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	<title>Nazione Indiana &#187; loris righetto</title>
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		<title>&#8220;Albertine&#8221; o l&#8217;inadeguatezza del realismo. Incontro con Rick Moody</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Dec 2008 14:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di<strong> Loris Righetto</strong></p>
<p><em>Quello che segue è il racconto parziale di una presentazione del libro </em><a href="http://www.minimumfax.com/libro.asp?libroID=415"><strong>Tre Vite</strong> </a><em>con lo scrittore americano <strong>Rick Moody</strong>, avvenuto presso Villa Maria, Roma, il 3 giugno 2008, in occasione di un ciclo di incontri dal titolo “quadrangolare internazionale del fantareale”, organizzato dalla <a href="http://fantareale.splinder.com/">scuola di scrittura creativa Omero</a>.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/07/albertine-o-linadeguatezza-del-realismo-incontro-con-rick-moody/">&#8220;Albertine&#8221; o l&#8217;inadeguatezza del realismo. Incontro con Rick Moody</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://brooklyn-bridge.visit-new-york-city.com/Brooklyn-Bridge-1.jpg" alt="null" /></p>
<p>di<strong> Loris Righetto</strong></p>
<p><em>Quello che segue è il racconto parziale di una presentazione del libro </em><a href="http://www.minimumfax.com/libro.asp?libroID=415"><strong>Tre Vite</strong> </a><em>con lo scrittore americano <strong>Rick Moody</strong>, avvenuto presso Villa Maria, Roma, il 3 giugno 2008, in occasione di un ciclo di incontri dal titolo “quadrangolare internazionale del fantareale”, organizzato dalla <a href="http://fantareale.splinder.com/">scuola di scrittura creativa Omero</a>. Grazie alla disponibilità di Moody a confrontarsi col pubblico e parlare della sua idea di letteratura, l’incontro si è declinato in una informale lezione di scrittura. Invio questo “verbale non-ufficiale” a Nazione Indiana con la speranza di contribuire al dibattito sul realismo e su come la realtà va affrontata dagli scrittori, qui recentemente discusso, portando il punto di vista di un autore.</em></p>
<p><span id="more-11753"></span><br />
Villa Maria, largo Berchet 4, dalle parti di Trastevere, 3 giugno 2008. Sala conferenze, ore 21:00.<br />
Rick Moody viene accompagnato in cattedra da Martina Testa, che si presterà da interprete per l&#8217;incontro. Per “fantareale”, spiega il maestro di cerimonia al pubblico, si intende un “realismo con innesti di realtà allucinata-allucinante”. Rick Moody dice di sentirsi a suo agio con questa etichetta, perché <em>fanta</em> sta per <em>fantasia</em>, la facoltà umana di creare e rappresentarsi immagini.<br />
Lo scrittore viene invitato a prendere la parola e inizia leggendo il pezzo finale di “Albertine”, il racconto che chiude <em>Tre Vite</em>. Nel racconto, dopo che un bombardamento ha devastato New York e ridotto Manhattan ad un cumulo di macerie, si diffonde una droga sintetica di nome Albertine<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/07/albertine-o-linadeguatezza-del-realismo-incontro-con-rick-moody/#footnote_0_11753" id="identifier_0_11753" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Il nome Albertine riecheggia, deliberatamente credo, una delle sezioni de &Agrave; la recherche du temps perdu di Proust, intolata La fugitive ossia Albertine disparue.Tra i miei appunti dalla serata, scritto in grafia gallinacea, leggo &ldquo;&amp;#8230;si considera ammiratore ed epigono della letteratura europea: Montaigne, Proust, Woolf, Joyce, Kafka &amp;amp; Dante&rdquo;.">1</a></sup> che permette di rivivere i ricordi in modo estremamente realistico. Un giornalista, pagato per redigere un dossier sul fenomeno, giunge, alla fine delle sue indagini, su una delle punte estreme dell’isola di Manhattan, ora disabitata, con l&#8217;intenzione di esporsi alle radiazioni del passato-presente.<br />
