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	<title>Nazione Indiana &#187; Luciano Bianciardi</title>
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		<title>Aspetta primavera, Lucky</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 08:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Copertina_aperta.jpg"></a> [<em>mercoledì prossimo, il 26 gennaio, verrà pubblicato per le Edizioni Socrates il nuovo romanzo di Flavio Santi. Ve ne anticipiamo qui il capitolo XXVI.</em> G.B.]</p>
<p><em><strong>Di notte c’è una pace meravigliosa</strong></em></p>
<p>di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>A volte di notte faccio una pausa per lo spuntino di mezzanotte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/23/aspetta-primavera-lucky/">Aspetta primavera, Lucky</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Copertina_aperta.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Copertina_aperta-300x201.jpg" alt="" title="Copertina_aperta" width="300" height="201" class="alignleft size-medium wp-image-37884" /></a> [<em>mercoledì prossimo, il 26 gennaio, verrà pubblicato per le Edizioni Socrates il nuovo romanzo di Flavio Santi. Ve ne anticipiamo qui il capitolo XXVI.</em> G.B.]</p>
<p><em><strong>Di notte c’è una pace meravigliosa</strong></em></p>
<p>di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>A volte di notte faccio una pausa per lo spuntino di mezzanotte. E penso. Penso alle cose a cui non ho tempo di pensare di giorno. Stavolta penso alla trasmissione televisiva di Tano Dere, il <em>Tano Show</em>, e mi assalgono pensieri omicidi. Per fortuna durano poco, il tempo di spalmare lo stracchino su un pezzo di pane secco e di adagiarvi sopra qualche fetta di prosciutto scaduto.<br />
Ecco, mi dico, la tivù non è mica questo grande circo sempre ubriaco di sé, come da bravo provinciale mi immaginavo: in fondo ci sono un palco, delle lampade, delle telecamere. È un po’ come stare nella sala d’aspetto di un dentista, tutto qui. Tutto qui? Un’immagine: le labbra di Tano Dere che leggono una pagina proprio di Luciano Bianciardi. Labbra pallide che scandiscono suoni vitali, essenziali: “Le domeniche più difficili direi che fossero quelle sotto fine mese, quando non ci restavano nemmeno sessanta lire per comprarci una coppia d&#8217;uova, e qualche volta ci toccò andare a letto senza cena”. Si parla della <em>Vita agra</em>. <span id="more-37883"></span>Conoscere la storia da simili labbra è come andare a conoscere l’amore al bordello. Inutile dire che tutte le mie perplessità sui libri come mezzo di espressione inadatto si centuplicano di colpo. Intuisco di aver vissuto in questi anni in compagnia di un cadavere: se la letteratura è questa medusa molliccia incapace di imporsi moralmente, socialmente, mentalmente, di chi è la colpa? Della scuola? Degli scrittori italiani? Oddio, comincio a ragionare come Tano Dere? Lui, nella sua incredibile rozzezza, ha però smosso un macigno, ammettendo candidamente di non leggere un libro da almeno trent’anni, lui che con i libri ci campa, in fondo, in tivù. Se per un momento mi dico che non è vero, che fanno molto, i libri, in questo nostro povero Paese, mi viene in mente Stendhal quando paragona la carriera militare del protagonista Fabrizio Del Dongo a uno scoiattolo in una gabbia rotante: molto movimento per non procedere mai. Cazzo, ma è l’immagine che ha usato con me Adamantino Pollastri al telefono tempo fa. Tutto torna. Gli indiani d’America sopravvivono nelle riserve: ma chi ha mai visto un indiano candidarsi alla Casa Bianca? È la stessa condizione che vivono i libri: pietosa sussistenza, al di fuori di tutti gli apparati che contano davvero.<br />
Dopo la performance del comico di turno, tale Jack Scovolone, ho capito: ho sbagliato tutto nella vita, vivrò povero, morirò povero, e pensare – mi dico – che con un solo grammo del mio cervello, se volessi, potrei diventare ricco. Come Jack Scovolone. Persona intelligente, non c’è dubbio, che ha capito che semplificando all’osso e involgarendo lo schema classico dell’epigramma, l’<em>Erwartung</em> e l’<em>Aufschluss</em>, poteva fare i soldoni. Mi viene in mente la battuta di Orson Welles in<em> Citizen Kane</em>: “Se uno ci tiene, fare i soldi non è poi così difficile”. Mah, sarà. Certo, io ho scelto una strada in salita, che sarebbe la più naturale e umana in fondo: quella della dignità. Personale e altrui. La strada del senso critico, in una società dove la veglia è rimpiazzata da un continuo sogno ingannatore. La strada più naturale e umana, che proprio per questo diventa la peggiore. Mah.<br />
“Alzati” mi dico più di una volta durante il <em>Tano Show</em>. “Alzati e vattene” e nella variante sadica: “Alzati e prendilo a schiaffi”. Non lo faccio perché il tutto verrebbe spettacolarizzato e mi sfuggirebbe di mano: non voglio mica diventare un nuovo Sgarbi io. Succederebbe esattamente come mi ha detto Danilo Capsula tempo fa: “Anche la tua solenne incazzatura, te la renderanno un brand, un marchio. E tu sarai l’incazzato a vita, capisci?!? Che beffa.”<br />
Per fortuna la trasmissione non è eterna come la mia pena. Così, dopo l’esibizione di un nuovo gruppo pop-surf-glam-shock-porno-rock, il cui nome Tano Dere storpia clamorosamente (Tano, la e finale in tedesco si pronuncia&#8230;), alle sei e mezzo il circo finisce. Le gabbie vengono riaperte e le scimmiette di turno ritornano dentro. Alla fine Tano Dere sembra soddisfatto. Anche con sto cavernicolo qua, penserà (legge ancora i libri, povero scemo), non è andata poi così male.<br />
