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	<title>Nazione Indiana &#187; libero</title>
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		<title>Trova le differenze</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 11:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg" alt="" title="001f2944_medium" width="209" height="300" class="alignleft size-full wp-image-40988" /></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO. Il titolo del giorno prima &#8211; GOVERNO CHE CHIAGNE E FOTTE – sembrava copiato dai commenti in rete con cui i contribuenti di sinistra e reddito medio-basso sintetizzavano la loro rabbia. Il rebus <em>Trova le differenze</em> si risolve un po’ meglio leggendo gli editoriali.<span id="more-40985"></span><br />
Belpietro narra di un dipendente che gli ha chiesto come fa a portare i soldi in Svizzera, tuonando che Monti non punisce gli evasori e quanti hanno già spostato i grandi capitali all’estero, mentre costringe alla fuga anche i piccoli risparmiatori. Sallusti parla di macelleria sparando sui palloni gonfiati di Francia, ma si consola che la gente ha già capito l’errore di concedere a Monti ciò che stato negato a Berlusconi. “Senza qualcuno che ci difenda da poteri oscuri e lontani ci sentiamo meno sicuri.”<br />
In realtà è storia vecchia &#8211; riporta a quegli anni ’20-’30, con cui le analogie si fanno sempre più inquietanti. Scagliandosi contro il capitalismo mondiale, l’ideologia fascista neutralizza i conflitti in un nazional-populismo tutto a vantaggio della classe dominante. Ha funzionato allora, per funzionare oggi non deve reinventarsi.<br />
Le alternative di sinistra, invece, sono costrette a guardare oltre i confini per cercare di acciuffare l’evanescente Moloch del capitale finanziario. Per questo sono ancora deboli, sia quelle riformiste, sia quelle più radicali. Solo le divisioni sembrano, come allora, forti e inevitabili.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>8.12.2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.34 &#8211; Good bye Ruby Tuesday</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 09:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il problema di Silvio non sono i nemici, ahimé spesso confusi e pasticcioni, bensì gli amici: l’avvocato Ghedinescu giova alla sua immagine pubblica? E, quando si presenta in tribunale con una goccia di sangue all’angolo della bocca, risolve i guai giudiziari del presidente del consiglio?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/03/carta-strampalata-n-34/">carta st[r]ampa[la]ta n.34 &#8211; Good bye Ruby Tuesday</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/silvio-berlusconi.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/silvio-berlusconi-250x300.jpg" alt="" title="silvio-berlusconi" width="250" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37085" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il problema di Silvio non sono i nemici, ahimé spesso confusi e pasticcioni, bensì gli amici: l’avvocato Ghedinescu giova alla sua immagine pubblica? E, quando si presenta in tribunale con una goccia di sangue all’angolo della bocca, risolve i guai giudiziari del presidente del consiglio? C’è chi ne dubita (lo stesso Berlusconi, ultimamente).</p>
<p>Tuttavia Ghedinescu appare come un fiero paladino, Orlando a Roncisvalle, se messo a confronto con quelli di <em>Libero</em> che, nella loro difesa del Satiro-in-Chief, rischiano di farlo finire a presto presto a Rebibbia, con la chiave della cella buttata nel Tevere… Inizia Maria Giovanna Maglie, che domenica 31 ottobre si esercitava in svariate colonne di contorsionismi sotto il titolo: “Da moralista incallita vi dico: la sinistra sfrutta le donne del Cav”. E cosa diceva la Maglie? Il presidente del Consiglio “ascolta i problemi personali delle signorine che gli portano a casa e in villa, le sfama, spende quattrini, fa regali, <em>spesso</em> senza favori sessuali in cambio…”</p>
<p>“Spesso”. C’è scritto proprio così: “<em>spesso</em> senza favori sessuali in cambio”. Ora, se c’è uno “spesso” c’è anche un “qualche volta”, giusto? Se Ghedinescu va dal procuratore di Milano a dirgli “il mio cliente invita a cena (ecc. ecc.) delle signorine spesso senza favori sessuali in cambio” la domanda seguente è: “Scusi, avvocato, e le altre volte?”. Forse Ghedinescu dovrebbe spiegare alla Maglie che “favori sessuali in cambio di denaro o di altra utilità economica” (per esempio gioielli, auto e regalie varie) ricadono precisamente nell’ipotesi di reato di cui all’ art. 600 bis del Codice Penale, intitolato “Prostituzione minorile”.<br />
<span id="more-37076"></span><br />
Forse Ghedinescu dovrebbe mandare un motociclista della Presidenza del Consiglio alla redazione di <em>Libero</em> (viale Majno 42 &#8211; 20129 Milano) con una copia del Codice e un segnalibro alla pagina dell’articolo 600 bis, dove si legge: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. </p>
<p>A quanto pare, il grande cuore di Silvio, potrebbe costargli da sei mesi a tre anni, <em>salvo che il fatto costituisca più grave reato</em>. Ora, si sa che non solo l’ormai celeberrima Ruby ma anche Noemi Letizia era minorenne all’epoca delle affettuose telefonate con Papi. E la Maglie come lo difende? “A Casoria arrivarono le truppe cammellate a raccontare storie di una poco più che ragazzina, a interrogare compagni di scuola..”. Ecco, Ghedinescu, stenda un paio di memorie difensive basate su questi concetti: Noemi, all’epoca dei fatti, era “poco più che ragazzina”. Per quanto riguarda Ruby, “E’ grave pensare a un reato del premier”. Poi ci risentiamo da Guantanamo.</p>
<p>Lasciamo da parte Maria Giovanna Maglie e voltiamo pagina: Gianluigi Nuzzi intervista Lele Mora, sempre a proposito di Ruby, e il famoso procacciatore di carne fresca si difende così: “Mai e poi mai si poteva pensare che fosse minorenne. E mica gliene davo 19 o 20, ma non meno di 22-23 anni…”. A beneficio dei paladini di Silvio che scrivono su <em>Libero</em>, Ghedinescu potrebbe citare un precedente giuridico interessante: le dichiarazioni di Roman Polanski al giudice californiano che lo interrogava sui suoi rapporti sessuali con una minorenne. </p>
<p>Polanski ammise i fatti ma disse appunto che pensava che la ragazza avesse 18 anni. Risultato: prima della sentenza, per non correre il rischio di passare 50 anni dietro le sbarre, fu costretto a fuggire dagli Stati Uniti, dove non è più rientrato dal 1978 in poi. E nel 2009, come si sa, la giustizia americana ha chiesto il suo arresto e la sua estradizione alla Svizzera. Polanski è stato liberato dopo tanticchia settimane in carcere, e poi agli arresti domiciliari, ma la minaccia di finire su un volo diretto ad Alcatraz non è ancora del tutto scongiurata.</p>
<p>La Maglie e Nuzzi, appare chiaro, lavorano per il re di Prussia ma il direttore di <em>Libero</em>, Maurizio Belpietro, che fa? Scrive nel suo editoriale: “La storia è piena di capi di Stato puttanieri. Il più noto è John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano ucciso a Dallas. Sulle sue avventure galanti sono stati scritti molti libri e in uno di questi Jed Mercurio, scrittore e sceneggiatore inglese, descrive l’uomo che più incarna il mito americano con le seguenti  frasi: «Egli ha sempre avuto donne &#8211; abbondantemente, in successione, contemporaneamente, sotto forma di amiche di famiglia o di società, ereditiere, modelle, attrici, conoscenze professionali, mogli di colleghi, ragazze incontrate ai ricevimenti, commesse, prostitute &#8211; fin da quando scoprì da ragazzo che le donne gli piacevano, e che lui piaceva alle donne». L’attivismo sotto le lenzuola di Kennedy è difficile da contestare, salvo che Belpietro sceglie una fonte non proprio impeccabile: Mercurio, infatti, di mestiere fa lo sceneggiatore televisivo, non lo storico o il biografo, e quello che cita Belpietro è un <em>romanzo</em> intitolato “American Adulterer”, come si può verificare <a href="http://www.guardian.co.uk/books/2009/mar/29/american-adulterer-jed-mercurio-jfk">qui</a>.</p>
<p>Il teleonnipresente Belpietro continua poi scrivendo che “Kennedy è il politico americano che più piace alla sinistra italiana” e che “Di questo atteggiamento  è prova vivente Walter Veltroni, che è innamorato perso dell’uomo della Nuova Frontiera, al punto da avergli addirittura dedicato una biografia”. Forse che sì, forse che no. Veltroni ha effettivamente scritto un libro su uno dei fratelli Kennedy ma non si trattava di John Fitzgerald bensì di Robert, il che era intuibile dal titolo <em>Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy</em> (i San Tommaso che volessero vedere la copertina possono trovarla <a href="http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-veltroni_walter/sku-12432904/il_sogno_spezzato_le_idee_di_robert_kennedy_.htm">qui</a>).</p>
<p>E se vogliamo tornare alla tesi centrale dell’articolo, sarà anche vero che la storia è piena di capi di Stato puttanieri ma nessuno di loro pensava che il popolo sarebbe stato entusiasta di scoprire le loro performance: Luigi XIV esibiva volentieri le sue favorite ma –occorre ricordarlo?- <em>all’epoca il suffragio universale non era ancora stato inventato</em>. In tempi più recenti, Kennedy aveva bisogno della complicità di mezza Washington per nascondere le sue trasgressioni e Mitterrand non frequentava minorenni: semplicemente di famiglie ne aveva due, una delle quali tenuta ben nascosta fino alla morte. Era di grande cuore anche lui ma non telefonava alla Gendarmerie per far liberare le ninfette arrestate per furto da poliziotti crudeli.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/03/carta-strampalata-n-34/">carta st[r]ampa[la]ta n.34 &#8211; Good bye Ruby Tuesday</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.27</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 09:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/470_windsor_polo01_470x300.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Una rapida carrellata sulle notizie di sabato: otto medici, fra cui tre donne, uccisi in Afghanistan; in Russia 52 morti per gli incendi, in pericolo alcune centrali nucleari;  Fidel Castro interviene, dopo 4 anni di silenzio, per evocare il pericolo di una guerra atomica; nove miliardi di euro di tasse evase recuperati dalla guardia di finanza nel 2009; sei italiani su dieci non vanno in vacanza perché non ce la fanno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/09/carta-strampalata-n-27/">carta st[r]ampa[la]ta n.27</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/470_windsor_polo01_470x300.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/470_windsor_polo01_470x300.jpg" alt="" title="470_windsor_polo01_470x300" width="470" height="300" class="alignnone size-full wp-image-36375" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Una rapida carrellata sulle notizie di sabato: otto medici, fra cui tre donne, uccisi in Afghanistan; in Russia 52 morti per gli incendi, in pericolo alcune centrali nucleari;  Fidel Castro interviene, dopo 4 anni di silenzio, per evocare il pericolo di una guerra atomica; nove miliardi di euro di tasse evase recuperati dalla guardia di finanza nel 2009; sei italiani su dieci non vanno in vacanza perché non ce la fanno. Insomma, anche senza ricorrere ai temi ferragostani come i vip in vacanza a Capalbio o il cane che, lasciato solo, si “suicida” (<em>Corriere</em>, p. 26 e 27), di notizie per riempire il giornale della domenica ce n’erano.<br />
<span id="more-36373"></span><br />
Infatti, domenica 8 agosto <em>Libero</em> ha un titolo che domina la prima pagina: “I Fini ora chiedono la privacy”, notizia il cui impatto sulla vita di tutti i cittadini non può sfuggire ad alcuno.  Sempre in prima pagina c’è un editoriale dal titolo un po’ criptico, “Basta umor nero. Adesso ha deciso di farci sbellicare”,  un intervento di Mario Giordano di un’obiettività anglosassone, “Bocchino e soci fanno il doppio gioco” e perfino il richiamo a un articolo di Geronimo (al secolo Paolo Cirino Pomicino, la cui carriera fu stroncata dallo scandalo delle mazzette della sanità): “Inutile rinegoziare con i fuorusciti”.</p>
<p>Ai quattro articoli di prima pagina su Fini seguono due articoli a p. 2 (con foto dell’ormai troppo noto appartamento di Montecarlo), due articoli a p. 3 (con foto di Elisabetta Tulliani e del fratello), due articoli a p. 4, tre articoli a p. 6, tre a p. 7, tre a p. 8 e uno a p. 9. Totale 17 pezzi tutti sullo stesso argomento, interrotti solo dalla pubblicità di stivali da polo (tipico sport bergamasco) che occupa tutta la p. 5.</p>
