.<br />
Perché c&#8217;è un piccolo inatteso ostacolo a questa marcia trionfale. Ed è la crisi economica scaturita da un sistema che, arrivato a questo punto, non può rischiare di mostrarsi meno che perfetto. È qui che si gioca la partita. (O forse, senza paura, bisognerebbe dire che qui si gioca il destino della nostra specie.)<br />
La guerra che Silvio Berlusconi combatte contro la parola crisi, contro l&#8217;idea stessa che questa parola contiene è, in verità, la guerra del liberismo in difesa della propria potenza, della propria vittoria, del proprio diritto a proclamarsi religione universale.<br />
<em>Crisi</em> vuol dire ricominciare a guardarsi nelle tasche, a contare i soldi, vuol dire smettere, anche solo per un attimo, di essere consumatori di massa e ritornare a gestire le proprie spese, consapevolmente, secondo la categoria della priorità. Vuol dire, quindi, tornare a essere classe, vuol dire persino accorgersi di non aver mai smesso di esserlo. E allora vuol dire risveglio di coscienze e di idee, di mondi alternativi, di antagonismi &#8211; di contendenti!<br />
L&#8217;arroganza torna a essere il tono della minaccia, non più della consacrazione. L&#8217;oratore tossisce.<br />
La frase che sta per urlare l&#8217;ha ripetuta tante altre volte. Ma mai con questo tono.<br />
&#8220;Sempre voi, soliti c- &#8211; - &#8211; - &#8211; - -!&#8221;</p>
<p>E il resto dipende da noi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/04/padroni-delle-liberta/">Padroni Delle Libertà</a></p>
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		<title>Colombia desplazados</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 04:26:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Valeria Zonca</strong></p>
<p>Bogota. In un centro commerciale, che ha poco da invidiare agli standard occidentali a cui siamo abituati, vengo avvicinata da una ragazza. Sta raccogliendo le firme per il referendum che potrebbe cambiare la costituzione e permettere ad Alvaro Uribe, attuale presidente della Colombia, di candidarsi per il terzo mandato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/01/colombia-desplazados/">Colombia desplazados</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valeria Zonca</strong></p>
<p>Bogota. In un centro commerciale, che ha poco da invidiare agli standard occidentali a cui siamo abituati, vengo avvicinata da una ragazza. Sta raccogliendo le firme per il referendum che potrebbe cambiare la costituzione e permettere ad Alvaro Uribe, attuale presidente della Colombia, di candidarsi per il terzo mandato. Non posso firmare perché sono straniera: il mio status mi permette di essere &#8216;diplomatica&#8217; e di non addentrarmi troppo in questioni delicate. La mia amica Ayda, colombiana, risponde che non è d&#8217;accordo e che non firmerà. Un&#8217;altra signora dice ad alta voce: &#8220;Certo che firmo, ma per metterlo in galera&#8221;. Dietro di noi, uomini e donne in tenuta elegante, invece, fanno la fila per fimare perché &#8220;questo è l&#8217;uomo che ha reso il Paese più sicuro e vivibile&#8221;. Qualche gorno dopo in una via centrale della città vengo avvicinata da due giovani. Stanno raccogliendo le firme per promuovere un referendum contro la privatizzazione dell&#8217;acqua. Le concessioni date alle imprese straniere con il placet del governo negli ultimi 5 anni hanno fatto triplicare le tariffe: ogni anno a migliaia di famiglie viene interrotta l&#8217;erogazione perché non possono più pagare la tassa, altri ricevono acqua non adatta al consumo umano.<br />
<span id="more-18072"></span><br />
Il referendum popolare a me sembra una delle espressioni più &#8216;vive&#8217; di uno Stato in salute. Ma in Colombia, quello che appare come normale svolgimento di una presenza democratica nasconde in maniera subdola un conflitto armato che in 40 anni ha trasformato questo paese in una enorme menzogna che continua a negare l&#8217;esistenza di problemi sociali e l&#8217;aggressione ai diritti umani.</p>
<p>Bogota è una moderna capitale con oltre 8 milioni di abitanti, situata a 2.600 metri di altitudine, dove la gente non dimentica mai di uscire con un ombrello. Non è vero che si rischia la vita o lo scippo a ogni angolo di strada. Gli investimenti del governo Uribe in tema di sicurezza negli ultimi sei anni hanno reso più &#8216;agevoli&#8217; ai passanti le necessarie attività quotidiane. Quartieri residenziali con eleganti palazzi o villette, tutte &#8216;difese&#8217; da un portiere o da guardie armate, si alternano a zone più depresse e periferiche. I fianchi delle montagne sono colonizzati da insediamenti della popolazione che giunge da ogni parte del Paese: baracche fatiscenti spesso senza elettricità, fognature o strade. Tutto questo è molto &#8216;sudamericano&#8217; e ricorda le metropoli di Messico o Brasile: i ricchi da una parte, i poveri dall&#8217;altra, in mezzo la borghesia. &#8220;Cosa c&#8217;è di nuovo da scoprire?&#8221; &#8211; mi domando &#8211; fino alla domenica trascorsa al Parco Nazionale con Jose, rappresentante di Minga, un&#8217;organizzazione locale che da decenni si batte per la difesa dei diritti umani. Al nostro arrivo ci attendono circa venti famiglie impegnate in varie attività: i più piccoli partecipano a lezioni di danza, i giovani preferiscono abbandonarsi ai ritmi delle percussioni, i genitori si confrontano sui problemi quotidiani e improvvisano un barbecue all&#8217;aperto. Parlano del Venezuela come di un miraggio perché molti hanno là qualche parente o amico e &#8220;da quando c&#8217;è Chavez i rifugiati colombiani sono trattati bene e trovano lavoro&#8221;. </p>
