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	<title>Nazione Indiana &#187; Luigi Di Ruscio</title>
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		<title>Anteprime: Luigi Di Ruscio</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 07:48:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Buondi&#8217; Francesco,<br />
sono Carlo Cannella, di SenzaPatria editore. Ti propongo un estratto di<strong> Luigi Di Ruscio</strong> per una eventuale pubblicazione su Nazione Indiana, ripreso dal libro &#8220;<em>Memorie immaginarie e ultime volonta&#8217;</em>&#8221; (Senzapatria)  uscito il 19 novembre. Ciao e grazie.<br />
<em>Carlo</em></p>
<p>&#160;<br />
<strong>Passaggi</strong><br />
di<br />
<strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p>Da bambino la catastrofe è tutta nella mia testa: mi piacerebbe vedere il colore delle mutandine della signora di sotto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/anteprime-luigi-di-ruscio/">Anteprime: Luigi Di Ruscio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buondi&#8217; Francesco,<br />
sono Carlo Cannella, di SenzaPatria editore. Ti propongo un estratto di<strong> Luigi Di Ruscio</strong> per una eventuale pubblicazione su Nazione Indiana, ripreso dal libro &#8220;<em>Memorie immaginarie e ultime volonta&#8217;</em>&#8221; (Senzapatria)  uscito il 19 novembre. Ciao e grazie.<br />
<em>Carlo</em></p>
<div id="attachment_40788" class="wp-caption alignleft" style="width: 246px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/340326_209721609095056_100001716543901_539444_1573345122_o.jpg"><img class="size-medium wp-image-40788" title="340326_209721609095056_100001716543901_539444_1573345122_o" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/340326_209721609095056_100001716543901_539444_1573345122_o-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">immagine di Mario Bianco</p></div>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Passaggi</strong><br />
di<br />
<strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p>Da bambino la catastrofe è tutta nella mia testa: mi piacerebbe vedere il colore delle mutandine della signora di sotto.<br />
Allora mi trasformo. Divento un cervo volante, un aquilone, un drago, mi alzo altissimo e maestoso, sfido i venti minacciosi, spudoratamente tiro gomitoli continui di filo. Su qualche radar viene segnalato il mostro, oggetto non identificato nei cieli della capitale, s&#8217;innalzano per emulazione altri aquiloni spasimanti d&#8217;azzurro, intere scuderie di dragoni volanti.<br />
<span id="more-40787"></span><br />
Certi vecchietti ingobbiti spasimano e si commuovono fino alle lacrime nel vedere gli aquiloni quasi sparire negli sprofondi dei cieli. Poi vengono fuori storie strazianti di pentitismi, non lo faccio più, chiedo perdono, ho compiuto solo diciassette miracolosi omicidi. Fuggo inseguito da mio padre armato di cintura, tento di evitare la punizione per aver fregato lire cinque d&#8217;argento, siamo ancora sotto il fascismo, entro in associazioni segretissime e immaginarie fatte a imbuto, l&#8217;entrata è spaziosa, poi si restringe fino a farmi sbattere il muso con Dio, è tutta una storia d&#8217;infiltrati. Vedo una ragazza con una parrucca bionda distribuire manifestini sovversivi, fino a quando l&#8217;associazione non da più segni di vita, ha acquisito una dimensione metafisica, gli infiltrati non sanno più dove infiltrarsi.</p>
<p>Quando la guerra finisce la gente sembra rinascere. Scende in strada, si abbraccia, piange di gioia. Io di sogni non ne faccio più, ho mal  di denti e voglio morire. A casa, però, non c&#8217;è niente da mangiare, figuriamoci se i miei possono sprecar soldi per arricchire i dentisti. Alla fine riescono a farmi estrarre un molare senza anestesia, perché costa meno, ancora rivedo la tenaglia ghiacciata che mi entra in bocca, rivivo l&#8217;atroce dolore dello squarcio. Forse per aver preso coscienza del mondo mi assale il vizio di scrivere  poesie, lo dice anche Montale, scrivere poesie è roba da disgraziati, bastano una matita e un pezzo di carta, vanno benissimo anche gli scarti di tipografia, con queste povere cose puoi scrivere di tutte le grandezze possibili e immaginabili. Appena si viene a sapere che scrivo poesie non fanno che domandarmi dell&#8217;origine dell&#8217;uovo. Allora mi faccio prestare un cannocchiale per scrutare i misteri lunari, del resto stanno crollando le utopie sociali, ora vanno di moda quelle minime e astrologiche. Ecco i maghi,<br />
i mille guaritori clandestini con i loro unguenti, le pomate, pillole contro tutti i cancri del mondo, erbe  curative e cacate di pitoni, una profusione di candele colorate su candelabri dalle forme bizzarre. </p>
<p>Il mago Tutankamon dice di essere la reincarnazione di Cristo e si fa incensare continuamente, benedice acque e verdure a carissimo prezzo, fatture ed erbe profetiche centomila a consulto, io continuo ad ascoltare i Capricci di Paganini e sogno una poesia perpetua, epistole piene di svolazzi letterari. Il questore di Napoli è fatto d&#8217;altra pasta, ordina una carica contro un corteo della sinistra estrema. Avanti, grida, sgombriamoli, questi sono niente e nessuno, togliamoli di mezzo. Iniziano a manganellare. È vero, siamo niente per la maggior parte della nostra vita, eppure davanti ai questori e alle cariche affermiamo tutta la nostra infinita sostanzialità, improvvisamente siamo tutto,i prototipi delle future generazioni di rivoluzionari. Questo mondo va ristrutturato, puzza troppo, una rivoluzione d&#8217;ottobre bisognerà pur farla prima o poi, superiamo tutte le crisi e i disastri. A pensarci bene anche una microscopica formica è cosa meravigliosa nell&#8217;esattezza della sua anatomia, pur se rischia di rimanere schiacciata da un altro niente in ogni momento. Lungamente immersi nell&#8217;oscurità i miei occhi cominciano ad abituarsi e a distinguere i contorni degli oggetti, questa poesia in tutte le sue complesse congetture è l&#8217;anima nostra davanti al futuro e alla morte.</p>
<p>A Fermo è tutto immobile, il paesaggio è come pietrificato, non succede niente. C&#8217;è solo questa donna che incontro nei posti più inaspettati, e sempre con lo stesso vestito scuro, e sempre con lo stesso atteggiamento disperato, come avvolta da un grande silenzio. Non immaginatevi qualcosa di pruriginoso, basta con le trasgressioni sessuali, impegniamoci in trasgressioni di più alti livelli, incravattiamo gli scravattati, ingattiamo le gatte, rettifichiamo i ratti. Studiamo i continenti alla deriva e le eclissi solari, disordiniamo l&#8217;ordine, riduciamo in cenere l&#8217;illusione della felicità.<br />
E per finire buttiamola in politica. La dittatura è il potere dei pochi sui molti, la democrazia è il potere dei molti sui disgraziati: gli invalidi, i disoccupati, gli emarginati, gli stranieri, gli zingari. Elenchiamo le debolezze del sistema democratico, si conceda la libertà anche a quelli che vorrebbero negarcela.</p>
<p>Immagino una scrittura felice, poesia come dono, forse è per questo che sono assalito dal rimorso ogni volta che faccio leggere i miei versi a un critico o a un amico. Rileggendoli trovo sempre sbagli ridicoli, parole tutte storte, eppure le lascio così come sono, solo pensare di doverci rimettere le mani mi fa star male. Per rinfrancarmi lo spirito vado in giro a pisciare, a sentir chiacchiere, a vivere la mia vita in maniera più o meno straziante, divento il matto che legge ogni cosa gli capiti a tiro, quello che chiede libri in continuazione. Quando nel letto di un ospedale un infermiere mi mette in mano il catalogo telefonico di Milano, leggo anche quello. L&#8217;infermiere mi chiede: che te ne pare di questo grosso romanzo? Bellissimo, rispondo, però ci sono troppi personaggi. Le mie poesie non le vuole nessuno, perché nessuno sa a chi venderle, che cazzo di ragionamento è?</p>
<p>Vorrebbero introiettarmi la mistica dell&#8217;arraffare, fare di me uno di quei ladri che rubano i denti d&#8217;oro ai cadaveri, piuttosto fatemi lavorare, dico, fatemi spazzare le strade. Nemmeno quello, vogliono ridurmi alla fame, pensano sia un pericoloso comunista autore di versi blasferici, dicono proprio così, blasferici, basta con codesto blasferismo, occupatemi alle latrine comunali, adattissime alla produzione poetica (gli addetti alle latrine non fanno che leggere il giornale dalla mattina alla sera). Non se ne parla nemmeno, anche per pulire i cessi occorre la raccomandazione dell&#8217;arcivescovo e principe di Fermo. Per giunta sono anche odiato da molti poeti marchigiani, perché nonostante certe scemenze grammaticali (gli astrologhi, i diti, le sprocedate abbondanze), sono uno che colpisce la gente al ventre, loro invece no, sono gentili e delicati. Guardatemi bene, le mani callose, i vestiti macchiati d&#8217;unto, che sia uno di quei brutti ceffi che mettono all&#8217;asta ragazzette adatte a precoci sverginamenti? Un poeta pedofilo? Fare come se non esistessero, mi dico, come fossero spariti per sempre dalla mia vita, volatilizzati in bellissime arie azzurre. Passate untori, spargete altrove i vostri fiati di morte. Nel frattempo scompare anche l&#8217;ultimo dinosauro, ecco il suo uovo assalito da un branco di ratti, non più l&#8217;orrore del nulla, è la volta degli umani, adesso. Non sempre graziosi e tranquilli nonostante siano stati partoriti dalla misericordia d&#8217;Iddio. Così almeno mi dicono.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/anteprime-luigi-di-ruscio/">Anteprime: Luigi Di Ruscio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Per Luigi Di Ruscio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/11/per-luigi-di-ruscio/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 10:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center"></p>
<p>&#160;<br />
di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p style="text-align: center;">tutto questo fuori è anche dentro</p>
<p style="text-align: right;"><em>Cristi polverizzati</em> pag 68;<br />
Le Lettere, Firenze, 2009</p>
<p>Venne stampata nel mese di giugno 1953 dalla Maestri Arti Grafiche per conto di Schwarz Editore, Via San Martino 9, Milano. L’edizione originale era composta di <em>cinquecento esemplari numerati da uno a cinquecento su carta uso mano</em>; quello da cui ho appena trascritto queste parole appena sopra è l’Esemplare Numero 64.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/11/per-luigi-di-ruscio/">Per Luigi Di Ruscio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/dr-small.jpg" alt="" /></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">tutto questo fuori è anche dentro</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 6.8pt; font-family: Lucida Sans Unicode;"><em>Cristi polverizzati</em> pag 68;<br />
Le Lettere, Firenze, 2009</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Venne stampata nel mese di giugno 1953 dalla Maestri Arti Grafiche per conto di Schwarz Editore, Via San Martino 9, Milano. L’edizione originale era composta di <em>cinquecento esemplari numerati da uno a cinquecento su carta uso mano</em>; quello da cui ho appena trascritto queste parole appena sopra è l’Esemplare Numero 64. Apparteneva “All’amico Alvaro Valentini/  alla nostra amicizia/ alla sua poesia”. Ora è custodito presso la Biblioteca Civica Romolo Spezioli, Piazza del Popolo n. 63, Fermo, Fondo Valentini, INV 4297. <span id="more-38388"></span>È fatto di 32 pagine, le prime quattro non numerate, le altre sì. Il titolo della raccolta è “Non possiamo abituarci a morire”. Sulla prima facciata il titolo sta da solo. Sulla terza viene ripetuto con in alto il nome dell’autore: Luigi Di Ruscio. Da pagina 5 a pagina 7 c’è la “Prefazione” di Franco Fortini con una premessa contro “l’effusione generica ed informe”, ma non è certamente il caso dei versi del “giovane operaio” e non lo è, scrive Fortini, per due motivi: il “Primo, perché questi versi sono un documento umano delle aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano […]”; il “Secondo, perché la forma di queste poesie si inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea in una misura che dà buona testimonianza della autenticità loro […]”. È parecchio che non venivo in Biblioteca. Volevo vedere i libri che ci sono di Luigi, ne mancano solo alcuni. Fra di loro uno piccolo ma cruciale, le <em>15 Epigrafi con dedica</em> edite da “Battello stampatore” nel 2007; la dedicataria è l’amatissima nonna Cristina Nardinocchi, nata a Castignano nel 1878. Più avanti la ritroveremo Cristina. Le <em>15 Epigrafi</em> sono <em>a loro modo</em> il complementare della raccolta di esordio. Non manca invece l’ultimo libro dato alle stampe dall’editore Ediesse per la cura di Angelo Ferracuti, che fortissimamente ha voluto che ci fosse “il romanzo norvegese” di Luigi; si chiama “La neve nera di Oslo”, inventariato al N. 34773 C; porta in copertina un’immagine bellissima: Luigi con il primo figlio in una foto degli anni ‘sessanta. Dalla data di edizione di “Non possiamo abituarci a morire”, il 1953, l’anno della “legge truffa”, sono trascorsi cinquantotto anni. Adesso è il 2011, il tasso dei giovani senza lavoro è di 1 su 3. Sto guardando questi due libri. Ad essi appartengono le prime parole di Luigi rese pubbliche e le ultime sue pubblicate in vita. Ripenso a poco fa, quando ho preso la macchina c’era un foglietto piegato in due con la massima cura, riposto dove sta la chiave della portiera. C’era scritto “Io cerco un lavoro serio”, poi c’era il numero di cellulare. Da generazioni e generazioni e generazioni viene chiesto <em> il riconoscimento iniziale del volto umano</em>, ma la domanda resta sempiternamente inevasa. In una conversazione dell’anno scorso con Luigi, pubblicata su<em> Smerilliana</em> n. 11, in coda alla stessa,  gli chiesi: “Parlaci un po’ di Poesie operaie, la raccolta antologica del 2007; nella sua postfazione Massimo Raffaeli ricorda la povertà del Vicolo Borgia, a Fermo. Sai, ci passo delle volte. Di lì a trecento metri esatti iniziava la campagna. Ora non si capisce bene che cosa inizia: una sorta di immane falansterio impazzito che parte da lì per arrivare al polo nord e poi a quello sud e, visto che ci si trova, fa anche il giro degli oceani.” Luigi mi rispose: “Poesie operaio, certo. Ho lavorato in fabbrica dal 1957 al 1994 e questo lavoro mi ha dato la possibilità di mantenere una famiglia di figli quattro e mi ha dato la possibilità di scrivere […] posso assicurare che io non sono emigrato per vedere il mondo, se mi avessero dato lavoro a Fermo magari come scopino o guardiano delle latrine pubbliche sarei rimasto a Fermo per sempre, sono partito solo per trovare un lavoro che mi facesse scrivere in pace e questo lavoro l’ho trovato in una fabbrica di Oslo e devo essere grato alla socialdemocrazia norvegese che mi ha dato la possibilità di fare una vita dignitosa.” “La neve nera di Oslo” è fatta di 164 pagine fitte fitte e l’ultimo paragrafo comincia così: “È necessaria la massima resistenza quando le forze vengono meno. Ho sentito alla radio il più vecchio dei poeti scandinavi leggere le sue ultime poesie, un sussurro, una voce ridotta al minimo.” La prima poesia di “Non possiamo abituarci a morire è invece questa, la trascrivo esattamente come sta nella raccolta:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">Avevo cinque anni<br />
una vecchia mi fece capire<br />
perché nessuno mi teneva sui ginocchi<br />
mia nonna che mi teneva per mano non mi<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;difese<br />
né per consolarmi mi strinse la mano<br />
per questo sono andato solo sui fiumi<br />
l’acqua non mi è servita per specchiarmi<br />
ritornavo a casa per non dormire sul greto<br />
a quell’età la fame fa essere pazzi<br />
fa divenire presto adulti<br />
e tutte le erbe che le capre hanno brucato<br />
ho imparato a cogliere<br />
ho preso il gusto del sapore amaro<br />
questo è stato il mio latte<br />
e perché rubavo con calma<br />
avevo i frutti più belli<br />
andavo solo per non essere scoperto<br />
al mio odore i cani non hanno abbaiato<br />
e nessuno può condannarmi<br />
se presto mi sono adoperato a negare iddio<br />
sulle mura che l’acqua gonfiava<br />
avevo visto solo le immagini di carta<br />
ho scoperto i libri nel mucchio dello<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;stracciaio<br />
ancora oggi mi incanto a guardarli<br />
cercavo tra le carte la pagina scritta<br />
ho gridato e mi hanno guardato come essere<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;vivo<br />
come qualcosa di più di un viaggiatore<br />
sono entrato nelle strade<br />
quale bambino non sogna di vestire da uomo<br />
io lo sono stato presto<br />
ho trovato ancora con i pantaloncini corti<br />
una donna che è rimasta contenta<br />
perché gli uomini le facevano male<br />
ho volato sui pensieri<br />
sognando per ogni foglia che ho<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;visto cadere<br />
erano le ore senza riposo<br />
