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	<title>Nazione Indiana &#187; liguria</title>
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		<title>Le chiappe molli di Marino Magliani</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 09:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg"></a>Marino Magliani ha colpito ancora. A giudicare dalla collana, “Ciclopolis” (che così si autopresenta nel risvolto: “La collana ospita libri che raccontano le città attraversate a pedali”) e dall’editore (Ediciclo), questo suo <em>Amsterdam è una farfalla</em>, dovrebbe trattarsi di una guida turistica velocentrica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/magliani-colpisce-ancora/">Le chiappe molli di Marino Magliani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40765" title="Magliani_amster_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg" alt="" width="198" height="296" /></a>Marino Magliani ha colpito ancora. A giudicare dalla collana, “Ciclopolis” (che così si autopresenta nel risvolto: “La collana ospita libri che raccontano le città attraversate a pedali”) e dall’editore (Ediciclo), questo suo <em>Amsterdam è una farfalla</em>, dovrebbe trattarsi di una guida turistica velocentrica. Bof, si dice l’appassionato di testi maglianici, dove sono transitati davvero tantissimi muri a secco liguri, ma pochissime o punte biciclette. L’inizio, per molti versi imbarazzante, sembra confermare questa prima impressione. Il personaggio Magliani, perché si chiama appunto Magliani, come il vero Magliani, anche se gli olandesi dicono Makliani, non sembra amare molto queste benedette biciclette delle quali gli olandesi sono cultori (la tassonomia è molto complicata, ci dice, limitandosi a qualche impressionistico saggio) e sulle quali a differenza di quanto riesce a lui saltano agilmente, partendo in quarta (lui le ha temute fin dall’infanzia). E non sembra amare particolarmente nemmeno Amsterdam, e nemmeno l’Olanda, a parte forse la costa del nord dove la vita, come una marea, lo ha portato a vivere. <span id="more-40731"></span>E confessa candidamente fin da subito anche che il testo gli è stato commissionato. E chiaramente non sa come cavolo venircene fuori con questa benedetta commissione. La sua idea di  un libro sulla luce di Amsterdam, scritto da un suo eteronimo vivente nel 2100, tal Gregorio Sanderi (che già conosciamo da un romanzo precedente), per di più facendo come se a quel tempo la metropoli fosse soleggiatissima (a dispetto delle previsioni degli specialisti di cambiamenti climatici, chiarisce lui stesso), al lettore appare davvero pessima. Qui si mette malissimo, pensa l’appassionato maglianico, rimpiangendo un qualsivoglia rudere ligure, una grotta, un campo invaso dai rovi. E invece no: intanto è spuntato un imponente personaggio di nome Roland Fagel, traduttore, arrogante e altero, dispotico e irascibile, con il suo consunto borsone di cuoio a tracolla “da editore” (in precedenza è stato editore), con il suo carsimatico panzone. Questo personaggio, che ricorda da vicino il mitico (ho avuto la fortuna di conoscerlo) vero traduttore in olandese di Magliani, che si chiama per l’appunto anche lui Roland Fagel, ha le idee molto chiare, una enciclopedica cultura, un amore senza riserve per le biciclette e per Amsterdam: proprio tutte le qualità che gli permetterebbero di prendere le redini del libro in mano. E lo fa. Trascinando il personaggio Magliani a vedere le cose che gli sembrano capitali, insegnandoli pedantemente la storia (“sapeva schifosamente tutto”), citando e dandogli da leggere testi, insistendo sulle ferite inflitte dalla modernità alla città (le autostrade, la stazione, la metropolitana), facendogli incontrare gli studiosi che secondo lui potrebbero essergli utili, traducendo il suo olandese non proprio perfetto anche quando non sarebbe affatto necessario. Al suo fianco è comparsa anche una seconda volitiva guida, una muscolosa ragazzona di professione contadina biologica (poi si scopre però che attorno alla sua fattoria non c’è traccia di coltivazioni), che avendo letto l’ultimo romanzo dello scrittore, dove si tratta di donnaioli latini, non smette di palpargli le molli chiappe, e appena riesce gli palpa anche il sesso e cerca di saltargli addosso (lo spaurito Magliani riesce a farla franca per un pelo). Anche lei nonostante il nordico arrapamento si dà da fare per la riuscita del libro. E insomma i due energici anfitrioni lo scorrazzano, beninteso in bicicletta, a destra e a sinistra (compresa una lunga e surreale discesa nella parte infera della città, popolata da una temibilissima fauna), gli dicono esplicitamente cosa deve mettere nel libro e come. E lui lo fa, pedissequamente, pedalando di mala voglia, preoccupato dei dolori che gli procura la bicicletta, telefonando ogni tanto alla moglie per dire che sta bene. Non sembra per niente coinvolto, e anzi pare un po’ annoiato, anche se prende pedissequamente delle note su un quadernino. Si anima solo, questo sì, quando la sua fame imperiosa (certo legata alle origini contadine) fa capolino, e lì nascono sempre dei problemi perché lui sarebbe dispostissimo a sfamarsi nel primo postaccio per turisti, mentre il buongustaio Roland Fagel sa cosa bisogna mangiare a Amsterdam, e come, e per trovare l’aringa giusta non esita a traversare la città (sempre in bicicletta). La sola cosa che lo colpisce davvero e profondamente, è la consuetudine che hanno gli olandesi di radere al suolo ogni qualche decennio gli edifici, rubando agli abitanti la “memoria geografica”, come la chiama lui. Nella Liguria che trasporta dentro di lui, dove ogni pietruzza è un ricettacolo infinito di memoria, non è nemmeno immaginabile una cosa del genere. Ha però qualche personale abitudine genuina e incomprensibilmente iniziatica, e in particolare quella di passare le notti su un tetto, all’aperto, chiuso nel suo giaccone  (i personaggi di Magliani, i suoi cultori lo sanno, dormono spesso all’aperto stretti in un giaccone). E per questo aspetto riesce a piegare anche la volontà titanica di Fagel. E insomma ne viene fuori un potente romanzo, spassoso (c’è sempre una prima volta) e avvincente. Ma anche maglianicamente vero e struggente. E ci piacerebbe tanto capire chi cavolo è questo Magliani così vicino all&#8217;autentico Magliani (anche questa è una novità), che pedala, guarda, pensa (senza troppo dirci cosa), mangia, digerisce, dorme. Non fa grandi teorie, non cambia radicalmente il nostro modo di pensare, è lì (“sbadigliammo entrambi”) e nello stesso tempo non è lì, è nella sua Liguria, o meglio i suoi frammenti di Liguria (“Liguria è un nome che non serve, e da noi si usa solo ciò che serve”), che restano pur sempre una potente chiave di lettura del mondo (“Parlare delle mie terrazze per parlare di Amsterdam, o viceversa”). Vorremmo allora sapere perché cavolo ci intriga così tanto, con quali misteriose reti ci avvince. E non lo sappiamo. E proprio qui, come ci succede per tanti altri grandi autori, sta la grandezza. Provare per credere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/magliani-colpisce-ancora/">Le chiappe molli di Marino Magliani</a></p>
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		<title>Qualche domanda a Marino Magliani: la Liguria, la frontiera, l&#8217;edera</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 08:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>GS Tu sei originario della Val Prino, in provincia di Imperia, una zona aspra ma anche dolce che è presente marginalmente anche nell’ultimo tuo romanzo <em>La spiaggia dei cani romantici </em>(Instar Libri, 14 euro), che pure è ambientato in Argentina e in Spagna, così come in un modo o nell’altro in tutti i tuoi romanzi precedenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/03/qualche-domanda-a-marino-magliani/">Qualche domanda a Marino Magliani: la Liguria, la frontiera, l&#8217;edera</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>GS Tu sei originario della Val Prino, in provincia di Imperia, una zona aspra ma anche dolce che è presente marginalmente anche nell’ultimo tuo romanzo <em>La spiaggia dei cani romantici </em>(Instar Libri, 14 euro), che pure è ambientato in Argentina e in Spagna, così come in un modo o nell’altro in tutti i tuoi romanzi precedenti. I tuoi personaggi vengono però sempre da altrove, o partono per altrove, e anche gli stessi abitanti della tua terra sono in realtà spesso stranieri venuti a stabilirsi lì. Fino a che punto in questa “promiscuità geografica” dei tuoi testi c’è l’esperienza dell’autore, sapendo che tu da bambino il confine lo passavi al seguito di tuo padre, che andava a lavorare in Francia, e sapendo che hai vissuto gran parte della tua vita adulta all’estero, e che ora da molti anni vivi in Olanda?</p>
<p>MM La frontiera la sento più come regione e non come taglio netto, dentro o fuori. In realtà la mia Liguria, la valle che racconto solitamente e ossessionatamente, è ancora assai lontana dalla Francia. E per me la Francia, prima che un posto, come ricordavi tu, era la terra da cui mio padre portava il pane, Francia esisteva solo in dialetto: a Fransa.  Il profumo che avevano i turisti francesi, le magliette pulite col coccodrillo, le vestaglie colorate e le capigliature ricercate delle donne, <span id="more-40561"></span>rendevano quella gente così diversa dai contadini in canottiera e dalle nostre madri con il fazzoletto in testa, che la Francia mi sembrava un posto lontanissimo. Poi d&#8217;estate, a sette otto anni anni, ho cominciato a passare il confine e a trascorrere dei periodi nelle città balneari dove mio padre faticava. Allora si può dire che non ho scoperto la Francia ma la parola Liguria, le cose si prendono un nome quando le pensi. Quello fu anche il tempo in cui ogni anno a ottobre, ma a volte anche addirittura ai primi di agosto, e qui rispondo alla tua domanda, lasciavo la Liguria per un collegio in Piemonte. E dicono che quando vai via di casa da bambino non torni più. Non so perché, ma quando a decidere potevo essere finalmente io, ho iniziato a viaggiare anziché restare.</p>