Moody spiega il senso del racconto “Albertine” nelle sue intenzioni: è una metafora dell&#8217;impatto che il crollo delle Torri Gemelle ha avuto sulla psiche collettiva. All&#8217;indomani dell’Undici Settembre a New York si aveva la tendenza a rimuovere: si preferiva ricordare le torri, quasi fossero ancora lì.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/07/albertine-o-linadeguatezza-del-realismo-incontro-con-rick-moody/#footnote_1_11753" id="identifier_1_11753" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Durante un&rsquo;altra presentazione, presso il circolo Arci La Scighera a Milano, Rick Moody ha raccontato un aneddoto a lui parso emblematico. Qualche tempo dopo l&rsquo;attacco, a New York, mentre viaggiava in metropolitana, su un tratto di sopraelevata da cui si pu&ograve; vedere Manhattan, aveva la sensazione che tutti i viaggiatori si sforzassero di guardare nella direzione opposta. Tranne uno sconosciuto, un uomo di colore. Questi, accortosi dello sguardo dello scrittore, diretto anch&rsquo;esso alle macerie, si accost&ograve; e prima di scendere lo baci&ograve; su una guancia.">2</a></sup> Si preferiva accusare il terrorismo anziché interrogarsi sul passato politico e le dinamiche che avevano contribuito a creare le condizioni per un attacco terroristico. Si cercava di ricordare intensamente alcune cose e di dimenticarne intensamente altre.</p>
<p>Il nocciolo della questione, secondo Rick Moody, è <em>come</em> parlare del crollo delle Torri Gemelle senza dire banalità? Il Naturalismo non basta per dare la dimensione di una catastrofe come l’Undici Settembre. E nemmeno la cronaca: foto, sequenze filmiche, telegiornali sono repertorio collettivo, tutti le hanno viste, non si può suggere altra linfa da quelle immagini, ne siamo troppo <em>assuefatti</em>. In quanto scrittore, per arrivare al cuore del lutto, sentiva di aver bisogno di un approccio laterale, non meramente descrittivo. Nel racconto “Albertine” lo scrittore ha inscenato una diversa apocalisse, ha spazzato via non solo le Torri Gemelle ma tutto il centro di New York. Anziché sulla descrizione dettagliata degli eventi o sull’uso di simbologie, ha preferito concentrarsi sul modo in cui l&#8217;io processa le emozioni, sull’impatto dell’evento nella coscienza di un superstite al disastro. Lo scrittore rivendica per il suo modo di operare l’etichetta di “realismo psicologico” e per “Albertine” lo status di racconto di fantascienza volutamente disturbante e disturbato, come lo è (stata?) la coscienza del cittadino newyorkese e americano il day after.<br />
A seguire Rick Moody propone l&#8217;analisi di un racconto di <strong>William Carlos</strong> <strong>Williams</strong>, <a href="http://www.fti.uab.es/sgolden/docencia/force.htm"><em>The use of the force</em></a>, di cui fa un breve riassunto:</p>
<p><em>Un medico viene fatto chiamare da una famiglia, con cui lui non ha avuto contatti prima. La paziente è una bambina con febbre alta da qualche giorno. Con il sospetto che si tratti di difterite, il medico chiede alla bambina di aprire la bocca, per vedere se ha sulla gola le caratteristiche membrane, ma la piccola si rifiuta ostinatamente. Il medico chiede al padre di tenere la bambina mentre lui tenta inutilmente di forzarla con una spatola di legno. Al contempo conscio del grave pericolo che la bambina corre e infastidito dalla sua resistenza, il medico perde le staffe e la costringe ad aprire con un cucchiaio di metallo dietro le gengive. Causa alla piccola una perdita di sangue ma appura che la bambina ha la difterite. La bambina scoppia in lacrime di rabbia: si vergognava della sua sgradevole malattia e non voleva rivelare al medico il suo “segreto”.</em></p>
<p>Questo racconto si presta a rappresentare la struttura della narrativa realistica. Si inizia con l’enunciazione del conflitto, la bambina è ammalata ma non vuole aprire la bocca. Prende piede un primo climax ascendente, in cui il medico tenta di convincere la bambina con le buone, senza riuscirvi. Segue un anticlimax, uno stallo, in cui il dottore si comporta in modo iroso, lotta con la bambina, e dà adito al sospetto nel lettore che egli voglia soltanto punirla per la sua ostinazione. Segue un secondo climax ascendente, che comprende i due tentativi con una spatola e con un cucchiaio, in cui la tensione sale perché il lettore teme che il dottore possa ucciderla. Il ritmo concitato dell’azione viene interrotto dall’esplicitazione da parte del dottore delle sue intenzioni: egli è sì arrabbiato, ma anche conscio che qualsiasi ritardo nella cura potrebbe, per sua esperienza, esser fatale. L’epifania giunge all’apice, dopo questa ammissione, come momento intensamente spirituale, in cui si ha la comprensione: il medico è animato da buone intenzioni, la bambina ha la difterite, il suo rifiuto era dovuto ad una piccola vergogna di sé. Infine lo scioglimento, la bambina piange di rabbia ma può essere curata.<br />