le chiese servivano per rinfrescarmi<br />
giravo assetato delle donne<br />
che presto con soldi rubati ho pagato.<br />
Ora sento l’amore delle donne che sfiora il<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;viso di fiati<br />
stringo i capelli grassi<br />
e le mie labbra da negro mi portano fortuna<br />
gli occhi che non sanno riposare.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">La locuzione che dà il titolo alla raccolta di esordio di Luigi Di Ruscio, “non possiamo abituarci a morire” appare in coda all’ultima poesia. Tre versi prima la stessa locuzione si presenta al modo che era ed è dei poveri cristi, dei “cristi polverizzati”:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">Non possiamo abituarci a crepare<br />
neppure un asino che da noi si racconta l’ha<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;potuto<br />
siamo gente paziente<br />
ma non possiamo abituarci a morire<br />
noi vogliamo vivere<br />
perché la vita ci piace<br />
abbiamo il gusto della vita<br />
con le mani che hanno tirato su tutto.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Il titolo della raccolta fu scelto dallo stesso Franco Fortini. In origine questa raccolta si chiamava “Poesie per un vicolo”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Fermo, marzo 2011</span></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ si ringrazia <a href="http://www.ediesseonline.it/" target="_blank"><strong>EDIESSE</strong></a> per l'immagine tratta dalla copertina de <a href="http://www.ediesseonline.it/files/libri/1445-9%20La%20neve%20nera%20di%20Oslo.jpg" target="_blank"><strong>La neve nera di Oslo</strong></a> ]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/11/per-luigi-di-ruscio/">Per Luigi Di Ruscio</a></p>
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		<title>Ciao Luigi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 12:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/DI-RUSCIO.jpg"></a></p>
<p>Luigi Di Ruscio è morto oggi a Oslo, dove era in esilio dal 1957. Aveva compiuto 81 anni lo scorso 27 gennaio. Da qualche tempo la sua fibra possente mostrava segni di sofferenza. Su proposta di Silvia Ballestra, la casa editrice Feltrinelli aveva preso la decisione di pubblicare l’anno prossimo un suo libro di prose, comprendente fra l’altro l’ultimo suo testo intitolato Allegri deliri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/23/ciao-luigi/">Ciao Luigi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/DI-RUSCIO.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-38267" title="DI RUSCIO" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/DI-RUSCIO-1024x682.jpg" alt="" width="491" height="327" /></a></p>
<p>Luigi Di Ruscio è morto oggi a Oslo, dove era in esilio dal 1957. Aveva compiuto 81 anni lo scorso 27 gennaio. Da qualche tempo la sua fibra possente mostrava segni di sofferenza. Su proposta di Silvia Ballestra, la casa editrice Feltrinelli aveva preso la decisione di pubblicare l’anno prossimo un suo libro di prose, comprendente fra l’altro l’ultimo suo testo intitolato Allegri deliri. Ad Alberto Rollo però, il quale aveva appena cominciato a lavorare a questo progetto, il 31 gennaio Luigi aveva anche mandato queste sue poesie tarde, e almeno in parte inedite, che sono un po’ il suo testamento. Non è di circostanza il ringraziamento a Rollo, per questi testi e queste notizie. Sin dagli anni Cinquanta delle sue prime uscite poetiche, come ha poi raccontato nei suoi straordinari libri in prosa, Luigi aveva inseguito – e insieme sabotato – l’ipotesi di una sua pubblicazione presso un grande editore. Era destino, evidentemente, che non dovesse mai vederla realizzata. [<em>Andrea Cortellessa</em>] [<a href="http://cepollaro.it/poesiaitaliana/DiRuTes.pdf">qui</a> trovate una ristampa del suo volume <em>Le streghe s'arrotano le dentiere</em>, Marotta 1967, e <a href="http://cepollaro.it/poesiaitaliana/DiRuIscr.pdf">qui</a> il suo inedito <em>Iscrizioni</em>.]</p>
<p>8<br />
per un inverno intero una vespa<br />
fu il nostro unico animale domestico<br />
per nutrirla bastò<br />
una goccia di acqua e zucchero alla settimana<br />
con la primavera sparì per sempre<br />
per abbeverarsi in uno zuccherificio infinito<br />
ed oggi per passare dalla zona d’ombra<br />
alla luce è bastato un passo solo<span id="more-38264"></span></p>
<p>15<br />
con la fine degli umani i grattacieli<br />
si copriranno improvvisamente di licheni spumosi<br />
gli asfalti inizieranno fioriture<br />
che richiameranno gli insetti più luminosi<br />
nessun gatto<br />
rischierà di venire castrato<br />
e nell’universo rimarrà lo splendente ricordo<br />
di essersi visto con l’occhio umano</p>
<p>18<br />
essendo il tutto scaturito<br />
dal ventre d’Iddio<br />
alla fine dei tempi<br />
il tutto ritornerà nel suo ventre<br />
niente andrà perduto<br />
tutto sarà gioiosamente salvato</p>
<p>34<br />
per potersi vedere<br />
alla fine l’universo<br />
creò l’occhio umano</p>
<p>35<br />
&#8220;sta zitto scemo&#8221;<br />
ed ecco che ricevo un improvviso<br />
schiaffo da parte di mia madre<br />
però insisto con le buffonate<br />
li ricordo tutti gli schiaffi sonanti<br />
che mi somministrava mia madre<br />
tutte le scempiaggini erano inutilmente punite<br />
tutto quello che facevo era punito<br />
resistere a qualsiasi costo<br />
a volte riuscivo ad evitare<br />
gli schiaffi di mia madre<br />
e la mano di mamma volava<br />
come volesse ghermire l’aria<br />
e il sottoscritto rimane in vita<br />
nonostante tutta la sua irresponsabilità<br />
ormai sono diventato un personaggio immaginario<br />
immerso in realtà non certo immaginarie<br />
e per evitare gli schiaffi di mia madre<br />
riuscivo a saltare dalla finestra<br />
e mi ritrovavo incolume</p>
<p>36<br />
la speranza andava mostrata subito<br />
inutile tenerla nascosta per paura che venisse derubata<br />
sostenerla con versi blasfemi o sferici<br />
e alla fine delle composizioni<br />
come sbattendo il coperchio</p>
<p>284<br />
“sta zitto scemo” e mi arriva all’improvviso<br />
uno schiaffo di mai madre<br />
però insisto nelle buffonate<br />
evito un ulteriore schiaffo<br />
li ricordo tutti gli schiaffi sonanti<br />
che mi somministrava mia madre<br />
tutte le scempiaggini erano inutilmente punite<br />
tutto quello che facevo doveva essere punito<br />
resistere ad ogni costo appuzzare tutto<br />
reclamare con insistenza una borsa qualsiasi<br />
di sfossare i cani!<br />
nascondiamoci tutti!</p>
<p>285<br />
il miracolo è essere vivi<br />
come le meravigliose bolle di sapone<br />
un istante prima di sparire<br />
è l’estrema provvisorietà della nostra vita<br />
che da carattere sacro alla nostra esistenza</p>
<p>279<br />
Peter Wessel Zappfe<br />
LA MORTE È IL RITORNARE NELLA CONDIZIONE PRENATALE, QUANDO ERAVAMO IL NIENTE CHE VIVEVA IL NIENTE, E DI QUESTA CONDIZIONE NESSUNO SI È MAI LAGNATO. MORIRE NON È UNA TRAGEDIA, MA SOLO LA FINE DI UNA TRAGEDIA.</p>
<p>290<br />
stuoli di zanzare gigantesche<br />
poi piogge che scoperchiavano i tetti<br />
fischiavo continuamente nel vano tentativo<br />
per fare sapere a tutti che c’ero anche io<br />
con tutti i miei versi che venivano decifrati solo<br />
dei complici della nostra congiura poetica<br />
anche quando era andata via la luce<br />
e ci urtavamo ridevamo<br />
poi ritornò tutto come prima<br />
e rivedemmo nelle nostre facce la solita ferocia</p>
<p>291<br />
ed è necessario nascondere il proprio strazio<br />
per non far ridere i nostri nemici<br />
cercare nelle fibre estreme della nostra gioia<br />
e la rivoluzione italiana sarà la nostra gioia e la loro disperazione<br />
con questa gioia disperata e questa disperazione gioiosa<br />
cercavo di far balbettare con questo alfabeto<br />
un debolissimo spirito dei tempi nuovi<br />
in certe terre registrata la morte in massa delle api<br />
che di voi resti un’ombra fossile<br />
che si risappia che qui il sapore miele è passato</p>
<p>292<br />
fate molta attenzione alle cose la realtà era una capsula fulminante<br />
le parole più reali della realtà stessa<br />
la mia povertà me le faceva amare disperatamente<br />
poesia istantanea senza incertezze<br />
a comunicazione rapidissima come segnali stradali<br />
negli ingorghi stradali potevi anche metterti a volare<br />
le cose perse le ritrovavo subito appena smettevo di cercarle<br />
trovo tutto meno quello che cerco</p>
<p>293<br />
oggi primo aprile festa della creazione del mondo<br />
anniversario dell’esplosione dell’uovo comico o cosmico che sia<br />
la rivelazione del verbo essere<br />
quando tutti i verbi iniziarono l’espansione universale<br />
qui viviamo sotto l’influenza dell’oceano<br />
lunghi gli inverni e cortissime le primavere<br />
qui morirò in piedi o in bicicletta<br />
o fulminato dal traffico o dall’arteriosclerosi<br />
e quella la sfera metallica durissima va scalfita<br />
scovare la belva rintanata dentro di noi<br />
segnalare col solo fischiare<br />
questa vita assolutamente non richiesta</p>
<p>294<br />
sapevo bene che andare contro la propria coscienza<br />
è pericolosissimo soprattutto per me<br />
che vado sempre in bicicletta<br />
uno rischia come niente fosse la catastrofe sull’asfalto<br />
rischi un cancro al cervello come niente fosse<br />
insonnie e lutti in un inferno continuo</p>
<p>399<br />
era appena finita la guerra<br />
mio padre aguzzava cucchiara e martellina<br />
dovremo ricostruire tutte le nostre distruzioni<br />
e a liberazione avvenuta fui promosso facchino di muratore<br />
del mio facchinaggio mio padre era veramente poco soddisfatto<br />
io ero poco soddisfatto di tutto questo vostro mondo<br />
giuliva è la vita degli uomini più giuliva è la vita dei gatti<br />
con nove vite da vivere tutte interamente</p>
<p>301<br />
Vengo invitato ad un seminario sulla ripetizione e l’angoscia e il sottoscritto<br />
invece pretendeva un seminario della creazione e della gioia<br />
non volendo niente a che fare con i psichiatri e i sicologhi nostrani<br />
evito perfino i preti con tutti i loro confessionali che assomigliano<br />
maledettamente ad orinatoi pubblici e puzzano maledettamente di piscio<br />
i miei mali mentali e corporali voglio godermeli tutti<br />
e se devo essere salvato mi rivolgo direttamente al Salvatore<br />
perché un poeta per mettersi in contatto con Iddio<br />
non ha bisogno d’intermediari e se<br />
io non credo in Dio lui<br />
Iddio crede amorevolmente nel sottoscritto<br />
E sorride delle sciagure nostre.</p>
<p>304<br />
nel caos produttivo del reparto ogni tanto<br />
sulla polvere incido un verso<br />
oppure scrivevo su un pezzetto di carta<br />
con una matita molto morbida<br />
fa in maniera che non si accorgano di niente<br />
ci furono molti versi immaginari<br />
che non ho fatto in tempo a scrivere<br />
passano velocissimi<br />
non faccio in tempo ad acchiapparli</p>
<p>305<br />
manovre amorose lunghissime e poi il velocissimo orgasmo<br />
proprio come le poesie con le manovre di tutti i generi<br />
ed improvvisamente quando meno te l’aspetti<br />
ecco la poesia nostra</p>
<p>307<br />
sono ritornati i popoli delle baracche<br />
sono ritornati i campi di concentramento con i fili spinati<br />
mancano solo le camere a gas<br />
Attenzione, muoviti! può ritornare l’atroce,<br />
l’atroce comincia ad essere approntato<br />
con il muto consenso di ogni uno di noi<br />
e come al solito non vedremo<br />
e non sapremo niente.<br />
Noi come al solito non crederemo.<br />
siamo più o meno tutti fascisti<br />
è necessaria una critica spietata verso noi stessi<br />
per liberarci da questo cancro che ci divora</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: center;">la speranza andava mostrata subito<br />
inutile tenerla nascosta<br />
per paura che venisse derubata<br />
sostenerla con versi blasfemi o sferici<br />
e alla fine delle composizioni<br />
come sbattendo il coperchio<br />
di una cassa da morto<br />
per chiudere tutto</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217;ultima poesia di Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p style="text-align: center;">ho la bocca piena di farfalle<br />
e se apro la bocca<br />
voleranno via tutte<br />
e non ritorneranno neppure<br />
se rimango a bocca spalancata<br />
per una eternità</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/23/ciao-luigi/">Ciao Luigi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Intervista a Luigi Di Ruscio (un&#8217;integrazione)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/intervista-a-luigi-di-ruscio-unintegrazione/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/intervista-a-luigi-di-ruscio-unintegrazione/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 12:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cristi polverizzati]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[L'allucinazione]]></category>
		<category><![CDATA[Le mitologie di Mary]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Palmiro]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2.jpg"></a></p>
<p>[questo è uno spezzone aggiuntivo, non pubblicato, dell'intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&#38;Greco), </em>e ripresa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">qui</a> da NI; gs]</p>
<p>di <strong>Roberta Salardi</strong></p>
<p>1) Ho trovato in un’edizione rarissima un altro suo libro in prosa, L’allucinazione (Cattedrale, Ancona 2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/intervista-a-luigi-di-ruscio-unintegrazione/">Intervista a Luigi Di Ruscio (un&#8217;integrazione)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36870" title="di ruscio2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" /></a></p>
<p>[questo è uno spezzone aggiuntivo, non pubblicato, dell'intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&amp;Greco), </em>e ripresa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">qui</a> da NI; gs]</p>
<p>di <strong>Roberta Salardi</strong></p>
<p>1) Ho trovato in un’edizione rarissima un altro suo libro in prosa, L’allucinazione (Cattedrale, Ancona 2007). Anche questo libro come gli altri romanzi viene da lontano, da molti anni addietro?</p>
<p><em>Ho preso in mano </em>L&#8217;allucinazione,<em> pubblicato solo due anni fa, e di questo libro non ricordavo nulla. Ricordo solo che diedi il manoscritto all’editore precisamente a Valentina Conti, che poi mi fece sapere che il libro voleva pubblicarlo ed io avevo cambiato idea, il libro non volevo più pubblicarlo. La Valentina Conti (molto bella e molto corteggiata), insisteva ed io alla fine dissi pubblicate anche questo, va bene, nel frattempo continuavo a scrivere corte prose immaginando che non si potesse scrivere poesia senza che la cattedrale dell’ultimo secolo abbia una sua centralità. La cattedrale dell&#8217;ultimo secolo è la fabbrica metallurgica. Il sottoscritto doveva diventare un chierico della grande cattedrale. Come comunista e come poeta <span id="more-36869"></span>dovevo diventare un operaio, questa è stata la mia &#8220;prospettiva” e la mia scelta operaia ha del comico, una specie di Chaplin di </em>Tempi moderni<em> che sventola la bandiera rossa per sbaglio e così mi presento come L&#8217;ULTIMO BUON POETA ITALIANO metto anche questa maschera e rimarrà impresso nella mia memoria quel convegno di poesie neorealiste nei primi mesi del 1953. Eravamo tutti giovanissimi, sui venti anni, con le tasche piene delle carte delle nostre prime poesie e poi tutte quelle polemiche contro il neorealismo, quello sparare contro un niente e quell&#8217;immagine di ragazzi con le camicette pulite, le prime cravatte, con le loro madri ancora giovani trepide per questi figli che volevano fare i poeti, ragazzi con la speranza intatta per un mondo migliore e all&#8217;immagine di questi ragazzi rimarrò fedele per tutta la vita. Ho lavorato sulle infernali trafilatrici per anni 37 e tutto il mio tempo libero è stato sacrificato per scrivere. La mia poesia è stata per decine d’anni nella emarginazione totale. Anche ora la mia poesia vive in una situazione di semiclandestinità. La poesia mi ha dato il dono della diversità e mi ripetevo questa frase: Non occupatevi della poesia del sottoscritto. &#8220;Tutto il credito di cui possiate godere è inutile nei miei confronti,  non spero nulla dal mondo,  non temo nulla,  non voglio nulla,  non ho bisogno grazie a Dio, né della ricchezza né dell&#8217;autorità di nessuno.  Quindi,  padre,  sfuggo ai vostri lacci. Non riuscirete a prendermi, da qualunque parte tentaste di farlo&#8221;. Citazione ricavata dalle </em>Lettere provinciali<em> di Pascal. Ci fu il periodo che Pascal, Rimbaud e Leopardi erano i miei autori quotidiani e proprio adesso sfogliando, </em>L&#8217;allucinazione<em> e leggendo a caso mi sono accorto che il libro è pervaso da una certa allegria, in quel periodo stavo bene, tutto filava bene, avevamo messo da parte una certa somma, riuscivamo a cenare tutte le sere, poi avvenne la catastrofe mentre mi pubblicavano </em>Cristi polverizzati<em> mi sono accadute una serie di disgrazie che mi hanno portato vicino alla morte e nella miseria. E’ bene tener conto che i miei romanzi </em>Palmiro<em> e </em>Cristi polverizzati<em> sono stati scritti più o meno come si scrivono romanzi. Invece </em>Le mitologie di Mary <em>e </em>L&#8217;allucinazione<em> si sono formati raccogliendo prose nei miei tanti documenti. La raccolta fu fatta velocemente, stranamente quel giorno che raccolsi le prose che avrebbero formato </em>L’allucinazione<em> dovevo essere molto allegro, anche il titolo </em>L&#8217;allucinazione<em> a me sembra un titolo buffo e mi fa sorridere ancora.</em></p>
