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	<title>Nazione Indiana &#187; madre</title>
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		<title>Ogni tre passi</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 09:06:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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<p>Parliamo di mia madre. Ha sessantadue anni. Da due mesi non sa più camminare. Dice che <em>lo ha dimenticato</em>. È successo una mattina; stava camminando, nel modo normale che abbiamo tutti di camminare, un passo, un altro passo, un altro ancora e così via; a un certo punto si è fermata e non è più andata avanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/20/ogni-tre-passi/">Ogni tre passi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/basoli2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/basoli2-300x199.jpg" alt="" title="basoli2" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-36451" /></a></p>
<p>Parliamo di mia madre. Ha sessantadue anni. Da due mesi non sa più camminare. Dice che <em>lo ha dimenticato</em>. È successo una mattina; stava camminando, nel modo normale che abbiamo tutti di camminare, un passo, un altro passo, un altro ancora e così via; a un certo punto si è fermata e non è più andata avanti. Mio padre era con lei, era lì, dice che non è successo niente di speciale, non ci sono stati segnali allarmanti prima che succedesse; ha fatto solo un movimento con la mano, mia madre, dice mio padre, come quando a tentoni si cerca l’interruttore in una stanza buia. Lei cercava un appoggio. Uno qualsiasi. Ha messo la mano sulla spalliera di una sedia, l’ha fissata a lungo e ha finalmente fatto il passo successivo. Mio padre dice che sembrava un semplice capogiro: cammini, ti gira la testa, ti appoggi a qualcosa per non cadere, stai fermo qualche secondo, poi riprendi a camminare come prima. Invece da quel momento di due mesi fa, mia madre non cammina più da sola.<br />
<span id="more-36450"></span><br />
Si muove solo se qualcuno la porta per mano, come con i bambini in una strada affollata, oppure se, avanzando a passi piccolissimi, appoggia le mani su qualcosa, su qualsiasi cosa le capiti a tiro: la spalliera di una sedia, un muro, il cofano di una macchina parcheggiata, il ripiano di un tavolo, un palo della luce. Come una specie di <em>Spiderman</em>, avanza servendosi di una serie di oggetti disseminati in giro per la città, punti di appoggio urbani, tele di cemento e acciaio, ferro e mattoni che si solidificano prima del suo passaggio con la forma di oggetti di uso quotidiano.<br />
Qualche mattina fa le ho chiesto se le andava di fare due passi assieme. Ha detto di sì. Volevo capirci qualcosa. Non sono molte le occasioni in cui sto in giro con mia madre. L’ultima volta che abbiamo camminato assieme, fianco a fianco, risale a diverso tempo fa, quando eravamo usciti per fare la spesa della settimana al centro commerciale.<br />
Abbiamo preso l’auto. Dall’androne del palazzo di casa mia alla macchina parcheggiata saranno sì e no dieci metri; li ha fatti abbastanza lentamente, ma tutto sommato con regolarità, e senza stare troppo a pensarci su. La città era vuota. Per raggiungere il centro storico ci sono voluti pochi minuti, percorrendo le vie senza automobili; il cielo era nuvoloso, nella foschia intravedevi il sole, come una torcia elettrica accesa dietro un lenzuolo. Ho parcheggiato in una via laterale. Scendendo dalla macchina, mia madre ha detto qualcosa su un divieto di sosta che aveva visto qualche metro prima. Le nuvole si sono dissolte, abbiamo sentito di colpo il caldo sulle braccia e dietro al collo. Da subito ha camminato male. Io la spiavo con la coda dell’occhio. Non sembrava certo la donna che nemmeno venti minuti prima aveva fatto il percorso dall’androne del palazzo alla macchina. Appena fuori dalla macchina ho finto di portarla per mano, per infonderle sicurezza; in realtà le ho solo stretto un braccio, dietro, all’altezza del tricipite, per qualche secondo. Poi le sono rimasto accanto, ma l’ho lasciata andare. Gli occhi strizzati sotto la luce rinvigorita del sole, ho visto mia madre avanzare, con pazienza e tentativi di ritmo, impegnando e allo stesso tempo risparmiando la forza dei muscoli contro l’inerzia di quella gigantesca massa urbana, subdola, scossa da una elettricità placida e incessante, fatta di marciapiedi, basoli di pietra lavica, sconnessure, grumi di asfalto rappreso. Ogni tre passi si fermava per asciugarsi la fronte bagnata; gli occhi spaventati, raccoglieva un mazzetto di dita e le faceva scivolare tra il naso e il labbro superiore, da destra a sinistra. Un’angoscia sorda le appesantiva le spalle, era evidente, tutto il peso di quella massa urbana le schiacciava di colpo il corpo, si attorcigliava alle caviglie rallentando i movimenti, come quei bracciali imbottiti di sabbia o ferro che si usano nelle fisioterapie riabilitative dopo un incidente, per rinforzare gli arti danneggiati e prostrati dai mesi passati immobili a letto. Poi la sua attenzione è stata attirata dalla lunga vetrina di un negozio, una vetrina senza saracinesca, col vetro antiproiettile, dietro la quale vedeva il profilo di una tigre, non so se di ceramica o gesso, seduta sulle zampe posteriori, il profilo alto, lo sguardo fiero. Avvicinandosi al vetro si è fatta schermo al riflesso con le mani a coppa.<br />
- Ce la fai? – ho chiesto.<br />
- Mi fa male la spalla – ha risposto.<br />
- Quale spalla?<br />
- La destra – ha detto, toccandosi con la sinistra un punto dalle parti delle scapole. Le avevano asportato un neo, l’anno prima, una cosa rapida e indolore con il laser; ma da allora aveva sempre lamentato piccoli dolori, diceva che la spalla le tirava, che probabilmente il laser le aveva <em>segato un nervo</em>.<br />
- Hai preso la medicina stamattina? – ho chiesto. <em>Daparox</em>. Venticinque gocce, tre volte al giorno. Prima di passare alla paroxetina, lo psichiatra che la segue aveva cominciato con una blanda somministrazione di benzodiazepine, ma non aveva ottenuto miglioramenti di nessun tipo.<br />
- Prima di uscire, sì. Subito dopo colazione.<br />
- Hai la febbre?<br />
- No.<br />
- Vuoi tornare a casa?<br />
- No. Andiamo.<br />
Le ho preso la mano, abbiamo camminato assieme per un po’. Le dicevo delle frasi per incoraggiarla. Cose come: “Forza!”, o come “Vedi che non è difficile?”, o come “Cammini da sessant’anni filati, non puoi avere disimparato a farlo da un giorno all’altro”, o come “Ti sembra così complicato? A me no, non mi sembra per niente complicato”. Ma né le mie parole, né la luce spiovente del sole, la perfezione con cui lambiva le pietre delle strade e dei muri, le facciate luminose dei palazzi lontani, mitigavano neppure un secondo la sua angoscia.<br />
- Guarda, è pieno di buche. Ho paura di cadere – ha detto.<br />
- Ci sono io.<br />
- Se cado, ti trascino dietro con me -. Potevamo ruzzolare per strada e essere spiaccicati da un autobus di passaggio, o scaraventati in aria da un’automobile, diceva.<br />
- È agosto, non ci sono macchine in giro.<br />
- Gli autobus coi turisti sì, è pieno – ha detto, chiudendo la questione.<br />
Io l’ho ignorata a lungo. Fingevo che tutto filasse liscio. Anche lei mi ignorava. Non sembrava accorgersi di me, non sembrava accorgersi di niente. Non sembrava nemmeno che mi vedesse: stava solo attentissima a tutto quello che le capitava a un centimetro dai piedi. Non guardava che a terra. Niente turbava il suo assetto, i gruppi di tedeschi o americani coi sandali e le macchine fotografiche che rimbalzavano sui petti sudati, o i cani tenuti al guinzaglio lungo dai padroni che si affrettavano a raccogliere gli escrementi con le palette o infilando la mano in un sacchetto rovesciato e pinzando il mucchietto di cacca protetti dalla membrana sottile della busta. Il suo orizzonte era tracciato dalla linea immaginaria che congiungeva le punte degli alluci. Si trattava di un lavoro di straziante precisione, me ne rendevo conto. Passo. Alluce. Passo. Alluce. Passo. Alluce. Passo. Alluce. La luce filante sopra le nostre teste non le interessava.<br />
- Come ti senti?<br />
- Bene.<br />
- Sicura? Vuoi tornare a casa?<br />
- Bene.<br />
- Bene cosa? Vuoi tornare a casa?<br />
- No.<br />
