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	<title>Nazione Indiana &#187; libertà</title>
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		<title>Ma Tolstoj con «Freedom» c’entra poco</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 10:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Daniela Brogi</strong></p>
<p>(a proposito di Jonathan Franzen, <em>Libertà<a href="#_ftn1">*</a></em>)</p>
<p><strong>1. </strong>«USA BENE LA TUA LIBERTà»: l’iscrizione del 1920 che a pagina 204 blocca l’attenzione di Patty, uno dei personaggi principali, fissa meglio di ogni altra frase i significati di <em>Freedom</em>, perché definisce, oltre al tema centrale, la tensione del racconto: il senso di un imperativo lapidario che attrae su di sé tutto il corpo del testo, spingendolo fino a un carico di rottura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/06/ma-tolstoj-con-%c2%abfreedom%c2%bb-c%e2%80%99entra-poco/">Ma Tolstoj con «Freedom» c’entra poco</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniela Brogi</strong></p>
<p>(a proposito di Jonathan Franzen, <em>Libertà<a href="#_ftn1">*</a></em>)</p>
<p><strong>1. </strong>«USA BENE LA TUA LIBERTà»: l’iscrizione del 1920 che a pagina 204 blocca l’attenzione di Patty, uno dei personaggi principali, fissa meglio di ogni altra frase i significati di <em>Freedom</em>, perché definisce, oltre al tema centrale, la tensione del racconto: il senso di un imperativo lapidario che attrae su di sé tutto il corpo del testo, spingendolo fino a un carico di rottura.</p>
<p>L’intrigo di <em>Libertà</em> non è originale, guardato in sé: racconta, nell’arco dell’ultimo trentennio, lo sfaldamento amoroso e famigliare di una coppia americana <em>middle-class </em>apparentemente perfetta. <span id="more-39228"></span>Sono Walter e Patty Berglund, lui di povere origini, lei di famiglia ricca, e più avanti lui avvocato d’impresa riconvertitosi al <em>business</em> della protezione ambientale, lei casalinga disperata e madre egocentrica; sono invischiati in un’ambigua relazione con Richard Katz, musicista rock amico/rivale fin dal college e per lungo tempo amante di Patty, secondo uno schema che complica il triangolo classico, trasformandolo in un delirio narcisistico circolare. Il marito difatti, che per lungo tempo resta all’oscuro, non svolge la funzione tradizionale del tradito messo in disparte, ma è la figura più amata, quella di cui gli altri due hanno più bisogno per immedesimarsi nell’immagine adorante che rimanda loro proprio Walter &#8211; il vero protagonista della storia.</p>
<p>L’esplosione del rapporto procede in simultanea con la rappresentazione della società <em>liberal</em> statunitense, sempre più individualista e più lontana, alla prova dei fatti, dal mito dell’America come luogo dove l’ambizione diventa successo, e libertà e felicità sono un’unica cosa. A pensarci, è un’impalcatura già fatta esplodere da molte narrazioni sullo schermo: dopo Lynch con <em>Twin Peaks</em>, dai fratelli Coen, Altman, per esempio, o da Mendes, Solondz&#8230; Per un verso la libertà di pensare e di fare quel che si vuole, sganciata da ogni principio di negoziazione, e trasformata nell’unica forma di espressione e di realizzazione di sé, finisce per porsi come puro egoismo, violenza su di sé e sugli altri. Per l’altro verso, questa grande costruzione, che è stata ancora più enfatizzata dalla retorica dell’«Operazione Rafforzamento della Libertà» (<em>Operation Enduring Freedom</em>) attuata dall’amministrazione Bush dopo l’11 Settembre, è smascherata nei suoi aspetti più grotteschi: «l’America […] era il paese della libertà, il luogo dei grandi spazi aperti dove un figlio poteva ancora sentirsi speciale. Niente, però, disturba questa sensazione quanto la presenza di altri esseri umani che si sentono altrettanto speciali» (pp. 489-490).</p>
<p>Tuttavia, o proprio per questo effetto di <em>déjà vu</em>, a tanti il libro non è piaciuto. Ad altri, invece, è piaciuto molto, per ragioni però che si sono quasi del tutto esaurite nella protesta contro il supposto snobismo dei detrattori. In entrambi i casi, sono stati impugnati più che altro i contenuti (fa  però eccezione Lagioia: <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-04-09/perche-tutti-vogliono-capolavori-163656.shtml?uuid=AaE6LeND">http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-04-09/perche-tutti-vogliono-capolavori-163656.shtml?uuid=AaE6LeND</a>), e si è guardato poco alla composizione del racconto, che invece è l’aspetto più bello.</p>
<p><strong>2. </strong>È come se la retorica narrativa di <em>Freedom </em>in ogni momento sviluppasse l’idea di un difetto di messa a fuoco: sin dall’<em>incipit</em>, dove si parte da un confuso sguardo spettatoriale, ma soprattutto grazie alla trovata di raccontare la storia costruendo un romanzo che va all’indietro. <em>Libertà</em>, infatti,<em> </em>prende il via da una circostanza (lo stupore dei vicini alla notizia della rovina di Walter) che, seguendo l’ordine della vicenda, giungerà soltanto a p. 521, mentre intanto il romanzo va avanti scavando nel passato, e occupando quasi metà del testo con il memoriale di Patty (pp. 33- 207). Dotato di un titolo significativo, <em>Sono stati commessi degli errori</em>, che subito richiama alla memoria la più famosa opera di Franzen, il testo scritto da Patty entrerà nell’azione narrativa vera e propria solo a p. 413, quando Richard, una volta letto il manoscritto, per vendetta lo consegna a Walter.</p>
<p><em>Freedom</em> ha suscitato dubbi forse anche perché l’intelaiatura narrativa, e pure la lunghezza, richiedono uno sprofondamento nella durata della storia, una disponibilità alla lettura <em>a oltranza</em>, al ritorno, alla ripetizione, una fiducia nel racconto che, aggiunti al gusto minuzioso dei tantissimi dettagli della vita quotidiana che fanno <em>habitus</em>, in parte assomigliano al piacere con cui oggi guardiamo certe serie tv americane.</p>
<p>Più volte è stato evocato Tolstoj, a cui effettivamente rimanda la scrittura orientata a rappresentare lo spirito del tempo di un’intera epoca. Tra l’altro, <em>Guerra e pace</em> è nominato in ben tre casi (pp. 176, 184 e 578). Attenzione però: la logica del racconto lavora sulle antitesi piuttosto che sulle affinità; la citazione ha sempre il valore di una posa romanzesca. Ogni volta siamo all’interno dell’autobiografia di Patty: Tolstoj serve per far colpo su Richard, per infilarsi nel suo letto attraverso il travestimento mentale di Natasha, o per paragonare a Pierre il fratello divenuto contadino.</p>
<p>Tolstoj dunque sembra una falsa pista. L’autore dietro a <em>Freedom </em>forse è un altro: Francis Scott Fitzgerald &#8211; nato a Saint Paul, Minnesota, il luogo dove per lungo tempo abita la famiglia Berglund – il romanziere dei miti infranti di felicità dell’”età del Jazz”, ovvero di quegli <em>anni Venti</em> a cui risale precisamente l’iscrizione sulla libertà di cui si parlava all’inizio.</p>
<p><strong>3. </strong>A Fitzgerald già fa ripensare la bellezza della prosa – malgrado qualche rischio di sovraesposizione della voce autoriale (per es. a p. 267, o 317).<strong> </strong>Sono altri due importantissimi aspetti, però, che più che altro ricordano il grande narratore.</p>
<p>Primo: il tema della libertà come ideale che, trasformato in valore assoluto, non può che bruciare i personaggi. Credere che il mondo sia pieno di possibilità che si autorigenerano illimitatamente non è più poesia del cuore smentita dalla prosa del mondo circostante &#8211; come nel romanzo di formazione classico -, ma può diventare ansia, ossessione, menzogna, vitalismo che distrugge. È precisamente da tutto questo, per esempio, che prenderà le distanze Joey, il figlio del protagonista: «non era la persona che aveva creduto o che avrebbe scelto di essere, se fosse stato libero di scegliere, ma c’era qualcosa di consolante e liberatorio nel ritrovarsi in individuo concreto e definito, anziché una collezione di individui potenziali e contradditori» (p. 476).</p>
<p>In tal senso, forse non è solo uno spunto figurativo la possibilità che la <em>dendroica cerulea</em>, l’uccellino a rischio di estinzione che potrà sopravvivere solo nella riserva protetta («Spazio libero»!), e che funge da emblema di <em>Freedom</em>, ricordi qualcosa de l’<em>Ode all’usignolo </em>di Keats da cui è tratto il titolo di <em>Tenera è la notte</em>. Nell’estate dopo il terzo anno delle superiori (siamo nella prima metà degli anni Settanta), il protagonista di <em>Freedom </em>parte per la casa al lago (p. 501) con una copia «di seconda mano» di <em>Walden</em> (<em>Vita nei boschi</em>, 1854), l’opera di riferimento del romanticismo americano. Con la sua fiducia senza limiti nell’amore per la libertà Walter Berglund si investe di una tensione alla felicità a cui rinnova la promessa fino al punto massimo di resistenza dell’<em>illusio</em>. È lo slancio deliberato di un personaggio che ce la mette tutta per uscire dal destino preparatogli dalla costellazione famigliare e sociale di provenienza, confidando nel sogno americano. È, se si vuole, un delirio di onnipotenza di seconda mano, per l’appunto, sufficiente a non distinguere per trent’anni le verità e gli errori della sua storia di coppia con Patty. Ma è anche un progetto di costruzione della felicità a suo modo dotato di una qualità etica. Perciò, malgrado sia ingannevole, talvolta pure irritante, diventa significativo per i lettori; ci interessa, ci rende attenti a esplorare l’umanità di questo personaggio – quasi al punto di commuoverci nel finale della storia. «[…] Though the dull brain perplexes and retards: // Already with thee! tender is the night, // […]  But here there is no light, // Save what from heaven is with the breezes blown // Through verdurous glooms and winding mossy ways» (<em>Ode to a Nightingale</em>).</p>
<p>In secondo luogo poi, e soprattutto, fa tornare in mente Fitzgerald il concetto antievolutivo di esperienza individuale messo in gioco dalla trama. (E oltre a Dick Diver e Jay Gatsby si ripensa un po’ anche a Benjamin Button che è molto più di un eroe divertente). Anche in <em>Libertà</em>, infatti, vita e destino conoscono tempi disordinati di battuta: disordinati perché lontani, ma anche perché si incontrano in modi sconnessi. Sono <em>mysterious ways</em>, come si dice nella famosa canzone degli U2 più volte rievocata («<em>It’s alright…it’s alright…it’s alright</em>»); misteriosi, beffardi, eppure talvolta significativi. Ed è proprio questo doppio effetto che la scrittura prova a imitare, attraverso una sintassi narrativa sfasata ma capace di fare significato, di riconfigurare <em>mettendo accanto</em>: come quando, per fare un esempio, la lettura di «un lungo manoscritto, redatto da tua moglie, che confermava le tue peggiori paure su di lei, su di te e sul tuo migliore amico» (pp. 505 ss.), ovvero la scoperta del sottosuolo di tradimenti, di errori e di bugie su cui ha messo le basi il matrimonio, arriva proprio a ridosso della digressione sulla storia della famiglia e dell’infanzia di Walter, ovvero di tutte le frustrazioni e le infelicità da cui il personaggio credeva di essersi malgrado tutto riscattato per sempre, attraverso i suoi principi di libertà. È proprio in questa zona di disagio allora che nasce il gesto del romanziere: da un tentativo di redenzione – laica – di una realtà abitata da così tante esperienze e verità frammentarie, da così tanti errori di definizione. E torna in mente, allora, anche un altro romanzo non per nulla citato in <em>Freedom</em>: <em>Espiazione</em> (p. 463), dove la voce narrante che si svela nel finale cercava di ricucire il passato, un po’ come fa Patty nella sua autobiografia. Senza più falsi sogni di ricomposizione tuttavia, giacché è impossibile tornare indietro per eseguire delle <em>correzioni</em>, per ricominciare da capo o per andare da un’altra parte: «così seguitiamo a bordeggiare come barche controcorrente, sospinte di continuo nel passato», come nel finale di <em>Gatsby</em> (nell’ottima traduzione di Pincio: minimum fax, roma 2011).</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">*</a> Traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi, Torino 2011. Questo articolo riprende alcuni contenuti di una recensione che uscirà sul numero 63 di «Allegoria».</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/06/ma-tolstoj-con-%c2%abfreedom%c2%bb-c%e2%80%99entra-poco/">Ma Tolstoj con «Freedom» c’entra poco</a></p>
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		<title>Il primo maggio è una festa</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 19:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<em>(il manifesto, 1/5/2011)</em>
<p><strong> </strong>&#8230;</p>
Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/01/il-primo-maggio-e-una-festa/">Il primo maggio è una festa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><em>(il manifesto, 1/5/2011)</em></div>
<p><strong> </strong></p>
<div>Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”. Quindi, su le serrande negozi aperti, e a laurà (del resto nelle sue trasferte ad Arcore avrà pur imparato qualcosa, no?). La libertà dei Renzi assomiglia paurosamente a quella concepita dal nostro Caro Leader. Una libertà indeterminata, vuota, astratta: in un mondo che invece è terribilmente concreto, almeno nel senso dei soggetti che lo determinano. Una libertà del genere, dove non si specifica di chi, da che cosa e per cosa, non può essere altro che la libertà del più forte di fare quel che vuole. E, come correlativo, la necessità per il più debole di fare quel che il più forte vuole. Altro che libera scelta: fuori dall&#8217;astratta e retorica libertà di Renzi, c&#8217;è, in carne e ossa, un esercito di giovani precari sotto ricatto, che non hanno proprio alcuna libertà di scelta nel caso il loro “datore di lavoro” voglia tenere aperto il suo “esercizio”. I soldati andranno al fronte, ordinatamente e disciplinatamente, siccome mercato vuole.</div>
<p><span id="more-38919"></span></p>
<div id="_mcePaste">Di fronte a una realtà dove i soggetti sono determinati da rapporti forza drammaticamente sbilanciati, questi “giovin signori” à la Renzi, mi si perdoni il triviale calembour, sembrano più dei Don Abbondî, che se ne lavano le mani (ma i tiepidi saranno vomitati dalla bocca, e un cattolico come lui dovrebbe pur saperlo). Si lavano le mani di fronte al fatto che il perno di questa società è il ricatto. Ne è il perno strutturale, economico, sociale, emotivo, psichico. Vivere sotto ricatto, col coltello alla gola, è la condizione normale dei precari – comprendendo nella definizione svariate tipologie contrattuali: tutte accomunate dalla perdita dei diritti (propri del cittadino) e dalla riduzione a suddito che implora. Al ricatto non ci si può ribellare, e la scelta è sempre obbligata. La piramide sociale dell&#8217;epoca presente è sempre più vertiginosa, i vettori della sussistenza e della riproduzione personale sono sempre meno orizzontali e sempre più verticali. La dipendenza cresce, e la dipendenza genera ricatto. Il ricatto è lo strumento proprio del capitale che ha libero corso nel selvaggio west del mondo intero, senza più lacci e lacciuoli, moltiplicato e mostrificato nel capitale finanziario che – come ci ricorda Luciano Gallino nel suo recente, mirabile libro Finanzcapitalismo – si sta inghiottendo il pianeta.</div>