Saluto chi devo salutare ed esco. Arriva il taxi. Non penso a niente. Il treno è alle sette e mezzo. Il tassista si lamenta del traffico, lo assecondo: “E già, non si sa mai che cosa ha in testa la gente”. Veramente ho capito che cosa ha in testa la “gente”: merda. E il primo spalatore l’ho avuto davanti a me per 80 minuti. Merda fumante. A badilate. A secchiate. Dentro il cervello.<br />
Peccato solo non aver potuto parlare con Tano Dere di quell’idea. Quale idea? Ma sì, il Grande Fratello degli scrittori. Avevo già pensato a tutto. Location, un cascinale in Umbria, rustico ma di gran classe. Un paio di gnoccolone possibilmente al loro primo libro, e possibilmente dalle chiome rosse e ribelli o nere e corvine, finto ingenue, molto propositive e volitive. Dinamite pura. Poi uno scrittore belloccio. Uno grassoccio. Uno smaliziato. Uno scemo (o schizzato o ingenuo o entusiasta, a seconda delle preferenze). Un po’ del nord. Un po’ del sud. Uno delle isole, sardo o siciliano, basta che sia tremendamente snob e spari cazzate. Prove della settimana: scrivere un racconto, un’intervista immaginaria, un poema in prosa, una sceneggiatura, un po’ su quel che si vuole, inquietudine, solitudine, amore, morte, le cose classiche insomma. Il pubblico da casa vota, si vince naturalmente la pubblicazione con un grosso editore, tipo la Gran Topa, con tour promozionale <em>all inclusive</em>.</p>
<p>Poi, come in una mano di poker del pensiero, passo. E penso ad altro.<br />
Nella vita non riesci ad adattarti?<br />
Questione di bioadesività.<br />
Cioè?<br />
Bisogna aderirvi.<br />
Ah.<br />
Veramente, più che un pensiero sembra uno slogan, un jingle pubblicitario, ma in un mondo dove tutto quello che sappiamo l&#8217;abbiamo imparato dalla tivù i pensieri, in fondo, non sono altro che la pubblicità dei nostri sentimenti. A questo siamo ridotti.<br />
Comunque questo spiega tante cose: se mi trovate particolarmente acido e bilioso, dovete accusare questi tempi malsani e non certo me. Sono anni tossici e non riesco ad aderirvi molto bene appunto. Raf cantava <em>Cosa resterà di questi anni Ottanta</em>, e la risposta non era certo lusinghiera (vado a memoria, anni bucati, dunque eroina, bugie, amori violenti, pubblicità, follia, sentimenti veloci come spray). Se io mi mettessi a cantare <em>Cosa resterà di questi anni Duemila</em>, a parte che stonerei come una campana, comincerei adesso e finirei domani mattina sul tardi, tra brutture, ipocrisie, falsi profeti, intelligenze a tavolino, sorrisi di consenso, mediocrità dilagante, gratificazioni a pioggia, appiattimento di costumi e cervelli, barbarie.</p>
<p>Di notte c’è una pace meravigliosa.<br />
A volte, tra una pausa e l’altra di una traduzione, oltre allo spuntino di mezzanotte mi trovo a controllare certi nei sulle spalle, sulle braccia, dietro la schiena. Nei che potrebbero diventare tumori maligni, chissà. Anzi. A volte ci spero. Ma non ho paura di morire. Almeno finirà questa vita di corsa. Dispiace per il vino, le donne, i libri. Ma per il resto. Dispiace per Giulia e Sveva. Ma per il resto baratterei una pace eterna con questo tumulto infernale.</p>
<p>Dicevo, cosa c’è di meglio dell’essere lucidamente disperati? Adesso potrei fare qualsiasi gesto, uscire in strada, sequestrare una vecchia, puntarle un coltello al collo, e lo farei perfettamente cosciente. La notte ti dà di queste tranquillità.<br />
Solo di notte riesci a vedere con lucidità certe questioni particolarmente delicate, che ti erano sfuggite per tutta la giornata, magari da mesi. Così di notte ti vengono in mente le più sottili analisi sociologiche per un motivo che di giorno avevi chiamato banalmente fame. Riesci a dare un’identità precisa a coloro che di giorno ti erano sembrati semplicemente tanti ragionieri Filini. E soprattutto, adesso che è notte, una meravigliosa notte di pace e silenzio, riesci a capire che il patto generazionale non è mai esistito. Quale patto generazionale? Ecco, lo vedi, di giorno la questione era troppo nebulosa e sfocata. Dico <em>quel</em> patto generazionale, trentenni e sessantenni alleati per una causa comune. Ma quando mai? E per che cosa? E in che cosa? Ma quale patto generazionale? Questi, i sessantenni, hanno rovinato l’Italia, e continuano a farlo. Mio padre ha distrutto questo Paese, il padre di Giulia, quello di Sveva, e tutti i loro coetanei, non importa se amici o nemici. Alleati però certamente in una distruzione scellerata e sistematica, attraverso un sistema di raccomandazioni, reticenze, taciti accordi, adulazioni, false ribellioni. Questo Paese si è mangiato sé stesso, viscere comprese. In questo inverno che non accenna a finire mai ne ho conosciuti due di questi splendidi sessantenni. Ugo Manta, il raffinato consulente editoriale dalle mille camicie hawaiane, e il grande presentatore televisivo Tano Dere.</p>
<p>Siamo sull’orlo di uno strappo. E ogni strappo costa sangue.<br />
Questo Paese sta privando, se non l’ha già fatto, la mia generazione di un futuro. Il conto è salato, ma qualcuno, prima o poi, ce lo dovrà pagare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/23/aspetta-primavera-lucky/">Aspetta primavera, Lucky</a></p>
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		<title>LUCIANO BIANCIARDI</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 21:24:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>&#8220;Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti&#8221;, scrive Luciano Bianciardi in uno dei passi più ritmici e ironici della Vita agra, dopo avere evocato &#8211; francesizzandone il nome in Jacques Querouaques &#8211; il poeta americano che in quel 1961 aveva appena finito di tradurre per Guanda: &#8220;(Farò) svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/04/luciano-bianciardi/">LUCIANO BIANCIARDI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>&#8220;Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti&#8221;, scrive Luciano Bianciardi in uno dei passi più ritmici e ironici della Vita agra, dopo avere evocato &#8211; francesizzandone il nome in Jacques Querouaques &#8211; il poeta americano che in quel 1961 aveva appena finito di tradurre per Guanda: &#8220;(Farò) svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza&#8221;.<br />