<p>GS Perchè sei partito tu? Io ricordo benissimo che per l’università ho scelto una città dove di solito gli studenti della mia città non andavano, e una volta laureato volevo solo andare partire, andarmene all’estero: non ne potevo più. Come dire, non è affatto il caso che mi ha portato via.</p>
<p>MM Restare avrebbe significato restituire a una parte di me la Liguria che mi era mancata. Andare via significava non far vedere a quella parte di me stesso cosa s&#8217;era perso. Forse. E non ero mica un emigrante che andava via per questioni economiche, dove andavo mi aspettavano, talvolta, le stesse ristrettezze che in vallata. Andavo via &#8211; che significava metter cose in uno zaino &#8211; per affrontare l&#8217;incerto, e la prospettiva di dover dormire in stazioni, sulle panchine, in scarpate di strade, vigne, sotto palme, giardini pubblici, spiagge, persino sotto le barche capovolte. E quando tornavo &#8211; erano gli anni ottanta &#8211; e vedevo il benessere che c&#8217;era allora in Italia, mi chiedevo ma perché? Ma dove vai. Sai, quando me lo chiedevo? Esattamente quando entravo attraverso quella frontiera, quella ferroviaria di Ventimiglia. E ricordavo “a fransa”. Per me è una sorta di terra estrema, il mio far west, oltre comincia il mare. La Francia della preistoria, la Spagna delle notti brave, persino l&#8217;Olanda dove vivo ora (prendo sempre un aereo a Nizza e al ritorno sbarco ancora a Nizza) sono quel mare. Io non so se a te succede pure col Trentino, ma quando attraverso la mia frontiera, non esco dall&#8217;Italia, ma dalla Liguria e basta.</p>
<p>GS Ma naturalmente quella dei tuoi romanzi è una Liguria tutta tua, una Liguria in cui il passato è onnipresente, ma come rovina, come vestigia abbandonate impregnate di mistero. Non per niente ritornano così spesso i muri che cascano, le frane. Tutto ciò in una cultura, e penso anche alla nostra narrativa, sorda alle urla del paesaggio, cieca nei confronti dei legami ormai rimossi, ma in realtà molto forti, con l’ambiente. Ma secondo me è proprio l’occhio del reduce che tu sei che questi legami li avverte come essenziali e ineludibili. E’ così?</p>
<p>MM In <em>La spiaggia dei cani romantici</em> convivono due Ligurie, quella che conosce il personaggio Almeja, un reduce della guerra delle Malvinas, che è la Liguria della mia valle, e cioè quella che risale il Prino dalla cittadina di Porto Maurizio, e la Liguria della Val Nervia, dove torna ad abitare un vagabondo che da giovane ha fatto della vita mondana il suo credo e ora vive una vita quasi monacale, tagliando e vendendo l&#8217;edera, uno strano rampicante. L&#8217;edera è la pianta che col suo volume nasconde il senso delle cose, e la loro immagine nel tempo: un muro, un angolo di casa, un tronco di ulivo. Nasconde insomma lo stato attuale delle cose e solo dopo il taglio dell&#8217;edera si scopre se il muro regge ancora o era crollato da tempo. Se l&#8217;ulivo era seccato. Togliere l&#8217;edera da una pietra non significa liberarla, le ventose dell&#8217;edera penetrano il minerale per sempre, il segno diventa solco. Restare avrebbe senso solo se si riuscisse a lasciare quel segno. Sennò tanto vale provarci altrove. L&#8217;edera è una pianta della modernità, un tempo i contadini non la lasciavano attecchire, i ceppi degli ulivi e i muri erano scuoiati da ogni immondo rampicante. Ora è diverso, ora a volte è solo ormai l&#8217;edera a tenere intatto il muro. Ma troppo spesso è proprio l&#8217;edera a infilarsi e farsi robusta a tal punto di alzare e smuovere le pietre e anticipare il crollo.</p>
<p>GS In altre parole si potrebbe dire che non c’è posto per te, nella Liguria che descrivi meglio di chiunque altro scrittore attuale, che solo nella tua condizione di esule riesci a imprimere il segno di cui parli.</p>
<p>MM Era esattamente un ragionamento che avevamo fatto con lo scrittore Marco Rovelli un giorno che si passeggiava per queste dune. In altre parole si potrebbe dire che non c&#8217;è posto per me, se non nella mia Liguria inattuale. Lo scrittore o il poeta esule non descrive meglio, però riesce a dire “nunca vi a Granada”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Marino Magliani, narratore e traduttore ligure, ha scritto tra le altre cose i romanzi <em>Quattro giorni per non morire</em> (Sironi), <em>Il collezionista di tempo</em> (Sironi), <em>Quella notte a Dolcedo</em> (Longanesi) e <em>La tana degli alberibelli</em> (Longanesi). Collabora con Nuovi argomenti, e i suoi romanzi e racconti sono tradotti in olandese. E&#8217; in uscita adesso <em>Amsterdam è una farfalla</em> (Ediciclo).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/03/qualche-domanda-a-marino-magliani/">Qualche domanda a Marino Magliani: la Liguria, la frontiera, l&#8217;edera</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Marino Magliani: La spiaggia dei cani romantici</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 09:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>Ho conosciuto tardi la scrittura di Marino Magliani e ho letto solo una piccola parte dei suoi libri. Pure ho la sensazione, che avranno avuto in molti, di essermi imbattuto in uno scrittore, come si dice, di razza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/08/la-spiaggia-dei-cani-romantici-2/">Marino Magliani: La spiaggia dei cani romantici</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>Ho conosciuto tardi la scrittura di Marino Magliani e ho letto solo una piccola parte dei suoi libri. Pure ho la sensazione, che avranno avuto in molti, di essermi imbattuto in uno scrittore, come si dice, di razza. Di solito non uso quest’espressione stereotipata, “scrittore di razza”, ma quando leggo Magliani mi torna in mente spesso, per conto suo. Con ciò intendo forse uno scrittore che asseconda la propria vocazione, o scelta, senza grilli accademici o aspirazioni mondane, inseguendo invece un proprio demone molto terragno, forte, che solo dopo, per virtù riflessa, si specchia con sognante vaghezza nel firmamento dei propri modelli. Probabilmente questa impressione è corroborata anche dal percorso esistenziale di Magliani, che se ho capito bene è quello di un cercatore di felicità passato per terre e calori diversi, un migrante irrequieto stanziatosi infine in un canto defilato d’Olanda, dopo aver lentamente appreso, guidato dagli anni, un altro edonismo, più puro e nascosto. <span id="more-38334"></span>Ma forse dico questo un po’ suggestionato dalla lettura del suo ultimo romanzo, <em>La spiaggia dei cani romantici</em>, uscito da pochi giorni per Instar Libri di Torino, che come i romanzi precedenti è ambientato nei luoghi in cui Magliani ha vissuto, ma dove ciò che vi è di personale è travasato nell’impasto narrativo in cui l’autore affonda mani esperte e appassionate, plasmandone vera e buona letteratura. Di questa attitudine, che è anche dedizione e forse devozione al mestiere, è indizio già il titolo, che riecheggia quello di una raccolta poetica di Roberto Bolaño, autore cult da qualche anno e con la cui opera, in effetti, ogni romanziere vivente dovrebbe avere l’umiltà e la fortuna di fare i conti. Magliani tuttavia dà un taglio basso al proprio omaggio, preferendo appunto il Bolaño poeta e facendolo apparire nel romanzo, un cameo nella seconda parte, in un bar di Blanes. Col Bolaño prosatore sembra invece condividere il piacere ritrovato del racconto, la <em>verve</em> narrativa scaturita dalle spinte più lungimiranti del postmoderno. Poi magari nel firmamento di Magliani ci sono anche Calvino e il conterraneo Biamonti, come qualcuno ha visto, ma la storia, stavolta, è specialmente ispanica.</p>
<p>Chi sono i cani romantici? Sono i <em>chicos piola</em>, ragazzi argentini dei primi anni Ottanta del secolo scorso che alla fine di ogni estate australe emigrano in Spagna per lavorare sulle spiagge di Lloret De Mar. Fanno propaganda ai locali e scopano turiste a frotte, ci dice ammirato il narratore, che è di Lincoln come loro, non lontano da Buenos Aires, e un giorno decide di prendere anche lui la via dell’Europa, accompagnato. La lingua è sapidissima, costellata di espressioni gergali e straniere, a caratterizzare un personaggio popolare, il buon Almeja, che però è un eccentrico, uno spettatore. Non sarà mai come loro, come questi miti di strada latino-americani e il loro compare italiano, il «tano» Gregorio, e lo sa. Del resto Almeja, che di cognome fa Dronero, non è diretto in Costa Brava, ma in Liguria, la terra d’origine del nonno; qui aspira a ottenere il passaporto italiano e far carriera come calciatore. E in campo ha talento, in effetti, ma le cose non andranno come spera. La donna che è con lui passa nel letto di un lontano cugino Dronero, che li ospita in una magione dell’entroterra, e il passaporto tarda ad arrivare. Così il melanconico Almeja, che aveva combattuto alle Malvinas e ha lasciato nella pampa i privilegi da figlio di papà, cede alle sirene di Lloret De Mar. Qui trova ciò che aveva già orecchiato, la movida e il sangue: frequenta i <em>chicos piola</em>, che lo accolgono quasi come una mascotte, e apprende di certi omicidi di soldati inglesi. Finirà per avere un ruolo decisivo nell’individuazione dei responsabili – e questa è la prima metà del romanzo. La seconda, che ha per co-protagonista una presentatrice televisiva olandese, ritorna sulle tracce di quei personaggi a trent’anni di distanza. Il racconto ora è scandito da cambi di ambientazione e un po’ alla volta, con il passo fluente di una lingua più alta, ci mostra i protagonisti di quel secolo inabissato, le loro mutazioni e permanenze. Non svelo altro, se non che emerge infine qualcosa di profondo, eppure impalpabile. C’è un che di virtuoso nel modo che il narratore e i suoi eroi perdenti hanno di dissimulare nostalgie e sogni perduti. Ed è una virtù in egual misura poetica, della composizione, e umana. Questo Magliani ispanico, insomma, è un romantico stoico, e i personaggi che qui fa vivere – o rivivere, alcuni erano già apparsi nel suo mondo romanzesco – hanno l’icasticità dimessa e toccante delle comparse di una storia sociale.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso su "Alias" del 05.03.11]</em></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-38372" title="magliani_cop_Cani Romantici bassa_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid1-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></a><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/08/la-spiaggia-dei-cani-romantici-2/">Marino Magliani: La spiaggia dei cani romantici</a></p>