<p>Sono le voci dei &#8216;desplazados&#8217;, cioè gli sfollati. In Colombia ci sono 4 milioni di persone (su una popolazione di circa 46 milioni di abitanti) che hanno dovuto abbandonare la loro terra di origine a causa del conflitto armato. Non lo hanno fatto per sfuggire alla povertà, molti di loro conducevano una vita dignitosa e riuscivano a mantenere la famiglia, erano proprietari di una fattoria, allevatori, contadini che coltivavano caffè, yucca, platano, mais. Non tutti hanno atteso il momento di essere minacciati direttamente, ma hanno saputo quello che stava succedendo ai vicini, hanno assistito ai massacri o all&#8217;esproprio di intere aree e se ne sono andati. Alcuni di loro hanno, invece, vissuto direttamente sparizioni e uccisioni di familiari o ricevuto minacce continue. La paura di morire li ha spinti ad abbandonare tutto e a rifugiarsi nei sobborghi delle grandi città: a Bogotà ce ne sono un milione.</p>
<p>I desplazados sono una questione complicata, che a livello politico è considerata una &#8216;ciste&#8217; e che a livello sociale ha alimentato il disprezzo per chi è &#8216;diverso&#8217;. Per i cittadini sono dei paesani con cui non hanno nulla da spartire; per chi gestisce traffici illeciti o reclutamento per esercito e guerriglia sono un potenziale bacino d&#8217;utenza; per i più conservatori sono tutti guerriglieri. Del resto non è difficile, in Colombia, essere qualificato come sovversivo: basta solo alzare la voce per difendere dei diritti umani fondamentali, essere un sindacalista, un consigliere comunale o un insegnante. &#8220;Sono campesino al 99,9% &#8211; mi dice Ermes, che proviene dal dipartimento Tolima &#8211; ed ero un sindacalista, ho fatto cinque anni di carcere con accuse mai accertate. Poi sono venuto a Bogota. Nel campo uno è riconosciuto, è qualcuno, in città ci si sente discriminati&#8221;. &#8220;Nella mia città, Ocana, alla fine degli anni Ottanta arrivò l&#8217;esercito a installare una base per combattere la guerriglia delle Farc-EP e dell&#8217;Eln &#8211; racconta Noris, che viene dal Norte de Santander -. Ma quella era una scusa. A un certo punto imposero la fine della pluricoltura e iniziarono a piantare la coca. Dopo qualche anno arrivarono i paramilitari a controllare il commercio della coca, a spianare la via per l&#8217;esproprio di terre da parte di qualche criminale di turno, commettendo massacri contro la popolazione civile. </p>
<p>Per questo sono scappata, ma anche a Bogotà siamo soggetti alle stesse condizioni di sopruso e alla stessa privazione di diritti. Io non posso dire che sono desplazada quando cerco un lavoro, perché con questo &#8216;biglietto da visita&#8217; rischio di non trovarlo&#8221;. &#8220;Il nostro è un vivere alla giornata, non ci sono più sicurezze e dobbiamo inventarci un lavoro&#8221; dice Dora, anche lei del Norte de Santander. Dora e un&#8217;altra trentina di persone si sono riunite in cooperativa per creare un&#8217;impresa di catering. Raccontano orgogliose di aver preparato in un solo giorno 4.500 pasti per un evento. Ma non hanno uno spazio fisso dove poter ampliare l&#8217;attività e per ora cucinano in luoghi &#8216;prestati&#8217;.</p>
<p>Quasi ogni giorno nella capitale i desplazados improvvisano manifestazioni di protesta per ottenere un sussidio dallo Stato. &#8220;Noi non partecipiamo &#8211; continua Noris &#8211; perché non ci piace mendicare. Dallo Stato pretendiamo risposte ai problemi della salute, dell&#8217;alimentazione, della scolarità. Ad esempio i farmaci a cui abbiamo diritto spesso non contengono il principio attivo per combattere un sintomo. Bisogna pagare per avere i rimedi efficaci&#8221;. Il governo Uribe ha sviluppato programmi di aiuto alla popolazione sfollata che prevedono il riconoscimento ufficiale del loro status &#8211; salvo il caso in cui il desplazado è vittima della fumigazione di coltivazioni illecite -, il diritto all&#8217;accesso alla salute pubblica e, a Bogotà, il diritto all&#8217;alimentazione in mense pubbliche. Angela Ospina, che è responsabile dell&#8217;ufficio colombiano dell&#8217;ong Terre des Hommes Italia, spiega &#8220;che i programmi di governo sono di tipo assistenziale e le persone, dopo sei mesi di sfollamento in una città o nella stessa zona rurale da cui provengono, perdono lo status di desplazados&#8221;.</p>
<p> &#8220;E&#8217; assurdo &#8211; commentano all&#8217;unisono &#8211; ci hanno tolto la terra, il futuro, e senza l&#8217;appoggio di uno Stato un nuovo progetto di vita non si ricostruisce in sei mesi&#8221;. L&#8217;ultima discussione politica all&#8217;ordine del giorno è quella di introdurre per loro lo status di &#8216;migrante&#8217;. E&#8217; un termine coniato dal governo per evadere la responsabilità di aver provocato l&#8217;esodo.</p>
<p>Il deplazamento forzato ha origini antiche ed è stata una pratica sistematica dai vari governi che si sono succeduti. Dapprima sono state le imprese bananifere, caffettere, petrolifere o di estrazione di ogni risorsa naturale; poi le formazioni guerrigliere, nate inizialmente come movimento di difesa dei lavoratori che nel corso degli anni si sono assuefatte a regole di intimidazione e minaccia alla popolazione civile; poi l&#8217;esercito e l&#8217;Auc -Autodefensa Unida de Colombia (movimento paramilitare), giunti con la scusa di combattere la guerriglia, ma che si sono liberati di ogni &#8216;fastidio&#8217; facendo massacri, appropriandosi di case e averi dei civili.</p>