Questa dinamica, fa notare Rick Moody, é solo apparentemente credibile. Tale punteggiatura degli eventi esiste fuori dalla dimensione della fiction? Secondo lo scrittore si tratta di un costrutto letterario stereotipico: è una struttura rigida, facilmente assimilabile e ripetibile. Troppo geometrica per aderire alla realtà. Quelli che noi chiamiamo “moments of epiphanic feeling”, i momenti in cui guardandoci indietro comprendiamo, nella realtà non esistono come in un libro giallo. Sono momenti effimeri, in cui la comprensione è parziale e a volte, a posteriori, erronea. Come nella vita, in “Albertine” non si dà un momento chiarificatore, spiega Rick Moody, anzi, si vuole mettere in discussione quel costrutto letterario. La collisione tra punti di vista multipli rappresenta la realtà più che non il realismo stesso. L&#8217;unica epifania che si dà, nei miei libri, dice Moody, è quella del linguaggio.<br />
Alla domanda di quale sia, nello stato dell’arte attuale, il ruolo della letteratura, lo scrittore risponde che dopo l’Undici Settembre, a New York ci si chiedeva, ma le storie di finzione cosa possono dire sul mondo? Si può ancora usare ironia, ambiguità e invenzione di fronte all&#8217;urgenza del reale di essere raccontato? Secondo Rick Moody il fuoco dell&#8217;immaginazione<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/07/albertine-o-linadeguatezza-del-realismo-incontro-con-rick-moody/#footnote_2_11753" id="identifier_2_11753" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="A proposito di immaginazione/fantasia, l&rsquo;autore sembra esprimere un concetto molto simile nell&rsquo;intervista rilasciata a Marino Sinibaldi per il programma Fahrenheit di Radio 3: &ldquo;(&hellip;) Ma credo che questi eventi catastrofici (l&rsquo;Undici Settembre) dovevano comunque un po&amp;#8217; essere decantati ed elaborati dalla mia fantasia e credo che in quel primo periodo qualunque cosa avessi scritto avrebbe avuto comunque quel tipo di sapore. Poi quando ho cominciato a scrivere gli altri raconti oltre ad Albertine mi sono reso conto che questo tema della paura, dell&amp;#8217;ansia continuava ad essere molto presente, perche&amp;#8217; non l&amp;#8217;avevo esaurito e continuava a ritornare e anche nei personaggi delle altre storie&rdquo;. ">3</a></sup> è la chiave. Si deve andare a cercare nella riserva di immagini della coscienza umana; è lì che la letteratura diventa un luogo per dire la verità.</p>
<p><strong>Il pezzo da <em>Albertine</em> letto dall’autore</strong></p>
<p>(…) Ma posso offrirvi qualche altra chicca. Se vi state chiedendo com’è il futuro, se siete fra quei cittadini del passato che stanno lì a farsi domande, lasciate che vi dica com’è. Come prima cosa, gentili lettori, vi dico che il ponte di Brooklyn non c’è <em>più</em>, quella che è probabilmente la più bella struttura mai costruita in base alla follia dei newyorkesi. Il ponte di Brooklyn non c’è più, o perlomeno non c’è più la metà del lato di Manhattan. La sezione che parte da Brooklyn si estende fino alla prima serie di pilastri, dopodichè si sgretola. Come le braccia della Venere di Milo. Evoca un rapporto idealizzato tra le parti di una stessa città, ma lo evoca solo, non è un vero rapporto. E forse è per questo che amanti temerari ora ci vanno a passeggiare, gli amanti con il cancro alla tiroide ci vanno la notte, perché è finalmente arrivato un momento nella storia di New York in cui si riesce a vedere il cielo stellato. Be’, solamente se il vento soffia verso il New Jersey. Salgono fin lassù, gli amanti, scavalcano le transenne della polizia, camminano lungo il marciapiede, sulla parte ancora intatta, guardando oltre l’East River, si dichiarano fedeltà. Non <em>mi rimane molto tempo, ci sono delle cose che voglio dirvi.