Ci siamo fermati nella piazza che si apre in fondo alla salita. Dall’ombra che proiettava sulla via, mia madre ha intuito che doveva esserci qualcosa che valeva la pena di essere guardata, e ha finalmente alzato gli occhi verso il grande obelisco che occupa il centro della piazza. Faceva davvero caldo, c’era una brezza lenta che trascinava dal mare gli odori della città consumata dal sole. Stavamo immobili a guardare tutto e niente. Per un po’ un uomo si è attardato accanto a noi, sorseggiando una bottiglia da mezzo litro d’acqua. Tra un sorso e l’altro la richiudeva e guardava la strada. Era curato, sulla sessantina, con un cappello chiaro e una camicia a mezze maniche. Consumata la sua acqua, si è asciugato la bocca con un fazzoletto di flanella depositando la bottiglia vuota in un bidone della spazzatura. Poi si è allontanato di gran carriera, come uno che di colpo si fosse ricordato  di aver lasciato le chiavi nel quadro della macchina nuova.<br />
Escluso il cameriere che puliva le macchie di un tavolino, in fondo, sotto un grande ombrellone bianco, io e mia madre siamo rimasti completamente soli nella piazza. Lei ha alzato gli occhi verso la sommità dell’obelisco, le mani appoggiate sui fianchi, piegando la schiena all’indietro, in una specie di semiarco a sesto acuto.<br />
Per qualche minuto è rimasta così, a guardare in alto. Poi, sempre tenendo quella posizione, ha fatto due passi indietro per guardare meglio la punta del monumento.<br />
- Ci dobbiamo tornare – ha detto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/20/ogni-tre-passi/">Ogni tre passi</a></p>
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		<title>sette quattordici ventotto</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 12:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Non ho niente in mano. Fossi un illusionista sarebbero cinque parole sorprendenti, di più, sarebbero un sipario, avrei addosso gli occhi di tutti, lucidi e pronti a stupirsi per la comparsa di un coniglio o di un mazzo di fiori, magari di una colomba.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/15/sette-quattordici-ventotto/">sette quattordici ventotto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-13298" title="prestotz9" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/prestotz9.jpg" alt="" width="400" height="241" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Non ho niente in mano. Fossi un illusionista sarebbero cinque parole sorprendenti, di più, sarebbero un sipario, avrei addosso gli occhi di tutti, lucidi e pronti a stupirsi per la comparsa di un coniglio o di un mazzo di fiori, magari di una colomba. Io preferirei i fiori. Rossi gialli e bianchi, grandi e callosi, niente rose, niente verde. Le rose si sciupano e il verde imbrunisce. Nei mazzi degli illusionisti le rose non ci sono mai, neanche in quelli dei maghi da fiera. Perché si sciupano. Gli innamorati regalano rose perché l’amore si sciupa. Lo sanno, mentono e sempiterni regalano rose.<br />
<span id="more-13297"></span><br />
Non vorrei mai ricevere un fiore così. Che è un monito. E poi sussurrare che profumo che profumo e sorridere, emozionarmi un poco dimenticando che le rose appassiscono e l’amore e le scarpe nuove e altro ancora e che esistono i fiori di plastica e di stoffa che comunque non rappresentano una soluzione. Specie per gli allergici alla polvere. Io dico non ho niente in mano e mi guardo i palmi asciutti perché in questo niente che stringo non riesco a tenere nemmeno un segreto. Tutte le volte che mi sono coperta la bocca con una mano non sono stata in grado di tacere. Tutte le volte che da bambina giocavo a Indovina dove tengo la caramella, destra o sinistra, sinistra o destra, qui o qui, ho sempre ceduto lo zucchero. Perdere è amaro. Non ho niente in mano e non so mantenere un segreto. Il mese scorso, era di mercoledì, ho incontrato un uomo e siamo finiti a letto dopo una birra e quattro chiacchiere sconclusionate. Io ho pagato la prima, lui la seconda che però era la stessa. Una chiara doppio malto in un bicchiere che pareva e forse era una piccola boule per pesci rossi. I pesci rossi spesso sembrano ubriachi, girano in tondo fino a stordirsi e alle volte saltano fuori e finiscono sul pavimento. Capita poi che qualcuno arrivi trafelato e non se ne accorga. Del pesce sul pavimento. E ci scivoli sopra e cada e muoia. Capita che qualcuno sbatta la testa. Non si avveda dell’assenza del rosso nella trasparenza opaca d’acqua e mangime. Sul pavimento di casa calpestato mille volte. E i vicini sussurrino Doveva essere ubriaco. Invece era il pesce, ma non può dirlo a nessuno, acqua in bocca, lingua in gola. Le boule se la intendono con l’ubriachezza molesta e i segreti dovrebbero dirsi solo ai morti che però non hanno niente in mano. Forse una moneta. O sotto la lingua?</p>
<p>Siamo finiti a letto insieme, e non mi era mai successo, una birra e un uomo sotto le lenzuola, tutto nella stessa sera. Di mercoledì a casa mia e alle undici meno dieci era tutto finito perché mia madre ha chiamato per dirmi Buonanotte tesoro, e io Anche a te mamma e lui Tua madre ti chiama sempre a quest’ora e mia madre Chi c’è lì con te? E io Nessuno mamma è la televisione. Lui ha sorriso abbottonandosi lentamente, come uno si immagina faccia uno spogliarellista redento, illuminato di compiacenza e misericordia come se per una donna di trent’anni fosse umiliante confessare alla madre di tenere la televisione accesa con un film credibilmente anni cinquanta. Quanti uomini domandano Tua madre ti chiama sempre a quest’ora. Quest’ora quale? Tutte le ore sono delle madri. Essere madre è come avere tutto il tempo. Poi se n’è andato e non l’ho nemmeno accompagnato alla porta nel timore che pensasse a una replica. O forse sono le donne a pensare che agli uomini interessino le repliche, che siano esseri sessuali più che salottieri. Le <em>reprises</em> del sesso sicuro e senza esiti. Se è sicuro è senza esiti. Se nelle pubblicità o sulle scatole scrivessero senza esiti, nessuno comprerebbe più alcun tipo di contraccettivo. Senza esito è così esiziale. Senza esito è esiziale.</p>
<p>Ho rassettato, messo in ordine, elencato gli oggetti accarezzandoli con gli occhi uno a uno e spento la luce per riposare. E ho dormito. Da un mese dormo come mai. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e di solito non dormo. Ci siamo rivisti in bar gli ho offerto una birra lui è andato via dicendo Buona serata davanti alla tv. Non conosco bene gli uomini ma mi stupisce che si comportino come donzellette piccate. O forse è lui, e per questo l’ho invitato a casa, forse amo le donzellette piccate, di qualsiasi sesso. Amo le donzellette piccate, coperte di trine anche quando i merletti sono baffi curati e basette intarsiate e le molle degli slip carioca e due orecchini e i capelli tagliati freschi. Che odorano di campi e di falce. Ho spento la luce. Le madri hanno anche il tempo del sonno. Controllano il sonno dei bambini, vegliano perché dormano tranquilli e sognino miele e foreste incantate e non si bagnino la testa se piove e non cadano nei burroni e non si grattino le bollicine che poi è peggio.</p>
<p>Una buona madre non comprerebbe un pesce rosso per il salotto con il pavimento di marmo. Una buona madre non andrebbe mai a vivere con un infante in una casa col pavimento di marmo. Un pavimento duro per una testa vellutata e una creatura malleabile. Pensavo che non avrei mai avuto bambini. Non che sia contraria, ma non credevo che sarebbe successo così, improvvisamente e senza pensieri, un mercoledì sera con uno sconosciuto riottoso a qualsiasi contatto dopo una birra chiara doppio malto. Devo essere incinta perché le mie mestruazioni sono più precise delle passeggiate di Kant e se quella dei ponti di Koninsberg è una leggenda questa non lo è. Ho le mestruazioni ogni ventotto giorni da quando avevo quattordici anni. Che se uno pensa che quattordici è la metà di ventotto non può che ritenere di portarsi dietro una precisione cronometrica da fare impallidire qualsiasi tabella oraria delle ferrovie tedesche o delle poste inglesi. Qualsiasi Holter. E ho un ritardo di sette giorni che è la metà di quattordici e la quarta parte di ventotto.</p>
<p>Ho smesso di bere birra e mi sono ricordata di saper lavorare all’uncinetto. Ho comprato un filo di cotone prezioso e composto un paio di scarpette assai complicate. Sono andata in merceria e so bene che sarebbe stato più semplice intrecciare una copertina o un centrino. Ma volevo le scarpe. Un paio di scarpette per mio figlio. Se non posso fare la madre posso almeno lavorare all’uncinetto. Scarpette rosse. Non importa che la strada sia folle o rivoltosa e vorticosa. Nemmeno che sia un’ossessione, è sufficiente che venga tracciata. Le scarpette rosse tracciano la strada del mio bambino che si annuncia con un ritardo di sette giorni e un dolore al seno e ai reni e un gonfiore come di bere eccessivo e con le tappe in bagno. La gravidanza se la intende con l’ubriachezza molesta e l’impossibilità di buttar fuori l’aria. Vorrei avvicinarmi alla donzelletta piccata con la barba rada per dire che aspettiamo un bambino, che i suoi contraccettivi rosa di fragola o cocomero o rosa di rosa ci hanno regalato un ritardo che non è di treno o di una coincidenza qualsiasi o di un cameriere al tavolo. Un ritardo di carne rosa. Ma non lo conosco e non so cosa dirgli.</p>
