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	<title>Nazione Indiana &#187; mafia</title>
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		<title>Io mi difendo, ma chi difende i miei figli?</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 15:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/giulio-cavalli.jpg"></a> di <a href="http://www.giuliocavalli.net/"><strong>Giulio Cavalli</strong></a></p>
<p>Scuola media. Classe terza. Una delle tante scuole della provincia in cui vivo io e (più di tutto) i miei figli. È un percorso tra alunni e ‘Ammazzateci Tutti’ su legalità e antimafia. Si parla di arresti, di regole, di azioni e di persone, di territorio, Lodi e di Giulio Cavalli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/io-mi-difendo-ma-chi-difende-i-miei-figli/">Io mi difendo, ma chi difende i miei figli?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/giulio-cavalli.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/giulio-cavalli.jpg" alt="" title="giulio-cavalli" width="225" height="150" class="alignleft size-full wp-image-38947" /></a> di <a href="http://www.giuliocavalli.net/"><strong>Giulio Cavalli</strong></a></p>
<p>Scuola media. Classe terza. Una delle tante scuole della provincia in cui vivo io e (più di tutto) i miei figli. È un percorso tra alunni e ‘Ammazzateci Tutti’ su legalità e antimafia. Si parla di arresti, di regole, di azioni e di persone, di territorio, Lodi e di Giulio Cavalli. Le minacce, scorta e le solite cose. Si discute e si alza una voce.</p>
<p>“<em>Cavalli se ne deve andare da Lodi. Ci ha messo tutti in pericolo</em>“.<br />
<span id="more-38945"></span><br />
Poche parole. Mi verrebbe da dire le solite, mischiate dall’invidia, dal miope federalismo per la difesa del proprio territorio e (perché no) dal diritto di pensarla diversamente. “<em>Cavalli se ne deve andare</em>” l’ho sentita e me l’hanno scritta centinaia di volte. I più pavidi e unti la sussurrano solo nell’angolo dei bar. Ma dove vivo (e più di tutto i miei figli) tutto è troppo piccolo perché anche i segreti dei bar non rimbalzino in piazza. Qualche anno fa sulla porta di un cesso di scuola ci avevano anche messo l’equazione ‘viva Gela, viva la mafia, abbasso Cavalli”, come se fosse uno schieramento di opposti, una cosa solo mia, solo tra noi. Mi ferisce invece l’idea del pericolo. Lo ammetto. Il pericolo è danno: sono dannoso per la città in cui vivo. Io e (più di tutto) i miei figli.</p>
<p>Ho imparato a diventare impermeabile. Ho mangiato il fango con il sorriso sulla bocca, qualche volta ho colto anche delle verità che non avevo considerato, nelle critiche più dure. Mi sono ripromesso di imparare a conviverci trovando anche una bozza di equilibrio instabile. Mi è capitato di sentirmi comodo in qualsiasi posto del mondo, mi basta riuscire a tenermi lontano, a tenere lontano la mia famiglia da quell’alito che mi ritrovo ad ingoiare.</p>
<p>Tra qualche anno sorrideremo delle improbabili reazioni di questo Nord in faccia alle mafie. Smetteremo di parlare futilmente di rischi, pretenderemo solo i risultati. Forse succederà (come suggerisce quotidianamente Nando Dalla Chiesa) che capiremo come dopo l’onda emozionale abbiamo il dovere dello studio: studio organizzato, in pianta stabile. Qualcuno fra qualche anno dirà di avere sentito frasi possibili solo nell’immaginario corleonese in una scuola di provincia del profondo Nord.</p>
<p>Oggi evidentemente è solo il tempo dello scontro, della consapevolezza riletta come allarmismo, dell’ignoranza come miglior tecnica di favoreggiamento, delle icone e degli slogan. Sono le regole del gioco desolante del tempo e della regione che viviamo.</p>
<p>Ma quelle scuole e quei ragazzi sono le scuole e i ragazzi che abitano i miei figli. E a loro, oggi, non so proprio come rispondere. Da quest’onda in cui non servono carabinieri e scorte, non so come difenderli.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/io-mi-difendo-ma-chi-difende-i-miei-figli/">Io mi difendo, ma chi difende i miei figli?</a></p>
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		<title>I territori della criminalità oltre Gomorra</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 17:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela De Leo]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
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		<category><![CDATA[Paola Savoldi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>lunedì 28 marzo, alle ore 15 presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano</p>
<p>a cura di Paola Savoldi e Daniela De Leo</p>
<p>L&#8217;assunto da cui il seminario prende le mosse è che sia urgente  osservare e discutere anche nei territori dell&#8217;Italia settentrionale i  nessi tra radicamento territoriale, forme non solo locali di  organizzazione della criminalità, produzione di reddito e processi di  speculazione che non riguardano esclusivamente i quartieri più fragili  ma pure spazi urbani di diversa natura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/26/i-territori-della-criminalita-oltre-gomorra/">I territori della criminalità oltre Gomorra</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>lunedì 28 marzo, alle ore 15 presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano</p>
<p>a cura di Paola Savoldi e Daniela De Leo</p>
<p>L&#8217;assunto da cui il seminario prende le mosse è che sia urgente  osservare e discutere anche nei territori dell&#8217;Italia settentrionale i  nessi tra radicamento territoriale, forme non solo locali di  organizzazione della criminalità, produzione di reddito e processi di  speculazione che non riguardano esclusivamente i quartieri più fragili  ma pure spazi urbani di diversa natura.</p>
<p>I caratteri di un governo urbano fortemente centrato su strategie di  esternalizzazione di opere e servizi pubblici, su forme di cooperazione  con i promotori privati spesso regolate da accordi deboli, su processi  intensivi di finanziariarizzazione delle trasformazioni della città  contribuiscono a rendere più permeabile alle infiltrazioni mafiose anche  contesti e mercati urbani settentrionali con effetti non ancora  sufficientemente indagati.<span id="more-38556"></span></p>
<p>Coordina: <strong>Paola Savoldi</strong>, urbanista, Politecnico di Milano. Intervengono:<br />
<strong>Giovanni Colussi</strong>, già responsabile di Libera e dell&#8217;Agenzia nazionale beni confiscati<br />
<strong>Daniela De Leo</strong>, urbanista, Università La Sapienza di Roma<br />
<strong>Mario De Gaspari</strong>, saggista, già sindaco del comune di Pioltello<br />
<strong>Elena Granata</strong>, urbanista, Politecnico di Milano<br />
<strong>Rocco Sciarrone</strong>, sociologo, Università di Torino.</p>
<p>Aula Gamma (Spazio Mostre) Facoltà di Architettura e Società<br />
Politecnico di Milano, Via Ampère 2,  Milano (MM2 Piola, tram 23-11)</p>
<p>Il seminario fa parte del ciclo di incontri Scampia, Italia (<a href="https://www.alfabeta2.it/wp-admin/www.scampiaitalia.it">www.scampiaitalia.it</a>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/26/i-territori-della-criminalita-oltre-gomorra/">I territori della criminalità oltre Gomorra</a></p>
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		<title>Attilio Manca, storia dell&#8217;ennesimo suicidio-omicidio mafioso</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 05:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giulia Tesauro</strong></p>
<p>La morte è, dopo la nascita, l’unico elemento certo nella vita di una persona. Ma le cause della morte di una persona, quelle sono un optional che solo i più fortunati possono permettersi. Il 12 febbraio di sette anni fa veniva trovato privo di vita, nel suo appartamento di Viterbo, Attilio Manca, medico urologo siciliano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/22/attilio-manca-storia-dellennesimo-suicidio-omicidio-mafioso/">Attilio Manca, storia dell&#8217;ennesimo suicidio-omicidio mafioso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giulia Tesauro</strong></p>
<p>La morte è, dopo la nascita, l’unico elemento certo nella vita di una persona. Ma le cause della morte di una persona, quelle sono un optional che solo i più fortunati possono permettersi. Il 12 febbraio di sette anni fa veniva trovato privo di vita, nel suo appartamento di Viterbo, Attilio Manca, medico urologo siciliano. Avrebbe compiuto trentacinque anni otto giorni dopo. L’autopsia certificò la presenza nel suo sangue di eroina, alcol e barbiturici. Non si ebbero dubbi nel parlare di overdose e nell’archiviare il caso come suicidio. Dubbi invece li ebbe la famiglia di Attilio, che notò un particolare piuttosto strano: vicino al corpo di Attilio c’era una siringa e nel suo polso sinistro due fori. <span id="more-38183"></span>Fin qui nulla di strano: il giovane urologo si sarebbe iniettato la dose fatale. Peccato, però, che Attilio era mancino e che quindi, se avesse compiuto tale gesto, i due fori si sarebbero trovati nel polso destro. I dettagli che non convincono sono molti, come ad esempio i numerosi lividi riscontrati sul corpo di Attilio, o la presenza nel bagno dell’appartamento delle impronte di Ugo Manca, parente di Attilio, in passato coinvolto in un’inchiesta. Dubbi, perplessità che vennero acuite nel 2005 dalle rivelazioni di un pentito, Francesco Pastoia. Pastoia dichiara che all’operazione alla prostata a cui si sottopose Bernardo Provenzano nel giugno 2003 in una clinica di Marsiglia, partecipò anche un urologo italiano, ma si rifiuta di fare il nome di quest’ultimo. Pochi giorni dopo Pastoia si impicca in cella. Le ipotesi che quell’urologo sia Attilio diventano quasi certezze dal momento che lui era uno dei pochi medici italiani ad operare con il metodo della laparoscopia, utilizzato in quell’intervento e che proprio in quel periodo si trovava a Marsiglia. Il fratello di Attilio, Gianluca, ha dichiarato tempo fa in un’<a href="http://www.caffenews.it/?p=14415">intervista pubblicata sul sito Caffè News</a> che “[...] i colletti bianchi di Barcellona per incrementare il potere della mafia locale hanno offerto Attilio per  operare il boss corleonese,  perché è nato a Barcellona Pozzo di Gotto e perché tra i pochi ad operare in quel modo. Penso però che in un primo momento Attilio non sapesse che avrebbe operato Bernardo Provenzano. Credo che a lui avessero comunicato di operare un certo Sign. Troia, che la Magistratura ha poi scoperto essere il nome falso con cui Provenzano avrebbe  aggirato i controlli in caso ce ne fossero stati visto che per l’operazione avrebbe dovuto recarsi in uno stato estero. In un secondo momento penso che mio fratello abbia capito chi fosse in realtà Troia e per questo è stato ammazzato. Ma attenzione, sono convinto che Attilio non sia stato ammazzato dalla mafia, ma da apparati deviati dello Stato”. Che ci sia un collegamento tra la morte del giovane medico è palese e palesemente ignorato da chi invece dovrebbe analizzare quel collegamento, portarlo alla luce facendo il proprio dovere come lo fece Attilio. Sono sette anni che la famiglia chiede ai magistrati di analizzare le due siringhe presenti sul luogo del delitto, senza aver ancora ricevuto risposte positive. Nel <a href="http://www.attiliomanca.it/urologo/">sito web dedicato ad Attilio Manca</a> c’è un contatore dei giorni, delle ore, dei minuti e dei secondi passati senza che sia iniziato alcun processo. Sotto questo contatore c’è una domanda: quando si avrà giustizia?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/22/attilio-manca-storia-dellennesimo-suicidio-omicidio-mafioso/">Attilio Manca, storia dell&#8217;ennesimo suicidio-omicidio mafioso</a></p>
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		<title>I cento padroni di Palermo</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jan 2011 14:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[pippo fava]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[Da un'idea di <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/gianluca-cataldo/">Gianluca Cataldo</a>, uno scritto di Pippo Fava e la sua ultima intervista, rilasciata a Enzo Biagi, nell'anniversario del suo omicidio. a. r.]</p>
<p><em>Pippo Fava, nato 15 settembre 1925, ucciso il 5 gennaio 1984. Scrittore, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, giornalista.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/05/i-cento-padroni-di-palermo/">I cento padroni di Palermo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Da un'idea di <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/gianluca-cataldo/">Gianluca Cataldo</a>, uno scritto di Pippo Fava e la sua ultima intervista, rilasciata a Enzo Biagi, nell'anniversario del suo omicidio. a. r.]</p>
<p><em>Pippo Fava, nato 15 settembre 1925, ucciso il 5 gennaio 1984. Scrittore, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, giornalista.<br />
</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>I cento padroni di Palermo<br />
da I Siciliani, giugno 1983</strong></p>
<p>Camminare a Palermo. Il viale bianco di sole. Le grandi nuvole che arrivano da Punta Raisi, la loro ombra corre sul viale più veloce delle auto. Il cielo sul mare è abbagliante, il cielo sulle montagne a sud, è nero di tempesta. Il gelato da Roney. Tre signore di mezza età stanno sulle poltroncine verdi, con le sopracciglia alte e le boccucce delle signore di Tolouse Lautrec, sedute al divano rosso. Fumano con boccate avide, l&#8217;una racconta e continuamente ride, scuote la cenere in aria, l&#8217;altra sorride melliflua, la terza annuisce. Sorbiscono granita di mandorla. Tre boccucce eguali come fossero state dipinte dalla stessa mano.  Camminare a Palermo. Il cuore del vecchio mercato a mezzogiorno. Almeno cinquemila persone in un groviglio di vicoli che affondano tutti verso la piazzetta. Cento bancarelle sormontate dai giganteschi ombrelloni rossi, pesce, verdura, carne, mele, noci, aragoste, i quarti insanguinati di vitello, i capretti sventrati che pendono dagli uncini, i banditori urlano tutti insieme, lottano così l&#8217;uno contro l&#8217;altro, in mezzo alla folla.<br />
Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l&#8217;odore della catacomba, il buio, la luce verde del biliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l&#8217;identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d&#8217;ombra all&#8217;altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d&#8217;argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo&#8217; di saluto: &#8220;Ho fatto tardi!&#8221;. Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: “Debbo morire!”.<span id="more-37723"></span><br />
Camminare a Palermo? Gli osceni edifici a dodici, quindici piani, che si affollano l&#8217;uno sull&#8217;altro, lungo la riva del canalone che scende dalla collina al mare, con un rivolo d&#8217;acqua putrida al centro, e giù in basso i tuguri dove si ammassano venti persone, a due metri da quel rigagnolo giallo. I bambini che giocano da una riva all&#8217;altra. Bambini così, anche cani così che corrono in mezzo ai bambini, li ho visti solo a Palma di Montechiaro. Anche il colore, anche il fetore di quel rigagnolo è lo stesso di quel liquame che scorre orribilmente fra le rupi di Palma. Tutto questo è retorica, lo so. A Palma di Montechiaro però tre bambini su dieci muoiono prima di arrivare all&#8217;età scolare. E da qualche parte, in questa immensa città, c&#8217;è qualcuno che sta discutendo quale sarà il destino di questi bambini di Palermo per i prossimi venti o trent&#8217;anni. E quale sarà il suo guadagno.<br />
Palermo è una delle città più belle d&#8217;Europa e certamente una delle più infelici. Forse più della stessa Napoli. Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è come Nuova Delhi, con le regge favolose dei marajà e i corpi agonizzanti dei paria ai margini dei viali. Palermo è come Il Cairo, con la selva dei grattacieli e giardini in mezzo ai quali si insinuano putridi geroglifici di baracche. Palermo è come tutte le capitali di quei popoli che non riuscirono mai ad essere nazioni. A Palermo la corruzione è fisica, tangibile ed estetica: una bellissima donna, sfatta, gonfia di umori guasti, le unghie nere, e però egualmente, arcanamente bella. Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni. Palermo è la Spagna, i Mori, gli Svevi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, non c&#8217;è altro luogo che sia Sicilia come Palermo, eppure Palermo non è amata dai siciliani. Gli occidentali dell&#8217;isola si assoggettano perché non possono altrimenti, si riconoscono sudditi ma non vorrebbero mai esserne cittadini. Gli orientali invece dicono addirittura di essere di un&#8217;altra razza: quelli sicani e noi invece siculi, quelli cartaginesi, saraceni, andalusi, napoletani; noi greci, romani, svevi, milanesi. I catanesi hanno proposto due capitali dell&#8217;isola per due popoli diversi, si tratta di uno sberleffo, ma nella realtà in cosa potranno mai essere rassomigliati (concetto dell&#8217;uomo o pensiero sulla vita) Verga e Tomasi di Lampedusa, oppure Vitaliano Brancati e Leonardo Sciascia? Pirandello, che stava in contemplazione a metà strada fra questi due concetti dell&#8217;essere, probabilmente dovette pensare quanto l&#8217;essere siciliano in definitiva fosse fantastico e improbabile.<br />
I siciliani non amano Palermo e Palermo lo sa perfettamente ma non se ne cura. I siciliani non amano Palermo poiché essa è la capitale che esige soltanto tributi e obbedienza, e in verità Palermo vuole questo soprattutto, come è giusto che sia il rapporto fra sudditi e sovrano. Il catanese, il siracusano, il messinese, il ragusano, si azzannano a vicenda, ma se qualcuno forestiero gli chiede la provenienza, dicono: Siciliano! E basta. Il palermitano dice: palermitano, che a parer suo è cosa inimitabile e sovrana.<br />
I Siciliani non amano Palermo. C&#8217;è qualcosa che impaurisce e respinge. Io ho visto per le strade di Catania auto sbucare di colpo, e uomini balzare fuori con le armi in pugno e cominciare a sparare addosso ad altri uomini, e chinarsi urlando a sparare il colpo di grazia alla nuca. Ho visto corpi insanguinati di ragazzi uccisi, giacere in mezzo alla strada e la gente che continuava ad andare, le auto a correre. Ho visto cortili fracassati dalle raffiche di mitra e dalle schegge delle bombe a mano, e colava dai muri e le polpette ancora fumanti sulla mensa. Ho visto madri avanzare piangendo verso i corpi degli uccisi, sostenute pietosamente da parenti che però avevano la sigaretta fumante in bocca. La morte a Palermo è diversa, la morte violenta. Più profonda, più arcana e fatale. Esige contemplazione: una fila di sedie tutte intorno al corpo insanguinato, in mezzo alla strada, e ai parenti seduti immobili, in silenzio, a guardare. I ragazzini immobili e attenti. La morte è spettacolo da non perdere. La morte ha sempre una ragione d&#8217;essere. A Palermo essa va meditata e capita.</p>
<p>Chi sono i padroni di Palermo? Coloro che hanno nel pugno il destino di questa grande, splendida e infelice capitale del Sud? È una domanda essenziale poiché essere padroni di Palermo non significa soltanto governare taluni giganteschi affari per migliaia di miliardi, ma per infinite, invisibili vie governare anche lo sviluppo politico dell&#8217;isola e quindi del Meridione: per esempio stabilire in quali banche debba essere depositato il pubblico denaro, e chi debba dirigere queste banche; per esempio indicare quali funzionari meritino carriera per propiziare e garantire giganteschi affari di vertice; e via via, sempre per esempio, spirali sempre più difficili e più alte e segrete, designare coloro i quali dovranno essere deputati, assessori, sottosegretari, ministri. Bisogna stare attenti. In Sicilia, e quindi naturalmente a Palermo, si verifica un fenomeno straordinario: e cioè che in Italia tutto quello che accade, nel bene e nel male, dipende dai partiti oramai despoti della vita nazionale, ma questo potere nel Sud si sgretola, degrada, corrompe, privatizza. Un uomo politico può diventare presidente o ministro, e la gente pensa che sia domineddio, ma nella realtà egli è diventato ministro o presidente per amministrare una situazione, una proposta, un compromesso che altri hanno discusso e deciso prima di lui e gli hanno semplicemente affidato. Altrove, a Torino, Milano, Bologna, persino a Napoli, un ministro può essere il padrone. Qui, non essere nessuno.<br />
Chi sono dunque i padroni di Palermo? Badate bene: i padroni, non il padrone, poiché a Palermo accade anche questo fenomeno straordinario, e cioè che non è ammesso il tiranno, il condottiero, colui il quale per carisma, per virtù propria di talento o violenza, possa emergere su tutti gli altri ed al quale tutti gli altri debbano rispetto e obbedienza. Se spunta un Cesare ci sono subito le Idi di marzo. Palermo rassomiglia alla Roma del basso impero con le congiure, i pretoriani, i Caligola che fanno senatori i loro cavalli, le clientele che fluttuano dall&#8217;uno all&#8217;altro vincente. Ma più ancora Palermo rassomiglia all&#8217;Atene della decadenza, con gli oligarchi, oratori, guerrieri, reggitori che in mezzo a loro non permisero mai venisse fuori un capo. Le virtù che contano a Palermo non sono quelle di un Pericle, ma piuttosto di un cardinale Mazzarino, di chi sappia intrigare, unire, collegare, non conoscere mai la vera identità dell&#8217;assassino e tuttavia da quell&#8217;assassinio trarre sicuro vantaggio, né mai essere in prima persona nell&#8217;affare da cento o mille miliardi, ma amabilmente avere la certezza di un dieci per cento, metà del quale da distribuire ad amici, confidenti, alleati e delicatamente anche a taluni avversari. Né Pericle, né Alcibiade.<br />
La storia moderna di Palermo, che è anche la storia politica del Sud e in gran parte anche della violenza che ciclicamente scuote la nazione, si potrebbe raccontare attraverso storie esemplari di alcuni uomini. Ecco: qui diventa perfetta la storia di Piersanti Mattarella, da raccontare tuttavia con umana sincerità affinché ognuno possa capire le cose come veramente accaddero e quindi trarre una ragione, un cifrario per le cose che continuano ad accadere.</p>
<p>Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell&#8217;ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito e a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiedevano un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.<br />
Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amabile parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma, parlava con buona dizione. Era anche un uomo molto gentile e infine aveva una dote che poteva essere un difetto: era candido. O forse fingeva di esserlo.<br />
Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono tutte le arti della trattativa per cui l&#8217;affare politico è sempre diverso da quello che viene ufficialmente discusso, e si affinano le arti della eloquenza per cui si dice esattamente il contrario di quello che è, anche gli avversari lo sanno e però fanno finta di non saperlo, e quindi l&#8217;oratore riesce a farsi perfettamente capire senza destare lo scandalo dei testimoni. Piersanti imparò, quanto meno, a capire quello che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall&#8217;assemblea regionale siciliana, dove in verità &#8211; provenendo i deputati da tutte e nove le province dell&#8217;isola &#8211; le arti sono più grossolane, ci sono anche la cocciutaggine dei nisseni, la imprevedibile fantasia dei catanesi, la finta bonomia dei siracusani, tutto è più facile e difficile, e tuttavia anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Valutava, ascoltava, sorrideva, imparava, giudicava. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo.<br />
Esigere le tasse può sembrare odioso, e tuttavia è necessario, consentito, anzi preteso dalla legge. L&#8217;esattore deve essere avido, preciso e implacabile. I Salvo erano perfetti. Il loro impero esattoriale si estendeva da Palermo a Catania, un giro di centinaia di miliardi, forse migliaia. C&#8217;era una bizzarra clausola nell&#8217;accordo stipulato fra gli esattori Salvo e l&#8217;assessore regionale: cioè gli esattori avevano facoltà di scaglionare nel tempo i versamenti. Premesso che la Giustizia impiega magari due anni per riconoscere un&#8217;indennità di liquidazione a un povero lavoratore, ma ha una capacità fulminea di intervento contro lo stesso poveraccio che non paga le tasse, gli esattori Salvo avevano il diritto di esigere subito le somme dovute dai contribuenti, epperò la facoltà (detratte le percentuali proprie) di versare a scaglioni le somme dovute alla Regione. Praticamente per qualche tempo avevano la possibilità di tenere in banca, per proprio interesse, somme gigantesche. Non c&#8217;era una sola grinza giuridica. Avevano fatto una proposta e la Regione aveva accettato.<br />
Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l&#8217;uomo cambiò di colpo. Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.<br />
La storia di Mattarella è davvero una storia esemplare all&#8217;interno del racconto sul potere a Palermo. Palermo non può avere un solo padrone, nemmeno un primus inter pares: se qualcuno tenta di esserlo viene distrutto in qualche modo, oppure più semplicemente ucciso. Naturalmente non accade mai che la decisione dell&#8217;assassinio sia presa dalla piccola società degli oligarchi, questo appartiene alla fantascienza mafiosa, tutti hanno il medesimo interesse ma in definitiva sono soltanto due o tre di loro, i più offesi o spietati, che prendono la decisione. Individuarli non è possibile mai: bisognerebbe prima identificare e catturare gli esecutori dell&#8217;assassinio; che costoro confessassero da chi hanno avuto mandato di uccidere, e questi mandanti a loro volta indicassero l&#8217;anonimo barone che ha commissionato il delitto. Una serie di ipotesi assolutamente impossibile che, tutte insieme, configurano appunto il perfetto delitto di mafia.</p>
<p>Chi sono dunque i padroni di Palermo? I metodi di identificazione sono due: l&#8217;uno politico, l&#8217;altro finanziario, cioè anzitutto l&#8217;identificazione dei politici che attraverso leggi e azioni di governo determinano i grandi affari pubblici, compresi i sistemi di affidamento; e quindi la identificazione degli operatori che si aggiudicano tali grandi affari e ne diventano perciò i protagonisti.<br />
Attualmente, nella città di Palermo ci sono una ventina di grandi affari pubblici. Messi insieme formano un pacchetto di duemila-tremila miliardi. Scegliamone quattro, i più semplici da capire: il porto-scogliera, l&#8217;appalto per la pubblica illuminazione, il risanamento del centro storico, l&#8217;appalto per la manutenzione stradale.<br />
Il porto-scogliera dovrebbe sorgere lungo quel tratto di litoranea fra la nazionale per Messina e il Foro Italico, cioè in quel tratto di spiaggia dove si scaricano le immondizie di mezza città e le acque luride delle fiumare, un tratto di mare che è divenuto una sola immensa fogna, oramai perduto per qualsiasi utilizzazione commerciale e turistica. Il problema è quello di bonificare la zona, evitando che essa diventi una sempre più micidiale concentrazione di immondizie putrefatte, di topi, mosche, cani randagi, zanzare, miasmi, epidemie. Il progetto è semplice: costruire in mare a qualche centinaio di metri dalla riva una scogliera artificiale, una specie di immensa barriera frangiflutti, in modo da creare all&#8217;interno, fra tale scogliera e la spiaggia, una specie di mare morto nel quale andranno a scaricarsi quotidianamente tutti i materiali da riporto dell&#8217;intera città, pietre, rottami, rifiuti, calcinacci. Nel giro di pochi anni il mare, o meglio quel putrido stagno, scomparirà per sempre e diventerà un immenso pianoro di terraferma. La proposta è che la ditta appaltatrice dei lavori, la Sailem, esegua i lavori gratuitamente, aggiudicandosi tuttavia la proprietà delle aree di risulta, cioè di quell&#8217;immenso pianoro che si sostituirà al mare. Naturalmente tutta area fabbricabile, nel cuore di Palermo, lungo il mare, in una zona che &#8211; eliminato l&#8217;inquinamento &#8211; potrà diventare prezioso luogo di insediamenti turistici, residenziali e alberghieri. Il tratto di litoranea interessato è lungo circa due chilometri, la scogliera sarà costruita a trecento metri dalla spiaggia, un&#8217;area dunque di circa sessantamila metri quadrati. Il prezzo delle aree fabbricabili nelle zone urbanistiche di eccellenza si aggira sulle cinquecentomila lire a metro quadrato. Fate i conti.<br />