<p>Dimenticavo di segnalare, a p. 10, un commento del noto costituzionalista Stefania Craxi che fa le pulci a Montesquieu: “Ha perfettamente ragione il Presidente Berlusconi quando contrappone la grande quantità di volontà popolare, raccolta da lui e dal suo Governo, agli stop e alle recriminazioni di istituti della democrazia scritta”. Per esempio, quando la banda Bassotti se ne va col malloppo della banca, i poliziotti non dovrebbero gridare: “Stop! In nome della legge fermatevi!” Sarebbe una recriminazione. Se poi si bada alla “democrazia scritta” dove si va a finire? Ridateci la democrazia orale, magari con le mentine per avere l’alito più fresco.</p>
<p>Sempre di fronte al menù di stragi in Afghanistan, catastrofi ecologiche in Russia, appelli di Fidel Castro e altre sciocchezzuole domenicali, il <em>Giornale</em> che fa? Prima di tutto mette una bella foto di Jean Paul Belmondo con la nuova compagna sotto il titolo “Lasciate che i settantenni si godano la vita” (sì, caro Feltri, sappiamo che ne hai compiuti 67, ma insomma&#8230;). Poi, ignorando i 1600 morti per le alluvioni in Pakistan, le previsioni sull’aumento della disoccupazione italiana in autunno e il blocco di esportazioni di grano dalla Russia (che minaccia di far salire i prezzi del pane alle stelle) il quotidiano del Fratello-di-voi-sapete-chi dedica il titolo principale alle case di Alleanza Nazionale: “Dopo il cognato spunta l’amico”. Troviamo poi un intervento dell’Heidegger di Bisceglie, Marcello Veneziani, su Fini ex subacqueo e un’intervista a Giuliano Urbani “Il ribaltone è già fallito”. Questo si che è giornalismo.</p>
<p>A seguire, le pagine 2, 3, 4, 5, 6 e 9 sono dedicate a Fini e al patrimonio di AN, per esempio: “Che fine ha fatto il gatto ereditato?” (p. 2) che si collega  idealmente alla pubblicità di croccantini di p. 8: “Per un’estate che lascia il segno divertitevi con i vostri amici a 4 zampe”. A p. 7 la già citata pubblicità di stivali da polo <em>La Martina</em>, che sicuramente attirerà l’attenzione del popolo della Val Brembana e della Val Seriana, tirato in ballo da una dotta analisi delle pagine culturali: “Come in politica, anche in pittura si allungano le distanze fra i gusti delle élite e quelli popolari”. L’articolo di Luca Beatrice  (p. 19) rivendica orgogliosamente  la passione per “un’arte bella, autentica, ideale fusione fra contemporaneità e tradizione, non generica ma fortemente incline  a considerare le radici locali” perché la sinistra “fin dai tempi di Togliatti non riconosce il bello”. </p>
<p>Ecco, noi saputelli che invece ci accontentiamo di un’arte brutta, falsa,  generica e priva di radici  come quella di Francis Bacon subiremo il giusto contrappasso: studiare l’opera omnia di Erica il Cane, il Caravaggio  dei nostri tempi, secondo il <em>Giornale</em>. Un’opera alquanto vasta, trattandosi di giganteschi murales, opere per definizione “radicate” nei muri dove sono state dipinte.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/09/carta-strampalata-n-27/">carta st[r]ampa[la]ta n.27</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.24</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 09:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del <em>Foglio</em>, del <em>Giornale</em> e di <em>Libero</em>, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/19/carta-strampalata-n-24/">carta st[r]ampa[la]ta n.24</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1-300x225.jpg" alt="" title="charles_aznavour_jarg_and_danny" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-36126" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del <em>Foglio</em>, del <em>Giornale</em> e di <em>Libero</em>, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa. Per esempio, il <em>Giornale</em> di domenica 18 luglio dedicava un enorme titolo in prima pagina, seguito dalle intere pagine 2 e 3, a un’intervista con Fedele Confalonieri, l’alter ego di Silvio fin da quando andavano dai salesiani. Titolo: “Vi racconto il vero Berlusconi”.<br />
<span id="more-36118"></span><br />
E cosa racconta il fedele Fedele? Che Berlusconi amava più “ballare con le ragazze” che suonare e cantare nella band di cui entrambi facevano parte; che comunque “è un uomo di spettacolo nato”; che “è sempre stato molto sorprendente”; che “alla fine alla base di tutto c’è la fortuna”. Che originalità! Che creatività! Che rivelazioni! Uno scoop che segue quello della prima pagina di venerdì 16, sotto il titolo “E Berlusconi se la canta”, illustrato da un fotomontaggio in cui compaiono insieme il Nostro e Charles Aznavour. che deve esibirsi lunedì 19 a Milano.</p>
<p>Il cugino di campagna del <em>Giornale</em>, il mitico <em>Libero</em>, decide che la crisi economica, le quotidiane novità sugli allegri compari Carboni, Verdini e Cosentino, la manovra di Tremonti, il chiacchiericcio sui governi di unità nazionale, gli attacchi in Afghanistan e la marea nera in Louisiana sono quisquilie, pinzillacchere, notizie vecchie e sbadigliose. Quindi dedica l’intera prima pagina a: “<em>Libero</em> 10 e gode”, ovvero un’autocelebrazione dei propri dieci anni di vita. Per l’occasione, a <em>Libero</em> rispolverano gli ex direttori come (L)ittorio Feltri, i collaboratori di lungo corso come Mario Giordano e perfino l’immancabile Betulla, al secolo Renato Farina, unico scribacchino italiano che sia riuscito a combinarla talmente grossa da farsi espellere dall’Ordine dei giornalisti (faceva lo spione di magistrati, il che nel PDL è risultato opera talmente meritoria da mandarlo in parlamento). Seguono sei pagine dedicate ai memorabili fasti giornalistici del quotidiano “popolar-scapigliato”, come lo stesso si autodefinisce a p. 3.</p>
<p>Sabato, <em>il Foglio</em> (“tendenza Veronica”) affida invece a Umberto Silva un’interessante riflessione sull’attualità politico-giudiziaria: “Quanti sono gli italiani che pensano che il paese sia governato da una Banda Bassotti capeggiata dal premier? Tutti. Lo pensa l’opposizione, lo pensa il terzo polo, lo pensano i finiani.”</p>
<p>Roba forte, come si vede. Ma questo Silva da dove sbuca? Sarà mica un fratellastro della Boccassini, un cugino di Travaglio, un nipote di Padellaro, uno pseudonimo di Valentino Parlato?<br />
Non bastasse, l’articolo continua così: “Lo pensa la puritana Lega, che gli è alleata solo per ottenere quel federalismo con cui lo scalzerà, e lo pensano anche i suoi seguaci, che anche per questo lo ammirano. Naturalmente lo penso anch’io e sono sicuro che lo pensa anche lui, il Cavaliere, quando la mattina legge i giornali”. Ullallà, una confessione in piena regola, che poi l’autore rafforza sostenendo che comunque gli italiani amano Silvio “perché il bandito piace, lui che si permette di tutto senza piegarsi a malinconici compromessi con le buone maniere della civiltà”. Dal che si deduce che Berlusconi starebbe “fuori” non solo dalle buone maniere ma perfino dalla “civiltà” stessa, tesi che neppure Maurizio Viroli nel suo recente saggio <em>La libertà dei servi</em> (Laterza), aveva osato avanzare.</p>
<p>Naturalmente, è possibile che Silva abbia rispolverato il suo manuale del liceo e scoperto l’esistenza dell’antifrasi, una figura retorica che consiste nell’affermare qualcosa intendendo l’esatto opposto. Il manuale riporta vari esempi, come l’esclamare “Che bella macchina!” di fronte a un orrendo catorcio. Il problema, però, nasce se qualcuno dice “Che catorcio!” di fronte a un autentico catorcio: il manuale non prevede, in questo caso, che il vero senso della frase sia “Che bella macchina!”</p>
<p>Lo sa bene l’Heidegger di Bisceglie, ovvero Marcello Veneziani, che il giorno dopo risponde fulmineamente sul <em>Giornale</em>: “Quella tesi ridicola sul Cav malavitoso”. L’onnipresente giornalista-filosofo tempesta: “Mi offende leggere la riduzione di questa fase della nostra vita politica al disegno criminale. Offende l’intelligenza, la dignità, il nostro senso morale. Ma offende soprattutto la percezione della realtà, dei fatti e delle circostanze” (p. 4). Certo, l’invettiva sarebbe stata più convincente se avesse scritto “la realtà” invece che “la percezione della realtà”, concetto leggermente diverso, ma passons…</p>
<p>Insomma, nei giornali di famiglia si litiga? O siamo noi intellettuali da strapazzo che cerchiamo conferma ai nostri preconcetti giacobini? Per dirimere la questione siamo andati a vedere se, nelle questioni non politiche, nelle notizie di cronaca che non toccano Berlusconi, gli house organ del centrodestra sono politicamente compatti e ideologicamente puri. Prendiamo la notizia di due genitori di Reggio Emilia, la cui bambina, due anni fa, era stata affidata a un istituto dal Tribunale dei minori che aveva deciso di togliere loro la patria potestà. Per <em>Libero </em>non ci sono dubbi: “Coppia di ex tossici rapisce la figlia dal centro di accoglienza” e il giornalista rincara la dose: “E’ la seconda volta che ci provano” (18 luglio, p. 21). In cella, e buttate via la chiave, non ci sono dubbi.</p>
<p>La stessa notizia ha l’onore della prima pagina sul <em>Giornale</em>, ma Annamaria Bernardini de Pace la pensa diversamente: “Riprendersi i figli è un diritto se il giudice è lento a decidere”. Mica scherzi. La commentatrice tuona: “L’attesa della parola definitiva di un Tribunale è in Italia, sempre ingiustamente e insopportabilmente, oltre il segno dell’umana pazienza. Soprattutto quando si tratta della vita di un bambino” (p. 13). E, per chi non avesse proprio capito, il redattore delle Cronache sovrappone all’articolo della Bernardini un titolo a tutta pagina: “Quando rapire un figlio è un diritto”. In galera, in galera! I giudici, naturalmente.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[L'immagine in apice è tratta da <a href="http://www.sleeveface.com/">Sleeveface</a>]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/19/carta-strampalata-n-24/">carta st[r]ampa[la]ta n.24</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.14</title>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2010 08:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Karl_Marx.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Ho abiurato agli affetti più cari. Abiuro alla mia mamma. Se me lo chiedete, abiurerò  anche all’anima. Così Marco Respinti descrive le esperienze di Kang Zhengguo, un cinese bollato come “reazionario” nel 1965 e incarcerato, che più tardi riuscirà ad emigrare negli Stati Uniti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/03/carta-strampalata-n-14/">carta st[r]amp[al]ata n.14</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Karl_Marx.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Karl_Marx.jpg" alt="" title="Karl_Marx" width="348" height="405" class="aligncenter size-full wp-image-33592" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Ho abiurato agli affetti più cari. Abiuro alla mia mamma. Se me lo chiedete, abiurerò  anche all’anima. Così Marco Respinti descrive le esperienze di Kang Zhengguo, un cinese bollato come “reazionario” nel 1965 e incarcerato, che più tardi riuscirà ad emigrare negli Stati Uniti. Il libro che recensisce è Esercizi di rieducazione e l’articolo è uscito nella pagina “Cultura &#038; Scienza” di <em>Libero</em>, 1 maggio.<br />
<span id="more-33591"></span><br />
Preso dall’entusiasmo per il volume, Respinti scrive che Zhengguo “ha dovuto  rinnegare se stesso, abiurare alla propria anima, ricacciare nell’oscurità il proprio pensiero…”. Come i lettori di Nazione Indiana sanno, non possiedo più un dizionario cartaceo perché costretto a un drastico <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/desherbage/">désherbage</a> dalla mia compagna. Quindi devo cercare il significato delle parole a me sconosciute nei vari dizionari on line: per esempio, lo Hoepli mi assicura che “<a href="http://dizionari.hoepli.it/Dizionario_Italiano/parola/abiurare.aspx?idD=1&#038;Query=abiurare&#038;lettera=A">abiurare</a>&#8221; è un verbo transitivo il cui significato è: “Ripudiare con atto solenne una fede riconosciuta falsa”. Dal che io deduco che: 1) Si abiura qualcosa e non “a” qualcosa; 2) Si ripudia un qualcosa riconosciuto falso, difficilmente la propria anima; anche perché se a uno è rimasta solo l’anima “falsa”, quella “vera” dove si è involata? E poi come si fa a sapere che l’anima non è più quella originale? Si scrive all’ufficio brevetti?</p>
<p>Il buon Respinti non si preoccupa di così poco e continua nel suo atto d’accusa citando a piene mani il libro di Kang, che lui chiama Zhengguo, rifiutandosi di prendere atto che quest’ultimo è il nome, non il cognome. Kang, scrive il nostro sinologo in calzoni corti, “nel 1971 cerca di sfuggire al maglio ideocratico facendosi adottare da un contadino senza figli onde riappropriarsi di una umanità autenticamente umana alternativa a quella aberrante a cui lo costringe il regime”.</p>