<p>Avere un bambino con una persona di sesso diverso è un fatto che può capitare. Fossi un cuoco queste quindici parole sarebbero la mia grande hors d’oeuvre, invece immagino di sedere sul divano di fronte a mio padre e mia madre che di bambini se ne intendono. Ma non gli sono capitati. Si sono sposati giovani e tutto il resto, con il mezzo pollo al matrimonio di fine anni settanta e la torta mimosa a due piani e quattro damigelle e le buste con i soldi e la culla in prestito, lei il cappello e la borsa a sacchetto lui i pantaloni quasi a campana sulle caviglie e il borsello e gli occhiali tredici pollici con le lenti variant. Potrei chiedere mamma che fine ha fatto la mia culla, a che punto del giro dei prestiti si è fermata. A quale grado di parentela.</p>
<p>Così con tono skakesperiano e con postura barda, declamare Deh madre dov’è chiusa la mia culla? Serra forse infanti tra le barre di contenzione? Fate atto di contenzione, madre, vostro e della culla e ditemi dov’è, confessate adesso che poi sarà tardi e l’avrò di già comprata! Mia madre riderebbe o potrei sorridere io e semplicemente, una domenica a tavola, perché i pranzi domenicali sono il crogiolo di tutte le ansie e le aspettative e le cattive sorprese mascherate da novità. Mamma papà aspetto un bambino, che bello. Bellezza senz’altre parole, bellezza senz’altro e una culla nuova ché ricordo narcotica la mia verniciata a olio. Crema e cioccolata a pittura tossica. Invece ancora qui in silenzio con un ritardo di una settimana che è metà di quattordici e quarta parte di ventotto.</p>
<p>Ho impiegato una notte a confezionare le scarpette. Sono venute piene di nodi, mi giustifico Nodi maya, per tenere conto dei primi passi del bambino con le manine tra le mie, un passetto alla volta e lui che pretende di rimanere in piedi, punta i piedi perché alzato può guardare più lontano. Fino alla boule col pesce rosso che ritenendo sia troppo piccolo per scivolare e per evitare il salotto ho esiliato sul mobile in ingresso. E invece mio figlio sa che rosso è distrazione, d’altronde ha rosse le scarpe, e allunga le mani al pomello e il pomello è sufficiente per barcollare la boule e capitolare il pesce. Indurre ubriachezza coi marosi nei decimetri cubi di trasparenza torbida. È sempre il mangime che intorbida. Prima solo in superficie, poi per gravità dovunque e fino in fondo. Eppure è necessario. I primi passi, il pesce per terra boccheggiante mio figlio che si abbassa per afferrarlo e modula con le labbra minute prima una piccola <em>o</em> di meraviglia e poi una grande <em>O</em> di fame e conoscenza. Mio figlio si china per mangiare il pesce rosso. Mio figlio affoga col pesce che gli scodinzola le gengive nude mentre io fisso i salvavita alle prese di corrente del bagno e del salone tranquilla perché in ingresso non ci sono prese. Non ci sono prese urlo mentre mio figlio sta gelido sul marmo. Sette giorni in ritardo anche qui, lo facessi oggi, invece di aspettare che nasca e si strozzi, lo avessi fatto ieri notte invece delle scarpette che tanto non gli impediranno di morire, sarei una buona madre. Invece non è ancora nato e sono già inadempiente. Fosse femmina recriminerebbe già.</p>
<p>Le madri hanno tutto il tempo per crocifiggersi. Se fossi una cattolica fervente potrei dire che questo è, che così ha da essere, perché per una che ha dovuto vedere il proprio figlio crocifisso, milioni per solidarietà si devono crocifiggere. In modo da bilanciare quello lì col tempo e il sangue versato o buttato. Quel sangue. Buttare il sangue significa arrabbiarsi, innervosirsi o affaticarsi, sforzarsi per rendere le cose migliori. Le madri buttano il sangue. E anch’io adesso di notte con la luce da tavolo accesa a pensare che ho un ritardo di sette giorni e non so nemmeno come si chiama basette di Fiandra. Mi piacerebbe Alfredo, o Alberto o Alessandro o Andrea, un nome con la A. Non so perché, ma mi piacerebbe, e visto che non andrò mai a chiederlo e lui non verrà mai a dirmelo posso immaginare quello che voglio e cominciare ad allenarmi con i nomi. Di mio figlio so che domani mi farà buttare sangue ma oggi non ho le mestruazioni. Non ho le mestruazioni da sette giorni. Consulto siti, faccio test, compro giornali femminili, in Italia è impossibile sbagliarsi perché non esiste il neutro e ho smesso la carne cruda. Viva o morta. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e non mangio carne cruda.</p>
<p>Ho detto questo a mia madre che ha chiamato per darmi la buonanotte e risposto Sono incinta e lei Hai fatto il test? Mia madre non mi ha chiesto di chi è e perché sto a casa anche se non ho la febbre. Non se ho mangiato. Mi ha chiesto Hai fatto il test? Dovrò ricordarmi con mio figlio di porre sempre domande che lui trovi inopportune. Con una buona madre si è sempre fuori luogo. No mamma, non ho fatto il test, E come fai a saperlo allora, Mamma ho un ritardo di sette giorni, Allora io avrei dovuto essere incinta almeno trenta volte nella mia vita, Buonanotte mamma, fai il test. È notte fonda e devo trovare una farmacia aperta, nella speranza che non sia solo uno spaccio per medicinali di primo soccorso e metadone, che in uno scaffale dimenticato abbia un test di gravidanza. È una cosa da film, solo che dalla pellicola anni cinquanta sono passata a una scena tipo Sundance o TriBeCa, oppure, già archivio, la sposa in tuta gialla che prima della linea fatidica, della striscia reagente della vita, è un killer spietato e poi solo paura, tanta paura con la sicaria orientale che le punta una bocca da fuoco in mezzo agli occhi. Odio quando mia madre mi chiede se ho fatto i compiti a casa. Stessa cosa. Me lo chiede prima che io corra in giardino a rubare la papera al vicino o la rete da pallavolo ai ragazzi del quartiere, odio mia madre che mi chiede se ho fatto il test prima di festeggiare e domandare chi è il padre e come l’ho fatto e se non come almeno quando.</p>
<p>È notte fonda, non ho niente in mano non so tenere un segreto e non ho fatto il test di gravidanza, forse se avessi aspettato altre tre settimane, se io e le mestruazioni avessimo atteso quattro settimane per presentarci in carne e assenza a mia madre lei non avrebbe potuto opporci Hai fatto il test, invece adesso ha ragione. È notte fonda e mia madre è nel giusto. Esco con la macchina e particolare cautela, perché una donna nelle mie condizioni non può che pretendere un attendente al passo. Ma non ce l’ho. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e non ho un attendente al passo. La croce verde della farmacia si accende e si spegne si accende e si spegne e mi ipnotizza. Vorrei leccarla come un ghiacciolo alla menta in una giornata estiva o un bombolone pistacchio variegato cioccolato sempre.</p>
<p>Entro. Suono per entrare e trovarmi di fronte a un vetro blindato e oltre il vetro un ragazzo che somiglia molto a basette intarsiate ma dice Sono Giacomo come posso aiutarla. Mi dica che sono incinta Giacomo, mi guardi e mi dica che aspetto un bambino. Ma taccio e mi preoccupo, batto i denti, ho le borse sotto gli occhi e il viso pallido che se non vivi in un film di indiani non dice nulla sulla tua identità ma molto sul tuo stile di vita, dice eccessivo, forse Giacomo pensa che mi droghi, che voglia fracassarmi la testa sul vetro blindato e stravolgergli il sonno per sempre. <em>Ingiusto fece me contra me </em>come?. Sul vetro blindato, ingiustissima. <em>Io son colui</em>. Sono Giacomo come posso aiutarla, Vorrei un test di gravidanza. Giacomo sorride come fosse il padre, io ansimo perché ho un ritardo di sette giorni che è la metà improbabile di quattordici anni e la quarta parte altrettanto di ventotto giorni.</p>
<p>Giacomo dice Sono undici euro. Ed è allegro perché il test è la vita, è come le vitamine. Prodotto da banco stipato di speranza. Penso che undici non è nemmeno pari. Quanto costa un bambino. Madre tirchia e tiranna. E ancora non è nato! Un bambino costa più di un chilo di carne macinata e non ne pesa che un grumo. Costa Più della frutta fresca anche immaturo com’è. Non dico niente a Giacomo, non dico mai niente a nessuno e per questo è superfluo che non sappia tenere i segreti e stringa tra le dita della mano destra le chiavi della macchina e nella sinistra un test di gravidanza. Un parallelepipedo leggero e colorato in modo affidabile. Vorrei fare il test in macchina ma non posso, dovrei aspettare di arrivare nel bagno di casa. Che è lontana. Sono curiosa, ho l’ansia da gravidanza che mi impedirà di continuare la mia vita, anche se vorrei che qualcosa la impedisse, perché non ho niente in mano. Il cellulare suona, mia madre vorrà sapere, finalmente savia, con chi ho fatto questo bambino, ma non rispondo perché devo trovare un bagno.</p>