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		<title>LA SPIAGGIA DEI CANI ROMANTICI</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 09:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid2.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Alla fine di febbraio a Lincoln finiva anche l’estate. Con la negra i posti dove farci a pezzi si riducevano a due o tre. Negra solo perché era ordinaria, a Lincoln se uno è ordinario è negro anche se è biondo, ma scura di pelle la negra lo era davvero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/20/la-spiaggia-dei-cani-romantici/">LA SPIAGGIA DEI CANI ROMANTICI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37861" title="magliani_cop_Cani Romantici bassa_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/magliani_cop_Cani-Romantici-bassa_rid2.jpg" alt="" width="100" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Alla fine di febbraio a Lincoln finiva anche l’estate. Con la negra i posti dove farci a pezzi si riducevano a due o tre. Negra solo perché era ordinaria, a Lincoln se uno è ordinario è negro anche se è biondo, ma scura di pelle la negra lo era davvero. Per me era semplicemente negrita e la cominciai a chiamare così prima ancora di impalmarla. Questa parola che sentirete parecchio da qui in avanti non significa mica sposarla, da noi si impalma quando a una donna le si conosce il cuoio, e si scende al presepe.</p>
<p>Non credo che la negra se la prendesse per come la chiamavano, forse perché a Lincoln, come dappertutto, non c’è niente di peggio che incazzarsi se ti danno un nome. E quando lo capisci è tardi.<span id="more-37830"></span></p>
<p>Quell’anno avevo deciso che sarei andato in Europa. Tolti i dieci mesi trascorsi tra caserma, guerra e ospedale militare, il resto della mia vita era marcato pampa, aveva l’odore delle sgommate e della benzina bruciata sul Falcon del vecchio, per le strade larghe di avenida Rivadavia, a dar di retromarcia contro i pali della luce per vedere se se ne muoveva uno, o quello di borotalco delle carte, le sere passate al club a farmi spellare, e l’odore della negra, quando ho smesso di andare a manuela.</p>
<p>Ventidue anni così, e ogni estate, durante il periodo della raccolta, una settimana di vacanza all’estancia, a centoventi chilometri da casa, tra Lincoln e Chacabuco, dove abbiamo i campi; così il vecchio poteva tenere d’occhio gli asalariados che non ci rubassero il raccolto. Eppure siamo una delle migliori famiglie di Lincoln e la gente come noi d’estate se ne va un mese a Mar del Plata. Ma noi siamo i Dronero, siamo dei pidocchiosi. E lo sanno tutti. Dietro casa il nonno piantava la verdura e papà ha mantenuto l’usanza. A Lincoln non glielo perdonano, per la gente se pianti i pomodori sei un tirchione che non vuol dar vita al verdurero…</p>
<p>E questa è Lincoln.</p>
<p>Dicevo che la negra non si è mai incazzata ma il nome non gliel’hanno tolto lo stesso. Come a me che da bambino mi chiamavano Almeja, ostrica, perché avevo poco collo, poi il collo m’è cresciuto e mi hanno continuato a chiamare Almeja.</p>
<p>In Europa mi chiameranno matado o colgado, che significano entrambi morto di fame, ma ora in Europa devo ancora andarci.</p>
<p>Impalmerò un mucchio di donne in Europa, ucciderò militari inglesi, venderò dragoni ai soldati americani, e molto altro. Così dicono. Sarà vero?</p>
<p>Non ho cominciato dalla soledad di Lincoln per parlarvi di questa storia e della fine dell’estate, ma solo perché quando muore l’estate in Sudamerica ne comincia una in Europa. E poi anche da voi, certamente, i posti più tristi non sono mica quelli turistici, i litorali pieni di gelaterie e spiagge che a un certo punto restano deserti, ma i posti come Lincoln dove tutto finisce, anche l’estate, senza mai iniziare.</p>
<p>Eppure a Lincoln, credete a me che non ci torno da mille anni, e non so neanche più se ci sia ancora qualcosa che si chiama così, avvengono lo stesso delle cose speciali che fanno dire addio all’estate. Non parlo dei bambini che un giorno rivanno a scuola, o del primo vento tra gli alberi del parque o della chiusura della piscina pubblica, ma dei chicos piola, la banda di perdigiorno nata e cresciuta in queste strade che alla fine di febbraio, regolarmente, ogni anno, riattraversa la pozzanghera ed emigra in Europa.</p>
<p>Un giorno questo me l’ha detto anche mio padre, con quel tono severo e misurato che usa quando crede d’inventare qualcosa di importante per l’economia argentina: «L’estate, Almeja» mi chiama così anche lui, «a Lincoln termina quando spariscono dalle strade i chicos piola».</p>
<p>Dovete sapere che questa dei chicos piola (significa «i ragazzi all’occhio» e sono una decina in tutto) è una cosa nata solo qualche anno fa: e da allora, quando i chicos piola tolgono le tende, la gente vive la loro partenza come un cambio climatico.</p>
<p>Rumbo Europa. Fanno Baires-Madrid-Las Palmas. Si fermano marzo e aprile a Playa del Inglés, Gran Canaria, o a Tenerife, o a Lanzarote, e a maggio si trasferiscono a Lloret de Mar, sulla Costa Brava.</p>
<p>Vivono praticamente di notte e d’estate, pare, e si mantengono lavorando nelle discoteche.</p>
<p>Cosa facciano in realtà lo scoprirò fra poco.</p>
<p>Una cosa è certa: ce li ritroviamo ciclicamente a Lincoln a novembre, con il primo caldo australe, e allora siamo tutti lì che ci facciamo dire com’è andata, quante ne hanno impalmate, gli scoli che hanno preso.</p>
<p>E chiediamo loro di farci registrare la musica nuova e mostrarci come si balla quest’anno in Europa.</p>
<p><em>[l'incipit del nuovo romanzo di Marino Magliani, pubblicato da Instar Libri]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/20/la-spiaggia-dei-cani-romantici/">LA SPIAGGIA DEI CANI ROMANTICI</a></p>
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		<title>IL CONTROLLO DELLE PIANTE</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 09:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/soutine_550x401.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Il fuoristrada stava scivolando in una vallata di uliveti abbandonati, inaccessibili, postacci nella penombra che conoscevano solo gli elicotteristi e i piloti dei canadair quando toccava spegnere un incendio, o durante la stagione delle piogge, come ora, che si sbricciolava un costone.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/31881/">IL CONTROLLO DELLE PIANTE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/soutine_550x401.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-32155" title="soutine_550x401" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/soutine_550x401-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a></p>
<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Il fuoristrada stava scivolando in una vallata di uliveti abbandonati, inaccessibili, postacci nella penombra che conoscevano solo gli elicotteristi e i piloti dei canadair quando toccava spegnere un incendio, o durante la stagione delle piogge, come ora, che si sbricciolava un costone.<br />
Il tergicristalli sembrava impazzire e l’acqua piovana s’incanalava a fatica nelle <em>sprèscie.</em><br />
Gregorio sapeva che ogni anno l’acqua si portava via intere terrazze, blocchi di roccia franavano con la facilità con cui si staccano i denti rimasti senza gengive. Era il suo lavoro saperlo.<br />
Era sabato e sarebbe rimasto volentieri a letto a farsi cercare coi piedi da Lory. Ma oggi avevano mandato lui. I soliti controlli alle campagne che svolgeva per conto dell’ufficio della Provincia.<br />
Un paio di cantonieri temporeggiavano piazzando sulla strada i cartelli del pericolo.<br />
Passando davanti al cimitero notò che la popolazione aveva ripreso a gettare calcinacci e rottami ferrosi nella discarica illegale. Ogni tanto le istituzioni davano un giro di corda, qualche multa, poi la gente tornava a gettare ferrame dove poteva.<span id="more-31881"></span><br />
Lasciatasi dietro la riga di case di ogni colore che incassavano la strada, la macchina si fermò davanti all’edificio con la pubblicità del caffè. Non distante dal torrente.<br />
Gregorio spense e guardò l’ora. Era presto. Rimase seduto alla guida.<br />
Aprì la cartella e lesse i dati sulle visure catastali di Robavilla.<br />