<p>Il maglio ideocratico, certo.</p>
<p>Il dizionario on line mi dice che “maglio” sta per “grosso martello di legno a due teste” ma “ideocratico”? Per quante indagini faccia, lo Hoepli non mi aiuta e questo, alla fine, mi provoca un certo mal di testa. Vado a cercare un’aspirina nell’armadietto del bagno.</p>
<p>Rileggendo la frase, mi viene la curiosità di capire come sia la faccenda del “riappropriarsi di una umanità autenticamente umana” perché anch’io,  volte, mi sento disumano, soprattutto  quando parcheggiano un SUV davanti al mio portone impedendomi di uscire. Non avendo sotto mano l’edizione italiana di Laterza, vado  cercare l’originale inglese (eh sì, questo Kang pare abbia scritto direttamente in inglese invece che nella sua lingua madre) e, grazie ad Amazon,  mi fiondo al capitolo 33, dove Kang racconta come e perché fu adottato da un contadino senza figli. A dire la verità, non sembra un problema di riappropriarsi di una umanità autenticamente umana, ma piuttosto di avere un permesso di soggiorno nella regione dove ha trovato lavoro: l’amico Guodong, più esperto di lui nel navigare i meandri della burocrazia cinese suggerisce di sposare una ragazza locale o di farsi adottare da qualcuno per avere la residenza. Kang rifiuta l’ipotesi di sposarsi per avere il permesso di soggiorno e preferisce l’adozione da parte dell’anziano Li Baoyu.</p>
<p>Cercando di capire meglio le tesi del noto sinologo Respinti, torno all’inizio dell’articolo che inizia con una citazione di Marx, dall’undicesima tesi su Feuerbach, niente meno. L’affermazione che “ora si tratta di trasformare il mondo” scatena una tempesta verbale di fronte alla quale i sermoni dei predicatori puritani, le invettive di Lutero contro Roma, le prediche di Savonarola appaiono come zucchero filato: “E’ il suggello dell’ideologia, che le ideocrazie s’incaricano poi di concretizzare in regimi politici per forza di cose totalitari, quello il cui giro mentale dice che il mondo così com’è va rifatto daccapo giacché sbagliato, cominciando dall’uomo”.</p>
<p>“Quello il cui giro mentale dice che il mondo…”? Forse il nostro Isaiah Berlin con secchiello e paletta si è mangiato una riga nel fare il copia/incolla, perché non riesco a trovare un modo plausibile di far quadrare i “regimi politici per forza di cose totalitari” con “quello il cui giro mentale dice che il mondo…” senza che ci sia nulla in mezzo. Vado in cucina e mi riempio d’acqua un bicchiere grande, poi inghiotto un Aulin.</p>
<p>Accantono momentaneamente il problema, mi metto seduto comodo e continuo a leggere: “E’ il corso e ricorso dell’utopia, dall’illuminista Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon (1707-1788), autore di una storia del mondo finalmente «giusta» in ben 36 volumi di cui 8 postumi, Histoire naturelle, générale et particulière”. Vediamo: che i 36 volumi di Buffon siano stati realmente pubblicati lo dice anche Wikipedia, dove viene pure precisato che 8 apparvero postumi a cura dell’amico <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bernard_Lac%C3%A9p%C3%A8de">Bernard Lacépède</a>. Quello che Wikipedia (noto house organ del maoismo) non dice è che la storia del mondo di Buffon fosse illuminista, politically correct e quindi anticipatrice della rivoluzione francese, i cui autori hanno poi nel tempo figliato la rivoluzione russa, Mao Zedong e Pol Pot, come sembra insinuare il nostro Respinti.</p>
<p>Confuso sul ruolo di Buffon come precursore della rivoluzione culturale cinese, mi procuro due Contramal da un farmacista che mi conosce e vado in biblioteca a consultare qulla <em>Histoire naturelle, générale et particulière</em> che aveva avuto, a mia insaputa, cotale importanza nella storia delle idee rivoluzionarie del XIX e XX secolo.</p>
<p>E’ bellissima. Colorata. Piena di fiori. Cerbiatti. Delfini.</p>
<p>Chiedo al bibliotecario se per caso non si è sbagliato: i 36 volumi che mi ha faticosamente portato fuori dal magazzino riguardano solo la flora e la fauna; non trovo “una storia del mondo finalmente «giusta»”, strumento dell’infido Buffon  (che aveva studiato dai gesuiti) per rovesciare l’ordine costituito un secolo prima che a Marx venisse la stessa idea. Il bibliotecario afferra un pesantissimo volume, pieno di disegni di ranuncoli, peonie, camelie e altre meraviglie della natura, e fa per tirarmelo sulla testa, quindi abbandono il campo. Chiedo al farmacista se mi può dare qualcosa di più forte per l’emicrania ma senza ricetta non si ottiene niente.</p>
<p>Marco Respinti, questo Benjamin Constant del Lambro, non si ferma a Buffon: la catena dei criminali responsabili delle peripezie del signor Kang continua con Voltaire, Darwin e Hitler, notoriamente affiliati tutti e tre alla stessa loggia massonica. Per spiegarlo, l’articolo continua così: “[dall’illuminista Buffon] alla nuova frontiera di chi oggi ipostatizza che nemmeno il nostro sesso è cosa certa ma solo sovrastruttura culturale” sono tutti tentativi di “partorire l’homunculus sintetico” e il risultato finale non può essere che il “genocida Pol Pot”. Vado al pronto soccorso dell’ospedale Rizzoli e, simulando una crisi, riesco a farmi fare un’iniezione di morfina.</p>
<p>Dopo un paio d’ore l’effetto svanisce e comincio a chiedermi se Pol Pot fosse d’accordo che il sesso è solo sovrastruttura culturale: magari nella giungla scriveva a qualche Drag Queen, o chiedeva di procurargli testi sulle teorie transgender che hanno avuto una certa fortuna nelle università americane. Impossibile saperlo, ma devo almeno scoprire cosa significhi “ipostatizzare”. Scartata l’ipotesi che il nostro Ortega y Gasset nel passeggino Chicco volesse scrivere “ipotizzare”, ricorro di nuovo allo Hoepli on line in un momento in cui la caposala del Rizzoli ha lasciato incustodito il computer.</p>
<p>Verdetto:  in filosofia, ipostatizzare significa “attribuire un&#8217;esistenza sostanziale a ciò che non ne è provvisto”. Ecco, ora mi è chiaro: “ipostatizzare il nostro sesso” è un elegante giro di parole per “attribuire un&#8217;esistenza sostanziale” a ciò che [nei maschi che hanno passato i 50] “non ne è provvisto”. Torno in centro e chiedo all’amico farmacista se almeno il Viagra me lo può dare senza ricetta.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/bh_CCCCX.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/bh_CCCCX.jpg" alt="" title="bh_CCCCX" width="450" height="229" class="aligncenter size-full wp-image-33594" /></a></p>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 08:30:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fragolino_2007_DIG.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ commovente la sollecitudine mostrata dai giornali di regime nei confronti dei tre connazionali arrestati a Kabul e, fortunatamente, liberati domenica. Per esempio, Andrea Morigi scriveva su <em>Libero</em> del 15 aprile (p. 17) che “non c’è nessun altro, tranne il presidente del Consiglio, in grado di negoziare con successo la liberazione”dei tre operatori di Emergency, magari “dando garanzie che il carcere lo sconteranno in Italia, se saranno riconosciuti colpevoli di qualche reato”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/20/carta-strampalata-n-12/">carta st[r]amp[al]ata n.12</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fragolino_2007_DIG.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-33126" title="fragolino_2007_DIG" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fragolino_2007_DIG-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ commovente la sollecitudine mostrata dai giornali di regime nei confronti dei tre connazionali arrestati a Kabul e, fortunatamente, liberati domenica. Per esempio, Andrea Morigi scriveva su <em>Libero</em> del 15 aprile (p. 17) che “non c’è nessun altro, tranne il presidente del Consiglio, in grado di negoziare con successo la liberazione”dei tre operatori di Emergency, magari “dando garanzie che il carcere lo sconteranno in Italia, se saranno riconosciuti colpevoli di qualche reato”. Ecco, visto che il governo afgano li accusava soltanto di essere complici nell’uccisione dell’interprete del giornalista Daniele Mastrogiacomo, di appoggiare i talebani, di aver trasformato l’ospedale in una base di terroristi permettendo il deposito di armi da guerra e di complottare per assassinare il governatore della provincia Gulab Mangal, un bell’ergastolo (anzi, due o tre) non glielo avrebbe levato nessuno.<br />
<span id="more-33005"></span><br />
Lo stesso giorno, con un titolo a tutta pagina, Mario Dergani scriveva : «Mastrogiacomo venduto dal dottor Emergency», cioè il chirurgo Marco Garatti. L’autore dell’articolo riferisce che “secondo i servizi segreti afghani, infatti, il medico italiano fu anche complice nell’assassinio dell’interprete dell’inviato di <em>Repubblica</em>. A dichiararlo all’agenzia di stampa Pajhwok è «un’autorevole fonte governativa afgana», che aggiunge che il medico avrebbe anche intascato 500mila dollari, cioè la metà del riscatto pagato dal governo italiano”.</p>
<p>Notate l’aplomb anglosassone con cui il quotidiano tratta le notizie: cita la fonte, l’agenzia governativa afghana, come se si trattasse della BBC e specifica che la fonte della fonte è «un’autorevole fonte governativa afgana» che ha richiesto l’anonimato: un clone di Henry Kissinger, probabilmente. La Pajhwok, questa Reuter de noantri, continua il suo implacabile atto d’accusa affermando che i talebani uccisero l’interprete Naqshbandi “su istigazione del dottor Grappin”.</p>
<p>GRAP-PIN.</p>
<p><em>I beg your pardon, did you say</em> «Grappin» <em>like the grappin</em> sul Ponte di Bassano? Si, grappin come quello che usano a Treviso per correggere il caffè; grappin come quelli che si bevono nelle osterie di Montebelluna, grappin come quelli distillati in casa dai contadini veneti che votano Lega, altro che quegli snob di Emergency, che nei salotti milanesi bevono sambuca e rosolio.</p>
<p>Grap-pin come la grappa friulana Nonino, quella che distribuisce ogni anno vari premi: Dergani evidentemente concorreva nella categoria “giornalismo di precisione”. Preoccupato che qualche malevolo sostenitore radical-chic di Emergency nella giuria del premio potesse instillare (pardon: <em>distillare</em>) dei dubbi sulla credibilità dell’articolo, il nostro autore si affretta a precisare “cioè Garatti, come precisato più tardi”. Ah, allora. Dev’essere stata colpa delle interferenze nel satellitare: per fortuna che poi qualcuno ha telefonato a Kabul per controllare, facendo lo spelling: “No Grappin, Yes, GA-RAT-TI! G like Gasparri, A like Alfano, R like (La) Russa, A like Alfano, T like Tremonti, T like Tajani, I like Italia!”.</p>
<p>Risolta la questione del nome, resta il problemino del sequestro e dei 500.000 dollari: quale è stato il ruolo di Garatti nella faccenda? “Secondo la fonte Marco Garatti invitò il giornalista di <em>Repubblica</em> Daniele Mastrogiacomo a Lashkar-Gah, dopo essersi accordato con il suo sequestro con i talebani” scrive <em>Libero</em>, sempre citando Pajhwok, questa Associated Press di Torpignattara.</p>
<p>Il sequestro avvenne nel marzo 2007. Problema: Garatti in quel momento stava in Sierra Leone, in un altro ospedale di Emergency, come scrive lo stesso Mario Dergani citando una dichiarazione di Cecilia Strada. E allora, il titolo «Mastrogiacomo venduto dal dottor Emergency» come si giustifica? Beh, nell’epoca dei telefoni satellitari e dei GPS forse Garatti ha chiamato il mullah Omar, che stava da qualche parte in Afghanistan sulla sua motocicletta, e gli ha detto: “Yes, Mastrogiacomo, we can make a lot of money! No, Ma-stro-gia-co-mo, M like Moratti, A like Alemanno…”</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/20/carta-strampalata-n-12/">carta st[r]amp[al]ata n.12</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.9</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/ALLBAIONETTA.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello </strong></p>
<p>Questa settimana avremmo voluto occuparci del noto pensatore Antonio Socci che, dall&#8217;alto della sua cattedra di ex conduttore televisivo di Excalibur, rimbrotta il teologo Hans Küng spiegandogli che non ha capito nulla dell&#8217;importanza del celibato dei preti. (leggere per credere: <em>Libero</em> 19/3/2010, p.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/32082/">carta st[r]amp[al]ata n.9</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello </strong></p>
<p>Questa settimana avremmo voluto occuparci del noto pensatore Antonio Socci che, dall&#8217;alto della sua cattedra di ex conduttore televisivo di Excalibur, rimbrotta il teologo Hans Küng spiegandogli che non ha capito nulla dell&#8217;importanza del celibato dei preti. (leggere per credere: <em>Libero</em> 19/3/2010, p. 19).</p>