</em> Anzi, voglio andare anche oltre. Perché per me questo istante è infinito, ed è perciò che sto dettando questi appunti. Ecco cosa faccio, trovo il pilota del traghetto sul lato di Brooklyn, a Bay Ridge, un vecchio irlandese, pago la mia monetina al traghettatore irlandese in giacca a vento verde, accarezzo il suo rottweiler. Gli dico: <em>Ho degli affari da sbrigare laggiù,</em> il tipo fa: <em>Non posso, capo,</em> io punto il dito dall’altra parte e dico: <em>Degli affari,</em> e lui: <em>Nessuno ha degli affari da sbrigare laggiù, </em>ma io sì, gli spiego, e non te ne pentirai, e lui: <em>Laggiù non c’è niente</em>, ma alla fine accetta l’offerta, e così eccoci sul fiume, con le sue correnti ostinate e le infide onde, come se la natura volesse spazzar via fino in mare questo esperimento di città, come se la natura volesse pulire la ferita, buttare nel cesso gli avanzi d’uranio, le macerie, il particolato umano. Siamo sull’acqua, e qui è dove prima c’era la statua, e presto arriverà quella nuova dalla Francia, mentre lì è dove prima c’era il grattacielo di New York Plaza, sulla punta. Dico al traghettatore di portarmi più su, lungo la costa; voglio conoscere ogni roccia e ogni palificazione, ogni trave di ponte rimasta, voglio conoscere ogni cosa, così oltrepassiamo l’impronta che rimane del porto di South Street, ed eccole le cose che abbiamo perduto ma che avrei potuto vedere da qui: il Municipal Building con le sue guglie, il City Hall, il World Financial Center, la Borsa di New York –dove sono andati a finire tutti i broker, cosa fanno adesso, sono a Montclair o a Greenwich?- e poi c’è Chinatown, rasa al suolo dalla bomba, costeggiata da Canal Street, che è di nuovo un canale, com’era in passato, e Little Italy non c’è più, tutti quei locali da mafiosi non ci sono più, ora i gangster lavorano tutti sull’altra sponda, nel New Jersey, cercano di accapparrarsi quella fetta del mercato di Albertine, e Soho non c’è più, l’ex CBGB, la New York University non c’è più, le Zeckendorf Towers non ci sono più, il parco Union Square non c’è più, l’edificio in cui era stata la Factory di Andy Wharol, quello che un tempo era Max’s Kansas City, e l’Empire State Building non c’è più, e quando è caduto di <em>sbieco</em> ha distrutto una fetta enorme della Quinta Strada, a sud fino a Flatiron District, la zona dello shopping un tempo nota come Il Miglio delle Signore; il distretto dei fiorni non c’è più, così il Fashion Institute of Technology; di fatto, l’unica cosa che si dice sia rimasta in qualche modo intatta è, come l’Acropoli di Atene, la biblioteca pubblica, ma da qui non riesco a vederla. I ponti sono saltati, il trama sulla Cinquantanovesima non c’è più, e mentre risaliamo lungo una parte dell’isola in cui credo si trovasse lo Stuyvesant Village, dico: <em>Ehi, fammi scendere qui,</em> attacca questa barca a remi con il motore da tosaerba a due cavalli, perché <em>io entro,</em> vado fino Tompkins Square, sai che ti dico, torno indietro, attraverso quel quartiere di immigrati. Per cui metto piede sulla parte più orientale dell’isola, stesso punto su cui misero piede gli irlandesi, stesso punto su cui misero piede i portoricani, e adesso ci entro, perché fintanto che sono macerie non mi importa quanto fa caldo, ci entro, è come un deserto di vetro e sabbia, una discarica ridotta in vetro dalle fiamme, e sento le voci, anche se ormai ne è passato di tempo, tutte quelle voci, a strati, una sull’altra, nelle loro centocinquanta lingue diverse, non riesco a distinguere niente di ciò che dico, sento solo che dicono: <em>Ehi, è ora che qualcuno ci ascolti</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/07/albertine-o-linadeguatezza-del-realismo-incontro-con-rick-moody/">&#8220;Albertine&#8221; o l&#8217;inadeguatezza del realismo. Incontro con Rick Moody</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_11753" class="footnote">Il nome Albertine riecheggia, deliberatamente credo, una delle sezioni de <em>À la recherche du temps perdu </em>di Proust, intolata <em>La fugitive </em>ossia <em>Albertine disparue</em>.Tra i miei appunti dalla serata, scritto in grafia gallinacea, leggo “&#8230;si considera ammiratore ed epigono della letteratura europea: Montaigne, Proust, Woolf, Joyce, Kafka &amp; Dante”.