<p>2) Nelle prime pagine si legge: “Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla forza della sua debolezza, il superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole…” (p. 14). Mi sono piaciuti questi frammenti per una poesia in costruzione. Poi so che lei a sua moglie ha dedicato un intero volume, <em>Le mitologie di Mary</em>: vuole parlarcene (è un volume diverso dagli altri, mi pare, in cui si fa riferimento alla mitologia nordica)?</p>
<p><em>Io sino a poco tempo fa scrivevo tutti i giorni, scrivevo prosa come scrivevo poesie, in una raccolta di poesie non c&#8217;è la narrazione, ogni poesia è un mondo a se, stessa cosa con le mie prose, come sono nate </em>Le mitologie di Mary<em>? Un giorno ho immaginato che in mia moglie ci fossero dei punti fissi, qualcosa di mitologico nel profondo di sé. Con questa idea ho raccolta da tutte le mie prose tutti i documenti dove Mary era citata. Scrissi la prima cartella ed ho spedito all&#8217;editore LietoColle il manoscritto. Tempo addietro l&#8217;editore di LietoColle mi aveva cercato per alcune poesie che dovevano essere pubblicate in un libro calendario. Vivo con mia moglie da più di cinquant’anni, conoscere mia moglie mi ha aiutato molto a conoscere me stesso. Sposarci fu semplicemente una cosa burocratica, vivevamo già insieme e pensammo che fosse meglio formalizzare la nostra unione. Io e mia moglie ci amavamo molto, in </em>Cristi polverizzati <em>c&#8217;è un episodio amoroso che Andrea Cortellessa nella prefazione al volume dice che è la scrittura d&#8217;amore  più bella di questi ultimi anni.</em></p>
<p>3) Sono umanissimi e tenerissimi i ritratti contenuti in<em> Palmiro</em>. Oltre a quelli molto amati di Ciocca e di Roscetta a me pare molto interessante quello di Nettonici, il personaggio della sezione del Pci che cerca di far quadrare sempre la teoria con i fatti e consulta continuamente tonnellate di carte. “Quando si sfasciano tutti gli schemi e la realtà sputa l’imprevedibile, Nettonici rafforzava le lenti degli occhiali e ricontrollava le tonnellate di pagine teoriche (…) Quando Nettonici aveva ritrovato il punto di congiunzione tra i fatti e le carte, franava in una gioia totale, toglieva gli occhiali e rimaneva nella nebbia. Gli occhi vedevano la nebbia, e tutto avvolto in una nebbia d’oro se c’era il sole, e gli oggetti erano come se avessero un’aureola. Si dilatavano con tutta l’aureola, e senza gli occhiali piombava in un mondo marino, in un mondo profondo, e vagava felice in quel mondo che senza gli occhiali diventava sempre più indistinto e confuso tanto che la gioia lo plasmava, insomma se era franato nella gioia Nettonici toglieva gli occhiali quasi a mirare fuori di sé la sua gioia. A volontà plasmava tutte le parvenze, perché tutto senza occhiali gli diventava parvenza.” (pp. 95-96). Non c’è dubbio, quei personaggi della sezione del Pci di Fermo degli anni cinquanta erano molto più ingenui e sinceri, idealisti e altruisti di quanto noi oggi possiamo anche solo immaginare. I nostri sono anni più cinici… Cosa pensa e cosa si pensa in Norvegia degli scandali della politica italiana di oggi?</p>
<p><em>Sono un cittadino italiano e sono una persona anziana e a rischio e non ho avuto nessuna difficoltà a vaccinarmi, il primo ministro con tutto il governo norvegese non sono stati vaccinati perché non sono persone anziane e non sono a rischio. Poi l&#8217; età media del governo norvegese è di cinquant’anni e nel governo norvegese ci sono il cinquanta per cento di donne. Immagina il sottoscritto che vive in Norvegia però segue quello che avviene in Italia seguendo in internet il &#8220;Corriere della sera&#8221; insieme a &#8220;la Repubblica&#8221; e vede tre telegiornali al giorno. In un giornale norvegese c&#8217;era la foto del primo ministro con la moglie che andava a fare la spesa in un fruttivendolo turco. E&#8217; da notare poi che nella aule scolastiche norvegesi non ci sono e non ci sono mai stati crocifissi e mia moglie ha sul collo un piccolo crocifisso vuoto perché mia moglie mi dice che Cristo è risuscitato e la croce è rimasta vuota per sempre.</em></p>
<p>4) “Come poeta sono nato nel momento in cui la cultura italiana era nella massima apertura verso il mondo, verso i momenti più avanzati della cultura moderna, basta scorrere le pagine del Politecnico di Vittorini, Fortini eccetera, la freschezza di quelle pagine e perfino una specie di allegria evidente perfino nell’assetto tipografico, una allegria che scaturiva dalla speranza che era quasi una certezza in un mondo migliore.” (<em>L’allucinazione</em>, p. 35). Ora invece pensa che ci sia una chiusura delle lettere italiane rispetto al mondo?</p>
<p><em>Non seguo quello che avviene nella poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, un giovane poeta mi ha scritto e domandato se leggevo la Marini, ho risposto dicendo scherzando che non leggo le poesie della Marini perché sono di un altro mondo ed io non sono un astronauta. Poi anche la maniera di essere poeta, io negato ad ogni forma di esibizionismo, per poter scrivere la mia seconda raccolta sono emigrato, nel senso che avere contatti con gli artisti con i poeti era diventato insignificante, dovevo emigrare, trovare un lavoro per scrivere e riscrivere in pace la seconda raccolta. Notare le date, la prima raccolta pubblicata nel 1953, la seconda nel 1967, la terza raccolta nel 1978 e attorno ad ogni mia raccolta è come se ci fosse un mare di silenzio. La cultura del primo dopoguerra con i famosi film del neorealismo </em>Ladri di biciclette<em> e </em>Roma città aperta<em> fu il mio punto di partenza, poi fu come un camminare in un corridoio, con sempre nuove porte da aprire sino ad arrivare a </em>L&#8217;Iddio ridente<em> che è la mia ultima raccolta.</em></p>
<p><em>[NB: abbiamo lasciato nella risposta di Di Ruscio "Marini", che sta ovviamente per "Merini"]</em><strong><br />
</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/intervista-a-luigi-di-ruscio-unintegrazione/">Intervista a Luigi Di Ruscio (un&#8217;integrazione)</a></p>
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		<title>La gioia dell&#8217;essere insieme</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/21/la-gioia-dellessere-insieme/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 06:04:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[Luigi Di Ruscio mi ha mandato questo frammento ritrovato, pubblicato in </em>Poesie operaie<em>.  Da rileggere, in tempi in cui, per ricostruire reti solidali, dovremmo forse tornare a quella virtù esperita da Di Ruscio come collante delle differenze. Dedicato, anche, alla difesa dei diritti fondamentali dei lavoratori attaccati a Pomigliano.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/21/la-gioia-dellessere-insieme/">La gioia dell&#8217;essere insieme</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Luigi Di Ruscio mi ha mandato questo frammento ritrovato, pubblicato in </em>Poesie operaie<em>.  Da rileggere, in tempi in cui, per ricostruire reti solidali, dovremmo forse tornare a quella virtù esperita da Di Ruscio come collante delle differenze. Dedicato, anche, alla difesa dei diritti fondamentali dei lavoratori attaccati a Pomigliano. m.r.]</em></p>
<p>di <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p>Improvvisamente sul tram quotidiano ho capito che il lato positivo dell&#8217;antologia <em>Poesia e Realtà</em> di Giancarlo Majorino è quell&#8217;essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent&#8217;anni, quelli che si sono suicidati e quelli che vivono molto bene, gli ammogliati e gli strozzati, gli avanguardisti e i retroattivi, gli italiani e i sanfedisti, i seri e quelli che irridono anche la croce rossa con tutto il pappalardo, tutti insieme con le &#8220;ali illuminate&#8221; perché è questo essere insieme la prova dell&#8217;epoca, devono riuscire a vivere insieme gli albani con i serbi, i turchi con i curdi, i palestinesi con gli ebrei, devono smettersela di vivere in un massacro continuo, devono imparare ad accettarsi così come sono perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta &#8220;siamo tutti figli di madri&#8221;, le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune, quei cuori del manifesto Benetton saranno di neri o di bianchi però i cuori sono tutti uguali, i nostri cervelli simili. Quell&#8217;essere insieme come quando ero in quel reparto io italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati eppure eravamo insieme e fummo insieme per diecine d&#8217;anni continui. Ero insieme a tutti voi con le nostre tutte, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno ad uno ora che sono quasi tutti morti. Però ogni tanto tra la folla sento un urlo, vengo chiamato urlato in tutti i modi con nome e cognome che qui sono indicibili in maniera corretta, uno sopravvissuto a tutte le pesti, a tutte le polveri arsenicali e dei metalli pesanti, metallurgiche a tutte le sudate continue mi chiama, mi abbraccia. Eravamo insieme diversi in tutto ma eravamo insieme nello stesso disprezzo per i padroni, insieme quando abbiamo sabotato e scioperato, insieme nei sotterfugi operai, ridevamo insieme e sudavamo insieme senza neppure accorgerci di questo miracolo, l&#8217;essere diversi però fraternamente insieme.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/21/la-gioia-dellessere-insieme/">La gioia dell&#8217;essere insieme</a></p>
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		<title>Intervista a Luigi Di Ruscio</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 05:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Cristi polverizzati]]></category>
		<category><![CDATA[gadda]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberta Salardi</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio.jpg"></a></p>
<p>L’italiano è una lingua che non si parla nella sua famiglia a Oslo. Esprimersi in una lingua che non è quella quotidiana ma appartiene all’infanzia, un’infanzia per di più sgrammaticata e indisciplinata, un pezzo di vita lontanissima e perdutissima, rende l’operazione del suo scrivere fin dalle premesse un po’ surreale, fuori dall’ordinario.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">Intervista a Luigi Di Ruscio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberta Salardi</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-35565" title="di ruscio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio-300x267.jpg" alt="" width="300" height="267" /></a></p>
<p>L’italiano è una lingua che non si parla nella sua famiglia a Oslo. Esprimersi in una lingua che non è quella quotidiana ma appartiene all’infanzia, un’infanzia per di più sgrammaticata e indisciplinata, un pezzo di vita lontanissima e perdutissima, rende l’operazione del suo scrivere fin dalle premesse un po’ surreale, fuori dall’ordinario. Vuole dirci qualcosa a proposito di questa lingua tutta particolare?</p>
<p><em>Che posso dirvi della mia lingua, la lingua con cui scrivo si è formata naturalmente dentro di me frequentando giornalmente il norvegese. Qui da Oslo scrivo e leggo in italiano ma io l’italiano lo parlo raramente tanto che la lingua italiana diventa lingua letteraria, il norvegese lo leggo e lo capisco come un norvegese ma lo parlo molto male,  l’italiano è come l’anima mia, certamente non è un’anima candida. Si sporca continuamente e non sarà più l’italiano dell’Italia di oggi. Insomma la mia “lingua particolare”, il mio “italiano particolare” è venuto a formarsi naturalmente, essere “sbattuto” nel posto più appropriato per la mia formazione. Tenete sempre presente che vivo in Norvegia dal 1957, cinquantadue anni di vita in Norvegia e appena per ventisette anni sono vissuto in Italia, come ho già detto il mio italiano è quello di quando sono partito, più di mezzo secolo fa, e delle mie letture continue.<span id="more-35530"></span></em></p>
<p>A proposito dello stile sgrammaticato, ci sono in <em>Cristi polverizzati</em> almeno due frasi molto significative, una che rimanda al linguaggio familiare e una più propriamente politica: &#8220;Tutte le storie raccontate in maniera tanto diversa ed opposta, la menzogna del maestro espressa con un italiano illustre, dall&#8217;altra parte la verità che mi raccontava nonna con un linguaggio straziato che si sarebbe prestato solo all&#8217;irrisione, così ho intuito prestissimo che i linguaggi illustri, raffinati, aulici sono i linguaggi della menzogna, la verità si esprime con una verbalizzazione stritolata, inceppata e caotica, una verbalizzazione straziata.&#8221; (p. 41);</p>
<p>&#8220;Io avevo anni quattordici e sognavo di diventare partigiano, scappai via di casa e arrivai in un paese dove c&#8217;erano i partigiani che mi dettero un calcio in culo e mi rimandarono a casa: Vai a casa! Vai a casa, scemo! Ferito nell&#8217;orgoglio me ne tornai indietro, babbo mi chiese dove ero stato e io zitto, custodii il segreto del mio tentativo di essere anch&#8217;io tra i liberatori rossi e garibaldini. E nonostante il mio affabulare, mai sarò tra i liberatori. Allora mi chiudo qui, almeno a liberare le parole e poter dire come disse e scrisse il grandissimo poeta ho adoperato le parole che nessuno osava.&#8221; (p. 56).</p>
<p>La sgrammaticatura, conseguenza penalizzante di un profondo divario sociale d’origine, eletta a sistema, diventa consapevolmente eversiva, strumento di una battaglia culturale e politica portata avanti attraverso le <em>matte scritture</em>…</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>E&#8217; difficile dire qualcosa sul tema delle &#8220;trasgressioni” linguistiche perché quello che io scrivo ha una valenza poetica, non è una ideologizzazione, cioè è come fosse la voce di un personaggio, cioè quello che ho scritto sulle trasgressioni non sempre è vero, però è bello pensare in questa maniera. Insomma bisogna tenere presente che sono un poeta, poi è da tener presente il perenne conflitto con me stesso tanto da farmi scrivere che vedendomi improvvisamente nelle specchio ho avuto l&#8217;impressione di vedere il mio proprio assassino. Un professore universitario mi manda le sue poesie, non erano male e gli scrissi che la poesia è roba di disgraziati, come disse Montale in una sua intervista, basta un pezzetto di carta e una matita per scrivere dei versi, è meglio che uno dedichi la propria intelligenza in qualcosa di più utile a se stesso e alla società. Sono stato proprio io a scoraggiare un giovane poeta proprio io che avevo scritto questo: “Non disperate, mettetevi a scrivere le poesie, ne ricaverete rilassatezza, felicità gestuale, leggerezza nei contatti con il prossimo vostro, sentirete la presenza degli Dei in prossimità della tua ombra, gioia lavorativa, aumento vertiginoso nella creatività in tutti i campi, sviluppo della personalità. Leggermente folle correrai verso tutte le sciagure, ti crederai inseguito da bande antiblasfemiche armate di mazze ferrate, sfuggirai ai pericoli con rapidissime fughe, potrai metterti a volare come niente fosse, diminuzione vertiginosa della rigidità muscolare e anche mentale, diminuzione dei mali di testa, sarai in preda a dolcissimi spasimi sessuali. Iscrivere poesie a occhi chiusi, sgranare frasi una dietro  l’altra con la massima velocità sino al punto che la battitura segue perfettamente il ritmo delle pensate anche quelle più stravaganti, velocità massima nel concatenare libere associazioni, scrivere con la schiena bene appoggiata alla spalliera della sedia, tenere la testa non troppo reclinata sulla tastiera, da oggi tutte le ore sono le nostre mi disse un poeta, fa’ rimbalzare tutto sulla tastiera. Piove, nevica, suona il telefono alla porta tu inchiodato davanti alla tastiera della macchina da scrivere”. </em></p>
<p>La ribellione permanente contro la lingua ufficiale, ma anche contro i vari condizionamenti e mode di questo periodo storico particolarmente conformista, la rende discepolo autodidatta di un continuo sperimentalismo e apprendistato: “In questi problemi abbiamo lasciato il nostro, che chiamiamo dilettante e autodidatta perché è rimasto in un apprendistato sperimentalistico eterno. Insomma fa le prove, apprendendo in maniera permanente (…) Forse questo sperimentalismo o apprendistato è inevitabile per ogni scrittura, ma lui questa posizione la spinge fino alle ultime conseguenze ed è come perennemente sospeso, come sempre sul punto di, sempre nella predisposizione, ma mai oltre…” leggiamo in <em>Palmiro</em>, il suo primo romanzo (Baldini&amp;Castoldi, Milano 1996, p. 85; prima edizione Il lavoro editoriale, Ancona 1986). Oltre che per l’aspetto lessicale e sintattico, i suoi romanzi sono sperimentali anche come genere e struttura. A me pare che nascano e si sviluppino senza un’idea prestabilita…</p>