<p>Socci dovrà aspettare perché Pietro Del Re, su <em>Repubblica</em> di venerdi scorso, lancia una notizia clamorosa: &#8220;La guerra è cambiata, addio alla baionetta&#8221;. E l&#8217;occhiello aggiunge: &#8220;La svolta dopo secoli di combattimenti all&#8217;arma bianca&#8221; (p.54).<br />
<span id="more-32082"></span><br />
Come tutti sanno, nel 2003 l&#8217;Iraq è stato invaso dai marines che hanno attraversato il deserto di corsa, baionette inastate, e hanno travolto la resistenza degli iracheni, inchiodati nelle loro posizioni con inutili armi come cannoni, carri armati e gas velenosi.</p>
<p>Né va dimenticato il ruolo che ebbero le baionette israeliane nella guerra del Kippur (1973) quando accerchiarono le divisioni corazzate egiziane, costringendole ad arrendersi: solo la diplomazia fermò il generale Sharon che stava per aprirsi la via verso il Cairo e Damasco sbudellando tutti i soldati arabi che incontrava, uno per uno.</p>
<p>Il buon Del Re ci informa che l&#8217;esercito americano &#8220;archivia quest&#8217;arma bianca diventata un accessorio secondario per via del progressivo diffondersi di armi automatiche, bazooka e kamikaze&#8221; (qualcuno potrebbe obiettare che il &#8220;progressivo diffondersi di armi automatiche &#8221; come la mitragliatrice inizia con l&#8217;anno di grazia 1880, ma non facciamo i sofistici).</p>
<p>La baionetta, continua l&#8217;articolo, ebbe &#8220;un ruolo decisivo&#8221; nella guerra di Secessione americana, così come nelle trincee delle Fiandre nel 1916 o ancora sulle spiagge della Normandia nel 1944 o, più recentemente, nei combattimenti corpo a corpo contro i Vietcong nella giungla tropicale&#8221;. Ma ora &#8220;alcuni corpi dell&#8217;esercito hanno cominciato a sostituire le baionette agganciando in punta dei loro fucili altre armi, quali una rivoltella o un machete&#8221;.</p>
<p>Certo, dev&#8217;essere pratico avere una pistola agganciata in punta a un fucile: chissà come si farà per premere il grilletto…</p>
<p>Parliamo dai &#8220;combattimenti corpo a corpo contro i Vietcong&#8221;: qualsiasi amante del cinema ricorderà che i soldati americani arrivavano nei villaggi vietnamiti su elicotteri (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=vHjWDCX1Bdw">Apocalypse Now</a>) e che si facevano strada sparando raffiche dai loro M-16, lanciando bombe a mano, incenerendo tutto ciò che trovavano sulla loro strada con i lanciafiamme. I vietnamiti rispondevano per le rime: il generale Giap, nella giungla tropicale, aveva delle divisioni corazzate non i fantaccini con una baionetta fissata sulla punta del moschetto.</p>
<p>Spiagge della Normandia: rimandiamo per informazione ai testi classici come Antony Beevor (D-Day) dove in 608 pagine le baionette sono citate nemmeno una dozzina di volte, compresi episodi in cui vengono usate sul corpo di tedeschi uccisi (p. 68). Oppure si potrebbe riguardare la scena iniziale di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=gZgKo46X8CI&amp;feature=related">Salvate il soldato Ryan</a>, dove i marines vengono fatti a pezzi dalle mitragliatrici tedesche e non si vedono baionette, picche o alabarde da nessuna parte.</p>
<p>Fiandre nel 1916: effettivamente francesi e inglesi iniziarono la guerra ignorando il problema centrale della baionetta, un oggetto inventato per trarre profitto della lentezza e della difficoltà con cui si caricavano i fucili fino a 60 anni prima. Questo costò loro alcune centinaia di migliaia di morti, ma si sa che i generali sono un po&#8217; lenti a imparare.</p>
<p>Prima dell&#8217;invenzione della cartuccia moderna, a metà Ottocento, <a href="http://www.dhr.virginia.gov/Armor/images/Musketeer.jpg">i fucili si caricavano versando la polvere da sparo nella canna</a>, o in un apposito alloggiamento, e introducendo poi una pallottola tonda. Questa operazione era così lunga che nessun soldato addestrato poteva sparare più di un colpo al minuto, due se era particolarmente abile e fortunato.</p>
<p>Schioppi e moschetti del XVIII secolo avevano una precisione decente solo fino a 80 metri circa. Ora, poiché un fantaccino ben allenato poteva percorrere 80 metri in circa 30 secondi, avere un lungo pugnale fissato sotto la canna del fucile permetteva, appena arrivati alla distanza giusta, di scattare in avanti dopo l&#8217;ultima salva dei nemici, con una ragionevole speranza di arrivare al corpo a corpo prima di essere bersagliati di nuovo dalle pallottole.</p>
<p>Nel 1831, i polacchi insorsero contro la dominazione zarista e il poeta francese Casimir Delavigne scrisse la Varsovienne su musica di Karol Kurspinski; il ritornello faceva: &#8220;Polonais, à la baïonnette ! C&#8217;est le cri par nous adopté, Qu&#8217;en roulant le tambour répète ! Vive vive la liberté ! Vive vive la liberté !&#8221;. Le baionette, però, poterono poco di fronte alla superiorità dei russi in uomini e armamenti.</p>
<p>La fine delle baionette come arma militarmente significativa avvenne durante la guerra di Secessione americana, quando entrarono in scena fucili che usavano cartucce dette &#8220;a percussione anulare&#8221; (brevettate dai celebri Smith &amp; Wesson) permettendo di ricaricare molto più velocemente e di avere un tiro utile per alcune centinaia di metri. Le due cose insieme rendevano un suicidio qualsiasi carica di fanteria in campo aperto, come scoprirono i sudisti a Gettysburg <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Edwin_Forbes_Pickett%27s_Charge.jpg">cercando di sfondare il centro dell&#8217;esercito unionista, trincerato su una collinetta.</a></p>
<p>L&#8217;offensiva voluta dal generale Lee, con 15.000 uomini ammassati su un fronte ristretto, con oltre un chilometro da percorrere in salita era chiaramente una pazzia, come disse il generale James Longstreet, ma gli ordini erano ordini. La divisione di George Pickett, 7000 uomini, perse i suoi 3 brigadieri, 13 colonnelli e quasi 5000 uomini nel giro di mezz&#8217;ora. Le cariche con la baionetta inastata mostrarono di essere una sicura ricetta per la sconfitta già quel giorno, 3 luglio 1861, un secolo e mezzo fa. Forse non era proprio una notizia di giornata …</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/baionetta1.jpg"><img class="size-full wp-image-32087  aligncenter" title="baionetta1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/baionetta1.jpg" alt="" width="280" height="208" /></a></p>
<p><span style="color: #333333;">p.s. Una rapida ricerca nell&#8217;archivio di Repubblica avrebbe permesso a Del Re di accertare che n</span><span style="color: #333333;">el 1985, ovvero un quarto di secolo fa, la sua collega Laura Laurenzi aveva scitto un articolo intitolato <strong>Addio Baionetta e grazie, non sei più un&#8217;arma da guerra</strong>. La Laurenzi commentava una sentenza della Cassazione, secondo la quale &#8220;la baionetta non può essere qualificata arma da guerra non ricorrendo nè il requisito della potenzialità offensiva &#8220;spiccata&#8221;, nè quello della destinazione, attuale o potenziale, al moderno armamento di truppe per l&#8217; impiego bellico&#8221;. Se n&#8217;era accorta la Cassazione nel 1985, ma il quotidiano romano ci annuncia nel 2010: &#8220;La svolta dopo secoli di combattimenti all&#8217;arma bianca&#8221;.</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/32082/">carta st[r]amp[al]ata n.9</a></p>
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		<title>Libero di scrivere balle</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 11:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>Philip Roth, in un&#8217;intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un&#8217;intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell&#8217;intervista aveva rilasciato.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/libero-di-scrivere-balle/">Libero di scrivere balle</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>Philip Roth, in un&#8217;intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un&#8217;intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell&#8217;intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell&#8217;intervista in cui Roth manifesta la sua stupefazione e scopre la bufala.</em></p>
<p>&#8220;Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.&#8221;  &#8220;Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.&#8221; Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore. Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco. &#8220;Vuol dire che questi sono liberi di fare tutto quelli che gli pare?&#8221;</p>
<p><em>Vale la pena di notare anche che Pierluigi Battista si era come suo solito accodato scondinzolante, esattamente come avrebbe fatto poi accettando supinamente l&#8217;impostazione balenga che Libero stesso aveva dato della querelle nata qui su nazione Indiana. Anche lui, evidentemente, nella sua tenace battaglia per rivendicare il non conformismo degli intellettuali, rivendica la libertà di dire balle. (Il suo pezzetto, per chi volesse sfiancarsi, si trova <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/novembre/23/Philip_Roth_diventa_disertore_co_9_091123021.shtml">qui</a>) </em></p>
<p><em>Le balle ormai fanno scuola, segnano una stagione del giornalismo italiano. E&#8217; di ieri la mega-balla del Tg1, che vende la prescrizione del reato di Mills come assoluzione. E prima la reprimenda a Maria Luisa Busi, la conduttrice del Tg1 rea di aver ammesso, in mezzo alle macerie aquilane, che sì, la verità non era stata raccontata. Non siamo più in presenza solo di una manipolazione, fatta di mezze verità, a costruire falsità. Qui la falsità diventa elemento atomico con cui lavorare ai fianchi un</em> esprit public<em> sempre più immemore e immerso nelle tenebre.</em></p>
<p><em>Di seguito, l&#8217;intervista originale di Tommaso Debenedetti, che Libero ha fatto scomparire dalla rete ma che esiste ancora, grazie al dio-cache (e grazie a Alberto Cane che ha scovato la cache, <a href="http://albertocane.blogspot.com/2010/02/philip-roth-sconfessa-libero.html">qui</a>). A futura memoria, a imperitura testimonianza della creatività della menzogna.</em> <em>Del resto, lo si è detto allo sfinimento, da queste parti: è tutta una questione di stile. <span id="more-30984"></span></em></p>
<p>«Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica. Quando lo si ascolta parlare, con quella sua voce bassa e appena rauca, in cui le parole escono a ritmo ora velocissimo ora esitante, con quel tono malinconico, inquieto, ma capace d’improvvise, fulminanti, accensioni d’ironia, sembra davvero di essere dentro una delle pagine dei suoi romanzi. È come se quella, proprio quella fosse la voce di tanti personaggi di Philip Roth. «Arrivato a settantasette anni &#8211; spiega &#8211; mi piace parlare della realtà che ho attorno, una realtà che mi fa arrabbiare ma che mi interessa ogni giorno di più». E premette che non dirà molto sulla letteratura: «La letteratura mi è indispensabile, è la mia vita, ma non so cosa dirne, ogni discorso sui libri mi sembra superficiale, stupido, e molto noioso». Parliamo subito di Obama, allora. Perché tanta delusione? «Perché non ha fatto nulla, in questo primo anno, nulla di rilevante, nulla di diverso da quello che la banale quotidianità del potere lo portava a fare. Si dirà: la riforma sanitaria. Ebbene, quella è un’ottima novità per l’America, ma non basta. Sembra una bandiera sventolata per mascherare il nulla, perché i risultati di questa presidenza per ora sono il nulla». Lei è stato un acceso sostenitore dell’elezione di questo Presidente… «Sì, perché nella sua campagna elettorale c’era davvero qualcosa di nuovo, di straordinario. Con quelle sue espressioni “hope” e “change”, ripetute con un’efficacia mai vista, a metà fra il moderno slogan pubblicitario e la cantilena d’uno sciamano, Obama era riuscito a svegliare l’America dal torpore della sua frustrazione, da quel grande senso di impotenza, di ansia, di sfiducia che nell’ultimo decennio ha dominato il Paese. Era stato capace di dare vitalità e slancio a chi lo ascoltava. Non nascondo di essere rimasto quasi incantato a seguire i suoi discorsi, io che non sono certo facile ad entusiasmarmi per le parole… Allora ho creduto, e con me tantissimi americani, che fosse arrivato davvero un tempo nuovo per la politica, un tempo dove creatività e intelligenza si unissero alla capacità di ascoltare la voce di un Paese e di sapervi rispondere». E invece? «Invece, niente. Appena eletto, fin dai primi giorni del suo lavoro alla Casa Bianca, Obama si è come fermato, addormentato. Lui, che aveva scosso l’America, si è assopito nei meccanismi