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	<title>Nazione Indiana &#187; londra</title>
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		<title>Pop is dead (but London isn&#8217;t)</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 11:27:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/1-17/" rel="attachment wp-att-41233"></a></p>
<p>Il pop è morto e l’ho scoperto a Londra. C’ero stata quando le creste punk svettavano in metropolitana e John Lennon stava bene (benché dall’altra parte dell’oceano), mentre adesso i Beatles si contendono la scena con cloni di Elvis, Michael Jackson, Queen e Abba, nei musical più pubblicizzati lungo le scale mobili.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/">Pop is dead (but London isn&#8217;t)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/1-17/" rel="attachment wp-att-41233"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/1-300x176.jpg" alt="" title="1" width="300" height="176" class="alignnone size-medium wp-image-41233" /></a></p>
<p>Il pop è morto e l’ho scoperto a Londra. C’ero stata quando le creste punk svettavano in metropolitana e John Lennon stava bene (benché dall’altra parte dell’oceano), mentre adesso i Beatles si contendono la scena con cloni di Elvis, Michael Jackson, Queen e Abba, nei musical più pubblicizzati lungo le scale mobili. Nella “Camera degli Orrori” di Madame Tussauds, Charles Manson si era aggiunto a Jack the Ripper e mi aveva spaventata, ma l’allestimento sapeva di tappezzeria gotico-vittoriana e un cordone separava le persone dai simulacri. <span id="more-41232"></span>Oggi mi ritrovo in un flusso di turisti giunti da ogni angolo del globo che si immortalano con star di Bollywood, fotomodelle, campioni sportivi &#8211; a ciascuno quello più in auge dalle sue parti. Nessuno degna di uno scatto la regina Elisabetta o Enrico VIII. La scienza e la cultura sono ridotte a Newton, Einstein, Stephen Hawking, Dickens, Van Gogh e Picasso, altrettanto tristi e solitari. Entrare nei musei statali per vedere I Girasoli, le bellezze cubiste o i fregi del Partenone resta gratis, mentre il tour fra gli idoli di cera comporta code e costi esagerati. Il contrasto con la politica di accesso libero ai luoghi della cultura alta, rivela spietatamente cosa sia diventata quella popolare. Sorridere abbracciati a Kate Winslet o David Beckham, glorie effimere all’altezza di chi si ascrive il potere di incoronarle e detronizzarle. “Effimero” indica appena quanto sia volubile il favore degli dei, là in basso. Ci sono i baronetti di Liverpool, certo, ma in compagnia di Britney Spears e del mezzo moccioso Justin Bieber che, spiega mio figlio, piace alle sue stupide coetanee. Mancano i Rolling Stones: gran delusione e scandalo per il bambino rockettaro. Così si fa ritrarre dimostrativamente con Jimi Hendrix, quasi a impedire che lo caccino dal tempio dove non c’è più religione, tranne quella dei mercanti.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità <em>, 4 gennaio 2012.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/04/pop-is-dead-but-london-isnt/">Pop is dead (but London isn&#8217;t)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>London revisited</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 09:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong><a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/"> Marco Mancassola</a></strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1.jpg"></a></p>
<p>Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora l&#8217;odore di bruciato nell&#8217;aria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/14/london-revisited/">London revisited</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong><a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/"> Marco Mancassola</a></strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1-300x190.jpg" alt="" title="6a0105351f2394970c015390a19e17970b" width="300" height="190" class="alignnone size-medium wp-image-39848" /></a></p>
<p>Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora l&#8217;odore di bruciato nell&#8217;aria. Le macchine incendiate erano state rimosse in fretta, ma avevano lasciato lunghe sagome annerite sull&#8217;asfalto.</p>
<p>“Negli altri paesi le rivolte scoppiano per domandare democrazia o far cadere un governo, qui scoppiano per assaltare i negozi”, afferma un amico anglosassone quando infine lo raggiungo a Brixton. Joe mi accompagna a vedere il negozio di attrezzature elettriche Currys a un centinaio di metri da casa sua. Lo hanno saccheggiato poche ore prima. Non c&#8217;è molto da vedere oltre alle solite vetrine infrante, serrande abbassate ormai inutilmente, un mucchio di merce calpestata sulla soglia.<span id="more-39845"></span></p>
<p>Quella sera le sirene urlanti, elemento già fin troppo tipico nel paesaggio sonoro della capitale, riempiono le strade. Le volpi del boschetto in fondo alla strada, che di solito col buio si avventurano fuori, schizzano via al passaggio di ogni convoglio di polizia. In tivù un notiziario sta facendo il punto sugli avvenimenti globali con un montaggio di immagini in diretta: a un tratto, una piccola epifania. Sullo schermo diviso in due si vede da una parte un edificio in fiamme a Croydon, Londra sud, dall&#8217;altra la campanella di chiusura della borsa di New York alla fine dell&#8217;ennesima giornata nera. Il caos per le strade e il tonfo finanziario. L&#8217;accostamento ha qualcosa di così emblematico da lasciare muta, per qualche secondo, persino la voce del loquace commentatore.</p>
<p>Il rapporto diretto fra speculazioni finanziarie e impoverimento delle fasce deboli, fra politiche economiche e disperazione giovanile, è un argomento lampante e viene usato da più parti, in questi giorni, per abbozzare letture politiche degli avvenimenti inglesi. Mentre i tabloid invocano la tolleranza zero, gridano allo scandalo dei baby-rivoltosi (“Un saccheggiatore di 7 anni!” era il titolo di una recente copertina) e applaudono la polizia quando usa maniere forti, l&#8217;opinione pubblica liberal si interroga sul fallimentare contesto economico-educativo in cui crescono i ragazzi dei quartieri difficili.</p>
<p>Gli amici politicizzati mandano link di analisi rivoluzionarie. In tutta Europa, come in occasione di altre sommosse di strada, varie voci salutano l&#8217;avanguardia della sollevazione prossima ventura. Letture a cui sfugge, forse, il carattere scivoloso dei fatti inglesi. La velocità con cui la protesta per l&#8217;uccisione da parte della polizia del giovane Mark Duggan si è trasformata in una cronaca di saccheggi, incendi e atti vandalici estranei a ogni ordine simbolico – i negozi colpiti erano a volte di grandi catene, molte altre negozietti a conduzione familiare – parla di un tipo di sommossa che si beffa delle analisi, delle letture, delle sovrastrutture politiche e degli stessi ordini simbolici.</p>
<p>Su Youtube, i video di Grime Report celebrano questa obliquità tra politico e non politico, tra ciò che è possibile militanza e ciò che è la semplice appartenenza a una gang. Grime è il nome del genere musicale, una forma di hip-hop, sviluppato da anni nei ghetti londinesi. I video in questione mostrano montaggi di immagini delle rivolte e dei luoghi devastati con il sottofondo di brani incalzanti. Un nuovo genere a metà tra il videogiornalismo e il videoclip. Sempre su Youtube, ha fatto scalpore il video di un ragazzo ferito durante le sommosse. Sputa sangue sull&#8217;asfalto. Alcuni dei saccheggiatori si avvicinano, sembrano volerlo aiutare, mentre altri in realtà si avvicinano da dietro, gli aprono lo zaino e lo derubano con noncuranza. Il video, nella sua banalità, ha qualcosa di disturbante: seppure riferito a un episodio isolato, sembra delineare un orizzonte di singoli all&#8217;attacco, senza molta solidarietà reciproca.</p>
<p>Chi vive a Londra conosce la cronaca quotidiana di omicidi, aggressioni, coltellate che hanno per protagonisti gli adolescenti della città. Gli adolescenti girano per i quartieri, sfaccendanti, con le loro scarpe da ginnastica bianchissime, assorbendo le contraddizioni di un&#8217;intera metropoli, di un&#8217;intera società. Quando l&#8217;inquietudine trova la scintilla per diventare disordine, ecco che l&#8217;evento prende forma quasi di estremo flash-mob, happening del qui e ora, sfogo febbrile a metà tra la disperazione di chi non ha nulla da perdere e il rito anarchico-liberatorio. Spaccare tutto è appagante. Questi ragazzini “senza coscienza” non fanno ciò che il nostro inconscio di adulti occidentali, di fronte agli scricchiolii macabri del sistema, sempre più spesso sogna di fare?</p>
<p>Croydon brucia, le borse crollano. Condannabili o meno, dotate di rivendicazioni ideali oppure occasioni di saccheggio vigliacco, le sommosse urbane – plurali, con pulsioni diverse, intrecciate tra loro e a volte indistinguibili – sembrano avere un&#8217;aria drammaticamente inevitabile. Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, dice in tivù che questi ragazzi “non pensano di fare parte di questa società”. In fondo non siamo a casa di Margaret Thatcher? La profetessa del neoliberismo, colei che affermava: “La società non esiste.”</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi-300x225.jpg" alt="" title="6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-39849" /></a></p>
<p>Molta gente, nelle giornate clou degli scontri e dei saccheggi, è andata a mangiare nei ristorantini di Dalston: sapeva che erano aperti. E il motivo per cui erano aperti era che i ristoratori e i negozianti turchi della zona avevano chiamato amici e parenti, con mazze da baseball, a fare la guardia delle proprie vetrine. Ha funzionato. Le gang dei ragazzini sono passate per la zona ma, tranne l&#8217;assalto a un negozio della catena JD Sports, non hanno osato altro.</p>
<p>Basterebbe questo episodio per suggerire che negli scontri di Londra si sono intrecciati vari fattori, comprese le tensioni tra comunità diverse – comunità razziali, come del resto accade da decenni in questo paese; comunità anagrafiche, con gli adolescenti con felpa e cappuccio a formare una comunità a sé. I tre uomini di origine asiatica morti a Birmingham sono stati uccisi in questo modo, investiti da un&#8217;auto mentre facevano la guardia a una pompa di benzina.</p>
<p>Le autorità, d&#8217;altro canto, incoraggiano l&#8217;autodifesa: secondo il quotidiano Guardian, la polizia avrebbe distribuito istruzioni ai commercianti londinesi sull&#8217;“uso ragionevole della forza” per difendere le proprietà. Le vendite online di strumenti di autodifesa sono lievitate: Amazon.co.uk ha visto crescere a livelli esorbitanti, nelle ultime ore, le vendite di mazze “sportive”. Un clima da far west in cui i poveri, ancora una volta, sembrano pronti a massacrarsi a vicenda.</p>
<p>Un fondo speciale di venti milioni di sterline è stato intanto annunciato dalle autorità londinesi per i danni subiti dalle attività commerciali. Si attendono dettagli su come sarà distribuito. Ne potranno beneficiare solo i negozi indipendenti, magari privi di assicurazione, o anche quelli di grandi catene? Catene di abbigliamento sportivo come Foot Locker o JD Sports, tra le più colpite, dovrebbero forse iniziare a considerare i danni da sommosse urbane come fisiologici: sono i negozi dove gli stessi ragazzi delle periferie lavorano o provano a lavorare, comprano oppure rubano. I negozi che definiscono il loro stile, che loro adorano e che poi, a quanto pare, alla fine incendiano. Il ciclo è completo. Il cortocircuito totale.</p>
<p>A un paio di giorni dalla fine delle violenze, i cappucci delle felpe sono su, come sempre. Gli adolescenti camminano sotto il cielo livido di un&#8217;estate che quest&#8217;anno non è mai arrivata. Il sei per cento dei giovani londinesi sotto i 19 anni, dice una statistica del Centre for Social Justice, appartiene a una gang. Le gang di strada “censite” sono 257. In un altro articolo, assai profetico, comparso sul Guardian a fine luglio, si parlava della chiusura dei youth club nei quartieri del nord di Londra, dovuta ai tagli sociali che hanno ridotto del 75% il budget dei servizi giovanili. In molte aree, i youth club erano l&#8217;unica alternativa alla socialità delle gang. La loro chiusura, combinata con i tagli all&#8217;istruzione, avrebbe portato a grossi problemi nelle strade, annunciava un operatore sociale.</p>
<p>Eppure nelle strade di Londra, si sa, tutto scorre con cinica velocità. La città si scrolla di dosso la cenere dei roghi. I turisti belgi e francesi che vengono in giornata a fare shopping a Oxford Street, approfittando del cambio favorevole, sembrano non aver neppure sentito parlare delle rivolte. Business as usual, come si dice qui. Fino magari alle prossime fiammate. Fino ai prossimi roghi altrettanto veloci. Sotto il cielo livido sembra difficile, al momento, trovare il modo di immaginare qualcos&#8217;altro: roghi estemporanei, atroci e intermittenti.</p>
<p>articoli pubblicati su  Il Manifesto, <em> con i titoli, &#8220;Nelle borse, nelle strade&#8221; e &#8220;Business as usual&#8221;, 11 e 12 agosto 2011. </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/14/london-revisited/">London revisited</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 15:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>a S.</p>
<p><em>Tulse Hill, dicembre 2007</em></p>
<p>I</p>
<p>Ti scrivo da quest’ultimo mese, in cui ci si raccoglie. Si richiama il freddo dall&#8217;esterno, a palme schiuse, si strizzano gli occhi nel sole di ghiaccio: il vento taglia le bocche, indurito contro il pensiero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/15/la-volpe-15-luglio-1997-15-luglio-2009/">La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.yoganga.com/paul/wp-content/images/Kusma-Fireflies-sm-1.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>a S.</p>
<p><em>Tulse Hill, dicembre 2007</em></p>
<p>I</p>
<p>Ti scrivo da quest’ultimo mese, in cui ci si raccoglie. Si richiama il freddo dall&#8217;esterno, a palme schiuse, si strizzano gli occhi nel sole di ghiaccio: il vento taglia le bocche, indurito contro il pensiero. Ormai vivo di partenza, tra l&#8217;Italia e Londra. Abbandono le montagne tutte attorno alla provincia toscana, il senso di un mondo protetto, per la metropoli di tempi fagocitanti, vertiginosi, che scendono dalla City ai villaggi delle periferie. Nel suo cuore è un raccordo di antico e moderno &#8211; s’infuocano i palazzi di specchi, l’acciaio architettonico proprio accanto alla cattedrale di St. Paul, all’Old Bailey dalla giustizia bendata, dove le folle si accalcavano per vedere gli assassini, i ladri, la miseria ignorante delle streghe tutti esposti nei ceppi tre secoli fa. La domenica gli uffici sono chiusi: mi piace camminare in questo deserto gigante di pietre, colonne, vicoli tra le banche serrate. Non come a Leicester Square con l&#8217;irritazione crescente per i turisti che non sanno mai dove attraversare; sulle scale mobili non stanno sulla destra, discutono allegramente tra di loro, collezionando sfilze di accidenti mentali da chi si affretta nel sottosuolo, per i treni. Poi a volte mi lascio trasportare negli snodi riprodotti, moltiplicati delle strade e della metropolitana – non c’è un altro mondo di paesi e natura, Londra lo divora, ci si inventa sopra. Un treno si blocca per l’uragano, i cavi elettrici sbattuti sui binari, e devo camminare fino alla stazione di Totteridge, all&#8217;estremo nord. Ci sono colline brune e foreste, che svettano sulle case a schiera. Mi fermo in un bar minuscolo, ad ordinare una delle terribili cioccolate inglesi, con troppo poco cacao in una tazza enorme. Penso che comunque la solitudine è anche bella, non devo rendere conto a qualcuno, posso restare lì, semplicemente a osservare le cose, lasciare che la loro storia ignota sia la mia. Le mie giornate sono questo scoprire e chiedere del passato. Uno strascico vago, persistente di informazioni, di fili che si raggiungono nella rete del paesaggio, quasi che niente avesse mai significato di per sé, isolato nell’attimo in cui accade. Incontro di nuovo gli eventi trascorsi, brillano in frammenti estranei, come la neve di Joyce <em>sui vivi e sui morti</em>, smantellano l&#8217;inganno degli anni, del loro spostamento.<br />
<span id="more-19248"></span><br />
Per tutti questi anni ho derubato la vita. Ho incanalato ogni immagine in me stessa con punti di sutura, frasi mandate a memoria, spillate sui buchi di futuro. Mi sono contaminata &#8211; una rocambolesca imitazione di tutto, un assemblaggio che cigola e inciampa per tenersi insieme. Il mio sangue è una colla spalmata, penetrata su tutto ciò a cui mi accorgo di assomigliare. E poi non assomiglio a niente, mi stanco perfino di ciò che difendo come necessario – mi stancano lo stesso lavoro e le stesse facce: posso resistere mesi finché non ho voglia soltanto di starmene senza far nulla, con l’erba nella bocca a guardarmi gli alberi o sulla sabbia in un paese qualsiasi dove finisce l’occidente, non c’è più nessuno. Per alcuni, come scriveva Chatwin, l’irrequietezza è un destino.<br />
Non la si vive la vita, la si sottrae e a nostra volta si è sottratti &#8211; siamo un fuoco dentro un vaso d’argilla: ogni volta che un pezzo si crepa esplodiamo più violenti, più esposti alle intemperie, al soffio bagnato che c’inghiotte.<br />
Lo sai che mi rinfacciano la spontaneità come un vizio sbagliato; mi chiedono la compostezza, di non lasciarmi aperta agli altri, cosicché si mangino il pane su di me, fatta sostegno disadorno. Io non capisco cosa significa questo darsi ridotti, parcellizzati, imbastire la gravità dei tempi, della delusione sui gesti, quest’arroccarsi nei ruoli, non saper più stare seduti sul suolo, sulla poca stabilità certa. Si è comunque una polvere condensata nel desiderio e poi restituita, mischiata ad altra polvere battuta e ruotata più veloce nelle suole. Mi si rimprovera di non soffrire abbastanza, di non serbare troppo a lungo un rancore, nonostante la rabbia, ma la rabbia vera non si esibisce, nella rabbia vera si sta dentro, con l’infinita tenerezza della sconfitta, dell’amore che arriva sempre tardi, che tardi quando è concluso, una foglia secca, smangiata al centro, si fa conoscere, comprendere.<br />
