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	<title>Nazione Indiana &#187; madrid</title>
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		<title>Da: Madrid (1987)</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/da-madrid-1987/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 05:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/rosemarie-trockel-ohne-titel-1985.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Cristina Annino </strong></p>
<p><strong>La casa addosso<br />
</strong>Ci sono volgarità anche qui da pagare. Non si può<br />
mica aspettare ore, papavero, che un evento<br />
ci tocchi il cervello, la sua coscienza, i nervi<br />
ottici e il resto. Bisogna capire<br />
svelto come una bomba senza consigli, e scendere<br />
dal tetto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/da-madrid-1987/">Da: Madrid (1987)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/rosemarie-trockel-ohne-titel-1985.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/rosemarie-trockel-ohne-titel-1985.thumbnail.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Cristina Annino </strong></p>
<p><strong>La casa addosso<br />
</strong>Ci sono volgarità anche qui da pagare. Non si può<br />
mica aspettare ore, papavero, che un evento<br />
ci tocchi il cervello, la sua coscienza, i nervi<br />
ottici e il resto. Bisogna capire<br />
svelto come una bomba senza consigli, e scendere<br />
dal tetto. Anni luce essere felici, quasi fosse<br />
una cosa pratica, e noi utili al mondo. Per bene.<span id="more-4601"></span><br />
Ma non le voglio<br />
bene mai, mai bene; c’è da dirlo, nel più<br />
semplice modo, che poi sarà una bomba che passa<br />
sul capo, una vergogna non so per chi, forse<br />
storica, quella calma di lasciarla andare con la sua<br />
crocchia fatta a rotonda<br />
cassa armonica. Così è dare<br />
tempo al tempo, un fischio quasi, peggio, si toglie<br />
speranza alla gente. Pensando<br />
così obliquo da labbropesce, la terra<br />
è più d’un tramonto col piombo, da spezzare<br />
il capello in due. Una piena. Lei<br />
m’ha fatto venire qui, son venuto; m’ha ordinato<br />
di sedermi, m’ha dato le spalle, è<br />
volata via. Al principio credevo d’essermi portata<br />
la casa addosso tanto il peso era inutile. Poi<br />
ho detto “è così che si toglie la speranza”.</p>
<p><strong>Poema in auto<br />
</strong>Oggi e ieri strizza<br />
in macchina le mani a conchiglia; pare una lavandaia,<br />
un’ostrica e che mi lanci addosso il suo fisico dicendo<br />
“noi e anche tu che sei<br />
cinico”. Dice proprio noi; vola dal vetro, niente<br />
corpo, certo non lo è, dalla terra al cielo è quel<br />
volante nel mondo, o un germoglio che non contengo<br />
più. Con orrore medico riconosco<br />
il mio stomaco stare bene, poi in pena, stringersi<br />
a chiave e scardinare la porta: Chagall e lo spirito<br />
dell’arte.<br />
(Quando<br />
avrò voglia di guarirvi da dicerie e mostrare<br />
ai bambini come si scrive un poema; allora se sarò di questo<br />
mondo, verrò in una scuola che odora di talco o alla radio,<br />
e in cima al vento d’una tranquilla verità. Starò<br />
per diventare vecchio: il taglio<br />
va fino alla fine, all’attimo vegetale, al pellame<br />
ultimo dell’iride. Tutto vola, esplode come sa<br />
fare luce. Il cervello<br />