La convinzione che in letteratura lo stile sia tutto (come diceva Céline: di storie sono pieni i commissariati, di stile no; sono rarissimi i veri scrittori perché ben pochi riescono a costruirsi uno stile), se volta all&#8217;ambito traduttivo, a noi italiani evoca inevitabilmente la posizione teorica crociana sul tradurre, facente leva  sul presupposto della unicità e irriproducibilità dell&#8217;opera d&#8217;arte per negare la traducibilità della poesia e della prosa &#8220;alta&#8221;, dove lo stile è &#8220;tutto&#8221;.<br />
Tale concezione è l&#8217;espressione di un idealismo oggi particolarmente inattuale, contro il quale l&#8217;estetica italiana del secondo Novecento (Banfi, Anceschi, Formaggio, Mattioli) si è battuta, direi, vittoriosamente.<span id="more-36026"></span><br />
Nel 1975 George Steiner parlò di necessità &#8211; da parte del traduttore di letteratura &#8211; di rivivere l&#8217;atto creativo che aveva informato la scrittura dell&#8217;&#8221;originale&#8221;. E negli ultimi vent&#8217;anni la traduttologia &#8211; ben conscia della lezione steineriana, ma anche di quelle non meno pregnanti di Gianfranco Folena e di Antoine Berman &#8211; ha cercato in ogni modo di suggerire come tradurre in realtà questa necessità di rivivere l&#8217;atto creativo. Anzitutto sfatando il luogo comune che tende a configurare la traduzione come un sottoprodotto letterario, invitando invece a considerarla come un überleben, un afterlife del testo cosiddetto originale. Ma senza cadere nella comoda scappatoia della imitatio.<br />
Come riprodurre, dunque, lo stile? E&#8217; la domanda che a questo punto un traduttologo si sente porre. La risposta potrebbe essere che le dicotomie (fedele/infedele; fedele alla lettera/fedele allo spirito; ut orator/ut interpres; &#8220;traductions des poètes&#8221;/&#8221;traductions des professeurs&#8221;) da Cicerone a Mounin, inevitabilmente portano all&#8217;impasse che vede, da una parte, l&#8217;intraducibilità dello &#8220;stile&#8221;, e dall&#8217;altra la convinzione che sia trasmissibile soltanto un contenuto. (Naturalmente il fatto che sia trasmissibile soltanto un contenuto è una pura astrazione, ma è dove si giunge partendo sia dai presupposti crociani, sia seguendo i dettami dei vari formalismi, in particolare quelli della linguistica teorica).<br />
Il nocciolo del problema, a nostro avviso, sta proprio nel verbo usato per porre la domanda: riprodurre. Perché crediamo che la traduzione letteraria non possa ridursi concettualmente a una operazione di riproduzione di un testo (decodifica e ricodifica). Questo può valere al massimo per un testo di tipo tecnico. La moderna traduttologia invita invece a configurare la traduzione letteraria come un processo, che vede muoversi nel tempo e &#8211; possibilmente &#8211; fiorire e rifiorire, non &#8220;originale&#8221; e &#8220;copia&#8221;, ma due testi forniti entrambi di dignità artistica.<br />
Uno studio fondamentale a riguardo è Sprachbewegung (Il movimento del linguaggio) di Friedmar Apel, apparso in Germania nel 1982 e tradotto in italiano per i tipi di Marcos y Marcos nella collana &#8220;I saggi di Testo a fronte&#8221; (1997).<br />
Il concetto di &#8220;movimento&#8221; del linguaggio nasce proprio dalla necessità di guardare nelle profondità della lingua cosiddetta di partenza prima di accingersi a tradurre un testo letterario. L&#8217;idea è comunemente accettata per la cosiddetta lingua di arrivo. Nessuno infatti mette in dubbio la necessità di ritradurre costantemente i classici per adeguarli alle trasformazioni che la lingua continua a subire.<br />
Il testo cosiddetto di partenza, invece, viene solitamente considerato come un monumento immobile nel tempo, marmoreo, inossidabile. Eppure anch&#8217;esso è in movimento nel tempo, perché in movimento nel tempo sono &#8211; semanticamente &#8211; le parole di cui è composto; in costante mutamento sono le strutture sintattiche e grammaticali, e così via.<br />
La moderna traduttologia in sostanza propone di considerare il testo letterario classico o moderno da tradurre non come un rigido scoglio immobile nel mare, bensì come una piattaforma galleggiante, dove chi traduce opera sul corpo vivo dell&#8217;opera, ma l&#8217;opera stessa è in costante trasformazione (o, per l&#8217;appunto, in movimento).<br />
In questa ottica, la dignità estetica della traduzione appare come il frutto di un incontro poietico tra la poetica del traduttore e la poetica del tradotto; un incontro tra pari destinato a far cadere i tradizionali steccati tra bella infedele e brutta fedele, in quanto mirato a togliere ogni rigidità all&#8217;atto traduttivo, fornendo al suo prodotto una intrinseca dignità autonoma di testo.<br />
Si potrebbe persino affermare che il movimento nel tempo, in questo processo di traduzione letteraria volto all&#8217;incontro poietico, possa avere inizio prima ancora della redazione della stesura cosiddetta &#8220;definitiva&#8221; del cosiddetto &#8220;originale&#8221;, allorché al traduttore è possibile accedere anche all&#8217;avantesto (cioè a tutti quei documenti da cui il testo &#8220;definitivo&#8221; prende forma) impadronendosi così del percorso di crescita, di germinazione del testo nelle sue varie fasi.<br />