<p>Non ho niente in mano tranne il volante, non so tenere un segreto tranne l’evidenza che mi sono portata un uomo a letto e che non conosco questa zona. Ma c’è la corrente elettrica e le luci al neon sono migliori dei segnali stradali. Freno, inchiodo, mio figlio punterà i piedi fino a quando non avrà un’auto tutta sua. Con l’unica pecca che anche questa insegna si spegne e si accende si spegne e si accende ma il senso è intermittente e mi sento stupida a intendere a tratti. Entro nel bar del quale non sono stata in grado di leggere il nome. Suono per entrare, dietro al bancone c’è una donna con un bicchiere tronco conico. Non quello da Martini, più stretto, dentro c’è un liquido lattiginoso che forse è latte di cocco forse vaccino, forse altro, chiedo un bagno, mi strizza l’occhio mi guarda le mani e indica la porta in fondo. Col mento. Che stupida il bagno è in fondo. Apro la scatola, leggo le istruzioni eseguo e aspetto. Il bagno è lindo e maiolicato, mi sorrido nello specchio illuminato. Sembro sott’acqua. <em>Questa è la luce</em>. Mi guardo nello specchio e nuoto. Manca solo una boule col pesce rosso. Fossi a casa basterebbe andare in ingresso per trovarla. E vuotarla. Fossi a casa il pesce boccheggerebbe sul pavimento ma rimarrei ferma.</p>
<p>Non ho niente in mano non so tenere un segreto non aspetto un bambino e qui non c’è il pesce rosso. Ritardo è un ritardo è un ritardo è un ritardo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>C’è una certezza che adesso stringi<br />
E non è l’Angelo<br />
Non è un miracolo<br />
Non è la mano del Signore<br />
Sei tu</em><br />
<em>Cuore di Tenebra</em>, Baustelle</p>
</blockquote>
<p>[Questo racconto è stato scritto per <strong>ScrittureGiovani</strong> del Festivaletteratura di Mantova 2007]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/15/sette-quattordici-ventotto/">sette quattordici ventotto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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		<title>Opere italiane # uno / ineditifrastici</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Aug 2008 17:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/presticulo.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Danilo Pinto.</strong></p>
<p>Che è la morte, che con Wittgestein e con Webern<br />
m&#8217;intingo la lenzuola di Capranica, con Fano azimo<br />
io solo sola, io santo santa, la puttana manca e cielo<br />
di spugna assorbe, il fango-mare, bariccamente Turin.<br />
Osvald allo sparo di mosche cossuiane, al martello<br />
puntacuda, semel in anno licet inculare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/opere-italiane-uno-ineditifrastici/">Opere italiane # uno / ineditifrastici</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/presticulo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7225" title="Stefania Prestigiacomo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/presticulo-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p>di <strong>Danilo Pinto.</strong></p>
<p>Che è la morte, che con Wittgestein e con Webern<br />
m&#8217;intingo la lenzuola di Capranica, con Fano azimo<br />
io solo sola, io santo santa, la puttana manca e cielo<br />
di spugna assorbe, il fango-mare, bariccamente Turin.<span id="more-7224"></span><br />
Osvald allo sparo di mosche cossuiane, al martello<br />
puntacuda, semel in anno licet inculare. Ti mostro<br />
la signora madre, all&#8217;agnolotto superiore, Arcimboldo<br />
di verzure.<br />
Ocelot, ottentott che sia joy, la divisione<br />
di Merlot, la patristica, la serva, la sura<br />
la mellata, la spenapescia, sassarolica<br />
colica robustellini-insaccomanzi<br />
maestrali [non è mai/http://troppo tardi. cumshot.]<br />
Limongelli &#038; Cervelli &#8211; li ricordate? li ricordate?<br />
andati a Samotracia? che supertesori in antrace<br />
si spandevano a Calabria City (&#8220;C&#8217;è / Tutto quanto<br />
fa per te&#8221;) &#8211; in su ministre al fango della torta maligna<br />
del potere &#8211; [Orgia Zeta] &#8211; come fu lo Studio Patrassico<br />
a Karavaggio di Romagne Mie e vecchie etichette nere<br />
boschive, sudate after la shower Bagni Peluga costieri<br />
amalfitani ai Bagni Rinaldo (&#8220;oh signora gliela scaldo!&#8221;)<br />
E a Bosforo selva d&#8217;oriente, e Uto Ughi Brother at Lance<br />
Dubai City e Leporello Lucida Bello, Christopher<br />
Clark &#8211; a cosce larghe, Simona Valli undsoweiter<br />
&#038; Sperm und Fuck. Cossu! Urlò la Sardegna. Cossu!</p>
<p><em>[Nella foto: Stefania Prestigiacomo - particolare]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/opere-italiane-uno-ineditifrastici/">Opere italiane # uno / ineditifrastici</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Inediti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 Aug 2008 06:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/antonio-nunziante-luce.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Antonella Pizzo</strong></p>
<p>Da: <em>Di lievi deliqui e smarrimenti</em></p>
<p>I</p>
<p>Regina madre che al castello sgravasti<br />
cuore di tortora e leone<br />
beati i poveri di spirito<br />
che non hanno visto il pozzo di petrolio<br />
e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde<br />
brune rosse passionarie<br />
ossa d’anoressiche donzelle<br />
sulle passerelle coi trampoli<br />
non hanno raccolto il passo<br />
in minimal style valentino<br />
l’ultima moda di tatuaggi e pearcing<br />
che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo<br />
dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato<br />
miscuglio micidiale che arriva in gola  e strozza<br />
il pensiero di una terra  a zolle e di una semina<br />
di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi<br />
che non hanno mai discusso sui massimi sistemi<br />
che non hanno mai avuto un contatore e un blog </p>
<p>V</p>
<p>Ma il pesce ha il ventre gonfio<br />
il costato da parte a parte passato<br />
le branchie di sangue confuse,<br />
gli azzanni di lupi nei polpacci<br />
dei bambini che nelle spiagge<br />
correvano con i denti di latte spezzati<br />
solo sapevano di fossi e castelli<br />
di conchiglie che al collo tintinnavano<br />
fecero in tempo ad aprire le mani<br />
leggere le linee torte e svariate<br />
ce n’era una che portava lontano<br />
arrivava al polso e poi girava<br />
dietro il gomito e poi risaliva<br />
fino a perdersi nelle pieghe in fronte<br />
in mezzo agli occhi bendati di lino<br />
nel sudario sulla testa poggiato<br />
raccontava di mandorle malate<br />
d’albicocche senza nocciolo dentro<br />
d’uva amara, d’uva nera<br />
appassita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/">Inediti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/antonio-nunziante-luce.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/antonio-nunziante-luce-297x300.jpg" alt="" title="antonio-nunziante-luce" width="297" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7029" /></a></p>
<p>di <strong>Antonella Pizzo</strong></p>
<p>Da: <em>Di lievi deliqui e smarrimenti</em></p>
<p>I</p>
<p>Regina madre che al castello sgravasti<br />
cuore di tortora e leone<br />
beati i poveri di spirito<br />
che non hanno visto il pozzo di petrolio<br />
e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde<br />
brune rosse passionarie<br />
ossa d’anoressiche donzelle<br />
sulle passerelle coi trampoli<br />
non hanno raccolto il passo<br />
in minimal style valentino<br />
l’ultima moda di tatuaggi e pearcing<br />
che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo<br />
dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato<br />
miscuglio micidiale che arriva in gola  e strozza<br />
il pensiero di una terra  a zolle e di una semina<br />
di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi<br />
che non hanno mai discusso sui massimi sistemi<br />
che non hanno mai avuto un contatore e un blog <span id="more-7025"></span></p>
<p>V</p>
<p>Ma il pesce ha il ventre gonfio<br />
il costato da parte a parte passato<br />
le branchie di sangue confuse,<br />
gli azzanni di lupi nei polpacci<br />
dei bambini che nelle spiagge<br />
correvano con i denti di latte spezzati<br />
solo sapevano di fossi e castelli<br />
di conchiglie che al collo tintinnavano<br />
fecero in tempo ad aprire le mani<br />
leggere le linee torte e svariate<br />
ce n’era una che portava lontano<br />
arrivava al polso e poi girava<br />
dietro il gomito e poi risaliva<br />
fino a perdersi nelle pieghe in fronte<br />
in mezzo agli occhi bendati di lino<br />
nel sudario sulla testa poggiato<br />