L&#8217;appalto per la pubblica illuminazione, per centodieci miliardi. Esso non è avvenuto per pubblico concorso ma a licitazione privata. Con delibera della giunta presieduta dell&#8217;ex sindaco Martellucci, che attende solo la ratifica del consiglio comunale, è stato approvato il rinnovo dell&#8217;appalto alla ditta icem, di cui è grande manager l&#8217;ingegnere Parisi. La grande storia di Palermo è fatta di alcune grandi storie umane ma anche di tante piccole storie esemplari che si debbono mettere tutte insieme, l&#8217;una accanto all&#8217;altra, nel posto giusto. L&#8217;ingegnere Parisi è il presidente del Palermo calcio: pare abbia fatto egli stesso candida ammissione di non avere per il calcio alcuna passione o competenza.<br />
E tuttavia, soavemente invitato dagli ambienti politici della Dc ad assumere la gestione del Palermo calcio per ricondurlo in serie A, altrettanto soavemente egli accettò di rendere questo servizio alla città e agli uomini che la governano. Gli è costato due miliardi! Non sono stati spesi bene, ma non sono neanche molti.<br />
Il piano di risanamento del centro storico di Palermo. L&#8217;ultima preda! L&#8217;alleanza criminale fra politici e imprenditori ha infatti letteralmente divorato, sfregiato, saccheggiato oramai tutta l&#8217;immensa periferia della capitale, rovinandola per sempre. Il prezzo pagato dalla città è stato tragico. Almeno duemila assassini: uomini giustiziati in mezzo alla strada, murati nei piloni di cemento degli stessi palazzi, gettati in mare con una pietra alle caviglie. Una pirateria di circa cinquantamila miliardi la cui spartizione ha consentito l&#8217;insorgere di almeno cinque nuovi tremendi focolai di potenza mafiosa che (per evoluzione criminale e capacità finanziaria) hanno potuto impadronirsi anche del contrabbando della droga, determinando un terrificante salto di qualità e di potenza dell&#8217;intera struttura criminale.<br />
L&#8217;unica area urbanistica residua, nella quale sono possibili operazioni urbanistiche, appunto l&#8217;ultima preda, è il centro storico di Palermo, cioè quella che fu la splendida, orgogliosa capitale della civiltà mediterranea e nella quale arabi e normanni profusero i tesori della loro architettura. Spettacolo di miseria e grandezza. Vicoli nei quali dilaga un&#8217;umanità urlante e feroce, palazzi di straordinaria bellezza che però cadono a pezzi, tuguri nei quali si intanano migliaia di sventurate e fameliche famiglie del sottoproletariato, cattedrali, regge, teatri di ineguagliabile maestà, spazi fatiscenti dove si accumulano le immondizie di interi quartieri, migliaia di edifici pericolanti dai quali gli esseri umani sono stati stanati a forza come bestie. Il progetto di risanamento che sta per essere ultimato, deve salvare i grandi palazzi prima che crollino, cancellare migliaia di tuguri, programmare il restauro di centinaia di edifici ora abbandonati e la costruzione di migliaia di altri nelle aree di risulta. Un progetto gigantesco. Un affare che prevede un investimento pubblico di duemila miliardi, e perlomeno quindici/ventimila miliardi di investimenti e quindi profitti privati. Facile immaginare quale drammatica lotta si sia già scatenata in quella fantastica città mafiosa, invisibile all&#8217;occhio e tuttavia perfettamente compenetrata (una città sull&#8217;altra e dentro l&#8217;altra) a Palermo. Si tratta di capire chi si presenterà a chiedere gli appalti e come essi saranno dati, con quali facoltà e vantaggi. I grandi personaggi del potere si stanno squadrando e valutando, cercando di leggersi negli occhi per capire chi sarà alleato, concorrente o nemico. I catanesi che hanno un&#8217;ironia piuttosto ruvida, quasi sempre conclusa con una grande risata direbbero: &#8220;Si stanno curando in salute!&#8221;. I palermitani che sono più tristi e perciò anche più sottili nell&#8217;ironia, dicono: &#8220;Si stanno guardando lo scarto&#8221;, che nel terziglio è il momento in cui il giocatore solo contro gli altri due, va a riguardarsi le quattro carte di scarto che solo lui conosce, per fare la giocata decisiva. Gettare subitaneamente la scartina e brutalmente uscire di napoletana. Con ironia più esplicita, qualcuno a Palermo più semplicemente dice: &#8220;Duemila miliardi a chi sparerà per primo!&#8221;.<br />
Infine l&#8217;appalto per la manutenzione stradale. Anche tale appalto, per un importo di centotrenta miliardi, sarà rinnovato alla ditta lesca di cui è protagonista e manager il conte Cassina. Ecco un&#8217;altra piccola storia per raccontare la grande storia di Palermo. Cassina è conte! I palermitani, la cui ironia spesso è così tagliente da sembrare cinismo, dicono ai catanesi: &#8220;Voi avete i cavalieri del lavoro, noi abbiamo i conti! C&#8217;è un abisso. Cassina è conte, è milanese ed è Gran Bali, per tutto il Sud, dei cavalieri del Santo Sepolcro, associazione di personaggi eccellenti i quali hanno diritto di paludarsi in cappa nera, feluca e spadino, e in tal guisa scortare il Papa nelle grandi cerimonie ufficiali. Al Gran Bali spetta il governo della loggia (si chiama così, come nella massoneria) e la designazione dei nuovi cavalieri. Della loggia di Palermo, negli ultimi anni, sono entrati a far parte questori, magistrati, professori di università, artisti, luminari della medicina e delle lettere, operatori economici, cavalieri del lavoro. Il conte Cassina li convoca, li governa e li affabula. Ecco, il conte Cassina è uno dei padroni di Palermo. È amabile, colto, intelligente, non ha la prepotenza mentale e la temerarietà dei cavalieri di Catania, per i quali non c&#8217;è impresa che non possa essere tentata e che non si abbia il diritto di tentare, ma la prudente saggezza di colui il quale vive in una capitale in cui c&#8217;è un limite a tutto, anche alla potenza dell&#8217;uomo. è un uomo che può invitare a cena ministri, prefetti, giudici e conversare affabilmente sul destino della Sicilia. Da buon milanese ha uno straordinario rispetto per il denaro e quindi è anche tenuemente avaro. Si dice che un cavaliere di Catania, invitando a cena nella sua villa prefetti e ministri, facesse galantemente trovare, sotto il tovagliolo, graziosi monili d&#8217;oro per le consorti dei convitati. Il conte Cassina si limita agli spaghetti, e per le gentili signore, una piccola orchidea. Un padrone di Palermo il quale sa perfettamente che non si deve mai essere l&#8217;unico padrone di Palermo, ma che bisogna convivere con gli altri e tutto sta semmai nel garbo con cui si è capaci di riconoscerli.</p>
<p>E i politici. Anche nella politica la situazione è mutata. Il tiranno non esiste più. Mattarella tentò di imporre una regola morale a tutti, pensò di avere il carisma del capo. Morì. Prima di lui aveva tentato, con altro stile e altre convinzioni, Vito Ciancimino, certo il personaggio più famoso della democrazia cristiana e quindi della politica palermitana. In effetti ci fu un momento storico in cui parve il padrone di tutto, il solo e incontrastato governatore della volontà politica nella capitale dell&#8217;isola. Non ci fu affare, né opera pubblica, né appalto, né alleanza o compromesso che non fosse sua iniziativa o non si avvalesse del suo consenso. Lo distrussero. Comandava troppo. Però sopravvisse. Vito Ciancimino non era Piersanti Mattarella, egli era tanto astuto quanto quello era candido, egli era tanto attore quanto quello condottiero. Non avendo la vocazione di Alcibiade capì per tempo quanto meglio valesse essere Mazzarino, cioè paziente, silenzioso, ironico. Fra gli uomini politici italiani, rassomiglia più di ogni altro a Giulio Andreotti (nella speranza che nessuno dei due si offenda).<br />
Parlando di potere politico a Palermo si deve subito pensare a Vito Ciancimino, il geometra Ciancimino, come egli spavaldamente ama presentarsi; ecco, questa è un&#8217;altra piccola storia da raccontare dentro la grande storia di Palermo, e nemmeno tutta la storia dell&#8217;uomo, ma solo un minuscolo episodio del personaggio, perché si possa ancora più perfettamente capire Palermo.<br />
Vito Ciancimino crollò nell&#8217;ultima fase delle indagini dell&#8217;antimafia. Venne accusato, lui prima assessore all&#8217;urbanistica e poi sindaco, di aver lasciato sbranare Palermo dalla mafia. La democrazia cristiana ebbe paura. Non poteva certo partecipare al linciaggio perché sarebbe stato come mettere sotto accusa tutte le operazioni di potere che il partito aveva sollecitato e giustificato, una specie di suicidio; e però non poteva nemmeno difendere l&#8217;uomo perché le accuse erano troppo gravi, c&#8217;era il rischio di essere coinvolti e travolti. La democrazia cristiana non ha lo stoicismo tra le sue regole morali. Il suo principio è il silenzio estatico, la sua forza il tempo. Il silenzio avvolge, confonde, non consente approfondimenti, dibattiti. Il tempo ammorbidisce, logora, stanca, dilapida, suscita smarrimenti, la gente muore, la gente dimentica. Col tempo e nel silenzio svanì e si perse per sempre anche il come e il perché, vita e morte del bandito Giuliano. Figuratevi!<br />
Dinnanzi a Vito Ciancimino la Dc si tirò addosso un velo sepolcrale: lo deferì ai probiviri del partito perché stabilissero se poteva giustamente stare dentro il partito a testa alta o dovesse esser cacciato con ignominia. Tempo e silenzio. Finché vennero le elezioni politiche del 1979. Vito Ciancimino non poteva candidarsi poiché era nel limbo, ma aveva però quaranta/cinquantamila voti di preferenza sulla piazza di Palermo, un formidabile pacchetto elettorale che poteva manovrare a suo piacimento. Erano voti suoi, conquistati, allevati, guadagnati, difesi anno dopo anno, con mille amicizie, protezioni, minuscole alleanze, favori, benevolenze. Li aveva proprio nel portafogli, cosa sua, manovrando quei cinquantamila voti di preferenza, cioè spostandoli dall&#8217;un candidato all&#8217;altro, poteva determinare disfatte e trionfi. Per i leaders politici palermitani oltretutto non è importante solo essere eletti al parlamento, ma anche il numero delle preferenze, poiché queste stabiliscono gerarchie, ingigantiscono prestigio, candidano alle cariche ministeriali.<br />
Ora si racconta come nella fase pre-elettorale, il ministro Ruffini mandasse segnali di fumo al geometra Ciancimino per esprimere il suo gradimento a quei cinquantamila voti di preferenza, e come il Ciancimino stanco di essere tenuto alla gogna, facesse sapere che sì, quei cinquantamila voti sarebbero stati suoi, purché il ministro Ruffini l&#8217;avesse aiutato ad avere finalmente una sentenza assolutoria dai probiviri della Dc. E ancora si narra come il ministro Ruffini gli promettesse il suo leale appoggio in tal senso, organizzando un incontro con il segretario nazionale Piccoli a Roma: appuntamento a Roma alle sette del mattino, nella villa del segretario Piccoli.<br />
Vito Ciancimino arrivò in tassì, con una valigetta di cuoio piena di documenti che avrebbero dovuto comprovare la sua innocenza e comunque indurre ad una benigna valutazione il segretario nazionale della Dc. Erano i tempi della grande paura e del terrorismo trionfante. Gli uomini di vertice viaggiavano in autoblindo. La villa di Flaminio Piccoli era circondata dai carabinieri con i mitra puntati: si videro venire incontro questo sconosciuto, con gli occhietti neri da siciliano, i baffetti, e quella valigetta di cuoio. Sono il geometra Ciancimino, ho un appuntamento con l&#8217;onorevole Piccoli, in questa valigia ci sono carte personali&#8230; Documenti, perquisizione, verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato un tale, pretendendo di avere appuntamento con l&#8217;onorevole Piccoli, ha esibito documenti intestati al ragioniere Vito Ciancimino, di Palermo&#8230;<br />
In quell&#8217;istante scortato da motociclisti e auto della polizia, arrivò in auto blindata il ministro Ruffini. Così narrano. Carabinieri sull&#8217;attenti. Il ministro spiegò che poteva garantire lui per il signor Ciancimino, il quale effettivamente era atteso dall&#8217;onorevole Piccoli. Agli ordini eccellenza. I carabinieri sono sempre carabinieri: misero diligentemente a verbale. Quello che si dissero nello studio di Piccoli nessuno lo sa. Il candidato Ruffini ebbe centocinquantamila voti di preferenza.<br />
E venne il caso Sindona: lo scandalo, l&#8217;arresto di Spatola il quale era amico di Ciancimino e disse agli inquirenti d&#8217;essere andato una volta a cena con il ministro Ruffini, il quale a sua volta disse che non sapeva nemmeno chi fosse questo Spatola, glielo avevano presentato un giorno per caso, piacere, molto lieto e basta, e che comunque non conosceva quel tale Ciancimino di cui gli parlavano. Allora Ciancimino scrisse una lettera a mano, con un foglio di carta carbone sotto, per averne copia, &#8220;Caro Ruffini, leggo che dici di non conoscermi nemmeno. Sei un&#8230;!&#8221;. L&#8217;epiteto fu crasso e stentoreo. Piegò il foglio, senza nemmeno metterlo in busta e lo spedì per raccomandata espresso. Conservò nel portafogli quella copia, ogni tanto la tira fuori e la tiene appesa a due dita in faccia all&#8217;interlocutore. Ride: &#8220;Non mi conosce? C&#8217;è quel verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato il ragioniere Vito Ciancimino. Il sopraggiunto ministro Ruffini, ecc., ecc&#8230;&#8221;.</p>
<p>Chi sono i padroni politici di Palermo? Il ministro Ruffini, l&#8217;onorevole Lima, l&#8217;ex sindaco Valenzi? Certo! Forse ancora, da qualche parte, in qualche modo con qualche pacchetto di cinquantamila voti in tasca, Vito Ciancimino. Epperò anche infiniti altri. In realtà fino a non molto tempo fa, c&#8217;erano a Palermo i grandi, inviolabili boss politici. Giovanni Gioia era Luigi XIV. Tutto passava per il loro consenso. I grandi capi esistono ancora, ma sono stati esautorati, c&#8217;è stata la rivolta dei peones, sono almeno cento: ognuno di loro restando all&#8217;ombra del capo e rispettandone ufficialmente il potere si è costruito il suo piccolo feudo di potere, secondo competenza. Tutto quello che passa per il suo feudo paga, per taluni può essere soltanto la devota riconoscenza, per altri invece un tenue dieci per cento sul totale dell&#8217;affare. Anche il suo legittimo è pulito. Pensate a un galantuomo che deve avere un contributo o un mutuo da un miliardo: se lo fanno aspettare un anno ci rimette gli interessi bancari attivi quindi il 18%, e subisce l&#8217;impoverimento per svalutazione di un altro 14-15%. Con quella garbata tangente del dieci per cento, li ottiene subito secondo diritto. Ci guadagna! La figura giuridica sarebbe quella della cosiddetta servitù di passaggio, oppure in taluni casi, i più sofisticati (i giuristi mi perdonino l&#8217;audacia) dell&#8217;enfiteusi che è il diritto di godere di una cosa altrui, con l&#8217;obbligo di pagare periodicamente un canone. Solo che la cosa altrui, stavolta, è la cosa pubblica. Ma è un particolare ininfluente la cosa pubblica a Palermo, è la cosa dei cento padroni che possiedono Palermo.</p>
<p>Palermo! Camminare per Palermo. Camminare sfiorando gli stupendi palazzi dove un giorno vissero svevi, normanni, emiri, angioini, e ora anche le facciate stanno cadendo a pezzi, dietro queste facciate pavimenti e soffitti sono sfondati, le scale crollate. Camminare nei vicoli di Palermo assordati dal grido di centinaia di venditori, in mezzo a una folla che sembra vagare con il moto pazzo delle formiche su un torsolo di mela. Camminare nelle stradine fetide e senza selciato, con le bancarelle fumanti attorno alle quali si aggruma la gente povera a mangiare gli scarti bolliti dei macelli.<br />
Camminare in mezzo ai tuguri di Palermo dove si intana la gente sradicata, cacciata via dalle case antiche che stavano per crollare. Tutto questo è folclore, lo so. Però, in questa grande capitale del Sud, migliaia di bambini vivono veramente dentro le tane come le bestie umane; e decine di migliaia di uomini vivono miserabilmente di espedienti, commerci infinitesimali, elemosine, ruberie; e centocinquanta esseri umani sono stati assassinati in un anno in mezzo alle strade, ed altri centocinquanta sono scomparsi, eliminati dalla lupara bianca. Tutto questo è retorico. Quando la verità è insultante si dice che essa è retorica, è sempre retorico tutto quello che non rientra nei limiti del possibile, trecento assassini sono dunque retorica.<br />
Salire la scalinata del Palazzo delle Aquile e sapere che da qualche parte, in qualche stanza, venne perpetrata la spartizione di cinquantamila miliardi per la devastazione urbanistica di Palermo, e alcuni di quegli uomini furono o ancora saranno fra i governatori di questa città. In qualche stanza di questo palazzo c&#8217;è il nuovo sindaco, Elda Pucci, medico, cinquantenne, nubile, adamantina la quale dice: &#8220;L&#8217;ex sindaco Valenzi fu il mio maestro. Il modello al quale mi ispiro!&#8221;. Vincente oratoria. A loro è lasciato il compito difficile di governare nel modo più garbato possibile, elaborare i grandi sistemi quali che siano, garantire che la macchina funzioni. Abbiamo revisionato, cambiato i pezzi logori, guardate come corre.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/05/i-cento-padroni-di-palermo/">I cento padroni di Palermo</a></p>
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		<title>La Natività del Caravaggio. Dei delitti, delle pene. E dei reati caduti in prescrizione.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 07:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>Al centro, una Madonna giovane e plebea, con le mani ancora appoggiate al grembo appena svuotato del suo miracolo, il capo e lo sguardo rivolti al giaciglio improvvisato dove s’allunga tenerissimo il corpo del Bambino. Sulla destra San Giuseppe ci volge le spalle, colto nella sorpresa di uno scatto improvviso e ritorto (forse un implicito riferimento michelangiolesco), in conversazione con un (probabile) Fra Leone appoggiato stancamente al suo bastone accanto a San Francesco orante, chiuso in una contemplazione compresa e rapita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/la-nativita-del-caravaggio-dei-delitti-delle-pene-e-dei-reati-caduti-in-prescrizione/">La <em>Natività</em> del Caravaggio. Dei delitti, delle pene. E dei reati caduti in prescrizione.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/LANATIVITADELCARAVAGGIObig.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/LANATIVITADELCARAVAGGIObig-222x300.jpg" alt="" title="LANATIVITADELCARAVAGGIObig" width="222" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37392" /></a>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p>Al centro, una Madonna giovane e plebea, con le mani ancora appoggiate al grembo appena svuotato del suo miracolo, il capo e lo sguardo rivolti al giaciglio improvvisato dove s’allunga tenerissimo il corpo del Bambino. Sulla destra San Giuseppe ci volge le spalle, colto nella sorpresa di uno scatto improvviso e ritorto (forse un implicito riferimento michelangiolesco), in conversazione con un (probabile) Fra Leone appoggiato stancamente al suo bastone accanto a San Francesco orante, chiuso in una contemplazione compresa e rapita. Sulla sinistra, speculare, San Lorenzo si china amorevole come a saggiare più da vicino il prodigio che si compie, a fianco di un bue mansueto e sbigottito. Sormonta la scena un angelo dalle ali nere che &#8211; come già nel <em>Martirio di San Matteo</em> &#8211; proteso da un’oscurità indefinita, spezzata solo da un incrocio accennato di travi di legno, a collegare si direbbe le due dimensioni terrena e celeste col tramite della sua presenza, reca in mano un sacro cartiglio. Personaggi dai modi e dalle apparenze popolani, spogliati d’ogni aureola, crisalide di santità che in natura non è data, e precipitati invece in una misura tutta mondana, terrena. Umana. Il primato del vero, del reale, sulle pretese secolari della rappresentazione sacra. Una scena semplice, semplificata, che tanta più sacralità acquista tanto più si svincola dalle consuetudini dei dettami iconografici, tanto più si cala in una dimensione quotidiana, abitandone gli usi, i luoghi, gli abiti. <span id="more-37391"></span></p>
<p>E’ la <em>Natività con i Santi Lorenzo e Francesco di Assisi</em>, dipinta da Caravaggio nel 1609 (con qualche incertezza sull’effettiva data di esecuzione, che potrebbe essere di poco precedente a quella generalmente attribuita), su commissione della Compagnia dei Bardigli e dei Cordiglieri di Palermo, durante il soggiorno siciliano dell’artista in fuga tra l’Italia e Malta per scampare all’arresto in seguito all’assassinio di Ranuccio Tomassoni. Un’opera che, se non piaceva troppo al Longhi, il quale vedeva il Bambino «a terra, miserando come un guscio di tellina buttata»  ,  è in effetti  una delle opere più significative dell’ultimo Caravaggio, esemplare in quanto somma, sia formale che tematica, della sua straordinaria, inarrivata poetica pittorica: il valore del nero e della luce, il primato del dato di natura, la fedeltà incrollabile al reale, la coraggiosa, inaudita per i tempi, riduzione del sacro a un quotidiano riconoscibile e accessibile, la scelta di protagonisti popolani, spesso emarginati (le prostitute scelte come modelle per la Vergine, i mendicanti coi piedi sporchi a impersonare pellegrini adoranti), la restituzione quindi di una religiosità ancora più fervente, sincera, patita, proprio perché sentita da un animo di uomo e d’artista perennemente travagliato, contradditorio, irascibile, violento. E per questo ancora più sublime, irresistibile nella verità della sua potenza.</p>
<p>Ci sono molti modi per usare violenza a una comunità, a un luogo, ai suoi abitanti. Ci sono molti modi per violentare la stessa idea di civiltà. La mafia li conosce tutti. La <em>Natività</em> del Caravaggio venne trafugata dai soliti ignoti, la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, chiesa per cui era stata commissionata e dipinta, e in cui trovava dimora da 360 anni. Non è mai stata ritrovata. Grottesche, al limite di un assurdo tutto italiano, le circostanze in cui il furto avvenne e fu scoperto. Il capolavoro, collocato sull’altare dell’Oratorio, era infatti custodito senza alcun allarme o protezione. I ladri, sicuramente affiliati a clan mafiosi, agirono quindi indisturbati,  limitandosi al disagio di forzare la serratura di un’entrata secondaria anziché passare direttamente per il portale d’ingresso, arrampicandosi quindi sull’altare per staccare in grossolana fretta la tela dalla cornice per mezzo di una semplice lametta da barba.  Il furto fu scoperto e denunciato soltanto dodici ore dopo l’accaduto, e per tutta la mattina del 18 ottobre nessuno apparentemente si accorse della tela mancante (oltretutto di dimensioni ragguardevoli, e di certo non l’unica opera di valore custodita nell’Oratorio,  scrigno poco ermetico di altri manufatti artistici puntualmente trafugati negli anni).<br />
Non se ne accorsero nemmeno le due custodi, che all’epoca del fatto dormivano d’abitudine in uno dei locali interni dell’Oratorio. Non fu neanche possibile denunciare queste persone per la loro negligenza, dal momento che non esisteva alcun documento che dichiarasse il loro impiego come guardiane dell&#8217;Oratorio: le due signore erano infatti succedute al padre, già custode del luogo sacro &#8211; in virtù evidentemente di uno di quei taciti automatismi di successione ereditaria che tanto spesso s’applicano  alle comuni dinamiche dell’impiego italico &#8211; in assenza di qualsiasi incarico regolarmente formalizzato da parte della Curia. Le dichiarazioni più aberranti e comiche comunque, se non ci fosse in ballo il valore artistico e pecuniario di un’opera d’arte stimata attorno ai 30 milioni di euro, sono quelle delle autorità palermitane interpellate all’epoca dagli inquirenti: tra tutte, l’allora prefetto, in servizio nel capoluogo siciliano da diversi anni,  lamentò  di non essere mai stato informato da chi di dovere dell’esistenza di una così preziosa opera a Palermo (lasciando intendere che se avesse saputo, qualcosa avrebbe potuto fare, ma non lasciando intendere <em>chi</em> avrebbe dovuto informarlo). Il presidente dell&#8217;amministrazione provinciale, poi, che si dichiarò un grande appassionato dell’arte di Caravaggio, stranamente però del tutto ignaro della collocazione nella sua città di uno dei capolavori del Maestro, segnalato dei resto in qualsiasi guida turistica locale e negli scritti di critici eminenti che ben singolarmente sarebbero potuti  sfuggire a un acuto estimatore d’arte come lui si professava.  Un’incuria, un’ indifferenza, un’ignoranza diffuse, colpevoli e paradossali, che Leonardo Sciascia non mancò di stigmatizzare, tra il divertito e l’afflitto, in un suo famoso scritto. </p>
<p>Gli inquirenti, in particolare i Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale, non hanno mai smesso di cercare il quadro perduto: decenni di indagini, false piste, rivelazioni di boss ritenute prima attendibili poi accantonate, tentativi di vendita ad oscuri acquirenti, segnalazioni di mitomani,  richieste di riscatto miliardarie, scoop giornalistici miseramente naufragati in un nulla di fatto, persino un presunto accordo con lo Stato, rivelato negli anni Novanta da Giovanni Brusca, per cui i mafiosi in possesso della tela avrebbero promesso di non distruggerla in cambio di un alleggerimento del regime del 41 bis. L’unica cosa certa è che del quadro si perdono definitivamente le tracce nel 1981, anno in cui boss mafioso Gerlando Alberti lo sotterra, insieme a una partita di droga e denaro, all’interno di una cassa successivamente dissotterrata e affidata, pare, a un misterioso fiduciario del boss. Da allora, le ipotesi più disparate e inquietanti sono state avanzate dai mafiosi interpellati sul furto. Nel 1996 il pentito Francesco Marino Mannoia, nel corso di una deposizione al processo Andreotti, dichiara che la preziosissima tela fu irrimediabilmente danneggiata dagli incauti criminali, che l’avrebbero avvolta in modo tanto grossolano da renderla invendibile, e quindi distrutta.  Si è però poi appurato che Mannoia confondeva il Caravaggio con un altro quadro trafugato, di valore assai inferiore. Il boss Salvatore Cangemi afferma invece che il dipinto è ancora nelle mani di esponenti mafiosi che, dopo innumerevoli e vani tentativi di vendita, lo espongono oggi come simbolo di potere, e d’una distorta devozione religiosa, durante i loro summit segreti. Un altro boss, interrogato dalla magistratura, ha ammesso di aver  addirittura camminato sopra la tela, srotolata in un’occasione a mo’ di tappeto ai piedi del suo letto.  Recentemente, il pentito Gaspare Spatuzza ha invece affermato – senza trovare ad oggi conferme o smentite &#8211; che la tela, affidata ai Pullarà, capimafia della cosca di Santa Maria di Gesù, era stata nascosta in una stalla, mangiata dai topi e dai maiali e quindi bruciata.<br />
Il furto, avvenuto ormai quarant’anni fa, è caduto in prescrizione. Non sono più previste conseguenze, quindi, per coloro che hanno commesso il reato di aver danneggiato una tela di valore inestimabile con una lametta per staccarla dalla sua cornice, di averla oltraggiata in modo vergognoso, di averla sottratta a Palermo e ai palermitani, alla Sicilia e al mondo intero. Di aver sottratto a noi tutti un brano sublime di quella Bellezza che in questo mondo pare ormai l’unica salvazione possibile. </p>
<p>Oggi gli inquirenti, convinti che il quadro non sia andato distrutto, e che anzi si trovi probabilmente tuttora a Palermo, confidano in quest’assicurazione d’impunità per i colpevoli e i loro favoreggiatori, perché l’opera venga restituita.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/06/la-nativita-del-caravaggio-dei-delitti-delle-pene-e-dei-reati-caduti-in-prescrizione/">La <em>Natività</em> del Caravaggio. Dei delitti, delle pene. E dei reati caduti in prescrizione.</a></p>
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		<title>Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 08:44:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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di <strong>Giuseppe Catozzella&#8230;</strong>
Procediamo con ordine.  Le ultime tre settimane sono state fondamentali per comprendere quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/manuale-di-infiltrazione-nei-lavori-per-expo-e-di-connivenza-alla-milanese/">Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</a></p>
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<div>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></div>
<div id="_mcePaste">Procediamo con ordine.  Le ultime tre settimane sono state fondamentali per comprendere quello che si sta preparando al tribunale di Milano, quale sarà lo scenario a cui assisteremo nei prossimi mesi. Lunghi anni di indagini su moltissimi fronti separati stanno infatti cominciando a portare i primi frutti. Si comincia a intravedere quella che sarà una stagione durissima di condanne alla mafia lombarda, simile a quella degli anni Novanta, gli anni dei maxiprocessi per mafia al tribunale di Milano, quelli che comminarono migliaia di anni di carcere agli affiliati alle cosche.</div>
<div id="_mcePaste">Quello che viene fuori dai recentissimi eventi è da un lato un manuale della perfetta infiltrazione nel tesoro dell’Expo e dell’altro la fotografia di una classe di imprenditori, quelli lombardi, che non solo non denuncia affatto e mai, ma che spesso preferisce la collusione per motivi di affari.<span id="more-36036"></span></div>