<p>La stampa colombiana, quasi tutta, elogia l&#8217;operato di Uribe per gli sforzi fatti per combattere la povertà, il narcotraffico, la guerriglia e il paramilitarismo. &#8220;Il paramilitarismo non è finito, ha solo cambiato faccia e metodologia &#8211; dice Dora -. Ex comandanti paramilitari, ormai sicuri dell&#8217;impunità, si sono riciclati nella gestione di attività commerciali o industriali&#8221;. In pratica, la &#8216;cultura paramilitare&#8217; continua a tenere in pugno la popolazione civile. Nel 2005 il governo ha varato la legge di &#8216;Justizia y Paz&#8217; che prevedeva la smobilitazione totale del paramilitarismo. Parte della popolazione la definisce la legge dell&#8217;impunità. &#8220;Perché non sta facendo realmente giustizia, non sta dicendo la verità e non sta riparando ai torti. Si considera che chi deve riparare è la società civile in generale, mentre non si puniscono i responsabili certi della politica e dell&#8217;esercito. Il conflitto non è finito, è una realtà che colpisce quotidianamente la popolazione&#8221;. Nel mese di agosto 2008 sono state trovate 20mila persone in fosse comuni, sono cifre rese note dalla stessa Fiscalidad Nacional, ma si continua a dire che in Colombia non è successo nulla, mentre aumentano i soprusi e la povertà. Per alcuni studi gli indicatori di povertà in Colombia sono cresciuti nel 2008 al 53% &#8211; per altri al 65% -, ma è chiaro che si tratta di una media perché in alcuni dipartimenti il tasso è molto più alto. Per il governo colombiano il superamento della povertà è una logica conseguenza dell&#8217;implementazione della sicurezza democratica. </p>
<p>&#8220;L&#8217;abbattimento della povertà può avvenire solo con la ridistribuzione delle ricchezze e con la totale garanzia dei diritti umani, economici, sociali e culturali. Uribe ha concepito la sicurezza attraverso la militarizzazione della vita quotidiana&#8221;, sostiene Noris. In  Colombia, infatti, i fondi stanziati per la difesa equivalgono alla somma di quelli per salute, educazione, ambiente e infrastrutture. Nel 2008 più dell&#8217;80% delle risorse è stato veicolato ai dipendenti pubblici assegnati a difesa, sicurezza e polizia.</p>
<p>Chi, tra i desplazados che trascorrono qualche anno di esodo in città, cerca di ritornare ai luoghi di provenienza spesso si accorge che non è cambiato nulla, perché di base mancano la volontà e l&#8217;interesse di risolvere il problema. &#8220;Il possibile ritorno dei desplazados dipende essenzialmente da una riforma agraria, ma il governo ha sempre aiutato i ricchi, non ha mai pensato di distribuire equamente le terre tra i contadini&#8221; dice Ermes. In effetti, 44 milioni di ettari di terra sono in mano a un esiguo 0,6% di proprietari. Le zone rurali sono abbandonate dallo Stato, ma sono un boccone appetitoso per gli investimenti stranieri perché ricche di petrolio, carbone, gas, smeraldi. Il liberismo di Uribe ha spalancato le porte del paese al capitale estero. &#8220;Ci aspettiamo a breve un&#8217;altra imponente ondata di desplazados, perché adesso nelle zone rurali lo sfollamento è alimentato dalla presenza delle multinazionali, giunte nel nostro territorio per gestire le risorse naturali, che sono  supportate da un nuovo &#8216;progetto paramilitare&#8217;, che ha cambiato i metodi per conquistare il territorio: attraverso le giunte di azione locale o comunitaria è riuscito a ottenere un nuovo controllo, ma questa volta legittimato&#8221;.</p>
<p>*</p>
<p>[<strong>Valeria Zonca</strong>: <em>giornalista professionista, lavora nel settore della comunicazione. Da 10 anni partecipa, come volontaria, a progetti di cooperazione internazionale nel Sud del Mondo - Kosovo, Guatemala, Argentina, Brasile, Nicaragua, Sri Lanka, Mali, Colombia - dove ha realizzato reportage pubblicati su VPS-Volontari per lo sviluppo, Liberazione, Galatea, Marie Claire, Latinoamerica. Nel 2008, in Colombia, ha realizzato un video per Terre des Hommes Italia.</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/01/colombia-desplazados/">Colombia desplazados</a></p>
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		<title>CONFLITTI D’INTERESSI</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 06:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Per una volta tanto mi toccherà perfino parlare bene della televisione e ammettere a malincuore che a vederla talvolta si impara qualcosa di nuovo. Almeno a me è successo così quando ho appreso, assistendo la settimana scorsa all’intervista a Romano Prodi, che la Lehmann and brothers,  la celebre banca d’affari fallita allo scoppio della crisi finanziaria questo autunno, godeva fino a poche ore prima del suo fallimento di un giudizio (rating) largamente positivo da parte delle società incaricate di esprimere una valutazione sui suoi prodotti finanziari.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/27/conflitti-d%e2%80%99interessi/">CONFLITTI D’INTERESSI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Per una volta tanto mi toccherà perfino parlare bene della televisione e ammettere a malincuore che a vederla talvolta si impara qualcosa di nuovo. Almeno a me è successo così quando ho appreso, assistendo la settimana scorsa all’intervista a Romano Prodi, che la Lehmann and brothers,  la celebre banca d’affari fallita allo scoppio della crisi finanziaria questo autunno, godeva fino a poche ore prima del suo fallimento di un giudizio (rating) largamente positivo da parte delle società incaricate di esprimere una valutazione sui suoi prodotti finanziari.</p>
<p>Ma non è questo il primo caso di sbagli così clamorosi da parte delle società di rating (Moody’s, Fitch, Standard &#038; Poor); per esempio anche nelle vicende di Swissair, Parmalat ed Enron si trovano errori di valutazione simili. La cosa è particolarmente inquietante perché la legge prevede che qualsiasi ente economico che intenda emettere prodotti finanziari derivati debba obbligatoriamente farsi rilasciare un rating sul proprio prodotto. Ciò significa che le società  di rating dovrebbero svolgere una funzione di controllo sul mercato finanziario.<span id="more-16124"></span></p>
<p>Queste sono società a capitale privato, spesso quotate in borsa o controllate da gruppi finanziari con vasti interessi borsistici, che vengono pagate per la loro attività di valutazione dagli stessi soggetti che devono essere valutati. In altri termini i mercati finanziari sono controllati da enti posseduti da gruppi privati che hanno enormi interessi negli stessi mercati e che per le loro attività di controllo si fanno pagare da coloro che dovrebbero controllare.</p>