</li><li id="footnote_1_11753" class="footnote">Durante un’altra presentazione, presso il circolo Arci <a href="http://www.lascighera.org">La Scighera </a>a Milano, Rick Moody ha raccontato un aneddoto a lui parso emblematico. Qualche tempo dopo l’attacco, a New York, mentre viaggiava in metropolitana, su un tratto di sopraelevata da cui si può vedere Manhattan, aveva la sensazione che tutti i viaggiatori si sforzassero di guardare nella direzione opposta. Tranne uno sconosciuto, un uomo di colore. Questi, accortosi dello sguardo dello scrittore, diretto anch’esso alle macerie, si accostò e prima di scendere lo baciò su una guancia.</li><li id="footnote_2_11753" class="footnote">A proposito di immaginazione/fantasia, l’autore sembra esprimere un concetto molto simile nell’<a href="http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=253409">intervista</a> rilasciata a Marino Sinibaldi per il programma Fahrenheit di Radio 3: “(…) Ma credo che questi eventi catastrofici (l’Undici Settembre) dovevano comunque un po&#8217; essere decantati ed elaborati dalla mia fantasia e credo che in quel primo periodo qualunque cosa avessi scritto avrebbe avuto comunque quel tipo di sapore. Poi quando ho cominciato a scrivere gli altri raconti oltre ad Albertine mi sono reso conto che questo tema della paura, dell&#8217;ansia continuava ad essere molto presente, perche&#8217; non l&#8217;avevo esaurito e continuava a ritornare e anche nei personaggi delle altre storie”. </li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 06:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/familyfeuddvd.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Loris Righetto</strong></p>
<p>Quelli come me ci soffrono a vivere da soli perché si sono convinti che  il cuore di nessun uomo è un’isola. E neanche quello di una donna. È una questione di spazi personali che si intersecano. Quelli come me sono nati in famiglie vecchia scuola formato XL tipo: padre, madre, fratello, io, fratello tris, sorella, cane a pelo corto, gatto a pelo lungo, gatto bigio, gatto incazzoso, tartaruga in fuga, e una sfilza di canarini dal cuore debole rimpiazzati l’uno con l’altro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/">La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/familyfeuddvd.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/familyfeuddvd-300x300.jpg" alt="" title="familyfeuddvd" width="300" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7301" /></a></p>
<p>di <strong>Loris Righetto</strong></p>
<p>Quelli come me ci soffrono a vivere da soli perché si sono convinti che  il cuore di nessun uomo è un’isola. E neanche quello di una donna. È una questione di spazi personali che si intersecano. Quelli come me sono nati in famiglie vecchia scuola formato XL tipo: padre, madre, fratello, io, fratello tris, sorella, cane a pelo corto, gatto a pelo lungo, gatto bigio, gatto incazzoso, tartaruga in fuga, e una sfilza di canarini dal cuore debole rimpiazzati l’uno con l’altro. Mi è difficile guardare indietro senza provare tenerezza, nostalgia addirittura, anche per tragici eventi come quello del triciclo che mio padre portò una volta a casa. Disse che potevamo giocarci tutt’ettré, ma la priorità d’uso spettava al più piccolo dei suoi figli. Non intendeva dire che Riccardo era il suo prediletto, quanto che Gianluigi ed io dovevamo lasciargli spazio di crescita. Protestai, perché la priorità ce l’aveva lui e non qualcun altro? Ad esempio io?<span id="more-7298"></span></p>
<p>Recentemente ho fatto un sogno in cui un Riccardo adulto in uno scenario dell’infanzia mi vuole uccidere.<br />
-Perché?, -ho il tempo di chiederegli nel sogno.<br />
-Perché voi avete sempre avuto più giocattoli di me.<br />