raccontava di mandorle malate<br />
d’albicocche senza nocciolo dentro<br />
d’uva amara, d’uva nera<br />
appassita.</p>
<p>Da: <em>Di fuochi in fuochi</em></p>
<p>I</p>
<p>Fuoco che  ardi il piede e la pece squagli<br />
che sotto la terra sembri dormire<br />
invece spilli e infliggi<br />
e gli aghi fini ci configgi<br />
e ai palmi, ai calli del contadino stanco<br />
che la zolla spacca e il seme sparge<br />
con movimento risoluto<br />
non mente il quadro ad olio pitturato<br />
dove il fuoco, il sole, brucia<br />
e la fronte di sudore imperla.</p>
<p>Canto I</p>
<p><em>Con la falce l’uomo taglia il grano biondo<br />
pari alla morte che falcia i nati vivi<br />
chiede perdono per il male fatto<br />
e per la guerra dei grani dissoluti.</em> </p>
<p>II</p>
<p>Fuoco che pari pace<br />
e invece<br />
le lingue lunghe in radici ci dirami<br />
nelle metropoli e nei caseggiati<br />
le fondamenta stritoli<br />
di poco cemento e ferro rugginoso<br />
ci infiammi e ci disciogli<br />
ogni angolo reggente ci sgoverni.</p>
<p>III</p>
<p>Aria che è arsura e arde e arrossa<br />
e arida i palati, ci accendi e ci divampi<br />
in desideri che di sabbia asciutta e di granelli<br />
in fuoco si fanno vetro rifrangente e vele bruciano<br />
le navi affondano nei mari ribolliscono<br />
le pentolacce acquose dove il cucchiaio nulla trova e nulla fame placa<br />
alla gola scende e vuoti impiega. </p>
<p>IV</p>
<p>Grande la sete alla lingua appiccicata e bianca<br />
la pietra e la calce viva morire duole<br />
o suicidarsi vuole in acque fluorescenti  o chiare<br />
dove sanguette sguazzano incoscienti<br />
cercando solo un piede, un’anca da sgozzare.</p>
<p>Canto II</p>
<p><em>E il fuoco sotto è linguacciuto e lecca<br />
lecca le ossa e succhia le carene<br />
svuota le orbite intinge il suo pennello<br />
passa dal rosso al grigio morto cenere.</em></p>
<p>***</p>
<p>Da: <em>Il tuo diletto</em></p>
<p>IX</p>
<p>Forse era scritto<br />
inciso a punteruolo, scolpito nel legno tenero<br />
nella balsa,  nella corteccia dell’albero al centro del campo<br />
forse qualcuno decise che così doveva essere la storia<br />
che così doveva accadere<br />
che il giorno si slegasse<br />
che ruzzolasse in fiume in piena e in letto aperto<br />
lenzuola al vento, guanciali di tiglio e maggiorana<br />
ma spezzate le travi, le assi catapulta ed il fossato<br />
e i calcinacci sul pavimento bianco<br />
calpestati, e che la tempesta è folle che<br />
la tempesta è cieca, che proveniente<br />
da un paese che nessuno<br />
mai ha visitato, che si abbattesse sul paese che sta<br />
in cima  a questo colle<br />
lassù, dove mio padre ha costruito per me una stanza di pietre e legno<br />
ha innalzato il muro sotto il sole, un cappello di paglia<br />
in testa, le mani alla malta all’impasto, l’intonaco a calce<br />
il pavimento liscio, lisciate di parte, le tegole, il vaso<br />
di rosmarino e la menta sul davanzale<br />
i gerani rossi gelavano la notte e il vento sparpagliava i petali<br />
nell’aria e poi si infilavano fra i capelli delle donne<br />
che andavano alla fontana alta a riempire il secchio<br />
mia madre impastava la farina e l’acqua<br />
mormorava una canzone che diceva di polenta<br />
in sole tre parole<br />
la prima fame, la seconda vuoto, la terza morte.</p>
<p>X</p>
<p>La spiga di grano recide la falce, le sette piaghe appaiono<br />
scritte sul libro aperto poggiato sulla mensola<br />
coperto di cenere e di passaggi di topi della notte<br />
un passaggio di colombe inaspettato<br />
solleva i fili per ricamare i fiori, i gigli, le foglie lanceolate<br />
nei telai le donne fanno la spola<br />
da una parte all’altra dei sostegni poi si legano a fili stretti<br />
nelle dita s’appuntano spilli<br />
i tessuti grezzi ingialliscono nelle casse<br />
aspettando di essere stesi al sole<br />
nelle inferriate di ferro battuto dove i ghirigori<br />
si confondono con gli intrecci<br />
ricordo il gelsomini che cresceva vicino<br />
all’acanto, vi fecero il nido le vespe<br />
pronte ad accogliere le vergini<br />
i martiri mostrano il costato, s’aprono il petto<br />
si flagellano, fustigazioni immense<br />
lode lode al creatore<br />
i martiri vengono arrostiti sulle graticole<br />
odore di carne bruciata<br />
di acquolina in bocca<br />
quando lo stomaco reclama il pane<br />
quando le stelle tutte insieme<br />
in quella stessa notte<br />
caddero che sapevano di festa di paese<br />
di giochi di fuoco<br />
di incanti e di malie.</p>
<p>Canto III</p>
<p><em>Oh vermiglio rubino<br />
rosso meraviglia, olocausto ancora da venire<br />
doglie rosso cardinale, doghe di stupore e placenta<br />
torpore la non concupiscenza e la non brama<br />
rosso che si fa spazio fra roveti e campi<br />
slargo che si fa via e vita<br />
morbido cranio in fontanella<br />
rosso che ti inchina, rosso di rovina<br />
libera nos a malo<br />
libera nos domine.</em></p>
<p><em>(Immagine: Antonio Nunziante &#8211; Luce)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/">Inediti</a></p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
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<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I liquidi di Dio</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2008 05:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Anne Carson </strong>traduzione di <strong>Antonella Anedda</strong></p>
<p><strong>IO</strong></p>
<p>Sento un leggero click nel sogno.<br />
La notte scroscia il suo rubinetto d’argento<br />
lungo il dorso.<br />
Ore 4. Mi sveglio. Pensando</p>
<p>all’uomo che<br />
andò via in Settembre.<br />
Il suo nome era Legge.</p>
<p>Il mio viso nello specchio del bagno<br />
è striato di bianco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/03/i-liquidi-di-dio/">I liquidi di Dio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.theage.com.au/ffximage/2005/07/26/VIOLA,0.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Anne Carson </strong>traduzione di <strong>Antonella Anedda</strong></p>
<p><strong>IO</strong></p>
<p>Sento un leggero click nel sogno.<br />
La notte scroscia il suo rubinetto d’argento<br />
lungo il dorso.<br />
Ore 4. Mi sveglio. Pensando</p>
<p>all’uomo che<br />
andò via in Settembre.<br />
Il suo nome era Legge.</p>
<p>Il mio viso nello specchio del bagno<br />
è striato di bianco.<br />
Mi lavo e torno a letto.<br />
Domani andrò da mia madre.</p>
<p><span id="more-5773"></span></p>
<p><strong>LEI</strong></p>
<p>Lei vive in una brughiera del nord.<br />
Vive sola.<br />
La primavera laggiù si apre a rasoio.<br />
Viaggio tutto il giorno in treno con un mucchio di libri -</p>
<p>alcuni per mia madre, altri per me<br />
incluse <em>Le Opere Complete di Emily Brontë</em>.<br />
E’ il mio autore preferito.</p>
<p>E’anche la mia paura piu’ grande, quella che affronto.<br />
Ogni volta che vado da mia madre<br />
sento che mi trasformo in Emily Brontë,</p>
<p>la solitudine intorno a me come una landa<br />
il corpo sgraziato che cammina nel fango<br />
con una forma del divenire<br />
che muore quando varco la porta di cucina.<br />
Di quale cibo, Emily, abbiamo bisogno?</p>
<p><strong>Lista dei liquidi di Dio</strong></p>
<p>Era una notte di vento di novembre.<br />
Le foglie colavano oltre il vetro.<br />
Dio teneva il libro della vita aperto alla parola PIACERE</p>
<p>con una mano impediva alle pagine di volare<br />
per il vento che soffiava dalla porta<br />
<em>Poiché ho lavorato la loro carne come un setaccio</em></p>
<p>scrisse Dio in alto alla pagina<br />
poi stilò la lista seguente:<br />
Alcool<br />
Sangue<br />
Gratitudine<br />
Memoria<br />
Semenza<br />
Canto<br />
Lacrime<br />
Tempo</p>
<p><strong>La fatica di Dio</strong></p>
<p>Il chiarore della luna in cucina è un segno di Dio.<br />
Il tipo di tristezza che è un tunnel di suzione nera<br />
che vi estrae dal vostro ombelico e che i buddisti chiamano</p>
<p>“assenza di manto spirituale” è un segno di Dio.<br />
Le pastoie che orlano come ciglia la conversazione umana<br />
sono un segno di Dio.<br />
Perfino la calma di Dio è un segno di Dio.<br />
L’odore freddo da stordire delle patate o del denaro.<br />
Solidi blocchi di silenzio.</p>
<p>A partire da questi diversi segni possiamo constatare<br />
che lavoro resti ancora da compiere.<br />
Scacciate la vostra tristezza, è una cappa di fatica.</p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>I can hear little clicks inside my dream.<br />
Night drips its silver tap<br />
down the back.<br />
At 4 a.m. I wake. Thinking</p>
<p>of the man who<br />
left in September.<br />
His name was Law.</p>
<p>My face in the bathroom mirror<br />
has white streaks down it.<br />