<p>E’ lecito chiedersi quale controllo reale ci si possa aspettare da un simile sistema, che sembra essere stato inventato da un preside di una di quelle scuole private di bienni di recupero, in cui si entra con la terza media e nel giro di un paio d’anni si esce ingegneri nucleari. In realtà c’è poco da ridere, i giudizi sono emessi anche sui titoli di stato e orientano il mercato costituendo spesso un’arma di ricatto nei confronti delle politiche di vari governi con conseguenze disastrose, specie nel terzo e nell’ormai ex secondo mondo.</p>
<p>Sembra che il sistema liberista ami giudicare gli altri, ma quanto a se stesso preferisca giudicarsi da solo. Non è un caso che un altro importante cardine della globalizzazione liberista sia  il tentativo di costituire un diritto privato internazionale sottraendo alla sovranità e alle leggi degli stati tutte quelle materie che potevano rientrare negli interessi dei grandi gruppi finanziari multinazionali. Il progetto, favorito dall’organizzazione mondiale del commercio, punta a sostituire alle legislazioni nazionali delle forme di arbitrato internazionale nel caso di controversie giudiziarie, che ovviamente favorirebbero i soggetti economicamente più forti.</p>
<p>In fondo si potrebbe riassumere tutto questo affermando che il sistema finanziario internazionale ha ignorato i propri conflitti d’interessi riuscendo addirittura a spacciare come standard di alta qualità le connivenze e le assenze di controlli, ha considerato il mondo degli affari come un ambito in cui tutto è lecito per fare profitto e ha cercato di costruirsi leggi su misura. Se fossi un girotondino, mi verrebbe da dire che i mercati internazionali  hanno le stesse priorità di Silvio Berlusconi. E forse, aggiungerei, il provincialismo del folklore e degli scandali ci ha distratto, impedendoci di riconoscere che dietro le bandane non si nascondeva un ostacolo alla modernizzazione globalistica, ma al contrario la forma più casereccia e solo apparentemente più proterva di una modernizzazione che faceva del conflitto d’interessi e dell’elusione delle leggi degli stati alcuni dei propri cardini strategici.  </p>
<p>Non a caso non sono state la moderna Milano e la sue istituzioni finanziarie e imprenditoriali a sollevare il tema del conflitto d’interessi, quello che secondo la formula giornalistica è incompatibile con una nazione moderna, ma cittadini qualsiasi spesso lontani geograficamente e socialmente dai luoghi, veri o presunti, della modernità di questo paese. Mai come oggi il conflitto d’interessi non mi sembra essere un’anomalia italiana, ma una forma tipica dei rapporti  tra economia e politica nell’era del liberismo trionfante.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/27/conflitti-d%e2%80%99interessi/">CONFLITTI D’INTERESSI</a></p>
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		<title>DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 08:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Benché mi fosse ripromesso di non interessarmi più di politica, mi vedo costretto a venir meno a questo mio proposito ( ed è tale deplorevole incostanza del mio carattere che mi ha sempre impedito di intraprendere una vera dieta, cosa di cui ora avrei più che mai bisogno) a seguito del disegno di legge presentato dal ministro Sacconi sulla limitazione del diritto di sciopero nel settore dei trasporti, che mi sembra essere un altro importante tassello nella costruzione della nuova Italia berlusconiana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/diritto-di-sciopero-e-altri-diritti/">DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Benché mi fosse ripromesso di non interessarmi più di politica, mi vedo costretto a venir meno a questo mio proposito ( ed è tale deplorevole incostanza del mio carattere che mi ha sempre impedito di intraprendere una vera dieta, cosa di cui ora avrei più che mai bisogno) a seguito del disegno di legge presentato dal ministro Sacconi sulla limitazione del diritto di sciopero nel settore dei trasporti, che mi sembra essere un altro importante tassello nella costruzione della nuova Italia berlusconiana. </p>
<p><span id="more-15321"></span>Non occorre certo ripetere qui le analisi che Luciano Gallino e altri commentatori hanno svolto ottimamente per sottolineare che questo provvedimento è un testa di ponte per arrivare domani a limitare il diritto di sciopero in tutti gli altri comparti e per colpire oggi la libertà d’iniziativa della CGIL: infatti legare il diritto di convocazione di sciopero alla rappresentatività del sindacato ( in pratica solo un sindacato con più del 50% di rappresentanza potrà convocare uno sciopero oppure dovrà organizzare un complicato referendum preventivo che svuoterà lo sciopero di ogni efficacia) in assenza di libere elezioni per determinare l’effettivo grado di rappresentatività di ogni organizzazione sindacale nelle varie categorie significa nei fatti eliminare la possibilità per i lavoratori di dire la loro sui contratti di categoria e altri importanti aspetti della vita professionale. Questo fatto non ha rilievo puramente sindacale perché la democrazia sindacale, in un sistema in cui l’economia ha un potere illimitato, è uno dei pochi elementi di effettiva libertà decisionale delle persone e dunque ha un effetto benefico su tutta la società. </p>