del potere. Ha continuato a ripetere le sue frasi più belle della campagna elettorale, ma non ha aggiunto nulla di nuovo, e soprattutto, non ha fatto seguire le azioni. Forse ha cominciato a pesare la sua inesperienza, forse è restato prigioniero di una eccessiva valutazione che la gente aveva di lui. Di fatto, i suoi discorsi hanno preso a girare a vuoto, sempre uguali, accompagnati da gesti, sguardi e sorrisi ormai ripetuti ossessivamente, che prima lo hanno reso simpatico e ora lo rendono fastidioso, quasi antipatico. E i risultati si vedono». Quali risultati? «L’America è confusa, frustrata. Quel diffuso senso di paura dell’ignoto, di ansia, di impotenza che l’11 settembre ha contribuito in modo decisivo a scatenare, lacerando le certezze, devastando insieme alle torri di New York anche la percezione che il Paese aveva di sé e della propria forza, è rimasto. Anzi, la crisi economica, figlia in qualche modo di quell’insicurezza, di quella sfiducia che regnano nelle persone, ha addirittura peggiorato le cose». Obama ha deluso anche in politica estera? «Sì. Con Bush vigeva la logica dell’intervento militare, della lotta contro il terrorismo fatta con le invasioni militari. Una logica a mio avviso sbagliata, e che si è dimostrata perdente. Ma almeno, chiara. Quale è la strategia di Obama? Nessuno ancora lo sa. Parla di dialogo, e va benissimo. Ma di fatto Al Qaeda è sempre più forte e organizzata, un regime pericoloso e delirante come quello iraniano sta attrezzandosi con l’arma nucleare e si attrezza per colpire Israele, e lui, il presidente, sembra eludere il problema. Con l’Iran un giorno sembra voler aprire una trattativa (ma non si può aprire una trattativa con chi è, in tante cose, l’erede dei nazisti!), e il giorno dopo riafferma la necessità della fermezza. Cosa vuole fare in Afghanistan? Nuove truppe o disimpegno? Approva e sostiene il governo israeliano o sta dando ragione ai palestinesi? Impossibile rispondere. Ma un dato di fatto è certo, e Obama mostra di non tenerne conto». Cioè? «Cioè che, come l’11 settembre ha dimostrato, oggi il nemico vero, paragonabile al nazismo degli anni Trenta, è l’estremismo religioso e sanguinario, il terrorismo soprattutto di matrice islamica. A mio avviso, il dialogo non serve. E con chi si dialogherebbe, del resto? Ma nemmeno serve, come faceva l’amministrazione Bush, invadere Stati, intervenire militarmente. Serve, piuttosto, un sostegno effettivo a quelle forze che, all’interno dei Paesi dove il fondamentalismo è più forte o dove è addirittura regime al potere, si battono per contrastarlo. E, insieme, dare più forza, poteri e credibilità all’Onu, riformandolo completamente. Quello che è meno utile, è questa confusione, questa assenza di una linea chiara nella politica estera americana: questo fa contenti gli oltranzisti e i terroristi, indebolisce chi vi si oppone, e, a livello interno, fa sentire l’America sempre più sbandata, sempre più cupa». Come vede l’Europa? «Politicamente, mi sembra che l’Europa non ci sia, non decida nulla, non conti nulla. L’Europa è la sua cultura, la sua storia. E di questa cultura, di questa storia, dovrebbe essere più fiera, mantenendo una sua peculiarità, una sua autenticità, senza diventare, chissà poi perché, seguace di mode e modelli che vengono da fuori. A me, come americano, l’Europa piace e incanta se è sé stessa, non una mal riuscita imitazione dell’America». Capisco la sua volontà di non parlare di letteratura. Ma non resisto. Posso chiederle chi sono, oggi, i suoi autori preferiti? «Sto rileggendo Singer, e lo trovo sempre più grande. Splendido e tristissimo. Ma non mi chieda di più». Chi riconosce come suo maestro? «Ecco, mi aspettavo la domanda. Il problema è che, quando scrivo, la scrittura nasce da un’esigenza di raccontare, troppo forte per essere frenata anche se a volte mi capita di fermarmi, di non riuscire ad andare avanti, di sentire che tutto è finito, che l’angoscia che ho dentro non lascia più posto alle storie, che le storie possibili sono state tutte uccise, costrette a non esistere, a non nascere. Quando attraverso quei momenti, e negli anni sono diventati più frequenti, a volte basta la frase di un romanzo che mi torna alla mente, la battuta di un personaggio in un libro, per tirarmi fuori dal buio, per ridarmi la possibilità e la capacità di scrivere. Ecco: l’autore di quella frase, di quella battuta, è in quel momento il mio indispensabile maestro. Un momento può essere Cechov, un altro Saul Bellow, un altro ancora, appunto, Singer. Posso risponderle solo così». E Bernard Malamud? «Riconosco di dovergli molto. È un autore che talvolta, a leggerlo, lascia senza fiato. Cosa gli devo e perché, lo lascio dire ai critici. Loro scoprono cose straordinarie, di cui noi autori neppure ci accorgiamo…». Lei è da anni candidato al Nobel. Ma il premio non è mai arrivato. Come giudica questa ripetuta esclusione? «Non ritengo che il mio pessimismo, la mia indignazione, la mia rabbia siano da Nobel, gli accademici svedesi hanno altri gusti, altri parametri… Ognuno fa le scelte che vuole, e non sono certo io a giudicarle giuste o sbagliate. Se cambieranno idea, andrò a Stoccolma e sarò contento di ricevere il premio. Però mi creda: non ci penso mai, anzi, questo diluvio di ipotesi che ogni anno mi arriva addosso con i primi freddi dell’autunno mi disturba non poco, non sopporto questo gioco delle candidature. Diano il Nobel a chi vogliono e basta così».</p>
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		<title>Editoria indipendente &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 05:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>Foto (ingrandibile) di Andrea Raos.</p>
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<p>Foto (ingrandibile) di Andrea Raos.</p>
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		<title>Blog Notes: Magritte, les belges, Libero e i cavalli scossi</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 14:08:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/0_498_550.jpg"></a><br />
di <strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>1.<strong>lo stupro costante delle nostre menti</strong></p>
<p>Quando passi attraverso le case, le luci, i cieli, soprattutto i cieli, delle opere esposte, <a href="http://www.musee-magritte-museum.be/Portail/Site/Typo3.asp?lang=FR&#38;id=languagedetect">qui,</a> nel museo Magritte, è tutta una successione di ricordi e sogni sognati. Una realtà che rimane tale per pochi attimi, l&#8217;<em>affiche</em> acquistata al Pompidou vent&#8217;anni prima e che si stacca dal muro trascinando con sé un pezzo di intonaco insieme alle due strisce di scotch, a croce, nel mezzo della cameretta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/blog-notes-magritte-les-belges-libero-e-i-cavalli-scossi/">Blog Notes: Magritte, les belges, Libero e i cavalli scossi</a></p>
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di <strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>1.<strong>lo stupro costante delle nostre menti</strong></p>
<p>Quando passi attraverso le case, le luci, i cieli, soprattutto i cieli, delle opere esposte, <a href="http://www.musee-magritte-museum.be/Portail/Site/Typo3.asp?lang=FR&amp;id=languagedetect">qui,</a> nel museo Magritte, è tutta una successione di ricordi e sogni sognati. Una realtà che rimane tale per pochi attimi, l&#8217;<em>affiche</em> acquistata al Pompidou vent&#8217;anni prima e che si stacca dal muro trascinando con sé un pezzo di intonaco insieme alle due strisce di scotch, a croce, nel mezzo della cameretta. Sono soprattutto i colori delle gouaches appese ai titoli, onirici e <em>rreali</em> del &#8221; saboteur tranquille&#8221;: la voix du sang, la lettrice spaventata, chambre d’écoute, e provi estrema dolcezza di visione dall&#8217;utopia sospesa del fantastico  Château des Pyrenees. &#8220;<em>J&#8217;aime l&#8217;humour subversif, les taches de rousseur, les genoux, les longs cheveux de femme, le rêve des jeunes enfants en liberté, une jeune fille courant dans la rue.&#8221;</em> Magritte scrive di amare l&#8217; Humour sovversivo, le guance arrossite, le ginocchia, i capelli lunghi delle donne&#8230;  Per questo il piccolo quadro, in bianco e nero, <em>le viol,</em> &#8211; una parola che è una beffa, dolce come un colore, leggera da evocare volo &#8211; è un inferno. Un&#8217;opera che nessun Maurizio Costanzo Show &#8211; ricordate le copertine magrittiane usate durante le trasmissioni per i consigli per gli acquisti?- avrebbe potuto mettere a fuoco e in pasto ai <em>famosi milioni</em>, di telespettatori. Pensi a  Munch, Goya, con quel volto, faccia che diventa corpo, i seni sono occhi pestati, il naso ritratto nel volto, affossato da un pugno, e la bocca, cucita a silenzio, un orifizio muto.<br />
<span id="more-29737"></span><br />
<strong>2. La vie secrète des belges</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/IMG_3317.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-29741" title="IMG_3317" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/IMG_3317-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
<strong>(Bruxelles National Airport)</strong> Il sogno di uno scrittore è di ritrovare il proprio libro tra gli scaffali della libreria di un aeroporto.</p>
<p><strong>3. Libero di correre</strong> (ma non per Libero, oh!)</p>
<p>Ospite di Stefano Balassone, a <a href="http://www.redtv.it/">Redtv</a>, tra le varie cose che ci siamo detti, alla sua domanda su chi fossero oggi i soldati blu e chi gli indiani, (le immagini mostravano le rispettive cavallerie)  a proposito delle recenti polemiche scoppiate  su questo blog, m&#8217;è venuto di rispondere che  Nazione Indiana, per me, era, erano i cavalli scossi. </p>
<p><em>E i sogni si allontanano<br />
come i cavalli scossi,<br />
caduti i sognatori;<br />
bocconi tra le fragole, ma<br />
più dolci e più rossi,<br />
ridotti a dolenti spifferi.<br />
E docili incompetenti<br />
nella lotta incerta<br />
tra il ridire e il fare<br />
l&#8217;amore colloquiale.<br />
</em></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/_6yEdJfEZ8w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/_6yEdJfEZ8w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/blog-notes-magritte-les-belges-libero-e-i-cavalli-scossi/">Blog Notes: Magritte, les belges, Libero e i cavalli scossi</a></p>
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		<title>Non c&#8217;è altro tempo da perdere</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 21:04:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio.jpg"></a>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue <em>quaestiones</em> assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è lecito mangiare di grasso il venerdì?) su cui si accapigliavano nel diciassettesimo secolo gesuiti e giansenisti: roba vecchia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/28/non-ce-altro-tempo-da-perdere/">Non c&#8217;è altro tempo da perdere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29596" title="trivio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue <em>quaestiones</em> assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è lecito mangiare di grasso il venerdì?) su cui si accapigliavano nel diciassettesimo secolo gesuiti e giansenisti: roba vecchia. Troppo mutati i termini, troppo lontana una certa idea di intellettuale come rappresentante dell’universale obbligatoriamente schierato dalla parte giusta, da troppo tempo defunta ogni pretesa e speranza di un’egemonia culturale della sinistra (concetto mal compreso, peraltro: chi ne parla oggi cita Gramsci ma in realtà ha in mente Paolo Mieli. <span id="more-29595"></span>A Gramsci di &#8220;dettare l’agenda&#8221; non poteva importargliene di meno). E puerile, perciò, oltre che dannosa, la polemica che si è scatenata intorno al caso di Paolo Nori che collabora con Libero, dove alla malafede di chi di queste beghe ha fatto una professione (il solito processo stalinista!, cfr. l’esemplare articolo di Pierluigi Battista sul Corriere di qualche giorno fa) si è purtroppo affiancato lo zelo degno di miglior causa di chi ha sostenuto l’argomento che, fatta salva la libertà individuale di chiunque, a collaborare con certi fogli si offre loro una legittimazione culturale. Roba da matti: come se ne avessero bisogno. Sono i padroni del paese, navigano da vent’anni con il vento in poppa della più compatta e incontrastata egemonia culturale reazionaria mai vista in epoca moderna (una miscela di razzismo e liberismo, amoralità ipocrita e pragmatismo maneggione, nichilismo e genuflessioni baciapile), intercettano e informano ogni giorno un senso comune largamente maggioritario: sai che se ne fanno della nostra legittimazione. Bene hanno fatto perciò Marco Bascetta e Benedetto Vecchi a riportare il problema alla sua vera altezza: che ne è in concreto del ruolo, della funzione e delle possibilità di vita e di autonomia di chi lavora nella vasta, sfrangiata e contraddittoria galassia della produzione di sapere, linguaggio, immaginario, ideologia? Il &#8220;caso Nori&#8221; avrebbe dovuto essere discusso solo dai suoi amici intimi: ma davvero vuoi andare a cena lì, non vedi cosa mangiano? Dopo cena cosa fate, il Karaoke o osteria numero venti? Contento te. Rilevanza politica e culturale ce l’ha però il fatto che tante persone intelligenti e benintenzionate siano cadute nella trappola di confermare chi già ne era convinto nell’idea che gli intellettuali sono un ceto terminale e superfluo capace solo di beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino mentre li portano al macello. In questo ha ragione Pierluigi Battista: davvero non hanno di meglio da fare (come lui, che infatti non fa altro da vent’anni)? Un vecchio precetto reazionario suona più o meno: nella disputa vince sempre l’inferiore, perché il superiore si è abbassato a disputare. E’ da respingere, perché non c’è niente di buono da aspettarsi da chi si crede in diritto di essere superiore, fosse pure di sinistra. Però… Però, visto che la modalità retorica dominante dell’ideologia retriva che ci ammorba è il battibecco, un consiglio di prudenza per tutti da ricavare da questa triste faccenda potrebbe essere questo: meno reattività, meno fretta, meno ansia di presenza, non accettare il terreno del nemico (o avversario, come si dice in questi tempi putibondi), il cellulare è spento, il signore non è in casa: se li facessero da soli i battibecchi. Poi bisogna davvero dimostrare di avere altro da fare. Mica facile, vista la situazione, ed è per questo che non c’è proprio tempo da perdere.