I rinse the face and return to bed.<br />
Tomorrow I am going to visit my mother.</p>
<p><strong>SHE</strong></p>
<p>She lives on a moor in the north.<br />
She lives alone.<br />
Spring opens like a blade there.<br />
I travel all day on trains and bring a lot of books –</p>
<p>some for my mother, some for me<br />
including <em>The Collected Works Of Emily Brontë</em>.<br />
This is my favourite author.</p>
<p>Also my main fear, which I mean to confront.<br />
Whenever I visit my mother<br />
I feel I am turning into Emily Brontë,<br />
my lonely life around me like a moor,<br />
my ungainly body stumping over the mud flats with a look of transformation<br />
that dies when I come in the kitchen door.<br />
What meat is it, Emily, we need?</p>
<p><strong>God’s List of Liquids</strong></p>
<p>It was a November night of wind.<br />
Leaves tore past the window.<br />
God had the book of life open at PLEASURE</p>
<p>and was holding the pages down with one hand<br />
because of the wind from the door.<br />
<em>For I made their flesh as a sieve</em></p>
<p>wrote God at the top of the page<br />
and then listed in order:<br />
Alcohol<br />
Blood<br />
Gratitude<br />
Memory<br />
Semen<br />
Song<br />
Tears<br />
Time</p>
<p><strong>God’s Work</strong></p>
<p>Moonlight in the kitchen is a sign of God.<br />
The kind of sadness that is a black suction pipe extracting you<br />
from your own navel and which the Buddhists call</p>
<p>“no mindcover” is a sign of God.<br />
The blind alleys that run alongside human conversation<br />
like lashes are a sign of God.</p>
<p>God’s own calmness is a sign of God.<br />
The surprisingly cold smell of potatoes or money.<br />
Solid pieces of silence.</p>
<p>From these diverse signs you can see<br />
how much work remains to do.<br />
Put away your sadness, it is a mantle of work.</p>
<p><em>Le poesie sono tratte da </em>Glass, Irony and God <em>(New York: New Directions Books, 1992).</em> I<em> e</em> SHE<em> con traduzione di Antonella Anedda sono apparse sul numero 37, anno 2007 della rivista </em>Testo A Fronte <em>(Milano: Marcos y Marcos).</em></p>
<p><em>Immagine: Bill Viola, Angels Departing</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/03/i-liquidi-di-dio/">I liquidi di Dio</a></p>
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		<title>Flaubert Dry</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 08:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra. Tra i riflessi del cristallo il liquido fluttuava e schiumava, uscendo a spruzzi da un bel capezzolo rosso vivo. <em>L’éducation</em> si beveva in una luce da tramonto tropicale, mentre le onde sonore delle chitarre acustiche si propagavano dagli altoparlanti attraverso le sale aperte, rimbalzando sui banconi di legno laccato, gli sgabelli da vertigine, le chaise-longue leopardate, i quadri astratti del genere <em>color-field painting</em>. <span id="more-5802"></span>Al centro del tramonto c’erano le cameriere. Immaginatele come entità corporee inaccessibili, ispiratrici di desideri che loro stesse non avrebbero potuto soddisfare. Donne dai seni turgidi, in minigonne di canapa e lingerie Wolford, con il logo del locale tatuato sulle guance (tre graffi cicatrizzati che ricordavano un’artigliata).<br />
Il Flaubert Dry era un perfetto esempio di spazio mutevole. Il design incitava alla violenza. Tutto era affilato ma carezzevole, come le scarpe di quel centinaio di clienti che ogni sera raschiavano il parquet con i sassolini attaccati al cuoio delle suole. Un posto dove fama voleva dire desiderio: un desiderio di elevazione, di significato e di azione caratteristico dell’individuo sano. Qualcosa di così onesto da sembrare osceno, come una vergine nuda che entrasse da Marks &#038; Spencer a rifarsi il guardaroba. E infatti i frequentatori del Flaubert Dry inseguivano il successo nello stesso modo in cui, da adolescenti, scrutavano lo specchio in cerca di qualità estetiche – senza trovarle, naturalmente, perché la bellezza non si nasconde, per non parlare del fatto che male sopporta repliche e riflessioni.<br />
Mi ero attaccata alla mammella già un paio di volte e cominciava a girarmi la testa. Johnny aveva comprato tre o quattro spinelli da un pusher con l’aspetto di un demone in perizoma (il corpo palestrato, la faccia butterata, il cranio con due escrescenze all’altezza dell’osso parietale – insomma, il genere di adulto da cui ogni adolescente vorrebbe essere stuprata). Uno spinello grosso come un dito, un lungo bozzolo di cartine Drum farcito con il fiore della resina di canapa. Educatamente me lo fece accendere. I Led Zeppelin cantavano <em>Babe, I’m gonna leave you</em> a volume critico, indebolendo le mie difese emozionali. Sugli scaffali retroilluminati c’erano almeno seicento bottiglie di liquori policromi. I ventilatori ronzavano, spargendo una brezza variabile e fradicia. Altri due sorsi e mi misi a singhiozzare.<br />
In quei momenti capivo solo ciò che provavo, come un animaletto ferito. Non sentivo dolore, eppure avevo inarcato il busto, reggendomi lo stomaco quasi che l’alcool lo stesse per sciogliere.<br />
Johnny s’incuriosì. Me lo dimostrò appoggiando la guancia sul piano dove tenevo la mammella. Mi fissò in modo analitico, comprensivo.<br />
– Tutto bene? – chiese.<br />
– Adesso passa.<br />
– Devo chiamare qualcuno? Se vuoi lo faccio.<br />
Gli risposi con un deciso no della testa. Ma Johnny non era abituato a prendere sul serio quello che la gente gli diceva e saltò giù dallo sgabello. Dopo un minuto era di nuovo al suo posto. Questa volta aveva compagnia.<br />
– Ciao bambina, – mi salutò la ragazza che lo aveva seguito.<br />
– Ciao Remedios.<br />
– Che cos’hai, bambina? No, non dirmelo, prima ti asciugo le lacrime.<br />
– Posso farlo da sola.<br />
– Non mi costa niente aiutarti. Vieni qui, fatti guardare.<br />
Conoscevo Remedios da tutta la vita. Il nostro rapporto era fatto di similitudini. Eravamo nate lo stesso giorno alla clinica Zuckmayer. Avevamo frequentato il liceo a Coira (la stessa classe), e ai tempi dell’agenzia dividevamo un flat in Edgware Road, a due passi da Marble Arch, nel centro di Londra. Quel posto ci serviva da base operativa, perché l’aria di Milano mi procurava dei pruriti alla pelle che i medici non riuscivano a spiegare. Ci assomigliavamo, eravamo alte uguali. Avevamo lo stesso peso, la stessa taglia. Confesserò una cosa. Avevo voglia di abbracciarla. E per farlo mi sarei sbarazzata volentieri di Johnny Deep.<br />
Remedios era calore. Aveva un viso ovale con treccine bionde da bambola. Quando mi trovavo nel suo campo gravitazionale provavo una precisa fiducia nel significato delle cose, o la certezza che ne avessero uno. Lo sentivo anche in quel momento, mentre vedevo passare dietro le sue spalle un centauro dadaista – il corpo di zebra, il viso da efebo, i movimenti svagati, l’aria un po’ ottusa.<br />
Remedios. Stava cercando un segno rivelatore nella mia espressione. Il senso del disagio, l’argomento della crisi. Glielo leggevo negli occhi. Voleva introdursi nella mia coscienza attraverso le sue manifestazioni facciali. Mi pulì le guance con un fazzoletto. La stoffa tamponò la pelle quasi senza sfregarla. Remedios emanava un odore di professionismo, l’aroma inconfondibile che sprigiona dal corpo delle conversatrici.<br />
Sì, conversare, parlare per mestiere. Avere a che fare con il desiderio di felicità della gente, mentre le leggi della natura complottano per tradirlo. Trovare argomenti di conversazione che si adattino a un <em>Victorine</em> o a un <em>Madame Arnoux</em>, strutturati long drink da meditazione. E i clienti fissi, i clienti nuovi, uomini soli, donne sole, a interpretarli, ad accoppiarli. Per quel lavoro ci voleva l’energia di un giaguaro, ma a Remedios non solo piaceva, si divertiva anche a trovare le forze per farlo. Il che, dovete ammetterlo, è il solo presupposto della passione.<br />
– Devo dirti una cosa, Remedios.<br />
– Che cosa, bambina?<br />
– Ti voglio bene.<br />
Remedios allargò il fazzoletto e me lo ripassò sulle guance. Poi fissò attentamente la pelle per apprezzare il risultato. Sembrava assorta.<br />
– È qualcosa che non avresti dovuto dirmi, Vera. Non qui. Non alle otto di sera.<br />
– Non dovevo, Remedios?<br />
– Non lo avresti detto se non ci fosse un problema.<br />
– No, non lo avrei detto.<br />
– Lo avresti pensato, ma non lo avresti detto.<br />
Abbassò il fazzoletto, valutò la sua distanza da Johnny e mi parlò all’orecchio. Chiudere gli occhi e ascoltarla era una delle mie forme preferite di oblio.<br />
Poi, non soddisfatta, si voltò verso Johnny e disse: – Scusa, puoi lasciarci sole un momento?<br />
– Perché? – si stupì JD. – A Vera piace se vi sto a sentire.<br />