Dino Timonti, Foglio 12, numero di mappale 275, comune censuario di Sorba.<br />
Era un ulivicoltore e proprietario di <em>verde</em>, che possedeva terreni nel comune di Sorba e in quello di Luvaira. In settimana si erano sentiti per telefono.<br />
Era stato Gregorio a proporgli un appuntamento al bar del paese. Poi sarebbero andati assieme a fare il sopralluogo, nelle terre di Robavilla.<br />
Rimise i fogli nella cartella e rovesciò la testa indietro, strinse gli occhi.<br />
Il torrente faceva un rumore di crolli, alzava vapori, ma un un corso era ben più tremendo e assassino quando si asciugava. Questa cosa Gregorio l’aveva imparata da bambino, seguendo suo padre.<br />
I giorni in cui i torrenti seccavano erano i giorni buoni per stendere i <em>trappini </em>e catturare gli uccelli. Decine e decine di volatili che sbattevano le ali, spaventati, intrappolati nel vischio. E bisognava ucciderli in fretta schiacciando loro il petto. Un giorno Gregorio, siccome l’uccellino non moriva l’aveva gettato con forza sulla ghiaia, e il padre l’aveva rimproverato. Non era il modo migliore per uccidere, l’uccello moriva senza soffrire ma le ossa si rompevano contro le pietre e poi la carne diventava immangiabile. Ed era per questo che uccidevano le bestie, gli aveva spiegato il padre, per mangiarle. Anni in cui erano terre magre, ricordava.<br />
Il padre era un piccolo proprietario. Durante le vacanze Gregorio lo aiutava e bisognava partire presto, per mulattiere appese, che scavalcavano i costoni scomparendo in boschi di ulivi sempre più lontani.<br />
Gregorio non ricordava l’odore della terra se ripensava a quelle salite pietrose, ma un odore di bestia: era come se l’avesse ancora nel respiro. Era l’odore della pelle di Fernanda.<br />
Il padre glielo proibiva perché una mula può scalciare per un nulla, ma Gregorio si attaccava lo stesso alla coda di Fernanda e si faceva trascinare su, ed era come se una fune aiutasse i suoi passi e l’odore di quella pelle rossa entrasse nella sua di pelle.<br />
Fernanda andava in campagna vuota e tornava coi due sacchi di olive o il fascio di legna.<br />
In campagna il padre le toglieva il basto e la legava a un ulivo, sempre a uno diverso, e le dava dieci metri di corda, così quando tornavano a casa, la <em>fascia </em>era pulita come se ci fosse stato falciato.<br />
Fernanda lavora anche da riposata, diceva ogni volta il padre. Era un uomo buono, uno di quei contadini che ripetono sempre le stesse cose, consolati dal ripetersi delle stagioni, forse. Uomo che non aveva mai alzato una mano sul figlio né sulla moglie, giusto qualche volta il bastone su Fernanda. E uccideva i capineri solo per farne il sugo, e annegava i gattini giusto se la moglie non riusciva a regalarli. Aspettava a lungo, e poi, prima che i gattini aprissero gli occhi, un mattino presto di modo che Gregorio non se ne accorgesse, li andava a cercare dove li teneva la gatta, li infilava in un sacchetto con una pietra e li gettava dal ponte.<br />
La distanza esistente tra la Liguria dell’infanzia di Gregorio e l’attuale la misurava una specie di scavo.<br />
…</p>
<p>[Il racconto <em>Il controllo delle piante</em>, di cui con il consenso dell'autore  e dell'editore ho riportato le prime pagine, fa parte della raccolta "a quattro  mani" di Marino Magliani e Vincenzo Pardini <em>Non rimpiango, non lacrimo, non  chiamo</em> edita da Transeuropa, 2010 (postfazione di Arnaldo Colasanti)]</p>
<pre>[L'immagine: C. Soutine, Vue de Ceret, 1919-1920]</pre>
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		<title>L&#8217;uomo veloce (2a parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 09:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Provai altre volte durante quel mese di agosto a incontrare l&#8217;uomo veloce, altri sabati mattina, altre domeniche, mi piazzavo all&#8217;ingresso del paese, dove soleva passar lui, salutavo le macchine, e speravo: ora spunta, ora arriva. Cosa ci fai che ora passa?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/luomo-veloce-2a-parte/">L&#8217;uomo veloce (2a parte)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26690" title="2008. Bello  impossibile-La sconfitta delle idee, cm 100x100, olio e acr. su tela.rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2008.-Bello-impossibile-La-sconfitta-delle-idee-cm-100x100-olio-e-acr.-su-tela.rid_-150x150.jpg" alt="2008. Bello  impossibile-La sconfitta delle idee, cm 100x100, olio e acr. su tela.rid" width="150" height="150" />Provai altre volte durante quel mese di agosto a incontrare l&#8217;uomo veloce, altri sabati mattina, altre domeniche, mi piazzavo all&#8217;ingresso del paese, dove soleva passar lui, salutavo le macchine, e speravo: ora spunta, ora arriva. Cosa ci fai che ora passa?<br />
Un giorno corsi a casa, nel vicolo, andai al bagno ( è l&#8217;emozione, mi sono detto ) e dopo essermi lavato le mani con un ottimo sapone, perché speravo di stringere la sua di mano, sono uscito di corsa, ho chiesto al vecchio mezzo sordo seduto sul gradino:<br />
&#8221; Dì, è mica passato l&#8217;uomo veloce ? &#8221;<br />
&#8220;Passi veloce? &#8221; gridò.<br />
Gli spiegai chi intendevo, l&#8217;uomo che possedeva non so cosa, come lo chiamava lui, se era passato, e il vecchio disse di sì, non erano più di due minuti che era passato, a quest&#8217;ora era ormai al fondo del paese, disse. Ha la gamba buona. Erano passati anche due Testimoni di Geova, disse.<br />
Non l&#8217;avrei mai più raggiunto&#8230; potevo fare una cosa, non mi restava altro, potevo tagliare giù per una mulattiera dalla chiesetta, attraversare il ponte romanico e risalire il costato di fronte, tra vigne subito e ulivi a mezza costa.<span id="more-26579"></span><br />
Sperando che al fondo del paese l&#8217;uomo veloce imboccasse il sentiero che lo costringeva a venirmi incontro.<br />
Mentre ragionavo, e risalivo di corsa tra odori di verderame, poi all&#8217;ombra degli ulivi e raggiunsi lo sterrato, aspettai, respirando a lungo, sudato, mi sedetti su un ceppo. Avevo fatto anche troppo in fretta.<br />
Venti minuti. Ora deve passare, se ha scelto questo sterrato, ora passa. Ora ti appare dalla curva nel riverbero, ti sembrerà un gioco della luce e aspetterai che non lo sia, che si avvicini, lo riconoscerai, ti farai trovare preparato&#8230; Mi mossi, andai incontro alla curva. Non appariva&#8230; Neanche dietro la curva. Camminai ancora, veloce. Ha preso un altro sterrato, capii. Al fondo del paese poteva prendere questo o tre altri sterrati. E ha preso un altro sterrato&#8230; Ma poi vidi un uomo al fondo, e vidi che era lui, non poteva che esserlo, vestito di pantaloncini chiari e maglietta e cappellino&#8230; Ti viene incontro, mi veniva incontro sì, veloce, come se avesse da dirmi qualcosa. Io rallentai, dissimulando, mi fermai a guardare le piante come faceva mio padre per vedere se avevano olive e mi chiedeva: &lt;&lt; Ne hanno? Io son mezzo orbo&#8230; &gt;&gt; Mi piazzai mezzo de côté come aspetta il torero. Sentivo le sue scarpe da ginnastica mordere la polvere, senza fiatone, mentre io avrei voluto rinfrescarmi, bere dell&#8217;acqua, prepararmi la voce&#8230;<br />
&#8221; Buon giorno! &#8221;<br />
&#8221; Uee, buondì a lei! &#8221; e passò.<br />
&#8221; Senta.&#8221;<br />
Si fermò, si voltò e capì. Forse sapeva da tempo che lo tenevo d&#8217;occhio.<br />
Mi sembrò che avesse sorriso anche.<br />
Buttai giù la saliva e parlai. &#8221; Senta, mi chiamo m. m. e sono uno scrittore.&#8221; Mollai le braccia.<br />
&#8221; Uee &#8221; disse.<br />
&#8221; Ma lei é torinese o milanese? &#8221; Non rispose e allora ripresi: &#8221; Sì, ho pubblicato con piccole case.&#8221;<br />
E gli spiegai tutto, testa inclinata. Anzi non gli spiegai nulla, non so cosa gli dissi, avevo il fiatone.<br />
Mentre parlavo avevo l&#8217;impressione che la sua scarpa da ginnastica neanche troppo cara, all&#8217;apparenza, fosse puntellata alla terra battuta, pronta ad arrancare, appena avessi terminato.<br />
Quando sciaguratamente mollai la presa e ripetei annuendo: &#8221; Sì, scrivo cose del genere, cose liguri&#8230;&#8221; L&#8217;uomo veloce mi scappò come un&#8217;anguilla.<br />
&#8221; Bene, continui e complimenti&#8221;, disse mentre andava.<br />
Lo persi.<br />
Ma ero pronto. &#8221; L&#8217;accompagno un pezzo,&#8221; dissi.<br />
Accorciò il collo.<br />
Salimmo tra le piante, nell&#8217;ombra bionda degli ulivi, attraversando certi terreni che erano miei, glielo dissi, indicandoglieli col mento: &#8221; Son miei.&#8221;<br />
&#8221; Uee!&#8221;<br />
Passata una costiera desolata, gli insegnai una cosa.<br />
&#8221; Vede quelle fosse, una volta là dentro c&#8217;erano gli ulivi col ceppo, tipo dente con la radice&#8230;&#8221; Lo guardai perché apprezzasse le mie metafore. &#8221; Durante la Grande guerra le olivette sono state tagliate per rifornire il fronte di legna.&#8221;<br />
Mi sembrava che avesse fatto un gesto, guardavo altrove, la frana della collina di fronte. Cercavo cose da dirgli, che facessero effetto. &#8221; Qui frana tutto, &#8221; mi inventai.<br />
Nascose il collo come prima.<br />
&#8221; Frana davvero tutto ? &#8221; disse.<br />
&#8221; Non vede là? &#8221; Feci segno col mento la fiancata di fronte, ingabbiata dal ferro, che conteneva le falesie crepate.<br />
&#8221; Si stacca tutto, lastre che seppellirebbero una macchina, d&#8217;inverno l&#8217;acqua scava, una volta era condotta nei beudi, i beudi venivano puliti e arrivava al torrente senza danni. Ora non vede&#8230; rovi, beudi otturati, l&#8217;acqua sfoga tutta in un punto demolendo i muri. Restano le rocce nude, d&#8217;estate il sole le cuoce e le stacca come denti senza gengive&#8230;&#8221; dissi con immenso sforzo.<br />