non può granché sulla terra, neanche a pensarci. Solo<br />
credere all’immortalità, giova; e agli<br />
animali tranquilli.)<br />
Finisce. È passato<br />
il vento, ogni parola; la testa risiede<br />
sul collo, le mani in avanti, e la sera ci dà<br />
cattive notizie: Dragutin è morto non ucciso dalla moglie ma<br />
dai maiali che vedeva sempre nel sonno, cioè loro<br />
gli hanno meglio invaso la vita. Nera regola,<br />
questa notte faremo i bravi tacendo. Din Don sentirsi<br />
i capelli a posto; è finita. Ora può venire<br />
il bello (non avere abitudini regolari perché se<br />
possono capirti fuori, non possano mai tenerti<br />
il cervello). Pace<br />
di camminare, non stare più in casa.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Adesso<br />
</strong>L’abbiamo detto in cucina. Lo dice col muso riccio, dalla<br />
testa al piede liscia invece quanto un capello: Sarenco<br />
le esce di dietro, sborra. Dolce,<br />
tanto. Comincia<br />
l’inverno in cui<br />
le mosche intrecciano le zampe, vanno di lato come<br />
granchi, si mettono a vomitare. La sanno già<br />
tutta, la vita, e quella anche dei<br />
capelli, dove cascano per errore. C’è<br />
da preoccuparsi che diventano umane, per non<br />
pestarle. Così lei, pura di vino, ride, ma nel collo<br />
casca: una casa storica del centro, la<br />
buttano giù. Finita. Tutto<br />
ciò che ci tortura è piccolo, freddo, andante. Però<br />
su lui non sa mica scherzare. Gli<br />
perdona ogni giorno che passa.<br />
Nel grande mondo non sa più<br />
stare bene. Si capisce<br />
che arriva l’inverno. Forse<br />
ai salmoni piace il dolore, alla saliva ai<br />
piatti, ai Russi. Spostano il tempo come un bicchiere<br />
e le nere foreste di sborra quanto un’oliva nell’olio<br />
l’hanno davanti, nel secolo d’ora in cui<br />
parlano. Ma le mosche loro<br />
adesso muoiono. Io<br />
me le porto via, al mio indirizzo, sediamo e domani ci<br />
porterà il più bel giorno diverso.</p>
<p><strong>Consigli a una pittrice svedese con cane san bernardo</strong><br />
Riesco a immaginare anche<br />
un uomo: non vuol soffrire, chiude gli occhi per non vedersi<br />
il dito rotto; gli va di non piacere e, giorni<br />
igienici, mette su una biblioteca da specialista. Sa<br />
d&#8217;essere un mucchietto di cenere ma è orgoglioso<br />
lo stesso e, sennò, chiude ancora gli occhi. Tira<br />
avanti duro.<br />
Poi, più indietro o sotto, altro esempio: Ida scorda<br />
dov&#8217;è il ditale nell&#8217;agoraio (termine sinfonico quanto<br />
la morte) ma dopo una settimana, eccolo lì. Allora<br />
capisce almeno tre cose: il proprio nome, quindi l&#8217;età, terzo,<br />
in generale, la miseria del mondo. In altre<br />
parole che il collo le sta mangiando la testa.<br />
È rapida la cultura.<br />
Monica, Monìka, non è vero? La Svezia<br />
ha fatto solo nevrotici di buon calibro, ma<br />
se non spari abbastanza come e quando, se dura<br />
troppo l&#8217;apnea, o non sei marcia quanto le foglie e più<br />
bassa della terra e ancora in uno solo mille fatti (è possibile:<br />
con l&#8217;ispirazione polmonare diventa visibile l&#8217;interno<br />
anche d&#8217;un gatto). Gloria<br />
a chi ci rende fragili come guanti.</p>
<p><strong>Madrid</strong><br />
Una città ed io<br />
ci capiamo: si fa a chi sovrasta di più, e ammazza<br />
ed è colpevole. Nei numeri<br />