<div id="_mcePaste">Negli ultimi venti giorni, infatti, il tribunale di Milano ha sancito, se ce ne fosse stato bisogno, con una sentenza di primo grado per associazione mafiosa nel processo Cerberus e con la recentissima ordinanza di custodia cautelare in carcere per tutto il clan Valle (legato a doppio filo al potentissimo clan dei De Stefano, protagonista della sanguinosissima faida da centinaia di morti con il clan Condello e di nuovo imputato adesso a Milano di associazione mafiosa, oltre che di estorsione, usura e intestazione fittizia di beni), che il sindaco Moratti e le autorità si sbagliavano quando negavano l’esistenza della mafia nell’ex capitale morale del Paese e quando si scioglieva frettolosamente la neonata commissione antimafia che avrebbe dovuto cercare di vegliare sul promesso tesoro dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Il processo Cerberus ha visto la luce alla conclusione dell’omonima inchiesta condotta dal Gico della Guardia di Finanza di Milano che ha eseguito otto arresti su ordine del gip di Milano Piero Gamacchio. Otto arresti che tagliano la testa a uno dei più potenti clan lombardi, quello dei Barbaro-Papalia, che dominano il settore del cemento nell’hinterland milanese: il boss Domenico Barbaro, detto Mico l’australiano, i figli Salvatore e Rosario Barbaro, Pasquale Papalia (figlio del super boss Antonio Papalia) già condannato con rito abbreviato, Mario Miceli, Maurizio De Luna (che ha scelto il rito abbreviato), Maurizio Luraghi e la moglie Giuliana Persegoni. L’accusa è, appunto, di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata all&#8217;estorsione, al porto abusivo di armi e al riciclaggio di denaro. L’11 giugno 2010 la sentenza di primo grado letta dal giudice Aurelio Barazzetta dà ragione quasi su tutto all’impianto accusatorio della pm Alessandra Dolci, e condanna a 9 anni di carcere Salvatore Barbaro, ritenuto il “promotore” dell’associazione mafiosa, a 7 anni Mico l’australianoe l’altro figlio, Rosario. 6 anni di carcere, invece, per Mario Miceli. Ma, insieme a loro, in quella che è una sentenza destinata a fare storia, c’è Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che ha recentemente avuto le telecamere di Annozero a disposizione per giurare la sua innocenza (nonostante l’esistenza di intercettazioni ambientali in cui lui, parlando con i Barbaro, si dice commosso per aver tirato su insieme a loro tutto l’hinterland sudovest di Milano), che è stato condannato a 4 anni e 6 mesi per le attenuanti generiche, mentre sua moglie è stata assolta per non aver commesso il fatto. Sono decaduti il reato di estorsione e quello dell’uso delle arimi. Quindi, questa sentenza, che sancisce come gran parte del ciclo del cemento (dai lavori di scavo a quelli di movimento terra, al nolo a freddo e al nolo a caldo, all’intermediazione edilizia) dell’hinterland milanese sia stato per anni in mano ai Barbaro-Papalia, sancisce anche il ruolo di un imprenditore lombardo come parte attiva all’interno dell’associazione mafiosa. Chi ha seguito le fasi dibattimentali del processo, come chi scrive, ha in mente benissimo le negazioni di tutti gli altri imprenditori sentiti come testi dall’accusa e dalla difesa. Tutti, senza eccezioni, hanno negato qualsivoglia attività intimidatoria o estorsiva da parte del clan. Che però è poi stata sancita dalla sentenza.</div>
<div id="_mcePaste">Al processo Cerberus sono poi legate altre due indagini, che scaturiranno in altrettanti processi. Nel novembre 2009, infatti, scatta il seguito dell&#8217;inchiesta Cerberus con l&#8217;operazione Parco Sud che porta in cella, tra gli altri, anche gli imprenditori Andrea Madafferi e Alfredo Iorio, accusati di essere il braccio economico-finanziario del clan. Cattura anche per i calabresi Antonio Perre, detto totò &#8216;u cainu, e Domenico Papalia, il figlio minore del boss Antonio, sfuggiti all&#8217;arresto e tuttora latitanti.</div>
<div id="_mcePaste">Il 22 febbraio del 2010, poi, è la volta dell&#8217;operazione Parco Sud II, quella che ha visto gli arresti eccellenti tra i politici: sono scattate le manette anche per l&#8217;ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini e l&#8217;assessore del Pdl Michele Iannuzzi.</div>
<div id="_mcePaste">Stessi scenari, dunque: mafiosi in associazione mafiosa con imprenditori, e in alcuni casi con uomini politici. Niente di nuovo? Tutto nuovo, invece, perché questo segna e deve segnare nella coscienza dei cittadini lombardi un cambiamento di rotta, una conquistata consapevolezza del ruolo di alcuni imprenditori e politici. Sono sentenze su cui è obbligatorio riflettere anche alla latitudine padana.</div>
<div id="_mcePaste">Arriviamo a qualche giorno fa, con l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della pm Ilda Bocassini della DDA di Milano. In cella il clan Valle che, secondo l’accusa, si sarebbe procurato un enorme patrimonio poi rinvestito in almeno 15 società (immobiliari, edili, ristorazione, locali notturni, videopoker) con la sola usura ed estorsione. Centinaia gli imprenditori e i commercianti vittime dell’estorsione. 138 immobili sequestrati, 15 aziende, per un totale di circa 8 milioni di beni.</div>
<div id="_mcePaste">Ma, di nuovo, sono le durissime parole del pm Bocassini che devono far riflettere i cittadini lombardi, e devono segnare una importante svolta. “Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato” dice Ilde Bocassini. “Nel Sud c&#8217;è una speranza, nel Nord non c&#8217;è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia.” E ancora: “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a Siderno, a San Luca. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato.” Le parole più dure il procuratore aggiunto le riserva proprio agli imprenditori che non hanno denunciato. linea della procura sarà durissima. casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c&#8217;è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.”</div>
<div id="_mcePaste">È infatti evidente dalla natura del reato, l’usura, che questo trova linfa vitale proprio in forti momenti di crisi economica e di mancanza di liquidità. Ecco, allora, che le ‘ndrine fanno ciò le banche non possono più fare. Le banche, il polmone dell’economia lombarda. “Perché gli imprenditori non denunciano?”, chiedo al pm Bocassini. “In molti casi perché così a loro conviene”, è la secca risposta.</div>
<div id="_mcePaste">Una risposta che certo non mette tranquillità, quando pare che stiano per arrivare i fondi, i 24 miliardi, per l’Expo. E infatti questa operazione, oltre a essere un manuale di mafia tradizionale, “esattamente come opera la Casa Madre” calabrese (per tutti gli elementi attinenti alla villa bunker di Cisliano, “La Masseria”, dotata di decine di telecamere, cani rotweiler, sensori, allarmi e una studio di osservazione audio-video con cui 24 ore su 24 i luogotenenti del boss Franscesco Valle si assicuravano di poter percuotere e picchiare indisturbati i debitori, e per le vedette che sono arrivate anche a seguire per 20 chilometri l’auto di un poliziotto in borghese per poi fermarlo e chiedergli perché fosse passato due volte lì sotto) è un manuale di infiltrazione nei lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">Dice l’ordinanza di custodia cautelare in carcere: “La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati, nrd) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l&#8217;area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all&#8217;amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. Citiamo anche una delle intercettazioni che sole, data l’assenza totale di denunce, hanno portato alla conclusione della difficilissima operazione. dice: “Minchia, meglio di Davide che è a Pero&#8230; cosa dobbiamo avere?”. Dalle intercettazioni, si legge ancora nell&#8217;ordinanza, “è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all&#8217;interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori”. E in un&#8217;informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia “si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l&#8217;avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari”.</div>
<div id="_mcePaste">Tutti questi procedimenti penali, a cui si aggiungono il processo Ortomercato e il processo Isola, e destinati a crescere esponenzialmente nei prossimi mesi, dovrebbero far comprendere ai cittadini milanesi e ai lombardi l’importanza della scelta civica della denuncia, fondamentale strumento per non sperperare il tesoro destinato ai lavori dell’Expo.</div>
<div id="_mcePaste">E certo è difficile dimenticare il contributo arrivato nel processo Cerberus dall&#8217;ex sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera, più volte minacciato e oggi alla guida dell&#8217;opposizione, che ha raccontato tutte le minacce subite, le auto bruciate, le famose tre croci lasciate in un prato accanto al Comune durante i giorni dell&#8217;approvazione del Pgt. Un tributo di tenacia e di coraggio fondamentali per la sentenza di condanna ai Barbaro-Papalia.</div>
<div id="_mcePaste">“Senza denunce il nostro lavoro diviene molto più difficile. Ci possiamo appoggiare solo sulle intercettazioni telefoniche e ambientali” tuonano le parole del procuratore aggiunto Bocassini.</div>
<div></div>
<div id="_mcePaste"><em>Pubblicato in forma ridotta su L’espresso</em></div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/manuale-di-infiltrazione-nei-lavori-per-expo-e-di-connivenza-alla-milanese/">Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</a></p>
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		<title>A Milano la mafia non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Due cuori e una casa popolare. Potrebbe essere una calzante descrizione della capitale morale d&#8217;Italia. Milano possiede due cuori: il primo, splendido, in bella mostra nelle vetrine di design delle vie del centro, o affannato a stringere la ventiquattore nelle strade adiacenti a piazza Affari.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/10/a-milano-la-mafia-non-ce/">A Milano la mafia non c&#8217;è</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #262626;">di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></span></p>
<p>Due cuori e una casa popolare. Potrebbe essere una calzante descrizione della capitale morale d&#8217;Italia. Milano possiede due cuori: il primo, splendido, in bella mostra nelle vetrine di design delle vie del centro, o affannato a stringere la ventiquattore nelle strade adiacenti a piazza Affari. L&#8217;altro, dimenticato, straccione e volgare, delle periferie.</p>
<p>Tutta la cerchia della periferia milanese, a 360 gradi, è circondata da case popolari, nella maggior parte dei casi decadenti, gli stucchi cascanti o scrostati, casermoni enormi in cui vivono moltissime famiglie ammassate, i grandi cortili conosciuti dai commissariati locali come liberi luoghi di spaccio.</p>
<p>Ma le case popolari sono anche business. Affari per le cosche mafiose che abitano la zona, e che &#8220;vendono&#8221; per cifre fino a 4000 euro l&#8217;ingresso negli appartamenti, e in alcuni casi si fanno pagare affitti fino a 300 euro al mese. Vittime sono soprattutto gli anziani, che hanno paura ad allontanarsi dalla loro abitazione per paura che venga occupata, e così non si fanno ricoverare in ospedale, non vanno in vacanza.<span id="more-33887"></span></p>
<p>Partendo da sudest e procedendo a 360 gradi, la periferia è in mano a molti clan. I siciliani di via Solomone, in zona Rogoredo; i pugliesi e i calabresi di via Stadera e via Costantino Baroni; i clan calabresi del Giambellino, nella zona di via Vespri Siciliani, via Bruzzesi e via Bellini; ancora i clan calabresi e siciliani a Baggio, in via degli Ippocastani e via Latici; i calabresi e i casertani di Quarto Oggiaro, in via Pescarella e via Lopez, e infine tutte e quattro le matrici mafiose della zona Niguarda, proprio di fronte all&#8217;ospedale maggiore: i clan calabresi in via Villani, i napoletani in largo Rapallo, i pugliesi in via Ciriò e i siciliani di via Luigi Monti.</p>
<p>Questa ricognizione è frutto del lavoro di un&#8217;associazione dal nome eloquente: &#8220;Sos Racket e Usura&#8221;. Associazione che ha riaperto lo scorso 22 aprile in piazzetta Capuana a Quarto Oggiaro. Luogo simbolo dello spaccio e del racket delle case popolari. Un&#8217;ampia piazza che sovrasta una distesa di box chiusi anni fa, dove l&#8217;Aler &#8211; la società regionale che gestisce gli alloggi popolari &#8211; ora sembra voler creare una palestra sotterranea.</p>
<p>Alle tre del pomeriggio del 22 aprile scorso, sotto il porticato di piazza Capuana, sulla sinistra, una scrivania, con un telefono che non si attacca da nessuna parte, il cavo pende tronco dal ripiano. E un grande striscione bianco: &#8220;Sos Racket e Usura&#8221;. Per monitorare le attività di racket, pizzo e usura delle cosche nelle zone popolari di Milano l&#8217;associazione si serve di un metodo tanto semplice quanto invasivo: questionari consegnati casa per casa e nelle attività commerciali, e da restituire via mail o fax, in maniera del tutto anonima. &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; rimarrà a Quarto Oggiaro fino al 13 maggio, poi farà il giro delle periferie, dalla zona Niguarda, al Giambellino, poi viale Padova, viale Monza e viale Sarca.</p>
<p>L&#8217;associazione, con a capo Frediano Manzi, ha riaperto i battenti, ma si fa per dire, perché le mura non ce le ha. Il 7 febbraio scorso era stata costretta a sbaraccare per la totale indifferenza delle istituzioni milanesi. Una chiusura completa da parte di Palazzo Marino, nonostante la quale in questi 2 mesi e mezzo i cittadini hanno continuato a denunciare attività illecite all&#8217;associazione, e a chiederne con centinaia di lettere e mail la riapertura.</p>
<p>E il 18 aprile scorso sono stati sparati 8 colpi di arma da fuoco contro il bar latteria di proprietà di una delle cosche coinvolte proprio nel racket delle case popolari, i Pesco. Cosa che potrebbe indicare un riassetto delle dinamiche in zona Niguarda, ora che il clan è sotto processo.</p>
<p>&#8220;A differenza di Palermo e Catania, per esempio, a Milano il sindaco nega la sede all&#8217;unica associazione antiracket. Avendo fatto noi 4 denunce contro l&#8217;Aler (la società che gestisce le case popolari, ndr), eravamo incompatibili con l&#8217;assegnazione da parte dell&#8217;amministrazione comunale di una sede. E la responsabilità è di una sola persona&#8221;, spiega senza mezzi termini Frediano Manzi. &#8220;Noi siamo fieri di avere una sede come questa, perché rispecchia la Milano vera che si tiene nascosta: quella dei quartieri popolari. La Milano di gente per bene che vive nei quartieri più poveri e che non ha mai smesso di fare segnalazioni, a cui puntuali sono seguite le nostre denunce alle autorità. Come gli anziani, che hanno paura di andare in ospedale o in vacanza per timore che la propria casa venga occupata&#8221;.</p>
<p>Di questo si tratta. Le cosche che si occupano dell&#8217;affare vendono gli appartamenti statali. Per entrare bisogna pagare somme fino a quattromila euro, e in alcuni casi &#8211; solo per gli stranieri &#8211; anche un affitto mensile fino a 300 euro, oltre all&#8217;istigazione dei residenti all&#8217;aggressione verso gli agenti, in caso di sgombero, come ha spiegato il capo della squadra Mobile, Alessandro Giuliano. Agendo in questo modo, poi, le famiglie si garantiscono anche il pieno controllo del territorio, preparato così per lo spaccio di droga, di cui parlano anche i cittadini, riguardo a piazzetta Capuana di Quarto Oggiaro: &#8220;È pieno di ragazzini di 12 o 13 anni che girano in bicicletta, soprattutto di sera, e che avvisano i grandi se per caso dovesse passare qualche auto della polizia&#8221;. Come in &#8220;Gomorra&#8221;, ma a Milano.</p>
<p>Il lungo lavoro di &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; ha portato finora un risultato concreto, oltre agli sgombri ai danni della famiglia Pesco &#8211; ma si spera che presto si potranno vedere altri frutti di questo duro lavoro sul territorio: il processo al clan palermitano dei Pesco-Priolo-Cardinale, in cui lo stesso Manzi è testimone. Il clan fu incastrato da un video in cui un uomo dell&#8217;associazione, oggi in incognito, fingeva di avere urgente bisogno di un&#8217;abitazione, e si rivolgeva per questo a Giovanna Pesco, donna del clan, detta &#8220;la Gabetti&#8221;: &#8220;Era stupefacente l&#8217;assoluta tranquillità con cui tutta l&#8217;operazione si è svolta&#8221;, dice l&#8217;uomo: &#8220;La sensazione di totale controllo del territorio, la certezza che nulla sarebbe mai venuto fuori. Uno stato d&#8217;animo di convinzione di una grande copertura. Di affari che sono durati per anni e anni nella convinzione che nulla sarebbe mai stato scoperto&#8221;.</p>
<p>Le accuse per il clan che ha continuato a svolgere indisturbato i suoi affari per 13 anni sono di associazione per delinquere finalizzata all&#8217;occupazione abusiva e occupazione abusiva continuata di un quarto delle case popolari del popolare quartiere di Niguarda, proprio di fronte all&#8217;ospedale. &#8220;Il pm Antonio Sangermano mi ha domandato esplicitamente se, prima della nostra denuncia, noi avessimo fatto esposto alle autorità sulla situazione&#8221;, dice Frediano Manzi. &#8220;E la mia risposta è stata affermativa: il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutti i gruppi consiliari. Lo sapevano tutti, e nessuno è intervenuto. Voglio citare anche l&#8217;esposto risalente al 1997 di 9 cittadini di via Luigi Monti al Comune di Milano. Quell&#8217;esposto lo dice chiaro e tondo: la cosca Pesco-Priolo-Cardinale spaccia e fa racket degli alloggi almeno da quella data, e si è resa colpevole, tra l&#8217;altro, in quel periodo, di 5 omicidi per tossicodipendenza e un suicidio&#8221;.</p>
<p><span style="color: #262626;">A oggi l&#8217;attività di &#8220;Sos Racket e Usura&#8221; e dei suoi coraggiosi volontari ha permesso di denunciare alle autorità competenti centinaia di casi di usura, pizzo e racket delle case popolari a Milano, cavando fuori a fatica briciole di omertà ai suoi cittadini.</span></p>
<p><em><span style="color: #262626;">Articolo pubblicato su L’espresso il 4/5/2010</span></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/10/a-milano-la-mafia-non-ce/">A Milano la mafia non c&#8217;è</a></p>
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		<title>Il silenzio complice</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 11:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
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<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».</p>
<p>Molti della nostra generazione (al sud, almeno)  sono cresciuti con questi insegnamenti, se ne sono nutriti, ne hanno fatto parte integrante della propria identità, li hanno sentiti deflagrare in rabbia e frustrazione dopo le bombe delle stragi del &#8217;92.<span id="more-33014"></span></p>
<p>Alcuni, sulle mafie, hanno scritto in modo diretto, pagando sulla propria pelle una tale scelta (da Lirio Abbate a Roberto Saviano), altri hanno contrapposto alla mistificazione, all&#8217;arroganza e alla sopraffazione sguardi più umani e perplessi sull&#8217;esistenza, o lucidi e disincantati (anche questi sono modi di servire la verità), altri ancora hanno combattuto la loro battaglia contro le mafie con gesti e comportamenti ispirati alla legalità, al rispetto dei diritti civili e umani, alla libertà di pensiero ed espressione, altri ancora si sono spesi per contrastare sul campo il fenomeno mafioso, le sue infiltrazioni e ramificazioni nel tessuto sociale, economico, politico e culturale di questo paese.</p>
<p>La lotta contro le mafie è lotta di libertà, non solo di legalità. È diritto all&#8217;autodeterminazione lì dove la mafia controlla uomini e cose, territori e ricchezze, coscienze e destini non solo individuali ma collettivi. È battaglia di dignità. Si fa in mille modi — sul piano investigativo-giudiziario, sul piano sociale, sul piano economico-finanziario, sul piano culturale&#8230; — e tutti i modi, anche i più quotidiani, concorrono a indebolirla. Questo ha significato la nascita di Addiopizzo in Sicilia, ad esempio: la questione del pizzo è questione che riguarda tutti anche i consumatori, — dicono i ragazzi di Addiopizzo — le responsabilità sono condivise, e per questo sottomersi a pagare il pizzo è questione che riguarda  non «individui», ma un intero popolo «senza dignità».</p>
<p>Solo una cultura anti-mafiosia (con tutto quel che implica l&#8217;essere contro la sub-cultura mafiosa) condivisa e intessuta alle maglie stesse della società, solo una grande mobilitazione sociale e culturale può liberare dalle mafie questo paese. Lo hanno detto e ripetuto tutti coloro che hanno lottato sul fronte investigativo-giudiziario la mafia, lo ha detto, ad esempio, Dalla Chiesa quando convocò molti presidi di Palermo (c&#8217;era anche mio padre tra quei presidi) e chiese loro un sostegno dai loro avamposti educativi: le scuole. Temeva l&#8217;isolamento, Dalla Chiesa, e sapeva quanto potesse fare la scuola sul piano culturale, appunto.</p>
<p>Oggi lo sanno pure i bambini, quei bambini che in molte scuole del sud soprattutto, studiano «legalità» e «cittadinanza».</p>
<p>Lo sa mia figlia, che ha nove anni, e come lei tutti i suoi compagni. A scuola, una scuola del sud appunto in una zona di frontiera, gliel&#8217;hanno insegnato.</p>
<p>E con scandalo, mia figlia che ha nove anni, mi ha raccontato come nel documentario sulla cattura dei Lo Piccolo un signore anziano, al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse della cattura dei più potenti boss di Palermo, abbia risposto: «A me, sinceramente, non mi interessa niente, ma se dobbiamo parlare di qualche cosa, parliamo di questi alberi qua&#8230; lo vede come sono combinati? È una vegona!». Ecco mia figlia lo sa che «parlare degli alberi del giardino» per non parlare di mafia è una forma di connivenza. La più subdola, quella che più compromette il lavoro di chi la mafia la combatte sul piano investigativo e giudiziario (a costi altissimi). E lo sa anche la mafia, che infatti ha punito anche con la morte chi ha osato portare avanti un&#8217;educazione all&#8217;antimafia in zone di forte controllo mafioso, come è accaduto al mio professore di religione Pino Puglisi. Il meno «eroico» dei miei professori. Il più umano.</p>
<p>Che dunque il Presidente del Consiglio  voglia farci tornare al silenzio isolando Roberto Saviano non è solo uno «sfregio» alla parte migliore di questo paese, ma un vero e proprio oltraggio anche ai nostri figli e al loro futuro.</p>
<p>Forse è il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio nonché proprietario di case editrici come Einaudi e Mondadori, che Roberto Saviano – come tutti coloro che sono cresciuti sapendo che «il silenzio», «L&#8217;isolamento di chi combatte e denuncia la mafia», «la tolleranza verso la sub-cultura mafiosa» sono tutte forme di «complicità» – è erede di una grande e nobile tradizione di scrittori che hanno contribuito alla crescita civile di questo paese.</p>
<p>È il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio, che il primo scrittore che ha posto la questione della mafia come questione nazionale, facendo conoscere alla più vasta opinione pubblica il fenomeno mafioso e le sue connivenze politico-economiche, spezzando così per la prima volta il velo di omertà che ha sempre garantito la mafia, si chiamava Michele Pantaleone. E che libri capitali come <em>Mafia e Politica</em> o <em>Mafia e droga</em>, Michele Pantaleone li ha pubblicati proprio in Einaudi negli anni Sessanta, negli anni del sacco di Palermo, negli anni di Lima e Ciancimino, negli anni in cui la politica nazionale o si girava dall&#8217;altra parte o trafficava (tramava) con la mafia, compromettendo lo sviluppo civile, economico, politico non solo del sud ma dell&#8217;Italia tutta. E Michele Pantaleone, tra le altre cose, scriveva che i «travestimenti» che assume un fenomeno inquinante del nostro sistema come la mafia si dovrebbero anzitutto combattere con la «trasparenza» delle attività politiche ed economiche. Con la <em>trasparenza</em> e la <em>conoscenza</em>, visto che Michele Pantaleone dedicò tutta la vita a indagare e far conoscere il più possibile quanto pesasse la mafia nel nostro paese, quanto fosse radicata e ramificata. Una battaglia di civiltà combattuta accanto a intellettuali come Danilo Dolci e Carlo Levi.</p>
<p>Ebbene, sono intellettuali e scrittori così i padri spirituali cui molti di noi scrittori italiani (in Mondadori, in Einaudi come in qualsiasi altra casa editrice) si ispirano e che, oggi, in Roberto Saviano trovano una coraggiosa continuità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
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		<title>Sciascia, ieri, oggi e domani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/07/sciascia-ieri-oggi-e-domani-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 11:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>(da «<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&#38;id_blogdoc=2461873&#38;yy=2010&#38;mm=03&#38;dd=25&#38;title=raivergogna_assolto_masi_raipe">il Fatto Quotidiano</a>» &#8211; giovedì 25 marzo 2010)</p>
<p>(RI)LETTURE</p>
<p><strong>Lo scrittore siciliano e l&#8217;«infezione» di quest&#8217;Italia</strong></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>C’è un libro di Sciascia di cui è rimasto impresso nella mente anche di chi non lo ha mai letto un passaggio cruciale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/07/sciascia-ieri-oggi-e-domani-2/">Sciascia, ieri, oggi e domani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>(da «<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2461873&amp;yy=2010&amp;mm=03&amp;dd=25&amp;title=raivergogna_assolto_masi_raipe">il Fatto Quotidiano</a>» &#8211; giovedì 25 marzo 2010)</p>
<p><span style="color: #ff0000;">(RI)LETTURE</span></p>
<p><strong>Lo scrittore siciliano e l&#8217;«infezione» di quest&#8217;Italia</strong></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>C’è un libro di Sciascia di cui è rimasto impresso nella mente anche di chi non lo ha mai letto un passaggio cruciale. Le parole pronunciate da don Mariano Arena riguardo all’umanità, fatta – secondo questo «galantuomo&#8230; amato e rispettato da un paese intero» – di «uomini, mezz’uomini, ominicchi, cornuti e quaquaraquà». Una visione pronunciata con la protervia di chi si arroga il diritto di decidere della vita e della morte di altri individui, al di fuori della legge dello Stato, o meglio, secondo proprie leggi: chi è un quaquaraquà, nel territorio sottoposto alla giurisdizione di don Arena e dei suoi sgherri, è condannato a morire di morte violenta, come chi non si adegua, d’altro canto. Che questo giudizio pronunciato da un capomafia potentissimo e intoccabile sia finito per diventare non solo la citazione più famosa di un libro come <em>Il giorno della civetta</em>,  ma quasi un modo tutto sommato consueto di apostrofare uomini e comportamenti è un fatto abbastanza incredibile, a pensarci bene, quasi la dimostrazione di come sia sdrucciolevole toccare in forma narrativa un fenomeno come la mafia capace di fagocitare tutto ciò che la riguarda e, per vie esplicite o contorte, rigurgitarlo sotto forma di mito. E infatti Sciascia, consapevole probabilmente del rischio insito in una scelta del genere, non cede mai, in verità, alla tentazione di narrare la mafia, i suoi uomini, le sue vicende, ne definisce piuttosto la grammatica, il linguaggio, la portata delle sue ramificazioni materiali e culturali, la notomizza insomma, analizzando minuziosamente tutti gli aspetti sociali, economici, politici, culturali, antropologici che concorrono a quell’intreccio sotterraneo di interessi e connivenze di cui il fenomeno criminale mafioso è la manifestazione più evidente.<span id="more-32250"></span></p>