Mi fermai un istante perché notasse la mia faccia pietosa, la faccia che fa uno scrittore quando parla di frane, ma l&#8217;uomo veloce tirò dritto e dovetti corrergli appresso. A quel punto sì, mi guardò, credo come per chiedermi fin quando l&#8217;avessi seguito.<br />
&#8221; Le mostro un segreto, una cisterna sotterranea, una peschiera medievale, dove gli abitanti raccoglievano l&#8217;acqua. &#8221;<br />
&#8221; C&#8217;era un villaggio qui ? &#8221;<br />
&#8221; Dietro quel pietraio, ci sono ancora degli archi&#8230; lo vuol vedere? &#8221;<br />
&#8221; No, non importa &#8221;<br />
Camminava veloce, due passi davanti a me. Quel non importa avrebbe fatto rassegnare qualsiasi, io invero, un mezzo passo lo persi e l&#8217;uomo veloce se ne accorse distanziandomi.<br />
Gli corsi di nuovo al fianco. &#8221; Le faccio vedere la peschiera.&#8221;<br />
&#8221; E&#8217; lontana ? &#8221;<br />
&#8221; Dietro il costone, è sulla strada che fa lei per tornare alla villa&#8230;&#8221;<br />
Ci arrivammo, lo invitai a passare tra i rovi, in un sentiero di erba pesta, e tra muri che dovevano esser stati muri di case, di castelli, di caserme, di galere, dalle pietre angolari lavorate, arcate di case ancora in piedi che assomigliano anche loro a denti senza più gengive, ripetei ritenendola una metafora incredibile, una delle mie migliori, e nel mentre dovevo cercarne altre, tante cose da dire, la parola che teneva in piedi immagini, come le costruzioni medievali che gli mostravo tenute in piedi solo dall&#8217;edera. Ti stai giocando tutto.<br />
Spostai una lastra di pietra in un angolo, e lo chiamai. Venne a vedere, sporgendosi guardingo, temendo gli facessi qualche brutto scherzo.<br />
&#8221; Ci vorrebbe la pila, ma è una cisterna,&#8221; dissi.<br />
Dal buio usciva un odore di medioevo e muschio e dopo un po&#8217; che gli occhi guardavano il buio si poteva intuire la profondità della cisterna, che era di parecchi metri. Una grande stanza sotterranea. Col piede feci scendere una scaglia e si sentì il tonfo.<br />
Rimisi a posto la lastra.<br />
&#8221; Ma un giorno o l&#8217;altro spariscono anche queste pietre. &#8221; Gli spiegai che ci venivano coi trattori a fregarsi le pietre angolate, quelle picchettate, le rubavano di giorno, alla luce del sole, le usavano per fare i muri dei giardini dei turisti, le Belle Arti non lo sapevano neanche dell&#8217;esistenza di questi villaggi sepolti. Parlavo con quel senso di responsabilità che mi dava il mio status di scrittore, lui se ne accorse, mi vide mezzo smarrito e mi salutò, disse che adesso doveva andare. Lo salutai, porsi la mia mano lavata col sapone, ma la vidi sporca di sangue, graffiata da qualche rovo e la ritirai. Tirò indietro velocemente anche lui.<br />
Ti ha detto di mandare, mi ripetevo tornando a casa veloce. Era stato prima di sporgerci a guardare la cisterna. Gli avevo chiesto come fare per pubblicare con una di quelle incredibili case editrici legate al suo nome.<br />
Ue! mandi pure, mi aveva detto, mandi a me, poi io giro a X.<br />
Non mi disse che avrebbe letto. L&#8217;uomo veloce non leggeva, avrebbe dato a leggere ad altri, a X, ma X, costretto a leggere, non l&#8217;avrebbe fatto come se si trattasse delle solite cose, ma di cose che gli erano giunte per mano dell&#8217;uomo veloce. Questo mi dicevo.<br />
Il paese, il vicolo, le case, le macchine che passavano e mi salutavano, mi sembravano così necessarie quel giorno, tutto mi sembrava giusto, logico, tutto ciò che aveva costituito la mia storia, era stato perché oggi io incontrassi l&#8217;uomo veloce e ricevessi da lui il permesso di mandare.<br />
L&#8217;estate era terminata. Non avevo più visto l&#8217;uomo veloce, non l&#8217;avevo più cercato. Sapevo bene cosa dovevo fare, e quando tornai in Olanda feci le fotocopie del mio ultimo lavoro e lo mandai all&#8217;uomo veloce. Si trattava del racconto lungo che narrava di un cane e del viaggio che faceva attraverso gli ulivi, costeggiando il guardrail, per giungere al mare.<br />
Continuai a scrivere altre storie, ne ripresi altre che avevo abbandonato, recuperai entusiasmo. La sera alle cinque chiamavo l&#8217;ufficio sul porto e se l&#8217;indomani c&#8217;era lavoro andavo a scaricare il pesce dalle barche, altrimenti mi fregavo le mani e mi mettevo a scrivere storie. Ne avevo trovato di buone, piene di parole che assomigliavano davvero al filo spinato del muro di cinta di Villa Scenchi. Storie che gli piaceranno, mi dicevo. Vedrai&#8230;<br />
L&#8217;autunno durò molto poco e l&#8217;inverno portò notti lunghissime. Le storie che scrivevo ora avevano l&#8217;aspetto di certe narrazioni russe, lente, noiose a tratti, e lunghe quanto gli inverni russi.<br />
Dalla ditta ammiraglia a cui avevo mandato, risposte non ne giunsero mai. Andavo al mare, spazzato dal vento nordico, la sabbia finissima volava via sulla lastra di ghiaccio che era la spiaggia, la marea lasciava a riva spazzatura, corde, legname, cadaveri di molluschi. Non rispondono, mi dicevo. Non seppi più nulla.<br />
E un giorno mi decisi a chiamare. Telefonai direttamente alla holding presieduta dall&#8217;uomo veloce.<br />
Il centralino mise una musica, dopo qualche istante mi passarono una segretaria, dissi che volevo parlare con l&#8217;uomo veloce, che chiamavo dall&#8217;Olanda, che avevo pochi soldi, e dissi, poiché mi fu chiesto, che gli volevo parlare perché ero scrittore ed era stato l&#8217;uomo veloce, durante uno dei nostri incontri sotto gli ulivi, a parlare di massimi sistemi, a chiedermi di mandare le mie cose in lettura. La segretaria disse attenda, mise un&#8217;altra musica e dopo un minuto prese la parola un&#8217;altra donna, mi chiese cosa desideravo. Dissi che l&#8217;avevo appena detto alla sua collega, desideravo parlare all&#8217;uomo veloce, spiegargli chi ero, ricordargli che m&#8217;aveva detto di mandare e avevo obbedito, che ero quello che incontrava l&#8217;uomo veloce sotto gli ulivi, lo scrittore.<br />
La donna disse che l&#8217;uomo veloce non c&#8217;era, era in America. Bene, dissi, quando tornava volevo parlargli. Bene, disse. Quando tornava? chiesi. La prossima settimana, disse. Bene.<br />
Telefonai dopo una settimana, ci vollero di nuovo dodici minuti di telefono per parlare alla stessa segretaria. L&#8217;uomo veloce delegava lei, disse la segretaria. Bene, dissi. Allora volevo sapere se le mie cose erano giunte, se le avevano lette. Quali cose, mi disse la signora.<br />
Avevo mandato un racconto cagnesco, dissi. Non era giunto nulla, disse. Nulla di cagnesco, dissero dopo altri dodici minuti passati, immagino, a cercare.<br />
Rimandai il racconto. Ritelefonai. Sì, ora era giunto, disse la segretaria. Lo mandavano a X in lettura.<br />
Ma dopo due mesi, X, col quale non riuscii mai a parlare, mi fece sapere attraverso una sua segretaria, che il mio cane s&#8217;era perso, non gli era mai giunto. Ero sicuro di aver mandato?<br />
Telefonai alla segretaria dell&#8217;uomo veloce e spiegai che il mio cane non era mai giunto a destinazione. Dissi che l&#8217;inverno era passato, ora le giornate in Olanda erano molto belle, ma a me facevano schifo perché io avevo spedito il cane all&#8217;uomo veloce perché giungesse a X. Invece il cane si era perso. Mi passi l&#8217;uomo veloce, dissi. E&#8217; in vacanza in Liguria, a Luvaira, disse.</p>
<p>(Immagine: Gaetano Vari, <em>Bello impossibile &#8211; La sconfitta delle idee</em>, olio e acrilico su tela, 100&#215;100 cm)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/luomo-veloce-2a-parte/">L&#8217;uomo veloce (2a parte)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;uomo veloce (1a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 09:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Era ormai di spalle. Mi era passato davanti e l&#8217;avevo guardato come si guardano i turisti, abbassando il capo in saluto. Era estate, l&#8217;uomo veloce portava pantaloncini corti e maglietta, scarpe da ginnastica, un cappellino chiaro. Un turista qualsiasi, le 11, circa, di un mattino neanche troppo caldo: il sole aveva aggirato il costone e cominciava a esercitarsi sugli asfalti e gli intonaci del vicolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/25/luomo-veloce-1a-parte/">L&#8217;uomo veloce (1a parte)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26687" title="2009, Vite Parallele, cm 100.100, olio e acrilico su tela_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2009-Vite-Parallele-cm-100.100-olio-e-acrilico-su-tela_rid-150x150.jpg" alt="2009, Vite Parallele, cm 100.100, olio e acrilico su tela_rid" width="150" height="150" />Era ormai di spalle. Mi era passato davanti e l&#8217;avevo guardato come si guardano i turisti, abbassando il capo in saluto. Era estate, l&#8217;uomo veloce portava pantaloncini corti e maglietta, scarpe da ginnastica, un cappellino chiaro. Un turista qualsiasi, le 11, circa, di un mattino neanche troppo caldo: il sole aveva aggirato il costone e cominciava a esercitarsi sugli asfalti e gli intonaci del vicolo.<br />
Passò e forse abbassò il capo pure lui. Io non salutavo per vedere se mi restituivano il saluto, ma lo facevo automaticamente. Me l&#8217;aveva insegnato mia madre: si saluta sempre nella vita e non si sbaglia mai.<br />
Passò e si diresse verso Luvaira.<br />
L&#8217;avrei rivisto sempre vestito così. Era la sua divisa delle vacanze. Tranne qualche volta d&#8217;inverno che l&#8217;incontrai col cappotto e un ombrello credo.<span id="more-26576"></span><br />