<p>Ciò  vale dappertutto, ma doppiamente nella realtà italiana dove in una scena politica paralizzata dal trasformismo e dall’inettitudine del ceto politico e dalla cappa di piombo dell’apparato mediatico gli unici elementi di apertura e attenzione alla condizioni e alle problematiche del paese reale possono venire dal mondo sindacale e da alcuni settori dell’associazionismo sociale e politico non partitico. Prendere provvedimenti contro il diritto di sciopero in una fase di crisi economica, dunque in una fase di probabile aumento delle tensioni sociali, getta anche una luce inquietante su come verranno gestite queste tensioni. </p>
<p>Non bisogna parlare però a proposito di questi provvedimenti, come pure è stato fatto in maniera erronea, di situazione da ventennio fascista: infatti l’eliminazione dei diritti sindacali è un obiettivo tipicamente liberista nell’ottica della costituzione di un mercato integrale del lavoro, mentre per i fascisti essa era un corollario della più generale eliminazione della libertà d’espressione. Non si tratta di acribia filologica, ma di capire il senso di un’operazione politica: infatti il liberismo non pensa a uno stato etico, ma semplicemente punta all’eliminazione di tutti quei diritti ( e quelle libertà) che contrastano con la libertà di mercato. L’autoritarismo di origine liberista è pragmatico e non ideologico, punta a risultati concreti e circoscritti in un quadro di persistenza di alcune garanzie costituzionali. Ciò è dimostrato dal fatto che il tentativo di compressione ed eliminazione dei diritti sindacali è avvenuto o sta avvenendo in molte parti del mondo in varie forme. Pertanto parlare di fascismo, oltre a essere un esempio di quell’italico estremismo verbale e retorico che ha spesso ingenerato confusione, è sbagliato e rischia di non far capire quanto sta accadendo.</p>
<p>In  questi anni si è parlato di caso o anomalia italiana, intendendo con questa espressione il fatto che il blocco che sosteneva Berlusconi con le sue pulsioni autoritarie fosse un ostacolo alla modernizzazione del paese e rappresentasse in qualche misura la sintesi delle storiche malattie italiane. Mi ha sempre molto sorpreso in questa tesi che non cercasse di spiegare come mai la base delle fortune elettorali berlusconiane fosse la Lombardia, ossia la regione italiana indubbiamente più moderna e globalizzata. Verrebbe quasi da chiedersi se la modernizzazione liberista non esalti piuttosto queste anomalie italiane: per esempio il familismo amorale nella prospettiva della distruzione dello stato sociale è  molto utile sia come ammortizzatore sociale a costo zero sia come catalizzatore identitario per non far comprendere ai singoli la propria effettiva solitudine, altrettanto si potrebbe dire delle forme di localismo e razzismo. Ma questo è un altro problema, quello che invece indica chiaramente questa proposta di legge, il  consenso alla quale va ben oltre i confini della maggioranza di governo come dimostra il silenzio di molta parte dell’opposizione, è che il conflitto sociale non ha più diritto di esistere.<br />
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/diritto-di-sciopero-e-altri-diritti/">DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)</a></p>
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		<title>Canticchiando la catastrofe</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/canticchiando-la-catastrofe/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 12:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/flash.jpg" title="flash.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=5AetpvPofB8" target="_blank" title="flash.jpg"></a></p>
<p>È difficile resistere al Mercato, amore mio. Di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica. Per questo le avanguardie erano ok, almeno fino al ’66. Ma ormai la fine va da sé. È  inevitabile. Anna pensa di soccombere al Mercato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/canticchiando-la-catastrofe/">Canticchiando la catastrofe</a></p>
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<p style="text-align: center"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=5AetpvPofB8" target="_blank" title="flash.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/flash.jpg" alt="flash.jpg" height="200" width="200" /></a></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman','serif'">È </span>difficile resistere al Mercato, amore mio. Di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica. Per questo le avanguardie erano ok, almeno fino al ’66. Ma ormai la fine va da sé. <span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman','serif'">È </span> inevitabile.<span id="more-5817"></span> Anna pensa di soccombere al Mercato. Non lo sa perché si è laureata. Anni fa credeva nella lotta, adesso sta paralizzata in strada. Finge di essere morta. Scrive con lo spray sui muri che la catastrofe è inevitabile.Vede la Fine. In metropolitana. Nella puttana che le si siede a fianco. Nel tizio stanco. Nella sua borsa di Dior. Legge la Fine. Nei saccchi dei cinesi. Nei giorni spesi al centro commerciale. Nel sesso orale. Nel suo non eccitarla più. Vede la Fine in me che vendo dischi in questo modo orrendo. Vede i titoli di coda nella Casa e nella Libertà. <span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman','serif'">È</span> difficile resistere al Mercato, Anna lo sa. Un tempo aveva un sogno stupido: un nucleo armato terroristico. Adesso è un corpo fragile che sa d’essere morto e sogna l’Africa. Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe.Vede la Fine. In metropolitana. Nella puttana che le si siede a fianco. Nel tizio stanco. Nella sua borsa di Dior. Muore il Mercato. Per autoconsunzione. Non è peccato. E non è Marx &amp; Engels. <span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman','serif'">È</span> l’estinzione. <span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman','serif'">È</span> un ragazzino in agonia. Vede la Fine in me che spendo soldi e tempo in un Nintendo dentro il bar della stazione e da anni non la chiamo più.</p>