-non è vero, -protesto. Poi gli frego la carta di credito e vado a sbancomattare per la città; lui per ripicca sgattaiola in camera mia e mi nasconde una bomba sotto il letto.<br />
-Ho paura che mio fratello nutra ancora del rancore infantile nei miei confronti, -ho detto alla mia ragazza, dopo averglielo raccontato. Sotto le lenzuola giocherellava con le dita della mia mano.  Ho delle dita a salsicciotto e ne sono un po’ complessato e lei io la amo perché mi dice che invece sono carine, sono a stella marina. Comunque,  -Sei tu che distorci, -mi ha detto a proposito del sogno.<br />
-Sono io che distorco?<br />
-A volte lo fai anche quando discutiamo. Distorci i fatti per darti ragione.<br />
-Guarda che mi ricordo come sono andate le cose, non ho mica l’Alzheimer<br />
-E come fai a ricordarti se sono passati vent’anni da allora?<br />
-Se lo ricorda bene il mio sedere!, -ho detto, -E un sedere non distorce affatto. Un sedere non può mentire!<br />
-Vedi che stai distorcendo?</p>
<p>Comunque c’ha pensato Gianluigi, mio fratello più grande, a metterci tutti in pari. Lui ha avuto sempre queste grandiose reazioni tipo elefante che avvista un topo. Un giorno che Riccardo era stato spedito a trovare la nonna, ha preso il triciclo e l’ha sfasciato. Quella scena io l’ho vista in diretta, perché sono uscito in cortile proprio mentre con le sue gambe da undicenne, su quel triciclo stile verdi anni d’asilo, ci faceva la figura di un clown in un arena deserta.<br />
Com’è che iniziano le discordie tra i fratelli? Incomincia che tu pretendi il tuo giro. E tuo fratello te lo nega. Tu ti metti a frignare. E lui afferra il giocattolo della discordia, lo solleva sopra la testa e l0 scaraventa sul cemento. O almeno, questo è quello che è successo tra me e Gianluigi. Sulla forcella, tra i rottami, la ruota più grande sembrava una girandola.<br />
Ho detto: -E adesso?<br />
Gianluigi ha risposto la stessa cosa che avrei risposto io nelle sue scarpe da ginnica, e cioè:- Non è stata colpa mia.<br />
Gli ho creduto. Già allora ero un bambino con un debole per le storie incredibili. Ha una fantasia molto sviluppata, diceva mia madre quando ne parlava con sua sorella, -Se lo lasci andare ti racconta di quelle storie, ma di quelle storie…<br />
Me lo diceva accarezzandomi i capelli, quasi ne fosse fiera.<br />
L’alunno distorce la realtà, diceva la maestra. Ma la maestra e mia ragazza si sbagliano. Raccontare storie non è distorcere la realtà, ma mettere ordine nella realtà secondo la personale percezione. Gli ho creduto, comunque. È l’empatia dei fratelli: dicendo “non è stata colpa mia”, Anselmo non intendeva negare l’evidenza. Intendeva che c’era un solo triciclo per tre figli, di quattro, sette e undici anni. Intendeva che era il tipico triciclo irrispettoso degli standard CEE. Un triciclo arrivato in Europa dentro un container con su scritto “China Shipping”. Con tutta probabilità il subdolo tentativo di una multinazionale asiatica di minare alla base la società occidentale.<br />
-Me lo giuri che non lo dici alla mamma?<br />
Gianluigi me l’ha chiesto con certi occhi, certi occhi che lui solo sa fare, certi occhi tipo cucciolo di foca inseguito da un manipolo di eschimesi con un randello  in mano. Mio fratello non è cattivo, è solo un po’ maldestro. E poi di fronte a quegli occhi lì, come fai, gli dici di sì. Ma prima gli ho fatto giurare che per un mese lui si mangiava al posto mio la verdura cotta della nonna, peperonata, ravette e catalogne comprese. Mio fratello ha avuto un moto d’orgoglio.<br />
No, ha detto, le catalogne no.<br />
Liberissimo, ho detto io, e ho fatto per andarmene, ma lui mi ha trattenuto per la maglia.<br />
Ok, ha detto, Ok, anche <em>le maledette catalogne</em>.<br />
Siamo andati da mia madre per raccontarle l’incredibile storia di come tornati da una passeggiata nel bosco avevamo trovato il nuovo triciclo fatto misteriosamente a pezzi. Mia madre stirava in ripostiglio e solo a guardarci deve aver annusato la tipica puzza da pannolino sporco. Con un repentino <em>coupe de theatre </em>Gianluigi mi ha bruciato sul tempo e puntato il dito contro di me ha gridato: -Lui, lui! È stato lui! Ha rotto lui il triciclo nuovo! L’ho visto io!<br />