Sono nata nel giorno della conversione di San Paolo e questo vorrà dire qualcosa. La stampa su carta del quadro di Caravaggio la tengo sul muro, accanto al letto. Nella prima versione, invisibile allo spettatore, Paolo reclina il capo all’esterno, fuori dalla tela mostrando tutto il suo terrore. Caravaggio dovette coprire lo scandalo della rivelazione, della luce – addolcire il viso, dipingerlo quasi dentro un sogno. Ma è vero – la luce è terribile. È terribile avvertire con ogni fibra e centimetro di pelle tutto lo stordimento del dolore e della resa, come una mano enorme che ti scaglia sul suolo, ti tiene, così solamente ti sostiene. È terribile allargare le braccia, dire sì, riuscire a vedere, quando l’oggetto è ormai distante, sfolgora nella sua perdita. La mancanza diventa interezza – ci schianta e ci entra nelle ossa, col vigore di un corpo mai avvertito così tenace e forte. Ciò che è morto soltanto sa vivere nelle parole. Paolo accetta e crede e inizia a ripetere la voce del suo dio, dell’amico magnifico sulla via di Damasco: lo riconosce, lo diffonde come i pezzi più concreti di se stesso, ma gli è negato toccarlo, mettere, come Tommaso, le dita nelle piaghe e nel sangue &#8211; gli è negato l’abbraccio. Deve costringere tutta la luce in se stesso. Nella sua gioia è disarcionato, solo.</p>
<p>II</p>
<p>E’ mattina. Fuori dal grande magazzino hanno lasciato il corpo di una volpe investita da un auto nella notte. E&#8217; intatta: gli occhi sono chiusi. Il pelo rossiccio trattiene l’umidità dell’alba, come un cucciolo lavato lungamente dalla madre. La volpe è l’animale timido e saggio del Piccolo Principe che chiede di essere addomesticata per poter conoscere poi la perfetta nostalgia, guardando il colore del grano maturo, che è lo stesso dei capelli del bambino. La volpe è disposta ad aspettare ogni giorno, un passo dopo l’altro vincere la sua paura, e tutto questo per il colore di un’assenza. Mi rivedo a sei anni, con la mia ostinazione per l’uccellino morto, trovato tra le zampe del gatto. La gola minuscola recisa dall’artiglio, incrostata di sangue, moscerini, umori. L’occhio assurdamente aperto davanti a me. “Se l’occhio è aperto, forse è ancora vivo”, mi ripetevo e stavo lì, a smorire nelle voci sbiadite, mentre i bambini tornavano a casa per la cena, correvano sulle biciclette &#8211; il corpo infantile atrofizzato, irrespirabile, aguzzo sul cemento del marciapiede, io stavo lì, conficcata, con gli occhi ipnotizzati nella pupilla vitrea, nera. L’esistenza continua senza pudore, ci marcia addosso, marcia addosso ai nostri morti chiunque essi siano &#8211; sono morti dovuti, se ne nutre. Vorrei toccare la volpe. Vorrei prenderla, se non fosse che è così perfetta, che non la voglio spezzare. Poi verrà la pioggia a scomporla, renderla fluida, come una tela che scolora, una cattedrale di Monet. Perderà odore e consistenza lentamente nella terra. Se questa è una forma del dolore è anche la sua gratuita, totale inappartenenza, l’oblio.</p>
<p>III</p>
<p>Ogni tanto ritorna il settembre dei miei diciotto anni. Presi tutte le pillole. Era stata una giornata normale, quasi felice. A casa la sera, tra le mattonelle rosa del bagno, avevo semplicemente aperto l’armadietto delle medicine, preso una manciata di scatole, di quelle che usavo da bambina per fare i mobili ai pupazzi, e svuotatone il contenuto in gola, con calma, con diversi bicchieri d’acqua. Davanti a me nello specchio non c’era nessuna smorfia di pena o di soddisfazione. Volevo solo che dentro qualcosa smettesse di crescermi come una melma straripante e densa. Volevo solo non sentire più quel male sordo, senza lacrime: dormire, sognare un’altra vita, raggiungerla. Non ha importanza che fosse la fine di una storia, di quelle che si costruiscono più nelle fiabe che nella realtà, dove l’altro è solo lo strumento della propria idea romantica covata per tutta l’infanzia nei libri, nelle pagine dei diari. Qualcuno diverso che finalmente comprenda la nostra diversità. Un volto, un nome, la stretta dei baci, la pelle cavata via nel sesso &#8211; erano solo i residui solidi con cui stipare le tasche e affondare. Il mondo mi commuoveva troppo, era insopportabile come l’invisibilità del mio camminarci dentro, l’incanto spezzato degli anni in cui bastava rifugiarmi sotto il letto e pensare, pregare Dio, essere buona, perché mi tornasse un senso pieno delle cose, perché agli altri io fossi magicamente un senso.<br />
Più tardi la sera, crollai nel prato, in una valle d’eco, senza controllo sulle mie ginocchia e incapace di chiamare mia madre. Non sapevo più la forma delle parole, i suoni come cigni dai colli piegati bizzarramente, sventrati. Una marmellata insipida di consonanti e sputo. Quando arrivai al pronto soccorso ero una corrente prosciugata, mi sentivo sempre meno solida fino ad un <em>no, non ora</em> ripetuto con la forza incrollabile di una voce interna, mia, che mi reclamava. Onde convulse, timide di respiro mi tornavano nel petto. La mattina sveglia nel letto d’ospedale ero dentro questa cappa grigia, una sorta di alba prolungata che non sfociava nel giorno. Non sapevo più cosa dovevo pretendere – se la sera prima tutto ciò che riuscivo a riassumere erano le parole “andare via”, ora mi trovavo in una penombra asettica, infinita, una monotonia senza oggetti né possibilità di desiderio e neppure la consolatoria capacità di arrendermi. Pensavo a restare distesa con le palpebre serrate, perché il bianco degli occhi si vaporizzasse e non vedessi più. Ero tutte le cose che stanno dentro il corpo, d’improvviso piene di rumore, pesantissime. Avevo le braccia indolenzite, le narici scorticate dal tubicino della lavanda gastrica, inserito in malo modo, di fretta nella notte &#8211; l’ago della flebo conficcato nel dorso della mano a ricordarmi il passaggio di un tempo attraverso di me. La pelle gialla come una busta vecchia di camomilla, un involucro inumano, aderente alla mia assenza. Ero schiacciata nel letto con un certo isterico orgoglio per la crosta di sangue sotto il naso a rivendicare un gesto nel vuoto. Mi crescevano sopra le lenzuola e l’aria dalle finestre, come in una poesia di Sylvia Plath, <em>Tulips</em>, ma non c’erano fiori, né fotografie, né il rosso accecante dell’ebbrezza e della salute – solo l’odore di varechina, il verde slavato dei muri, il pavimento acquatico di straccio e catino, un bisogno incomprensibile di pulizia. Mi giudicavano? Le infermiere, i dottori, gli altri pazienti. Non riesco a ricordare un volto. Mi mandarono a colloquio con uno psicologo pieno di riccioli grigi, una formalità dell’ospedale &#8211; ci andai annoiata, rispondendo vaga e strafottente. Neppure lo psicologo aveva questa gran voglia di dialogare. È successo anche a te? So già la risposta. Due anni dopo ti legarono nel letto. I polsi tagliati chiuso nel bagno. Come nell’illustrazione, l’ultima, de <em>Il Corvo</em> di O’Barr, gli avambracci esposti nudi, il sangue a grumi che cola dagli squarci. Le ferite stanno dentro, cucite e appuntite l’una sull’altra, e la gente non aguzza gli occhi per vederle – avresti detto. Poi qualcuno tira via il filo spenzolante e si lascia fuoriuscire.</p>
<p>Avevi questa predilezione per le armi bianche, la purezza dell’acciaio. Collezionavi spade: alcune te le riportava tuo padre dalla Spagna – una, dicevi, era una riproduzione di Excalibur o almeno Excalibur era il suo nome. La prima volta che venisti a casa mia eri un quindicenne strampalato, i capelli neri fin quasi sugli occhi, ti andavi a scovare le persone in cui vedevi qualcosa, un tormento, una singolarità, una disposizione all’ascolto o una qualche tua idea di bellezza. Ti presentavi alla loro porta senza invito, inchiodandole per ore con le tue domande e le tue confessioni. “Questo è un pazzo”, pensai. Mi spiegavi la tua teoria della vita come continua ricerca di una strada, d’invisibili maestri di discipline interiori, che permettessero di agire e difendere come un cavaliere con la spada in un libro fantastico. Per te non erano fantasie: cercavi l’assolutezza, quasi che ai sentimenti dovessero corrispondere corpi ed esistenze piene. Ti appassionavi e ti plasmavi nel fuoco di ogni persona scelta, gettando via tutto quello che ti appariva superfluo, per un frammento di verità e coesione: il mondo avrebbe dovuto risponderti a causa della forza che mettevi nel tuo credere. Forse questo pensavi. Non ti importava della derisione e del fascino che suscitavi a fasi alterne nei tuoi coetanei, restavi sul piano della caparbia idealizzazione, ti ricreavi nel protagonista di una storia colma di colpi di scena. Cos’era per te l’amore? Essere dentro le cose, totale, restare integro. Restare integri e all’unisono: uno scavare a fondo della sete, per riportare il grezzo del cuore in superficie, trovare risarcimento e casa nell’altro.<br />
Spesso condividevamo una stralunata alienazione, uno spaccatura di intolleranza così tipica dell’essere giovani, ma più profonda in noi – tu dicevi che io ero di vetro, io mancavo di cogliere quanto tu fossi andato ben più lontano. Una sera del tardo autunno nel negozio di giocattoli di legno trovai una casetta che stava in una palmo, con le finestre e la porta disegnate in bianco: al suo interno c’erano i tre personaggi di una famiglia ed un abete in miniatura. Ti dissi che era tutto ciò che serviva: una casa molto piccola dove potersi nascondere, con il tetto pieno di neve, la luce bassa dell’inverno, circondati da quello che si ama. Fu il tuo regalo di Natale per me, il più importante nella serie dei miei oggetti infantili, scrigni di significati e segreti. Fuori pioveva. Ti piaceva la pioggia. Ti piaceva camminarci dentro, finché il battito dell’acqua (le nuvole sfatte sull’impermeabile e tra le dita), diventava l’unico suono, una distanza tra te ed il mondo. E ancora succede anche a me, di guardare le gocce sui vetri quando mi sembra insostenibile l’esistere, e sospettare che qualcosa altrove mi vuole bene, se lascia che l’acqua sia un silenzio, un riparo dallo sbaglio in cui cado, quando devo rimmergermi negli altri.</p>
<p>Ti ricordi la gatta, Milù? Era luglio, quando la portasti a casa mia, aveva appena un mese, nera, come l’altra gatta, Amy, che avevamo trovato morta nel prato il giorno prima. Tu non ti eri fermato a riflettere, avevi passato la mattina a cercare figliate di gatti, dove possibilmente ce ne fosse una femmina e nera, abbastanza buffa, le orecchie sproporzionate, grandi da cucciolo, per intenerirmi. Mia madre non ne voleva sapere. In questa casa ci sono sempre stati gatti, padroni assoluti delle scale, delle stanze e del giardino, ma il vedersene una così uguale a quella appena perduta e all’improvviso, faceva tanto male quanto bene. Non so nemmeno perché non ti dissi di no, di riportarla dalla vecchia signora dove l’avevi presa, che qualcuno ne avrebbe senz’altro avuto cura meglio di noi. Era una vita così piccola – ed io mi chiedevo come può un corpo raggelarsi tanto in fretta e duro come una scorza ferrata sotto il pelo, anche nella solarità ad onde regolari, i polmoni gonfi dell’umido e dell’afa, nell’estate. Ma poi c’era questa certezza atroce della gioia, che lei ferisce esattamente dove s’impianta e arrampica, perché ha la stessa impronta della sofferenza ed è più cruda e ostinata della rabbia. Esattamente come in quella poesia di Vittorio Sereni, <em>Appuntamento ad ora insolita</em>, dove il poeta dice che non è affatto rara la gioia, “la si porta come una ferita” o come un coraggio, una tregua esposta su tutto ciò che ha fine. L’amore fa male aprendoci: dove siamo oltraggiati dalla perdita si allarga il posto per una creatura nuova. La gattina nera era il tuo regalo, la mia creatura da accudire. E cosa sappiamo poi dell’amore delle bestie? Quando tornai dall’ospedale, era la gatta a vegliare su di me. A seguirmi, a tenermi d’occhio. Non rientrava in casa se io mancavo. Non mangiava se non ero io a riempire la vaschetta del cibo. Senza il fardello delle parole, la gatta sedeva sul pavimento, fissandomi: era una dignità, il piccolo del mondo fuori da me stessa, riconquistato un pezzetto alla volta.<br />
La gatta Milù se ne è andata, anni fa, per una malattia ai reni, strascicava le anche per le stanze, non riusciva più a nutrirsi, finché non c’era che un atto di pietà per chi non chiede, l’iniezione del veterinario in un pomeriggio di gennaio. È strano decidere la morte, anche se lei è così netta allo sguardo, vicina. Dall’auto, riportando il corpicino a casa, le insegne dei negozi, i lampioncini del ristorante cinese, i fari, sfocavano gli edifici, ricreavano una città liquida, che cola asfissiante nei pori, e tutt’attorno solo cerchi luminescenti e muti restano reali.</p>
<p>La gatta è sepolta nel prato, sotto il vaso della pianta di limone, nel cimitero degli animali.<br />
Era caduta nella buca come un sacco, svuotato dell’umore e dell’aria.<br />
Tu, sono dieci anni che sei morto.</p>
<p>IV</p>
<p>Il giorno in cui sei morto non ho sentito niente, mi sono accorta di quanto sia vuota l’idea di ciò che chiamiamo anima, come si è soprattutto pelle e pesantezza sorda sulle ossa. Il giorno in cui sei morto io sapevo che non era successo nulla di straordinario, non avevi sconvolto nessun copione, lo avevi piuttosto seguito alla lettera, era tutto perfettamente normale. Il giorno in cui sei morto io ero viva e fredda con un viso inutile su cui imprimere la costernazione allo specchio. Il giorno in cui sei morto, avvertivo soprattutto fastidio per questa tua morte avvenuta nell’eccitamento, nello scoperchiamento dell’estate. Il giorno in cui sei morto non ti sopportavo e la cosa più terribile era proprio questa: non poterti dire quanto eri irrimediabilmente insopportabile.<br />
Ero come i manichini nei dipinti di De Chirico circondati da una luminosità impossibile, priva di sorgente; sospesi in piazze deserte d’angoscia per una folla che dovrebbe arrivare come un maremoto; costretti ad impersonare sulle facce di lampadina guasta, di palloncino saturo, le cose che nemmeno riescono a vedere.</p>
<p>Alle sei di mattina del quindici luglio, squillò il telefono: io avevo dormito male, passando rapidamente da un sogno confuso all’altro &#8211; mi alzai per rispondere senza la capacità di riflettere sulla stranezza dell’ora o sul mio poco sonno. All’altro capo c’era tuo padre, con la voce vaga, spezzata, chiese di parlare con mia madre. Non capii subito. Chiamai mia madre e mi misi a sedere sulla poltrona, le gambe ciondolanti dal bracciolo, come facevo da bambina. Se penso a quel momento esatto so che non sono stati più di pochi attimi prima di comprendere che non era di ospedale che mi avrebbe parlato mia madre, riagganciata la cornetta, eppure un flusso di immagini e memoria si espande da tuo padre a te, alla notte trascorsa, al salotto con le persiane chiuse contro il caldo, al nulla completo da dire. Rividi in successione il viaggio a Madrid l’autunno del 1996, io con i capelli molto corti, una giacca verde di pelle acquistata in un negozio dell’usato, ospite nella casa di tuo padre ad Aranguez, stordita per un indefinibile malessere d’amore che tu credevi di curare spedendomi in Spagna, la visita al Prado la testa che mi scoppiava, le lacrime davanti ai quadri di Goya, e poi il lungo ritorno in auto, fermandoci in Catalogna per la notte. Tuo padre che parlava costantemente di te, di quanto tu fossi fuori da ogni schema, di quanto io mi vestissi in modo buffo, di un suo viaggio in Ungheria in case di contadini senza elettricità, dei luoghi della guerra civile, gli anarchici, l’orgoglio di poter credere in un ideale oltre se stessi, il cielo pieno di piombo sull’azzurro, fuori dalla capitale. Rividi te l’anno precedente, steso nel letto, al buio, che non parlavi e guardavi ripetutamente la videocassetta de <em>Il Corvo</em> &#8211; lo avevamo visto al cinema assieme quando uscì, ricordi? Puoi ricordare da ovunque ora tu sia? E avevi lasciato la moto allucchettata da qualche parte su per la collina e non avevi nessuna intenzione di salire con me sul mio motorino per andarla a riprendere. Rividi un’altra estate, la Piazza della Sala dove erano rimasti alcuni grandi pannelli bianchi a coprire dei lavori in corso – iniziasti a disegnare ovunque caricature dei tuoi professori con i miei pennarelli: io stavo seduta sul pozzo a guardare, eravamo un gruppo di quattro o cinque ragazzi e ridevamo e non c’era nessuno attorno. Rividi te la settimana prima, con il cranio rasato a zero di fresco, entrare nel pub dove andavamo sempre, inquieto, scattoso, mi riportasti a casa: quando mia madre ti chiese cosa volevi bere, dicesti che eri di fretta, che dovevi andare via. Non esistevi più. Non riesco a ricordare il volto di mia madre quel giorno. La ricordo di spalle, al telefono, nella camicia da notte a fiori. Si venne a sedere accanto a me con incredulità: io chiesi se ti era successo qualcosa, ma la mia voce era staccata dal corpo, ubbidiva ad un suo ruolo imposto, slegato dalla mente e dalle emozioni. Cosa avevi fatto? La sera prima ti eri allontanato da casa in auto verso le colline semideserte, avevi fissato il tubo di scappamento all’interno dell’abitacolo sigillandolo con lo scotch da pacchi, acceso il motore. Il posto dove sei morto, mi hanno detto poi, te lo sognavi da mesi. Ma non ha molta importanza, si pensano e si dicono queste cose per dare senso all’assurdo, al rumore dello sparire. Morire per il monossido di carbonio è quasi senza sofferenza, rapido. Tu dovevi averci riflettuto chiuso nell’auto. C’era una lettera di tuo pugno, scritta prima di collegare il tubo. Se avessi atteso ancora un po’ avresti visto comparire tuo padre, che si era insospettito e aveva tentato di seguirti, arrivando troppo tardi, sfondando con un piede il vetro del finestrino, tirandoti fuori che ti muovevi ancora, con una smorfia esilarata, incosciente, già incapace di riconoscere, di espellere il veleno e respirare. È questo che succede, dunque. Se ti avessi parlato, cercato, se io avessi voluto vedere, se io ti avessi fermato. Nella penombra della stanza il tuo suicidio era ogni cosa scheletrita: la pianta del beniamino plastificata nelle foglie verso il basso, il telo sgualcito sul divano dove l’anno precedente ci eravamo scattati una foto per il tuo compleanno (il tuo compleanno che veniva d’agosto, se solo tu avessi aspettato), il pavimento macchiato di epidermide dove sbattere i piedi, poi stendere le gambe, il busto, l’orecchio piantato sul marmo. Tu eri ovunque e non vivevi, beffardo e irraggiungibile come la noia dell’astro solare, la sua alterigia. Mi vestii per andare a casa tua senza di te. C’erano i tuoi disegni, i due amanti-pipistrello abbracciati l’uno all’altra, i tuoi animali buffi dagli occhi strabuzzati, le spade dentro l’armadio, la poesia per tuo fratello più piccolo dove gli chiedevi di essere ricordato, perché ti accompagnava sempre quest’idea della morte, ti ci cullavi. C’era la gatta che avevi preso al canile, uno straccio rinsecchito di animale, che si era trasformato con le cure di una famiglia, era ingrassata: il pelo folto e lungo di leone domestico. Credo di aver quasi pianto quando ho visto la tua gatta. Tuo fratello aveva raccolto un po’ di cose sul tavolino, i tuoi diari, stampate di fogli. Tra le tue poesie c’era quella sulle patate fritte, scritta con la forma di una patatina infilzata dallo stuzzicadenti, l’unico piatto, dicevi sempre, che tua madre cucinasse alla perfezione, ma anche quello che mangiavamo noi, nei pub, ad ore insolite. Chi non sa niente dei suicidi se li immagina depressi da lungo tempo, lugubri, poco inclini all’euforia, con un’infelicità ostentata e lamentata o un’esagerata timidezza che li ingrigisce sul fondo delle strade. Certo questo non è un ritratto di te – il suicida ha una disperata brama di vivere e un entusiasmo chiuso a cerniera sulla sua fragilità. Avevo nella testa più di tutto parole elementari come <em>strano, impossibile, vuoto</em>. Non era questione di soffrire, ribellarsi &#8211; era più che altro un problema di presenza, di concezione del tempo: non potevo distinguere sequenze temporali, sembrava di muoversi in un disegno infantile, senza prospettiva, dove tutto è indistintamente in primo piano. E i sentimenti perdono la loro invisibile consistenza interiore: si formano all’esterno, negli oggetti, sono la vista e il tatto, sembrano non provenire da noi, ma investirci per essere identificati in qualche modo – i mobili, le pareti, le chiavi, il portone che non si chiude troppo bene, questa volta, sul mondo. Così tutto improvvisamente mi colpiva, come attratto dalla mia gravità, ma non riuscivo a percepire le contusioni, i tagli.</p>