<p><em>I miei romanzi sarebbero sperimentali. Non è proprio vero, non faccio sperimenti, ho scritto nell&#8217;unica maniera che mi è possibile. Iniziai a scrivere il </em>Palmiro<em> verso il 1955 subito dopo aver scritto la prima raccolta nel 1953, avevo raccolto nella sezione del partito comunista di Fermo molti manifesti non adoperati, scrissi sul risvolto di quei fogli quello che sarebbe diventato il</em> Palmiro<em>. Emigrai in Norvegia nel 1957 e dopo alcuni anni ritornando per le ferie estive a Fermo a casa dei miei genitori ritrovai quei fogli dimenticati. Ritornai ad Oslo, decisi di ricopiare tutto, riscrivendo tutto mi liberavo, era come se fossi in una continua catarsi, ricopiavo, scrivevo e riscrivevo ridendo continuamente tanto che mia moglie pensava che fossi ammattito. Come vedi nessuno sperimentalismo, scrivo nell&#8217;unica maniera che in quel momento mi era possibile, non posso scegliere una maniera di scrivere, scrivo nelle sola maniera che mi è possibile.</em></p>
<p>Il nucleo originario di <em>Cristi polverizzati</em> è costituito dai ricordi d’infanzia e giovinezza (un’infanzia mitica, <em>assoluta</em>, secondo l’espressione di Andrea Cavalletti su “Alias” del 10-10-2009), che si addensano in un corposo memoriale “stravolto da furia espressionista” (Massimo Raffaeli su “La  Stampa-TuttoLibri” dell’1-7-2009), o vi sono ceppi romanzeschi diversi, di romanzi precedenti forse rimasti allo stato embrionale e cresciuti poi tutti insieme in un più grande progetto narrativo?</p>
<p>Cristi polverizzati<em> ha una gestazione estremamente complessa, negli anni settanta a Fermo c&#8217;era un foglio “Garofano rosso”, e i dirigenti di questo foglio decisero di dedicarmi un numero con il mio contributo, nel numero del 9 marzo 1977 compaiono in “Garofano rosso” 27 poesie, che verranno ripubblicate nella mia terza raccolta </em>Apprendistati<em> del 1978, e un racconto che verrà ristampato in </em>Cristi polverizzati<em>, stampato quest&#8217;anno nella collana “fuoriformato” diretta da Andrea Cortellessa. Cioè questo romanzo l&#8217;ho iniziato negli anni settanta e l&#8217;ultimo capitolo che ho scritto è proprio quello all&#8217;inizio di questo romanzo. Ho lavorato in questa maniera: rileggendo quello già scritto mi veniva in mente di fare aggiunte e queste aggiunte potevano capitare alla fine o all&#8217;inizio e nel mezzo del romanzo e tutto questo veniva fatto per impulsi rapidi, poteva venirmi in testa di adoperare un brano che avevo destinato per un racconto per esempio. Tutto questo insomma non per scelta ma per impulsi veloci. Il numero di “Garofano rosso” con le mie scritte è molto bello, è accompagnato anche da una serie di fotografie di Luigi Crocenzi che erano state pubblicate nel primo dopoguerra sul “Politecnico” di Elio Vittorini.</em></p>
<p>Il riferimento costante alle <em>matte scritture</em> (<em>Cristi polverizzati</em>) mi fa pensare allo <em>studio matto e disperatissimo</em> di Leopardi. Tra l’altro l’incipit di <em>Palmiro</em> contiene memorie leopardiane: “Nella biblioteca c’era un infinito tutto scritto. Si poteva anche riscrivere tutto. Quell’infinito emanava un grande odore di sudore seccato: da questo enorme odore venne fuori l’espressione le sudate carte leopardiane”(p. 13). In generale si trovano molte citazioni di poeti e filosofi nei suoi scritti. A quali poeti e prosatori si sente soprattutto legato?</p>
<p><em>Ero giovanissimo, avevo fatto solo la quinta elementare e verso i quattordici anni mi capita tra le mani la Divina commedia, iniziai a leggere con continuo entusiasmo tanto da imparare interi canti a memoria a forza di rileggerli. Veramente sono stato sempre un grande lettore, con i compagni d&#8217;infanzia ci scambiavamo i libri i fogli i fumetti che riuscivamo a trovare, solo verso i quattordici anni mi imbatto nella </em>Divina commedia,<em> non fu certo questo libro a farmi iniziare a scrivere le poesie, nello stesso periodo leggevo Leopardi e Foscolo ma chi mi fece diventare poeta fu la lettura dei </em>Lirici nuovi<em> di Luciano Anceschi del 1942, trovato nella biblioteca di Fermo che frequentavo molto spesso. Ho scoperto il verso libero, poi in questi lirici nuovi non trovai un verso che dicesse della nostra vera vita, della nostra miseria e così nacque la mia prima raccolta </em>Non possiamo abituarci a morire,<em> che venne pubblicata per puro caso nel 1953. Avevo spedito ad una rivista di giovani una mia poesia e venni invitato ad un convegno di giovani poeti a Pontedera, non potevo recarmi a Pontedera perché non avevo una lira per il viaggio, parlando di questo con Luigi Crocenzi ebbi da lui i soldi per il viaggio. (Luigi Crocenzi  è conosciuto per aver illustrato con le sue fotografie una edizione di </em>Conversazione in Sicilia<em> di Elio Vittorini). Durante il convegno fu letta una mia poesia e all&#8217;uscita mi fermò Arturo Schwarz che mi disse che dovevo mandargli tutte le mie poesie, ho spedito la raccolta che aveva per titolo semplicemente </em>Poesie per un vicolo<em>, fu Franco Fortini a trovare il titolo definitivo: </em>Non possiamo abituarci a morire<em>. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lei è stato più volte associato allo scrittore ceco Bohumil Hrabal, i cui personaggi, dal punto di vista di umili lavoratori emarginati, riescono a vedere la realtà in una luce insolita e straniata, carnevalesca e rivelatrice. Pure lei rivendica una posizione <em>straniata</em> ed <em>emigrata</em> (&#8220;… qui c&#8217;è solo l&#8217;abbacinazione per la mia condizione disoccupata e straniata che diventerà anche emigrata…&#8221;, <em>Cristi polverizzati</em>, p. 151). Riconosce questa somiglianza con Hrabal?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Disgraziatamente Hrabal non l&#8217;ho mai letto, anche Enrico Capodaglio mi disse di questo scrittore che non mi sono neppure preoccupato di cercare. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Nell’opera di Carlo Emilio Gadda la lingua non è mai accettata passivamente ma costantemente trasformata e reinventata (anche se Gadda lavora più sul lessico che sulla sintassi, mentre in Di Ruscio troviamo costruzioni <em>ad sensum</em>, anacoluti, una sintassi contorta e distorta, con frasi secondarie che si ribellano all’egemonia della principale, si sganciano e disarticolano, la lingua, sentita come carcere sociale e di classe, forzata il più possibile). Lei sente una vicinanza per esempio al Gadda del <em>Pasticciaccio</em>?</p>
<p><em>Gadda mi ha profondamente affascinato, lessi qui in Norvegia il</em> Ducato in fiamme<em>, soprattutto il racconto </em>L&#8217;incendio di via Keplero,<em> che considero uno dei capolavori della letteratura non solo italiana. Certo Gadda mi ha aiutato non certo ad imitarlo ma mi ha aiutato a rendermi più libero, nel senso che potevo andare oltre alla scrittura normale, potevo toccare anche argomenti scabrosi, insomma la lettura di Gadda mi diede vigore. Ho trovato Gadda in una biblioteca pubblica di Oslo, trovai uno scaffale di romanzi italiani, tutti i libri messi per ordine alfabetico, Bacchelli era il primo e mi lessi molti libri di Bacchelli, poi tutti gli altri, oltre a Gadda mi ha colpito anche un libro del fratello di De Chirico che in questo momento non mi ricordo come si chiama. Io di De Chirico ho appeso in cucina la riproduzione di un quadro metafisico che mi è caro perché mio figlio quando aveva quattro o cinque anni, indicandomi col ditino l&#8217;illustrazione, disse una cosa che non dimenticherò mai: “QUELLO E&#8217; IL POSTO DOVE ERAVAMO PRIMA DI NASCERE”.</em></p>
<p>[questo è un estratto (la parte centrale) dell'intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&amp;Greco)]<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">Intervista a Luigi Di Ruscio</a></p>
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		<title>L&#8217;infanzia assoluta &#8211; Su &#8220;Cristi polverizzati&#8221; di Luigi Di Ruscio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/15/linfanzia-assoluta-su-cristi-polverizzati-di-luigi-di-ruscio/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 14:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Andrea Cavalletti</strong>&#8230;</p>
Il ghirigoro elegante del naso, il piccolo tratto orizzontale e la sinusoide della bocca, l’occhio lungo sotto la lunga arcata: è il volto dell’Amalasunta, vergato a matita da Osvaldo Licini sulla carta un po’stropicciata di una busta postale, col suo timbro d’ufficio e la data: 16 febbraio ’53.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/15/linfanzia-assoluta-su-cristi-polverizzati-di-luigi-di-ruscio/">L&#8217;infanzia assoluta &#8211; Su &#8220;Cristi polverizzati&#8221; di Luigi Di Ruscio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://files.splinder.com/aa252ba7ce9a84fafe812b2e1b5f8791.bmp" alt="" width="144" height="186" /></p>
<p>di <strong>Andrea Cavalletti</strong></p>
<div>Il ghirigoro elegante del naso, il piccolo tratto orizzontale e la sinusoide della bocca, l’occhio lungo sotto la lunga arcata: è il volto dell’Amalasunta, vergato a matita da Osvaldo Licini sulla carta un po’stropicciata di una busta postale, col suo timbro d’ufficio e la data: 16 febbraio ’53. Ed è anche l’immagine che Luigi Di Ruscio ha scelto per la copertina del suo nuovo libro, il romanzo bello e stranissimo <strong>Cristi polverizzati</strong> (introduzione di A. Cortellessa, contributi di A. Ferracuti e E. Zinato, Le Lettere, pp. XIV + 317, € 25,00). La data, poi, non è forse casuale: proprio nel 1953, infatti, Di Ruscio esordiva poco più che ventenne con la raccolta poetica <em>Non possiamo abituarci a morire</em>, che Franco Fortini presentava così: &#8220;Gli aspetti risentiti del parlato e del gergo si sovrappongono &#8230; alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti risultati &#8230; atroci affermazioni ci minacciano col loro ritmo. E amare sentenze&#8230;&#8221; Cos’è cambiato da allora? <span id="more-24233"></span>Certo nel tempo lo spirito aspro e genuinamente neorealista dei primi lavori doveva decantare, o meglio trasfondersi in una sempre più libera teoria di motti ironici, spinta a volte e specialmente nelle prove narrative fino a punte di comicità visionaria: sino alla ridente, caustica vitalità che già in <em>Palmiro</em> (1986) come nei più recenti <em>Le mitologie di Mary </em>(2004) e <em>L’allucinazione</em> (2007) sembra scaturita dalla narrazione stessa più che derivare dalle vicende narrate, sembra investirle e contaminare ogni ricordo a partire dalla pratica febbrile e gioiosa della scrittura. Di Ruscio ha certo coi ricordi una familiarità estrema. Nato a Fermo nel 1930, è emigrato in Norvegia già nel 1957. Fu da allora che la stessa lingua natale divenne un ricordo per lui. Senza mai invecchiare, tuttavia. Scalzata dal bokmål e ammutolita nell’uso quotidiano, questa lingua ha saputo sopravvivere nella scrittura; le è stato imposto il silenzio, e si è fatta notturna. Ha attraversato mille difficoltà, e serbato un vantaggio sicuro. Una volta, infatti, l’oralità quotidiana non bastava, e la scrittura era per il giovane poeta insieme esigenza vitale e più o meno faticosa, comunque solitaria conquista, di parole scovate in biblioteca o altre volte sottratte &#8220;a tradimento&#8221; al giro di voci della casa e della strada. Poi, con l’emigrazione, la lingua materna si fece in segreto scrittura materna: non si sentiva che il rumore dei tasti, non c’era parola che non fosse stampigliata sulla pagina, e finalmente ogni pagina scorreva libera anche più delle voci di un tempo, e piena e felice. Poiché da allora, strano paradosso, il poeta non è più solo: si chiude nella stanza, e la sua è la lingua corale degli amori, dei vecchi libri e delle fughe nei vicoli, lingua non più separata e ormai tanto leggera che non smetterà di gioirne. Così Di Ruscio ride e scrive ridendo, e scrivendo si legge e ride ancora. Cosa ricorda? Si direbbe che in ogni cosa egli rammenti l’innesco di un contagio continuo al quale neanche il lettore saprà poi sottrarsi.</div>
<p>Almeno una volta egli ha descritto la svolta felice: &#8220;Lo stato normale è quello angoscioso e tutto a un tratto la gioia tutta intera mi salta addosso e faccio un mucchio di stupidate&#8230; Non le faticate carte, ma le allegre carte&#8230; iscritte per la sola gioia di comunicarvi tutto senza le reticenze del perbenismo e dell’oggettività, una scrittura viva, palpitante al contrario delle scritture spente e senza orgasmi&#8221; Cristi polverizzati è insieme la storia picaresca e il ritmo vivo di questa trasformazione. Si sviluppa nel tempo insieme presente e remoto del realismo fantastico. In quel tempo &#8220;La mia infanzia divenne sempre più totalmente infanzia. Le strade potevamo percorrerle tutte, non vi erano più proibizioni, più la guerra andava male e più io e Mazza ci sentivamo completamente liberi. Costruivamo i carrozzi, li mettevamo in ordine di partenza sulla strada principale del paese, un bell’asfalto liscio, la strada era diventata la nostra. Quando arrivava alla curva, il carrozzo poteva anche capovolgersi, le cosce erano come raspate dall’asfalto&#8230; Sapevamo tutte le erbe e i fiori che potevamo mangiare, il paese in quegli anni era tutto un fiorire e crescere di erbe&#8230;&#8221; Questa è l’infanzia assoluta, perfetta e rivissuta, che segue e non precede un tempo in cui le cose parevano invece un po’ più complicate: &#8220;Infatti ero stato scoperto, ormai tutti sapevano che iscrivevo le poesie, il mistero era diventato pubblico, sta sempre nella biblioteca comunale a leggere libri che nessuno legge, spedisce plichi da tutte le parti. Non facevano che domandarmi: Poeta ora ti provo, dimmi è nata prima la gallina o l’uovo? &#8230; Come ti permetti d’iscrivere le poesie nostre?&#8230; mi rallegravo e mi dicevo che non potevo assolutamente essere scemo, fregavo tutti a scopone, a tressette e anche a dama&#8230; e ripetevo continuamente i versi famosi di Solmi: fuggi / la vita è un sogno e i sogni sono sogni / nebbia le spesse muraglie, le sbarre&#8230;&#8221; La fuga ribelle dei bambini, dei gatti o degli anarchici, che sono qui simili e compagni, è poi lanciata in un precipizio grammaticale che lascerà senza fiato il redattore. E Di Ruscio lo sbeffeggia: &#8220;Se a qualcuno dispiace la mancanza di punteggiatura sui miei versi ebbene ce la mette tutta lui, con le poesie non ho mai guadagnato una lira e pretendere da me anche la punteggiatura è il colmo&#8221;. La notizia, insomma, è questa: una virgola non è qualcosa qu’on aime pour elle même: se la grammatica ne convalida l’uso, questo suo valore d’uso non è che il &#8220;sostrato materiale del valore di scambio&#8221;. C’è un’economia politica della lingua, e c’è una forza critica della lingua, &#8220;unica arma rimasta alle classi subalterne&#8221;. Ora, l’italiano &#8220;si presta a tutte le menzogne &#8230; è una cosa che può essere migliorata solo peggiorandola&#8221;; occorre quindi forgiare armi nuove, e tenerle, pronte, con sé: &#8220;Ho le tasche piene di poesie e se trovo uno adatto gliele leggo di colpo&#8230;&#8221; Cristi polverizzati attua l’agguato definitivo, organizzato non in capitoli ma in tanti piccoli blocchi, unità a volte scosse internamente da sbalzi anche vertiginosi eppure conchiuse, come da sentenze o proverbi appena inventati; è un libro fatto di aggiunte, dove anche la minuzia si perde in lontane visioni finché trama e scrittura, materia narrata e voce narrante risultano del tutto confuse: &#8220;Il romanzo inizia con un sottoscritto intrappolato in Piazza del Popolo di un paese di trentamila anime nel decennio subito dopo l’ultima guerra mondiale. A fatica il sottoscritto riesce a disintrappolarsi e prende il Lecce-Milano dove incontra Moscatritata, un rivenditore ambulante a domicilio di crocifissi più o meno polverizzati che brama il ritorno del regno borbonico. Il sottoscritto invece pretenderebbe una nuova repubblica romana che sfratti ancora una volta tutto il papato. Insomma i due personaggi di codesto romanzo fanno sogni non omologati e durante l’inseguimento dei personaggi da parte dell’autore si intromettono tutta una serie di considerazioni letterarie e oniriche e perfino teologiche, affabulazioni di tutti i tipi che disorienteranno tutti i fili delle future letture. La macchina da scrivere viene trasportata continuamente dalla camera da letto alla cucina per evitare che il sole strapiombi sulla tastiera&#8230;&#8221;Dunque chi fugge e chi segue? Di Ruscio riesce nell’una e nell’altra cosa, sorprende senza artifici, sogna o meglio osserva baratri reali &#8211; gli orrori del mondo; si leva a volte con una facilità davvero liciniana, e infine in poche, lucidissime battute, congeda la sua storia.</p>