Io durante l&#8217;inverno al paese venivo di rado. Ritrovavo la Liguria solo in estate, gli sguardi e l&#8217;immenso piacere che sentivo nell&#8217;obbedire a mia madre: salutare la gente; lui invece penso che venisse regolarmente anche durante la brutta stagione. Forse aveva molte case di vacanza. Non glielo chiesi mai.<br />
Per lui venire in vallata significava neanche quattro ore di macchina, credo che avesse l&#8217;autista, un giorno li avrei visti su di una Audi blu, di quelle molto grosse. Per me invece venire d&#8217;inverno era quasi impossibile, vivevo in Olanda, lavoravo saltuariamente sul porto a scaricare o traducevo atti di ufficio per avvocati, dichiarazioni di piccoli spacciatori e trafficanti italiani e spagnoli, ai quali facevo da interprete durante i processi.<br />
Venire in Liguria durante l&#8217;inverno, malgrado al paese possedessi una casa e una legnaia, era un azzardo. Se il tempo era bello trovavo sempre qualche giornata in campagna, bruciare sterpaglia e ramaglia di ulivi potati, alzare le reti, dai contadini, a impastare cemento e passar le pietre per rialzare qualche muro caduto. Ma se pioveva tiravo la cinghia, andavo a fregare un po&#8217; di cachi e aranci negli orti.<br />
Quel giorno d&#8217;estate, verso le 11, ero seduto sul gradino del vicolo, accanto a un vecchio. Il vecchio mi diede di gomito, e fece segno col mento. Siccome era abbastanza sordo, disse forte:<br />
&#8221; Quello che hai salutato è il padrone di non so cosa. &#8221; E mi disse il nome.<br />
L&#8217;uomo sentì sicuramente perché accorciò il collo.<br />
Attesi una manciata di secondi, il tempo di fare allontanare un altro po&#8217; l&#8217;uomo e quando sicuramente non poteva più sentirci, dissi al vecchio:<br />
&#8221; Cosa mi dici ? &#8221;<br />
&#8221; Non lo sapevi? Ha comparato la villa dei Scenchi, a Luvaira, sai quella col parco?&#8221;<br />
&#8220;Come no, ci passavo sempre d&#8217;inverno al ritorno da scuola, il pomeriggio tardi&#8230;&#8221;<br />
&#8221; Sei passato? &#8221;<br />
&#8221; Niente&#8230; E viene in ferie? &#8221; dissi forte.<br />
&#8221; Gli piace camminare, fa avanti indietro la mattina, ogni tanto se la spacca per le terrazze, prende la mulattiera da qui e va a uscire a Carpasio. Ogni tanto si ferma a parlare, dice: allora, stiamo al fresco? E io lo saluto e gli dico che stiamo al fresco.&#8221;<br />
Mi tremavano le gambe. Era il destino che aveva fatto venire in vallata quest&#8217;uomo.<br />
Cominciai a informarmi, a chiedere quando lo vedevano, se era sempre di mattina o anche di sera, quando si passeggia volentieri. Se frequentava i bar della valle, ma era impossibile, quella gente lì non va al bar. I ristoranti. No, neanche, doveva avere un cuoco e camerieri, seppi che a tutte le ore uscivano dei filippini dal cancello di Villa Scenchi&#8230; Quel cancello, d&#8217;inverno, da bambino avevi sempre così tanta paura a passarci davanti.<br />
Da chi conosceva le sue abitudini mi feci spiegare che mulattiere prendeva di solito. In un paio di giorni misi assieme un bel po&#8217; di informazioni. Erano più o meno le cose che m&#8217;aveva detto il vecchio. In agosto l&#8217;uomo scendeva da Torino ogni venerdì sera e il lunedì mattina la Audi usciva dal cancello e prendeva l&#8217;autostrada. Lo svincolo era a qualche chilometro da Luvaira.<br />
La sera me ne stavo nell&#8217;orto fino a tardi, seduto su un ceppo di eucaliptus, a parlare da solo.<br />
L&#8217;uomo è uno dei più grandi editori, mi dicevo, direttore e presidente di diverse case, di cui fanno parte altre quattro o cinque case. L&#8217;uomo è tutto questo e passa le vacanze a Luvaira. I rondoni gridavano in cielo come se il mondo da qualche sera avesse conosciuto un’urgenza. Le rane in fondo, nel torrente, una grande gigantesca rana che pulsava nel fondovalle.<br />
L&#8217;uomo è tutto questo e le mattine di sabato e domenica lo puoi incontrare per le mulattiere.<br />
L&#8217;uomo si ferma a parlare con la gente. È lui che si ferma.<br />
Cominciai a progettare incontri, a segnarmi tempi, appuntarmi possibilità. Un sabato uscii di casa all&#8217;alba e mi sedetti sui gradini all&#8217;ingresso del paese e aspettai.<br />
Arriva esattamente da laggiù, mi dissi. Dalla curva dopo il ponte, sì, l&#8217;uomo sarebbe spuntato velocemente con la sua tenuta da turista camminatore, il fisico molto in forma, malgrado l&#8217;età, e i suoi occhi severi avrebbero guardato velocemente le acque del torrente e il ponte in stile romanico. Avrebbe gettato sguardi qua e là come fanno i turisti colti e importanti, perseguitati dalla fretta anche in vacanza.<br />
Un po&#8217; me lo dicevo come se fosse già apparso dalla curva e stesse salendomi incontro. Ma se non mi ero alzato e non gli andavo incontro era perché l&#8217;uomo non era ancora spuntato. Ci pensai e provai un senso di angoscia, forse oggi non cammina, oggi è l&#8217;unica mattinata di un sabato di agosto, da quando ha comprato villa Scenchi, che ha deciso di non trascorrere camminando veloce&#8230;<br />
Il sole aveva aggirato già la fiancata fasciata dalla gigantesca rete di ferro, inondava la striscia di asfalto e i canneti e le terrazze a ponente. Quando mi alzai e mi spostai di qualche metro fu perché &#8211; se volevo guardare giù dove l&#8217;uomo sarebbe spuntato &#8211; dovevo assottigliare gli occhi e mettere una mano controsole.<br />
Disponevo ancora di mezzo metro di gradino all&#8217;ombra. Poi il sole era dappertutto.<br />
È un dolore, mi dissi, è come lavorare a un romanzo, è un esercizio, come per tutto, o pensavi che la prima volta che tentavi di incontrarlo spuntasse davvero&#8230; Alla fine decisi di andargli incontro, come per cambiare rotta al destino, ecco, come per materializzare l&#8217;uomo, accorciare l&#8217;asfalto tra noi, pensando che se l&#8217;avessi incontrato strada facendo tutto sarebbe sembrato molto più naturale. Ma dovevo essere pronto. Gli avrei detto: comincia presto il caldo. Lui mi avrebbe risposto: già, buondì. Oppure buona passeggiata, e avrebbe proseguito col suo passo da camminatore, rimettendo in fretta tra di noi altro asfalto.<br />
Ecco lo sbaglio, hai fatto bene a pensarci. Tu devi fermarlo, deve capire che lo vuoi fermare, e deve capire che sei deciso, che non riuscirà a fregarti, deve capire che giochi in casa, che conosci ogni sentiero, ogni terrazza, ogni zolla di asfalto, sputo di cemento di questa valle. Ciò che devi fare è farti ascoltare, non devi lasciare che ci risia in fretta  dell&#8217;asfalto tra voi, perché lui è questo che tenterà. L&#8217;hai già notato come saluta la gente, anche quelli che lo fermano con una battuta. Hai visto com&#8217;è veloce a rispondere, un tono gentile ma scappando, risponde senza perdere il ritmo.<br />
Giunsi dunque alla curva e guardai oltre. Non arrivava. Costeggiai il torrente, tratti di muretti, cui seguivano tratti di vuoto, e tratti di guardrail in ferro. Era la strada che facevo percorrere a un cane in un racconto. Poi tratti all&#8217;ombra, il sole di nuovo dietro i costoni. E prima di ogni curva il cuore mi parlava: è lì dietro, ora esci dalla curva e l&#8217;uomo veloce ti appare, vestito di bianco, lo vedi da lontano così hai tutto il tempo per prepararti, ma sei già preparato.<br />
Poi dietro la curva il sole, castigo, il riverbero, l&#8217;asfalto deserto luccicante di incandescenze, ogni tanto le macchine che scendevano e salivano e quelle che salivano mi salutavano, quelle che scendevano rallentavano, si fermavano a chiedere se volevo un passaggio. No, facevo con la mano, o m&#8217;abbassavo a dire nei finestrini che stavo facendo due passi&#8230;<br />
Scendo perché sto tentando di incontrare l&#8217;uomo veloce, avrei confessato loro, e l&#8217;avrei chiesto a quelli che salivano: sentite, voi che salite da Luvaira, per caso l&#8217;avete visto, l&#8217;uomo veloce, in tenuta da camminatore, lui, l&#8217;uomo che controlla quattro o cinque case editrici. Uno spettacolo.<br />
Magari l&#8217;avevano appena sorpassato, sì, un tale, veloce, un buon passo, polpacci potenti e pantaloncini chiari. Non tutti dovevano sapere chi era&#8230;<br />
Oltre il confine politico che separa gli antichi possedimenti Savoia, la mia parte, e quelli Doria, la parte di Luvaira, cominciai a temere di andare incontro a un uomo che non sarebbe mai arrivato. Faceva tutto quel caldo, di colpo, e la campagna era gialla, nei canneti lungo il torrente, e nelle terrazze di là, nei cipressi del cimitero, piena di cicale, e nelle cisterne sui bordi c&#8217;era qualche rana che provava. Camminavo esattamente come faceva il cane del mio miglior racconto, e cioè rasentando il guardrail. Anche i nostri propositi si assomigliavano. Era un cane che dietro ogni curva sognava di trovare il mare, fin quando il salso non l&#8217;avrebbe guidato davanti a un posto che assomigliava a una collina tagliata e allora si sarebbe fermato a guardare.<br />
Avevo sorpassato il cimitero e a un certo punto vidi anch&#8217;io il mio mare, non l&#8217;uomo veloce, ma villa Scenchi, dove l&#8217;uomo veloce viveva.<br />
Le passeggiate dell&#8217;uomo veloce erano sempre e soltanto verso montagna. Era la sua zona franca, la striscia di asfalto e ulivi e orti incolti, attraverso la quale il mondo gli permetteva di passeggiare e di scappare alle domande della gente. Una striscia di mondo fatta di case di pietre, di vicoli dai colori liguri, di posti popolati da tutto fuorché da gente indegna, che mai l&#8217;avrebbe importunato, offeso, umiliato, e che tuttalpiù gli avrebbe chiesto eh, allora? Come parlano lentamente i liguri dandoti tutto il tempo per scappare salutando in fretta, sorridendo e allungando il passo.<br />