<div id="_mcePaste">Quella di Renzi appare allora come una resa senza condizioni all&#8217;imperativo cardine del sistema presente: rendere le persone da una parte lavoratori docili, dall&#8217;altra consumatori senza fine. Rottamatore, allora, ma di cosa? Non certo di una casta politica destinata a epocali sconfitte, ché Renzi appare in questo del tutto simile a coloro che afferma di voler rottamare (quelli, del resto, che hanno introiettato l&#8217;adesione alla “inevitabilità” di questo processo globale, presentato come naturale, quando invece esso è stato reso possibile proprio da una cosciente operazione politica, totalmente artificiale). Rottamatore, invece, di valori che dicono che l&#8217;uomo vale in quanto uomo, e non in quanto consumatore. Oggi che la vita è stata messa al lavoro tutta quanta, asservita ai bisogni e agli imperativi del sistema finanziario-industriale, non ci può essere una festa del/dal lavoro. Non ci deve essere spazio per quella festa  dei lavoratori che rivendicano il diritto a non esaurirsi nel lavoro, e si riconoscono nella dimensione festiva della celebrazione, delle relazioni sociali nella loro interezza, di un&#8217;identità che eccede la dimensione lavorativa. Se ogni festa è rigenerazione e ricominciamento, quella del primo maggio lo è in particolare, visto che si innesta sulla tradizione delle feste del maggio, con tutta la loro carica simbolica del rinnovamento della natura. Ma nel mondo della dittatura finanziaria, e nell&#8217;uso di ogni “cosa” ai fini dell&#8217;estrazione di valore, non c&#8217;è spazio per la rigenerazione. Non c&#8217;è spazio per un tempo altro che dà il senso al tempo ordinario. Il lavoro è un ciclo continuo, anzi una catena continua. E da questa catena non ci deve essere liberazione possibile.</div>
<div id="_mcePaste">Noi, va da sé, non ci stiamo, e difenderemo la festa, con ogni mezzo necessario.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/01/il-primo-maggio-e-una-festa/">Il primo maggio è una festa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La meravigliosa utilità del filo a piombo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/la-meravigliosa-utilita-del-filo-a-piombo/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 13:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/la-meravigliosa-utilita-del-filo-a-piombo/">La meravigliosa utilità del filo a piombo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/"><em>La meravigliosa utilità del filo a piombo</em></a></strong> di <strong>Paolo Nori</strong> (Marcos y Marcos, 2011) è un libro di discorsi, scritti e “parlati”, nei luoghi più vari, dal sedile di un treno alla propria casa sommersa nel brusio delle seghe elettriche degli operai al lavoro all’esterno, ad un appartamento romano a cui suonano visitatori imprevisti (un po’ come l’uomo di Porlock per il Coleridge del Kubla Khan, con la differenza che qui il disturbatore diventa parte integrante del processo di scrittura e non causa di smarrimento, perdita dell’ispirazione), alla voce interna dove affiorano le parole, sfogliando e acquistando libri da una bancarella, o cercando il giusto paio di calzoni, “braghe” in cui stare a proprio agio, con tutto  il tempo per le molteplici distrazioni/rivelazioni che nutrono il lavoro letterario.<span id="more-38828"></span> Infatti <strong>“per scrivere, per fare arte, in generale, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardar delle cose che di solito non guardiamo mai, che diam per scontate, e invece appena le guardiamo ci accorgiamo che non sono scontate per niente, perché l’arte, secondo me, il punto da cui viene, e quello che produce, ha veramente a che fare con lo stupore, ha la sua radice, io credo, in quel momento che il mondo ti prende di sorpresa”</strong>. Un libro sul come si scrive e sulle vie che si percorrono cercando di raggiungere un nucleo di senso, o semplicemente di rispondere ad una richiesta, preparare una riflessione sugli argomenti più disparati. Così facendo si può scoprire che la strada più sicura per arrivare alla meta non è sempre la più veloce né tanto meno quella dritta, che non prevede deviazioni, interruzioni brusche ed un po’ d’inventiva per aggirare gli ostacoli. Lo scrittore e con lui il lettore si perdono, sembrano dimenticarsi l’oggetto principale, solo per comprendere alla fine che ciò che importava davvero non era il risultato, ma la ricerca, che a volte la bellezza dell’arte non sta nella fruizione diretta di un quadro o di un libro, ma nell’<em>aura</em>, un’atmosfera fortissima e inspiegabile in cui siamo immersi, in comunione con altri, sebbene sconosciuti e distanti, un mistero che nessun esperto può svelare. Che scrivere prevede qualcosa in più del descrivere, un funambolismo con cui si interroga sempre sia la fune su cui si cammina che l’aria smossa dal passo e chi dice poi che sia proprio una fune? E non un sentiero, una stradicciola periferica, un ponte. Allora, con un tono stupito e disincantato, autoironico e lontano dalle grandi verità, Nori discute di frontiere, per esempio, non per spingersi oltre, ma per recuperare, pure attraverso i luoghi nuovi come la Russia prima del muro, la propria infanzia e adolescenza, le piccole vicende significative della propria famiglia che ci fanno essere quello che siamo, perché il più lungo e difficile è sempre un viaggio di ritorno. Che le nostre scelte nascono da qualche parte molto concreta, da un vincolo affettivo che non sappiamo mai quando saremo in grado di dire. O che quello che ci commuove è ciò che ci illude &#8211; di essere eterno, sicuro, <em>infrangibile</em> &#8211; nel momento in cui si mostra fragile e contingente come tutto il resto. Che non tutto ha un’intenzione e la letteratura ce lo ricorda, la letteratura che <strong>“secondo me, ammesso che esista, tra le tante cose, uno dei vantaggi che ha, è il fatto di non essere sottomessa alla dittatura dell’attualità, di non dover per forza parlare delle cose di cui parlano tutti,di poterle ignorare, quelle cose, per occuparsi di cose apparentemente meno interessanti”</strong>, ma presenti alla nostra natura umana. O infine, nel bellissimo saggio conclusivo <em>Noi e i governi</em>, dove l’autore dialoga con i russi Charms e Chlebnikov, da lui stesso tradotti, ma anche con Brodskij, Wallace, lo stoico Epitteto e Simone Weil, che la letteratura è quella finestra infranta, quella strana frattura di luce per cui si distingue la nostra parte, la nostra responsabilità da quelle altrui, si saggia il terreno intorno senza troppa fretta di aderire a questo o a quell’altro ideale o partito, si corre il rischio della libertà autentica, dell’anarchia. Di stringersi al pensiero e al dubbio, anche se portano il marchio della minoranza, della sconfitta, perché in fondo ad ogni essere umano non resta che la sua anima, il suo paio di braghe da indossare, meglio che siano comode, che siano sue proprie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/la-meravigliosa-utilita-del-filo-a-piombo/">La meravigliosa utilità del filo a piombo</a></p>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano "Trentino" del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l'immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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		<title>Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 08:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/il-sole-24ore-i-poeti-e-la-poesia/">Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio. Del suo discorso condivido tutto, e le riconosco una pacatezza e ragionevolezza dei toni necessarie, ma che, io, ad esempio, non sarei riuscita ad avere. (f.m.)</em></p>
<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p>Il 3 ottobre scorso, dopo aver letto l&#8217;inserto domenicale del Sole 24ore, scrissi al caporedattore una lettera di protesta/richiesta. Il mio disappunto verteva sul fatto che lo spazio dedicato alla poesia, su tutti i giornali sempre molto ridotto e spesso all&#8217;acqua di rose, fosse da qualche tempo occupato dagli interventi di Davide Rondoni. Ora, la mia lettera non voleva essere un semplice attacco alla persona di Rondoni, che non conosco personalmente e che nulla mi ha fatto, bensì una riflessione che a partire da questo ampliasse un po&#8217; il suo raggio. <span id="more-36983"></span>La presenza di Rondoni <em>anche</em> sul 24ore mi è sembrata insomma qualcosa su cui riflettere. Non perché Rondoni non sia degno di comparire sul più rilevante inserto culturale italiano: egli è figura controversa che non va censurata. Però avendo lui moltissimi altri spazi (tra cui la televisione), ed esprimendo spesso opinioni che comunque hanno un che di allineato a dettami di certo ortodossi (sia verso la Chiesa che verso il Governo) mi è sembrato il caso di segnalare che ci sono in Italia moltissimi altri bravi poeti di certo degni di fare riflessioni e proposte di lettura magari diverse, con altri orizzonti, e che di spazi per far sentire la loro voce ne hanno molti molti meno. Ora, le poche battute che a Rondoni sono affidate non sono in sé quello che fa la differenza, non è solo questo. Dargli o meno spazio non è infatti una questione solo di equilibrio ma proprio di concezione della cultura e della politica culturale. Dare spazio alla poesia ma soprattutto al modo di parlarne, ai temi che apre, alle questioni che solleva, è qualcosa che ha una certa rilevanza e non basta “marcare il cartellino” come se fosse indifferente il libro o i libri che si considerano, e chi li recensisce.<br />
La mia lettera è stata di certo molto appassionata e dai toni accesi, che possono essere letti anche come offensivi, sebbene non fosse questo ciò che desideravo esprimere.<br />
Cosa di cui mi sono scusata personalmente con lui, a cui ho chiesto che la lettera venisse recapitata e che so essere stata da lui letta – in un qualche modo infatti mi ha risposto, tranne sull&#8217;unica domanda che gli ho posto: ma Bondi come “poeta”, le piace?</p>
<p>Ora, penso che più che una sconosciuta come me, sarebbe doveroso ascoltare la voce e l&#8217;opinione dei poeti chiamati in causa e naturalmente anche di tutti gli altri non citati. Magari per essere smentita, per sapere se e dove sbaglio e cercare di andare più a fondo nell&#8217;analisi (mi è stato detto di essere semplicemente ideologica e banalmente anticlericale – vorrei mi si spiegasse di più, se davvero è così). Penso che quando ci sembra che qualcosa non vada sia il caso di iniziare a dirlo, e non fare finta di nulla perché tanto non è importante e niente può essere mutato e poveri noi eccetera. In questo momento mi sembra invece che tutto sia molto importante. Soprattutto sbilanciarsi.<br />
Dunque chiederei a chi voglia farlo, di esporsi e dire se non sia il caso di pretendere che il tiro sia un po&#8217; più alto, che il dibattito intellettuale sia più esigente e accolto nella sua complessità, complessità che non è solo un bianco e nero in cui basta dar voce una volta a un cattolico e un&#8217;altra a un comunista per aver fatto dei passi avanti arricchenti. Penso occorra molto di più e molto più andare a fondo ed entrare molto di più in crisi. Ripeto: non è Rondoni la questione, ma quello che scegliere lui o chi per lui significa.<br />
Ringrazio per l&#8217;attenzione.</p>
<p><strong>La lettera in questione può essere letta <a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150265701655515&#038;id=1538955896&#038;ref=mf">QUI</a>. </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/il-sole-24ore-i-poeti-e-la-poesia/">Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</a></p>
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		<title>La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 05:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella</p>
<blockquote><p>l&#8217;obiezione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8220;</p></blockquote>
<p>Qualche settimana fa, ho proposto <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/" target="_blank">un post pensato</a> per stimolare la discussione sull&#8217;idea della libertà di Internet [tradotto in <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981" target="_blank">italiano su Nova</a> (e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">ripreso</a> su Nazione Indiana ndr)].&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-diffonderla-1/">La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella</p>
<blockquote><p>l&#8217;obiezione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8220;</p></blockquote>
<p>Qualche settimana fa, ho proposto <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/" target="_blank">un post pensato</a> per stimolare la discussione sull&#8217;idea della libertà di Internet [tradotto in <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981" target="_blank">italiano su Nova</a> (e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">ripreso</a> su Nazione Indiana ndr)]. Ho ricevuto un numero tale di reazioni, sia di elogio che di critica, da ritrovarmi coinvolto in molte più conversazioni sulla libertà del web di quanto mi fossi aspettato. È una questione che sta a cuore a molti, in attesa di sapere se Google smetterà di applicare la censura al suo motore di ricerca cinese [che ora <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=993&amp;ID_sezione=&amp;sezione=" target="_blank">punta su Hong Kong</a>, proprio per evitare tale censura], riflettendo sulle implicazioni nell&#8217;ambito dei social media delle <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/8556341.stm" target="_blank">recenti riduzioni delle sanzioni contro Cuba, Iran, Sudan</a> adottate dal Ministero del Tesoro statunitense, mentre proseguono [in USA] le audizioni al Congresso e le revisioni legislative. <span id="more-33118"></span>(La mia amica e collega Rebecca MacKinnon, da tempo impegnata a educare Washington su questi temi, <a href="http://rconversation.blogs.com/rconversation/2010/03/global-internet-freedom-and-the-us-government.html" target="_blank">offre una panoramica completa</a> della complessità di questa dimensione, dal punto di vista legislativo e delle lobby.)</p>
<p>Alcune risposte al mio intervento hanno evidenziato come le idee espresse non fossero solo mie, bensì riflettessero il pensiero di tante persone capaci che operano in questo campo. Niente di più vero &#8211; ho avuto la fortuna di lavorare con la <a href="http://opennet.net/" target="_blank">Open Net Initiative</a> e con gli altri del <a href="http://cyber.law.harvard.edu/" target="_blank">Berkman Center</a> e del <a href="http://citizenlab.org/" target="_blank">Citizen Lab</a> nel corso degli ultimi anni, e devo molte delle mie riflessioni su questi temi a gente in gamba come <a href="http://rconversation.blogs.com/" target="_blank">Rebecca</a>, <a href="http://blogs.law.harvard.edu/palfrey/" target="_blank">John Palfrey</a>,<a href="http://deibert.citizenlab.org/" target="_blank">Ron Deibert</a>, <a href="http://cyber.law.harvard.edu/people/jzittrain" target="_blank">Jonathan Zittrain</a>, <a href="http://www.nartv.org/" target="_blank">Nart Villeneuve</a>, <a href="http://blogs.law.harvard.edu/hroberts/" target="_blank">Hal Roberts</a> e altri &#8211; mi dispiace non aver chiarito queste interconnessioni nel post precedente.</p>