<p>Così, se violando qualche veto terapeutico<em> </em>lanciato di recente contro gli scrittori che «portano sfiga» (Sciascia, in primis) da un assessore regionale siciliano in vena di zelante ottimismo, se ci prendiamo la libertà di scegliere quel che, di volta in volta, ci sembra rilevante rileggere per decifrare aspetti della contemporaneità e, con questa attitudine, ritorniamo a un libro come <em>Il giorno della civetta</em>, scopriamo che «nel rovescio» di quella vicenda di indicibili collusioni politico-affaristico-mafiose passa una trama che corre da un capo all’altro dell’opera, e questa trama ha a che vedere con qualcosa che oggi ci riguarda più che mai: il sentimento della legge e l’idea di giustizia connesse profondamente all’idea stessa di libertà. Ed è proprio lì, nella natura di tali sentimenti e idee, che passa il discrimine intanto tra chi, come il capitano Bellodi, serve e fa rispettare «la legge della Repubblica» e chi, invece, alimenta l’idea che la legge non sia «immutabilmente scritta ed uguale per tutti», ma sia piuttosto «assoluta irrazionalità&#8230; a ogni momento creata da colui che comanda&#8230; da chi ha la forza insomma». Un concetto che, nel corso del libro, Sciascia declina in tutte le sue implicazioni e conseguenze facendone la radice malata da cui scaturisce il «sentire mafioso» assunto come «regola di vita, dei rapporti sociali, della politica» e, in ultima analisi, il male oscuro che cova in tutto il paese, soprattutto in quella «borghesia che assumeva la mafia quasi come un’ideologia». Il paese e la borghesia, certo, così come li vedeva lo scrittore nella lontana estate del 1960. Altri tempi, altre circostanze&#8230; che, indagati attraverso una vista lucidissima adombrano substrati di collusione tra poteri e mafia inverosimili (potere politico, clericale, economico, giudiziario) e, in questa inverosimiglianza, incredibilmente attuali (come sembra stia ritornando <em>attuale</em> il costume di negare le mafie, se è vero che anche il prefetto Valerio Lombardi si sia lasciato andare a inopinate considerazioni sull’inesistenza delle mafie in quel di Milano&#8230; lì dove lui, prefetto di Milano, appunto, dovrebbe vegliare più che mai).</p>
<p>Così, se seguiamo questo filo di riflessioni sulla «legge che nasce dalla ragione ed è ragione» (non amore, non odio, non compassione, né benevolenza&#8230; verrebbe da precisare in questi nostri tempi confusi di <em>eserciti del bene</em> contrapposti a <em>eserciti del male</em>, di <em>eserciti dell’amore</em> contrapposti a <em>eserciti dell’odio</em>&#8230;), se seguiamo dunque questo filo ininterrotto di pensieri, non sembra affatto un caso che nel cuore del libro s’innesti una nota sul pericolo insito in ogni tentazione di spezzare l’«angustia» cui costringe la legge, sospendendo anche in via del tutto eccezionale le «garanzie costituzionali» per sradicare persino il male dei mali, come è accaduto in Sicilia durante la repressione del prefetto Mori, la Sicilia «che, sola in Italia, – scrive Sciascia, – dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni» (la libertà, a ben guardare, che alcune forze politiche, la Lega in testa, oggi pericolosamente vagheggiano). Una libertà – nota Sciascia – costata tutte le altre libertà. Uno spaventoso compromesso cui può rassegnarsi solo un popolo che si è assuefatto a concepire e sperimentare «l’autorità», non come «strumento da usare con precauzione, con precisione, con sicurezza» secondo «una legge immutabile e uguale per tutti», ma come «arbitrio», sia nella forma del sopruso sia nella forma del più soggettivo, e dunque arbitrario, senso della giustizia riservato a pochi «uomini di pace» che si arrogano il diritto o si conquistano il consenso per amministrare la legge in deroga a tutte le leggi (e i principi costituzionali). Ed è proprio questo quel che fa don Mariano Arena, di quegli «uomini rispettati&#8230; per il loro saper fare, per la capacità che hanno di comunicare&#8230;». E questa deroga, questa difformità, parziale o totale da quanto stabilito da una legge, da un regolamento, sembra dire Sciascia, è ciò che permette appunto a uno come don Mariano Arena di sostenere che «il popolo, la democrazia&#8230; sono belle invenzioni: da gente che sa mettere una parola sull’altra e tutte le parole sulla schiena dell’umanità»; questa deroga è ciò che trasforma chi governa in «chi comanda», e le leggi fatte da chi comanda in benefici di cui «godere» stando dalla parte, o «infilandosi» tra coloro che comandano, a tutti i livelli e in ogni ambito, per tessere una trama di amicizie e interessi economici insospettabili (quelle che oggi chiameremmo «cricche»). Questa deroga sistematica e capillare è, insomma, la vera profonda radice del male con cui è costretto a fare i conti, e contro cui oppone la sua semisolitaria resistenza, il capitano Bellodi, uomo del nord, emiliano, «per tradizione familiare repubblicano», uomo di legge che svolge il suo mestiere con «la fede, – scrive Sciascia – di un uomo che ha partecipato a una rivoluzione (la resistenza <em>nda</em>) e dalla rivoluzione ha visto sorgere la legge&#8230; che assicurava libertà e giustizia, la legge della Repubblica». Quella legge costituzionale che fa della libertà qualcosa non solo di profondamente diverso dalla «felice aerea libertà di una bolla di sapone», ma qualcosa di profondamente antitetico, anzi di inconciliabile con qualsiasi libertà che si accompagni a un’idea particolaristica della libertà o addirittura promozionale&#8230; Come lo è, particolaristica e promozionale (almeno negli slogan), quella forma di libertà che oggi sono chiamati a «diffondere» – quasi fosse un prodotto finanziario, un investimento a buon rendere – i <em>promotori della libertà</em>, promotori di diritti e interessi sempre preceduti da un qualche aggettivo possessivo, «i tuoi», «i miei», «i nostri».</p>
<p>Eppure è proprio quest’idea della libertà e dei diritti intesi come prerogativa di alcuni e non di tutti, quest’idea della legge come arbitrio o interpretazione particolaristica, come stato umorale, pensiero individuale o di parte, che fa della Sicilia raccontata da Sciascia una terra dove la legge suscita paura, rassegnazione, rabbia e, di contro, sopraffazione, impunità, appetiti individuali o di comitati d’affari. È questa idea di legge che il capitano Bellodi non si rassegna ad accettare nella consapevolezza che solo nel rispetto di uno stato di diritto passa il rispetto per l’uomo, il rispetto per l’uomo, sì (attitudine etica e rigore deontologico che gli varrà addirittura la considerazione di uno come don Mariano Arena).</p>
<p>Così, guardando oggi allo <em>stato presente dei costumi degl’Italiani</em>, suonano quasi profetiche alcune considerazioni con cui si chiude <em>Il giorno della civetta</em>: «bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia»; «forse tutta l’Italia va diventando Sicilia&#8230;». A quelle considerazioni seguiva una «fantasia»: s’immaginava una sorta di «linea degli scandali» che saliva su per l’Italia come «la linea della palma», il clima propizio alla vegetazione della palma che da sud si andava spostando pian piano verso nord&#8230;</p>
<p>Ora, oggi, in Sicilia, però, c’è una fatto nuovo. E il fatto nuovo, che potrebbe suscitare altre «fantasie» forse troppo funeste, troppo di malaugurio (ci perdonino dunque gli alabardieri dell’ottimismo) è che nel tronco delle palme, di un numero sterminato di palme, un coleottero, il punteruolo rosso, ha deposto da tempo, di nascosto, centinaia di uova. Le uova si sono schiuse, le larve hanno preso a muoversi verso l’interno dei tronchi, divorando i tessuti fibrosi, scavando tunnel e cavità sempre più grandi sino a svuotare i fusti, sino a infestare qualsiasi parte della pianta. Così oggi, in Sicilia, beh, un numero sterminato di palme ormai è collassato. In Sicilia, oggi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/07/sciascia-ieri-oggi-e-domani-2/">Sciascia, ieri, oggi e domani</a></p>
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		<title>Nella bocca di Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 07:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuse<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"></a>ppe Catozzella</strong></p>
<em>&#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto.&#8230;</em><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/nella-bocca-di-milano/">Nella bocca di Milano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuse<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-30737" title="Dioli_minaccia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ppe Catozzella</strong></p>
<div><em>&#8220;Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.&#8221;  </em>Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010</div>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Dioli_minaccia.jpg"></a></p>
<p>Sta nella bocca, il male risiede nella bocca. Come la lingua, come l’ostia sconsacrata che ti mangi, che ti succhi, che ti tocchi con la lingua. Risiede dentro la bocca, il male: come il verbo.</p>
<p>La prima cosa che fa è sorridermi. Mi sorride di un sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, lo tira con due dita, come dal dentista: come una pernacchia. Mi mostra il dente che gli hanno spaccato, a luglio. Nella bocca, risiede il male. In due, lo hanno menato. Gli hanno detto: &#8220;Ti ammazziamo stronzo. Questo è perché così non te lo scordi&#8221;. Quella era la quarta minaccia, poi è arrivata la quinta. Cinque, le minacce. A morte. A non parlare più.</p>
<div><span style="color: #1f1f25;">La <em>Scrittura </em>te lo dice: &#8220;Non nominare Dio&#8221;. Non: &#8220;invano&#8221;. Togli proprio il nome, il Dio non nominarlo, non ti provare. Morte a te. La tentazione, la morte segnata, giurata: il tuo cedimento alla nascita. L’anagrafe.<span id="more-30267"></span></span></div>
<div>Eppure. Il primo dio che nomini è la pelle che ti porti addosso, aggrappata ai tuoi stessi nervi. Il primo dio che nomini è il cane che ti azzanna alla gola quando ti rigiri dall’altra parte, sul materasso. Il secondo dio che nomini sono i nervi. I nervi cuciti nella fibra del tuo Paese. Cuciti male, cuciti in fretta. Attaccati sopra. Nascosti sotto uno strato troppo sottile di pelle. Il male: il male naturale. Il terzo dio che nomini sono i nervi che ti prudono, sottopelle, e tu non li raggiungi. Il terzo dio che nomini te lo porti dentro come un cancro. Come il cancro. Il terzo dio che nomini è l’occhio che ti prude da dentro. È l’occhio che non puoi raggiungere. Il terzo dio che nomini è il male che tu sei quando t’inginocchi davanti all’altare. Il quarto dio che nomini è quello che piangi tutte le notti dopo la preghiera della sera. La preghiera dei giusti. Il quinto dio che nomini è tutto il male che ti spinge a fare il bene. Cinque, le minacce. A non parlare più. Gli hanno anche bruciato la casa.</div>
<p>Micco Spicola. Un lavoro all’Ortomercato, al porto di Milano, un contratto a termine, 50 e passa anni, tanti anni, quelli rimasti dietro la bile che scola, la bile che continua a scolare da sola, quando lui si gira dall’altra parte, quando urla, quando grida nel megafono, quando parla piano per i clandestini che non capiscono subito che sono schiavi, poi dopo che glielo urla anche loro lo sanno, lo sanno che 3 euro sono poche, e poi lo dicono, lui, sindacalista, addetto al controllo della marea alta di cooperative di facchinaggio che preparano ogni notte la torta da 3 milioni di euro fumante alla mattina dentro il mercato più grande d’Italia, il porto franco più grande d’Italia. Tutte le notti, in via Lombroso, nel quartiere di spaccio prostituzione clandestini ’ndrangheta, nella zona Corvetto, la zona del re, la zona del <em>For a King</em>, il locale aperto come una ferita purulenta proprio sotto l’Ortomercato, inaugurato da Antonio Paolo, il socio in affari e prestanome del boss della cosca calabrese di Africo, Salvatore Morabito.</p>
<p>Tutte le notti, al primo piano, tra le onde che vanno e che vengono dei lunghissimi tir che continuano a non rispettare le norme antimafia. Dei tir che entrano, una processione infinita di carne, pesce, di frutta, verdura, di clandestini, di caporali, di 3 euro l’ora, di lavoro nero, di lavoro grigio, di spaccio di coca. I tir che continuano a scaricare dentro i capannoni, e non fuori, come dovrebbero per il regolamento antimafia. I tir che vanno e che vengono, in una processione oscena di ventri di balena rigonfi, ricolmi dei boli che saranno i nostri sangui, le nostre ossa, le nostre ciglia, i nostri capelli. Dentro, al coperto. Al sicuro. Coprendo anche le nostre arance, le pere, le cicorie, i kiwi, il lattughino, la carne di bovino, il pesce spada, dei fumi di scarico al diesel pesante.</p>
<p>Micco Spicola lo incontro una notte, dopo la sua quinta minaccia di morte, l’immonda collezione del culo che ti si stringe la paura da sotto i pantaloni, che ti prende da sotto e non ti lascia dormire, che ti infilza dolore fin sotto gli occhi, là dove ti prudono i nervi, là dove arrivi solo con un ferro da maglia, o con il catenaccio che ti tieni in macchina, per terrore che vengano a prenderti, che ti ammazzino. La macchina.</p>
<p>La macchina è una Fiat Uno, e noi ci stiamo dentro ore, di notte. La macchina è vecchia, si vergogna, si vede quasi, parcheggiata di fianco ai suv neri lucidi, alle bmw con i cerchi a ragnatela e le gomme larghe. La macchina è blu, e tace. Noi, dentro, a guardare con gli occhi piccoli a tutte le macchine che si fermavano, a uncinargli le carrozzerie, a quelle macchine minacciose. Micco di tic ne ha qualcuno, gli vengono fuori quando non lo sa, quando per un momento non si pensa, non pensa a ciò che gli stringe da dentro i pantaloni. Ogni tanto c’è l’occhio che gli scivola dietro, come a dirsi di stare tranquillo, che il catenaccio è lì. Io ero arrivato e l’avevo trovato nella sua Uno vecchia di tanti anni. Lui mi aveva fatto segno di tic al labbro di sotto e all’occhio destro di scendere dalla mia, di macchina. E mi aveva aperto la sottile portiera. Mi aveva guardato con minaccia, quasi. Non sapeva chi ero. Il terzo dio che nomini gli diceva paura. Una delle prime cose che fa è sorridermi. Mi sorride con quel sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, tirato da parte a parte con i due indici: la pernacchia. Mi mostra il dente che per metà non c’è. Ti ammazziamo, stronzo. Poi subito mi parla di Hasan, che due notti prima aveva incontrato sul piazzale 63 di carico dei furgoni degli acquirenti. Hasan è egiziano, e in Egitto è avvocato. Hasan. Quando mi parla di Hasan gli brillano gli occhi piccoli e verticali di paura. Si gira, si assicura che lo stia ascoltando, che sia lì con lui, che non me ne vada ancora. Hasan, sono tre anni che tutte le notti scarica centinaia di casse dai tir e le ricarica sui bancali che poi vanno a finire ai mercati, ai supermercati, nella mia mano, nel mio piatto, dentro il mio coltello: nella mia bocca. Lavora come una gru con i nervi, lavora nel silenzio e nel buio, non lo vede sua madre, non lo vede soprattutto suo padre. Lui lavora come una gru con i nervi, la polvere sottile del diesel pesante che gli entra dal naso mentre si abbassa e tira su le casse, la polvere sottile al diesel che si deposita sui suoi polmoni, lui lo sa, questo ha un nome, si chiama sfruttamento di lavoro nero, lui in Egitto è avvocato, in Italia un cazzo. E sono tre anni che lavora in nero, perché è clandestino, perché è nero pure lui, è uno di quegli egiziani neri che sembrano senegalesi. Un avvocato clandestino. Poi segue il padrone al mercato, e lì continua a lavorare fino alle tre del pomeriggio. Lavora 15 ore al giorno, Hasan. E i soldi che tira su gli bastano a malapena a vivere. Per cavarsi l’energia per bestemmiare al cielo nero della notte di Milano quanto è puttana la vita. Micco mi raccontava di Hasan e gli passava il tic, si fermava, si sospendeva, gli dava tregua. Parlava di Hasan e si ritrovava, si distendeva.</p>
<p>Poi mi ha portato a vedere il suo ufficio, Micco. La notte prima era arrivato, e di fuori, sul muro e sulla porta aveva visto il sangue. Il suo sangue. A forma di croce, che dice morte. &#8220;Bastardo&#8221; gli hanno scritto. Bastardo con la croce. Un bastardo ancora vivo per non molto. Con la vernice rossa. A non parlare più.</p>
<p>All’Ortomercato di Milano ci sono le cosche della ’ndrangheta. La società che lo gestisce, l’Ortomercato, 450mila metri quadrati, un porto vivo praticamente, più di tremila persone che ogni notte si spaccano la schiena, i facchini si chiamano, una terra di nessuno che rifiorisce ogni notte, come un tubero cacato male, ficcato all’incontrario, nessun controllo, i caporali fuori a reclutare italiani e clandestini, ficcati a sforzo dentro un tir che scarica in un punto cieco oppure direttamente a scavalcare, tanti, ogni notte che scavalcano le inferriate basse, tenute basse come una marea senza energia viva, un’emorragia. Dalla porta 3, poi, dalle tre e mezzo ogni notte si entra anche senza scavalcare, non c’è nessuno a vigilare, niente. Questo lo sanno tutti, basta che chiedi in giro e ti dicono si entra, entrano tutti, dalle tre e mezzo in poi. La società che gestisce l’Ortomercato di Milano si chiama Sogemi, e al 99 percento è di proprietà del Comune di Milano, se ne sta placida all’ombra della Madonna d’oro che dorme alta, che infilza i piccioni.</p>
<p><em>For a King.</em> The king, in questo caso, è Salvatore Morabito, rivale ad Africo di Peppe Morabito, u tiradrittu, uno dei padrini più potenti di tutte le ’ndrine. L’operazione For a King prende il nome dal locale dei velluti raffinati, dal night che Salvatore Morabito aveva fatto costruire proprio nel cuore degli edifici di Sogemi, nella via Lombroso, una delle vie più purulente di Milano, che la Madonna d’oro non la sa. Il primo agosto del 2007 il Gup di Milano dà 13 anni di prigione al rivale du tiradrittu, dopo che la squadra Mobile e la sezione Criminalità organizzata della Questura di Milano avevano sequestrato 250 chili di coca, dopo le indagini della pm Laura Barbaini. Spaccio internazionale, si chiama, questo lo sa pure Hasan. Dal Sudamerica al Senegal, poi Portogallo, Spagna. Italia. Milano. Ortomercato. I locali di corso Como, i locali dell’Arco della Pace. I locali dietro la Scala. Dentro ai nasi. Dentro ai nasi e poi ai polmoni, e poi al sangue, e poi al cervello.</p>
<p>Il processo che si è chiuso troppo in fretta. È la stessa pm Barbaini a dirlo, quando dice di aver &#8220;fatto appena in tempo a firmare la richiesta per dieci arresti, quelli della droga&#8221;. Dieci arresti pesanti, e fuori dal suo ufficio tre angeli custodi della squadra scorte: Salvatore Morabito, Francesco Pizzinga, Antonino Palamara, Pasquale Modafferi, Francesco Bruzzaniti, più un vigile della polizia annonaria e una funzionaria della banca Unicredit. Quel processo andava chiuso. Ma quel processo, piano, è continuato, sono continuate le indagini della procura, come la tana che fa la talpa nascosta, da sotto, quando continua a scavare e nessuno la vede. L’Ortomercato a Milano non è solo il luogo ideale in cui la luce è bandita, è oscena, la notte, il porto franco benedetto, il girone dello schiavismo denunciato in continuazione e mai fermato, la patria e il tetto di clandestini a 3 euro l’ora, la destinazione di tutto quello che non può avere destinazione, del lavoro nero e del lavoro grigio (40 ore in busta paga, lavorate 250), non è solo il luogo ideale di incontri, di sodalizi, non è solo una bolla magica dentro la città, una bolla che a entrarci dentro poi sparisci, ci entri e non ti trovi. Perché è così che è Milano, dai tempi di Sindona e poi di Calvi. È così: tu entri in una banca, e poi ti dicono facciamo questo, facciamo quest’altro, e tu dietro ai soldi non ti trovi. C’è la ’ndrangheta, siamo coperti. Facciamo questo. E tu entri nella bolla e lo fai. Poi tu sparisci, o non ti sai. L’Ortomercato è il terreno delle ’ndrine di Calabria a Milano, il loro concime e nutrimento. L’inchiesta è continuata, e così il processo. Antonio Paolo, calabrese di Melicuccia, ex facchino ed ex sindacalista Cgil, reinventatosi imprenditore, amministrava il consorzio Nuovo Coseli, gli uffici nello stesso identico edificio della Sogemi, la società al 99 percento del Comune. Gli uffici negli uffici, sotto la Madonna d’oro che dorme.</p>
<p>Novanta società, novanta cooperative, novanta srl, dentro l’Ortomercato. Tutte in mano alla ’ndrangheta, tutte sotto il consorzio Nuovo Coseli. Tutte con scadenza programmata: dopo cinque anni tutte messe in liquidazione in Sicilia. Il giochino semplice, quello delle fatture false che riempiono i portafogli. Nuovo Coseli prende enormi appalti da Sda (Poste Italiane), Dhl, Tnt. Poi li gira a una cerchia di società cooperative di secondo grado, sempre sotto Nuovo Coseli, che di nuovo li passa a società di terzo livello: scatole vuote usate come fabbriche di carte per l’emissione di fatture false incassate e depositate su conti correnti intestati a prestanome. Fatture false per prestazioni mai fornite, e che alla fine portano alla liquidazione le società di secondo livello. La New Coop, per esempio, che in sei mesi monetizza 530mila euro. Nove milioni di euro in meno di tre anni. E così, nove milioni di euro in tre anni, e Micco che mi guarda e con la bocca chiusa mi chiede perché lui che ha cinquanta e passa anni deve prendere mille e tre al mese, ed è precario, e c’ha la famiglia, la moglie le figlie, e c’ha cinque minacce di morte addosso che gli puzzano sotto le ascelle, che gli puzzano dentro la parlata, che gli occhi sono verticali e piccoli e asciutti perché suda troppo, di acqua dentro non ne ha più. Denaro che secondo i pm andava a gonfiare le casse per l’acquisto di enormi partite di droga. Nel 2003 Nuovo Coseli ha debiti per 700mila euro. Antonio Paolo, come ricostruisce il procuratore generale Felice Isnardi, in Appello, manda una lettera a Sogemi e dice che i debiti saranno risanati grazie a un nuovo socio: Salvatore Morabito. Antonio Paolo è il tramite delle cosche di Africo dentro l’Ortomercato di Milano, dentro il porto senza acqua di Milano, con la Madonna d’oro che fa da faro, nelle notti buie e con le nuvole lei è sempre illuminata. &#8220;Questo è il vero riciclaggio&#8221; dice la pm Barbaini. &#8220;Il denaro sporco entra nelle casse della Nuova Coseli per finanziare operazioni in apparenza pulite. Dopodiché, attraverso i fondi neri, torna a disposizione della cosca.&#8221;</p>
<p>Micco Spicola di queste cose non mi dice proprio niente. Nella strada tra il suo ufficio e il parcheggio esterno dove stiamo ore a parlare chiusi dentro una Fiat Uno incrociamo Mohamed. Mohamed è un vecchio. Quando lo vede, Micco ferma la macchina e tira giù il finestrino. Gli fa il cenno con la mano, Mohamed gli allarga il sorriso e gli fa vedere i denti. I denti. Chissà perché la bocca, il dentro della bocca si fa vedere sempre per primo, si presenta come a dire guarda sono il tuo cavallo, guardami dentro la bocca, guardami i denti e la lingua. Guardami il verbo, guarda, non ti sto offrendo niente che non va. Mohamed fatica in nero. Così dice Mohamed: che lui fatica. E lo dice perché ha vissuto a Napoli, prima, e quello gli è rimasto come il timbro al braccio per la vecchia tbc. Prima lavorava in un’impresa edile, poi è caduto da un ponteggio, è rimasto in coma due settimane, e nessuno lo voleva più a faticare. Mi giro verso il parcheggio 60, che è la zona dove Mohamed lavora: zoppica un po’, andando via, quasi incespica nei suoi passi ma non cade, non cade mai, è una danza. Carica camion, si appropria dei bancali lasciati ovunque e li rivende a 50 centesimi l’uno ai grossisti della frutta, sono suoi i bancali dell’Ortomercato, lo sanno tutti. Anche questo sanno tutti, se lo chiedi te lo dicono. I bancali sono tutti di Mohamed, ti dicono. Lasciali lì, i bancali, che ci pensa Mohamed a tirarli su. Mohamed, come Hasan, lavora. Vuole il permesso di soggiorno, vuole uscire dal ricatto.</p>
<p>Le pupille piccole, attente, verticali, ritmate da un tic violento, continuo, non gli lasciano il tempo. Lui, Micco, mi parla degli scioperi. Hanno organizzato due scioperi, qui dentro l’Ortomercato, la giostra dell’inferno. Due scioperi. &#8220;Il miracolo a Milano&#8221;, mi dice Micco. Il miracolo. I primi e unici scioperi della storia dell’Ortomercato. Per dire no allo schiavismo dei padroni delle cooperative. Per dire di no al lavoro a nero. Per dire di no al lavoro senza il rispetto delle norme di sicurezza, e ai licenziamenti che ti tengono per le palle. Per dire che bisogna rispettare i regolamenti antimafia. Per dire che l’accesso al porto che è l’Ortomercato deve essere regolamentato. Per chiedere gare, per gli imprenditori che vogliono lavorare dentro l’Ortomercato, non la discrezionalità di si sa bene chi è. È dal maggio del 2005, quando hanno fatto il primo sciopero, che Micco è minacciato. Gli hanno detto che si deve fare i cazzi suoi. Una delle cooperative che più fa lavorare a nero, a grigio, la Liberty di Claudio Donnolo, nata dalle ceneri della Ncm, potrebbe avere le sue ragioni per non volerlo vedere più, lì. La Liberty. Nata dopo che la Ncm è stata sciolta proprio per alcune inchieste che avevano dimostrato che faceva lavorare a nero i facchini. Gli uffici negli stessi uffici della Ncm. Lo stesso edificio di Sogemi, la società controllata al 99 percento dal Comune di Milano. E la stessa Liberty: il 28 ottobre del 2008 nuovamente pescata per somministrazione illecita di manodopera. E poi di nuovo il 15 gennaio 2010, mi dice l’ispettore del lavoro.</p>
<p>Micco Spicola vive con la morsa nelle mutande. Una morsa costante che non lo lascia mai. Per avere gridato per chi non ha la voce, non ha la lingua, nella città del silenzio ipocrita e calunnioso, sotto l’ombra della Madonna d’oro. Per aver gridato che dove lavora lui la criminalità deve sparire.</p>
<p>Ci avevano messo un anno. Me lo dice in macchina, e quasi gli si mozza la voce dentro la gola: per la rabbia, per le lacrime ficcate che ingoia. Un anno per scrivere un bando, insieme a quello che pochissimi giorni fa ha detto pubblicamente che lascerà l’Ortomercato: Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi. Un amministratore pulito, che si è messo contro qualche interesse importante. Un anno per scrivere un complesso documento che disciplinava l’ingresso delle cooperative dentro l’Ortomercato. Solo tre cooperative. Non di più. Tre che dovevano passare le più minuziose indagini antimafia. Viene promulgato il bando. Tre cooperative vincono: quelle pulite. Le altre, le solite, stavolta escluse. Micco viene minacciato. &#8220;Bastardo&#8221;, la croce. Gli esclusi fanno ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Non ci sono ragioni perché vincano il ricorso, sembra, al Tar. Eppure. Il Tar doveva esprimersi entro la fine di gennaio.</p>
<p>Ha rimandato al 15 di aprile, dopo le elezioni regionali. Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi, che ha cercato di ripulire insieme al sindacato, per quanto ha potuto, il porto di Milano, l’Ortomercato, è stato accompagnato alla porta. Che si faccia i cazzi suoi, insieme a Spicola. Che i cazzi di Milano, quelli, se li fanno altri.</p>
<p>&#8220;È la fine dell’Ortomercato&#8221; sputa Micco insieme a un grumo di saliva mentre mi guarda dritto in mezzo agli occhi. &#8220;Questo è un segnale chiaro che qui non deve mai cambiare niente.&#8221;</p>
<p>La notte della decisione del Tar, l’altra notte, io all’Ortomercato poi ci sono ritornato. Alle tre e mezzo, sono entrato dalla porta 3. Nessuno mi ha visto. C’era un grande suv che girava e suonava il clacson. Festeggiavano. Festeggiavano l’amnistia. Io ho tirato fuori la mia piccola macchina fotografica, l’ho cacciata dalla tasca della giacca a vento nera che ho. Da lontano, un uomo sui sessanta mi doveva aver tenuto d’occhio. Mi ha fatto il cenno sulla bocca. Come a dire silenzio. Come a dire dentro la bocca, il male. È dalla bocca che nasce, il male. È lì dentro che risiede. È là dentro che deve stare. Tu ricorda. E magari dillo. Scrivi. È dal bozzolo di saliva che risale, il male. È nel fiato purulento che lo nomina, che lo dice. Il male risale la spina dorsale. Su su fino alla bocca, alla lingua, ai denti. Stai attento ai denti. Fammi vedere i denti, fammeli vedere, voglio controllare le carie. È nella bocca, mi dice con l’indice che censura le labbra, che le tappa, che le sigilla con la fiamma ossidrica, è dentro la bocca che risiede il male, nel Verbo che vuole nominare il dio.</p>
<p><em> (Due estratti sono stati pubblicati su L’espresso.it e su Milanomafia.com)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/nella-bocca-di-milano/">Nella bocca di Milano</a></p>
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		<title>Nuove minacce a Giulio Cavalli</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 10:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>una segnalazione di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Giulio Cavalli ha avuto un&#8217;ennesima minaccia mafiosa. Ieri. Vi allego qui sotto il comunicato del teatro, mandato ieri alla stampa (Che s&#8217;accorge pelosamente di un problema che esiste da tre anni, per poi dimenticarselo di nuovo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/nuove-minacce-a-giulio-cavalli/">Nuove minacce a Giulio Cavalli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>una segnalazione di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Giulio Cavalli ha avuto un&#8217;ennesima minaccia mafiosa. Ieri. Vi allego qui sotto il comunicato del teatro, mandato ieri alla stampa (Che s&#8217;accorge pelosamente di un problema che esiste da tre anni, per poi dimenticarselo di nuovo. Una stampa a corrente alternata).<br />