Mamma andava fiera della mia fantasia ma a volte la mettevo in imbarazzo. Una volta siamo andati a trovare sua sorella e la zia mi ha chiesto:<br />
-Ma bravo, cos’hai imparato oggi a scuola?<br />
-Lo sai che è nato un bambino con tre teste?<br />
-Eh?<br />
-Sì, zia, ti giuro di sì. Una donna ha partorito un bambino con tre teste. E una era la testa di un gatto.<br />
Non è neanche così improbabile che mamma abbia creduto a Gianluigi. Secondo me è più improbabile che lo scorso natale Gianluigi abbia “dimenticato” aperto sul desktop del computer del salotto dei miei genitori un file di testo. Una lettera. Prima di pranzo mi sono seduto lì e non ho potuto non leggerla. Si trattava di una mail alla sua ragazza, dove si lamentava che nutro un complesso di superiorità nei miei confronti. <em>Mi sottovaluta</em>, diceva Gianluigi alla sua ragazza, <em>E viene in cerca di me solo quando ha bisogno di qualcosa. E poi secondo me è gay</em>.</p>
<p>La mia ragazza sostiene che sotto uno strato di macerie ho un dolore fossile, e dovrei schizzarlo fuori, come un brufolo, e possibilmente piangere per il dolore che ho somatizzato. A sentire lei dovrei gridare. Lei lo chiama <em>Urlo Primordiale. Urlo Primordiale Del Mio Culo</em>, minimizzo io.<br />
-Ridi, ridi, -dice lei e mi lascia la mano, -E intanto sei lì che mastichi e rimastichi i sentimenti contradditori che da vent’anni nutri per tuo padre e tuo fratello!<br />
-Quali sentimenti contradditori?, -mi difendo, -Per la mia famiglia io provo affetto.<br />
-No, invece. Stai solo cercando di proteggerti. E così non li metti di fronte alle loro responsabilità.<br />
La mia ragazza non concepisce perché a prendersi la sculacciata al posto di Gianluigi sia stato io. Ad onore del vero devo dire che non è stata una vera sculacciata, giusto una decina di carezze ad alta velocità su fondoschiena smutandato. Certo non violente. Certo non intenzionate ad arrecare lesioni gravi. Direi piuttosto un onesto esercitare la pedagogia patriarcale del <em>Risparmia il Bastone E Vizierai Il Fanciullo</em>. </p>
<p>-Volevate il triciclo? Dovevate pedalare, invece di romperlo, -ha detto mio papà durante il pranzo di natale, quando ridacchiando ho riesumato l’aneddoto. E credo che con questo non intendesse dire che mal che si vuole non duole. No, intendeva che tutti le abbiamo prese da qualcuno. Io le ho prese da mio padre, mio padre le ha prese da suo padre, e questo network di legnate potrebbe risalire al giorno in cui il Macacus Rhesus ha smesso di essere solo un Macacus Rhesus e ha fatto uno scatto avanti verso l’umanità. Ma allora com’è che vent’anni dopo, seduti attorno ad una tavola troppo piccola, Gianluigi si è preso il pezzo di pane croccante che mi ero preparato io, e senza nemmeno chiedermi per favore? Guardalo come se lo sgranocchia. Nemmeno se ne accorge che ha sconfinato nel mio territorio. Ed io, io senza pensarci mi sono seduto al posto che storicamente appartiene a Riccardo, che fa finta di niente, ma ha sbuffato: di qui la tv si vede molto meglio. Di fianco a me la mia ragazza ha osservato il siparietto, e mi lancia sguardi, eloquenti frecciatine come a dire: <em>la tua famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</em>. Il fatto è che lei  è figlia unica e non capisce. Che nonostante i limiti evidenti queste ipocrisie protettive sono necessarie. L’altra notte ho sognato che con una gomitata accidentale le rompevo un dente. Nel sogno mi scusavo e tentavo di riparare offrendole da bere. Questo sentirsi forzati dalle decisioni incerte di chi viene prima di te, questo assorbire gli sbalzi d’umore di chi ti cresce troppo vicino, questo elaborare gli schiaffi e le carezze e rifilare il benservito a chi viene dopo, tutto ciò ai miei occhi non è che un  effetto collaterale. La mia ragazza ancora non sa, non l’ha capito che l’amore, per come lo so io, è un cuscino che serve a proteggere le persone che amo da me.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/">La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</a></p>
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