<p>I commentatori, sia online che offline, si sono chiesti se le teorie del cambiamento postulate nel mio pezzo fossero quelle giuste o un elenco completo &#8211; non pensavo certo di offrire un elenco completo, quanto piuttosto alcune proposte di discussione. L&#8217;amico Dario Cuplinskas suggerisce giustamente che inquadrare il concetto di libertà del web in termini di cambiamento di regime sopravvaluta e travisa la questione non favorendone la comprensione. Altri invece sembrano decisi a tracciare una linea precisa: per la libertà di Internet ci vuole un cambiamento di regime—ed è vero, ha senso pensare a una strategia americana per la libertà della rete a livello globale in termini più precisi. Un commentatore ha <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703780204575120181476495268.html" target="_blank">ripreso le mie tesi </a>per poi proporre uno scenario quasi opposto a quello che proponevo, sostenendo che una strategia simile a quella di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Free_Europe" target="_blank">Radio Free Europe</a> potrebbe favorire l&#8217;evoluzione di un web libero. Sono convinto che si sbagli, ma questo è esattamente il tipo di confronti che speravo di stimolare.</p>
<p>Ma la contestazione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8221;</p>
<p>Vorrei che fosse un problema facile da risolvere. Sembrava che fossero pochi gli Stati coinvolti nella censura di Internet, che avveniva attraverso un numero limitato di tecniche note e applicate dai fornitori d&#8217;accesso a Internet. Ora è più diffusa e complessa, inclusi gli hacker e gli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/DDoS" target="_blank">attacchi del tipo Denial of Service (DDoS)</a>, il filtraggio sia da parte degli editori che dei fornitori d&#8217;accesso, utilizzando una vasta gamma di tecniche, compreso l&#8217;arresto e i procedimenti penali contro chi si esprime liberamente on-line e il ricorso ai media partecipativi da parte delle autorità statali. Di fronte a un tale insieme di minacce alla libertà del web, abbiamo bisogno di adottare una serie di contromisure. Eccone alcune:</p>
<p>- Il mio collega del Berkman, Jonathan Zittrain, suggerisce una risposta più attiva alla censura praticata a nome degli editori, una forma di &#8220;<a href="http://roomfordebate.blogs.nytimes.com/2010/01/15/can-google-beat-china/#jonathan" target="_blank">Trattato di aiuto reciproco</a>&#8220;, dove i siti si accordano per ospitarsi i contenuti reciprocamente, così da proteggerli da alcuni tipi di blocchi. Sta mettendo a punto l&#8217;idea e in una recente conversazione ha proposto una struttura di &#8220;link e mirror&#8221;, in cui i server web nascondono le copie &#8220;cache&#8221; del contenuto a cui rimandano i link, da utilizzare solo se il sito web originale non dovesse essere accessibile. È un modello che potrebbe funzionare bene per i contenuti statici, e nel lungo periodo potrebbe rivelarsi utile a garantire l&#8217;accesso ai contenuti in maniera più dinamica e complessa. Si potrebbero integrare altre strategie nella creazione di resistenze ai blocchi tramite il &#8220;mirroring&#8221; &#8211; Psiphon sta raccogliendo le &#8220;cache&#8221; di materiali da siti come quello della BBC, così da garantirne l&#8217;accessibilità negli angoli del mondo più chiusi a Internet, mentre progetti come <a href="http://www.accessnow.org/" target="_blank">AccessNow</a> replicano certi video controversi, compresi i video delle proteste iraniane, per poi cercare di renderli accessibili attraverso molteplici canali.</p>
<p>- Insieme ad Hal Roberts, stiamo studiando le contromisure alla portata di piccole entità e blogger che pubblicano online per difendersi dagli attacchi DDoS. Stiamo considerando il principio della cosidetta “degradazione elegante”, dove i siti che rispondono a un attacco DDoS diventano meno dinamici e interattivi continuando però a tenere attive le pagine statiche. Se colpiti da pesanti attacchi, i singoli siti autonomi possono rapidamente affidarsi alle versioni di riserva (back-up) ospitate da grandi fornitori come Blogger o WordPress.com, i quali dispongono di tecnici addetti a rintuzzare tali attacchi. Di nuovo, questa tattica funziona se viene integrata da altre strategie specifiche: organizzare squadre di amministratori &#8220;white hat&#8221;, (o <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/White_hat" target="_blank">hacker etici</a>) capaci di entrare rapidamente in azione e difendere i siti sotto attacco; creare una robusta architettura tecnica come quella offerta da servizi tipo <a href="http://www.prolexic.com/" target="_blank">Prolexic</a> e <a href="http://www.akamai.com/" target="_blank">Akamai</a>; controbattere attivamente gli attacchi DDoS ricorrendo ad altri servizi tipo quelli di<a href="http://www.arbornetworks.com/peakflowsp" target="_blank"> Peakflow</a> e Arbor Networks.</p>
<p>- Come ha suggerito Rebecca MacKinnon nella sua <a href="http://rconversation.blogs.com/rconversation/march-2-2010-senate-testimony-on-internet-freedom.html" target="_blank">testimonianza davanti al Senato Usa</a>, le aziende soggette a diffuse censure su Internet, come Google, dovrebbero considerare l&#8217;avvio di interventi presso il WTO (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_Mondiale_del_Commercio" target="_blank">Organizzazione Mondiale del Commercio</a>) e altri enti internazionali che considerano la censura una pratica scorretta contro il libero commercio. Questa non è certo una strada percorribile per le piccole entità – è quel tipo di strategia che richiede impegni costosi e continuati &#8211; ma è un ambito in cui le grandi aziende possono creare dei precedenti giuridici a cui in seguito potrebbero appoggiarsi anche le piccole strutture.</p>
<p>Considerando questi ed altri approcci, sono arrivato alla convinzione che ogni strategia di successo per la libertà di Internet dovrà richiedere l&#8217;impegno convinto e continuato dei grandi fornitori di servizi e d&#8217;accesso – aziende quali Google, Yahoo!, Microsoft, Facebook e altre. La soluzione architettonica del Professor Zittrain – la combinazione di link e mirror – è un&#8217;ottima soluzione per tenere online contenuti statici, come articoli o video su manifestazioni di protesta, pur a fronte di filtri o attacchi DDoS attivati da autorità statali. Ma è assai più difficile creare duplicati, o mirror, delle complesse situazioni attive su community come quelle su siti tipo Facebook… o finanche dei commenti che si sviluppano in un blog. Per duplicare tali contenuti occorre operare in maniera ravvicinata con le stesse strutture che gestiscono quei servizi interattivi.</p>
<p>La soluzione a cui io e Hal stiamo lavorando si rivolge a siti a tutela dei diritti umani e può essere riassunta con, “Quando sei sotto attacco, riduci al minimo ogni funzionalità e poi trova riparo a casa di qualcun altro più grande&#8221;, ovvero un importante fornitore d&#8217;accesso come Akamai o Google. E le imprese più ferrate per combattere la battaglia sul fronte dei trattati commerciali, come sostiene Rebecca, sono le grandi corporation. Tutto ciò scaturisce da una delle scomode verità dell&#8217;Internet contemporanea: giorno dopo giorno, la Rete va facendosi sempre più centralizzata.</p>
<p>Quando iniziammo a costruirla nel 1994, l&#8217;Internet commerciale era altamente decentralizzata – molti siti web operavano server in proprio, potendo scegliere la connessione da una gamma di fornitori d&#8217;accesso. Oggi è molto più comune affidarsi a grandi aziende di hosting come Rackspace. E sempre più l&#8217;uso di Internet va concentrandosi su un numero ridotto di siti-chiave che dominano i dati del traffico generale. Arbor Networks definisce questa tendenza “<a href="http://www.xconomy.com/boston/2009/10/20/arbor-networks-reports-on-the-rise-of-the-internet-hyper-giants/" target="_blank">l&#8217;avvento dei super-giganti</a>“. In base ai propri dati di monitoraggio del traffico Internet, il “60% di tutti i contenuti online partono da, o finiscono all&#8217;interno di, appena 100 o 150 siti&#8221;. Tra i siti ai primi posti la concentrazione è perfino più corposa – 30 aziende raccolgono il 30% dell&#8217;intero traffico su Internet. E alcuni di questi super-giganti – Google, Facebook, Amazon, Yahoo! – sono ambienti ben recintati (Google controlla YouTube, Blogger e molti altri servizi, Facebook), o ristretti in modo da offrire accesso a versioni localizzate (Amazon e Yahoo!). È impossibile ricreare dei mirror funzionali di simili siti. E accedervi tramite dei server proxy può risultare enormemente costoso, come sostenevo nel mio post precedente. Se riteniamo che gli utenti cinesi debbano avere accesso a YouTube, occorre che quest&#8217;ultimo divenga un attivo partecipante in tale battaglia.</p>
<p>Questo è l&#8217;aspetto strano. Nell&#8217;Internet centralizzata di oggi gran parte dello spazio pubblico digitale che celebriamo sotto lo striscione della libertà della Rete è di fatto controllato da grandi corporation. Di per sé non c&#8217;è niente di sbagliato in questo quadro – molta dell&#8217;innovazione nello spazio di Internet è dovuta a tali aziende commerciali. Ciò tuttavia può presentare dei problemi quando si tratti di ricorrere a tali strumenti per tutelare un ambiente per la libertà d&#8217;espressione.</p>
<p>Queste entità non hanno alcun obbligo legale di consentire la circolazione aperta, non filtrata, di opinioni politiche nei propri spazi, allo stesso modo in cui gli shopping mall non sono tenuti a ospitare manifestazioni politiche. Spesso dimentichiamo questo fatto perché così tanta gente usa Blogger o Facebook per esprimere opinioni politiche, e generalmente tali piattaforme si prestano a essere utilizzate in tal senso. Eppure talvolta questi super-giganti ci rammentano che non sono tenuti ad essere “common carriers”, operatori neutrali, né (al pari delle aziende telefoniche) a seguire pratiche non-discriminatorie sul tipo di espressione che decidono di consentire sulle proprie piattaforme. <a href="http://jilliancyork.com/2010/03/13/the-risk-of-facebook-activism-in-the-new-arab-public-sphere/" target="_blank">Spiegando la decisione di Facebook di eliminare un gruppo marocchino</a> che sostiene la separazione tra Stato e moschee, l&#8217;amica e collega Jillian York sottolinea come gli intricati Termini di Servizio di Facebook siano stati usati per giustificare la rimozione di foto di allattamento al seno di un omonimo gruppo e per avvallare invece l&#8217;esistenza di gruppi che negano l&#8217;olocausto e sostengono la pedofilia. Il suo punto centrale: mentre Facebook è un potente strumento per organizzare iniziative, chiunque usi quella piattaforma rischia di cadere vittima di certe interpretazioni di tali Termini di Servizio che limitano la libertà d&#8217;espressione. (Come nota il super-designer web <a href="http://unthinkingly.com/" target="_blank">Chris Blow</a> in un commento al post di Jillian, decisioni come queste possono non rispecchiare la policy ufficiale di Facebook quanto piuttosto i tentativi individuali degli addetti di Facebook alle prese con l&#8217;oceano di 5 miliardi di singoli testi inseriti ogni settimana).</p>
<p>Per sperare di vedere fornitori come Facebook <strong>propagare</strong> la libertà di Internet in questi ambienti recintati, occorre che prima di tutto s&#8217;impegnino a <strong>proteggere</strong> tali diritti sulle proprie piattaforme. La buona notizia è che certe aziende considerano assai seriamente questa posizione. Google, Yahoo e Microsoft stanno lavorando con vari gruppi in ambito accademico e nella società civile nel contesto della <a href="http://www.globalnetworkinitiative.org/principles/index.php" target="_blank">Global Network Initiative</a> per sviluppare le &#8220;best practices&#8221;, le migliori pratiche possibili per la tutela della privacy e della libertà d&#8217;espressione all&#8217;interno degli spazi sotto il loro controllo.</p>
<p><em>[Fine prima parte]</em><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Testo originale <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/03/22/internet-freedom-protect-then-project/" target="_blank">Internet Freedom: Protect, then project</a><br />
Pubblicato su <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=50&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">Voci Globali &#8211; La Stampa</a> &#8211; 26/3/2010<br />
Pubblicato sotto <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Licenza Creative Commons Attribution 3.0</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-diffonderla-1/">La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)</a></p>
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		<title>Questioni di censura</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 09:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<p>Il <a href="http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm">recente intervento</a> del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">Questioni di censura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/">Ethan Zuckerman</a></p>
<p>Il <a href="http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm">recente intervento</a> del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet. Il New York Times segnala che un gruppo di senatori chiede al Segretario di utilizzare i fondi esistenti <a href="http://www.nytimes.com/2010/01/21/technology/21censor.html">a sostegno dello sviluppo dei programmi per aggirare la censura</a>, tra cui <a href="http://www.torproject.org/">Tor</a>, <a href="http://psiphon.ca/">Psiphon</a> e <a href="http://www.dit-inc.us/freegate">Freegate</a>.</p>
<p>Ho passato buona parte degli ultimi due anni studiando i sistemi di elusione della censura su internet. Con i colleghi <a href="http://blogs.law.harvard.edu/hroberts/">Hal Roberts</a> e <a href="http://blogs.law.harvard.edu/palfrey/">John Palfrey</a> ho eseguito <a href="http://en.scientificcommons.org/51835899">uno studio</a> che mette a confronto i punti di forza e di debolezza dei diversi strumenti. Gran parte del nostro sforzo è finalizzato al coordinamento tra gli sviluppatori di questi strumenti e chi ha bisogno di questi strumenti per pubblicare contenuti sensibili.</p>