<p>V</p>
<p>L’ossessione della morte è l’ossessione del corpo. Quando è buio all’interno, eppure cattura tutta la luce su di sé, gli occhi meravigliati dei vivi, il sospetto abbagliante dell’ossario in emersione. Nella stanza mortuaria ti riaffiorava lentamente un livido sotto l’occhio sinistro, la memoria di un incidente di moto, avvenuto qualche anno prima. Era l’unico segno di attività nella tua persona, l’esalazione dei vasi sanguigni mai completamente riparati, nonostante lo strato chiaro, riformato, di pelle sullo zigomo. Anni dopo trovai alcuni versi che una poetessa veneta, Giovanna Frene, aveva scritto nella fine di quel 1997 &#8211; <em>Luce della luce dei corpi senza luce/ luce dell’essere dei corpi senza essere/ essere del tempo dei corpi senza tempo </em>– seppi subito che le parole scontavano un suicidio, la violenza di una verità, più che di un dolore, la perdita quale gesto invece che accadimento. Se tu ci fossi ancora, forse l’avresti copiata da qualche parte, messa in una di quelle buste misteriose dove archiviavi i ritagli di cronaca che parlavano di morti volontarie. Invece sei anche tu poco più di un ritaglio di giornale, la fotografia piccola in bianco e nero, sul quotidiano locale, ogni anno, non destinata ad invecchiare.<br />
Su di una mano c’era appena il segno di un graffio. Eri il punto solido in quel fluttuare di persone e di odori floreali, sudore, aria claustrofobica sui divanetti e le sedie di plastica. Da vivo io non ti toccavo, non ti accarezzavo, mi ritraevo spesso dai tuoi gesti d’affetto. Ora tenevo l’inerzia gelida delle tue mani sotto il mio palmo. L’unica cosa che si poteva fare, che avesse senso, era questo guardarti, salutare i conoscenti e gli amici, automaticamente, a volte con sollievo, ancora guardarti. Perché alla fine ti avrebbero chiuso, sigillato di legno e metallo, saresti sfrigolato nella combustione del fuoco, come avevi chiesto, intero, annullato in sbuffi rossastri, reperto d’ossa frantumate nell’urna.</p>
<p>Dei due giorni della tua morte non so rammentare un sentimento: soltanto azioni e volti e tentativi di nutrirsi all’ora dei pasti, lo scorrere meccanico del quotidiano, oltre te. Le camere del commiato si trovano proprio davanti alla fumetteria dove compravamo le avventure del Sandman, il signore del sogno, il tuo Morfeo scuro e inquieto, allampanato nel trench nero, con gli occhi fondi come due frammenti di spazio interstellare. Non hai fatto in tempo a leggerne la conclusione. Anche Morfeo muore nella storia. Muore la sua dimora crepuscolare, di visioni appassionate e tristi che fanno sperare nella notte per tornare ancora ad una vita preclusa. Il suo regno di malinconia, di languore e di amori infelici, affondati nel desiderio. Ma poiché muoiono i personaggi e non le cose che li animano e fra di tutte il sogno è certo la più duratura, il signore della sabbia rinasce ad altra forma, in un individuo di chiarore e innocenza, questa volta. Per la più strana delle coincidenze aveva il tuo nome, Daniel. Non Morfeo, ma Daniele, salvato dalle fauci dei leoni, colui che si rende a Dio, che da Dio solo è giudicato. Pensai che avrei voluto comunicartelo e non potevo. Sono ancora così tanto impastata di terra, dello spazio angusto e feroce del mondo e degli affetti.</p>
<p>Poi ti chiusero. Prima della messa, di quel dio in cui non credevi, ma a cui ostinatamente chiedevi risposte, vennero a saldarti nella tua fissità, a portarti via, a lasciare che si potesse piangere. Dopo la morte l’assenza. Dopo la decompressione dell’anima, un vagabondaggio brancolante nelle parole.<br />
Il suicida contrariamente all’opinione diffusa, crede moltissimo, crede più di tutto alla salvezza e tenta un dio o l’esistenza, la provoca fino al non ritorno. Il suicida non si tira fuori, sta dentro, impastoiato nella sua esperienza, crede con forza, ma ottusamente, senza sporgere gli occhi ai confini. Come chi ha gli occhi colmati di foglie e non sa tendersi al movimento del cielo o al residuo delle pietre, delle tracce sul terreno impolverato. Allora io provavo rabbia e quasi ti detestavo e sentivo che tu volevi essere salvato, nonostante mi ripetessi quasi per tranquillizzarmi che era un destino segnato, il tuo, data la convivenza intensa col suicidio, che per te equivaleva allo stare sempre al centro di ogni cosa. Ma il convivere con il suicidio, non è detto, porti alla sua scelta.<br />
Scelte, sì. Una scelta è sempre un’esclusione, qualcosa che infine si svincola perfino dagli affetti. Avevi dovuto far tacere gli affetti in te, prima di lanciare la tua moneta. Ci avevi escluso, ricordandoti di noi a posteriori, con non so quale lucida apprensione, spiegando nella tua lettera cosa avremmo dovuto fare del tuo corpo, delle tue cose, delle tue poesie.<br />
Chissà se ci vedevi radunati nella chiesa, se ti pentivi, se eri soddisfatto, se tentavi dalla bolla irreale del tuo essere di toccarci, portarci conforto.<br />
Di tutte le cose che potevo dire, quando io ed altri fummo invitati a parlare, mi urgeva specificare che la tua assenza era un numero di telefono a cui non avrebbe più risposto la tua voce. Che perderti non consisteva soltanto nel non incontrarti più fisicamente, per caso, per appuntamento, per strada, in un bar, sotto casa tua &#8211; ma non avere più in alcun modo un segnale da te, nemmeno rarefatto, immaginato dai suoni, dalle sillabe, da scampoli di conversazione a distanza.</p>
<p>Nell’ultima pagina del diario di Cesare Pavese, il 18 agosto, nove giorni prima la data del suo suicidio, il poeta si dibatteva tra la sua decisione e un segno invisibile di pietà, che venisse da un altrove, verso chi con se stesso è implacabile. “Basta un po’ di coraggio”… diceva per darsi determinazione. E poi il compimento del proprio dire &#8211; “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”. Non scrivere più, non lasciare più segni, una lacerazione che schioda dagli schermi dove stiamo impressi. La vita tutta sospinta in un gesto, la scrittura o l’amore, e nel suo violento scalciare in un altro che ne è l’opposto. Come chi concludendo un’opera, una tela enorme di colori e fatica, non provasse almeno per un attimo l’impulso di squarciarla con una lama e con le dita, scorticare il proprio lavoro, quasi urlando <em>tu non sei me né io te</em>, non c’è misura tangibile che possa contenermi. Io sono niente. Sono un io davanti cui il resto del mondo si stupisce e non afferra.<br />
Era questo? Era questo dimmi, nella volontà di essere arso, ridotto alla cenere svolazzante, alle farfalle tossiche di fumo, all’asfissia dei polmoni e poi delle pupille di chi era costretto ad accompagnarti fino al fuoco? Era questo che ti schiantava dentro e ti spezzava i bracci per farne remi nel forno crematorio?<br />
Un cadavere per consumarsi completamente in circa un’ora necessita di 1300 gradi centigradi. Un’ora di sarcasmo e crudeltà e spossatezza sotto il sole, tra le margherite storte, l’erba, la ghiaia del camposanto. Un’ora in cui ti dissolvevi e prendevi uno spazio nei nostri corpi, sostavi sulle nostre spalle, scendendo per i muscoli, nella residenza del tempo a venire.</p>
<p>VI</p>
<p>Ti sei fatto immagine bidimensionale in una fotografia e ti sei fatto fiume taciturno, resistenza, cosicché non comprendo spesso se sto raccontando di te o di me, noi due ci mescoliamo, il poco della tua esistenza terrena è nutrito da ogni mio dubbio o raggiungimento, tu non ti dilegui, ma scendi nella mia sete. Io non ti posso mai abbandonare. Sei un monologo dialogante in me, che mi fa sopportare un po’ di più, come se avessi due destini paralleli da compiere e non uno, se fossi insieme l’ombra e la chiarezza che ne scaturisce in un abbraccio, una durata certa dell’esistere.<br />
Anche ora che ti scrivo, come se un morto da dieci anni potesse leggere e prendere una penna per rispondermi, o farlo in un segno del tempo, un cambiamento atmosferico, un messaggio notturno bisbigliato in sogno – è a me che scrivo, ti seppellisco e ti chiedo un’altra volta di restare.<br />
Poi più che a te, penso ai simboli &#8211; alla volpe appena lasciata, quella morta in Effra Road, e quella fantastica del nostro legame, di tutti i legami, dei nodi che mi arrestano e tengono profondamente, anche se le persone che li hanno stretti se ne sono andate da lungo tempo.</p>
<p>Ho questo ultimo ricordo che ritorna. Non ne abbiamo mai parlato quando vivevi. Era una sera fresca di giugno, non so da dove tornavamo, con la tua moto. Avevi imboccato una strada dietro casa mia, che procede tra abitazioni sempre più rare verso gli uliveti, i prati incolti di fiori selvatici, trifoglio e soffioni, pezzi di bosco, recinti naturali di rovi. C’era questo odore forte d’erba sprigionata, che amavo nella mia infanzia, mi faceva sentire sola e libera. All’improvviso tu rallentasti e iniziarono a scendere le lucciole: una folla intermittente e luminosa che nessuno aveva intenzione di cacciare, chiudere a partorire spiccioli sotto un bicchiere. Così tante e grandi e bianche non credo di averne mai più viste. Ci esplodevano addosso come stelle.</p>
<p><em>Immagine: Yayoi Kusama Fireflies on Water</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/15/la-volpe-15-luglio-1997-15-luglio-2009/">La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)</a></p>
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		<title>Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 11:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3384/3475735121_36eb9904bd.jpg" alt="" /></p>
<p>di <a href="http://psydb.herts.ac.uk/staff_list/FMPro?-db=staff_list_email&#038;-format=recorddetail.html&#038;-lay=details&#038;-sortfield=surname&#038;-max=2147483647&#038;-recid=33642&#038;-findall="><strong>Mohamed Altawil</strong></a></p>
<p>Sono un palestinese la cui famiglia è vissuta per generazioni nel villaggio di Al-Maghar. Sessant’anni fa, durante la <strong><a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> </strong>(catastrofe), i miei nonni furono espulsi con tutta la loro famiglia da Al-Maghar, sradicati e mandati tra le capanne e le stradine di un campo profughi distante 100 miglia. A tutt’oggi assaporano l’amarezza di quella perdita e restano a guardare inermi mentre le fiamme di quella tragedia bruciano ancora. Quando ero molto piccolo ero abituato a vivere in una delle capanne del campo, ma non appena crebbi e compresi l’infelicità della mia famiglia iniziai a tempestare mio padre di domande:<br />
<span id="more-17104"></span><br />
Perché non abbiamo un giardino?</p>
<p>Perché dal tetto piove in continuazione durante l’inverno?</p>
<p>Perché andiamo a scuola senza la colazione o qualche spicciolo in tasca?</p>
<p>Perché dormiamo tutti e dieci nella solita stanza?</p>
<p>Perché non abbiamo riscaldamento né a casa né a scuola?</p>
<p>Perché nella nostra classe ci sono 50 studenti costretti in uno spazio minimo?</p>
<p>Perché non abbiamo un cortile per giocare?</p>
<p>Dove posso avere dell’acqua pulita?</p>
<p>Perché non andiamo mai in viaggio da nessuna parte?</p>
<p>Perché sentiamo rombi e suoni d’esplosioni tutta la notte?</p>
<p>Oggi il ruggito dei bulldozer ci raggiungerà?</p>
<p>Chi è stato ucciso oggi?</p>
<p>Perché lasciate che i soldati ci umilino ai checkpoint?</p>
<p>Tutti gli esseri umani vivono come noi?</p>
<p>Perché il nostro paese è stato cancellato dalla mappa in biblioteca?</p>
<p>Spesso mi rispondeva con le lacrime agli occhi: “Siamo le vittime di un’occupazione violenta. Si diffonde come un cancro su tutti gli aspetti della nostra vita.  Figlio mio, stai attento! Non provocare la violenza altrimenti ti ricadrà addosso.”</p>
<p>Sono nato nel 1973 e gradualmente ho preso coscienza di tutta la sofferenza dei vicoli stretti del mio campo. A quattordici anni non sopportavo più che i soldati che ci occupavano portassero una distruzione tremenda nella mia terra natia. Ignorai i consigli di mio padre e cercai vendetta per la nostra umiliazione.<br />
Così presi l’abitudine di tirare pietre ai bulldozer che rombavano lungo la strada. Con i miei fratelli ed i miei amici davamo la caccia alle auto corazzate e ai soldati da un posto all’altro, illudendoci, in quel modo. di espellerli dalla nostra terra. Non appena sentivamo il rombo dei loro motori raccoglievamo pezzi di macerie e li impilavamo in varie parti del campo. Poi ci nascondevamo e quando i soldati arrivavano uscivamo di corsa, aggredendoli con le pietre. </p>
<p>Questo era il nostro gioco preferito. Non avevamo nessun luogo dove organizzare giochi e giocare a pallone per la strada era troppo pericoloso. I membri più anziani della nostra famiglia ed i vicini ci ricordavano continuamente che loro non erano in grado di proteggerci dai pericoli dell’occupazione. “Non abbiamo una polizia o un esercito nazionale”, dicevano. Allora nelle nostre menti, diventammo noi l’esercito nazionale; eravamo “I Bambini delle Pietre” che proteggevano il campo e resistevano ai soldati dell’occupazione. Eravamo come Robin Hood che combatteva per la giustizia, o i Nativi Americani che difendevano la frontiera dagli invasori bianchi. Non era soltanto un gioco; era a tutti gli effetti un Gioco Mortale, che dava sfogo alla nostra rabbia e ci dava il brivido e l’orgoglio di sentire che stavamo proteggendo la nostra comunità mentre la generazione precedente non ci riusciva. Ero troppo giovane per comprenderne le conseguenze, sebbene alcuni miei amici venissero uccisi o feriti o rimanessero invalidi per il resto della vita.</p>
<p>Accadde così che durante una di queste azioni giornaliere di bombardamento di pietre, i soldati iniziarono a darmi la caccia. Li avevo bersagliati e grazie alla pratica avevo una buona mira. A quel punto mi voltai e fuggii, tentando di evitare sia i proiettili che la cattura. In un attimo fui colpito alle spalle e alla schiena in diversi punti. Avevano sparato un proiettile di plastica che, per fermarmi, si era poi frantumato per ferirmi senza uccidermi. Caddi, ma mi rialzai immediatamente. Continuai a correre nonostante sentissi la camicia impregnarsi del sangue che mi usciva dalla schiena e dalla testa. Non sentivo dolore, la paura e l&#8217;orgoglio mi costringevano a resistere e così corsi verso il recinto di una fattoria che si trovava al limitare del nostro campo. Saltai e mi arrampicai, ma la mia gamba rimase intrappolata nello steccato di legno e filo spinato grossolanamente assemblato. Una mano mi afferrò la camicia, fui tirato fuori e gettato per terra. Urlai e scalciai ma i soldati mi picchiarono con violenza. Le mie ferite peggioravano, ma loro continuavano a colpirmi. Ero debole e la rabbia delle mie proteste si affievolì in un gemito. Stavo per perdere coscienza ma a quel punto le mie braccia vennero strattonate verso l’alto,  un soldato mi tirò per le mani, mi trascinò  dall’ufficiale in carica che stava di guardia. Nel frattempo la gente nel campo guardava impotente. Alcuni gridavano oltraggiati da quello che stava accadendo e questa rabbia mi aiutò a smettere di piangere ed urlare di dolore mentre le mie caviglie sbattevano e si scorticavano lungo la strada dissestata.  All’improvviso, uomini, donne e bambini iniziarono a tirare pietre tentando di costringere i soldati a rilasciarmi. Fui gettato nel mezzo del campo e colpito ancora per scoraggiare quella sassaiola. Ma le donne della mia famiglia prima e tutto il vicinato poi si fecero avanti e attaccarono i soldati a mani nude. Alcune donne raggiunsero l’ufficiale e gli gridarono: “Rilascia il ragazzo! Rilascialo! Se non lo fai morirà e sarà tutta colpa tua!” Questo sortì l’effetto desiderato perché i colpi e le botte cessarono all&#8217;improvviso e poco dopo mi ritrovai in ospedale. </p>
<p>Guarii in qualche settimana e quando tornai al campo i miei amici mi trattavano da eroe. Mio padre, tuttavia, non era contento. Gli avevo disubbidito, avevo ignorato i suoi avvertimenti. Quando, più tardi, i miei fratelli maggiori uscirono per tirare le loro pietre ai soldati, mio padre mi chiuse a chiave in una stanza di sopra. Mi rendevo conto che lo faceva perché mi amava e temeva per la mia incolumità, ma nonostante questo scavalcai la finestra, scivolai lungo la grondaia e corsi ad unirmi ai miei fratelli per la strada. Quella notte quaranta persone furono ferite e durante il coprifuoco strisciai per le vie attraverso l’oscurità evitando di essere arrestato. Dato che ero minorenne se fossi stato catturato avrebbero multato mio padre. Quando tornai a casa, mi arrampicai fino all’apertura sopra la porta e mi gettai dentro silenziosamente, sperando che tutti stessero dormendo. Ma mio padre e mia madre erano rimasti svegli  ad aspettarmi. Non erano andati a letto. Proteggere me e i miei otto fratelli per loro era diventato un lavoro a tempo pieno. Avevo ignorato i loro consigli durante le ore del coprifuoco. Quella notte mi dettero un ultimo, severo avvertimento. Quando riprovai ad uscire per unirmi agli attacchi con le pietre mio padre mi trattenne e poi, per la prima e unica volta nella sua vita, mi picchiò. </p>