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><em>(pubblicato su il manifesto 24/01/2010)</em></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/28/non-ce-altro-tempo-da-perdere/">Non c&#8217;è altro tempo da perdere</a></p>
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		<title>Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare. </em><br />
George Orwell</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Se non puoi dire la verità – taci.<br />
Guardati dalle mezze verità.</em><br />
Danilo Kiš</p>
<p>C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come “Il Giornale” o come “Libero”? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a “Libero”, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su “Libero”. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali “Il Foglio” o“Il Domenicale”. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’<em>impegno</em> dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.<br />
<span id="more-29385"></span><br />
Se uno scrittore come Paolo Nori scrive per “Libero”, e così facendo dimostra, alla fine, che non è uno scrittore “di sinistra”, o che non è un cittadino con una consapevolezza politica “di sinistra”, non per questo cessa di essere un valido scrittore. Ma è sempre possibile dire che, sul piano politico, Paolo Nori non sta difendendo gli ideali di sinistra o la lotta politica promossa dalle forze di sinistra. Forse, addirittura, il solo fatto di essere uno scrittore, e di credere nei valori veicolati dalla letteratura, dovrebbe rendere consapevole Nori dell’errore che egli commette fornendo legittimità culturale a un quotidiano la cui linea politica si accorda con i programmi governativi di demolizione della cultura, partendo proprio dalle istituzioni che ne garantiscono la trasmissione e lo sviluppo (la scuola e la ricerca). Ma ripeto, il caso Nori o casi affini, ci impongono di riconsiderare in modo esplicito i rapporti tra letteratura e politica.</p>
<p><em>Scrittori di quale sinistra?</em><br />
Io su letteratura e politica la penso esattamente come George Orwell. Mi sembra, infatti, che settant’anni fa, Orwell, durante gli anni Quaranta, abbia chiarito meglio di chiunque altro i rapporti tra letteratura e politica, in un’ottica di sinistra, ma di sinistra “eretica”. È importante scegliersi i propri autori, le proprie fonti, a maggior ragione quando vige la gran confusione, e diventa difficile tracciare confini politici tra destra e sinistra, ma anche semplicemente definire <em>quale</em> sinistra. In Italia, da un decennio ormai, non sembra essere rimasto più che Pasolini come autore di riferimento, e questo sia per chi parla da destra sia per chi parla da sinistra. Ovviamente è innanzitutto responsabilità degli scrittori, di coloro cioè che hanno una qualche funzione elementare nella circolazione delle idee, porre in primo piano la questione delle eredità ideologiche, dei filoni intellettuali ancora fecondi e da valorizzare. Per parte mia posso solo consigliare di leggere senza particolari apriori i seguenti saggi di Orwell: <em>Perché scrivo</em> (1946), <em>La letteratura e la sinistra</em> (1943), <em>Come mi pare (14)</em> (1944), <em>Gli scrittori e il leviatano</em> (1948). Questi interventi di Orwell potrebbero poi essere correlati ad alcuni articoli dello scrittore ebreo montenegrino Danilo Kiš come <em>Homo poeticus, malgrado tutto</em> o <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> – dall’anno scorso reperibili nell’edizione Adelphi che raccoglie una parte della sua opera saggistica (ahimè solo una parte!).</p>
<p>Perché proprio Orwell e Kiš? Sono due tra i più importanti scrittori del XX secolo. Sono due scrittori d’esperienza: hanno vissuto direttamente i traumi storici della loro epoca (Orwell partecipò alla guerra civile spagnola e Kiš ebbe membri della sua famiglia assassinati nei lager nazisti). Sono due scrittori che hanno messo al centro della loro opera l’orrore totalitario. Sono due scrittori profondamente anti-fascisti e profondamente anti-stalinisti. Sono due scrittori che hanno sempre creduto nella funzione veritativa della letteratura. Sono due scrittori che non hanno mai rinunciato ad un atteggiamento libertario, in grado di preservare la capacità critica del singolo dai conformismi ideologici delle masse (o delle maggioranze del momento).</p>
<p><em>L’articolazione fondamentale</em><br />
In un saggio del 1948 (<em>Gli scrittori e il leviatano</em>), Orwell pone in termini estremamente lucidi il rapporto tra letteratura e politica. Mi limito a riportare di seguito alcuni passaggi chiave.</p>
<p>“La lealtà di gruppo è necessaria, ma è veleno per la letteratura, fintanto che quest’ultima continuerà ad essere prodotta individualmente.<br />
(…)<br />
E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non ‹‹immischiarsi di politica››? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica.”</p>
<p>[Interrompo la citazione. Quando Orwell scrive: “un’epoca come la nostra”, pensa ovviamente al secondo dopoguerra, con alle spalle i milioni di morti della guerra e dello sterminio nazista, e di fronte a sé il fosco delinearsi della guerra fredda. Ma noi, siamo forse in un’epoca definitivamente “normale”, fuoriuscita dai grandi pericoli che hanno devastato il secolo scorso: disoccupazione di massa, crisi economiche e finanziarie, razzismi e nazionalismi esasperati? Io credo che non ci sia bisogno di gridare al pericolo fascista, per constatare, dal nostro osservatorio nazionale, una grave e progressiva degenerazione della democrazia, tanto nelle sue forme di vita culturali che materiali. Un segno di questa degenerazione, anche se molti non l’hanno ancora pienamente inteso, è una triplice battaglia che in questi anni è stata ingaggiata da realtà molto diverse tra loro, una battaglia che non può essere confinata esclusivamente a sinistra. La lotta per il rispetto della costituzione (ossia, salvaguardia della separazione dei poteri, del pluralismo dell’informazione, della laicità dello stato, ecc.), la lotta per il rispetto della legalità e la lotta contro le varie forme di razzismo sono oggi battaglie condivise da persone che sono (o dovrebbero essere) trasversali alle appartenenze politiche. Questo che cosa significa? Che non ci sono più battaglie di sinistra? Io credo che ciò stia solo ad indicare una gerarchia nelle priorità politiche: prima di dividersi su politiche di destra o di sinistra, è necessario difendere – nel rispetto di un comune e condiviso orizzonte istituzionale – le istituzioni stesse da forme di deriva e degenerazione pericolosissime per tutti. Questo non esclude che ci siano battaglie che sono invece propriamente di sinistra, come quelle relative alla garanzia delle minoranze e delle fasce popolare più deboli, e sopratutto quelle contro le varie forme di sfruttamento diffuse nel mondo del lavoro. In ogni caso la nostra epoca richiede una responsabilità <em>anche</em> sul piano politico che lo scrittore, proprio in veste di semplice <em>cittadino</em>, non può ignorare.]</p>
<p>“Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non <em>come scrittore</em>. Non penso che egli abbia il diritto, solo a motivo della sua sensibilità, di sottrarsi alle quotidiane bassezze della politica.”</p>
<p>[In queste due frasi, è individuata l’articolazione decisiva per una discussione odierna sulla responsabilità dello scrittore. Voglio riportare qui un brano di un articolo che scrissi per NI il 14 aprile 2006,<em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/">Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia</a> </em>. Mentre lo scrivevo, avevo in mente Consigli ad un giovane scrittore di Kiš, ma non conoscevo il saggio di Orwell che ho citato più sopra. Eppure sono giunto per una mia strada alla stessa conclusione di Orwell. Da <em>Postumi</em>:</p>
<p>“Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a piè di pagina dei <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> di Danilo Kiš. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra <em>l’homo poeticus</em> e <em>l’homo politicus</em>, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere <em>homo poeticus</em>, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.</p>
<p>Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’<em>homo poeticus</em> che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in <em>homo politicus</em>, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo <em>Special Operations Executive</em> britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.</p>
<p>Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’<em>autonomia</em>. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo<br />
(…)<br />
Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.”]</p>
<p>Torniamo al saggio di Orwell:</p>
<p>“Non c’è alcun motivo per cui [uno scrittore], se lo desidera, non debba scrivere di politica anche nei termini più rozzi. Solo che dovrebbe farlo come individuo, come outsider, al massimo come sgradito guerriero al fianco di un esercito regolare. Questo atteggiamento è pienamente compatibile con l’utilità della politica nel suo uso quotidiano.”</p>
<p>[Si riconosce qui la figura dell’<em>ospite ingrato</em>, da sempre difesa da Fortini, uno dei nostri intellettuali più lucidi. Ed è importante evitare una diffusa confusione: l’ospite ingrato non è lo scrittore di sinistra in casa della destra, l’ospite ingrato innanzitutto è lo scrittore di sinistra a casa sua. Si può certo immaginare la funzione dell’ospite ingrato, come l’ha svolta lo stesso Fortini, ad esempio, sulle pagine del “Corriere della sera”. Ma come si può leggere nel resoconto di questa esperienza, <em>Scrivere per il Corriere</em>, poi raccolto in <em>Extrema ratio</em>, Fortini nei momenti più difficili degli anni della cosiddetta “emergenza” NON scriveva nella pagina culturale, NON scriveva di libri, ma – come già Pasolini su quello stesso quotidiano alcuni anni prima – scriveva di politica, di cronaca, di mentalità. Insomma, si esponeva in termini apertamente politici, ossia metteva davvero in pratica l’ingratitudine dell’ospite – lui marxista eretico sulle pagine del quotidiano della borghesia liberale.]</p>
<p><em>Quale responsabilità?</em><br />