<p><strong>La canzone (&#8220;Il liberismo ha i giorni contati&#8221;) è tratta da Amen, l&#8217;ultimo album dei <a href="http://www.baustelle.it/">baustelle</a>.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/29/canticchiando-la-catastrofe/">Canticchiando la catastrofe</a></p>
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		<title>Le mani degli schiavi (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 20:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<p><em>(la prima parte è stata postata il 12 aprile)</em> </p>
<p>La stretta di mano di Marcus, invece, è più morbida. Non si esaurisce in un colpo secco, ma si prolunga quasi temendo la fine. Come a cercare un appiglio nell’altra mano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/27/le-mani-degli-schiavi-seconda-parte/">Le mani degli schiavi (seconda parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: x-small;">di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<p><span style="font-size: x-small;"><em>(la prima parte è stata postata il 12 aprile)</em> </p>
<p>La stretta di mano di Marcus, invece, è più morbida. Non si esaurisce in un colpo secco, ma si prolunga quasi temendo la fine. Come a cercare un appiglio nell’altra mano. Come a chiedere conferma della propria esistenza, forse, e la chiede a una mano straniera. Ti stringe la mano e dice, My name is Marcus. Remember it! If you come another day ask for me… E’ come se ti chiedesse di custodire il suo nome, Marcus, di tenerlo con te, di conservarne la memoria, visto che l’esistenza così precaria di chi lo porta non garantisce alcuna permanenza.<span id="more-4515"></span></p>
<p>Ho incontrato Marcus che era ubriaco di Tavernello, seduto sulla panca di plastica bianca nel bar di Marcella. Un bar fantasma nella sperduta campagna foggiana, vicino a Cerignola. C’è un villaggio, là. Una lunga strada diritta che apre in due un’ampia pianura, e ai lati della strada casolari abbandonati dai braccianti italiani decenni fa, e adesso ripopolate dai nuovi braccianti africani ed europei. Ma soprattutto africani, e soprattutto ghanesi.</p>
<p>Marcus è ghanese, e quando aveva scoperto che mi chiamavo come lui aveva festeggiato, un brindisi al futuro.</p>
<p>Marcella è ivoriana, e per sei mesi all’anno abita a Genova, con un compagno e due figli. Per gli altri sei mesi prende congedo da sé e dal mondo per gestire questo bar in un posto che i foggiani e i cerignolesi non conoscono. Solo quelli di Medici Senza Frontiere ci vanno, con la loro clinica mobile, gli hanno portato un serbatoio d’acqua. Qui l’acqua nelle case non c’è, come non c’è per oltre la metà delle persone curate da MSF in tutto il foggiano. Dalle domande fatte da MSF alle persone curate tra maggio e dicembre del 2004 nei propri presidi sanitari in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, risulta che il cinquanta per cento dei braccianti vive senza acqua corrente (e il quaranta per cento dorme in baracche, il quarantatre per cento non ha gabinetti, il trenta per cento non ha elettricità, e un altro trenta per cento ha subito violenze fisiche). Così, nel settembre del 2005, due ragazzi, provenienti da un luogo imprecisato a sud del Sahara, sono morte annegando in un invaso per l’irrigazione dei campi, mentre cercavano di recuperare un po’ d’acqua per lavarsi. Ma a morire avrebbero potuto essere anche i polacchi che incontriamo nel bar. Rumeni e polacchi sembrano bianchi, dice Marcella, Ma è Dio che ha sbagliato il colore della pelle.</p>
<p>I bianchi bianchi, qui, sono rari. Tanto che Marcus mi chiede, Ma tu sei proprio italiano? Ci sono anche altri bianchi, che arrivano qui, ma forse sono anche loro un po’ neri: Tutte le domeniche vengono i Testimoni di Geova, dice Marcella.</p>
<p>Lei è la queen mother del villaggio. Li conosce tutti e li tiene a bada, così quando qualcuno alza un po’ troppo la voce lo sbatte fuori dal suo locale. Oppure, per calmare gli animi, alza la musica a palla, musica ivoriana. Ma in un angolo, in alto, la tv è sempre accesa. Costanzo mi sta antipatico, dice Marcella. Non vuole andare mai in pensione, come Pippo Baudo. E mi sta antipatica anche sua moglie. E’ questa l’unica integrazione possibile per i ragazzi del villaggio.</p>
<p>Il bar di Marcella fa da centro di raccolta. E’ qui che vengono i padroni a cercare braccia. They come, dice Marcus, And they tell you, Andiamo al lavoro. Alcuni ti portano col furgone. Oppure ti dicono dov’è il campo, e allora nei giorni a venire i braccianti partono stipati sulle macchine di altri migranti che fanno da tassisti e vanno verso il campo indicato, dove lavoreranno fino al tramonto, spesso per quindici euro a giornata, e se incontri il padrone buono trenta.</p>
<p>Sono migliaia in Puglia quelli come Marcus, che cercano conferma del proprio esserci in una stretta di mano allo straniero. Ma queste migliaia non sono, nemmeno loro, sopravvivenze di un’altra epoca. Sono frutti maturi, anche loro, del capitalismo globalizzato. Un proprietario terriero foggiano si difende dicendo, Noi vendiamo il pomodoro all’industria di trasformazione dai quattro ai sei centesimi al chilo, E’ una miseria, I pomodori oggi arrivano da Cina e Turchia a prezzi stracciati, Noi come dobbiamo fare?</p>
<p>Dice una parte della verità, l’imprenditore. Anche loro sono parte di un meccanismo, di una sistema, di quella cascata che si rovescia su qualcuno che sta più valle. Non dice, però, che nella Capitanata foggiana è pieno di aziende fantasma. Proprietari terrieri che, tramite un prestanome, si autoassumono come braccianti stagionali, registrandosi al lavoro a giorni alterni così da prendersi pure il sussidio di disoccupazione, dai 7 ai 10mila euro, e chi mette le braccia sono quelli come Marcus.</p>