Il testo, dunque, si muove verso il futuro all&#8217;interno delle incrostazioni della lingua, ma anche verso il passato se si tiene conto degli avantesti.<br />
Ben lontano, oggi, è dunque il tempo in cui Gianfranco Folena si scagliava contro Georges Mounin, reo ai suoi occhi d&#8217;essere &#8220;un campione dello strutturalismo&#8221;. Oggi che certamente non desta più scandalo l&#8217;impostazione teorica di Volgarizzare e tradurre, l&#8217;opera fondamentale di Folena in campo traduttologico, la cui prima stesura risale al 1973, e dunque precede la dirompente Dopo Babele steineriana del 1975.<br />
&#8220;Tradurre, comunemente, si dice oggi. Ma nel Trecento dicevasi volgarizzare, perché la voce tradurre sapeva troppo di latino, e allora scansavansi i latinismi, come poi li cercarono nel Quattrocento, e taluni li cerano ancor oggi; sì perché que&#8217; buoni traduttori facevano le cose per farle, e trasportando da lingue ignote il pensiero in lingua nota, intendevano renderle intelligibili a&#8217; più&#8221;. Il famoso attacco del capitolo VIII della Vita agra così sornionamente si conclude: &#8220;Ma adesso le più delle traduzioni non si potrebbero, se non per ironia, nominare volgarizzamenti, dacché recano da lingua foresta, che per sé è chiarissima e popolare, in linguaggio mezzo morto, che non è di popolo alcuno; e la loro traduzione avrebbe bisogno d&#8217;un nuovo volgarizzamento&#8221;.<br />
Inutile sottolineare che la &#8220;lingua foresta&#8221; chiarissima e popolare da cui si traduce è l&#8217;inglese &#8211; o meglio ancora l&#8217;americano &#8211; di Henry Miller e Saul Bellow; mentre il linguaggio mezzo morto in cui si traduce è l&#8217;italiano, non appartenente &#8211; così come è letterariamente &#8211; a popolo alcuno.<br />
Il quesito circa quale lingua &#8220;d&#8217;arrivo&#8221; venga usata da Bianciardi traduttore è strettamente connesso alla scelta dei testi che Bianciardi  traduce. Una carrellata di ordine generale sul centinaio e più di titoli tradotti dallo scrittore ci porta subito a una considerazione preliminare: più che tradurre romanzi (salvo qualche capolavoro) l&#8217;impressione è che a Bianciardi piacesse tradurre opere di saggistica varia su argomenti capaci di affascinarlo: scienza, storia ecc. E gli esempi possono spaziare dai dieci volumi di storia francese del Duché a libri di divulgazione scientifica quali L&#8217;arte di sviluppare la propria personalità scoprendo ed utilizzando il proprio segreto potere emotivo o I pionieri dello spazio.<br />
Vogliamo forse insinuare che Bianciardi non amasse tradurre romanzi? Certamente no. La riflessione non concerne Steinbeck, Faulkner o Henry Miller, bensì i romanzieri minori, dozzinali, ripetitivi. Nostra convinzione è che Bianciardi, piuttosto che triti e artigianali schemi di confezione testuale, preferisse imparare qualcosa traducendo buona saggistica divulgativa.<br />
Siamo naturalmente ben consapevoli del fatto che &#8211; come quasi tutti i traduttori &#8211; Bianciardi fosse quasi sempre costretto ad accettare lavori su commissione, e che ben raramente potesse scegliere in modo esplicito che cosa tradurre. Tuttavia abbiamo la sensazione che una linea di gusto, una preferenza implicita, lo scrittore in qualche modo riuscisse a comunicarla ai propri committenti. Magari anche soltanto manifestando entusiasmo all&#8217;idea di tradurre &#8211; per esempio &#8211; la biografia di Edith Piaf. (Simone Berteaut, Edith Piaf. Una vita, una voce, Rizzoli 1970). E sostenendo &#8211; anticipando i tempi in modo sorprendente &#8211; che tale libro dovesse essere venduto corredato da un &#8220;disco&#8221; con le canzoni della Piaf.<br />
Quanto ai legami, alle connessioni tra Bianciardi traduttore e Bianciardi autore, tali e tanti sono gli esempi adducibili da rendere quasi imbarazzante a scelta. Dal Kerouac tradotto per Guanda e citato nella Vita agra, alla Battaglia di Cassino di Fred Majdalany tradotta per Garzanti. Parrebbe &#8211; quest&#8217;ultimo &#8211; il tipico lavoro su commissione, e certamente lo è; ma sedimenta in Bianciardi scrittore, tanto che nell&#8217;ormai noto (è stato pubblicato nel 1997 per i tipi di Edt) Viaggio in Barberia, avvenuto nel 1968, Bianciardi scrive: &#8220;Sfondarono il fronte tedesco a Cassino, e poi non soltanto il fronte. La ciociara. Il Maghreb, dunque, è la Barberia: se c&#8217;è andata tanta gente, possiamo andarci anche noi&#8221;.<br />
Ma nel 1969 Bianciardi scrittore pubblica anche il memorabile Daghela avanti un passo! con il dichiarato obiettivo di illustrare ai ragazzi (in modo meno oleografico di quanto comunemente allora avvenisse) la storia del Risorgimento. Ebbene, nel Viaggio in Barberia ad un tratto tout se tient: &#8220;A Milano, sulla base del monumento a Napoleone III, sono scolpiti i nomi di tutti i caduti della campagna del &#8217;59. Provatevi a leggerli: tenente colonnello De Lattre-de-Tassigny, sottotenente Pierre Dupont, sergente Auguste Blanchard (mio omonimo) ma soldato semplice Mustafà ben Mohammed. Truppa di prima schiera, valorosissima. I goumier, altra truppa di sfondamento, marocchini: venivano su a branchi (goum) senza ordine di reparti regolari, vestiti d&#8217;un burnus grigio, coltello alla mano. Sfondarono il fronte tedesco a Cassino&#8230;&#8221;.<br />
&#8220;Avrei imparato, come Balzac, che bisogna scrivere parecchi volumi prima di firmarne uno col proprio nome&#8221;. E&#8217; Henry Miller che lo scrive, ma è Bianciardi che sottoscrive l&#8217;affermazione &#8211; nei fatti &#8211; traducendo &#8220;parecchi volumi&#8221;, tra i quali &#8211; come è ben noto &#8211; anche lo stesso Tropico del Capricorno di Miller, dal quale abbiamo tratto la citazione. Immediatamente preceduta &#8211; per altro &#8211; da un&#8217;altra riflessione molto significativa tanto per Miller quanto per Bianciardi: &#8220;Se avessi avuto i soldi, come li aveva Gide, lo avrei pubblicato a mie spese. Se avessi avuto il coraggio che aveva Whitman, sarei andato a venderlo di porta in porta. Tutti quelli a cui lo feci vedere mi dissero che era tremendo. Mi sollecitavano ad abbandonare quest&#8217;idea di scrivere&#8221;.</p>