Da quando Giulio ha annunciato la sua candidatura come indipendente per IDV alle regionali, le minacce si susseguono. Il 27 gennaio gli è stato recapitato un proiettile, e nella filiale dove il comitato promotore della sua elezione ha aperto un conto sono stati ritrovati volantini intimidatori.<br />
Ora questa nuovo fatto inquietante.<br />
Ho appena parlato al telefono con Giulio, sta bene e dice di non preoccuparci. L&#8217;ho preso in giro: &#8220;Sei un rompicoglioni&#8221;, gli ho detto. Mi ha risposto: &#8220;Be&#8217;, l&#8217;hai mai visto un arlecchino mediatore?&#8221;<br />
<span id="more-30110"></span><br />
<strong>Milano, 23 proiettili davanti il Teatro Oscar, di scena uno spettacolo di Giulio Cavalli.</strong><br />
Questa sera, presso il Teatro Oscar di Milano, sarebbe dovuta andare in scena la replica dello spettacolo “L’apocalisse rimandata, ovvero benvenuta catastrofe” dal testo di Dario Fo e messa in atto dall’attore lodigiano Giulio Cavalli.</p>
<p>L’evento, però, è stato sospeso. Nel pomeriggio il direttore di sala ha rinvenuto nella striscia di parcheggio per auto davanti al teatro, sito in via Lattanzio 58, 3 proiettili inesplosi che, in seguito ad un controllo effettuato dalla Digos, sono diventati 23. Sul posto sono giunte le forze dell’ordine. Il ritrovamento è stato subito collegato allo spettacolo dell’attore lombardo Cavalli, vittima già di altre simili “attestazioni di disistima” da parte della<br />
criminalità organizzata e già sotto scorta da diverso tempo.</p>
<p>Lo stesso attore ha poi spiegato dal palco del teatro le ragioni dell’annullamento al pubblico già seduto in sala.</p>
<p>“Sicuramente a queste condizioni – spiega Giulio Cavalli – non ho più la tranquillità di poter fare il mio lavoro. Considero troppo importante il contatto con il pubblico e non ho nessuna intenzione di perderlo. Non riesco a concepire che la mia vita e soprattutto il mio lavoro debbano essere così duramente stravolti da questi eventi.”</p>
<p>“Avrei voluto vederli questi omuncoli mentre gettavano a terra la loro viltà scambiandola per coraggio. Avrei voluto vedere il loro sguardo vuoto mentre pensavano di compiere un gesto importante.”</p>
<p>“Vorrei solo che non si parlasse più di coincidenze e che tutti cominciassero a capire che questi segnali sono pericolosi e lo sono perchè coloro che li causano si sentono talmente impuniti da non preoccuparsi minimamente delle conseguenze delle<br />
loro azioni. A questo punto- conclude Cavalli- continuerò a pretendere da me stesso e dagli altri che il diritto (dovere) di lavorare mi sia garantito.”</p>
<p>Rimandata ai prossimi giorni la riprese delle repliche dello spettacolo. Le informazioni saranno reperibili sul sito ufficiale del TieffeTeatro (www.tieffeteatro.it) e sul sito di Bottega dei mestieri teatrali (http://www.teatronline.com/ ).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/nuove-minacce-a-giulio-cavalli/">Nuove minacce a Giulio Cavalli</a></p>
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		<title>Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 06:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Rosarno]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa parentesi che si incunea tra un passato di barbarie e il sol dell’avvenire ma la prospettiva concreta in cui rotola il nostro più immediato futuro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa parentesi che si incunea tra un passato di barbarie e il sol dell’avvenire ma la prospettiva concreta in cui rotola il nostro più immediato futuro.</p>
<p>Non è solo Rosarno il problema.<br />
<span id="more-29742"></span><br />
L’altra sera sono salito sul filobus 90, uno dei luoghi più interessanti di Milano, frequentato nelle ore estreme solo dai poveri e dai migranti. Gli altri preferiscono non frequentarlo trincerando la propria scelta dietro puzze insopportabili, sguardi inquietanti, paure sicuritarie. Una ragazza ispanofona tentava con qualche difficoltà di scendere con la propria bambina sistemata nel passeggino. Un’altra ragazza, italiota come me, ansiosa di salire, ha iniziato a brontolare contro quelle che fanno i figli come i conigli e ci rubano il lavoro e fanno quello che vogliono nel nostro Paese. Silente, sono sceso per aiutare quella madre, poi sono risalito sul filobus dietro la brontolona che non ancora paga ha inscenato una specie di comizio contro gli stranieri che ci rubano e ci ammazzano e non si lavano. Ho atteso di essere sicuro che non fosse squilibrata, poi, di fronte all’episodio di normale idiozia, ho reagito nel vano tentativo di zittirla. Nessun altro ha detto parola. Perché? Perché un’unica idiota fra cento migranti trova suo naturale diritto offenderli e maltrattarli? Perché cento migranti trovano naturale stare zitti, non reagire di fronte alle offese di una persona sola? Chiunque ha visto Rosarno non può non sapere che dietro quel silenzio e quella sopportazione si evidenziano il terrore, la normale condizione di assoggettamento, il callo di condizioni di vita miserrime, i mille ricatti e i tanti capricci di una triste realtà.</p>
<p>Mi chiedo. Fino a quando sarà possibile non reagire? Dove può arrivare questo rapido rotolamento verso l’abominio? Fino a quando ci indigneremo contro gli spettacoli visti in tv ma non solleveremo una mano per interdire una realtà che non ci condurrà ad Auschwitz, ma alla diffusa realtà dei campi di detenzione per migranti, agli arresti di chi è colpevole di essere straniero povero illegalizzato, alla riduzione in schiavitù ci siamo già. Ci indigniamo certo, ma l’indignazione sembra essere diventata null’altro che una forma di consolazione.</p>
<p>La realtà è che i migranti poveri illegalizzati sono irrelati in un’economia che anche senza disturbare le mafie è democraticamente criminale. È una realtà che definirei di demomafie e di mafiocrazie. Oltre ad essere manodopera a basso costo ricattabile e revocabile, i migranti illegalizzati fungono da valvola di compensazione di ogni disagio sociale e hanno un’utilità politica fenomenale. Su di essi si regge parte importante dell’economia delle aziende e delle famiglie italiane, ma anche lo spettacolo elettorale della politica. Chi agita la paura del migrante vince le elezioni.</p>
<p>Il fatto è che il dispositivo dell’economia migrante non è marginale, ma è la forma consustanziale dei rapporti di produzione, ciò verso cui tende il rotolamento in atto.</p>
<p>Così come ogni nazionalismo è razzismo, la schiavizzazione è effetto di una polarizzazione progressiva che non riguarda solo i migranti.</p>
<p>Lottare contro la condizione dei migranti poveri illegalizzati non è a mio parere necessario solo per difendere loro, ma una condizione fondamentale di dignità e di tutela di ciascuno di noi.</p>
<p>Ho evocato lo spettro di Auschwitz perché Rosarno va oltre quella landa di Calabria; è stato il punto di maggiore visibilità e spettacolarizzazione di un’italietta che quando ci si mette sa stare al passo con le correnti d’avanguardia della modernità planetaria.</p>
<p>Rosarno è solo un episodio della guerra ai poveri, condotta anche a mezzo di altri poveri, che si dispiega in ogni parte del mondo e ha come suo fulcro la svalorizzazione crescente della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro salariato quando viene erogato non è spesso in grado neanche di assicurare le condizioni minime di sopravvivenza e di riproduzione della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro in modo crescente viene erogato in forma semigratuita e ultraprecaria in attesa di un divenire salariato visto come un felice miraggio anziché come una forma di prigione a vita.</p>
<p>La merce forza lavoro ha prezzi e considerazione in caduta libera e un’incapacità ad organizzarsi talmente cronica da sembrare irreversibile.</p>
<p>Ciò che è ancora più doloroso è che la TV, tra scioperi della fame, incatenamenti e mesi passati all’addiaccio nei posti più impensabili nella speranza che qualche telecamera ci veda, è la forma visibile e spettacolarizzata dell’impotenza dei salariati e delle loro organizzazioni.</p>
<p>Neanche le mafie riescono a organizzare la forza lavoro. Esse organizzano sempre e soltanto i padroni di turno, anzi sono sempre più lo specchio dei padroni di turno.</p>
<p>Il valore tendente a zero del lavoro salariato è il contraltare della polarizzazione della ricchezza.</p>
<p>I prezzi ridicoli con cui vengono pagati i prodotti del lavoro esaltano l’accaparramento della ricchezza nelle mani della finanza, della grande distribuzione e commercializzazione.</p>
<p>Rosarno è anche la riduzione della popolazione a comunità. Purtroppo, per l’ennesima volta è ciò che si rischia in Calabria. Di fronte all’ennesima immagine negativa riflessa sul mondo, la reazione più immediata è stata quella di serrare le file, di chiudersi nel solito vittimismo per celarsi nell’imminente unanimismo, nel solito piagnisteo contro lo stato agitato ad arte dalla cricche di potere che gestiscono la forma più terribile del welfare, la clientela.</p>
<p>Nel mio appello evocavo un fallimento generale e totale riguardante l’economia, la politica, la cultura. La società. Affinché questa consapevolezza non abbia il valore consolatorio di una critica a di sapore duchampiano ( tanto gli altri muoiono) desidero affermare che il fallimento generale e totale riguarda ciascuno a partire da me che lo evoco e tento di analizzarlo.</p>
<p>Quando avviene, come è avvenuto a Rosarno, che un migliaio di persone venga deportato con il proprio consenso poiché vive nel terrore di rimanere in quella situazione come si fa a stupirsi se viene evocato lo spettro di Aschwitz?</p>
<p>Dopo Rosarno nulla è cambiato: la demomafia e la mafiocrazia hanno ripreso il controllo che era sfuggito loro di mano. Qualche intellettuale, me compreso, non ha perso occasione di esprimere la propria opinione.</p>
<p>Le associazioni sono costrette a un duro gioco d’equilibrismo per non scontentare nessuno e per incamerare qualche residuo finanziamento. I partiti sono troppo occupati a pensare come vincere le incombenti elezioni. I sindacati non hanno neanche gli occhi per piangere. Sono tutti troppo impegnati per occuparsi seriamente di ciò che è successo a Rosarno. Le altre istituzioni sono sempre pronte ad agitare il vessillo contro la mafia e contro il razzismo per sollevare la solita patina d’ipocrisia.</p>
<p>Come nella più solida democrazia ateniese, nel simulacro di quella in cui viviamo ciascuno è ridotto a spettatore di parole. Anche i pochi che hanno la possibilità di parlare sanno di produrre parole che rimangono tali. La realtà della parola è pur sempre una parola poiché i parlanti producono a mezzo di parola una tecnologia del sé totalmente avulsa dalla realtà di cui parlano. La realtà del reale fluisce parallela alla realtà delle parole. Realtà delle parole e realtà del resto del reale si incontrano solo ed esclusivamente se ruffiano è il potere. Solo il potere ha la forza connettiva tra realtà della parola e realtà delle cose.</p>
<p>La realtà è diventata un grande schermo nel quale gli eventi non accadono se non come pura possibilità di produrre parola.</p>
<p>All’apparire della tv le nonne non tolleravano la distinzione tra fiction e realtà. Guardando immagini di incidenti, di omicidi, di guerra imprecavano contro ciò che vedevano e inveivano contro chi al proprio fianco nulla faceva per interrompere gli abomini.</p>
<p>Per loro esisteva solo la realtà, non la fiction.</p>
<p>Pure, gli uomini e le donne della contemporaneità non sopportano la distinzione. Ma al contrario delle nonne per gli spettatori di parola esiste solo la fiction, non la realtà. Ciò che accade si materializza soltanto in una discussione, in un articolo, in una chiacchierata tra amici. Poi il reale scorre parallelo alle nostre parole mentre noi cambiamo canale o film o libro per allontanarci dal fastidio, dall’imbarazzo che la realtà crea. Il reale è come una malattia da esorcizzare con le parole, da allontanare. Ma il reale sfugg a ogni consolazione, è ostinato, non si fa intrappolare, prima o poi esige che non solo le parole facciano i conti con lui.</p>
<p>Dovremo farli anche noi, con le nostre azioni, con i nostri corpi, con la determinazione a pretendere una qualche coerenza tra il nostro dire e il nostro agire.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>
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		<title>Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/29/intervento-di-gianni-lannes-su-liberta-di-stampa-centrali-nucleari-navi-dei-veleni-e-%c2%ableggerezze%c2%bb-di-stato/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 23:29:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[agenda rossa]]></category>
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		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
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		<category><![CDATA[popolo delle agende rosse]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all&#8217;assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d&#8217;Amelio&#8230;</p>
<p></p>
<p>di Evelina Santangelo</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/29/intervento-di-gianni-lannes-su-liberta-di-stampa-centrali-nucleari-navi-dei-veleni-e-%c2%ableggerezze%c2%bb-di-stato/">Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</a></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all&#8217;assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d&#8217;Amelio&#8230;</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XdvB9BDy7Kc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XdvB9BDy7Kc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di Evelina Santangelo</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/29/intervento-di-gianni-lannes-su-liberta-di-stampa-centrali-nucleari-navi-dei-veleni-e-%c2%ableggerezze%c2%bb-di-stato/">Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</a></p>
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		<title>sedizione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/sedizione/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 05:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gaspare Spatuzza]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti post-<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gaspare_Spatuzza">Spatuzza</a>)</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.<br />
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esistere addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi corrette, una sesta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/sedizione/">sedizione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti post-<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gaspare_Spatuzza">Spatuzza</a>)</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.<br />
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esistere addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi corrette, una sesta. Per entrambe il nostro proposito è di abbatterle. E se questo dovesse portare alla fine dell’<em>evidenza</em> per come la conosciamo il nostro intento è proprio quello di far esplodere consapevolezze espandendo fino al capovolgimento i capisaldi mediatici del nostro mondo come crediamo di conoscerlo. <span id="more-27328"></span><br />
I giornali dissero di noi che siamo stati incoerenti con le nostre spiegazioni. La cosa ci scombussolò alquanto dal momento che le nostre spiegazioni, come piacque di etichettarle a quelli, non erano tali se non da un punto di vista, per così dire, discorsivo. Se a una domanda segue una risposta e una richiesta è soddisfatta da una spiegazione, il normale corso di una domanda surrettizia è un dubbio. Il vostro dubbio. Se noi vi chiedessimo “è vero?” dareste la stessa risposta che dareste a questa domanda? Il risultato cui siamo pervenuti è costringervi alla nostra risposta non curandoci minimamente della vostra convinzione. Noi siamo andati oltre la domanda e anzi ne abbiamo applicato il metodo alla nostra forma di rivoluzione autosufficiente, una ribellione che sembra bastare a sé stessa, che soddisfa noi e soltanto noi che siamo scienziati della reality e l’unica cosa che ci preme è di dimostrare la nostra tesi. Abbiamo scatenato una serie di reazioni controllate fin quanto possibile; abbiamo analizzato i dati cercando di arginare al massimo l’impressionante numero di variabili nelle vostre azioni e nell’immedesimazione, a volte esagerata, di attori raccattati nei più ascosi paesi dell’entroterra isolano. Abbiamo scelto una location straniata dal resto dell’evoluzione, e le abbiamo dato delle convinzioni che col tempo si sono stratificate in folklore quindi in storia recente e definitivamente in quotidianità. La meridionale accondiscendenza con la quale siamo stati accolti è storica (ma di una storia più ricca e remota) e caratteristica financo letteraria di nobiltà lascive e povertà fisiologica. Abbiamo proposto un’alternativa alla disoccupazione innescando un’implosione a orologeria di cui le nuove generazioni intuiscono appena la profondità e anzi sembrano non accorgersi della necessità del taglio, dell’inconfutabile occorrenza della ferita. Siamo stati revisionisti per esigenza ed è l’unica cosa di cui ci vergogniamo, abbiamo inventato una parte della storia d’Italia incuranti dell’infezione che avremmo propagato, in parte perché nostra intenzione, in parte, ripetiamo, per necessaria pattuizione. Non avevamo considerato la colpevolezza come motore immobile e l’irrefrenabile bisogno di sentirla parte integrante e causa suprema di giustificazione. La colpevolezza è stato il virus che ha scatenato la pandemia, prima su base locale poi, oltre la critica, a livello nazionale. L’ordine applicato quando abbiamo lasciato correre il nostro esperimento è stato repulsione, folklore, sottovalutazione, comprensione dei meccanismi intrinseci e, soprattutto, delle potenzialità politiche, sfruttamento, abitudine, tentativo di controllo, folklore di copertura, silenzio. I dizionari recano un significato della parola <em>omertà</em> tutto sommato neutro e gli unici tentativi di reazione sono provenuti da fortunate riforme giudiziarie. Non ci dispiace neanche avere, seppur implicitamente, causato la morte di molti uomini. E nessuno li esalti martiri d’Italia, sono <em>morti</em> naturalmente impossibilitati alle manette. Defunti nelle pieghe di un golpe meta-mediatico che non ha portato né porterà ad alcun capovolgimento politico né insurrezione civile che ci schiererebbe, non a torto, con la schiera dei colpevoli (anche se di una colpevolezza diversa da quella particolare declinazione dell’animo che ha permesso tutto questo). Non faremo nomi già noti né parleremo di particolari maggioranze triplicate in seno ai partiti. Non ci avvicineremo neanche lontanamente all’unica loggia che per prima è stata incuriosita e ammaliata dalla nostra creatura. Non parleremo neanche dell’unica forza mitigatrice che avevamo immaginato, dei giornalisti che hanno perso dimestichezza con il gioco di leve e fulcri e si sono visti travolti, a volte lasciandosi travolgere, da un’altra grande perversione italiana fattasi da sola stringendo le molte unte mani della nostra invenzione sociale. Dinanzi all’immensità delle conclusioni lasciamo tutte queste inezie, in parte risapute e inspiegabilmente neutre, in parte misconosciute. Teniamo soltanto a sottolineare che da tempo abbiamo abbandonato la regia di tutto questo causando pentimenti che non credevamo possibili e un parziale smascheramento delle nostre vittime fino alla dimostrazione della nostra tesi.<br />
Il nostro non è un pentimento tardivo ma un vanto che ci sentiamo di fare nel momento di massimo splendore della nostra nuova evidenza, dell’esplosione di ogni verità nel centenario più falso della storia d’Italia. Ha resistito ai sindacati, alle occupazioni, ha dapprima oltrepassato l’oceano e garantito sbarchi e pace, poi è rientrata e ha attraversato lo stretto per tornarci attendendo cemento, è lentamente risalita accattivandosi simpatie via via più incuriosite, ha suscitato moti d’indignazione, esili lenzuola contra roboanti esplosioni, ha garantito voti, più voti di quanto si pensi e più trasversali di quanto si immagini, ha sorvolato sulla capitale insinuandosi lentamente, mutando come i virus più sofisticati e ha fatto tutto sulle sue ossute gambe con la sola supervisione di un gruppo di cineasti disillusi che da due generazioni osservano compiaciuti l’altra faccia d’Italia, quella biblica e vergognosa. È sopravissuta a chi non ne ha capito la grandezza e ha suscitato dubbi sulla sua tenuta ormai salda morendo miseramente nello sfidarla, incastonato nel nome di una via, nell’intitolazione di un centro di informazione di periferia.<br />
Potreste obiettare che non ha la forza per fare tutto ciò di cui diciamo essere responsabile. Ebbene, vi sbagliate: le abbiamo garantito una forza riflessa, la possibilità di essere un nucleo di concetti poco vaghi e di una concretezza di facile attuazione. Abbiamo stritolato l’essenza di corruzione, omicidio, estorsione, ricatto, spremendone le definizioni fino al sufficiente sentimento di paura che retro intende ognuno di questi delitti definiti “odiosi”. Paura e potere, laddove il potere si è pietrificato nella capacità di ingenerare altra paura. Ci siamo infatti compiaciuti nel vedere che le direttive unificatrici della nostra creatura sono migrate verso altre professioni, luoghi, proprio per la loro totale applicabilità al sistema Italia, una metastasi che abbiamo usato come frangiflutti di un’Europa che si avvia all’Alto Rappresentante previsto dal trattato di Lisbona.<br />
Adesso parlano tutti privi di una guida molto al di sopra dei servizi segreti, capace di manipolare anche le loro arguzie. E abbiamo deciso di parlare anche noi, l’Alta Guida che ha esaurito il suo compito nell’ora in cui viene a nascere il Figlio, il volto pulito e riciclato delle più bieche devianze che abbiamo generato. Col suo avvento, durato vent’anni, la nostra dimostrazione giunge alla sua realizzazione. Le ipotesi sono tesi: la nostra creatura, la Mafia, ha sedotto lo Stato dimostrando che la sua forma  corrente è marcia e corrotta.<br />
Noi abbiamo vinto, confidiamo ora nella Terza Repubblica nella speranza che non sia soltanto un numero ordinale.</p>
<p>*</p>
<p><small>Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984.<br />
&#8220;Mi sto laureando in legge presso l&#8217;università di Bologna con una tesi in sociologia del diritto sulla legge Basaglia e i ddl attualmente depositati in Parlamento, i quali cercano, in qualche modo, di aggirarla. Vivo a Bologna da quattro anni. Questo è il primo pensiero-racconto che una qualsiasi rivista pubblica.&#8221;</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/sedizione/">sedizione</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/29/noi-sappiamo-sono-anni-che-sappiamo/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 03:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Barbara Spinelli* &#8211; 25 ottobre 2009<br />
<br />
Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo È la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/29/noi-sappiamo-sono-anni-che-sappiamo/">Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Barbara Spinelli* &#8211; 25 ottobre 2009<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/spinelli-barbara-web.jpg" alt="spinelli-barbara-web" title="spinelli-barbara-web" width="100" height="100" class="alignleft size-full wp-image-25611" /><br />
Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo È la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne. Il diritto a giocare con le leggi come il dittatore-Charlot gioca con il mappamondo: a considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e  legislature (&#8230;)</p>
<p>*<em>Testo dell&#8217;intervento di Barbara Spinelli letto dall&#8217;autrice a Contromafie 2009</em></p>
<p>Leggi il seguito <a href="http://www.antimafiaduemila.com/content/view/20956/78/">qui</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/29/noi-sappiamo-sono-anni-che-sappiamo/">Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo.</a></p>
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		<title>La manifestazione del 26</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/la-manifestazione-del-26/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 20:11:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Un solo gruppo, una sola voce</p>
<p>La manifestazione del 26 settembre porterà a Roma la protesta contro una politica omertosa e mafiosa che ha infettato i gangli dello stato. Ciò che avvenne nel 1992 non è dissimile da ciò che avviene adesso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/la-manifestazione-del-26/">La manifestazione del 26</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Un solo gruppo, una sola voce</p>
<p>La manifestazione del 26 settembre porterà a Roma la protesta contro una politica omertosa e mafiosa che ha infettato i gangli dello stato. Ciò che avvenne nel 1992 non è dissimile da ciò che avviene adesso. Ancora oggi nei palazzi del potere si annidano fin troppi segreti e contiguità che rendono certi ambienti della politca una sorta di mostruoso Giano bifronte, rivolto verso le istituzioni e rivolto nel contempo verso l&#8217;interesse del crimine.</p>
<p>Il nostro amato premier, che da dietro le sue televisioni e i suoi sorrisi, ci sembra tanto innocuo, è un paradigma, se non un motore del processo di setticemia dello stato di diritto.<br />
Quest&#8217;uomo è contiguo con la mafia dai tempi in cui la banca del suo paparino, LA BANCA RASINI&#8230;</p>
<p>&#8230;RICICLAVA IL DENARO DELLA MAFIA.<span id="more-21935"></span><br />
- DA QUANDO IL SUO AMICO DELL&#8217;UTRI GLI HA PORTATO IN CASA IL BUON MANGANO, UOMO DELLA MAFIA NEL NORD ITALIA.<br />
- DA QUANDO MANGANO HA ORGANIZZATO &#8220;FUITINE&#8221; A CASA BERLUSCONI PER PERSONAGGI QUALI STEFANO BONTADE.<br />
- DA QUANDO I CORLEONESI, SOSTITUITISI A BONTADE, HAN FATTO RECAPITARE LETTERINE DI NATALE A BERLUSCONI, CON RICHIESTE NON DA POCO.<br />
- DA QUANDO GIUFFRE&#8217; HA AMMESSO LE CONNESSIONI DI DELL&#8217;UTRI CON LA MAFIA, IN QUALITA&#8217; DI TRAMITE PER BERLUSCONI<br />
- DA QUANDO LO HA AMMESSO CANCEMI&#8230;<br />
- DA QUANDO LO AMMESSO CIANCIMINO JR&#8230;<br />
&#8230;.<br />
&#8230;.<br />
&#8230;.</p>
<p>Non un giornale ha parlato di cose del genere in anni recenti.<br />
Gli organi d&#8217;informazione sono sempre più imbrigliati nella morsa della censura del padrone; non una censura di stato, ma una censura TRAMITE lo stato, per l&#8217;interesse di un uomo solo.</p>
<p>In questi anni, comunque una rete televisiva, RAI TRE, è stata l&#8217;unica a mostrare ancora il coraggio di trasmettere i risultati delle inchieste di Palermo, ad organizzare speciali sulla mafia e a collegare le personalità della politica a quelle della mafia, senza lavorare di fantasia, ma presentando i dati delle indagini, come ogni giornalista DEVE FARE!</p>
<p>Questa televisione, informando i cittadini, è ciò che di più nocivo ci possa essere per un uomo che ha infestato gli organi di potere con elementi, se non collusi, comunque in odor di mafia.</p>
<p>L&#8217;&#8221;inchiesta&#8221; fa paura ed ecco Rai Tre e la sua vocazione giornalistica sotto continuo attacco da parte di una classe politica piena di scheletri nell&#8217;armadio.</p>
<p>LA PROPOSTA DI QUESTA INIZIATIVA E&#8217; DI DARE UN SEGNALE TRAMITE LO SHARE.</p>
<p>Nel lasso di tempo in cui è prevista la manifestazione, quanti più televisori italiani si sintonizzino su RAI TRE e restino sintonizzati dalle ore 14 alle ore 20, ovvero l&#8217;orario della manifestazione.<br />
In questa maniera i meter calcoleranno il picco di spettatori sulla terza rete e daranno un segnale concreto di partecipazione a &#8220;citizen&#8221; Berlusconi, che vada anche oltre la manifestazione di Roma ed includa l&#8217;indignazione per il monopolio dell&#8217;informazione e il terrorismo contro le &#8220;voci indipendenti&#8221;.<br />
Censura dell&#8217;informazione, &#8220;squadrismo mediatico&#8221; e perseguimento di illeciti sono strettamente connessi. Più l&#8217;inchiesta giornalistica può perseguire il ruolo di &#8220;watchdog&#8221; della politica e meno i politici potranno agire indisturbati, contro la legge, per fini propri o di terzi.</p>
<p>E&#8217; quindi ora che il premier la smetta di sbandierare percentuali inverosimili e ostentare sicurezza. L&#8217;Italia non ne può più di lui, e questo, in occasione del 26 settembre, è un modo per farglielo capire.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/la-manifestazione-del-26/">La manifestazione del 26</a></p>