Certo, si stupirà quando lo fermerai e gli dirai che sei tu. Mi dissi questo.<br />
&lt;&lt; Tu, uno scrittore, qui? &gt;&gt; ti dirà. O forse no, è svelto, ti vedrà e avrà già capito che sei tu.<br />
Mi fermai. Non l&#8217;avevo incontrato. Era evidente. Non quel giorno. Anche questo era certo. Forse non l&#8217;avrei incontrato mai.<br />
Ora capivo io: ogni volta in cui l&#8217;uomo veloce scappa a un sorriso o alle domande sulla grande casa di cui è presidente, egli si sta preparando per scappare a te.<br />
Dunque, quel giorno, nel vedermi da lontano, prima che me ne accorgessi io, appena fuori di una curva, era molto probabile che l&#8217;uomo veloce avesse intuito dal mio passo che ero io, &lt;&lt; è il passo del grande narratore il tuo, vecchia lenza! &gt;&gt;, ed indietreggiato, è tornato in fretta a villa Scenchi. Si è nascosto.<br />
Ora sa chi sei&#8230; Questo era importante. Mi ero fermato sul ciglio opposto della strada. Davanti a me il muro di cinta di villa Scenchi, lunghissimo e antico, un intonaco che aveva respirato i motori di cent&#8217;anni, grigio, sovrastato da un filo spinato che assomigliava alla mia scrittura. A una doppia interminabile frase scritta senza virgole, e ci dovevano essere telecamere a guardar quel filo spinato, e il cancello di ferro battuto che non mostrava nulla di ciò che c&#8217;era dietro se non cime di cipressi alti e le canne di bambù lasciate crescere in modo da nascondere l&#8217;interno anche agli occhi appostati sul fianco opposto.<br />
Più a mare, un&#8217;altra porta nel muro, più piccola, e una piccola edicola religiosa.<br />
Ecco, mi dissi, lui è lì dentro, tra le due muraglie vegetali, forse sta camminando nel parco, veloce, bordo piscina ( c&#8217;è una piscina nel parco di villa Schenchi? non può essere, questo è un centro storico, le Belle Arti, i vincoli, ma l&#8217;uomo veloce dispone senz&#8217;altro di architetti milanesi, geometri torinesi, chissà quali strategie hanno usato per presentare un progetto in commissione edilizia ) o che cammina nell&#8217;acqua ed emerge perché un filippino gli fa segno che lo chiamano al telefono, e allora esce e risponde camminando, mentre il filippino gli mette addosso un paio di asciugamani.<br />
Oppure va a finire che questo fine settimana non è venuto, senti che silenzio di rane là dentro&#8230; E mentre mi dicevo questo, si fermavano al mio fianco amici con apecar, con macchine, con camion e mi chiedevano se salivo su, se volevo un passaggio fino al paese&#8230; Ebbi anche paura che qualche videocamera segnalasse la strana presenza dello scrittore in attesa e che uscissero dalla villa milizie di filippini. Ma ero sicuro che se m&#8217;avesse visto lui, in uno di quei televisori che in scarface fanno vedere fuori, non avrei corso pericoli, l&#8217;uomo veloce avrebbe chiesto per ora di non liberare filippini, né chiamare la polizia, o fatto uscire il giardiniere a chiedermi se avevo bisogno.<br />
Perché, lui, l&#8217;uomo veloce, se ti vedesse lo capirebbe subito che sei tu, lo scrittore, che sei lì per dirgli: sono io&#8230; E nient&#8217;altro.<br />
E allora non gli avrei detto davvero nient&#8217;altro. Perché non sarei mai riuscito a dirgli altro.<br />
Così tornai sui miei passi e accettai il passaggio dalla prima macchina che si fermò al mio fianco per chiedermi se salivo al paese.<br />
Perché in questa valle mi conoscono tutti? Un giorno lo proverò a chiedere all&#8217;uomo veloce se lo sa.<br />
Non lo sa. Perché le macchine si fermano, perché mi salutano tutti? Perché sono figlio di una storia, figlio di un mondo, perché se voi tracciate un cerchio intorno ai confini della mia valle e ne cercate il centro scoprirete che là, in quel vicolo, davanti a quella chiesetta, là dove sono nato e cresciuto c&#8217;è il centro della valle e del mondo, e io sono figlio di quel vicolo. Ecco perché. Sono la voce pop. Per questo tutti mi salutano quando passano e si fermano a chiedere se voglio uno strappo, dissi all&#8217;ometto che mi rimorchiava. Sorrise, guardando la strada, e annuì.<br />
Eppure mi sembra che ormai non mi saluti nemmeno più il 50% della gente che mi salutava un tempo. C&#8217;erano tempi in cui camminavo per i paesi e la gente, i vecchi, mi chiamavano col nome di mio padre, e quelli di mezza età facevano il mio nome. Ora i vecchi che mi chiamavano col nome di mio padre non c&#8217;erano più, ora erano vecchi altri uomini, erano vecchi gli uomini che allora, quando ero ragazzo io, erano arzilli. E i giovani di adesso, quelli che avevano la metà dei miei anni non mi conoscevano neanche, sapevano che vivevo in Olanda, che ero scrittore, che la gente mi sorrideva, che tornavo perché avevo una casa che volevo vendere.</p>
<p>(continua)</p>
<p>(Immagine: Gaetano Vari, <em>Vite parallele</em>, olio e acrilico su tela, 100&#215;100 cm)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/25/luomo-veloce-1a-parte/">L&#8217;uomo veloce (1a parte)</a></p>
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		<title>(non solo) Genova per noi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/22/non-solo-genova-per-noi/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2008 09:26:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Troisi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Biamonti]]></category>
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		<category><![CDATA[liguria]]></category>
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<p>su &#8220;<strong>La Liguria nero su bianco.</strong>&#8221; ( Il Foglio Letterario )<br />
di<br />
Marino Magliani</p>
<p>Un narratore ligure, progettando di raccontare la sua terra, e provando dunque a distinguerne i multipiani, che sono mille, da quello delle terrazze all&#8217;opaco, terrazze di gola, a quello dei costoni esposti, degli spuntoni sulle mulattiere che servivano da posatoio, dei fondovalle, dei tetti, non dovrebbe utilizzare il termine Liguria verticale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/22/non-solo-genova-per-noi/">(non solo) Genova per noi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="355"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/WubDzON1Vx4&#038;hl=en"></param><param name="wmode" value="transparent"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/WubDzON1Vx4&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" width="425" height="355"></embed></object></p>
<p>su &#8220;<strong>La Liguria nero su bianco.</strong>&#8221; ( Il Foglio Letterario )<br />
di<br />
Marino Magliani</p>
<p>Un narratore ligure, progettando di raccontare la sua terra, e provando dunque a distinguerne i multipiani, che sono mille, da quello delle terrazze all&#8217;opaco, terrazze di gola, a quello dei costoni esposti, degli spuntoni sulle mulattiere che servivano da posatoio, dei fondovalle, dei tetti, non dovrebbe utilizzare il termine Liguria verticale.<br />
Non esiste una Liguria verticale, nel senso che se la si guarda dal basso verso l&#8217;alto, la Liguria si vedrà obliqua, e dall&#8217;alto verso il basso é lo stesso, una Liguria obliqua. Per vederla verticalmente dall&#8217;alto si dovrebbe ripetere il gesto aereo di quel grande narratore, il quale sostiene che per ottenere un punto di vista verticale occorre aprire una botola nel ventre dell&#8217;aereo e guardare giù. Per ultimo non si guardarebbe mai la stessa cosa perché l&#8217;aereo si sposta.<br />
<span id="more-5968"></span><br />
Nel guardarla obliquamente dal basso, si possono cominciare a fare distinzioni, di luce, di colori.<br />
Ad esempio, il fondovalle solitamente é fatto di tre cose, che sono paesi, orti e torrenti. Dunque tetti lungo i corsi, canneti gialli, con intonaci lungo gli asfalti e sopra gli intonaci ardesie grige e tegole rosse.<br />
E orti di una verdura in eterna ombra. Poi vigne e ulivi sbiaditi, ma qui si risale già il costato, e allora si vedono altre cose, si intuisce una luce di mare. Infine sono querce, roverelle, e prati di altura con scogliere affioranti.<br />
Ma sono cose stradette. Cose che non si possono più dire.<br />
L&#8217;unica maniera per provare a raccontare i multipiani liguri, allora é decidere di provarci con un&#8217;antologia. Ecco i multipiani. Ecco le frontiere, quelle legali, create dagli eserciti, quelle liquide create dalla luna, quelle delle memoria create dai nostri padri che ci supplicavano di girar le spalle alla mondanità delle spiagge e ci mostravano la salvezza salvifica della fatica, della ruralità.<br />
Puó anche succedere che tra i racconti dell&#8217;antologia ve ne siano di ambientati su spiagge e piazze slave. L&#8217;operazione resta intatta e molto valida. Raccontare il mondo guardandolo dalla Liguria, ecco, l&#8217;abbiamo spiegato il progetto. E allora si vedono le cose diversamente, si cambia passo. E&#8217; un po&#8217; come quando in Liguria l&#8217;estate, un tempo &#8211; ma forse ancora adesso &#8211; si riconoscevano dal passo le donne che scendevano dalla pianura. Oppure, é un po&#8217; come se vi fermate a parlare in città con qualcuno abituato alla mulattiera. </p>
<p>Ne noterete la posizione incerta, un stare eretti con un non so che di provvisorio, come se ad ogni momento costui stesse per scapparvi e abbrivare la rampa.<br />
E&#8217; inutile, il ligure, o non ligure, che scrive dalla Liguria é condannato alla dolcezza delle frontiere e a non raggiungerla mai.<br />
<em>La Liguria nero su bianco </em>( <strong>Il Foglio Letterario</strong>, 12 euro ) é una raccolta di 8 racconti.<br />