<p>*</p>
<p>Mentre rileggevo Il lavoro culturale alla ricerca della pagina su Grosseto-Kansas City, per legare la figura del tenente Bucker all&#8217;avanzata degli Alleati dopo la battaglia di Cassino, ad un tratto mi sorpresi a contare per gioco gli endecasillabi. Consideriamo l&#8217;attacco del paragrafo dedicato alla descrizione della periferia di Grosseto: &#8220;Lontano abbaiava un cane, e si avvertiva, come un sordo limio, il canto dei grilli&#8221;. Qualcuno vuole replicare che Bianciardi non pensava certo che &#8220;come un sordo limio il canto dei grilli&#8221; è un endecasillabo con ictus in terza, sesta e decima? Ma qui si tratta della consapevolezza dono-degli-dei di cui parla Valéry! Bianciardi è stato talmente consapevole del dato metrico negli anni della sua formazione da riuscire a crearsi un solidissimo stile come scrittore, all&#8217;interno del quale &#8211; con perfetta sincronia &#8211; il meccanismo inconscio-conscio-preconscio effettua il dosaggio metrico.<br />
Avviene questo anche in Bianciardi traduttore? Bianciardi è un traduttore che adatta il proprio stile a quello dell&#8217;autore che va traducendo, oppure che tende a imporre il proprio stile di scrittura? Né l&#8217;uno né l&#8217;altro, crediamo di poter rispondere abbastanza decisamente. Bianciardi istintivamente pone il proprio stile in rapporto dialettico con lo stile dell&#8217;autore che va traducendo, senza imporre nulla, ma anche senza farsi imporre nulla.<br />
Si prenda ad esempio Bianciardi traduttore di Maugham, romanziere non grandissimo, ma certamente dotato di uno stile ben riconoscibile. Bianciardi ne traduce magistralmente The Gentleman in the Parlour e Don Fernando. &#8220;Scrivevano per passatempo o perché avevan bisogno di danaro. Cervantes, come sappiamo, scrisse solo quando fu senza lavoro&#8230;&#8221;, leggiamo nel primo dei due romanzi, che dà il titolo alla edizione italiana: Il signore in salotto. E poco oltre: &#8220;Lungi da me l&#8217;idea di dar consigli al lettore, ma dirò di passata che nel romanzo picaresco i personaggi son tratti dalla feccia della società, e i protagonisti campano di espedienti. Di solito sono scritti in prima persona&#8221;.<br />
Bianciardi dunque traduce i verbi con predilezione per i troncamenti: &#8220;avevan bisogno&#8221;, &#8220;dar consigli&#8221;, &#8220;son tratti&#8221;&#8230; Ma: &#8220;Di solito sono scritti in prima persona&#8221;. Non &#8220;son scritti&#8221;. &#8220;Sono&#8221;, perché qui occorreva incidere con il verbo. Maugham e Bianciardi si sono incontrati poieticamente e stanno &#8211; insieme &#8211; parlando di romanzo picaresco. Bianciardi è preso: si sente lui Picaro da anarchico quale è. E allora: &#8220;sono scritti&#8221;, non &#8220;son scritti&#8221;. Sottigliezze, si dirà. Ma di che cosa si compone l&#8217;entità &#8220;stile&#8221;, se non di una miriade di sottigliezze intersecantesi?<br />
In occasione dell&#8217;attribuzione del premio Nobel a Dario Fo, sul &#8220;Corriere della sera&#8221; Franco Cordelli si chiese donde venisse il linguaggio del drammaturgo. E indicandone la fonte in un&#8217;epoca precisa e in un luogo (la Milano degli anni sessanta nel quartiere di Brera) suggerì per primo il nome di Bianciardi come facitore di quel linguaggio, facendolo seguire da altri nomi: Arbasino, Simonetta, Tadini, Del Buono, Scerbanenco, e persino Vittorio Sereni e Sandro Sinigaglia. Il linguaggio della &#8220;scapigliatura di Brera&#8221; &#8211; diciamo noi &#8211; ebbe nel grossetano Bianciardi uno dei suoi più fervidi creatori. Proprio perché non era milanese, in quell&#8217;ambito Bianciardi reagì chimicamente producendo in sommo grado linguaggio e stile (&#8220;Scatenare contro i torracchioni del centro, contro i padroni mori e timbergecchi&#8230; e fare piazza pulita d&#8217;ogni ingiustizia, d&#8217;ogni sporcizia, d&#8217;ogni nequizia&#8221;). Conferendo così linguaggio e stile anche alle sue traduzioni.<br />
Un ultimo concetto che vorrei esporre &#8211; per completare il quadro delle più recenti istanze traduttologiche rapportate a Bianciardi &#8211; concerne quella che potremmo definire la consapevolezza della stratificazione delle lingue storiche. Perché riteniamo inadeguati gli strumenti della linguistica teorica se applicati alla traduzione letteraria? Perché essi possono funzionare traducendo da un esperanto ad un altro; appunto, da una lingua di partenza a una lingua di arrivo, attraverso un processo di decodificazione e quindi di ricodificazione. Mentre per tradurre dalla ex lingua di Chaucer e di Shakespeare nella ex lingua di Petrarca e di Tasso occorrono altri strumenti ben più sofisticati ed empirici: occorrono l&#8217;incontro poietico e la concezione del movimento della lingua nel tempo; e soprattutto occorre avere costantemente presente il concetto di stratificazione del linguaggio.<br />
Concetto che Bianciardi esemplifica con la massima chiarezza architettonica all&#8217;inizio della Vita agra, allorché descrive il grande palazzone della biblioteca di Brera. Che in precedenza era stata casa insegnante dei compagni di Gesù, e prima ancora prepositura degli Umiliati e alle origini Braida del Guercio&#8230;<br />