<p>Crescendo iniziai a stancarmi dei nostri giochi. Inoltre ero bravo a scuola e più imparavo più capivo che il sapere era un altro tipo d’arma. Mi faceva sentire forte. Rinforzava la mia identità. L’aumento della mia comprensione delle cose mi faceva vedere la possibilità di aiutare la nostra gente e di resistere all’occupazione in modi più sottili ed efficaci del tirare sassi. Tuttavia non posso biasimare quei bambini che ancora tirano sassi. La loro rabbia e le loro azioni costituiscono una qualche forma di terapia e in tutto il mondo sono diventati il simbolo della rivolta degli innocenti contro l’ingiustizia. La radice del problema non è nel tirare sassi, ma nell’occupazione che ha rubato loro l&#8217;infanzia. </p>
<p>Iniziai a studiare con impegno e trovai la strada che mi avrebbe permesso di svolgere un ruolo attivo per aiutare il popolo palestinese a rimanere integro nonostante l’umiliazione e l’oppressione.  La conoscenza della storia e la ricerca nella disciplina della psicologia hanno già prodotto dei risultati materiali a Gaza. Così intrapresi questo lavoro e continuai per molti anni a venire. </p>
<p>Dato che avevo raggiunto risultati eccellenti nella scuola superiore e poiché la mia famiglia non aveva molto denaro, mi fu conferita una borsa di studio dall’<a href="http://www.un.org/unrwa/">UNRWA</a> per poter diventare un insegnante. La mia speranza era che in seguito avrei potuto avere abbastanza denaro per sostenere i miei genitori. Per completare i miei studi avrei dovuto trasferirmi a Ramallah sul versante occidentale, ma a causa dell’Occupazione, ogni volta che decidevo di partire incontravo una serie di ostacoli. Viaggiare tra Gaza e il versante occidentale è sempre stato difficile e durante la prima Intifada (la rivolta tra il 1987 ed il 1993) non riuscii a lasciare Gaza. </p>
<p>Spostarsi è una delle principali restrizioni che dobbiamo affrontare in Palestina. A causa del muro, delle recinzioni, i checkpoint e l’infinita burocrazia per ottenere un pass, c’è una barriera tra Gaza ed i nostri parenti o amici che vivono nella parte ovest. Si può arrivare ad attendere un’ora o un giorno,  una settimana o  un mese o un anno per ottenere il permesso di viaggiare in un’altra regione o nel nostro stesso paese. Un soldato può fermare migliaia di persone che attraversano un checkpoint. Ad un solo soldato viene dato il controllo sulle vite giornaliere di migliaia di persone che devono recarsi al lavoro o raggiungere un ospedale o andare a scuola. Una volta vidi un vecchio che stava morendo ad un checkpoint poiché era fermo nella calura e aspettava il permesso di attraversare per far ritorno a casa. Un’altra volta vidi una donna incinta partorire di lato alla strada dopo che un soldato si era rifiutato di lasciar passare chiunque tra il nord e le zone mediane della Striscia di Gaza.</p>
<p>Non fui sorpreso, quindi, che l’occupazione rallentasse i miei studi. In seguito, quando superai gli esami a Ramallah nel 1993, non  riuscii ad ottenere il permesso di rientrare a casa. Così provai ad attraversare il checkpoint con il documento d’identità di un amico. Il piano fallì e mi arrestarono. Quando mi presero in custodia, cercarono di farmi firmare qualcosa scritto in ebraico. Dissi loro che non sapevo leggere l’ebraico. Mi dissero, “Firma comunque”. Risposi, “No!” perché pensavo che fosse probabilmente una confessione. Allora uno di loro mi colpì sulla testa e mi disse di firmare. Rifiutai e mi colpì di nuovo. Ancora oggi ho problemi all’orecchio sinistro a causa di questa aggressione. Trascorso un mese in prigione, dissero che avrebbero potuto rilasciarmi per una cauzione di 500 dollari. Sapevo che la mia famiglia avrebbe dovuto vendere molti dei nostri beni per accumulare questa somma. Non permisi che ciò accadesse e rimasi dentro altri due mesi.</p>
<p>Il periodo che seguì fu molto duro. Lavoravo come insegnante presso le scuole dell’UNRWA per mantenere sia me che i miei genitori mentre, allo stesso tempo, portavo avanti i miei studi post-laurea in salute mentale ad un&#8217;università egiziana. Dovevo imparare il più possibile sulla psicologia perché i ragazzi a cui insegnavo a Gaza avevano terribilmente sofferto a causa dell’Occupazione, volevo essere in grado di aiutarli. Durante il mio impiego di consigliere scolastico nella Striscia di Gaza, vidi molti bambini palestinesi esposti quotidianamente ad esperienze traumatiche dall’inizio della seconda Intifada nel 28 Ottobre del 2000. Soffrivano chiaramente di disturbi psicologici, sociali ed educativi quali insonnia, paura del buio, fobie varie, depressione, incontinenza, isolamento, interazioni sociali distruttive, comportamento aggressivo, disturbi cronici della memoria e assenze ingiustificate da scuola. Questi erano tutti indicatori allarmanti delle difficoltà che si hanno in un’infanzia normale attualmente in Palestina e che il futuro benessere psicologico dei bambini palestinesi era compromesso dal protrarsi dei traumi di una simile realtà. </p>
<p>Cominciai a studiare per lunghe ore dopo la scuola e durante le vacanze estive mi recavo in Egitto per incontrare il mio supervisore. Una volta completato il Master, iniziai anche a lavorare come lettore part-time in un’università di Gaza. La mia vita era così piena di impegni che non avevo più tempo per incontrare gli amici; loro mi vedevano così raramente che spesso pensavano mi fossi trasferito.</p>
<p>Nel 2001 iniziai il dottorato. Ma la mia famiglia era preoccupata. Avevo quasi 28 anni e loro pensavano che per me fosse giunta l&#8217;ora di sposarmi. Cercai di dir loro che non avevo tempo per questo. Stavo ancora seguendo il mio sogno di imparare il più possibile per riuscire a sanare almeno in parte quelle ferite causate dall’Occupazione. Era come se la rabbia che mi aveva fatto gettare sassi si fosse trasformata nel bisogno di studiare. Non avevo tempo di guidare la macchina, figuriamoci di sposarmi – la mia situazione avrebbe gravato in modo ingiusto su mia moglie. Tuttavia,  gradualmente, realizzai che la mia vita non doveva essere solo lavoro e, avendo incontrato la persona giusta con l’aiuto della mia famiglia, mi sposai nell’agosto del 2002. Nel settembre del 2003, verso mezzanotte intrapresi il cammino fino all’ospedale dove era nata mia figlia, attraversando il fuoco delle sparatorie durante gli ultimi due chilometri.</p>
<p>Il Programma Internazionale della <a href="http://www.fordfound.org/">Fondazione Ford</a> garantisce poche borse di studio ma io fui fortunato: dopo un lungo e difficile periodo di selezione, fui una delle dieci persone a cui venne offerta una borsa nel 2004. Questa mi servì per fare un altro dottorato, stavolta in psicologia clinica, una qualifica rara e necessaria a Gaza. Certo, ora dovevo prendere una decisione gravosa. Dovevo andare a studiare all’estero, lasciando mia moglie e mia figlia a casa con la famiglia di lei. Inoltre sapevo che sarebbe stato duro per i miei genitori, specialmente per mia madre che era malata. Pensai, tuttavia, che sarei riuscito a tornare di tanto in tanto a farli visita e che, quando mia moglie avesse completato il suo corso di studi, la mia famiglia sarebbe stata in grado di raggiungermi in Inghilterra. Ma gli sviluppi della situazione di Gaza avrebbero presto reso impossibile questa speranza.</p>
<p>Dalla <a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> del 1948 ad oggi nel mio paese sono passati solo nove anni senza una guerra o un conflitto o una rivolta. Nel 2000, dopo l’attacco dei soldati dell’Occupazione alla sacra moschea di Al-Aqsa, si diffuse nella popolazione palestinese una seconda Intifada che spinse i soldati israeliani a creare ancora più ostacoli e difficoltà. Così, sebbene fossero stati stipulati accordi per permettere a tre studenti della Fondazione Ford di lasciare Gaza attraverso l’AMIDEAST (America-Mideast Educational and Training Services), gli Israeliani si rifiutarono di rispettarli. A causa dell’Intifada la Striscia di Gaza si trovava adesso sotto un blocco militare. Fu uno shock per tutti e tre. Il valico di Rafah era l’unico punto che univa la popolazione di Gaza al resto del mondo. Non avevamo più un aeroporto. Il blocco fermava le navi in mare. Una recinzione di filo spinato, un muro alto e torri di controllo ci ingabbiavano dividendoci da Israele. Nel 2004 a Rafah ci tennero fermi per tre settimane, dormimmo sul pavimento di una casa costruita per metà e poi abbandonata. Non aveva  tetto né porte o finestre. Tornare a Gaza avrebbe molto probabilmente significato perdere l’eventuale apertura del confine e quindi  dormimmo lì per 21 giorni aspettando il momento in cui, a seconda del capriccio di un giovane soldato israeliano, ci avrebbero lasciato passare. Quell&#8217;attesa indegna ci riempì di rabbia. Venivamo trattati peggio delle bestie. Dov’erano rispetto e decenza? Non c&#8217;è da stupirsi se molti diventano violenti di fronte a umiliazioni simili. Per via dei ritardi avevo quasi perso la speranza  di ricevere la borsa di studio: dovevamo essere a Londra nel settembre 2004, ma fino a novembre ci fu impossibile.</p>
<p>Alla fine, comunque, riuscimmo a volare dall’aeroporto del Cairo fino a Londra. A Gaza veniva recapitata pochissima posta e l’accesso a internet era limitato, quindi avevo scarse informazioni riguardo all’università in cui sarei entrato. Riuscii a raggiungerla comunque e, appena arrivato all’Università dell’Hertfordshire cambiai il mio argomento di ricerca: non più da uno studio generale  sulla depressione ma una ricerca specifica su i traumi e le ripercussioni della guerra sui bambini palestinesi. In questo modo avrei potuto sviluppare dei programmi da applicare immediatamente per venire in soccorso ai bambini di Gaza. </p>
<p>Negli uffici per l’iscrizione dell’università ebbi uno shock: mi avevano registrato come cittadino israeliano. Feci le mie rimostranze e mostrai il passaporto che mi identificava chiaramente  palestinese. Si scusarono, ma tutto ciò che poterono fare fu sostituire “Israele” con “Nazionalità o Nazione Sconosciuta”. E così è ancora oggi. La ragione è che il sistema informatico non include la Palestina. Incontrai il solito problema quando aprii un conto in banca e mi resi conto ancora una volta che un paese chiamato Palestina sembrava proprio non esistere. Il nome del mio paese e la mia nazionalità erano stati cancellati. Riferii ad un compagno d&#8217;università quanto tutto ciò fosse frustrante e lui mi dette un mappamondo in cui la parola Palestina era scritta a chiare lettere. Per un attimo me ne rallegrai, ma poi lui mi disse: “È un mappamondo vecchio ed è per questo  che c’è ancora scritto Palestina.”</p>
<p>Per venire a studiare in Inghilterra avevo abbandonato mia moglie e la mia bambina di appena un anno. Per un breve periodo riuscii  ad andarli a trovare solo durante le vacanze.  Ma nel giugno del 2006 il soldato israeliano Gilad Shalit fu catturato dai militanti palestinesi ed il blocco fu intensificato. Non potevo più recarmi in visita. Mio figlio nacque nel gennaio del 2007, ma riuscii a vederlo solo un anno più tardi. </p>
<p>Nel frattempo la mia famiglia mi diceva che la vita a Gaza era diventata ancora più dura di prima e che non sembrava esserci via di fuga: in farmacia non si trovavano più medicine neanche se si era in grado di pagarle. Mancavano frutta e latte per i bambini. C’erano continui problemi e tagli energetici, spesso c’erano solo quattro ore di elettricità al giorno, a volte nessuna. Gli ammalati morivano apettando il permesso di passare ai checkpoint israeliani per raggiungere l’ospedale. Quando qualcuno moriva, diventava spesso impossibile procurargli una bara o il cemento per la tomba. Il personale dei servizi medici scarseggiava. I bambini giocavano sulle macerie di case demolite. Nuotavano in spiagge dove il mare era inquinato da scorie e liquami. Imitavano gli scontri usando armi reali fatte in casa e spesso si facevano del male. La vita a Gaza si stava trasformando in un&#8217;agonia. </p>
<p>Mia moglie aveva bisogno di cure per un problema all&#8217;occhio. Presentai una richiesta per farla venire a Londra da Gaza per motivi umanitari. Né l&#8217;autorità palestinese né la Croce Rossa riuscirono a persuadere gli israeliani a concedere il permesso. Allora chiesi aiuto all’UNRWA e mi dissero che avevo bisogno di ottenere un’approvazione per passare attraverso la Giordania. Dopo un&#8217;attesa di due mesi ricevemmo il permesso dalla Giordania, ma ancora una volta Israele rifiutò la nostra richiesta. Come ultima speranza mi misi in contatto con l&#8217;ambasciata israeliana a Londra, spiegando la situazione di mia moglie, ma ancora una volta l’aiuto fu rifiutato. La situazione sembrava senza speranza-</p>
<p>A quel punto successe qualcosa che avrebbe cambiato tutto. Sentii al notiziario che la rabbia della gente di Gaza era infine esplosa. Non potevano più sopportare fame e privazioni. Nessuno stava offrendo alcun tipo di aiuto &#8211; neppure i paesi arabi limitrofi, che se ne stavano senza far nulla mentre la gente moriva. In preda alla disperazione le persone avevano iniziato a scavare buche nel muro di confine tra Gaza e l&#8217;Egitto. Per prima cosa fecero esplodere parecchie bombe per creare delle crepe; più tardi impiegarono i bulldozer per ingrandirle in modo che la gente potesse attraversarle. Crearono molte aperture lungo una parete di dodici chilometri così da impedire agli egiziani di ripararla velocemente. Fu come la fine di una maledizione. Diecimila palestinesi rifluirono inarrestabili nelle città egiziane di Rafah e di Al-Arish lungo la frontiera per comprare medicine e beni essenziali.</p>
<p>Questo accadeva il 23 gennaio del 2008. Era notte, ero nel mio ufficio all’università dell’Hertfordshire e stavo lavorando al computer quando giunse la notizia. E d’improvviso ecco la mia opportunità – dovevo  partire e, se tutto fosse andato bene avrei rivisto mia moglie e mia figlia dopo diciotto mesi,  avrei potuto finalmente conoscere mio figlio ad un anno dalla sua nascita. Ascoltai le notizie di radio di Al Jazeera tutta la notte e la mattina contattai mia moglie dicendole di andarsene al più presto, di lasciare Gaza e dirigersi in Egitto, come tutti gli altri. Era importante che lo facesse immediatamente perché l’America e Israele insistevano nel richiudere il confine. </p>
<p>Fui fortunato visto che avevo una Visa valida e trovai subito un posto su un volo per l’Egitto. Mi misi in contatto con la mia famiglia, che si era fatta strada con grande difficoltà attraverso le macerie del confine, camminando insieme ad alte migliaia di persone fin dove avessero potuto prendere un’auto che avesse potuto portarli fino ad Al-Arish. </p>
<p>Giunsi nell’aeroporto del Cairo la sera stessa. Non osai rischiare e non dissi alle autorità il vero motivo del mio viaggio. Dissi che viaggiavo come studente, ma nonostante questo mi trattennero per oltre due ore. Alla fine riuscii a raggiungere un hotel del Cairo e parlai con i miei familiari che si trovavano al sicuro nella casa di un parente ad Al-Arish, incredibilmente affollata. Con tre ore di macchina avrei potuto raggiungerli. Ma non era così facile.</p>
<p>Non appena s&#8217;era aperta una breccia nei confini, erano stati istituiti più di quindici checkpoint controllati dalle forze di sicurezza egiziane lungo la strada che va dal Cairo a Al-Arish, per impedire ai rifugiati di Gaza di raggiungere la capitale. Chiunque veniva scoperto in quel tratto sarebbe stato arrestato. Ed era ugualmente difficile viaggiare nella direzione opposta. Come avrei potuto raggiungere la mia famiglia? Le autorità palestinesi del Cairo mi dissero che era impossibile passare, ma io non avevo nessuna intenzione di tornare indietro.</p>
<p>Pensai a diverse possibilità per superare i checkpoint. Avrei potuto sfruttare la malattia di mia moglie per avere un’autoambulanza che mi portasse da lei, ma si rivelò inattuabile – a nessun palestinese era permesso viaggiare per incontrarsi con un parente profugo, per nessuna circostanza. Passarono tre giorni ed ero sempre più arrabbiato e depresso soprattutto quando seppi che ad Al-Arish le condizioni di mia moglie stavano peggiorando. C’era un tale affollamento che le persone dormivano per le strade nonostante l&#8217;inverno fosse freddissimo. Anche mio figlio si era ammalato. Mia moglie era scoraggiata e preoccupata e stava pensando di tornare a Gaza. Non avevo più idee per risolvere la situazione, ma riusciì a convincerla a restare per un’altra notte – se non avessi trovato una soluzione entro il giorno seguente, avrebbe potuto lasciar perdere tutto e tornare indietro.</p>
<p>Fino a quel momento ero stato onesto e avevo dichiarato la mia nazionalità palestinese. Ora capii che dovevo provare un’altra via: presi la metropolitana per raggiungere una stazione di minibus fuori dal Cairo, calcolando che, se volevo che il mio piano funzionasse, dovevo viaggiare su un autobus affollato per tutta la notte. Avrei finto di essere un egiziano, avrei dovuto parlato il meno possibile per evitare che il mio accento mi smascherasse, e avrei dovuto sedermi in mezzo alla moltitudine di gente così che potessero solamente dare un&#8217;occhiata veloce al documento falso che avevo intenzione di usare. fosse possibile lanciare solo un’occhiata al documento falso che volevo usare (si trattava del mio cartellino dello staff dell’università dell’Hertfordshire).</p>
<p>Ci fermarono a sette checkpoint e, miracolosamente, il mio piano sembrava funzionare. Gli altri palestinesi furono identificati e fatti scendere, ma in qualche modo io ce la feci. Poi raggiungemmo l’ultimo e più rigido dei checkpoint e inorridii quando ci fu chiesto di uscire dall’autobus per   una perquisizione e identificazione  individuale. Il mio falso documento di identità ‘egiziano’ non avrebbe superato un controllo attento, dovevo inventarmi qualcosa. Avrei tentato di dichiararmi cittadino britannico, sfruttando il mio amato cartellino universitario. Gli ufficiali accettarono di buon grado il documento, ma mi dissero che avevano bisogno di un passaporto. Così mostrai loro velocemente il mio permesso di soggiorno inglese e mi lasciarono passare. Ce l’avevo fatta! Delle undici persone che erano partire con quell’autobus ne erano rimaste solo sette, sei delle quali erano davvero egiziane. </p>