– È vero, bambina?<br />
– Credo di sì, Remedios.<br />
Lei mi studiò in apparenza senza sforzo. – Vi conoscete da molto?<br />
– Da un paio d’ore soltanto, – ammisi. – Però in questo momento ho l’impressione che la presenza di Johnny possa valorizzare quello che dico.<br />
– A beneficio di chi?<br />
– Tuo, immagino.<br />
– Io non ho bisogno che Johnny ti valorizzi.<br />
– Non stiamo parlando dei tuoi bisogni, – intervenne JD, spegnendo lo spinello e assumendo la posizione adatta a reggersi il mento.<br />
– Di che cosa stiamo parlando, allora?<br />
– Del fatto che la gente non l’ascolta.<br />
Remedios sorrise in modo neutro, con una comprensione senza ironia.<br />
– Johnny ha ragione, – dissi.<br />
– Ma stai parlando con me, Vera. E io non sono la gente.<br />
– Immagina di non conoscermi. Immagina di non avere mai visto la mia faccia. Sono un’estranea, Remedios, e a prima vista nemmeno troppo simpatica. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Ti vedo continuamente, Vera. Passiamo insieme almeno trenta ore la settimana.<br />
– Sì, ma supponi di perdere la memoria. Non ti ricordi chi sei, dove abiti, se Parigi è in Francia o sulla luna. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Perché?<br />
– Be’, Johnny lo conosci, non è così? Se lui mi ascolta lo faresti anche tu.<br />
– Ma se non mi ricordo di Parigi, perché dovrei ricordarmi di Johnny?<br />
Le sorrisi. – Johnny lo vedi dappertutto, Remedios! Ti guardi attorno e lui è appeso ai muri. È uno di famiglia. Di lui ti fidi.<br />
– È questa la tua idea?<br />
– È così che funziona.<br />
Lei spostò una ciocca di capelli scivolata davanti ai miei occhi. Era così fin da bambina. Non materna, ma stregata dalla tessitura delle cose.<br />
– È questo che mi spaventa, – riconobbi. – Ho bisogno di Johnny perché la gente mi ascolti. JD mi è indispensabile come il suo sound mediterraneo.<br />
Remedios accavallò le gambe e raddrizzò la testa, una successione di movimenti che mi spiegai come il segno di una decisa volontà interpretativa. La fissavo, aspettando che dicesse qualcosa. Le sostanze commestibili che avevo assimilato nel corso della giornata, quasi tutte letali in modo non significativo, mi stavano procurando una euforia convincente, al punto da crederla un dato ambientale.<br />
– Non pensavo che ti interessasse, – disse Remedios.<br />
– Che cosa?<br />
– Parlare alla gente.<br />
– Oh, per me quello che conta è lasciare aperta ogni possibilità espressiva. C’è ancora da bere?<br />
Johnny agitò la mammella per farmi capire che era quasi vuota.<br />
– Vi ordino qualcosa, – disse Remedios.<br />
– Tu che cosa prendi?<br />
– Una <em>Tentazione di Sant’Antonio</em>.<br />
– Che cos’è, un long drink?<br />
– In un certo senso. Soda con l’aggiunta di rosso Congo, un colorante insapore. Ai clienti con cui parlo dico che è Campari.<br />
– E loro ti credono?<br />
Scoppiammo a ridere simultaneamente, lasciando andare la testa l’una sulla spalla dell’altra.<br />
– Vorrei un’altra mammella, – disse Johnny sbadigliando. – Ma questa volta con dentro una ciliegia al maraschino.<br />
– Come? – esclamò Remedios. – Come, come? È una tetta, Johnny. La ciliegina non passa dal capezzolo.<br />
Scoppiai a ridere più forte, producendo un suono vibrato, uno sbuffo d’aria sotto pressione. Il petto di Remedios sussultava, la mia fronte appoggiata alla sua si muoveva da una parte e dall’altra, come se il pavimento fosse sul punto di sprofondare. Per non cadere, lei si aggrappò ai miei fianchi. Forse anche Johnny si divertiva. Forse la risposta di Remedios gli era servita da introduzione al senso del ridicolo, un genere d’incontro che poteva chiarirgli la sua distanza dal divino. Piegai la testa da un lato, decisa a vedere l’espressione della sua faccia. Ed eccolo il testimonial di una nota bibita energizzante che si sta fissando l’unghia di una mano. Quell’unghia lo interessava sul serio. Muoveva il dito circolarmente, pazientemente. Lo studiava da prospettive diverse, la mente sgombra da inquietudini conoscitive, come se il suo scopo fosse solo quello di tenere occupata la vista. Decisamente, lo spettacolo non valeva la fatica della torsione alla quale mi costringeva.<br />
Mi voltai e alle spalle di Remedios vidi qualcosa di più interessante. Al centro della sala erano comparsi tre uomini. Li notavo perché sembravano i soli a non capire dove si trovassero. Contai tre teste, sei gambe e cinque braccia, associando la mutilazione di uno di loro alle guerre di logoramento. In realtà l’uomo senza braccio aveva l’aria del coordinatore qualificato ed era senza dubbio un apprezzato leader per anzianità. Teneva in mano una sigaretta spenta e parlava quasi senza muovere le labbra, come se la lingua in cui si esprimeva avesse una prevalenza di consonanti. Se quei tre fossero stati vestiti con giacche scure, spiegazzate, e camicie bianche, ormai molli per la completa perdita di amido, forse avrei capito subito il loro mestiere. Invece indossavano jeans pre-usurati e un giubbotto in Cordura multitasche, come la maggior parte dei clienti. Mi incuriosiva il modo in cui si guardavano attorno, l’apparente indifferenza dei loro sguardi dalla occulta propensione analitica. Senza dare nell’occhio valutavano funzione, dimensione e distanza delle cose. Tracciavano linee di demarcazione tra aree di influenza, esaminavano ingressi, vani, vie di fuga, sommando e sottraendo da un valore critico metri e metri cubi di aria condizionata. Tutto questo in relazione alla posizione dei clienti e ai loro modi di agire, che valutavano molto prima delle loro facce.<br />
La svolta arrivò inaspettata. L’uomo senza braccio mormorò qualcosa, indicando il bancone del bar. Il gesto generò un movimento coordinato. Il più grasso del gruppo rifilò una pacca sulla natica del centauro, dando allo stesso tempo una strizzata d’occhio alla telecamera di vigilanza – un documento da cineteca sui temi della determinazione violenta e dell’indifferenza verso la sfera privata. La musica si fermò. Non esisteva una ragione precisa perché questo succedesse. Però successe. Il mio senso della vista cominciò a operare su un livello di energia autonomo. Sentivo l’urgenza di capire le ragioni di quel cambiamento, non per curiosità ma per istinto di sopravvivenza. Lo dimostrava il fatto che l’uomo verso cui si incamminavano quei tre continuava a bere con indolenza il suo mescal. Perché? Risposta: era il solo che già conoscesse l’esatta natura del pericolo.<br />
– Ho una cosa per te, Gabriel, – gli disse il grasso, appoggiandosi pesantemente al banco.<br />
Gabriel era un ragazzo alto e nero di capelli, il naso spezzato da boxer. Aveva un pizzetto tagliente, quasi cesellato, e la carnagione olivastra. Indossava abiti da uomo d’affari e si tastava la cravatta a nodo largo come se la consistenza del tessuto gli desse sicurezza. Il grasso sfilò una mano dalla tasca. Gabriel ne seguì il movimento. La mano si fermò a mezz’aria, lasciando cadere sopra il bancone qualcosa di viscido. Gabriel sorrise e scosse la testa. Sembrava trovare l’iniziativa del grasso una mancanza di stile. Sopra il piano umido luccicava una pallina giallastra, una specie di uovo di quaglia con dei filamenti a un’estremità.<br />
Capii che si trattava di un bulbo oculare quando gli altri due uomini ci appoggiarono accanto un lobo di fegato e un piccolo rene. In quel momento mi accorsi che esisteva altra vita cerebrale oltre la mia. Ero in mezzo alla gente, e la gente gridava, arretrava, si ammassava. La sala piombò nel buio. Le sole fonti di luce risparmiate dal collasso nervoso del locale furono una lampada da tavolo alle spalle di Gabriel e lo scaffale fluorescente dei liquori.<br />
– Che roba è? – domandò Gabriel, voltandosi verso l’uomo senza braccio. – Che roba sarebbe?<br />
– Prove, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Prove? Che genere di prove? Ehi, ehi&#8230; ragazzi. Ragazzi, io mi occupo di frattaglie. Compro e vendo fottutissime interiora. Avete presente il fantastico mondo dei visceri? Andiamo, la gente va pazza per queste cose.<br />
– Zitto, – gli intimò il grasso. – Zitto, coglione.<br />
Vicino a me qualcuno piangeva. Una voce chiese: – Chi siete? Chi sarebbe questo Gabriel?<br />
L’uomo senza braccio si voltò. L’oscurità aveva maglie così strette che lui probabilmente non poteva vedere oltre la linea dei primi tavoli.<br />
– Gabriel è un trafficante di organi, – rispose in tono mite l’uomo senza braccio. – E queste sul tavolo sono le prove che abbiamo raccolto.<br />
– Cristo, – esclamò la stessa voce nel buio, – come diavolo fate a portarvi in tasca certe porcherie?<br />
Il grasso si voltò di scatto e fissò l’oscurità. Anche il terzo uomo fece un passo in avanti per capire da dove provenisse la voce.<br />