<p>E non dice, l’imprenditore, che l’industria di trasformazione del pomodoro è in mano alla camorra, che è lei a controllare il mercato, e a dettare i prezzi del pomodoro. E’ l’economia criminale, installata al cuore di quella legale, in un incessante meccanismo di accumulazione primitiva, che trae vantaggio dalla manodopera clandestina, ovvero illegale. Accade così per il pomodoro, ma accade così anche nei cantieri del nord, che sono una delle modalità favorite per riciclare denaro sporco.</p>
<p>Nella Capitanata foggiana, come nei cantieri del nord, è cosa ordinaria che la paga sia un rischio. Le braccia si vendono a poco prezzo, ed è come un tiro di dadi, e si sa che un tiro di dadi non abolisce il caso, e la vita di uno stagionale è totalmente, radicalmente affidata al caso. Può capitare, e capita regolarmente, che non ti paghino, che ti dicano di tornare l’indomani, e l’indomani al campo non c’è più nessuno. Oppure c’è qualcuno, ma è armato di pistola, e ti dice di andartene che è meglio, e di non tornare, e questo è successo a dei ragazzi eritrei che finita la stagione foggiana sono tornati a Roma.</p>
<p>A Michael invece è andata bene, lui non si è trovato di fronte a una pistola. Semplicemente ha trovato il campo deserto.</p>
<p>Siamo in aperta campagna, sulla statale 16 tra Foggia e San Severo, proprio dietro la stazioncina deserta di Rignano Garganico. Da una parte un agglomerato di case condominiali isolate tra i campi e debitamente recintate, dall’altra un grande impianto industriale, un ex zuccherificio abbandonato. Sono entrato da un buco nella rete, la porta d’entrata per l’area industriale, per accedere ai capannoni dove ci sono i materassi vecchi su cui dormono i ragazzi. E’ metà settembre e le raccolte sono finite, ma c’è ancora qualcuno. Un ragazzo con i rasta si sta facendo la doccia dietro un canniccio. L’acqua, almeno, c’è. Poi incontro Michael. Mi racconta che di solito prende trenta euro, e di solito bastano nove ore di lavoro chini sui pomodori. A volte però non si prende niente. Era venuto allo zuccherificio uno di Napoli, Ho bisogno di dieci persone per cinque giorni. Alla sera del quinto giorno, il campo lo avevamo ripulito, avevamo messo gli ultimi cassoni di pomodori sul camion, il padrone ci ha detto che non aveva i contanti dietro, Tornate domattina, ci ha detto. Noi siamo andati, e non c’era nessuno. Ci siamo riuniti, abbiamo deciso che dovevamo andare dalla polizia, va bene che noi siamo clandestini, ma questo ci ha rubato i soldi, dovranno fare qualcosa. Invece siamo andati dai carabinieri, ci hanno detto di andare dalla guardia di finanza. Alla guardia di finanza ci hanno detto, Eh, dovete aspettare, tornate al campo, piano piano ve li darà.</p>
<p>Ho rivisto la polizia stanotte. Sono venuti alle quattro e hanno preso cinque di noi. Li hanno portati via. Dove non so.</p>
<p>Gli chiedo da dove viene. Liberia, dice, e tira fuori dal portafoglio un permesso di soggiorno ormai scaduto, un foglietto sgualcito e infrollito, rilasciato dalla Questura di Lecce, sul cui retro sono scritti a penna le date in cui doveva presentarsi alla questura per rinnovarlo, e per ogni data un timbro. Gli inviti a presentarsi si interrompono a ottobre del 2005. Non capisco perché, né Michael sa spiegarmelo. Poi mi dà un tesserino in cartoncino giallo, scritto a penna, Casa d’accoglienza Cosma e Damiano, così è scritto, 11/5/2006-26/5/2006. Un cartoncino che a te non verrebbe mai in mente di mostrare a nessuno, che non ha alcun valore legale, se non indiziario. E la mano di Michael te lo offre proprio per quello: te lo dà da leggere come un indizio.</p>
<p>Il gesto con il quale li sfila dal portafoglio e te li consegna – è il gesto più disperato. Quel gesto non è a rispondere alla tua domanda circa la sua provenienza, è questo che avverti, con quel gesto non è lì a darti informazioni. E’ invece a darti tessere di un mosaico che chiede di essere ricombinato. Non è lui poterlo fare, a saperlo fare: dalla sua prospettiva, dal luogo dove è rinserrato, come in un pozzo artesiano, si vede una piccola fascia di mondo, e anzi tutto appare cielo senza figure né forme, senza possibilità di rintracciare le coordinate per orientarsi e uscire da quel pozzo. Michael non comprende il mondo, non sa dove sta lui rispetto al mondo, dunque non sa chi è. Quel gesto con cui ti consegna il permesso di soggiorno e il tesserino della casa d’accoglienza è un invito muto a tracciare una forma – la sua &#8211; che lui non conosce. E’ un invito a dare un senso a quel suo vagare in veste di fantasma, è un invito a restituirgli un’identità che gli è stata sottratta e che lui non ha alcuna idea su come potere riacquistare.</p>
<p>E’ per questo che quando ti dice che tra qualche mese andrà in Sicilia, e tu gli chiedi se andrà a Cassibile, allora la sua espressione distante, segnata dalla sfiducia, si rilascia in sorriso, come uno scoppio. Sì, Cassibile! – dice con un tono di voce forte, vitale. Hai condiviso un nome, e questo lo ha sottratto, seppure per un istante, all’invisibilità.</p>
<p>Il luogo dove Michael è rinserrato è, più propriamente, un circuito. Un loop. Michael è uno dei tanti braccianti che da anni ormai fanno il solito itinerario stagionale, e non sanno intravedere prospettive. Da dicembre a marzo c’è la piana di Gioia Tauro, in Calabria, per la raccolta delle arance – un altro punto di snodo decisivo tra economia criminale e clandestinità, poiché Rosarno, il centro più importante di quella zona, è una città con la più alta densità di famiglie della ‘ndrangheta di tutta la Calabria – e a maggio comincia la raccolta di patate a Cassibile. Poi, a luglio, nel leccese per il melone, e poi di nuovo Foggia &#8211; anzi, Rignano.</p>
<p>In questo circuito, ci sono presenze che ricorrono, e fanno quanto di più simile ci sia a una famiglia allargata: sono i ragazzi di MSF, e condividerne i nomi, declinarne le singolarità è un altro gesto di sottrazione all’invisibilità. Ci vediamo a Rosarno, è il saluto, Con Francesca.</p>