<p>Sono del tutto convinto che abbiamo bisogno di strumenti anticensura solidi, anonimi e di facile utilizzo. Ma credo anche che abbiamo bisogno di molto di più di semplici strumenti per aggirare la censura e temo che i tecnologi e i finanziatori si concentrino solo su questo aspetto della libertà su internet a scapito degli altri. Mi chiedo se stiamo studiando abbastanza le limitazioni fondamentali dei sistemi di elusione e se stiamo ragionando anche su cosa la libertà sul web possa fare per gli utenti in società non democratiche.</p>
<p>A questo proposito lancio una provocazione: <strong>Non possiamo eludere la censura su internet</strong>.<span id="more-32698"></span></p>
<p>Non voglio dire che i sistemi di aggiramento della censura non funzionano. Abbiamo provato diversi sistemi di elusione in nazioni dove funziona la censura e abbiamo scoperto che la maggior parte di questi riesce a recuperare materiali bloccati dal firewall cinese e da sistemi simili. C’è qualche problema legato alla privacy, alla dispersione di dati, alla resa di alcuni tipi di contenuti e soprattutto l’usabilità e la performance, ma i sistemi funzionano e riescono a eludere la censura. Quello che però voglio dire è che non possiamo permetterci di utilizzare gli strumenti esistenti per “liberare” tutti gli utenti internet cinesi, anche se tutti volessero davvero essere &#8220;liberati&#8221;.</p>
<p>I sistemi anticensura hanno tutti uno stesso modello operativo: agiscono come proxy per permettere di raggiungere contenuti bloccati. Un utente viene bloccato nell’accesso a un sito dal suo Isp o dall’Isp di quell’Isp. Se vuole leggere una pagina di Human Rights Watch, non riesce a visualizzarla perché l’indirizzo Ip di quella pagine è su una “black list”. Così indirizza il suo browser verso un altro indirizzo Ip per ottenere dal server di Hrw quella pagina. Così, se quell’indirizzo non è bloccato, riesce a ricevere la pagina via proxy. Nell’operazione il proxy funziona come un service provider. La sua capacità di fornire un servizio adeguato ai suoi utenti è legato all’ampiezza di banda, sia in fase di accesso al sito che di scaricamento dei contenuti. E la banda larga costa.</p>
<p>Alcuni sistemi hanno cercato di ridurre questi costi cercando di condividerli tra alcuni volontari – Psiphon nella sua forma originaria utilizzava computer di alcuni volontari in tutto il mondo come proxy e utilizzava la loro banda per accedere a internet. In molti paesi, però, le connessioni sono asimmetriche, ottimizzate per lo scaricamento di contenuti ma molto più lente quando si tratta di inviare contenuti. Psiphon non è più basata principalmente su proxy ospitati da volontari. Tor sì, ma i nodi di Tor sono speso ospitati su server di università e società che hanno ampia disponibilità di banda. Maproprio la disponibilità di banda rimane uno dei maggiori vincoli all’uso di Tor. Gli strumenti attualmente più usati – servizi VPN come <a href="https://www.relakks.com/">Relakks</a> e <a href="http://www.witopia.net/welcome.php">Witopia</a> – chiedono in pagamento agli utenti cifre annue significative per le spese legate alla banda larga.</p>
<p>Ipotizziamo che sistemi come Tor, Psiphon e Freegate ricevano finanziamenti aggiuntivi dal Dipartimento di Stato. Quanto costerebbe fornire accesso via proxy per la Cina, per esempio? In Cina ci sono <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTOE60E06S20100115">384 milioni di utenti</a> di internet, il che significa avere un Isp in grado di gestire più di 25 volte <a href="http://www.isp-planet.com/research/rankings/usa.html">gli utenti del più grosso Isp Usa</a>. La Cina consuma 866.367 Mbps di banda larga secondo <a href="http://www.cnnic.net.cn/en/index/0O/index.htm">CNNIC</a>. Non è facile stimare quanto gli Isp paghino per la banda larga, anche se i prezzi convenzionali sono tra 0,05 e 0,10 dollari per gigabit. Sulla base di un prezzo di 5 centesimi, il costo per portare internet in Cina sarebbe di 13,6 milioni al mese, 163,3 milioni l’anno solo per la banda larga, senza contare i costi dei proxy server, dei router, degli amministratori di sistema. Rispetto a queste cifre, i 45 milioni che i senatori Usa chiedono alla Clinton sembrano una cifra irrisoria.</p>
<p>C’è un’altra complicazione: non stiamo parlando solo di gestire un Isp, ma di gestire un Isp di cui con ogni probabilità verrà fatto un cattivo uso. Gente che fa spam, truffatori e altri criminali su internet usano proxy server per condurre le loro attività in modo da proteggere la loro attività. Wikipedia<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Open_proxies"> si riserva il diritto di bloccare utenti che usino proxy</a> per editare le voci, dopo che molti utenti hanno utilizzato i proxy per aggirarne le regole. Gli operatori proxy devono quindi trovare un punto di equilibrio: affinché i proxy siano utili, le persone devono saperli usare per accedere a siti come Wikipedia o YouTube, ma se li usano per abusare dei siti visitati, i proxy vengono bloccati.</p>
<p>Sono scettico sul fato che il Dipartimento di Stato possa o voglia di finanziare o attivare un Isp che possa essere utilizzato da milioni di utenti simultaneamente, molti dei quali lo userebbero <a href="http://news.techworld.com/security/10663/researchers-eye-open-proxy-attacks/">per commettere frodi o mandare spam</a>. Le persone che finanziano proxy non sanno cosa questi possono fare in questo senso: invece pensano che i proxy siano usati solo in specifiche circostanze, per accedere a contenuti bloccati. Questo è il problema. Uno stato come la Cina blocca molti contenuti: <a href="http://english.blawgdog.com/2010/01/googles-angry-sacrifice-and-accelerated.html">secondo Donnie Dong</a> cinque dei dieci siti più popolaro nel mondo sono bloccati in Cina. Tra questi YouTube e Facebook, che occupano molta banda a livello di pesantezza dei download che di lunghezza delle sessioni. Forse potremmo fare da ISP per la Cina se fornissimo accesso solo verso <a href="http://hrw.org/">Human Rights Watch</a>, non certo se fornissimo accesso a YouTube. Gli operatori proxy hanno affrontato questo tipo di questioni quando hanno mezzo dei limiti all’utilizzo dei loro strumenti: alcuni bloccano YouTube o contenuti pornografici, altro limitano l’uso da parte di alcune persone. Nel decidere chi o che cosa bloccare gli operatori danno la loro risposta a una questione complessa: <strong>Che parti di internet vogliamo aprire alle persone che vivono in società autoritarie?</strong></p>
<p>Non è una questione semplice. Immaginiamo di riuscire a fare traffico tramite proxy verso paesi come Cina, Iran o Myanmar, e di riuscire a mantenere questi proxy accessibili e liberi (non è semplice). Abbiamo ancora dei problemi. La gran parte del traffico è domestico. In Cina stimiamo che il 95% del traffico è interno al paese. E la censura agisce soprattutto a livello domestico. Come <a href="http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/2378/2089">documentato</a> da <a href="http://rconversation.blogs.com/">Rebecca MacKinnon</a>, in Cina i contenuti user generated vengono censurati con modalità complesse e decentrate. Quindi una gran parte di materiali controversi non viene pubblicato sia perché viene bloccato, sia perché gli autori temono che venga bloccato o cancellato l’account del loro blog. Se gli autori cinesi avessero per esempio accesso a Blogger, potrebbero pubblicare lì.</p>
<p>Nel promuovere la libertà su internet dobbiamo valutare strategie per contrastare la censura nelle società chiuse. Dobbiamo quindi affrontare anche la “censura soft”, l’utilizzo degli spazi pubblici da parte dei regimi autoritari che sponsorizzano blogger filo-governativi e spargono commenti favorevoli (Evgeny Morozov ci offre una visione molto cupa sull’uso autoritario dei social media in “<a href="http://www.prospectmagazine.co.uk/2009/11/how-dictators-watch-us-on-the-web/">How dictators watch us on the web</a>”).</p>
<p>Dobbiamo anche affrontare la crescente minaccia alle conversazioni online. Quando <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article1483840.ece">la Turchia blocca YouTube</a> per evitare che cittadini turchi vedano video che diffamano Ataturk, non fa vedere quel contenuto a 20 milioni di navigatori turchi. Quando qualcuno lancia un <a href="http://www.irrawaddy.org/opinion_story.php?art_id=14280">denial of service  distribuito (DDoS) nei confronti di Irrawaddy</a> (giornale online molto critico nei confronti del governo di Myanmar), ne inibisce  la lettura a tutti. I sistemi di elusioni possono permettere ai turchi di superare il blocco su YouTube, ma non aiutano gli americani o i birmani a vedere Irrawaddy quando è sotto un DDoS o un attacco di hacker.</p>
<p>Gli editori di contenuti controversi stanno realizzando che non devono solo affrontare censure mediante sistemi nazionali di filtraggio, ma anche mediante una serie di attacchi tecnici e legali mirati a rendere inaccessibili i loro server. Ci sono diversi metodi con cui gli editori possono aumentare la resistenza dei loro siti agli attacchi DDoS o ai filtri. Per evitare il blocco in Turchia, YouTube può aumentare il numero degli indirizzi Ip che conducono al server; può mantenere una mailing list per fornire agli utenti gli indirizzi Ip non bloccati con cui poter accedere a YouTube oppure creare un’applicazione che, una volta scaricata, fornisce indirizzi Ip non bloccati agli utenti di YouTube. Sono tutti sistemi utilizzati dai siti spesso bloccati in stati autoritari. Ma YouTube non adotta queste misure per almeno due motivi.</p>
<p>In primo luogo ha sempre cercato di trattare con le nazioni che filtrano internet  piuttosto che contrapporsi combattendo i filtri, anche se adesso la politica potrebbe cambiare dopo che Google ha annunciato la sua intenzione di non voler collaborare con la censura in Cina.</p>
<p>In secondo luogo YouTube non ha alcun incentivo economico a essere sbloccata in Turchia. Addirittura il blocco in Turchia potrebbe rappresentare un vantaggio economico. I siti fondati su contenuti user generated si reggono sulla pubblicità. E gli utenti pubblicitari sono più interessati agli utenti Usa (che hanno carte di credito, maggiore disponibilità e maggior facilità a spendere online) che non agli utenti in Cina o Turchia. Alcuni sospettano che l’<a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/technology/start-ups/27global.html?_r=1">introduzione di versioni leggere di servizi come Facebook</a> sia diretta agli utenti nei paesi in via di sviluppo, che difficilmente creano reddito. Sul piano economico potrebbe quindi essere difficile convincere questi servizi a continuare a essere presenti in paesi autoritari, dove già hanno difficoltà nel vendere pubblicità.</p>
<p>Sintetizzando:</p>
<ul>
<li><strong>Aggirare la censura su internet è difficile e costosa. Può facilitare l&#8217;invio di spam ed il furto di identità.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura mediante proxy dà semplicemente accesso ai contenuti internazionali, non si risolve il problema della censura interna.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura non offre una difesa contro attacchi  DDos o altri attacchi agli editori e pubblicatori di contenuti.</strong></li>
</ul>
<p>Per capire come promuovere la libertà su internet, dovremmo iniziare a riflettere su <a href="http://www.prospect.org/cs/articles?article=the_theory_of_change_primary">come pensiamo che internet possa cambiare le società</a> chiuse. E sul motivo per cui riteniamo che essa debba essere una priorità per gli Usa o la diplomazia mondiale. Io credo che il lavoro sulla censura sia motivata dalla convinzione che la capacità di condividere informazioni sia un diritto umano di base. L’art. 19 della <a href="http://www.un.org/en/documents/udhr/index.shtml">Dichiarazione Universale dei Diritti Umani </a>stabilisce che “tutti hanno il diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Internet è il sistema più efficace inventato finora dall’uomo per cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, e quindi dobbiamo garantire che tutti abbiano libero accesso a internet.</p>
<p>Se crediamo che l’accesso a internet possa cambiare le società chiuse in un modo particolare, possiamo stabilire un ordine di priorità per i diversi aspetti di internet. La nostra teoria del cambiamento ci aiuta a capire a cosa dobbiamo garantire l’accesso. Le teorie elencate di seguito raramente sono dichiarate pubblicamente, ma credo che esse sottendano a molto del lavoro dietro alla lotta alla censura</p>
<p><strong>La teoria dell’informazione soppressa</strong>. Se riusciamo a fornire l’informazione negata alle persone dai regimi autoritari, queste si solleveranno e sfideranno i regimi. Potremmo chiamarla la “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hungarian_Revolution_of_1956">teoria dell&#8217;Ungheria ‘56</a>”: allora le notizie di rivolte contro i governi comunisti nel mondo, diffuse in Unghera da Radio Free Europe, hanno spinto gli ungheresi a sollevarsi contro il regime. Io di solito la definisco come “teoria della Corea del Nord” perchè credo che la Corea del Nord potrebbe essere un luogo dove l’informazione potrebbe portare alla rivoluzione (su quanto poco siano informati del mondo esterno i nordcoreani e sul mondo visto da Seul si veda l&#8217;articolo di Barbara Demick sul NYTimes &#8220;<a href="http://www.newyorker.com/reporting/2009/11/02/091102fa_fact_demick">The Good Cook</a>&#8220;). Ma la stessa Corea del Nord <a href="http://askakorean.blogspot.com/2010/01/excellent-article-on-dong-ilbo-about.html">è meno isolata dal punto di vista informativo</a> di quanto possiamo ritenere. E’ possibile quindi che l’informazione sia una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la rivoluzione politica. E’ anche possibile che noi sopravvalutiamo il potere dell’informazione negata, soprattutto perché è estremamente difficile bloccare l’informazione in un epoca di connessione.</p>
<p><strong>La teoria della rivoluzione di Twitter</strong>. Se i cittadini di paesi chiusi possono utilizzare i potenti strumenti di comunicazione resi disponibile da internet, potranno unirsi e rovesciare i loro oppressori. E’ la teoria <a href="http://www.reuters.com/article/idUSWBT01137420090616">che ha indotto il Dipartimento di Stato a chiedere a Twitter</a> di rinviare un blocco programmato durante le proteste seguite alle elezioni iraniane. Anche se <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/02/12/irans_failed_facebook_revolution">è improbabile che le tecnologie di connessione possano portare alla caduta del regime iraniano</a>, esistono anche esempi di segno contrario, come<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Joseph_Estrada#Controversies"> il ruolo avuto dai telefonini nella rivolta contro il presidente Estrada nelle Filippine</a>. C’è molto entusiasmo attorno a questa teoria, ma le analisi più attente ne segnalano i limiti. I canali di comunicazione aperti online tendono a essere compromessi velocemente, a essere utilizzati per la disinformazione e per il controllo degli attivisti. E quando la situazione sfugge di mano, i regimi non esitano a staccare la spina dei network.</p>