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		<title>Mafie: l’impunità culturale tutta lombarda della politica del non fare</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/21/mafie-l%e2%80%99impunita-culturale-tutta-lombarda-della-politica-del-non-fare/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 18:41:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>il mio <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/21/il-giullare-con-la-scorta/">giullare preferito </a>non è andato in vacanza questa estate. E mentre io ero a spassarmela lui scriveva queste cose sul suo blog.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>Passano d’agosto i circhi vecchi delle dispute politiche officiate dagli strateghi della politica dello “stare”: quelli per cui ogni comunicato stampa serve a tranquillizzare e tranquillizzarsi, e per i quali  l’azione politica si riduce ad un “tenere in bilico” la barca dalle onde di collaboratori troppo ingombranti o peggio ancora di magistrati e forze dell’ordine che osano esimersi dalle ronde (alcoliche e analcoliche) o dalle persecuzioni legittimate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/21/mafie-l%e2%80%99impunita-culturale-tutta-lombarda-della-politica-del-non-fare/">Mafie: l’impunità culturale tutta lombarda della politica del non fare</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>il mio <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/21/il-giullare-con-la-scorta/">giullare preferito </a>non è andato in vacanza questa estate. E mentre io ero a spassarmela lui scriveva queste cose sul suo blog.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>Passano d’agosto i circhi vecchi delle dispute politiche officiate dagli strateghi della politica dello “stare”: quelli per cui ogni comunicato stampa serve a tranquillizzare e tranquillizzarsi, e per i quali  l’azione politica si riduce ad un “tenere in bilico” la barca dalle onde di collaboratori troppo ingombranti o peggio ancora di magistrati e forze dell’ordine che osano esimersi dalle ronde (alcoliche e analcoliche) o dalle persecuzioni legittimate. Se perseverare è diabolico, la Lombardia, pure ad Agosto, sottolinea la propria perseveranza (diabolicamente incendiaria e cornuta) nell’arroccarsi tra codicilli e competenze pur di non prendere decisioni e tanto più negarne il diritto agli altri.</p>
<p>A Milano che “la mafia non esiste” o perlomeno “non appartiene a questa città” la sindachessa Moratti ha provato a ripeterlo ovunque dai consigli comunali, alle televisioni in prima serata fino ad abusarne favoleggiandoselo (probabilmente) la sera per addormentarsi.</p>
<p>CONTINUA <a href="http://www.giuliocavalli.net/diario/2009/08/12/limpunita-culturale-tutta-lombarda-della-politica-del-non-fare/">QUI</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/21/mafie-l%e2%80%99impunita-culturale-tutta-lombarda-della-politica-del-non-fare/">Mafie: l’impunità culturale tutta lombarda della politica del non fare</a></p>
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		<title>Misha Glenny: McMafia &#8211; viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/misha-glenny-mcmafia-viaggio-attraverso-il-nuovo-crimine-organizzato/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Federico Varese</strong><em> &#8211; Professore di Criminologia all&#8217;Università di Oxford e direttore dello Extra-Legal Governance Institute. È autore di </em>The Russian Mafia. Private Protection in a New Market Economy<em> (Oxford University Press, 2001) e di </em>Mob and Mobility<em>, di prossima pubblicazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/misha-glenny-mcmafia-viaggio-attraverso-il-nuovo-crimine-organizzato/">Misha Glenny: McMafia &#8211; viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Federico Varese</strong><em> &#8211; Professore di Criminologia all&#8217;Università di Oxford e direttore dello Extra-Legal Governance Institute. È autore di </em>The Russian Mafia. Private Protection in a New Market Economy<em> (Oxford University Press, 2001) e di </em>Mob and Mobility<em>, di prossima pubblicazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MISHA GLENNY</strong>, <em>McMafia. Droga, armi, esseri umani: viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato globale</em>, trad. di Anna Zapparoli, Milano, Mondadori, pp. VIII-448, € 18,00</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Novanta ho viaggiato spesso nella Russia Centrale e soprattutto nella città di Perm&#8217;, ai confini con la Siberia, per raccogliere materiale destinato a un libro sul crimine organizzato, e a ogni visita mi trovavo ad aprire un conto corrente in una banca che al viaggio successivo non esisteva più. Una volta parlai del fallimento delle banche con uno dei miei intervistati, il leader di un gruppo mafioso locale &#8211; un tipo corpulento, la cui corte si riuniva in un ristorante alla periferia della città. Indossava un completo bianco e parlava nel gergo dei criminali russi, che aveva imparato nel carcere dove era stato incoronato &#8220;boss&#8221;.<span id="more-19274"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non posso immaginare uno scenario più improbabile per un&#8217;intervista: qualcuno cantava, e male, una celebre canzone pop russa a un volume intollerabile e il mio interlocutore doveva respingere le attenzioni di un drappello di avvenenti ballerine del ristorante. La sua organizzazione, a quanto si diceva, controllava tre delle banche cittadine, eppure anche lui aveva perso denaro nel fallimento di uno degli istituti di credito locali. Non molto tempo dopo quell&#8217;incontro, nell&#8217;agosto 1998, la Russia si trovò ad affrontare la peggiore crisi economica dalla fine del comunismo. La valuta perse il settanta per cento del suo valore e metà delle banche chiusero i battenti. Molti altri mafiosi persero denaro. Mentre me ne sto al sicuro nel mio studio in una città universitaria a diverse migliaia di chilometri e a più di dieci anni di distanza, mi chiedo quale effetto avrà la crisi attuale sui vertici del crimine organizzato di tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">In Russia ho imparato che i mafiosi non sono né più furbi, né meglio attrezzati di molti di noi quando si tratta di affrontare un&#8217;emergenza finanziaria. Più in generale, lo studio del crimine organizzato mi ha guarito dall&#8217;idea che i criminali siano altrettanti Moriarty: Napoleoni del crimine al centro di una rete con mille diramazioni, di cui (come dice Sherlock Holmes) «conoscono perfettamente ogni minimo fremito».</p>
<p style="text-align: justify;">Dal titolo, il lettore potrebbe essere tentato di immaginare che l&#8217;oggetto di <em>McMafia. Droga, armi, esseri umani: viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato globale</em> sia appunto una malvagia società per affari senza limiti geografici, organizzata in modo impeccabile, sempre pronta a sfidare la legge, con il suo quartier generale in una qualche capitale straniera, magari Mosca, e in grado di irradiare la propria ragnatela in tutto il mondo aprendo succursali, per esempio, in Bulgaria, Israele, India, gli Emirati Arabi, oppure in Nigeria, Brasile, Colombia, Columbia Britannica e Cina (questo l&#8217;elenco dei luoghi visitati da Glenny). L&#8217;idea di una cospirazione mondiale orchestrata da un Napoleone del crimine ha spesso lasciato le pagine di Arthur Conan Doyle per approdare in quelle di studi accademici, rapporti di polizia e resoconti giornalistici. Il libro di Glenny non rientra nel filone di testi che abbracciano teorie cospirative cosmiche. <em>Mcmafia</em> è un esempio del miglior giornalismo investigativo anglosassone, un illuminante viaggio nel ventre criminale del nostro pianeta. Glenny, ex corrispondente della BBC nei Balcani e autore di una storia della fine della Jugoslavia, è guidato dalla passione per la ricerca dei fatti e per la denuncia delle sofferenze umane, senza dimenticare che molte di esse sono frutto di politiche insipienti, non di rado emanate dagli Stati Uniti e dall&#8217;Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine &#8220;McMafia&#8221; è stato coniato dallo studioso inglese Mark Galeotti, una delle fonti di Glenny, per descrivere un fenomeno simile alla creazione di un marchio di fabbrica (<em>branding</em>) nell&#8217;economia legale. Nel selvaggio Est postsovietico, i criminali ceceni erano divenuti celebri per la loro violenza spietata. Ben presto il loro nome cominciò a essere assunto da gruppi diversi, privi di alcun legame (etnico o di altro genere) con la Cecenia. &#8220;Mafia cecena&#8221; divenne dunque un marchio di fabbrica, un <em>brand</em> che da solo incuteva terrore. Bastava affermare di essere parte di tale organizzazione per <strong>assicurarsi</strong><strong> </strong>l&#8217;accondiscendenza delle vittime. Aver fama di essere violenti e spietati è un bene prezioso nel mondo della malavita, perché consente di <em>risparmiare</em> sull&#8217;uso della forza. Induce le vittime alla remissività, e lo fa a costo zero.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa dinamica non è appannaggio esclusivo dei malavitosi dell&#8217;ex URSS. Glenny racconta che in Giappone, un paese in cui la mafia opera allo scoperto, si è avuta, secondo la polizia locale, «una significativa concentrazione di potere [della Yakuza] nelle mani di tre sole &#8220;famiglie&#8221;». A quanto pare, Masahisa Takenaka, boss della Yamaguchi-gumi, «alla testa di 100.000 affiliati, poteva vantare il titolo di <em>capo di tutti i capi del mondo</em>». Si sarebbe tentati di credere che Moriarty sia emigrato in Giappone e abbia costruito lì il suo impero. Solo un Napoleone del crimine potrebbe &#8220;controllare&#8221; così tante persone. Le fonti ufficiali nascondono il fatto che alcune gang indipendenti si rivolgono alla Yamaguchi-gumi chiedendo di poter affiancare al proprio appellativo il nome rispettato dell&#8217;organizzazione diretta da Takenaka. In questo modo possono fregiarsi di una temibile reputazione e in cambio pagano un onorario al boss Takenaka. Come accade con l&#8217;ammissione di un nuovo membro in un club esclusivo o quando si crea un nuovo College a Cambridge o a Oxford, i detentori del marchio devono avere la certezza che la reputazione dell&#8217;&#8221;azienda&#8221; non risulti compromessa dalle nuove reclute (non sono affatto rari i casi in cui le istituzioni sopra citate hanno commesso gravi errori). Il primo a osservare e teorizzare questo fenomeno è stato il sociologo Diego Gambetta, il quale sostiene che la mafia siciliana non è altro che un insieme di famiglie indipendenti, con in comune il marchio di Cosa nostra. L&#8217;ammissione di un nuovo membro in una delle famiglie deve essere approvata da tutte le altre, ed esiste un limite al numero di nuove reclute che possono essere affiliate. Cosa Nostra combatte con forza qualsiasi utilizzo non autorizzato del proprio nome e della propria reputazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il marchio condiviso è un bene prezioso per i gruppi criminali, allora è necessario che qualcuno si assuma il compito di proteggere quel marchio. Quando troppe persone di dubbia abilità si fregiano di una onorata reputazione, questa può risultarne danneggiata. Glenny descrive la fratellanza dei <em>vory-v-zakone </em>(letteralmente, &#8220;ladri con un codice d&#8217;onore&#8221;), un tema che mi affascina da quando cominciai a frequentare la Russia alla fine degli anni Ottanta, e che ho studiato a lungo. In tempi recenti, i <em>vory</em> sono diventati un&#8217;icona pop grazie al film di David Cronenberg <em>La promessa dell&#8217;assassino</em> (2007), in cui Viggo Mortensen impersona un aspirante adepto e i corpi degli attori sono coperti di elaborati tatuaggi. I <em>vory</em> compaiono anche nel thriller <em>The Secret Speech</em>, di Tom Rob Smith, appena pubblicato in Inghilterra, una storia ambientata nell&#8217;Unione Sovietica all&#8217;epoca di Chruščëv. Il recente romanzo italiano di Nicolai Lilin, <em>Educazione siberiana</em>, si ispira in parte alla storia vera dei <em>vory </em>per creare la comunità immaginaria degli <em>urka</em> siberiani, che non sono mai esistiti nelle forme descritte da Lilin (detto per inciso, la parola <em>urka</em> significa semplicemente &#8220;delinquente&#8221; in russo).<sup><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup> La vera fratellanza dei <em>vory</em> emerse all&#8217;interno del sistema carcerario sovietico, dove sviluppò intricati rituali simili a quelli della chiesa ortodossa russa. Un <em>vor</em> veniva nominato capo dai suoi pari e ciò gli dava di fatto licenza di perseguitare gli altri prigionieri, politici e non. All&#8217;interno dei campi, la fratellanza era in grado di controllare i nuovi membri e punire le infrazioni alle regole. I trasferimenti da un campo all&#8217;altro assicuravano la punizione dei trasgressori. Con il crollo dell&#8217;Unione Sovietica, quando i <em>vory</em> uscirono dal sistema dei campi, molti esperti predissero che si sarebbero trasformati nella nuova forza del crimine organizzato. I <em>vory </em>avevano rituali e tatuaggi, ed erano un gruppo criminale di livello nazionale già confezionato. Una volta usciti di prigione, alcuni <em>vory</em> divennero veri e propri criminali organizzati, con un territorio di competenza e in grado di mobilitare una mano d&#8217;opera violenta, come il signore robusto che teneva banco al ristorante di Perm&#8217;, mentre altri finirono alcolizzati o drogati, incapaci di intraprendere attività criminose di qualche rilievo. Questi ultimi cominciarono a vendere il titolo di <em>vor </em>per denaro e non c&#8217;era nessuno in grado di fermarli. Il marchio era troppo difficile da proteggere e perse valore rispetto ad altri, più credibili, quali la &#8220;Solncevo&#8221; moscovita, la &#8220;Tambovskaja&#8221; di San Pietroburgo e la &#8220;Uralmaš&#8221; di Ekaterinburg. I marchi criminali tendono a essere di dimensioni ridotte e di pertinenza locale. L&#8217;unica eccezione è quella del Giappone, che si spiega col ruolo quasi legale del crimine organizzato: più la mafia può operare allo scoperto, più facilmente riesce a stabilizzare se stessa e la propria reputazione e così a limitare usi impropri del marchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se le mafie sono &#8220;aziende&#8221; desiderose di proteggere la loro reputazione, che cosa vendono? Per rispondere a questa domanda, facciamo entrare in scena Viktor Kulivar detto Karabas, freddato nel 1997 dopo un decennio di onorata carriera come boss del porto di Odessa. In assenza di uno stato capace di proteggere i cittadini e le loro transazioni economiche, Karabas garantiva ai commercianti la sicurezza totale da attacchi compiuti da racket concorrenti o da avidi funzionari ufficiali. Offriva persino un servizio di arbitrato nelle dispute commerciali, in cambio di una commissione del dieci per cento netto. I suoi ammiratori raccontano a Glenny che Karabas aveva circoscritto gli spacciatori a una sola zona del porto di Odessa e aveva impedito la penetrazione in città del traffico di esseri umani. Nel cortile del Bagno turco al numero 4 della via Astaškina di Odessa, una targa commemora le imprese di Karabas: la memoria va alle eulogie pubbliche per Don Calogero Vizzini e i suoi simili nella Sicilia degli anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso di Karabas suggerisce a Glenny una tesi generale sulle cause del fenomeno mafioso oggi: all&#8217;origine vi sarebbe la fine del comunismo. Eppure questa tesi non tiene del tutto conto del fatto che le mafie sono esistite anche prima della caduta del Muro di Berlino, in paesi diversi come il Giappone e la Sicilia, entrambe economie di mercato avanzate. Vale la pena di ricordare come nacque la Yakuza giapponese, un aspetto poco noto della storia di quel paese. In Giappone la transizione da una società feudale e agraria a una moderna e industriale avvenne rapidamente, durante il cosiddetto periodo Meiji (1868-1911). In questa fase, il paese vide la fine del feudalesimo, la diffusione dei diritti di proprietà (soprattutto nella sfera agraria) e la promulgazione della costituzione scritta (1889) e del codice civile (1898) accompagnati da un processo di centralizzazione del governo, a spese dei poteri feudali locali. Come effetto della diffusione della proprietà, le dispute aumentarono, sia tra individui, che tra cittadini e lo stato, soprattutto nell&#8217;ambito della tassazione. Il nuovo stato centralizzato però non fu in grado di equipaggiarsi con strumenti rapidi ed efficaci per risolvere tali conflitti. Allo stesso tempo, la transizione produsse una crisi per l&#8217;ampia e ormai inutile classe dei guerrieri al soldo dei feudatari, i famosi <em>samurai</em>. Individui in grado di usare le armi cominciarono a offrire i loro servizi di risoluzione delle dispute e di protezione extra legale al miglior offerente, dando di fatto vita alla Yakuza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Giappone moderno ha faticato a sradicare la Yakuza dai gangli vitali dell&#8217;economia di mercato. Nel 1949, ricorda Glenny, venne per esempio approvata una disposizione che limitava drasticamente il numero di laureati dalla Facoltà di Legge dell&#8217;Università di Tokyo ammessi all&#8217;esame da avvocato: questa misura non fece altro che lasciare scoperto un notevole settore per la risoluzione delle controversie. In assenza di protezione statale, la Yakuza poté continuare a offrire servizi illegali di risoluzione di conflitti patrimoniali, perizie fallimentari e persino richieste di indennizzo in caso di incidenti stradali.</p>
<p style="text-align: justify;">La tesi di Glenny può essere resa più generale e diventare molto simile a quella sostenuta da diversi studiosi, come Gambetta, Curtis Milhaupt, Mark West e il sottoscritto: quando un paese sperimenta un passaggio all&#8217;economia di mercato che si rivela rapido e imperfetto, e sono presenti individui senza padroni pronti a usare la violenza, gruppi extra legali possono emergere ed essere in grado di offrire servizi di soluzione delle dispute economiche. Tali gruppi sono gli antenati delle mafie di oggi. Eppure sarebbe sbagliato dare un&#8217;immagine troppo rosea di questi individui. È vero che il fenomeno mafioso non si può ridurre a pura estorsione e in certi casi fornisce servizi che portano un vantaggio a settori della società, ma nondimeno la &#8220;protezione&#8221; mafiosa produce un disastro collettivo. Nella sfera economica anche la mafia migliore favorisce l&#8217;inefficienza e riduce la concorrenza. Per un buon mafioso è importantissimo assicurare al proprio &#8220;cliente&#8221; il predominio del mercato. Proteggendo ladri e altri criminali, i mafiosi promuovono ulteriore crimine, poiché il ladro sa di poter vendere le merci rubate. &#8220;L&#8217;onorata società&#8221; opera senza tenere in minimo conto i princìpi della giustizia, dell&#8217;equità o del bene della società in generale. In un tale mondo non si può parlare di &#8220;diritto&#8221; alla protezione per cui si è pagato. Gli &#8220;uomini d&#8217;onore&#8221; possono esigere altri favori o altri soldi, o possono colludere con altre organizzazioni contro clienti che hanno sempre pagato regolarmente, e non c&#8217;è nessuna autorità superiore cui la vittima possa appellarsi</p>
<p style="text-align: justify;">Va aggiunto e sottolineato che le mafie non si fanno scrupoli a proteggere i commercianti di merci illegali, si tratti di sigarette di contrabbando o di droga, oppure di organi umani, di donne o di bambini. Un esempio tratto da <em>McMafia</em> è quello di una giovane donna che chiameremo (con un nome fittizio) Ludmilla Balbinova. Convinta a lasciare Chişinau, in Moldavia, venne fatta viaggiare clandestinamente da Mosca al Cairo e venduta a un gruppo di trafficanti beduini con cui attraversò il deserto in un viaggio faticoso e degradante (le ragazze furono costrette ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo). Alla fine del viaggio Ludmilla fu comprata da un russo tenutario di un bordello a Tel Aviv e costretta a servire in media venti clienti al giorno, fino a quando riuscì a scappare e tornare a casa. Oggi lotta contro l&#8217;AIDS in un rifugio di Chişinau gestito dall&#8217;associazione non governativa La Strada. La descrizione fornita da Glenny del calvario di Ludmilla è allo stesso tempo istruttiva e memorabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ludmilla la &#8220;merce&#8221; passò dalle mani di un lungo elenco di commercianti &#8211; moldavi, ucraini, russi, egiziani, beduini e russi israeliani &#8211; sebbene non esista un&#8217;organizzazione singola che gestisca questo traffico: un gruppo diverso controlla ogni singola tratta. In effetti, molti studi mostrano come le mafie facciano fatica a migrare al di fuori del loro territorio originario e anche a controllare tutte le fasi di grandi traffici internazionali. Persino in Israele, paese di modeste dimensioni che ha visto un massiccio afflusso di immigrati dalla Russia, Glenny scopre che i mercati illegali più rilevanti, per esempio quello della prostituzione, sono controllati dal «crimine organizzato locale» più che da sussidiarie di mafie basate in Russia, come la Solncevo o la Tambovskaja. È molto difficile, per esempio, dirigere una succursale a Dubai da una base in India. Non a caso i boss della mafia italiana si nascondono nelle aree controllate dalle loro famiglie, ed è lì che vengono arrestati. Lasciare il proprio territorio equivarrebbe a mandare un segnale di debolezza. Il principe, come ci insegna Machiavelli, deve vivere tra i suoi sudditi. Sono molto più comuni alleanze strategiche tra mafie localizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta accumulati i capitali frutto delle loro attività, i racket devono in qualche modo investirli, come farebbe qualsiasi altra impresa commerciale. E qui entrano in scena la globalizzazione e il riciclaggio di denaro sporco. Glenny dimostra come la deregolamentazione dei mercati finanziari abbia aiutato alcune mafie a reinvestire il proprio denaro all&#8217;estero. Stranamente, gli individui con questo compito tendono ad assumere nell&#8217;immaginario collettivo e tra le forze di polizia di tutto il mondo i tratti di moderni Moriarty. Uno di questi personaggi è l&#8217;uomo d&#8217;affari di origine ucraina Semën Mogilevič. Dotato di una mente di prim&#8217;ordine (come Moriarty), Mogilevič si guadagnò il soprannome di &#8220;boss cervellone&#8221; grazie alla laurea in Economia conseguita presso l&#8217;Università di Lvov. Il suo nome è stato associato al traffico di armi e droga, affari petroliferi poco chiari, prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. All&#8217;inizio degli anni Novanta si inserì nel sistema finanziario canadese acquisendo il controllo di un&#8217;azienda quotata sulla Borsa di Toronto. Nel 1996 ebbe un ruolo importante nello scandalo della Bank of New York, quando due funzionari di origine russa (uno di loro in veste di vicepresidente) movimentarono oltre sette miliardi di dollari attraverso centinaia di bonifici illegali. I funzionari citati da Glenny lo definiscono «uno degli uomini più pericolosi del mondo».</p>
<p style="text-align: justify;">Forse Semën può sembrare poco adatto a impersonare il moderno Moriarty per via del suo aspetto: calvo, pesa circa centotrenta chili ed è fumatore accanito &#8211; nessuna rassomiglianza dunque con il personaggio di Conan Doyle, descritto come un uomo alto, snello e ben sbarbato nel racconto <em>Il problema finale</em>. Ma ci sono anche ragioni analitiche per vederlo sotto una luce diversa. Nella galassia della malavita russa Mogilevič svolgeva una funzione specifica: investiva denaro per conto della Solncevo. Tra i suoi investimenti, molti furono disastrosi e qualcuno si rivelò redditizio. Di recente, pare avesse offerto i suoi servigi alla Gazprom. Più che la mente della Mafia Globale sospesa nell&#8217;iperspazio, Mogilevič è il prodotto di entità saldamente radicate in un ambiente preciso e, come molti altri loschi figuri menzionati in <em>Mcmafia</em>, non<em> </em>è una variabile indipendente: questi individui vengono assoldati con mansioni precise da stati, servizi segreti, multinazionali o gruppi mafiosi, ma senza esserne parte integrante. Quando perdono la fiducia dei loro padroni, la loro carriera giunge presto al termine.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento, Mogilevič è ospite di un carcere russo. Sospetto che i suoi capi, stanchi dei cattivi investimenti, lo abbiano licenziato dandogli come unica buona uscita un corredo per la prigione. Eppure i mafiosi potrebbero avere un motivo per rallegrarsi. La crisi attuale è diversa da quella di cui fui testimone nell&#8217;agosto del 1998. Le valute hanno retto e i criminali, anche se hanno subito delle perdite finanziarie, riescono ancora a riscuotere efficacemente i loro crediti e possono dunque prestare denaro alle attività commerciali di tutto il mondo affamate di contanti.<sup><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup> Nel <em>mcmondo</em> in cui viviamo, dovranno solo fare attenzione a non farsi imbrogliare da banchieri senza scrupoli.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> TOM RON SMITH, 	<em>The 	Secret Speech</em>, 	Londra, Simon &amp; Schuster, pp. 464, £ 12,99. NICOLAI 	LILIN, 	<em>Educazione 	siberiana</em>, 	Torino, Einaudi, pp. 344, € 20,00.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> . 	In 	questo momento in Inghilterra circa 165.000 famiglie sono vittime di 	usurai senza scrupoli, spesso legati alla prostituzione e al mercato 	della droga.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/18/misha-glenny-mcmafia-viaggio-attraverso-il-nuovo-crimine-organizzato/">Misha Glenny: McMafia &#8211; viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Se qualcosa è accaduto&#8230;.</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 08:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>(incontro con i ragazzi dell’istituto di detenzione minorile di Palermo «Malaspina»)</p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>Scrivo queste riflessioni, qualche ora dopo l’incontro, con una stanchezza addosso che non avevo sentito mentre mi trovavo lì, davanti a quei venti ragazzi circa, seduti nel laboratorio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/04/se-qualcosa-e-accaduto/">Se qualcosa è accaduto&#8230;.</a></p>
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<p>(incontro con i ragazzi dell’istituto di detenzione minorile di Palermo «Malaspina»)</p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>Scrivo queste riflessioni, qualche ora dopo l’incontro, con una stanchezza addosso che non avevo sentito mentre mi trovavo lì, davanti a quei venti ragazzi circa, seduti nel laboratorio.</p>
<p>Torno con il pensiero oltre i cancelli, oltre le serrature a doppia mandata. Alcuni ragazzi se ne stanno muti, immobili, in fondo alla stanza, altri, i più vicini, hanno le facce atteggiate a una proterva spavalderia. Alle pareti, le domande e le riflessioni emerse durante la lettura di alcuni brani del mio ultimo romanzo, <em>Senzaterra</em>.</p>
<p>Non so bene da dove cominciare, adesso che mi trovo lì dentro (mai ho percepito la preposizione dentro con una tale evidenza, e concretezza) con quei ragazzi che non lasciano trapelare granché.<br />
«Incontri ravvicinati tra extraterrestri», mi viene da pensare, mentre fatico alla ricerca delle parole che possano intanto colmare la distanza che all’improvviso sento crescere tra me e loro.<span id="more-18184"></span><br />
«Anche io sono di Palermo», dico. Mi sembra che questo sia un punto importante da chiarire (forse più a me stessa che a loro) per riuscire a gettare un ponte su cui tentare di instaurare un’ipotesi o almeno una parvenza di dialogo.</p>
<p>«Anche io sono di Palermo, siciliana, come voi, e questa storia mi riguarda, come riguarda forse anche voi. Tutti&#8230; molti siciliani infatti spesso si ritrovano a chiedersi se sia meglio restare in questa terra o andarsene&#8230; come è accaduto a chi è arrivato qua da altre terre». Dico questa frase tutto d’un fiato. Guardo i ragazzi siciliani. Guardo i ragazzi stranieri. Qualcuno sorride, qualche altro scherza con il vicino, incurante, altri mi osservano in silenzio.<br />
Sono lì, anzi, lì dentro, eppure ho la sensazione precisa di non esserci, o meglio di essere ignorata, intenzionalmente ignorata. Non è che mi stiano mancando di rispetto, no.  È come se ci sia una pellicola tra me e loro, un di qua e un di là, e in mezzo un confine insormontabile.<br />
È questa la prima sensazione. Nettissima. Come se fosse una questione delicata di equilibri, che non possono rompersi, che non devono rompersi. Come se la rottura potesse avere esiti irreparabili.</p>
<p>Silenzio. Poi qualcuno inaspettatamente alza la mano, apre uno spiraglio. È un ragazzo straniero che, lottando con quel suo italiano stentato, comincia a parlare. Gli altri ridono, sghignazzano. Lui però se ne frega, dice quello che pensa. «Il padre di Gaetano ha ragione. Lo fa per il figlio. E il figlio lo deve seguire&#8230; deve ascoltare il padre&#8230;».<br />