Trasferendo al linguaggio questa descrizione si ottiene l&#8217;effetto-diodo, come osservando dall&#8217;alto una pila accatastata ma trasparente di strati fonetici e semantici. Questa in particolare mi sembra la grande intuizione traduttologica di Luciano Bianciardi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/04/luciano-bianciardi/">LUCIANO BIANCIARDI</a></p>
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		<title>Ora pro Anobii</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 12:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">Ora pro Anobii</a></p>
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<p><em>Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro <a href="http://danteiloveyou.blogspot.com/">laboratorio Dante </a>, Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un <a href="http://www.anobii.com/people/effeffe/">sito</a> completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura. Le considero come delle quarte &#8220;personali&#8221; di copertina e mi è venuta così la voglia di condividerle &#8211; si tratta ovviamente di una seleção-  anche con i non anobiani.</em><br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp3.jpeg" alt="" title="image_bookphp3" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7306" /></a></p>
<p><strong>Sillabari</strong> (89 lettori su Anobii)<br />
Di <strong>Goffredo Parise</strong></p>
<p><em>della serie: L come Libro</em></p>
<p>Me ne aveva parlato per la prima volta Silvio Perrella, critico e curatore dell&#8217;opera di Parise. A Parigi &#8211; Paris/Parise- durante una lunghissima passeggiata (tra l&#8217;altro menzionata nel libro<em> Giù Napoli</em>) .<br />
<span id="more-7296"></span><br />
Avevo da poco letto l&#8217;Abecedaire di Gilles Deleuze, e devo dire che mi ha sempre affascinato la divisione in voci, della vita. Ci sono dei dizionari che mi porto dietro da sempre e che ogni volta perdono una pagina, la copertina, una voce appunto, ed allora sembra quasi che la vita ti serva a ritrovare quella voce perduta.La pagina smarrita.<br />
La voce A come amicizia, nei Sillabari è di quanto più lucido abbia mai letto sulla vita e sulla letteratura.<br />
Sulla letteratura, quando dopo aver descritto uno ad uno, lungamente, i personaggi della discesa in pista &#8211; siamo in montagna ed il gruppo di amici ha deciso di passare la giornata a sciare- non si attarda sul narratore, se stesso perché lui è presente soltanto per raccontare. Mai così superflui quanto necessari, gli scrittori!!<br />
Sulla vita, quando di fronte al dubbio del narrante se valesse la pena o meno ritentare l&#8217;impresa di quella prima &#8220;discesa&#8221; tutti insieme, qualche anno dopo, gli fa dire che per quanto spesso sia così, ovvero che la magia della prima volta non si ripete mai, delle volte capita anche il contrario, che non ci sono regole.In definitiva.<br />
Quello che sembra un diario minimo in realtà non lo è, e se c&#8217;è un autore che ha fatto della leggerezza l&#8217;arma con cui entrare più in profondità,nell&#8217;essere umano e nella storia, quello è sicuramente Goffredo Parise.</p>
<p><strong>La notte della cometa </strong>(147)<br />
<em>Il romanzo di Dino Campana</em><br />
Di <strong>Sebastiano Vassalli</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php1.jpeg" alt="" title="image_book-1php1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7309" /></a></p>
<p><strong>Canti orfici</strong> (389)<br />
Di <strong>Dino Campana</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp4.jpeg" alt="" title="image_bookphp4" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7310" /></a></p>
<p><em>della serie: libro chiama libro</em></p>
<p>Nella vecchia soffitta del Marais che dividevo con l&#8217;amico Massimo c&#8217;erano libri e letti. Si mangiava raramente e quasi sempre pasta. La biblioteca di Massimo, era un inquilino in più. Al punto che, col senno di poi, mi dico che avrebbe dovuto pagare la sua parte d&#8217;affitto. Una sera anzi in poche sere, credo di aver letto tutta l&#8217;opera, quasi, di Sebastiano Vassalli. Un libro però mi sconvolse. Era forse il tema, maledetta poesia, il racconto di città letterarie -proprio come quella che vivevamo di prima mano- i tuoni di Papini, la voce del maestro. Questo, sicuramente, ma non solo. La notte della cometa, mi affascinò per il fascino che poteva esercitare il più visionario scrittore che l&#8217;Italia avesse mai dato alle lettere. E così mi andai a rileggere i Canti Orfici che avevo letto, e perfino ascoltato, da un amico cantante, quando i viaggi te li fai da solo, da mente a mente. Riprenderli poi, quando il viaggio si era fatto vero e ti sporcava le scarpe, ti cambiava la pelle, era significato davvero dialogare con l&#8217;autore. Con le sue prose veloci, telegrammi poetici, visioni fantastiche, e viaggi appunto, sospesi tra verità e immaginazione. Quando uscì l&#8217;edizione sonora dei Canti, a cura di Carmelo Bene l&#8217;ho ascoltata mille volte. Come il racconto che il geniale drammaturgo fa di come Campana passò dei decenni in manicomio a tentare di ricomporre il manoscritto originale dei Canti, sottoposto all&#8217;Editore Vallecchi e da quelli, distrattamente perduto. &#8220;Fare e disfare. Ecco quello che so fare&#8221; scrive in una cartolina all&#8217;amata Sibilla Aleramo. Un opera come un letto disfatto, dunque, memoria viva del fatto che vita vi fosse. Grande letteratura</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-2php.jpeg" alt="" title="image_book-2php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7314" /></a></p>
<p><strong>Canti del caos</strong> (52)<br />
Di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che bruciano</em></p>