<p><strong>La teoria della sfera pubblica</strong>. La comunicazione in rete potrebbe non portare immediatamente alla rivoluzione, ma fornire un nuovo spazio dove una nuova generazione di leader può pensare e parlare liberamente. Sul lungo periodo la capacità di creare una nuova sfera pubblica, parallela a quella controllata dallo stato, darà vigore a una nuova generazione di attori sociali. <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2009/04/27/marc-lynch-asks-us-to-be-realistic-about-digital-activism-in-the-middle-east/">Marc Lynch</a> ha indicato come esempio il ruolo dei samizdat, media clandestini dell’ex Unione Sovietica, che sono stati probabilmente più importanti come spazio di libera espressione che non come canali di diffusione di informazioni.</p>
<p>Dalla teoria accettata dipendono le scelte politiche. Se riteniamo che sia critica la diffusione dell’informazione – che sia all’opinione pubblica o a piccoli gruppi influenti – concentreremo i nostri sforzi su sistemi come Voice of America o Radio Free Europe. Si tratta di un approccio molto efficiente, ma sfortunatamente abbiamo un lungo track record che dimostra che questa forma di lotta alla censura non apre magicamente i regimi chiusi, suggerendo che questa strategia potrebbe rivelarsi povera.</p>
<p>Se adottiamo la teoria della rivoluzione di Twitter, dobbiamo focalizzarci sui sistemi che consentono comunicazioni rapide all’interno di network fidati. Il che significa strumenti come Twitter o Facebook, ma probabilmente anche tool come LiveJournal e Yahoo!Groups che fondano il loro servizio sull’esclusività, permettendo a piccoli gruppi di organizzarsi al di fuori del controllo delle autorità. Se invece puntiamo sull’approccio della sfera pubblica, puntiamo sulle tecnologie che permettono la comunicazione e il dibattito pubblico – blog, Twitter, YouTube e virtualmente tutto ciò che va sotto l’etichetta di Web 2.0.</p>
<p>Cosa significa tutto questo in relazione a come il Dipartimento di Stato dovrebbe allocare i propri investimenti per promuovere la libertà su internet? Ecco alcune implicazioni delle questioni coinvolte:</p>
<ul>
<li>Dobbiamo continuare a sostenere gli sforzi per superare le censure, almeno nel breve termine. Ma dobbiamo liberarci dell’idea che possiamo “risolvere” la censura con l’elusione. Dobbiamo proseguire in attesa di trovare migliori soluzioni tecniche e politiche, non perché pensiamo di abbattere il Grande Firewall spendendo di più.</li>
<li>Se vogliamo che più gente usi strumenti per aggirare la censura, dobbiamo trovare il modo per renderli sostenibili economicamente. Deve essere una parte di una strategia complessiva e dobbiamo sviluppare <a href="http://www.cnn.com/2010/TECH/02/18/internet.censorship.business/?hpt=Sbin">strategie che siano sostenibili</a> e che siano in grado di fornire accesso a costo basso o nullo agli utenti in paesi chiusi.</li>
<li>Allo stesso tempo dobbiamo sciogliere il nodo dell’uso di questi strumenti per mandare spam, organizzare truffe e rubare dati. Dobbiamo trovare una soluzione che protegga le reti contro gli abusi pur mantenendo la possibilità dell’anonimità, con un equilibrio difficile da trovare.</li>
<li>Dobbiamo spostare i nostri sforzi dal semplice permettere agli utenti sotto regimi autoritari di accedere a contenuti bloccati all’aiutare gli editori a raggiungere il pubblico. Nel fare questo possiamo guadagnare questi editori come alleati ma anche inaugurare una nuova classe di soluzioni tecniche.</li>
<li>Se il nostro obiettivo è permettere alle persone in società chiuse di accedere alla sfera pubblica online o di utilizzare strumenti online per organizzare proteste, dobbiamo coinvolgere nella conversazione anche gli amministratori di questi strumenti. Il segretario Clinton sostiene che dovremmo fare della libera conversazione una parte dell’identità americana. Dobbiamo risolvere il fatto che rendere le piattaforme internet resistenti ai blocchi ha un costo per i gestori e che attualmente questi non hanno alcun ritorno economico per fornire servizi a questi utenti.</li>
<li>Il governo Usa dovrebbe trattare i filtri internet – così come gli attacchi DDoS o di hacker aggio – alla stregua di barriere al commercio. Gli Stati Uniti dovrebbero fare forti pressioni perché paesi aperti come Francia o Australia resistano alle tentazioni di restringere l’accesso a internet, dal momento che il loro comportamento aiuta Cina e Iran a sostenere che la loro censura è in linea con le regole internazionali. E dobbiamo fissare dei vincoli rigidi del Tesoro Usa per rendere difficile che società come Microsoft o progetti come SourceForge operino in paesi chiusi. Se crediamo nella libertà di internet, un primo passo è quello di ripensare queste politiche in modo da non colpire i normali utenti di internet.</li>
</ul>
<p>Il rischio nel dare retta alle richieste del Segretario Clinton è che noi aumentiamo la nostra velocità, marciando però nella direzione contraria. Adottando l’obiettivo della libertà su internet, è giunto il momento di chiederci quali obiettivi vogliamo raggiungere e di mettere a punto di conseguenza la nostra strategia.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Articolo Originale: <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/">Beyond circumvention</a> di Ethan Zuckerman, 22/2/2010 &#8211; licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/us/">Creative Commons Attribution 3.0 United States</a><br />
Pubblicato su <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981">NòVA100 Review</a> &#8211; traduttore non noto &#8211; NDR: la traduzione è stata lievemente modificata nelle parti meno scorrevoli e sono stati aggiunti i link originali</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">Questioni di censura</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 08:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157">Wumingfoundation/Giap</a></em></p>
<p>Ricapitoliamo: Berlusconi attacca <em>Gomorra</em>. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.<br />
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/">Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em>Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157">Wumingfoundation/Giap</a></em></span></p>
<p>Ricapitoliamo: Berlusconi attacca <em>Gomorra</em>. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.<br />
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana&#8221;.<br />
<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_marina_berlusconi-3427001/">Si esprime invece Marina Berlusconi</a>, più in veste di figlia che di editrice.<br />
Saviano <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_risposta_marina-3427068/">commenta la lettera di Marina</a> senza abbozzare, senza toni concilianti, anzi, chiamando in causa la Mondadori con maggiore perentorietà. Il messaggio é: &#8220;Voglio sentire chi in casa editrice ci sta per davvero, voglio sentire chi la Mondadori la manda avanti&#8221;.</p>
<p>La contraddizione si acuisce. Da autore Mondadori e autore di Gomorra, Saviano occupa una postazione strategica, e più di altri può chiamare al pettine certi nodi, nodi che riguardano anche noi.<br />
Far venire i nodi al pettine é tanto un dovere civico e politico, quanto un compito specifico dello scrittore.</p>
<p>Pubblicando con Mondadori, Saviano ha generato conflitto. Conflitto non effimero, ma che opera in profondità. Comunque vada, é più di quanto abbia fatto l&#8217;opposizione.<br />
Se Saviano fosse rimasto in una nicchia di ugual-pensanti, nel ghetto dei presunti &#8220;buoni&#8221;, non avrebbe acuito nessuna contraddizione, né generato alcun conflitto.</p>
<p>Stare simultaneamente &#8220;dentro&#8221; e &#8220;contro&#8221;, diceva l&#8217;operaismo degli anni Sessanta. &#8220;Dentro e contro&#8221; era la posizione, era dove piazzare il detonatore.</p>
<p style="text-align: left;">
<p><span id="more-33170"></span>Sia chiaro: l&#8217;alternativa non é mai stata &#8220;fuori e contro&#8221;. L&#8217;alternativa é sempre stata &#8220;dentro senza rompere i coglioni&#8221;, oppure &#8220;dentro senza assumersene la responsabilità&#8221;. Dentro fingendo di star fuori, insomma. Come tanti, come troppi.<br />
Un &#8220;fuori dal sistema&#8221; non esiste. Il sistema é il capitalismo, ed é ovunque, nel micro e nel macro, nei rapporti sociali e nelle coscienze, nelle giungle e in cima all&#8217;Everest. Noi abbiamo sempre detto &#8211; e ancora diciamo &#8211; che tutti quelli che combattono &#8220;il sistema&#8221; lo fanno dall&#8217;interno, dato che l&#8217;esterno non c&#8217;è. Il potere non é fuori da noi, é un reticolo di relazioni che ci avvolge, un processo a cui prendiamo parte, ma ovunque vi sia un rapporto di potere, là é anche possibile una resistenza.</p>
<p>Sei anni fa WM1 spiegò, per l&#8217;ennesima volta, la nostra posizione sul &#8220;pubblicare con Einaudi&#8221;. Lo fece <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000955.html">per filo e per segno su Carmilla</a>. Lo fece perché é sempre stato nostro costume &#8211; e ancora lo é &#8211; rendere conto pubblicamente delle nostre scelte, soprattutto se ci viene richiesto dai lettori.<br />
Tra le altre cose WM1 scriveva:</p>
<blockquote><p>Negli ultimi anni, le polemiche &#8220;boicottomaniache&#8221; hanno rischiato di fare il gioco degli yes men, dei leccaculo: chi chiede agli autori di sinistra di &#8220;andarsene da Mondadori&#8221; non capisce che così facendo il loro posto nella casa editrice e nell&#8217;immaginario collettivo (una posizione a dir poco strategica) sarebbe preso da autori e manager di destra (i quali non vedono l&#8217;ora), con piena libertà di spargere la loro merda incontrastati.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Queste frasi risalgono a due anni prima dell&#8217;uscita di <em>Gomorra</em>. Sono cose che, in seguito, lo stesso Saviano ha dichiarato in più occasioni, e diversi altri autori hanno ribadito, anche di recente.<br />
Da anni difendiamo questa postazione avanzata e scomodissima, esposti sia agli attacchi della destra sia a continue raffiche di &#8220;fuoco amico&#8221;.</p>
<p>La nostra posizione sul pubblicare con Einaudi é  identica dal principio, é la stessa dichiarata in quel vecchio testo e ancora prima. Non siamo noi il corpo estraneo alla tradizione e al catalogo Einaudi, come non siamo noi ad avere corrotto Tizio o Caio, ergo non siamo noi che dobbiamo levare le tende.</p>
<p>Mettiamola così: se qualcuno vuole trafugarmi o usurpare qualcosa, io non rinuncio fin da subito, non gli lascio tutto in mano e tanti saluti. Io cerco di lottare, di resistere. Se poi il rapporto di forza é schiacciante, prenderò un fracco di botte, ma almeno avrò tentato. <span style="text-decoration: underline;">E&#8217; meglio prenderle dimenandosi che prenderle stando fermi.</span></p>
<p>In quelle note del 2004, WM1 descriveva un berlusconismo in forte crisi. I sintomi c&#8217;erano tutti, ma quell&#8217;analisi &#8211; sei anni dopo possiamo dirlo &#8211; li sopravvalutava. Eppure&#8230;<br />
Eppure sei anni fa la partita non era persa. Il berlusconismo arrancava, non sfondava, il logoramento era evidente. Non tutti i pozzi erano avvelenati. L&#8217;elenco di passi falsi, sconfitte e defaillances non ce l&#8217;eravamo sognato noi, erano tutte cose appena accadute. L&#8217;anno prima tre milioni di persone avevano marciato a Roma contro la guerra in Iraq. Due anni dopo, la &#8220;devolution&#8221; (la più grande scommessa del berlusco-leghismo, un&#8217;impresa storica di de-costituzionalizzazione del Paese) sarebbe stata bloccata dal voto referendario. Non sono falsi ricordi. C&#8217;era ancora un blocco sociale, una &#8220;forza storica&#8221; che si opponeva e impediva al berlusconismo di sfondare.<br />
Quella forza storica, però, da sola non bastava. Ed é stata boicottata, sabotata, massacrata prima dalla &#8220;opposizione&#8221; che dal governo. E inoltre ha commesso degli errori, continuando ad affidarsi a certi rappresentanti.</p>
<p>Quel che é successo dopo lo sappiamo. Oggi tutto é più difficile, ma per noi la sfida, la sfida politica, é ancora &#8220;resistere un minuto più del padrone&#8221;. L&#8217;Einaudi é un campo di battaglia importante, e finché avremo munizioni e fiato continueremo a combatterci sopra. Ce ne andremo solo se e quando, presto o tardi, le condizioni si faranno intollerabili.</p>
<p>E&#8217; la strategia sbagliata? Tutto può essere. Ma é quella che abbiamo scelto e di cui rendiamo conto da sempre. Noi possiamo fare errori, scazzare previsioni, fare passi falsi, ma agiamo sempre con coscienza, prendendoci le nostre responsabilità, sottoponendoci al pubblico scrutinio, facendo autocritica.</p>
<p>Dopodiché, le scelte di ciascuno verranno giudicate sul lungo periodo, commisurate ai risultati ottenuti sul campo, alla traccia lasciata, al contributo dato alla sopravvivenza di un barlume di senso nella propria e altrui vita.</p>
<p>****</p>
<p style="text-align: left;">Qualche parola su Saviano.<br />
Al di là di alcune mosse e prese di posizione stridenti e da noi non condivise, abbiamo sempre difeso e continueremo a difendere Saviano dagli attacchi stupidi o interessati. Savianoé un collega, un amico, un compagno di strada. Per questo gli abbiamo sempre detto le cose fuori dai denti, e abbiamo segnalato quali rischi gli facesse correre la sua trasformazione in comodo simbolo, vessillo rassicurante e buono per tutti i frangenti, abito d&#8217;indignazione pr&#8217;t-à-porter. <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/Wu_ming_Tiziano_scarpa_Face_off.pdf">Tra le altre cose, nel 2009 scrivemmo:</a></p>
<blockquote><p>&#8230;&#8221;Saviano é tutti noi&#8221;. Vada avanti lui ché ci rappresenta così bene. Soffra lui per conto nostro,é il destino che sié scelto. Bel ragazzo, tra l&#8217;altro. Savianoé l&#8217;uomo più strumentalizzato d&#8217;Italia [...] La voce di Saviano é rimasta invischiata tra scelte fatte più in alto, politiche d&#8217;immagine e &#8220;stato delle cose&#8221; realpolitiko: Saviano con Shimon Peres con Donnie Brasco con Salman Rushdie con Veltroni, Saviano alla scuola di formazione del PD nel Mezzogiorno e così via.<br />
Dev&#8217;essere ben chiaro che Saviano non può comportarsi in altra maniera: ha davvero bisogno di questa ossessionante presenza pubblica, di questo over-statement di solidarietà anche pelosa, perché gli garantisce incolumità. Il paradossoé che, dietro il cordone sanitario, lo scrittore svanisce e resta solo il testimonial [...] Saviano dovrà lottare con le unghie e con i denti per ri-conquistarsi come scrittore.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">Da qualche settimana, sui giornali e in rete, circola <a href="http://current.com/current-it-blog/92342102_saviano-racconta-saviano.htm">una pubblicità</a>, un&#8217;immagine che abbiamo fin da subito trovato molto vera e perciò raggelante, perfetta rappresentazione del dispositivo che ri-produce Saviano come soggetto non libero.</p>