infiniti c&#8217;è la nostra coscienza. Siamo più &#8211; perdendoci<br />
e stando muti e somigliandoci come guanti &#8211; umani<br />
che le stelle. Per essere<br />
poeti non si deve mica fare granché. Io lascio che le cose<br />
vengano a me e tutto finalmente si somigli.</p>
<p>Sono molto solo davvero, ma va<br />
bene. La testa a volte sale le scale indipendente da buon<br />
cane, io coi piedi in ascensore. Poi, in cima,<br />
ci rimettiamo a posto; e i casi sono tre. Poniamo: mi hai<br />
dato il nome esatto, chiedo di te, mi fanno<br />
entrare. Secondo: non mi lasciano, allora aspetto<br />
sotto. Terzo: il nome non è vero e il giorno<br />
che ti trovo io t&#8217;ammazzo. Esempio d&#8217;amore urbano, né<br />
indirizzo né mani, ma è grande per questo.</p>
<p>Credo che in un altro, diverso, ci si debba<br />
spazzolare a vicenda da ciechi, essere come si dice<br />
in grazia. Due cecità. Soffrire per i mobili e temere<br />
il silenzio, la vastità di non sedersi.<br />
In effetti<br />
non so se sia ansia, ma è igiene. Il mio<br />
amore no. Mi libero<br />
dal gelo a volte ma mai dalla libertà cui<br />
sbatto la testa ad elastico. Il lutto<br />
di capire va più in là della morte. Assodato.<br />
La porterò<br />
nel mio cervello intimo: Madrid. Come si dice al cinema, tu<br />
puoi aspettarti tutto da me.</p>
<p>Nella stanza mi dicono &#8220;Victor&#8221;. Già lo sapevo, ma il chiasso<br />
va sopra lo zenith eppure siamo<br />
solo tre su un divano. Da che frigorifero viene<br />
tanto bianco freddo e spuma e un ridere surgelato<br />
e amore? Da Victor marinaio che lascia Lama<br />
per Chelo, vino bianco e pesci del bar, per la casa.<br />
Macellaio! ancora mi dico, che cuore però e che polmone,<br />
che orecchio. Ecco un uomo.</p>
<p>Si crede d’amare bene se si sa<br />
molto, la qualità ad esempio, balle simili. Il mondo<br />
non è cattivo abbastanza e per fortuna<br />
è cieco. Victor<br />
con spalle da incrociatore eppure è basso, tanto<br />
breve che lo tengo in mano se voglio: un essere<br />
vale per la luce, nient&#8217;altro. Poi,<br />
più in là di tutte le cose, sorprendente, tira<br />
su dalle calze un modo di tenersi in piedi che dà<br />
l&#8217;idea d&#8217;un attore.</p>
<p>Vedo Chelo nell&#8217;aldilà, già morta prendere<br />
qualcosa per la coda, mettersi ferma, farsi nuda girarsi<br />
come una penna a sfera e scrivere. Quante<br />
firme, e quel collo di zebra classica più lungo, più<br />
nero finché Victor<br />
la ferma sul bianco da giocatore. È calmo<br />
lui, anche in foia.</p>
<p>Salirò dalle pompe dell&#8217;intestino, lo prometto, come un bravo<br />
marinaio al torace. Giacché finché non avrò un ricordo saldo almeno<br />
quanto la matematica non sarò, poniamo, un uomo.</p>
<p>Nel sogno il mio cane seguiva due globi lucenti: a tre zampe<br />
per camion e prati era tutto lui, tubo in fuori o cannone, le belle<br />
labbra sui denti. Poi, finalmente cadde e disteso gli crebbe<br />
la quarta gamba. Scordo<br />
la psicanalisi alla porta del corridoio: è la memoria<br />
a ossessionarmi, non l&#8217;orma della mente.</p>
<p>Dovrò farmela quella tavola pitagorica ch&#8217;è<br />
il passato. Javier ad esempio. Scuole andare così una vita, non dà<br />
carattere. C&#8217;è chi arriva a incontrarsi di schianto ma si mette<br />