– Adesso ce ne andiamo, – annunciò l’uomo senza braccio. – È tutto finito, gente.<br />
Ma mentre quei tre erano voltati, il pubblico assisteva a una scena raccapricciante. Il trafficante d’organi ingoiò le prove e si sciacquò la bocca con un sorso di mescal. Quando il grasso se ne accorse, Gabriel lo inchiodò ai fatti con un rutto cupo e prolungato.<br />
– È tutto a posto, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Oh no, no&#8230; – gridò il grasso. – Santissima Madre di Dio, no&#8230; – e afferrò Gabriel per il collo, schiacciandolo contro il bancone.<br />
Gabriel rise fino quasi a piangere. Dalla gola gli usciva un suono di aria strozzata. Rideva e si dimenava, cercando con le dita gli occhi del grasso. Riuscì quasi subito a divincolarsi. Era agile e si dileguò nel buio.<br />
– Non muovetevi, gente, – gridò l’uomo senza braccio e fece segno al grasso di inseguire Gabriel.<br />
La luce si riaccese di colpo. La canzone ricominciò da dove era stata interrotta. Il locale prese l’aspetto di una camera da letto illuminata nel cuore della notte. I clienti erano spettri, sonnambuli, lemuri. Avevano facce scioccate, espressioni da stato di narcosi. Sugli zigomi scendevano le lacrime. E di Gabriel, del grasso e del terzo uomo nessuna traccia.<br />
– È tutto a posto, – ripeté l’uomo senza braccio, che non si era mosso dal banco. – La cosa è risolta. Permettete, gente, che vi offra da bere.<br />
Chi si trovava in piedi cercò il sostegno delle pareti o di un tavolo, di qualsiasi oggetto a portata di mano, purché fosse stabile e sufficientemente strutturato. Non solo per il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, ma per una esigenza di contatto. Per ognuno era importante constatare di essere ancora una entità corporea, con un volume rispettabile, un peso adeguato, una consistenza di corpo vivo. La mancanza di certezze faceva dare di stomaco una cameriera a due passi dalla porta dei bagni.<br />
– Da bere per tutti, – gridò l’uomo senza braccio. – Coraggio, gente, fatevi sotto.<br />
Il barman passò una spugna sul banco e si mise al lavoro. Ammucchiò bicchieri e ghiaccio tritato, mescolò gin a succo d’arancia, riempì di fragole i frullatori.<br />
– Mio Dio, Remedios, – piagnucolai.<br />
– Ssst&#8230; – fece lei. – Non agitarti, bambina.<br />
– È orribile, non è vero? – sentii dire alle mie spalle, ma più che una voce era un suono spaventoso. – Be’, Johnny, come te la passi?</p>
<p>Il presente frammento è tratto dal romanzo di Omar Viel, <em>Fetish</em>, Lampi di stampa, Milano 2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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		<title>Una madre che piange, o il suo Spettacolo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 19:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> </p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> <img border="0" width="170" src="http://www.premiobonta.it/images/011105-prem-tv.jpg" height="136" /></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile. Quando hai davanti una madre che piange l&#8217;irredimibile assenza del figlio, è come smisurata. Non sai neppure come potresti abbracciarla. Ti pare di avere davanti il dolore infinito, infinito e informe, e nessun abbraccio potrebbe contenerlo. Stai a distanza, allora. Qualsiasi contatto sarebbe fonte di dolore ulteriore. Potresti sfregare quell&#8217;infinita ferita. Chi sei tu, per provarci.</p>
<p>Prendi invece una madre in televisione. Contenuta la mattina tra una canzonetta e un gioco a premi. Resa oggetto di una morbosità che ne fa oggetto di estrazione di dolore per convertirlo in ascolto, in dati di audience. Per convertirlo dunque in pubblicità, in merce.<span id="more-4711"></span></p>
<p>Andrea Bosich, di Novi Ligure, è morto il 29 gennaio 2004. A trentanove anni. Lavorava in un&#8217;azienda di carpenteria pesante. Dove informalmente lavorava anche il padre della titolare. Mica era un gruista lui, solo che era in pensione, e dava un mano alla figlia. O meglio, la ditta era intestata alla figlia, e lui portava avanti il lavoro di una vita. Già una volta aveva causato un incidente. Manovrando una gru aveva fatto cadere un disco di alluminio, novanta chili, sul piede di Andrea. Che al pronto soccorso non aveva detto la verità, “mi è caduto addosso un pezzo” aveva detto, e poi era tornato in ditta perché era stato lui a iniziare un lavoro e voleva finirlo, i suoi genitori gli avevano detto di stare a casa, ma era un piacere che voleva fare al proprietario. Ne aveva ancora per poco, il contratto era a tempo determinato, scadeva a febbraio. Ancora tre settimane di lavoro, dunque, e poi si sarebbe cercato un altro impiego. Se non fosse stato, ancora, per la gru, e per il suo manovratore. Un intero carico di dischi stavolta, per un totale di novecento chili, si sgancia dalla gru mentre stanno caricando un camion e gli piomba addosso. E&#8217; un attimo. Si saprà, dopo, che la gru non veniva revisionata da più di dieci anni. Il procuratore è stato rapido, rispetto al solito, e al processo ha condannato sia la titolare che suo padre. Un anno e quattro mesi, senza la condizionale. Non accade mai che in questo tipo di cause la condizionale venga sospesa. Il fatto è stato giudicato clamoroso dal giudice, un giudice che evidentemente ne ha abbastanza di certe impunità. Gli imputati sono stati condannati a pagare una provvisionale ai familiari – che però non hanno visto niente, dopo tre anni, in virtù di una nullatenenza dichiarata dai titolari. L&#8217;assicurazione, poi, rimborsa solo i danni causati dai dipendenti in regola, e il padre della titolare non lo era. I condannati, in ogni caso, sono ricorsi in appello, la pena gli è parsa troppo grave. Nel frattempo c&#8217;è stato l&#8217;indulto, che ha fatto lo sconto di tre anni anche sulle pene inflitte per gli omicidi colposi sul lavoro. Padre e figlia, dunque, continuano a lavorare come sempre, e come sempre nessuno pagherà pegno.</p>
<p>Anna Maria, la madre di Andrea, mi dice che parlare le fa male. Sono passati tre anni, non me la sento. Mi basta andare dall&#8217;avvocato e entro in crisi. Ancora non riesco a farmene una ragione. Sono passati tre anni, e riesco a parlare di mio figlio solo con gli amici, con i parenti, e ancora mi commuovo, e ci commuoviamo.</p>
<p>Dico alla madre di Andrea di quelle madri che si organizzano per far sì che le storie che le hanno toccate non abbiano a ripetersi. Lei risponde che capisce, che è giusto. Ma io non ce la faccio, non ne ho la forza. E poi sono una nonna a tempo pieno, mi devo prendere cura dei miei nipoti. Uno di nove anni, uno di otto, uno di quattro. L&#8217;ultimo era nato da pochi mesi quando è morto suo padre. Non posso fare altro che questo. E ancora, la sento commuoversi.</p>
<p>La commozione, fatto privato. Ma non è egoismo, il suo, o semplicemente un ripiegamento sul proprio dolore. Certo, il dolore prostra. Ma si tratta di non esibire, oscenamente, qualcosa che appartiene alla tua intimità. Mi hanno chiamato a raccontare la mia storia in tv, dice, Ma io non vado. Non mi piace mescolare il mio dolore alle barzellette di un comico e a un balletto. E non mi piace andare a piangere davanti a tutti. Anna Maria ha ben chiaro davanti a sé il significato di “spettacolo”. Il divenir-merce di ogni cosa, il degradare di cose incomparabili a equivalenza, a pura scambiabilità, in un grande, immenso blob. Un blob che sa usare le vittime, e coloro che con le vittime hanno un rapporto affettivo, per spremerne lacrime. Perché il cuore resta pur sempre la più intima cavità umana, e dunque un serbatoio straordinario cui attingere per fare ascolto. Un ascolto fine a se stesso, che torna su se stesso e ripiega su un&#8217;impasse, fino a formare la figura di un vicolo cieco, a dare il senso di un&#8217;assoluta impossibilità di cambiare le cose. Una madre che piange è la cosa più oscena, se non si coglie il senso di quelle lacrime, se non si comprende che quelle lacrime chiedono di essere raccolte, e possono essere raccolte solo con una condivisione vissuta, con una pratica reale. Una pratica <em>religiosa</em> &#8211; nel senso etimologico di <em>re</em>-<em>ligare</em>, raccogliere insieme. Laddove, invece, i mass media ci inondano di pianto, un pianto che cresce nel chiuso di uno studio televisivo, del tubo catodico, di un appartamento, e così facendo si autoalimenta, è un circolo vizioso &#8211; e non c&#8217;è modo di asciugarlo, quel pianto, quel pianto <em>irreligioso</em>, di disseccarlo al sole dell&#8217;aperto, dove può scorrere liberamente, e sublimarsi in azione. Ché solo il fare è l&#8217;alchimia del dolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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