<p><em>(pubblicato su</em> Alias<em>, 10 ottobre 2009)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/15/linfanzia-assoluta-su-cristi-polverizzati-di-luigi-di-ruscio/">L&#8217;infanzia assoluta &#8211; Su &#8220;Cristi polverizzati&#8221; di Luigi Di Ruscio</a></p>
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		<title>Da &#8220;Cristi polverizzati&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 05:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Cristi polverizzati]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<em>[Shut Up 'N Read Yer Di Ruscio. A I]</em></p>
<p>di <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p>Parto difficilissimo, spesso si nasce venendo stritolati, lo shock dell’aria freddissima rispetto al calore del ventre materno, la luce vivissima, i rumori assordanti, la poesia retrocede verso la prima angoscia, potevano immaginare che l’elettroshock rimettesse le cose al loro posto perché era come se lo shock iniziale si ripetesse, l’angoscia di rimanere rinchiusi in un ventre per sempre, l’essere che dilegua nel nulla è il passare e morte, il nulla che dilegua nell’essere è il sorgere e la nascita, la morte è un ritornare nella condizione prenatale, quando ero il niente che viveva il niente e di questa condizione mai nessuno si è lagnato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/">Da &#8220;Cristi polverizzati&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/di-ruscio-2-300x211.jpg" alt="di-ruscio-2" title="di-ruscio-2" width="300" height="211" class="aligncenter size-medium wp-image-18382" /><br />
<em>[Shut Up 'N Read Yer Di Ruscio. A I]</em></p>
<p>di <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p>Parto difficilissimo, spesso si nasce venendo stritolati, lo shock dell’aria freddissima rispetto al calore del ventre materno, la luce vivissima, i rumori assordanti, la poesia retrocede verso la prima angoscia, potevano immaginare che l’elettroshock rimettesse le cose al loro posto perché era come se lo shock iniziale si ripetesse, l’angoscia di rimanere rinchiusi in un ventre per sempre, l’essere che dilegua nel nulla è il passare e morte, il nulla che dilegua nell’essere è il sorgere e la nascita, la morte è un ritornare nella condizione prenatale, quando ero il niente che viveva il niente e di questa condizione mai nessuno si è lagnato. Certi nascono da una vagina apertissima ed escono come imperatori dalla porta sacra tutto oliato e pronto per l’esposizione. Certi come ghigliottinati e fucilati morivano al centro di un festoso cerimoniale. Ero immerso nelle acque fetali, sono immerso in questa acqua sociale.<br />
<span id="more-18381"></span><br />
Certi con rendite stupefacenti morivano torturati da costosissimi interventi chirurgici, straziati da speculate operazioni chirurgiche, certi muoiono agli angoli delle strade avvolti da una calma stupefacente. Siamo nati e poteva anche non nascere niente, una volta mia moglie mi disse che non dovevo disperarmi tanto, noi siamo nati e tanti neppure riescono a nascere. Mi è stato raccontato che prima di nascere eravamo nel pensiero d’Iddio, poteva non nascere niente, non facciamo confusioni tra il niente e il vuoto, il niente non può essere neppure riempito. Il niente può solo trapassare nell’essere più spettacoloso. Oppure come nelle bellissime svalutazioni quando milioni si tramutano in milioni di niente. Mia moglie rimaneva continuamente incisa, incinta, nonostante che non facevo che adoperare gomme di tutti i tipi conosciuti e pensavo di chiamare la mia ultima raccolta dentro il ventre del mostro, chiuso per sempre nella società dello sfruttamento e dei mangiatori di uomini. Gli eletti, i migliori si divertivano in bellissimi massacri, se non appartieni al popolo d’Iddio sarai prima o poi un assassino, se appartieni ad un popolo separato sarai prima o poi assassinato, così vedevo le cose ed invece era tutto più complicato e terrificante, non è detto che la vittima sia una persona per bene, tante volte prima d’ammazzarli li abbrutiscono e perdevo tempo con poesie che sembravano macchinette verbali produttrici di niente. Tentare di cambiare il mondo con una forsennata scrittura, anche questa cazzata ho immaginato, a Milano perfino l’aria è diventata pericolosa e pensano alle poesie, per la mancanza di aria respirabile non ci saranno proteste, potremo agitarci solo per i mali immaginari. Nonostante che mai ho avuto un’auto e spengo a sproposito i radiatori e non consumo neppure l’energia della dinamo della mia bicicletta. Siamo tutti peccatori e il miracolo della vita in questo pianeta non è cosa eterna e un miracolo sarà necessario per la sopravvivenza degli insetti più corazzati e il sottoscritto inabile in tutto può permettersi il lusso di scrivere le poesie. </p>
<p>[...]</p>
<p>Io ero uno di quei tipi che si sente ebreo tra i palestinesi e palestinese con gli ebrei un bianco tra i neri e un nerissimo tra tutti i bianchi di colore. E giovanissimo come ero mi prendeva grandi smanie di partire. Fermo mi diventava una trappola dentata, non facevo che sognare le fughe ero inseguito da un orrore tanto terrorizzante che mai sono riuscito a voltarmi per vedere che razza d’orrore m’inseguisse. Sognavo l’invisibilità e mi ripetevo quelle storie di Hegel dell’essere che si tramuta nel niente e del niente che diventa un essere in carne ed ossa. Fughe a precipizio e senza soste, tante volte avevo paura di non potermi più risvegliare da simili orrori come se per sempre il sonno mi avesse intrappolato. </p>
<p>[...]</p>
<p>Ed è già complicatissimo il problema della nostra identità, siamo troppe cose, io sono piceno, italico, europeo e appartengo ad un certo universo siamo troppe cose per essere fanatici, trovare l’unità di se stessi è difficile, il caos di una identità che ha per centro queste continue scritture. Ho visto Bertolucci in televisione, sapeva benissimo quello che era, cattolico, proprietario terriero eccetera, mettete qualche dubbio in tutto questo essere e sarete meno feroci. Mi trovo bene in questa vita anche con un viavai di comparse che chiedevano notizie sulla fine del mondo, ogni giorno si alzavano sbalorditi nel constatare che questo terrore è ancora in piedi, i torturatori erano più profumati del necessario, tutte le nostre debolezze furono catalogate, la nostra riducibilità misurata, nella fabbrica siamo terrorizzati, rimanere disoccupati significa cadere nell’ultimo inferno, è qui che dovete dimostrare il vostro diritto ad esistere, non siate feroci come è feroce il padre vostro nei cieli, troppa nobiltà per affrontare un universo di sbranatori, scrivere è mostrare lo squarcio, raggiungere i limiti estremi, siamo finalmente venuti, scrivere la verità è raggiungere l’orrore estremo, non ci accorgevamo di quando siamo stati brutalizzati, quando l’encefalogramma sarà piatto prenderanno il nostro cuore per trapiantarlo in un maiale, non assistere impotente alla tua brutalizzazione, proclama lucidamente la tua rabbia, prepariamoci per lo spasimo estremo, non saranno certo gli errori, le gazze e tanto meno i cretini ad avere l’onore di guastarmi la gioia di essere vivo, gli enti non dovrebbero moltiplicarsi più del necessario neppure se benedetti da un Pio dodici che ha benedetto anche i piccioni e vennero benedetti anche i tiratori al piccione, anche le auto senza scorta vennero benedette mai i gatti o serbi anche non tigrati e venne considerato eretico ogni dovere morale verso le bestie e certi furono dichiarati scostumati o scomunicati, enumerate le azioni infami quotidiane, onesti per una piccola somma è facilissimo, se si tratta di miliardi i problemi morali diventano ardui anche per la banca vaticana, tanti poi per i miliardi sarebbero capaci anche di mangiarsi la propria madre cruda, scrutate le parti oscure e irriverenti del sottoscritto Smerri, intestardito a voler sapere con precisione in che razza di pianeta è stato scaraventato. </p>
<p>Ridevamo ed eravamo ad un passo dall’inferno, i presidenti con i loro grassissimi culi assisi, una odissea continua, l’epoca gloriosa dei comunisti tutti esposti e cremati, queste scritture dovrebbero risultare intraducibili riguardando un universo unico e irripetibile, hanno enumerato giustamente tutti i delitti dei comunisti, elencate anche tutti i delitti degli anticomunisti, fateceli vedere, ricordateveli. I fascisti da Marconi volevano il raggio della morte e di una cretinata come il radar non sapevano che farsene, ed ecco che tutto ad un tratto mi ricordo del segretario del pci sezione picena che mi disse che dovevo leggere le memorie di Giovanni Pesce che più di memorie si trattava di un piccolo manuale per la guerriglia urbana, siamo agli inizi degli anni cinquanta io cretino riesco ad afferrare la cosa mezzo secolo dopo i fatti avvenuti. Tanti versi scritti furono tutti cancellati tanto erano schifosi, cavalli ridono solo se punti con spilloni sul muso, devozione incondizionata anche ad una verità disperata, assistemmo tranquillamente alla morte d’Iddio che ormai serviva solo a giustificare i massacri, saremo tutti senza peccato quando non ci saranno più sfruttati e nella fase cruciale dei deliri spergiurava di non aver mai letto neppure una riga delle tante meticolosamente sottoscritte con tutte le adeguate vertigini, gli istanti di quando i raggi del sole rasano la terra sono stati fotografati per sempre con le lunghissime ombre e più la mia riduzione era totale e più constatavo la tendenza del sottoscritto a scrivere di cose enormi esagerate nei crepuscoli.</p>
<p>Io non ho fatto certo domanda per venire al mondo. Appena nato fui considerato  responsabile di un peccato atroce commesso all’inizio dei tempi da due tipi abbastanza irresponsabili come Adamo ed Eva e avendo mia madre avuto un parto difficile fui battezzato in fretta per sicurezza perché senza un tale battesimo avrei potuto scontare una pena atroce per tutta l’eternità considerato peccaminoso di orribili delitti subito appena nato senza essermi ancora pisciato addosso. Il momento della nostra nascita e il momento della morte sono vissuti nella nostra più completa assenza. La casa nostra in vicolo Borgia, la cantina un interrato con la latrina senza fogna, una fossa che avrebbe potuto eternamente contenere tutta la merda nostra, poi il piano della cucina con un focolare molto largo e basso, il fornello a carbone vegetale, all’ultimo piano, le due camerette, in una cameretta c’eravamo noi quattro, le finestre piccole e i muri molto spessi, sembrava una casa fortificata, il soffitto della cameretta era spiovente con le travi scoperte e sul soffitto le macchie della calce arrugginita, quando pioveva gocciolava da tutte le parti, la luce elettrica ogni tanto spariva perché non si riusciva a pagare la bolletta della luce, dallo spesso cartone di una finestra trafilava un filo di sole. Sambus nigra, le bacche di un azzurro cupo ce le strofinavamo in faccia per diventare negri, il liquido delle bacche spremute poteva diventare un inchiostro violaceo e profumato, pianta nominata dai greci e dai latini, è nominata anche nell’Edda, cresce in grandi spasure attorno alle mura.</p>
<p>I ricordi più remoti sono certe immagini dell’asilo infantile, alle elementari c’era quel maestro con la camicia nera sino a che non andò a perdersi nell’inverno russo che congelò anche troppo facilmente l’ardore e la boria retorica, e la cattedra del gran fumatore fu occupata dalla maestra, la più libera e sbracata di tutte, non si capiva se erano fascisti perché odiavano l’Italia o perché l’amavano troppo, il certo è che non amavano certo l’Italia così come era, l’amavano così come doveva essere e come mai è stata e ripetevo le classi continuamente, ogni parola era  scritta sbagliata, il maestro mi urlava «Questo è dialetto e non italiano». Stranissimo che il dialetto di vicolo Borgia in Fermo Ascoli Piceno non fosse neppure italiano. Nell’aula c’era il crocifisso con alla destra il ritratto del Re e alla sinistra il ritratto del Duce fondatore dell’impero nostro. Cristo tra i ladroni. Mussolini sembrava un’anima disperata. Domandai una volta se il re fosse fascista, non perché il Re è al di sopra dei partiti e questa fu la prima volta che udii il plurale di partito. Sogno un partito garibaldino con le camicie rosse che mi sembravano più festose delle lugubri camice nere. </p>
<p>Il padre di mio padre era mezzadro, mio padre invece era muratore. L’odore acutissimo della calce fresca e del cemento delle stanze scialbate o intonacate di fresco era mio padre. La madre di mia madre, mia nonna partita prestissimo dal suo paese parlò sempre un dialetto stranissimo ed unico, ero affascinato da un dialetto che sentivo parlare solo da mia nonna che mi sembrava unica e con tutti quei gatti che disperati dalla fame rubavano la carne da dentro l’acqua bollente, aprivano i cassetti delle credenze con i denti, capovolgevano il tegame del latte, leccavano sulla padella, addentavano un pomodoro, una patata lessa, un pezzo di polenta, l’insalata avanzata. Nelle notti di primavera, per fare l’amore ogni gatto doveva vincere una guerra contro tutti i gatti. Una lagna ossessa sui tetti, un gatto che morde la gatta sulla groppa, una bottiglia gettata tra i gatti da chi non dorme, lo scompiglio improvviso, il silenzio improvviso. Se riuscivo a prendere un gatto lo buttavo dalla finestra più alta, era come buttare una palla, rimbalzavano e correvano. Come li vedevo intorno alle cartate di teste di pesce li prendevo a calci, e un giorno uno ebbe la bocca massacrata, il sangue sulla bocca mangiata dalla rogna fu orribile. Spiai una gatta che si sgravava, mi sembrava che i gatti uscissero dalla bocca, quattro cascati uno sopra l’altro e la gatta cominciò a leccarli, poi a morderli sulla testa, come fossero teste di pesce. Scrissi di questo spettacolo su un tema o diario, il maestro mi disse di alzarmi e spiegare quello che avevo scritto. Mi alzai e non dissi nulla, muto più di sempre, vergognoso più di sempre, come se fosse colpa mia se la gatta si mangiava i gatti dopo averli cacati. Ebbi una grande vergogna che neppure oggi che riscrivo i miei fogli so cancellare, per aver scritto su un tema di scuola elementare quell’orrore di gatti. Ci doveva essere un orrore dentro di me, se l’orrore lo riscoprivo ovunque. Vivevamo nel pieno degli splendori fascisti e imperiali. Stavo a guardare i gatti e il gattaro che li metteva in un sacco e l’ammazzava a bastonate, mangiava la carne, metteva a seccare la pelle sulla finestra. La carne di gatto e quella del coniglio hanno lo stesso sapore, ma non venivano ammazzati alla stessa maniera: il coniglio veniva scannato in mezzo al vicolo in pieno giorno: tagliavano sotto la gola, la pelle rivoltata si sfilava, le budella venivano lasciate per terra, i gatti le addentavano e trascinavano. I gatti venivano ammazzati di notte, le budella venivano buttate subito nella fogna, si buttava presto la testa, si tagliava la coda e la pelle compariva invece, come quella del coniglio, appesa ad una finestra a seccare.</p>
<p>Mio padre muratore è nato contadino, ed è come se vivesse in un mondo completamente estraneo. Era fuori da tutto quello che cercavano di insegnarmi. Riusciva a rompere il proprio mutismo solo con matte sbornie. Non ci comandava nulla, quando era a casa ci intimava solo il silenzio, nessuno doveva parlare. Potevamo aprire la bocca solo per lo strettamente inevitabile, come se il parlare fosse una enorme fatica, un inutile scoprirsi. Il giorno che mio padre parlò più del solito fu quando la Germania iniziò la guerra contro la Russia: i pagliacci dei fascisti hanno trovato finalmente il pane per i loro denti. Un pane che doveva essere una pietra infilata in una bocca sdentata e cariata. Venne chiamato in questura perché dicevano che ascoltasse radio Mosca, non solo non avevamo la radio, ma neanche la luce, i fili erano stati tagliati perché la bolletta non era stata pagata. Una sera, a cena, raccontò che i tedeschi con i prigionieri facevano le candele, e così fui colpito in pieno dallo schifo per la candela. Preferivo stare all’oscuro, piuttosto che vedere quell’infamia ardere, nella chiesa venivo assalito da inevitabili schifi per tutte quelle file di candele bianche che ardevano. Lo stesso schifo per la pasta bianca cotta condita con lo sfritto di lardo. Una volta ci raccontò anche della Russia, tutte le chiese trasformate in fabbriche, ammazzati tutti i preti e i signori, bruciati tutti i soldi in falò che immaginavo di festa, nessun matrimonio, tutti amori svincolati e liberi, chi non lavora crepa di fame ed è tutto gratis, le scarpe, la luce, il carbone. E dalle sue parole vedevo che per il fascismo e i signori e i preti più che odio portava un profondo schifo, tra mio padre e il mondo, di fuori c’era chiusura completa, nel più profondo di se stesso, come se fossero nature completamente opposte e nemiche mortali. Io vivevo tra due mondi opposti, quello fuori da mio padre e quello di mio padre, tra due mondi ugualmente tenebrosi e orribili e dovevo trovare identificazione in qualcosa di diverso, in Iddii completamente astratti e azzurri, in regni di erbe, in regni vegetali.</p>