<p>Quando arrivai ad Al-Arish, capii in che condizioni si trovava mia moglie. I campi profughi erano affollati come non avevo mai visto prima. Decisi di affittare una stanza d’albergo o un appartamento ancora prima di contattare la mia famiglia. In quei giorni nessuno avrebbe mai affittato una camera ad un palestinese, così continuai a fingermi inglese e alla fine trovai un posto dove nascondere i miei familiari e trascorrere alcuni giorni in pace mentre sbrigavamo tutte la carte di cui avevano bisogno per andarcene. I prezzi erano aumentati vertiginosamente da quando era stata aperta la breccia nel confine. Un giorno in una stanza costava quanto tre mesi.</p>
<p>Alla fine mi misi in contatto con la mia famiglia.  Chiesi loro di venire a piedi nella piazza della città dove poi ci saremmo incontrati. Come ogni altro posto la piazza era così affollata che non riuscivo a vederli. Aspettai. Dopo tutti questi ostacoli, li avrei finalmente ritrovati. Che aspetto avrebbero avuto ora?  Come mi avrebbero salutato? La mia bambina si era rifiutata di parlarmi al telefono per tutto il tempo che ero stato via – non riusciva a capire perché suo padre non si fosse fatto vedere per così tanto tempo. Ed il figlio che no avevo mai incontrato – la mia mente fantasticava su come mi sarei sentito nel tenerlo in braccio. Ma per lui sarebbe stato come essere tenuto da un estraneo. </p>
<p>Ebbi l&#8217;impressione di scorgerli attraverso la folla mentre incontro. Poi ne fui certo: erano loro. Iniziai a correre pieno di gioia. Presi il mio bambino dalle braccia di mia moglie e lo strinsi come desideravo fare da tanto tempo. Fu un momento di grande felicità, ma anche di tristezza e rabbia bruciante. Non mi era stato possibile andare da loro per diciotto mesi ed ora mio figlio non mi conosceva e non voleva che lo abbracciassi; la mia bambina era intimidita dalla mia presenza e mia moglie era stanca e malata.</p>
<p>La tradizione voleva che trascorressimo una notte nella casa affollata dei miei parenti prima di andare nel nostro appartamento. La cosa migliore di quel giorno avvenne più tardi quando potei uscire per una piccola passeggiata con i miei figli che avevano iniziando ad accettarmi. Parlai con loro, comprai dei regali e gradualmente iniziai a sentirli più vicini. Ma questo mi ricordò anche di un viaggio ancora più importante che dovevo compiere – non avevo visto i miei genitori per diciotto mesi; erano entrambi troppo fragili per viaggiare e questa avrebbe potuto essere l&#8217;ultima occasione di vederli.</p>
<p>Mia moglie e tutti i parenti erano contrari alla mia decisione di andare a Gaza – entrarci sarebbe stato abbastanza facile, ma  c’era una presenza massiva di soldati egiziani sul confine ad impedire che altri palestinesi uscissero da Gaza. Dalla frontiera arrivavano storie di violenze ed omicidi. La situazione era rischiosissima: dovevo considerare ogni imprevisto, ogni rischi. Sarebbe stato orribile se mia moglie e la mia famiglia fossero fuggiti da Gaza ed io fossi poi rimasto intrappolato là, ma sarebbe stato ugualmente terribile arrivare così vicino a Gaza senza rivedere mia madre e mio padre.</p>
<p>Dovevo percorrere a piedi gli ultimi due chilometri fino alla frontiera tra la polvere e le macerie,  in mezzo alle folle di persone che tornavano con pecore e cibo e lattine di petrolio e medicine. Al confine vidi qualcosa a cui non avevo mai assistito in tutta la mia vita: il buco nel muro si era talmente allargato che le macchine lo attraversavano in entrambe le direzioni. Per la prima volta dal 1967, e per solo due giorni, le auto furono in grado di superare la frontiera. Camminai oltre il buco nel muro e toccai di nuovo la terra del mio paese. Avrei voluto baciare il suolo, ma non ce n’era né il tempo né lo spazio per farlo in mezzo a quella massa di persone. </p>
<p>Mentre procedevo per raggiungere il campo dei miei genitori la presenza della gente diminuiva – il luogo era quasi deserto – chiunque fosse giovane e robusto sembrava essersene andato in Egitto – erano rimasti soltanto i vecchi. L’incontro con i miei genitori fu felice e triste allo stesso tempo. Avevamo così tanto da dirci e così poco tempo per farlo. Nessuno sapeva per quanto la frontiera sarebbe rimasta aperta e per ogni ora che restavo per me aumentava il rischio di non poter tornare dalla mia famiglia.  Così dopo due ore, con le lacrime agli occhi, mio padre mi disse che era arrivato il momento di andarmene. E questa volta fui fortunato: la frontiera era ancora aperta e le macchine stavano ancora viaggiando. Così, con grande sollievo di mia moglie, riuscii a rimediare un’auto e tornare sano e salvo ad Al-Arish.</p>
<p>Andai a vivere con mia moglie ed i miei figli nell’appartamento che avevo affittato e nel frattempo cercai un modo per portarli via dall’Egitto. Il confine di Gaza, che era rimasto aperto per una settimana, era stato chiuso  e le forze di sicurezza stavano arrestando ogni palestinese trovato nelle città di frontiera, indipendentemente dalle circostanze. Potemmo restare nell’appartamento solo per un giorno o due perché la proprietaria sospettava che non fossimo egiziani e aveva paura della polizia. Così ci chiese di andarcene. Ci spostammo in un altro appartamento, ma, durante la prima notte le forze di sicurezza vennero a bussare alla nostra porta. Mia moglie ed i miei bambini erano molto spaventati e, se fossero stati scoperti, sarebbero stati rimandati a Gaza. Mi preparai a nasconderli cercando di non allarmarli, ma mentre aspettavamo nel buio sentimmo la polizia che se ne andava credendo che l’appartamento fosse vuoto. Così ora non avevamo scelta. Dovevamo tornare a nasconderci nella casa dei miei parenti, che era meno affollata, dato che molti palestinesi erano stati costretti a far ritorno a Gaza.</p>
<p>Avevo registrato i nomi di mia moglie e dei bambini alla Direzione della Sicurezza di modo che i loro passaporti fossero pronti e validi per il viaggio dall’Egitto alla Gran Bretagna. Ma visto che dopo tre settimane non c’era stato nessun progresso, decisi di usare ancora una volta il mio cartellino identificativo dell’università e i miei visti inglesi ed egiziani. Adattai i miei metodi a seconda di chi controllava i checkpoint e di quanto erano in grado di capire l’inglese scritto di alcuni dei documenti. Fu un’altra grande avventura – a volte fingevo di essere un egiziano del luogo e altre di essere un cittadino britannico che lavorava in Inghilterra. Alla fine riuscimmo a raggiungere Il Cairo e prima di ottenere il permesso di lasciare l’Egitto trascorsero altre due settimane.</p>
<p>Erano passate cinque settimane da quando ero arrivato in Egitto a quando tutti e quattro partimmo. Finalmente alla fine del febbraio 2008 lasciammo Il Cairo alla volta di Londra. Avemmo qualche problema nel far salire la mia bambina sull&#8217;aereo. Tutto ciò che lei sapeva degli aeroplani era che lanciavano bombe e uccidevano le persone. Non fu affatto semplice  convincerla che questo aereo non portava nessuna bomba. Da quando siamo arrivati in Inghilterra lei ha ancora paura di cose come i fuochi d’artificio, le luci abbaglianti delle auto e anche della posta lasciata cadere attraverso la nostra buca delle lettere nella porta. È proprio una di quei bambini traumatizzati che sono stati l’oggetto della mia tesi di dottorato.</p>
<p>Quando lasciai Gaza per venire a studiare in Inghilterra, mi lasciai tutto alle spalle, ma le persone sono rimaste incise nel mio cuore e nella mia memoria. Nonostante sia lontano da casa, non ho mai dimenticato la bandiera del mio paese ed il dolore dei suoi bambini che si rinnova specialmente quando vedo le aree verdi ed i campi da gioco di questo paese dove i bambini giocano senza paura dei cecchini o  dei carri armati o delle restrizioni del blocco. Non invidio ai bambini di qui i loro giocattoli. Semplicemente vorrei che anche quelli del mio paese avessero qualcosa di simile a questo, o per lo meno la metà, o anche solo una parte. Sono uno dei bambini della Palestina e nessuno di noi ha avuto un’infanzia. Siamo tutti nati adulti e la nostra infanzia ci è stata rubata davanti agli occhi del mondo libero. Per quanto a lungo questa sofferenza, questa tragedia continuerà? Dove sono le persone di coscienza? Dov’è davvero il mondo libero? Dove sono giustizia e libertà?</p>
<p><em>Traduzione di Francesca Matteoni e Marco Simonelli</em></p>
<p>Versione originale: ‘No Space to Be a Child’ in  <em>Children in War. The International Journal of Evacuee and War Child Studies </em>(Feb.2009, Vol. 1, No.6): pp. 57-63</p>
<p>Immagine di <a href="www.banksy.co.uk">Banksy</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/">Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</a></p>
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		<title>Le brioches di Londra</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 06:20:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[finanza]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Un altro resistente schiacciato dalla macina del denaro, un altro respiro che manca. La calca causata dall&#8217;incivile pratica poliziesca del cordonamento, un infarto &#8211; e ancora una volta in questione è il muro invalicabile del cuore nero del Potere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/05/le-brioches-di-londra/">Le brioches di Londra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: small;">Un altro resistente schiacciato dalla macina del denaro, un altro respiro che manca. La calca causata dall&#8217;incivile pratica poliziesca del cordonamento, un infarto &#8211; e ancora una volta in questione è il muro invalicabile del cuore nero del Potere. Ancora una volta, la &#8220;rete&#8221; dei movimenti contro la fortezza del sistema. Ed è nella rete web che si riescono ad ascoltare i suoni delle strade di Londra,– a cominciare dal nodo londinese di Indymedia (london.indymedia.org.uk), dove ci sono aggiornamenti in tempo reale, e video caricati dai resistenti.</span></span></span></p>
<p>E&#8217; da internet che sono venuto a sapere che nel pomeriggio di mercoledì gli impiegati della City hanno gettato, dalle loro finestre, biglietti da dieci sterline sui manifestanti (secondo un&#8217;altra versione, li sventolavano). L&#8217;immagine perfetta di un mondo che, nel momento estremo del pericolo, cerca la salvezza nell&#8217;oscena esibizione di quella verità negata fino ad ora, celata nelle &#8220;<em>spettacolari&#8221;</em> alchimie della finanza. <span id="more-16379"></span>Ora che il fantasma è finalmente venuto a galla, affiorato come onda tsunami, ecco che gli stregoni che l&#8217;hanno suscitato ne rivendicano fieramente il possesso. <em>C&#8217;est la lutte finale</em>, verrebbe da dire &#8211; se non fosse che quel demone tiene in pugno ancora, e chissà per quanto, i desideri e le speranze di troppi, disseccati. Quella folla che assedia Londra, allora, che rivendica le strade, che occupa la città e la fa sua, che assalta le banche che non cessano di rapinarla &#8211; sono la prova vivente di una resistenza necessaria, quella di una contro-onda, un sommovimento tellurico che faccia cadere ciò che è in alto, nei palazzi della City. Essi sono la presa della coscienza  (del) reale sull&#8217;incoscienza dell&#8217;Immaginario (l&#8217;immateriale gioco della Finanza spettacolare).</p>
<p><span style="font-size: small;"><span lang="IT">Che sia l&#8217;immagine della loro fine, quella degli immondi uomini della City che lanciano denaro. Che sia l&#8217;icona mitica che li accompagni alla tomba, come fu per quella di Maria Antonietta e le brioches.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><em>(pubblicato su</em> <em>l&#8217;Unità, 4/4/2009)</em></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/05/le-brioches-di-londra/">Le brioches di Londra</a></p>
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		<title>Animali magici</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 06:23:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>*</p>
<p>La notte la strada si azzittisce. Le case sono giganti in attesa, spiano i lampioni dalle fessure delle serrande. Siedo sugli scalini del portone, aspettando che il gatto rientri dalle sue esplorazioni. Passano poche auto, non ci sono echi dalla via che dalla piazza centrale corre verso l’Appennino, le montagne punteggiate di villaggi, stelle deboli sull’orizzonte irregolare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/animali-magici/">Animali magici</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/69749817_zth9i83h_20d_11764framed.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/69749817_zth9i83h_20d_11764framed-300x234.jpg" alt="" title="69749817_zth9i83h_20d_11764framed" width="300" height="234" class="alignnone size-medium wp-image-7854" /></a></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>*</p>
<p>La notte la strada si azzittisce. Le case sono giganti in attesa, spiano i lampioni dalle fessure delle serrande. Siedo sugli scalini del portone, aspettando che il gatto rientri dalle sue esplorazioni. Passano poche auto, non ci sono echi dalla via che dalla piazza centrale corre verso l’Appennino, le montagne punteggiate di villaggi, stelle deboli sull’orizzonte irregolare. Dagli alberi e dal campanile qualche grido di rapace notturno, piume, pellicce arruffate sotto i cespugli quando la civetta afferra il topo campagnolo. Dagli orti, dai muriccioli di cinta saltano fuori i gatti, dalla siepe la corazza argentata del riccio, dal campo oltre le reti l’umidità, le lumache, qualche rospo rigettato dai fossi, ogni tanto un animale del bosco, un capriolo disorientato sceso in cerca di cibo, le serpi cieche, sguiscianti, l’orbettino massacrato in gruppo, una sera di maggio da ragazzi, ognuno un sasso, un colpo, per un rituale rabbioso, per gioco, per pentimento poi, nel sonno. Nel buio il corpo è olfatto e udito &#8211; quasi tutte le presenze percepite sono le zolle smosse, il taglio dell’erba, polvere d’asfalto, l’acqua che ristagna dopo una pioggia, globi collosi di terra &#8211; strepiti, rimescolio di foglie, sbattere di frasche, miagolii, latrati sempre più rari e distanti, che fanno il vento e perfino i pensieri. Tutto è senza parole. Le vite sono rumore da sbrogliare nell’oscurità. Nessuno è solo. Non saprei immaginare un mondo senza animali.<br />
 <span id="more-7853"></span><br />
Scoprirli nascosti, meravigliosamente indifferenti. Le anatre selvatiche, dal capo verde smeraldo, che guardavo galleggiare placidamente sullo stagno dietro casa di una vecchia zia. Il sole primaverile riverso nell’acqua come una luce irreale, tagliata dai loro richiami sconosciuti. Immaginavo che un giorno avrebbero preso il volo in formazione verso un paese al di là del mare, dove la vista è vapore azzurrognolo, la curva dell’orizzonte e poi più niente, nessuno. Allora avrei voluto essere Nils, aggrappato al collo di <strong>Akka di Kebnekajse</strong>, il capo-stormo, vedere la campagna e le montagne diventare una coperta variopinta, mentre salivamo dispiegando le ali.  <strong>Nils Holgersson </strong>era il bambino del nord, trasformato in folletto per la sua insolenza, che attraversa la Scandinavia insieme al papero domestico e ad uno stormo di oche selvatiche. Avrei voluto come lui assistere alla danza delle gru sul monte Kulla, il monte-penisola scavato dalle onde, quando tra tutti gli animali si stabilisce una tregua e si ritrovano come in un sabba stregonesco senza riti di sangue e mostri antropomorfici. Per ultime arrivano le razze degli uccelli. Dal cielo, dall’oltremondo alato che immaginiamo dentro il crepuscolo, le gru danzano la nostalgia per i luoghi che non conosceremo, “dell’inaccessibile, di ciò che è celato al di là della vita”.<br />
La fine della storia mi metteva sempre una vaga tristezza – Akka e le oche si sarebbero scordate in poco tempo di Nils, tornato alla sua normale statura, straniero alla loro lingua. Eppure questo dimenticare era anche un sollievo, lo sentivo che sarei stata dimenticata, che io stessa mi dicevo: “Dovrò sempre ricordarmi di -”, quando mi urtava la gioia, priva di grandi ragioni, solitaria, ma poi tornavano le angosce, un senso brutale di isolamento dall’infanzia fino all’età adulta, così che la gioia potesse deflagrare del tutto nuova, al nostro prossimo incontro. </p>
<p>**</p>
<p>Un sabato d’ottobre giravo senza meta per Charing Cross Road. I miei fine settimana londinesi terminavano quasi sempre nello stesso modo, dopo aver trascorso la giornata in qualche parco mi ritrovavo nel West End a vagare tra le librerie. Da Foyles scoprii l’origine di una poesia che amo molto, <em>The Thought-Fox</em>, Pensiero-Volpe, di <strong>Ted Hughes</strong>. Il libro era una vecchia edizione Faber color arancio, dove erano raccolte una serie di trasmissioni radiofoniche per bambini in cui Hughes leggeva e spiegava testi poetici. Mi misi a sedere sulla moquette accanto agli scaffali ed iniziai a leggere. Per il poeta catturare animali e scrivere poesie costituivano due realtà simili e contigue. Entrambe avevano a che fare con una ricerca, una caccia. Afferrare un corpo concreto, affondarci. Quando verso i quindici anni smise con gli animali, iniziò con i versi: anche le poesie erano una vita da esplorare, separata dall’autore. Da ragazzo Hughes non era mai riuscito ad accudire una volpe. I cuccioli finiti nelle trappole erano stati uccisi: una volta da un fattore, un’altra dal cane di un allevatore di polli. Poi una notte di neve, mentre non riusciva a prendere sonno in una stanza a poco prezzo, a  Londra, ecco la sua volpe riprendere respiro, entrare dalla finestra,</p>
<p><em>Cold, delicately as the dark snow,<br />
A fox’s nose touches twig, leaf; </em></p>
<p>(Freddo, delicato come neve scura,<br />
il naso di una volpe sfiora ramo e foglia)</p>
<p>trasformarsi nella rapidità del pensiero e tuttavia rimanere se stessa, conservando l’afrore e l’espressione animale.</p>
<p><em>Then with a sudden sharp hot stink of fox<br />
It enters the dark hole of the head.</em></p>
<p>(Poi con un improvviso acuto odore di volpe<br />
Entra nel buco nero della testa).</p>
<p><em>Che razza di volpe è che può avanzare nella mia testa dove presumibilmente ancora siede… sorridendo a se stessa mentre i cani latrano. È sia una volpe che uno spirito.</em></p>
<p>È la volpe e l’idea della volpe entrambe salve all’interno della poesia. L’animale è la poesia, la poesia ha una forma tangibile e soprattutto un odore. L’apparizione dei versi sulla pagina diventa il modo per riappacificarsi con l’animale, con un senso di stupore e precarietà trasformato in intuizione, nello scarto temporale in cui le cose del mondo si fanno linguaggio.<br />
Rileggendo il testo trovavo inoltre la pienezza, tanto più presente quanto io capivo di non possedere né l’animale né il momento impresso nella scrittura. Mi sembrava di vedere la volpe, libera dalle mie mani, indicare una strada sulla quale non ero dissimile da lei. </p>