<p>Dal 2006, per continuare a vivere, Saviano ha dovuto agire perché non calasse l&#8217;attenzione: gli é toccato  essere sempre visibile, essere una presenza costante nella sfera pubblica. In ogni momento, il forte rischio era che questo sovra-apparire lo inflazionasse, gli facesse perdere potenza.</p>
<p>Di fronte a un calo di potenza, la tentazione é di rispondere &#8220;aumentando la dose&#8221;, per ottenere un effetto in un&#8217;opinione pubblica sempre più assuefatta e &#8220;tollerante&#8221;. Solo che, aumentando la dose, il problema si ripropone a un livello più alto e quindi più impegnativo, meno gestibile.<br />
Questo é il dilemma, e Saviano ne é sempre stato conscio: non é un caso che abbia spesso tentato di scartare, che sia sempre tornato a insistere sulla &#8220;scrittura&#8221;, sullo scrittore. Era il suo modo di fare resistenza, di non far chiudere il dispositivo, di non farsi legare definitivamente.</p>
<p>Bene, può darsi che Saviano abbia trovato lo spiraglio. Può darsi che l&#8217;acuirsi della contraddizione-Mondadori gli stia fornendo un inedito spazio di espressione non pre-ordinata. Forse il dispositivoé entrato in una crisi almeno passeggera, perché sotto i nostri occhi Saviano &#8220;Ë diventato quel che é&#8221;. Mai come ora, mai in modo tanto eclatante, Saviano é stato quello che vediamo nella risposta a Marina Berlusconi: un uomo libero. Anche nella reclusione che sconta, un uomo libero. Comunque vada a finire con Mondadori, comunque vada a finire in generale, in questo momento Saviano é  libero.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/roberto-saviano-contraddizioni-o-liberta/">Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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<p>LIBERTA&#8217;</p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>da<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578"> il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010</a></p>
<p><span style="color: #ff0000;">LIBERTA&#8217;</span></p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». <span id="more-30366"></span>Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile.</p>
<p>Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.</p>
<p>In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale).</p>
<p>Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto.</p>
<p>In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce&#8230; le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».</p>
<p>Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso-a-più-voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria, intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari&#8230; tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.</p>
<p>Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali».</p>
<p>Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Presi nella rete &#8211; Il Capo, il web, la libertà</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 16:21:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
 
<p> </p>
<p></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/berlusconi.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foto-di-berlusconi-joker.jpg"></a>Non stupisce che la pluralità delle voci del web diventino <em>issue</em> dell&#8217;agenda politica solo quando attentano al Capo. &#8220;Attentano&#8221;, ovviamente, in senso esclusivamente etimologico, ovvero nella misura in cui lo &#8220;riguardano&#8221;. Ma dal guardare il Capo, di farne oggetto di &#8220;mira&#8221;, al mirare effettivo come quello di un attentatore non c&#8217;è che un passo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/presi-nella-rete-il-capo-il-web-la-liberta/">Presi nella rete &#8211; Il Capo, il web, la libertà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<div><span> </span></div>
<p><span> </p>
<p></span></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/berlusconi.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-27554" title="berlusconi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/berlusconi-150x150.jpg" alt="berlusconi" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foto-di-berlusconi-joker.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-27555" title="foto-di-berlusconi-joker" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foto-di-berlusconi-joker-150x150.jpg" alt="foto-di-berlusconi-joker" width="150" height="150" /></a>Non stupisce che la pluralità delle voci del web diventino <em>issue</em> dell&#8217;agenda politica solo quando attentano al Capo. &#8220;Attentano&#8221;, ovviamente, in senso esclusivamente etimologico, ovvero nella misura in cui lo &#8220;riguardano&#8221;. Ma dal guardare il Capo, di farne oggetto di &#8220;mira&#8221;, al mirare effettivo come quello di un attentatore non c&#8217;è che un passo. E a decidere se il passo varca la soglia sono, oggi, i vari Maroni e Carfagna, che chiedono di far tacere quelle voci, di sedare quel &#8220;canaio&#8221;. A far la differenza è un&#8217;intenzione (che è, appunto, ciò che muove un&#8217;attenzione). Se il Capo lo guardi male, storto, in tralice, allora quel &#8220;guardare&#8221; non è più la lecita (e financo doverosa) contemplazione, ma un&#8217;illecita, e violenta, malevolenza. E&#8217; il Capo il catalizzatore di ogni discrimine tra lecito e illecito. E dalle sue vicende corporee (reali/virtuali) può nascere un disegno di legge.<span id="more-27553"></span></p>
<p>Fino ad ora, la molteplicità di gruppi razzisti su Internet non aveva mai rilevato ai fini di un discorso pubblico, nessuno si era mai sognato di mettere all&#8217;ordine del giorno di un Consiglio dei ministri una qualche misura restrittiva nei confronti del web. Eppure basta scorrere i gruppi di Facebook per vedere quante vomitate d&#8217;odio razziste, sessiste, omofobe, fasciste. E&#8217; a portata di click, lo può fare chiunque, anche un Maroni. Eppure, niente.</p>
<p>Ma non è solo questo: è il linguaggio sul web che non ha la stessa valenza che altrove. Vi è un surplus finzionale, cartoonico, che è specifico del discorso dei social network. Il parlante, ridotto a scrivente &#8220;senza volto&#8221;, percorre liberamente tutta la superficie del linguaggio, non più costretto da vincoli reali. L&#8217;iperbole, in un social network, è la normalità. Giudicare quanto avviene in un social network con i parametri della &#8220;realtà&#8221; significa proprio non cogliere la loro specificità. Non è il &#8220;ti spacco la faccia&#8221; del bar a cui poi segue un pugno. Alle alabarde spaziali del social network non seguono che alabarde spaziali.</p>
<p>Ma le misure restrittive ipotizzate da Maroni non arrivano a questo a livello del discorso, si fermano prima. A Maroni infatti interessa altro. Parla di regole non solo per il web ma anche per i cortei. Si parte dal web per arrivare a colpire il reale. Il web è ancora una volta, secondo una tendenza in atto, il laboratorio dell&#8217;anti-democrazia.</p>
<p>In questa vicenda ci sono tutti, ma proprio tutti, gli elementi di un regime autoritario: l&#8217;identificazione Capo/gente, il corpo sacrale del Capo (se doppio o triplo sarebbe da vedersi), la sovranità che sgorga dal Capo (e dunque dal suo corpo virtuale/reale) e azzera qualsiasi divisione e pluralità dei poteri, il <em>vulnus</em> ad esso inferto come <em>vulnus</em> alla stessa democrazia (ormai convertita in plebiscitarismo permanente) – e, come in necessaria successione logica, il binomio sicurezza/libertà, dove i due termini sono inversamente proporzionali. Lo stato d&#8217;eccezione, del resto, si fonda su questo. Per la vostra sicurezza, vi togliamo la libertà. Sta nella trama stessa della sovranità moderna, del resto: non pensava forse Hobbes che gli individui, in nome della propria sicurezza, devono rinunciare ai propri diritti e delegarli al Leviatano, al sovrano/dio in terra? E così funziona ancora, in nome della sicurezza è necessario che rinunciate ai vostri diritti. Ci stanno provando. Sta a noi che ci riescano o meno.</p>
<p>(scritto per <a href="www.peacereporter.net">Peacereporter</a>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/presi-nella-rete-il-capo-il-web-la-liberta/">Presi nella rete &#8211; Il Capo, il web, la libertà</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>E ora querelateci tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 13:04:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/freepress-copy.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Nazione Indiana</strong></p>
<p><em>Nazione Indiana invita a leggere <a href="http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2009&#038;mese=07&#038;file=13PRI48a">l&#8217;articolo di Silvia Ballestra</a> oggetto di denuncia per diffamazione da parte dell&#8217;attuale Presidente del Consiglio ed esprime solidarietà a lei e a tutte le giornaliste coinvolte.</em></p>
<p>Da ieri anche <strong>L’Unità</strong> è stata querelata dal Presidente del Consiglio con la richiesta di un risarcimento danni per due milioni di euro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/03/e-ora-querelateci-tutti/">E ora querelateci tutti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/freepress-copy.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/freepress-copy-150x150.jpg" alt="freepress-copy" title="freepress-copy" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-21416" /></a></p>
<p>di <strong>Nazione Indiana</strong></p>
<p><em>Nazione Indiana invita a leggere <a href="http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2009&#038;mese=07&#038;file=13PRI48a">l&#8217;articolo di Silvia Ballestra</a> oggetto di denuncia per diffamazione da parte dell&#8217;attuale Presidente del Consiglio ed esprime solidarietà a lei e a tutte le giornaliste coinvolte.</em></p>
<p>Da ieri anche <strong>L’Unità</strong> è stata querelata dal Presidente del Consiglio con la richiesta di un risarcimento danni per due milioni di euro. Inoltre Silvio Berlusconi invoca la condanna a una pena pecuniaria di duecentomila euro per il direttore <a href="http://concita.blog.unita.it/L_etica_elastica_528.shtml">Concita De Gregorio</a>, le giornaliste <a href="http://www.unita.it/news/86365/biotestamento_il_cavaliere_vuol_comprare_lassoluzione">Natalia Lombardo</a> e <a href="http://archivio2.unita.it/v2/carta/nav/showPDF.asp?DATA=20090813&#038;FILE=NAZIONALE_7.pdf">Federica Fantozzi</a>, l&#8217;opinionista <a href="http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2009&#038;mese=05&#038;file=05CUL44a">Maria Novella Oppo</a> e la narratrice Silvia Ballestra. </p>
<p><span id="more-21375"></span><br />
Non sappiamo se sia un’amara ironia del caso o qualcosa di meno imponderabile la circostanza che tutte le persone citate individualmente siano donne. Di fatto <strong>L’Unità</strong> oggi non è solo il giornale fondato da Antonio Gramsci, ma anche l’unico quotidiano in Italia ad avere un direttore donna. È pertanto difficile non cogliere qualcosa di sinistramente emblematico nel fatto che a finire nel mirino di Silvio Berlusconi sono tutte donne, nel momento in cui esse informano o esprimono opinioni in larga misura riguardanti le sue frequentazioni femminili. </p>
<p>Sul loro capo pende una causa civile da duecentomila euro. Causa civile, tra l’altro, perché i tempi sono più lunghi, il giudice non dovrà accertare se esista un dolo effettivo ma solo appurare che vi sia colpa e, soprattutto, perché in caso di vittoria la richiesta di denaro sarebbe immediatamente esecutiva.</p>
<p>Ci pare evidente che l&#8217;attacco alla libertà di stampa, e alle libertà democratiche <em>tout court</em>, viene portato attraverso un meccanismo intimidatorio usando quella stessa “giustizia” mille volte ricusata e accusata di essere di parte, e piena di malati di mente.</p>
<p>Oggetti di questa intimidazione un direttore, un opinionista, due giornalisti e un romanziere; figure che sembrano essere state scientemente selezionate per mandare un chiaro segnale: non è consentito parlare e dissentire da nessun punto di vista, quale che sia il ruolo che si riveste. Si vogliono colpire tutte le articolazioni del discorso pubblico, inibire la presa di parola ad ogni possibile livello.</p>
<p>Noi di Nazione Indiana, che in buona parte della narratrice Silvia Ballestra siamo colleghi, sappiamo come è fatta la vita quotidiana di chi deve sbarcare il lunario e mantenere dei figli col proprio lavoro di scrittore e con le indispensabili entrate per far quadrare i conti: ad esempio le collaborazioni coi giornali. Che duecentomila euro Silvia Ballestra in vita sua non li abbia mai visti né interi né a tranci, è un’illazione che ci sentiamo di fare molto serenamente! Eppure è questo il peso esatto della spada di Damocle che pende sulla sua testa, così come su quella delle altre querelate. Ma per mandarle, se non in rovina, certo incontro a enormi difficoltà economiche e esistenziali, a Berlusconi basta molto meno di una vittoria processuale, che ci pare naturalmente irragionevole. È sufficiente l’onere dei procedimenti stessi che uno degli uomini più ricchi d’Italia non avrebbe difficoltà a portare a un’istanza più alta, se anche il primo processo terminasse con l’assoluzione.</p>
<p>Siamo convinti che questo sia un segnale preciso e pesantissimo. Per non dire un ammonimento alla cosiddetta “società civile” tutta, della cui libertà i giornali sono la cartina di tornasole. Quel che oggi è capitato a cinque donne in varie forme legate allo scrivere, domani potrebbe succedere a chiunque altro non usi le dovute cautele nel criticare l&#8217;attuale Presidente del Consiglio. Scrittori, collaboratori occasionali, blogger, quale che sia il loro mestiere, qualsiasi altra voce di dissenso, qualsiasi altra voce libera.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/03/e-ora-querelateci-tutti/">E ora querelateci tutti</a></p>
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		<title>La Chiesa e la bioetica</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 20:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong> </p>
<p>Le gerarchie cattoliche sottolineano  spesso che i loro interventi sui temi  bioetica sono  condotti sulla base della ragione e  riguardano temi di pertinenza della ragione,  legati alla vita di ognuno,  non dei soli cristiani. Per questo,  aggiungono, tali interventi non costituiscono  un`ingerenza negli affari  dello stato laico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/la-chiesa-e-la-bioetica/">La Chiesa e la bioetica</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong> </p>