<p>Dopo l’otto settembre mio padre ritornò da militare e lo rividi felice, la schifezza fascista era crollata e sembrava che stesse per crollare tutto quello che odiava, e a quel ritorno fu l’unica volta che fui abbracciato e baciato da mio padre. Con la testa grossa, capelli arruffati, orecchie a sventola in divisa da figlio della lupa della befana fascista in un gregge di divise, arrancavo su uno dei vicoli che dall’alto sembrano precipizi e che portano a quella che ora è chiamata piazza del Popolo, per ascoltare uno dei tanti discorsi del duce. Il maestro mordendosi la lingua colpiva con i guanti quelli a cui mancavano i lupetti d’ottone e non avevano in ordine le strisce bianche che si incrociavano sulla camicia nera, i pantaloncini grigioverdi troppo lunghi o i calzettoni che calavano sulle scarpe, aver messo i più belli e ordinati in prima fila e ai lati, non aiutava molto a nascondere una materia di marziale miseria. In una casciara di voci e di cagnare e di spintoni, era manifesta l’impotenza del maestro. Averci relegati nell’ultima fila ci provocava come una specie d’impunità. Eravamo quasi clandestini, noi all’ultimo posto, all’ultima fila. Era un maestro giovane, un maestro del regime che doveva perdersi in Russia nella fuga di un branco di uomini che perdettero veramente tutto. Nella nostra sbandatezza e irregolarità e indisciplina forse il maestro vedeva un simbolo, un segno dove poteva affogarsi con tutti i suoi credi. Il suo masticarsi la lingua, il fumare disperato, il colpirci rabbioso coi guanti o con il Corriere della sera erano tutte manifestazioni di una lotta per farci diversi e ci teneva da parte come fossimo uno sbaglio, una presenza di mala natura, un’immagine sovversiva da nascondere confinare. </p>
<p>[Da <em>Cristi polverizzati</em>, presentaz. A Cortellessa, contributi di A Ferracuti ed E Zinati, Le Lettere, Firenze, 2009.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/">Da &#8220;Cristi polverizzati&#8221;</a></p>
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		<title>&#8220;L&#8217;iddio ridente&#8221; di Luigi Di Ruscio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/liddio-ridente-di-luigi-di-ruscio/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/liddio-ridente-di-luigi-di-ruscio/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 07:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Verdino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[Francesco Marotta ha già pubblicato <a href="http://rebstein.wordpress.com/2008/10/25/il-sorriso-di-dio-di-luigi-di-ruscio/">qui</a> </em><em> alcune poesie del nuovo libro di Luigi Di Ruscio,</em> L'iddio ridente<em>. Di seguito, la prefazione al libro.]</em></p>
di <strong>Stefano Verdino</strong>
<p>Non è la prima volta che Di Ruscio si confronta con una misura breve, epigrafica o epigrammatica, del verso, ma il precedente <em>Epigramma </em>(Valore d’uso edizioni, Roma 1982) indicava più un atteggiamento che una precisa stilistica: i testi avevano misura assai variabile, alcuni anche lunghi e a tratto discorsivo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/liddio-ridente-di-luigi-di-ruscio/">&#8220;L&#8217;iddio ridente&#8221; di Luigi Di Ruscio</a></p>
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<div>di <strong>Stefano Verdino</strong></div>
<p>Non è la prima volta che Di Ruscio si confronta con una misura breve, epigrafica o epigrammatica, del verso, ma il precedente <em>Epigramma </em>(Valore d’uso edizioni, Roma 1982) indicava più un atteggiamento che una precisa stilistica: i testi avevano misura assai variabile, alcuni anche lunghi e a tratto discorsivo. Quando la misura era propriamente epigrafica inoltre, poteva anche capitare di contraddirla felicemente con una tonalità diversa, magari micronarrativa:</p>
<div><em>prendevo le vespe delicatamente per le ali</em></div>
<div><em>le mettevo educatamente dentro una scatola di fiammiferi svedesi</em></div>
<p><em>sarete tutte liberate da una bella che mi chiederà un fiammifero</p>
<p></em></p>
<p>aspettavo con calma la liberazione delle vespe<span id="more-12093"></span></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>In altri casi invece l’epigramma scatta nelle sue precise dimensioni e nella sua connaturata violenza espressiva</p>
<div><em>ammiriamo l’infinita sapienza divina</em></div>
<div><em>che ha capito subito che senza infiniti piaceri sessuali</em></div>
<p><em>questa luridissima specie umana non si sarebbe mai tramandata</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p>È a tale tonalità che questo nuovo Di Ruscio fa riferimento: il controverso rapporto con il divino, l’esibizione erotica, il duro giudizio sull’umanità, la rabbia e la provocazione, sono tutti elementi che a piene mani possiamo raccogliere in <em>L’Iddio ridente</em>, ma ventisei anni non sono passati invano e le cose si sono in certo modo più sciolte: intendo dire che il grumo convulso del Di Ruscio di allora, tendente a una spasimante condensazione, ha lasciato spazio ad una elaborazione espressiva più in chiaro ed in nitido. Intanto la scelta formale: la misura testuale è ora volutamente continua e conforme, elaborando una lunga scansione sequenziale, con poesie più o meno formalmente uniformi. La scelta di questa sorta di basso continuo si inquadra in una precisa strategia: al Di Ruscio odierno interessa presentare al lettore come un corale (in cui l’io sottoscritto è semmai voce dentro il coro del noi) che si snoda in vari contrappunti, quali sono appunto le singole &#8220;iscrizioni&#8221; – <em>Iscrizioni </em>era per l’appunto il titolo iniziale di questa raccolta – che in affine misura si aprono singolarmente a diverse ed anche contrastanti segmentazioni del discorso.</p>
<p>E possiamo, sommariamente, rubricare queste principali segmentazioni, magari partendo dai segni di continuità e sviluppo dal precedente <em>Epigramma</em>. Torniamo all’ultima poesia citata; ora il suo intreccio di Dio-sesso-condanna umana viene disteso per lo più diversamente nei segmenti del discorso de <em>L’Iddio ridente</em>. Tutto si gioca con più chiarezza a partire dalla propria inimicizia con Dio:</p>
<div><em>89.</em></div>
<div><em>Cristo ha detto di amare i propri nemici</em></div>
<p><em>infatti essendo un nemico d’Iddio</p>
<p>io da Dio sono molto amato</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p>Il nome di Dio viene più volte iscritto a partire da un profetico riassorbimento che subito ci mette a fronte con la geniale violenza espressiva del nostro poeta: &#8220;alla fine dei tempi tutto ritornerà nel ventre d’Iddio&#8221;. Nel corso de <em>L’Iddio ridente </em>troveremo poi il Dio &#8220;annegato&#8221;, &#8220;sparito dietro la curva&#8221;, &#8220;periodico&#8221;, inesistente, una serie di continui confronti e adombramenti, che ci danno lo spicco della grandezza del problema e della sua mobilità. Al riguardo in due &#8220;iscrizioni&#8221; abbastanza contigue e tra loro replicanti si gradua l’affermazione di inesistenza, da &#8220;non esiste&#8221; a &#8220;non esiste più&#8221;:</p>
<div><em>175.</em></div>
<div><em>iddio non esiste siamo soli e matti</em></div>
<p><em>e tra marte e giove è concentrato</p>
<p>uno zoo che contiene corpi di tutte dimensioni</p>
<p>un eros esagerato lungo 36 chilometri</p>
<p>che cerca disperatamente la vagina adatta</p>
<p>tutto sopra di noi in equilibrio instabile</p>
<p>come se la terra</p>
<p>fosse diventata la vagina preferita</p>
<p>180.</p>
<p>iddio non esiste</p>
<p>siamo soli e matti</p>
<p>in un nubifragio di carte disperse</p>
<p>i segni delle rinunce e dell’irrinunciabile</p>
<p>resta solo quello che avevo spellato</p>
<p>e mai mi sono sentito</p>
<p>così intensamente vivo</p>
<p>come quando ero così vicino alla morte</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p>Sono davvero due poesie – o meglio due segmenti connessi – molto rilevanti, che non solo confermano e ricreano la sigla del miglior Di Ruscio, smisurato, oltranzista, insieme irridente e sacro, in un impasto che è sempre merce rara e, nei nostri tempi, addirittura irreperibile.</p>
<p>Anche la deviazione lessicale su un’andatura da paradosso &#8220;Resta solo quello che avevo spellato&#8221; (al posto di un più prevedibile, ma paradossale &#8220;sperato&#8221;) rinforza con grande originalità in continuo corpo a corpo, fino allo stremo, alla scorticazione, di Di Ruscio con i suoi temi e i suoi modi. E a riprova cito una delle più singolari epifanie antifrastiche di questo Dio, così imprescindibilmente connesso con la propria scrittura:</p>
<div><em>e si era introfulato perfino</em></div>
<div><em>nel cassetto dove tengo le carte</em></div>
<p><em>sconvolge i legni</p>
<p>ritorna nell’ignoto più sacro</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p>Il sacro è un’istanza ricorrente, che spesso si cattura nella quotidiana meraviglia della natura, nella sua ostinata e caparbia capacità di vita e molto spesso divaricata o lontana dall’assedio della morte che riguarda l’uomo. Proprio la sfasatura tra l’orditura umana verso la &#8220;sporca morte&#8221; e dall’altra parte &#8220;l’aria piena di semi volanti&#8221; costituisce un nucleo profondo di questo libro, evidente fin dal primo testo, con quell’adombramento di suicidio che si trasforma in catabasi nella natura e nella sua stupefacente fioritura &#8220;improvvisamente senza un segnale&#8221;:</p>
<div><em>1.</em></div>
<div><em>vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi</em></div>
<p><em>volare dalla finestra</p>
<p>inabissarmi in quell’albero di ciliege</p>
<p>che nasce sotto casa</p>
<p>splendente</p>
<p>luminoso nelle primavere</p>
<p>improvvisamente senza un segnale fiorisce</p>
<p>grappoli di vita felice</p>
<p>inizia così la stagione</p>
<p>dove nessuno immagina di dover morire</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p>Da un lato quindi il grande codice, la sua fragranza di un sacro, dall’altro un’umanità alle prese con la controversia del suo discorso. Le &#8220;iscrizioni&#8221; volutamente non vogliono offrirsi come un discorso logico e conseguente, ma come improvvisi e quindi sono aperte ad esiti diversi, addirittura tra loro opposti, se in modo confortante si può leggere in 2: &#8220;è perfino possibile/ che sia l’umanità ad essere Iddio/ ed ognuno di noi sia santo e sacro&#8221;. Ma questa valenza positiva è più spesso contraddetta dal suo opposto, dalla consacrazione umana alla morte, al fetore, alla putrescenza. Al riguardo non poche &#8220;iscrizioni&#8221; paiono scritture oniriche, di incubi, più che sogni, di configurazione ossessiva e persecutoria, con un che di kafkiano e sofferente, in cui risaltano la ferocia e l’esibizione sessuale, insomma un coacervo di immagini infrante certo assai diverse da quel codice naturale, che si avverte di altra, imprendibile, pasta.</p>
<p>Motivo ricorrente non a caso è quello della caduta, con una varia gamma, dal volo suicida, che abbiamo visto nella poesia citata, a vari processi degradativi, fino alla &#8220;spappo finale&#8221;; è anche possibile una caduta gioiosa, ma questa riguarda non l’uomo, quanto le lettere, la cui precipitazione viene animata dall’istanza di ricerca emblematica (&#8220;tutti quei pomeriggi sulle lettere/ che precipitavano in ingorghi gioiosi/ alla ricerca dell’emblema dello spirito nostro&#8221;). Per l’uomo la caduta, holderlianamente, è il segno di una distanza inesorabile con quel sacro pure così tanto avvertito: &#8220;la nostra identità degradata/ facilita la caduta di tutto&#8221;.</p>
<p>Quest’ultima citazione tocca un altro punto essenziale, quello dell’identità umana, che viene intesa come una sorta di rigida prigione che aggrava il destino di separazione da quel ciclo del vivente così mobile. Su tale tema Di Ruscio lavora soprattutto sulla propria pelle, almeno a tre livelli: il primo lo possiamo definire come autoritratto, impietoso naturalmente: è il Di Ruscio sdentato, che trapela da più testi e si configura come una certificazione del proprio attuale tragitto, in cui la dentatura è avviso di vecchiaia anagrafica, ma non di spirito, giacché gioca una partita, in chiaroscuro con &#8220;una feroce volontà del continuare ad esistere/ nonostante la bocca completamente sdentata&#8221;. Altro livello della questione d’identità è quella del poeta, il circuito del sottoscritto, che lega l’identità con la scrittura, ed è affermazione di piena proprietà di quanto si dice. E poi, in contrappunto a queste puntuali e forti condensazioni, l’intermittente rovello di tali configurazioni: &#8220;non riesco più a stare dentro un sottoscritto&#8221;, &#8220;non riuscivo a capire dove si fosse cacciata/ l’identità sottoscritta&#8221;; &#8220;non riuscivo a ritrovarmi&#8221;, &#8220;il sottoscritto stava a precipitare in un estraneo&#8221;.</p>
<p>Tanto sommovimento si rileva anche nella lingua poetica, che si snoda in un continuum dove risaltano gli annodi più distanti, in particolare tra l’astratto teorico e il concretissimo imprecatorio: così abbiamo vari cortocircuiti tra &#8220;intelletto&#8221; e &#8220;cioccolato&#8221; (6), &#8220;destino&#8221; e &#8220;merda&#8221; (8), &#8220;monoteistico&#8221; e &#8220;cazzo&#8221; (13), &#8220;puzza&#8221; ed &#8220;eucaristia&#8221; (63), per non dire di alcuni giochi (&#8220;sposati-spossatezza, 31; suolesuore,</p>
<p>73) e della forza neologetica di varie espressioni: &#8220;netturbare&#8221;, &#8220;spetizioni&#8221;, &#8220;jene scatastaballate&#8221;, che arrivano al nostrano presidente del Consiglio (&#8220;perculoni&#8221;).</p>
<p>L’effetto che si ricava da <em>L’Iddio ridente </em>è quello di un contatto con una materia verbale incandescente, che come la si maneggia, appare in inusuali concrezioni, per le quali in breve spazio (la misura coatta dei testi) si stipano emozioni, riflessioni, incubi, di ampia portata; in tutto questo ci si ritrova, schiera di viventi, che avvertono sempre più il divario tra storia umana e natura, pronti a sottoscrivere la bellissima prosa sulla visibilità del firmamento:</p>
<p>62.</p>
<div><em>&#8230;non riesco più a vedere il firmamento come quando ero ragazzo,</em></div>
<div><em>durante la guerra c’era l’oscuramento, il cielo notturno,</em></div>
<p><em>il firmamento era vibrante, sembrava che palpitasse, era come</p>
<p>se tutto fosse stato creato per sbalordirmi, con la fine della guerra</p>
<p>finì anche l’oscuramento e un cielo come quello non sono</p>
<p>riuscito più a vederlo e i miei occhi per certi splendori è come</p>
<p>fossero accecati per sempre</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p>Si esce da questa accanita lettura con un sentimento di orfanità e di dolore, ma non di lutto o malinconia, e soprattutto con la gioia di aver percorso una poesia non minimalista, come di solito l’odierno menù letterario ammanisce, ma tesa nella sua volontà di dire e di spasimare tra istanze diverse e soprattutto su uno scenario vasto e di fondamento, in cui la parola poetica appare pienamente viva e giustificata.</p>
<p>Al riguardo e a congedo, possiamo citare l’iscrizione 21, perfetta nel suo annodo di generosa esposizione (della speranza) e di brutale chiusura funeraria, fulgido esempio dell’antifrastico mondo del grande poeta italiano in Norvegia:</p>
<div><em>21.</em></div>
<div><em>la speranza andava mostrata subito</em></div>
<p><em>inutile tenerla nascosta per paura che venisse derubata</p>
<p>sostenerla con versi blasfemi o sferici</p>
<p>e alla fine delle composizioni</p>
<p>come sbattendo il coperchio</p>
<p>di una cassa da morto</p>
<p>per chiudere tutto</p>
<div><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"> </span></div>
<div><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"> </span></div>
<p></em><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"> </p>
<p></span></p>
<p>[Prefazione di Stefano Verdino a<em> L'iddio ridente</em> di <strong>Luigi Di Ruscio</strong> - ZONA 2008 - pp. 128 - euro 14]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/liddio-ridente-di-luigi-di-ruscio/">&#8220;L&#8217;iddio ridente&#8221; di Luigi Di Ruscio</a></p>
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		<title>(Alcune) Poesie operaie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/07/23/alcune-poesie-operaie/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jul 2007 18:57:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[poesie operaie]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a TITLE="dscf1932.JPG" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1932.JPG"></a><a TITLE="dscf1930.JPG" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1930.JPG"></a>  di <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<strong>69</strong>