<p>***</p>
<p>La mia prima volpe risaliva alla montagna pistoiese, durante l’adolescenza, una sera in auto con mio padre, mentre tornavamo al suo paese, percorrendo la Porrettana. Mio padre aveva preso la via più lunga, fermandosi spesso nei bar tra i gruppuscoli sparuti di case, incastrate tra le faggete ed il gelo dei torrenti, le vecchie abitazioni come un interminabile inverno diroccato, i blocchi di pietra grigia aperta in spiragli neri, i tetti di lastra crollati tutto attorno. Eravamo abituati ad incrociare daini e caprioli, che correvano lungo il ciglio della strada, prima di riaddentrarsi nella macchia boschiva. Quella sera invece dalla neve sporca della strada,  ci fissava un animale dal pelo rossiccio, che scomparve quasi subito, indietro negli alberi.<br />
“Una faina, no una volpe…” dicemmo, cercando di seguirla con gli occhi nel buio. L’avevamo riconosciuta dalle orecchie e dalle dimensioni. A differenza della faina non avevo inimicizia per la volpe, eppure anche lei poteva scendere nel pollaio, subito sotto il bosco, predare galline e paperi. Quando una notte che i cani erano rimasti a dormire in casa, ci fu una strage sanguinosa di polli, la colpa ricadde subito sulla faina o tutt’al più la donnola, flessuosa e svelta, che poteva scivolare sotto la rete di protezione, sebbene non occorresse essere esperti acrobati, abili e snodati scassinatori per penetrare il casotto di legno del pollame. Nessuno voleva accusare la volpe.</p>
<p>A Londra i miei incontri con l’animale si erano fatti più frequenti, specialmente nei parchi, dove non è difficile vederla al crepuscolo, oppure nei sobborghi periferici, rovistare nei bidoni dell’immondizia, adattarsi.  A Saint James Park trotterellava sul retro della caffetteria, noncurante delle persone attorno, in attesa di qualcosa di commestibile. A Battersea Park si era accomodata nella macchia di prato oltre il cancello d’ingresso, semidistesa, guardandoci con fare pigro e annoiato, entrare ed uscire dal suo territorio. Ogni volta provavo lo stesso impulso davanti all’animale, opposto a quello davanti ad un essere umano – cercare di  toccare il primo, ritrarsi dal secondo. Poi all’improvviso si era alzata con un balzo, era scappata via, prima che potessi capirne la direzione. </p>
<p>****</p>
<p><em>Come per me, cugina volpe, / ovunque nel suo percorso si volga/ trova luoghi adatti a morire./ (Cerca luoghi mortali)</em>, avrei potuto pensare, con le parole di <strong>Paolo Volponi </strong>(un altro poeta che aveva nel nome la parentela con l’animale), cercando di seguirla in un paesaggio in dissolvenza, un’emulsione del suo corpo, così estraneo e presente. La bellezza della volpe era nella sua fragilità, nelle sue necessità elementari, il modo in cui si piegava all’ambiente senza uscirne abbrutita, portando con sé un sentimento di uguaglianza oltre l’umano.<br />
Non sappiamo parlare di noi stessi senza abbellimenti, senza il retrogusto della grandezza per ogni gesto. E le vite dobbiamo conquistarle, renderle innocue, così solo esse ci consolano – non sopportiamo la loro libertà, che non sia utilizzabile per i nostri scopi, che anzi diventi uno specchio della nostra stessa radicale mancanza di un fine altro, superiore. Eppure nell’animale potremmo riconoscere un compagno che ci rammenti cosa significa esistere, uno spirito fraterno di distanza e di rispetto.</p>
<p>*****</p>
<p>Di notte la volpe ritorna. Corre sul marciapiede dissestato di Brailsford Road, illuminato da un unico lampione. Ne scorgo appena la coda, le zampe posteriori, le orecchie acute del muso, ma anche così è bellissima, poco prima della curva, verso l’entrata del parco. È a caccia. Striscia sul ventre per farsi invisibile nell’erba della collina, tra le radici venose, rigonfie, quasi braccia in emersione. Sul portone di casa mi fermo euforica,  cercando di vedere con la mente i piccoli animali chiusi nelle siepi, gli anatroccoli che spero vicini ai genitori, sotto le ali grigie e nere delle oche ai bordi dell’acqua. Il sonno degli animali è vigile. Come sarà cambiato domani il loro mondo? Sarà ancora viva la volpe, scampata ai fari, allo stridere delle auto?  Sarà sazia e ben nascosta? Sotto gli assi di un capanno per gli attrezzi? In un buco dietro il supermercato? In un vecchio platano, in un mucchio di foglie? Lei non sa niente di me. Mi sfugge sempre ad ogni incontro. Sparisce dove io non posso andare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/animali-magici/">Animali magici</a></p>
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		<title>Flaubert Dry</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 08:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra. Tra i riflessi del cristallo il liquido fluttuava e schiumava, uscendo a spruzzi da un bel capezzolo rosso vivo. <em>L’éducation</em> si beveva in una luce da tramonto tropicale, mentre le onde sonore delle chitarre acustiche si propagavano dagli altoparlanti attraverso le sale aperte, rimbalzando sui banconi di legno laccato, gli sgabelli da vertigine, le chaise-longue leopardate, i quadri astratti del genere <em>color-field painting</em>. <span id="more-5802"></span>Al centro del tramonto c’erano le cameriere. Immaginatele come entità corporee inaccessibili, ispiratrici di desideri che loro stesse non avrebbero potuto soddisfare. Donne dai seni turgidi, in minigonne di canapa e lingerie Wolford, con il logo del locale tatuato sulle guance (tre graffi cicatrizzati che ricordavano un’artigliata).<br />
Il Flaubert Dry era un perfetto esempio di spazio mutevole. Il design incitava alla violenza. Tutto era affilato ma carezzevole, come le scarpe di quel centinaio di clienti che ogni sera raschiavano il parquet con i sassolini attaccati al cuoio delle suole. Un posto dove fama voleva dire desiderio: un desiderio di elevazione, di significato e di azione caratteristico dell’individuo sano. Qualcosa di così onesto da sembrare osceno, come una vergine nuda che entrasse da Marks &#038; Spencer a rifarsi il guardaroba. E infatti i frequentatori del Flaubert Dry inseguivano il successo nello stesso modo in cui, da adolescenti, scrutavano lo specchio in cerca di qualità estetiche – senza trovarle, naturalmente, perché la bellezza non si nasconde, per non parlare del fatto che male sopporta repliche e riflessioni.<br />
Mi ero attaccata alla mammella già un paio di volte e cominciava a girarmi la testa. Johnny aveva comprato tre o quattro spinelli da un pusher con l’aspetto di un demone in perizoma (il corpo palestrato, la faccia butterata, il cranio con due escrescenze all’altezza dell’osso parietale – insomma, il genere di adulto da cui ogni adolescente vorrebbe essere stuprata). Uno spinello grosso come un dito, un lungo bozzolo di cartine Drum farcito con il fiore della resina di canapa. Educatamente me lo fece accendere. I Led Zeppelin cantavano <em>Babe, I’m gonna leave you</em> a volume critico, indebolendo le mie difese emozionali. Sugli scaffali retroilluminati c’erano almeno seicento bottiglie di liquori policromi. I ventilatori ronzavano, spargendo una brezza variabile e fradicia. Altri due sorsi e mi misi a singhiozzare.<br />
In quei momenti capivo solo ciò che provavo, come un animaletto ferito. Non sentivo dolore, eppure avevo inarcato il busto, reggendomi lo stomaco quasi che l’alcool lo stesse per sciogliere.<br />
Johnny s’incuriosì. Me lo dimostrò appoggiando la guancia sul piano dove tenevo la mammella. Mi fissò in modo analitico, comprensivo.<br />
– Tutto bene? – chiese.<br />
– Adesso passa.<br />
– Devo chiamare qualcuno? Se vuoi lo faccio.<br />
Gli risposi con un deciso no della testa. Ma Johnny non era abituato a prendere sul serio quello che la gente gli diceva e saltò giù dallo sgabello. Dopo un minuto era di nuovo al suo posto. Questa volta aveva compagnia.<br />
– Ciao bambina, – mi salutò la ragazza che lo aveva seguito.<br />
– Ciao Remedios.<br />
– Che cos’hai, bambina? No, non dirmelo, prima ti asciugo le lacrime.<br />
– Posso farlo da sola.<br />
– Non mi costa niente aiutarti. Vieni qui, fatti guardare.<br />
Conoscevo Remedios da tutta la vita. Il nostro rapporto era fatto di similitudini. Eravamo nate lo stesso giorno alla clinica Zuckmayer. Avevamo frequentato il liceo a Coira (la stessa classe), e ai tempi dell’agenzia dividevamo un flat in Edgware Road, a due passi da Marble Arch, nel centro di Londra. Quel posto ci serviva da base operativa, perché l’aria di Milano mi procurava dei pruriti alla pelle che i medici non riuscivano a spiegare. Ci assomigliavamo, eravamo alte uguali. Avevamo lo stesso peso, la stessa taglia. Confesserò una cosa. Avevo voglia di abbracciarla. E per farlo mi sarei sbarazzata volentieri di Johnny Deep.<br />
Remedios era calore. Aveva un viso ovale con treccine bionde da bambola. Quando mi trovavo nel suo campo gravitazionale provavo una precisa fiducia nel significato delle cose, o la certezza che ne avessero uno. Lo sentivo anche in quel momento, mentre vedevo passare dietro le sue spalle un centauro dadaista – il corpo di zebra, il viso da efebo, i movimenti svagati, l’aria un po’ ottusa.<br />
Remedios. Stava cercando un segno rivelatore nella mia espressione. Il senso del disagio, l’argomento della crisi. Glielo leggevo negli occhi. Voleva introdursi nella mia coscienza attraverso le sue manifestazioni facciali. Mi pulì le guance con un fazzoletto. La stoffa tamponò la pelle quasi senza sfregarla. Remedios emanava un odore di professionismo, l’aroma inconfondibile che sprigiona dal corpo delle conversatrici.<br />
Sì, conversare, parlare per mestiere. Avere a che fare con il desiderio di felicità della gente, mentre le leggi della natura complottano per tradirlo. Trovare argomenti di conversazione che si adattino a un <em>Victorine</em> o a un <em>Madame Arnoux</em>, strutturati long drink da meditazione. E i clienti fissi, i clienti nuovi, uomini soli, donne sole, a interpretarli, ad accoppiarli. Per quel lavoro ci voleva l’energia di un giaguaro, ma a Remedios non solo piaceva, si divertiva anche a trovare le forze per farlo. Il che, dovete ammetterlo, è il solo presupposto della passione.<br />
– Devo dirti una cosa, Remedios.<br />
– Che cosa, bambina?<br />
– Ti voglio bene.<br />
Remedios allargò il fazzoletto e me lo ripassò sulle guance. Poi fissò attentamente la pelle per apprezzare il risultato. Sembrava assorta.<br />
– È qualcosa che non avresti dovuto dirmi, Vera. Non qui. Non alle otto di sera.<br />
– Non dovevo, Remedios?<br />
– Non lo avresti detto se non ci fosse un problema.<br />
– No, non lo avrei detto.<br />
– Lo avresti pensato, ma non lo avresti detto.<br />
Abbassò il fazzoletto, valutò la sua distanza da Johnny e mi parlò all’orecchio. Chiudere gli occhi e ascoltarla era una delle mie forme preferite di oblio.<br />
Poi, non soddisfatta, si voltò verso Johnny e disse: – Scusa, puoi lasciarci sole un momento?<br />
– Perché? – si stupì JD. – A Vera piace se vi sto a sentire.<br />
– È vero, bambina?<br />
– Credo di sì, Remedios.<br />
Lei mi studiò in apparenza senza sforzo. – Vi conoscete da molto?<br />
– Da un paio d’ore soltanto, – ammisi. – Però in questo momento ho l’impressione che la presenza di Johnny possa valorizzare quello che dico.<br />
– A beneficio di chi?<br />
– Tuo, immagino.<br />
– Io non ho bisogno che Johnny ti valorizzi.<br />
– Non stiamo parlando dei tuoi bisogni, – intervenne JD, spegnendo lo spinello e assumendo la posizione adatta a reggersi il mento.<br />
– Di che cosa stiamo parlando, allora?<br />
– Del fatto che la gente non l’ascolta.<br />
Remedios sorrise in modo neutro, con una comprensione senza ironia.<br />
– Johnny ha ragione, – dissi.<br />
– Ma stai parlando con me, Vera. E io non sono la gente.<br />
– Immagina di non conoscermi. Immagina di non avere mai visto la mia faccia. Sono un’estranea, Remedios, e a prima vista nemmeno troppo simpatica. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Ti vedo continuamente, Vera. Passiamo insieme almeno trenta ore la settimana.<br />
– Sì, ma supponi di perdere la memoria. Non ti ricordi chi sei, dove abiti, se Parigi è in Francia o sulla luna. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Perché?<br />
– Be’, Johnny lo conosci, non è così? Se lui mi ascolta lo faresti anche tu.<br />
– Ma se non mi ricordo di Parigi, perché dovrei ricordarmi di Johnny?<br />
Le sorrisi. – Johnny lo vedi dappertutto, Remedios! Ti guardi attorno e lui è appeso ai muri. È uno di famiglia. Di lui ti fidi.<br />
– È questa la tua idea?<br />
– È così che funziona.<br />
Lei spostò una ciocca di capelli scivolata davanti ai miei occhi. Era così fin da bambina. Non materna, ma stregata dalla tessitura delle cose.<br />
– È questo che mi spaventa, – riconobbi. – Ho bisogno di Johnny perché la gente mi ascolti. JD mi è indispensabile come il suo sound mediterraneo.<br />
Remedios accavallò le gambe e raddrizzò la testa, una successione di movimenti che mi spiegai come il segno di una decisa volontà interpretativa. La fissavo, aspettando che dicesse qualcosa. Le sostanze commestibili che avevo assimilato nel corso della giornata, quasi tutte letali in modo non significativo, mi stavano procurando una euforia convincente, al punto da crederla un dato ambientale.<br />
– Non pensavo che ti interessasse, – disse Remedios.<br />
– Che cosa?<br />
– Parlare alla gente.<br />
– Oh, per me quello che conta è lasciare aperta ogni possibilità espressiva. C’è ancora da bere?<br />
Johnny agitò la mammella per farmi capire che era quasi vuota.<br />
– Vi ordino qualcosa, – disse Remedios.<br />
– Tu che cosa prendi?<br />
– Una <em>Tentazione di Sant’Antonio</em>.<br />
– Che cos’è, un long drink?<br />
– In un certo senso. Soda con l’aggiunta di rosso Congo, un colorante insapore. Ai clienti con cui parlo dico che è Campari.<br />
– E loro ti credono?<br />
Scoppiammo a ridere simultaneamente, lasciando andare la testa l’una sulla spalla dell’altra.<br />
– Vorrei un’altra mammella, – disse Johnny sbadigliando. – Ma questa volta con dentro una ciliegia al maraschino.<br />
– Come? – esclamò Remedios. – Come, come? È una tetta, Johnny. La ciliegina non passa dal capezzolo.<br />
Scoppiai a ridere più forte, producendo un suono vibrato, uno sbuffo d’aria sotto pressione. Il petto di Remedios sussultava, la mia fronte appoggiata alla sua si muoveva da una parte e dall’altra, come se il pavimento fosse sul punto di sprofondare. Per non cadere, lei si aggrappò ai miei fianchi. Forse anche Johnny si divertiva. Forse la risposta di Remedios gli era servita da introduzione al senso del ridicolo, un genere d’incontro che poteva chiarirgli la sua distanza dal divino. Piegai la testa da un lato, decisa a vedere l’espressione della sua faccia. Ed eccolo il testimonial di una nota bibita energizzante che si sta fissando l’unghia di una mano. Quell’unghia lo interessava sul serio. Muoveva il dito circolarmente, pazientemente. Lo studiava da prospettive diverse, la mente sgombra da inquietudini conoscitive, come se il suo scopo fosse solo quello di tenere occupata la vista. Decisamente, lo spettacolo non valeva la fatica della torsione alla quale mi costringeva.<br />
Mi voltai e alle spalle di Remedios vidi qualcosa di più interessante. Al centro della sala erano comparsi tre uomini. Li notavo perché sembravano i soli a non capire dove si trovassero. Contai tre teste, sei gambe e cinque braccia, associando la mutilazione di uno di loro alle guerre di logoramento. In realtà l’uomo senza braccio aveva l’aria del coordinatore qualificato ed era senza dubbio un apprezzato leader per anzianità. Teneva in mano una sigaretta spenta e parlava quasi senza muovere le labbra, come se la lingua in cui si esprimeva avesse una prevalenza di consonanti. Se quei tre fossero stati vestiti con giacche scure, spiegazzate, e camicie bianche, ormai molli per la completa perdita di amido, forse avrei capito subito il loro mestiere. Invece indossavano jeans pre-usurati e un giubbotto in Cordura multitasche, come la maggior parte dei clienti. Mi incuriosiva il modo in cui si guardavano attorno, l’apparente indifferenza dei loro sguardi dalla occulta propensione analitica. Senza dare nell’occhio valutavano funzione, dimensione e distanza delle cose. Tracciavano linee di demarcazione tra aree di influenza, esaminavano ingressi, vani, vie di fuga, sommando e sottraendo da un valore critico metri e metri cubi di aria condizionata. Tutto questo in relazione alla posizione dei clienti e ai loro modi di agire, che valutavano molto prima delle loro facce.<br />
La svolta arrivò inaspettata. L’uomo senza braccio mormorò qualcosa, indicando il bancone del bar. Il gesto generò un movimento coordinato. Il più grasso del gruppo rifilò una pacca sulla natica del centauro, dando allo stesso tempo una strizzata d’occhio alla telecamera di vigilanza – un documento da cineteca sui temi della determinazione violenta e dell’indifferenza verso la sfera privata. La musica si fermò. Non esisteva una ragione precisa perché questo succedesse. Però successe. Il mio senso della vista cominciò a operare su un livello di energia autonomo. Sentivo l’urgenza di capire le ragioni di quel cambiamento, non per curiosità ma per istinto di sopravvivenza. Lo dimostrava il fatto che l’uomo verso cui si incamminavano quei tre continuava a bere con indolenza il suo mescal. Perché? Risposta: era il solo che già conoscesse l’esatta natura del pericolo.<br />
– Ho una cosa per te, Gabriel, – gli disse il grasso, appoggiandosi pesantemente al banco.<br />
Gabriel era un ragazzo alto e nero di capelli, il naso spezzato da boxer. Aveva un pizzetto tagliente, quasi cesellato, e la carnagione olivastra. Indossava abiti da uomo d’affari e si tastava la cravatta a nodo largo come se la consistenza del tessuto gli desse sicurezza. Il grasso sfilò una mano dalla tasca. Gabriel ne seguì il movimento. La mano si fermò a mezz’aria, lasciando cadere sopra il bancone qualcosa di viscido. Gabriel sorrise e scosse la testa. Sembrava trovare l’iniziativa del grasso una mancanza di stile. Sopra il piano umido luccicava una pallina giallastra, una specie di uovo di quaglia con dei filamenti a un’estremità.<br />
Capii che si trattava di un bulbo oculare quando gli altri due uomini ci appoggiarono accanto un lobo di fegato e un piccolo rene. In quel momento mi accorsi che esisteva altra vita cerebrale oltre la mia. Ero in mezzo alla gente, e la gente gridava, arretrava, si ammassava. La sala piombò nel buio. Le sole fonti di luce risparmiate dal collasso nervoso del locale furono una lampada da tavolo alle spalle di Gabriel e lo scaffale fluorescente dei liquori.<br />