<p>Michael non se ne rende conto, ma lui è indispensabile all’intera economia italiana. L’economia italiana muterebbe forma, senza i Michael, i Marcus, i Mircea. Anche perché dietro di loro ci sono molti Hassan, immigrati regolari che però sono, anche loro, potenzialmente clandestini, e lo saranno sempre finché la legge prevederà la concessione del permesso di soggiorno legandola a un contratto di lavoro. Gli Hassan che popolano i cantieri del nord, ad esempio, quelli per le grandi opere, magnifiche e progressive. Costretti a lavorare in nero o in semi-nero, costretti a piegarsi a ogni forma di ricatto, a ogni salario, a ogni richiesta del padrone e del padroncino. Anzi, del Patrone.</p>
<p>Perché i Michael e gli Hassan sono indispensabili al sistema economico italiano lo sanno anche i bambini, la concorrenza globale la si affronta abbattendo i costi del lavoro e incrementando la flessibilità dei lavoratori. Chi meglio di un clandestino, allora? Michael e Hassan non conoscono la parola &#8220;postfordismo&#8221;, ma la conoscono sulla pelle, perché loro ne sono le mani. Il liberismo globale – e l’Italia, il paese industrializzato che fa più ampio ricorso al lavoro nero, e in cui l’economia sommersa cresce di anno in anno, ha di certo un ruolo d’avanguardia – ha bisogno di queste braccia; fatte salve le mani, però. I gesti delle mani, quelli non si devono vedere. E a sancire questa cecità ci sono le leggi sull’immigrazione che servono a produrre clandestini, e che dei clandestini hanno istituito i luoghi propri: i CPT.</p>
<p>Ho visto mani anche là, nei CPT. Ho visto mani strette in pugno nel CPT di Lamezia Terme, là dove la detenzione è mascherata tra gli ulivi, un cordone di silenzio teso tra i migranti e il mondo di chi può parlare. Ho visto Dragan, lui era stato il primo a chiamare, quando ancora ero fuori, ho visto le sue mani strette alle sbarre della finestra, e diceva di sé, e del mondo che gli è stato sottratto. Sto in Italia da diciassette anni, diceva Dragan, A Casoria ho moglie e quattro figli, tutti nati lì. Un mese fa sono andato in ospedale a trovare un parente operato di cuore, sono venute due pattuglie della polizia e mi hanno preso. Sono clandestino, diceva, e le sue mani si agitavano nell’aria e tornavano a stringere più forte le sbarre, Ma sono loro che mi hanno fatto restare clandestino. Io ho sempre lavorato, qui. Per tanti anni ho fatto il muratore, adesso facevo il meccanico. Al nero, certo. Se hanno deciso che io devo essere clandestino, come posso lavorare altrimenti? Lo hanno deciso loro, perché un anno dopo che ero arrivato dalla Serbia mi avevano messo in galera perché lavoravo al nero per un italiano che aveva una baracca dove vendeva gas per auto. Sono venuti per un controllo, a lui gli hanno fatto una multa, a me mi hanno messo in galera. E per quella galera adesso mi rimandano in Serbia, e io là non ho più nulla e nessuno.</p>
<p>Dragan, le sue mani strette alla sbarra, che dice sottovoce Non sto bene – è solo uno dei tanti.</p>
<p>Tutto finisce nel CPT: è lì che si compie il senso. Il CPT, alfa e omega del clandestino. La clandestinità viene alla luce solo in un campo di detenzione, in una terra di nessuno che sradica ed espropria, ma che enuncia il senso di una condizione senza voce, senza diritto di parola. E’ lì che emerge ciò che per definizione non può emergere. Questa è la condizione paradossale di un campo. Un serra di piante senza fiore né frutto, destinate al macero.</p>
<p>Il CPT annulla le persone, mi diceva Jihad, e io ripetevo. Ma questo è solo l’inizio (o la fine, che è lo stesso): è la condizione clandestina in quanto tale che annulla le persone, e le rende disponibili alla soggezione. Sempre di soggetti si tratta, ma con la differenza di una preposizione: non più soggetti di (diritto), solo soggetti a (al diritto, a un padrone). Non più azione, solo passione. Il clandestino non ha voce, non ha parola, e chi non ha la parola pubblica è uno schiavo, scriveva Aristotele, e lui sapeva cosa si sta dicendo quando si dice &#8220;schiavo&#8221;.</p>
<p>La riduzione in schiavitù dei clandestini, allora, quella schiavitù che scandalizza e ripugna, e che perciò è facile trovare di questi tempi sulle pagine dei giornali, non è un fatto superficiale, che può risolversi facendo appello a ragioni umanitarie. Quello è solo uno scandalo per finta. La schiavitù è invece un attributo della clandestinità. Un clandestino è sempre, potenzialmente, schiavo. Lo schiavo si fa davvero scandalo solo quando diventa pietra d’inciampo, e intralcia il cammino.</p>
<p>L’espressione &#8220;il clandestino è una persona annullata&#8221; – trascendentale dell’espressione &#8220;il clandestino è uno schiavo&#8221; &#8211; smette di essere una metafora e ricomincia ad avere un senso concreto quando si considerano le mani. Sono le mani che si muovono e indicano un senso che costringono a vedere uomini là dove si figurano unicamente unità produttive, e fanno passare dallo stato di macchina muscolare a quello di macchina desiderante. Le mani di Michael che ti domandano l’identità, quelle di Mircea che si riparano dalle memorie, quelle di Marcus che chiedono di conservarne il nome, quelle di Dragan che fanno appello al fuori. Quelle mani che hanno da dire e non hanno parola, quelle stesse mani mute che sorreggono le mie mentre battono sui tasti del computer, le mie mani che parlano, e provano a forgiare una parola che sia in grado di poter far vedere quelle mani che soffrono ciò che gli altri dicono.</p>
<p><em>(pubblicato su Nuovi Argomenti &#8211; febbraio 2007)</em></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/27/le-mani-degli-schiavi-seconda-parte/">Le mani degli schiavi (seconda parte)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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