Si capisce che quelle parole lo riguardano più di quanto non sembri, ma non è il solo a pensarla così. Nessuno però ha ancora intenzione di parlare.</p>
<p>«Se uno non parla, non esiste», azzardo. «Lui ha avuto il coraggio di parlare, di dire cosa pensa. Se uno non dice cosa pensa e non si sforza di trovare le parole per dirlo, è come un fantasma. Non esiste. Se voi state qui davanti a me in silenzio, non esistete. Io sono qui e parlo. Ci vuole coraggio, a parlare», dico, non sapendo bene dove finirò per arrivare in questa sfida tra il loro silenzio e la mia ostinazione a voler trovare le parole per gettare questo benedetto ponte, per quanto precario, tra me e loro.<br />
Certo, sono un po’ sconcertata da quelle mie stesse parole, dal loro tasso di provocatorietà, che però non mi sembra susciti reazioni.<br />
Chi ha deciso di stare in silenzio, se ne rimane in silenzio. Chi non l’ha deciso, però, finalmente parla.<br />
«È una storia vera?»<br />
«Un poco sì e un poco no. Ho cercato di raccontare tanti pezzi di storie di tante persone».<br />
«Una specie di riassunto di tante persone», interviene un ragazzo.<br />
«Sì».<br />
«Così uno&#8230; tutti si possono rivedere in questa storia», interviene un altro.<br />
«Sì», dico. Non ho detto mai tanti sì a raffica come adesso.<br />
Qualcuno cerca di capire quanto mi riguarda. Parlotta con il compagno vicino.<br />
«Che c’è?» chiedo.<br />
«Niente. Ma&#8230; parlavo della storia. Davvero. Secondo me la sente dentro, perché&#8230; si vede da come parla».<br />
Mai mi è stata posta una domanda del genere in modo così diretto. Mai ho risposto in modo così netto, senza pensarci. «Sì».<br />
«Si vede», fa il ragazzo annuendo.<br />
Sembra che questo, il fatto che si veda, dia credibilità a tutto quello che ho scritto.</p>
<p>Guardo i ragazzi in fondo, che continuano a rimanere in silenzio. Non ci provo neanche ad arrivare fino a loro. Provo però con quelli più vicini, quelli delle prime file, i più turbolenti, i più recalcitranti, i più esibizionisti forse, e dunque anche i più reattivi.<br />
«E voi&#8230; cosa pensate di Gaetano? Del ragazzo che non vorrebbe andarsene&#8230;»<br />
«Che sbaglia».<br />
«Che deve seguire il padre», fa il ragazzo straniero.<br />
«Ma Gaetano, – dico, – non è che non vuole andarsene, dopotutto, vuole solo provare a restare, chiede solo di poter vivere nella sua terra con dignità, studiando, lavorando come si deve, con tutti i diritti riconosciuti&#8230; Vuole provare. Magari poi se ne andrà, ma prima&#8230;»<br />
«Lo capisco. Lo capisco, – dice un ragazzo, uno dei più loquaci. – Ma se uno qui non si trova, è meglio che se ne va. Che significato ha stare qui e protestare. Protestare per fare cosa&#8230; Io, per esempio, me ne vado. Che sto qua io! Che m’interessa di stare qua».</p>
<p>Tento un accenno al fatto che ognuno di noi è parte di una comunità, che se lui potrà andare in un posto migliore, come dice, è perché la gente, tutti coloro che ci abitano, hanno contribuito a renderlo migliore. Dico che una città, un paese è anche fatto da chi ci vive. Mi guardano muti.<br />
È evidente che espressioni come «essere parte di una comunità», «essere cittadini», «essere responsabili tutti»&#8230; non significano granché per nessuno di loro, indistintamente.<br />
Allora provo un’altra strada. «Il padre di Gaetano, – dico, – non se ne è andato perché in Sicilia non trovava lavoro, se ne è andato perché sapeva che la sua dignità sarebbe stata calpestata se avesse accettato di lavorare in nero, alle condizioni di qualche mafioso della zona, perché ci sono leggi uguali per tutti che regolano il lavoro&#8230; È una questione di dignità&#8230;. Per questo ha preferito andarsene».<br />
Quelli che hanno deciso di parlarmi annuiscono, come se avessi detto la cosa più sensata del mondo. Tutti loro sanno che cos’è «la messa in regola» e me lo dicono con convinzione. Questa «messa in regola» però non sembra la precisa espressione di un «diritto» sacrosanto, il riconoscimento minimo della dignità del lavoro. Annuiscono, sì, ma nessuno sembra convinto che questo possa davvero accadere, in Sicilia almeno.<br />
«Se uno la pensa così, è meglio che se ne va».</p>
<p>Qualcuno pronuncia anche la parola «futuro». L’ha scritta pure sul cartellone delle riflessioni: «Il padre vuole dare un futuro al figlio».<br />
«E cosa vuol dire per te futuro?» Lo dico così, senza pensarci. E quando mi rendo conto è già troppo tardi. Il ragazzo rimane in silenzio, la bocca sigillata, lo sguardo sfuggente.<br />
Così questa parola, «futuro», rimane sospesa, ad aleggiare nella stanza come un oggetto misterioso, un simulacro di una cosa importante che però non si sa bene cos’è. Solo dopo un po’, quando torna a intervenire il ragazzo loquace, quella parola si fa espressione di una voglia rabbiosa non tanto di riscatto, ma di «levarsi da qui», da una terra dove, «non c’è niente da fare, le cose vanno come devono andare&#8230;»<br />
«Perché vanno come devono andare?» chiedo.<br />
«Perché qui è così».<br />
«Gaetano, il protagonista del romanzo, – insisto, – è uno che cerca di capire come è fatta la sua terra, cos’è che non va, per questo vuole studiare, per  conoscere le cose, per capire, ma anche per avere le parole e farsi ascoltare. Se uno non sa niente, se uno non dice cosa pensa, se uno non ha le parole per dire le cose, come può far valere le sue ragioni&#8230;»<br />
Mi guardano, poi fanno spallucce.</p>
<p>Se fatalismo, indifferenza per le sorti collettive, non-speranza, irredimibilità avessero un volto, credo che quel volto avrebbe un’espressione molto simile a quella impressa sulle facce di alcuni di questi ragazzi, mentre parlano della Sicilia, dove le cose vanno così e basta&#8230;  dove si può rimanere solo alle condizioni imposte&#8230; non si sa bene da chi o da che cosa&#8230; alle condizioni «connaturate» a questa terra. Nessuno dice «connaturate», certo, ma è evidente che è questa la parola più vicina al sentimento che cercano di esprimere con i gesti e le facce.<br />
E allora: «Meglio farsi i fatti propri». La frase arriva puntuale. Però detta da quel ragazzo ha qualcosa di diverso, di più radicale dentro. Un senso di rabbiosa solitudine e dissimulata disperazione. È come se attorno a quella frase, ripetuta, ci fosse solo vuoto, una mostruosa solitudine. «Uno da solo che può fare, va’!»<br />
«Ma non sei da solo&#8230;» dico.<br />
«Sì, invece. E poi&#8230; che m’interessa, a me&#8230; Di nessuno, mi interessa&#8230;»</p>
<p>Mi giro verso il cartellone. Leggo qualcosa del tipo: «A me, Palermo mi piace». L’ha scritto uno dei ragazzi in fondo, che lo ribadisce impassibile: «A me Palermo mi piace. È il posto migliore».<br />
«L’unico posto dove vivere?» chiedo.<br />
«Sì».<br />
«Qui&#8230; non si può rimanere, – insiste un ragazzo straniero. – Qui non c’è futuro&#8230;» Ma lo dice senza nessuna intenzione di contrastare il pensiero di nessun altro, come una cosa che pensa lui. E infatti nessuno ribatte. Così le sue parole rimangono anch’esse sospese ad aleggiare sopra le nostre teste come quel «futuro» che non si sa bene cos’è.</p>
<p>«Vorrei leggere un passo del libro che mi piace molto,  – dico, – perché qui il padre abbraccia il figlio e il figlio si lascia abbracciare, anche se la pensano in modo diverso&#8230; Qualcuno mi aiuta?»<br />
Dinieghi. Imbarazzo. Poi un ragazzo all’improvviso si alza. Senza dire una parola, decide di darmi una mano. Prende il libro. Comincia a leggere. Con tutta la fatica del mondo. Come se dovesse conquistarsi ogni singola parola. Come se stesse combattendo una guerra.</p>
<p>Non mi è mai capitato prima, ma in quel momento, mentre lo aiutavo a pronunciare qualche espressione più difficile, mi rammaricavo di una cosa insensata&#8230; mi rammaricavo di aver usato parole così difficili appunto&#8230; parole che sembravano tutte sbagliate, assurde, inerti, mentre uscivano smozzicate dalle labbra di quel ragazzo.<br />
È una sensazione davvero straniante percepire l’inerzia delle parole, delle proprie parole. Eppure, in quella lettura c’era qualcosa di diverso, qualcosa che aveva a che fare con lo sforzo straordinario che il ragazzo stava facendo per leggere delle parole. E il fatto straordinario era che quello sforzo rendeva assolutamente irrilevante che le mie parole, in quel momento, venissero decifrate, comprese. Era come se quella fatica insomma bastasse da sé a colmare tutto il resto.</p>
<p>Ecco, io non lo so cosa resterà di questo incontro ai ragazzi stranieri e italiani con cui ho trascorso un paio di ore oltre quei cancelli azzurri, oltre le doppie mandate delle serrature.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto non certo mentre spiegavo come Gaetano guardasse i tetti pieni di serbatoi di Eternit&#8230; e pensasse come fosse spaventoso quel paesaggio punteggiato di amianto&#8230; anche questo, per tutti loro, rientra nelle cose che devono andare così, secondo un cieco determinismo, che è un carcere dentro il carcere. Il vero, inconsapevole carcere che nessuna parola, per molti di loro, potrà spezzare.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto prima probabilmente, mentre leggevano quei pezzetti di una storia che raccontava di un ragazzo che voleva tanto una cosa che si chiama «futuro»&#8230; non altrove, ma lì&#8230; in quella che è anche la loro terra&#8230;</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto oltre l’ingombro delle parole abissali, quando un ragazzo cui probabilmente non importava granché di trascorrere due ore a parlare con la sottoscritta, si è alzato, ha preso un libro e, fregandosene del giudizio di tutti, me compresa, si è messo a leggere parole impossibili senza che si levasse una risatina, né un applauso di scherno o di sufficienza.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, ha a che vedere con quel gesto finale di alcuni che, senza applaudire, si sono avvicinati a darmi la mano tra mezze parole di compiacimento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/04/se-qualcosa-e-accaduto/">Se qualcosa è accaduto&#8230;.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il giullare con la scorta</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 07:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><br />
C&#8217;è un giullare dalle parti di Lodi che si chiama <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Cavalli">Giulio Cavalli</a>. Fa una cosa che non dovrebbe fare: teatro civile. Parla di Resistenza, di G8, parla del disastro aereo di Linate e da un po&#8217; di tempo, soprattutto, parla di mafia e di mafie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/21/il-giullare-con-la-scorta/">Il giullare con la scorta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/cavalli.jpg" alt="cavalli" title="cavalli" width="454" height="259" class="alignnone size-full wp-image-17877" /><br />
C&#8217;è un giullare dalle parti di Lodi che si chiama <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Cavalli">Giulio Cavalli</a>. Fa una cosa che non dovrebbe fare: teatro civile. Parla di Resistenza, di G8, parla del disastro aereo di Linate e da un po&#8217; di tempo, soprattutto, parla di mafia e di mafie. Fa nomi e cognomi. A Teatro. Li fa a Milano, li fa a Gela.<br />
Errore! I nomi non si fanno, non è elegante. Qualcuno poi si arrabbia e te la vuole far pagare. Così è: Giulio Cavalli ha subito minaccie mafiose e vive sotto un programma di protezione dallo scorso anno. Solo che lui è cocciuto e continua a fare i nomi e i cognomi. Ci dice cose che non vogliamo sentire: tipo che la &#8216;Ndragheta non è mica roba di montanari calabresi. È roba di gente che fa affari a Milano. Insieme ai casalesi e a tutta la solita cricca.<br />
È che i politici milanesi non amano sentir parlare di mafia a Milano quando hai un Expo da organizzare. Ma Giulio insiste, giullare cocciuto.<br />
Dunque vi chiedo di ascoltarlo, di seguire <a href="http://www.giuliocavalli.net/">il suo sito</a>, di cercare in rete le sue <a href="http://www.radiomafiopoli.org/">Radio Mafiopoli</a>, di andarlo a vedere a teatro. Di non farlo sentire solo. È la solitudine, la terra bruciata attorno al proprio lavoro, l&#8217;inizio della fine per una voce come la sua. Che non sia una voce nel deserto, ve ne prego.<br />
Vi allego qui di seguito un suo pezzo.<br />
<em>G.B.</em><br />
<span id="more-17873"></span><br />
<strong>Cinquecento euro e stai messo a posto (mettiamo l’attak al pizzo) </strong></p>
<p>di <a href="http://www.giuliocavalli.net/">Giulio Cavalli</a></p>
<p>Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
La frase rimbalza e lui continua a stare fallito. L’altro, invece,  è “a posto”.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
Non si riesce nemmeno a scriverla una scena teatrale per come rimbomba la frase. Chissà se almeno rimbalza sugli scaffali o si impiglia tra le gambe della sedia alla cassa, chissà come si stende o sta seduta. “Cinquecento euro e stai messo a posto” non è una frase per farci un pezzo di teatro in piazza, “cinquecento euro e stai messo a posto” è una bava. Una bava che scivola fuori dalla bocca del fallito, si secca sul  pavimento come una macchia mica dignitosa che non va più via e rimane a guardarti lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato mezza giornata e la domenica ti accompagna in tasca a portare fuori i bambini. Mano nella mano, vestito della festa, gelato e anche questo mese la dignità a posto. Un pompino da cinquecento euro alla dignità che, anche se si vende tutti i mesi, è una prostituta che costa. Un negozio con una macchia per terra e un postino fallito con la dignità degli altri rapita dentro la busta non sono personaggi che ci meritano un pezzo di teatro: sono personaggi appiattiti in una lettera. E allora eccola la lettera di questo mese. Francobollo con lo sputo, timbro a forma di cerchio e ve la leggo qui. Così per questo mese vi portate via anche la mia.<br />
Caro picciotto, o se preferisci, visto che hai imparato a pettinarti e vestirti pulito, caro estorsore, o, se preferisci, caro esattore. E poi caro al tuo capo ufficio, quello che sta seduto a contare i soldi quando alla sera raccoglie le mesate del mandamento, quei soldi che vi auguro che vi marciscano in mano. E poi cari a tutti i falliti, perché è da falliti mangiare sulla metastasi della paura degli altri, oppure, per capirsi meglio, cari a tutti gli uomini d’onore, così ci capiamo meglio, così vi prendiamo dentro tutti e entriamo subito in tema.<br />
Sono un commerciante di parole, a volte me le pagano bene, e arrotondo sempre il peso prima di chiudere la vaschetta. Non ho mica un negozio dove potete ballare felici la vostra danza della paura, mentre lasciate la scia del vostro onore di merda sulla serranda o tutti fieri correte dopo aver acceso il fuoco del vostro segnale da vigliacchi; sono un ambulante, non so come vi organizzate in questi casi, ma siete mediamente capaci di intercettarci. Questa sera apro la saracinesca fuori orario e vi vengo a cercare io, ma mica per i cinquecento euro così sto messo a posto, ma perché avrei, dico almeno, un paio di domande, una cosa da niente, mica per capire dove non c’è niente da capire, ma per togliermi il peso. Il peso di una curiosità che alla fine cercate sempre di farci pagare nel mercato della vigliaccheria di cui siete i detentori.<br />
Nonno Cleto mi diceva che bisogna pagare il giusto, mio nonno Cleto era uno che portava in giro le bombole del gas con la vespa che si arrampicava in montagna. Pensava solo alle cose fondamentali, impegnato com’era a mettere in prima, seconda e fare bene la curva. Ma questa storia del pagare il giusto se la ricordava ogni volta che stava per due minuti al semaforo rosso con la frizione tirata. Non diceva pagare poco, mica diceva pagare tanto. Diceva pagare giusto. E allora, cari ricattatori delle minacce pagate a rate, cosa c’è, cosa pensate a mettervi in mano la paura in moneta? Quanto vi costa un regalo ai vostri figli con i soldi dei figli degli altri?  Quanto vi sentite uomini a rosicchiare i torsoli come i vermi con le mele appena marcite? Com’è lavorare al mercato infame della minaccia?<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
La frase rimbalza e voi continuate a stare falliti. L’altro, invece,  è “a posto”.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
L’altro, nel negozio, chiuderà a chiave senza troppa attenzione. Anche questo mese ha pagato l’affitto ad una civiltà a rate. Poi sarà sera davanti al tavolo, la famiglia, l’educazione e la responsabilità stuprata anche questo mese. Tanto è il sistema, tanto è il nostro sistema per godersi il negozio e poi chi me lo fa fare di stare a fare il rivoluzionario. Tanto la mesata la pagheranno gli altri un pezzo al giorno. Tanto è la città intorno che sconta  la macchia a forma di crosta sul pavimento dov’è coagulata anche questo mese la sua voglia di stare tranquillo. E per il resto del mese si impara subito ad alzare la serranda con la leggerezza che sia tutto meravigliosamente normale e di seta. È un gioco da ragazzi: per dimenticarti un giorno del mese hai tutte le settimane di resto. Come sarebbe triste una città, una regione, una nazione con la gente che smette di essere gente, con il cielo che si stinge, con un tumore che sottovoce esce in nero dalla cassa una volta al mese. È un angelo che balla smutandato ciclicamente, è un liquido che si secca e che non lascia impuniti. Non sarete impuniti per quel cerotto che si aggiunge di nascosto.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
La frase rimbalza e voi continuate a stare falliti. L’altro, invece,  è “a posto”.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
I falliti risalgono in macchina, con i soldi che si ristropicciano nella tasca perché  comunque c’è da essere svelti. Svelti per partire, svelti per arrivare a finire il giro prima che si chiude. Svelti perché la combriccola disonorata dei falliti d’onore possa contare, appuntare, mischiare per le mani più in alto. Con questi 50 euro che si appiccicano alle mani, che si impiastricciano sul cuore. Con questi 50 euro che puzzano così che bisogna aprire i finestrini per riuscire a starci dentro. È un brodo di sangue e letame cucinato una volta al mese per pagare l’organizzazione. Un piatto unico a prezzo fisso per il banchetto del re nudo del mandamento. I falliti con il sorriso dei falliti sulla macchina veloce e con il sorriso che si svitano alla sera prima di entrare in casa a fingere male di poter essere persone onorate.<br />
Cinquecento euro e questo mese è a posto.<br />
Mi piacerebbe chiedere al governatore della paura che senso danno al tatto quei mucchi sistemati male di soldi. Se non sono ruvidi di quel conato che non si lava nemmeno a stare cento volte sotto l’acqua corrente del lavandino. Mi piacerebbe vedervi in faccia mentre vi leccate il dito per contare quanto valete questo mese. Mi piacerebbe starvi in tasca per registrare le risate fiacche.<br />
Perché sono sicuro che la sentite questa febbre che vi spaventa. Questa normalità di un no davanti alla cassa che mette in buca il vostro onore di gomma piuma.<br />
Cari postini del re, c’è una favola che ogni tanto si racconta nelle scuole di Mafiopoli. È la favola di un formichiere che si tira su per il naso, in un paese lontano, le formiche a pranzo e le formiche a cena. Un formichiere con le formiche e il muco in testa che galleggia da imperatore per le strade del paese mentre sotto è una scia di percorsi di corsa di formiche, ognuno per conto suo che si sommerge per salvarsi. Ed ogni pranzo ed ogni cena è un flipper di zampe per sfuggire almeno per oggi al naso del despota. Raccontano nella favola che un giorno passava una zanzara, una zanzara che non era mica niente di speciale, ma che come tutte le zanzare riusciva a vedere dall’alto e mica all’altezza di un buco come il resto delle formiche abitanti della città. E come sia bastato così poco perché al mattino dopo il solito formichiere, dopo essersi lavato e i denti ed essere uscito dal suo appartamento a forma di buio, il solito formichiere trovò fuori dal suo zerbino un fiume nero, con il dorso lucido e compatto che camminava in linea. Credette fosse un incubo ma era semplicemente un gruppo. Che cominciò a salire dalle gambe per spolpargli la pancia e stringergli il collo.<br />
Perché sono sicuro che la sentite questa febbre che vi spaventa. Questa normalità di un no davanti alla cassa che mette in buca il vostro onore di gomma piuma. Perché sono sicuro che cominciate a sentirlo questo plotone di schiene che hanno deciso di stare dritte.<br />
Caro postino fallito, questa sera ti mando una lettera da portare al piano di sopra perché mi piacerebbe avere almeno due risposte: una lettera senza i biglietti da cento piegati dentro. Una lettera per passare un po’ il tempo senza farcelo passare dagli altri. Una lettera per sentirsi vivi. Tutti i giorni di tutto il mese.<br />
Sono passati poco meno di 20 anni. Poco meno di 20 anni che Libero Grassi vi scriveva &#8220;<em>&#8230;volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l&#8217;acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere&#8230; Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al &#8220;Geometra Anzalone&#8221; e diremo no a tutti quelli come lui</em>&#8220;.<br />
Sono passati poco meno di vent’anni, e ne sono cresciuti di liberi se non di nome liberi per aggettivo. Sono passati poco meno di vent’anni.<br />
Caro estortore, mentre decidi che negozio incollare appena comincia a fare notte  rimettiti pure le mani in tasca.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
La frase rimbalza e lui continua a stare fallito. L’altro, invece,  è “a posto”.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
Caro estortore, ti mando questa lettera con il bollo tutto sputacchiato. Senza soldi, sto a posto. Stiamo a posto.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
La frase rimbalza e lui continua a stare fallito. L’altro, invece,  è “a posto”.<br />
Cinquecento euro e stai messo a posto.<br />
Sappiamo i nomi, sappiamo le facce, vi ascoltiamo mentre decidete di incollare tutta via dei Mille o mentre strisciate su a Milano in via Verdi. In un ponte di vermi che si spalma sull’Italia. Sappiamo dove state e sappiamo da che parte stare. Qual è il nostro di posto. Ambulanti ma con la parte chiara, la parte dove stare. Al massimo, per uscire a fare un giro, dico per divertirci, dico per stare un po’ insieme in questa notte così piena di corrispondenze, ci travestiamo da picciotti con l’onore dei clown e scendiamo anche noi, così magari ci incontriamo, tutti insieme a metterci il lucchetto e l’attak alla saracinesca del pizzo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/21/il-giullare-con-la-scorta/">Il giullare con la scorta</a></p>
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		<title>Il sindaco di Gela</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/04/27/il-sindaco-di-gela/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 08:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>[pubblico questa intervista uscita sul <em>Manifesto</em> del 25 aprile a <strong>Rosario Crocetta</strong>, sindaco di <a href="http://www.comune.gela.cl.it/home.asp">Gela</a> (Caltanissetta); un <a href="http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/politica/elezioni-amministrative/crocetta-rosario/crocetta-rosario.html">personaggio</a> che sembra una perla purtroppo rara nel panorama dei sindaci, non solo siciliani. <em>a.s.</em>]</p>
<p><em>Palermo, Intervista di Alfredo Marsala al sindaco di Gela Rosario Crocetta </em></p>
<p>Titolo: &#8220;&#8221;Crocetta: «La mafia?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/27/il-sindaco-di-gela/">Il sindaco di Gela</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/gela.jpeg" alt="gela" title="gela" width="550" height="366" class="aligncenter size-full wp-image-17150" /></p>
<p>[pubblico questa intervista uscita sul <em>Manifesto</em> del 25 aprile a <strong>Rosario Crocetta</strong>, sindaco di <a href="http://www.comune.gela.cl.it/home.asp">Gela</a> (Caltanissetta); un <a href="http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/politica/elezioni-amministrative/crocetta-rosario/crocetta-rosario.html">personaggio</a> che sembra una perla purtroppo rara nel panorama dei sindaci, non solo siciliani. <em>a.s.</em>]</p>
<p><em>Palermo, Intervista di Alfredo Marsala al sindaco di Gela Rosario Crocetta </em></p>
<p>Titolo: &#8220;&#8221;Crocetta: «La mafia? Mi fa più paura la politica»&#8221;"</p>
<p>Quando sei anni fa si insediò in municipio Rosario Crocetta come primo atto dichiarò guerra alla mafia. Gela, avvolta tra i fumi del Petrolchimico e martoriata da mafiosi e stiddari, non poteva immaginare che quel sindaco in poco tempo avrebbe davvero cambiato la storia di quella città fino ad allora maledetta. E col tempo chi non aveva capito voltandogli le spalle e chi lo dileggiava per la sua dichiarata omosessualità ha dovuto cambiare idea. Crocetta per molto tempo è stato quello che in Sicilia si dice un morto che cammina. Solo contro la mafia. Oggi il contesto è cambiato. Cosa nostra vuole ucciderlo. La Procura ha sventato il terzo progetto di attentato, arrestato due persone pronte ad agire con un arsenale. «L&#8217;ho saputo dalla radio &#8211; dice Crocetta &#8211; e la prima persona a cui ho pensato è stata mia madre, ho chiamato mio fratello e gli ho detto di raggiungerla, non volevo che lo sapesse dalla tv. Poi ho pensato alle madri dei poliziotti, in particolare a una donna che ho incontrato a Palermo davanti la Focacceria San Francesco di Vincenzo Conticello; mi si è avvicinata, mi ha abbracciato, dicendomi che i suoi due figli sono agenti della catturandi, aveva gli occhi rossi. Ho sentito il dolore di questa madre. Ecco, oggi quel dolore l&#8217;ho risentito.</p>
<p>Sindaco, ha paura?<br />
<em>Non si ha paura quando si è in guerra. Io sono in guerra, qui a Gela. Il mio nemico è la mafia. Sono arrabbiato, mi chiedo ma che paese è l&#8217;Italia,<span id="more-17149"></span> che chiama sbirri i poliziotti e uomini d&#8217;onore i mafiosi. Se Cosa nostra mi vuole uccidere, perché è la cupola che lo vuole non due mafiosi qualunque, significa che le scelte che ho fatto sono giuste. Mi passano in mente tutti questi anni. Ricordo quando nel 2003 dissi che avrei lottato la mafia e i mafiosi chiamarono il mio avvocato dicendogli che mi avrebbero ucciso. </em></p>
<p>Da allora non si è più fermato, e adesso?<br />
<em>Vado avanti. Non sono più solo come allora, anche se ho subito tante minacce e ho avuto qualche momento di scoramento.</em></p>
<p>In che occasione?<br />
<em>Quando la mia coalizione, il centrosinistra, mi voleva sfiduciare. Sono stati giorni bui, intensi, ma ho resistito.<br />
</em><br />
Cosa le è rimasto di quello scontro così aspro?<br />
<em>Ho più paura della politica che della mafia. La politica a volte tira agguati, soprattutto con il sistema della delegittimazione. La mafia mi fa meno paura perché la conosco di più. Abbiamo bisogno di una svolta morale, questo paese ne ha bisogno.</em></p>
<p>Eppure ha rischiato di non essere candidato alle Europee dal suo partito<br />
<em>Adesso capisco perché Beppe Lumia ha così tanto insistito che il Pd mi candidasse. Franceschini alla fine ha fatto una scelta di solidarietà. Se il partito non mi avesse candidato, oggi, alla luce dell&#8217;inchiesta della procura che ha svelato il progetto di omicidio, sarebbe passato il concetto che la politica di Roma mi aveva scaricato, lasciandomi da solo contro la mafia. </em></p>
<p>Domani (oggi, ndr) è il 25 aprile, ma la Sicilia non è stata ancora liberata da Cosa nostra.<br />
<em>Sarò in piazza tra la mia gente. Ci andrò da militante, da combattente per una nuova resistenza. Farò i nomi dei mafiosi, griderò forte i loro nomi in piazza come è giusto che debba fare un amministratore. E&#8217; assurdo non potere celebrare la liberazione della Sicilia dalla mafia, ma sono convinto che con l&#8217;impegno ce la faremo, grazie soprattutto a quanti considero come dei partigiani, penso ai ragazzi di Addiopizzo, agli imprenditori che denunciano il racket delle estorsioni e ai politici che invece del compromesso hanno scelto la battaglia contro la mafia, una battaglia di libertà in una terra dove l&#8217;80% delle imprese paga il pizzo, dove si traffica la droga, dove molte gare d&#8217;appalto sono in mano alle organizzazioni criminali. Questa battaglia è una battaglia di resistenza democratica.</em></p>
<p>Il procuratore Grasso dice che a rischiare la vita è chi l&#8217;antimafia la fa sul serio, come Crocetta<br />
<em>E&#8217; vero, sono molti gli amministratori che fanno un&#8217;antimafia con le bandierine durante le commemorazioni e poi fanno affari. Questi amministratori si lavano la coscienza con l&#8217;antimafia delle targhe.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/27/il-sindaco-di-gela/">Il sindaco di Gela</a></p>