da torero di lato; poi sta lì, senza guardarsi nemmeno. Javíero<br />
sembra una cosa uccisa da venti anni, quanti ne ha. Non so<br />
ricordarlo, neppure i tanti amici che ci fissiamo un metro dietro<br />
noi stessi. E poco, eppure in quel metro si casca<br />
col difetto delle pernici.</p>
<p>Non trovo me stesso negli altri; se vedo è solo<br />
il cavallo nero di Madrid, nel parco d&#8217;arte contemporanea. Lo guardo<br />
dal cancello e sono l&#8217;unico a farlo. Alto quanto<br />
una fonte ha il cervello all&#8217;aria, ferro, morto più ancora di Trinì<br />
che si trincia l&#8217;ovale in due se le parlo. M&#8217;ama, in un bar, mi dà<br />
ditate con fronte di carbone grezzo e io divago in mezzo a tutto,<br />
in mare, con biblioteche che per fare bene davvero vanno ereditate.<br />
Mica storie.</p>
<p>Così divago e giuro su altro: sui cannoni, imprese, sulle strade.<br />
Per essere al passo compro il quadro d&#8217;una balena col corpo<br />
aperto. Pare la più buona ghiacciaia del mondo, il fegato uranio,<br />
e pompe e isolatori d&#8217;acciaio. Digerisce tutto, quel corpo, anche<br />
fermo: gli occhiali dell&#8217;ottico Ochoa, le reclam sui muri, persino<br />
un bottone vi vedo o l&#8217;ottone della memoria che credo importante<br />
per un uomo. Sbaglierò?</p>
<p>In calle Prado 31 c&#8217;è un bracciale nella vetrina d&#8217;antiquario:<br />
lo compro da sette mesi, gli dico ciao, sono bello nel dirlo. Allora<br />
scordarmi della cultura m&#8217; p are il più sublime segno d&#8217;essere<br />
spietato. Me stesso. Per questo le biblioteche sono gole artiche che ho già<br />
visto, forche; vi passo addosso mentre tanti pazzi dicendo &#8220;Musil&#8221;<br />
o &#8220;rettorica&#8221; o, quel che è peggio &#8220;Borges&#8221;.</p>
<p>Sarò uomini in fila, sarò oggetti, niente individuale. Mi vedrò<br />
distante al cinema, mai al centro. Tante strade, gente<br />
che scordo. Sarò lo scordiere, il visiere, il marinaio che perde<br />
acqua e in tasca si mette balene come ancore. Non si scorda certo<br />
il mestiere. Questo almeno.</p>
<p>Davvero le idee globali non sono<br />
molto, come dire essere rivoluzionari<br />
non vedendo il contrario. Le chiameremo allora fedi ferme.</p>
<p>Se entro<br />
in casa di Chelo, io<br />
mangio. Ma chiunque può farlo, lo fa Guisando<br />
che è un paese, lo fa il mondo e la radio, le malattie<br />
e le bestie, qualunque idea giacché lei dice<br />
che si ama in totale. E non sceglie.</p>
<p>Mi chiedo<br />
se sia felice e anche altro. E perché<br />
penso al gas di cucina sempre che odora fino a un metro e<br />
potrebbe uccidere, ma l&#8217;hanno<br />
così reso umano fino al silenzio. Di ogni<br />
cosa dunque fanno tutti<br />
il contrario. Allora?</p>
<p>Chelo non mi crede né capisce; ballano<br />
le cose in tondo. Io non ho che un pensiero, niente<br />
fede, chiodo magari: che l&#8217;amore<br />
è parziale sempre e per sua<br />
misura supera di poco l&#8217;altezza d&#8217;un cavallo ed è<br />
solo ma uccide, per stare al mondo e fa bene,<br />
chiunque altro.</p>
<p><em>(Tratto da: Madrid &#8211; ristampe Biagio Cepollaro E-dizioni. Prima edizione: Corpo 10, Milano, 1987. Immagine: Rosemarie Trockel, &#8220;Ohne Titel&#8221;)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/da-madrid-1987/">Da: Madrid (1987)</a></p>
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