Concludo questa riflessione, con un breve articolo che ho scritto domenica scorsa per “il manifesto”. Lo riprendo qui in una forma più esplicita, non avendo limite di battute. Benedetto Vecchi, sempre sul “manifesto”, in un lucido articolo apparso sabato 23, s’interrogava sulle “forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra” – tema, per altro, affrontato anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">qui</a> da Helena Janeczek. Vecchi ad un certo punto scrive: “per quanto lo si possa auspicare, è impensabile che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream”. Insomma, il compromesso tra lo scrittore e l’industria culturale è spesso <em>obbligato</em>, in quanto le alternative ad essa – rimanendo nell’ambito di un’attività culturale – non offrono le garanzie (economiche, contrattuali) necessarie per vivere decentemente. Insomma Vecchi tocca qui una contraddizione centrale: coloro che come cittadini difendono il pluralismo delle idee, l’autonomia intellettuale, il valore d’uso della cultura si trovano spesso, in quanto scrittori o critici letterari, a dover lavorare per un industria culturale sempre più monopolistica, gerarchica e orientata alla pura mercificazione.</p>
<p>L’unica cosa che non condivido nell’articolo di Vecchi è però il modo in cui mette fuori gioco il principio di responsabilità dello scrittore: “le scelte di un singolo – visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell&#8217;opinione pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici”.</p>
<p>Data la complessità della questione delimiterò il campo al principio di responsabilità dello scrittore nei confronti di un’idea forte di letteratura, nel momento in cui sceglie di scrivere per la pagina culturale di un quotidiano nazionale. Vorrei mostrare come, seriamente inteso, tale principio non debba sfociare in una semplice dissociazione tra sfera culturale e politica, che rende tanto tranquilla la coscienza degli scrittori, quando collaborano alle pagine culturali di certi quotidiani nazionali. Lo scrittore – non il semplice produttore di merce culturale – si trova a casa del nemico nella pagina culturale di qualsiasi quotidiano nazionale, di partito o no, di destra o meno. “Un artista si preoccupa solo di raggiungere una sua perfezione. E alle <em>sue condizioni</em>, sue e di nessun altro”, questo principio espresso da Salinger in <em>Franny e Zooey</em> – che è poi un principio libertario – dovrebbe essere condiviso da ogni scrittore degno di questo nome. (Danilo Kiš: “Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu”.)</p>
<p>Ora, un’opera letteraria riscuote l’interesse delle pagine culturali di un quotidiano a condizione di essere convertibile in “merce culturale”. Tutta la letteratura che non è immediatamente riconducibile a questa forma, non ha semplicemente diritto d’accesso alle pagine culturali. È il caso eclatante della poesia, che l’ipocrisia imperante è arrivata a distinguere dalla letteratura (si parla di “letteratura e poesia”, oppure di “scrittori e poeti”). Questo semplice fatto rende lo scrittore nemico dell’industria letteraria e delle sue appendici giornalistiche. Una tale inimicizia implica diverse modalità di convivenza con i principi della convertibilità, ma non può mai estinguersi o passare sotto silenzio. (Qualcuno potrebbe accusarmi a ragione di essere schematico, quando evoco in questi termini le pagine culturali. Ma rimane una prova evidente a favore di questo schematismo: la sparizione della poesia da queste pagine. E non solo in Italia, ovviamente. Uno dei più importanti poeti contemporanei francesi, Jacques Roubaud, che ovviamente quasi nessuno in Italia conosce, essendo “un poeta”, ha scritto un lungo articolo sull’ultimo numero di “Le monde diplomatique”, sostenendo la medesima tesi: la poesia è sparita dai giornali perché priva di valore commerciale. Noi abbiamo da anni, sulla stampa quotidiana, pagine di letteratura amputate. Naturalmente ci si potrebbe mettere il cuore in pace, sostenendo con una notevole faccia tosta che questa è la conseguenza di una totale mancanza di buona poesia in circolazione (problema che sarebbe ovviamente europeo… ). Non solo sarebbe facile mostrare il contrario, ma fin troppo facile riportare giudizi autorevoli (?) che sostengono la stessa cosa per il romanzo. Quanti becchini di romanzo si fanno avanti periodicamente? Eppure non per questo le pagine culturali si svuotano di recensioni, segnalazioni, dibattiti, intorno ad opere narrative anche molto modeste.)</p>
<p>Un secondo motivo d’inimicizia tra letteratura e giornalismo culturale nasce dalla responsabilità che lo scrittore sente nei confronti di una verità possibile. Nonostante certe mode letterarie postmoderne, la maggior parte degli scrittori importanti del secolo scorso hanno creduto nella funzione conoscitiva della letteratura. Ci hanno creduto, come gli scienziati attuali credono nelle loro teorie sulla realtà: non saranno in grado di certificare la loro definitiva adeguatezza, ma hanno ottimi motivi per preferirle a teorie precedenti o antagoniste dal potere esplicativo minore. Lo scrittore insegue la verità attraverso il lungo apprendistato della menzogna individuale e collettiva. La letteratura non è affermativa, la sua strategia sono il dubbio e la domanda, ma anche lo smascheramento e la critica delle identità definite, anche e soprattutto quelle ideologiche. Per questo motivo uno scrittore è nemico innanzitutto della proprie ideologia, così come lo scienziato – in un certo senso – è sempre nemico di ogni teoria vincente. Ma se questo è vero, si può ben capire come lo scrittore sia più di tutto nemico delle ideologie che non si presentano come tali, quelle che passano sotto silenzio, in abiti trasparenti: le ideologie del <em>dopo</em> l’ideologia e della <em>fine</em> dell’ideologia.</p>
<p>A questo punto, però, si fanno avanti direttori di pagine culturali che dicono: “Noi non siamo nemici degli scrittori, cediamo ad essi i nostri spazi, lo facciamo più generosamente di quanto lo facciano altri giornali, lo facciamo noi giornalisti di destra nei confronti degli scrittori di sinistra! E soprattutto NON li censuriamo”. Quasi immediatamente compaiono alcuni individui, presentandosi come scrittori di sinistra, e dicono: “Noi non la pensiamo come voi, non c’entriamo un fico secco con voi, ma veniamo da voi per parlare a un pubblico diverso, e nessuno di voi ci censura!”.</p>
<p>Tutti escludono l’esistenza della censura, ma la forma di censura più diffusa che riguarda i regimi democratici – è risaputo – si chiama autocensura. E l’autocensura, ancor meglio della più efficace censura, non lascia traccia. Bisognerebbe capire poi da dove nasce l’esigenza dello scrittore di sinistra di scrivere per un lettore che legge un quotidiano come “Libero” o “il Giornale”. Di cosa vuole parlare a questo lettore? Di “merce culturale”? Che cosa potrà dire, lui scrittore di sinistra, di <em>diverso</em> da quanto potrebbe dire un buon giornalista culturale di destra, parlando di uno qualsiasi degli ultimi prodotti culturali? Ma lo scrittore di sinistra va su “Libero” perché ha un discorso <em>diverso</em> da fare rispetto a quello che si attendono di leggere i lettori del quotidiano. È allora probabile che questo scrittore – anche se <em>non</em> fosse di sinistra ma semplicemente consapevole del ruolo politico che ha questo centrodestra nel disfacimento delle istituzioni culturali –, vorrà utilizzare quello spazio per denunciare non tanto la mercificazione della cultura, ma la mercificazione dell’odio, della paura, dell’ignoranza che la destra videocratica ha portato avanti, seppure in modo “resistibile”. Riuscirà a fare tutto questo sulle pagine di quei quotidiani? È poco plausibile che glielo si lasci fare. Di certo, che si sappia, nessuno ci ha ancora tentato.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.2</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 11:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Martedì sera vado tranquillamente a dormire e mercoledì mattina penso che il mondo continui come sempre: Obama alla Casa Bianca, i paracadutisti della 101° divisione a Haiti, il salmone affumicato di Barney Greengrass a New York sempre in testa alle classifiche mondiali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/25/carta-strampalata-n-2/">carta st[r]amp[al]ata n.2</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Martedì sera vado tranquillamente a dormire e mercoledì mattina penso che il mondo continui come sempre: Obama alla Casa Bianca, i paracadutisti della 101° divisione a Haiti, il salmone affumicato di Barney Greengrass a New York sempre in testa alle classifiche mondiali. E invece no. Apro, dopo aver compiuto opportuni riti purificatori, l’edizione on line di <em>Libero </em>e leggo: “il dato veramente rilevante è che <a href="http://www.libero-news.it/news/331431/Buio_sulla_Casa_Bianca__Obama_perde_la_maggioranza_in_Senato.html">l&#8217;elezione di Brown fa perdere a Obama la maggioranza in Senato</a>”. Ostia!, come diceva mio nonno quando pensava che mia nonna non lo sentisse.<br />
<span id="more-29235"></span><br />
Mi devo essere perso qualche puntata, forse sono stato trascinato in uno buco spaziotemporale e siamo in un universo parallelo, oppure mi è successo come al protagonista di Uno Yankee alla Corte di Re Artù di Mark Twain e siamo già nel novembre 2012, nel 2016, o magari addirittura nel 2036. Stai a vedere che mago Merlino mi ha fatto un incantesimo e ho dormito fino a delle elezioni americane lontane nel futuro. Vado a vedere sul sito del New York Times e vedo che la data è quella che mi aspettavo, 21 gennaio 2010. Non solo: il rispettato quotidiano della 42° strada non sembra aver registrato l’avvenimento riferito da Libero. Cosa sarà mai successo?</p>
<p>Secondo il quotidiano (&#8230;) di Maurizio Belpietro, sarebbe stata l’elezione di un repubblicano in Massachusetts a rovesciare la maggioranza nel Senato americano. Essendo che i senatori americani sono 100, di questi 58 sono democratici, 2 indipendenti che abitualmente votano con i democratici e 40 i repubblicani, l’elezione di Brown non dovrebbe aver condotto a un ribaltone, a meno che 10 senatori democratici non abbiano improvvisamente deciso di cambiare partito e gettarsi nelle braccia dei repubblicani. Dopo puntuali verifiche, scopro che non è successo nulla del genere e quindi i 60 senatori democratici o alleati rimarranno tali fino a quando Brown non sarà formalmente insediato, sostituendo il senatore “provvisorio” del Massachusetts che oggi occupa il seggio. Quando questo sarà avvenuto la loro maggioranza diventerà 59 su 100, invece di 60 su 100, percentuale comunque non spregevole.</p>
<p>A dire la verità, i giornali italiani si sono buttati, questa settimana, sulle notizie del Massachusetts, e poi sulle difficoltà per la riconferma di Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve (l’equivalente della nostra Banca d’Italia), “scoprendo” che nel Senato degli Stati Uniti ci vuole una supermaggioranza di 3/5 per fare qualsiasi cosa. E così, sabato 23, Mario Platero rivelava ai lettori del Sole-24 Ore che “Non c’è più il segreto: il voto per confermare Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve è stato rimandato perché non c’erano tutti i 60 voti necessari all’approvazione”.</p>
<p>In effetti, il segreto non c’è più perché non c’è mai stato: i voti necessari all’approvazione di qualsiasi nomina presidenziale che richieda il consenso del Senato sono 51 e non 60, almeno secondo la costituzione. E’ vero che 60 voti sono necessari per mettere fine all’ostruzionismo contro una nomina o una proposta di legge (<em>filibustering</em>) ma lo statuto costituzionale di questa prassi seguita dal Senato è assai incerto e, in ogni caso, è dubbio che 40 repubblicani decidano di ricorrere all’ostruzionismo contro un banchiere centrale nominato da George W. Bush. Può essere che i senatori repubblicani, per orgoglio di partito, decidano di votare contro la conferma, ma è molto dubbio che riescano a trovare i 40 voti necessari <em>per impedire la votazione</em>, anche contando sull’appoggio di alcuni democratici, come Barbara Boxer, e l’indipendente Bernie Sanders, l’unico senatore americano che si potrebbe definire “socialdemocratico”. Secondo il canale televisivo CNBC, il 71% dei  repubblicani, compreso il leader dei senatori <a href="http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=newsarchive&amp;sid=a.AOkNzUGDxA">Mitch McConnell</a>, sostiene Bernanke.</p>
<p>E un programma di alfabetizzazione rapida rivolto ad alcuni giornalisti per imparare a contare fino a 100, quello chi lo sostiene?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/25/carta-strampalata-n-2/">carta st[r]amp[al]ata n.2</a></p>
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		<title>Pubblicare per Berlusconi?</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 11:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente? Chi lavora dentro o per quelle case editrici è ancora più stigmatizzabile? Sarebbe il caso di boicottare la produzione di queste aziende per far valere economicamente il proprio dissenso?<br />