<p>Me l&#8217;aveva prestato un&#8217;amica carissima, Gabriella, senza una nota d&#8217;accompagnamento, una parola che potesse preparare il terreno, del tipo, &#8220;sai, (o vedrai) sono sicuro che ti piacerà.&#8221; O ancora: &#8220;qui c&#8217;è tutto quello che vuoi sapere&#8221;. Come se uno leggesse per sapere e non per conoscere. Ci sono dei libri che si porgono in silenzio e che restituisci in silenzio. Sono un atto di meditazione, ti massacrano per le emozioni che suscitano in te, come quando ti ecciti e non vorresti, ridi, e in fondo sai che la tua (ma anche la sua, del personaggio) è disperazione. E sono libri che non dimentichi di aver letto, di cui, ogni frase, cerchi di dimenticare.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp.jpeg" alt="" title="image_bookphp" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7297" /></a></p>
<p><strong>Vite di uomini non illustri </strong>(113)<br />
Di <strong>Giuseppe Pontiggia</strong></p>
<p><em>della serie: un libro con diciotto storie</em></p>
<p>Perché in fondo per gli scrittori (e i libri) valgono le regole dell&#8217;atletica, a seconda delle discipline. Ci sono autori che possono correre i duecento o i quattrocento metri alla grande, e che messi alla dura prova della marcia longa, delle maratone non reggono. Il respiro incespica sulle gambe,il fiato si spezza, la vista si appanna, la lingua sventola come una bandiera bianca di resa a molti metri dal traguardo.<br />
Pontiggia, a differenza di Calvino, Buzzati, è uno scrittore di fondo. Corre, cammina, marcia, assecondando nel ritmo lo slancio vitale dei suoi personaggi, del lettore. Vite di uomini non illustri non ha nulla dello scatto fulmineo del velocista, né dello stacco &#8211; e della rincorsa- del saltatore. Ti porta attraverso tempi e voci che ti arrivano come un rumore di fondo. Tempi e voci che da sempre ti accompagnavano, ma che non &#8220;sentivi&#8221;. Il silenzio del narratore, con il suo tenersi in disparte, discreto, fa emergere quanto c&#8217;era prima, al punto che hai come l&#8217;impressione di averle già lette quelle storie, e in taluni casi di averle, forse, vissute.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-1php.jpeg" alt="" title="image_book-1php" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7300" /></a></p>
<p><strong>La lettera di Lord Chandos </strong>(38)<br />
Di <strong>Hugo Von Hofmannsthal</strong></p>
<p><em>della serie: un libro che è contro ogni libro</em></p>
<p>Nella storia della letteratura esistono tantissimi esempi di diserzione dal campo di battaglia della scrittura che provengono, nella maggior parte dei casi, dai suoi più illustri protagonisti. Senza prendere in considerazione i suicidi illustri che costellano quella tradizione- smettere di vivere significa anche interrompere ogni scrittura sul mondo- basterà pensare a quanti hanno appeso la penna al chiodo per fare tutt&#8217;altro. E la cosa avviene in silenzio, come fece Rimbaud, che seppure promesso alla gloria abbandonò tutto giovanissimo, come se avesse avuto consapevolezza della propria fortuna letteraria. La sua opera, compiuta in un pugno di anni, lo aveva già reso immortale. Nella lettera a Lord Chandos il protagonista non annuncia la propria &#8220;mancanza d&#8217;ispirazione&#8221; né risveglia il fantasma della &#8220;pagina bianca&#8221;. In questo libro che è più che un&#8217;opera, si compie una vera anatomia del rapporto problematico che la scrittura instaura con la realtà. Quando le cose si chiamano da sole,un rastrello, un tavolo, un secchio, e non hanno bisogno di essere chiamate dalle chiare lettere della scrittura, che inciampa in esse, come su pietra che ti fa cadere, allora lo scrittore deve poter dire di no, confessare la propria resa alla realtà. Un libro che non lascia scampo alla scrittura con un conflitto che si risolve nel silenzio dell&#8217;autore della lettera. Silenzio che però solo la scrittura rende possibile salvando così vita e sogni dei lettori</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp1.jpeg" alt="" title="image_bookphp1" width="46" height="77" class="alignnone size-medium wp-image-7302" /></a></p>
<p><strong>Storia dell&#8217;occhio</strong> (63)<br />
Di <strong>Georges Bataille</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;con la coda&#8221;</em></p>
<p>Ho conosciuto Bataille attraverso i saggi. Illuminanti le considerazioni sul taglio originario, la ferita, la coupe che rende uomini e donne colpevoli (coupables) puri. La storia dell&#8217;occhio lo considero come uno dei massimi capolavori della letteratura erotica, in cui ogni forma di amore non può prescindere dall&#8217;idea di dio. I protagonisti incarnano una delle figure più inquietanti e vere ( forse l&#8217;inquietudine è proprio legata alla verità che la sostiene) della vittima e del carnefice. La rivolta dei protagonisti è assoluta, e l&#8217;uovo/ occhio/ sesso traduce in parole la bellissima immagine girata da Bunuel in Chien Andalu (su You Tube è possibile rivederla) dell&#8217;occhio come una luna tagliata dal rasoio. La perversione di Bataille &#8211; a Clermont Ferrand sua città natale non c&#8217;è un cartello, una placca che lo ricordi- è stata nel tentativo di proporre una vera metafisica del corpo e questo non gli è stato mai perdonato.<br />
Una scrittura che ti accarezza e ti graffia al punto che non sai se i segni che ti ritrovi sulle gambe ce li avevi anche prima, di leggere.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_bookphp2.jpeg" alt="" title="image_bookphp2" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7304" /></a></p>
<p><strong>Il mistero dell&#8217;inquisitore Eymerich</strong> (481)<br />
Di <strong>Valerio Evangelisti</strong></p>
<p><em>della serie: il libro &#8220;fantastique&#8221;</em></p>