uscivano dalla vasca sconci e orribili
tutti in gruppo non li avevo mai visti
aspettavo che uscissero dalla vasca
mi passavano vicino dandomi colpetti sulla testa con la mano tesa
le emanazioni del cloro sembrava la puzza dell’inferno
e se faccio il bagno in quell’acqua
io divento come loro 

*

<strong>72</strong>

hanno bisogno solo di se stessi
almeno così credono comunque state attenti
la lavatrice sarà necessario accomodarla
un giorno avrete a che fare con i becchini
la solitudine perfetta
è solo quella d’onnipotente che neppure esiste
e alla fine vi scasseranno la porta
e non è detto che vi ritroveranno vivi
(una vita stravagante merita una fine stravagante)
e quando mi misi ad argomentare contro la condanna a morte
mi dissero che così argomentavo perché volevo
che fossero solo le Br ad applicarla
e così ho capito che erano diventati invidiosi
la morte volevano applicarla anche loro
e già mi vedevo esposto davanti al plotone d’esecuzione
a gridare come un matto
sparate alla testa e salvatemi il cazzo 

* 

<strong>75</strong>

quando scoprimmo la ranunculus glacialis
l’aria era secca e trasparente
il pane seccava subito e i legni si ristringevano
l’acqua che bolliva alle basse temperature
rendeva impossibile alle patate di cuocersi
sorgevano improvvisamente
strane botaniche abbeverate
da una luce filtrata
fiorite sotto strati di ghiaccio
lo splendore delle fioriture
nonostante le condizioni più disperate
uno splendore per continuare
dove sopportare gli strazi più disperati
oltre i quali c’è la pace della fine perpetua 