<p>Le gerarchie cattoliche sottolineano  spesso che i loro interventi sui temi  bioetica sono  condotti sulla base della ragione e  riguardano temi di pertinenza della ragione,  legati alla vita di ognuno,  non dei soli cristiani. Per questo,  aggiungono, tali interventi non costituiscono  un`ingerenza negli affari  dello stato laico. Scrive per  esempio il recente documento Dignitas  persone che la sua affermazione  a proposito dello statuto dell`embrione  è «riconoscibile come  vera e conforme alla legge morale  naturale dalla stessa ragione» e che quindi, in quanto tale, «dovrebbe  essere alla base di ogni ordinamento giuridico».  Allo stesso modo molti politici cattolici rimarcano nei loro  interventi sulle questioni bioetiche  che parlano non in quanto cattolici ma in quanto cittadini.<span id="more-15778"></span> Va  quindi preso atto che le posizioni  cattoliche sulla bioetica, sia nel metodo  sia nel contenuto, si propongono  all`insegna della razionalità. Se questo è vero, se si tratta davvero di argomenti di ragione per i  quali «mestier non era parturir Maria»  (Purgatorio III,39), allora le posizioni della Chiesa gerarchica sulla  bioetica sono perfettamente criticabili da ogni credente. L`esercizio  della ragione è per definizione laico, non ha a che fare con l`obbedienza della fede e il principio di autorità.  Chi ragiona, convince o non convince per la forza delle argomentazioni, non per altro. Per questo  vi sono non-credenti che approvano  gli argomenti razionali delle gerarchie convinti dalla coerenza  del ragionamento, per esempio  gli atei devoti.  </p>
<p>Ma sempre per questo vi  sono credenti che, non  convinti dal ragionamento,  non approvano  tutti gli argomenti razionali delle gerarchie  in materia di bioetica. Deve  essere chiaro quindi (se davvero la   base dell`argomentazione magistrale  è la ragione) che la posizione  critica di alcuni credenti verso il magistero  bioetico è del tutto legittima.  Se la gerarchia gradisce la convergenza  degli atei devoti in base alla  sola ragione, allo stesso modo, sempre  in base alla sola ragione, deve accettare  (se non proprio gradire) la divergenza di  alcuni credenti, peraltro  non così pochi e privi di autorevolezza.  Sempre che, ovviamente, le  gerarchie non pensino che la razionalità  valga solo &#8220;fuori&#8221; dalla Chiesa  e non anche al suo interno, dove vale  invece solo l`autorità, istituendo  una specie di disciplina della doppia  verità. E sempre che le medesime gerarchie  amino davvero la razionalità  e che il richiamarsi ad essa non sia invece  un trucco tattico (come io credo  non sia).  In realtà nessuno può chiedere  obbedienza sugli argomenti di ragione  perché l`obbedienza viene da  sé, come di fronte a un risultato di  aritmetica o a una norma morale  fondamentale. </p>
<p>Per questo io penso  che agli argomenti di ragione occorrerebbe  lasciare maggiore duttilità,  visto che la ragione, da che mondo è  mondo, esercita il dubbio, soppesa i  pro e i contro, e per questo vede grigio  laddove invece altri (che non  amano la calma della ragione ma  forme più nervose di autorità) vedono  solo bianco o solo nero. Intendo  dire che proprio il richiamo alla ragione  da parte delle gerarchie cattoliche  dovrebbe indurre a una maggiore  relatività del proprio punto di  vista di fronte alla complessità dell`inizio  e della fine della vita alle prese  con le possibilità aperte dal progresso  scientifico.  La cautela è tanto più auspicabile  se si prende atto della storia. La Chiesa  dei secoli scorsi infatti non è stata  in grado di interpretare sapientemente  l`evoluzione sociale e politica  dell`occidente, finendo per condannare  pressoché tutte quelle libertà  democratiche che ora, invece, essa stessa riconosce: libertà di stampa,  libertà dì coscienza, libertà religiosa  e in genere i diritti delle democrazie liberali. Allo stesso modo, a mio avviso, le odierne posizioni della gerarchia  corrono il rischio di non capire la rivoluzione in atto a livello biologico, respinta con una serie di intransigenti  no, pericolosamente simili a quelli pronunciati in epoca preconciliare  contro le libertà democratiche. Ora io mi chiedo se tra cento anni i principi bioetici affermati oggi  con granitica sicurezza dalla Chiesa  saranno i medesimi, o se invece finiranno per essere rivisti come lo sono  stati i principi della morale sociale. Siamo sicuri che la fecondazione assistita (grazie alla quale sono venuti   al mondo fino ad oggi più di 3 milioni di bambini,  di cui centomila in ltalia) sia contraria al volere di Dio? </p>
<p>Siamo sicuri che l`uso del preservativo  (grazie al quale ci si protegge dalle malattie infettive e si evitano aborti) sia contrario al volere di Dio? Siamo sicuri che il voler morire in modo naturale senza prolungate dipendenze da macchinari, compresi sondini nasogastrici, sia contrario al volere  di Dio? E per fare due esempi concreti legati a precise persone: siamo sicuri che si sia interpretato bene il  volere di Dio negando i funerali religiosi a Piergiorgio Welby perché rifiutatosi di continuare a vivere dopo anni legato a una macchina? E siamo sicuri che si sia interpretato il volere di Dio chiamando &#8220;boia&#8221; e &#8220;assassino&#8221; il signor Englaro, salvo poi aggiungere, non so con quale dignità, di pregare per lui?  Mi chiedo se tra cento anni (e spero  anche prima) i papi difenderanno il principio di autodeterminazione  del singolo sulla propria vita biologica,  così come oggi difendono il principio di autodeterminazione del singolo  sulla propria vita di fede (la quale  peraltro per la dottrina cattolica è sempre stata più importante della vita biologica). Se si riconosce alla persona la libertà di autodeterminarsi  nel rapporto con Dio, come fa  la Chiesa cattolica a partire dal Vaticano  II, quale altro ambito si sottrae  legittimamente al principio di autodeterminazione?  </p>
<p>Non ci possono essere dubbi a mio avviso che questo principio vada esteso anche al rapporto del singolo con la sua biologia. I cattolici intransigenti che oggi parlano della libertà di autodeterminazione definendola &#8220;relativismo  cristiano&#8221; dovrebbero estendere l&#8217;accusa al Vaticano II il quale afferma  che «l`uomo può volgersi al bene  soltanto nella libertà» (Gaudium et  spes 17). La realtà è che non è possibile  nessuna adesione alla verità se  non passando per la libertà. È del tutto  chiaro per ogni credente che la libertà  non è fine a se stessa, ma all&#8217;adesione al bene e al vero; ma è altrettanto chiaro che non si può dare adesione  umana se non libera. Dalla libertà che decide non è possibile esimersi, e questo non è relativismo, ma è il cuore del giudizio morale. </p>
<p><em>pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, 9.3.2009</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/la-chiesa-e-la-bioetica/">La Chiesa e la bioetica</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La nostra filosovietica costituzione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/16/la-nostra-filosovietica-costituzione/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 19:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Volevo fare questo post circa una settimana fa, quando l&#8217;attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, se n&#8217;è uscito con il suo giudizio &#8216;politico&#8217; sulla nostra costituzione (<em>nostra</em>, un aggettivo possessivo che non mi sento di declinare per il suddetto presidente), scritta per tutti gli italiani e non per uno o l&#8217;altro schieramento di partito, altra cosa che chi ci governa ha dimenticato: si è responsabili di tutto il popolo, non solo di una parte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/16/la-nostra-filosovietica-costituzione/">La nostra filosovietica costituzione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.incipitweb.it/foto/0806091211firma_costituzione.gif" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Volevo fare questo post circa una settimana fa, quando l&#8217;attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, se n&#8217;è uscito con il suo giudizio &#8216;politico&#8217; sulla nostra costituzione (<em>nostra</em>, un aggettivo possessivo che non mi sento di declinare per il suddetto presidente), scritta per tutti gli italiani e non per uno o l&#8217;altro schieramento di partito, altra cosa che chi ci governa ha dimenticato: si è responsabili di tutto il popolo, non solo di una parte.<span id="more-14490"></span><br />
Ho poi desistito pensando che in questo paese dove tutto ha la durata dell&#8217;emozione e di un&#8217;intervista televisiva, così che il giorno dopo può già essere rimosso o addirittura simpaticamente ritrattato, meglio scegliere la lentezza. Meglio imparare a ricordare ogni singola parola che cade come un attentato alla libertà da parte della più profonda ignoranza. Però, sull&#8217;onda di una motivata indignazione, in questi giorni sono fioriti i blog che riportavano per intero o a brani la nostra Costituzione, ad ulteriore dimostrazione di una vitalità della rete da non sottovalutare. Ve ne segnalo due, invitandovi a segnalarne altri nei commenti: <a href="http://ufficioreclami.splinder.com/post/19791046">Ufficio Reclami</a>; <a href="http://seiamontanelli.diludovico.it/2009/02/08/una-costituzione-filo-sovietica/">Paese d&#8217;ottobre</a>.</p>
<p>Qui sotto riporto i Principi Fondamentali della nostra Costituzione che si può leggere integralmente sul <a href="http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm">sito del Quirinale</a>. Un&#8217;ultima precisazione, un ripassino di storia che non fa mai male, nell&#8217;epoca della storia italiana secondo Berlusconi: la costituzione fu firmata da tre individui, politicamente assai diversi:<br />
il primo presidente delle Repubblica <strong>Enrico De Nicola</strong>, liberale ed un tantino filomonachico;<br />
<strong>Umberto Terracini</strong>, dirigente del Partito Comunista, presidente dell&#8217;Assemblea Costituente;<br />
e l&#8217;allora presidente del Consiglio assai filosovietico, <strong>Alcide De Gasperi</strong>, fondatore della Democrazia Cristiana.</p>
<p><strong>PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA</strong><br />
<strong><br />
Art. 1.</p>
<p>L&#8217;Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. </p>
<p>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</p>
<p>Art. 2.</p>
<p>La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell&#8217;uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l&#8217;adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.</p>
<p>Art. 3.</p>
<p>Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. </p>
<p>È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese.</p>
<p>Art. 4.</p>
<p>La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.</p>
<p>Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un&#8217;attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.</p>
<p>Art. 5.</p>
<p>La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell&#8217;autonomia e del decentramento.</p>
<p>Art. 6.</p>
<p>La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.</p>
<p>Art. 7.</p>
<p>Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.</p>
<p>I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.</p>
<p>Art. 8.</p>
<p>Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.</p>
<p>Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l&#8217;ordinamento giuridico italiano.</p>
<p>I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.</p>
<p>Art. 9.</p>
<p>La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.</p>
<p>Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.</p>
<p>Art. 10.</p>
<p>L&#8217;ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.</p>
<p>La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.</p>
<p>Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l&#8217;effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d&#8217;asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.</p>
<p>Non è ammessa l&#8217;estradizione dello straniero per reati politici.</p>
<p>Art. 11.</p>
<p>L&#8217;Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.</p>
<p>Art. 12</p>
<p>La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/16/la-nostra-filosovietica-costituzione/">La nostra filosovietica costituzione</a></p>
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		<title>libertà è</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/11/liberta-e/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 06:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Darien Levani]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[scritture migranti]]></category>
		<category><![CDATA[voto di scambio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> </p>
<p>di Darien Levani</p>
<p>            “Ma ti pago 50 euro.” Dice Ilir alzando la voce. “Se non vuoi farlo per me, fallo per i soldi.”<br />
            “Non è una cosa immorale?” risponde lei. Si chiama Mara e si tira indietro i cappelli. Come gli hanno insegnato cerca di capire dov’è la fregatura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/11/liberta-e/">libertà è</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/foto1grande2030_8358-300x225.jpg" alt="foto1grande2030_8358" title="foto1grande2030_8358" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-14023" /> </p>
<p>di <b>Darien Levani</b></p>
<p>            “Ma ti pago 50 euro.” Dice Ilir alzando la voce. “Se non vuoi farlo per me, fallo per i soldi.”<br />
            “Non è una cosa immorale?” risponde lei. Si chiama Mara e si tira indietro i cappelli. Come gli hanno insegnato cerca di capire dov’è la fregatura.<br />
            “Ma no. Dipende solo se ci stai o meno. Se tutti edue siamo d’accordo.”<br />
            “50 euro?”<br />
            “Giuro, tanto tu non lo usi.”<br />
<span id="more-14020"></span><br />
            E siccome Gianni, l’altro coinquilino ha sentito solo l’ultima parte delle discorsa e lo guarda in modo strano aggiunge: “Allora, io ti do 50 euro e quando vai a votare voti per chi ti dico io.”<br />
            “È molto romantico. È romantico, vero Gianni?”<br />
            “Sì, immagino di sì. Voltaire sarebbe fiero di te, se solo ti guardasse. Però…”<br />
            “Però cosa, non ti ci mettere anche tu che già mi è difficile convincerla.”<br />
            “Questo si chiama scambio di voti, lo sapete?” dice Gianni che è iscritto a giurisprudenza e certe cose le avrà pure studiate.<br />
            “Tu stai zitto e fatti i cazzi tuoi. Se lei ci sta allora è tutto a posto. E comunque non è uno scambio di voti, quello è un altra cosa.”<br />
            “Ma poi mi dai i soldi, vero?, non è che mi fai qualche scherzo?”<br />
            “Figurati.”<br />
            “Secondo me non te li da.” dice Gianni che non ha mai niente da fare ma vuol sempre  essere parte di qualcosa.<br />
            “Fidati.”<br />
            “Perché lo vuoi fare?” chiede lei, gli occhi ancora velati dalla tristezza di qualcosa che non pensava potesse esistere, o diventare così tangibile da toccarla.<br />
            “È complicato. Vivo qui da sette anni e non ho mai votato. Non posso votare perché sono straniero,  lo sai no?, ma io voglio&#8230; io voglio partecipare. Come Gaber che canta Libertà è partecipazione. Ecco, forse aveva capito. Sì, certo che aveva capito.”<br />
            “Partecipare?”, chiede dubbiosa.<br />
            “Ti sembra poco. È un esercizio che porta alla libertà.”<br />
            “Libertà?”  Non riesce a trattenere un leggero sorriso.<br />
            “Libertà, sì. Ti assicuro che questa parola ha un senso. Così come votare.”<br />
            “Cosa che non faccio. Io non li voto questi.”<br />