<p>Fantastique! Fantasia urlante e crudele, lontana anni luce dall&#8217;idea &#8220;accomodante&#8221; che la parola suscita nel nostro immaginario, ora. Un viaggio attraverso tempi e modi del tempo che si annuncia alla fine del viaggio, con le memorie dei personaggi alla ricerca di nuove ed antichissime eresie.<br />
Valerio Evangelisti produce un vero choc nel lettore risvegliando la sua ancestrale sete di giustizia, l&#8217;atavica curiosità verso tutto quello che &#8220;sta&#8221; nel mondo, l&#8217;immondo, animale immortale che abita la storia.<br />
La Storia dell&#8217;allievo più brillante di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, colui che già prima della guerra aveva &#8220;predetto&#8221; fascismo e crisi del &#8220;piccolo&#8221; uomo moderno. Ricordato per la sua rivoluzione sessuale, e che verrà trascinato in tribunale dai suoi detrattori e condannato a morire in cella. L&#8217;inquisitore Eymerich abita i suoi sogni, le sue notti mentre il futuro, lontano quanto il passato, si popola di bambini. Tre storie in una, tre vite, forse trecento o tre milioni di voci che a libro finito inseguono il lettore come un creditore a ricordargli che il prezzo da pagare per la libertà, per quanto insostenibile, vale pur sempre la pena pagarlo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-3php.jpeg" alt="" title="image_book-3php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7316" /></a></p>
<p><strong>La vita agra </strong>(404)<br />
Di<strong> Luciano Bianciardi</strong></p>
<p><em>Della serie: i libri che ritornano (e non solo loro)</em></p>
<p>Ho amato Bianciardi da solo, ovvero scoprendolo da un bouquiniste a Parigi, in un&#8217;edizione antica e malandata. La vita agra è stato per anni il mio &#8220;libro di non ritorno&#8221; ovvero il tracciato da avere a mente ben chiaro prima di prendere alcuna decisione che prevedesse il ritorno in Italia. Per vent&#8217;anni. Poi ritorni, te ne vai, e ti rendi conto che quella lezione di stile, di libertà, l&#8217;avevi imparata ancor prima di prendere il rischio del &#8220;tornare sui propri passi&#8221;. Una scrittura con personaggi la cui umanità trasuda da ogni frase, situazione. Quando poi ho scoperto, da solo, consultando l&#8217;edizione italiana di Tropico del Capricorno di Henry Miller, che il traduttore del più ribelle degli scrittori americani era stato proprio lui, Bianciardi, l&#8217;ho amato ancora di più. Qualcuno in Italia si degnerà di dedicare a uno dei nostri scrittori migliori l&#8217;attenzione che merita?</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-5php.jpeg" alt="" title="image_book-5php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7320" /></a></p>
<p><strong>Tanto amore per Glenda</strong> (41)<br />
Di <strong>Julio Cortázar</strong></p>
<p><em>della serie: i libri che hanno cambiato la mia vita</em></p>
<p>Dei dieci racconti regalatimi vent&#8217;anni fa due mi sono chiari come se li avessi appena letti. perchè non è vero che tutti i libri si dimenticano &#8211; altrimenti perché rileggerli?- come se si sistemassero in chissà quale segreto anfratto dell&#8217;anima, nascosti al punto di non lasciare nessuna traccia di sé, un segno che ce li faccia rivenire in mente. Eppure&#8230;<br />
&#8220;Disegni sui muri&#8221; e &#8220;Testo in un taccuino&#8221; potrei recitarveli a memoria, magari a parole mie, cambiando qui e lì le frasi, i tempi &#8211; ma l&#8217;originale varrà sempre di più- soffermandomi su una scena, un rumore, quello delle porte scorrevoli di una metropolitana, o dell&#8217;obliteratrice quando morde il biglietto. Forse il tratto del pennello sul muro, come un Tapiès, cui del resto il primo racconto era stato dedicato, o la sinistra sirena dei cellulari che percorrono la città assediata. Sicuramente il pallore di chi abita il sottosuolo, che non scordi mai, come la dedica sul libro fatta da un&#8217;amica che non c&#8217;è più, nel senso che è diventata altro</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-4php.jpeg" alt="" title="image_book-4php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7319" /></a></p>
<p><strong>Narciso e Boccadoro</strong> (3469)<br />
Di <strong>Hermann Hesse</strong></p>
<p><em>della serie:il libro con le pagine ingiallite</em></p>
<p>Avevo letto tutto Herman Hesse a diciassette anni, quando si legge tutto, di un autore. quasi tutto, perchè in quel caso ricordo che mi lasciai da leggere per vent&#8217;anni dopo il gioco delle perle di vetro. lo avrei letto quando il lupo della steppa in me sarebbe invecchiato, il pelo ingrigito e rado, quando Peter Camenzind si sarebbe lasciato andare veramente all&#8217;ultimo bicchiere sul tavolo e Siddharta abbandonato al piacere della carne. Ma Boccadoro che mi abita non cessa di correre e la vita &#8211; con le sue sorprese e miserie- non accenna a fermarsi né a sedare la sete di vita. Come ora.	</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/image_book-6php.jpeg" alt="" title="image_book-6php" width="46" height="66" class="alignnone size-medium wp-image-7321" /></a></p>
<p>I<strong> viaggiatori folli (</strong>5)<br />
<em>Lo strano caso di Albert Dadas</em><br />
Di <strong>Ian Hacking</strong></p>
<p>Perché il turismo di massa nasce con l&#8217;invenzione della bicicletta? Perché la bicicletta ebbe il massimo sviluppo nella regione di Bordeaux? Come mai i migliori cartografi erano francesi? Che cosa fa di un fenomeno la realtà delle leggi della ragione o del sogno. della follia. A Napoli follia è pazzia e un giocattolo si chiama pazziella. Leggere questo libro vi darà le vertigini come quando perdeste le rotelle della vostra bici.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/ora-pro-anobii/">Ora pro Anobii</a></p>
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