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		<title>Siamo tutti in pericolo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 12:37:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Un uomo giace sdraiato a terra accanto allo spigolo del marciapiede. Ha la testa coperta da un telo bianco chiazzato al centro di rosso rappreso. Sparato in faccia, come i codardi camorristi usano fare, colpendo da due passi chi neppure può difendersi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/01/siamo-tutti-in-pericolo/">Siamo tutti in pericolo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Un uomo giace sdraiato a terra accanto allo spigolo del marciapiede. Ha la testa coperta da un telo bianco chiazzato al centro di rosso rappreso. Sparato in faccia, come i codardi camorristi usano fare, colpendo da due passi chi neppure può difendersi.<br />
È una grande fotografia, quella che sta sul ledwall semovibile e luminoso, nello studio TV3 di corso Sempione stracolmo di ragazzi. Roberto Saviano sta un po’ scostato sulla destra e indica quell’istantanea, mentre Fabio Fazio gli passa addosso un fugace sguardo di terrore. Poi indica i bambini, i tanti bambini che nell’immagine assistono al lavoro della polizia mortuaria e grida, quasi sorprendendo anche se stesso: “Che tipo di Paese è quello che permette tutto questo?”.<br />
Che tipo di Paese è, il nostro?<span id="more-16317"></span> </p>
<p>Seduto sullo strapuntino poco imbottito sotto i caldissimi riflettori dello studio televisivo mi vengono in mente chissà perché i discorsi che faceva Pier Paolo Pasolini prima di essere ritrovato ammazzato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia. Mi vengono in mente le ultime quattro parole per così dire “pubbliche” pronunciate da Pasolini, dette a Furio Colombo nell’intimità della sua stessa casa, poche ore prima di venire ucciso: Siamo tutti in pericolo, risponde alla richiesta di dare lui stesso un titolo all’intervista che aveva appena rilasciato.<br />
Pasolini dice a Colombo di non essere sicuro, di voler rivedere alcune delle cose dette, dice che forse ad alcune domande aveva risposto troppo di getto, chiede di rivedere insieme l’intervista il giorno seguente, ma si dice sicuro sul titolo.<br />
“Per voi” mi rimbombano in mente le sue ultime parole “una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. […] Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi. Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. […] Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.”<br />
Saviano sta puntando il dito contro un grande titolo che dà dell’infame a un pentito. È finalmente riuscito a portare la cronaca locale del casertano a livello nazionale, è una cosa che gli sta nella pancia da tre anni, dice.<br />
E a me?<br />
Fuori dagli studi della Rai di corso Sempione al 27 alle due del pomeriggio c’erano ammassati un sacco di ragazzi. Alcuni stringevano copie di Gomorra, altri, la maggior parte, parlavano d’altro, di scuola. Ho dovuto aspettare più di quaranta minuti per riuscire a entrare, a mostrare che il nome sulla mia carta d’identità corrispondeva a quello che stava stampato sulle liste per l’ingresso agli studi.</p>
<p>La chiacchiera, si diceva una cinquantina di anni fa come una minaccia, ci sommergerà.<br />
E il nostro, oggi, pare proprio essere divenuto il regno della mancanza di pudore per la verità. Quella che un tempo era il bersaglio di qualunque critica portata nel segno dello scientismo e del relativismo, è divenuta ora una chimera. È pratica ormai diffusa il mentire pubblicamente e poi il pubblicamente contraddirsi senza che le parole pronunciate abbiano un peso maggiore del fiato che le ha prodotte. Il presidente del Consiglio dei ministri della nostra Repubblica dovrebbe trovarsi in galera se non si fosse fabbricato una legge per evitarselo. Chi dice la verità, chi la denuncia, chi non smette di testimoniarla, vive invece da recluso.<br />
Un tempo lo sberleffo pubblico della verità si sarebbe chiamato “perdere la faccia”. Ora che la faccia nessuno più ce la mette, in una diffusa omertà del pudore, questo non si può più dire.<br />
Roberto Saviano, in nome dell’eredità pasoliniana, la faccia ce l’ha messa dall’inizio, ben impressa nella quarta di copertina. E ci ha messo anche gli occhi, quegli occhi buoni buoni che diventano violenti all’improvviso, che si accendono come due micce e si fanno pesanti come due macigni.<br />
Fazio, prima della registrazione, ci aveva detto che Saviano era ovviamente teso. È un ragazzo, quasi un ragazzino, a vederlo da vicino, a stringergli la mano. Sta in piedi, al centro dello studio, sotto i riflettori, e si tocca il naso con i due indici, si gratta la testa, gioca con l’anello che è piaciuto a Shimon Peres e che gli ha chiesto di spedirglielo.<br />
Quando esce Antonio Albanese per il suo sketch, Roberto finalmente si siede tra il pubblico e ride, e per la prima volta si rilassa, per qualche secondo forse si gode anche lo show, il sorriso da stentato si fa per un istante naturale. Si vede che sta finalmente tirando il fiato, si vede che gli occhi cominciano a vagare alla rincorsa di quello che è stato, di ciò che è accaduto fino a quel momento, di tutto quello che ha detto, del come lo ha detto, forse.</p>
<p>Con Roberto ci eravamo sentiti il giorno prima via mail. Io gli avevo detto che sarei riuscito ad andare alla trasmissione, e così gli avevo chiesto di incontrarci, fino a quel giorno ci eravamo solo scambiati parecchie mail. Lui era stato evasivo, e poi ho capito perché. I cinque uomini della scorta non lo mollano un istante.<br />
Durante le pause pubblicitarie Saviano appare nervoso e concentrato. Poi è il momento del filmato con le interviste ai ragazzi di Casal di Principe, fuori onda si innervosisce assistendo alle reazioni dei giovani conterranei.</p>
<p>Alla fine della registrazione Loris Mazzetti, un dirigente Rai che avevo conosciuto poco prima, è uscito da una stanza in cui si vociferava ci fosse Saviano. È uscito da quella stanza ed è venuto da me a dirmi che se volevo entrare avrei potuto parlare con Roberto.<br />
Sull’uscio stavano appostati due uomini della scorta, uno dei quali mi ha aperto la porta, non ha lasciato che toccassi la maniglia, ha detto “faccio io”, guardandomi dritto in faccia. Ho attraversato la stanza in diagonale e ho dovuto seriamente lottare con le mie emozioni. Roberto nel frattempo si era alzato dalla sedia su cui stava seduto, a lasciare che la tensione evaporasse. Ha voluto sapere come fosse andata la puntata, se fosse andata bene, se fosse trapelata la sua emozione iniziale. Mi parlava come si parla a un amico, come quando si giocava a pallone e alla fine della partita si chiedeva se si era giocato bene, se l’amico aveva colto il gol segnato, se l’aveva visto proprio bene.<br />
Quello che io ho pensato è che Saviano sono io e insieme non lo sono. Davanti agli occhi avevo un ragazzo di grande intelligenza, rabbia, caparbietà, talento e coraggio. Un ragazzo che per anni ha studiato la camorra e poi ne ha scritto sulla colonna di Nazione Indiana. Un ragazzo a cui è stato proposto di raccogliere e pubblicare ciò che aveva scritto, e di darlo alle stampe in qualche migliaio di copie, come sempre si fa, come per tutti i libri che escono. Io sono Roberto perché io ho acquistato Gomorra e leggo i suoi articoli, come altri milioni di italiani. Roberto siamo noi perché Gomorra è i suoi lettori.<br />
Ma io non sono Roberto finché io lo lascio solo. Se lo lascio solo sono il suo nemico. Sono anni gravissimi e bui per la nostra Repubblica, per il nostro Paese. Anni che portano alla memoria ricordi che parevano essere ormai sepolti. Anni in cui la criminalità organizzata è la maggiore azienda italiana e un’oligarchia criminale impedisce la libera circolazione dell’informazione. Anni storti che non si possono sapere, che non hanno il coraggio di farsi dire. Anni sotterrati nel piacere dell’ignoranza. Anni buttati a cercar di far valere il proprio merito, la propria intelligenza, un proprio talento, quando l’unica cosa che conta è l’aggancio, l’affiliazione, l’amicizia, il signoraggio, la totale mancanza di dignità.</p>
<p>Noi giovani abbiamo il dovere di stare dalla parte di Saviano, abbiamo il dovere di non lasciarlo solo. Roberto è un ostaggio del nostro Stato – per lo meno della parte marcia di esso, quella che fa gli affari, quella che comanda – e dunque, da un certo punto di vista, è un nostro stesso ostaggio. Roberto è nelle nostre mani, nelle nostre decisioni. Abbiamo il dovere di testimoniare, abbiamo il dovere di denunciare, abbiamo il dovere di parlare, abbiamo il dovere di non stancarci mai di farlo. Abbiamo il dovere di dire lo schifo di uno Stato la cui seconda carica dovrebbe stare in prigione e si fa invece garante della legalità, della giustizia e della Costituzione. Di dire lo schifo di uno Stato in cui l’informazione è gestita da pochi poteri economici. Lo schifo di uno Stato senza futuro per i più giovani, in cui per farsi assumere bisogna morire. Lo schifo di uno Stato in cui bisogna vergognarsi dei propri meriti. Lo schifo di uno stato in cui l’economia sommersa è più prolifica di quella denunciata. Lo schifo di uno Stato in cui la testimonianza della verità è punita con la reclusione. Lo schifo di uno Stato in cui tutto ciò che ho appena scritto appare retorico e poco reale, uno Stato che vive nella forma, nelle forme.<br />
“L&#8217;unica cosa che il male necessita per trionfare è che gli uomini buoni non facciano niente”, ha esordito Saviano. A chi dirà che tanto le cose non si cambiano potremo rispondere che se la pensa così allora in fondo non avrebbe neppure il diritto di venircelo a rinfacciare. Poiché questo, in verità, è l’unico modo possibile per cambiare l’Italia nata corrotta. Potremmo ricordare quanto è aumentata l’attenzione sulla camorra, da quando Gomorra ha cominciato a vendere. Quanti arresti in più sono stati compiuti. Potremmo ricordare, per esempio, la galera di Previti che per questo ha incolpato chi non si è mai stancato di parlare delle sue malefatte.<br />
Cosa vuol dire che Gomorra vende più di ogni altro libro? Cosa vuol dire che se Saviano va in tv insieme a Paul Auster e a David Grossman a parlare di camorra e letteratura, quella è la trasmissione più guardata?<br />
Che Paese siamo? Che Paese vogliamo essere? Che Paese vogliamo diventare? Per quanto ancora vogliamo riuscire a sopportare? Perché ci siamo abituati a sopportare?</p>
<p>Dopo una ventina di minuti era ora che uscissi dalla stanza in cui mi trovavo con Roberto. L’ho ringraziato per quello che fa per me, per quello che fa per gli italiani, come ho fatto con tutti quelli che mi sia capitato di incontrare che hanno il coraggio di opporsi con i fatti e le parole alla mafia.<br />
Poi ci siamo stretti in un abbraccio e ci siamo salutati.<br />
Da quando ho afferrato la maniglia per uscire da quella porta mi sento un uomo meno libero, ho la consapevolezza di essere in pericolo.<br />
<strong>Io so</strong> che siamo tutti in pericolo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/01/siamo-tutti-in-pericolo/">Siamo tutti in pericolo</a></p>
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		<title>Camorristi avanti, c’e’ posto &#8211; Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/14/camorristi-avanti-c%e2%80%99e%e2%80%99-posto-dialogo-semiserio-fra-un-pm-e-un-camorrista/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 07:17:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<h3>Colloquio di immaginario tra un camorrista e Raffaele Marino Procuratore Aggiunto a Torre Annunziata</h3>
<p>di <strong>Raffaele Marino</strong> e <strong>Arcangeli Ferri</strong></p>
<p><strong>Salve signor procuratore, scusi il disturbo. Sono un camorrista e vorrei chiederle un consiglio. Come faccio a entrare nel business dell’immondizia?</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/14/camorristi-avanti-c%e2%80%99e%e2%80%99-posto-dialogo-semiserio-fra-un-pm-e-un-camorrista/">Camorristi avanti, c’e’ posto &#8211; Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Colloquio di immaginario tra un camorrista e Raffaele Marino Procuratore Aggiunto a Torre Annunziata</h3>
<p>di <strong>Raffaele Marino</strong> e <strong>Arcangeli Ferri</strong></p>
<p><strong>Salve signor procuratore, scusi il disturbo. Sono un camorrista e vorrei chiederle un consiglio. Come faccio a entrare nel business dell’immondizia?<br />
</strong> Caro signor camorrista, siamo in emergenza e quindi lei si trova in una situazione molto favorevole. Approfitti e non si lasci sfuggire il momento.<span id="more-12242"></span></p>
<p><strong>Mi scusi, signor procuratore, ma non siamo in emergenza da 14 anni?<br />
</strong>Sì, ma oggi c’e’ l’emergenza elevata alla quattordicesima potenza.<br />
Più emergenza c’e’ e meno controlli ci sono. Se bisogna salvare la salute dei cittadini non si guarda troppo per il sottile, non si controlla chi e’ il gestore della discarica, chi e’ il proprietario del fondo, chi e’ il titolare dell’impresa che dovrà rimuovere le tonnellate di rifiuti accumulati in questi giorni, chi e’ il titolare dei mezzi di trasporto che dovranno essere presi a nolo, che e’ che dovrà fornire la plastica per impacchettare i rifiuti, chi dovrà fornire le materie per renderli inerti, chi dovrà fornire il materiale per l’impermeabilizzazione. Come vede, oggi le si presentano tante occasioni…</p>
<p><strong>Ma i miei colleghi camorristi allora finora non li controllava nessuno…come hanno fatto a diventare ricchi?<br />
</strong>Mi meraviglio, lei dovrebbe essere almeno un conoscitore delle leggi elementari dell’economia…se aumenta la domanda e diminuisce l’offerta, il prezzo aumenta. Aumentano i rifiuti, non ci sono strutture per lo smaltimento e il prezzo aumenta. E poi, più controlli ci sono, più discariche vengono chiuse e meno posti ci saranno per i rifiuti. Aumenta l’emergenza e quindi diminuiranno i controlli.</p>
<p><strong>Quindi la farò franca. Non mi arresterà?<br />
</strong>Mah, credo proprio di no, perché mi troverei di fronte a opinione pubblica e istituzioni che vogliono solo risolvere il problema, e in questo momento la camorra non e’ la priorità.</p>
<p><strong>E in questi 14 anni rispetto ai rifiuti lo è mai stata?<br />
</strong>Per noi magistrati sì, ma la cosa sembrava interessare soltanto Saviano.</p>
<p><strong>Ma Saviano dice tutte stronzate…<br />
</strong>Lei dice dire così perché Saviano le fa più male di quello che può fare qualsiasi indagine…</p>
<p><strong>Sarà signor procuratore. La ringrazio ma le chiedo ancora un consiglio nel ringraziarla. Mi serve sempre l’appoggio dei politici?<br />
</strong>Per forza, anzi adesso più che mai. Lei pensi alle nuove occasioni che si apriranno sulla raccolta porta a porta e su quella differenziata, o sulla costruzione dei nuovi termovalorizzatori…come vede il suo futuro e’ molto radioso.</p>
<p><strong>Ma mi conviene mettermi in società con loro?<br />
</strong>Mi meraviglio di questa domanda. C’e’ sempre stata una reciproca convenienza, ma nessuno mai si sognerebbe di dire che si mette in società con un camorrista.</p>
<p><strong>Siamo proprio dei reietti allora… Le posso augurare buon lavoro comunque?<br />
</strong>La ringrazio, e se il suo auspicio avrà buon fine lei non farà neanche un affare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/14/camorristi-avanti-c%e2%80%99e%e2%80%99-posto-dialogo-semiserio-fra-un-pm-e-un-camorrista/">Camorristi avanti, c’e’ posto &#8211; Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista</a></p>
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		<title>A cento passi dal Municipio</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 05:06:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Barbacetto</strong><br />
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/a-cento-passi-dal-municipio/">A cento passi dal Municipio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Barbacetto</strong><br />
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo li hanno fatti nell’hinterland e in altri centri della Lombardia, dove sono già entrati nei municipi. Comunque, a Milano e fuori, hanno già stretto buoni rapporti con gli uomini dei partiti.<br />
<span id="more-9400"></span><br />
«Milano è la vera capitale della ’Ndrangheta», assicura uno che se ne intende, il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, della Direzione nazionale antimafia. Ma anche Cosa nostra e Camorra si danno fare sotto la Madonnina. E la politica? Non crede, non vede, non sente. Quando parla, nega che la mafia ci sia, a Milano. Ha rifiutato, finora, di creare una commissione di controllo sugli appalti dell’Expo. Eppure le grandi manovre criminali sono già cominciate.</p>
<p>Ne sa qualcosa Vincenzo Giudice, Forza Italia, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Incontri, riunioni, brindisi, cene elettorali, in cui sono stati coinvolti anche Paolo Galli, Forza Italia, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. E Massimiliano Carioni, Forza Italia, assessore all’edilizia di Somma Lombardo, che il 14 aprile 2008 è eletto alla Provincia di Varese con oltre 4 mila voti: un successo che fa guadagnare a Carioni il posto di capogruppo del Pdl nell’assemblea provinciale. Ma è Cinque, il boss, che se ne assume (immotivatamente?) il merito, dopo aver mobilitato in campagna elettorale la comunità calabrese.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Loris Cereda, Forza Italia, sindaco di Buccinasco (detta Platì 2), che non trova niente di strano nell’ammettere che riceveva in municipio, il figlio del boss Domenico Barbaro. Lui, detto l’Australiano, aveva cominciato la carriera negli anni 70 con i sequestri di persona e il traffico di droga. I suoi figli, Salvatore e Rosario, sono trentenni efficienti e dinamici, si sono ripuliti un po’, hanno studiato, sono diventati imprenditori, fanno affari, vincono appalti. Settore preferito: edilizia, movimento terra. Ma hanno alle spalle la ’ndrina del padre. Cercano di non usare più le armi, ma le tengono sempre pronte (come dimostrano alcuni bazooka trovati a Buccinasco). Non fanno sparare i killer, ma li allevano e li allenano, nel caso debbano servire. Salvatore e Rosario, la seconda generazione, sono arrestati a Milano il 10 luglio 2008. Eppure il sindaco Cereda non prova alcun imbarazzo.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Alessandro Colucci, Forza Italia, consigliere regionale della Lombardia. «Abbiamo un amico in Regione», dicevano riferendosi a lui due mafiosi (intercettati) della cosca di Africo, guidata dal vecchio patriarca Giuseppe Morabito detto il Tiradritto. A guidare gli affari, però, è ormai il rampollo della famiglia, Salvatore Morabito, classe 1968, affari all’Ortomercato e night club («For a King») aperto dentro gli edifici della Sogemi, la società comunale che gestisce i mercati generali di Milano. È lui in persona a partecipare a una cena elettorale in onore dell’«amico» Colucci, grigliata mista e frittura, al Gianat, ristorante di pesce. Appena in tempo: nel maggio 2007 viene arrestato nel corso di un’operazione antimafia, undici le società coinvolte, 220 i chili di cocaina sequestrati.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Emilio Santomauro, An poi passato all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano, ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex presidente della Sogemi: oggi è sotto processo con l’accusa di aver fatto da prestanome a uomini del clan Guida, camorristi con ottimi affari a Milano. Indagato per tentata corruzione nella stessa inchiesta è Francesco De Luca, Forza Italia poi passato alla Dc di Rotondi, oggi deputato della Repubblica: a lui un’avvocatessa milanese ha chiesto di darsi da fare per «aggiustare» in Cassazione un processo ai Guida.</p>
<p>Ne sa qualcosa, naturalmente, anche Marcello Dell’Utri, inventore di Forza Italia e senatore Pdl eletto a Milano. La condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa si riferisce ai suoi rapporti con Cosa nostra, presso cui era, secondo la sentenza, ambasciatore per conto di «un noto imprenditore milanese». Ma ora una nuova inchiesta indaga anche sui suoi rapporti con la ’Ndrangheta: un altro imprenditore, Aldo Miccichè, trasferitosi in Venezuela dopo aver collezionato in Italia condanne a 25 anni per truffa e bancarotta, lo aveva messo in contatto con la famiglia Piromalli, che chiedeva aiuto per alleggerire il regime carcerario al patriarca della cosca, Giuseppe, in cella da anni. Alla vigilia delle elezioni, Miccichè prometteva a Dell’Utri un bel pacchetto di voti, ma chiedeva anche il conferimento di una funzione consolare, con rilascio di passaporto diplomatico, al figlio del boss, Antonio Piromalli, classe 1972, imprenditore nel settore ortofrutticolo con sede dell’azienda all’Ortomercato di Milano. Sentiva il fiato degli investigatori sul collo, Antonio. Infatti è arrestato a Milano il 23 luglio, di ritorno da un viaggio d’affari a New York. È accusato di essere uno dei protagonisti della faida tra i Piromalli e i Molè, in guerra per il controllo degli appalti nel porto di Gioia Tauro e dell’autostrada Salerno-Reggio.</p>
<p>Qualcuno si è allarmato per questa lunga serie di relazioni pericolose tra uomini della politica e uomini delle cosche? No. A Milano l’emergenza è quella dei rom. O dei furti e scippi (che pure le statistiche indicano in calo). La mafia a Milano non esiste, come diceva già negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri. Che importa che la cronaca, nerissima, della regione più ricca d’Italia metta in fila scene degne di Gomorra?</p>
<p>A Besnate, nei pressi di Varese, a luglio il capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato davanti al municipio e si è trascinato, ferito, fin dentro l’ufficio dell’anagrafe, lasciando una scia di sangue sulle scale. Una settimana prima, una bottiglia molotov aveva incendiato l’auto del dirigente dell’ufficio tecnico di un Comune vicino, Lonate Pozzolo. Negli anni scorsi, proprio tra Lonate e Ferno, paesoni sospesi tra boschi, superstrade e centri commerciali, sono state ammazzate quattro persone di origine calabrese. Giuseppe Russo, 28 anni, è stato freddato mentre stava giocando a videopoker in un bar: un killer con il casco in testa, appena sceso da una moto, gli ha scaricato addosso quattro colpi di pistola. Alfonso Muraro è stato invece crivellato di colpi mentre passeggiava nella via principale del suo paese affollata di gente. Francesco Muraro, suo parente, un paio d’anni prima era stato ucciso e poi bruciato insieme alla sua auto.</p>
<p>L’ultimo cadavere è stato trovato la mattina di sabato 27 settembre in un prato di San Giorgio su Legnano, a nordovest di Milano: Cataldo Aloisio, 34 anni, aveva un foro di pistola che dalla bocca arrivava alla nuca. A 200 metri dal cadavere, la nebbiolina di primo autunno lasciava intravedere il cimitero del paese, in cui riposa finalmente in pace, benché con la faccia spappolata, Carmelo Novella, che il 15 luglio scorso era stato ammazzato in un bar di San Vittore Olona con tre colpi di pistola in pieno viso.</p>
<p>Milano, Lombardia, Nord Italia. È solo cronaca nera? No, Gomorra è già qua. Ma i politici, gli imprenditori, la business community, gli intellettuali, i cittadini non se ne sono ancora accorti.</p>
<p>via <a href="http://circolopasolini.splinder.com/post/18666503">Circolo Pasolini</a></p>
<p>articolo pubblicato su L&#8217;Unità del 10 ottobre 2008</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/a-cento-passi-dal-municipio/">A cento passi dal Municipio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Crimini e affari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 16:02:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele Cantone</strong></p>
<p>Sono ormai settimane che tutti i media si occupano della crisi economica che attanaglia Stati Uniti, Europa, persino Paesi emergenti come la Cina e l’India. È stato spiegato, anche ai non addetti ai lavori, che i problemi sono cominciati con le istituzioni finanziarie; le banche americane, esposte per molti miliardi di dollari per mutui troppo facilmente erogati, sono in sofferenza ed in alcuni casi sono fallite.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/">Crimini e affari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele Cantone</strong></p>
<p>Sono ormai settimane che tutti i media si occupano della crisi economica che attanaglia Stati Uniti, Europa, persino Paesi emergenti come la Cina e l’India. È stato spiegato, anche ai non addetti ai lavori, che i problemi sono cominciati con le istituzioni finanziarie; le banche americane, esposte per molti miliardi di dollari per mutui troppo facilmente erogati, sono in sofferenza ed in alcuni casi sono fallite. Siccome poi i mutui americani, cartolarizzati in derivati, erano stati venduti &#8211; in un momento di orgia speculativa che aveva fatto intravedere grossi guadagni senza considerare i relativi rischi &#8211; alle istituzioni finanziarie di tutto il mondo, il crollo delle banche statunitensi, come in una sorta di domino che è tipico della globalizzazione economica, si sta riverberando dovunque.<span id="more-9922"></span>Gli analisti sono oggi concordi nel prevedere che la finanza malata contagierà l’economia reale, perché &#8211; banalizzando &#8211; essendoci in giro meno denaro ed avendo le banche necessità di recuperare liquidità, i finanziamenti alle imprese si ridurranno; non molti giorni fa un periodico, ad esempio, raccontava come anche clienti affidabili non sempre riescono a procurarsi denari dalle banche e, comunque, li ottengono con interessi più elevati. È affermazione generale che siamo alle soglie di una crisi che assomiglia sempre più a quella del 1929. Così come dimostra l’esperienza, non tutti perdono durante queste tempeste finanziarie e gli speculatori approfitteranno, come al solito, per modificare le strutture di controllo e di comando di molte istituzioni imprenditoriali e finanziarie. Se queste sono le prospettive, è necessario paventare &#8211; per l’economia italiana, da sempre meno forte di quella di altri Paesi occidentali, pur con una rete protettiva che si è dimostrata più efficace che in altri Stati &#8211; il rischio che nelle manovre che si faranno possano ambire ad un ruolo, come una sorta di convitato di pietra, le varie forme di mafia di cui purtroppo la penisola non scarseggia. Esse, infatti, non hanno problemi di liquidità; i loro affari &#8211; soprattutto la droga e l’economia parassitaria ad essa collegata &#8211; non conoscono crisi e da tempo hanno dimostrato interesse per la diversificazione degli investimenti, anche grazie a consulenti di eccezionali capacità professionali. Non è una previsione catastrofistica collegata alla deformazione professionale di chi si è occupato di tali fenomeni; la dimensione finanziaria delle organizzazioni malavitose ha raggiunto, infatti, livelli di sofisticazione impensabili. Voglio raccontare un episodio solo apparentemente banale, emerso in un’indagine. Un esponente di primo piano di un pericoloso clan, sottoposto anche a misure di prevenzione personali e patrimoniali, si scoprì che utilizzava una carta di credito per acquisti nel nord Italia e all’estero; costui, però, non aveva un conto corrente e quindi non avrebbe dovuto possederne. Le indagini del Ros spiegarono l’arcano: grazie alla consulenza di un abile promotore finanziario &#8211; evidentemente compiacente così come l&#8217;istituto bancario di riferimento, fra l’altro non certo una banca di paese &#8211; il boss era riuscito ad ottenere ciò che era precluso ad un privato cittadino o ad un imprenditore anche di successo; una carta di credito a suo nome «agganciata» ad un conto altrui, con domiciliazione in parte estera, che impediva ogni controllo sui suoi acquisti. I clan, quindi, sono ormai avvezzi a muoversi nel settore finanziario, trovando i più svariati modi per aggirare regole e controlli. Se a questo dato si aggiunge che i boss riciclano da sempre grosse risorse economiche in imprese colluse, ottenendo compartecipazioni ai guadagni, è un’ipotesi tutt’altro che peregrina che quei personaggi possano tentare di approfittare della crisi di liquidità per mettere a disposizione i propri mezzi a chi ne ha bisogno o, persino, per fare shopping di imprese, nascondendosi &#8211; perché no &#8211; dietro fondi di «private equity» con basi in paradisi fiscali. È un’occasione d’oro per la borghesia mafiosa per fare il salto di qualità e per sedersi &#8211; come ha già cercato più volte di fare &#8211; ai tavoli del potere economico che conta. Solo un attento e continuo monitoraggio delle istituzioni di controllo (Banca d’Italia, Consob, Ufficio italiano cambi) potrà impedire che al danno, per tutti i cittadini, della crisi si aggiunga un vero e proprio disastro per l’economia nazionale.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;il Mattino&#8221; del 21.10.2008.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/">Crimini e affari</a></p>
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