– Che roba è? – domandò Gabriel, voltandosi verso l’uomo senza braccio. – Che roba sarebbe?<br />
– Prove, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Prove? Che genere di prove? Ehi, ehi&#8230; ragazzi. Ragazzi, io mi occupo di frattaglie. Compro e vendo fottutissime interiora. Avete presente il fantastico mondo dei visceri? Andiamo, la gente va pazza per queste cose.<br />
– Zitto, – gli intimò il grasso. – Zitto, coglione.<br />
Vicino a me qualcuno piangeva. Una voce chiese: – Chi siete? Chi sarebbe questo Gabriel?<br />
L’uomo senza braccio si voltò. L’oscurità aveva maglie così strette che lui probabilmente non poteva vedere oltre la linea dei primi tavoli.<br />
– Gabriel è un trafficante di organi, – rispose in tono mite l’uomo senza braccio. – E queste sul tavolo sono le prove che abbiamo raccolto.<br />
– Cristo, – esclamò la stessa voce nel buio, – come diavolo fate a portarvi in tasca certe porcherie?<br />
Il grasso si voltò di scatto e fissò l’oscurità. Anche il terzo uomo fece un passo in avanti per capire da dove provenisse la voce.<br />
– Adesso ce ne andiamo, – annunciò l’uomo senza braccio. – È tutto finito, gente.<br />
Ma mentre quei tre erano voltati, il pubblico assisteva a una scena raccapricciante. Il trafficante d’organi ingoiò le prove e si sciacquò la bocca con un sorso di mescal. Quando il grasso se ne accorse, Gabriel lo inchiodò ai fatti con un rutto cupo e prolungato.<br />
– È tutto a posto, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Oh no, no&#8230; – gridò il grasso. – Santissima Madre di Dio, no&#8230; – e afferrò Gabriel per il collo, schiacciandolo contro il bancone.<br />
Gabriel rise fino quasi a piangere. Dalla gola gli usciva un suono di aria strozzata. Rideva e si dimenava, cercando con le dita gli occhi del grasso. Riuscì quasi subito a divincolarsi. Era agile e si dileguò nel buio.<br />
– Non muovetevi, gente, – gridò l’uomo senza braccio e fece segno al grasso di inseguire Gabriel.<br />
La luce si riaccese di colpo. La canzone ricominciò da dove era stata interrotta. Il locale prese l’aspetto di una camera da letto illuminata nel cuore della notte. I clienti erano spettri, sonnambuli, lemuri. Avevano facce scioccate, espressioni da stato di narcosi. Sugli zigomi scendevano le lacrime. E di Gabriel, del grasso e del terzo uomo nessuna traccia.<br />
– È tutto a posto, – ripeté l’uomo senza braccio, che non si era mosso dal banco. – La cosa è risolta. Permettete, gente, che vi offra da bere.<br />
Chi si trovava in piedi cercò il sostegno delle pareti o di un tavolo, di qualsiasi oggetto a portata di mano, purché fosse stabile e sufficientemente strutturato. Non solo per il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, ma per una esigenza di contatto. Per ognuno era importante constatare di essere ancora una entità corporea, con un volume rispettabile, un peso adeguato, una consistenza di corpo vivo. La mancanza di certezze faceva dare di stomaco una cameriera a due passi dalla porta dei bagni.<br />
– Da bere per tutti, – gridò l’uomo senza braccio. – Coraggio, gente, fatevi sotto.<br />
Il barman passò una spugna sul banco e si mise al lavoro. Ammucchiò bicchieri e ghiaccio tritato, mescolò gin a succo d’arancia, riempì di fragole i frullatori.<br />
– Mio Dio, Remedios, – piagnucolai.<br />
– Ssst&#8230; – fece lei. – Non agitarti, bambina.<br />
– È orribile, non è vero? – sentii dire alle mie spalle, ma più che una voce era un suono spaventoso. – Be’, Johnny, come te la passi?</p>
<p>Il presente frammento è tratto dal romanzo di Omar Viel, <em>Fetish</em>, Lampi di stampa, Milano 2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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		<title>Chinatown, Londra: tra mito e realtà</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 05:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.mdx.ac.uk/hssc/staff/profiles/research/montagnan.asp"><strong>Nicola Montagna</strong><strong> </strong></a></p>
<p><em>(Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “<a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/razzismi-quotidiani/">Razzismi quotidiani”. </a>Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli accoglienti inserendo il processo migratorio in un&#8217;analisi dei fenomeni sociali di contesto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/">Chinatown, Londra: tra mito e realtà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.mdx.ac.uk/hssc/staff/profiles/research/montagnan.asp"><strong>Nicola Montagna</strong><strong> </strong></a></p>
<p><em>(Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “<a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/razzismi-quotidiani/">Razzismi quotidiani”. </a>Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli accoglienti inserendo il processo migratorio in un&#8217;analisi dei fenomeni sociali di contesto.<br />
In particolare sarà dato spazio alle politiche di risposta alle migrazioni e alle analisi di supporto alle politiche di accoglienza. Vogliamo dar voce alle risposte strutturate alle migrazioni che vadano oltre le misure d&#8217;emergenza,  focalizzare i grandi errori o la gestione dei conflitti degli interessi economico sociali che si creano tra migranti e comunità locali.<br />
Quindi “Migrazioni possibili” presenta casi, notizie su come si muovono le istituzioni di fronte alla questione sociale, che ingloba la migrazione, ma non si esaurisce in questa. MLV)<br />
</em></p>
<p>Più che come una metropoli Londra si presenta come una cosmopolis. Luogo di transito o di permanenza per immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, minoranze etniche, migranti temporanei tra cui studenti, turisti, giovani avventurieri, professionisti e lavoratori altamente qualificati, nuovi e vecchi ricchi che la eleggono a loro domicilio fiscale, Londra è una città visceralmente cosmopolita. Nemmeno la segregazione spaziale, l’esistenza di comunità perimetrate, o la presenza di conflitti, discriminazioni di genere e di etnia impediscono alla capitale inglese di essere una città dove il cosmopolitanismo ha assunto uno stato di relativa normalizzazione.<br />
Chinatown è un elemento potente nella rappresentazione di Londra come città cosmopolita.</p>
<p><span id="more-5197"></span>È una vetrina del successo della comunità cinese ed espressione della sua incorporazione economica ed integrazione culturale nella città e nella società inglese. È sede di importanti celebrazioni culturali cinesi, come China in London 2006 e 2007 e il Capodanno cinese. È uno dei principali itinerari turistici promosso dalle guide e dalle stesse istituzioni, uno shopping centre non solo per turisti ma anche per i residenti. Anche il governo cinese sfrutta la fama di Chinatown per promuovere l’immagine della Cina all’estero contribuendo ad iniziative culturali e commerciali.</p>
<p>In questo contributo analizzerò Chinatown ed il suo ruolo sia come città-vetrina, branded city, sia come luogo d’identità e senso per gli immigrati cinesi a Londra, ma non prima di avere descritto per sommi capi le caratteristiche della nuova immigrazione cinese. Esso si basa su due progetti di ricerca che insieme ad alcuni colleghi della Middlesex University e della Leeds University sto conducendo sui nuovi immigrati cinesi a Londra e sul significato di Chinatown per la diaspora cinese.<strong>1. La nuova immigrazione cinese a Londra</strong><br />
La popolazione di origine cinese è uno dei più vecchi e dei principali gruppi etnici presenti a Londra. I primi immigrati arrivarono intorno alla metà del secolo scorso ed erano marinai che sbarcavano dalle navi e decidevano di fare fortuna o cercare migliori opportunità di vita nella capitale inglese. La prima area cinese ha quindi sede nella zona dei docks ed è a partire da quegli anni e con maggiore vigore a cavallo del secolo che comincia a svilupparsi il mito di Chinatown come zona esotica, pericolosa, immorale. Dopo un lungo periodo di relativa stabilità, a partire dagli anni ’70, e con maggiore vigore dagli anni ’90 e nel corso dei primi anni del nuovo millennio l’immigrazione cinese ha registrato un rinnovato impulso. Nel 2001 gli immigrati d’origine Cinese a Londra erano 80.206, un terzo del totale a livello nazionale, due terzi dei quali nati e cresciuti a Londra. A partire dal 2001, secondo cifre ufficiose, ci sarebbero stati tra 50.000 e 80.000 nuovi arrivi.<br />
I nuovi immigrati hanno trasformato la comunità cinese per molti rispetti. Innanzitutto, è cambiato il rapporto numerico tra cinesi nati in Inghilterra e quelli provenienti da altri paesi. Contemporaneamente vi è stata una diversificazione territoriale dei nuovi arrivati, che non provengono più solamente da Hong Kong, o dal Viet Nam come era avvenuto negli anni ’70, ma soprattutto dalla madre patria e da alcune regioni del sud-est. Vi è poi stata una diversificazione sociale ed occupazionale. Sono molti gli immigrati qualificati che lavorano nel settore dell’information technology, per agenzie governative o imprese che hanno bisogno di personale bilingue, gli accademici che lavorano nelle università, così come sta crescendo il numero degli studenti cinesi che frequentano le università londinesi. In parallelo, è significativo il flusso dei lavoratori non qualificati o con competenze che non trovano posto nel nuovo contesto, come gli artigiani tagliati fuori dall’industrializzazione e dall’ingresso della Cina nel mercato capitalistico globale o i contadini che non hanno usufruito della crescita economica di questi anni. È inoltre cresciuto uno strato intermedio di immigrati che svolgevano lavori o mansioni qualificate nel paese d’origine e non sono stati in grado ti trasferire le loro competenze nel nuovo mercato del lavoro, ed il numero delle donne che emigrano da sole e non necessariamente al seguito della famiglia. Infine, sono alcune migliaia i richiedenti asilo ed i rifugiati (sindacalisti, membri della setta Falungong etc.).<br />
Dati i numeri dei nuovi arrivati e le restrizioni all’immigrazione da parte del governo Inglese sono in molti a non poter ambire alla fascia alta del mercato del lavoro ed impiegati nell’economia informale, in particolare nella ristorazione o nell’industria alimentare. È un segmento invisibile che permette a questi settori, la ristorazione ma anche le grandi catene della distribuzione come Tesco e Sainsbury, di competere riducendo al minimo il costo del lavoro ed esasperando la rincorsa al ribasso dei prezzi dei loro prodotti. Soltanto raramente questo segmento esce dall’invisibilità. Successe nel 2004 quando 23 immigrati senza permesso di soggiorno morirono a Morecambe Bay sorpresi dall’alta marea mentre stavano raccogliendo frutti di mare (su questa vicenda è stato girato un ottimo film, <a href="http://ghost.anice.co.uk/">Ghosts</a>). Oppure, più recentemente (ottobre 2007), quando la polizia ha organizzato un’enorme e spettacolare retata a Chinatown e portato via 30 lavoratori senza documenti.</p>
<p>Sebbene nel suo insieme la comunità cinese venga spesso indicata come una ‘minoranza modello’ (Pieke 2005), ‘invisibile’ nel dibattito pubblico e nelle politiche di intervento e gli indicatori offrano un quadro economico e scolastico mediamente positivo, i problemi che gli immigrati cinesi devono affrontare quotidianamente sono molteplici: isolamento sociale ed esclusione economica, dispersione geografica, lunghi orari lavorativi, razzismo, scarsa o spesso nulla conoscenza della lingua inglese che in molti casi può essere all’origine degli altri problemi. I gruppi più colpiti sono le donne anziane, immigrate alcuni decenni fa al seguito della famiglia, e gli anziani in generale, i disabili, i nuovi immigrati ed i richiedenti asilo politico.</p>
<p><strong>2. Chinatown tra mito e realtà</strong><br />
Nelle società occidentali gli immigrati cinesi hanno sempre avuto una connotazione negativa ed abbondano i luoghi comuni nei loro confronti. Il cinese è lo straniero per eccellenza, è chiuso, difficilmente avvicinabile, che non integrarsi nella società cosiddetta d’accoglienza ed ha sempre qualcosa da nascondere. Queste convinzioni trovano ospitalità anche nel cinema e nella letteratura per cui il cinese è un personaggio ambiguo e misterioso, un corrotto ed un corruttore, un consumatore d’oppio. Sono gli stessi immigrati cinesi a denunciare il modo in cui la società occidentale guarda a loro. “Ho sempre avuto la sensazione che l’occidente avesse un problema psicologico nei confronti della Cina … come se fosse ‘Fu Manchu’, o come se fosse il pericolo giallo” (brano tratto da un’intervista).<br />
Una sorte simile è toccata anche alla Chinatown di Londra sia come luogo storico sia come astrazione. Più precisamente, si può affermare che esistono due Chinatown: quella mitologica ed inventata e quella storica e reale. La prima è una costruzione occidentale che vede in Chinatown una zona misteriosa, un luogo di traffici dove dare sfogo a depravazioni (sesso) e vizi (oppio e gioco d’azzardo). Parafrasando Edward Said (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788807102790/said-edward-w/orientalismo.html">Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2002</a>) sul modo in cui l’occidente si rappresenta l’oriente, Chinatown stessa è in un certo senso un’invenzione dell’Occidente, un’enclave esotica nel cuore delle società occidentali dove sono possibili esperienze in qualche misura eccezionali.<br />
La Chinatown reale è una realtà complessa, uno spazio urbano che ha diverse facce, talvolta conflittuali ma anche sovrapposte. La prima è quella di area turistica, che attrae milioni di turisti ogni anno, sostenuta e riconosciuta come tale dalla stessa municipalità di Westminster, nel centro di Londra dove Chinatown ha sede. Sotto questo profilo è un’area normalizzata, incorporata nell’industria del turismo di Londra e da cui molti attori traggono profitti; innanzitutto imprese immobiliari come Rosewheel and Shaftesbury che sono proprietarie di gran parte degli immobili della zona; in secondo luogo i commercianti ed i ristoratori cinesi, che bilanciano gli esosi affitti degli immobili con l’utilizzo di manodopera irregolare; infine, le catene di negozi (Starbucks etc.) e le attività commerciali (ad esempio case di scommesse come Windmill) che non appartengono a persone di origine cinese ed hanno sede a Chinatown, nelle vie limitrofe o del centro di Londra. Per questi attori Chinatown non è più un’invenzione che appartiene al mito ma è semplicemente una “gallina dalle uovo d’oro” (definzione data da un testimone privilegiato), un potente fonte di ricchezza.<br />
Chinatown, però, non è soltanto una branded area, una città vetrina da offrire al turismo di massa, un parco a tema di una più vasta disneycity che comprende il London Eye, il Big Ben, il cambio della guardia e, perché no, luoghi culturalmente più blasonati come la Tate Modern, il British Museum o i teatri del centro di Londra. In generale, Chinatown ha un ruolo importante nella vita sociale quotidiana degli immigrati cinesi (Christiansen 2003). “Poiché alcuni non parlano inglese o non hanno accesso a internet e non possono nemmeno leggere i giornali cinesi … se vanno a Chinatown trovano ciò che vogliono ed anche velocemente” (brano tratto da un’intervista). Essa è per certi versi una piazza dove gli immigrati della diaspora londinese scambiano informazioni, organizzano campagne politiche, s’informano sui recenti avvenimenti che riguardano la Cina e l’immigrazione cinese in altre parti del mondo (per esempio, ha avuto molto rilievo la notizia della rivolta a Milano nell’aprile del 2007).<br />
In questa area una minoranza etnica facilmente visibile e riconoscibile, soggetta a varie forme di razzismo molecolare, può riconoscersi, scappare da quel senso di isolamento che nasce dalla particolare dispersione della comunità cinese. Chinatown, pur essendo un luogo ad uso e consumo del turismo di massa, rappresenta un rifugio dalla ‘visibilità razziale permanente’. Di conseguenza, riesce a trasmettere intimità ad alcuni immigrati cinesi: “Quando ero qui da poco era strano e vedere dei cinesi mi trasmetteva un senso di intimità. A quell’epoca, quando venivo a Chinatown, mi ricordava il mio paese. Sentivo nostalgia così venivo a Chinatown e mi sentivo felice&#8230;”. Oppure: “Londra ha un’atmosfera cinese, così molti cinesi possono adattarsi alla vita di Londra … poiché ci sono moti cinesi a Londra non c’è nemmeno bisogno di parlare inglese poiché sono in molti a parlare cinese” (brani tratti da due interviste).<br />
Infine, Chinatown è uno spazio transnazionale, un nodo che connette il locale ed il globale. Lo è come global brand, un marchio esportato in altre parti del mondo, come altri simboli del turismo che hanno ormai trovato cittadinanza globale, ed adattato allo stile architettonico locale. Lo è come sede di banche (la HSBC e la Bank of China per esempio) che curano le rimesse degli immigrati cinesi nel paese d’origine. Lo è come sede delle agenzie di viaggio cinesi che organizzano viaggi per la Cina ed hanno come clientela quasi esclusivamente l’immigrato cinese. Lo è come porta d’ingresso in Inghilterra per i nuovi immigrati cinesi come emerge dal racconto di un’immigrata arrivata agli inizi degli anni 2000 sulla sua esperienza a Londra: “Quando arrivai a Chinatown per la prima volta sono riuscita a trovare un posto dove stare attraverso un po’ di aiuto. Stavo aspettando e mi sentivo persa. Completamente senza aiuto. Nessuno sembrava notarmi. Ho chiesto qualcosa a qualche cinese che incontravo ma mi rispondevano in inglese e non capivo nulla. Poi vidi un gruppo di cinesi uscire da quella che suppongo fosse una casa di scommesse. Mi diressi verso di loro ed uno di loro parlava un po’ di mandarino. Dissi che stavo cercando una stanza e lui rispose che poteva chiedere ad un amico se aveva una stanza. Chiama l’amico con il cellulare ed alla fine trovai questo posto. È stata un’esperienza molto dura”.<br />
Lo è come spazio che attrae investimenti dalla Repubblica Cinese per cui “lentamente, lentamente stanno giocando un grande ruolo, come il ristorante all’angolo o i supermercati che hanno aperto negli ultimi anni [sono d’investitori dalla Cina]” (brano tratto da un’intervista). Lo è, infine, come luogo di rappresentanza del governo cinese che fa delle donazioni per abbellire e rendere più attraente Chinatown e promuovere l’immagine della Repubblica Popolare Cinese all’estero.</p>