* 

<strong>56&#8230;</strong>

l’angoscia di essere simili a tutti gli altri
l’angoscia opposta di non poter mai essere simile a tutti gli altri
trasformato per sempre nella figura dello scemo del paese
qualcosa di noi vivente rinchiusa nella cassa da morto per sempre
l’orrore di durare senza suprema via d’uscita
muovere i primi passi sfuggire dalla madre ridente
la paura di perdere tutto o che tutto ci rimanga attaccato per sempre
gli oggetti più scemi l’epistole più vergognose
e non poter più rinchiudere il tutto
in una valigia e partire per sempre
rimanere incastrati per sempre nella consueta vergogna
rimanere chiusi nella cassa dell’ascensore bloccato
rinchiusi vivi nella cassa da morto.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/23/alcune-poesie-operaie/">(Alcune) Poesie operaie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a TITLE="dscf1932.JPG" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1932.JPG"><img ALT="dscf1932.JPG" SRC="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1932.thumbnail.JPG" /></a><a TITLE="dscf1930.JPG" HREF="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1930.JPG"><img ALT="dscf1930.JPG" SRC="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/dscf1930.thumbnail.JPG" /></a>  di <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<pre><strong>69</strong>

uscivano dalla vasca sconci e orribili
tutti in gruppo non li avevo mai visti
aspettavo che uscissero dalla vasca
mi passavano vicino dandomi colpetti sulla testa con la mano tesa
le emanazioni del cloro sembrava la puzza dell’inferno
e se faccio il bagno in quell’acqua
io divento come loro 

*
<span id="more-4231"></span>
<strong>72</strong>

hanno bisogno solo di se stessi
almeno così credono comunque state attenti
la lavatrice sarà necessario accomodarla
un giorno avrete a che fare con i becchini
la solitudine perfetta
è solo quella d’onnipotente che neppure esiste
e alla fine vi scasseranno la porta
e non è detto che vi ritroveranno vivi
(una vita stravagante merita una fine stravagante)
e quando mi misi ad argomentare contro la condanna a morte
mi dissero che così argomentavo perché volevo
che fossero solo le Br ad applicarla
e così ho capito che erano diventati invidiosi
la morte volevano applicarla anche loro
e già mi vedevo esposto davanti al plotone d’esecuzione
a gridare come un matto
sparate alla testa e salvatemi il cazzo 

* 

<strong>75</strong>

quando scoprimmo la ranunculus glacialis
l’aria era secca e trasparente
il pane seccava subito e i legni si ristringevano
l’acqua che bolliva alle basse temperature
rendeva impossibile alle patate di cuocersi
sorgevano improvvisamente
strane botaniche abbeverate
da una luce filtrata
fiorite sotto strati di ghiaccio
lo splendore delle fioriture
nonostante le condizioni più disperate
uno splendore per continuare
dove sopportare gli strazi più disperati
oltre i quali c’è la pace della fine perpetua 

* 

<strong>56</strong>

l’angoscia di essere simili a tutti gli altri
l’angoscia opposta di non poter mai essere simile a tutti gli altri
trasformato per sempre nella figura dello scemo del paese
qualcosa di noi vivente rinchiusa nella cassa da morto per sempre
l’orrore di durare senza suprema via d’uscita
muovere i primi passi sfuggire dalla madre ridente
la paura di perdere tutto o che tutto ci rimanga attaccato per sempre
gli oggetti più scemi l’epistole più vergognose
e non poter più rinchiudere il tutto
in una valigia e partire per sempre
rimanere incastrati per sempre nella consueta vergogna
rimanere chiusi nella cassa dell’ascensore bloccato
rinchiusi vivi nella cassa da morto. 

* 

<strong>31</strong>

quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo
improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo
la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore
la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo
la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo
tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi
poca materia viva circondata di morte
i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire
i primi di un nuovo mondo splendidamente vivi
con la gola serrata dalla morte. 

* 

<strong>19</strong>

è morto con la testa spaccata sul selciato
sporco di olio benzina sangue
e senza dignità buttando pezzi di cervello
tutta la nostra fragilità davanti ai mostri
in quello spavento del cozzo in quell’ultimo istante
con gli occhi scoppiati vedere la vita che esplode</pre>
<p>(Da Luigi Di Ruscio, <em>Poesie operaie</em>, Ediesse, Roma, 2007.)</p>
<p><em>(Immagini A Inglese)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/23/alcune-poesie-operaie/">(Alcune) Poesie operaie</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Poesia Italiana E-Book di Biagio Cepollaro</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/poesia-italiana-e-book-di-biagio-cepollaro/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/poesia-italiana-e-book-di-biagio-cepollaro/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 17 Nov 2004 15:13:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[adriano spatola]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Sannelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[si è parlato anche in NI della difficoltà di reperire e leggere la poesia italiana non pubblicata dalle case editrici maggiori; un'iniziativa recente tenta di ovviare a questa situazione. a.r.]</em></p>
<p>L’iniziativa editoriale <a href="http://www.cepollaro.it"><strong>Poesia Italiana E-book</strong></a> intende ristampare in formato pdf alcuni libri di poesia e narrativa che rischierebbero l&#8217;oblio, in mancanza di efficace supporto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/poesia-italiana-e-book-di-biagio-cepollaro/">Poesia Italiana E-Book di Biagio Cepollaro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[si è parlato anche in NI della difficoltà di reperire e leggere la poesia italiana non pubblicata dalle case editrici maggiori; un'iniziativa recente tenta di ovviare a questa situazione. a.r.]</em></p>
<p>L’iniziativa editoriale <a href="http://www.cepollaro.it"><strong>Poesia Italiana E-book</strong></a> intende ristampare in formato pdf alcuni libri di poesia e narrativa che rischierebbero l&#8217;oblio, in mancanza di efficace supporto. Si tratta di libri importanti per la storia della poesia italiana, la cui memoria non può che essere affidata ai protagonisti e ai testimoni degli anni in cui sono nati. In particolare i testi che saranno ristampati dalla Biagio Cepollaro E-dizioni si collocano, per lo più, tra gli anni &#8217;70 e i primi anni &#8217;90.<br />
Affianca tale collana la pubblicazione di inediti: autori di poesia e di prosa che sono apparsi o hanno incrociato in qualche modo il flusso del blog <a href="http://www.cepollaro.splinder.com"><strong>Poesia da fare</strong></a>. E&#8217; la poesia di questi anni, profondamente trasformata dalla Rete: ci si augura che le nuove possibilità tecnologiche possano contribuire a diffondere, ma anche a qualificare, la fruizione della letteratura.<br />
<span id="more-727"></span><br />
<u>Ristampe</u>:</p>
<p><strong>Adriano Spatola</strong>, da <em>La composizione del testo</em><br />
considera prima di tutto la posizione delle cose<br />
mangiate e smangiate dal tempo dalla noia dal freddo<br />
la corruzione è questa speranza che ti leggi nell&#8217;occhio<br />
sbarrato e smarrito nello specchio corroso del bagno<br />
davanti all&#8217;interminabile elenco di smagliature<br />
nel tessuto intricato delle ore da mezzanotte a mezzanotte<br />
insieme alla clessidra alla cassandra alla catalessi</p>
<p><strong>Luigi Di Ruscio</strong>, <em>Le streghe s’arrotano le dentiere</em><br />
io non ho nessun discorso per incantarle le cose non ho nessun fantasma che mi si butta addosso ho questa povertà di gesti che non corrispondono<br />
a nulla<br />
e buttarmici in questo terrore che scorre<br />
per la chiarezza di una parola che non sia stata<br />
detta<br />
un gesto che non sia stato fatto<br />
un uomo che non sia stato preveduto<br />
invece ho questi resti infermentati<br />
le  montagne  d&#8217;ossa  calcinate  dalle  sterilizzazioni gli  alimenti  preziosi  fiori<br />
per la nostra vita scesa alla quotazione più bassa.</p>
<p><u>Inediti</u>:</p>
<p><strong>Marco Giovenale</strong>, <em>Endoglosse</em><br />
Decide: si sposta. Non può vivere sempre lì. Non può passarci tutto quel tempo. Nemmeno è vicino casa; lo osservano, lo additano.<br />
Anzi: non può neanche dire che ci vivrebbe sempre; è vero perfino il contrario, è a disagio; però gli accade di desiderare sempre di dire (o sentire che) «qui potrei viverci sempre».<br />
Non si può lasciare, è un posto abbandonato.</p>
<p><strong>Massimo Sannelli</strong>, <em>Le cose che non sono</em><br />
Chi si pone sul livello della terra è terreno<br />
un libro (l’esercizio che è il libro) prende questa posizione. Sembra miseria vedere nei libri scritti una forma di eleganza<br />
la vita è un’altra, “la vita è degli altri” (il discorso è indiretto: eppure è stato condiviso, come se nostro). Ogni monologo di questi anni serve a giustificarsi, come se la presenza non bastasse<br />
il libro giustifica questa presenza: quindi l’èdito è re.</p>
<p>IN PREPARAZIONE:</p>
<p>RISTAMPE: Roberto Roversi, <em>Descrizioni</em>, 1969<br />
Mariano Baino, <em>Camera Iperbarica</em>, 1983</p>
<p>INEDITI: Francesco Forlani, Andrea Inglese, Florinda Fusco, <em>Linee</em> [ed.int.], Gherardo Bortolotti, Sergio La Chiusa</p>
<p><em>Curatori di collana</em>:<br />
<strong>Biagio Cepollaro<br />
Florinda Fusco<br />
Francesca Genti<br />
Marco Giovenale<br />
Andrea Inglese<br />
Giorgio Mascitelli<br />
Giuliano Mesa<br />
Massimo Sannelli</strong></p>
<p><em>Computergrafica</em>:<br />
Biagio Cepollaro</p>
<p>*</p>
<p>Quaderni del blog  <a href="http://www.cepollaro.splinder.com">Poesia da fare</a>, semestrale</p>
<p><em>INDICI</em></p>
<p><strong>Quaderno I 2003</strong></p>
<p>Francesca Genti   La mia parte costruttiva     pag 3</p>
<p>Massimo Rizzante Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo, 1. pag. 4</p>
<p>Massimo Rizzante Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo,2-6. pag .5</p>
<p>Massimo Rizzante Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo,7-11. pag. 6</p>
<p>Massimo Rizzante  5 domande sul romanzo     pag. 7</p>
<p>Massimo Rizzante  Sette note a venire pag. 7</p>
<p>Giorgio Mascitelli    Disfide  pag. 10</p>
<p>Andrea Inglese   Retrovisioni  pag. 13</p>
<p>Andrea inglese  L’a posto pag. 14</p>
<p>Pino Tripodi ( a cura di )   Architetto del sogno pag. 14</p>
<p>Pino Tripodi ( a cura di )   I genitori non capiscono. Mai. pag. 17</p>
<p>Francesca Genti   Ogni bambina      pag. 19</p>
<p>Blog-pensieri non-collaborazionisti   Biagio Cepollaro  pag. 20</p>
<p><strong>Quaderno II 2003</strong></p>
<p>Rosaria Lo Russo:  Rimasuglio pag. 3</p>
<p>Gianluca Gigliozzi:  Trittico della percezione pag. 4</p>
<p>Andrea Raos    da: Aspettami, dici  pag. 7</p>
<p>Marco Giovenale    da: Il segno meno pag. 9</p>
<p>Anna Lamberti-Bocconi:  L’energia si alimenta …pag. 9</p>
<p>Andrea Amerio  da: Olimpo dei fiammiferi pag. 10</p>
<p>Francesca Tini Brunozzi   Si avvolge dentro…  pag. 11</p>
<p>Biagio Cepollaro    da: La poesia: Vale! pag. 12</p>
<p>Francesco Forlani   da: Titoli di coda pag. 19</p>
<p>Massimo Sannelli da: Saggio familiare pag. 24</p>
<p>Blog-pensieri non-collaborazionisti   Biagio Cepollaro  pag. 25</p>
<p><strong>Quaderno III 2004</strong></p>
<p>Vincenzo Bagnoli:  Eridan Il cielo cosa dice, Il cane di Ivan Graziani, pag. 2</p>
<p>Biagio Cepollaro: da Lavoro da fare, VII, pag.3</p>
<p>Michele Zaffarano: da Rimedi insufficienti all&#8217;intento, pag.6<br />
da: Le ragazze sono più dialoganti, pag.8</p>
<p>Sergio La chiusa, da: Il superfluo, pag. 10<br />
da: Tapis roulant, pag.12<br />
da: L&#8217;occhio della gazza pag. 14</p>
<p>Marco Giovenale, lo specchio piegato, pag.15</p>
<p>Gherado Bortolotti da: Canopo, pag.16</p>
<p>Florinda Fusco, L&#8217;Inno di Thèrése, pag. 18</p>
<p>Biagio Cepollaro, da: Versi Nuovi, Per ogni giorno, pag. 20</p>
<p>Gherardo Bortolotti, Realismo potenziale, pag.23</p>
<p>Pino Tripodi, da Vivere malgrado la vita: La fine infinita, pag.24</p>
<p>L&#8217;attimo del diavolo, pag.31</p>
<p>Guido Caserza, Nuove bolge, pag.34</p>
<p>Blog-pensieri non-collaborazionisti   Biagio Cepollaro  pag. 37</p>
<p><strong>In preparazione il IV Quaderno, dicembre 2004</strong></p>
<p>Luciano Anceschi su Adriano Spatola, da La composizione del testo, 1978</p>
<p>Antonella Anedda, da Il catalogo della gioia</p>
<p>Cecilia Bello Minciacchi, Su Andrea Inglese: Per una poesia dell’appercezione e della responsabilità etica</p>
<p>Sergio Beltramo, da: Poesie scelte e dialoghi metafisicali</p>
<p>Gherardo Bortolotti, Città divisibili 1. Tamara</p>
<p>Alessandro Broggi, da: ‘Quaderni aperti’</p>
<p>Biagio Cepollaro: su Adriano Spatola, La prossima malattia, 1971;<br />
su Pino Tripodi, Vivere malgrado la vita</p>
<p>Carlo Dentali, L’oscillazione elettorale</p>
<p>Luigi Di Ruscio, da: Le streghe s&#8217;arrotano le dentiere, 1966</p>
<p>T.S.Eliot, Morning at the window, trad. Marco Giovenale</p>
<p>Francesco Forlani, Divinitad; Esili narranti</p>
<p>Andrea Inglese, poesie</p>
<p>Sergio La Chiusa, Lotte di confine</p>
<p>Fabrizio Lombardo, Frammenti da una stagione di pioggia</p>
<p>Stéphane Mallarmé, Tre sonetti, trad. Massimo Sannelli</p>
<p>Giorgio Mascitelli, su Pino Tripodi, Vivere malgrado la vita.</p>
<p>Giulia Niccolai, da: Orienti Orients</p>
<p>Giovanni Palmieri, Su Andrea Inglese</p>
<p>Massimo Sannelli, poesie</p>
<p>Lucio Saviani,  Su Osvaldo Coluccino</p>
<p>Marco  Simonelli,  RAP(e)</p>
<p>Adriano Spatola, 1971,  La prossima malattia</p>
<p><em>Supplemento al IV Quaderno</em>: Biagio Cepollaro, Attività scultorea</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/poesia-italiana-e-book-di-biagio-cepollaro/">Poesia Italiana E-Book di Biagio Cepollaro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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