Ho visto tornare con insistenza queste domande nelle discussioni che si sono svolte su questo blog, ma anche altrove- in rete soprattutto. Le ho viste rimbalzare sia da sinistra che da destra, lì soprattutto negli articoli apparsi sui sopranominati giornali, dove più volte Evelina Santangelo, membro di <em>Nazione Indiana </em>e insieme editor Einaudi, è stata bersagliata come chi sputa nel piatto dal quale mangia. Dato che faccio press’a poco lo stesso lavoro con posizione analoga &#8211; quella del collaboratore a progetto &#8211; e come Evelina ho pubblicato con l’editore per il quale presto servizio, mi è venuta spontanea la voglia di rispondere. Quel che avrei voluto ribattere di pancia è un concetto elementare: “ce lo dicano loro se non siamo più gradite per ragioni di dissenso, se siamo a questo punto ci sbattano fuori loro”. Cosa che nel mio caso e pure in quello di Evelina sarebbe, tra l’altro, molto semplice.<span id="more-29002"></span></p>
<p>Però le cose ovviamente sono più complicate di così e quindi meritano un po’ più di riflessione. Riflessione che credo diventa credibile solo dopo aver chiarito alcuni preliminari personali. Sono quindici anni che lavoro per la casa editrice che ormai è diventata per antonomasia “di Berlusconi”: identificata con la proprietà al punto che c’è persino chi pensa che sia stato il cavaliere ad aver creato la Mondadori.<br />
Ricordo che presentandomi al primo colloquio a Segrate, c’era una di quelle rare nebbie talmente fitte che il palazzo di Niemeyer con le sue arcate ogivali assumeva un aspetto gotico. Non ero entusiasta di finire in quel cattedrale di cemento difficilmente raggiungibile, per giunta espugnata da Berlusconi non da moltissimo. Venivo dall’Adelphi che stava a due passi dal Castello Sforzesco, dalla quale con Renata Colorni ce ne eravamo andate per motivi di dissenso con la linea editoriale. Avevamo ravvisato nella pubblicazione del pamphlet di Leon Bloy <em>Dagli Ebrei la Salvezza</em> una sorta di sdoganamento nobilitante dell’antisemitismo, anche se la posizione dell’autore ultracattolico poteva essere intesa di contorta simpatia per il verminoso popolo biblico attraverso il quale si propaga suo malgrado la redenzione. Cerco di sintetizzare, giusto perché mi pare che la questione con quella che sto per affrontare c’entri qualcosa. Non tanto per darmi credenziali di persona capace di compiere scelte coerenti, ma soprattutto per mostrare un’altra differenza. Una casa editrice come Adelphi aveva una linea editoriale: culturale, e in questo senso anche politica. Linea che non bisognava abbracciare in toto, ma almeno apprezzare e condividere fino a un certo punto. Sennò continuare a relazionarsi al suo direttore editoriale significava rinunciare a far valere le proprie idee, passare sotto silenzio la propria storia, accettare la propria subalternità intellettuale. E’ per questo, soprattutto, che non ho mai messo in discussione la mia scelta di allora.</p>
<p>In Mondadori le cose si presentavano diversamente, anche quando Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo. Forse è inutile dire che in quindici anni non l’ho mai visto nemmeno da lontano. Il massimo cui sono arrivata è Bruno Vespa. Con le persone che lì sono diventati i miei interlocutori e diretti superiori, mi sono subito trovata benissimo. Manco uno che avesse- abbia- simpatie per Forza Italia, cosa che varie volte è pure stata sottolineata dai giornali di cui sopra. Come a dire: guardate che bravo Silvio che fa lavorare tutta sta banda di comunisti.<br />
In Mondadori si pubblicava – e si pubblica &#8211; dai <em>Meridiani </em>al libro degli <em>Amici </em>di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.</p>
<p>Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. Non che manchi del tutto questo tipo di interferenza. Difficile immaginare che possa uscire un libro virulentemente contro Berlusconi. Mentre dall’altra parte vengono pubblicati alcuni libri scritti da ministri, giornalisti di una certa parte e pure da qualche “amico” puro e semplice. Ah, vedi! forse direte voi a questo punto. Ma è davvero qualcosa di così rivelativo, di così specifico? Non tocca prima scremare i titoli che possiedono una loro dignità di libro, anche se rispecchiano certe idee – quelli di Tremonti per esempio &#8211; da quelli che spiccano soprattutto per zelo militante o, peggio ancora, sono in odor di raccomandazioni? E da altre parti non esistono marchette e mezze marchette, favori e favoritismi, il far passare il libro di qualcuno più per rango ricoperto altrove o affiliazione politica che per merito? Si è mai visto che il gruppo Rizzoli pubblichi un saggio feroce sugli Agnelli o un’indagine sulle malefatte del <em>Corriere della Sera</em>? Non è l’Italia nel suo insieme che funziona così?</p>
<p>Salvo le eccezioni nominate sopra, in Mondadori in questi anni vigeva grosso modo la libertà del liberismo. Perché? Perché non hanno torto quelli di “Libero” e del “Giornale” ad affermare che Silvio ci tiene tanto a questo tipo di libertà? E se in questo ambito fosse – o fosse stato- più o meno così, riconoscerlo inficerebbe ogni ragionamento critico su Berlusconi e sul berlusconismo?</p>
<p>Bisogna allargare lo sguardo per capire dove si colloca l’editoria di libri nella strategia di comunicazione e persuasione dell’Italia berlusconiana. Il berlusconismo è stato propagato attraverso altri canali, soprattutto quello che arriva – come l’interessato ripete sempre &#8211; nelle case di tutti gli italiani. Non soltanto nelle poche che affiancano all’altare televisivo una libreria usata come tale, tantomeno in quelle dove i libri si espandono dappertutto. Tenendo conto che centomila, duecentomila, trecentomila copie per un libro sono un risultato enorme, mentre sulla scala del consenso di massa si tratta di una cifra trascurabile, non stupisce che come strumento abbia contato molto più il Milan della Mondadori.<br />
Infatti, quel che di prepotentemente “berlusconiano” Mondadori ha prodotto,- da Bruno Vespa al libro di “Amici” ecc,- nasce quasi sempre dal principale calderone che ha cucinato il suo populismo. Il fenomeno dei bestseller televisivi però non è solamente italiano. Pure in Germania – paese che conosco meglio &#8211; oggi le classifiche sono invase da libri scritti da comici, conduttrici, giornalisti televisivi ecc. Il nostro specifico non è quantitativo, ma qualitativo anche se alcuni aspetti delle nostra tv “videocratica” non si prestano a diventare libro. Comunque l’equivalente tedesco o francese di Bruno Vespa non è uguale a Bruno Vespa, né come conduttore tv né come autore di libri. Ma tocca al tempo stesso ricordare che Vespa o gli “Amici” di Maria de Filippi, autori premiati dal mercato in seguito alla loro popolarità, non avrebbero difficoltà a trovare un altro editore.</p>
<p>Vorrei tornare ora alla questione di prima. La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione &#8211; era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività &#8211; senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.<br />
Poi accade che un esordio come <em>Gomorra </em>stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. Ma a parte questo esempio clamoroso, cambiano i tempi. Cambiano, in modo evidente, con l’ultima legislazione.</p>
<p>Nelle televisioni sia pubbliche che private le trasmissioni critiche sono sempre più ridotte a mo’ di riserve indiane, il resto gestito secondo il criterio che più un programma è popolare, più è richiesto l’allineamento (provare a confrontare il Tg1 di Minzolini a uno di Rai Sat). Dà più fastidio chi è moderato e quindi all’opinione pubblica appare oggettivo come Enrico Mentana che lascia Mediaset che chi è apertamente “da quella parte lì” come Santoro.<br />
Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero”, oltre a Saviano, anche altri autori Einaudi e Mondadori che hanno firmato l’appello in difesa della libertà di stampa di Repubblica: Paolo Giordano, Andrea Camilleri, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammanniti, Carlo Lucarelli. Vale a dire: i più popolari. E anche: quelli che contribuiscono di più agli utili aziendali. Ma evidentemente la libertà liberista non è più così scontata.<br />
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo &#8211; si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.</p>
<p>Sembra anzi un indizio non indifferente per mettere in discussione la libertà e neutralità di quelle pagine culturali, in apparenza non dissimile a quella delle case editrici di proprietà del premier. Senz’altro va detto che in origine molti scrittori hanno deciso di mandare recensioni e altri pezzi di cultura a questi giornali, perché quelli maggiori sono inaccessibili e quelli molto a sinistra pagano poco o niente. Non è che un testo sia meno bello perché esce su &#8220;Libero&#8221;, su &#8220;il Giornale&#8221; o su &#8221; il Domenicale&#8221;, e non è neppure detto che non possa trovare dei lettori in grado di apprezzarlo. Però mi sembra una falsa analogia. Perché anche di fronte alla più profonda disquisizione sul nuovo saggio di Harold Bloom o alla più brillante recensione del nuovo romanzo di Nicola Lagioia, le prime, seconde e terze pagine con i loro contenuti, i loro metodi, e i loro toni non svaniscono nel nulla.<br />
Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino- direi &#8211; sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori. Dove l’aspetto – per me &#8211; più sconcertante non era che venissero aditati tutti i comunisti e persino un “commissario politico”, ma che il collaboratore di “Libero” venisse ostentato con fotografia come “il nostro Paolo Nori”.<br />
Aggiungo che l&#8217;aver cercato di far passare la discussione di ieri a Roma come un processo stalinista, portando lo stesso Nori a chiarire sul suo blog come è stato organizzato quell&#8217;incontro, mi sembra una dimostrazione ulteriore che credere in una neutralità possibile sia illusorio. E’ illusorio cercare di chiamarsi fuori da una linea editoriale che ormai è assai più propagandisticamente pervasiva e aggressiva di una normale linea politica con la quale potersi confrontare: pur dissentendo e ritenendo che la cultura rappresenti davvero uno spazio a parte in qualche modo inviolabile.</p>
<p>Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.<br />
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.<br />
La logica normale del capitalismo di mercato vorrebbe che tu azienda mi paghi per il prodotto che ti fornisco e sul quale vorresti ricavarci il tuo guadagno, così come mi retribuisci se ti fornisco una prestazione lavorativa. Il contratto dovrebbe stare in questi termini: senza prevedere fedeltà o gratitudine al padrone, né da parte del dipendente, tantomeno dell’autore, ossia da chi non entra in nessun ruolo subordinato.<br />
L’accusa da parte opposta spesso ripete lo stesso schema. Altre volte, giustamente, lo rovescia. Ossia critica che chi pubblica per la tal casa editrice, contribuisce ad arricchire il suo “padrone”. Questo è indiscutibile. Mentre già più bisognoso di interpretazione è l’idea che una simile scelta lo legittimi. Legittima chi rispetto a che cosa? Legittima il azionista di maggioranza perché l’azienda sforna prodotti di persone che sono con lui in disaccordo politico? Legittima Berlusconi perché non richiedendo dichiarazioni di voto per il Pdl alle persone che lavorano in editoria o che pubblicano con le “sue” case editrici, si dimostra tanto generoso e buono? Com’è possibile che una persona “di sinistra” o anche solo “democratica” avalli un simile ragionamento che rispecchia una visione autoritaria e padronale?</p>
<p>Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile <em>cocopro</em>, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo. Se questo invece non avviene, ma diventa comunque chiaro che è richiesta fedeltà e sottomissione padronale, sarò io stessa ad andarmene il prima possibile.<br />
Ma l’idea del boicottaggio di Mondadori o l’invito agli scrittori di abbandonare le case editrici del premier non mi convince, perché non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché il catalogo Mondadori, quello dei classici Oscar, di Einaudi, Frassinelli e di altre case editrici continua a rispecchiare molto più il lavoro che autori e “editoriali” hanno fatto nei decenni per i lettori, che qualsiasi altra istanza. Credo che ogni danno inferto peserebbe assai meno sulle tasche e tantomeno sul potere di un certo azionista che sugli assetti della cultura di questo paese. E’ altamente irrealistico che possa esserci qualcosa che somigli a un travaso senza perdite. Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?</p>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 22:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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