            “Non è per gli uomini.” risponde lui. “Non lo faccio per loro, lo faccio per me.”<br />
            “Per te?”<br />
            “È una piccola soddisfazione che voglio togliermi. Possono togliermi, anzi, possono non darmi tante cose, ma… te l’ho detto, lo faccio per Voltaire.  E per me.”<br />
            “Sì… lo capisco.” ci pensa su poi aggiunge, insicura. “Credo di avere capito.”<br />
            “Ti pago. Ti offro un caffè. Decido chi votare e te lo dico. Frego tutto e tutti in un unico colpo.”<br />
            “Dopo di che puoi anche lamentarti come noi. E iniziare le frasi con E pensare che l’ho pure votato…”<br />
            “Dimmi se tutto questo non vale almeno 50 euro?”</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/11/liberta-e/">libertà è</a></p>
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		<title>Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese. I rappresentanti dell’attuale governo insistono nel parlare di strumentalizzazione politica da parte della sinistra dei ragazzi che oggi occupano scuole e università, fanno l’autogestione o manifestano nei cortei. Sono inoltre uscite affermazioni piuttosto imbarazzanti nel loro contenuto riguardo all’anomalia del sodalizio tra docenti del corpo insegnante e studenti. Nello specifico il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni su Il Giornale:</p>
<p>“Che le posizioni di studenti e docenti convergano, è una cosa mai capitata prima. Una contraddizione in termini visto che hanno obbiettivi diversi”.<br />
<span id="more-10345"></span><br />
Viene da chiedersi quali dovrebbero essere questi obiettivi diversi. Un’ipotesi: gli insegnanti mirano alla formazione culturale e scientifica degli studenti, mentre gli studenti a sfangarla facendo il meno possibile, sbeffeggiando il sistema scolastico?</p>
<p>Ma anche viceversa: studenti che hanno sete di sapere e professori insipienti che mirano solo alla busta paga di fine mese?</p>
<p>Se questi due esempi riflettono un modello tutto italiano dove è il furbo e non il meritevole, l’arroganza e non il dialogo ad avere la meglio, resta pur triste che un esponente del governo “difenda” la scuola come organismo che divide invece che lavorare nell’ottica di un bene comune, di un sapere da trasmettere. Perché l’obbiettivo della scuola, ci sembra, dovrebbe essere soltanto uno, condiviso da tutti: formare individui per un futuro migliore, dare loro più strumenti possibili perché siano un giorno le unità fondanti di una società più equa, perché si riapproprino di quella giustizia sociale che oggi sembra minata e che consapevolezza e istruzione possono renderci. Far sentire a professori e studenti il peso e la responsabilità di essere liberi.</p>
<p>Queste considerazioni non vengono da membri di un sindacato o di un partito, ma da noi genitori della provincia di Pistoia, che circa un mese fa ci siamo ritrovati per discutere insieme di ciò che succederà con l’approvazione del decreto 137 e con la messa in atto della legge finanziaria 133.</p>
<p>Tutto questo putiferio scatenato dalla Gelmini alla fine torna utile, almeno per smuovere le coscienze di alcuni italiani, coscienza che in un paese normale sarebbero già state smosse da tempo.<br />
È un’occasione unica di stimolo: noi genitori siamo toccati su una corda sensibile, il futuro dei nostri figli. Questa riforma torreggia sul loro avvenire come l’ombra di una nuvola nera. Vuoi soffocare la vita di una pianta? Mettila in un vaso più piccolo di quello dove è sempre stata, non darle mai sole se non una parvenza luce riflessa, dalle pochissima acqua. Non morirà, ma crescerà stentata.</p>
<p>Da noi genitori è nata la volontà di aggregarsi per dare una risposta positiva ad una situazione intollerabile. A coloro che la vivono accanto agli insegnanti, la scuola appare già allo stremo delle forze. Quante collette abbiamo dovuto fare per le cose più disparate, in una scuola spoglia, abbellita solo dai disegni dei bambini; i servizi di pre-scuola erano già ridotti all’osso, prima della Gelmini, sotto gli occhi di tutti. Già ci aveva insegnato l’esperienza della Moratti , e già eravamo scesi in piazza, anche se non con la stessa determinazione.<br />
Siamo tuttavia stati etichettati subito come “genitori comunisti”, pur non avendo espresso nessuno schieramento ideologico né esserci appoggiati ai sindacati. Al di là del fatto che ci lascia perplessi il modo in cui l’attribuzione di un pensiero di “sinistra” debba coincidere con il riconoscersi comunisti, ci stupisce ancora di più come non sia comprensibile che il singolo, il comune cittadino si indigni per qualcosa che non trova affatto giusto e che cerchi scambio e collaborazione con altri cittadini come lui. I nostri governanti hanno un’opinione così bassa di noi e dei nostri figli da non riconoscerci la capacità di leggere, ascoltare, riflettere senza un mediatore? Credono forse che come nel teatrino di Mangiafuoco abbiamo bisogno di fili e mani altre per muoverci? È piuttosto avvilente se è davvero così. Tanto più che nei momenti delle campagne elettorali siamo invitati a votare proprio secondo coscienza, prendendo atto dei malestri dell’uno o dell’altro (a seconda di chi fa il comizio), a non farci menare per il naso… Allora decidetevi siamo o non siamo capaci di intendere e pensare da soli? Forse la risposta è che l’autonomia del pensiero fa paura. Va soppressa alla radice, negando la sua stessa possibilità (finché non torna comodo il contrario). Forse succede che nel paese del popolo delegatore è inammissibile che i cittadini chiedano alla politica di tornare tale, assumendosene il carico in modo attivo. Si è dimenticato in ultima istanza il senso dell’essere politico, che pure figura chiaramente nel primo articolo della nostra Costituzione:</p>
<p><em>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</em></p>
<p>I partiti ci devono rappresentare. Devono rispondere alle nostre richieste legittime, ai nostri bisogni, perfino al nostro dissenso. Noi, oggi, uniti per i nostri figli, ma anche per i figli altrui, perché non si perda del tutto il senso sociale (non patriottico) di un paese, siamo fortemente politici. E tuttavia apartitici. In attesa che il potere non sia ad uso e consumo dei governanti, che non si confonda lo Stato con un’azienda privata.</p>
<p>I fatti sono accessibili a tutti: chiunque attraverso la Rete può informarsi, può risalire direttamente alla fonte. Ed il quadro è desolante: l’ultima finanziaria di Tremonti risalente approvata significativamente nel mese di agosto quando l’attenzione del popolo italiano, già di per sé dormiente, è minima, sancisce l’inizio della fine dello stato sociale, e lo fa con un colpo tremendo sia alla scuola pubblica che alla sanità. Il nostro blog ha ricevuto critiche stato perché non riportava i riferimenti diretti alle leggi e ai decreti: abbiamo subito corretto l’errore. Ma sorge spontanea una domanda: perché la gente non cerca di informarsi in modo autonomo?</p>
<p>Una prima riflessione la merita il progetto di classi separate per stranieri. Preso in sé, è chiaro che non può funzionare perché va contro al concetto stesso di integrazione: un alunno straniero inserito in una classe di italiani nel giro di pochi mesi impara la lingua e stabilisce relazioni di amicizia con gli altri compagni, e questo aiuta anche l’integrazione della sua famiglia. E’ un fatto provato dalla nostra esperienza. Inoltre se si stabiliscono barriere, si impedisce ai ragazzi italiani di stabilire un contatto con lo straniero e la sua cultura, allora si perde una grande ricchezza, un contributo fondamentale per tutti. Ci sembra una sorta di autogol in un mondo che si definisce villaggio globale. Se invece vogliamo toccare il punto centrale, che è la mentalità che sta dietro al progetto, la domanda è: perché si vogliono seguire modelli razzisti che già si sono dimostrati deleteri nella nostra Storia e recentemente nell’esperienza di altri Paesi europei, come la Francia? Dobbiamo ripetere all’infinito gli stessi errori? Siamo davvero un popolo senza memoria?</p>
<p>Riguardo al tentativo di reintrodurre il maestro unico nella scuola primaria, il concetto stesso di “necessità di una figura unica di riferimento “ per i bimbi nell’età della scuola elementare è se preso in buonafede, piuttosto ridicolo. Pensiamo a come vivono oggi i nostri figli: i genitori lavorano, quasi sempre entrambi altrimenti non c’è modo di mandare avanti la famiglia, ed i ragazzi sono continuamente sballottati tra nonni , zii, genitori, maestri, insegnanti del pre-scuola.<br />
Se invece di due maestri ne avranno uno solo, cambierà qualcosa?<br />
Il maestro unico si dovrebbe sostituire alla figura del genitore? Ma via! No, i nostri ragazzi saranno solo meno seguiti, avranno solo meno istruzione. E poi, dobbiamo pensare che il mondo cambia e la scuola deve adeguarsi. Le esigenze per l’istruzione dei ragazzi oggi non sono le stesse di trent’anni fa, quando eravamo ragazzi noi. La scuola è importante perché si sobbarca l’onere di dare ai ragazzi quello che i modelli culturali e comportamentali della società di oggi non danno loro. Oggi ogni individuo è costantemente investito da un flusso di informazione che è enorme rispetto a trent’anni fa: questa esposizione continua ci leviga, ci rende scivolosi e insensibili, e ci corrode dentro.<br />
Per questo, gli insegnanti oggi si trovano a fare un lavoro immenso, perché la capacità di concentrazione dei ragazzi è tremendamente ridotta, anche se hanno più mezzi e opportunità rispetto al passato. Il bagaglio di nozioni che un ragazzo deve possedere per avere una formazione completa è aumentato rispetto a quando c’era il maestro unico, ed è per venire incontro a queste esigenze che è stato introdotto l’insegnamento differenziato fin dalle scuole elementari.</p>
<p>Poi c’è la questione del tempo pieno. Sebbene il ministro Gelmini provi a rassicurare, dicendo che le ore resteranno le solite ci sembra difficile credere che con il passaggio al maestro unico il tempo pieno sia garantito per tutti. Tanto più che le ultime dichiarazioni del ministro suonano come una contraddizione in termini dato che nel decreto-legge 137 si parla chiaramente di una riduzione dell’orario scolastico settimanale a 24 ore. Il fatto di leggere anche che si lavorerà ad una “più ampia articolazione del tempo-scuola” secondo le esigenze delle famiglie, non ci rassicura. Quanto questa suddetta articolazione inciderà sulle spese familiari? E le famiglie che non potranno permetterselo? E l’alternativa al tempo pieno non rischierà di essere un parcheggio per i nostri ragazzi? Non si rischia di tornare paurosamente indietro ad ogni livello con la ricomparsa dell’angelo del focolare, uno stereotipo da cui si credeva la donna contemporanea occidentale fosse uscita? Non è piuttosto che questo tagliare ore e personale ha come unico fine il risparmio economico?</p>
<p>E allora, se c’è bisogno di risparmiare, perché non iniziare dagli stipendi dei parlamentari, dalla serie di servizi di lusso (cuochi, parrucchieri, segretarie…) di cui usufruiscono mentre compilano decreti alle nostre spalle, in piena estate, approvandoli in meno di dieci minuti?</p>
<p>Sono domande forse semplici le nostre, di persone che si sentono considerate alla stregua di inetti, a cui il governo paternalista mette una mano calda sul capo dicendo: “non vi preoccupate, manifestate, fate i vostri striscioni, litigate guardando la televisione… fate i monelli tranquillamente che alle cose serie ci pensiamo noi”.</p>
<p>Ebbene noi genitori vogliamo che lo Stato ci sia, che esista e che sia forte e sano, che soprattutto sia disposto al dialogo con i cittadini.</p>
<p>Ci siamo riuniti il 29 ottobre scorso alle 21 per una manifestazione di piazza a Pistoia in cui è stata coinvolta buona parte della città, comprese le istituzioni che ci hanno ospitato. Genitori, ricercatori, insegnanti, studenti, anziani affacciati ai balconi ad incoraggiarci. È stato un momento bello e forte di condivisione. Vogliamo che sia il primo di tanti incontri, tesi a sensibilizzare la cittadinanza ed eventualmente ad aprirci ad altri movimenti simili in altre città. Il decreto è passato, ma noi non possiamo arrenderci.<br />
Certo ci rendiamo conto che la nostra è una realtà privilegiata: a Pistoia, come altrove in Toscana, il problema dell’integrazione ad esempio non è così drammatico come nel nord e così le tensioni sociali. Ma forse proprio per questo possiamo diventare un punto di riferimento per altri genitori di altre città, possiamo portare la nostra esperienza come mezzo di confronto.</p>
<p>Non dobbiamo rammaricarci inoltre se i nostri propositi e dubbi per ora non hanno risposte: c’è un tempo in cui è più importante porsi delle domande. E dobbiamo chiederci come mai abbiamo permesso ad un <em>pinche tirano </em>di sostituirsi alle nostre coscienze: non c’è altra possibile spiegazione per giustificare come vengano accettati passivamente certi provvedimenti. Quello che noi genitori di Pistoia dobbiamo fare per il bene di noi stessi e dei nostri figli è far rinascere e mantenere alto il livello di attenzione verso questa società, perché questa società siamo noi che la facciamo: se abbiamo un certo governo, esso è espressione di quello che noi siamo. E allora se il governo non ci piace più, se le misure che esso prende ci sembrano assurde, dobbiamo prima di tutto guardarci dentro. E il primo concetto che dobbiamo riesaminare è quello che ci fa sentire tanto italiani: l’idea di Libertà, ricordandoci che l’unica libertà possibile è quella che viene dall’autodeterminazione e si può raggiungere solo attraverso la consapevolezza.</p>
<p>Dopo tante domande, perlomeno una risposta: se vogliamo che i nostri figli crescano liberi, dobbiamo educarli insieme con la scuola, strumento indispensabile da potenziare e non da soffocare come vuol fare questo governo. L’ignoranza è schiavitù. In Italia l’ignoranza si esprime particolarmente verso tutte le questioni politiche. Pur essendo facilitata e alimentata dall’ignoranza generale, questa sfiducia o voglia di delegare sempre ad altri le fatiche di gestione della cosa pubblica è per noi assai pericolosa, e alla fine rischiamo di diventare come un cane che si morde la coda, perché il potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti ed è sempre più detenuto a sua volta da ignoranti.<br />
Noi genitori attraverso il confronto reciproco vogliamo ravvivare il nostro spirito critico ed estendere la discussione non solo alla scuola, ma anche agli altri problemi: oltre alla sanità, un altro tema da risolvere è quello dell’informazione. Non sarà possibile che questo Paese possa crescere se l’informazione non sarà riportata su toni di civiltà e correttezza. Per questo dobbiamo seguire i modelli anglosassoni: prima si divulgano i fatti, e poi si commentano.<br />
In questo panorama buio, noi abbiamo iniziato la nostra lotta civile.<br />
Non sappiamo quale sarà l’esito, ma la lotta ci fa sentire vivi e ci dà gioia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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