<p>Come si vede, Chinatown è uno spazio complesso, che presenta diversi strati sovrapposti. Per usare la celebre definizione di Marc Augé è luogo ed insieme non-luogo. In quanto città-vetrina, area turistica, semplice oggetto di consumo e di passaggio, spazio in cui “si riannodano i gesti di un commercio ‘muto’, un mondo promesso all’individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio, e all’effimero” (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788889490020/augeacute/nonluoghi-introduzione-una.html">Marc Augé Nonluoghi. Introduzione a un&#8217;antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2005</a>), Chinatown è un non-luogo. In quanto spazio sociale dove i vecchi ed i nuovi immigrati intessono relazioni e spazio dove si costruisce cultura, storicità e riconoscimento Chinatown è un luogo di appartenenza e d’identificazione per la dispersa comunità cinese.</p>
<p><em><strong>Nicola Montagna</strong> è dottore di ricerca e Research Fellow presso la Middlesex University di Londra. Si occupa di movimenti sociali e di immigrazione, sui quali ha scritto diversi saggi per libri e riviste accademiche.</em></p>
<p><em>Altri riferimenti bibliografici in lingua inglese:</em></p>
<p><a href="http://www.compas.ox.ac.uk/publications/Working%20papers/Frank%20Pieke%20WP0524.pdf">Pieke F.N. (2005) <em>“Community and Identity in the New Chinese Migration Order”</em> COMPAS Working Papers WP-05-24</a></p>
<p>Christiansen F. (2003) <em>Chinatown, Europe. An exploration of of Overseas Chinese Identity in the 1990s</em>, Routledge, London</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/">Chinatown, Londra: tra mito e realtà</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Battersea power station</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2007 04:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/04/battersea-power-station/">Battersea power station</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.thumbnail.jpg" alt="jh-battersea.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City. La centrale elettrica in disuso è un castello abbandonato della modernità. Spesso invento storie fantastiche sul suo conto: in una è la fabbrica da cui escono liquidi, e poi a sbuffi di vapore, i sogni e gli incubi di Londra; in un’altra è il rifugio dell’unicorno, non più incatenato sullo stemma reale. Le rovine industriali sono il selvatico delle grandi città, i nuovi spazi impervi, spiritati: il cigolio della ferraglia, del becco mostruoso delle gru, l’acciottolarsi dei detriti sul vento. <span id="more-4707"></span>Come una forma tangibile del cielo – spesso mi accorgo del mondo superiore, sollevando gli occhi tra le sue ciminiere, bianche di nuvolaglia e ossame. Giganteggiano sull’acqua opaca, la riva di scarti, gabbiani, pesci solidificati in fango del Tamigi. Le osservo in lontananza, quasi umanizzate dalla mia solitudine. Vedo le mura interne decomposte, volgersi all’erba, allo scandirsi cronometrico dell’acqua in una palude urbana: la ruggine si schianta mostrando le radici. L’assenza della vegetazione ed il suo inizio. L’intero della vita che torna, quasi irriconoscibile, ma sempre con lentezza, sempre senza troppo rumore.</p>
<p>Accanto alla centrale c’è un parco che si apre in recinti, giardini e prati, tutto attorno ad un lago abitato da cigni, anatre, folaghe. La mia passeggiata è piuttosto abitudinaria: mi infilo in uno dei cancelli che danno sulla terra rialzata, sulla natura incolta affacciata sull’acqua, mi dirigo ad un albero, di cui non riconosco la specie, dai rami robusti, scuri, piegati verso la riva. Non c’è quasi mai nessuno. Mi arrampico, mi siedo appoggiata al tronco e inizio a leggere &#8211; ad esempio The Virgin Suicides di Eugenides l’ho letto quasi tutto tra questo luogo e l’appartamento in Deeley Road, dove abitavo nel 2004 – una strada di palazzi come caserme, da cui venivo a piedi. Ci sono parti nel libro sugli olmi del quartiere, sul loro respiro, sul manto fitto dell’autunno nei cortili, che per me sono indissolubilmente legate al mio albero di Battersea Park. Oppure vago nei pensieri, dondolando i piedi liberi, guardando il lago, il sole che ne fa quasi una carta stagnola, le battaglie degli uccelli per il cibo gettato dai passanti.</p>
<p>Nel nostro bosco, sull’Appennino, quello dietro il campo di calcio, c’era un tronco caduto di castagno, arcuato come un ponte vegetale sul terreno. Ora è completamente distrutto, dalle piogge, il passaggio dei cervi, il peso invernale delle nevi. Amavamo quel resto d’albero: ci potevamo sedere sopra nell’ombra della radura, sotto la parete di roccia ed il muschio che risalivano fino al tetto aperto delle fronde, tra i sassi. Quando le mie sorelle erano piccole lasciavo i regali sparsi, sulla corteccia, come se fossero doni dei folletti.<br />
Un pomeriggio, gli ultimi giorni d’agosto del 1997, me ne ero venuta nel bosco con il mio vecchio flauto di legno, in uno dei miei attacchi di insofferenza.<br />
Stavo lì nei pantaloni di tela sbrindellati di pezze giallo e arancio e suonavo per gli sterpi. Dopo un po’ arrivò la tua voce, dal sentiero. Eri allegro. Mi chiamavi: “O cugina pifferaia, hai finito l’esilio? A casa c’è l’Ofelia che ci ha preparato la merenda”. Ofelia, la compagna di mio padre, ci preparava ancora la merenda come se fossimo due ragazzini, scordandosi volutamente che tu avevi vent’anni ed io ventidue. La pasta fritta con lo zucchero o il sale di cui facevamo indigestione, i bomboloni, la torta di panna e mirtilli, o anche, non meno apprezzato, il solito gigantesco barattolo di Nutella, con il pane pronto sulla tavola. Era proprio quest’ultimo che ci aspettava in cucina. La Nutella, se ci penso bene, è stata quasi un vincolo adolescenziale tra cugini nel paese di Torri. Io ed Elisa rientravamo ad ore impossibili nella notte, nei nostri sedici, diciassette anni, godendoci tutta la libertà dell’estate, e continuavamo a parlare sedute al tavolo con i cucchiaini intinti nella cioccolata, per finire a dormire nello stesso letto, ad una piazza, come quando eravamo bambine. Nella tarda mattinata, quando ci svegliavamo, Ofelia con aria fintamente minatoria ci diceva: “Vi ho sentito tornare cosa credete… erano le quattro”. Ma poi aggiungeva un barattolo extra nella spesa. Sara e Benedetta, le mie sorelle, ripetono questo rito con gli amici, ora che hanno la nostra età di allora, ed io che resto alzata a leggere o a scrivere quando vado in montagna, le ascolto raccontarsi, con un misto di nostalgia e stupore.</p>
<p>“Sei venuto a piedi o in motorino?”, ti chiesi.<br />
“In motorino”.<br />
“Sfaticato! Hai fatto bene… senti perché non facciamo merenda qui? Dai, Matteo. Ti aspetto, vai a prendere il pane?”. Che sfacciata. Ma tu non dicevi di no: mi guardasti con aria ironica e rassegnata, riavviandoti verso casa, per accontentarmi. Erano anni che non trascorrevamo qualche giorno insieme, d’agosto a Torri. Che non consumavamo i pomeriggi a giocare a carte al bar con gli altri ragazzi, che mi insegnavi per l’ennesima volta il gioco del tressette, sapendo che di lì a un mese me ne sarei scordata completamente. Che ascoltavi con eroica pazienza i miei sfoghi sentimentali o ti offrivi di coprirmi, se restavo a dormire fuori, dicendo che passavo la notte da te, in mansarda.<br />
Di che parlavamo con il pane stracolmo di Nutella, seduti sulla trama delle foglie?<br />
Mi chiedesti di dirti ancora dei miei spiritelli, di cui leggevo le storie ai bambini del paese in piazza, imitandone le voci. Da piccolo tu avevi paura di Dracula. Mio padre, ti illustrava il film di Nosferatu, facendo smorfie e gesti mostruosi con tutto il corpo, spengendo la luce d’improvviso. Tu scappavi nell’altra stanza, ti nascondevi sotto il tavolo, finché lui non iniziava a ridere, molto più bambino di noi. Io non glielo permettevo. Gli dicevo in anticipo che di vampiri e castelli rumeni non ne volevo sapere un bel nulla.<br />
“Ti ricordi quando dormivamo assieme nel lettone a casa della nonna, io te ed Elisa? Tu eri insopportabile, lì nel mezzo. Prendevi tutto il posto e noi ci stringevamo sugli angoli. E protestavi, anche!”<br />
“Ma avevo cinque anni… voi eravate più grandi”, ridevi.<br />
Ti eri impuntato, quella volta, che ti escludevamo perché eri maschio, che anche tu avevi diritto di passare la notte con noi, dalla nonna. Dormire assieme da bambini ha un suo potere speciale – è un’alleanza nel momento più sconosciuto della giornata, quando tutto diventa inquieto e sfuggente. Gli alberi all’esterno, il loro lamento di vocali, di misteriosi suggerimenti contro la finestra.<br />
Con Elisa avevamo questo progetto: aspettare che tutti dormissero nella casa: poi scendere giù nel prato, a controllare se c’era qualcuno. Non sapevamo chi o cosa sarebbe dovuto venire. Avevo delle idee al riguardo e finivo sempre con lo spaventarla, come quando le raccontai dell’impiccagione di Pinocchio, di cui avevo letto a scuola. Pinocchio era un libro terribile, per me, crudele. Lo leggevo avidamente e lo detestavo con uguale passione. Ero arrabbiata con Pinocchio per come ammazzava il grillo e per come vendeva il suo abbecedario: una tale preziosa parola fatta di sillabe lente e ghirigori, come puoi venderla Pinocchio? Ma poi mi dispiaceva molto di più per tutti gli animali che morivano nel libro: Melampo, i ciuchini, i pesci nella padella d’olio bollente dove finiva il burattino. Un libro esemplare della tortura.<br />
Pensando agli assassini incappucciati, alle corse a perdifiato per i fossi pieni di bisce, rospi ed orbettini, decidemmo che forse era meglio declinare, restarcene nel sicuro delle coperte.</p>
<p>“ E le bolle di sapone, te le ricordi? Quelle con il Nelsen piatti, dentro i bricchi di smalto?”</p>
<p>Se dovessi scegliere un ultimo ricordo, sceglierei quel pomeriggio, in cui ci immergevamo nel nostro passato, enumerando i giocattoli, le piccole liti, come se anche Elisa, che non veniva più in montagna, fosse lì seduta con noi. Il mondo dell’esperienza epurato dalla carne, una crosta staccata, esangue &#8211; così inconsistente sulla nostra formidabile infanzia. Avevi questo volto morbido, quest’aria gentile mentre da ragazzo diventavi uomo. Conservo ancora in un diario, la poesia che mi scrivesti quella sera, seduto sulla finestra. Mi consegnasti il foglio quasi imbarazzato.<br />
“Ti ho scritto una poesia… lo sai, però io non sono bravo come te. Non ho nemmeno studiato”.<br />
Era una poesia su Torri, sulla tua montagna. Su come potevamo fermare tutto quassù, dimenticare. Il nostro minuscolo paese dei fiori, nel comune più boscoso di tutta l’Italia. “A te cugina, che credi nei folletti”, riporta la dedica.<br />
Il mio migliore amico si era ucciso in luglio, con il gas di scarico dell’auto. Negli anni a seguire ne avrei riversato così tanto nelle poesie, nei racconti, nei diari, nei monologhi interiori mai trascritti, sorprendendomi a fissare qualcuno che avrebbe potuto essere lui, in una strada cittadina, su di un treno, eppure mi sarebbe restata dentro la sorpresa, di quando ti spiegai, in cucina, come sviscerando il cuore di un estraneo. Soprattutto avrei tenuto dentro il dubbio di un futuro alternativo, non intaccato dalla sua morte, dal rischio indulgente della mitizzazione – i dispersi dissolti in stati d’animo,  beatificati rifugi dell’ego, quando si è assediati dai timori, resi mediocri, insufficienti: i giorni e gli altri percepiti come una sentenza.<br />
Come avrei ricordato? Come avrei spogliato dalla nostalgia la mia esigua giustizia?<br />
Lo raccontavo a tutti ciò che era successo quell’estate, con una foga maniacale, inquisitoria, malcelando la paura in un grossolano distacco. Tu dicesti semplicemente che lo rispettavi. E che lo rispettavi tanto più a fondo perché non riuscivi affatto a capirlo &#8211; tu che trovavi il lato piacevole di ogni cosa, perfino del tuo lavoro in fabbrica, quando per ovviare alla noia, ti raccontavi da solo fiabe assurde. C’era questa gioia serena che mettevi nei rapporti, senza giudizi di sorta, che calmava il mio modo carnale, impulsivo di agire. La parola per dirti è bontà, un vocabolo ingiustamente schernito nel sinonimo di un fare ingenuo, approssimativo, che non scalfisce la pelle degli eventi, il nostro bisogno di ferire, di pose inautentiche di disprezzo. In te riacquisiva tutto il suo genuino valore: lo stare da pari a pari con gli altri e con l’esistenza, lo stare aperti. Non ha importanza che tu lo comprendessi: era nel tuo non saperlo che si radicava più forte. Eri mio cugino. Eri buono.</p>
<p>Non concepivo ancora la precarietà che ci compone, né credo si comprenda del tutto finché si è dentro la fiumana dei sogni e degli affetti. Temiamo la perdita di coloro che amiamo &#8211; un incubo diurno da scacciare &#8211; ma ne facciamo ugualmente figure immortali, cardini di direzioni estemporanee, illusi nel nostro egoismo di poter tornare, quando ci sembra opportuno, ai loro volti conosciuti, i loro gesti di consolazione.<br />
Ma la vita è molto più sbrigativa, disattenta.<br />
La vita è un inventario sbagliato, procede per accumulo, per repentine detrazioni. Come il segno primo dello scrivere, lei è spinta per sua natura continuamente a colpire e colpisce di fretta, nauseata e assolta – e lascia agli astanti, agli involontari complici, agli strumenti, l’affondo irregolare dell’impronta.</p>
<p>Ti rividi un’altra volta, nel mese di settembre. A gennaio una nostra comune conoscenza mi portò i tuoi saluti: sarei passata a trovarti, risposi, alla sala giochi dove ti fermavi qualche volta la sera. Ma non accadde. La notte del quattordici febbraio, ti ricoverarono d’urgenza a Firenze, per un incidente d’auto – avevi perso il controllo, rientrando dalla discoteca, eri stato sbalzato fuori dall’impatto con un muro. Con una fiducia disperata nella tua forza sperammo per quindici giorni che tornassi. Avresti avuto danni irreversibili, una paralisi, un occhio perduto, ma saresti stato vivo, e mio zio, quando venni in ospedale mi disse di non entrare, di non vederti sfigurato dallo schianto. La tua pelle di bambino. Che tu sapevi comunque che noi c’eravamo, che saresti stato a casa in poche settimane, non poteva che essere così. Poi l’aneurisma nel centro del cervello. Una bacca, una pallottola di sangue. Ti dichiararono clinicamente morto, pronto per l’espianto, come avresti voluto. Lo avevi detto una volta a tua madre, commentando la notizia della donna che aveva partorito un feto gravemente menomato, per poter donare gli organi. Un affermare astratto, che diventa d’improvviso spietato testimone.<br />
Non ricordo il funerale; non ricordo nulla.<br />
Non sapevo come guardare i miei zii, come chiedere un’altra possibilità, una soltanto, come non odiare il mio dolore, come combattere l’impossibile, come non fare delle preghiere che uscivano inutili, una maledizione.</p>
<p>Occorre tanto tempo per accettare, far sì che la pena d’intensità immutabile scopra la fibra di un punto d’approdo, una nuova partenza. Occorre esserne travolti, con l’asfissia ermetica del vuoto, senza spiegazioni esaustive, vergognandosi invece, molto, della meschinità accentratrice della propria sofferenza.<br />
Il mondo ha le sue vie atroci, insospettabili per renderci l’amore, la dignità delle storie private.</p>
<p>A distanza, nella mia vita londinese, appena fuori dal parco, io non so se sia un suono o un odore o l’aria desolata dalle ciminiere &#8211; rivedo tutto con chiarezza, ci ascolto nel bosco: sei tu, la mia epifania, che scivola nella mente, s’ispessisce, s’irradia tutto d’intorno &#8211; il mio attimo di rivelazione.<br />
Quanto calore c’è nelle lacrime represse? Quanta verità da indagare nei vissuti trascorsi? E quanto davvero di comune, di tralasciabile, negli sguardi scambiati, i dialoghi familiari, il silenzio perfino del sonno nella solita stanza?</p>
<p>Camminando verso la centrale elettrica posso piangere non vista. Piango il tuo nome teso dentro la gola. Piango la rabbia, Matteo, il molto male che ho inferto a me stessa, come per punirmi per ciò che non riuscivo a salvare, non potevo; piango la mia rigida coerenza del non dire finché non si è marchiati incandescenti e poi si è pietra, secrezione esposta delle ossa. Piango gli appuntamenti mancati, i tuoi organi in altre persone, come codici ignoti della memoria, manoscritti sporcati di arterie, e la morte che esiste e le poesie scritte sui davanzali delle finestre. Ti lascio andare. Supero l’eco del traffico nel fiume, nella benevola indifferenza del paesaggio, la sua notturna, quieta pulizia.</p>
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		<title>Buràn, scritture invisibili dal mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 23:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
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<p>Vanta collaborazioni con il <em>British Council </em>di Londra e con la <em>Boston University</em>. Pubblica il racconto che ha vinto l&#8217;ultimo prestigioso <em>Million Writers Award</em>. Scopre talenti e scritture dalla Cambogia, dal Ghana, dall&#8217;Estonia e dal resto del mondo. E&#8217; il nuovo numero di <strong>Buràn</strong> (<a href="http://www.buran.it">http://www.buran.it</a>), rivista letteraria online che insegue storie e racconti in tutta la Rete mondiale, traducendole – esperienza unica nel nostro Paese – per la rete italiana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/02/buran-scritture-invisibili-dal-mondo/">Buràn, scritture invisibili dal mondo</a></p>
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<p>Vanta collaborazioni con il <em>British Council </em>di Londra e con la <em>Boston University</em>. Pubblica il racconto che ha vinto l&#8217;ultimo prestigioso <em>Million Writers Award</em>. Scopre talenti e scritture dalla Cambogia, dal Ghana, dall&#8217;Estonia e dal resto del mondo. E&#8217; il nuovo numero di <strong>Buràn</strong> (<a href="http://www.buran.it">http://www.buran.it</a>), rivista letteraria online che insegue storie e racconti in tutta la Rete mondiale, traducendole – esperienza unica nel nostro Paese – per la rete italiana. <em>Il Materiale</em>, la sezione monografica della rivista, in questo numero ha per tema <strong>Il Conflitto</strong>, declinato in molti sensi (bellico, sociale, economico, interiore) per indagarne i margini, gli strascichi, la quotidianità. La sezione <em>Immaginario</em> propone invece storie che regalano al lettore l&#8217;altro e l&#8217;altrove della narrazione in rete. Ci sono Mondi e Voci, là fuori; Buràn è in ascolto.<br />
(per contatti: redazione@buran.it)</p>
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