Uno degli scrittori é <strong>Francesco Biamonti</strong>, scomparso nel 2001, la voce più alta che questa terra pietrosa e appesa ci abbia mai dato. Il suo racconto, <em>La fiaba del vino e del cielo,</em> é un&#8217;immersione nel terreno odorante delle cantine liguri, che conservano molto più del vino.<br />
C&#8217;é un&#8217;atmosfera noir invece in <em>Morte al casinó</em>. E naturalmente é un racconto ligure anche <em>La nuova alba di un bancario ligur</em>e, mentre <em>Dunja</em> é ambietato in una cittadina turistica della costa croata.<br />
<em>Anafora</em>, narra un labirinto geniale. Se in <em>Dunja</em> l&#8217;incontro che avviene é dolcissimo, in <em>L&#8217;appuntament</em>o abbiamo la durezza della vita.<br />
Poi abbiamo le belle pagine del <em>Santo e la vittoria,</em> dell&#8217;<em>Inquilina</em> e infine <em>Averti fra le braccia</em> che racconta pezzi di tempo e di strade liguri, degli anni &#8217;80.<br />
Gli autori sono <strong>Alessandro Troisi</strong>i, che vive  a Ventimiglia, saggista e autore , <em>Il serpente,</em> e <em>La lanterna di Diogene</em> ( Il Foglio Letterario ), curatore dell&#8217;antologia.<br />
<strong>Enzo Barnabà</strong>, francesista, ha vissuto parecchio tempo in Africa, autore di <em>Dietro il Sahara </em><br />
( Philobiblon ) e di un romanzo, <em>Le ventre du pythion,</em> per ora uscito solo in Francia, per Editions de L&#8217;aube.<br />
<strong>Andrea B. Nardi</strong>, vive tra Savona e Montecarlo, giornalista, narratore e saggista. E&#8217; autore del romanzo <em>Ecce deus</em> ( Robin ) ed é in uscita un suo saggio, <em>Altri dei,</em> per l&#8217;editore Eumeswil. (<em>E&#8217; un pazzo scatenato e per questo gli voglio bene, nota del postatore</em> effeffe)<br />
<strong>Fabio Beccacini</strong>, regista e narratore, per il Foglio Letterario ha pubblicato il noir <em>Via del campo</em>.<br />
<strong>Andrea Becca</strong>, vive a Bordighera, giornalista, traduttore e romanziere. I suoi lavori ( <em>I segreti dei Giardini Hambury,</em> e <em>L&#8217;ultimo enigma di Aprosio di Ventimiglia </em>) sono usciti per l&#8217;editore Frilli.<br />
<strong>Stefania Ponzone</strong>  e <strong>Marco Timossi</strong>, sono tra l&#8217;altro gli autori del bel saggio <em>Batman la maschera e il volto</em>.<br />
E infine <strong>Marco Vallarino</strong>, giornalista e narratore, che ha scritto racconti per L&#8217;Unità, Alacran, Coniglio, autore del noir <em>Ombre,</em> ( Dominici editore ) e direttore artitistico di Mare Noir.<br />
La prima nazionale dell&#8217;antologia avrà luogo a Imperia, anzi a <strong>Porto Maurizio</strong>, durante la Fiera del libro, il 2 giugno alle ore 15.<br />
ps<br />
<em>Noi ci saremo.</em> (effeffe)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/22/non-solo-genova-per-noi/">(non solo) Genova per noi</a></p>
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		<title>Notti lontane che tornano per sempre</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 11:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/soldaten.bmp" title="soldaten.bmp"></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Marino Magliani torna sulla scena letteraria con un romanzo, <em>Quella notte a Dolcedo</em>, Longanesi, pagg.262 euro 16.00 che, rispetto ai precedenti, soprattutto a <em>Il collezionista di tempo</em> uscito l’anno passato per Sironi, abbandona certe sperimentazioni (nel libro appena citato si registrava il connubio forma e contenuto tra una scrittura di frontiera con risvolti biamontiani e la fantascienza, come se il <em>Fransé</em> si fosse unito in sodalizio artistico con un autore di science-fiction).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/08/notti-lontane-che-tornano-per-sempre/">Notti lontane che tornano per sempre</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Marino Magliani torna sulla scena letteraria con un romanzo, <em>Quella notte a Dolcedo</em>, Longanesi, pagg.262 euro 16.00 che, rispetto ai precedenti, soprattutto a <em>Il collezionista di tempo</em> uscito l’anno passato per Sironi, abbandona certe sperimentazioni (nel libro appena citato si registrava il connubio forma e contenuto tra una scrittura di frontiera con risvolti biamontiani e la fantascienza, come se il <em>Fransé</em> si fosse unito in sodalizio artistico con un autore di science-fiction).<span id="more-5864"></span></p>
<p>Ora il Magliani, ligure cittadino del mondo (vive da anni in Olanda e ha peregrinato per mezzo globo) confeziona un romanzo che non si può dire “lineare” (non sarebbe da lui) ma certamente con uno sviluppo più tradizionale rispetto ai precedenti.</p>
<p>Il romanzo narra la storia di Hans Lotle, uno di quei personaggi tedeschi di una generazione ormai in via di estinzione che ha combattuto la sua guerra, generale e personale, e l’ha perduta.</p>
<p>Lotle nel 44 era in Liguria, precisamente a Dolcedo, paese natale dell’autore: soldato semplice della Wehrmacht, in un plotone di soldati colpevoli di una strage nel paese. Un’intera famiglia, i Droneri, panificatori, venne uccisa. Una bambina era stata testimone, Hans l’aveva vista. Ma era passato oltre. O indietro. La bambina era stata risparmiata.</p>
<p>Questo è il cardine del romanzo. Attorno, sempre Hans: che non dimentica mai, che vive a Berlino Est facendo il cameriere per decenni – siamo alla fine degli 80, poco prima della caduta del muro- che ha rapporti con la Stasi, che da questa è interrogato per varie faccende, che conserva un forte ricordo della madre, con la quale ha vissuto fino alla morte, e sul loro rapporto nasconde un brutto segreto; e il ritorno a Dolcedo dopo tutti quegli anni, per trovare una vera risposta su quella strage, e su altro.</p>
<p>Magliani conserva il suo passo narrativo lento, circospetto, ma allo stesso modo deciso: il passo di un uomo, di uno scrittore, che vuole spingersi a fondo. Racconta per gradi, poi si ferma, poi si sofferma sui radi ma affilati pensieri di questo reduce tedesco di quasi settant’anni, un uomo per certi versi impenetrabile. L’abilità dello scrittore sta anche nel non fare merce di scambio con il lettore del vissuto interiore del suo protagonista: scegliendo la terza persona, l’autore lascia il timone soprattutto alla storia, su e giù per la montagna ligure, insomma alla vita nuova di quest’uomo straniero non più giovane che cerca una verità, mantenendosi per vivere come manovale e giardiniere per i proprietari tedeschi della zona; e si stagliano, ma senza abbagliare, i ricordi di guerra, di quel tempo, di quella terribile notte del titolo.</p>
<p>E’ un giovane monacense, Manfred, incontrato in quella valle, che gli procura il lavoro e lui, Hans, per mesi e mesi fa e briga, lavora, tra rovi e giardini e impalcature, e per dormire si arrangia. E intanto indaga. Questa è la “musica”, l’”aria” del “film”: che non è certo di sottofondo.</p>
<p>Magliani anche questa volta ci consegna un vero romanzo di vera letteratura. Rispetto al libro precedente, e in qualche modo anche a <em>Quattro giorni per non morire</em>, che anticipa di un anno <em>Il collezionista di tempo</em>, qui abbiamo una costruzione compatta, non posso dire serrata – non sarebbe una cosa di Magliani, altrimenti – ma senza dubbio abbiamo un oggetto pensato che può anche contundere. Che può fare male senza ferire. Sembra un paradosso, questo, ma ogni autore vero ha il suo modo di procedere, con tutto. E anche col genere giallo, ovviamente, che qui si può cogliere qua e là nelle trame del tessuto narrativo fissate dallo scrittore, non nella trama vera e propria. Il colore giallo non è mai pervasivo, non potrebbe esserlo.</p>
<p><em>Quella notte a Dolcedo</em> (la notte della strage) è un romanzo che, tra il passato remoto della guerra e il passato prossimo della caduta del muro, in sostanza, andando ancora più a fondo nell’analisi, racconta la storia di un uomo che va e che torna attraverso la sua vita e la Storia; una caratteristica di Magliani è questo migrare dei suoi protagonisti ( che gli assomigliano) per il mondo, ma con la testa attaccata alle proprie radici. Sì, come fossero impiantati a testa in giù, con la testa e la mente nel corpo gravido della terra madre. Ma Hans Lotle? Lui è tedesco, certo, fuori Berlino ha pure un appezzamento di terra, ma il suo contatto con la terra, quello vero, fatto di camminate e poi pause nel silenzio di una natura aspra che è soprattutto rifugio e ricerca e indagine, lo fa nella Liguria dei suoi vent’anni di soldato usurpatore.</p>
<p>A questo proposito, non c’è un discorso strettamente politico, nel libro: nazismo e comunismo della DDR – con i dovuti distinguo- sono state sciagure che Hans Lotle ha vissuto come tanti tedeschi della sua generazione: ma il libro non si accanisce sulla Storia, non cerca di rappresentare altro che la migrazione di un uomo nel suo passato remoto, e in questo le vicende storiche hanno un peso per forza di cose fondamentale. Il ritorno ai vent’anni qui è fatto nel luogo di una strage, non nel come eravamo dei belli e dannati. Tenera, certamente, non era la notte, a Dolcedo.<br />
Un romanzo che ha bisogno di concentrazione e di ascolto, come sempre in questo autore: e il protagonista è un personaggio difficile da dimenticare; come certi ricordi di certi momenti lo sono in modo impossibile. Certe notti lontane tornano per sempre.</p>
<p><em>(Pubblicato su Il domenicale)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/08/notti-lontane-che-tornano-per-sempre/">Notti lontane che tornano per sempre</a></p>
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